F. T. Marinetti.

Rapporto sulla vittoria futurista di Trieste

Edizione di riferimento:

Aldo Palazzeschi, L’Incendiario, col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste, proprietà letteraria: Edizioni Futuriste di “Poesia„, MILANO - Via Senato, 2 , 1910.‒ Società anonima poligrafia italiana - Via Stella, 9. Milano 1920.

Il nostro treno corre verso Trieste, rossa polveriera d’ Italia.

Oh! rabbia di sentirci, noi, poeti futuristi, portatori d’idee esplosive, demolitori della vecchia Italia, imprigionati in uno scompartimento come aquile in una gabbia.... Ma le anime nostre s’avventano nel buio, precedendo la locomotiva che si sforza di seguirci.

Non è lontano il giorno in cui per forza si dovranno constatare sui nostri cadaveri ammonticchiati, la straziante sincerità del nostro programma e la tragica serietà della nostra violenza. Questo però non c’ impedisce di essere allegri, pazzamente allegri, questa sera, non foss’ altro che per schernire la lentezza del treno sgangherato che ci trasporta, scricchiolando per tutta la sua nera ossatura, battendo i denti sonori, trascinando le ferree pantofole e sdraiandosi in tutte le stazioni come un ubbriaco nella luce vinosa di tutte le bettole: Treviglio, Brescia, Verona....

‒ Bando alla musoneria e alla gravità!

‒ Noi andremo alla guerra danzando e cantando.

‒ Ecco Vicenza.... Questa nebbia puzza di vecchia beghina! osserva Aldo Palazzeschi.

‒ Attraversiamo infatti l’anima tabaccosa e ammuffita del senatore Fogazzaro.... Che schifo!

Centinaia di fanali elettrici sfilano davanti a noi, a destra e a sinistra.... Sono i nostri luminosi sputacchi futuristi, lanciati nelle tenebre immonde.

All’alba, il confine: tragici burroni sassosi, probabile teatro di una battaglia di domani. Ognuno di noi già si sceglie, muto, il suo posto di combattimento.

Cormons, Miramar.... ed ecco il mare Adriatico, grigia immensa bandiera spiegata, che palpitando aspetta dal sole i suoi tre colori trionfali.

Finalmente, Trieste!... Un crepitare di grida infiammate, un lampeggiante scoppiare di urrah! Tutti i nostri amici son venuti ad aspettarci. Cento mani appassionate si tendono verso di noi.... Cento sguardi ebbri e inebbrianti cercano febbrilmente fra noi T unico dio invisibile: l’esaltante vessillo italiano!

Alle sette di sera, dietro al sipario del Teatro Rossetti, noi contendiamo i lembi tricolori di una poesia al capo della polizia austriaca, pettoruto e bardato di decorazioni, mentre una folla torrenziale inonda fragorosamente le gallerie....

Quando ci mostriamo finalmente alla ribalta, tutto il popolo di Trieste è davanti a noi.... tutto, con l’ardente gioventù dei suoi maschi bellicosi, con lo scintillio di eleganza parigina che dà risalto alla flessuosità appassionata delle sue donne. A destra, in un palco, la grazia felina e squisitamente spirituale di Delia Benco, scrittrice ispirata, dallo stile affascinante come la sua toilette artisticamente originale. Con lei è Silvio Benco, l’illustre e grande romanziere del Castello dei desideri. Nello stesso palco, Willy Dias, la geniale scrittrice di cento indimenticabili novelle, e la bellissima signora Ciatto. In un palco più vicino alla scena, la superba figura, romantica e notturna, di Nella Doria Cambon, poetessa dal volo pensoso e nostalgico. Le sta al fianco l’amica nostra Elda Gianelli, poetessa che inneggiò recentemente al verso libero con ala di genio.

In platea, la signorina Haydée, la scrittrice ben nota che tanto onora Trieste col suo versatilissimo ingegno; il dottor Prezioso, grande patriota, giornalista principe, dominatore di pensieri e di folle; il direttore dell’Indipendente, Zampieri, fortissimo campione dell’irredentismo; il dottor Cimadori, il poeta Riccardo Pitteri, il dottor Spadoni, Carlo Bandii, l’avvocato Costellos, presidente della Società Filarmonica, l’ingegnere Menesini, il poeta futurista Luigi Crociato, il poeta Cesare Rossi, e moltissimi altri notabili della città.

Fuori, rumoreggia violentemente là marea d’un migliaio di persone, tra le fetide dighe dei poliziotti.

Ci sono dei professori, dei pedanti, degl’invalidi, nella sala? Noi non li vediamo.... Silenzio di Corte d’Assise nel momento della sentenza, o, piuttosto, silenzio di profondità sottomarine, ove io scaglio le frasi del mio discorso, come siluri contro le vecchie galere romane che beccheggiano invisibili sul fluttuare del pubblico :

AMICI, NEMICI FORSE!

Giudico necessario premettere alcune brevissime spiegazioni alla nostra declamazione di poesie futuriste.

Anzitutto, che cosa vuol dire Futurismo? In termini molto semplici, Futurismo significa odio del passato.

Noi ci proponiamo infatti di combattere energicamente e di distruggere il culto del passato, ed obbediamo in ciò air istintivo bisogno di difendere le nostre forze vive, che vogliono liberamente ed interamente esplicarsi prima di estinguersi.

Considerate che il numero dei grandi uomini defunti è quasi infinito: sono eserciti formidabili di genii morti, ormai indiscussi, che accerchiano e schiacciano la esigua legione dei vivi. ‒ A quelli e per quelli, tutto è concesso: libere le strade, spalancate le porte, profuso il denaro. ‒ I vivi, invece, non raccolgono che dileggi, insulti, calunnie, e patiscono la fame!

Nella repubblica dell’ arte, particolarmente, coloro che difendono ed esaltano i morti, lo fanno per una subdola vigliaccheria e per l’invidia che ispirano loro gli uomini veramente vivi.

Si uccide un poeta giovane e forte, scaraventandogli addosso la mummia cartacea di un grande poeta morto da cinque ceni anni. Gli editori cestinano i manoscritti di un genio affamato, per prodigare il loro denaro nella ristampa di capolavori d’epoche lontane. I miliardari sprecano somme favolose nella compera di cose che non hanno altro valore che quello di essere corrose e consunte dal tempo.

Si esumano musiche fredde e soporifere, statue insignificanti, tele tarlate e annerite, mentre musicisti, scultori e pittori viventi aspettano invano, nel buio di una sordida miseria, il divampare vittorioso delle loro creazioni. Quando non si può uccidere un giovane con un cadavere esumato, gli si scagliano attraverso le gambe dei vecchi rimbambiti, dei fantocci rispettati, o degli stomachevoli opportunisti.

È perciò che noi, nell’arte, nella politica, e, insomma, in ogni manifestazione di vita, combattiamo brutalmente la religione del passato e il rispetto di tutto ciò che è antico. Proclamiamo cretina la massima: « in medio stat virtus », e odiamo tutti i mezzi termini. Disprezziamo e combattiamo tutte le forme di obbedienza, di docilità, d’imitazione, i gusti sedentari, e glorifichiamo invece i nomadi, i refrattari e le grandi belve libere.

Disprezziamo e combattiamo le maggioranze avvelenate e corrotte dal potere, i divieti dell’opinione corrente i luoghi comuni della morale e della filosofia. Nel campo letterario propugnamo l’ideale di una grande e forte letteratura scientifica, la quale, libera da qualsiasi classicume, da qualsiasi purismo pedantesco, magnifichi le più recenti scoperte, la nuova ebbrezza della velocità e la vita celeste degli aviatori.

La nostra poesia è poesia essenzialmente e totalmente ribelle alle forme usate. Bisogna distruggere i binari del verso, far saltare in aria i ponti delle cose già dette, e lanciare le locomotive della nostra ispirazione, alla ventura, attraverso gli sconfinati campi del Nuovo e del Futuro! Meglio un disastro splendido, che una corsa monotona quotidianamente ripresa! Già troppo a lungo furono sopportati i capi-stazione della poesia, i controllori di strofe-letto, e la stupida puntualità degli orari prosòdici.

In politica, siamo tanto lontani dal socialismo internazionalista e antipatriottico ‒ ignobile esaltazione dei diritti del ventre ‒ quanto dal conservatorume pauroso e clericale, simboleggiato dalle pantofole e dallo scaldaletto.

Noi esaltiamo il patriottismo, il militarismo; cantiamo la guerra, sola igiene del mondo, superba fiammata di entusiasmo e di generosità, nobile bagno di eroismo, senza il quale le razze si addormentano nell’egoismo accidioso, nelll’arrivismo economico, nella taccagneria della mente e della volontà.

Disprezziamo e combattiamo la tirannia dell’amore, che specie nei popoli latini, falcia le energie degli uomini d’ azione. Combattiamo il rancido sentimentalismo, l’ossessione dell’adulterio e della conquista femminile, nel romanzo, nel teatro e nella vita. Vogliamo insomma sostituire, nelle immaginazioni, giovanili, alla figura stucchevole del Don Giovanni, quelle violente e dominatrici di Napoleone, di Clèmenceau e di Blériot.

Tutto ciò, naturalmente, contraria ed esaspera le tnaggioranze; ma noi Futuristi, noi Estrema Sinistra della letteratura, ce ne rallegriamo, poiché solo temiamo le facili approvazioni e gl’insipidi elogi dei mediocri. Sicuri e convinti che nulla vi sia di più facile e di più spregevole insieme che il piacere al pubblico, solleticandone i gusti volgari, noi preferiamo piacere soltanto al nostro ideale, e, al pubblico ostile, non domandiamo che fischi!

Uno scoppio formidabile di applausi.... Le carene del passato si sfasciano nella risacca sbatacchiante delle mani entusiasmate.

Ed ecco Armando Mazza, dal gran corpo atletico, avanzarsi come un lottatore. La sua voce tonante sfonda le pareti del teatro e sembra coprire tutto il mondo delle nostre prime volontà futuriste. In verità i saggi mummificati, i custodi del buon senso e tutti coloro che portano sulla schiena la loro poltrona come le testuggini il guscio, si sentono schiacciati dal passo di quel gigante che con alte grida chiama alla riscossa gl’ incendiarii.

Abbasso i musei! Riseppelliamo i morti! Glorifichiamo la violenza! Viva la guerra! Morte ai pacifisti!

Abbasso le maggioranze sedentarie! Gloria alle belve!...

Altrettanti pugni roventi nei petti freddolosi dei Passatisti, arbusti scarniti e contorti dalla lava sui fianchi di un vulcano!

Poi, i poeti futuristi, uno dopo l’ altro, con una disinvoltura da studenti in baldoria, versano a fiotti il rosso vino della sublime poesia in tremila coppe invisibili, tese freneticamente a volerlo.

Ma, ad un tratto, scoppia un gran baccano e s’accende un parapiglia infernale.

Si urla allo scandalo; mani di spettatori naufraganti si aggrappano alle poltrone; altre stringono disperatamente rotonde calvizie, come se abbrancassero il mondo per salvarlo. Occhi moribondi cercano ansiosamente dei crocifissi introvabili. Cresce il tumultuare della calca: è la grande insurrezione delle mummie.

Non una italiana: tutte austriache o leccapiattine. Ma la possente gioventù trionfa. Tutti i maschi sono in piedi, e coi pugni, con gli scoppi della voce, costringono i morti a ricoricarsi nei loro scanni tombali.

Il soffio dell’entusiasmo ci spinge fuori e ci trasporta per le vie di Trieste.

Entriamo nel Caffè Milano, fornace da cui si sprigionano e scattano, investendoci, i tizzoni in fiamme dei più entusiastici urrà! Sulla grande tavolata fraterna, il sangue delle gote, il fuoco delle voci, i vermigli fermenti della poesia e del patriottismo.... Aldo Palazzeschi dice con raffinata sapienza le sue belle poesie: Villa Celeste, La Regola del Sole e Palazzo Mirena, contenute in questo volume. Poi Armando Mazza è costretto a declamare per la terza volta il celebre Manifesto. Tutti gli alcool traboccano, scorrono e s’ incendiano.

Sorge un giovane dagli occhi elettrizzati d’ingegno, che clama la sua professione di fede futurista, la sua ardente simpatia pel nostro movimento di ribellione contro il passato.... Tutti lo ascoltano intenti, ed egli, invaso da un furore ispirato, scarica in alto mille idee paradossali, come tanti razzi sguscianti senza posa da una botte pirotecnica. Quell’uomo é il forte poeta triestino Mario Cavedali.

Intorno a lui si affollano moltissime altre figure bellicose di pubblicisti, di letterati, di artisti: i valorosi patrioti fratelli Tamaro, redattori dell’Indipendente, il fervido giornalista Mario D’Osmo, l’inesauribile pince-sans-rire Doro Pinzi, il maestro Saragoz, Barison, l’insuperabile violinista, il geniale poeta Arturo Bellotti, Oberdorfer, l’energico segretario e difensore dell’Università del Popolo, l’elegantissimo De Sala, corrispondente del Figaro, il biondo e simpatico Paolo Zampieri, Augusto Datta, il poeta Dolcetti, Mario Alberti, Guido degli Sforza, Gualtiero Pinzi, ed altri ed altri ancora.

Si odono a quando a quando le schioccanti risate dello spiritosissimo Nordio. Si alza l’avvocato Tedaldi, che declama un’ode del Carducci con emozione di cuore, efficacia di gesto e tonante forza di voce.

Usciamo dal Caffè Milano per portare la nostra focosa anima italiana entro il covo notturno degli ufficiali austriaci: l’Eden.

Vi troviamo invece molti ungheresi che accompagnano con gesti e con danze un’impetuosa zuffa di violini tziganeschi. Essi ci salutano clamorosamente, inneggiando alla liberazione dell’Ungheria e di Trieste, e ‒ allegri martiri del patriottismo ‒ si torcono sulla sonora graticola del cembalum, sotto le rabbiose sferzate dei violini.

Gioia, follia e guerra!

Alcuni ufficiali austriaci, in un angolo, hanno l’itterizia della loro bandiera.

Quando usciamo, una frenetica ebbrezza goliardica e gaiamente vandalica agita la nostra irruente colonna.

Noi, futuristi, proclamiamo senz’altro la morte della saggezza, l’ignominia della parola prudenza.... Guai a chi non è capace di audacie teppistiche! Guai a chi, ogni notte, non si sente signore assoluto della città e gonfio di disprezzo per coloro che dormono!

In lunga fila indiana, camminiamo prima rapidamente e poi ci slanciamo a passo di corsa, formando festoni rumorosi e beffardi intorno alle facce lorde dei poliziotti, vespasiani ambulanti.

Così correndo, giungiamo al Molo San Carlo. Un gran veliero che fora le nuvole coi suoi tre alberi altissimi.... Fin dove salgono, quegli alberi? Bisogna pur saperlo!... Su! Su!... Chi potrebbe impedirci di seguirne l’acuto slancio verso il cielo? Che importa se il veliero oscilla, se il sartiame miagola al soffio rovesciante della bora?... E ci arrampichiamo su per l’albero maestro, in cerca di nidi di stelle.... Di lassù, ci sarà forse anche dato di scorgere all’orizzonte i fanali della formidabile squadra di Bettolo, a cui forse giungeranno le nostre grida di ansiosa chiamata!

Ci si avvia verso Servola, i cui fumi biancastri laggiù, sembrano pilastri enormi eretti a sostenere le rosseggianti vòlte della notte.... Lieti come scolari in libertà, ci agitiamo intorno alle pance fuligginose delle ferriere, che partoriscono muraglie di bragia... Grida di vittoria erompono dai nostri petti.... Finalmente, le più folli immagini futuriste si realizzano: ecco edifici di fuoco che camminano, si sventrano e rovesciano a terra viscere di topazi e di rubini!

Noi assistiamo così alla fusione del nuovo sole futurista, più colorato, più fantastico, più caldo del vecchio sole di ieri. Ne sorvegliano l’immane colata incandescente i mostruosi camini, giganti burberi, impennacchiati di fumo che nemmeno si sentono passar tra i piedi le stridule fughe dei treni, sorci di ferro spaventati....

Oh! come invidiamo le case appollaiate sulle colline circostanti, le case attente a cui la gioia ubbriacante del fuoco incendia gli occhi ogni notte. Come invidiamo le nuvole dalle facce accaldate e l’orizzonte marino solcato da lunghi riflessi scarlatti!

A Trieste, i giovani non dormono mai. Igienica insonnia, che ci fa divorare il gran pranzo futurista offertoci dagli amici e servito spiritosamente a rovescio, così:

Caffè

Dolci memorie frappées

Frutta dell’Avvenire

Marmellata di gloriosi defunti

Arrosto di mummia con fegatini di professori

Insalata archeologica

Spezzatini di passato con piselli esplosivi in salsa storica

Pesce del Mar Morto

Grumi di sangue in brodo

Antipasto di demolizioni

Vermouth.

Dappertutto, nelle sale sontuose della Filarmonica, nei salotti intellettuali, nei ritrovi mondani, le dame rivaleggiano nell’accoglierci con regale e squisita cortesia, affascinate piuttosto che sgomentate dalla violenza incendiaria delle nostre volontà futuriste.

Partiamo a malincuore, ma già rivolto lo sguardo ad altri campi di battaglia, e Trieste ci accompagna al treno acclamandoci ancora con le voci squillanti dei suoi cento figli più eletti, che galoppano intorno alla nostra carrozza, e ci salutano col grido di Viva l’Italia! Viva il Futurismo!

F. T. Marinetti.

Le fanfare della stampa

Il Futurismo e i Futuristi

difesi da:

Silvio Benco, Elda Gianelli, A, Bellotti Paolo Arcari, A. ScoccKi,

V. Cuttin, Augusto Datta, G. Giacomelli, A. Tamanini, ecc.

TRIESTE ELETTRIZZATA.

SILVIO BENCO presenta i futuristi nel “Piccolo„.

Serata di poesia futurista: la chiamano veramente i manifesti e gli striscioni apparsi in gran numero a tutte le cantonate della città. Infatti i sei giovani poeti che reciteranno mercoledì i loro versi al Politeama Rossetti hanno accettato come insegna del loro sodalizio il manifesto del futurismo lanciato l’anno scorso dal Marinetti: del quale manifesto molto si rise e molto si discusse, e si rise perchè veramente andava oltre a ogni seria intenzione di rinnovamento letterario; e si discusse perchè spalancava ambo le porte a un problema che è forse il supremo problema della letteratura: è fatale che l’arte si atteggi sempre conforme al passato, e si giudichi sempre con le opinioni che furono del passato? ovvero non deve trarre essa i suoi impulsi dalle concitazioni della vita moderna, e giudicarsi a norma delle aspirazioni che ciascuno di noi ha verso il futuro?

Il manifesto del futurismo premette dunque una contraddizione alla legge del perpetuo ritorno di ciò che fu; e se questa è una legge, esso contiene un’illusione o un inganno, se non è una legge, esso contiene, in forme brutali, un’enunciazione di verità. Il che non può decidersi dopo un anno dall’ apparizione del manifesto, e mentre il mosto fermenta e non si è fatto vino. Non giudichiamo dunque il futurismo che allo stato di ebollizione; limitiamoci a presentare i futuristi che sono allo stato solido di personalità: uno di essi, e il loro capo, F. T. Marinetti, non ha più nemmeno bisogno di presentazione; poiché già lo conosce il nostro pubblico come un poeta d’impulso e di fervida fantasia: all’ opera sua nell’ ultimo anno non aggiunse che un dramma, Les poupées électriques, inventato molto ingegnosamente sul tema delle segrete affinità delle anime che si sostituiscono inconsce l’una all’altra, dapprima nell’ indeterminatezza delle commozioni psichiche, poi nella concretezza delle sensazioni. Non è necessario nemmeno presentare il giovane siciliano Federico De Maria, che fu l’anno scorso fra i lettori dell’Università del popolo: il suo libro La leggenda della vita, scritto quasi tutto in versi liberi, ma con rime e assonanze e riccheza di melodia, lo rivelò come uno dei poeti che meglio fanno suonare il lor pensiero nella armoniosità della lingua nostra.

Una sorpresa per il pubblico potrebbe essere Paolo Buzzi, il più complicato temperamento del gruppo. Vasto intelletto; volontà ambiziosa e tenace che lo disciplina a una costanza di lavoro quasi sovrumana; gusto non ancora purificato, non ancora naturalmente sensibile alle proporzioni di ogni opera d’arte, qualunque essa sia. È milanese. Sorse anni or sono, vincitore di un concorso letterario della rivista Poesia, con un romanzo. L’esilio, dove aveva cercato di mettere tutta la sua mente: e poiché la mente era vasta, il romanzo uscì in tre volumi. Troppo; non tutto aveva lo stesso valore; ma c’erano capitoli mirabili per verità e ricchezza di colore, per lucida esposizione di idee, per trascrizioni d’una vorticosa vita fantastica. La stessa impressione d’un uomo che ha molte cose da dire si riceve dal suo volume di versi Aeroplani. Il contenuto ne è più denso, più vario che nei consueti libri di versi ; la vita delle città vi è vissuta con una anima complessa d’uomo che sente dentro di sé una folla; la natura vi è descritta con colori che paiono e sono nuovi soltanto perchè sono più esatti. Ma anche qui regna talvolta il disordine, la febbre dell’improvvisare, l’irriflessione, la mancanza di associazione delle idee e di continuità delle forme; è un vigoroso e penetrante ingegno non ancora tanto padrone della sua vita strabocchevole da placarla in un’opera d’arte.

Enrico Cavacchioli invece, è un artista: cesella le strofe, e le fonde nello stampo del bronzo; scrive di rado in versi liberi come i suoi compagni, e non sono i suoi versi migliori. La sua originalità è fatta di precisione: precise le visioni, per quanto strane, morbose e macabre; preciso il vocabolo; preciso e ben ponderato il suono. Se qualche suo componimento ha la forza dell’allucinazione, la ricava dalla saldezza, dall’incisività di ogni segno tracciato dal suo stile acuto ed acre.

Di Aldo Palazzeschi confessiamo di non conoscere che una poesia, ma bellissima: La regola del sole. È scritta con una espressione di candore e di umiltà appropriata alla visione ingenua; con un ritmo da fiaba, morbidamente irregolare e dolcemente monotono. Ricorda, per la ispirazione e per le forme, il Maeterlinck della prima maniera: Les sept princesses. Ma non si può dire che lo imiti; fa una propria opera d’arte, molto limpida, molto chiara, interessante. Infine Armando Mazza, poeta pur lui, ci è annunziato come un magnifico dicitore di versi, e come tale ebbe gran plauso a Palermo. Egli reciterà non soltanto le proprie poesie, ma anche quelle d’altri futuristi: Libero Altomare, Corrado Covoni, e infine di colui che questa pleiade di poeti venera come il suo sole: Gian Pietro Lucini, un poeta lombardo che da più di vent’anni vive in continuo arricchimento e in continuo rigurgito del pensiero e in indefesso fermento e che ha scritto, tra dieci libri, in una forma di versi inventata da lui, un fervido, caleidoscopico poema di evocazione del settecento filosofico e lussurioso: La prima ora de la Accademia. Egli, per vero, si schermisce dall’essere futurista; ma i futuristi dicono che è il loro padre. Già ogni futuro ha un passato.

Silvio Benco.

ELDA GIANELLI

presenta i Futuristi nell’ “Indipendente

Dei sei poeti futuristi che Trieste intellettuale è chiamata a sentire domani a sera ‒ e sappiamo ben viva la curiosità del nostro pubblico ‒ Aldo Palazzeschi è uno dei più giovani. Pure egli ha al suo attivo parecchi volumi: I Cavalli Bianchi, Lanterna poemi; Riflessi romanzo. Annunzia: Il Codice di Perelà, e intanto raccoglie l’eco della critica giornalistica sui Poemi, ampio volume di aristocratica edizione fiorentina.

Trovai, tornando appunto da Firenze, i Poemi, l’estate passata; e non ebbi agio nella stagione di segnalarli ai lettori dell’Indipendente; i quali, di quelli della modernissima scuola, conoscono già da lungo F. T. Marinetti il duce, come i giovani chiamano il direttore di Poesia: il principe dei guerrieri, come lo chiama Paolo Buzzi dedicandogli il suo inno alla guerra. Ed è infatti una guerra che i giovani combattenti per l’avvenire dell’arte sostengono. Questi giovani sono i primi, contrariamente a tutta la violenza del programma futurista, a riconoscere, a salutare la bellezza del passato che fu bellezza. Il loro odio è per le muffe, che mai sono state altro, e ostentano sempre, in tutti i rami dell’arte e della vita, il più feroce misoneismo, e vorrebbero soffocare ogni nuova germinazione, ciechi contro nuovi colori e nuove forme, solo perchè non corrispondono a colori e forme catalogate e lustre della patina del passato; disperatamente sorde contro ogni nuova armonia incomprensibile all’ovatta dei loro orecchi.

Battaglia accanita quella dei giovani che non vogliono entrare nella strada della vita coi soliti ritornelli belanti, con le solite genuflessioni a una retorica ch’essi non sentono e non accettano per canone d’arte. Né può meravigliare o disgustare l’irruenza, la scompostezza del loro gesto di battaglia, il linguaggio che par talora di un fervore pazzesco, se pensiamo alla fredda malignità, allo scherno velenoso che in ogni tempo accolse ogni giovanile rivoluzione letteraria. Che non fu lanciato dal livore ‒ eh, la parola è ben giusta! ‒ di coloro che si videro minacciati nel lor comodo adagiamento nei versi cantabili, contro le prime barbare del Carducci? Ora le barbare, invecchiate a loro volta, dovettero cedere al verso libero, il quale è assai meno libero di quello che a orecchi profani possa sembrare, e ha leggi d’armonia che sfuggono non soltanto a chi non ha orecchio poetico, ma anche più a chi non ha anima poetica. Fate pur prosa, adorna o disadorna, e mettetela a righette e chiamatela verso libero, se piace a voi. Gli esperti, i senzienti del verso libero, i poeti, ve la bolleranno per prosa egualmente.

Marinetti esordì con un poema in verso libero magnifico di slancio, potente di colore: La Conquete des Ètoiles, del quale fu già parlato su queste colonne. In Francia, dove da un pezzo i verslibristes s’ imponevano, fu da Gustavo Kahn chiamato questo poema: un bel effort lyrique de beaux vers français d’une forme libre, originale et rare. Prova che i versi liberi possono assai distinguersi tra loro, aristocrazia e volgo, come ogni cosa di questa terra e del cervello umano.

I futuristi del resto non si preoccupano d’imporre un genere di poesia o l’altro, e non comandano i versi liberi. Enrico Cavacchioli ha quartine mirabili di grazia e freschezza. Paolo Buzzi incatena talvolta nell’apparente metro libero i metri più ovvii, che tutti direbbero ottonari, settenari, senari, quinari, se li vedessero stampati a lineette, e pochi forse sanno trovare e far cantare nelle prolisse righe dei versi liberi de’ suoi Aeroplani.

Federico de Maria è poeta assai noto e caro ai giovani d’Italia, poeta d’ardimento e di sentimento profondo.

Del Mazza, che dicono mirabile dicitore, ed esporrà versi del Lucini, del Govoni, dell’Altomare, non conosco l’opera originale.

Di Aldo Palazzeschi, dico brevemente come me lo concede lo spazio. Non è facile definirlo, o bisognerebbe conoscere tutta l’opera sua. Non so i suoi poemi precedenti a questi, né il suo, o i suoi romanzi. In questi poemi s’atteggia a semplice. Una grazia un po’ malata che si compiace di foggiarsi modi qualche volta infantili, primitivi; ma che ha pure una sentimentalità sincera, penetrante.

Chi sono?

Son forse un poeta?

No certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

follia.

Son dunque un pittore:

Neanche.

Non à che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

malinconia.

Un musico allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

nostalgia.

Son dunque... che cosa?

Io metto una lente

dinanzi al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

Non dice una cosa nuova il Palazzeschi. Fu sempre dato dei giullari ai poeti d’ogni genere e d’ogni forma. Coloro che si danno da sé stessi del saltimbanco, figurarsi se sono presi alla lettera dagli uditori o lettori di buona volontà! Taluno mi disse che il giovane poeta fu bistrattato dalla critica benevolente. Non so.

Mi parve bene riprodurre questa sua autopresentazione oggi che egli viene fra noi. Noi sappiamo che non avviene mai che i saltimbanchi di professione si diano questo nome. Tutt’altro! I Dulcamara della piazza e dell’arte ostentano anzi titoli accademici e quando lo possono cavallereschi. E quand’anche fosse, Pierrot in arte non è sinonimo di pagliaccio ma di melanconico.

Ed è un melanconico sognatore il Palazzeschi, un dipintore di fantasime. E hanno un fascino le figure ch’egli evoca con versi piani, piani, ad arte puerili.

Tre piccole figlie stanno ‒ apro a caso i Poemi ‒ innanzi a Madama Matrigna. Vestono a mezzo lutto, tengono il volto abbassato, sono tutte confuse. In abito di crespo giallino, a pieghe e rigonfi, la matrigna guarda, un poco sorridente, le piccine. Esse sono venute a pregarla di parlar loro, e insistono supplichevoli che parli.

Ma non delle cose passate...

Ma non delle cose avvenire

Parlate, parlate, signora matrigna!

Ci sembra... ci sembra il vostr’occhio

che guardi... e non guardi...

Parlate, parlate!

In punta del labbro ci avete.

Signora Matrigna,

non so... non sappiamo...

ci avete un sorriso... maliardo,

un tenue sorriso ritorto

che nasce, si torce e finisce.

Un riccio eguale portate

in mezzo alla fronte.

Signora Matrigna, parlate, parlate.

Non è mirabilmente espressa in questa accorata sollecitazione l’ansia delle tre piccole in lutto che si raccomandano alla donna vestita di giallo, che per loro rappresenta la sfinge?

Di questi quadri vaghi, semplici tratti di penna, eppur profondamente espressivi, il Palazzeschi ne ha in quantità. Come ha bizzarrie che parrebbero inqualificabili e nondimeno son note d’un sentimento vivo che restano nei nostri orecchi, gamma che involontariamente la memoria ci ripete.

Non sono versi quelli della Fontana malata, per esempio.

Ma quella fontana noi la vediamo e la sentiamo tossire. Così vediamo il Borgo tramontano, che non ha finestra al sole e le tien tutte chiuse, tutta la giornata, per aprirle soltanto all’ora del tramonto che gli abitanti e le campane salutano; per ritirarsi e tacere poi fino al tramonto seguente. Così vediamo Regina Carmela e Regina Carlotta e le Nutrici, e le Nazarene, donde forse il primo germe di quella stupenda Regola del Sole, che il poeta dirà, crediamo, alla serata aspettata. La Regola del Sole è un ordine di mistiche adoratrici dell’astro. Un gruppo di signore s’è comperata un’isoletta in mezzo al mare, donde non si vede terra né vicina né lontana, e ivi vivono beate, nella loro strettissima clausura, aspettando ogni giorno il sole, meste nei giorni di nebbia, felici in quelli di splendore. E non muoiono d’alcun male, si spengono dolcemente, e quando una trapassa le altre la cantano beata perchè salita ad unirsi al sole.

Insomma domani il pubblico triestino avrà l’impressione immediata della poesia che è l’ultima espressione moderna ed il primo passo verso un rinnovamento, speriamo, felice.

Elda Gianelli.

AUGUSTO DATTA

nell’ “Azione Socialista„.

Mercoledì 12 avrà luogo al Politeama una serata di lettura poetica alla quale, per la prima volta in Trieste, prenderà parte un gruppo di poeti italiani che leggeranno i loro componimenti.

I poeti che udremo sono tra quelli che aggruppatisi intorno alla rivista « Poesia » diretta da Marinetti e che già conta cinque anni di vita, sono assurti alla fama benché giovanissimi. Merito questo che va attribuito alla Rivista stessa la, quale ebbe sempre per scopo principale di sostenere le giovani forze nel campo della letteratura.

Per dare al pubblico un’idea di questa serata, nulla è più consigliabile di una scorsa all’ultimo fascicolo di questa rivista battagliera dove sono raccolti gli ultimi lavori inediti dei poeti Paolo Buzzi, Enrico Cavacchioli, Corrado Covoni, Aldo Palazzeschi e del direttore Marinetti, Questi poeti si distinguono per una grande audacia d’ispirazione e benché diversi nella loro estrinsecazione artistica, sono tutti animati dall’identico ideale di rinnovazione letteraria e dal medesimo odio per ogni forma di classicismo rancido e di convenzionalismo accademico.

Furono vivamente combattuti recentemente, quando con soverchia violenza forse, ma con profonda sincerità, si battezzarono Futuristi cioè avveniristi ad oltranza, inalberando come un vessillo il famoso manifesto del Futurismo pubblicato dal Figaro di Parigi e lanciato con tanto clamore attraverso l’Italia.

Il pubblico che non potè farsi un’idea esatta di ciò che futurismo vuol dire, giudicherà il 12 gennaio le opere di questi giovani poeti futuristi, i quali null’altro desiderano, in fondo, che una maggiore libertà letteraria di fronte alle tendenze viete e retrograde di cui si fanno forti alcuni dei poeti moderni.

Paolo Buzzi ed Enrico Cavacchioli sono già noti per i loro volumi: Aereoplani e Incubo velato che suscitarono violente polemiche e approvazioni vivissime; Aldo Palazzeschi, di cui leggiamo in «Poesia» una squisita fantasia poetica: La regola del sole, leggerà brani del suo volume di prossima pubblicazione : L’incendiario.

Vi sarà fra loro un mirabile declamatore: Armando Mazza, già molto applaudito nei teatri di Palermo, il quale dirà alcune poesie di giovani poeti del medesimo gruppo ma che per ragioni diverse non potranno partecipare a questa interessante serata.

Udremo cosi i versi di Gianpietro Lucini, di Libero Altomare, Giuseppe Carrieri, Enrico Cardile, Mario Betuda, Luciano Folgore, Berardo Sbraccia e di molti altri.

Augusto Datta.

LA VITTORIA STREPITOSA.

SILVIO BENCO

nel “Piccolo„.

Un magnifico teatro: le poltroncine tutte occupate, la platea zeppa, le gallerie ben popolate. Il « futurismo » ha agitato la curiosità del pubblico, e il pubblico, scoccata appena l’ora, non nasconde la sua impazienza di vedere i «futuristi». Compariscono alla ribalta: sono tre: Marinetti, che il pubblco riconosce e saluta con un applauso, Aldo Palazzeschi e Armando Mazza. I due altri che erano promessi, Paolo Buzzi ed Enrico Cavacchioli ‒ lo annuncia il Marinetti ‒ non poterono allontanarsi da Milano: le loro poesie saranno recitate da lui e dai colleghi.

Frattanto, alla recitazione delle poesie il duce della scuola vuol premettere un breve esordio per dichiarare in che consista il futurismo. L’esordio è violentissimo; né crediamo il pubblico abbia mai ricevuto sulla faccia parole più violente. Afferma la volontà di svincolare i vivi dai morti, la volontà di intraprendere una acerrima lotta perchè una quantità di poeti, di pittori, di musicisti, di statuari dei nostri tempi, che dimenticati o ignorati, patiscono la fame o soccombono moralmente all’avvilimento e alla tristezza, abbiano una buona volta sgombro il cammino da quel culto del passato e delle glorie fatte e strafatte al quale con neghittoso misoneismo dedica tutta se stessa l’umanità. Il futurismo vuole la gloria per gli artisti vivi; non per gli artisti morti. Se il suo libero linguaggio offende le abitudini del pubblico, il

Marinetti riconosce al pubblico il diritto di fischiarlo; non chiede applausi, ma fischi.

Il pubblico invece applaude. Il discorso era stato detto con veemenza: conteneva una rivendicazione sociale dei diritti dell’arte giovane e diseredata; la folla vi aveva riconosciuto un’idea generosa e non aveva badato all’aggressività della forma.

Quindi si levò Armando Mazza e declamò il noto manifesto del « futurismo ». Una voce forte e squillante; un dicitore che par tranquillo e padrone di sé. Due buoni polmoni e un’uniforme inflessione energica sostituiscono la varietà dell’espressione e il colorito che non è molto ricco. Ma il manifesto contiene cose troppo enormi, per essere ascoltate placidamente, o sia pure con amabile scetticismo, da un’assemblea di duemila persone: quando si giunge agli incendi delle biblioteche, agli annegamenti dei quadri e delle statue trovate nei musei, alla gioia vandalica degli incendiari dalle dita carbonizzate, sorgono mormorii, poi grida ostili ed opposizioni clamorose. Una parte del pubblico batte le mani; un’altra parte fischia e rumoreggia; dalle gallerie si saetta qualche invettiva.

L’irrequietudine, che a quando a quando è tumulto, continua mentre Aldo Palazzeschi recita con voce fievole e bianca la sua Regola del sole. Egli sciupa completamente la sua poesia che, a leggersi, è bellissima. Pochi soltanto ne colgono qualche parola; gli altri cercano distrazioni.

È il momento di maggior trambusto della serata. Poi l’ordine si ricompone; e la recitazione può continuare senza impedimenti. Ma la tempesta, piccola o grande che fosse, si è ripercossa sul palcoscenico: la voce di Armando Mazza non è più quella, e anche il suo modo di leggere i versi, con il testo sotto gli occhi e presentandosi di profilo al pubblico, è il meno comunicativo che possa essere. Il giovane dicitore non è ancora avvezzo ad affrontare la folla; il Marinetti invece sì; la padroneggia con bella forza nervosa; e riesce ad imporle e a farle gustare la larga linea di due liriche di Paolo Buzzi e dell’Eroe futuro di Federico de Maria. Sono gli squarci più applauditi. Si recitano anche brani di Libero Altomare, di Corrado Govoni, del Cavacchioli e la folta e meditata sì, ma eternamente lunga poesia che Gian Pietro Lucini compose per la sciagura di Sicilia e di Calabria.

Silvio Benco.

A. BELLOTTI

nell’“Indipendente„.

A proposito di futurismo e di poeti futuristi, molti si chiedevano in questi giorni di fervida pubblicità per gli albi, che cosa veramente volesse dire questo benedetto futurismo, che cosa veramente pretendessero i cinque nomi di poeti che facevano capolino ad ogni svolto di via: Marinetti, Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Armando Mazza.

C’era un programma, una formula nuova che unisce in collettività poetica questo gruppo di giovani coraggiosi? Oppure il futurismo non è altro se non una bandiera per essere sventolata d’occasione, tanto per costringere tutti i pigri ad accorgersi anche di questi ribelli figli dell’oggi?

Occorre la violenza della pubblicità per scuotere l’interesse sonnecchiante. Ed il duce dei futuristi, il principe di questi guerrieri lo sa molto bene, ed a parere di certuni abusa della violenza della reclame. Benché infine la reclame d’oggigiorno né sia uguale né possa essere simile a quella in uso 50 o 100 anni or sono. Tutto è suscettibile di trasformazione, ed ormai sarebbe sciocco ancora il credere... al trionfo della modestia.

La serata non fu priva d’incidenti. C’era dell’elettricità nell’aria. Il teatro aveva un aspetto dei più imponenti. Folla in platea, nelle poltroncine; folla nelle gallerie, nel loggione. La repubblica letteraria triestina figurava nei palchetti.

Indispose alquanto una parte del pubblico l’annuncio che, dei cinque poeti futuristi, non poterono recarsi a Trieste che tre: Marinetti, Mazza e Palazzeschi. Mancavano Paolo Buzzi e Cavacchioli.

Il poeta Marinetti diede con brevi parole d’esordio la risposta a quelli che si chiedevano cosa fosse il futurismo.

Sorse quindi Armando Mazza a dire con tono veramente di fuoco tutto il primo proclama futurista, che a suo tempo venne pubblicato e criticato dai diversi giornali del regno e di Francia, mentre sarebbe stato meglio non l’avesse detto, perché fece suscitare in vari punti proteste di diverso genere fra alcune persone del pubblico. Alle proteste da qualche parte si rispose con applausi. S’incrociarono nell’aria pure delle insolenze.

Il baccano ebbe il massimo delle sue vibrazioni, quando il dicitore, urlando con polmoni di ferro e senza scomporsi menomamente alle proteste, diceva: « Noi incendieremo le biblioteche, distruggeremo le gallerie, bruceremo i musei! »

Sedati i rumori si passò alla declamazione dei versi. Venne il turno al poeta Aldo Palazzeschi, che ha un torto e purtroppo senza rimedio: Ha un organo vocale troppo delicato per un ambiente come il Politeama Rossetti. Perciò la declamazione della sua poesia La regola del sole andò tutta confusa alle interruzioni d’una parte del pubblico. E fu davvero peccato. In un ambiente più intimo dovrebbe indubbiamente piacere.

Il rimanente del programma venne allora sostenuto tutto dal Marinetti e dal Mazza. Udimmo ora da uno ora dall’altro versi già letti in Poesia, la rivista milanese diretta dal Marinetti. Armando Mazza lesse una lirica di Corrado Govoni, una Canzone folle del Marinetti, un frammento del Canto d’angoscia e di speranza del Lucini e qualche cosa del Cavacchioli. Peccato che lo sforzo fatto dal Mazza nel dire il manifesto del futurismo, lo abbia poi reso quasi afono, mentre prometteva così bene nella declamazione.

F. T. Marinetti fu il piìi fortunato dei tre ; seppe conservare inalterato il suo organo vocale in sino alla fine.

Disse degnamente i Desideri di Libero Altomare, colorì a dovere la canzone All’eroe che verrà di Federico de Maria. Piacque nella lirica Alla Poesia di Paolo Buzzi e rese con efficacia tutta la tristezza del Canto dei reclusi del medesimo autore. Ma s’ebbe un vero successo quando declamò la sua ben nota ode All’Automobile; ode che gli veniva chiesta con insistenza da più parti nel teatro. Coronò il suo dire una salva di ben nudriti applausi.

Arturo Bellotti

A. SCOCCHI

nell’“Emancipazione,,

A Trieste, prima fra tutte le città italiane, i Futuristi hanno affrontato, con la violenza travolgente dell’enunciazione del loro programma, il pubblico d’un vasto teatro affollatissimo, forse perchè qui il tradizionalismo ha radici meno profonde, e le idee di modernità incontrano minor resistenza, fors’anche per un omaggio alla città vibrante di patriottismo, fervida nella lotta, talora cruenta, d’ogni giorno. Non potevano però certamente sperare di svellere con l’urto impetuoso, veemente, le barbe sprofondate negli strati accumulati dalle generazioni anteriori, né questo sarà mai possibile. E se possibile fosse, sarebbe sciagura.

L’urlo incendiario per i musei e le biblioteche destò un altro urlo: di protesta. Ma l’inno alla giovinezza, alla forza, alla guerra per il diritto, al patriottismo, alla ribellione del lavoro, al gesto violento, ebbe una eco di entusiasmo in alcuni, di consentimento in altri, di rispetto nel resto.

Si sentiva l’alto peana delle palestre e dei «fortiores», dei fabbri e delle officine; il grido della gioventù e dei proletari, che con lo sguardo all’avvenire, scavalcando le dighe del conservatorismo, si slanciano alla conquista d’un mondo ideale, esuberanti di vigoria.

La letteratura rispecchia la vita sociale. Il periodo presente ‒ seguito a quello effervescente ch’ebbe la più estesa manifestazione nel 48 ‒ è di stasi, di lento riformismo, di materialismo e di utilitarismo. Il socialismo s’è invecchiato, si è adagiato in un alveo di adattamento, si è accomodato col privilegio dinastico e conservatore per scalfirlo, e perdette la propria potenza.

Alla nuova generazione si offrono insegnamenti di opportunismo machiavellico e di servilità. Ma essa sente d’essere chiamata a una funzione ben diversa. I grandi passaggi nella storia non avvennero mai che attraverso gli urti e le lotte. Negli ambienti ammuffiti le energie giovanili si sfibrano; altro è il loro campo di azione: il campo aperto, libere esse e svincolate dai ceppi del passato. I Futuristi, giovani non ancora trentenni, si fanno interpreti del sentimento della età propria, lo spingono fino all’acutezza, all’iperbole, scagliando dietro le spalle il dardo della protesta e dell’invettiva. È lo sforzo per lo sgombro del terreno, per la rincorsa necessaria.

Con pari ardore, se non nella stessa forma, la giovane generazione dell’inizio del secolo scorso assalì il vecchio classicismo, di cui erano stati luminari un Alfieri, un Monti, un Foscolo. I giovani d’allora avevano sentito il bisogno di ringagliardire la letteratura nel contatto popolare, considerando le lettere mezzo di rigenerazione civile.

L’albore del romanticismo fu rivoluzionario. Classicisti erano i gazzettieri venduti al governo austriaco a Milano. Gli scrittori romantici del «Conciliatore» conobbero lo Spielberg e l’esilio.

Se il primo nucleo di giovani romantici si fosse presentato in un teatro, non sarebbe stato diverso il contegno del pubblico d’allora da quello di oggi verso il nucleo futurista : simpatia nei giovani, scherno nei vecchi.

Alle fiamme le biblioteche e i musei: ecco l’iperbole.

Non alle fiamme; ma nemmeno i giovani si chiudano nel culto dello stantìo, docili ai vecchi, obliando la missione dell’età propria.

I periodi rivoluzionari e riformistici, d’azione e di riposo (cioè di studi storici, di commemorazioni) si avvicendano. L’Italia moderna ha bisogno di spingersi innanzi; dopo quarant’anni di raccoglimento, alla generazione nuova incombe l’obbligo di rinnovellare la vita nazionale interna ed esterna: infonderle lo spirito di iniziativa, scuoterla e chiamarla all’alta sua missione tra i popoli.

I vecchi sorridono perchè non capiscono: hanno l’anima gelida.

Distruggere le biblioteche? No! Trarne anzi gli ammaestramenti delle attività delle generazioni che s’affacciarono con idee nuove, e lottarono e si sacrificarono e vinsero. Ma non incartapecorirsi fra i testi antichi, mentre la squilla invita la gioventù a’ cimenti generosi!

Il futurismo ha le sue iperboli, ma ha un fondo di verità e di sincerità.

Il passato non va distrutto: le generazioni non vivono a sè e per sè: l’umanità è continuità: la somma del sapere accumulato e conquistato finora è proprietà nostra e dell’avvenire. Ma non nel passato dobbiamo vivere: è questa la parola di verità, purgata dalle esagerazioni rettoriche, del Futurismo. È questa la fede dei giovani, cantata da Goffredo Mameli, dal poeta morto giovane con la spada in pugno, sugli spalti di Roma, per un’Idea che non ha visto ancora sorgere la sua alba:

Ad altri le memorie,

i secoli che furo.

A noi la speme, l’etere,

l’immenso del futuro;

altri lo sguardo trepido

nel sol morente intenda,

sul raggio estrema penda

che moribondo splende:

al nuovo sol, che giovine

sull’orizzonte ascende

la nostra musa il cantico

e l’anima sacrò.

Triste chi piange un giorno

che non farà ritorno,

che nel passato andò.

Tra le forze grette, utilitarie, riformiste, machiavelliche, profondamente conservatrici, e le nuove forze impetuose futuriste risultante fecondatrice di rigenerazione si risveglierà l’idealismo generoso e altruista, animatore delle lotte cruente per il rigoglio della Nazione e l’ascensione della folla operaia.

Angelo Scocchi.

G. GIACOMELLI

nell’“Osservatore Triestino,,

Davanti a un uditorio ch’era la gran folla del Politeama, si presentarono iersera tre dei cinque poeti futuristi che avevano annunciato la lettura dei loro lavori. F. T. Marinetti lesse prima una sua spiegazione sul futurismo, dicendolo « distruzione del passato », un bando a tutte le vecchie forme d’immaginazione e di prosodia, perchè si cantino liberamente la vita e le conquiste della scienza, si canti tutto ciò che è lotta, dalla guerra alla patria, dal militarismo « all’opera distruggitrice dei libertari. » Il signor Mazza declamò poi il « Manifesto del Futurismo », requisitoria violentissima contro tutto il passato, sfolgorante nella forma, potente nella densità dei concetti e nella franchezza senza esempio che giunge a invocare la demolizione dei musei e delle biblioteche, concedendo tutt’al più che vengano visitati una volta l’anno come i cimiteri.

Tale violenza rivoluzionaria provocò qua e là nell’uditorio una forte reazione e predispose male per ascoltare « La regola del sole », grazioso lavoro di linee delicatissime, detto con voce troppo fioca, dal suo autore signor Palazzeschi. Ma i futuristi, nemici acerrimi d’ogni opportunismo, non se ne preoccuparono e i signori Marinetti e Mazza s’avvicendarono nella lettura di poesie futuriste del Lucini, del Cavacchioli, del Buzzi, dell’Altomare, del Covoni, del De Maria e proprie. Potente, grandiosa la visione poetica del terremoto di Messina, del Lucini, e l’ode all’automobile del Marinetti; vivi quadretti della vita quelli del Buzzi; serena visione della natura « La gioia » del Cavacchioli ; vigorosa immaginazione la poesia « All’eroe che verrà » del De Maria; fantasime fulgenti quelle del Covoni.

Tutti questi lavori, che accanto a squarci di bellezza suprema, presentano qualche pecca di esagerazione o di soverchia insistenza nello svolgimento di certi concetti, s’impongono per l’assoluta libertà di ritmo e perchè mirano all’armonia invece che alla melodia, ma s’impongono anche perchè in essi la lingua « viva » della nazione italiana è assurta a solo istrumento di espressione, a solo elemento di forma e d’immaginazione, così che tutte le immagini, tutte le pennellate, le descrizioni, le visioni, vi scaturiscono vive dalla vita d’oggi e non v’ha sillaba che ricordi il passato.

L’uditorio ‒ in gran parte d’invitati ‒ posto a fronte di una sì franca rivoluzione di giovani ingegni, si divise in due campi: chi disapprovò e chi applaudì; e gl’incidenti furono molti, molte le scaramucce a parole.

Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno vicini di giudicare. Ad ogni modo anche la musica del Wagner fu detta dell’avvenire, ma è ormai di tutti i tempi.

Giacomo Giacomelli.

V. CUTTIN

nella “Coda del Diavolo,,

Magnifici dicitori, forti martellatori d’immagini nove, fervidi ribelli codesti nuovi bardi che sul palcoscenico del Politeama Rossetti, al cospetto dell’Areopago borghese, hanno strappato tutti i veli alla loro Musa futura, accusata al pari di Frine, d’essere troppo audace, troppo libera, ma altresì troppo bella nella rigogliosa espansione di una giovinezza insofferente di leggi e di pastoie retrive.

Il pegaso della giovane scola futurista ha lasciato le vecchie ali tra i rosai dell’Arcadia; lo slombato aganippeo poledro, è uscito a libera pastura e s’è rifatto forte, snello, audace nella rinnovata lena che gli viene da un’incontesa e animatrice libertà d’orizzonti luminosi.

Afferrato alla sua criniera, il rinnovatore (al secolo F. T. Marinetti) s’è slanciato lontano dai campi mietuti dall’artifizio, è fuggito dai vecchi sacelli in cui poltriscono le reliquie della vecchia Musa nella patena del classicismo e tra i fiori ‒ ormai polverosi ‒ del romanticismo.

E sulle orme del forte tutta una giovane falange di poeti dell’Italia rinnovantesi si è slanciata alla conquista di « più spirabil aere » gettando alle ortiche il liuto del menestrello e movendo fra le ruine di Delfo, « con la fiaccola in pugno e con la scure. »

Una torma d’anarchici del ritmo ha assaltato le alture olimpiche, ha incendiato i secolari allori ramificanti sui piedistalli arcaici delle Muse, ha disperso al vento della libertà i residui della paleontologia poetica e, giunta alla sommità, ha lanciato agli echi attoniti del passato il fiero grido di ribellione : « Noi siamo la vita. » E infatti, iersera, ascoltando i cinque bardi del futurismo, noi abbiamo avuto quest’impressione diretta: Questa è la poesia che vive.

Per un istante il nostro spirito è uscito dal Museo delle vecchie concezioni, ha fatto di cappello al portiere del Museo: il manierismo, e s’è trovato in piena vita, nell’intensa vibrazione concentrica che va dall’universo al cuore.

E invero, la poesia, come sgorga dalle labbra di F. T. Marinetti è un’iride di tutte le voci misteriose che l’anima intende e che la passione ripercote nella Vita: è la Verità che sgorga limpida, impetuosa dalla sorgente dello spirito non annebbiato dal pregiudizio dell’antico e oppressivo culto della forma. Si potrà discutere in qualche sua enunciazione il futurismo, ma non si deve negare che l’ideatore, l’iniziatore, l’apostolo del futurismo, sia un grande, un meraviglioso ingegno. E perciò a Marinetti va il nostro plauso incondizionato, plauso che già iersera espresse il consentimento del pubblico intelligente.

Enrico Cavacchioli, che conobbi e ammirai nello specchio chiarissimo delle « Ranocchie turchine », è grande anch’esso nella forza della concezione nella robusta martellatura del verso, che pare niello ed è ferro fucinato.

E così i due poeti Buzzi e Mazza (ai quali l’indole di questo periodico non mi consente di dedicare nemmeno poche linee) apparvero iersera degni del Maestro e del Duce.

F. T. Marinetti è decisamente fortunato: la sua scuola non perirà perchè il successo n’è affidato a discepoli di tempra superba e di nobilissimo ingegno.

L’accademia poetica di iersera fu indubbiamente la consacrazione ufficiale del futurismo.

Vittorio Cuttin.

A. TAMANINI

Nell’“Arte„.

La viva curiosità di udire il geniale e sbrigliato poeta Marinetti, direttore di Poesia e i quattro poeti che formano lo stato maggiore del « futurismo », attrasse mercoledì sera al Politeama, gran folla di pubblico. La curiosità era resa più viva dal fatto che secondo una intervista di Giuseppe Piazza, pubblicista della Tribuna, anche Gabriele d’Annunzio, preso dal « futurismo », intenda uscire bruscamente dall’atmosfera mitologica e classica della sua Fedra per attaccarsi alle figure ultramoderne di Wilbur Wright, di Blériot, di Karman e di Latham. Al suo interlocutore confidò le sue ricerche riguardo una nuova nomenclatura italiana su tatto ciò che concerne l’aeroplano. Aggiungendo che l’aeroplano ‒ che è divenuto il simbolo del futurismo, come espressione d’un assoluto distacco dal passato - ha una parte molto importante e quasi essenziale nel suo ultimo romanzo: « Forse che sì, forse che no ». Ciò è indiscutibilmente un risultato dell’influenza del futurismo. Il movimento, condotto con arditezza dal geniale direttore di Poesia si propone di allontanare i poeti creatori delle vecchie e rancide leggende, e dalle ricostruzioni storiche che sono tanto care ai professori ellenisti e latinisti, che non vivono che di storia morta.

Nella esposizione del programma dei futuristi, il Marinetti disse in termini molto vibrati e con parole... incendiarie, che buona parte del pubblico interpretò alla lettera, caricando l’ambiente d’elettricità ostile, il bisogno che devono sentire i poeti di abbandonare finalmente gli eroi antichi, le deità mitologiche, i tramonti del sole ed i chiari di luna, fatti per gl’innamorati sentimentali, per cantare invece la velocità impressionante dell’automobile, il taciturno suicidio dei sottomarini, le battaglie celesti degli aeroplani, le rivolte popolari e le lussuriose notti delle grandi capitali.

Secondo i « futuristi », infine, è assolutamente necessario fare « tabula rasa » di un passato troppo venerato e troppo imitato. Ciò disse anche con parole di fuoco Armando Mazza, suscitando applausi e... proteste vivaci. Dopo che il Palazzeschi con fievole voce ebbe declamato la sua poesia La regola del sole, il Mazza disse una Canzone folle del Marinetti, un frammento del Canto d’angoscia di speranza del Lucini, mentre il Marinetti declamò col maggior successo I Desideri di Libero Altomare, la canzone All’eroe che verrà di Federico de Maria, la lirica Alla Poesia ed il Canto dei reclusi di Paolo Buzzi. Chiuse la serata l’ode All’ Automobile, che procurò al Marinetti calorosi applausi.

Attilio Tamanini.

I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO

secondo PAOLO ARCARI

nel giornale clericale “L’Avvenire d’Italia,, di Bologna.

Parliamone, adunque, poiché non se ne vuole parlare in Italia. Molti pubblicisti hanno, credo, un alto concetto dell’efficacia della loro parola ma è certo che sentono ancora più profondamente l’importanza del loro silenzio. Essi credono che un movimento non possa in niun modo venir meglio combattuto che tacendone gli inizii e smorzandone gli echi. Chi facesse ingiusto giudizio del valore della stampa potrebbe sentire in tale opinione il sofisma della mosca cocchiera: chi invece ha l’orgoglio di questa tribuna quotidiana vi avverte un’illusione visuale dannosa.

Il silenzio non ha mai impedito a chi sia nato vitale di crescere e di espandersi ma lo ha anzi quasi invigorito fasciandolo di orgoglio; così come gli strombazzamenti elogiosi non hanno mai conteso vittoriosamente all’oblio nulla che fosse meritevole di cadervi presto e per sempre. Tutte le dominazioni intellettuali della seconda metà dell’ottocento si sono imposte non solo attraverso le più aspre polemiche ma sopratutto vittoriose delle più deliberate trascuranze.

Eugenio Torelli Viollier, quando assisteva alla maggiore influenza del Corriere, riluttava per nobili scrupoli morali a parlare di Gabriele D’Annunzio. Ora, nell’egemonia del cantore delle Laudi, il giudizio che quel, pur accorto, pubblicista credette di esprimere col silenzio è infecondo di effetti: e la fama si stabilisce e si allarga malgrado passati e presenti taciturni. Niuno invece può far il nome di certo componimento drammatico di Felice Cavallotti senza che gli si presenti spontaneo ed inseparabile il ricordo delle aspre polemiche dallo stesso Torelli Viollier aperte e sostenute sul merito reale della sua invenzione.

Il che significa che il silenzio nella sua qualità di resistenza negativa, una volta sorpassato, non esiste più, mentre la parola insegue la parola, mentre la forza attiva, avida e non disdegnosa del dibattito, raggiunge e circonda la forza.

I destini della vita e della morte delle correnti ideali non stanno nel pugno della critica, risiedendo invece nel seno delle energie spontanee di tutta una civiltà e di un’epoca intiera, ma alla critica appartiene molto di più: l’ufficio elettissimo che Socrate chiamava la maieutica: aiutare cioè la generazione degli indirizzi decisivi obbligandoli a prendere coscienza di loro stessi, la missione insieme di porre in salvo dalle sconfitte gli elementi di vero che ogni più errata dottrina porta sempre con sé.

Se dunque il futurismo fosse un pericolo per le direttive dei giovani artisti non sarebbe mai col silenzio che noi gli stenderemmo attorno una guardia profilattica. Ed in questo senso vedeva assai giusto Innocenzo Cappa quando, a proposito di Enrico Cavacchioli, di uno cioè dei maggiori fra le schiere del Marinetti e del futurismo, scriveva al Viandante: « Milano, accorgendosene, potrebbe impedirgli di insatanassarsi nell’iperbole».

Ma, dicono altri, questi futuristi non vogliono appunto se non che noi ce ne accorgiamo. Non vedete che tutto ciò che fanno e dicono ha il solo scopo di far parlare di loro? Sono pronti a ricevere tutto; contumelie e sberleffi, tirate d’orecchio e manciate. Hanno pubblicato in Poesia le risposte più pungenti e più ironiche al manifesto del futurismo: le letterine pepate di Pierre Loti e del Claretie. Perchè accontentare questa fame di «grida», passione che li scorona di ogni luce e di ogni significato?

Ed ecco un secondo abbaglio. L’ipotesi della vanità morbosa, è in linea non di valutazione ma di studio di qualsivoglia fenomeno, semplicista ed ingenua come quella della frode nella sociologia settecentesca. Come non vi è astuzia umana capace di creare istituti e gerarchie atte a resistere alla più breve esperienza di tempo, così artificio speculatore di notorietà, assillante ricerca di atteggiamenti anomali, bisogno ed ossessione di vellicare il pubblico curioso non giungono a produrre una foggia del pensiero sottratta a legami di accordo e di antitesi colle storiche adiacenze, ribelle ad esprimere suo malgrado le tendenze dell’epoca nella quale essa si manifesta.

Nella frase volutamente provocatrice dello stupore, dello prezzo o dello sdegno dei contemporanei è nascosto un contenuto inconscio e quindi sincero: la rappresentazione ideale dell’attaccamento comune all’idolo aggredito, o di una larga stanchezza per culti durati da troppo tempo.

L’anima dell’insulto, sotto al desiderio di offendere, è il convincimento che alcuno possa esserne offeso. Così il desiderio resta immutabile, ma i convincimenti cambiano e si sostituiscono e tal aggettivo suona innocente oggi che ledeva ieri l’onore, ed espresse l’elogio tal altro che servirà a significare il biasimo domani.

Senza iniziare ancora questa esegesi psicologica osserviamo che già un primo valore sintomatico il futurismo l’ha nel suo bisogno di echi immediati. I futuristi si accontentano di « un decennio per compiere l’opera loro ». Oggi i più anziani, fra essi, hanno trent’anni. « Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. ‒ Noi lo desideriamo! ».

Il Loti, piacevolmente, se ne conturba ed azzarda la domanda: «A che cosa posso dunque esser buono ancora?». Ma Andrea Ibels, senza preoccuparsi dei limiti d’età, enuncia rigido la propria teoria: « Ogni epoca non deve avere che i suoi artisti: e questi, una volta invecchiati, devono sparire tosto che sorga la novella aurora. Che cosa mi cale di vivere domani nella memoria degli uomini? È il sole radioso dell’oggi che desidero e che voglio con tutte le forze del mio corpo e del mio spirito ».

Il poeta non vuol più vincere il tempo, ma frustare e sottomettere gli astanti. Dove troviamo più il casto desiderio dell’« amplesso aereo in faccia all’avvenir » onde erano febbricitanti le giovinezze poetiche? La rapida evoluzione dei gusti e delle tendenze ha scosso la fede nel sopravvivere delle opere d’arte; insieme l’intensità, la ricchezza della vita presente, l’odierno lussureggiare dei frutti della notorietà fanno più desiderabile all’orecchio il sussurro dell’attenzione generale. Ma accanto a siffatto accendersi di cupidigie vi è uno scoppiettìo di dispetti e d’invidie.

Invidia contro qualche recente, il Carducci o il D’Annunzio per l’Italia, la cui poesia sia doviziosa di troppa cultura storica. I futuristi alla storia sostituiscono la geografia: scavalcano il Gange, si sdraiano nei golfi di Oman e del Bengala, si precipitano contro i fianchi del Gorisankar, ed il prossimo romanzo del Marinetti ci condurrà in Africa colle avventure del futurista Mafarka. Invero la poesia non abbandona per questo il gravame didascalico e non si avvicina troppo al reale. Ma in arte la bontà d’una tendenza non va giudicata dalla pratica e tutti i risvegli del pensiero, tutte le indipendenze e le insurrezioni dei fantasmi sono state prodotte da un violento richiamo all’oggi, da una scossa alla letteratura d’accademia che sempre, per sua natura, si volge verso l’ieri ed in questa contemplazione, come la moglie di Lot, impietra.

Questo richiamo viene da uno scrittore, il Marinetti, che è insieme francese ed italiano. Ed è il parossismo di reazione a due malattie uguali e diverse delle due nazioni. In Francia il culto della tradizione sociale, dopo l’Etape del Bourget, minaccia di diventare una sonnolenza e nasce infatti da uno stato d’animo per eccellenza antipoetico ed antifattivo, dallo spavento della borghesia di fronte alle nuove crisi ed alle prossime battaglie della società democratica. Nasce cioè dal grande contatto della letteratura francese colla società circostante e sopratutto con quei suoi centri dove la ricchezza insinua la cultura. Questa società, quando si sentiva padrona, ispirava gli scrittori alle maggiori audacie: poi che teme di perdere, non il solo prestigio ma la forza reale, esercita sui letterati un malefico influsso di terrore dell’oggi e dell’avvenire. Di fronte a queslo fatto è quasi bene che gli amici del Marinetti, come Adelsward de Fersen, proclamino : « è meglio per l’artista congiungersi alla divina essenza dell’avvenire, piuttosto che all’umana materialità del passato ».

In Italia il soverchio culto dell’ieri nasce da circostanze opposte; dalla mancanza di contatto, che persiste ancora ad eccezione di alcune metropoli, fra il letterato e la società. L’attività letteraria sboccia quindi da un intenso commercio intellettuale col nostro passato e corre assai spesso il pericolo di fermarsi, di morire in esso, di essere apparentemente d’imitazione e di conferire per ciò alle manifestazioni artistiche del nostro paese una patina d’anticaglia. Sentiamo pertanto in questo futurismo, che tuttavia è per metà straniero, una protesta d’orgoglio patriottico. Alcuni ce lo invidiano questo sapore di vecchio.

« Limitata all’Italia ‒ scrive Enrico Bataille al Marinetti ‒ la rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente essa non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto ce ne dorremmo, noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più gran fascino dell’Italia è di essere ritardataria ».

Per i futuristi il fascino è un morbo: « Vogliamo liberare l’Italia dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquarii. Già troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. » Occorre liberarla dai Musei « cimiteri innumerevoli ».

« Date fuoco agli scaffali delle biblioteche! sviate il corso dei canali contro le tele gloriose».

Quanta retorica di proteste per rispondere a questa retorica di aggressione! E fa quasi pena a chi ama l’esercizio del saldo pensiero critico sui fenomeni letterarii il vedere i più andar tastoni fra piccoli rottami di vero. Alcuni ansiosi vogliono cancellare dalla lista di proscrizione i nomi cari, salvare dall’esterminio questo o quel capolavoro. Ma certo! Ma tutto! Gli dei maggiori ed i minori. È una civetteria di predilezione che sa d’orgoglio: e la vanità di Erostrato può anche palesarsi nel salvare il tempio di Efeso.

Non si strappano all’incendio i canti di Omero in grazia di Cameade. E, davanti ad Omero, siamo tutti Cameadi! Il martello degli iconoclasti che annienta in polvere inutile i marmi superbi nella loro mutilazione è ‒ dicono altri ‒ istrumento di crimine, arma di delinquenza. Tranquillatevi, più della vigilanza dei custodi e degli amici dei monumenti sarà inibitrice possente la paura del Codice. Tranquillatevi: il piccone non è un arnese ma una frase nella letteratura italiana. Allora, aggiungono i terzi, se essi minacciano senza propositi, son istrioni che vogliono divertirsi e divertire. Anche questo è vero, un po’. Ma sul pensiero umano, miope cronico, le immagini non si riflettono e non penetrano che ingrossate dalla caricatura. Parlare non basta quasi mai nella polifonia di questa vita multipla: urlare, bisogna. Perchè la letteratura si decidesse a chiedere nuovi spiriti dallo studio dei Greci e dei Romani occorse che qualcuno pronunciasse la blasfema invocazione di liberarcene del tutto.

E se questi futuristi hanno dell’incendiario, del pazzesco e del ciarlatano la colpa è un po’ di tutti: dei pacifici, dei ragionatori e dei serii che non si sforzano sempre, che non si sforzano abbastanza a trarre dal passato le luci del presente, troppo spesso soddisfatti d’una conoscenza virtuosa ma non meritoria, perfetta ma vuota.

Un altro articolo del programma futurista rintrona i nostri timpani: « Noi vogliamo questo e quest’altro, e il disprezzo della donna ».

La donna è cacciata là in fondo al periodo, simbolicamente, così come la precipiterebbero volentieri negli anfratti tenebrosi, lungi dai nostri occhi e dai nostri cuori. Il programma prosegue avventandosi anche contro il moralismo, ma il Marinetti, in un’intervista col redattore di Comoedia, ha difeso il « disprezzo della donna »; atteggiandosi appunto a moralista.

L’aggressore diventa conferenziere, il suo tono sì fa pacato, insinuante, condiscendente: « Ho forse obbedito ad un eccessivo bisogno di laconicità e mi affretto a stabilire le nostre idee su questo punto. Vogliamo protestare contro la monotonia d’ispirazione sempre maggiore nella letteratura fantastica; salvo nobili, ma troppo rare eccezioni, poemi e romanzi sembrano non poter essere consacrati che alla donna ed all’amore... Vogliamo sostituire nelle menti la figura ideale di Don Giovanni con quelle di Napoleone, d’André e di Wilbur Wright, e, in generale, strappare i maschi di vent’anni alla vanitosa ossessione dell’avventura galante e dell’adulterio ».

Benissimo per il fine ma molto male per i mezzi! L’ossessione che distrugge la gioventù maschile non nasce appunto che dal «disprezzo della donna». Tutti i tenori disprezzano la donna! E il misoginismo fu è e sarà l’ultima espressione della sensualità. Lo è nel D’Annunzio che vantate convertito al vostro programma per aver proclamato, nella gestazione del Forse che sì, forse che no: « Il disprezzo della donna è la condizione essenziale dell’eroe moderno». Lo è in voi stessi, futuristi, che nel secondo manifesto e nelle rime d’uno dei vostri migliori, del Cavacchioli, intorbidate così spesso la nobiltà delle forme con parole luride ».

Se acconsentissi ad adoperare la parola « femminismo » in un significato di orgoglio sessuale direi che v’è davvero molta parte della nostra letteratura troppo femminista o femminea. Ma ne fate parte anche voi, perchè è quella che rinuncia all’aspra e superba virilità del pensiero, è quella che s’accoscia o si contorce, isterica, sotto le parvenze più superficiali della vita: è quella che ha svenimenti del senso logico, capogiri dell’immaginazione, anemia ed incostanza del fantasma, pallori e spaventi e titubanze, della frase, che avanza e retrocede con passetti civettuoli, che si dondola in minuetto, incapace di procedere con fermo desiderio al sintetico possesso del reale. Sul « giaciglio dei vecchi metri » si sdraia davvero e dorme ‒ come cantava il Gnoli ‒ la vecchia poesia, ma perchè da troppo tempo le manca il contatto vivificatore con un vigoroso organismo di pensieri.

Né questo brivido di risveglio glielo darà la « piccoletta ansia omicida » ‒ il verso è del Cavacchioli del vostro sensualismo misogino. La civiltà moderna, coi suoi automobili e coi suoi aeroplani, ha acceso i nervi di entusiasmo. Volete rivendicarne la bellezza, instaurare il « lirismo della macchina e del miracolo scientifico » estrarre un rigoglio di fantasmi dalle officine e dalle stazioni, dalle locomotive, dagli arsenali, dai cantieri. Dove avete ragione non siete nel nuovo, dove siete nel nuovo non afferrate ancora l’anima di leggiadria d’ogni più ferrea espressione della vita moderna. Se dalla scienza possa scaturire la poesia si è discusso a lungo. Ma il problema innanzi al filosofo dell’estetica non è mai esistito: perchè è la scienza che può generarsi dalla poesia come il concetto dall’evoluzione del sentimento.

Perchè, ancora, la poesia non è alcun che di consisistente nella realtà circostante e non abitava nel castello medioevale più di quel che le sia difficile risiedere nel corpo delle locomotive. No, futuristi! Siete arretrati in estetica: la poesia non sta nella locomotiva ma nello spirito dell’uomo, non abita nella Vittoria di Samotracia ma in colui che la contempla. Non rinnovate, le logomachie dei didascalici dal settecento a noi, zoppicanti nelle teorie e nei versi, nel pensiero e nel ritmo.

Per fortuna, però, voi volete esser poeti e si vuol discutervi, coi fantasmi non colle teorie. Dunque voi dite: « la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità ». Se invece di spiegare: « un automobile ruggente è bello », scriveste che la vostra anima si fa bella, poetica di velocità, contemplando l’automobile, ragionereste meglio.

Ma non è questo che importa. Importa dirvi che la vostra anima potrebbe farsi più bella scoprendo negli aspetti della civiltà nuova non la forma d’aggressione, non i fugaci istanti di ebbrezza divoratrice delle distanze, non le follie dei salti mortali ma tutto lo stupendo, intenso, ininterrotto lavoro di calcolo, di pazienza, di tenacia, di sacrificio, di concordia di opere e di intenti. La poesia umana del lavoratore dell’officina e della locomotiva di fronte a quella classica e georgica del pastore e dell’agricoltore, ha questo di suo caratteristico: che l’opera dei campi si concepisce anche col desiderio individualista di tranquillità, si immagina nella solitudine di Robinson, mentre l’attività nuova non esiste, se non in una magnifica armonia di sforzi collettivi, nella fusione orchestrale di tutte le attitudini e di tutti i valori, del braccio e del pensiero, in un’inconscia realtà di fratellanza.

Fratellanza, fratellanza!... Ne avete abbastanza del miele, futuristi! « O guerra, ‒ domanda Paolo Buzzi nell’Inno al Marinetti, « principe dei guerrieri » ‒ perchè ci anneghittiamo, ormai, nella pace? ‒ « Attendo la sfida e la provoco - in questa atmosfera di vili ».

Voi siete per il patriottismo. E reagite con bello slancio contro la propaganda di debolezza contro il terrore di tutte le guerre che si diffonde insano fra noi quando nulla ci guarentisce di non dover un giorno difendere colle armi l’ integrità della patria.

Ma, futuristi, il novello patriottismo non deve essere esaltazione del bel gesto individuale della temerità e della violenza. È fatto ‒ o dovrebbe esser fatto ‒ di disciplina, di silenzio, di abnegazione così come di tutto ciò è costituito ogni trionfo della vita industriale. « Bisogna ‒ dice il Marinetti ‒ che i popoli prendano ogni secolo una gloriosa doccia di sangue per la loro igiene d’eroismo. Il sangue può dare anche la paura: quello che bisogna preparare prima è l’eroismo. Ed è di questo che il poeta scopre nell’anima, con magistero inconscio, igienista più certo, gli elementi primordiali.

Il Bataille sottolineava al Marinetti chiudendo la sua lettera: « Vogliate vedere una prova della mia alta stima personale nel fatto d’aver risposto lungamente ed il più seriamente possibile alla vostra inchiesta ».

Io non pretendo alla gratitudine dei futuristi. Perchè il trattare un problema seriamente non è il massimo che posso fare per piacere a loro, ma il minimo che debbo per rispetto a me.

Paolo Arcari.

IL FUTURISMO E LA SATIRA.

GIULIO PIAZZA nel “Piccolo,,

Futuristi e futurismo.

Quella sera all’Acquedotto si udivano dialoghi come questo:

‒ Scusi è turista lei?

‒ Lo fui un tempo, nella mia gioventù.

‒ Allora è anche lei come Marinetti.

‒ Cioè: ‒ Fu.... turista.

‒ Via, non mi faccia di questi discorsi pa...la...zzeschi.

‒ Certo è una cosa che am... mazza.

Il futurismo dunque è quella cosa secondo la quale bisogna far arrivare i giovani di talento e non seguitar sempre a onorare le glorie del passato. Dante, Shakespeare, Michelangelo, Verdi, sono da condannarsi al rogo. Bisogna bruciare i musei, le biblioteche, le pinacoteche, ecc. Benissimo. Abbasso le glorie del passato! Viva il signor Marinetti e soci! E su questo siamo tutti d’accordo. Del pari si potrebbe andare d’accordo anche là ove i futuristi affermano di non volere applausi, ma fischi. È questione di gusti. Perchè non accontentarli?

Certo è che il futurismo farà molto cammino. E già comincia ad imporsi. Conosco una signorina che nel fare gli occhi di triglia a tutti i giovanotti che incontra in società, si immagina sempre di trovare il suo... futuro. Chi più futurista di lei?

‒ Signorina, quello è un giovane di talento ‒ le disse qualcuno additandole uno dei suoi corteggiatori d’occasione. ‒ Vedrà che fra breve sarà un arrivato.

‒ Ah! ‒ rispose la bella ragazza sospirando ‒ Preferirei che fosse.... un partito.

Evidentemente dopo l’avvento al potere del futurismo, il passato con tutte le sue glorie incomincia a navigare in acque alquanto torbide. E i poeti futuristi invece nuotano sempre in mari... netti.

La sconfitta del passato e la piena vittoria del futuro si allargheranno poi, sperabilmente, in tutti i campi sociali e civili. ‒ Signore ‒ piagnucolava l’altro giorno un povero sarto a un giovanotto elegantissimo ‒ in passato ella mi aveva promesso....

‒ È ora di finirla con questo eterno culto del passato.

‒ Aveva promesso di pagarmi....

‒ Sicuramente. Per incoraggiarvi. Avevo capito che in voi c’era... della stoffa. E avevate anche il senso della misura.

‒ E tante volte mi aveva detto: Pagherò. ‒ Certo. E lo dirò sempre. E ve lo ripeto ancora: pagherò.

‒ Ma è futuro.

‒ Si capisce. Non siamo forse tutti.... futuristi?

‒ Non mi ami più? – domandava ieri languidamente una signora di sessanta primavere... e altrettanti inverni a un suo antico spasimante.

‒ Ah, no, non più! ‒ rispondeva lui. ‒ Il futurista Mazza mi ha detto che bisogna distruggere i musei!

*

Un epigramma di Ex-Diavolino.

Volè saver perchè sti futuristi

I ghe dichiara guerra a tutto ‘l mondo

E po’ no i sa cantar che l’automobile?

La poi capir anca el zervel più tondo:

I voi cavarghe al mondo tanti besi

De comprarse automobile anca lori.

Giulio Piazza.

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Ultimo aggiornamento: 01 luglio 2012