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Edizione di riferimento:
Rime inedite o rare Giambullari, Bernardo Marchetti, Sansoni Antiquariato Firenze 1955
Indice
Rime varie
IV. - Invocazione alla Vergine
V. - Il peccatore e la Vergine
VI. - Preghiera
VII. -Canzona per una vedova
VIII. - Canzona per una maritata
IX. Contrasto d’amante con una donna contegnosa
X. Amore è traditore
XI. - Proposito di non amar più
XII. - Ballata contro le vecchie invidiose.
XIII. - La saetta d’una ingannatrice
XIV. - Il tempo d’amore non dev’esser perduto
XV. - Un altro laccio d’Amore
XVI. - La canzona del chericotto
XVII. - Sospiri di donna innamorata
XVIII. - Pietà e umiltà crescono pregio alla bellezza
XIX. - Compianto in morte di bella donna
XX. - Scherzo
XXI. - La canzona della malmaritata
XXII. - Canzonetta delle giovani cantatrici
XXIII. - Che nessuno ami costei
XXIV. - Ancora contro l’instabilità delle donne
XXV. - La ballata delle comari pettegole
XXVI. - Amore mal rimunerato
XXVII. - Lamento in nome di donna innamorata
XXVIII. - Sospiri che vanno tra Sieve e Lora
XXIX. - In lode del Mugello
XXX. - Io non son Diana cruda
XXXI. - La «Canzona del core
XXXII. - La canzona del signor della Cavallina
XXXIII. - Canzona de’ Manzevi
XXXIV. - Capitolo sulle vitrù della frutta
XXXV. - Lamento d’amore
XXXVI. - Contro una donna inviiosa
XXXVII. Supplica dell’amata
XXXVIII. - In biasimo delle donne e d’Amore
XXXIX. - In lode di bella donna
XL. - Propositi di Costanza
XLI. - O Amor falso
XLII. - Contro un prete poco devoto
XLIII. - Matteo Franco, in difesa di Luigi Pulci
XLIV. - Contro l’istabilità della donna
XLV. - La vita nostra non è primavera
XLVI. - A una donna dura di cuore
XLVII. - L’amore è un amo tenace
XLVIII. - Ad una mala lingua
XLIX. - Alla donna, perchè non ascolti una maldicente
Vergine bella, graziosa e pia,
fontana e fiume di misericordia
e di salvazion verace via,
òra per me e mettimi in concordia
col tuo dolce Figliuol, ch’ è somma pace:
per mie difetto son con lui in discordia.
Tanto ne’ mondàn vizi il mie cor giace,
tanto mi veggo involto ne’ peccati,
ch’ogni opera divina mi dispiace.
Degno sarei andare in fra’ dannati,
se la piatà del tuo dolce Figliuolo
non mi dimette que’ che son passati.
I’ credo certo nel mondo esser solo
più pessimo che gnun de’ peccatori:
quando ci penso mi moro di duolo;
ma non esco però della vie fori
la qual m’induce alle pene etternale;
però ti priego che per me adori.
Credo che ’l mio pregar poco mi vale,
ma pure in te i’ ho ferma speranza,
perché de’ peccator t’incresce e cale.
La tua misericordia e tua possanza
e lo ’nfinito amor che tu ci porti,
e ’l tuo pregare, el nostro male avanza.
Tu se’ la manna e l’odore e’ conforti
che tutte l’alme inferme fai sanare;
non è nessun che possa nulla apporti.
Intendi, esaldi, Madre, il mio pregare:
se la tuo gran merzé non mi soccorre,
non ho rimedio a potere scampare,
Nel fuoco etterno la mi’ alma corre
perché tirata v’ è da tante guide
ch’ i’ non so per che modo ne la sciorre.
Moro pensando a quelle amare stride
che non si accheton mai, ma sempre in pianti,
dove l’un’alma l’altra sì conquide.
Degno sarei di sotto a tutti quanti
e forte temo che morte non giunga
e truovimi ribello a Dio e’ Santi.
Non so quanto mie vita ha esser lunga,
e son tanto indurato nel mal fare
ch’ i’ temo che ’l ben far poco mi punga.
O dolce Madre, non mi abbandonare;
deh, priega per quest’alma tapinella
el Figlio tuo che la può liberare.
I’ sono mia smarrita pecorella
e vorrei ritornare al mio pastore,
e non so ritrovar la strada bella.
Deh, apri, Madre, il mio serrato core
e riscaldalo sì che si raccenda
d’un vivo foco di perfetto amore;
tiralo ’n su che ma’ più non iscenda
dalla tua volontà degna e filice,
sì operando che mi’ alma ti renda.
Alta Regina e degna Imperadrice,
i’ te ne priego per quella allegrezza
ch’ebbe il tuo cor, come quaggiù si dice,
quando salisti innell’etterna altezza,
nell’alta gloria infinita e gioconda
che non si può discerner suo bellezza.
E ogni grazia di lassù abbonda
a chi a te con umil cor s’ inchina:
fa’ che ’l mie cor a te sempre risponda.
O rilucente stella mattutina,
tu se’ quel lume e se’ quella fiammella
che dà splendor da sera e da mattina
e sempre volgi la tuo faccia bella
al tuo Figliuol, per noi sempre pregando,
mostrandogli del petto tue mammella;
dicendo: Figliol mio, deh, pensa quando
i’ t’allevai nel mondo in tante pene:
del petto mio ti venni utricando.
O dolce Figliuol mio, se mi vuo’ bene,
abbi compassion de’ peccatori;
fagli venire alle glorie serene,
e guardagli da’ vizi e dagli errori,
difendigli da tanti tesi lacci
quant’ è in ogni parte drento e fori,
sì che ’l falso nimico non gli abbracci
come sempre disia e sempre attende,
e mai non resta di dar loro impacci .
Madre, tu se’ la spada che difende
l’anime nostre da tanti martiri,
e pur ciascun mal merito ti rende.
Esaldi, Madre pia, e mie’ sospiri;
concedi grazia al mio pretato core
che sempre il tuo voler seco mi tiri.
Dolgonmi e giorni e tutte quante l’ore
ch’ i’ ho lasciato andar sanza alcun frutto,
e honne a render conto al mie Signore.
Moro di doglia e son mezzo distrutto
pensando con che core o che aldace
i’ gli anderò innanzi così brutto.
Però, Regina, i’ t’addimando pace:
i’ so che tu mi puoi trar d’ogni guerra,
e d’ogni buon principio se’ capace.
Umilemente ginocchioni in terra
dico mie colpa di ciascuno errore,
ed ogni volta più che ’l mie cor erra,
lagrimando e piangendo con dolore:
dammi grazia ch’ i’ pensi a’ mie’ peccati,
sì che pace mi renda il Criatore.
I’ ho sì gran paura ch’ E’ non guati
all’ostinato core ch’ i’ ho avuto,
che non mi mandi fra gli altri scacciati.
Se la mie mente avessi conosciuto
com’ella conosce ora a questo punto,
in tanti errori i’ non sarei caduto;
e tanto m’ero col mondo congiunto
e nel vizio carnal fragile e brutto,
che all’etterno Iddio pensavo punto.
Nella mie vita ho fatto poco frutto:
perdonimi chi n’ ha giusta balia,
che lo può fare ed è signor del tutto.
Deh, priegalo per me, dolce Maria!
Vergine bella abbi piatà di me,
misero peccatore;
deh, priega il mio Signore
ch’abbi dell’alma mia vera merzé.
A te ricorro, Vergine gloriosa,
che mi puoi liberare;
de’ peccator sempre fusti piatosa:
deh, non mi abbandonare!
Sanza il tu’ aiuto i’ non posso scampare
quest’alma tapinella.
O dolce Maria bella,
abbi del peccator vera merzé!
O peccatore ingrato e nigrigente,
deh, pensa nel tuo core
l’opere tue, e tutte le pon mente;
e po’ pensa al Signore,
con quanta pena e con quanto dolore
per l’umana natura
sostenne morte dura
in sulla croce, e tue sì ’ngrato se’!
Vergine bella, i’ ti chieggo perdono
di ciascuna fallenza:
non mi lasciare andare in abbandono.
La tua degna potenza
mi facci forte a far tal penitenza
ch’ i’ purghi e mie’ peccati
iniqui e scellerati;
dico mie colpa e chieggoti merzé.
O peccatore iniquo e scellerato,
con che faccia vuo’ tue
ch’ i’ per te prieghi, e sai che tu se’ stato
nimico di Gesùe,
che ’n su la croce per te confitto fue,
di spine incoronato.
O peccatore ingrato,
sempre l’offendi, e pur chiedi merzé.
Vergine bella, i’ non resterò mai
di chiederti merzé,
che ’l tuo Figliuol per me tu pregherrai:
E’ non disdice a te
cosa nessuna; per madre gli se’,
e madre e figlia e sposa.
Vergine gloriosa,
abbi del peccator vera merzé.
O peccator, se tu ti disporrai
tornare a penitenza,
alla tuo fin venir tu mi vedrai
dinanzi a tua presenza;
accompagnata sarò da gran potenza
d’angioli e cherubini.
Deh, fa’ che tu non fini
mai di servir quel che morì per te.
Signor mie Gesù Cristo, i’ non son degno
venire innanzi a te, giusto Signore,
ma la tuo carità non m’abbia a sdegno.
E ripensando ben drento al mie core,
indegno son a te levar mie vista
per poca riverenza e men timore
ch’ i’ t’ ho portato. Omè, l’alma s’attrista,
e nondimeno umilmente ti priego
come colui che ’n te sperando acquista.
O benigno Signor, col cor ti spiego,
così come tu m’hai condotto al giorno,
deh, non mi far della tuo grazia niego.
Che tu mi guardi e caccimi d’attorno
ogni malizia e rea operazione,
e con buon fine a te facci ritorno!
Concedimi, Signor, con divozione
ch’ i’ spenda el tempo sì che lalde e gloria
ed onor sia a tua esaltazione.
Conferma in te, Signor, la mie memoria,
ch’ i’ facci cosa che salute sia
alla mi’ alma sanz’alcuna boria,
e buono essemplo al mie prossimo dia;
così i’ ti priego che tu mi perdoni
la mia pigrizia e nigrigenza ria
e ’l tempo speso in tua offensioni.
Dolcissimo Signor, deh, fammi grato
de’ benefici ch’ognindì mi doni;
liberami, Signor, d’ogni peccato:
ch’i’ non faccia né dica alcuna cosa
che ti dispiaccia, Signor mio beato.
Leva da me ogni voglia bramosa
e ogni amor terreno e sensuale:
che solo i’ ami te, gemma preziosa,
col core acceso d’un amor vampale,
e non permetter ch’ io mi parta mai
dalla tuo voglia, Re celestiale.
E per tuo carità concederai
a me ch’ i’ fermi il core e lo ’ntelletto
nel mio orare, e tu l’esaldirai.
Sempre a tuo lalde, Signor benedetto,
a te pensando sanza pensier vani,
così ho fatto in me fermo concetto.
Infundi innel mie cor pensieri umani;
concedimi il tu’ aiuto, ché sanz’esso
tutti e principii finiscono strani.
E tu se’ il vero Dio credo e confesso.
Leggiadra donna, abbi piatà di me,
non esser sì crudele,
perch’i’ ti son fedele
ed ho lasciato ogni altro amor per te.
Ero disposto in me diliberato
di starmi pianamente;
ero disciolto e sonmi rilegato
e fattomi servente
solo di te. Oh, misero dolente!
ch’ i’ non credetti mai
trovarmi in tanti guai
quant’ io mi truovo, e sol per amar te.
Pregar ti voglio, e farai cortesia,
che ti levi dal core
questo pensier, ché la persona mia
più non sente d’amore,
e più non penso a nessun amadore,
ché ’l mio tempo è passato.
Se tu ti se’ legato,
ti puoi disciorre e non pensare a me.
Ben ti dimostri, oh! dall’amor lontana
ben ti dimostri dura;
ed è più bella che la stella diana
la tua gentil figura;
tuo bellezze son fuor d’ogni misura,
altiere e signorile.
Deh, non mi avere a vile,
ch’ i’ son tuo servo e tue signor di me.
Signor non son né spero d’esser mai
di te né d’uòn vivente.
Contr’a mie voglia di me servo ti fai.
Non ne curo niente.
Disposto ho ’l core ed ho ferma la mente
di vivere a onore,
e non voglio amadore.
Ama chi t’ama e non lasciar per me.
Non are’ forza umana criatura
farmi da te partire.
Amar ti voglio e star tanto alla dura,
s’i’ dovessi morire
che meritato sarò del mio servire
se non m’è fatto torto,
o io ne sarò morto.
Contento sono se i’ moro per te.
Non ho vaghezza di vederti morire,
né farti consumare;
e non ti tengo che tu non possa gire
dell’altre donne amare.
Piglia partito e più non t’indugiare,
ché qui ti perdi e passi:
megli’ è che tu mi lassi
e gran piacer tu ne farai a me.
Misericordia! se non tu mi vedrai
dinanzi a tua presenza
finir mie vita, e contenta sarai.
Or da’ questa sentenza:
tu sola se’ che hai questa potenza
di tenermi nel mondo;
se vuoi ch’i’ vada al fondo,
contento sono, e vo’ morir per te.
I’ non ho il cor di porfido o diamante,
di tigro o di lione;
né son Medea, e non ho suo sembiante,
né il crudo Nerone.
Di te mi duole e mi vien compassione,
e vo’ti consolare;
ma ben ti vo’ pregare
che ’l mio onore i’ non perda per te.
Crudel giudea, o mancator di fe’,
del tuo onor nimica,
che ti se’ fatta amica
d’un altro amante ed hai lasciato me.
Ahi, meschin a che n’ è suto cagione!
Che ’ngiuria t’ho i’ fatto?
I’ non ho colpa, e tu non hai ragione
di far di me baratto.
S’i’ pur fallito avessi in alcun atto,
i’ me ne dare’ pace;
ma ama chi ti piace,
ch’ i’ son contento e non voglio amar te.
Tener non posso ad uòn ch’al mondo sia
la vista nel passare;
a te ho dato il core e l’alma mia,
e sol te voglio amare;
ma per un’ altra tu mi vuoi lasciare
e pigli questa volta,
che di’ ch’ i’ mi son volta
ad altro amante ed ho lasciato te.
E’ non arà ma’ più donna possanza
di farmi innamorare;
perché non regna in nessuna leanza,
non mi vo’ più fidare.
Ell’ è ben vostra l’arte del dileggiare
sott’ombra dell’amore:
se tu m’ha’ dato il core,
i’ te lo rendo, e tientelo per te.
Regnerà mai in te tanta durezza?
Sara’ tu sì crudele
d’acconsentir tenermi in tant’asprezza
essendoti fedele?
Fa’ di chiarirti e poi alza le vele
se mi truovi incolpata:
s’i’ son fedele stata,
pregar ti vo’ ch’abbi piatà di me.
I’ non arò né merzé né piatade
di te, donna, giammai,
falsa giudea pien di crudeltade,
po’ che tradito m’ hai.
I’ ne son certo, e so che tu lo sai;
però non ti dolere:
sappiti mantenere
onestamente, e sarassi per te.
Nella mie mente, oh, tanto mi dispiace
la tua crudel partita.
O signor mio, se non mi rendi pace,
i’ mi torrò la vita.
Po’ ch’i’ sarò per tuo amor finita,
sarai di me contento;
e mi’ alma in tormento
sempre starae, e sol per amar te.
Al tuo parlare con lagrime tante
chi non si isvolgerebbe?
Se fussi un cor di porfido o diamante,
certo si romperebbe;
ma s’i’ tornassi a te po’ si direbbe
che non mi dessi il core
di trovare altro amore:
ama il tu’ onore e non pensare a me.
Donna tanto serena,
altera e signorile,
tu se’ gentile e d’ogni biltà piena.
Tu sai che gli occhi miei
non han veduto cosa
(né mai veder potrei)
tanto maravigliosa.
Perché, com’esser dei,
a me non se’ piatosa?
Pon fine e posa alla mie crudel pena.
Amante, in cortesia,
se tu mi porti amore,
deh, fa’ che ’n questa via
non stia a tutte l’ore.
Questo in piacer ti sia,
ché si leva il romore:
le male lingue son pur d’una vena.
Donna, tu se’ cagione
del mal come tu vuoi:
non hai compassione
di chi per gli occhi tuoi
non può stare a ragione
come vorresti poi.
L’amore è quel che mi conduce e mena.
Amante, tu pur vedi
ch’ i’ non ti son simile.
Perché non ti provvedi
d’un’altra più gentile?
Ogni grazia mi chiedi,
ch’ i’ ti sarò umile,
salvo l’onor. Deh, non ti dar più pena.
Donna, di gentilezza
non crederei trovare,
di senno o di bellezza,
una sola a te pare:
tu m’ hai nella cavezza
e puo’mi fare andare;
come fiera menar per la catena.
Amante, in cortesia,
se tu m’hai per signore,
se vuoi la voglia mia
ubbidir di buon core,
piglia tal modo e via
ch’ i’ non perda l’onore,
ch’a racquistallo gran tempo si pena.
Donna, non creder ch’ io
lo voglia acconsentire,
ch’ è tutto el mie desio
vederti riverire.
I’ moro, o signor mio
Come puo’ consentire
tenermi cinto in sì crudel catena?
Amante, se ’l tuo petto
per me t’incende e coce,
tu puoi mutar concetto,
ché di te non mi nuoce.
Tu ti strazi a diletto
la persona e la voce,
e perdi tempo e da’ti tanta pena.
Do misero amadore!
or meriti tu questo
pel tuo fedele amore
e ’l tuo servire onesto?
S’i’ fussi un traditore,
sarebbe disonesto.
La morte ho chiesto e chieggo con gran pena.
Amante, col tuo dire
tu mi distruggi ’l core.
Non posso più disdire
ch’ i’ non ti porti amore,
e del tuo buon servire
ho scritte tutte l’ore.
I’ t’ ho nel core e sentone gran pena.
Donna, per cortesia,
almen quand’i’ ci passo,
deh! non ti fuggir via.
Tu sai che gli occhi abbasso
per non mostrar ch’ i’ sia
del tuo amor sì lasso.
O cor di sasso, non mi dar tal pena.
Amante, se ’l mie volto
alle volte s’asconde,
non ti dar pena molto
ché ’l mie cor ti risponde,
e già non è disciolto
da quel legame donde
è ’l tuo legato in sì crudel catena.
Donna, ben vorre’ io
che lo tuo cor sentissi
l’ardor che sente el mio;
che l’amor ti cocessi
con quel caldo disio,
non credo che tu stessi
tanto alla dura a sofferir tal pena.
Amante, e’ mi conviene
aver molto riguardo.
Per te ognor mi viene
nel core un crudo dardo.
Giuroti per mie fene,
per te incendo e ardo.
Deh! sie contento e non ti dar più pena.
Giovinetti, in cortesia,
non vi fidate d’Amore,
perché gli ha del traditore
più che uom ch’al mondo sia.
Egli è falso e traditore
e crudele e dispiatato:
trist’a chi gli dona il core
ché ne rimane ingannato.
I’ lo soe, ché l’ho provato
la puntura del suo pruno:
così ne fuss’io digiuno,
ch’ i’ sarei in mie balia.
Lass’a me, ch’ i’ cominciai
per insin da giovinetto
a sentir le pene e’ guai
di quest’Amor maladetto;
sempre stato gli son suggetto
con affanni e passione:
s’i’ mi dolgo, i’ n’ ho ragione,
ché mi fa gran villania.
E’ m’ ha preso a un lacciuolo,
non senti’ mai de’ sì stretti,
e sempre mi tiene in duolo,
privo di tutti e diletti.
Né canzone né rispetti
non mi vagliono una frulla;
con parole mi trastulla,
e consumo la vita mia.
Ballatina, or te n’andrai:
nel parlar tu sie cortese.
Chi d’Amor non sentì mai
di’ che ’mpari all’altrui spese,
e vedrà chiaro e palese
che si può tener beato:
e colui ch’ è innamorato
non sa mai che ben si sia.
Po’ ch’ i’ son suto tradito
già più volte dall’Amore,
ho disposto e fermo il core
non amare a gnun partito.
I’ son certo che nessuna
non tien fede a gnuno amante;
i’ n’ho provate più d’una:
tutte son lieve e voltante.
Le dimostran tutte quante
di donarti l’alma e ’l core:
po’ son tutte traditore
conducendo a mal partito.
Elle sanno sì ben fare
che le ne tengon parecchi:
l’un per farsi riguardare,
l’altro per tirar gli orecchi.
O vuo’ giovani o vuo’ vecchi,
questi dua non dà lor noia;
e un altro in festa e ’n gioia
per saziar lor appitito.
Romperebbe mille fede
la donna falsa e bugiarda.
Ben è matto chi lor crede
o chi loro onor riguarda.
Dico per una bastarda
che m’avea ferito ’l core
e teneva altro amadore,
non contenta al suo marito.
Al mi’ animo sdegnoso
non richiegga ma’ più pace
Amor falso e malizioso,
ch’i’ son fuor di contumace:
i’ ’l conosco sì fallace
che al tutto i’ lo rinniego,
e ma’ più non mi rilego
di donna ch’abbi marito.
Queste vecchie grinze e nere
sono schiatta di cicale
che sempre commetton male;
peggio vorrebbon vedere.
Le son tutte d’una buccia
di dir mal delle pulzelle;
l’ hanno visi di bertuccia,
grinza e bigia hanno la pelle:
sempre studiano in novelle
biasimando questa e quella.
Cascar possin le cervella
a quante vecchie si può vedere.
Queste vecchie dispettose
guasterebbono el paradiso,
e le son tutte invidiose.
Quando veggono un bel viso,
elle lo guardon ben fiso
e po’ fanno lor pensiero:
El mi’ è sì grinzo e nero:
chi diavol mi vorre’ vedere? .
Se le veggono una coppia
che si portin grande amore,
la lor pena si raddoppia,
par che gli esca loro ’l core,
e le muoion di dolore
ch’ hanno la rabbia nell’ossa;
e con tutta la lor possa
a nessun posson piacere.
Ell’ hanno gran pene e doglie
ché le son cariche d’anni
e non s’ han tratte le voglie.
Questo dà lor grand’affanni.
Le si veggono in que’ panni
con soggoli e sciugatoi;
veggon che ’l pentirsi poi
è gran pena e dispiacere.
Le non posson ristorare
el tempo ch’ell’ hanno perduto;
le si veggon rifiutare
da chi ha lor ben voluto,
e col lor pensier aguto
voglion far di lor vendetta.
Guai a quella giovinetta
che fa loro un dispiacere!
I’ n’ho sopra a capo dua
ch’ i’ non posso favellare,
ch’ognuna dice la sua:
cheta mi conviene stare.
I’ non posso a festa andare,
né in casa di vicina,
né da sera né da mattina
poss’aver nessun piacere.
Fanciullette, aprite gli occhi
quando prendete marito,
guardate che non vi tocchi
aver suocera a gnun partito;
vo’ avete pure udito
che per la suocera mia
non so mai che ben si sia,
né ispero di sapere.
Or vanne, ballata mia,
da mie parte alla versiera;
se la vuol far cortesia,
di’ che venga con suo schiera;
e non passi primavera,
quante vecchie son nel mondo
ne le meni nel profondo,
e laggiù si dien piacere
queste vecchie grinze e nere.
Come vuolle la fortuna,
una falsa giovinetta
mi ferì d’una saetta
sanza aver piatà nessuna.
Al mie cor fece tal nodo
co’ su’ occhi pien d’amore
che pensando ancor ne godo;
po’ mi moro di dolore,
perché la fu traditore
a un servo sì fedele.
I’ avevo surte le vele
e per lei lasciato ognuna.
Tutto quanto il mio disio
era in lei con buona fe’,
imperò ch’al parer mio,
grand’amor portava a me.
Ognuno ’mpari per sé
di non venire a tal sorte:
la mi fe’ le fusa torte;
e non avevo colpa nessuna.
E’ mi parve, e pare ancora,
esser da lei tant’offeso
che ma’ più si rinnamora
il mie cor ch’era sì preso.
I’ mi son tanto difeso
ripensando a tale scorno,
che giammai più non ritorno
a fidarmi di nessuna.
Ricordandomi de’ suo’ pianti
e del suo dolce pregare,
par che ’l cor tutto mi schianti
di volerla pure amare;
ma i’ non lo posso fare,
ché ’l mi’ animo mi dice:
Tu se’ libero e filice
se tu non ami nessuna .
I’ mi specchio e vo’ specchiare
nella vita dolorosa
di ciascun ch’usa d’amare
o pulzella ovvero sposa:
non ha mai pace né posa,
sempre è cinto di gran pene.
Chi vuol meglio altrui ch’ a sene,
la notte piagne e ’l dì digiuna.
Non dico però ch’ i’ voglia
delle donne esser nimico;
ma vo’ far come la foglia
o dell’albero o del fico.
Intendete ciò ch’i’ dico:
la si volge a ogni vento.
I’ ne vo’ dileggiar cento
per vendetta di quest’una.
A voler fare el dovere,
non si rende ben per male:
I’ mi starò a vedere,
tanto ch’i’ sarò quale:
i’ so che del capitale
toccherà mettere a lei.
I’ non nomino costei:
ma la non è bianca né bruna.
Forse non sarò i’ creduto
da chi m’ha ferito il core.
Oimè, che per su’ amore
moro, s’io non ho aiuto.
I’ mi veggo esser rivolto
d’un voler ch’ero disposto.
Ero libero e disciolto;
or mi veggo sottoposto.
Vo’ fuggire, e i’ m’accosto
più ogni ora al mio dolore.
Priego ’l mio caro signore
che mi doni il suo aiuto.
O Amor, le tuo saette
m’hanno sì percosso ’l petto!
S’ tu avessi a far vendette,
sare’ troppo a tal rispetto.
Non voler sì giovinetto
ch’i’ finisca l’ultim’ore,
ma disponi chi ha ’l mie core
che mi doni el suo aiuto.
Regger più questo martire
non può l’alma mia dolente;
anzi crede presto uscire
fuor della penosa mente.
I’ ti priego umilemente,
gentil fiore, o fresca rosa,
che tu sia di me piatosa
a donarmi il tuo aiuto.
E’ mi par giusta ragione
che chi ama amato sia.
Vuols’amar con discrezione
’nver di quel che ti disia.
Per nessun modo che sia
non si lasci per timore
perdere el tempo d’Amore;
ché duol poi il tempo perduto.
Amor, poi che m’hai legato
e punto con tuo saetta
per una bell’angioletta,
fa’ ch’i’ sia da lei amato.
Non voler ch’ i’ sie soletto
a sentir questo tormento;
po’ ch’i’ son di lei suggetto,
fammi del su’ amor contento.
Sanza dare impedimento
di niente al suo onore,
ma con un perfetto amore
fa’ ch’i’ sia da lei amato.
Tu sa’ bene, Amor, ch’ i’ ero
fuggito dal tuo stendardo,
e non avevo pensiero
’nver di te far più riguardo.
Or tu m’hai lanciato un dardo
temperato d’un veleno
che ’l mie cor n’ è già sì pieno
ch’i’ mi son tutto cambiato.
Oimè, ch’ i’ mi vivevo
sanza aver di te paura,
perché certo i’ mi credevo
che fuor delle nostre mura
fussi mia vita sicura.
Però givo sollazzando,
per le ville festeggiando
com’un uomo scarcerato.
Non credevo esser ripreso
abitando alla foresta.
Or tu m’hai un laccio teso
che non è fiera sì presta,
sì salvatica o rubesta
che l’avessi mai fuggito.
Po’ ch’i’ sono a tal partito
i’ ti sia raccomandato.
I’ ti priego, Amor, ch’ i’ sia
nella mente di costei,
sì com’ella è nella mia,
che non penso altro ch’ a lei.
Ella pare agli occhi miei
propio un sole in fra le stelle:
così fra le dame belle
è ’l suo viso angelicato
Andranne la mie ballata
in sul monte fiesolano;
porterai quest’ambasciata
a chi ha ’l mie core in mano,
e con parlare umano
la saluta riverente.
Priega l’Antonia piacente
ch’ i’ le sia raccomandato
Lassa me isventurata,
ch’i’ mi moro di dolore:
nel principio del mio amore
da un prete son vagheggiata
E’ mi pare esser cagione
d’un peccato molto rio,
perché la riligione
costui lascia per amor mio:
ma e’ non sa ben che io
mi piglio di lui piacere,
ma i’ non lo vorre’ vedere
a digiun quand’ i’ son levata.
S’e’ sapessi il mio volere
e quant’ i’ l’amo di core,
non mi verrebbe a vedere;
ma e’ direbbe tutte l’ore:
el mattutino del Signore,
terza e nona, vespro e compieta;
ed i’ mi vivere’ lieta,
che di dolor son consumata.
Se gli avessi pur tal viso
che paressi criatura!
Ma quand’ io lo guardo fiso
in verità mi fa paura.
I’ credo che la natura
lo facessi per sollazzo;
or udite se gli è pazzo,
che si crede ch’ i’ gli sie data.
Al suo poco intendimento
gli par bene essere amato;
gli ha sì poco sentimento
che non conosce ch’egli è gabbato.
Ben are’ dello svogliato
chi ’l volessi per amante,
contadina o schiava o fante
o pulzella o maritata.
Non vi dico quant’egli è atto.
Oltr’al suo leggiadro viso,
egli è pur tanto mal fatto
che dagli altri egli è diviso;
e’ mi sguarda e fa un riso
con quella suo bocca sciocca,
che par che gli esca di bocca
le budella e la curata.
Deh,piacciavi d’ascoltare
di questo mie chericotto
ch’a vedello nell’andare
e’ par pure un granchio cotto;
sempre pare istracco e rotto,
tanto va sopr’a sé male,
e par propio un vetturale
quando finisce la giornata.
Risguardando alcuna fiata
un ch’ e’ mena in compagnia,
son di lui innamorata
come vuole Amor ch’ i’ sia.
I’ gli ho dato in suo balia
il mie cor d’Amor ferito:
s’i’ l’avessi per marito,
mi terrei d’Amor beata.
Andranne, ballata mia,
riverente al mie signore
e parlando umile e pia
di’ ch’ i’ ’l priego di buon cuore;
che se lui mi porta amore,
a quel prete die licenza
e non venga in mie presenza
più con lui nessuna fiata.
Ballerò con voi cantando,
po’ che così vuole Amore
che le pene del mie core
i’ le canti sospirando.
A voler merzé trovare
non bisogna farsi muta,
ma bisogna adimandare
grazia altrui dicendo aiuta .
I’ mi veggo esser perduta
l’alma, e ’l corpo sanza core,
che me l’ha furato Amore;
e dov’ è ’l cor mi raccomando.
Tanto son d’Amor costretta
ch’ i’ no ’l posso più celare:
punta son d’una saetta
che non resta fiammeggiare.
Però vo’ merzé chiamare,
ch’a piatà si mova altrui,
quel che sola i’ son di lui:
a ogni altro ho dato bando.
I’ vorrei essere intesa
e non far mie prieghi al vento;
po’ ch’ i’ son d’amor sì presa,
veder fine al mie tormento.
Dolz’ Amor, deh, sie contento
di far lieta la mie voglia
e por fine a tanta doglia.
Non voler ch’ i’ mora amando.
S’ i’ fussi almanco certa
di non perder tanto amore,
non mi increscerebbe l’erta
d’aspettare el tempo e l’ore.
Pur ch’ i’ avessi il mie core,
e colui che ’l tiene ascoso
fussi mio diritto sposo,
non andrei altro cercando.
Timorosa dubitando
dico ’l mio volere aperto;
per sapere, e i’ dimando
el volere d’altrui certo.
Se mi lascia, in un diserto
munister sarò romita;
quivi finirò mie vita
notte e giorno sospirando.
Andranne, ballata mia,
sanza far punto soggiorno;
riverente, umile e pia
vann’al mio signore adomo.
Troverra[i]lo qui dattorno.
Umilmente fa’ che ’l prieghi
che mi sciolga o e’ mi leghi,
pur ch’ i’ sia certa del quando.
Deh, non essere sdegnosa
contr’a chi ti porta amore;
se tu se’ gentil di core,
tu debb’esser graziosa.
Tu se’ bella e se’ gentile,
nel parlare savia e onesta;
nella vista pari umile,
e nel cor tu se’ rubesta.
Crudeltà troppo molesta
tuo’ leggiadri e be’ sembianti;
non t’ incresce de’ mie’ pianti
perché tu non se’ piatosa.
La piatà, l’esser umile,
par ch’avanzi ogni bellezza.
Deh, non ti far tener vile
per voler seguir durezza.
Dal tuo cor dividi e spezza
crudeltà, durezza e sdegno,
ch’i’ t’ho dato il mie cor pegno
d’amar te sopr’ogni cosa.
Sie contenta omai di trarmi
fuor di tanto aspro dolore;
tu che puoi, voglia aiutarmi,
e a te sarà onore.
Deh, voglia seguire Amore
come tua biltà richiede;
se in te sarà merzede,
tuo biltà fie più famosa.
Andranne, ballata mia,
riverente al mie signore,
e parlando umile e pia
gli dirai per mio amore
che durezza in gentil core
to’ la fama alla bellezza;
l’umiltà con gentilezza
la biltà fan gloriosa.
L’aspra fortuna ria
mi fa gir lamentando,
da poi ch’ella diè bando all’alma mia.
Oh, misero meschino,
che aspra doglia sento nel mie core!
Sospiro a capo chino
e vo cercando il mio caro signore,
e con grieve dolore
la sua partita piango;
alla fonte rimango ov’ella gia.
Risguardomi d’intorno
con amari sospiri e con gran doglia,
e poi sanza soggiorno
la morte priego di vita mi scioglia.
Oh, quanti ne dispoglia
contr’alla voglia loro!
e per più mio martoro mi fugge via.
Ella vola sanz’ale,
questa morte crudele acerba e dura,
iniqua micidiale:
non ha riguardo e va sanza paura.
Di sì degna figura
n’è troppo gran peccato
che ’l suo viver mancato al mondo sia.
Non mi posso dar pace
ch’una cosa leggiadra e tanto degna,
rigogliosa e aldace
sì brievemente in un punto men vegna.
Ell’era pur la ’nsegna
di tutte le bellezze.
Le suo piacevolezze ogn’ uòn disia.
Gita se n’ è volando
suo vergin alma nel celeste coro,
d’allegrezza cantando,
fuggito il mondo rio pien di martoro.
Che filice tesoro
è quel ch’ella possiede!
E contenta si vede e sempre fia!
Or sia nella buon’ora.
Duolmi questa crudele aspra partita.
La fonte piange e plora,
ché di sì bel principio ell’è ’mbastita.
Oh, quanto era mie gita
dalla fonte all’ulivo!
Hammi del piacer privo la morte ria.
Ben che l’arte non sie mia
del cantar, pur canteroe;
per saper dimanderoe
per chiarir mie fantasia.
Oimè, ch’i’ ho nel core
nuovamente aspro martire,
dubitando che l’Amore
m’abbi usato di tradire,
e da me voglia partire
un fedel della mie setta,
perché molto e’ si diletta
a ognor far questa via.
Ben vorrei certo sapere
la cagion di tale effetto;
s’e’ ci vien per suo piacere,
o per alcun suo difetto.
Se d’Amore egli è costretto,
non gli bisogna purgarsi;
s’egli ha ’ sensi incensi e arsi,
purghi ’l cor con maestria.
I’ ti priego, canzonetta,
che ’l tuo dire umile spanda:
alla bella pulzelletta
l’Acciaiuol le raccomanda;
di’ che facci una grillanda
di vivole e gelsomini,
e con sua dolci latini
gliene doni in cortesia.
Donne mie, i’ vo’ ’nsegnare
a chi vuol pigliar partito,
non dà noia aver marito,
ché si può ben vagheggiare.
E’ mi vien compassione
pur d’alcuna ch’ i’ conosco,
ch’arèn più consolazione
se le stessino in un bosco.
Ogni bene è loro un tosco,
ch’ hanno lor mariti strani
e stan sempre come cani.
Donne, vi vo’ consigliare.
Quando vedete un amante
che vi vada all’appetito,
vuolsi far qualche sembiante
che s’avvegga dello ’nvito;
ma bisogna ir assentito,
saviamente esaminando
come e dove, e pensar quando
vo’ vi possiate parlare.
Non vi fidate d’ognuno,
perch’ognun non sa far l’arte;
non mettete mezzo alcuno,
se salvar volete in parte
l’onor vostro, ma da parte
fate pur tra voi e lui.
Non vi fidate d’altrui:
chi è savia al fin si pare.
Non giucate alla civetta,
non portate ros’ o fiori:
state pure alla veletta
quand’ è tempo a dar gli onori.
Quando vi scontrate fuori,
gli occhi bassi, e non ridete;
e tra voi siate secrete,
se vo’ fussi ben comare.
Una cosa ancor ci resta;
deh, gustatela a puntino!
Al marito fate festa,
come s’e’ fussi il bambino:
alle volte un pippioncino,
così qualche zaccheruzza;
spesso qualche allodoluzza,
come le sapete dare.
Chi vuol udir cantare
suoni un po’ la suo scarsella,
imperò che ’l suon di quella
ci fa tutte rallegrare.
No’ siàn tutte pulzellette
che cantiàn per puerizia,
con le nostre canzonette.
Diana, giovani, letizia .
No’ andiàn sanza malizia
alle voglie del compagno:
ogni cosa per guadagno
par che sia lecito fare.
Per le varie condizione
Son variati gli appetiti;
no’ sappiàn varie canzone
pur da nozze e da conviti.
Questi giovani puliti
vaghi son di cose nuove:
chi vuol nulla, accenni dove
e’ gli giova di toccare.
Sappiàn quella de’ lupini,
ch’ è una bella canzona,
e per men di se’ quattrini
non la diremo a persona.
Quella dell’ulive è buona;
così quella del beccaio;
e dell’altre più d’un paio
ce ne debbe ancor restare.
E c’è una canzone degna
per chi è mal maritata:
chi non sa, quella gl’ insegna
com’ ha esser consolata.
E’ ce n’è una brigata
che d’udirla assai ne giova:
per poter farne la prova,
or chiedete qual vi pare.
Levati, dama, dal core
questo tuo falso pensiero,
ch’ i’ non son dal tuo mestiero;
tu non tien ferma il tu’ amore.
Vedi che ’l tempo si perde
quando s’ama chi non vuole;
giovinezza non rinverde,
anco fugge più che ’l sole.
Quest’ è quel che molto duole
quand’altrui po’ si ravvede,
non potendo aver merzede
da chi fu suo servidore.
Che onor credi tu mai
acquistare infra gli amanti?
S’altri modi non terrai,
fuggiranti tutti quanti:
con sospir, lagrime e pianti
passerà tuo giovinezza.
Chi l’onor del mondo apprezza
mantien fede al suo signore.
Rivolgendo tu ’l disio
come fa la foglia al vento,
or rivolt’ ho l’amor mio
dove son lieto e contento;
El mio core è tutto spento,
qual ardeva del tuo fuoco.
Non son più tenuto a giuoco,
anco sopra ogn’amadore.
E’ si vuol quand’altri vede
esser fedelmente amata,
mantener amore e fede:
così fa chi non è ingrata.
Se tu se’ abbandonata,
di te sola puo’ dolerti:
va’ piangendo pe’ diserti;
riconosci il tu’ errore.
Tu non pensi che chi ama
non ista’ ma’ sanza duolo,
tanto più quand’una dama
lascia altrui preso al lacciuolo.
Quando si vagheggia solo,
quest’ è sopra all’altre pene;
ora questo tocca a tene:
gusta s’egli è gran dolore.
I’ non sento mi rimorda
punto ’l cor d’abbandonarti,
perché t’eri fatta sorda
a’ sospir ch’ i’ ho gia’ sparti.
Non mi par punto ingiuriarti,
anco far giusto dovere;
i’ t’ho detto el mie parere:
piglia o vuoi la spina o ’l fiore.
Andranne, canzona mia,
proprio sul Ponte a Rifredi.
Riverente umile e pia
agli amanti che tu vedi,
ginocchion, di grazia, chiedi
che nessuno ami costei,
anco si guardin da lei
che non ha pietà nel core.
Non vo’ più seguire Amore
che più volte m’ha tradito;
m’ ha condotto a tal partito,
ch’ i’ ’l bestemmio a tutte l’ore.
I’ soleva andar cantando
con piacere e con diletto
e d’Amor versificando
come suo fedel suggetto;
ora m’è tanto ’n dispetto,
ch’ i’ disamo ognuna ch’ama
perché non è gnuna dama
ch’abbi stabile il suo core.
Nel principio ciascheduna
paion tutte pudicizia;
o vuo’ bianca o rossa o bruna,
son fontana di malizia,
e tant’è la lor nequizia
e la loro ingorda voglia,
che le fan come la foglia
che si volta a tutte l’ore.
Ben è matto quel che crede
a nessuna maritata,
a’ lor giuri o a lor fede,
o di gnuna che sie nata:
chi ne vuol buona derrata,
tolga quel che ne può avere
e muti spesso podere
come lor lavoratore.
E’ si vuol con dolce modo
con lor sempre stare all’erta,
e se tu la truovi in frodo
da’ le carte alla scoperta:
levar altri e sé di giuoco,
lasciar lei in guerra e ’n fuoco,
in affanni ed in dolore.
Molte volte ho già udito
dir questo proverbio antico:
che chi la fa al marito
la può ben far all’amico.
I’ so ben quel ch’ i’ mi dico,
e d’ intorno c’ è chi ’ntende;
ma chi mal per ben mi rende
fie punita dell’errore.
Po’ ch’ i’ son suto pregato,
vo’ cantare una canzona,
la qual fia onesta e buona
riprendendo il vicinato.
I’ vi priego in cortesia
che vi piaccia d’ascoltare,
perché la canzona mia
vi potrà forse ’nsegnare
come vo’ avete a fare
quando insieme vi trovate.
Quando all’uscio vo’ filate
sempre vi par un mercato.
Se vo’ siate insieme trenta,
ventinove ne favella:
quell’una non si rammenta
di trovar qualche novella.
Mona questa e mona quella,
attendete a lavorare,
e non tanto a cicalare,
che vi venga meno ’l fiato!
Se in Talia si fa nulla,
ne volete ragionare;
se sapete una fanciulla
la qual sia per maritare,
voi volete ricordare
di che genti sie ’l marito,
in che modo e’ va vestito,
se gli è ricco e nello stato.
S’una si fa alla finestra,
tutte l’altre vi si fanno;
a gracchiare ognuna è destra.
Questo giuoco è tutto l’anno.
L’una dice: El mie panno
è andato cinque braccia .
L’altra dice: La mi’ accia
vuol ancor un buon bucato .
L’una dice E mie’ pulcini
par che sien tutti ’ndozzati;
e’ si son pien di pollini
e son tutti spennacchiati .
L’altra dice: I’ ho serbati
tutti quanti e mie’ capegli;
esconmi tutti e più begli:
el mal seme mi s’è appiccato .
Se vedete che un passi
per la via più che non suole,
l’una ’ncontro all’altra fassi
o con cenni o con parole:
Certo ch’a costui gli duole
qui d’ intorno qualche dente .
Tanto ch’ognuna pon mente
e da tutte è uccellato.
Vo’ fareste meglio a starvi
fuor di queste ragunate,
e d’altro non impacciarvi
che dell’arte che vo’ fate.
Attendete o smemorate,
o cicale, o berghinelle,
a non far tante novelle,
e stiesi ognuna nel suo lato.
Po’ che mi tocca la sorte
che con voi mie pene canti,
ascoltate tutti quanti
ch’ i’ vo’ dir mie ragion forte.
I’ mi vo’ dolere in prima
dell’Amor, quant’egli è ’ngrato;
egli è pur da fare stima
ch’altri sia così straziato,
come io, che sono stato
fedel servo e buon amante
d’una ch’ ha il cor di diamante
che per lei fo mille morte.
Lass’a me ch’ i’ sono stato
pur assai di dolor pieno :
credo che mi fussi dato
per attermine il veleno,
ch’ i’ mi sento ardere ’n seno
una fiamma che mi strugge;
chi la può spegner mi fugge,
di pietà serra le porte.
Quando il mie fuoco s’accese,
me ne dolsi umil e piano;
pur allor mi fu cortese
quest’Amor crudo e villano.
Or i’ piango e prego invano
questa bell’aspida sorda,
che di me non si ricorda
né di sua promesse corte.
S’i’ mi dolgo e s’i’ sospiro,
ella salta in sulla bica,
e non pensa al mio martiro
questa mia crudel nimica,
e non vuole anco ch’ i’ dica
che nessun’altra mi piaccia:
non mi tiene e non mi scaccia
con le sue parole accorte.
S’i’ avessi mai creduto
da costei aver tal prezzo
del gran ben che gli ho voluto,
mi sarei d’amar divezzo,
ben ch’ i’ spero che fie ’l sezzo
quest’amor, perch’a gran torto
per costei mi veggo morto.
Questo il ciel mi dà per sorte.
Forza m’è seguire Amore,
e piangendo merzé grido
a quel ladro di Cupido,
perché m’ ha furato il core.
Ritornare in libertate
non ispero e non disio,
perché fra le ’nnamorate
più felice mi tengh’ io,
ch’ i’ mi truovi alfin privata
di chi m’ ha l’alma legata
puramente col su’ amore.
Anco priego chi possiede
il mie cor che sie pietoso
di me quanto si richiede,
che d’amarmi sia grazioso
e non sia desideroso
d’altro amor né d’altra dama,
perch’ i’ son quella che l’ama
sopra ogn’altro amadore.
Non fu mai Amor crudele
né ingrato né villano
a nessun servo fedele,
anco benigno ed umano.
S’ i’ spendessi il tempo invano
per costui, ch’ i’ amo tanto,
monacella con gran pianto
mi farei con gran dolore.
Certamente i’ mi conosco
giunta in uno strano loco,
ismarrita per un bosco,
circundata d’un gran foco:
La difesa mi val poco,
ch’una rete ha preso ’l varco;
èvvi teso un laccio e un arco
ch’ i’ non posso uscirne fore.
O leggiadra canzonetta,
va’, ritrova il mie signore,
e davanti a lui ti getta
ginocchion per mio amore;
raccomandagli ’l mie core,
che di tal cibo lo pasca
che alfine poi ne nasca
degno frutto con onore.
Chi sarà quella tanto dispietata
che non riprenda questa donna ingrata?
Deh, prendavi pietà di me, amanti,
e ciascheduna che sente d’amore,
ch’ i’ vo’ che va’ sappiate tutti quanti
ch’ i’ tengo ferma fede al mie signore.
Ella non ha pietà del mio dolore.
Deh, giudicate voi quant’ella è ’ngrata.
La m’ ha legato dandomi la fede;
similemente i’ l’ ho donata a lei;
ora mi lascia sanza aver merzede
de’ mie’ sospiri e de’ lamenti miei.
Almanco la cagion saper vorrei.
Deh, giudicate voi quant’ella è ’ngrata.
Se la fa per provar s’i’ son costante,
ella ne vede chiara esperienza,
ché non sarebbe nessun altro amante
ch’avesse avuto tanta pazienza
avendo al suo onor grande avvertenza.
Deh, giudicate voi quant’ella è ’ngrata.
O canzonetta mia, sanza dimora
piangendo umilemente te n’andrai
in sul bel prato tra Sieve e la Lora:
benignamente t’ inginocchierai;
e priega chi mi tiene in tanti guai
che di me sie pietosa e non più ingrata.
Per mille volte ringraziato sia
chi m’ha pregato ch’ i’ dica la mia.
Ben ch’i’ non sia usata di cantare,
i’ canterò per non parer provana;
perché nessun mi possa biasimare,
dicendo poi ch’ i’ sie suta villana;
anco vogli’ esser benigna ed umana,
sempre nimica della villania.
I’ ho sentito dir già molte volte
ragioniàn che Mugello è bel paese.
Avendo in me le suo parte raccolte,
egli è ben vero e vedesi palese;
ma non vorrei che fussi alle mie spese,
ch’a me parrebbe poca cortesia.
Mugello è vaga in ciascheduna parte,
massimamente tra Sieve e la Lora,
dove Mercurio con mirabil arte
soccorse el figlio suo sanza dimora.
La Cavallina si chiamò allora,
e così s’è chiamata tuttavia.
O canzonetta mia, piglia partito
da queste dame con dolce licenza;
priega chi tolse il core al mie marito
che libero lo renda in mia potenza,
ch’ i’ sarò sempre alla sua ubbidienza
e fedelmente amata da me fia.
I’ ti ringrazio mille volte, Amore,
po’ che m’ha’ dato un sì gentil signore.
E s’i’ fui mai, Amor, cruda o acerba
contra di te, vogli’ essere umile,
e priego quel signor che ’l mie cor serba,
come ne’ suoi sembianti egli è gentile,
così vogli’ esser nell’amor virile,
amando me, che son sua servidore.
Riscalda, Amor, nel generoso petto
il cor del mie signor, che sol d’un fuoco
arda col mio d’un voler costretto
perseverando in questo dolce gioco.
Omè ch’ i’ ardo, e più non trovo loco,
e felice mi chiamo a tutte l’ore:
Ormai non sia nessun che pensi o creda
ch’ i’ fussi d’altr’amor legata o presa.
Già fu chi si pensò d’avermi in preda.
credendo offender me, fu sua l’offesa;
e vivo lieta di tal fiamma accesa,
e bramo di piacere al mio signore.
Nell’età pura fui ammaestrata
ch’ i dovessi esser cruda degli amanti;
fino presente i’ ho bene osservata
la legge data dagli antichi canti;
ma ’ nostri cor non son però diamanti:
resister più non posso a tanto ardore.
I’ non ho il cor di porfido o diamante
non son Diana cruda o Calvanea:
s’i’ sono innamorata èccene tante,
e leggesi di Tisbe e di Medea.
L’essere ingrata è cosa troppo rea:
amar si dee chi ama con onore.
Ma la perfida invidia e’ ma’ parlanti
non mi lascian vedere il mie disio,
sì come veggon l’altre e lor amanti;
ma egli è tanto grazioso e pio
che non farebbe contro al voler mio
né altro amore alberga nel suo core.
O canzonetta mia, non prender posa:
da’ mie’ sospiri ed amorosi canti
or ti diparti e sie tutta graziosa;
e genuflessa al mio signor davanti
mi raccomanda, e di’ che gli altri amanti
al tutto son privati del mio amore.
Chi si fa servo d’Amore,
gli convien donare ’l core.
No’ siàn tutti d’un volere
tutti siamo innamorati,
e pigliàn sommo piacere
dall’Amore esser guidati;
all’Amor ci siàn donati
e ciascun gli dona ’l core.
E’ ci pare un dolce gioco
quest’Amor pien di dolcezza:
se ci tiene il cor nel foco,
questa c’ è somma allegrezza.
L’amor vien da gentilezza
e non regna in duro core.
Quando sono ad un volere
du’ amanti è gran diletto;
non vi val guardie tenere:
guardi pur chi ha sospetto,
ché si viene ad ogni effetto
purché sia disposto ’l core.
O leggiadre damigelle,
risguardat’ e vostr’ amanti;
non vi fate Amor ribelle;
vostri cor non sien diamanti.
Se noi siamo a voi costanti,
siat’a noi gentil di core.
Ogni dama pellegrina
che nel cor sente d’amore,
lieta venga a fare onore
al signor della Cavallina.
Gli è venuto quel bel mese
che rallegra tutt’ e cori
e riveste ogni paese
d’erbe, frutte, fronde e fiori:
maggio pien di dolci odori
pe’ giardini e pe’ boschetti,
dove canton gli uccelletti
notte e dì, sera e mattina.
Vuolsi far festa di maggio,
perché gli è degno d’onore;
non è loco sì selvaggio
che non sia pien di splendore.
Escon de’ boschetti fore
gli animali alla foresta:
per amor facendo festa,
l’un con l’altro s’avvicina.
Pien d’amore e d’allegrezza
siàn venuti a visitare
qui la vostra gentilezza
per far tutti rallegrare,
e cerchiàn di maritare
queste nostre damigelle,
chi volesse una di quelle,
o vuol grande o vuol piccina.
Chi ha ’l cor magno e cortese,
or dimostri il suo valore.
No’ vogliàn mutar paese
col magnifico signore.
Qual di voi brama l’onore
non aspetti più parole.
Or presenti quel che vuole,
perché ’l sol ratto cammina.
Con vittoria trionfando
d’allegrezza andiàn cantando.
Il signor d’esta compagna,
con sì gran magnificenza,
dal gran rege della Spagna
è mandato qui ’n Fiorenza,
visitando la presenza
del prefato Imperadore,
presentando con amore
questi servi al suo comando.
Questi quattro mori sono,
con la diva pulzelletta,
sì pregiato e degno dono
ch’a lo ’mperio sol s’aspetta;
perché molto si diletta
di veder moresche danze,
degli amanti e delle manze
tutt’ insieme esercitando.
Abbiàn fatto nuovo acquisto
del Reame di Granata,
ed avendo in costor visto
gentilezza sì pregiata,
s’ è lor vita conservata,
con questa pudica dama
che ciascun disia e brama
di vederla un po’ danzando.
No’ andiàn per gentilezza
con la dama sollazzando:
ogni cor gentile apprezza
simil cosa risguardando;
e però vegniàn pregando
che ciascuno in cortesia
facci largo nella via
el danzar considerando.
Una curiosità conviviale
Rendendo grazie al sommo Creatore
principalmente perché da Lui viene
ogni recriazione, ogni sapore;
avendo ciaschedun le voglie piene
di ciascuna vivanda, or gusterete
collo ’ntelletto come s’appartiene.
Per non essere offesi dalla sete,
l’altre vivande via si levin tutte,
e solo ’l vino in mensa lascerete;
però che chi le labbra avessi asciutte,
tacitamente ciascun possa bere,
mentre che de’ panier trarrò le frutte.
Le sono appunto di trenta maniere,
come vo’ ’ntenderete: compartite
sono ’n tre parte, a dieci per paniere.
Dell’un si mangia, come voi udite
sol quel di drento, e l’altro quel di fore;
del terzo il tutto. È la prima di vite
uva lugliola, dolce di sapore,
moscadella, pisana e la vernaccia,
zibibbo sodo di giallo colore;
razzese e corso che fa bella faccia,
greca, trebbiana e malvagìa fine
che pochi son color che la non piaccia;
canaiuole, gallette e passerine,
sancolombane e grosse e zappolino
e martinacce e lonze e le caprine,
e perugine col ventre pollino,
bergo, vaiano e l’uve paradise,
la qua’ non senton mai calcio nel tino;
rafone e angiole e di più divise,
le qua’ non conto rugiadose e fresche,
c’hanno a’ mie’ versi le rime conquise.
Ancor ci son l’uve saracinesche;
dell’altre non vi conto e nomi strani:
non so se le son unghere o tedesche.
Fichi vi son, castagnuoli e pisani,
albi, grassegli, porcinegli e sampieri,
piattoli, lardaiuoli e bitontani,
datteri, piccioluti e cavalieri,
cigoli grassi che gli è un piacere,
corbini e batalon, verdegli e neri.
Ecci di più ragion di belle pere
giugnole, rogge e ciampoline belle
e sementine che danno buon bere;
diacciuole e cortigiane e moscadelle,
San Niccolò e la spinosa sana,
quagliole e tarsie e pere carvelle,
rubine e montacchiese e sanza grana,
pere bugiarde e pere zuccherine,
e la pera bonella e la fontana.
Ancor ci restan le pere ruggine
le qua’ s’uson di dar ne’ piattelletti
cogli anici alle nozze cittadine.
Ancor nel primo de’ tre panieretti
ci son più mele fra quest’altre cose
che spesse volte a ber con lor ti metti:
appioni, calamagne e mele rose,
malateste, appiuole e mele a spicchi,
mele francesche e cotogne odorose;
mele ferruzze da tal ser ismicchi
che vendon l’altre per pigliar danari
per avarizia, che ’l diavol gl’ impicchi.
Sonci cederni begli, e qual son cari;
con essi insieme ci sono e limoni,
che non son frutte da uomini avari.
Fragole e more c’è di tre ragioni;
e nomi lor gli de’ saper ciascuno.
Le bianche son di dolce condizioni.
Sonci le gelse e quelle che fa ’l pruno,
e corbezzole e sorbe giù nel fondo.
De’ tre panieri appunto n’è vuot’uno.
Or cominciamo a vuotare il secondo,
del qual si mangia appunto infin all’ossa
de’ noccioli che son chi lungo e tondo.
La prima a maturar di queste mossa
è la ciliegia che buondì si chiama,
e dopo questa la marchiana grossa,
e l’acquaiuola, la qual poco s’ama,
e moraiuole e duracine fine,
e l’amarena che l’arrosto brama;
ciriege sangiovanni e agostine;
e dopo queste di più d’un sapore
rugiadose ci son molte susine:
giugnole e maglianese e le belfiore,
porcine e da dommasco e catelane,
avosine e sampiere d’un colore,
verdacchie e amoscene le più sane,
partore e del mal nome, o vuo’ dir coglile,
e prugnole ch’ al gusto sono strane.
Pesche ci son di quelle da dir: toglile
a qualunche vicin s’ egli è villano,
e se le son nel sacco va’ e scioglile.
Sono spiccicatoie a piena mano,
così delle duracine verdigne,
pesche cotogne di color non sano,
e pesche rosse che paion sanguigne,
e bacoche ci son simile a queste,
e giuggiole che son tutte rossigne.
Le corniole ci son ch’alle foreste
si truovon sempre ne’ boschi silvani,
e chi ne cerca si rompe la veste;
datteri c’è di paesi lontani
e po’ di sotto nespole e ulive,
le qua’ fanno sentir freddo a’ villani.
Nell’ultimo di queste frutte dive
del sicondo panier, qual or si spaccia,
miliache ci son grosse e giulive.
Or metto mano al terzo che si schiaccia
prima ciascuna, a volerla mangiare,
o dipartilla dal guscio si faccia.
Le mandorle ci sono dolce e amare,
e le noce che fanno buon savore,
e nocciuole che son da trastullare,
e melarance con agro sapore,
e melagrane ci son dolce e forte,
e papaveri pieni insino al fiore;
lumie e pine ch’ hanno tante scorte:
prima che ’l frutto lor si possa avere,
bisogna che si rompin ben tre porte.
Le castagne ci son, che ventoliere
sarebbe più lor nome che castagna,
perché le fan parlar più che ’l dovere;
sonci e lupini, ch’ hanno una magagna:
che certamente e’ fanno ber più vino
che non si rico’ l’anno in Villamagna.
Or è finito il terzo panierino:
i’ non so più che frutte mi vi dare;
per queste ho cerco dimolto cammino.
Da mensa ciaschedun si può levare,
e con amor per Dio in caritate
delle vivande a’ poveri donare.
E ringraziamo Iddio che ce l’ ha date.
Dappoi che la fortuna pur mi caccia
e tiene in tanta asprezza la mie vita
ch’i’ non conosco più qual sia bonaccia,
per disperato vo’ far dipartita
e gir correndo drieto a chi mi fugge,
cioè la morte, che mi sare’ vita.
Po’ che ogni piacer mi torna in ugge
e ma’ più non ispero d’aver bene,
a ciò pensando, il cor mi si distrugge.
Veggomi rovinato in tante pene,
e rovinar mi veggo ognora in giù,
privato delle luce alte e serene;
e non ispero in verità che più
cosa del mondo rallegrar mi possa,
né mai ritorni al tempo che già fu.
Ben che la mente sia tonda e grossa,
comincio quel non so se poi seguire
lo saperrò, o s’io n’arò la possa.
Ma pur gran volontà arei di dire
alcuna cosa se ’l mie basso ingegno
all’empia voglia mia potrà servire.
Ben ch’ io conosco di non esser degno
di metter me nel numero di tanti
ch’ hanno seguito il tuo leggiadro segno,
o glorioso Amor, dio degli amanti,
volgi in ver me e tu’ occhi piatosi;
abbi piatà de’ mia amari pianti.
I’ son privato di tutti e riposi
e di tutti e piacer, po’ che fortuna
ha tolto a me quegli occhi gloriosi.
I’ non credo che sia sotto la luna
el più leggiadro e ’l più pellegrin volto
nel quale ogni bellezza si raguna,
dove natura mise ingegno molto
a dificare una cosa sì degna
dalla quale i’ mi veggo ischiuso e sciolto.
Tutte le gentilezze in costei regna
che regnar può in criatura umana,
onesta vaga graziosa e benigna
Leggesi di Medea e d’Adriana,
di Tisbe, e di Lucreza e sì d’Elena,
di Pulisena, la bella troiana;
d’Isotta e di Cornelia, anco d’Almena
che fu sì bella e sì maravigliosa
che Giove fe’ legar con suo catena;
della Pantassilea tanto famosa
si legge ancora e di più altre assai:
costei l’avanza tutte in ogni cosa
Non credo che nel mondo fussi mai,
né sia né mai sarà cosa sì bella
quant’ è costei che tien mie vita in guai.
Vo’ cominciare alla trezza isnella
per dire in parte delle suo bellezze
lucenti più che la diana stella.
Di fila d’oro paion le suo trezze
con un colore angelico di perla
disceso giù dalle superne altezze.
È la spaziosa fronte lustra e bella
co’ dua archetti delle vaghe ciglia:
sotto ciascuno una lucente stella.
El naso in mezzo la suo parte piglia
né più né men, se non quel che gli tocca,
a punto tale ch’ è una maraviglia;
e la pulita bella e gentil bocca,
co’ denti bianchi che paion d’avoro
d’un pezzo in sene, sì l’un l’altro tocca;
e le vermiglie labbra al par di loro
che quando ride pare el paradiso
che mostri drento tutto il suo bel coro;
e ’l mento tondo, fesso e non diviso,
con un foretto a forma d’una perla,
come propio richiede il suo bel viso;
e la candida gola isvelta e bella
sì ben risiede fra le spalle e ’l petto,
che mai non vidi una simile a quella;
e nel leggiadro sen per più diletto
le dua mammelle più bianche che neve,
che mi fan consumar: quest’ è l’effetto.
Più giù non dico per parlar più brieve
e per non discoprir quel ch’ è coperto:
per onestà lo lascio, ed èmmi grieve.
E tutte la suo membra, chiaro e certo,
furon formate su nel paradiso;
po’ fue in terra si bel dono offerto.
Sì bello aspetto e sì leggiadro viso
i’ nol vorrei giammai aver veduto
avendomi già tanto il cor conquiso.
Forte mi duole el tempo ch’ ho perduto,
ché tanto sono istato in isperanza
che sì bel dono a me sie conceduto.
Non amerò ma’ più nessuna manza,
ma per silvaggi boschi la mie vita
dell’erbe gusterà la lor sustanza.
Disposto son di far tal dipartita
e gire in lato che mai criatura
potrà sentir di me la mie finita.
Dell’aspre fiere non arò paura;
anzi farommi di lor compagnia
cercando in ogni valle ombrosa e scura.
E così finirò la vita mia.
Colpa di chi m’ ingenerò nel mondo
che potea far la mi’ alma giulìa.
E dopo morte i’ spero nel profondo
mi’ alma vadi innell’etterne pene,
le qua’ saranno a me galdio giocondo,
e sia legata da quelle catene
colle qua’ Cervero ha legati tanti
che per amor soli fuor d’ogni lor bene.
Disidero d’entrar fra tutti quanti,
e fiami grazia quanti più martiri
potrò avere in que’ rigidi pianti.
Omè che ’l cor mi si strugge in sospiri
rinforzandomi ognor la crudel pena,
e bramo morte che seco mi tiri.
Tremando sudo sangue d’ogni vena,
tanto mi duole el partirmi da quella
alma leggiadra lucida e serena,
benigna, graziosa onesta e bella.
E non mi dolgo già della suo parte:
ringrazione ciascun per amor d’ella.
Nessun m’ ha tolto l’operar tal arte
a far che lieta fussi la mie vita:
resurto è qui di sopra in queste carte.
Domandoti merzé, alma gradita,
e se mai ti falli’, chieggio perdono;
sin alla morte, e dopo mie finita,
tuo servidor sarò leale e buono.
Veggo tutt’i pianeti in una lega
con tutta la lor forza a farmi guerra,
sanza darmi riposo, pace o tregua;
veggo contr’a di me l’aria e la terra
e tutti gli alimenti in un volere:
ciascun contr’a di me la punga serra.
Oh! quanto con ragion m’ ho da dolere,
non già d’Amor, ma sì della fortuna
sempre nemica d’ogni mio piacere.
In tutto il cerchio qual gira la luna,
o quanto e raggi sua distende el sole,
non credo si trovassi alma nessuna
che si possa doler (dolga se vuole)
né sia alla fortuna tal suggetto,
quanto son io in fatti e in parole.
Deh, perché le son io tanto in dispetto
che quando i’ credo l’ancora gittare
e surger lietamente a mie diletto,
la mi percuote e manda in alto mare
con sì alpestro e tempestoso vento
ch’a porto non ispero più tornare?
Né spero più in vita esser contento,
po’ che fortuna vuol che così sia
che la mie vita stia sempre in tormento.
Invidia maladetta iniqua e ria,
tu hai contr’a di me tal punta retta
che m’ è vieto abitar l’eccelsa via;
ma se di questo i’ non ne fo vendetta
colla mie lingua in ciascuna pendice,
dal ciel mi venga un’ardente saetta.
Tanto diroe di quella ch’ è radice
di tutte le mie pene e mie dolore,
che ’l suo onore tornerà infilice;
perch’i’ son certo donde vien l’errore
e del mie male appunto so l’effetto,
che troppo amare onestà e onore.
E non parrà ch’ i’ abbi freddo il petto;
parrà che la mie lingua abbi il parletico
vendicarmi di tanto dispetto.
Non parlo per gran pena, anzi farnetico.
Così farneticando vo’ vedere
altri temerà il mie solletico.
Per certo i’ non farò men che dovere,
ché chi mal cerca è pur ragion che n’abbia.
I’ ne farò mi’ sforzo e mie potere
di metter quest’ invidia in una gabbia,
e pungerolla con siffatta ortica
ch’ella si morderà le man per rabbia,
po’ che per lei il mie cor si notrica
d’amar sospiri e sì cocente pena
che morte mi sarebbe men fatica.
Se romper si potessi la catena
che tien mie cor in così aspre sorte
mi sare’ grazia filice e serena.
Che la spietata iniqua e cruda morte,
la qual mi fugge, si voltassi addrieto
e mettessimi drento alle suo porte,
allor mi chiamerei contento e lieto:
la morte mi sare’ consolazione
al core; ogni pensiero sare’ quieto.
Ragguagliata che sia questa ragione,
ch’ i’ senta mie sementa render frutto,
andrò cercando nuova abitazione,
consumando mie vita in pianti e ’n lutto
per folti boschi con diverse fiere;
questo sarà mi’ albergo e mie ridutto.
Trasformerò di me tutte maniere
tenendo vita propio d’animale,
pascendo in boschi, sulle rive a bere.
E così diverrò con loro quale
di vestige, di modi e di sembianti,
parlando come l’orso o il cinghiale.
Le strida e’ muggi lor mi saran canti,
e i’ comprenderò lor modi e forma,
e, lor tacendo, seguirò mie pianti.
El giorno all’ombra d’una folta torma
di castagni, di faggi, querce o nassi
converrà per istanco alquanto i’ dorma;
la notte scura moverò mie’ passi
con l’altre fiere andando alla ventura
graffiando fra gli sterpi e membri lassi.
La più feroce fiera e più sicura
mi farà scorta per compassione,
perché dell’altre i’ non abbi paura.
Questo sarà un rigido lione
ch’ è posto sopr’a tutti gli animali,
sì come agli anima’ son le persone;
e poi per compagnia lupi e cinghiali,
draghi serpenti liopardi e orsi,
ben che sien come me tutti mortali.
Vedrogli in un voler tutti disporsi
con meco a lamentar della mie pena,
fin che ’ pianeti aràn fatti lor corsi,
po’ che fortuna a tal sorte mi mena
ch’ i’ disidero e bramo in breve spazio
che ’l sangue mi s’adiacci in ogni vena.
O glorioso Amore, i’ ti ringrazio
di te m’ho da lodar, non da dolere,
di laldarti mai non sarò sazio.
Da te non ebbi mai se non piacere.
D’essere amato tu m’ha’ fatto degno
da tal ch’ i’ non son degno di vedere.
Con la mie volontà ’nanzi a te vegno,
con lagrime pregando tuo potenza
che tu facci di me nel cor ritegno
di quella donna di tanta eccellenza
che nell’etterno regno par criata,
tant’ è di biltà piena e di prudenza.
La perfetta amistà non sia lasciata
e ’l fervente disio qual porto a lei;
suo voglia contr’a me non sie cangiata,
ma prendale piatà de’ martir miei.
Merzé, per Dio, Amor, ch’i’ più non posso
il grieve pondo che mi rompe e spezza
el core e l’alma e quanti nervi ho addosso!
Sott’ombra di diletto, in quanta asprezza
ha’ tenuto mie vita soggiogata
amando la fontana di durezza!
O vita mia in mal punto criata,
albergo e nido d’infinita guai,
da un’ardente fiamma accircundata,
ch’ognora accende e folgora suo rai
con sì cocente e perfide faville
che morte stimo di men pena assai!
Chi tempo aspetta, ogn’ora gli par mille.
I’ sto pure a speranza, e ’l tempo fugge;
gioventù manca e biltà si distille.
Sento mie core involto in una rugge
che mille fiate il giorno in un momento
come la brina al sol disfassi e strugge.
Se mi giovassi pure el far lamento,
fare’ mi’ occhi simili a duo fiumi:
i’ piango, e piangerei per ognun cento.
O dispiatati e sì leggiadri lumi,
orati in tosco duo pungenti strali,
in fronte al fiume de’ degni costumi,
in vista gloriosi e non mortali;
sol di me morte, per vostra vaghezza
contro a ragione a me sì micidiali!
O crudel giorno qual tanta bellezza,
per far mie vita brieve, a essa porsi
mie vista, poi di lagrime ognor mézza!
Deh, perché in altro loco non mi torsi
o prima o poi istendendo mie passi,
non volendo mie vita sottoporsi?
Ben credo che fortuna mi portassi
traslatando mie cor di carne in esca,
perché quel ch’addivenne m’incontrassi.
Come dal cielo alle volte par ch’esca
un’ardente saetta, e giù s’appiglia,
e secca l’erba ch’ è florida e fresca;
così duo razzi uscir sotto le ciglia,
ardendo con gran forza e gran valore,
di quella a cui nessuna s’assimiglia;
né altrimenti accesono il mie core
come l’archiminata polver nera
quando del fuoco sente suo calore.
I’ ero come fronde a primavera
tenero e verde d’anni giovinetto,
del mie giorno a mattino, or presso a sera.
Ho consumato l’alma e ’l cor nel petto,
el giorno sospirando, e poi piangendo
quando ciascun si posa per diletto.
Or, non potendo più, vinto m’arrendo
perch’ i’ mi veggio a tal termine giunto
che morte s’avvicina a me correndo.
Ma se ’l cor di costei fuss’ancor punto
alquanto di piatà pe’ mie’ martiri,
di vita non sarei ancor defunto.
Ti priego, Amor, con lagrime e sospiri,
col tuo possente stral costei offenda
ch’a me, com’ i’ a lei, suo luce giri,
e poi con umiltà mie prece intenda,
matura su’ acerba condizione,
che del passato tempo facci ammenda.
E per dar fine a tanta passione,
mi volto a lei con timorosa faccia
colle luce stillando ginocchione,
col volto chino e croce delle braccia:
Misericordia, pace e non più guerra;
merzé, prima che morte mi disfaccia! .
Tanto starò aggiunto sulla terra
che converrà che piatà si discuopra
a romper la catena che ’l cor serra.
Se ’n te è gentilezza, come ogni opra
felice e degna par che ’n te possegga,
la ragion converrà che stia di sopra.
Prima che sopra a me ritto mi regga,
uscirà crudeltà fuor del tuo core,
e tutto d’umiltà ripieno il vegga.
In te è sapienza, in te valore;
tu di biltà sopr’ogni criatura;
tu fiume di virtù, fonte d’onore.
Intera d’ogni part’ è tuo figura
più ch’altra donna che mai fussi o sia,
specchio di ciò che mai fece natura;
e ben ch’a me occultamente stia
misericordia, ch’ è madre d’amore,
non ispero però che ’n te non sia;
ché non fu mai sì filice signore
che veggendosi amar, s’egli è gentile,
che lui non ami chi l’ama di core.
Esaltando si vien nel farsi umile;
l’umiltà piace sopra ogni altra cosa:
deh, non mi disdegnar, ben che simile
non sia a tuo persona graziosa.
Per isfogare alquanto le mie pene,
colla voce tremante apro la bocca
essempro dando a chi dirieto vène.
È sì grande ’l dolor che ’l cor mi tocca
che con aggiunte palme morte invoco:
suo colpo aspetto, e l’arco anco no scocca.
Resurto m’ è ogni allegrezza e gioco
in lagrime e sospir tanto cocenti
ch’ i’ mi distruggo più che neve al foco.
Andar mi veggo a passi gravi e lenti
sol per amor veduto in tal declino;
pers’ho la forza, el gusto e’ sentimenti.
Meco pensando piango a capo chino,
malediscendo e giorni, e punti e l’ore
ch’Amor mi mise in sì crudel destino.
Oh, con quanta dolcezza el traditore
mi mise per un prato pien di fronde,
là dove i’ persi per vaghezza el core!
Rivoltomi più volte a veder onde
i’ ero entrato, per tornare indreto,
un falso lagrimar la via m’asconde.
E come el sol co’ raggi passa il vrieto,
così le luce di questa bugiarda
mi passan drento al cor transìto e cheto.
Deh, quanto è folle ciaschedun che guarda
o crede a fe’ di femmina che sia,
perché lor fede è fragile e bastarda.
Elle son seme e pianta di resia,
piene di tradimenti e d’omicidio,
pur che s’adempi la lor voglia ria.
La donna ci privò del santo nidio
per adempier suo voglia di quel frutto
che ci fa star quaggiù in tanto fastidio.
Le sono un animal sì falso e brutto
che chi gustassi bene ogni lor parte,
di lor nemico si farebbe in tutto.
L’hanno tanta malizia, e tant’ è l’arte,
che sott’ombra d’amore ell’ han già fatti
molti finir discritti in mille carte.
Per questo falso Amor ne son disfatti
regni potenti d’anime e di gioia,
come si legge e vedesene gli atti.
Vedi l’antica e gran città di Troia:
sol per Elena, per colpa d’Amore,
disfatta fu con pianti, danno e noia.
Risguarda prima el celeste Signore
che dua città summerse per isdegno
del grande obrobbio d’esto traditore;
E vedi Salamon, cotanto degno,
che fue di sapienza lume e specchio,
e poi dove perdè tutto ’l suo ingegno.
L’altro fu Aristotil, tanto vecchio,
che si sommise d’esser cavalcato,
come ti porge tutto dì l’orecchio;
l’altr’ è Vergilio nel ceston tirato;
ben che non fu tal mal sanza vendetta,
non resta che non fusse dispregiato.
Almena fu sì bella giovinetta
che Giove ne discese dell’altezza,
punto dal traditor con suo saetta.
Tu dei saper come la gentilezza
d’ Ipolito finì con tanto strazio,
nel fiore appunto di suo giovinezza.
Risguarda ancora in quanto brieve spazio
Pirramo e Tisbe fûr di vita spenti,
pel traditor di micidi non sazio.
Ah, quanti ne son già suti dolenti!
Vedi Leandro e Ero in sulla rena
usciti fuor del numer de’ viventi;
d’Achille vedi che per Pulisena
fu la suo vita a tradimento spenta,
qual fu a’ Greci una dolente pena.
I’ credo ispesse volte ancor si senta
del tradimento che fece Giuletta
e quanto ella vi fu presta e attenta.
Tu dei saper come ’n un’ isoletta
del mar si truova da Gianson lasciata
Medea, lamentandosi soletta.
Or vedi se costei fu scellerata,
Semiramis, che da dua figliuoli
propii di sé voll’essere sposata.
Rivolgiti a Sanson, se veder vuoli
come fu per Amor toso le chiome,
lasciati e membri sua di forza soli;
e di Pasife dei sapere el come
gravida fu d’un feroce animale,
qual par che toro sia suo dritto nome.
Amor bugiardo falso e disleale
che fe’ prendere Appollo forma umana
e cogli armenti nelle selve sale!
Ben veggo quant’ell’ è malvagia e strana
questa fera crudel, ch’ ècci nimica
e mostrasi sì dolce e sì umana;
e parmi ben che l’animo mi dica:
Po’ che tu ne se’ fuor, piglia tal via
che non ritorni più fra questa ortica .
Ritengasi chi vuol la preda mia,
questa falsa bugiarda ch’ i’ amavo,
che sempre fuggirò dond’ella sia;
né ma’ più mi farò servo né schiavo
di donna ch’ è più lieve che la foglia,
ma pentomi di quante amate n’avo.
Anzi, chi vuole al mondo fuggir doglia,
fugga l’Amor, perché chi vi si lega
non ha ma’ ben, né può cosa che voglia.
Risguarda ciò che ’l dir di sopra ispiega
e vedi quest’Amore essere un mare,
che chi me’ vi passeggia, quel v’anniega.
Da me nessuna più si vedrà amare,
perché l’animo mio disia e brama
in prima tutte l’altre dileggiare.
Oh, filice colui ch’Amor non ama,
però che nuocer non gli può fortuna!
E pure a chi piacessi alcuna dama,
torla per donna, o non amar nessuna.
O glorioso, o trionfante Amore
che tutto l’universo hai ’n balia,
per la tua vigoria
la qual sommette a sé ogni valore,
tu se’ di tutto general signore,
perch’ alla forza tua non è rimedio:
dove tu pon l’assedio,
conviene in ogni loco abbi vittoria.
I’ ho già ’nteso per alcuna storia
dell’aspre guerre che per te son fatte,
e simile disfatte
di mortal guerre in perpetue pace.
Non è nessuno in tanta contumace
che, se tu vuoi, che tu nol facci lieto.
I’ penso per l’adrieto
com’i’ parti’ da te con tanto sdegno,
avendo al tutto la forza e lo ’ngegno
in me disposto di ma’ più seguirti,
né volere ubbidirti
e, non che altri, me volere amare.
Ben mi credetti da te ribellare
avendomi tu fatto tale ingiuria,
che in su quella furia
arei la vita mia data in diposito,
e detto ch’ è del mio fermo proposito
il quale avevo fatto in su quel punto,
che ma’ più sare’ giunto
d’alcuno amor, po’ ch’ i’ n’ero scampato.
Lasso! ch’ i’ sono or più che mai legato
nelle tuo ferze, e più che mai suggetto,
e nel misero petto
sento mie core in una ardente fialma.
Le forze ho spente, e per partirsi l’alma
dal mio misero corpo ognora aspetta
per la crudel saetta
non aspettata qual mi diè Cupido.
Alzo le palme in ginocchioni e grido
a voi misericordia, o sacri iddei:
confermate costei
nel presente volere, e son contento.
Omè! ch’ i’ temo ed ho sì gran pavento,
per quel ch’ i’ veggo a tutte quante l’ore,
che ’l suo tiepido core
non si voglia scaldar d’un altro foco.
Vogliate conservarmi in questo loco,
o sacri iddei, e tu, graziosa Venere,
o sì disporre in cenere
presto mie corpo, se ’l disio manca.
I’ sento tanto la mie vita stanca
ch’i’ ho abbandonato ogni piacere,
e tutto il mio volere
è sol pensar di compiacer costei.
Se le vostre virtù mostrate in lei
pari di me, non vi chiegg’altro dono:
el più contento sono
che fussi mai d’Amore, e più non bramo.
Or lascio voi, e a costei ch’ i’ amo
mi volto con benigna riverenza,
e alla sua presenza
mi raccomando con pietosa voce.
Alma gentil, nella tuo chiara foce
l’ancora gitto e qui fermo il mie legno,
e ’n sulla gaggia il segno
del mio volere aperto t’ho spiegato.
Non sono a te da fortuna guidato,
ma da pronto voler per la tuo fama,
la quale ogni cor chiama
a ’nnamorarsi delle tua bellezze.
Giugnendo a te, le tua piacevolezze
e’ leggiadri costumi e’ dolci sguardi,
avvelenati dardi,
son suti a me, che m’ han ferito il core,
e son venuto servo di signore,
e di tal servitù contento sono,
pur che sì fatto dono
fortuna o ’nvidia non me ’l voglin tôrre.
La forza non varrebbe a me d’ Ettorre
né di Sanson né del feroce Achille,
s’Amor d’altre faville
in te volesse nuova fiamma accendere.
I’ priego sol a te, che puoi difendere
col tuo voler la mia dubbiosa sorte,
pur che costante e forte
tu mi conservi la promessa fede.
Come regnare in te chiaro si vede
virtù e sapienza e carità,
in te stabilità
di quest’altre virtù sie fondamento.
Alma leggiadra, al mio proponimento
avendo detto quel che vale e tiene,
ora mi s’appartiene,
volendo questa lalda esser più degna,
trattar di tuo biltà, sì come insegna
tu se’ d’ogni virtù e leggiadria,
ché certo par che sia
in ciel criata tuo degna figura.
Oh, veramente mai fece natura
quaggiù in terra un’anima vestita
di bellezza infinita
senza macula alcuna in sé trovare.
I’ guardo e penso in particulare
le tua leggiadre membra d’assortire
e per ordine dire
quanto richiede della lor bellezza.
La prima cosa in cima dell’altezza
del tuo leggiadro corpo, o chiara stella,
si è la trezza bella
che paion fila d’oro crespe e bionde.
Muove da loro una luce ch’asconde
e occupa la vista più che ’l sole
a chi mirar gli vuole
essendo occulti ne’ legami involti.
In sulle spalle poi vedergli isciolti
paion razzi di sol piover dal cielo,
e sì bianco ogni pelo
che ’l candido par bruno allato a questa.
È poi di sotto la spaziosa testa,
lucente più ch’una leggiadra spera,
d’ogni bellezza intera,
che sol pensando è una maraviglia.
Come diparton ben le vaghe ciglia
che paion duo razetti di fin oro!
Quivi sotto è ’l martoro
che par che nel mie cor saette fiocchi.
Oh, i’ non vidi mai e più begli occhi
con uno sguardo di tal contenenza,
con soave presenza,
che quando gli alzi pare el paradiso.
In mezzo in fra le luce nel bel viso
si vede tanto ben proporzionato
il bel naso affilato
che signoreggia duo ’ncarnate rose,
pulite e belle tue guance amorose,
che paion latte e sangue nette e pure,
sanza porvi misture,
naturalmente lucide e gentile.
Al mondo non sarebbe cor sì vile
che a veder quelle labbra vezzose,
che per simile cose
non venissi a mirar volonteroso.
Ridendo il tuo bel viso grazioso
dimostra alquanto e piccioletti denti
lattati e rilucenti
che paion di cristallo o d’ariento;
e disotto le labbra il gentil mento
con un foretto a forma d’una perla,
e la gola a vederla
in fra l’altre non par cosa mortale.
Tanto le membra tue belle e quale
rispondon tutte con gran gentilezza
all’onesta grandezza
come a leggiadra donna si richiede.
I’ penso e guardo che dal capo al piede
in te non so veder nulla magagna,
né solo una compagna
ti truovo di bellezza in questo mondo.
Sento per fama che ben gite al fondo
dimolte son per lor bellezze isparte.
Non tutte, ma in parte
racconterò di quelle che si legge.
I’ piglierò il fior della lor gregge;
ma sia qual vuol di lor leggiadra e degna,
tu porterai la ’nsegna
d’ogni biltà, e di virtù corona.
Almena fu leggiadra di persona,
bella di viso e di costumi ornata,
e Lucrezia lodata
fu di biltà, e la troiana Elèna.
Rinsuona al mondo la fama serena
d’Isotta e di Cornelia e di Medea
e di Pantassilea
e di Penelopè di biltà piena,
anco di Tisbe e sì di Pulisena,
di Fedra e d’Adriana e di Giuletta,
e d’Ero giovinetta,
e della vaga e bella Lionida
come si sente che lor fama grida,
di tutte queste e di più altre assai,
tu te ne porterai
d’Amore in sul trionfo lo stendardo.
Oh, quanto si richiede a te riguardo,
essendo di biltà tanto famosa!
Deh! voglia esser piatosa
della mie vita con amor fedele.
Ma se tu penserai l’esser crudele
quanto sta male a donna signorile,
se mai tu fusti umile,
la tuo biltà non ti metta in superba.
Altra ricchezza al mondo non si serba
dopo la morte, se non buona fama;
e chie la superbi’ ama,
con suo dispregio ogni anima il proverba.
Non volere esser come Fedra acerba
ch’acconsentì d’ Ipolito la morte;
non volere a tal sorte,
amando te, a mie vita por termine.
Drento al mie cor mi par sentire un vermine
che per amarti la vita mi rode;
mi veggo alle prode
come Leandro per seguitare Ero.
A te mi raccomando e in te spero.
Tu se’ tutto il mie bene e ’l mie disio,
e in terra uno dio
a me tu se’ dove ’l mie core adora.
Tant’esser può che mai trapassi un’ora
ch’ i’ non t’abbi nel core e nella vista,
quant’un’anima trista
può in etterna gloria possedere.
Or voglia tu quest’amor mantenere.
Mentre che in un corpo regna vita
o batte sensi o sentevisi fiato,
non si vuol mai che ’l pianto sie levato
se prima l’alma non s’è dipartita;
né guerra mai si de’ chiamar finita
se tutto el campo non è via andato;
e non si intende mai fatto mercato
infin che l’arra non t’ è stabilita.
E non si debbe mai uscir di strada
a fare il suo cammin diritto e ’ntero,
anzi seguire e non si porre a bada.
Così mi par della sustanza il vero;
e mentre che fortuna vuol chi’i’ vada,
i’ vo’ seguire il mio signore altero.
Così è mio pensiero
d’aver costei per cui mie cor si perde,
e così spero insin che c’ è del verde.
I’ fu’ sempre nel mondo isventurato;
sempre fortuna m’ha ’vuto in dispetto,
e non ispero più aver diletto
po’ che di tanto bene i’ son privato.
Omè che tanto tempo i’ ho amato,
sanza malizia, d’un amor perfetto!
O Amor falso, che sie maladetto!
Tu sa’ ben se fedel ti sono stato.
Morir vorrei, po’ ch’ i’ mi veggo sciolto
da quel legame che disideravo
ch’avessi duo voleri in uno accolto,
per divenir signor di cui ischiavo
son suto tanto, di sì gentil volto,
il qual com’uno iddio i’ adoravo;
e altro non bramavo
se non libera averla, e fussi mia.
O falso Amor, che maladetto sia!
Bistolfo mio con poca divozione,
o zucca vana, teschio e non cervello,
di scienza più netto ch’ un baccello,
più sciocco ch’una zucca o un mellone;
tu par così un certo dondolone
fatto da que’ che ’mbiancon col pennello,
e nell’andar più goffo ch’un cammello,
vocatus nomen item Ser Sapone.
So che t’intendi poco di gramatica:
mastica ben questo verso di sopra,
apri lo ’ngegno a ’ntender questa pratica.
Se hai punto di senno, qui l’adopra:
non ti parrà quel verso una volatica,
ma un’amara e ispiacevol opra.
E’ convien ch’ i’ discuopra
tutte le tuo virtù; chiaro destingua
della tuo gola e la fracida lingua.
Franco, s’i’ odo e ben porgo gli orecchi,
in verità che non mi pare onesto:
a un tuo par non si richiede questo,
e senne biasimato da parecchi
ch’uomini di virtù fontane e specchi,
perché ti se’ in tal opera desto.
Ma questo tempo ti sarà richiesto:
tu ti vai voltolando in sugli stecchi.
Entrasti tu nella riligione
per dire uficio o studiare in sonetti?
Celebri tu con queste orazione?
Lascia Luigi e non far più dispetti.
La cherica richiede divozione
e buoni essempli in parole e ’n effetti;
e pur se ti diletti
di fare in versi, intendi el parlar mio:
fa cose in lalde de l’etterno Iddio.
Non posso però far che non mi dolga
perdere un viso sì laggiadro e snello;
questo dolore al core m’è un coltello
pensando chi, per nuovo amor, mel tolga.
Può fare el ciel sì presto Amor rivolga
un core, e tolga e dia nuovo martello,
e quel ch’ è brutto facci parer bello,
e di catene e lacci lo disciolga?
Oh, insaziabil voglia di ciascuna
femmina non istabile d’un’ora,
ma di più volte che ’l sole o la luna!
Oh! infilice quel che s’ innamora
o tien con lealtà fede a nessuna,
ché nuovo amante vogliono a ogni ora!
E i’ lo conosco ora,
per una che ’l mie core arde e distrugge,
e la fede m’ha rotta, e or mi fugge.
Colonna di biltà, a cui suggetto
fatto mi sono in tanta contumace,
a tanta guerra poni quieta pace;
misericordia vinca il duro petto.
Non più delle mie pene aver diletto
ché ’l tempo vola e la biltà non giace,
e ’l perder tempo, a chi più sa, più spiace;
dopo il commesso error se n’ ha dispetto.
La vita nostra non è primavera,
ch’ogni anno si ritorna verde e fresca.
La tua giornata omai è presso a sera.
Ogni disegno non par che riesca:
questa sentenza mi par certa e vera,
ché l’aspettare assai par che rincresca.
E non ti varrà l’esca:
se l’acqua intorba, e pesci non verranno.
A me fie doglia, a te dispetto e danno.
Cor di diamante o marmorina prieta,
non dar più spazio a romper la catena
che tien mie core e l’alma in tanta pena;
e nella vista pari sì mansueta.
Tu nel parlar umil graziosa e lieta,
po’ se’ di crudeltà fontana e vena.
per te la vita mia al fin si mena.
La tua giornata è tra vespro e compieta,
e ’l sole è presso a dove e raggi asconde,
d’una nebbia sottil tutto si cuopre.
La tuo scoglia gentil già s’empe d’ onde
nel volto ove biltà misse su’ opre,
e or sanza chiamare a te risponde
quel che d’ogni biltà ti spoglia e scuopre.
In parole e in opre
prendi diletto, e trai frutto e sustanza
del brieve tempo ch’ a nessun avanza.
Con grieve pena nel mie cor sospiro
pensando in che ritroso mi son messo.
Ma che giova dolermi con me stesso?
Quanto più penso, più cresce il martiro,
e per disciormi nel nodo m’aggiro,
e più mi serro e avviluppo in esso.
Negar non posso, e con pena confesso
che sola te sopr’ogni altra disiro.
I’ non credetti mai venir sì bramo
di te, né mi pungessi sì l’ortica
del tu’ amor, né sì tenessi l’amo
che ’l mie cor prese con brieve fatica.
O filice signor, merzé ti chiamo.
Non so per quanti modi più tel dica.
Se tu mi se’ amica,
dimostral ora al fine de’ mie’ prieghi:
che tu mi sciolga o più stretto mi leghi.
I’ ho sentito, e veggo ch’egli è vero,
che aschio e ’nvidia non moriron mai.
O mala lingua, di’ pur se tu sai,
ché s’adempierà tuo disidero;
ma per farti crepar ben da dovero,
in più filicità tu mi vedrai.
Sol per invidia tal guerra mi fai,
ma no la stimo un cancellato zero.
L’essere onesto veggo m’è nociuto,
e l’onestà mi fa tener dappoco,
per ch’ i’ non feci quel ch’are’ potuto.
Ma se più mi trovassi a simil loco,
sanza parlar farei quel ch’ è dovuto
e non sarei così tenuto a giuoco.
Ma io non sarò fioco,
ch’i’ n’ho vantaggio, e non essere quale.
Non creder ch’i’ ti renda ben per male.
Serena luce d’ogni biltà piena,
fontana d’ intelletto e discrezione,
di sapienza più che Salamone,
leggiadra e signoril donna serena;
non fu giammai Isotta o Pulisena,
Lucrezia e Adriana o Ansalone,
o Almena che fu d’Anfetrione,
né mai simil a te, alma serena.
La sapienza tua non voglia pôrre
orecchi alle parole di colei
che per invidia mi vorrebbe storre;
e però tanto incolpa e modi miei.
Tal pena dal mie cor non posso torre,
e s’i’ potessi contento sarei.
È certo ch’ i’ vorrei
elegger prima di voler morire
che mi lasciassi per lo suo mal dire.
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