Anonimo

 

Leggenda dei trenta denari

(ms. della B. R. 4895a (XIV sec., p. XIII, fol. 75 r°)

Edizione di riferimento:

Édélestand du Méril, Poésies populaires latines du Moyen Âge, Parigi 1847

Si segnala l'edizione fotomeccanica della Editrice Forni di Bologna del 1969

Denariis triginta Deum vendit Galilaeus,

quos et apostolicus describit Bartholomaeus,

unde prius veniant, quis fabricavit eos.

 

Fecerat hos nummos Ninus, rex Assyriorum,

et fuit ex auro Thares fabricator eorum;

cum quibus instituit rex ninivita forum.

 

Regia denariis fuit his impressa figura,

rebus ut aeternis [1] exempla daret valitura,

formaque sic fieret perpetuata sua.

 

Filius illius Thares, qui dicitur Abram,

sustulit hos nummos post hoc cum conjuge Sara,

quando, jubente Deo, transiit in Chanaan.

 

His nummis tunc emit agros a Jherichonitis [2];

bis etiam Joseph est emptus ab Ismahelitis;

hos tenuit Pharao dives in aere suo [3].

 

Hosque, sibylla potens, habuit regina Nicaula,

Austri regina, qui post Salamonis ab aula,

in templum nummos dat reverenter eos.

 

Quos Nabuchodonosor, templo prius exspoliato,

detulit in Babylon, ubi, militis in solidatum (I. solidato),

regibus in Saba dicimus esse datos.

 

Hos reges Saba, quos post nova stella vocavit,

ferre Deo nummos Veterum scriptura notavit,

cum tria tres socii dona tulere magi.

 

Angelicis monitis his regibus inde regressis,

mittitur e coelis puero dignissima vestis ;

haec inconsutilis, mira colore fuit.

 

Hanc pater a coelis misit, non femina nevit;

longa fit atque brevis, puero crescente recrevit,

temporis aequevi stamine texta levi.

 

Dum jubet Herodes puerum pro morte requiri ,

mater eum timuit fugiens ad climata Nili;

ducta metu mortis, virgo latebat ibi.

 

Tunc in ea crypta tria sunt haec dona relicta,

aurum, thus, myrrha, vestisque Dei benedicta;

pastores veniunt, ipsaque dona venunt [4].

 

Vir fui& astrolog[ol]us qui dona relicta removit,

omneque portentum Christi per sidera novit;

Armenus patria, justus, honestus erat.

 

Tempore quo Christus docuit, tunc angelus isti dixit.

Dona Dei redde quaecunque tulisti ;

munera sacra Dei restituantur ei!

 

Redditur haec tunica brevis in forma puerili ;

Jhesus ut induitur, modulo fit longa virili;

vidit et obstupuit mens tremefacta viri.

 

Denarios triginta Deo quos inde tulerunt,

in gazam templi, Jhesu mandante, dederunt;

quos Judam pretio post habuisse ferunt.

 

Detulit hos Judas Scarioth ; facta nece Christi ,

quos reicit, quia poenituit pro morte magistri,

seque necans laqueo ventre crepat medio.

 

Tunc in agrum figuli nummos ter quinque dederunt,

militibusque suis totidem pro parte tulerunt,

quos vigiles tumuli notte fuisse ferunt.

 

Forte putas, Lector, contraria me posuisse,

dum nummos illos ex auro scribo fuisse,

nam Liber argenti nomine gesta dedit.

 

Marcus ob argentum Dominum descripserat emptum,

non auri dixit nummismata sive talentum;

sed licet hoc taceat, non minus illud erat.

 

Mos fuit antiquis auri nomen variare

atque per argentum diversa metalla votare;

hoc usu nunquam regula prisca caret.

 

Nosce quod hoc sanctus sic scripsit Bartholomaeus,

ejus ad Armenos sermo narratur hebraeus,

qualiter est auro venditus ipse Deus.

 

Ergo, patente nota, solus negat hoc idiota,

eujus habent vota non discere fatta remota

lectores dociles pagina nostra vocat.

Tutti i personaggi che avevano concorso attivamente al grande dramma della Passione, divennero il soggetto di una leggenda in rapporto con il ruolo avevano avuto. Si prova piacere ad accumulare sulla memoria di Giuda tutti i crimini che avrebbero potuto renderlo odioso [5]; diventa un pusillanime ingrato, un omicida, un ladro, un parricida e il marito della sua stessa madre. Vi è dentro, certamente un ricordo ancora vivente del mito di Edipo, o perlomeno un residuo delle credenze dal paganesimo alla fatalità he devono essere molto antiche perché Giuda nn conobbe né suo padre né sua madre, e sono i riguardi con cui si vuole farlo sfuggire al suo destino e che ne preparano il compimento [6]. Tuttavia questa leggenda è completamente contraria a un passaggio del Vangelo dell'Infanzia [7], che era già divenuto popolare in un'epoca molto antica [8], e noi non ne conosciamo alcuna traccia anche nel XII secolo; ma, e ne daremo presto una nuova prova, tradizioni contrarie non erano per niente incompatibili, e quella che andiamo a leggere era già conosciuta in Germania e in Italia nel XIII secolo [9]. Malgrado la ricercatezza della sua forma, essa era incontestabilmente destinata al popolo [10], e non c'è forse paese la cui scrittura risalga al XIV secolo.

 

Note

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[1] A et B; nel nostro ms. troviamo: ex emeris ou exemeris (d'ἐξεμεναι?), che manca in tutti i glossari che abbiamo consultato.

[2] La leggenda alemanna segue più fedelmente la Bibbia, in cui si legge che Abramo li diede a Efron per acquistare il campo di Macpela: Genesi 23: Or Efron stava seduto in mezzo ai figli di Chet; ed Efron, l'Ittita, rispose ad Abraamo in presenza dei figli di Chet, di tutti quelli che entravano per la porta della sua città: 11 «No, mio signore, ascoltami! Io ti do il campo e ti do la grotta che vi si trova; te ne faccio dono, in presenza dei figli del mio popolo; seppellisci la salma». 12 Allora Abraamo s'inchinò davanti al popolo del paese 13 e, in presenza del popolo del paese, disse a Efron: «Ti prego, ascoltami! Ti darò il prezzo del campo, accettalo da me, e io seppellirò lì la salma». 14 Efron rispose ad Abraamo: 15 «Signor mio, ascoltami! Un pezzo di terreno di quattrocento sicli d'argento, che cos'è tra me e te? Seppellisci dunque la salma». 16 Abraamo diede ascolto a Efron e gli pesò il prezzo che egli aveva detto in presenza dei figli di Chet: quattrocento sicli d'argento, di buona moneta corrente sul mercato. Or Efron stava seduto in mezzo ai figli di Chet; ed Efron, l'Ittita, rispose ad Abraamo in presenza dei figli di Chet, di tutti quelli che entravano per la porta della sua città: 11 «No, mio signore, ascoltami! Io ti do il campo e ti do la grotta che vi si trova; te ne faccio dono, in presenza dei figli del mio popolo; seppellisci la salma». 12 Allora Abraamo s'inchinò davanti al popolo del paese 13 e, in presenza del popolo del paese, disse a Efron: «Ti prego, ascoltami! Ti darò il prezzo del campo, accettalo da me, e io seppellirò lì la salma». 14 Efron rispose ad Abraamo: 15 «Signor mio, ascoltami! Un pezzo di terreno di quattrocento sicli d'argento, che cos'è tra me e te? Seppellisci dunque la salma». 16 Abramo diede ascolto a Efron e gli pesò il prezzo che egli aveva detto in presenza dei figli di Chet: quattrocento sicli d'argento, di buona moneta corrente sul mercato.

Così Abramo potè seppellirvi la moglie Sara.

I quattrocento sicli nella leggenda si fanno corrispondere ai trenta denari.

[3] La leggenda alemanna lo spiega dicendo che i fratelli di Giuseppe se ne servirono per pagare il grano che essi andarono a comprare in Egitto, e aggiunge che Giuseppe li usò per comprare profumi per imbalsamare suo padre. La versione della Bibbia è ovviamente diversa.

[4] La leggenda alemanna dice che la Vergine li perse nella sua fuga in Egitto.

[5] Nel suo inno Ad lotionem pedum in coena Domini, Flavio arriva a definirlo nella strofa VII:

Trux lupe, Juda pessime.

Forse è causa prima della reputazione di perfidia e di cattiveria che lo avevano riempito di vergogna dureante il Medioevo. Come prima regola di condotta il re raccomanda a Ruodlieb (così si chiama nel poema:

Non tibi sit rufus unquam specialis amicus.

Framment iii , v. 452,

e si legge nel poema su Gerberto, pubblicato nell'Anzeiger, nel 1833, col. 188:

silvas linquetem, post haec scholas repetentem

Doctor derisit: Rufus es, hinc perfidus, inquit.

Questo giudizio naturale del Cristianesimo, sul falso discepolo che ha consegnato il Cristo ai suoi carnefici, non è comunque universale; si è preteso che Giuda fosse salvato, e si è arrivati perfino a ricercare pietosamente le sue spoglie; ved. Goezius, De culto Judae proditoris, Lubeck, 1713, in-4o.  ma siamo tentati di non dare a una simile opinione sulla base di fatti mal studiati o compresi: la sincerità del suo pentimento è essa stessa molto sospetta:

Ne de Judas n'alad-il issi,

veritez est que son seigneur vendi;

mais ne lìosat unkes crier merci,

a un seu pur duel se pendi.

Roman des romans, str. ccxli.

Egli ebbe l'orgoglio di  non chiedere perdono per il suo crimine o disperò della bontà di Dio, e questi due sentimenti sono al contempo opposti alle virtù e ai doveri di  un cristiano. Si sarà senza dubbio considerato Giuda come l'agente necessario della Passione che ha salvato il mondo, o lo si sarà rivestito per le sue sofferenze di una pietà molto più umana che cristiana. Tale è la causa di questa esclamazione che troviamo in un inno che sembra essere servito al culto:

O du armer Judas,

was hastu getan

das du unsern herren

also verraten hast?

Des mustu in der helle

immer leiden pein;

Lucifers geselle

mustu ewig sein. - Kyrieleison.

(Dans Rambach , Luthers Verdienst um den Kirchengesang, p. 113.)

In verità, come lo ha detto M. didron, Iconographie chrétienne, p. 160-166, qualche quadro lo rappresenta con un'aureola o corona di luce; ma si sa che anche Satana era qualche volta aureolato e se, come lo hanno creduto molti scrittori ecclesiastici (Santi Ireneo, Epifanio e Teodoreto) un vangelo gli fu relmente attribuito, egli era contrario al cristianesimo e la sua autorità non ha potuto essere ammessa che come  una setta assai ostile agli insegnamenti di Cristo, come quella dei Cainiti.

[6] Nel Gregorius uf dem Steine, de Hartmann von Der Aue, che ha una ispirazione tutta cristiana, il figlio e la madre conoscono i luoghi che li uniscono.

[7] Alia ibidem mulier degebat, cujus filius a Satana vexabatur. Hic, Judas nomine, quotiescunque Satanas iste illum corripiebat, quosvis praesentes dentibus appetebat, ac, si neminem juxta se inveniret, suas ipse manus et caetera membra morsu vexabat. Audiens ergo mater hujus miseri famam divae Mariae et filii ejus Jesu, surrexit propere, se filium suum Judam in ulnas sublatum ad dominam Mariam detulit. Interim Jacobus et Joses commodum Dominum Jesum infantem abduxerant, ut cum caeteris infantibus colluderent, se domo egressi consederant, et cum illis Dominus Jesus. Accedebat vero Judas obsessus, et ad dextram Jesu assidens, cum agitaret eum pro consuetudine sua Satanas, dentibus Dominum Jesum appetebat, et quoniam attingere non poterat, latus ipsius dextrum percutiebat, ita ut Jesus ploraret. Eademque hora fugiens exivit ex puero isto Satanas, cani rabido similis. Hic autem puer, qui Jesum percussit, et ex quo Satanas sub forma canis exivit, fuit Judas Ischariotes, qui illum Judaeis prodidit; et idem ejus latus, in quo percusserat illum Judas, Judaei lancea confixerunt; ch. xxxv.

[8] Lo si attribuisce a san Tommaso e se ne trovano tracce già in sant'Ireneo, sant'Epifanio, Origene e Eusebio, Historia ecclesiastica, lib. III, cap. 25.

[9] Il manoscritto riportato si trova presso la Biblioteca di Munich, e la scrittura ha i caratteri ordinari del XIII secolo; Jacopo da Varagine, che nacque nel 1230 e morì, arcivescovo di Genova nel 1298, aveva anche già raccolto queste tradizioni nel cap. XLV della Legenda aurea, che ha dedicato all'apostolo san Mattia.

[10] L'autore del poemetto lo dice lui stesso, v. 5, in termini che non lasciano il minimo dubbio:

et me, si quis amet, legat et per compita clamet.

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Ultimo aggiornamento: 01 giugno 2007