Edelestand Du Méril

 

Introduzione

a

Leggende di Pilato e di Giuda Iscariota

 

Traduzione di Giuseppe Bonghi

 

 

 

Edizione di riferimento:

Édélestand du Méril, Poésies populaires latines du Moyen Âge, Parigi 1847

Si segnala l'edizione fotomeccanica della Editrice Forni di Bologna del 1969

 

 

Non ci sono canti storici in cui tutti i caratteri della poesia popolare siano più marcati che nelle leggende con cui si svagavano nel tempo libero i nostri padri. Non parliamo qui di queste storielle morali che erano indirizzate allo spirito pratico del popolo e portavano con sé, il più naturalmente possibile, una regola di condotta volgare-popolare. Senza dubbio la loro popolarità era grande: forse un po' per ricordo delle parabole del Vangelo, esse erano divenute una spiegazione così necessaria dei precetti morali che i predicatori cercavano di emulare i giullari raccontandole austeramente dal pulpito [1]; ma nessuno aveva la bontà di credervi: le si prendeva per semplici favole [2]. Questi brevi racconti drammatici non avevano nulla di nazionale e nemmeno di europeo: il più delle volte gli Ebrei le portavano dall'Oriente, in cui l'immaginazione più timida e più sognante rispetto a quella dei popoli in cui la vita sociale si è sviluppata con le sue necessità di coraggio e di spirito positivo trovava compiacimento nel senso sempre un po' misterioso degli apologhi. Parliamo di quelle leggende religiose il cui vero significato si vela per la miopia di d'una credulità troppo semplice e per la cecità d'un filosofismo ristretto, ma in cui si ritrova, quando la si sa comprendere, tutta l'intelligenza, e diremo anche tutta la fede dei primi secoli cristiani.

Considerare le leggende come opere dell'immaginazione popolare non significa attentare alla loro venerazione scoprendo che in realtà si tratta solo di pietose superstizioni. Se il poeta che compone opere individuali produce facilmente delle finzioni, un popolo intero non saprebbe immaginare che delle verità: perché non esiste né azzardo né capriccio nelle sue immaginazioni: i suoi sentimenti si legano alla sua civiltà e le sue idee alla sua storia. Questa è la causa del grande interesse che si lega alle favole puramente mitologiche, quand'anche esse appartengano completamente al passato tanto da non apparirci più che ridicole. Sotto questa forma antipatica alla nostra ragione, si nasconde un'idea degna di tutta la nostra attenzione, perché lo spirito del suo tempo vi si è riflesso come in specchi che concentrano raggi luminosi. È per questo che alcune di queste leggende troviamo che siano di una semplicità quasi puerile, i cui dettagli, spogliati d'ogni interesse, si riprodurrebbero venti vole sotto i nostri senza risvegliare la nostra attenzione: malgrado questa indignificanza apparente, esse contengono necessariamente qualche idea generale e profonda esse sono pervenute a noi attraverso una lunga serie di generazioni.

La comprensione dunque delle leggende pietose attiene alla filosofia della storia quasi allo stesso modo che alla storia della poesia; ma esse hanno purtroppo origini troppo diverse e troppo molteplici per lasciarsi riportare a una unità sistematica che venga affermata come l'ultima parola della scienza quando invece non se ne conosce che la metà delle cose. In un rispetto ben poco chiarito, credenti timorati, di giorno in giorno più rari, le accettanto ingenuamente come storie autentiche, che sentimenti troppo vivi hanno potuto abbellire di certi ornamenti, ma ne conservano sempre la purezza della tradizione e la verità dei fatti. All'estremità opposta, sedicenti pensatori negano ogni base storica ai fatti leggendari: per loro non sono che una spirituale traduzione du qualche idea troppo semplice e grossonala per essere lasciata senza veli. Essi riconoscono a priori che agli albori dei popoli, al momento in cui le credenze religiose si elaborano, le sottigliezze del bello spirito hanno più vita e più potenza che le continue esagerazioni dela paura e della speranza.. Ciò non è molto per questi spiriti fort di prendere, come fa ad esempio Dupuis, le cieche credulità d'un popolo-fanciullo per un completo sistena d'astronomia; se mai la verità osa essere così ingegnosa come un'opera di dell'immaginazione, se la memoria dell'Umanità non è così passiva come una pressa litografica che riproduce invariabilmente la stessa immagine finché i contorni non siano cancellati e il disegno interamente scomparso, essi accusano la leggenda d'essere in flagrante delitto di racconto e ne concludono la radicale impossibilità di tutti i fatti ch'essa attesta. La caricatura di questo sistema di critica ha portato alle sapienti egazioni del dottor Strauss e a quest'altra elucubrazione di una logica buffona, in cui è incontrastabilmente dimostrato che Napoleone è un mito ingegnoso che non ha mai avuto un'esistenza storica.

La più semplice riflessione tuttavia fu sufficiente per apprenderle: queste spiegazioni assolute non si adatterebbero a tutti i periodi della storia delle leggende. Dapprima si crede ingenuamente e senza esame a tutti i racconti devoti, tutte le ciarle della tradizione e si ripetono in modo sciocco fatti impossibili che si vuole rendere più venerabili con un eccesso di impossibilità: è l'epoca della fede bruta e d'un meraviglioso che non transige né con le esigenze della ragione né con le luci dell'esperienza. Ben presto lo spirito critico si sveglia; e avendo rispetto dei fatti, le completa; si immaginano supposizioni storiche che danno una sorta di spiegazione a prodigi troppo incredibili, e li si afferma come fatti accertati come gli altri. Infine lo scetticismo si attacca alla credenza stessa; rigetta tutte le circostanze che non sembrano sufficientemente prosaiche, e prende avvenimenti reali per pure idee di cui cerca di perfezionare l'espressione per mezzo di nuove allegorie. La storia diviene l'involucro del mito, e si finisce, con la forza dello spirito, per prestare un senso occulto e simbolico ai racconti, senza scopi reconditi d'un testimone oculare.

Senza dubbio, però, certi dettagli delle leggende non devono essere intesi in un senso letterale; sono metafore in azione in cui l'immaginazione esprime fatti reali con tutti i colori della poesia. Così in quei ferri dei prigionieri che si staccavano da sé davanti a San Medardo, si riconosce agevolmente la sua sollecitudine a riscattare i prigionieri. Lo zelo infaticabile di San Martino nel distruggere l'idolatria fa cadere il fuoco dal cielo sui templi dei falsi dei. Se, con una croce e un'ascia in mano, San Gallo porta le idee cristiane fin nella solitudine delle foreste, il biografo racconta nel suo stile figurato ch'egli faceva fuggire gli animali selvaggi davanti al segno della croce. Il popolo mette a confronto la purezza dell'anima delle vergini col bianco delle colombe e una immaginazione più ardita fa volare l'anima di Santa Eulalia al cielo sotto forma d'una bianca colomba [3]. Che negli ardori di una carità potente qualche santo sia pervenuto ad alleggerire le disgrazie che le invasioni portavano dietro di sé, la riconoscenza del popolo si compiace di ripetere che essi hanno arrestato i Barbari [4]. Non ci sono poesie profane che non abbondino di simili arditezze di linguaggio; ma non è meno pericoloso di arrivare dopo un lungo corso di secoli a distinguere le metafore dei poeti dai racconti candidi dello storico. Perché la vita d'un santo divenisse il centro di una tradizione popolare, c'è stato bisogno che una grande fama di santità e la memoria di fatti meravigliosi predisponessero a raccogliere favorevolmente nuove meraviglie, e la critica più perspicace non può dire con certezza dove cessano i dati della biografia e dove gli abbellimenti della poesia cominciano.

Queste modificazioni poetiche, di cui il primo pensiero è l'ornamento della forma, non sono i solo che bisogna riconoscere. Forse nei tempi in cui la fede è attiva e potente, non è un solo avvenimento di cui il popolo abbia conservato la memoria che non si sia insensibilmente subordinato alle credenze, e non abbia finito per divenirne una conseguenza necessaria. Non si crederebbe  di poter comprendere la storia se i luoghi che la riannodano alla religione non sembravano evidenti a tutte le intelligenze e ciascuno le concepisce a modo suo, grossolanamente materiale o puramente provvidenziale, seguendo la natura e le abitudini del suo pensiero. Tale è la causa di questa varietà di tradizioni, che sembrerebbe così male a proposito, a qualche scrittore prevenuto, un testimone involontario dell'incertezza dei fatti. Questa conseguenza inintelligente non approderebbe a nulla se non a uno scetticismo universale: perché gli avvenimenti più strettamente legati con la religione preoccupano maggiormente le immaginazioni, e sono per questo sottomesse alle modificazioni più diverse.

Nei primi secoli del Cristianesimo, i quattro vangeli autentici non potevano bastare all'avidità di conoscere tutto ciò che si riferiva al passaggio di Cristo sulla terra. Innumerevoli tradizioni, attribuite ai testimoni più degni di fiducia, conservavano pietosamente il preteso ricordo di azioni incredibili e di parole senza importanza [5]. Soprattutto le circostanze meno importanti della Passione erano raccolte con una venerazione superstiziosa, e ci si compiaceva ad attribuire un carattere mitico a oggetti materiali, completamente insignificanti in se stessi. Si considerava il legno della croce come santificato dopo tanto tempo per mezzo dei misteri dell'Antico Testamento. Era l'albero della scienza i cui frutti avevano causato la disobbedienza del nostro primo padre; Jetro [6] vi aveva tagliato il bastone che metteva alla prova i pretendenti che aspiravano alla mano di sua figlia, e Aronne la bacchetta meravigliosa con la quale vinse i maghi dell'Egitto [7]. E fu al suo tronco che Mosè aveva legato il serpente la cui sola vista guariva le ferite degli Ebrei, e tutti gli sforzi di Salomone per farlo entrare nella costruzione del suo tempio erano rimasti vani [8]. I trenta denari stessi, il prezzo del sangue del giusto, ebbero una storia leggendaria che Goffredo da Viterbo ha rispettosamente nel suo Pantheon.

 

Leggenda dei trenta denari

 

Tutti i personaggi che avevano concorso attivamente al grande dramma della Passione, divennero il soggetto di una leggenda in rapporto con il ruolo avevano avuto. Si prova piacere ad accumulare sulla memoria di Giuda tutti i crimini che avrebbero potuto renderlo odioso [9]; diventa un pusillanime ingrato, un omicida, un ladro, un parricida e il marito della sua stessa madre. Vi è dentro, certamente un ricordo ancora vivente del mito di Edipo, o perlomeno un residuo delle credenze dal paganesimo alla fatalità he devono essere molto antiche perché Giuda nn conobbe né suo padre né sua madre, e sono i riguardi con cui si vuole farlo sfuggire al suo destino e che ne preparano il compimento [10]. Tuttavia questa leggenda è completamente contraria a un passaggio del Vangelo dell'Infanzia [11], che era già divenuto popolare in un'epoca molto antica[12], e noi non ne conosciamo alcuna traccia anche nel XII secolo; ma, e ne daremo presto una nuova prova, tradizioni contrarie non erano per niente incompatibili, e quella che andiamo a leggere era già conosciuta in Germania e in Italia nel XIII secolo [13]. Malgrado la ricercatezza della sua forma, essa era incontestabilmente destinata al popolo [14], e non c'è forse paese la cui scrittura risalga al XIV secolo.

 

Note

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[1] Se ne facevano anche delle collezioni ad uso dei predicatori, come il Promptuarium exemplorum de Herolt, e la Summa praedicantium de Jobannes de Bromyard; vedere anche la Disciplina clericalis di Petrus Alfonsi, le Gesta Romanorum moralizzate e tutte le versioni del Romanzo dei Sette Saggi. Herolt dice, nel prologo della raccolta che citiamo sempre, che San Domenico abundabat esemplis e Vincent de Beauvais dice che i predicatori raccontavano dal pulpito perfino le favole di Esopo. Gli scrittori che non erano puramente morali ricnoscevano la benefica influenza di questo uso; così, per esempio, si legge all'inizio di de Haveloc le Danois:

Volenters deveroit l'om oir

et reconter et retenir

Le. nobles fez anciens ,

et les prouesces, et les biens ;

Essamples prendre et remembrer,

pur les frans homes amender.

Qualche volta i predicatori cercavano anche di divertire  il loro uditorio con storielle  spassose, un uso che si è conservato per lungo tempo in Germania il giornodi Pasqua. (vedi Convivalium liber).

[2] Durante il Medioevo si ricordavano abitualmente le favole degli Exempla /Exemples, Ensiemplo, Bispel il Discipulus nella raccolta di Herolt, ecc.

[3]                          In figure de colomb volat a ciel

dit le cantique roman publié dans l'Elonensia p. 6. Prudentius, Περι στεφανον hymn. Ix, v. 161, aveva già detto:

Emicat inde colomba repens;

Martyris os, nive candidior,

Visa relinquere et astram sequi

Spiritus hic erat Eulaliae,

Lacteolus, celer, innocuus.

Vedere anche gli Acta Sanctorum, xiii genn., p. 764 ; iii feb., p. 553; xv marzo, p. 391; etc. Gli antichi dicevano già che al momento della morte le anime s'involavano come un sogno (Odissea, XI, 222)

[4] Così questo miracolo si è sovente ripetuto; lo si attribuisce ugualmente a Santa Genoveffa, al papa san Leone, a san Germano il Bretone, ecc.

[5] Non ne resta che tre soli: il Protovangelo di san Giacomo, il Vangelo dell'infanzia o di san Tommaso,  il Vangelo di Nicodemo, che viene designato anche come Atti di Pilato; ma se ne conoscono in maniera certa almeno altri cinquanta, attribuiti agli apostoli e ai discepoli che meglio dovevano conoscere la vita di Gesù Cristo: Pietro, Paolo, Filippo, Mattia, Taddeo, Giacomo minore, Andrea, ecc.

[6] padre di sette figlie, tra cui Sefora che diventerà moglie di Mosè (Esodo)

[7] Nella sua prosa sulla croce, Adam de Saint Victor sembra attribuire la stessa origine alla bacchetta di Mosè:

Non sunt nova sacrementa ,

nec recenter est inventa

crucis haec religio:

ista dulces equas fecit ;

per hanc silex aquas jecit.

Moysi officio.

[8] Adelphus racconta così questa tradizione: Cum Adam moriturus esset, misit filium suum Seth ad angelum custodem paradysi, ut daret ei lignum scientiae boni et mali de arbore vitae in quo peccasset. Et angelus dedit sibi ramum. Et cum filius portasset ad patrem, ipse erat mortuus. Qui cum eum reperisset vita functum plantavit ramum super sepulcrum patris. Et, decursis multis retro temporibus, cum Salomo aedificaret templum Domini, abscisa fuit arbor illa, quae non potuit ad aliquam templi patrem coaptari: quare ponebatur super flumen pro transitu. Et postea venit regina de Saba cum donis et muneribus; videns hoc lignum, pedibus transire noluit quia cognovit redemptorem mundi passurum in hoc ligno.... Post multum autem temporis, Judaei, hoc lignum accipientes, projecerunt in locum putridum, ubi facta fuit piscina; in quam angelus descendit secundum tempus et movebat aquas piscinae, et sanabatur ibi qui primo ingressus erat, ut habetur Johannis cap. v. Et ibi remansit adusque tempus dominicae Passionis; (Daniel, Thesaurus hymnologicus, t. II , p. 80.)

[10]

Nel suo inno Ad lotionem pedum i n coena Domini, Flavio arriva a definirlo nella strofa VII:

Trux lupe, Juda pessime.

Forse è causa prima della reputazione diperfidia e di cattiveria che lo avevano riempito di vergogna dureante il Medioevo. Come prima regola di condotta il re accomanda a a Ruodlieb (così si chiama nel poema:

Non tibi sit rufus unquam specialis amicus. Framment iii , v. 452,

e si legge nel poema su Gerberto, pubblicato nellænzeiger, nel 1833, col. 188:

silvas linquetem, post haec scholas repetentem

Doctor derisit: Rufus es, hinc perfidus, inquit.

Questo giudizio naturale del Cristianesimo, sul falso discepolo che ha consegnato il Cristo ai suoi carnefici, non è comunque universale; si è preteso che Giuda fosse salvato,, e si è arrivati perfino a ricercare pietosamente le sue spoglie; vedete Goezius, De culto Judae proditoris, Lubeck, 1713, in-4o. ma siamo tentati di non dare a una simile opinione cha la base di fatti mal studiati o compresi: la sincerità del suo pentimento è essa stessa molto sospetta:

Ne de Judas n'alad-il issi,

veritez est que son seigneur vendi;

mais ne lìosat unkes crier merci,

a un seu pur duel se pendi.

     Roman des romans, str. ccxli.

Egli ebbe l'orgoglio di non chiedere perdono per il suo crimine o disperò della bontà di Dio, e questi due sentimenti sono al contempo opposti alle virtù e ai doveri di un cristiano. Si sarà senza dubbio considerato Giuda come l'agente necessario della Passione che ha salvato il mondo, o lo si sarà rivestito per le sue sofferenze di una pietà molto più umana che cristiana. Tale è la causa di questa esclamazione che troviamo in un inno che sembra essere servito al culto:

O du armer Judas,

was hastu getan

das du unsern herren

also verraten hast?

Des mustu in der helle

immer leiden pein;

Lucifers geselle

mustu ewig sein. - Kyrieleison.

(Dans Rambach , Luthers Vrdienst um den Kirchengesang, p. 113.)

In verità, come lo ha detto M. didron, Iconographie chrétienne, p. 160-166, qualche quadro lo rappresenta con un'aureola o corona di luce; ma si sa che anche Satana era qualche volta aureolato e se, come lo hanno creduto molti scrittori ecclesiastici /Santi Ireneo, Epifanio e Teodoreto) un vangeli gli fu relmente attribuito, egli era contrario al cristianesimo e la sua autorità non ha potuto essere ammessa che come una setta assai ostile agli insegnamenti di Cristo, come quella dei Cainiti.

[11] Nel Gregorius uf dem Steine, de Hartmann von Der Aue, che ha una ispirazione tutta cristiana, il figlio e la madre conoscono i luoghi che li uniscono.

[12] Alia ibidem mulier degebat, cujus filius a Satana vexabatur. Hic, Judas no­mine, quotiescunque Satanas iste illum corripiebat, quosvis praesentes dentibus appetebat, ac, si neminem juxta se inveniret, suas ipse manus et caetera membra morsu vexabat. Audiens ergo mater hujus miseri famam divae Mariae et filii ejus Jesu, surrexit propere, se filium suum Judam in ulnas sublatum ad dominam Mariam detulit. Interim Jacobus et Joses commodum Dominum Jesum infantem abduxerant, ut cum caeteris infantibus colluderent, se domo egressi consederant, et cum illis Dominus Jesus. Accedebat vero Judas obsessus, et ad dextrum Jesu assidens, cum agitaret eum pro consuetudine sua Satanas, dentibus Dominum Jesum appetebat, et quoniam attingere non poterat, latus ipsius dextrum percutiebat, ita ut Jesus ploraret. Eademque hora fugiens exivit ex puero isto Satanas, cani rabido similis. Hic autem puer, qui Jesurn percussit, et ex quo Satanas sub forma canis exivit, fuit Judas Ischariotes, qui illum Judaeis prodidit; et idem ejus latus, in quo percusserat illum Judas, Judaei lancea confixerunt;ch. xxxv.

[13] Lo si attribuisce a san Tommaso e se ne trovano tracce già in sant'Ireneo, sant'Epifanio, Origene e Eusebio, Historia ecclesiastica, lib. III, cap. 25.

[14] Il manoscritto riportato si trova presso la Biblioteca di Munich, e la scrittura ha i caratteri ordinari del XIII secolo; Jacopo da Varagine, che nacque nel 1230 e morì, arcivescovo di Genova nel 1298, aveva anche già raccolto queste tradizioni nel cap. XLV della Legenda aurea, che ha dedicato all'apostolo san Mattia.

[15] L'autore del poemetto lo dice lui stesso, v. 5, in termini che non lasciano il minimo dubbio:

et me, si quis amet, legat et per compita clamet.

 

 

Indice Biblioteca Indice: La leggenda di Giuda 

© 2003 - prof. Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 maggio 2004