Francesco Piccolo

Decadenti e Futuristi

Zodiaco letterario - 1923

Edizione di riferimento:

Francesco Piccolo, Zodiaco letterario, Proprietà letteraria, Tutti i diritti sono riservati a norma delle vigenti leggi, Lucera - tipi Frattarolo - 1923 Vallecchi editore Firenze,

DECADENTI E FUTURISTI

Marinetti non è riuscito, nonostante i suoi manifesti pomposi e sonanti, e spazzare le forme chiuse della poesia e imporre come schema assoluto il verso libero. Molti di quei signori, se non tutti, che abbiamo rapidamente passati in rassegna sono anche posteriori al referendum e alla propaganda marinettiana: restano però all'altra sponda, continuatori di una tradizione e di una scuola rispettabile : qualcuno, in ritardo, come il Grilli, scrive anche e pubblica versi liberi; poemi in prosa, in compagnia di versi chiusi. Molti restano nelle posizioni premarinettiane, rappresentanti di una idea, del bel verso chiuso che non morrà, perchè nessuno potrà mai considerarlo come qualche cosa di staccato dal sentimento ch'esso deve contenere, ma intimo al sentimento e all'ispirazione, una sola cosa con essi. Provatevi a ridurre in sonetti La Ginestra o l’Infinito, o provatevi a tradurre in un' ode ritmica il Grido di liberazione thoveziano ! Ogni sentimento trova il suo schema adatto.

Che il verso libero, poi, risponda « ad una naturale tendenza dello svolgimento estetico » è problema da vedere.

Le forme chiuse della poesia dunque hanno ancora cultori senza numero. Molti ne abbiamo dimenticati, qualcuno dei quali già morto, il padre Manni che alternava le cure del suo ufficio col culto della poesia offrendo liriche classiche e castamente rigide, Giosuè Borsi che aveva esordito riecheggiando la buona poesia antica con sapore di parole rare sa pientemente ricercate e collocate come in una col lana con pazienza d'orafo, il povero Giovanni Cena che affogo nella compilazione di una rivista il suo temperamento squisito di poeta e di sentimentale, Ceccardo Roccatagliata - Ceccardi che è passato così non lasciando che molto poco di sé, un ricordo di bontà di povertà e di poesia, e un figlio a nome Tristano. Tanti anni or sono, la pietà della gente si commosse intorno a una sottoscrizione indetta dai giornali per il poeta degente all'ospedale: poi non se ne seppe quasi più nulla. Una lirica ogni tanto, rude e accorata, dolce e malinconiosa. Tutte le volte che posso, io ridico ai bimbi che conosco quella Preghiera dei bimbi che non è delle cose più felici («I bimbi pregano il signore – ogni sera. I buoni col cuore – gli stolti coi labbri. Il signore – dorme in una casa lontana – una casa perduta in fondo – al deserto dei cieli... ») ma rivela il temperamento e la castità spirituale dell'uomo.

Guido Gozzano s'è sentito morire lentamente, giovanissimo. Quando lo leggemmo la prima volta, in La via del rifugio e nei Colloqui, e nelle novelle e fiabe, trascurando pochi movimenti di spensieratezza e atteggiamenti lirici classicisti, il suo mondo poetico che si conchiudeva in un respiro breve, affannoso e stanco, ci commosse. Il cliché del poeta di scuola, tradizionale, dalla voce rotonda, impersonale, era finalmente infranto: la poesia scendeva di tono, s'insinuava timida e modesta nella nostra vita, accanto al Poema Paradisiaco sul quale poeti maggiori e minori ricalcavano le loro esercitazioni.

Era una poesia fatta di gioco e di accoratezza fantastica, di visioni infantili ingrandite e seguite con occhio sorridente e velato, distrutte da un singulto soffocato. Poesia del male e della giovinezza che fiorisce, declina, raccolta come un fiore velenoso, chiusa in una cornice grigia. Oggi essa ci appare non solo consunta e corrosa dal tempo, ma ischeletrita, e quel sorriso sottile triste e a un tempo compiacente di cui essa è pervasa sembra il sogghigno funereo d'un volto rugoso che ci guardi di là dalle cose e dalla morte.

La poesia di Sergio Corazzini, nonostante i molti anni passati dalla morte del poeta, è sempre quella che torna con eguale commozione dei primi giorni. Ricciardi ne ha fatta una raccolta definitiva con prefazione di F. M. Martini che fu amico del poeta, e serve molto ad illuminarci intorno al valore spirituale di un gruppo di poeti, crepuscolari, provincialeschi, che più tardi furono disinvoltamente reclutati da Marinetti: Palazzeschi, Govoni eccetera. Ripensando a questi poeti e ripensando al modo come essi tentarono di risolvere poeticamente stati d'animo e sentimenti d'una generazione satura di carduccianesimo e di dannunzianesimo, vien sempre in mente il libro del Thovez, con tutte le apprensioni thoveziane per le forme poetiche inadatte a contenere sentimenti moderni. Al Thovez restava da dimostrare questo: che la poesia classicista del Carducci e la poesia del D'Annunzio posteriore a Primo vere e a Canto novo e quella dei loro epigoni sono fuori del sentimento moderno, e che la poesia moderna incomincia veramente col Pascoli il quale cercò di darle una fisonomia individuale, ma, compiacendosi di artificiosità e di civetterie molteplici, finì per appesantirla e gonfiarla in motivi staccati: i neóteroi ne tolsero l’intonazione prevalente, quell'aria dimessa e modesta che rompeva d'un tratto la solennità e la rotondità tradizionali e avvicinava la poesia al sentimento elementare, semplice, della vita, senza imborghesirlo e addomesticarlo come aveva fatto il buon Mazzoni cantore della macchina da cucire e del mazzo di chiavi sull'aria delle canzonette e delle tarantelle,

C'è, in questo gruppo, una tonalità di famiglia che li distingue subito: un accoramento mesto, una tristezza che non trova naturalmente i modi e le forme leopardiane, perchè se così fosse stato essi avrebbero parodiato Leopardi e deformato il loro sentimento, crinoline, dagherrotipi, nonna Speranza e l'amica Carlotta, l'organo di Barberia, la chiesa abbandonata, i giardini addormentati, le cose mai dette, le finestre aperte sul mare, tutte le buone cose provinciali che rasserenano e danno quiete. È la poesia d'una generazione già passata, eppure tanto vicina alla nostra che sarebbe ingeneroso non riconoscerla, e ripudiarla senz'altro: poesia alla quale è toccata una sorte ben strana, quella d'esser coinvolta in un equivoco, implicata in un programma, cataloghizzata in un movimento nel quale entrava solo per una questione di bassa forma. Non s'è mai potuto capire, per esempio, come e perchè Govoni e Palazzeschi, per citar qualcuno, fossero assorbiti dal futurismo, etichettati così, trasformando la loro fisionomia di buoni provinciali e di buoni figlioli.

Per tornare dunque al Corazzini dal quale ci siamo allontanati per un richiamo di carattere estraneo, per ora, alla nostra rassegna, si può dire che la sua poesia mal sopporti un' analisi minuta, e che appena rientri in un quadro generale di gruppo, Gozzano, Corazzini, Palazzeschi, Govoni, Moretti. I più individuali sono Gozzano e Corazzini, ma per due vie diverse. Resiste, nonostante il male, nel Gozzano il fondo del gaudente che esprime dalla vita che s'inaridisce l'ultimo succo e l'ultimo piacere e si perde dietro l'imagine della giovinezza che se ne va, con rimpianto non eccessivo. Corazzini resta trepido nel suo dolore e nella coscienza della prossima fine : non dubita e non sorride irridendo: raccoglie il suo pianto silenzioso, e aspetta che le illusioni se ne vadano « cantando tutte sole, – in cerca d'amore. » Hanno ricordato, a proposito di Corazzini, Jammes e Rodenbach, e altri se ne potrebbero ricordare: c'è qualcuno, più in alto, nella nostra coscienza e nell'arte, Leopardi; ma i paragoni e le ricerche di derivazioni non risolvono nulla.

Il valore lirico della poesia di Corazzini è nella posizione spirituale del poeta di fronte alle cose: la vita del poeta sfiorisce come sfioriscono tutte le cose: « Dicono le povere piccole cose. Oh soffochiamo d'ombra! Il nostro amico se ne è andato da troppo tempo: non tornerà più. Chiuse la finestra, la porta; il suo passo cadde nel silenzio del lungo corridoio in cui non s'accoglie mai sole, come nel vano delle campane immote, poi la solitudine stese il suo tappeto verde e tutto finì... Qualche cosa in noi si schianta, qualche cosa che il nostro amico direbbe: cuore. Siamo delle vecchie vergini, chiuse nell'ombra come nella bara. E abbiamo i fiori. Egli avanti di andarsene, per sempre, lasciò sul suo piccolo letto nero delle violette agonizzanti. Disperatamente ci penetrò quel sottile alito e ci pensammo in una esile tomba di giovinetta, morta di amoroso segreto. Oh ! come fu triste la perdita cotidiana inesorabile del povero profumo! E se ne andò come lui, con lui, per sempre.... Noi non dormiamo ; noi siamo le eterne ascoltatrici, noi siamo il silenzio che vede e che ascolta; il visibile silenzio... Come tante piccole monache in clausura, noi, povere cose, viviamo e morremo. Pietà ! Pietà! » L'essenza della sua personalità è in quella esortazione al fratello la quale concilia alcune parole di San Francesco con alcune altre di Nietzsche, ma è assai più vicina all'insegnamento del primo: « Sii semplice e puro come un fanciullo; non altra ombra godere se non quella generata dal prezioso lume della tua anima. – E questo lume, assai dolce, sappia tu nutrire di olii non vani e curare affinchè il suo raggio non sia parte di un tutto, ma un tutto, per sé stesso. Ama, dunque, l'ombra e fuggi la luce che, a simiglianza del tempo, essa è ingenuamente maligna e terribilmente giusta. – E, con l'ombra, ama il silenzio, poiché l'ombra delle tue parole è il silenzio. » Così è venuta, fuori una poesia personalissima, sull'aria delle vecchie canzonette, ma piena d'un sentimento profondo e accorato. Il settenario agile e svelto si perde come in risonanze remote suscitando ricordi di purità e di tristezza: « Giorno verrà: lo so – che questo sangue ardente – a un tratto mancherà – che la mia penna avrà – uno schianto stridente... – e allora morirò.» Poesia non grande, ma pur tale da segnare una data nella nostra esperienza artistica. Essa preannuncia quella degli amici e degli imitatori di Sergio Corazzini, circoscrive il territorio artistico del poeta sentimentale, nega se stessa e lascia che le sue illusioni se ne partano, senza determinarle, senza fissarle, senza saper vivere neppure un attimo in esse. Tutto è vago, indistinto: il dolore del quale il poeta non sa dire altro che la sua anima è nel suo cuore, il cuore è nella sua anima, e se dolore l'anima un poco sente, soffre un poco anche il cuore, (« Io, vedi, soffro molto, – e più soffro e più sento – che soffrirei; se ascolto – il mio vaneggiamento – continuo, senza tregua, – senza un breve momento – di pace, e se dilegua – poi non so come, pare – che l'anima lo segua – oltre il cielo, oltre il mare.») le cose abbandonate che non hanno più voce, l'ignoto viandante e la casa di laggiù celata in un manto di foglie, l'autunno nel quale cadono le foglie e cadono le speranze senza tregua, la finestra aperta sul mare, le illusioni che se ne vanno, l'ultimo sogno.

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici,

Semplici, così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

Io voglio morire, solamente, perchè sono stanco ;

solamente perchè i grandi angioli

su le vetrate delle cattedrali

mi fanno tremare d'amore e di angoscia;

solamente perchè io sono, oramai,

rassegnato come uno specchio,

come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta :

sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

« Povero specchio melanconico. » Potrebbe essere l'insegna del gruppo di cui il povero Corazzini può dirsi l'iniziatore, il povero Cristo morto giovanissimo lasciando per il mondo l’eletta schiera dei semplici di cuore. Con ciò non si vuol dire che Govoni e Palazzeschi e gli altri, e Moscardelli venuto dopo come un bel San Giovannino a raccoglier le briciole dalla tavola dei predecessori, e Alfredo Petrucci, un poeta timido e modesto come un fiorellino dei prati, non siano poeti. No. A qualcuno manca la misura e l'euritmia, e tutti non fanno che vedere come in uno specchio melanconico la loro vita e il loro mondo scomposto in immagini di semplicità e di malinconia. Corrado Govoni è il più fornito di fantasia e d'ispirazione, e non sapremmo dire come si lasciasse reclutare nella scapigliata ciurma futurista se non avvertissimo in lui come un bisogno di non controllarsi e di non disciplinarsi. Per il resto, i motivi della sua poesia non si elevano molto al di sopra di quelli degli altri, ma si sente una forza intima la quale tende più a distruggere che a costruire, in un eccesso di scomposizione dal quale è già troppo se invece di riuscir frantumi escono altrettanti specchietti tenuti insieme da un debole filo.

Aldo Palazzeschi ha un accento più profondo e più vero di malinconia, mascherato di monelleria e di futurismo, di sorriso sottile e d'indifferenza. Quando cominciò a Firenze a pubblicare libri editi a nome d'un suo gatto, non si può dire che l’interesse del pubblico gli mancasse. Palazzeschi aderì, naturalmente, al movimento futurista, pagando il suo tributo in stramberie superficiali, in titoli incendiarii e insignificanti (« Ara Mara Amara », «Oro Doro Odoro Dodoro ») con ostentazioni di vane originalità. Sono state appunto le stramperie che lo hanno messo in luce. C'era tanta semplicità nel suo modo di metterle sotto gli occhi, e un così fine sorriso, che tutti finivano presto o tardi per diventargli amici e seguirlo con simpatia, dopo d'averlo maltrattato. Crediamo tuttavia che molte cose le abbia scritte per prendersi gioco d'ognuno un pò, dei critici che torcevano il muso, degli ortodossi, dei tradizionalisti e dei professori costretti a leggere: « salisci, mia Diana, salisci... » eccetera, e anche degli amici futuristi che, lanciandogli qualche libro, aggiungevano la monelleria di Palazzeschi al loro programma di novità.

Era sommamente vano voler esaurire le novità in affermazioni programmatiche che andavano dall'articolo di giornale, grande o piccino, pagato magari a tanto la parola, in Francia o in Italia, alla rivista e alle edizioni inviate per propaganda ai quattro angoli d'Italia e delle terre vicine e lontane.

Il problema del futurismo è stato come tutti gli altri problemi, letterarii, culturali, filosofici: si è cominciato a parlarne quando esso si era già risolto per conto suo, svoltosi per la forza stessa delle cose. Gli uomini si affannano così, si agitano intorno a cose che fanno il loro corso, e quando se n'avvedono, trovano un nome credendo in buona fede d'aver trovato il fatto, anzi d'averlo creato e inventariato per la storia. Carducci aveva cercato di veder chiaro nella faccenda, annunciando per conto suo, con l'avvento di una borghesia priva di qualità aristocratiche di spirito e di cultura, la morte della poesia. Gabriele D'Annunzio trasse sino alle ultime possibilità le risorse artistiche del suo temperamento e di quello della sua generazione, esaurendosi in esse, senza risparmiarsi, e non lasciando via alcuna intentata, cercando di arricchire la nostra tradizione artistica coi risultati delle esperienze altrui, inserendo così l'arte italiana contemporanea nel quadro geuerale dell'arte europea. Egli chiuse veramente, col supremo sforzo di tutta l'opera sua, un periodo artistico, non lasciando agli altri che scarse possibilità di imitarlo e di ricalcarlo. L'antidannunzianesimo coincide esattamente con l'esaurimento dell'arte e della poesia italiana, allorché, spinta alla ricerca di spiriti e di forme poetiche nuove, la coscienza degli artisti della nuova generazione sentì che tutto ormai era stato tentato e tutto era stato detto, e si vedeva dinanzi come ostacoli insormontabili le grandi figure del Carducci, del D'Annunzio e del Pascoli. Non c'erano che brevi margini, presto sfruttati in mezzo alla indifferenza generale, con l'unico risultato di dare brutte copie di esemplari scelti non fra i migliori.

Il libro del Thovez è il documento più eloquente dello stato d'animo di reazione al passato recente. Il Poema dell'adolescenza, e l’Orpheus di Domenico Gnoli sono tentativi di rinnovare l'aria chiusa della lirica contemporanea e di darle accenti e voci moderne.

C'era stato, prima del Thovez, Luigi Capuana che aveva sperimentato una forma nuova di poesia libera, in semiritmi. Gabriele D' Annunzio li aveva introdotti nelle Laudi; ma non era la forma esteriore il problema essenziale intorno al quale risolvere tutto il omplesso problema della lirica moderna: la forma esteriore è sempre problema secondario, è problema di tecnica che si risolve per conto proprio, quando non manchi la materia e non manchi l'ispirazione. Lo stesso Carducci si trovò in presenza di un problema di questo genere quando s'avvide che l'arte italiana languiva nei residui del romanticismo e che bisognava rinnovarla: gli sembrava debole e cristianeggiante e cercò di rinforzarla in bagni di paganesimo e di classicità: il problema del metro barbaro fu assolutamente secondario, suggeritogli dalla nuova materia poetica che non era tanto agevole e facile a maneggiare. Non potè presumere d'aver creato né una nuova poesia né una nuova estetica. Fu un processo cerebrale per cui all'arte veniva meno d'improvviso un elemento molto sfruttato, il cuore, il sentimento inteso come espediente commotivo, di gioia e di dolore, di allegrezza, di tristezza, di spavento eccetera. Il romanzo rinnegava egualmente tutti i legami vieti, usati a piene mani, consunti e ormai inservibili, tutte le abitudini che lo avevano incatenato a forme fisse e invariabili di romanzo militare, romanzo epistolare, romanzo d'avventure. Era troppo. I soliti casi intrecciati più o meno abilmente, con scene tagliate a guisa di atti drammatici nei quali la didascalia gareggi in prolissità e in abbondanza di particolari con l'azione dialogata, amori, adulterii, suicidi, colpi di rivoltella e viaggi d'oltre mare e d'oltre monti per obbliare amori infelici, preti politicanti e figure evanescenti, isteriche, intellettuali di educande, di signorine per bene, di vedove, di fidanzate: tutto il romanticismo narrativo trapiantato bellamente dalle novelle sentimentali del primo ottocento in un ambiente d'unità politica, imborghesito e rimesso a nuovo, caricaturato, aristocraticizzato, con un sensetto di pariginismo, di adulterio, di abitudini da mezze vergini e da false amanti regali. Nauseato da tutta questa bella roba, il povero Guido Gozzano ripensava la signorina Felicita, faceva risorgere dalla fotografia sbiadita d'un album la signorina Speranza e la signorina Carlotta, e ripensava il bacio della cocotte tra le sbarre fiorite di verbene:

Da quel mattino dell'infanzia pura

forse ho amato te sola! E ti richiamo!

Se leggi questi versi di richiamo

ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Giovanni Verga, senza scrivere proclami, prese tutta quest'ira di Dio di romanzo borghese, sentimentale, psicologico eccetera, ne fece un bel falò e attinse la sua ispirazione alla realtà.

Il bello stile d'uso diventa scarno e semplice, senza didascalie sceniche, senza smarrimenti psicologici; l’azione si svolge e si sviluppa attraverso la forza stessa delle cose, con logica serrata ed elementare.

La teoria estetica futurista, svolta nei proclami marinettiani e applicata nell'opera dei seguaci, fu quanto mai vasta e disordinata. Essa si fondava sulla necessità di romperla con le regole del passato, in poesia, in pittura, in architettura, in scultura, in musica e nell’arte narrativa. Esemplare dell' arte, simbolo della nuova materia artistica, i progressi e le invenzioni moderne, l'aereoplano, l'automobile, il telegrafo senza fili, la mitragliatrice, i cannoni a lunga portata, le bombe, la velocità, la distruzione, il sangue, la guerra. In poesia il verso libero, in musica l'intonarumori, in pittura il cubismo, nel romanzo le sciempiaggini rifritte, eccetera. Naturalmente il passato non contava più nulla: Carducci e D'Annunzio e Pascoli mummie, il Tiepolo, il Tintoretto imbrattatele, Verdi, Rossini, Bellini chitarristi. I nuovi profeti dell'arte moderna e dell' arte dell'avvenire egli, Marinetti, con Govoni, Palazzeschi e una schiera d'imbecilli, Boccioni e Carrà, Pratella, e tutta la ciurma degli spostati, anticrociani per eccellenza.

Tutti i proclami e le prefazioni e i discorsi che Marinetti ha seminato nei suoi anni avventurosi di propaganda, parodiante e parodiato, si somigliano, e rilevano oggi, cessate le polemiche e finito quell'interesse di pura curiosità con cui il futurismo era seguito, l'ampollosità verbale che nascondeva la miseria delle idee: « La natura è un cumulo di portentosi amori che procreano le forze conquistatrici dell'Assoluto. Lo spazio è vinto. Le membra caduche degli uomini corrono rapide coi pensieri e danno la scalata al regno delle stelle come nei sogni del Poeta... Al prorompere vertiginoso delle odierne correnti reali si accompagna un magnifico, vergine scoppio di energie ideali. La Poesia vuol cantare diverso e universale. È l'età stessa che sospinge gli ingegni all'atto d'audacia e di speranza... Il presente non mai come in questi tempi apparve staccato dalla catena genetica del passato, figlio di sé stesso e generatore formidabile delle potenze future. Le voci che si levano dal Mondo, i moti che il Mondo medesimo inaugura per opera dell'Umanità rivelata, suscitano echi e proiettano miraggi di meraviglia sulla distesa delle vicende a venire. Anche i profili delle cose, degli esseri, degli eventi sembrano mutarsi... La Poesia di tutto ciò è presaga. I Poeti, del presagio, vanno spasimando. Oggi, più che mai, non fa dell'arte se non chi fa della guerra. Degne di gloria non appaiono che le fronti erette a violentare il Mistero, a gettare la sfida verso le mostruosità tentatrici dell'Impossibile. In Italia, nel paese di tutte le tirannidi intellettuali e morali, è sacro dovere combattere sempre e dovunque con l'arma della Poesia: di una Poesia libera, emancipata da tutti i vincoli tradizionali, ritmata alla sinfonia dei comizi, delle officine, delle automobili, degli aeroplani volanti. È questa l'unica impresa degna di innamorare la generazione successa a quella che fece la Patria sulle campagne del sangue.

L' epoca delle battaglie non è finita per le anime essenzialmente italiane. In questa divina terra i Poeti accettano di vivere a patto di essere ancora e più che sempre Eroi. E il futurismo, scuola di eroismo e di ebrezza, è nato ». In due avvenimenti il futurismo ha potuto sperimentare la sua forza intrinseca, nella guerra italo -turca alla quale il duce del futurismo prese parte come corrispondente del futurismo e dalla quale si allontanava per giri di conferenze in Italia, elogiando la bellezza delle amanti d'acciaio, delle belle mitragliatrici che seminavano la morte, e nella grande guerra durante la quale s'era costituito, al nostro fronte, il manipolo guerriero futurista che teneva fede al suo programma dinamico e incendiario. Oggi, nonostante le rivendicazioni di qualcuno che fa del fascismo un movimento ideale prettamente futurista (vedere il giornale L'Impero che si pubblica a Roma), il futurismo è tagliato fuori, completamente, della nostra vita letteraria e culturale. Marinetti porta in giro il suo teatro sintetico, e ogni tanto lo rinfresca di bagni esteri, per darsi l'illusione di essere ancora qualcuno, capo di un movimento europeo. Ci rendiamo conto esattamente del suo stato d'animo. Aver scritto proclami infiniti, cantato a voce ampia e sonora la mitragliatrice, la bomba e l'incendio, aver creato un organo del futurismo, una rivista in carta a mano elegante e pesante, con versi di Gustave Kahn, Verhaeren, Francis Jammes, Paul Adam, Vielé Griffin, la comtesse De Noailles, Jules Bois, Mockel, Mauclair, Arno Holz, Arthur Symon, Hélène Vacaresco, Stuart Merrill, aver fatto conoscere questi poeti di cui i bravi italiani non avrebbero avuto altrimenti conoscenza, aver lanciato dei poeti italiani, (Buzzi, Cavacchioli, Govoni, Palazzeschi, ecc.), aver messo, una volta, piede saldo a Firenze, con nomi di prim'ordine, Papini, Soffici, e altri; aver fatto, infine, qualche cosa, aver assistito alla grande guerra sognata e cantata dai suoi eroi, e poi trovarsi, a guerra finita, ripudiato e considerato come un residuo esilarante d'anteguerra, è sorte triste assai, ed è quasi giusto che il buon Marinetti si batta ancora. Inutilmente. A intervalli, egli riesce a provocare intorno a se e alle sue trovate non più originali e paradossali come una volta uno di quei successi negativi che si risolvevano in chiassate goliardiche e di piazza; ma tutto resta senza eco e senza pubblicità. La gente non s' interessa più a queste cose. Il teatro sintetico? Sbadiglia. Il paradosso è completamente superato. La generazione presente ne ha viste di tutti i colori, ed è infastidita non poco. La frenesia inventiva del futurismo è stata battuta su tutta la linea dalla pazienza calcolatrice, misurata, numerante della scienza che ha dato il cannone di lunghissima portata e le pesanti macchine di guerra. E che altro c'è da dire e da cantare? Il terreno prebellico è stato spazzato e ripulito di tutte le immondizie carnali di Mafarka il futurista e di Roi Bombance e le parole in libertà tendono a ricostituirsi in ritmo e a modellarsi in un'armonia intima e spirituale. Marinetti rimane così come un residuo non smaltito e un pietoso ricordo dei giorni d'anteguerra, un fantoccio che urla a gran voce la sua frenesia estenuata e si dibatte ancora ostinatamente deciso a non morire e a non scomparire.

Che a Marinetti non avvenga di fare né l’una cosa né l'altra, è giusto da un punto di vista. Tutti quelli che deformano, forzandola e caricaturandola, la storia, sono sempre un pò condannati a vivere e viverne fuori, respinti e parodiati.

Che cosa dunque è rimasto in poesia (altri ha visto che cosa sia rimasto in pittura e in musica ecc.) del movimento futurista? Chiusa, sul punto di chiudersi, giunta al suo massimo sforzo con Lacerba, la non breve parentesi che riuscì a inserire nel suo programma, per una strana e riconciliabilissima contradizione dello spirito, l’arte e la poetica di Gian Pietro Lucini, ergentesi, col suo corpo deforme, su tutta la mediocrità della sua generazione futurista e non futurista, ironico, sarcastico, sprezzante, un Leopardi di ritorno, dimentico del suo dolore, ribelle e superbo, verlibrista e classico, forte e personale, la poesia si è precisata in caratteristiche d'impressioni, slegate. Abbondano i colori, il paesaggio, che richiamano stati d'animo interni appena accennati, senza sviluppo, stesi sotto forma di così detti poemi in prosa che rivelano l’assenza di disciplina, di unità di visione, di sintesi poetica. Non sappiamo che cosa trovare, per esempio e sia letto con sopportazione, perchè detto senza astio e senza rancore, negli esperimenti poetici di Emilio Cecchi:

L'amore è questione di spazio.

Essere occupati. Occupare.

E però tristezza, infelicità.

Tristezza calma come viaggiare

mettendo in valore le stagioni.

Nell’animo infatti a chi viaggia,

le donne dischiudono il paesaggio,

emblemi più puri.

C'è, è vero, lo sguardo umido e commosso del Cecchi (« E ora l' acquate di primavera – trapungono con frizzore d'aghi – scritture di celeste e d'oro – sopra le arene vaghe – a’ termini della vuota città...» oppure: « una luna che non sa sbocciare – sopra una campagna – opaca che attende»), lo stesso sguardo commosso di Pesci rossi e di alcuni saggi di critica nei quali ciò che del Cecchi prevale e si rivela è appunto una sensibilità femminea, mal trattenuta e controllata. Passando di proposito dalla critica esasperata all'arte, alla poesia, al romanzo, non sappiamo che cosa il temperamento del Cecchi ci potrebbe offrire. Per ora i saggi poetici e narrativi restano come un documento della sua sensibilità sulla quale bisognerà tornare a mente serena per rivalutare la sua critica della quale molto il Cecchi presume, e che porta senza dubbio un certo peso nell'affrontare questioni di sensibilità artistica che egli complica senza risolvere.

Bacchelli, Onofri, Campana, Moscardelli, Puccini, Cardarelli, Sbarbaro, Pea, Rebora, Papini, Soffici, Jahier sono nomi senza dei quali non si può chiudere una rassegna di poesia. Non c'è rivista o antologia nelle cui pagine non siano entrati, con tutti gli onori. Qualcuno, nonostante gli studii classici, vien direttamente dal futurismo, come Bacchelli; leggendo i suoi Poemi lirici, non sappiamo che cosa resti, definitivamente, in noi, eccezion fatta di qualche linea di paesaggio :

Improvvisa, la fantasia m’ha condotto per le strade

rettilinee del Bolognese, bordate di rami

freddolosi, toccati dall'ottobre, con prospettive

di persiane verdi allineate sulle facciate.

Il Reno si stacca dai monti con incantevoli

indugi e prende spazio in pianura, alberi

e frutteti si spogliano con incredibile bellezza,

riposano al sole le terre...

Vi resta, un poco, la coscienza delle cose viste con occhi di bambino assorto e guardingo; ma per tutto c'è come un senso di accidia, di pigrizia sonnolenta che ci fa veder tutto velato e impreciso.

Arturo Onofri è giunto attraverso molte esperienze alla poesia frammentaria di Orchestrine, che è la sua cosa migliore, piena di luce e di colori, agile, come staccata dal paesaggio. Appartiene senza dubbio al gruppo (foltissimo) dei paesisti, ed è dei meno commossi, secco, bravo, un virtuoso della linea e del colore. Mario Puccini è di questo gruppo il più esuberante: l'esercitazione stilistica gli frena, talvolta, l'esuberanza del temperamento, vivo, colorista, sentimentale ; ma quando egli scrive senza preoccupazioni di stile e di scuola, che belle pagine chiare, armoniose, fresche gli vengon fuori! « La passeggiata, che ti riconduceva in linea, toglieva alle facciate delle case quella mano di lustro, che il buon umore dei giorni tranquilli vi aveva spalmato. Osterie, piccoli caffè, venditori ambulanti, tutto e tutti pareva che volessero vietarti il passo. Le chiese anche ti invitavano, come quando eri ragazzo, per quei lumi, per quelle raggiere d'argento, per quelle pitture delle grazie ricevute. »

Vincenzo Cardarelli rivela in Prologhi toni di poesia attenta e limpida e in Viaggi nel Tempo una virtù cauta di osservatore e di stilista per cui ritrae paesaggi e colori : « Il cielo, in quelle mattine, aveva il viola tenero e ombreggiato dell'inverno: inverno che si riposa : le nubi erano calate all'orizzonte come un leggiero auspicio; miriadi di pesci, appena generate, salivano dal fondo in grande armonia a riscaldarsi al tepore della superficie. Un inesplicabile e lungo turbamento, che a giorni scoppiava in tempeste incredibilmente chiare, aveva fatto nascere la primavera sulle acque. I venti soffiavano dall'una all'altra direzione, carichi di pioggia, di sole, di odori, e il tempo sul mare era sempre mutevole e fluttuante, ostinandosi a non passare... E il silenzio estremamente sensibile dell'ora sembrava essere in subbuglio. Il mare, sotto il raggio smagliante della luna, mandava lampi taciturni, vagamente scosso da un vento che non esisteva. E io vi dico che in una maniera così trasognata e idillica non s'è mai messa in musica una notte di luna più straordinaria... »

E che cosa resta da dire, ormai, di Campana, Sbarbaro, Pea, Rebora? Tacciono da qualche tempo; Campana in manicomio, gli altri contenti del successo di stampa che segnalò Pianissimo e Trucioli di Sbarbaro, i Frammenti lirici di Rebora. Lo Spaventacchio di Pea. C'era veramente del buono, Rileggete « Il fonte battesimale » di Pea :

La cupula del fonte con le stelle

e i tre sportelli con l'Annunciazione

con il Giordano, Cristo e San Giovanni

e un angelo affacciato a una finestra

ed una mano magra ad una brocca

stavano come cose capovolte,

come case incantate da millanni

in fondo a un mare, e c'era un lume adesso

che oscillava com'occhio che spiasse.

O leggete qualche cosa di Rebora, dei Frammenti lirici, o delle poesie seminate in riviste, o fermatevi soltanto a rileggere Umberto Saba che ha frugato con i suoi occhi dovunque, riportandone visioni calme, d'una dolcezza intima e spensierata, o rileggete le belle Elegie e Maryke di Rosso di San Secondo che ha tentato dalla lirica al teatro e sempre ha portato un soffio di poesia vivida e appassionata: vedrete che se proprio nulla rimane nel nostro ricordo, vale la pena di tornare sul lavoro poetico di una generazione non del tutto passata. Altri si staccano con una personalità più precisa. Le caratteristiche, si sa, sono comuni, e sempre l'ispirazione è di fuori, con motivi importati dall'arte straniera, aggiungendo a Samain e Rimbaud già citati, se non erro, Maeterlinck e Claudel. Formano come un ponte di sbarramento tra la poesia nuova e l'ormai vecchia, decadentissima di Fausto Maria Martini, Guelfo Civinini, Marino Moretti, Novaro, tenue, delicata che basta un soffio per diradarla, gentile con un'armonia che non stanca; nuova nella sua passione accesa di Ada Negri; voluttuosa a rime obbligate, in versi lunghi e avvolgenti con insidia di rettili, di Amalia Guglielminetti che ha il merito di non aver falsato la sua femminilità viziata, cerebrale e sensuale.

Dei giovani, Moscardelli ha fatto del cammino. Non diciamo che sia tutta oro l'opera sua, e qualche giudizio eccessivamente lusinghiero va ripensato. Educato, se non erro, nell'atmosfera di Lacerba, risente del tardo futurismo che si veniva risolvendo sotto il morso di Papini. La Mendica Muta rivela chiaramente il contrasto di una personalità giovane che sta tra l'antico e il nuovo e non sa ancora prender partito deciso. C'è un poco di misticismo di maniera, maeterlinckiano e corazziniano senza necessità, ma ci sembra anche riuscito il tentativo di tradurre la poesia in pura musicalità interiore. « Le donne vestite di bianco passeggiavano indolentemente sorridenti nei viali di Villa Borghese, e pareva che il giorno non dovesse mai finire. Ma da qualche misterioso segno dell'aria si sentiva che il tramonto era prossimo. Non c'era vento, eppure qualche foglia di platano cadeva ed impiegava tanto per toccare terra, l'aria essendo così satura di denso sole. Sulla delicata linea dei monti lontani balenavano fiammelle rossastre che subito ricadevano, ma non erano spente. Una stanchezza non si sa di che, fermava tutte le cose al loro posto, ma le foglie continuavano a cadere: mentre le donne più belle a quell'ora inconsciamente andavano dall'uno all'altro viale. » Per il resto, il suo misticismo contemplativo, quando sia libero da esigenze di rime, si risolve in un lirismo pacato con echi ampii come i cerchi susseguentisi di un'acqua tranquilla turbata dalla pietra d'un bimbo: il lirismo ristagna nelle assonanze e nelle rime, peggio che nelle forme chiuse di un verseggiatore di scuola.

Non sapremmo dimenticare Linati, Soffici e Panzini. Linati è quello che abbiamo seguito con maggiore simpatia, attratti dall'interesse con cui egli ha saputo fissare chiaramente e senza eccesso di colori e senza sforzi cerebrali un paesaggio e uno stato d'animo. La bella terra s'è stesa al suo sguardo, e percorrendola il cuore si è aperto come a una rivelazione attesa di gioia e di bellezza calma. Soffici è della razza dei buoni scrittori toscani: non c'è stato bisogno, per lui, di esercizi di stile e di contemplazione attenta per cogliere il colore, la linea, le ombre. A volte sembra irritarsi ed esasperarsi in vana ironia che dissolve, svolgendosi e completandosi con la necessità artistica, l'ispirazione, sicché vien fuori un ritratto più di ironista e di critico di sé e d'altrui che d'un artista sereno.

Un altro afflitto di inguaribile mal d' ironia è Alfredo Panzini. Panzini porta in giro i suoi occhi socchiusi ai quali un raggio troppo vivo di sole faccia sempre del male, e non lascia mai sfuggirsi l'occasione di cui poi non resta, nel nostro ricordo, che il senso d'una petulanza civettuola e infantile che si esercita in margine all'arte. Egli non viaggia in sleeping-car. Quando le scuole son chiuse e i marmocchi dimenticano alla spiaggia il latino, un biglietto circolare di prima classe o una bicicletta gli mettono nell'anima una certa gioia non senza una punta d'ironia amara. Non si può dire che nelle sue ultime cose si trovi un Panzini diverso dal primo, e sempre le sue prose staccate lo rivelano nel suo particolare atteggiamento misto d'ironia e di sentimentalità. In lui si avvertono gravi contrasti di situazioni e di espressione, e mezzi espressivi approfonditi: squarci di cielo visti dal finestrino d'un treno che fila, bagliori e fasci di luce, verdure profonde, giallore disseminato sulla bella terra sgravata del frutto maturo, covoni di grano d'oro che si allineano a perdita d'occhio. Ogni suo libro sembra a prima vista privo d'organicità e di unità, compilato come una raccolta di frammenti di visione e di espressione, provocati più dallo stato d'animo del momento, ironico e dispettoso, che dal bisogno di crearsi un centro unico e un motivo fondamentale artistico. Alcune impressioni sono appena accennate, altre gettate come un motivo intorno al quale l’ispirazione si slarga, assume un respiro ampio, si snoda e si mantiene in uno stato di commozione semplice e suadente, con colori qua e là vaghi, ma che rappresentano le cose con una certa intensità e accentuazione sobria. « Che puro, che ridente mattino!.. Quali verdure profonde, allineate, ordinate! e qua e là ampi rettangoli gialli... e la bianchezza dei buoi si moveva giù per rompere le stoppie, nella frescura dell'alba. Dolce mattino georgico! Oh palpitare del lago di Virgilio!... » Il senso della commozione lirica è dato con colorazioni non peregrine, puro, ridente, profondo, dolce, giunta all'ultima possibilità di sviluppo in quella frescura dell'alba, con una pausa lunga, per riprendersi nella ricerca inquieta di non so che di pittorico e di palpitante («Dolce mattino... oh palpitare del lago... »). Una volta incominciato, questi tentativi felicissimi di espressione pittorica non si arrestano, ma si condensano, a tratti e a cenni fuggevoli, in impressioni che nascondono, sotto la superficie narrativa, uno stato d'animo inquietante non occasionale, in aperto dissidio con la realtà e che cerca comporsi in unità artistica attraverso una vaga velata ironia e in oasi calme di visione e di rappresentazione. Approfondendola, quest'analisi si potrebbe documentare con quel periodare a fratture ma a movimenti decisi e rapidi e con quel periodare a sovrapposizione, a strati spessi, con spunti e costruzioni di bellezza, visioni che si rincorrono, immagini e colori che spiccano sullo sfondo ora snello e vivace, ora contorto e sforzato, con parole tolte dalla vivezza eternamente fresca della lingua e incastrata nella vivezza non meno fresca d'una espressione, riassaporata con voluttà. Pensiero che si scompone in atteggiamenti d'inquietudine sottile velata d'ironia e si riafferma in forme di rappresentazione solida, fondendo nella plastica dell'espressione stati di contrasto i quali conservano, nella stessa natura frammentaria delle impressioni, una virtù continuativa.

Con una fisionomia propria si presenta Piero Jahier escito da un collegio teologale e capitato nel gruppo fiorentino della Voce, lasciato dietro il banco dei libri in quella bella libreria di via Cavour dove ci soffermavamo uscendo da una lezione pomeridiana di Raina o di Parodi ad ammirare dietro le vetrine le belle copertine dei libri recenti e la bella testa di Jahier china sui registri. L'impressione del suo viso chiuso e rigido d'allora e delle poche parole spiccate in rare occasioni non è stata mai scompagnata da quella della sua opera di scrittore formatasi lentamente, con un controllo morale continuo che ha il valore d'un dovere superiore. Quella stessa distanza netta ch'egli stabiliva allora con chi gli parlava persiste tra la sua opera e il lettore. Capirlo, e aderire a quei pochi segni della sua attività artistica che restano chiusi come il volto rigido d'un disciplinato, non è facile; gli manca quella virtù spontanea di commuovere e persuadere; e anche quando sembra possibile ch'egli provochi nel lettore un sentimento di simpatia, basta il tono freddo, moralistico e sottilmente ironico, per diradarla dispettosamente.

Dal gruppo della Voce e per vie diverse, non sono usciti che due artisti veri, di vena sincera e simpatica, Renato Serra e Scipio Slataper che non potremo mai ricordare senza rimpianto per il dono d'umanità larga ed aperta ch'essi portavano nella loro sensibilità squisita di poeti (vedere Il mio Carso di Slataper e gli scritti critici di Serra che restano a documento migliore di due personalità che cercavano i segni della loro umanità attraverso la poesia altrui o nella verginità rude e incantevole della terra) a disagio in un gruppo. di gente che si esasperava nel paradosso e nella critica, Prezzolini, Jahier, Soffici, Papini. Papini ha dato, di questa generazione, il maggior contributo oltre che al paradosso e alla critica, all'arte. Sono state rilevate nell'opera sua le derivazioni straniere alla sua individualità di pretto toscano, partigiano e popolano, che è riescito a inserirsi nel movimento culturale europeo, passando attraverso tutte le esperienze e cercando di fissare, definitivamente, le caratteristiche nette della sua personalità complessa. S'è logorato nella filosofia e nella critica, con passaggi rapidi e violenti dal sistema al paradosso, dall'analisi alla stroncatura sommaria. Non c'è chi abbia più di lui guardato in giro e lontano, amando e odiando, esaltando e bestemmiando, sorpassandosi volta per volta, con l'ardore d'un neofita e d'un discepolo, con un acceso bisogno di conoscere e di ritrovarsi, fissare i limiti delle sue possibilità e superarli. Non è mai tornato indietro, e ogni passo della sua vita è stato sempre una posizione nuova, difesa accanitamente. Quelli che gli negano la sincerità hanno torto e non lo comprendono: restano, e resteranno, di lui alcune pagine autobiografiche che sono il documento più passionale d'una vita spinta da uno sconfinato ardore di conoscenza che s'è sempre risolto in amore e in odio, perchè nonostante le confessioni e le apparenze di aridità sentimentale, nessuno ha più di lui amato e odiato, dando molto della sua passione e della sua autoesperienza. La cultura europea di questi ultimi anni ha trovato in lui un propagandista mirabile, per le felici possibilità di rapida e ingorda adesione ch'egli ha nel suo spirito; e può anche esser passato per incostante e ingrato, mentre in verità si tratta di un cervello atto ad assorbire e superare rapidamente, utilizzando gli elementi più conformi alla sua individualità che non è regolata da un ritmo sicuro, originariamente anarchica e insofferente. Restano di lui, oltre gli articoli sparsi in tutti i giornali e le riviste del mondo, numerosi libri di arte di filosofia e di critica, passionali e accesi, alcuni documenti d'ingiustizia palese, altri contributi notevoli al movimento culturale europeo di questi anni. Dell'esperienza futurista, vissuta veramente con spiccata individualità e autonomia che non poteva rientrare nel programma d'assorbimento marinettiano, restano le Cento pagine di poesia nelle quali, senza preoccupazioni stililistiche, il Papini ha rivelato le sue ottime qualità di scrittore e di artista sereno, in pace con le cose che gli stanno d'intorno. Il suo libro migliore è, forse, Un uomo finito, ma più spesso siamo tentati di ritornare alla sua opera giovanile, e questo non solamente per il bisogno d'integrare la sua figura artistica con i documenti d'un passato che ci sfugge, sopraffatto dall'esperienza sempre nuova d'ogni giorno. La sua Storia di Cristo ha avuto un successo editoriale e di stampa grande, anche per il rumore di una sua conversione al cristianesimo e al cattolicesimo, essendosi egli sempre presentato sotto specie di uomo iconoclasta satanico e dispregiatore di tutto. A parte il successo, il libro è significativo per il limite di spiritualità raggiunto dall'insaziato bisogno di conoscere e, forse, di fissarsi del Papini. Cristo era l'unica figura della conoscenza umana e dell'arte, sulla quale il Papini non s'era fermato che per rapidi accenni. Autodidatta, egli non aveva mai letto i Vangeli e il resto della Bibbia: quando la figura di Cristo gli è apparsa, le si è avvicinato con un interesse più acuto del solito, perchè inatteso e sconosciuto. Non è dubbio che in questa conversione sia entrato molto dell'elemento artistico, fastoso, romantico e appassionato del cattolicesimo; anche l'intolleranza della nuova dottrina e della nuova fede deve aver avuto larga parte nell'episodio di una così rumorosa adesione. Prezzolini ha notato, se non ricordo male, che in tutto il libro del Papini, la figura di Cristo è straniata, lontana e evanescente: è perchè quella che più importa al Papini è l'esperienza cattolica e cattolicizzante, di cui si ha un altro documento nel Dizionario dell'omo salvatico ch'egli scrive in collaborazione col Giuliotti, e dal quale traspare chiaramente che gl'impeti del carattere morale del Papini non si sono acquetati.

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Ultimo aggiornamento: 01 luglio 2012