Bernardo Giambullari

[Firenze, 1450 - ivi, 1529]

Rime varie

Edizione di riferimento:

Rime inedite o rare Giambullari, Bernardo Marchetti, Sansoni Antiquariato Firenze 1955

Indice

Rime varie

Rime Spirituali

IV. - Invocazione alla Vergine

V. - Il peccatore e la Vergine

VI. - Preghiera

Ballate e canti carnascialeschi

VII. -Canzona per una vedova

VIII. - Canzona per una maritata

IX. Contrasto d’amante con una donna contegnosa

X. Amore è traditore

XI. - Proposito di non amar più

XII. - Ballata contro le vecchie invidiose.

XIII. - La saetta d’una ingannatrice

XIV. - Il tempo d’amore non dev’esser perduto

XV. - Un altro laccio d’Amore

XVI. - La canzona del chericotto

XVII. - Sospiri di donna innamorata

XVIII. - Pietà e umiltà crescono pregio alla bellezza

XIX. - Compianto in morte di bella donna

XX. - Scherzo

XXI. - La canzona della malmaritata

XXII. - Canzonetta delle giovani cantatrici

XXIII. - Che nessuno ami costei

XXIV. - Ancora contro l’instabilità delle donne

XXV. - La ballata delle comari pettegole

XXVI. - Amore mal rimunerato

XXVII. - Lamento in nome di donna innamorata

XXVIII. - Sospiri che vanno tra Sieve e Lora

XXIX. - In lode del Mugello

XXX. - Io non son Diana cruda

XXXI. - La «Canzona del core

XXXII. - La canzona del signor della Cavallina

XXXIII. - Canzona de’ Manzevi

XXXIV. - Capitolo sulle vitrù della frutta

Rime d’amore e di corrispondenza

XXXV. - Lamento d’amore

XXXVI. - Contro una donna inviiosa

XXXVII. Supplica dell’amata

XXXVIII. - In biasimo delle donne e d’Amore

XXXIX. - In lode di bella donna

XL. - Propositi di Costanza

XLI. - O Amor falso

XLII. - Contro un prete poco devoto

XLIII. - Matteo Franco, in difesa di Luigi Pulci

XLIV. - Contro l’istabilità della donna

XLV. - La vita nostra non è primavera

XLVI. - A una donna dura di cuore

XLVII. - L’amore è un amo tenace

XLVIII. - Ad una mala lingua

XLIX. - Alla donna, perchè non ascolti una maldicente

Rime Spirituali

IV. - Invocazione alla Vergine

Vergine bella, graziosa e pia,

fontana e fiume di misericordia

e di salvazion verace via,

 òra per me e mettimi in concordia

col tuo dolce Figliuol, ch’ è somma pace:

per mie difetto son con lui in discordia.

 Tanto ne’ mondàn vizi il mie cor giace,

tanto mi veggo involto ne’ peccati,

ch’ogni opera divina mi dispiace.

 Degno sarei andare in fra’ dannati,

se la piatà del tuo dolce Figliuolo

non mi dimette que’ che son passati.

 I’ credo certo nel mondo esser solo

più pessimo che gnun de’ peccatori:

quando ci penso mi moro di duolo;

 ma non esco però della vie fori

la qual m’induce alle pene etternale;

però ti priego che per me adori.

 Credo che ’l mio pregar poco mi vale,

ma pure in te i’ ho ferma speranza,

perché de’ peccator t’incresce e cale.

 La tua misericordia e tua possanza

e lo ’nfinito amor che tu ci porti,

e ’l tuo pregare, el nostro male avanza.

 Tu se’ la manna e l’odore e’ conforti

che tutte l’alme inferme fai sanare;

non è nessun che possa nulla apporti.

 Intendi, esaldi, Madre, il mio pregare:

se la tuo gran merzé non mi soccorre,

non ho rimedio a potere scampare,

 Nel fuoco etterno la mi’ alma corre

perché tirata v’ è da tante guide

ch’ i’ non so per che modo ne la sciorre.

 Moro pensando a quelle amare stride

che non si accheton mai, ma sempre in pianti,

dove l’un’alma l’altra sì conquide.

 Degno sarei di sotto a tutti quanti

e forte temo che morte non giunga

e truovimi ribello a Dio e’ Santi.

 Non so quanto mie vita ha esser lunga,

e son tanto indurato nel mal fare

ch’ i’ temo che ’l ben far poco mi punga.

 O dolce Madre, non mi abbandonare;

deh, priega per quest’alma tapinella

el Figlio tuo che la può liberare.

 I’ sono mia smarrita pecorella

e vorrei ritornare al mio pastore,

e non so ritrovar la strada bella.

 Deh, apri, Madre, il mio serrato core

e riscaldalo sì che si raccenda

d’un vivo foco di perfetto amore;

 tiralo ’n su che ma’ più non iscenda

dalla tua volontà degna e filice,

sì operando che mi’ alma ti renda.

 Alta Regina e degna Imperadrice,

i’ te ne priego per quella allegrezza

ch’ebbe il tuo cor, come quaggiù si dice,

 quando salisti innell’etterna altezza,

nell’alta gloria infinita e gioconda

che non si può discerner suo bellezza.

 E ogni grazia di lassù abbonda

a chi a te con umil cor s’ inchina:

fa’ che ’l mie cor a te sempre risponda.

 O rilucente stella mattutina,

tu se’ quel lume e se’ quella fiammella

che dà splendor da sera e da mattina

 e sempre volgi la tuo faccia bella

al tuo Figliuol, per noi sempre pregando,

mostrandogli del petto tue mammella;

 dicendo:  Figliol mio, deh, pensa quando

i’ t’allevai nel mondo in tante pene:

del petto mio ti venni utricando.

 O dolce Figliuol mio, se mi vuo’ bene,

abbi compassion de’ peccatori;

fagli venire alle glorie serene,

 e guardagli da’ vizi e dagli errori,

difendigli da tanti tesi lacci

quant’ è in ogni parte drento e fori,

 sì che ’l falso nimico non gli abbracci

come sempre disia e sempre attende,

e mai non resta di dar loro impacci .

 Madre, tu se’ la spada che difende

l’anime nostre da tanti martiri,

e pur ciascun mal merito ti rende.

 Esaldi, Madre pia, e mie’ sospiri;

concedi grazia al mio pretato core

che sempre il tuo voler seco mi tiri.

 Dolgonmi e giorni e tutte quante l’ore

ch’ i’ ho lasciato andar sanza alcun frutto,

e honne a render conto al mie Signore.

 Moro di doglia e son mezzo distrutto

pensando con che core o che aldace

i’ gli anderò innanzi così brutto.

 Però, Regina, i’ t’addimando pace:

i’ so che tu mi puoi trar d’ogni guerra,

e d’ogni buon principio se’ capace.

 Umilemente ginocchioni in terra

dico mie colpa di ciascuno errore,

ed ogni volta più che ’l mie cor erra,

 lagrimando e piangendo con dolore:

dammi grazia ch’ i’ pensi a’ mie’ peccati,

sì che pace mi renda il Criatore.

 I’ ho sì gran paura ch’ E’ non guati

all’ostinato core ch’ i’ ho avuto,

che non mi mandi fra gli altri scacciati.

 Se la mie mente avessi conosciuto

com’ella conosce ora a questo punto,

in tanti errori i’ non sarei caduto;

 e tanto m’ero col mondo congiunto

e nel vizio carnal fragile e brutto,

che all’etterno Iddio pensavo punto.

 Nella mie vita ho fatto poco frutto:

perdonimi chi n’ ha giusta balia,

che lo può fare ed è signor del tutto.

 Deh, priegalo per me, dolce Maria!

V. - Il peccatore e la Vergine

 Vergine bella abbi piatà di me,

misero peccatore;

deh, priega il mio Signore

ch’abbi dell’alma mia vera merzé.

 A te ricorro, Vergine gloriosa,

che mi puoi liberare;

de’ peccator sempre fusti piatosa:

deh, non mi abbandonare!

Sanza il tu’ aiuto i’ non posso scampare

quest’alma tapinella.

O dolce Maria bella,

abbi del peccator vera merzé!

  O peccatore ingrato e nigrigente,

deh, pensa nel tuo core

l’opere tue, e tutte le pon mente;

e po’ pensa al Signore,

con quanta pena e con quanto dolore

per l’umana natura

sostenne morte dura

in sulla croce, e tue sì ’ngrato se’!

  Vergine bella, i’ ti chieggo perdono

di ciascuna fallenza:

non mi lasciare andare in abbandono.

La tua degna potenza

mi facci forte a far tal penitenza

ch’ i’ purghi e mie’ peccati

iniqui e scellerati;

dico mie colpa e chieggoti merzé.

  O peccatore iniquo e scellerato,

con che faccia vuo’ tue

ch’ i’ per te prieghi, e sai che tu se’ stato

nimico di Gesùe,

che ’n su la croce per te confitto fue,

di spine incoronato.

O peccatore ingrato,

sempre l’offendi, e pur chiedi merzé.

  Vergine bella, i’ non resterò mai

di chiederti merzé,

che ’l tuo Figliuol per me tu pregherrai:

E’ non disdice a te

cosa nessuna; per madre gli se’,

e madre e figlia e sposa.

Vergine gloriosa,

abbi del peccator vera merzé.

  O peccator, se tu ti disporrai

tornare a penitenza,

alla tuo fin venir tu mi vedrai

dinanzi a tua presenza;

accompagnata sarò da gran potenza

d’angioli e cherubini.

Deh, fa’ che tu non fini

mai di servir quel che morì per te.

VI. - Preghiera

 Signor mie Gesù Cristo, i’ non son degno

venire innanzi a te, giusto Signore,

ma la tuo carità non m’abbia a sdegno.

 E ripensando ben drento al mie core,

indegno son a te levar mie vista

per poca riverenza e men timore

 ch’ i’ t’ ho portato. Omè, l’alma s’attrista,

e nondimeno umilmente ti priego

come colui che ’n te sperando acquista.

 O benigno Signor, col cor ti spiego,

così come tu m’hai condotto al giorno,

deh, non mi far della tuo grazia niego.

 Che tu mi guardi e caccimi d’attorno

ogni malizia e rea operazione,

e con buon fine a te facci ritorno!

 Concedimi, Signor, con divozione

ch’ i’ spenda el tempo sì che lalde e gloria

ed onor sia a tua esaltazione.

 Conferma in te, Signor, la mie memoria,

ch’ i’ facci cosa che salute sia

alla mi’ alma sanz’alcuna boria,

 e buono essemplo al mie prossimo dia;

così i’ ti priego che tu mi perdoni

la mia pigrizia e nigrigenza ria

 e ’l tempo speso in tua offensioni.

Dolcissimo Signor, deh, fammi grato

de’ benefici ch’ognindì mi doni;

 liberami, Signor, d’ogni peccato:

ch’i’ non faccia né dica alcuna cosa

che ti dispiaccia, Signor mio beato.

 Leva da me ogni voglia bramosa

e ogni amor terreno e sensuale:

che solo i’ ami te, gemma preziosa,

 col core acceso d’un amor vampale,

e non permetter ch’ io mi parta mai

dalla tuo voglia, Re celestiale.

 E per tuo carità concederai

a me ch’ i’ fermi il core e lo ’ntelletto

nel mio orare, e tu l’esaldirai.

 Sempre a tuo lalde, Signor benedetto,

a te pensando sanza pensier vani,

così ho fatto in me fermo concetto.

 Infundi innel mie cor pensieri umani;

concedimi il tu’ aiuto, ché sanz’esso

tutti e principii finiscono strani.

 E tu se’ il vero Dio credo e confesso.

Ballate e canti carnascialeschi

VII. - Canzona per una vedova

  Leggiadra donna, abbi piatà di me,

non esser sì crudele,

perch’i’ ti son fedele

ed ho lasciato ogni altro amor per te.

 Ero disposto in me diliberato

di starmi pianamente;

ero disciolto e sonmi rilegato

e fattomi servente

solo di te. Oh, misero dolente!

ch’ i’ non credetti mai

trovarmi in tanti guai

quant’ io mi truovo, e sol per amar te.

  Pregar ti voglio, e farai cortesia,

che ti levi dal core

questo pensier, ché la persona mia

più non sente d’amore,

e più non penso a nessun amadore,

ché ’l mio tempo è passato.

Se tu ti se’ legato,

ti puoi disciorre e non pensare a me.

  Ben ti dimostri, oh! dall’amor lontana

ben ti dimostri dura;

ed è più bella che la stella diana

la tua gentil figura;

tuo bellezze son fuor d’ogni misura,

altiere e signorile.

Deh, non mi avere a vile,

ch’ i’ son tuo servo e tue signor di me.

  Signor non son né spero d’esser mai

di te né d’uòn vivente.

Contr’a mie voglia di me servo ti fai.

Non ne curo niente.

Disposto ho ’l core ed ho ferma la mente

di vivere a onore,

e non voglio amadore.

Ama chi t’ama e non lasciar per me.

  Non are’ forza umana criatura

farmi da te partire.

Amar ti voglio e star tanto alla dura,

s’i’ dovessi morire

che meritato sarò del mio servire

se non m’è fatto torto,

o io ne sarò morto.

Contento sono se i’ moro per te.

  Non ho vaghezza di vederti morire,

né farti consumare;

e non ti tengo che tu non possa gire

dell’altre donne amare.

Piglia partito e più non t’indugiare,

ché qui ti perdi e passi:

megli’ è che tu mi lassi

e gran piacer tu ne farai a me.

  Misericordia! se non tu mi vedrai

dinanzi a tua presenza

finir mie vita, e contenta sarai.

Or da’ questa sentenza:

tu sola se’ che hai questa potenza

di tenermi nel mondo;

se vuoi ch’i’ vada al fondo,

contento sono, e vo’ morir per te.

  I’ non ho il cor di porfido o diamante,

di tigro o di lione;

né son Medea, e non ho suo sembiante,

né il crudo Nerone.

Di te mi duole e mi vien compassione,

e vo’ti consolare;

ma ben ti vo’ pregare

che ’l mio onore i’ non perda per te.

VIII. - Canzona per una maritata

 Crudel giudea, o mancator di fe’,

del tuo onor nimica,

che ti se’ fatta amica

d’un altro amante ed hai lasciato me.

 Ahi, meschin a che n’ è suto cagione!

Che ’ngiuria t’ho i’ fatto?

I’ non ho colpa, e tu non hai ragione

di far di me baratto.

S’i’ pur fallito avessi in alcun atto,

i’ me ne dare’ pace;

ma ama chi ti piace,

ch’ i’ son contento e non voglio amar te.

  Tener non posso ad uòn ch’al mondo sia

la vista nel passare;

a te ho dato il core e l’alma mia,

e sol te voglio amare;

ma per un’ altra tu mi vuoi lasciare

e pigli questa volta,

che di’ ch’ i’ mi son volta

ad altro amante ed ho lasciato te.

  E’ non arà ma’ più donna possanza

di farmi innamorare;

perché non regna in nessuna leanza,

non mi vo’ più fidare.

Ell’ è ben vostra l’arte del dileggiare

sott’ombra dell’amore:

se tu m’ha’ dato il core,

i’ te lo rendo, e tientelo per te.

  Regnerà mai in te tanta durezza?

Sara’ tu sì crudele

d’acconsentir tenermi in tant’asprezza

essendoti fedele?

Fa’ di chiarirti e poi alza le vele

se mi truovi incolpata:

s’i’ son fedele stata,

pregar ti vo’ ch’abbi piatà di me.

  I’ non arò né merzé né piatade

di te, donna, giammai,

falsa giudea pien di crudeltade,

po’ che tradito m’ hai.

I’ ne son certo, e so che tu lo sai;

però non ti dolere:

sappiti mantenere

onestamente, e sarassi per te.

  Nella mie mente, oh, tanto mi dispiace

la tua crudel partita.

O signor mio, se non mi rendi pace,

i’ mi torrò la vita.

Po’ ch’i’ sarò per tuo amor finita,

sarai di me contento;

e mi’ alma in tormento

sempre starae, e sol per amar te.

 Al tuo parlare con lagrime tante

chi non si isvolgerebbe?

Se fussi un cor di porfido o diamante,

certo si romperebbe;

ma s’i’ tornassi a te po’ si direbbe

che non mi dessi il core

di trovare altro amore:

ama il tu’ onore e non pensare a me.

IX. Contrasto d’amante con una donna contegnosa

  Donna tanto serena,

altera e signorile,

tu se’ gentile e d’ogni biltà piena.

 Tu sai che gli occhi miei

non han veduto cosa

(né mai veder potrei)

tanto maravigliosa.

Perché, com’esser dei,

a me non se’ piatosa?

Pon fine e posa alla mie crudel pena.

  Amante, in cortesia,

se tu mi porti amore,

deh, fa’ che ’n questa via

non stia a tutte l’ore.

Questo in piacer ti sia,

ché si leva il romore:

le male lingue son pur d’una vena.

  Donna, tu se’ cagione

del mal come tu vuoi:

non hai compassione

di chi per gli occhi tuoi

non può stare a ragione

come vorresti poi.

L’amore è quel che mi conduce e mena.

  Amante, tu pur vedi

ch’ i’ non ti son simile.

Perché non ti provvedi

d’un’altra più gentile?

Ogni grazia mi chiedi,

ch’ i’ ti sarò umile,

salvo l’onor. Deh, non ti dar più pena.

  Donna, di gentilezza

non crederei trovare,

di senno o di bellezza,

una sola a te pare:

tu m’ hai nella cavezza

e puo’mi fare andare;

come fiera menar per la catena.

  Amante, in cortesia,

se tu m’hai per signore,

se vuoi la voglia mia

ubbidir di buon core,

piglia tal modo e via

ch’ i’ non perda l’onore,

ch’a racquistallo gran tempo si pena.

  Donna, non creder ch’ io

lo voglia acconsentire,

ch’ è tutto el mie desio

vederti riverire.

I’ moro, o signor mio

Come puo’ consentire

tenermi cinto in sì crudel catena?

  Amante, se ’l tuo petto

per me t’incende e coce,

tu puoi mutar concetto,

ché di te non mi nuoce.

Tu ti strazi a diletto

la persona e la voce,

e perdi tempo e da’ti tanta pena.

  Do misero amadore!

or meriti tu questo

pel tuo fedele amore

e ’l tuo servire onesto?

S’i’ fussi un traditore,

sarebbe disonesto.

La morte ho chiesto e chieggo con gran pena.

  Amante, col tuo dire

tu mi distruggi ’l core.

Non posso più disdire

ch’ i’ non ti porti amore,

e del tuo buon servire

ho scritte tutte l’ore.

I’ t’ ho nel core e sentone gran pena.

  Donna, per cortesia,

almen quand’i’ ci passo,

deh! non ti fuggir via.

Tu sai che gli occhi abbasso

per non mostrar ch’ i’ sia

del tuo amor sì lasso.

O cor di sasso, non mi dar tal pena.

  Amante, se ’l mie volto

alle volte s’asconde,

non ti dar pena molto

ché ’l mie cor ti risponde,

e già non è disciolto

da quel legame donde

è ’l tuo legato in sì crudel catena.

  Donna, ben vorre’ io

che lo tuo cor sentissi

l’ardor che sente el mio;

che l’amor ti cocessi

con quel caldo disio,

non credo che tu stessi

tanto alla dura a sofferir tal pena.

  Amante, e’ mi conviene

aver molto riguardo.

Per te ognor mi viene

nel core un crudo dardo.

Giuroti per mie fene,

per te incendo e ardo.

Deh! sie contento e non ti dar più pena.

X. Amore è traditore

 Giovinetti, in cortesia,

non vi fidate d’Amore,

perché gli ha del traditore

più che uom ch’al mondo sia.

 Egli è falso e traditore

e crudele e dispiatato:

trist’a chi gli dona il core

ché ne rimane ingannato.

I’ lo soe, ché l’ho provato

la puntura del suo pruno:

così ne fuss’io digiuno,

ch’ i’ sarei in mie balia.

 Lass’a me, ch’ i’ cominciai

per insin da giovinetto

a sentir le pene e’ guai

di quest’Amor maladetto;

sempre stato gli son suggetto

con affanni e passione:

s’i’ mi dolgo, i’ n’ ho ragione,

ché mi fa gran villania.

 E’ m’ ha preso a un lacciuolo,

non senti’ mai de’ sì stretti,

e sempre mi tiene in duolo,

privo di tutti e diletti.

Né canzone né rispetti

non mi vagliono una frulla;

con parole mi trastulla,

e consumo la vita mia.

 Ballatina, or te n’andrai:

nel parlar tu sie cortese.

Chi d’Amor non sentì mai

di’ che ’mpari all’altrui spese,

e vedrà chiaro e palese

che si può tener beato:

e colui ch’ è innamorato

non sa mai che ben si sia.

XI. - Proposito di non amar più

Po’ ch’ i’ son suto tradito

già più volte dall’Amore,

ho disposto e fermo il core

non amare a gnun partito.

 I’ son certo che nessuna

non tien fede a gnuno amante;

i’ n’ho provate più d’una:

tutte son lieve e voltante.

Le dimostran tutte quante

di donarti l’alma e ’l core:

po’ son tutte traditore

conducendo a mal partito.

 Elle sanno sì ben fare

che le ne tengon parecchi:

l’un per farsi riguardare,

l’altro per tirar gli orecchi.

O vuo’ giovani o vuo’ vecchi,

questi dua non dà lor noia;

e un altro in festa e ’n gioia

per saziar lor appitito.

 Romperebbe mille fede

la donna falsa e bugiarda.

Ben è matto chi lor crede

o chi loro onor riguarda.

Dico per una bastarda

che m’avea ferito ’l core

e teneva altro amadore,

non contenta al suo marito.

 Al mi’ animo sdegnoso

non richiegga ma’ più pace

Amor falso e malizioso,

ch’i’ son fuor di contumace:

i’ ’l conosco sì fallace

che al tutto i’ lo rinniego,

e ma’ più non mi rilego

di donna ch’abbi marito.

XII. - Ballata contro le vecchie invidiose.

 Queste vecchie grinze e nere

sono schiatta di cicale

che sempre commetton male;

peggio vorrebbon vedere.

 Le son tutte d’una buccia

di dir mal delle pulzelle;

l’ hanno visi di bertuccia,

grinza e bigia hanno la pelle:

sempre studiano in novelle

biasimando questa e quella.

Cascar possin le cervella

a quante vecchie si può vedere.

 Queste vecchie dispettose

guasterebbono el paradiso,

e le son tutte invidiose.

Quando veggono un bel viso,

elle lo guardon ben fiso

e po’ fanno lor pensiero:

El mi’ è sì grinzo e nero:

chi diavol mi vorre’ vedere? .

 Se le veggono una coppia

che si portin grande amore,

la lor pena si raddoppia,

par che gli esca loro ’l core,

e le muoion di dolore

ch’ hanno la rabbia nell’ossa;

e con tutta la lor possa

a nessun posson piacere.

 Ell’ hanno gran pene e doglie

ché le son cariche d’anni

e non s’ han tratte le voglie.

Questo dà lor grand’affanni.

Le si veggono in que’ panni

con soggoli e sciugatoi;

veggon che ’l pentirsi poi

è gran pena e dispiacere.

 Le non posson ristorare

el tempo ch’ell’ hanno perduto;

le si veggon rifiutare

da chi ha lor ben voluto,

e col lor pensier aguto

voglion far di lor vendetta.

Guai a quella giovinetta

che fa loro un dispiacere!

 I’ n’ho sopra a capo dua

ch’ i’ non posso favellare,

ch’ognuna dice la sua:

cheta mi conviene stare.

I’ non posso a festa andare,

né in casa di vicina,

né da sera né da mattina

poss’aver nessun piacere.

 Fanciullette, aprite gli occhi

quando prendete marito,

guardate che non vi tocchi

aver suocera a gnun partito;

vo’ avete pure udito

che per la suocera mia

non so mai che ben si sia,

né ispero di sapere.

 Or vanne, ballata mia,

da mie parte alla versiera;

se la vuol far cortesia,

di’ che venga con suo schiera;

e non passi primavera,

quante vecchie son nel mondo

ne le meni nel profondo,

e laggiù si dien piacere

 queste vecchie grinze e nere.

XIII. - La saetta d’una ingannatrice

 Come vuolle la fortuna,

una falsa giovinetta

mi ferì d’una saetta

sanza aver piatà nessuna.

 Al mie cor fece tal nodo

co’ su’ occhi pien d’amore

che pensando ancor ne godo;

po’ mi moro di dolore,

perché la fu traditore

a un servo sì fedele.

I’ avevo surte le vele

e per lei lasciato ognuna.

 Tutto quanto il mio disio

era in lei con buona fe’,

imperò ch’al parer mio,

grand’amor portava a me.

Ognuno ’mpari per sé

di non venire a tal sorte:

la mi fe’ le fusa torte;

e non avevo colpa nessuna.

 E’ mi parve, e pare ancora,

esser da lei tant’offeso

che ma’ più si rinnamora

il mie cor ch’era sì preso.

I’ mi son tanto difeso

ripensando a tale scorno,

che giammai più non ritorno

a fidarmi di nessuna.

 Ricordandomi de’ suo’ pianti

e del suo dolce pregare,

par che ’l cor tutto mi schianti

di volerla pure amare;

ma i’ non lo posso fare,

ché ’l mi’ animo mi dice:

Tu se’ libero e filice

se tu non ami nessuna .

 I’ mi specchio e vo’ specchiare

nella vita dolorosa

di ciascun ch’usa d’amare

o pulzella ovvero sposa:

non ha mai pace né posa,

sempre è cinto di gran pene.

Chi vuol meglio altrui ch’ a sene,

la notte piagne e ’l dì digiuna.

 Non dico però ch’ i’ voglia

delle donne esser nimico;

ma vo’ far come la foglia

o dell’albero o del fico.

Intendete ciò ch’i’ dico:

la si volge a ogni vento.

I’ ne vo’ dileggiar cento

per vendetta di quest’una.

 A voler fare el dovere,

non si rende ben per male:

I’ mi starò a vedere,

tanto ch’i’ sarò quale:

i’ so che del capitale

toccherà mettere a lei.

I’ non nomino costei:

ma la non è bianca né bruna.

XIV. - Il tempo d’amore non dev’esser perduto

 Forse non sarò i’ creduto

da chi m’ha ferito il core.

Oimè, che per su’ amore

moro, s’io non ho aiuto.

 I’ mi veggo esser rivolto

d’un voler ch’ero disposto.

Ero libero e disciolto;

or mi veggo sottoposto.

Vo’ fuggire, e i’ m’accosto

più ogni ora al mio dolore.

Priego ’l mio caro signore

che mi doni il suo aiuto.

 O Amor, le tuo saette

m’hanno sì percosso ’l petto!

S’ tu avessi a far vendette,

sare’ troppo a tal rispetto.

Non voler sì giovinetto

ch’i’ finisca l’ultim’ore,

ma disponi chi ha ’l mie core

che mi doni el suo aiuto.

 Regger più questo martire

non può l’alma mia dolente;

anzi crede presto uscire

fuor della penosa mente.

I’ ti priego umilemente,

gentil fiore, o fresca rosa,

che tu sia di me piatosa

a donarmi il tuo aiuto.

 E’ mi par giusta ragione

che chi ama amato sia.

Vuols’amar con discrezione

’nver di quel che ti disia.

Per nessun modo che sia

non si lasci per timore

perdere el tempo d’Amore;

ché duol poi il tempo perduto.

XV. - Un altro laccio d’Amore

Amor, poi che m’hai legato

e punto con tuo saetta

per una bell’angioletta,

fa’ ch’i’ sia da lei amato.

 Non voler ch’ i’ sie soletto

a sentir questo tormento;

po’ ch’i’ son di lei suggetto,

fammi del su’ amor contento.

Sanza dare impedimento

di niente al suo onore,

ma con un perfetto amore

fa’ ch’i’ sia da lei amato.

 Tu sa’ bene, Amor, ch’ i’ ero

fuggito dal tuo stendardo,

e non avevo pensiero

’nver di te far più riguardo.

Or tu m’hai lanciato un dardo

temperato d’un veleno

che ’l mie cor n’ è già sì pieno

ch’i’ mi son tutto cambiato.

 Oimè, ch’ i’ mi vivevo

sanza aver di te paura,

perché certo i’ mi credevo

che fuor delle nostre mura

fussi mia vita sicura.

Però givo sollazzando,

per le ville festeggiando

com’un uomo scarcerato.

 Non credevo esser ripreso

abitando alla foresta.

Or tu m’hai un laccio teso

che non è fiera sì presta,

sì salvatica o rubesta

che l’avessi mai fuggito.

Po’ ch’i’ sono a tal partito

i’ ti sia raccomandato.

 I’ ti priego, Amor, ch’ i’ sia

nella mente di costei,

sì com’ella è nella mia,

che non penso altro ch’ a lei.

Ella pare agli occhi miei

propio un sole in fra le stelle:

così fra le dame belle

è ’l suo viso angelicato

 Andranne la mie ballata

in sul monte fiesolano;

porterai quest’ambasciata

a chi ha ’l mie core in mano,

e con parlare umano

la saluta riverente.

Priega l’Antonia piacente

ch’ i’ le sia raccomandato

XVI. - La canzona del chericotto

Lassa me isventurata,

ch’i’ mi moro di dolore:

nel principio del mio amore

da un prete son vagheggiata

 E’ mi pare esser cagione

d’un peccato molto rio,

perché la riligione

costui lascia per amor mio:

ma e’ non sa ben che io

mi piglio di lui piacere,

ma i’ non lo vorre’ vedere

a digiun quand’ i’ son levata.

 S’e’ sapessi il mio volere

e quant’ i’ l’amo di core,

non mi verrebbe a vedere;

ma e’ direbbe tutte l’ore:

el mattutino del Signore,

terza e nona, vespro e compieta;

ed i’ mi vivere’ lieta,

che di dolor son consumata.

 Se gli avessi pur tal viso

che paressi criatura!

Ma quand’ io lo guardo fiso

in verità mi fa paura.

I’ credo che la natura

lo facessi per sollazzo;

or udite se gli è pazzo,

che si crede ch’ i’ gli sie data.

 Al suo poco intendimento

gli par bene essere amato;

gli ha sì poco sentimento

che non conosce ch’egli è gabbato.

Ben are’ dello svogliato

chi ’l volessi per amante,

contadina o schiava o fante

o pulzella o maritata.

 Non vi dico quant’egli è atto.

Oltr’al suo leggiadro viso,

egli è pur tanto mal fatto

che dagli altri egli è diviso;

e’ mi sguarda e fa un riso

con quella suo bocca sciocca,

che par che gli esca di bocca

le budella e la curata.

 Deh,piacciavi d’ascoltare

di questo mie chericotto

ch’a vedello nell’andare

e’ par pure un granchio cotto;

sempre pare istracco e rotto,

tanto va sopr’a sé male,

e par propio un vetturale

quando finisce la giornata.

 Risguardando alcuna fiata

un ch’ e’ mena in compagnia,

son di lui innamorata

come vuole Amor ch’ i’ sia.

I’ gli ho dato in suo balia

il mie cor d’Amor ferito:

s’i’ l’avessi per marito,

mi terrei d’Amor beata.

 Andranne, ballata mia,

riverente al mie signore

e parlando umile e pia

di’ ch’ i’ ’l priego di buon cuore;

che se lui mi porta amore,

a quel prete die licenza

e non venga in mie presenza

più con lui nessuna fiata.

XVII. - Sospiri di donna innamorata

 Ballerò con voi cantando,

po’ che così vuole Amore

che le pene del mie core

i’ le canti sospirando.

 A voler merzé trovare

non bisogna farsi muta,

ma bisogna adimandare

grazia altrui dicendo  aiuta .

I’ mi veggo esser perduta

l’alma, e ’l corpo sanza core,

che me l’ha furato Amore;

e dov’ è ’l cor mi raccomando.

 Tanto son d’Amor costretta

ch’ i’ no ’l posso più celare:

punta son d’una saetta

che non resta fiammeggiare.

Però vo’ merzé chiamare,

ch’a piatà si mova altrui,

quel che sola i’ son di lui:

a ogni altro ho dato bando.

 I’ vorrei essere intesa

e non far mie prieghi al vento;

po’ ch’ i’ son d’amor sì presa,

veder fine al mie tormento.

Dolz’ Amor, deh, sie contento

di far lieta la mie voglia

e por fine a tanta doglia.

Non voler ch’ i’ mora amando.

 S’ i’ fussi almanco certa

di non perder tanto amore,

non mi increscerebbe l’erta

d’aspettare el tempo e l’ore.

Pur ch’ i’ avessi il mie core,

e colui che ’l tiene ascoso

fussi mio diritto sposo,

non andrei altro cercando.

 Timorosa dubitando

dico ’l mio volere aperto;

per sapere, e i’ dimando

el volere d’altrui certo.

Se mi lascia, in un diserto

munister sarò romita;

quivi finirò mie vita

notte e giorno sospirando.

 Andranne, ballata mia,

sanza far punto soggiorno;

riverente, umile e pia

vann’al mio signore adomo.

Troverra[i]lo qui dattorno.

Umilmente fa’ che ’l prieghi

che mi sciolga o e’ mi leghi,

pur ch’ i’ sia certa del quando.

XVIII. - Pietà e umiltà crescono pregio alla bellezza

 Deh, non essere sdegnosa

contr’a chi ti porta amore;

se tu se’ gentil di core,

tu debb’esser graziosa.

 Tu se’ bella e se’ gentile,

nel parlare savia e onesta;

nella vista pari umile,

e nel cor tu se’ rubesta.

Crudeltà troppo molesta

tuo’ leggiadri e be’ sembianti;

non t’ incresce de’ mie’ pianti

perché tu non se’ piatosa.

 La piatà, l’esser umile,

par ch’avanzi ogni bellezza.

Deh, non ti far tener vile

per voler seguir durezza.

Dal tuo cor dividi e spezza

crudeltà, durezza e sdegno,

ch’i’ t’ho dato il mie cor pegno

d’amar te sopr’ogni cosa.

 Sie contenta omai di trarmi

fuor di tanto aspro dolore;

tu che puoi, voglia aiutarmi,

e a te sarà onore.

Deh, voglia seguire Amore

come tua biltà richiede;

se in te sarà merzede,

tuo biltà fie più famosa.

 Andranne, ballata mia,

riverente al mie signore,

e parlando umile e pia

gli dirai per mio amore

che durezza in gentil core

to’ la fama alla bellezza;

l’umiltà con gentilezza

la biltà fan gloriosa.

XIX. - Compianto in morte di bella donna

 L’aspra fortuna ria

mi fa gir lamentando,

da poi ch’ella diè bando  all’alma mia.

 Oh, misero meschino,

che aspra doglia sento nel mie core!

Sospiro a capo chino

e vo cercando il mio caro signore,

e con grieve dolore

la sua partita piango;

alla fonte rimango  ov’ella gia.

 Risguardomi d’intorno

con amari sospiri e con gran doglia,

e poi sanza soggiorno

la morte priego di vita mi scioglia.

Oh, quanti ne dispoglia

contr’alla voglia loro!

e per più mio martoro  mi fugge via.

 Ella vola sanz’ale,

questa morte crudele acerba e dura,

iniqua micidiale:

non ha riguardo e va sanza paura.

Di sì degna figura

n’è troppo gran peccato

che ’l suo viver mancato  al mondo sia.

 Non mi posso dar pace

ch’una cosa leggiadra e tanto degna,

rigogliosa e aldace

sì brievemente in un punto men vegna.

Ell’era pur la ’nsegna

di tutte le bellezze.

Le suo piacevolezze  ogn’ uòn disia.

 Gita se n’ è volando

suo vergin alma nel celeste coro,

d’allegrezza cantando,

fuggito il mondo rio pien di martoro.

Che filice tesoro

è quel ch’ella possiede!

E contenta si vede  e sempre fia!

 Or sia nella buon’ora.

Duolmi questa crudele aspra partita.

La fonte piange e plora,

ché di sì bel principio ell’è ’mbastita.

Oh, quanto era mie gita

dalla fonte all’ulivo!

Hammi del piacer privo  la morte ria.

XX. - Scherzo

 Ben che l’arte non sie mia

del cantar, pur canteroe;

per saper dimanderoe

per chiarir mie fantasia.

 Oimè, ch’i’ ho nel core

nuovamente aspro martire,

dubitando che l’Amore

m’abbi usato di tradire,

e da me voglia partire

un fedel della mie setta,

perché molto e’ si diletta

a ognor far questa via.

 Ben vorrei certo sapere

la cagion di tale effetto;

s’e’ ci vien per suo piacere,

o per alcun suo difetto.

Se d’Amore egli è costretto,

non gli bisogna purgarsi;

s’egli ha ’ sensi incensi e arsi,

purghi ’l cor con maestria.

 I’ ti priego, canzonetta,

che ’l tuo dire umile spanda:

alla bella pulzelletta

l’Acciaiuol le raccomanda;

di’ che facci una grillanda

di vivole e gelsomini,

e con sua dolci latini

gliene doni in cortesia.

XXI. - La canzona della malmaritata

Donne mie, i’ vo’ ’nsegnare

a chi vuol pigliar partito,

non dà noia aver marito,

ché si può ben vagheggiare.

 E’ mi vien compassione

pur d’alcuna ch’ i’ conosco,

ch’arèn più consolazione

se le stessino in un bosco.

Ogni bene è loro un tosco,

ch’ hanno lor mariti strani

e stan sempre come cani.

Donne, vi vo’ consigliare.

 Quando vedete un amante

che vi vada all’appetito,

vuolsi far qualche sembiante

che s’avvegga dello ’nvito;

ma bisogna ir assentito,

saviamente esaminando

come e dove, e pensar quando

vo’ vi possiate parlare.

 Non vi fidate d’ognuno,

perch’ognun non sa far l’arte;

non mettete mezzo alcuno,

se salvar volete in parte

l’onor vostro, ma da parte

fate pur tra voi e lui.

Non vi fidate d’altrui:

chi è savia al fin si pare.

 Non giucate alla civetta,

non portate ros’ o fiori:

state pure alla veletta

quand’ è tempo a dar gli onori.

Quando vi scontrate fuori,

gli occhi bassi, e non ridete;

e tra voi siate secrete,

se vo’ fussi ben comare.

 Una cosa ancor ci resta;

deh, gustatela a puntino!

Al marito fate festa,

come s’e’ fussi il bambino:

alle volte un pippioncino,

così qualche zaccheruzza;

spesso qualche allodoluzza,

come le sapete dare.

XXII. - Canzonetta delle giovani cantatrici

Chi vuol udir cantare

suoni un po’ la suo scarsella,

imperò che ’l suon di quella

ci fa tutte rallegrare.

 No’ siàn tutte pulzellette

che cantiàn per puerizia,

con le nostre canzonette.

Diana, giovani, letizia .

No’ andiàn sanza malizia

alle voglie del compagno:

ogni cosa per guadagno

par che sia lecito fare.

 Per le varie condizione

Son variati gli appetiti;

no’ sappiàn varie canzone

pur da nozze e da conviti.

Questi giovani puliti

vaghi son di cose nuove:

chi vuol nulla, accenni dove

e’ gli giova di toccare.

 Sappiàn quella de’ lupini,

ch’ è una bella canzona,

e per men di se’ quattrini

non la diremo a persona.

Quella dell’ulive è buona;

così quella del beccaio;

e dell’altre più d’un paio

ce ne debbe ancor restare.

 E c’è una canzone degna

per chi è mal maritata:

chi non sa, quella gl’ insegna

com’ ha esser consolata.

E’ ce n’è una brigata

che d’udirla assai ne giova:

per poter farne la prova,

or chiedete qual vi pare.

XXIII. - Che nessuno ami costei

 Levati, dama, dal core

questo tuo falso pensiero,

ch’ i’ non son dal tuo mestiero;

tu non tien ferma il tu’ amore.

 Vedi che ’l tempo si perde

quando s’ama chi non vuole;

giovinezza non rinverde,

anco fugge più che ’l sole.

Quest’ è quel che molto duole

quand’altrui po’ si ravvede,

non potendo aver merzede

da chi fu suo servidore.

 Che onor credi tu mai

acquistare infra gli amanti?

S’altri modi non terrai,

fuggiranti tutti quanti:

con sospir, lagrime e pianti

passerà tuo giovinezza.

Chi l’onor del mondo apprezza

mantien fede al suo signore.

 Rivolgendo tu ’l disio

come fa la foglia al vento,

or rivolt’ ho l’amor mio

dove son lieto e contento;

El mio core è tutto spento,

qual ardeva del tuo fuoco.

Non son più tenuto a giuoco,

anco sopra ogn’amadore.

 E’ si vuol quand’altri vede

esser fedelmente amata,

mantener amore e fede:

così fa chi non è ingrata.

Se tu se’ abbandonata,

di te sola puo’ dolerti:

va’ piangendo pe’ diserti;

riconosci il tu’ errore.

 Tu non pensi che chi ama

non ista’ ma’ sanza duolo,

tanto più quand’una dama

lascia altrui preso al lacciuolo.

Quando si vagheggia solo,

quest’ è sopra all’altre pene;

ora questo tocca a tene:

gusta s’egli è gran dolore.

 I’ non sento mi rimorda

punto ’l cor d’abbandonarti,

perché t’eri fatta sorda

a’ sospir ch’ i’ ho gia’ sparti.

Non mi par punto ingiuriarti,

anco far giusto dovere;

i’ t’ho detto el mie parere:

piglia o vuoi la spina o ’l fiore.

 Andranne, canzona mia,

proprio sul Ponte a Rifredi.

Riverente umile e pia

agli amanti che tu vedi,

ginocchion, di grazia, chiedi

che nessuno ami costei,

anco si guardin da lei

che non ha pietà nel core.

XXIV. - Ancora contro l’instabilità delle donne

 Non vo’ più seguire Amore

che più volte m’ha tradito;

m’ ha condotto a tal partito,

ch’ i’ ’l bestemmio a tutte l’ore.

 I’ soleva andar cantando

con piacere e con diletto

e d’Amor versificando

come suo fedel suggetto;

ora m’è tanto ’n dispetto,

ch’ i’ disamo ognuna ch’ama

perché non è gnuna dama

ch’abbi stabile il suo core.

 Nel principio ciascheduna

paion tutte pudicizia;

o vuo’ bianca o rossa o bruna,

son fontana di malizia,

e tant’è la lor nequizia

e la loro ingorda voglia,

che le fan come la foglia

che si volta a tutte l’ore.

 Ben è matto quel che crede

a nessuna maritata,

a’ lor giuri o a lor fede,

o di gnuna che sie nata:

chi ne vuol buona derrata,

tolga quel che ne può avere

e muti spesso podere

come lor lavoratore.

 E’ si vuol con dolce modo

con lor sempre stare all’erta,

e se tu la truovi in frodo

da’ le carte alla scoperta:

levar altri e sé di giuoco,

lasciar lei in guerra e ’n fuoco,

in affanni ed in dolore.

 Molte volte ho già udito

dir questo proverbio antico:

che chi la fa al marito

la può ben far all’amico.

I’ so ben quel ch’ i’ mi dico,

e d’ intorno c’ è chi ’ntende;

ma chi mal per ben mi rende

fie punita dell’errore.

XXV. - La ballata delle comari pettegole

 Po’ ch’ i’ son suto pregato,

vo’ cantare una canzona,

la qual fia onesta e buona

riprendendo il vicinato.

 I’ vi priego in cortesia

che vi piaccia d’ascoltare,

perché la canzona mia

vi potrà forse ’nsegnare

come vo’ avete a fare

quando insieme vi trovate.

Quando all’uscio vo’ filate

sempre vi par un mercato.

 Se vo’ siate insieme trenta,

ventinove ne favella:

quell’una non si rammenta

di trovar qualche novella.

Mona questa e mona quella,

attendete a lavorare,

e non tanto a cicalare,

che vi venga meno ’l fiato!

 Se in Talia si fa nulla,

ne volete ragionare;

se sapete una fanciulla

la qual sia per maritare,

voi volete ricordare

di che genti sie ’l marito,

in che modo e’ va vestito,

se gli è ricco e nello stato.

 S’una si fa alla finestra,

tutte l’altre vi si fanno;

a gracchiare ognuna è destra.

Questo giuoco è tutto l’anno.

L’una dice:  El mie panno

è andato cinque braccia .

L’altra dice:  La mi’ accia

vuol ancor un buon bucato .

 L’una dice  E mie’ pulcini

par che sien tutti ’ndozzati;

e’ si son pien di pollini

e son tutti spennacchiati .

L’altra dice:  I’ ho serbati

tutti quanti e mie’ capegli;

esconmi tutti e più begli:

el mal seme mi s’è appiccato .

 Se vedete che un passi

per la via più che non suole,

l’una ’ncontro all’altra fassi

o con cenni o con parole:

Certo ch’a costui gli duole

qui d’ intorno qualche dente .

Tanto ch’ognuna pon mente

e da tutte è uccellato.

 Vo’ fareste meglio a starvi

fuor di queste ragunate,

e d’altro non impacciarvi

che dell’arte che vo’ fate.

Attendete o smemorate,

o cicale, o berghinelle,

a non far tante novelle,

e stiesi ognuna nel suo lato.

XXVI. - Amore mal rimunerato

Po’ che mi tocca la sorte

che con voi mie pene canti,

ascoltate tutti quanti

ch’ i’ vo’ dir mie ragion forte.

 I’ mi vo’ dolere in prima

dell’Amor, quant’egli è ’ngrato;

egli è pur da fare stima

ch’altri sia così straziato,

come io, che sono stato

fedel servo e buon amante

d’una ch’ ha il cor di diamante

che per lei fo mille morte.

 Lass’a me ch’ i’ sono stato

pur assai di dolor pieno :

credo che mi fussi dato

per attermine il veleno,

ch’ i’ mi sento ardere ’n seno

una fiamma che mi strugge;

chi la può spegner mi fugge,

di pietà serra le porte.

 Quando il mie fuoco s’accese,

me ne dolsi umil e piano;

pur allor mi fu cortese

quest’Amor crudo e villano.

Or i’ piango e prego invano

questa bell’aspida sorda,

che di me non si ricorda

né di sua promesse corte.

 S’i’ mi dolgo e s’i’ sospiro,

ella salta in sulla bica,

e non pensa al mio martiro

questa mia crudel nimica,

e non vuole anco ch’ i’ dica

che nessun’altra mi piaccia:

non mi tiene e non mi scaccia

con le sue parole accorte.

 S’i’ avessi mai creduto

da costei aver tal prezzo

del gran ben che gli ho voluto,

mi sarei d’amar divezzo,

ben ch’ i’ spero che fie ’l sezzo

quest’amor, perch’a gran torto

per costei mi veggo morto.

Questo il ciel mi dà per sorte.

XXVII. - Lamento in nome di donna innamorata

 Forza m’è seguire Amore,

e piangendo merzé grido

a quel ladro di Cupido,

perché m’ ha furato il core.

 Ritornare in libertate

non ispero e non disio,

perché fra le ’nnamorate

più felice mi tengh’ io,

ch’ i’ mi truovi alfin privata

di chi m’ ha l’alma legata

puramente col su’ amore.

 Anco priego chi possiede

il mie cor che sie pietoso

di me quanto si richiede,

che d’amarmi sia grazioso

e non sia desideroso

d’altro amor né d’altra dama,

perch’ i’ son quella che l’ama

sopra ogn’altro amadore.

 Non fu mai Amor crudele

né ingrato né villano

a nessun servo fedele,

anco benigno ed umano.

S’ i’ spendessi il tempo invano

per costui, ch’ i’ amo tanto,

monacella con gran pianto

mi farei con gran dolore.

 Certamente i’ mi conosco

giunta in uno strano loco,

ismarrita per un bosco,

circundata d’un gran foco:

La difesa mi val poco,

ch’una rete ha preso ’l varco;

èvvi teso un laccio e un arco

ch’ i’ non posso uscirne fore.

 O leggiadra canzonetta,

va’, ritrova il mie signore,

e davanti a lui ti getta

ginocchion per mio amore;

raccomandagli ’l mie core,

che di tal cibo lo pasca

che alfine poi ne nasca

degno frutto con onore.

XXVIII. - Sospiri che vanno tra Sieve e Lora

 Chi sarà quella tanto dispietata

che non riprenda questa donna ingrata?

 Deh, prendavi pietà di me, amanti,

e ciascheduna che sente d’amore,

ch’ i’ vo’ che va’ sappiate tutti quanti

ch’ i’ tengo ferma fede al mie signore.

Ella non ha pietà del mio dolore.

Deh, giudicate voi quant’ella è ’ngrata.

 La m’ ha legato dandomi la fede;

similemente i’ l’ ho donata a lei;

ora mi lascia sanza aver merzede

de’ mie’ sospiri e de’ lamenti miei.

Almanco la cagion saper vorrei.

Deh, giudicate voi quant’ella è ’ngrata.

 Se la fa per provar s’i’ son costante,

ella ne vede chiara esperienza,

ché non sarebbe nessun altro amante

ch’avesse avuto tanta pazienza

avendo al suo onor grande avvertenza.

Deh, giudicate voi quant’ella è ’ngrata.

 O canzonetta mia, sanza dimora

piangendo umilemente te n’andrai

in sul bel prato tra Sieve e la Lora:

benignamente t’ inginocchierai;

e priega chi mi tiene in tanti guai

che di me sie pietosa e non più ingrata.

XXIX. - In lode del Mugello

 Per mille volte ringraziato sia

chi m’ha pregato ch’ i’ dica la mia.

 Ben ch’i’ non sia usata di cantare,

i’ canterò per non parer provana;

perché nessun mi possa biasimare,

dicendo poi ch’ i’ sie suta villana;

anco vogli’ esser benigna ed umana,

sempre nimica della villania.

 I’ ho sentito dir già molte volte

ragioniàn che Mugello è bel paese.

Avendo in me le suo parte raccolte,

egli è ben vero e vedesi palese;

ma non vorrei che fussi alle mie spese,

ch’a me parrebbe poca cortesia.

 Mugello è vaga in ciascheduna parte,

massimamente tra Sieve e la Lora,

dove Mercurio con mirabil arte

soccorse el figlio suo sanza dimora.

La Cavallina si chiamò allora,

e così s’è chiamata tuttavia.

 O canzonetta mia, piglia partito

da queste dame con dolce licenza;

priega chi tolse il core al mie marito

che libero lo renda in mia potenza,

ch’ i’ sarò sempre alla sua ubbidienza

e fedelmente amata da me fia.

XXX. - Io non son Diana cruda

I’ ti ringrazio mille volte, Amore,

po’ che m’ha’ dato un sì gentil signore.

 E s’i’ fui mai, Amor, cruda o acerba

contra di te, vogli’ essere umile,

e priego quel signor che ’l mie cor serba,

come ne’ suoi sembianti egli è gentile,

così vogli’ esser nell’amor virile,

amando me, che son sua servidore.

 Riscalda, Amor, nel generoso petto

il cor del mie signor, che sol d’un fuoco

arda col mio d’un voler costretto

perseverando in questo dolce gioco.

Omè ch’ i’ ardo, e più non trovo loco,

e felice mi chiamo a tutte l’ore:

 Ormai non sia nessun che pensi o creda

ch’ i’ fussi d’altr’amor legata o presa.

Già fu chi si pensò d’avermi in preda.

credendo offender me, fu sua l’offesa;

e vivo lieta di tal fiamma accesa,

e bramo di piacere al mio signore.

 Nell’età pura fui ammaestrata

ch’ i dovessi esser cruda degli amanti;

fino presente i’ ho bene osservata

la legge data dagli antichi canti;

ma ’ nostri cor non son però diamanti:

resister più non posso a tanto ardore.

 I’ non ho il cor di porfido o diamante

non son Diana cruda o Calvanea:

s’i’ sono innamorata èccene tante,

e leggesi di Tisbe e di Medea.

L’essere ingrata è cosa troppo rea:

amar si dee chi ama con onore.

 Ma la perfida invidia e’ ma’ parlanti

non mi lascian vedere il mie disio,

sì come veggon l’altre e lor amanti;

ma egli è tanto grazioso e pio

che non farebbe contro al voler mio

né altro amore alberga nel suo core.

 O canzonetta mia, non prender posa:

da’ mie’ sospiri ed amorosi canti

or ti diparti e sie tutta graziosa;

e genuflessa al mio signor davanti

mi raccomanda, e di’ che gli altri amanti

al tutto son privati del mio amore.

XXXI. - La «Canzona del core

 Chi si fa servo d’Amore,

gli convien donare ’l core.

 No’ siàn tutti d’un volere

tutti siamo innamorati,

e pigliàn sommo piacere

dall’Amore esser guidati;

all’Amor ci siàn donati

e ciascun gli dona ’l core.

 E’ ci pare un dolce gioco

quest’Amor pien di dolcezza:

se ci tiene il cor nel foco,

questa c’ è somma allegrezza.

L’amor vien da gentilezza

e non regna in duro core.

 Quando sono ad un volere

du’ amanti è gran diletto;

non vi val guardie tenere:

guardi pur chi ha sospetto,

ché si viene ad ogni effetto

purché sia disposto ’l core.

 O leggiadre damigelle,

risguardat’ e vostr’ amanti;

non vi fate Amor ribelle;

vostri cor non sien diamanti.

Se noi siamo a voi costanti,

siat’a noi gentil di core.

XXXII. - La canzona del signor della Cavallina

 Ogni dama pellegrina

che nel cor sente d’amore,

lieta venga a fare onore

al signor della Cavallina.

 Gli è venuto quel bel mese

che rallegra tutt’ e cori

e riveste ogni paese

d’erbe, frutte, fronde e fiori:

maggio pien di dolci odori

pe’ giardini e pe’ boschetti,

dove canton gli uccelletti

notte e dì, sera e mattina.

 Vuolsi far festa di maggio,

perché gli è degno d’onore;

non è loco sì selvaggio

che non sia pien di splendore.

Escon de’ boschetti fore

gli animali alla foresta:

per amor facendo festa,

l’un con l’altro s’avvicina.

 Pien d’amore e d’allegrezza

siàn venuti a visitare

qui la vostra gentilezza

per far tutti rallegrare,

e cerchiàn di maritare

queste nostre damigelle,

chi volesse una di quelle,

o vuol grande o vuol piccina.

 Chi ha ’l cor magno e cortese,

or dimostri il suo valore.

No’ vogliàn mutar paese

col magnifico signore.

Qual di voi brama l’onore

non aspetti più parole.

Or presenti quel che vuole,

perché ’l sol ratto cammina.

XXXIII. - Canzona de’ Manzevi

 Con vittoria trionfando

d’allegrezza andiàn cantando.

 Il signor d’esta compagna,

con sì gran magnificenza,

dal gran rege della Spagna

è mandato qui ’n Fiorenza,

visitando la presenza

del prefato Imperadore,

presentando con amore

questi servi al suo comando.

 Questi quattro mori sono,

con la diva pulzelletta,

sì pregiato e degno dono

ch’a lo ’mperio sol s’aspetta;

perché molto si diletta

di veder moresche danze,

degli amanti e delle manze

tutt’ insieme esercitando.

 Abbiàn fatto nuovo acquisto

del Reame di Granata,

ed avendo in costor visto

gentilezza sì pregiata,

s’ è lor vita conservata,

con questa pudica dama

che ciascun disia e brama

di vederla un po’ danzando.

 No’ andiàn per gentilezza

con la dama sollazzando:

ogni cor gentile apprezza

simil cosa risguardando;

e però vegniàn pregando

che ciascuno in cortesia

facci largo nella via

el danzar considerando.

Una curiosità conviviale

XXXIV. - Capitolo sulle vitrù della frutta

 Rendendo grazie al sommo Creatore

principalmente perché da Lui viene

ogni recriazione, ogni sapore;

 avendo ciaschedun le voglie piene

di ciascuna vivanda, or gusterete

collo ’ntelletto come s’appartiene.

 Per non essere offesi dalla sete,

l’altre vivande via si levin tutte,

e solo ’l vino in mensa lascerete;

 però che chi le labbra avessi asciutte,

tacitamente ciascun possa bere,

mentre che de’ panier trarrò le frutte.

 Le sono appunto di trenta maniere,

come vo’ ’ntenderete: compartite

sono ’n tre parte, a dieci per paniere.

 Dell’un si mangia, come voi udite

sol quel di drento, e l’altro quel di fore;

del terzo il tutto. È la prima di vite

 uva lugliola, dolce di sapore,

moscadella, pisana e la vernaccia,

zibibbo sodo di giallo colore;

 razzese e corso che fa bella faccia,

greca, trebbiana e malvagìa fine

che pochi son color che la non piaccia;

 canaiuole, gallette e passerine,

sancolombane e grosse e zappolino

e martinacce e lonze e le caprine,

 e perugine col ventre pollino,

bergo, vaiano e l’uve paradise,

la qua’ non senton mai calcio nel tino;

 rafone e angiole e di più divise,

le qua’ non conto rugiadose e fresche,

c’hanno a’ mie’ versi le rime conquise.

 Ancor ci son l’uve saracinesche;

dell’altre non vi conto e nomi strani:

non so se le son unghere o tedesche.

 Fichi vi son, castagnuoli e pisani,

albi, grassegli, porcinegli e sampieri,

piattoli, lardaiuoli e bitontani,

 datteri, piccioluti e cavalieri,

cigoli grassi che gli è un piacere,

corbini e batalon, verdegli e neri.

 Ecci di più ragion di belle pere

giugnole, rogge e ciampoline belle

e sementine che danno buon bere;

 diacciuole e cortigiane e moscadelle,

San Niccolò e la spinosa sana,

quagliole e tarsie e pere carvelle,

 rubine e montacchiese e sanza grana,

pere bugiarde e pere zuccherine,

e la pera bonella e la fontana.

 Ancor ci restan le pere ruggine

le qua’ s’uson di dar ne’ piattelletti

cogli anici alle nozze cittadine.

 Ancor nel primo de’ tre panieretti

ci son più mele fra quest’altre cose

che spesse volte a ber con lor ti metti:

 appioni, calamagne e mele rose,

malateste, appiuole e mele a spicchi,

mele francesche e cotogne odorose;

 mele ferruzze da tal ser ismicchi

che vendon l’altre per pigliar danari

per avarizia, che ’l diavol gl’ impicchi.

 Sonci cederni begli, e qual son cari;

con essi insieme ci sono e limoni,

che non son frutte da uomini avari.

 Fragole e more c’è di tre ragioni;

e nomi lor gli de’ saper ciascuno.

Le bianche son di dolce condizioni.

 Sonci le gelse e quelle che fa ’l pruno,

e corbezzole e sorbe giù nel fondo.

De’ tre panieri appunto n’è vuot’uno.

 Or cominciamo a vuotare il secondo,

del qual si mangia appunto infin all’ossa

de’ noccioli che son chi lungo e tondo.

 La prima a maturar di queste mossa

è la ciliegia che buondì si chiama,

e dopo questa la marchiana grossa,

 e l’acquaiuola, la qual poco s’ama,

e moraiuole e duracine fine,

e l’amarena che l’arrosto brama;

 ciriege sangiovanni e agostine;

e dopo queste di più d’un sapore

rugiadose ci son molte susine:

 giugnole e maglianese e le belfiore,

porcine e da dommasco e catelane,

avosine e sampiere d’un colore,

 verdacchie e amoscene le più sane,

partore e del mal nome, o vuo’ dir coglile,

e prugnole ch’ al gusto sono strane.

 Pesche ci son di quelle da dir: toglile

a qualunche vicin s’ egli è villano,

e se le son nel sacco va’ e scioglile.

 Sono spiccicatoie a piena mano,

così delle duracine verdigne,

pesche cotogne di color non sano,

 e pesche rosse che paion sanguigne,

e bacoche ci son simile a queste,

e giuggiole che son tutte rossigne.

 Le corniole ci son ch’alle foreste

si truovon sempre ne’ boschi silvani,

e chi ne cerca si rompe la veste;

 datteri c’è di paesi lontani

e po’ di sotto nespole e ulive,

le qua’ fanno sentir freddo a’ villani.

 Nell’ultimo di queste frutte dive

del sicondo panier, qual or si spaccia,

miliache ci son grosse e giulive.

 Or metto mano al terzo che si schiaccia

prima ciascuna, a volerla mangiare,

o dipartilla dal guscio si faccia.

 Le mandorle ci sono dolce e amare,

e le noce che fanno buon savore,

e nocciuole che son da trastullare,

 e melarance con agro sapore,

e melagrane ci son dolce e forte,

e papaveri pieni insino al fiore;

 lumie e pine ch’ hanno tante scorte:

prima che ’l frutto lor si possa avere,

bisogna che si rompin ben tre porte.

 Le castagne ci son, che ventoliere

sarebbe più lor nome che castagna,

perché le fan parlar più che ’l dovere;

 sonci e lupini, ch’ hanno una magagna:

che certamente e’ fanno ber più vino

che non si rico’ l’anno in Villamagna.

 Or è finito il terzo panierino:

i’ non so più che frutte mi vi dare;

per queste ho cerco dimolto cammino.

 Da mensa ciaschedun si può levare,

e con amor per Dio in caritate

delle vivande a’ poveri donare.

 E ringraziamo Iddio che ce l’ ha date.

Rime d’amore e di corrispondenza

XXXV. - Lamento d’amore

 Dappoi che la fortuna pur mi caccia

e tiene in tanta asprezza la mie vita

ch’i’ non conosco più qual sia bonaccia,

 per disperato vo’ far dipartita

e gir correndo drieto a chi mi fugge,

cioè la morte, che mi sare’ vita.

 Po’ che ogni piacer mi torna in ugge

e ma’ più non ispero d’aver bene,

a ciò pensando, il cor mi si distrugge.

 Veggomi rovinato in tante pene,

e rovinar mi veggo ognora in giù,

privato delle luce alte e serene;

 e non ispero in verità che più

cosa del mondo rallegrar mi possa,

né mai ritorni al tempo che già fu.

 Ben che la mente sia tonda e grossa,

comincio quel non so se poi seguire

lo saperrò, o s’io n’arò la possa.

 Ma pur gran volontà arei di dire

alcuna cosa se ’l mie basso ingegno

all’empia voglia mia potrà servire.

 Ben ch’ io conosco di non esser degno

di metter me nel numero di tanti

ch’ hanno seguito il tuo leggiadro segno,

 o glorioso Amor, dio degli amanti,

volgi in ver me e tu’ occhi piatosi;

abbi piatà de’ mia amari pianti.

 I’ son privato di tutti e riposi

e di tutti e piacer, po’ che fortuna

ha tolto a me quegli occhi gloriosi.

 I’ non credo che sia sotto la luna

el più leggiadro e ’l più pellegrin volto

nel quale ogni bellezza si raguna,

 dove natura mise ingegno molto

a dificare una cosa sì degna

dalla quale i’ mi veggo ischiuso e sciolto.

 Tutte le gentilezze in costei regna

che regnar può in criatura umana,

onesta vaga graziosa e benigna

 Leggesi di Medea e d’Adriana,

di Tisbe, e di Lucreza e sì d’Elena,

di Pulisena, la bella troiana;

 d’Isotta e di Cornelia, anco d’Almena

che fu sì bella e sì maravigliosa

che Giove fe’ legar con suo catena;

 della Pantassilea tanto famosa

si legge ancora e di più altre assai:

costei l’avanza tutte in ogni cosa

 Non credo che nel mondo fussi mai,

né sia né mai sarà cosa sì bella

quant’ è costei che tien mie vita in guai.

 Vo’ cominciare alla trezza isnella

per dire in parte delle suo bellezze

lucenti più che la diana stella.

 Di fila d’oro paion le suo trezze

con un colore angelico di perla

disceso giù dalle superne altezze.

 È la spaziosa fronte lustra e bella

co’ dua archetti delle vaghe ciglia:

sotto ciascuno una lucente stella.

 El naso in mezzo la suo parte piglia

né più né men, se non quel che gli tocca,

a punto tale ch’ è una maraviglia;

 e la pulita bella e gentil bocca,

co’ denti bianchi che paion d’avoro

d’un pezzo in sene, sì l’un l’altro tocca;

 e le vermiglie labbra al par di loro

che quando ride pare el paradiso

che mostri drento tutto il suo bel coro;

 e ’l mento tondo, fesso e non diviso,

con un foretto a forma d’una perla,

come propio richiede il suo bel viso;

 e la candida gola isvelta e bella

sì ben risiede fra le spalle e ’l petto,

che mai non vidi una simile a quella;

 e nel leggiadro sen per più diletto

le dua mammelle più bianche che neve,

che mi fan consumar: quest’ è l’effetto.

 Più giù non dico per parlar più brieve

e per non discoprir quel ch’ è coperto:

per onestà lo lascio, ed èmmi grieve.

 E tutte la suo membra, chiaro e certo,

furon formate su nel paradiso;

po’ fue in terra si bel dono offerto.

 Sì bello aspetto e sì leggiadro viso

i’ nol vorrei giammai aver veduto

avendomi già tanto il cor conquiso.

 Forte mi duole el tempo ch’ ho perduto,

ché tanto sono istato in isperanza

che sì bel dono a me sie conceduto.

 Non amerò ma’ più nessuna manza,

ma per silvaggi boschi la mie vita

dell’erbe gusterà la lor sustanza.

 Disposto son di far tal dipartita

e gire in lato che mai criatura

potrà sentir di me la mie finita.

 Dell’aspre fiere non arò paura;

anzi farommi di lor compagnia

cercando in ogni valle ombrosa e scura.

 E così finirò la vita mia.

Colpa di chi m’ ingenerò nel mondo

che potea far la mi’ alma giulìa.

 E dopo morte i’ spero nel profondo

mi’ alma vadi innell’etterne pene,

le qua’ saranno a me galdio giocondo,

 e sia legata da quelle catene

colle qua’ Cervero ha legati tanti

che per amor soli fuor d’ogni lor bene.

 Disidero d’entrar fra tutti quanti,

e fiami grazia quanti più martiri

potrò avere in que’ rigidi pianti.

 Omè che ’l cor mi si strugge in sospiri

rinforzandomi ognor la crudel pena,

e bramo morte che seco mi tiri.

 Tremando sudo sangue d’ogni vena,

tanto mi duole el partirmi da quella

alma leggiadra lucida e serena,

 benigna, graziosa onesta e bella.

E non mi dolgo già della suo parte:

ringrazione ciascun per amor d’ella.

 Nessun m’ ha tolto l’operar tal arte

a far che lieta fussi la mie vita:

resurto è qui di sopra in queste carte.

 Domandoti merzé, alma gradita,

e se mai ti falli’, chieggio perdono;

sin alla morte, e dopo mie finita,

 tuo servidor sarò leale e buono.

XXXVI. - Contro una donna invidiosa

 Veggo tutt’i pianeti in una lega

con tutta la lor forza a farmi guerra,

sanza darmi riposo, pace o tregua;

 veggo contr’a di me l’aria e la terra

e tutti gli alimenti in un volere:

ciascun contr’a di me la punga serra.

 Oh! quanto con ragion m’ ho da dolere,

non già d’Amor, ma sì della fortuna

sempre nemica d’ogni mio piacere.

 In tutto il cerchio qual gira la luna,

o quanto e raggi sua distende el sole,

non credo si trovassi alma nessuna

 che si possa doler (dolga se vuole)

né sia alla fortuna tal suggetto,

quanto son io in fatti e in parole.

 Deh, perché le son io tanto in dispetto

che quando i’ credo l’ancora gittare

e surger lietamente a mie diletto,

 la mi percuote e manda in alto mare

con sì alpestro e tempestoso vento

ch’a porto non ispero più tornare?

 Né spero più in vita esser contento,

po’ che fortuna vuol che così sia

che la mie vita stia sempre in tormento.

 Invidia maladetta iniqua e ria,

tu hai contr’a di me tal punta retta

che m’ è vieto abitar l’eccelsa via;

 ma se di questo i’ non ne fo vendetta

colla mie lingua in ciascuna pendice,

dal ciel mi venga un’ardente saetta.

 Tanto diroe di quella ch’ è radice

di tutte le mie pene e mie dolore,

che ’l suo onore tornerà infilice;

 perch’i’ son certo donde vien l’errore

e del mie male appunto so l’effetto,

che troppo amare onestà e onore.

 E non parrà ch’ i’ abbi freddo il petto;

parrà che la mie lingua abbi il parletico

vendicarmi di tanto dispetto.

 Non parlo per gran pena, anzi farnetico.

Così farneticando vo’ vedere

altri temerà il mie solletico.

 Per certo i’ non farò men che dovere,

ché chi mal cerca è pur ragion che n’abbia.

I’ ne farò mi’ sforzo e mie potere

 di metter quest’ invidia in una gabbia,

e pungerolla con siffatta ortica

ch’ella si morderà le man per rabbia,

 po’ che per lei il mie cor si notrica

d’amar sospiri e sì cocente pena

che morte mi sarebbe men fatica.

 Se romper si potessi la catena

che tien mie cor in così aspre sorte

mi sare’ grazia filice e serena.

 Che la spietata iniqua e cruda morte,

la qual mi fugge, si voltassi addrieto

e mettessimi drento alle suo porte,

 allor mi chiamerei contento e lieto:

la morte mi sare’ consolazione

al core; ogni pensiero sare’ quieto.

 Ragguagliata che sia questa ragione,

ch’ i’ senta mie sementa render frutto,

andrò cercando nuova abitazione,

 consumando mie vita in pianti e ’n lutto

per folti boschi con diverse fiere;

questo sarà mi’ albergo e mie ridutto.

 Trasformerò di me tutte maniere

tenendo vita propio d’animale,

pascendo in boschi, sulle rive a bere.

 E così diverrò con loro quale

di vestige, di modi e di sembianti,

parlando come l’orso o il cinghiale.

 Le strida e’ muggi lor mi saran canti,

e i’ comprenderò lor modi e forma,

e, lor tacendo, seguirò mie pianti.

 El giorno all’ombra d’una folta torma

di castagni, di faggi, querce o nassi

converrà per istanco alquanto i’ dorma;

 la notte scura moverò mie’ passi

con l’altre fiere andando alla ventura

graffiando fra gli sterpi e membri lassi.

 La più feroce fiera e più sicura

mi farà scorta per compassione,

perché dell’altre i’ non abbi paura.

 Questo sarà un rigido lione

ch’ è posto sopr’a tutti gli animali,

sì come agli anima’ son le persone;

 e poi per compagnia lupi e cinghiali,

draghi serpenti liopardi e orsi,

ben che sien come me tutti mortali.

 Vedrogli in un voler tutti disporsi

con meco a lamentar della mie pena,

fin che ’ pianeti aràn fatti lor corsi,

 po’ che fortuna a tal sorte mi mena

ch’ i’ disidero e bramo in breve spazio

che ’l sangue mi s’adiacci in ogni vena.

 O glorioso Amore, i’ ti ringrazio

di te m’ho da lodar, non da dolere,

di laldarti mai non sarò sazio.

 Da te non ebbi mai se non piacere.

D’essere amato tu m’ha’ fatto degno

da tal ch’ i’ non son degno di vedere.

 Con la mie volontà ’nanzi a te vegno,

con lagrime pregando tuo potenza

che tu facci di me nel cor ritegno

 di quella donna di tanta eccellenza

che nell’etterno regno par criata,

tant’ è di biltà piena e di prudenza.

 La perfetta amistà non sia lasciata

e ’l fervente disio qual porto a lei;

suo voglia contr’a me non sie cangiata,

 ma prendale piatà de’ martir miei.

XXXVII. Supplica dell’amata

 Merzé, per Dio, Amor, ch’i’ più non posso

il grieve pondo che mi rompe e spezza

el core e l’alma e quanti nervi ho addosso!

 Sott’ombra di diletto, in quanta asprezza

ha’ tenuto mie vita soggiogata

amando la fontana di durezza!

 O vita mia in mal punto criata,

albergo e nido d’infinita guai,

da un’ardente fiamma accircundata,

 ch’ognora accende e folgora suo rai

con sì cocente e perfide faville

che morte stimo di men pena assai!

 Chi tempo aspetta, ogn’ora gli par mille.

I’ sto pure a speranza, e ’l tempo fugge;

gioventù manca e biltà si distille.

 Sento mie core involto in una rugge

che mille fiate il giorno in un momento

come la brina al sol disfassi e strugge.

 Se mi giovassi pure el far lamento,

fare’ mi’ occhi simili a duo fiumi:

i’ piango, e piangerei per ognun cento.

 O dispiatati e sì leggiadri lumi,

orati in tosco duo pungenti strali,

in fronte al fiume de’ degni costumi,

 in vista gloriosi e non mortali;

sol di me morte, per vostra vaghezza

contro a ragione a me sì micidiali!

 O crudel giorno qual tanta bellezza,

per far mie vita brieve, a essa porsi

mie vista, poi di lagrime ognor mézza!

 Deh, perché in altro loco non mi torsi

o prima o poi istendendo mie passi,

non volendo mie vita sottoporsi?

 Ben credo che fortuna mi portassi

traslatando mie cor di carne in esca,

perché quel ch’addivenne m’incontrassi.

 Come dal cielo alle volte par ch’esca

un’ardente saetta, e giù s’appiglia,

e secca l’erba ch’ è florida e fresca;

 così duo razzi uscir sotto le ciglia,

ardendo con gran forza e gran valore,

di quella a cui nessuna s’assimiglia;

 né altrimenti accesono il mie core

come l’archiminata polver nera

quando del fuoco sente suo calore.

 I’ ero come fronde a primavera

tenero e verde d’anni giovinetto,

del mie giorno a mattino, or presso a sera.

 Ho consumato l’alma e ’l cor nel petto,

el giorno sospirando, e poi piangendo

quando ciascun si posa per diletto.

 Or, non potendo più, vinto m’arrendo

perch’ i’ mi veggio a tal termine giunto

che morte s’avvicina a me correndo.

 Ma se ’l cor di costei fuss’ancor punto

alquanto di piatà pe’ mie’ martiri,

di vita non sarei ancor defunto.

 Ti priego, Amor, con lagrime e sospiri,

col tuo possente stral costei offenda

ch’a me, com’ i’ a lei, suo luce giri,

 e poi con umiltà mie prece intenda,

matura su’ acerba condizione,

che del passato tempo facci ammenda.

 E per dar fine a tanta passione,

mi volto a lei con timorosa faccia

colle luce stillando ginocchione,

 col volto chino e croce delle braccia:

Misericordia, pace e non più guerra;

merzé, prima che morte mi disfaccia! .

 Tanto starò aggiunto sulla terra

che converrà che piatà si discuopra

a romper la catena che ’l cor serra.

 Se ’n te è gentilezza, come ogni opra

felice e degna par che ’n te possegga,

la ragion converrà che stia di sopra.

 Prima che sopra a me ritto mi regga,

uscirà crudeltà fuor del tuo core,

e tutto d’umiltà ripieno il vegga.

 In te è sapienza, in te valore;

tu di biltà sopr’ogni criatura;

tu fiume di virtù, fonte d’onore.

 Intera d’ogni part’ è tuo figura

più ch’altra donna che mai fussi o sia,

specchio di ciò che mai fece natura;

 e ben ch’a me occultamente stia

misericordia, ch’ è madre d’amore,

non ispero però che ’n te non sia;

 ché non fu mai sì filice signore

che veggendosi amar, s’egli è gentile,

che lui non ami chi l’ama di core.

 Esaltando si vien nel farsi umile;

l’umiltà piace sopra ogni altra cosa:

deh, non mi disdegnar, ben che simile

 non sia a tuo persona graziosa.

XXXVIII. - In biasimo delle donne e d’Amore

 Per isfogare alquanto le mie pene,

colla voce tremante apro la bocca

essempro dando a chi dirieto vène.

 È sì grande ’l dolor che ’l cor mi tocca

che con aggiunte palme morte invoco:

suo colpo aspetto, e l’arco anco no scocca.

 Resurto m’ è ogni allegrezza e gioco

in lagrime e sospir tanto cocenti

ch’ i’ mi distruggo più che neve al foco.

 Andar mi veggo a passi gravi e lenti

sol per amor veduto in tal declino;

pers’ho la forza, el gusto e’ sentimenti.

 Meco pensando piango a capo chino,

malediscendo e giorni, e punti e l’ore

ch’Amor mi mise in sì crudel destino.

 Oh, con quanta dolcezza el traditore

mi mise per un prato pien di fronde,

là dove i’ persi per vaghezza el core!

 Rivoltomi più volte a veder onde

i’ ero entrato, per tornare indreto,

un falso lagrimar la via m’asconde.

 E come el sol co’ raggi passa il vrieto,

così le luce di questa bugiarda

mi passan drento al cor transìto e cheto.

 Deh, quanto è folle ciaschedun che guarda

o crede a fe’ di femmina che sia,

perché lor fede è fragile e bastarda.

 Elle son seme e pianta di resia,

piene di tradimenti e d’omicidio,

pur che s’adempi la lor voglia ria.

 La donna ci privò del santo nidio

per adempier suo voglia di quel frutto

che ci fa star quaggiù in tanto fastidio.

 Le sono un animal sì falso e brutto

che chi gustassi bene ogni lor parte,

di lor nemico si farebbe in tutto.

 L’hanno tanta malizia, e tant’ è l’arte,

che sott’ombra d’amore ell’ han già fatti

molti finir discritti in mille carte.

 Per questo falso Amor ne son disfatti

regni potenti d’anime e di gioia,

come si legge e vedesene gli atti.

 Vedi l’antica e gran città di Troia:

sol per Elena, per colpa d’Amore,

disfatta fu con pianti, danno e noia.

 Risguarda prima el celeste Signore

che dua città summerse per isdegno

del grande obrobbio d’esto traditore;

 E vedi Salamon, cotanto degno,

che fue di sapienza lume e specchio,

e poi dove perdè tutto ’l suo ingegno.

 L’altro fu Aristotil, tanto vecchio,

che si sommise d’esser cavalcato,

come ti porge tutto dì l’orecchio;

 l’altr’ è Vergilio nel ceston tirato;

ben che non fu tal mal sanza vendetta,

non resta che non fusse dispregiato.

 Almena fu sì bella giovinetta

che Giove ne discese dell’altezza,

punto dal traditor con suo saetta.

 Tu dei saper come la gentilezza

d’ Ipolito finì con tanto strazio,

nel fiore appunto di suo giovinezza.

 Risguarda ancora in quanto brieve spazio

Pirramo e Tisbe fûr di vita spenti,

pel traditor di micidi non sazio.

 Ah, quanti ne son già suti dolenti!

Vedi Leandro e Ero in sulla rena

usciti fuor del numer de’ viventi;

 d’Achille vedi che per Pulisena

fu la suo vita a tradimento spenta,

qual fu a’ Greci una dolente pena.

 I’ credo ispesse volte ancor si senta

del tradimento che fece Giuletta

e quanto ella vi fu presta e attenta.

 Tu dei saper come ’n un’ isoletta

del mar si truova da Gianson lasciata

Medea, lamentandosi soletta.

 Or vedi se costei fu scellerata,

Semiramis, che da dua figliuoli

propii di sé voll’essere sposata.

 Rivolgiti a Sanson, se veder vuoli

come fu per Amor toso le chiome,

lasciati e membri sua di forza soli;

 e di Pasife dei sapere el come

gravida fu d’un feroce animale,

qual par che toro sia suo dritto nome.

 Amor bugiardo falso e disleale

che fe’ prendere Appollo forma umana

e cogli armenti nelle selve sale!

 Ben veggo quant’ell’ è malvagia e strana

questa fera crudel, ch’ ècci nimica

e mostrasi sì dolce e sì umana;

 e parmi ben che l’animo mi dica:

Po’ che tu ne se’ fuor, piglia tal via

che non ritorni più fra questa ortica .

 Ritengasi chi vuol la preda mia,

questa falsa bugiarda ch’ i’ amavo,

che sempre fuggirò dond’ella sia;

 né ma’ più mi farò servo né schiavo

di donna ch’ è più lieve che la foglia,

ma pentomi di quante amate n’avo.

 Anzi, chi vuole al mondo fuggir doglia,

fugga l’Amor, perché chi vi si lega

non ha ma’ ben, né può cosa che voglia.

 Risguarda ciò che ’l dir di sopra ispiega

e vedi quest’Amore essere un mare,

che chi me’ vi passeggia, quel v’anniega.

 Da me nessuna più si vedrà amare,

perché l’animo mio disia e brama

in prima tutte l’altre dileggiare.

 Oh, filice colui ch’Amor non ama,

però che nuocer non gli può fortuna!

E pure a chi piacessi alcuna dama,

 torla per donna, o non amar nessuna.

XXXIX. - In lode di bella donna

O glorioso, o trionfante Amore

che tutto l’universo hai ’n balia,

per la tua vigoria

la qual sommette a sé ogni valore,

 tu se’ di tutto general signore,

perch’ alla forza tua non è rimedio:

dove tu pon l’assedio,

conviene in ogni loco abbi vittoria.

 I’ ho già ’nteso per alcuna storia

dell’aspre guerre che per te son fatte,

e simile disfatte

di mortal guerre in perpetue pace.

 Non è nessuno in tanta contumace

che, se tu vuoi, che tu nol facci lieto.

I’ penso per l’adrieto

com’i’ parti’ da te con tanto sdegno,

 avendo al tutto la forza e lo ’ngegno

in me disposto di ma’ più seguirti,

né volere ubbidirti

e, non che altri, me volere amare.

 Ben mi credetti da te ribellare

avendomi tu fatto tale ingiuria,

che in su quella furia

arei la vita mia data in diposito,

 e detto ch’ è del mio fermo proposito

il quale avevo fatto in su quel punto,

che ma’ più sare’ giunto

d’alcuno amor, po’ ch’ i’ n’ero scampato.

 Lasso! ch’ i’ sono or più che mai legato

nelle tuo ferze, e più che mai suggetto,

e nel misero petto

sento mie core in una ardente fialma.

 Le forze ho spente, e per partirsi l’alma

dal mio misero corpo ognora aspetta

per la crudel saetta

non aspettata qual mi diè Cupido.

 Alzo le palme in ginocchioni e grido

a voi misericordia, o sacri iddei:

confermate costei

nel presente volere, e son contento.

 Omè! ch’ i’ temo ed ho sì gran pavento,

per quel ch’ i’ veggo a tutte quante l’ore,

che ’l suo tiepido core

non si voglia scaldar d’un altro foco.

 Vogliate conservarmi in questo loco,

o sacri iddei, e tu, graziosa Venere,

o sì disporre in cenere

presto mie corpo, se ’l disio manca.

 I’ sento tanto la mie vita stanca

ch’i’ ho abbandonato ogni piacere,

e tutto il mio volere

è sol pensar di compiacer costei.

 Se le vostre virtù mostrate in lei

pari di me, non vi chiegg’altro dono:

el più contento sono

che fussi mai d’Amore, e più non bramo.

 Or lascio voi, e a costei ch’ i’ amo

mi volto con benigna riverenza,

e alla sua presenza

mi raccomando con pietosa voce.

 Alma gentil, nella tuo chiara foce

l’ancora gitto e qui fermo il mie legno,

e ’n sulla gaggia il segno

del mio volere aperto t’ho spiegato.

 Non sono a te da fortuna guidato,

ma da pronto voler per la tuo fama,

la quale ogni cor chiama

a ’nnamorarsi delle tua bellezze.

 Giugnendo a te, le tua piacevolezze

e’ leggiadri costumi e’ dolci sguardi,

avvelenati dardi,

son suti a me, che m’ han ferito il core,

 e son venuto servo di signore,

e di tal servitù contento sono,

pur che sì fatto dono

fortuna o ’nvidia non me ’l voglin tôrre.

 La forza non varrebbe a me d’ Ettorre

né di Sanson né del feroce Achille,

s’Amor d’altre faville

in te volesse nuova fiamma accendere.

 I’ priego sol a te, che puoi difendere

col tuo voler la mia dubbiosa sorte,

pur che costante e forte

tu mi conservi la promessa fede.

 Come regnare in te chiaro si vede

virtù e sapienza e carità,

in te stabilità

di quest’altre virtù sie fondamento.

 Alma leggiadra, al mio proponimento

avendo detto quel che vale e tiene,

ora mi s’appartiene,

volendo questa lalda esser più degna,

 trattar di tuo biltà, sì come insegna

tu se’ d’ogni virtù e leggiadria,

ché certo par che sia

in ciel criata tuo degna figura.

 Oh, veramente mai fece natura

quaggiù in terra un’anima vestita

di bellezza infinita

senza macula alcuna in sé trovare.

 I’ guardo e penso in particulare

le tua leggiadre membra d’assortire

e per ordine dire

quanto richiede della lor bellezza.

 La prima cosa in cima dell’altezza

del tuo leggiadro corpo, o chiara stella,

si è la trezza bella

che paion fila d’oro crespe e bionde.

 Muove da loro una luce ch’asconde

e occupa la vista più che ’l sole

a chi mirar gli vuole

essendo occulti ne’ legami involti.

 In sulle spalle poi vedergli isciolti

paion razzi di sol piover dal cielo,

e sì bianco ogni pelo

che ’l candido par bruno allato a questa.

 È poi di sotto la spaziosa testa,

lucente più ch’una leggiadra spera,

d’ogni bellezza intera,

che sol pensando è una maraviglia.

 Come diparton ben le vaghe ciglia

che paion duo razetti di fin oro!

Quivi sotto è ’l martoro

che par che nel mie cor saette fiocchi.

 Oh, i’ non vidi mai e più begli occhi

con uno sguardo di tal contenenza,

con soave presenza,

che quando gli alzi pare el paradiso.

 In mezzo in fra le luce nel bel viso

si vede tanto ben proporzionato

il bel naso affilato

che signoreggia duo ’ncarnate rose,

 pulite e belle tue guance amorose,

che paion latte e sangue nette e pure,

sanza porvi misture,

naturalmente lucide e gentile.

 Al mondo non sarebbe cor sì vile

che a veder quelle labbra vezzose,

che per simile cose

non venissi a mirar volonteroso.

 Ridendo il tuo bel viso grazioso

dimostra alquanto e piccioletti denti

lattati e rilucenti

che paion di cristallo o d’ariento;

 e disotto le labbra il gentil mento

con un foretto a forma d’una perla,

e la gola a vederla

in fra l’altre non par cosa mortale.

 Tanto le membra tue belle e quale

rispondon tutte con gran gentilezza

all’onesta grandezza

come a leggiadra donna si richiede.

 I’ penso e guardo che dal capo al piede

in te non so veder nulla magagna,

né solo una compagna

ti truovo di bellezza in questo mondo.

 Sento per fama che ben gite al fondo

dimolte son per lor bellezze isparte.

Non tutte, ma in parte

racconterò di quelle che si legge.

 I’ piglierò il fior della lor gregge;

ma sia qual vuol di lor leggiadra e degna,

tu porterai la ’nsegna

d’ogni biltà, e di virtù corona.

 Almena fu leggiadra di persona,

bella di viso e di costumi ornata,

e Lucrezia lodata

fu di biltà, e la troiana Elèna.

 Rinsuona al mondo la fama serena

d’Isotta e di Cornelia e di Medea

e di Pantassilea

e di Penelopè di biltà piena,

 anco di Tisbe e sì di Pulisena,

di Fedra e d’Adriana e di Giuletta,

e d’Ero giovinetta,

e della vaga e bella Lionida

 come si sente che lor fama grida,

di tutte queste e di più altre assai,

tu te ne porterai

d’Amore in sul trionfo lo stendardo.

 Oh, quanto si richiede a te riguardo,

essendo di biltà tanto famosa!

Deh! voglia esser piatosa

della mie vita con amor fedele.

 Ma se tu penserai l’esser crudele

quanto sta male a donna signorile,

se mai tu fusti umile,

la tuo biltà non ti metta in superba.

 Altra ricchezza al mondo non si serba

dopo la morte, se non buona fama;

e chie la superbi’ ama,

con suo dispregio ogni anima il proverba.

 Non volere esser come Fedra acerba

ch’acconsentì d’ Ipolito la morte;

non volere a tal sorte,

amando te, a mie vita por termine.

 Drento al mie cor mi par sentire un vermine

che per amarti la vita mi rode;

mi veggo alle prode

come Leandro per seguitare Ero.

 A te mi raccomando e in te spero.

Tu se’ tutto il mie bene e ’l mie disio,

e in terra uno dio

a me tu se’ dove ’l mie core adora.

 Tant’esser può che mai trapassi un’ora

ch’ i’ non t’abbi nel core e nella vista,

quant’un’anima trista

può in etterna gloria possedere.

 Or voglia tu quest’amor mantenere.

XL. - Propositi di Costanza

 Mentre che in un corpo regna vita

o batte sensi o sentevisi fiato,

non si vuol mai che ’l pianto sie levato

se prima l’alma non s’è dipartita;

 né guerra mai si de’ chiamar finita

se tutto el campo non è via andato;

e non si intende mai fatto mercato

infin che l’arra non t’ è stabilita.

 E non si debbe mai uscir di strada

a fare il suo cammin diritto e ’ntero,

anzi seguire e non si porre a bada.

 Così mi par della sustanza il vero;

e mentre che fortuna vuol chi’i’ vada,

i’ vo’ seguire il mio signore altero.

 Così è mio pensiero

d’aver costei per cui mie cor si perde,

e così spero insin che c’ è del verde.

XLI. - O Amor falso

 I’ fu’ sempre nel mondo isventurato;

sempre fortuna m’ha ’vuto in dispetto,

e non ispero più aver diletto

po’ che di tanto bene i’ son privato.

 Omè che tanto tempo i’ ho amato,

sanza malizia, d’un amor perfetto!

O Amor falso, che sie maladetto!

Tu sa’ ben se fedel ti sono stato.

 Morir vorrei, po’ ch’ i’ mi veggo sciolto

da quel legame che disideravo

ch’avessi duo voleri in uno accolto,

 per divenir signor di cui ischiavo

son suto tanto, di sì gentil volto,

il qual com’uno iddio i’ adoravo;

 e altro non bramavo

se non libera averla, e fussi mia.

O falso Amor, che maladetto sia!

XLII. - Contro un prete poco devoto

 Bistolfo mio con poca divozione,

o zucca vana, teschio e non cervello,

di scienza più netto ch’ un baccello,

più sciocco ch’una zucca o un mellone;

 tu par così un certo dondolone

fatto da que’ che ’mbiancon col pennello,

e nell’andar più goffo ch’un cammello,

vocatus nomen item Ser Sapone.

 So che t’intendi poco di gramatica:

mastica ben questo verso di sopra,

apri lo ’ngegno a ’ntender questa pratica.

 Se hai punto di senno, qui l’adopra:

non ti parrà quel verso una volatica,

ma un’amara e ispiacevol opra.

 E’ convien ch’ i’ discuopra

tutte le tuo virtù; chiaro destingua

della tuo gola e la fracida lingua.

XLIII. - Matteo Franco, in difesa di Luigi Pulci

 Franco, s’i’ odo e ben porgo gli orecchi,

in verità che non mi pare onesto:

a un tuo par non si richiede questo,

e senne biasimato da parecchi

 ch’uomini di virtù fontane e specchi,

perché ti se’ in tal opera desto.

Ma questo tempo ti sarà richiesto:

tu ti vai voltolando in sugli stecchi.

 Entrasti tu nella riligione

per dire uficio o studiare in sonetti?

Celebri tu con queste orazione?

 Lascia Luigi e non far più dispetti.

La cherica richiede divozione

e buoni essempli in parole e ’n effetti;

 e pur se ti diletti

di fare in versi, intendi el parlar mio:

fa cose in lalde de l’etterno Iddio.

XLIV. - Contro l’istabilità della donna

 Non posso però far che non mi dolga

perdere un viso sì laggiadro e snello;

questo dolore al core m’è un coltello

pensando chi, per nuovo amor, mel tolga.

 Può fare el ciel sì presto Amor rivolga

un core, e tolga e dia nuovo martello,

e quel ch’ è brutto facci parer bello,

e di catene e lacci lo disciolga?

 Oh, insaziabil voglia di ciascuna

femmina non istabile d’un’ora,

ma di più volte che ’l sole o la luna!

 Oh! infilice quel che s’ innamora

o tien con lealtà fede a nessuna,

ché nuovo amante vogliono a ogni ora!

 E i’ lo conosco ora,

per una che ’l mie core arde e distrugge,

e la fede m’ha rotta, e or mi fugge.

XLV. - La vita nostra non è primavera

 Colonna di biltà, a cui suggetto

fatto mi sono in tanta contumace,

a tanta guerra poni quieta pace;

misericordia vinca il duro petto.

 Non più delle mie pene aver diletto

ché ’l tempo vola e la biltà non giace,

e ’l perder tempo, a chi più sa, più spiace;

dopo il commesso error se n’ ha dispetto.

 La vita nostra non è primavera,

ch’ogni anno si ritorna verde e fresca.

La tua giornata omai è presso a sera.

 Ogni disegno non par che riesca:

questa sentenza mi par certa e vera,

ché l’aspettare assai par che rincresca.

 E non ti varrà l’esca:

se l’acqua intorba, e pesci non verranno.

A me fie doglia, a te dispetto e danno.

XLVI. - A una donna dura di cuore

 Cor di diamante o marmorina prieta,

non dar più spazio a romper la catena

che tien mie core e l’alma in tanta pena;

e nella vista pari sì mansueta.

 Tu nel parlar umil graziosa e lieta,

po’ se’ di crudeltà fontana e vena.

per te la vita mia al fin si mena.

La tua giornata è tra vespro e compieta,

 e ’l sole è presso a dove e raggi asconde,

d’una nebbia sottil tutto si cuopre.

La tuo scoglia gentil già s’empe d’ onde

 nel volto ove biltà misse su’ opre,

e or sanza chiamare a te risponde

quel che d’ogni biltà ti spoglia e scuopre.

 In parole e in opre

prendi diletto, e trai frutto e sustanza

del brieve tempo ch’ a nessun avanza.

XLVII. - L’amore è un amo tenace

 Con grieve pena nel mie cor sospiro

pensando in che ritroso mi son messo.

Ma che giova dolermi con me stesso?

Quanto più penso, più cresce il martiro,

 e per disciormi nel nodo m’aggiro,

e più mi serro e avviluppo in esso.

Negar non posso, e con pena confesso

che sola te sopr’ogni altra disiro.

 I’ non credetti mai venir sì bramo

di te, né mi pungessi sì l’ortica

del tu’ amor, né sì tenessi l’amo

 che ’l mie cor prese con brieve fatica.

O filice signor, merzé ti chiamo.

Non so per quanti modi più tel dica.

 Se tu mi se’ amica,

dimostral ora al fine de’ mie’ prieghi:

che tu mi sciolga o più stretto mi leghi.

XLVIII. - Ad una mala lingua

 I’ ho sentito, e veggo ch’egli è vero,

che aschio e ’nvidia non moriron mai.

O mala lingua, di’ pur se tu sai,

ché s’adempierà tuo disidero;

 ma per farti crepar ben da dovero,

in più filicità tu mi vedrai.

Sol per invidia tal guerra mi fai,

ma no la stimo un cancellato zero.

 L’essere onesto veggo m’è nociuto,

e l’onestà mi fa tener dappoco,

per ch’ i’ non feci quel ch’are’ potuto.

 Ma se più mi trovassi a simil loco,

sanza parlar farei quel ch’ è dovuto

e non sarei così tenuto a giuoco.

 Ma io non sarò fioco,

ch’i’ n’ho vantaggio, e non essere quale.

Non creder ch’i’ ti renda ben per male.

XLIX. - [Alla donna, perchè non ascolti una maldicente

 Serena luce d’ogni biltà piena,

fontana d’ intelletto e discrezione,

di sapienza più che Salamone,

leggiadra e signoril donna serena;

 non fu giammai Isotta o Pulisena,

Lucrezia e Adriana o Ansalone,

o Almena che fu d’Anfetrione,

né mai simil a te, alma serena.

 La sapienza tua non voglia pôrre

orecchi alle parole di colei

che per invidia mi vorrebbe storre;

 e però tanto incolpa e modi miei.

Tal pena dal mie cor non posso torre,

e s’i’ potessi contento sarei.

 È certo ch’ i’ vorrei

elegger prima di voler morire

che mi lasciassi per lo suo mal dire.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 09 novembre 2007