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Edizione di riferimento:
Il sonaglio delle donne, composto da Bernardo Giambullari fiorentino, Leida 1823, presso G. Van-Der Bet [Si vende in Livorno presso Glauco Masi.]
Riproducesi pe’ torchi del Van-der Bet un graziosissimo poemetto di Bernardino Giambulari, di che si hanno soltanto edizioni antiche, oggidì fatte rarissime. Non meno alle gaie brigate, che agli amatori del colto favellare Toscano intendesi rendere servigio per questa pubblicazione, la quale al dilettevole trattenimento sempre unisce il vaghissimo dire. Tre sono le edizioni, che ne ebbi a mano, e sarà pregio dell’opera il qui descriverle per lume della bibliografia. La prima consiste in un libretto di quattro carte, stampato di carattere tondo, e della forma di quarto piccolo; mancanvi non meno le indicazioni dello stampatore, del luogo, e dell’anno dell’impressione, che le numerazioni delle pagine, e le lettere di richiamo a piè delle medesime . Il titolo ne è il seguente.
Sotto a questo titolo è la Stampa di un intaglio in legno con sui figure, e dopo la stampa comincia subito il poemetto col verso
Diva fortuna la onde procede;
la sua chiusa poi ha quest’altro verso
Fornita è questa storia al vostro onore .
Le stanze che lo compongono sono in numero di ottanta.
Questa edizione fu interamente ignorata da’ bibliografi, almeno non fanno di essa menzione né il Catalogo della libreria Capponi, né il Quadrio, né l’Haym, né il Crescimbeni, né il Fontanini, né il Cinelli, né il Poccianti, né il P. Negri, né il Moreni, ed ora esiste nella doviziosissima biblioteca di S. A. I. R. il Serenissimo Ferdinando terzo Granduca di Toscana. Si riprodusse in Lucca pel Ciufietti col titolo
Sotto a questo titolo è la stampa di un intaglio in legno con quattro figure, e a piè di pagina vi è impresso
In Lucca per il Ciuffetti con licenza de’ superiori.
Questo libretto esistente in Firenze nella Biblioteca Ricrai diana , ove è inserito nella Miscellanea di Rappresentazioni e oratori) N. 228., è di quattro carte in forma di quarto piccolo, e di carattere tondo. Vi manca l’indicazione dell’anno dell’ impressione , che tuttavia si scorge essere la più recente delle tre vedute da me, e mancanvi i numeri delle pagine ; ma a piè di pagina della carta seconda è la lettera di richiamo A 2. Il poemetto principia dietro al frontispizio col verso
viva fontana laonde procede,
ed ha per chiusa il verso
E la donna traversa col bastone.
Egli è vero che in questa ristampa si è seguitata l’edizione dianzi per me descritta, ma vi si introdussero non pochi grossolani errori, e si tralasciarono tre stanze.
E pare che l’autore del Catalogo della libreria Capponi p. 186. 187. ed il Quadrio nel volume quarto della storia e della ragione d’ogni poesia p. 212. di questa Lucchese edizione intendessero parlare, perchè ne riferiscono il medesimo principio
Viva fontana laonde procede ;
ma a quale edizione alluda la Biblioteca Italiana del Haym (Milano 1771. in quarto tom. 1. p. 218.), non è ovvio il dirlo, perchè non vi è alcun contrassegno di distinzione; e pare piuttosto, che vi si riferisca il titolo d’ un libro, copiato da altro catalogo.
Questo stesso grazioso poemetto, prima assai che a Lucca pel Ciuffetti, fu riprodotto in Siena con notabilissimi cambiamenti, nella solita forma di quarto piccolo, ed in carattere tondo; il titolo, che si diede a questa edizione, fu il seguente:
Sotto a questo titolo è rappresentato un piccolo sonaglio, di poi viene un’altra stampa di un intaglio in legno con molte figure, e a piè di pagina leggesi
Manca l’indicazione dell’ anno della Stampa, ed il nome dello stampatore. Il rovescio del frontispizio è in bianco; quivi pure fu ommessa la numerazione delle pagine, ed il poemetto comincia alla carta, che ha il richiamo A a., con questo verso
Non per gloria acquistar Parnaso invoco,
e finisce alla pagina anteriore della quarta carta col verso
Che chi tosto erra a bell’agio si pente .
Un’altra stampa di un intaglio in legno con figure è posta sotto a questo fine, e bizzarra è quella, che parimente vedesi nel rovescio della stessa carta, rappresentante una donna, che con fune tirasi dietro due uomini legati pel naso.
Nemmeno quest’edizione è rammentata da’ bibliografi, e segnatamente da quelli, che addussi parlando della prima. Essa è sopra tutto singolare per le non poche mutazioni, ohe sono state introdotte nel poemetto, delle quali si avrà più ampia contezza per via delle varianti, da me aggiunte. Dal novero delle stanze poi risulta, che in questa ne sono cinque di meno della prima. Trovasi essa pure nella splendida biblioteca di S. A. I. R. il Granduca di Toscana.
Nel catalogo della Capponiana, nel Quadrio, e nel Haym parlasi di un’edizione del presente poemetto fatta in Siena alla loggia del Papa 1611. in quarto, quale a noi non accadde vedere, e forse questa è una ristampa dell’edizione di Siena testé descritta.
Pertanto volendo io essere esatto, mi pregio riprodurre il testo della prima edizione, a cui ho aggiunto la numerazione delle stanze, perchè più facilmente si conoscano, i luoghi, cui le varianti delle due altre edizioni corrispondono . Di queste due edizioni poi mi sono giovato per emendare il testo della prima, ove è abbisognato, lo che però è avvenuto di rado, e il più delle volte con poche mutazioni di lettere più che di parole. Che se all’antica ortografia del testo ho sostituito la moderna, non per questo ho alterato l’integrità di lui, e solamente ho adoperato così per agevolarti, o cortese lettore, ogni maniera di diletto.
A. B.
Diva fortuna, laonde procede
Ogni virtude, scienza, ed ingegno
Chi non ricorre alla tua gran mercede,
E non invoca il tuo aiuto degno.
D’ alcun principio mai buon fine vede,
Nè dà perfezione a alcun disegno,
Ed è come voler volar senz’ ale
Senza il tuo aiuto, Re celestiale .
E perchè spero nella tua clemenza,
Ricorro a te pel tuo aiuto divino,
E sopra tutto pieno di eccellenza.
Deh! non guardar al mio fragil destino;
Dona alla mente mia tanta scienza ,
Che con parlar onesto, e peregrino
Fia questa storia a ciascun dilettevole,
Quanto la mente mia brama, e piacevole,
Per raffrenar alquanto la superbia
Del sesso femminil tanto fallace,
Il quale a comportare [2] è cosa acerba,
Benché nel primo moto a ciascun piace.
Ma chi guaterà ben ciascuna verba [3],
Terrà quest’opra una cosa verace
Per buon esempio di chi ha a tor [4] moglie,
Perchè egli intenda prima ben chi toglie. [5]
Come si trova in un degno trattato
Del filosofo dotto, e singolare
Silvio, che fu un tratto domandato
Per quel, che moglie ne volea pigliare,
Silvio si ebbe per risposta dato,
Che piuttosto voleva maritare
L’altrui figliuolo, che farsi subbietto
D’un animal, che è pien d’ogni difetto.
Di poi un suo amico il dimandoe
Del suo consiglio, se toglieva moglie,
E non gli disse di sì , nè di noe;
per dar freno alquanto alle sue voglie,
Sopra lor vizii alquanto si pensoe,
Ed in un sunto parte ne raccoglie,
Bench’ogni lor magagna non gli disse,
Ma buona parte, e le più vere scrisse.
Questo Silvio filosofo fu dotto,
E vide molto nell’astrologia,
Ed in ogni scienza, e gran ridotto [6]
Fece de’ libri, non disse bugia;
Fra quai questo trattato ebbe condotto,
Piccolo è vero, e poi sì lo porgia
Al suo amico, e questo fu il consiglio
Per scamparlo da sì gran periglio [7].
Quando fu prima il mondo edificato
Interamente di tutte le cose,
Ed a ciascuna cosa l’ordin dato
Di tante nobiltà meravigliose:
Iddio per farlo più degno, ed ornato,
Di crear l’uomo al tutto si dispose;
Simile a se lo fè per grande amore ,
E d’ogni cosa poi lo fè signore,
Eccetto che del suo superno regno,
E poi gli volse dar la compagnia;
E perchè l’uom di lei era più degno
Sopra di lei gli diè la signoria,
E trassela di lui [8] col santo segno
Per suo aiuto, e vuol che serva sia
La donna all’uom però [9] di lui la trasse
Perchè la donna l’uom non superasse
Fatto che l’uom del mondo fu signore
Fè molte leggi nobili, e perfette
Sopra il ben viver senza alcun errore,
Consideratamente, e ben corrette.
Fra le quali di questa odi il tenore,
Che alla donna il morso [10] in bocca mette,
Che come serva le convien parlare
Là, dov’è l’uom, quand’ella nulla ha a fare.
E questo fece, perchè la natura
Ne conobbe da poco, e sì leggieri;
E perchè l’uomo non stesse a sua cura,
Fu necessaria cosa a tal mestieri.
La donna non ha in sè niuna misura,
Ed è tanto sfrenata in suo’ pensieri,
Che la non pensa più là, che la voglia,
Ed è stabile men, che al vento foglia. [11]
Ma io mi meraviglio ben di molti
Ismemorati, e persone bestiale,
Che per lor dappocaggin son sì stolti,
Che fan contra la legge imperiale;
Tanto sono accecati, e tanto involti
Nel lor fetido amor micidiale [12],
Che gli hanno le lor donne uomini fatte,
Lor vili femminelle, cieche, e matte.
Ma tutto questo avvien per gran viltade
Dell’uomo, e poco senno della moglie;
Perocché male stan quelle contrade,
O quelle case, dove questo incoglie,
Che la donna con sua sagacitade
Ministri, e faccia tutte le sue voglie,
E il bando da sua parte è ubbidito:
Che tristo faccia Dio simil marito.
Figliuol, tu mi domandi di parere,
Se tu debbi tor moglie o sì, o no:
Nota le mie parole, che è dovere,
E gusta ben, se il vero i’ ti dirò;
Se tu ti senti sano, e da potere
Far le bisogna, questo io non lo so:
Nota le parti [13], che aver ti bisogna,
Se non ne vuoi aver danno, e vergogna.
Giovane, e bel quest’è la prima parte,
Ricco, e in amore di tutti li tuoi,
E della patria tua, e di tua arte arte,
Forte e gagliardo: così tor la puoi.
Ma se tu vien leggendo queste carte,
Maraviglia mi fo, se tu la vuoi:
Se tutte queste parti in te non hai
Per mio consiglio tu non la torrai.
Se pur di torla tu deliberassi,
Vorrei, che a questo tu antivedessi:
Prima, che tu ti leghi, tu cercassi
Di sua nazione, e l’essere intendessi,
E di sua condizion tu t’informassi,
E se sia buona o bella, tu il sapessi;
E se ciascuna parte in lei non corre [16],
Per mio consiglio, figliuol, non la torre.
E se pur tu mi dicessi io la voglio,
Perchè son ricco, e vo’ dopo mia morte
Avere a chi lasciare, io non ti stoglio [17]
Dal tuo voler, ma e’ m’incresce forte
Di te, figliuolo, e di questo mi doglio,
Che tu ti metta nell’infernal porte.
Chi ti sicura, se figliuoli arai,
O se sian tua, o d’ altri non saprai.
Stu mi dicessi io son deliberato
Voler tor moglie per esser servito,
Perchè la casa , ed io sia governato,
E quando avessi male, a ognun partito:
A questo mi parresti smemorato .
Chi mi sicura pazzo scimunito,
Che tu non abbi da servire lei!
E però non la tor, ch’ i’ non vorrei.
Stu [18] dicessi io la voglio in ogni modo,
Perchè qualche figliuolo ella mi faccia,
Perchè il mondo non manchi, i’ te ne lodo;
Ma tu mi pari una soda [19] bestiaccia,
E per la tua pazzia mi struggo, e rodo,
Se tu credi, che il mondo si disfaccia,
Chi il fece, ben lo saprà mantenere;
Per questo non la torre al mio parere.
Se tu dicessi i’ ne son biasimato,
E sto pur male, e vivo malcontento:
A questo ti rispondo, o smemorato,
Che gli è me’ fare una morte, che cento.
Male starai tu poi sendo legato,
E parratti la donna un gran tormento;
Tu non se’ il primo, e il sezzo [20] non sarai;
Per mio consiglio tu non la tor mai.
E se tu mi dicessi, io credo certo,
Che se la toglio, m’abbatterò bene:
A questo ti rispondo bene aperto,
Che tu mi pari uscito fuor di tene:
Che tu sta’ bene, e cerchi esser diserto,
E di legarti in sempiterne pene;
Che non è bestia sì diversa al mondo:
La donna è proprio un sacco senza fondo.
Chi mai non s’empie sua voglia insaziabile,
tutte sue cose vanno a volontà,
E non è mai a niuna cosa stabile;
Ed a vista egli toglie, ogni uomo il sa,
A vita questa gioia tanto amabile,
E non si può per niuna quantità
D’oro, o d’argento farne niun contratto,
E però non la tor, che tu se’ matto.
Non sa’ tu, che se un vuol comperare
Asino, o bove, o muletto, o ronzino,
Prima che il paghi, lo vorrà provare,
Se ben valesse manco d’un fiorino,
E vender mille volte e barattare
Lo può a suo voler sera, e mattino.
Se tu ti leghi qui non ti puo’ sciorre,
Sicché per mio consiglio non la torre,
E se tu pur deliberi volella,
E tu t’abbatta bene, ch’ è incredibile,
Di parentado, e gran dote con ella,
E con tutte le parti, ch’è possibile:
Se tu vorrai aver pace con ella,
Esser ti converrà molto arrendibile;
Per aver pace con la donna tua
Ti farai servo della gente sua.
Tu non arai a contentar pur una,
Ma la suocera tua, e le sorelle
De la tua donna; e tua madre importuna
A te farassi con mille novelle
Per esser poi tenuta da ogniuna
Amorevole suocera di quelle,
E più che l’altre gli farà stranezze
Per dimostrare alla nuora carezze.
Se la tua donna arà padre, o fratelli,
O carnali cugini, o niun parente,
Se di niente ti richiedon quelli,
E che tu non li serva pienamente,
Dirà, che tu non degni di vedelli,
E che non gli abbi in capital niente,
E il simigliante, e peggio a’ tua farae,
E lor nimica, e tua diventerae.
Se tu hai donna, ed hai un buon amico,
Che per l’utile tuo ben ti consiglia,
Se parla contro lei, mortal nemico
Se lo riputa, e borbotta, e bisbiglia,
E non estima te, né lui un fico,
Anzi risponde gonfiando le ciglia;
E per amor di lei tu lasci lui.
E però non la tor, credi a costui.
Se tu l’arai, e non faccia figliuoli,
Ti sapià dir, che tu non sia da nulla,
E per levarsi dal cor simil duoli
Con altri, che con teco, si trastulla
Con mille inganni, e con mille lacciuoli,
E sempre pare a lei esser fanciulla;
Perchè se le mancasse quel marito,
La non vuol parer vecchia a niun partito.
Se tu la togli, e per disavventura
Ella meni figliuoli in quantità,
Ti parrà una cosa atroce, e oscura
Quanto per questo ti molesterà
Dicendo: «Chi sare’ stata alla dura [21],
Quanto son io, a questa avversità:
Qual fante, o quale schiava, o quale amica
Sopporterebbe mai tanta fatica!
Io t’ho condutto sì bella brigata,
Che una regina doveresti farmi,
E peggio che una schiava son trattata.
Non ti vergogni tu così mandarmi!»
Se tu non la contenti, indiavolata
Si starà sempre, e però meglio parmi,
Amico, se non vuoi far mille morte,
Non ti condurre a così fatta sorte.
Se tu la togli, e tu abbi figliuoli
Femmine, o maschi, e tu vedi lor male
Tu n’arai tanta pena, e tanti duoli,
Che mai in vita n’avesti altri tale,
E spender ti convien, più che non suoli:
E se ti muojon, non è duolo eguale
Simile a quello; e però ti conforto,
Che tu non ti conduca in sì mal porto.
E se tu hai figlioli, e fien cattivi,
Quanti dolori, e pensier ti daranno!
E’ li vorresti aver morti, e non vivi,
Ma per tua penitenzia viveranno.
Parrà mille anni a lor, che Dio ti privi
Di vita per mandare a saccomanno [22]
La roba, che per lor raguni, e serri;
Però se tu la to’, par che tu erri.
E se tu hai figliuoli, e tu gli ammogli,
Di pochi mesi, che l’aran menata,
Vorrannosi partire, e che tu spogli
La casa tua, ch’ è sì bene adornata,
A tuo dispetto convien, che tu vogli.
In tua vecchiezza in vita disperata
Ti trovi per aver voluto moglie:
Però è matto ciascun, che la toglie.
Se hai figliuoli, ed hai qualche fanciulla,
innanzi che tu l’abbi maritata,
insino a qui non hai pensato a nulla,
Ti darà da pensare ogni giornata.
Chi n’ha qualcuna, mai non si trastulla,
Insino a tanto che l’ abbi alluogata [23]:
E se l’alluoga mal, gran duolo è quello,
E però non la tor, Figliuol mio bello.
Se tu dicessi: Io vo’ moglie pigliare
Per non avere a star in adultero:
Sappi, che molto più si può peccare
Con la sua donna sendo a tal mistero;
Che con quelle mani d’altrui non si può fare
Così comodamente il suo pensiero:
E meglio è far un peccato, che cento,
E però non la tor deh! sia contento.
Se tu hai donna, e qualche male appigli,
E’ sare’ me’ , che tu fussi malato
Con tutta la tua casa , e tutti i figli.
Tanti sergenti vuol da ogni lato,
E non le basta le fante, e famigli,
Ch’ella vuol tutto quanto il vicinato,
E ’l parentado, e medici, e confetti,
Che si possino aver, che sian perfetti.
E in poco tempo ti verrà a disfare,
E se non fai così, ti fa vergogna:
Dirà, che tu non le abbia a capitare,
E che la mente tua brama, ed aggogna
Dinanzi a te potersela levare;
Ma per dispetto tuo senza menzogna
Viverà più di te per tuo tormento:
E però non la tor deh! sia contento.
Se tu hai donna, e troviti ammalato,
Subitamente la fa suo disegno,
E finalmente la ti fa spacciato.
E con sua arte, e suo malvagio ingegno
Comincia a tassellare, ed ha trovato,
Se v’ è oro, o argento, o sottil pegno,
Ed ogni cosa in camera nasconde,
E poi fa gli occhi sua parer duo gronde [24].
Dolce marito, cara compagnia,
Come ti senti tu! Deh sia contento
D’acconciare tuo’ fatti, e tuttavia
Ti prega che tu facci testamento:
Lasciami almanco la camera mia,
Oltra la dote, con ciò che v’è drento;
E fatto il testamento non le duole,
E stia egli a suo modo, sia che vuole.
E mille anni le par tu sia sepolto,
Quind’ella ha ben acconcio il paneruzzolo;
E innanzi che tu muoia ella ha ritolto
nuovo marito, e serbali quel gruzzolo.
Oh quante ce ne son, ch’ hanno già colto
Tutto l’agresto insino ad un minuzzolo!
Quest’ è l’amor, ch’ella porta al marito,
E però non la tor a niun partito.
E se tu manchi , e lascila per guida
De’ suo’ figliuoli, ella ha opinione
Di saper fare, e di nissun si fida,
E fa ciò, ch’ella fa, contra ragione.
Ora vo’ ben, che di questo tu rida,
Che il suo cervello è come il calabrone;
Quando in un loco tu lo vien serrando,
Sempre s’aggira d’intorno ronzando.
Così fa il suo cervel , perchè gli è poco;
Coma la muove il capo e’ si diguazza,
E tien sempre la casa in guerra, in foco,
E per nonnulla adopera la mazza:
E spesso dice, che muterà loco,
E che se n’uscirà la bestia pazza,
E se v’è nulla da menar le mani,
Ruba e’ figliuoli, e portalo agli strani.
Questo non vien se non da poco amore,
E men cervello, e manco tenerezza;
Però se vuol lasciarle in grande onore
Donna e madonna, ben, mobili, e vezza [25],
E dota , e sopradota, mal errore
Per certo fa chi e’ suoi figliuoli apprezza.
Le fan larghe coreggie dell’altrui [26],
E però non la tor, credi a costui.
Se tu la togli, e sia rustica, e bella,
E che t’avvenga per la tua sciagura.
Che tu guardassi altra donna, che quella,
E’ sare’ meglio in una sepultura
Esser vivo sepulto, che con ella
Avere a star in vita tanto oscura:
Che non è fiera sì aspra, e ritrosa,
Strana quanto la femmina gelosa.
E’ sare’ meglio abitar nell’inferno
Con diavoli, con draghi scatenati,
Ch’esser di tali femmine in governo.
Oh poveri mariti sventurati!
Non son tai pene già nel foco eterno.
Quante han color, che son sì tormentati.
Chi l’ha brutta, e gelosa non si doglia [27]:
Però consiglio te, che non ne toglia.
Su tu la togli, ed ella sia dappoco,
E novelliera [28], e ha poco sale in zucca
( Benchè comunemente in ogni loco,
Così sono a Venezia, a Roma, a Lucca )
Fa conto di star sempre in guerra, e foco.
La non si vede mai sazia, né stucca [29]
Di cicalare, e stu non le dai fede [30],
Che tu attenda ad un’ altra si crede.
E se tu dai al suo dir audienza,
A non aver mai pace t’ apparecchi,
E converatti aver gran pazienza,
E chiuder gli occhi, e turarti gli orecchi;
E però figliol mio abbi avvertenza:
In queste cose fa, che tu ti specchi;
Che tale mercanzia non si può vendere,
Ed è moneta, che non si può spendere.
Se tu la togli, e sia di parentado
Alquanto più di te, tu se’ spacciato,
Che tu, né niun de’ tua le sia a grado,
E pare ognun le puzzi in ogni lato.
A tutte l’ore, non dico di rado,
T’arà l’origin tua rimproverato,
E stima tanto se, che te annulla:
Però non tor né donna, né fanciulla.
Se pur tu mi dicessi io non so fare
Nulla per casa, e se pur i’ facessi,
Non è onore a voler solo stare,
Io ti consiglierei che tu tenessi
Fante, o famigli, e darli tal salare,
Che a te servissi di ciò, che volessi,
Ed a tua posta li puo’ mandar via,
E non la donna, ch’é gran ricadia [31].
Se tu dicessi io ne piglierò una,
Che saprà bene cucire, e tagliare:
S’ella saprà d’assai, fia importuna,
E sempremai t’arà a rimproverare.
Se ti racconcierà cosa nissuna,
Mille caruole [32] te le convien dare;
Per se’ quattrin, ch’aresti speso altrove,
E’ costeratti più di diecinove.
Se tu la togli, ella non sappi fare,
Vorrà parer più che l’altre d’assai,
E sempre fia sollecita a rubare
Danari, e cose , e non te n’avvedrai,
E darà a fare altrui, e vuol pagare,
Poi dice aver facenda sempremai;
E tu per aver pace chiudi gli occhi:
Oh quanti ce ne son di questi sciocchi!
Vedi, figliuol, se pur tu la torrai,
Perchè tu intenda la lor condizione,
Non isperar di contentarla mai,
Che tu saresti in falsa opinione;
E mille volte ancor maledirai
Chi te la dette , o chi ne fu cagione,
E chi le dette la poppa, e il battesimo;
Così maledirai po’ te medesimo.
Stu la to’ magra [33], l’ è come un graticcio,
Nel letto pare un sacco di canocchi [34],
E ruvida, che par, ch’ abbi il ciliccio;
E però, figliol mio, apri ben gli occhi,
E se l’ è grassa, la sa d’ un forticcio,
Come una cocitura di finocchi,
E di state, e d’inverno, al sole, e al rezzo [35]
Perch’ella suda, sa sempre di lezzo.
Oltra di questo ci è un’ altra parte,
Della qual non t’ho ancora aperta bocca,
Benché non basterebber mille carte
Volendo, che ogni cosa fussi tocca
Delle brutture, che portano sparte
Sopra la lor persona vana, e sciocca;
Ma pur di tante ne dirò parecchie,
E tien qui saldo al mio parlar le orecchie.
Principalmente per fare e’ capelli
Crescer per tutto con poco intervallo,
E farli rilucenti biondi, e belli,
Usano spesso del crin del cavallo,
Mele stillato e draganti [36] tra quelli.
Zolfo stillato, del nero, e del giallo;
Col grasso della serpe ungono spesso
La coda, che il capel non venga fesso [37].
Ed acqua grana [38] con acqua di mezzo,
Ed allume di feccia [39], e trementina ,
( Che gittan tutte queste cose un lezzo ),
Così il fien greco e la zucca marina.
Per esser bionde non istanno al rezzo,
Ma sempre al sole da sera a mattina,
E fanno lor sgusciate e lor mettute,
Ma non vogliono allora esser vedute.
E fan misture di molte ragioni
Per far biondi i capelli in ogni lato,
E così usati di varii saponi,
Mi sopra tutto il buon sapon curato;
E perchè varie sono le opinioni,
In varii modi l’hanno translatato;
chè ognuna vuol aver bionda la cima,
E d’una bella coda fanno stima.
Se tu vedessi una donna per casa,
Quando ella è sconcia, e non è rassettata,
L’è verde e gialla, ed è pelata, e rasa,
Che pare una versiera [40] scatenata:
E mille ampolle, e cartuccelli [41], e vasa
Ma d’ intorno pien d’ acqua stillata.
Dalla cintura in su si spoglia e sbraccia,
Per poter bene intonicar la faccia.
Prima, che si cominciano a lisciare,
Per far la carne rugiadosa, e fresca
Usano spesse volte masticare
Mandorle amare, o noccioli di pesca.
Con acqua di pancotto usan lavare
Il viso, e il collo, e tutta la ventresca,
E poi l’ultima cosa ch’ ella trova
Per far rilucer, toglie albume d’ova.
Per non esser veduta ella si serra
In lochi ch’altri non le vada appresso.
Quante volte , se il mio parlar non erra,
N’ho già vedute rinchiuse nel cesso!
Che tutti gli altri puzzi fan lor guerra,
Che le non san conoscer per se stesso
Di tanti puzzi qual si sia il maggiore,
E quel del cesso le pare il minore.
Cominciasi a pelar con le mollette
Prima le Ciglia, e poi le porcellane [42]:
E quando ella è pelata, ella vi mette
Sangue di pipistrello, perchè gli hane
Quelle punture rinserrate, e strette,
E fa le carne calve, e di pel vane.
Dove quel sangue tocca nissun pelo
Mai più vi nasce per caldo, o per gelo.
In certi lochi fan con l’orpimento [43],
E verderame insieme mescolato,
Chè il far con le mollette è troppo stento,
E lascian de’ peluzzi in qualche lato.
Dove non hanno peli, a lor talento
Delle pecchie arse pongono in quel lato.
Da porre, e da levare hanno rimedio;
Ma e’ sarebbe a contar tutto un tedio.
Hanno d’intorno alberelli, ed ampolle,
Tutti differenziati di più cose,
Qual è asciutto, qual morbido, o molle,
E paion lor tutte gemme preziose:
E non si veggon mai sazie, o satolle
Di tutte quelle cose fastidiose;
Canfora con borace [44], e fior di preta,
Che gonfia il viso, che par la cometa.
Sal gemma ed ariento solimato,
Ed ariento concio, e lavatura,
Salnitro, e sal di vetro mescolato,
Ed ariento vivo oltra misura,
E biacca Alessandrina a gran mercato,
E biacca cruda, e biacca che si cura,
Ed allume perfetto di rocca arso,
Che sempre n’ hanno sopra il volto sparso.
Allume zuccherino, e lo scagliuolo,
Ed allume di piuma, e del gentile,
E bambagella, e giglio con giaggiuolo,
Latte d’ asina, ch’è cosa sottile,
Pezzetta di levante, che un lenzuolo
Non basterebbe lor, se fosse vile,
E raffano [45], e verzino, ed acqua grana,
Che non ne basterebbe una fontana.
E gicchero stillato, e frasinella,
Ed acqua di vitalbe, e fior di fave ,
E di fior di ginestre, e terzanella
Di fior di matreselva, ch’ è suave
A lavar la lentigine con quella;
E così ogni panno duro, e grave,
Ed acqua di sambuco, e di rovistico,
Che quel, che le trovò, fu ben solistico.
Acqua di pine, e sugo di limoni,
Acqua di fior d’ aranci, e porcellette
Della marina, e di più condizioni;
Quale stillata e qual pura si mette
Sul viso di que’ pessimi demoni;
E tutte queste cose che t’ho delte,
Quando s’hanno a acconciare tutte adoprano:
Oh guarda di che merda le si coprano!
Ancor mi resta qualche cosa a dire
(Mentre ch’i’ dico, par che mi rammenti):
Non so com’elle posson sofferire
Quel che le adopran per far bianchi i denti;
Corno di Cerbio, ed acqua da partire,
Coralli pesti , e più carboni spenti,
E matton pesto, e pomice, e più polvere,
Che ogni bruttura fan da lor dissolvere.
Per parer belle fuori al paragone,
Sotto lor veli, e ricci, e sciugatoi
Le fanno stufe, e lor fomentazione,
Certi bagliuoli, e più scorticatoi,
Ch’a dirtelo saria gran confusione,
E però guarda come tu la toi;
Ma ben è matto chi presta lor fede,
Chè gli è il contrario di ciò, che si vede.
Le pareno a vederle per la via
Angeli proprio giù del ciel discesi:
E poi in casa par ch’ognuna sia
Diavoli scatenati d’ira accesi,
In chiesa trecche [46] per la fede mia,
Capre in un orto per tutto le presi;
Nel letto non si può star loro appresso;
Che le san di zibetto come un cesso.
La femmina è sì falsa, e sì astuta,
ch’ella avanza ogni diavol di malizia,
E mille volte in un’ora si muta
Piena d’inganni, d’ira, e di nequizia:
E per niente in un punto è perduta
La sua benivolenzia, e sua amicizia,
E per nonnulla il marito inimica,
Sicché di torla non ti dar fatica.
O Silvio, se tu fusti in questi lacci,
Ne’ quai son io in sì dolce laberinto,
faresti mille pezzi, e mille stracci
Di questo tuo trattato, qui distinto.
Non creder, che per questo tu mi cacci
Dal mio voler, nè che tu m’abbi vinto:
Anzi son più che mai nel core acceso
Di tor per donna quella, che m’ha preso.
Non mi mi dir più di loro acconciatura,
Non biasimar chi mi può far contento,
Che col tuo dire non mi fai paura,
E non credi io tutto quel, ch’ io sento;
Ma, come dice la sacra scrittura,
Che la donna fu proprio il fondamento
Della nostra salute, che dannati
Eramo tutti, e per lei siam salvati.
Oltra di questo comanda la Chiesa
Per sacramento il santo matrimonio:
Sicché per non aver la Chiesa offesa,
A questo punto voglio esser idonio.
Se tu credessi tormi dall’ impresa,
Reputerei, che tu fussi il demonio.
Tanto le spregi e vilipendi, e biasmi,
Che per contra di lor scoppi, e fantasmi.
Anzi chi non to’ donna vive, e stenta
Come una bestia, e mai si vede pieno,
E di nissuna cosa si contenta.
E pasce il corpo, e l’alma di veleno;
E però Silvio vo che tu consenta,
Che la donna è dell’ uom temone, e freno;
Sicchè sendo disposto di volella
Dimmi che modo ho da tener con ella.
Figliuol, poichè tu se’ deliberato
Di voler vender la tua libertade,
A me n’incresce, ed hotti ammaestrato
Del ver, credendo far gran caritade.
Tu non conosci il tuo felice stato,
Ma tu conoscerai, com’ella accade,
Chè con tuo danno ne vedrai la prova,
Ma il pentir tardi mai a nissun giova.
Tu entri in un deserto pien di spine,
E credi entrar nel paradiso eterno;
Questo dolce principio innanzi al fine
Ti parrà viappiù aspro, che l’inferno;
Ma se tu vuoi sentir men discipline,
Segui il consiglio, e tien questo governo;
Principalmente se tu vuoi onore,
Tien la tua donna sempre con timore.
Secondo il grado tuo tienla vestita,
Che la possa con l’altre comparire,
E fa, che la sia in casa riverita,
Siccome donna, da chi l’ha a servire;
Ma non voler, ch’ella sia tanto ardita,
Che del comando tua la debbia uscire.
Fa che tu sia il perno, e la colonna
Di casa tua, e sia uomo, e non donna.
Non lasciarla mai vincere una prova;
Fa sempre, che la tua resti di sopra,
E se tu vedi pur, ch’ella si muova
Contra alla voglia tua, e tu adopra
L’umiltà tua, e se non si rimova,
La tua ferocità, e fia buon’opra;
Che la bestia si doma con lo sprone.
E la donna diversa col bastone.
Se pur di torla ti contenterai,
Fa che tu voglia l’onor tuo difendere,
Del vin di casa non ti sgustar mai,
So che per discrezion tu debbi intendere.
Figliuol, sia savio, e se così farai.
Non sia nessun, che ti possa riprendere,
E tieni a mente quel, che da me odi;
Tu sarai il primo, se tu te ne lodi.
E conservati questo alla memoria,
Se pur di lorla tu pigli partito:
Se vuoi di tal impresa aver vittoria,
Fa ch’ella sia la donna, e tu il marito,
E s’ella ha il capo pien di vanagloria,
Non seguitar suo bestial appetito;
Pensa al bisogno. Discreto auditore,
Fornita è questa storia al vostro onore.
Note
____________________________
[1] sonaglio delle donne: serie accuse rivolte contro le donne.
[2] comportare: sopportare con pazienza e rassegnazione.
[3] verba: accusa (contro le donne).
[4] tor: nel senso di prendere (abbr. di tôrre = togliere, cioè prendere).
[5] Perchè egli intenda prima ben chi toglie: perché egli si renda conto prima di com’è la persona che vuole prendere per moglie, conoscendone i difetti.
[6] ridotto: luogo in cui si riuniscono persone o cose; in questo caso è una raccolta di libri, una biblioteca.
[7] periglio: il pericolo di prender moglie.
[8] E trassela di lui: la creo dall’uomo (la costola d’Adamo)
[9] però: perciò.
[10] morso: strumento col quale serravan la bocca per impedire di parlare (detto anche mordacchia).
[11] Ed è stabile men, che al vento foglia.: La donna è mobile / qual piuma al vento.
[12] micidiale: mortale.
[13] Nota le parti: pensa bene ad avere tutte le qualità (requisiti) che ti occorrono, se non vuoi aver danni.
[14] Ecco le qualità che deve possedere l’uomo…
[15] Le cose che della donna l’uomo deve sapere prima di prenderla in moglie.
[16] non corre: non è accettabile o apprezzabile.
[17] stoglio: distolgo.
[18] Stu: Se tu.
[19] soda: dura di mente.
[20] sezzo: ultimo.
[21] Chi sare’ stata alla dura: Chi sarebbe stata così resistente…
[22] saccomanno: saccheggio.
[23] alluogata: maritata.
[25] vezza: delizie, gioielli.
[26] Le fan larghe coreggie dell’altrui: sono molto generosi con le robe degli altri.
[27] non si doglia: non ne provi dolore, non si rammarichi.
[28] novelliera: ambasciatrice, portatrice di notizie (in termini non semore positivi).
[29] stucca: sazia, stanca.
[30] e stu non le dai fede: e se tu non le dai credito, non le credi, non le dai corda, non la sostieni.
[31] ricadia: noia, molestia.
[32] caruole: panzane (secondo una variante dell’ed. senese): dar bubbole, chiacchiere, infinocchiare. Mille caruole è voce sicuramente più gentile che mille panzane (come nelle edizioni successive).
[33] Stu la to’ magra: se tu la prendi magra.
[34] canocchi: pali vecchi da viti.
[35] al rezzo: all’ombra.
[36] draganti: gomma resinosa molto comune.
[37] che il capel non venga fesso: per evitare le "doppie punte".
[38] acqua grana: acqua tinta di rosso con la grana
[39] allume di feccia: ceneri assai ricche di potassio derivate dalla gromma bruciata.
[40] versiera: la moglie del diavolo nell’immaginario popolare.
[41] cartuccelli: contenitori di cartoncino.
[42] porcellane: labbra pubiche.
[43] orpimento: composto di solfuro d’arsenico.
[44] borace: sale, usato come solvente.
[45] raffano: genere di pianta usata nell’alimentazione e nella cosmesi.
[46] trecche: ingannatrici.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 08 novembre 2007 |