Tullio Pànteo

Il poeta Marinetti

1908

Edizione  elettronica di riferimento:

Tullio Panteo, il poeta Marinetti, Società Editoriale Milanese - Corso Buenos Ayres, 9 Milano 1908.

ALLA MODESTIA

DI

F. T. MARINETTI

PER OFFENDERLA.

PREAMBOLO

Tratteggiare la figura di Marinetti – del poeta ormai per antonomasia «italo–francese» F. T. Marinetti – è forse impossibile. Ma noi cercheremo di renderne la fisionomia nella sua interezza, di fissarlo vivo in questo breve scritto, sichè il lettore se lo veda palpitare davanti. Chi scrive, coscienziosamente dichiara che il suo tentativo dovrà forzatamente rimanere incompleto, però che egli dovrà limitarsi a ritrarre di scorcio il suo soggetto.

La somma di fatti strani e di clamorosi episodii, la rappresentazione di varii atteggiamenti nei quali l’ho còlto, l’accenno alle più notevoli o salienti sue gesta potranno forse dare una idea della personalità bizzarrissima di questo giovane, che ha un’anima di poeta, una sensibilità d’amatore ed una energia instancabile.

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Per introdurre subito il lettore nell’intimità del poeta, comincerò col tradurre un brillante articolo pubblicato nel Petit Marseillais da una nota ed affascinante scrittrice straniera: « Quando due anni fa mi trovai per la prima volta nel Cenacolo letterario del Savini, mi vennero subito presentati i due giovani letterati Marinetti e Notari, giunti al caffè fraternamente insieme.

Nella conversazione animatissima, basata su discussioni interminabili, motti di spirito, osservazioni piccanti e... maldicenze piacevoli, mi colpì profondamente l’immensa diversità cerebrale di questi due interessanti e giovani scrittori, chiamati dagli intimi « gli inseparabili ».

Marinetti, pallido e biondo, con lo sguardo sempre lontano, troublant come una carezza, si svelava subito l’eterno innamorato delle stelle e della luna, il sublime cantore del mare. Notari dalla faccia energica e rude come quella di un Danton. Allora, non seppi spiegarmi una tale amicizia; l’antagonismo era davvero troppo sorprendente.

Due mesi di simpatica intimità intellettuale, m’hanno dimostrato invece come questo meraviglioso contrasto di caratteri può essere unito, violentemente unito, da due sentimenti egualmente tenaci: l’esuberanza creativa e la sicurezza del proprio io dominatore. Così, nessuna meraviglia oggi, quando seppi che i due « inseparabili » si erano rifugiati nel silenzio monastico del paesello di Viggiù, per lavorare ai loro romanzi.

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La mia qualità di « piccola amica » mi fece pensare ad una brevissima gita; ed in una raggiante mattina della settimana scorsa, munita del mio fedele Kodak, presi il treno elettrico e mi diressi verso « l’Eremo » che chiudeva nel suo mistero questi due forti letterati moderni. Un’ora e mezza di corsa vertiginosa: Rho, Gallarate, Varese e finalmente, Viggiù. Scendo. La stazioncina nitida e rosea sembra ancora tutta sonnolenta; due impiegati lentissimi mi guardano con curiosità. Una signora a quell’ora? Strano!... Monto lesta nel carrozzino. I cuscini di velluto rosso ed il cavallo meditabondo han l’aria un po’ vieillots e fanno risaltare maggiormente la gaiezza verde della campagna esultante.

Alla Selva! dico al ragazzo. Mi guarda anche lui molto comicamente, e si va. Il ronzino prende un trotterello stanco. La strada è tutta a tourniquets faticosa, in salita. Ma il sito è un incanto. Le montagne o la vallata, che si scorgono a traverso gl’innumerevoli e foltissimi alberi, hanno un aspetto grandioso. L’aria è fresca ed il cielo è purissimo. Si sale sempre. Ad uno svolto, dove il bosco è più folto, mi appare infine il tetto di una casa.

– Quella è la Selva, mi dice il ragazzo.

Ancora pochi passi e siamo giunti al rifugio. Dinanzi a me ho una scalinata da maniero antico, fiancheggiata da spalliere di rose gialle in fiore; su due pilastri, due statue. Il rifugio è veramente ben scelto. Non vedo nessuno; il silenzio è assoluto. Le casa, sepolta nel bosco, sembra deserta; la porta che dà sulla scalinata è chiusa. Ai profani l’ingresso è vietato. Giro intorno. Di dietro, dove nessun occhio umano può penetrare, si apre, vastissimo, un cortile. Mi ci fermo e guardo. È questa un’immensa sala dei pas-perdus, costruita all’aria aperta, dal pavimento di erbetta molle più vellutato di un tappeto, tutta circondata da alberi secolari e protetta da una gigantesca montagna che le si innalza ai lati.

– Voi! Quale sorpresa, piccola amica! sento gridare allegramente. E Notari mi viene incontro sorridendo e stendendomi le due mani in un saluto di benvenuta. Il timore di riuscire importuna svanisce alla cara accoglienza, e subito, accanto a lui, americanamente elegante nel suo costume di flanella bianca, mi sdraio in una chaise-longue comodissima.

Dopo aver fatta la cronaca più o meno stupida della città:

– Se sapeste, Notari, quante leggende si fanno sul conto vostro! dissi. – Si mormora che vi siate rinchiusi in un convento di frati francescani. Figuratevi!...

– E voi avete voluto rompere la clausura. Brava!..

– Dov’è il poeta? chiesi subito.

– Ah!... Marinetti? Il poeta si alzerà adesso. Lui, lavora di notte. Appena sente il primo trillo degli usignoli, egli prende la penna e via scrive, scrive fino al mattino, furiosamente. Dalla mia camera, separata dalla sua da una sottile parete, sento il moto continuo, frenetico del pennino che si schiaccia contro il calamaio. Ed il mattino, nella boule di cristallo, si trovano a dozzine le punte di acciaio brunito. Tutti pennini che egli spezza la notte nella foga creativa !

In quel momento un prolungato colpo di tam-tam ci scosse tutti e due.

– Ora vedrete il poeta. Questo è il segnale della colazione.

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Sul terrazzo del primo piano la figura di Marinetti si profilò per un attimo. Egli scese subito. Tutto vestito di bleu, con la testa scoperta da un fez scarlatto, teneva a guinzaglio con un nastro rosa un indomabile scoiattolo dal pelo fulvo e recava sotto il braccio un grosso volume.

– Hugo, Mallarmé, Gustave Kahn. Quale libro di versi tenete tanto preziosamente sotto il braccio, divino poeta? – dissi io, rispondendo così alla sua forte stretta di mano.

– Un manuale di salse!

– E non ridete, amica piccola, altrimenti Marinetti vi scaccia dall’« Eremo ». Quello, mia cara, è il suo preziosissimo lest, per scendere presto presto in terra, quando il suo genio lo trasporta troppo vertiginosamente nel regno dei cieli. Non ridete, mi raccomando! – ripetè, comicamente serio, l’ironico Notari.

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La colazione fuori, all’aria libera, sotto i rami fronzuti, fu deliziosa. I due « inseparabili » gareggiavano, come sempre, nelle osservazioni mordaci, nelle critiche un po’ severe e si pungevano scambievolmente con piccoli colpetti fatti d’ironia leggera, sottile, inoffensiva. Era un jeu d’esprit scoppiettante ed eccitante come un vino di champagne della più gran marca.

– Ed ora, il pasto alle belve! gridò Notari quando si ebbe finito di mangiare.

Una provvista di pane, e via noi tre, lo scoiattolo infrenabile e il manuale di salse, verso un recinto spaziosissimo che ancora non avevo osservato. Lo abitavano tredici galline ed un gallo pomposo, che mi ricordò subito per la sua aria di conquistatore superbo, uno dei nostri più eleganti tenenti di cavalleria. Il pasto durò un quarto d’ora fra le risate infantili e sonore di Notari e le improvvisazioni poetico-erotiche di Marinetti.

– Un giro nella selva? Volete venire anche voi, petite amie a studiare con me l’anima dei fiori? È questo il mio sentimentalismo quotidiano! mi disse il poeta.

Accettai entusiasta. Andammo per uno stretto sentiero misterioso, come per un interminabile porticato di verdura. Sotto ai nostri passi una fioritura regale di fioralisi, di ciclami e di menta, e nell’aria un profumo enervante, vergineo, freschissimo. Un’infinità di scoiattoli popolava il bosco, ed era un fruscio quasi continuo dei piccoli e graziosi animali in fuga, sotto ai rami. Il rifugio era veramente degno di due intellettualità così originali.

Ritornando verso la casa mi avvicinai a Marinetti, divenuto silenzioso e sognante.

– Volete scendere un po’ in terra, amico mio? Volete essere gentile, e dirmi qualche cosa del vostro romanzo? M’interessa assai, lo sapete.

Egli mi guardò e sorrise alle mie ariette insinuanti ed ingenue.

– Ad un patto! silenzio con la folla. Non una parola. C’est entendu! Il mio lavoro è quasi alla fine. Sarà un romanzo africano. La fantasia e la nostalgia morbosa che mi dà tanta tristezza, mi hanno trasportato nel paese dove son nato, ed è con una febbrile esaltazione che vado scrivendo cose pazzesche ed immagini poderose su quelle terre dove tutto ha colore di fiamma e dove tutto brilla come l’oro. Sarà un romanzo possente, luminoso, saggio e pazzo ad un tempo, quelque chose d’éblouissant, emozionante, dolce e terribile. Il mio protagonista è un eroe, una figura gigantesca che sa sconvolgere animi e cose con un solo gesto. Sarà il mio capolavoro!

– Dopo il Roi Bombance, non è vero, amico mio! Quello vi ha iniziato alla gloria, questo nuovo eroe vi porterà certamente la corona d’alloro.

– Accetto la profezia. Ve ne ringrazio.

– Ed i Fantocci? Il vostro dramma che doveva essere rappresentato fin dall’inverno scorso ?

– Oh! finiti, e da molto tempo! Ma, vi prego, non costringetemi a parlare. Aborro, anche con gli amici, da ogni minima indiscrezione sugli argomenti teatrali. Accontentatevi, chère petite amie, di quanto vi dissi e non abusate della mia fiducia.

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Parlammo a lungo dei nostri comuni amici di Marsiglia, poi ritornammo. Giunti alla casa, volli vedere le stanze dei due letterati. Entrai prima nella camera di Notari. Allegra, chiara, tutta bianca, sembrava davvero una spaziosa cella conventuale. Sullo scrittoio, in mezzo ai foglietti tutti coperti da una fitta scrittura, moriva un enorme mazzo di rose rosse. Dal balcone si poteva ammirare tutta la vallata.

Passammo quindi nella camera del poeta. Un acutissimo profumo mi diede quasi un

[... mancano due paginette...]

pranzo, ci innalziamo a poco a poco verso le nostre amiche, che di lassù ci sorridono e ci invitano dolcemente. Non avrei potuto trovare un maestro più dotto e più ispirato di Marinetti!

– A La conquéte des étoiles, dunque!

– L’ora della partenza era giunta troppo presto. Al basso della scalinata mi aspettavano il ragazzo ed il ronzino. I due simpatici amici vollero condurmi a piedi per un tratto di strada. Ed il loro ultimo saluto mi venne sotto una pioggia di petali rossi e gialli, che tutti e due a piene mani gettarono sopra di me, nella mia carrozza, gridandomi allegramente festosi :

– A rivederci presto, a Marsiglia!

I.

L’autore del “Roi Bombance„

Un buon biografo impernierebbe il proprio lavoro sull’atto di stato civile, come un critico puro impasterebbe uno studio sull’analisi meticolosa delle opere letterarie di Marinetti. Ma questo libro non vuol essere né una biografia né una critica, epperò, pei letterati, trattandosi di delineare sinteticamente l’ingegno possente di F. T. Marinetti, basterà riportare un mirabile articolo sull’opera capitale di questo poeta, uscito con la firma di Ettore Janni nel Corriere della Sera:

« Peggio che tristezza, nella tragedia satirica di F. T. Marinetti, Le Roi Bombance (Paris, « Mercure de France »): disperazione sghignazzante e fragorosa, cachinno di dispregio e di scherno sulla vita e sulla sua eterna vicenda, incredulità così allegra che quasi pare improprio il titolo di tragedia per questo enorme simbolo della buffonata immortale. L’uomo – dice Anguille, uno dei personaggi più importanti e meglio fatti del libro – è una tragedia ilare.

Ecco l’aggettivo esatto.

La tragedia è rabelaisiana, ma più assai nella forma, anzi nelle proporzioni materiali di uomini e fatti, che nello spirito. Qui non la colossale robustezza del più gran riso muscoloso che abbia scossa l’umanità, ma uno stridulo riso nervoso di esteta anarchico, che accamula vertiginosamente visioni e immagini della stupidità, della impotenza, della monotonia, della brutalità universale e della fatalità, simboleggiata con chiaro nome in Santa Putredine, che le vicende domina e informa e trasforma e pervade, onnipresente e onnipossente.

Impossibile riassumere la favola, in cui ogni particolare ha valore simbolico: fin gli aggettivi delle mostruose didascalie; e a tratteggiarla nelle sue linee essenziali si fa presto, ma si rende un cattivo servizio all’autore, che ha fatto opera veramente notevole appunto per la ricchezza d’immaginazione dei particolari.»

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Re Bombance co’ suoi ministri e vassalli è minacciato dalla moltitudine dei Bourdes famelici e dall’ambizione dei tre Marmitons sacrés, Tourte, Syphon e Béchamel, cucinieri della felicità universale, specie di socialisti transigenti, che transigono principalmente con la propria cupidigia per infischiarsi di quella dei compagni, degnamente capitanati da Estomacreux. I tre cucinieri persuadono Re Bombance a ceder loro il governo per appagar tutti: essi sanno i piatti che occorrono e le salse opportune per far cessare l’agitazione. Ma, in realtà, depongono il monarca ghiottone e lo lasciano morir d’inedia con tutti i suoi, per satollarsi a bell’agio nelle conquistate cucine. Delusi dai perfidi contadini, i famelici Bourdes si rivoltano contro i cucinieri, penetrano nel refettorio, si fanno servire un banchetto mostruoso, divengono i padroni, si mangiano persino le carogne del re e dei monarchici, si contendono i cibi e i posti, litigano fra di loro, e ammazzano, ammazzano freneticamente con una semplicità, con una facilità, con una frequenza, che fanno a momenti pensare, piuttosto che a una immensa strage, a quel gioco di fiera chiamato dai francesi « le joli massacre ». Forti e deboli, amici e nemici, si abbattono qua e là con la divertente goffaggine dei fantocci di stoppa. Ma all’orgia segue una indigestione formidabile e dai ventri spasimanti sono rivomitati Re Bombance e i ministri e i vassalli, che fanno gettare nei putridi Stagni del Passato gli innumerevoli cadaveri degli affamati; e, quando l’ultimo atto finisce, gli affamati sono risorti, per opera di Santa Putredine, dagli Stagni – come, dai ventri nemici, Be Bombance e gli altri – e minacciano ancora... Eterno circolo vizioso e nauseabondo, da cui ogni idea di progresso umano è esclusa e vituperata e violentemente schernita.

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La questione sociale è dunque una questione di « sauçaulogie » (felice... equivalente trovato dallo spirito satirico dell’autore per definir meglio la sociologia); e di questa « salsologia » vi sono parecchi espositori fra i personaggi della tragedia; principalissimi, père Bedaine, Anguille e Pédiot, il prete, l’osservatore cinico e accomodevole e il poeta.

– In verità, dice il padre Bedaine – lo Stomaco umano non ha mai creduto che la sua fame presente fosse normale!... Egli ha sempre cercato nel passato e nell’avvenire un banchetto paradisiaco... – E poco dopo aggiunge: – Il progresso sognato dallo Stomaco umano è vano, perchè il palato e la lingua, essendo dotati d’una quantità infinita di appetiti e di attitudini, sono necessariamente insaziabili!... Nessun miglioramento è possibile nella felicità digestiva!... Nulla può appagare gli stomachi, perchè nulla li riempie!... Gli stomachi guasti esigono un nutrimento più delicato e più vario!... La loro sensibilità è tanto più imperiosa quanto più obbedita. L’astinenza impigrisce lo Stomaco universale... L’abbondanza lo sovreccita...

Anguille parlando al poeta, specifica le forze immortali: - Bombance, o il potere al di qua! Bedaine, o il potere al di là! Tu, l’impossibile che piange! Io, il possibile che ride! La dominazione terrestre... Il Paradiso... Il Sogno... L’Ironia... – E quando questo mondo sarà alla sua fine, e sui cadaveri convulsi degli ultimi attori, il verme, solo trionfatore e solo spettatore, riderà bene perchè riderà l’ultimo!... L’umanità? Un bambino mal nato, che, sospeso alla mammella della terra, la scortica colle sue piccole dita adunche già contratte dall’agonia...

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L’Idiot, cioè il poeta – cioè l’autore, che non ha voluto mancare di schernire un po’ sé stesso in quella selvaggia sinfonia di scherno – è l’anarchico idealista, anarchico e idealista a modo suo: un ingegnoso ed elegante acrobata, che delle umili e tristi verità si fa pedane per lanciarsi in aria con grandi capriole d’immagini e un perenne tintinnìo di metafore, vestito di colori violenti, e tanto premuto dalla realtà, come dalla forza di gravitazione, che ne è divenuto allegro, allegro... irreparabilmente allegro...

«Non più re?... Non più leggi!... Ci sono. Sopprimiamoli... ma a patto di non sostituirli con altre potenze equivalenti!... In verità, vi dico, guai al primo che voglia obbedire!... Ma, tuttavia, io non posso dirvi: – Guai a colui che voglia comandare !... Or dunque, che tutti i vostri desideri ghiotti e feroci si scatenino e si sgozzino a vicenda!... È inevitabile e fatale!...»

« – La libertà – dice anche alla folla tumultuante dei Bourdes. – Non è roba che si mangi!... Conoscete lo sforzo di scavalcare un parapetto... di dar la scalata a una muraglia... a una montagna inaccessibile?... Ecco la Libertà!... All’assalto dunque!... Non gridate: – Sono arrivato!... Non arriverete mai!... Più in alto!... Sentir l’alito sferzante della prossima cima, gonfiarsi d’Inutile e di Assoluto!... D’ altra parte, che fareste voi, sulla cima sovrana?... »

Perchè l’Idiot è anarchico, ma è molto aristocratico, essendo ferocemente individualista...

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Ma è veramente un senso prepotente di anarchia che ha ispirato questo libro? L’opera, ha scritto il Marinetti a un redattore del Mercure de France, è stata concepita in un giorno torrido d’estate, in una vasta sala popolare tutta appestata di stupidità brutale e alcoolizzata dalla più rossa delle eloquenze, durante uno di quei duelli oratorii che Turati (il quale rassomiglia al mio « riformista » Béchamel, cuciniere della Felicità Universale) e Labriola (che rassomiglia, con infinitamente maggior talento e dottrina, al mio rivoluzionario Estomacreux) offrivano come spettacolo a tremila operai... »

Lasciamo stare i nomi e prendiamo l’occasione. Il Marinetti – e ne sono già prove i suoi due poemi, La Conquéte des Etoiles e Destruction – ha bisogno dell’enorme per ispirarsi, stavo per dire... eccitarsi, in tutti i sensi di questa parola; ha bisogno d’accordar la sua musica frenetica a un rombo catastrofico, ha l’avidità e il gusto dello smisurato.

Era naturale che quella “vasta sala popolare tutta appestata di stupidità brutale” gli facesse balenar l’idea della tragedia satirica ed era naturale che questa divenisse il turbine senza confino delle eterne cupidigie umane, una specie di Giudizio Universale grottesco, il Giudizio Universale di tutte le deformi e colossali idropisie corporali e mentali, – una larga visione artistica, piena di difetti, scintillante d’ingegno, simbolica, decadente, secentistica, mariniana... marinettiana, che è quanto dire ricchezza invidiabile, ma deplorevole abuso d’immagini. -

Una vera imagorrea: – quasi ogni aggettivo condannato a portarsi appesa una proposizione maggiormente esplicativa, tutti i pensieri e tutti i paragoni in così alto rilievo che vi manca del tutto la virtù della gradazione; un bel talento che ha l’aria di essere un po’ infermo di satiriasi...

Ma passerà, poiché tutti questi difetti si riducono a uno solo: alla sovrabbondanza, o, per dir meglio, a una insolente incuria giovanile della misura; e questo è un difetto che fa mettere i colpevoli alla destra dei giudici; alla sinistra vanno gli stitici, che si grattano il capo un anno per trovare un’idea o una metafora, e l’anno seguente vi raccolgono intorno due volumi ».

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L’autore dell’opera mirabile che Ettore Janni ha studiato con tanto acume e con tanta sincerità critica potrà avere sì e no 28 anni (n. il 24 dicem. 1879): forse meno che più; quel ch’è certo, è che non li dimostra.

Nato in Egitto, in una di quelle fantasiose ville tra l’europeo e l’orientale, piena di tutta la grazia e di tutta l’armonia un po’ erotica di quei paesi dorati dal sole, e seminascosta in un bosco di banane e di palmizi in riva al Nilo, fu allattato da una focosa balia sudanese, che lo raccolse dalle mani di genitori italiani. Il padre, avv. Enrico Marinetti illustrò per trent’anni il foro di Alessandria d’Egitto con cause internazionali rimaste celebri.

Il poeta venne educato in un collegio di gesuiti francesi in Alessandria d’Egitto, e fu appunto in questa città che, appena quindicenne, fondò Le Papyrus, giornale letterario che menò grande scalpore per la vivacità insolente con cui era redatto e per la violenza giovanile delle sue polemiche.

Egli si laureò a venti anni dopo avere conquistato un magnifico diploma di baccelliere alla Sorbona (Parigi, 1896) e tutto ciò per la semplice e assoluta convinzione che occorresse diventar dottori per non trovarsi mai in desiderio di esercitare. Egli ha tenuto il suo pied-à-terre costante a Milano, in via Senato, numero 2, dove il padre milionario, blasé ormai delle tradizionali istorie a base di « figliuol prodigo » gli ha aperto, à coté dell’appartamento famigliare, una residenza intima e lussuosa per la quale son passate notoriamente le celebrità più care al pubblico e, segretamente, le più belle donne italiane e straniere.

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Oggi, di quella residenza sono ormai aperte decisamente tutte le porte di comunicazione, e il principesco appartamento, dépendance autentica di qualche palazzo egiziano – con le sue profonde sale misteriose, dense di penombre e pregne di sottili profumi, soffici di tappeti persiani che invitano ad adagiarvisi alla turca – è divenuta la sede vera di Poesia: strana sede, nella quale convengono a declamare i loro versi le giovani speranze della poesia e gli illustri maestri del ritmo e della rima, come ad una moschea d’arte.

E le voci dei dicitori si smorzano deliziosamente, in quelle sale, mentre attraverso i cortinaggi pesanti e i vetri colorati penetra e si effonde blanda una luce che dà raccoglimento e inspira sogni voluttuosi, e mentre si attende che il groom turco prepari sapientemente il miglior moka che si beva in Italia.

II.

Alla conquista delle stelle

I numerosi volumi di versi francesi, che la critica parigina – non mai tenera pei giovanissimi, ostile alle fame non decisamente consacrate – ha giudicato con sicura fede di migliori vittorie e con una ammirazione seria e convinta; i numerosi volumi di F. T. Marinetti, dicevo, da La Conquête des Etoiles a Roi Bombance – hanno rimesso più volte il suo nome sul tappeto della discussione, sulla piattaforma dell’attualità.

Ora, gli incessanti concorsi della sua rivista « Poesia », che rivelano con periodica insistenza tempre d’artisti elettissimi, come Paolo Buzzi, Giosuè Borsi, Enrico Cavacchioli, acuiscono naturalmente le discussioni intorno al suo nome.

Perchè: se nella Conquête des Etoiles, la sua prima opera di grande mole, F. T. Marinetti aveva trasfuso a piene mani e senza misura e senza alcuna prudenza la più bizzarra ed assordante dovizia di impressioni e di visioni, di imagini e di fantasiose evocazioni che mai sia apparsa in un poema moderno; se in D’Annunzio intimo (plaquette edita da Verde e Azzurro) aveva voluto far esperimento, in breve giro di prosa letteraria, del suo temperamento singolarmente satirico; in Destruction – meraviglioso volume di liriche – era bella mostra dell’afflato poetico che gli riempie l’anima, nell’ultimo libro suo, Le roi Bombance, si constata finalmente la vittoria di costringere e di disciplinare in linee perfette di capolavoro quella genialità euberante che erasi già preannunziata nel poema drammatico La Momie Sanglante e che esprimeva già un vasto programma di prosa sinfonica e wagneriana.

A questo proposito, giudico opportuno citare un importante studio critico, apparso nell’Avvenire d’Italia, ove Emilio Zanette analizza molto sapientemente i procedimenti mentali che generarono le originalissime opere che ho citate:

Risaliamo. Di quella forte satira grottesca ch’è Le Roi Bombance cerchiamo, poiché è interessante, la ragione logica ed estetica ond’essa ci si rende spiegabile, nelle opere precedenti del Marinetti – studiamo il concetto e l’arte nei suoi poemi La conquête des Etoiles e Destruction, per cogliere così intera, nelle sue produzioni, la figura intellettuale ed artistica del fecondo poeta! Non voglio parlare separatamente dei due lavori per una sola e buona ragione, che ad essi sono comuni arte e pensiero: i titoli non servono; io credo che La conquête des Etoiles sia una pagina o un canto, che si voglia dire, di Destruction,

Qual è il pensiero del poeta, ciò che forma insomma il substrato della sua arte? ecco la questione che ci proponiamo da prima, per risalire poi all’esame dell’arte stessa.

Egli è, come seguace del Nietzsche, uno scettico e un pessimista: le due grandi sorgenti della felicità umana, l’amore e la scienza sono per lui del pari insufficienti; poeta sensuale, e che della sensualità sa esprimerecosì varie e vigorose le intuizioni, ne sente però l’infinita deficienza; la donna, da lui considerata quale oggetto di puro concupiscibile, anche vicina a lui, gli appare come a sé infinitamente lontana, più lontana, egli direbbe, delle estreme costellazioni, e ad esprimere questo concetto originale, trova nella sua opulenta fantasia le più scultorie similitudini:

Je sens que nos caresses...

sont pareilles à des tâtonnements d’aveugles

qui vont ramant par les couloirs d’un labyrinte!

Della scienza si burla cordialmente :

quoi qu’ils disent, ils ont tort, les Savants   .   .   .

.   .   .   .   leur science est vaine!...

esclama, e vi presenta i Sillogismi come dei vecchi maghi dal berretto a punta che sfida le nuvole, e le Logiche, le cui lingue guizzano come serpentelli nelle bocche sdentate, in atto d’impiccarsi categoricamente en guise d’arguments. Le Verità infine, gracili fanciulle, si spaventano che il sapiente le tocchi e sguisciano dalla sua mano feroce, lasciandogli, ch’è ben poco, i loro veli. Abbiamo già quella critica satirica della conoscenza e della scienza che scoppierà con miglior voce nella tragedia; e questo furore di nihilismo teoretico ha le sue brave conseguenze pratiche: quanto alla morale, si irride la coscienza, si parla di « volontà defunta » e sconfessando il gran principio coesivo dell’amore, si afferma come unico sentimento possibile agli uomini l’odio:

quoi que nous révions nous n’enfentons que Haine;

quanto alla politica, si proclama l’agonie de la loi e si eccitano alla rivolta i reietti, i « cani scabbiosi cacciati dalle chiese della terra dalla collera dei sacrestani »; tutto questo il poeta ha chiamato Destruction e il titolo gli sta bene.

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Distruzione: quanto egli critica, aborre – non gli è, si noti, indifferente, gli è odioso o nauseoso; il suo stato normale al contatto con amore, scienza, morale, politica è l’insoddisfatto: c’è una parola ch’egli adopera spesso e volentieri perchè esprime appunto il suo stato patologico: inassouvi. Questo sentimento è come un Giano a due faccie: guardato da una parte è l’inassouvi, il disgusto – guardato dall’altra è il desiderio, l’affetto ad un altro mondo che sia l’opposto del nostro, cioè della realtà, di quella ch’egli chiama infâme réalité e che concepisce come una piovra mostruosa che lo soffoca da ogni parte con i tentacoli de’ suoi « limiti ». Da ciò il suo odio alla terra, perchè ha forma geometrica, cioè regolare, e quindi è limite, restrizione di libertà – alla vita stessa, perchè è limite di vita – alla politica, perchè è limite di svolgimento individuale – alla logica, perchè è regola e quindi registrazione di pensiero... Tutto questo è per lui l’infame realtà.

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Il suo mondo poetico, dunque, è la celebrazione, di una serie di concetti opposti e concepiti come opposti, ad essa: l’assurdo, l’irreale, l’impossibile, l’infinito, l’ideale, il niente – che sono nel Marinetti veri e propri sinonimi e danno il tono originale al suo pessimismo: odia la logica e grida: viva l’illogico! ed esclama: oh la grande gioia del sentirsi assurdo!... epiteto che ricorre frequente; acclama l’ametrico, burlando la terra per le sue simmetrie :

La Terre! ... oh! ... le dégoût de vivre sur son dos!...

Morte dunque alla terra e viva il mare! Il mare è, si può dire, il nucleo di tutta la poesia marinettiana, appunto perchè gli è attribuito un grande valore concettuale; il poeta lo ama e lo canta come la espressione più evidente, nel mondo fisico, dell’anarchia, e quindi, tra i sensibili finiti, la sola via all’infinito ultrasensibile; nella prigionia, il solo simbolo di libertà – invocazione dunque al liberatore :

Je t’aime, o Mer liberatrice....

ô toi, le Seul chemin qui me conduit à l’Infini....

Per la precisa ragione il poeta inneggia alla morte: la vita è limite a sè stessa – la morte è libertà, essa è anzi la sola vera vita che jamais ne trépasse; e come il mare conduce all’infinito dello spazio, essa conduce all’infinito del tempo, onde i due concetti sono complementari e perciò uniti spesso in una unica figurazione.

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In tale ideologia c’ è dell’apocalittico; il titolo stesso della seconda opera ne ha il tono; poi c’è la visione, perchè il poeta ha sempre seco un rêve, un sogno in cui egli vede e raggiunge l’infinito immaginato; e qua e là, e specialmente negli ultimi canti, c’è alquanto di quelle trombe paurose che annanziano la fine di Babilonia, l’infernale città:

Les voiles sur la mer .. les nuages au couchant

bombent déjà leurs joues de séraphins

soufflant dans leurs buccins des fanfares guerrières;

mittet angelos suos cum tuba!... un’apocalisse insomma alla rovescia ma in piena regola: cogli angeli, con le trombe e un po’ anche, diciamo pure, con i tamburi.

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Chi è Marinetti? un imaginifico anche lui, purchè con questa parola non s’intenda il creatore di semplici immagini, ma anche il riproduttore di sensazioni complesse e di emozioni. Così il mare, quale ci viene rappresentato da lui, non è un complesso di soli colori o di soli suoni: esso è suono, colore ed emozione insieme. Già è alcun che più del mero colore, o del mero suono il portar tutto sé stesso in faccia al mare, il mettere con esso a contatto tutto il proprio spirito, trovandovi quella comunione intensa che, se non erro, nessun poeta ebbe meglio del nostro:

ô toi, le seul chemin qui me conduit à l’infini...

c’est si facile de s’en aller vers l’Au-delà

par tes chemins de soie profonde et moëlleuse...

In faccia ed in mezzo a un mare così letifico, il poeta celebra i propri amori, raddoppiando con la vista delle molte acque e con la sensazione delle loro frescure amare,

il difetto della bellezza muliebre. Di fatto più esteticamente gioconda ci arride la rappresentazione della donna aurichiomata, nello sfondo della marina; voi la vedete in atteggiamenti ora di angelo, ora di demonio. Lasciamo il demonio e vediamo l’angiolo:

Elle avait la grâce frêle et ployante des fleurs

ondoyant dans sa marche légère et persuasive,

parmi ses voiles bleus qui lui donnaient des ailes,

[...]

sa taille aërienne

qui voulait prendre son essor, à chaque pas,

d’un envol souple et languissant de tourterelle.

[...]

Ton sourire s’ouvrit en l’eau sereine de ton visage

comme sous la chute calme d’une fleur.

[...]

Baisse tes paupières mystiques et lentes,

comme des ailes d’ange qui se replient...

C’è dell’angelico, è vero, signore lettrici, in cotesta donna: tortorelle, ali, pupille abbassate, misticismo... tutto un materiale hughiano, cioè romantico, fatto apposta per dar ragione a Gustave Kahn, il quale vuol esser riconosciuto, nella sua qualità di capo-scuola del simbolismo, erede legittimo dei romantici. Ci sarebbe molto da citare anche nel forte e originale Chant de la jalousie, ma là c’è il demonio e lasciamolo stare...

Nei versi riferiti è in gran parte, ma non tutto, il materiale artistico del poeta: non tutto perchè qualche elemento si trova appena accennato, qualche altro vi manca interamente e di taluno non ci si può render piena ragione senza conoscerne il difetto o l’abuso. È già evidente, ad esempio, l’olimpica padronanza nel cogliere le varie relazioni delle cose fra loro in quella forma che chiamano metafora: ricordiamo l’apostrofe al mare:

par tes chemins de soie profonde et moëlleuse:

ma questa facoltà è dal poeta abusata là dove vuol esprimere delle sintesi di un astratto e un concreto o di due sensazioni, irreducibili; lo sentite infatti parlare di « vele più succulente che grappoli », di una « lana succosa di luce », ch’è un voler ridurre impressioni visive a gustative contro... il diritto delle genti; su quest’aria trovate pure non infrequenti delle « polpe siderali od astrali », polpe che non eccitano affatto l’appetito dei miei venticinque lettori.

Begli ardimenti ha il Marinetti nel cogliere relazioni tra gli astratti ed i concreti; ma si può essere molte volle audaci senza diventare almeno una volta temerarii? avere le ali, senza avventarsi al sole? V’invito dunque ad ammirare i suoi rires blancs, risa bianche, che ci mostrano due file di candidissimi denti in una bella bocca, ma non il suo haleine bleue de l’Infini; e che cosa pensare di una faim rouge e di certi cris blancs, gridi bianchi, e di una «voce nera» uscente dall’animo del poeta e di un « grido verdastro » udito da lui non so dove, ch’è forse la stessa cosa con il cri d’acier verdâtre che s’incontra poco dopo? Per finire, vi presento degli accecanti lumi di luna acides et corrosifs, acidi e corrosivi: insomma dei lumi di luna al sublimato. Birba d’un poeta!

&

Dalla sua spiccata inclinazione al metaforico e dai particolari atteggiamenti della scuola a cui appartiene, deriva il Marinetti la sua abilità al personificare, che già trapela nella descrizione del mare da me ricordata. Dire abilità è dir poco, è forse questo uno dei veri pregi artistici di lui: un suo intero poema: La conquête des Etoiles, è tutta una maravigliosa personificazione con cui si descrive una tempesta notturna di mare. Nella sua fantasia, nel suo rêve (chiamiamo le cose con i vocaboli cari al poeta) la tempesta prende forma di un formidabile assalto dato alle rocche siderali, la natura equorea si anima e si popola di esseri viventi: onde, marosi, trombe, tifoni, cicloni, liocorni, fanti, cavalli e cavalleresse, formano l’esercito invasore al cui comando, per merito o colpa del vocabolario francese, troviamo una donna, la mer souveraine, una vera Pentesilea furens, con amazzoni relative – e la battaglia scoppia fragorosa tra onde e folgori, tra acqua e fuoco, con la vittoria, s’intende, della prima, ch’è più furba.

&

Questo poema sotto il rispetto della personificazione, si può veramente chiamare il nescio quid maius che culmina con la figurazione del mare, a cui nulla manca per essere pittura e scultura insieme:

Une enorme face anguleuse et olivâtre

sortie toute ruissellante des eaux.

Une face aux méplats puissants de roches visqueuses,

sous une vaste chevelure liquide

soulevée et jaillissante en aurèole noire.

Ma la stessa Destruction è ricchissima di figurazioni umane che assumono anche maggiore varietà: dal sole immaginato come « un gran re barbaro che gira da lungi la sua faccia d’incendio sotto una tiara d’ebano, colossale, e scuote la sua barba dalle boscaglie di rame », alla lampada della veglia famigliare che « erge al cielo il suo collo di fiamma inarcando le sue ali luminose sulla tavola »; dai peccati « nell’ondeggiamento della loro figura lubrica e attorta, di vapore, con la faccia gialla, a losanga », alle montagne « sollevanti in fondo alle loro braccia nodose l’ombra fresca delle valli come dei gran mantelli neri »; e riassumo la più geniale fra tutte: quella delle piccole onde « dalle braccia fiorite, che tendono al poeta le guancie, sorridendo e nascondono i loro occhi lagrimosi sotto le braccia quando il sole si oscura ». Gridiamogli bravo!

Abbastanza dagli esempi precedenti si mostra la potenza della similitudine nel Marinetti, a cui il forte ed il grazioso sono egualmente accessibili; sentiamo dunque almeno la rapidità, direi quasi, del trapasso efficacissimo dall’astratto al concreto:

mon fou désir t’apparu dégaîné comme un glaive;

ne rischio un’altra:

vois tu... la chair brûlée

dans la tunique ardente d’un désir terrible....

Mi fo tirare gli orecchi dai retori; ho citato come una similitudine ciò che essi chiamano metafora, ma lo dirò anch’io: metafora, similitudine, allegoria, personificazione, sono o non sono sinonimi? Appunto – ed esprimono relazioni di cose tra loro, da sensibile a sensibile, da concreto ad astratto. Ecco tutto.

&

Quel poeta che è così felice nel produrre l’impressione delle marine e dell’amore, che traduce così bene in intuizioni artistiche sensazioni ed emozioni, che insomma la natura sente ed esprime con tanta verità (rieccomi a citare:

et je m’incline, avec délices, à droite, à gauche,

pour sentir, sur mon cou

s’enrouler les bras frais et duvetés du vent...)

quel poeta stesso, non raramente, diventa uno stilizzatore. Che cosa è in fatto La Conquête des Etoiles che, sotto un rispetto, io ho chiamata nescio quid maius. È la stilizzazione di una tempesta, stilizzazione dell’impressione dello spirito a contatto con essa, e perciò da quest’opera, appunto perchè prodezza di pura immaginazione, esula ogni sentimento; non v’è nè il terrore di chi teme, nè la selvaggia gioia di chi ama la forte ira del mare, non v’è fra quest’ira e la nostra psiche nessuna comunione, nessuna, a così dire, simpatia, preso il vocabolo nel suo significato scientifico; – tutta l’arte del poeta si consuma nei lettori in una, vorrei chiamarla, meraviglia degli occhi e degli orecchi; ma questa meraviglia, che ci fa tener sempre gli occhi sbarrati e gli orecchi tesi, finisce con istancare. Io scommetto che il poeta stesso si rilegge spesso e volentieri le prime cinquanta pagine del suo poema, ma poche volte e con minor compiacenza le ultime.

Cosa che sembra strana, in tanta rivoluzione di pensiero quanta ne contiene Destruction, non manca la forma arcadica! Il poeta della tradizione arcadica ha sempre per le mani il suo « cuore »,

se lo sdigiuna bene e se lo striglia

e se lo mena a spasso,

ma anche se la piglia con le « barbare stelle »; « cuore e stelle » ecco l’olla podrida dell’arcadia di tutti i tempi. E il Marinetti ch’è così poco arcade, rispetto a questi due brutti soggetti mi riesce arcade più d’una volta; non però un arcade vittorelliano, un arcade belante; – egli resta sempre arcade ruggente, che con le stelle fa pochissimi complimenti e dice loro molte impertinenze, minacciandole di trinciarle come bistecche: egli è un affamato di « polpe siderali ». Poiché, lo devo dire ora, il violento è lo stato normale della fantasia del poeta e le sue frasi sono tutto uno scoppiare di fanfare, di pirotecniche, di artiglierie; gran parte della sua poesia ci presenta sempre una sovraeccitazione singolare. – Udiamo: vents frénétiques spasmes affreux chansons spasmodiques, obscène torsion, doigts frénétiques.... e poi dappertutto si sente la fame rossa, la gioia rossa, l’ebbrezza, la febbre, la ferocia...

&

Finito? non ancora: il poeta ci deve render conto delle sue non poche oscurità che involgono particolarmente la raccolta nominata Le démon de la vitesse: trovo fumo e fumo, con parecchi belli sprazzi di sole appunto là dove capisco. Darò la colpa alla ritrosia del pensiero o alla fantasia del poeta? o alla mia negligente lettura? mi giustifico: come Gustavo Kahn desidera, dopo la prima lettura ho fatta la seconda, e poi, come piace al Manzoni, ci ho « pensato su » né ci fu verso di capire... Allora ho concluso che l’amico Marinetti, in quella parte del suo libro, ha voluto metter alla prova la fedeltà dei suoi lettori; scherzo che noi gli abbiamo perdonato – purché sia per una « volta sola! »

III.

Un trionfo al Teatro Sarah Bernhardt

Come nacque, si sviluppò, ingigantì nel Marinetti l’amore per l’arte, che tutto lo domina e cui egli tutto pospone, sì che assurge costantemente all’altezza di un fanatismo, con tutti gli entusiasmi e gli abbattimenti, le frenesie e gli abbandoni, i rancori e le tenerezze di una vera e propria passione ?

Certamente, in lui, una tale sete di conquista letteraria era latente; ma ad aprire il volo verso ampli orizzonti, a far sì che per lui diventasse una decisiva missione, valse il primo concorso bandito dai direttori dei famosi Samedis populaires di Parigi: Catulle Mendès e Gustave Kahn, che avevano la scopo di rivelare, per mezzo declamazioni di Sarah Bernhardt, le nuove energie poetiche francesi.

Il Marinetti studiava allora a Genova il diritto – con qual profitto è qui inutile dire –  e appena aperto quel concorso vi partecipò col suo poema Les vieux marins che, giudicato il migliore fra 200 altri concorrenti, venne dalla stessa Sarah Bernhardt declamato in un après-midi memorabile.

Egli si vide aperte così le porte degli editori – porte ben più serrate in Francia ai giovani, che non sian quelle degli editori italiani, e, appena laureato, si vide invitato, pressato ad assumere il posto di segretario di redazione delle riviste La Vogue e La Plume, diffuse ed apprezzate in tutto il mondo.

Quei posti egli tenne per lungo giro di tempo, finché uno studio sui fatti di maggio del ’98 (Milano), pubblicato dalla Revue Blanche, gli valse numerose collaborazioni periodiche dall’Italia a giornali e riviste di Parigi, costringendo a lasciare l’ambito ristretto di una sola rivista per una più ampia libertà di scrittore.

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Inoltre F. T. Marinetti iniziò al Grand Tkéâtre du Gynmase di Marsiglia una tournée di declamazioni poetiche che si svolse nei principali teatri di Francia.

Tutta la Francia si occupò dei successi entusiastici riportati a Marsiglia e a Lione da questo giovane poeta che per giudizio unanime della stampa fu proclamato il primo dicitore di versi francesi dopo Jean Richepin.

E noi non abbiamo che da rallegrarcene vivamente, poiché F. T. Marinetti fu il primo ed è il solo a far gustare dovunque le suggestive bellezze della poesia francese contemporanea.

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Molti nostri lettori ricorderanno ancora le numerose ed acclamatissime conferenze che F. T. Marinetti tenne successivamente nei teatri, nei circoli e nelle università popolari di Roma, Milano, Firenze, Genova, Livorno, Bologna, ecc., dove, innanzi a foltissimi pubblici intellettuali, egli illustrò e commentò mirabilmente le grandi figure della scuola decadente e simbolista, dal maestro, Charles Baudelaire, a Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, Gustave Kahn, Henri de Régnier, Maurice Maeterlink, Vielé Griffin, Verhaeren, Tailhade, Moréas, Merrill, Paul Fort, la Comtesse de Noailles, Tristan Klingsor, F. Jammes, e tanti altri poeti geniali, sino ad ora fra noi sfortunatamente sconosciuti.

La ristrettezza dei limiti di questa pubblicazione mi vieta di riportare i giudizi dei giornali francesi che dedicarono allo squisito dicitore lunghe colonne e furono concordi nel rilevare l’enorme successo ottenuto dal Marinetti sul pubblico che stipava il Grand Théâtre du Gymnase. Certi brani, come il Caïn di Victor Hugo, detti con una forza di espressione e con una passionalità di sentimento magistrali, fanatizzarono addirittura la folla, che salutò il poeta con grandi e replicate ovazioni. Feste calorosissime gli furono pure tributate dai poeti provenzali che hanno a Marsiglia un originalissimo e fiorentissimo club.

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Dopo il trionfo di Marsiglia, F. T. Marinetti si recò a Nizza, indi a Cannes e a Lione, per giungere poi a Parigi dove egli compì la sua tournée con altre due conferenze e dove, proprio nello stesso tempo, vedeva la luce, edito dal Mercure de France, le Roi Bombance, che sarà presto rappresentato su una delle principali scene della metropoli francese.

Fra le più mirabili poesie del Marinetti, quella che gli valse maggiormente a conquistarsi, nei salotti eleganti e nei circoli letterari, la fama di grande poeta ispirato e di dicitore perfetto fu senza dubbio la sua violentissima Ode à l’Automobile, che è la più forte e più riuscita esaltazione dei motori a scoppio che sia mai apparsa nella letteratura europea.

Nemmeno il Maeterlinck, nelle sue celebri pagine dedicate all’ebbrezza delle grandi velocità in automobile, raggiunse la potenza d’ispirazione che ci si rivela in quell’ode meravigliosa.

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Per esaurire l’argomento « Marinetti dicitore », ricorrerò ad un’altra citazione, e riporterò un altro articolo di E. Janni, pubblicato, alcuni anni or sono, dalla Lombardia: « F. T. Marinetti è noto in Milano per un poema, La conquête des Étoiles, apparso nelle vetrine dei nostri librai, e per le frequenti letture di poeti simbolisti e decadenti, lui compreso, che offre al pubblico intellettuale.

È un giovane, d’aspetto simpatico, che conosce l’utilità del sistema per il quale l’Italia letteraria è così fervorosamente rappresentata dal Pastonchi, e che vi mette una semplicità – così ne mettesse nelle sue composizioni – non priva di buon gusto.

Credo che si vada volentieri a udirlo, prima di tutto perchè, innegabilmente, sa scegliere con finezza di senso artistico quello che declama, e poi perchè compie il suo ufficio senza quelle presuntuose complicazioni, che paiono attribuire al pubblico un più o meno vasto corredo.... d’ignoranza. E se la moda oggi è questa, che ogni alunno delle Muse, anche quando in Elicona appartenga alla ferravilliana Class di asen, porti in giro a convegni di persone ben vestite e di signore sinceramente disposte alla pâmoison estetica le sue grandi cose o le sue cosette poetiche, non vi sarebbe ragione di criticare nel poeta francese Marinetti un così caldo consenso nella consuetudine recente; prima di tutto perchè ogni moda ha nella sua realtà una logica, sia pure effimeramente, vitale, e poi perchè egli ha più di molti altri il diritto di chiedere a un pubblico intelligente e colto attenzione e simpatia, cioè giudizio e incoraggiamento.

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Nella sala dell’Esposizione permanente di belle arti il poeta Marinetti ha letto ieri a un considetevole uditorio di signore e di speranzosi giovani intellettuali parecchie belle poesie, che il pubblico con gli applausi dichiarava di gustare profondamente.

Ha incominciato con due squisiti petits poèmes en prose e con Le balcon di Carlo Baudelaire, che – sia detta la dura verità ai mani del grande poeta – sono stati applauditi meno di tutte le altre poesie. Poi ha declamato, molto bene, quel capolavoro di Laurent Tailhade che è l’inno all’Anarchia, mirabile di compostezza e di forza, di semplicità, d’eleganza, d’ardore – una fusione squisitamente armoniosa di grazia trascendente e di veemenza selvaggia, dinanzi a cui naturalmente doveva impallidire una piccola poesia d’Enrico de Régnier, e dovevan perdere un po’ del loro effetto sull’anima degli uditori i bei versi inediti dell’Hérédia.

Un brevissimo dialogo del Maeterlinck – una cosa gentile e fine e soavissimamente triste – ha chiusa la parte tutta eccellente della lettura: quindi sono venuti, oso dire per ordine di filiazione intellettuale, il Mallarmé, il Kahn, che ha dedicato Le corifé de l’Or et du Silence a Stefano Mallarmé, e il Marinetti, che ha dedicato a Gustavo Kahn La conquête des Étoiles.

E mi permetto di dividere arbitralmente in due parti la lettura, perchè tra il Baudelaire, il Tailhade, l’Hérédia e il Maeterlinck – benché quest’ultimo abbia commesso Les serres chaudes – e il Mallarmé, il Kahn ed il Marinetti, è una profonda differenza, costituita dalla semplicità nella ricchezza, per la forma, e dalla sobrietà nella complicatezza, per la sostanza, nelle opere dei primi, e dalla incertezza o dalla deficienza di semplicità e di sobrietà nelle opere dei secondi.

Certo, il Mallarmé è parecchio più su del Kahn e del signor Marinetti, e gran parte della poesia di lui recitata dal fervente ammiratore ha una bellezza che neanche il « basso vestiario » romantico delle ali poetiche riesce ad attenuare; ma Les marteaux de la Destinée, se ben ricordo il titolo, di Gustavo Kahn, hanno tanto più rumore di parole che sostanza d’idee e tanta più enfasi retorica che impetuosa forza, da togliere al simbolo gran parte dell’efficacia cercata dall’autore.

Di poesie proprie il poeta Marinetti ha dette parecchie: Les hâleurs infatigables, l’Aube japonaise, un sonetto Infidélité, un canto, quello dell’Eclaireur d’or, della Conquista delle stelle, e un’ode dedicata al Marradi.

Les hâleurs infatigablesdulcis in principio – è una poesia deliziosa, piena d’armonia, di soavità, di finezza, agile ed elegante nella forma, tutta ben rispondente alla qualità delle sensazioni espresse; l’Aube japonaise ha parecchie belle immagini, emergenti dalle frasi sovraccariche, e una, efficacissima, del Sole Mandarino: il sonetto Infidélité è la narrazione d’un tradimento commesso dal poeta a danno di sa brune con un fiore d’iride, col quale si potrebbe quasi sospettare che egli si sia idealissimamente corrotto. L’Eclaireur d’or è forse il miglior canto di quella Conquête des Etoiles, che, a giudicar dalle altre poesie udite, dev’essere la peggior cosa (e l’ho letta tutta) del Marinetti, per ciò che, volendo contenere, non contiene, e per quello straripamento di secentismo, a ondate d’immagini strampalate, da cui a fatica emergono, come lembi di isolotti verdi, certi passi fatti con gusto e con forza.

Finalmente, l’ode a Giovanni Marradi, ispirata – ha detto il poeta – dal très célèbre (allons donc!) poema del Marradi su Lucrezia Borgia, dalle Ballate moderne e dalla Rapsodia garibaldina, tre cose appena meglio che mediocri, che hanno ispirato al signor Marinetti un’ode appena meglio che mediocre nella parte garibaldina, e bella invece, più della ispiratrice poesia, nella parte riferentesi a Lucrezia Borgia e alle Ballate moderne.

Il poeta Marinetti declama bene, e adopererei più volentieri il semplice e il bel verbo dire, se la sua mimica – minuziosa nella rappresentazione sino alla stanchevolezza – non guastasse la compostezza dell’espressione, e però credo che se leggesse, invece di recitare a memoria, sarebbe leggitore eccellente.

Quanto alla sua tendenza artistica, non ho nulla da dire, perchè troppo è da dire, che sarebbe troppo inutilmente detto. Egli ama – mi perdoni l’orrendo gioco di parole e lo intenda discretamente – in-Kahn-agliarsi; e, poiché sa e gli altri sanno, che è un giovane di molto talento, scriva magari un altro poema: il suo uditore di ieri gli augura con fraterna cordialità che l’opera sua duri più della scuola alla quale appartiene ».

IV.

Un epitalamio funebre

La personalità artistica del Marinetti è, come ho già detto, eminentemente interessante e bizzarra. Essa si rivela, si impone in ogni momento, quando una circostanza qualsiasi lo richiami alla necessità di una personale affermazione.

Così, quando il collega Anastasi, lo chiama a testimone, con Giannino Antona Traversi e col barone Ferrero, di sue nozze in Firenze (10 giugno 1904) egli offre agli sposi appunto la Momie Sanglante, declamandola al banchetto nuziale, e smorza lo stupore inevitabile prodotto nei convitati dal sapore funebre del dono, col seguente indovinatissimo prologo :

« En le jour augural de son mariage avec M.lle Marthe Siccoli j’offre et je dédie à mon cher ami Guglielmo Anastasi La Momie sanglante, cette oeuvre impregnée d’aromates funèbres et toute palpitante de désir comme un rosier au soleil, pour qu’au festin triomphal de sa Jeunesse radieuse, il ose le ver très haut la coupé de l’Amour incrustée d’astres et toaster hardiment la Mort, en songeant au raffinement des anciens Egyptiens, qui n’admettaient point de festin sans squelette, ou sans un emblème quelconque de la brièveté de la vie ».

Eccentricità simili dovevano necessariamente concorrere a far sì che il Marinetti fosse molto criticato ed ammirato all’estero. Egli si fece notare, criticare ed ammirare con lo stesso significato e per la medesima ragione artistica per cui si matura la vicenda letteraria di una nazione. Ed unico forse è attualmente il Marinetti, che, italiano, si è veduto valutare come scrittore assolutamente francese, debellando il rigido nazionalismo intellettuale della nostra amica se non più alleata Francia, e considerare come un collaboratore valido dell’odierno movimento poetico di lassù, pur rimanendo intimamente italiano.

&

Ma è egli veramente italiano? Questa domanda ci siamo noi rivolta sovente, mentre coglievamo i complessi e strani atteggiamenti di lui, e ne osservavamo i gusti novissimi e bizzarri.

Se i gusti, i desiderii, il sistema di vita, la psicologia insomma di un individuo – e mi si passi la parola – la sua animalità istintiva, hanno intimi rapporti e invincibili collimanze con le sue manifestazioni intellettuali, Marinetti compendia in sè le più strane caratteristiche e gli spunti atavici orientali insieme con quelli europei. Egli ha il calcolo anglo-sassone, la tenacia nordica, segue il fatalismo sacro sulle sponde del Nilo, la spensieratezza latina e la genialità impulsiva e irresistibile dei nostri fratelli meridionali.

Ma inutile sforzo è quello di volere inquadrare la personalità di Marinetti senza parlare di Poesia, rassegna internazionale la quale è diventata in quattro anni di vita il più importante, dei periodici letterari di Europa, ed anche, quello che è più – attenti, signori amici lettori! – amministrativamente attivo.

Il mistero per eccellenza, anzi il trionfo dell’assurdo!

Perchè, se un navigato giornalista, un po’ più amministratore che uomo di lettere, un po’ più capitalista che poeta, si fosse cacciato in testa di dar vita, proprio in Italia, patria classica dell’analfabetismo, ad una rivista esclusivamente poetica ed eminentemente internazionale, tutti gli avrebbero dato del matto – e i fatti lo avrebbero castigato nella borsa.

&

Avvenne invece che in una sera dell’inverno del 1905, all’Aragno, Marinetti, trovandosi per far due chiacchiere con degli amici, tracciasse il vasto programma di una rassegna mensile destinata ad accogliere il verbo ultimo, sincero, incorrotto, di tutti i poeti moderni in tutti gli idiomi della umanità. Un cenacolo di poeti sorse immediatamente.

Tutti, sotto l’impulso di Marinetti si inebriano delle proprie parole, racimolano quanto hanno in tasca, si piantano a Milano in casa del primo e danno alla luce un quid editoriale che diventa subito una buona speculazione.

L’ho detto: è il trionfo dell’assurdo.

Ma v’ha di più – ed è anche come la prova lampante della mia asserzione.

Se quel tal giornalista navigato avesse avuto ridea, e avesse trovato i quattrini per attuarla, avrebbe subito giudicato indispensabile un amministratore, e l’avrebbe cercato abile e astuto, ragioniere patentato ed esperto di mastri all’americana.

Invece F. T. Marinetti scelse una donna per amministrare Poesia, una donna ignara di scienze contabili e novissima nelle complesse mene editoriali.

Una donna, con un cervello di donna, con l’intemperanza e lo spirito d’economia famigliare di una donna.... sia pure essa l’intellettuale signora Lisa Spada, dalla squisita sensibilità e dalla mente nobile e colta!

V

Una rivista unica al mondo

Marinetti solo compì questo trionfo dello assurdo. A chi gli chiede come, senza aiuti, può continuare in una fatica improba e incessante, che non tollera riposi e vieta ogni debolezza – egli risponde con uno di quegli ironici sorrisi che sono l’affermazione arguta della sua eccezional vigoria.

Dotato infatti d’una salute di ferro, d’un organismo fisico che gli permette di lasciare un allegro simposio per scrivere una di quelle brillanti « chroniques » al Gil Blas di Parigi, che costituiscono da alcuni anni la delizia di migliaia di lettori, e che i giornali di provincia – ovunque meravigliosi plagiarii – riportano con tenace entusiasmo, e passare poi dall’articolo ad una discussione tecnica col tipografo o ad una gita in automobile, – indi ricevere amabilmente una a dieci delle centomila persone di ambo i sessi che fan mèta di gaiezza e di rêverie la sua casa – dotato d’una volontà incrollabile – anzi volitivo in tutta la sua esistenza psichica, e instancabile, tenace, egli ha saputo dedicare alla sua rivista tanto tempo quanto forse un professionista dell’amministrazione in limite di fallimento, eppur in speranza di salvezza, abbia potuto mai dedicare ad una azienda.

&

Eccomi dunque ricondotto a parlare di Poesia. Cedo la parola a Ferdinando Paolieri, che, con entasiasmo, la esalta nel Fieramosca:

« Vive ora il suo quarto anno, nella città che i miopi chiamano la più apoetica d’Italia, Milano, una splendida rivista consimile dacché non si pubblicano più da un secolo i bizzarri Almanacchi delle Muse. »

È bene che Poesia (poteva chiamarsi altrimenti la rivista?) sia nata accanto al lavoro delle macchine, delle industrie e dei traffici.

Ebbe così agio di afferrare, sin dal suo nascere, il senso vero della vita e di odiare

mancano tre pagine (con figura p. 124, una bianca p. 125,

e una con scrittura corrispondente alla pag. 126)

considerava la poesia. Ne aveva fatte comporre una infinità, di varie dimensioni; e con quelle tappava un difetto d’impaginazione.

– Per riempir qui mi occorrerebbero quindici punti di poesia. E il proto andava a trovargli la poesia di quella dimensione.

Agli editori! Peggio! Vi cacciavano se non pagavate, subito, all’atto della proposta, il prezzo del libro pubblicato come a vostre spese.

Poesia, e per lei quell’entusiasta evolutore di ridde ritmiche e fantastiche che è F. T. Marinetti, volle dare anche ai giovani poeti la loro rivista, la loro palestra, il loro luogo di convegno dove anche non disdesgnassero sedersi le celebrità nostre e straniere: un veicolo di diffusione e un veicolo di conoscenza.

Una rivista che fosse anche, diremmo, un « ferro del mestiere », un luogo cioè dove ci si potesse mettere in diretto contatto coi nuovi cercatori di sogni, coi nuovi trovatori di forme e ci ponesse a contatto con gli stranieri finora ignoti od oscuri a noi.

Un boschetto lieto di sempre nuovi voli, sino alla frenesia.

&

Chi diede vita a questa bella cosa?

F. T. Marinetti, egiziano di nascita, francese d’origine, italiano d’adozione.

Temperamento poetico di prim’ordine, esuberante, vigoroso, violento, inesauribile, il Marinetti accoglie in sè le tre qualità più essenziali delle regioni che se lo contendono figlio.

È un simbolista vero, nel senso nobile della parola, ed è stato l’araldo presso di noi di questa forma d’arte di cui si son fatti loro retaggio i francesi.

La rivista del Marinetti accoglie la produzione più varia e più disparata.

Dal Viélé Griffin al quasi ignoto e pur grande Giuliotti, dal Pascoli ad Hélène Vacaresco, poeti d’ogni indole e di ogni nazione vi hanno collaborato e vi collaborano.

Il suo direttore instancabile, in mezzo alle ricerche affannose di nuove rivelazioni letterarie, trova il modo di scrivere grandiose opere in versi quali Destruction, La conquête des Etoiles, lavori satirici di gran mole come l’ormai popolarissimo Roi Bombance, il successo del giorno, e di attendere ad un romanzo che vedrà tra breve la luce.

Al Marinetti non auguriamo che una cosa, del resto meritatissima, che cioè la sua rivista coroni il nobilissimo scopo che la informa, trovando fra tanti l’atteso poeta giovine italico, che in sé racchiuda gli elementi destinati a sollevare l’Arte fino alle scaturigini pure e lo riveli al pubblico purtroppo abbagliato dagli orpelli dei saltimbanchi della letteratura, che invitano di sulle gazzette compiacenti alle pantomime oscene che si fingono all’interno dei loro baracconi variopinti.

Facendo questo il nostro poeta avrà raggiunta la mèta più alta a cui possa aspirare egli che è scevro di qualunque preconcetto di scuola o di chiesuola e che accoglie con eguale serenità le manifestazioni dell’arte fantastica d’oltr’alpe e di quella austera, luminosa, serena, quale ci tramandarono i padri nostri attraverso le loro visioni immacolate.

E gli italiani, al di sopra delle meschine invidie dei deboli o dei maligni, debbono comprendere tutta la generosità della fatica del Marinetti e essergli grati di tutto ciò che egli fa per suscitare davanti ai nostri occhi fantasmi maravigliosi, Euforione cortese, guidato da un intento nobilissimo fra quanti ve ne furono.

VI.

Un plebiscito Internazionale di celebrità.

È necessario che noi insistiamo nel dimostrare l’importanza e l’autorevolezza di Poesia per giustificare alcuni episodii che verremo narrando ed illustrando. Questi episodii da soli, senza una premessa potrebbero apparire spunti isolati e privi di significazione, atteggiamenti voluti dal Marinetti – mentre non rappresentano che risultati di altrettante vittorie dell’operosità e dell’intelletto di questo uomo eccezionale.

Basteranno poche citazioni degli omaggi spontanei che i più grandi uomini di lettere hanno voluto tributare a questa periodica pubblicazione intemazionale, che, unica del suo genere, nata in Italia, onora altamente la letteratura di tutta Europa.

Essa pubblicava infatti, nel suo numero iniziale – quattro anni fa – prima che ogni indiscrezione fosse apparsa sulla Nave di D’Annunzio, e mentre quella tragedia poteva ancora essere considerata come una pura concezione, una scena importante di essa. Ornamento e augurio migliore non poteva offrire il massimo poeta italiano ad una pubblicazione che nasceva con scritti di Pascoli, Marradi, Ada Negri, Mistral, Paul Adam, Catulle Mendès, Gustave Kahn ed altri fra i maggiori.

&

L’illustre romanziere Paul Adam, associandosi al plauso generale, dichiarava, in un grande quotidiano parigino, che Poesia costituiva un superbo capolavoro collettivo del pensiero latino, ed aggiungeva:

« F. T. Marinetti, Gabriel D’Annunzio, Catulle Mendès et Madame de Noailles ont merveilleusement exprimé le genie des Méditerranéens. Si Marinetti pourra ainsi réunir fréquemment les meilleures mentalités de nos races, il aura bien mérité de l’avenir et de l’histoire ».

E il creatore del verso libero, Gustav Kahn, scriveva alla sua volta :

« C’est avec un vif plaisir que je salue en Poesia une revue dédiée toute entière aux « beaux rythmes et à la fleur du monde, la Poesie. Que Marinetti a raison, en son jeune enthousiasine, d’en etre le servant obstiné et exclusif, d’en être l’apôtre opiniâtre. Il a ce droit, lui qui sait écrire des beaux vers épiques, qui a créé ces belles métaphores continues de la Conquête des Etoiles et de Destruction.

Je souhaite à Poesia beaucoup de poèmes comme ceux de M. Marinetti, où s’allie à la richesse du lyrisme, sa souplesse ».

E la contessa De Noailles:

« Cette Revue dédiée à la Poesie est pour nous tous une œuvre énivrante; et quel beau Cahier que colui qui s’ouvre par un chant de Gabriele D’Annunzio, poète du ciel, de la terre, de la mer et de l’air, appele à la domination du monde, – et on l’on voit luire, signée de F. T. Marinetti, Directeur de Poesia, une Aube Japonaise delicate et violente, où se mêlent deux de ses dons précis, l’intensité et la tempête, – source d’un bleu dense et pur, qui, sans se diluer, joue dans la vaste mer ».

E intanto dell’opera intellettuale di Marinetti costantemente si va occupando la stampa italiana e francese. Non sarà male che noi riportiamo alcuni giudizi, a maggior tranquillità del lettore sulla nostra obiettività:

La bella rivista torinese La Donna pubblicò un giorno una pagina piena di fervido entusiasmo dovuta alla penna di un critico che gode fama di severissimo giustiziere.

Eccone un brano :

« Tra i moderni letterati, che veramente possono aspirare con caratteristiche creazioni d’arte a quella fama ch’è sogno d’ogni anima ardente, grande posto tiene F. T. Marinetti, giovane di felici ardimenti, di caldi entusiasmi e di potente immaginazione poetica.

Per questa impavida figura di giovane artista, la nostra letteratura oltrevarca le Alpi, si affratella all’arte straniera, vi si confonde, e ne genera poemi così irrompenti e così fiammanti di idealità da poter rivaleggiare con quelli della Francia, della Germania, dell’Inghilterra e della Spagna contemporanee.

L’ardimentoso spirito, che infrange così vittoriosamente i limiti tradizionali delle aristocratiche letterature indigete, ha creato in Milano una rassegna di poesia, che simboleggia il carattere del pensiero e della vita – direm così – cosmopolita di Marinetti.

Egli, per vero, merita d’esser considerato come uno di quei primi avveniristi, cui non conchiude l’intelletto la cerchia visuale degli orizzonti: ma che, avidi dello spazio, aspirano alla universalità, alla cittadinanza di tutto il mondo!

Né al Marinetti, per più discreto ideale, mancherebbero gli inerenti caratteri: è nato in Egitto, ad Alessandria, dove, giovanissimo, fondò la rivista lettetaria Le Papyrus. Trasferitosi quindi in Francia, fu, a Parigi, studioso di lettere alla Sorbona, redattore all’Anthologie - Revue, prediletto da Catulle Mendès, da Gustave Kahn e da Sarah Bernhardt – che nel suo teatro declamò del Marinetti due poemi; – redattore e collaboratore alle principali riviste francesi, tedesche e inglesi; poi, venuto in Italia, si laureò in diritto all’Università di Genova, e in ultimo si stabilì a Milano, ove iniziò le pubblicazioni della ormai celebre rassegna internazionale Poesia. »

&

Ma l’orgoglio di pubblicista del Marinetti tiene più capace dominio; però ch’egli è nobilmente fiero d’aver fatto conoscere in Italia – a Roma, a Milano, a Genova, a Bologna, a Firenze, a Venezia, a Livorno, ecc. – per via di numerose conferenze, lo splendore della letteratura francese contemporanea.

Egli si fece molto ammirare come dicitore al Théâtre du Gymnase di Marsiglia dove il suo trionfo è rimasto memorabile.

Ed al perfetto declamatore dei versi di Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Maeterlinck, Rimbaud, de Régnier, furono grati gli italiani, ammiratori sempre dalle grandi manifestazioni d’arte. Marinetti fece così conoscere anche quell’altissimo genio letterario che è Gustave Kahn, l’autore del Conte de l’Or et du Silence, »

Ed eccone la conclusione:

« Quindi nella buona attesa degli annunciati romanzi Les porteurs de soleil, Le roi des rues chaudes, chiudiamo il nostro studio su questa bella figura di poeta dalla fantasia vertiginosa, riconoscendo pure nel Marinetti un audace trageda e un ardito pubblicista di grandissimo merito. Sinceramente ammirando, ci arrestiamo fiduciosi nell’atto di predire una mèta gloriosa all’arte del giovane scrittore. »

VII

Una tragedia gastronomica

Domenico Oliva, anch’egli ammiratore – come tanti altri critici illustri – della esuberante genialità del Marinetti, così chiudeva un articolo nel Giornale d’Italia a proposito di Roi Bombance:

« F.T. Marinetti ha trascritto un sogno, lo ha trascritto con pletorica abbondanza giovanile, con un gioco d’« ibis et redibis » che può anche stancarvi e stordirvi; vi ha cacciato dentro non poco disordine, qualche lungaggine, e un lusso fastoso di parole rabelaisiane precise, crude quanto mai, e si è divertito ad accatastare cose iperbolicamente grottesche. Ma qui c’è molta fantasia, molta verità anche, molta sincera amarezza, e sopra tutto molta bravura letteraria. E Le Roi Bombance, insomma, merita la sua singolare fortuna franco-italiana ».

Anche Mario Morasso, nel Mattino di Napoli, lodava con molto calore la poderosa opera, terminando con le seguenti conclusioni, il lungo articolo ad essa dedicata:

« E se volete a tutti i costi un’etichetta, eccola: Il Roi Bombance è la più gigantesca e mordente e amara caricatura che mai si sia fatta della immutabile bestialità umana e delle rivoluzioni sociali in cui essa viene sempre a galla. »

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All’estero si occuparono lungamente del Roi Bombance, Gustave Kahn, René Wisner, Theo Varlet, Maurice Muret e Jules Bois, che, nel Gil Blas, così presentava il poeta:

« M. F. T. Marinetti a de quoi rendre jaloux Stendhal; il est né à Milan et il est poète – poète français. Non content d’avoir publié deux volumes de vers d’un lyrisme éperdu sous ces titres: la Conquête des Etoiles et Destruction, il edite une revue Internationale: Poesia, consacrée aux Muses de tous les pays, surtout aux latines, j’entends la française et l’italienne. Il a un enthousiasme débordante une jeunesse plantureuse, une gentillesse invincibile ».

Ed Emile Bernard, nella Rénovation Esthétique, così parlava della tanto ammirata tragedia satirica:

« M. Marinetti est un créateur inattendu et singulier, son verbe abonde en pittoresqne et en images; il déroule sa grande toile qui serait à la fois de Tintoret, de Dorè et de Goya, avec une désinvolture toute naïve et toute grandiose. J’aime la construction de sa tragèdie et j’en aime beauconp la liberté et la vie; il excelle à dire avec force; il abonde en trouvailles si ingénieuses qu’elles pourraient bien être le génie. D’aucuns lui font le reproche d’écrire à la diable sous le fouet de sa violente improvisation... Ce ne saurait être un reproche, puisque nul ruisseau n’est sans pierres, et plus est puissant le torrent, plus il charrie de détritus; mais il est beau d’être un torrent et de peindre en trempant sa brosse dans le safran des aurores, et le carmin des crépuscules. C’est une œuvre en vérité toute crepitante que ce Roi Bombance et si des encens noirs s’enroulent à ses derniers feuillets, on en garde comme un éblouissement de force jeune et innombrable qui élève l’ouvrage à l’importance d’une découverte.

On peut tout attendre d’une imagination si feconde en évocations et en peintures, car elle brille comme un diamant aux mille facettes où le soleil ardent se multiplie éblouissamment. »

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Così Emile Bernard. Ma per chiarire meglio ai lettori la concezione e la tela di questa bizzarra tragedia che tanto clamore di lodi e di polemiche sollevò attraverso tutta la stampa europea, riprodurrò un intero articolo di Notari, il celebre romanziere di Quelle Signore :

« Dobbiamo alla squisita cortesia di Alfred Vallette, il valorosissimo direttore ed editore della celebre rivista Le Mercure de France se oggi noi siamo in grado di offrire ai nostri lettori una vera primizia, riassumento a tratti, sulle bozze di stampa, la tela della nuovissima opera del poeta F. T. Marinetti, nostro eminente collaboratore. Le Roi Bombance, tragedia satirica che sta per vedere la luce a Parigi, attesa colla più viva curiosità da tutto il mondo letterario francese.

F. T. Marinetti che non ha per i nostri lettori bisogno di presentazione, è diventato a Parigi, dopo una serie di articoli che i più grandi giornali parigini, dal Temps al Figaro, dal Gil Blas al Gaulois han consacrato ai suoi due ultimi poemi La Conquête des Etoiles e Destruction, il poeta in gran voga, e se i grandi salotti dell’aristocrazia francese e italiana, da quello della Principessa di Monaco a quello della Contessa di Noailles, di Paul Adam, di Madame Stern, di donna Vittoria Cima e del conte Scotti, ecc... si contendono la sua appassionata conversazione, le grandi case editrici si disputano le sue opere roventi di una immaginazione senza freni e senza limiti che vi avvolge e vi trasporta nello spazio come un turbine di tempesta.

Il lavoro che come dicemmo è atteso con sì viva impazienza eluderà le generali aspettative. Niente lirismo sentimentale, nessuna esuberanza di sogni e di nostalgie, nessun volo vertiginoso, ma ironia sintetica, cruda e quasi diremmo brutale della grande lotta sociale, in un quadro atrocemente grottesco e paradossale, ove tutti i sentimenti che agitano e si agitano nella nostra umanità per la conquista della irraggiungibile felicità, sono riassunte e simboleggiate da mostruose figure caricaturali proiettate in una ridda di gesti e di movimenti buffoneschi e scomposti che richiamano alla mente le più allucinanti e comiche smorfie delle divinità indiane e cinesi.

Il poeta ci trasporta in un paesaggio stranamente « gastronomico » ove un popolo, i Bourdes, unicamente preoccupato di mangiare e perciò consacrato al culto del palato, dello stomaco e dell’intestino, invoca turbolento e minaccioso dal proprio re crapulone, il Re Bombance, l’ideale festino che sazierà alfine l’appetito millenario trasmesso di generazione in generazione.

« Nello sconfinato parco reale, folto di piante fruttifere, invaso dalla folla affamata, sorge il castello Bombance somigliante esattamente a una colossale torta luccicante, tutta merlata di zucchero roseo, e fiancheggiato ai quattro angoli da verdi torri le cui feritoie bianche sembrano sprizzare la crema Chantilly.

Il castello ed il parco appaiono dominati da strane architetture sovrapposte, di colori appetitosi, che digradano nello spazio.

Si direbbero degli immensi colonnati di cioccolata, delle terrazze di burro aurato, dei balconi a ricami di croccante, delle verande festonate di frutti canditi che sembrano pendere dalle nubi.

L’azione s’inizia in un saporoso meriggio di maggio color di miele. Nell’aria profumata di squisita pasticceria, suonano lenti rintocchi funerarii.

È morto Ripaille, primo ministro cordon bleu del regno dei Bourdes.

Mentre la folla irritata ed esausta dalla fame, assiste malevola ai grandiosi funerali, e Bombance preoccupato da una rivolta imminente rimpiange il suo defunto ministro e l’impareggiabile sua forza di governo, giungono i suoi vassalli i quali narrano dello scontento e della fame generale.

La rivoluzione incalza: Bombance brandisce invano la sua forchetta d’oro, insegna del comando supremo e la sua spada (che finisce in cucchiaio). Egli sta per perdere la testa fra le proposte del suo consigliere Vachenraget e quelle di moderazione e di indulgenza fattegli da Poulemouillet, altro suo consigliere.

In quella s’avanza dalla folla Estomacreux, capo rivoluzionario il quale domanda che il governo culinario dello Stato sia affidato per un esperimento di ventiquattr’ore ai tre guatteri popolari Syphon, Tourte e Béchamel.

– Affidateci – essi dicono al re – le vostre cucine, il vostro castello coi suoi immensi granai e le sue enormi cantine e noi vi prepareremo quel banchetto che da tanto tempo il popolo invoca, e che sazierà alfine i suoi antichi appetiti, la vostra fame e quella dei vostri vassalli.

Il re acconsente e nel secondo atto assistiamo alle invettive della folla, ancora una volta ingannata, che attende impaziente sotto le vetrate fiammeggianti delle cucine regali ove i tre guatteri stanno preparando con burocratica solennità, l’allucinante banchetto.

Syphon, Tourte e Béchamel, da guatteri promossi a cuochi della felicità universale, ritti dietro i merli rosei del castello, agitano le loro enormi casseruole d’oro, dal lunghissimo manico, e parlano enfaticamente per tenere a bada la folla colla descrizione del meraviglioso menu, Estomacreux, intollerante di frasi e di lusinghe vuol mangiare subito, e reclama per il suo partito di azione rivoluzionaria immediata, l’apertura del castello Bombance, e insofferente di ogni altro indugio lancia la folla contro le porte, che vengono abbattute.

Nel terzo atto la folla è seduta a tavola, una tavola immane della quale non si vede la fine. Passa una interminabile processione di buoi e di vitelli arrostiti e fumanti, portati su barelle e inghirlandati di erbe aromatiche. Passano valletti che reggono sul dorso grandi otri di vino.

E qui la tragedia assume delle proporzioni paradossali: la moltitudine mangia e si rimpinza senza posa, in un ruminare torvo di mascelle formidabili, in uno schioccar di palati voraci, in un’esalazione di fiati gravi: un fumo grasso si alza sui banchettanti e sembra attutire il frastuono lontano delle cucine ardenti, il rumore delle stoviglie, l’urlo incomposto degli ubbriachi che niente sazia: a grado a grado, gli implacabili appetiti di tutta l’umanità, un istante trattenuti all’inizio del colossale festino, ritornano più arroganti e più feroci: tutte le voglie si scatenano, tutti gli egoismi divampano; i banchettanti si insultano, si strappano le vivande e si azzuffano in una lotta che non ha più nulla di umano.

La seconda parte del terzo atto è come l’incubo spaventoso di questa mostruosa indigestione.

E nel quarto atto il Re Bombance ristabilisce il suo potere autocratico, che poi verrà di nuovo atterrato dalle orde fameliche, in una eterna altalena di vita e di morte.

Nel Re Bombance, oltre ai personaggi ai quali abbiamo accennato, altre figure sono disegnate magistralmente: l’Idiot l’unico dei Bourdes che non pensi a mangiare, ma che, armato di una daga spezzata e di una cetra, parla famigliarmente con la luna e colle stelle, evocando sogni e imagini poetiche, sì che la folla bruta lo accusa di stregoneria, lo schernisce e lo bastona: Anguille, un furbacchione astutissimo che ottiene a furia di scaltrezza ciò che gli altri ottengono con la forza; il Père Bedaine, cappellano del re, grasso, untuoso e ghiottone. Particolare curioso per l’opera di un poeta che ha scritto le più belle liriche dell’amore e delle sensualità: nessuna figura femminile ha parte nella nuova tragedia; tutte le donne partono al primo atto, abbandonando indignate mariti e amanti, le cui voglie non hanno di mira che lo stomaco e l’intestino.

Questa, a larghissimi tratti, la tragedia del poeta F. T. Marinetti, fondatore di Poesia e primo divulgatore in Italia dei grandi poeti simbolisti francesi.

La satira e la caricatura sono evidenti: non a torto abbiamo definito questo teatro, « teatro caricaturale »; ma si tratta di un teatro caricaturale che non ha nessun precedente nella storia del teatro. »

VIII.

Un nuotatore insuperabile

Trovare Marinetti è la cosa più facile del mondo. Non così parlargli. Se voi, durante la giornata, vi recherete a casa sua, nove volte su dieci vi risponderanno che c’è. Ma se sarà mattina, dieci volte su dieci vi si risponderà che dorme. È una delle tante menzogne colle quali un lavoratore trova il modo di poter non essere interrotto per qualche ora; certo però è la menzogna più indovinata. Approfittando della fama che gli intellettuali hanno meritata di nottambulismo e di pigrizia mattutina – egli, feroce e incorreggibile nottambulo, quanti altri mai ve ne furono, egli l’ha adottata e afferma di trovarla utilissima. Tutti credono infatti alle parole della Nina, la giovanissima e vezzosa cameriera che ha la custodia officiale della porta di casa:

– Il signore dorme.

Ma Marinetti è sveglio e lavora.

Egli è infatti una di quelle fortunate tempre di uomini cui poche ore di sonno bastano a rimettere nella assoluta integrità intellettuale e fisica. Egli è uno dei pochi che possono interrompere un breve riposo senza provarne tedio, stanchezza, malessere o accidia. Forse perchè la fenomenale attività quotidiana lo abbatte al sonno profondamente, il sonno è per lui immediatamente riparatore. Pure essendosi coricato alle quattro del mattino, alle otto egli si muove dal letto allo scrittoio, dopo aver impiegato un’ora nella ginnastica la più violenta, in quotidiano rimpianto di un po’ di mare, nel quale tuffarsi e ripetere quelle sue arditezze di eccezionale nuotatore che un giorno memorabile gli permisero di vincere due marinai nel lungo e difficile tragitto che dalle Saline di Rapallo va diretto alla punta di Portofino.

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Il Marinetti è travagliato da una costante nostalgia del mare, poiché i suoi sports favoriti sono il nuoto e il canottaggio. Quella nostalgia egli la spegne, talvolta, svolgendo con arte mirabile le sue fantasie musicali sulla tastiera del bellissimo organo installato in casa sua, per riprendere poi con alacrità rinnovata ed entusiasmo inestinguibile le mille bisogne della sua vita molteplicemente agitata.

Nei cenacoli letterari, dove è noto che Marinetti ama intensamente il mare e passa ogni anno lunghi mesi nelle più celebri stazioni balneari d’Italia e di Francia, corre voce che egli componga mentre s’abbandona alla voluttà del nuoto. Io volli un giorno domandargli se ciò fosse vero, ed egli mi rispose press’a poco così:

– È verissimo... Quando nuoto, quando mi spingo, solo, verso l’alto mare, incontro alle ondate veementi, crestate di schiuma argentea, che m’assalgono, flagellandomi o accarezzandomi a volta a volta, io sento in me una vitalità quasi sovrumana, sento centuplicate tutte le mie forze fisiche e intellettuali, e al ritmo dei miei movimenti e del mio respiro mi nascono nel cervello idee, immagini e strofe innumerevoli, cosicché il comporre mentre nuoto è per me un fatto naturale, quasi involontario...

– Mi figuro, quindi, che la vostra Conquête des Etoiles debba esser stata composta appunto così...

– Quasi tutta. Il secondo canto, per esempio, fu totalmente pensato, così com’è, nel meraviglioso golfo di Saint-Jean de Lutz, nell’Oceano Atlantico, dove per poco non rimasi vittima di una terribile burrasca.

IX.

Il pugno del poeta e l’occhio dell’avvocato.

Se alcuni atteggiamenti possono caratterizzare il temperamento di un uomo, sarà opportuno riferire un fatto che alcuni anni or sono fece molto rumore. Intendo alludere ad un certo processo, che si svolse alla Pretura di Como, in seguito ad un incidente di importanza esigua.

Essendo il Marinetti a villeggiare con E. A. Butti, Arturo Colautti, Emma Gramatica ed altre notabilità delle lettere e dell’arte in una villa sul lago di Como – offesosi per una mala risposta data da un barcaiolo ad una signora, afferrava quell’uomo a mezza vita e lo scaraventava nell’acqua.

La cosa avrebbe potuto finire lì. Infatti per il Marinetti significava già; la gratitudine di una donna... di più, e la riprova de’ suoi buoni muscoli; il che è quanto dire l’affermazione di quella energia fisica il cui culto è stato tramandato – non si sa perchè – soltanto alle donne contemporanee – ostinandosi le nostre generazioni maschili a ritenere unico indizio di superiorità la forza dell’intelletto.

Certo egli ne era rimasto soddisfatto – e null’altro avrebbe richiesto.

Ma il barcaiolo volle approfittare della prima disfatta per rifarsi in tribunale: « È un signore » – disse all’avvocato, – e il leguleio rispose: « Se è un signore, paghi! ».

E Marinetti... pagò. Ma egli pagò anche l’avvocato avversario con un così tremendo pugno in un occhio, sferratogli all’udienza per avvalorare il proprio dire, che ne nacque un tumulto. Il ferito non ne volle più sapere di difesa – il pretore si coperse e scappò, il cancelliere mise a verbale... e a Como ridono ancora dei calembours innumerevoli che corsero per tutti i giornali, resi più gustosi dal contrasto dei due titoli: « Il pugno del poeta e l’occhio dell’avvocato ».

X.

Pro e contro un Re.

Prima di chiudere questo modesto saggio critico-biografico, noi non possiamo trascurare alcuni altri recentissimi giudizii sull’opera di Marinetti. Lodi egli ebbe in ogni campo e in ogni partito; polemizzarono anzi fra loro i partiti politici, pro e contro l’intenzione satirico-sociale di Roi Bombance, la tragedia già tanto citata, che si prepara ad essere rappresentata a Parigi ed è sotto i torchi presso i Fratelli Treves, in versione italiana, sotto il bellissimo titolo di Re Baldoria; ma tutti furon concordi nel constatare l’altissimo valore e il grande successo di quell’opera.

Continuiamo, dunque, colle citazioni: Enrico Corradini scrisse nel Marzocco:

« Libro ed autore sono un caso singolare. L’autore, come i lettori sanno, F. T. Marinetti, è un giovane italiano il quale vive a Milano e scrive in francese. È dunque come scrittore, due volte deraciné: deraciné in quanto è italiano e scrive in francese, deraciné in quanto scrive in francese e vive a Milano. E perciò questo giovane il quale ha due patrie a metà e per intero non ne ha alcuna, e pur mostra molto ingegno in entrambe, ha sempre occupato la mia attenzione come oggetto di studio del cammino che si può fare nella letteratura e nell’arte in quello condizioni senza dubbio singolari.

F. T. Marinetti è in carne ed ossa ed in libri di prosa e di versi una rivoluzione contro tutti i nostri concetti e preconcetti sui vincoli tra il linguaggio e la terra di nascita e di residenza.

Il libro, Le Roi Bombance (se ne parla ancora da un anno ed ha avuto bel successo), è un’opera senza dubbio singolare come il suo autore. È il prodotto più selvaggio del temperamento più libero che io mi conosca per lo meno nella letteratura de’ nostri giorni.

Ciascuno di noi - continua il Corradini - è una costruzione di principii, di leggi, di regole, di morale, di decenza, di buongusto, di politica, di tutto il resto: ebbene, le dugentocinquanta pagine del Roi Bombance (Parigi, Mercure de France) investono come un’orda di selvaggi tutti questi principii, tutte queste leggi, tutte queste regole. Noi possiamo esser franchi in politica, ma siamo stretti in morale; possiamo esser franchi in morale, ma siamo stretti in buon gusto: Le Roi Bombance è un’orgia di franchezza in tutto, e non vi è una delle dugentocinquanta pagine che non sia così. Vi sono certi atti, chiamiamoli così, della nostra vita animale, dei quali vorremmo sopprimere anche le parole, e sui quali, per esempio, l’atto di amore più fisico è tanto alto quanto le stelle sui pantani: Le Roi Bombance se ne compiace ad ogni piè sospinto, quasi fosse solo su questa terra.

« Ciò non ostante il libro di F. T. Marinetti si legge, e si legge volentieri. Vi è un ingegno, e un ingegno straordinariamente vivace; poesia, sì, anche poesia (tutto quel personaggio dell’Idiot è intessuto di elementi poetici anche eleganti, anche squisiti, anche idealistici, iperidealistici), profusa ricchezza d’immagini, slancio e volo. Ma non tanto per questo si legge volentieri quanto per l’atteggiamento dell’ingegno. È un atteggiamento che esprime il disgusto per quelle medesime cose di cui il libro fa mostra e ostentazione, senza confessarlo mai minimamente. Vi è in fondo una visione della vita rivoltante e contro la quale l’autore si rivolta, ma senza averne mai l’aria neppur in un cenno. In un gesto di aggressione tradotto in una clamorosa risata sempre eguale a se stessa, senza abbassamenti di tono, per dugentocinquanta pagine.

« Si tratta insomma di una satira cinica, la quale appare anche più cinica, perchè ogni parte morale e oralizzante, con verbo predicatorio, per ogni aspetto del vivere civile, compresa la decenza, vi è totalmente soppressa. Ma satira di qual genere? Politica, in fondo, e sociale.

« Il dramma grottesco del Roi Bombance è l’eterno dramma fra i grassi e i magri, o meglio fra coloro che mangiano troppo e coloro che non mangiano affatto. Immaginate un paese di cuccagna fantasticamente più succulento di quello della favola. È questo il castello del Re Bombance nel paese dei Bourdes. È il re della forchetta e della tavola imbandita, gran divoratore al cospetto di Dio, insieme con i suoi ministri e cappellani, divoratori quanto lui d’ogni ben di Dio. I Bourdes digiunano. Ora accade che i Marmitons delle cucine reali si fanno demagoghi e menano il popolo alla ribellione. Il re, la sua corte e la sua cappella mangiano troppo, e i sudditi, lungamente pazienti tra le staffilate di qualche ministro e i sermoni evangelici di qualche cappellano, non mangiano affatto; bisogna finalmente perder pazienza e ribellarsi, prendere il castello, cacciarne gli abitatori e fare una buona volta baldoria invece loro. Il Re Bombance che è una buona pasta d’uomo, si lascia facilmente mettere in un canto. Ma i demagoghi marmitons Tourte, Syphon e Béchamel, ingannano il popolo ed il suo capo naturale Estomacreux, perchè s’impossessano del castello reale, n’escludono il popolo, gli chiudono le porte in faccia e fanno, loro soltanto, baldoria per molti giorni. Il re, i suoi vassalli venuti di lontano moribondi per fame sui loro cavalli più moribondi ancora, i suoi ministri e consiglieri Vachenraget e Poulemouillet, già mastri delle sue cucine e delle sue cantine, muoiono finalmente dal digiuno. E finalmente i Marmitons traditori e incettatori di tutto il succulento bene monarchico per conto proprio, sono costretti ad aprire le porte del castello alla furia del popolo dei Bourdes, condotti da Estomacreux. E qui succede un festino, un’orgia di divorazione indescrivibile, dove pertanto si vede come i forti dei Bourdes abbiano ragione sui deboli e riescano a carpire e a divorare senza paragone di più.

«Bastano questi tratti del dramma molto riassunti e tolti da un tumulto frenetico di innumerevoli altre cose, bastano questi tratti elementari e schematici a mostrare dove nel Roi Bombance consista la satira politica. La satira, senza commento di sorta, senza coscienza per sè stessa, ma realistica, mette fuori la sua faccia del dramma fantastico, mostruosamente simbolico. Ed è una satira davvero imparziale: espone i procedimenti della demagogia, i procedimenti delle successive dominazioni e delle loro successive esclusioni sociali, perpetrate dai primi sui secondi, dai secondi sui terzi e via discorrendo; ma non emette giudizi. Fra l’orgia carnascialesca e l’astinenza quaresimale, fra i grassi e i magri, fra quelli che mangiano troppo e quelli che non mangiano affatto, fra il Re Bombance e i suoi sudditi e i Marmitons ed Estomacreux e tutta l’altra falange d’energumeni delle digestioni, delle indigestioni e delle estenuazioni, compresi l’Idiot, il poeta, e il Père Bedaine, il cappellano, fra la carne e lo spirito, fra il realismo e la poesia, fra la corte e la cappella, fra il principio monarchico e il principio demagogico, fra tantissime altre cose cozzanti fra loro in una frenesia di tumulto, la satira di F. T. Marinetti non ha preferenze. Fa su tutto una clamorosa risata, dopo aver cacciato tutto negli intestini, fra lo stomaco e gli intestini e più basso.

« Marinetti vede il mondo come spettacolo e soltanto come spettacolo, mi si permetta la parola suggestiva dopo la lettura troppo suggestiva del Roi Bombance, come spettacolo intestinale. Di qui la ridda d’infrazioni a tutte le buone regole del mondo, il quale fa di tutto per obliare per lo meno quello spettacolo. E in questo senso Le Roi Bombance è l’opera estremamente selvaggia di un temperamento, senza dubbio poetico, estremamente libero. – F. T. Marinetti non è davvero un borghese.

« E torno al principio dell’articolo. Qual somma d’intuizioni sono necessarie per far cammino nella letteratura e nell’arte appartenendo ad un paese e scrivendo nella lingua di un altro? Esistono nessi tra la vita e la lingua e si debbono rispettare o si possono anche trascurare? E in questi nessi non sono prescritti ordini che dicono allo scrittore: – sino a questo punto puoi osare, ma queste sono le colonne d’Ercole della tua libertà ?

– Pongo questo problema non tanto ai lettori quanto all’autore del Roi Bombance di cui amo il vivo, ricco e libero ingegno e che vorrei nei molti anni che gli restano ancora di lavoro fornisse un’opera letteraria pari al valore del suo ingegno. La sua libertà selvaggia non è forse frutto del non essere egli, per metà, del paese nella cui lingua scrive, e per metà del paese nel quale vive!

« Vero è che i nostri padri coltivavano il ditirambo. E Le Boi Bombance è appunto un ditirambo satirico intestinale ».

&

Ed ecco altre citazioni, a brani, a fascio. Cominciamo da Innocenzo Cappa:

« Adesso confesserò che quest’opera è forte, ricca di ogni motivo grottesco, eppure profondamente spiritualizzata dalla nostalgia della bellezza. Orrenda di esasperazioni più che zoliane (la sua Putredine fa pensare ad un’epica Nanà; le sonorità con cui Roi Bombance segna i suoi decreti rammentano la Terre) eppure austera. F. T. Marinetti, che sino ad oggi stimavamo più come uno squisito dilettante che come un artista tormentato dalla antipatica tragicità della nostra inutile vita, vi rivela un’anima di vero, eccezionale poeta. Questo giovine signore ha dunque davvero meditato sulla vanità disperata delle cose? »

Continuiamo con Tomaso Monicelli:

« L’opera è sontuosa, violenta e sensuale. È prova d’un ingegno ricco e sapiente. Ma non è chiara la sua valutazione ideologica, dato ch’essa l’abbia. Arturo Liabriola e Innocenzo Cappa, discutendone, hanno tratto dall’atroce satira una conseguenza disperatamente pessimistica. Se non che l’autore, scrivendomene, ha negato essere codesta la sua intenzione. Allora? Non discutiamone. O meglio seguiamo il ragionamento più logico: cioè quello deduttivo.

« Gl’ismi questa volta servono almeno a spiegare qualche cosa. M’illudo? Pur tuttavia l’opera di F. T. Marinetti ha un che di torbido, di complicato e di selvaggio, da cui può solo accennarsi una grande concezione barbara. Ma in codesto barbarismo, il nostro spirito si compiace. È finalmente il distacco, sia pur violento, dalla convenzione: è lo smisurato contro il discreto, il grido contro il vagito, il gesto contro l’atto, la rivolta contro la stasi. Alla buon’ora! Un calcio alle protensioni teoriche dei professori... di professione. Leviamoci in piedi: è la Libertà ».

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E continuiamo ancora con Arturo Labriola, che così concludeva, in un suo lungo articolo apparso nell’Avanti:

«... Ma, tesi a parte, poche opere in questi ultimi tempi saranno apparse più strane, più originali, più suggestive e preoccupanti della bizzarra tragedia sulla quale ho cercato di richiamare l’attenzione del lettore. »

Mentre in altro campo – anzi in opposti partiti Bonaspetti scriveva nella Perseveranza:

« .... È questa fin’ora l’opera più forte ed ardita di F. T. Marinetti – il poeta della Conquête des Etoiles – e nonostante i suoi difetti è uno dei libri più originali e interessanti usciti per le stampe in questi ultimi tempi. »

Avvalorato da Dino Mantovani, che nella Stampa affermava:

« Non si può dire con quanta ricchezza d’immaginazione il Marinetti componga i suoi quadri di schifo e d’orrore. Le Roi Bombance è tra le recenti opere francesi una delle più nudrite di ricerca letteraria e di genialità. L’ingegno di Marinetti rivela qui una ben singolare potenza di figurazione . . . »

Mentre, nel Piccolo di Trieste, Augusto Mazzucchetti iniziava con queste parole un lungo studio critico su quest’opera:

« F. T. Marinetti dunque, il giovane direttore di Poesia, notissimo fra gli intellettuali, così a Parigi come a Milano, dopo due già arditi poemi, La Conquête des Etoiles e Destruction, si impone oggi, con clamore di vittoriosa audacia, pubblicando, chez la Société du Mercure de France, una tragedia in quattr’atti, in prosa, quale neppure i suoi ammiratori si attendevano da lui, pur conoscendone l’estro sbrigliato e una specie di impeto irrefrenabile verso un avvenire d’arte e di pensiero quasi anarchico.

E Silvio Benco affermava:

« L’Italia invitò anche gli stranieri a poetare nello stesso girone coi suoi poeti. E, banditore della giostra, il Marinetti scrisse in francese il libro più originale dell’anno: Le Roi Bombance. »

XI.

L’opione del Temps

Per concludere, riporterò infine un brano di un articolo del Temps, il grandissimo giornale parigino, la cui severità, in materia di giudizi letterari è nota a tutti:

« Les vrais poètes sont rares, non point ceux qui possèdent le mérite, réel mais restreint, d’une élégante obéissance aux règles des prosodies, mais ceux chez qui on trouve cette marque distinctive: le don de l’image, le don de saisir un rapport inattendu entre deux idées, de traduire ainsi une vision personnelle de la vie. F. T. Marinetti est un grand poète en ce sens, et de plus il suffit aux tentatives vastes de l’épopée. Son premier livre, la Conquête des Etoiles, en était un gage magnifique. Ses aînés et ses émules virent avec plaisir ce bel effort d’une vision développée en chants nombreux qui apportaient tous un parfum du large et de très belles sonorités. Destruction, ensemble de poèmes reliés par une idée générale, n’est pas inférieure à la Conquête des Etoiles. Certes on y trouve, à coté des plus saillantes qualités, des défauts, mais ce sont de très beaux défauts, de surabondance dans l’invention, de vitalité excessive dans l’image. Les belles métaphores se pressent turbulentes, les chimères passent à vol rapide. Actuellement, F. T. Marinetti fait cette chose admirable de diriger à Milan Poesia, une magnifique revue internationale essentiellement, uniquement destinée à la poésie. Il est enthousiaste du talent des autres, et dans ses nombreuses conférences en Italie, il répand le goût de la plus belle poésie française. Il a pris rang parmi les poètes français autant comme leur ami que comme leur confrère. C’est un joli rôle que de répandre la Beauté et de savoir la traduire avec une grande originalité un rôle de poète! »

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Un po’ guascone e un po’ Don Giovanni – semplice nelle esigenze di sua vita materiale eppur raffinato nei gusti e nei piaceri – simpaticissimo, coraggioso e sovente audace, impulsivo eppur scettico sempre, energico e orientale, spensierato ma lavoratore – artista nell’anima ed animato di cotal fervore per la sua arte da farne la prima ragione della sua esistenza, il poeta F. T. Marinetti è italiano per versatilità, francese come causeur, turco pel tabacco e pel caffè che consuma, più frondista e spiritosamente anarchico che conservatore, costantemente giocondo anche quando l’amore lo afferra lo travolge in vampe di passione irrefrenabile, novello arbiter elegantiarum, charmeur nella voce, nel sorriso e nei modi.

Egli va verso la sua mèta, decisamente, risolutamente; e la sua è una mèta difficile ma nobilissima e gloriosa in tanto travolger d’ideali e morir di entusiasmi, in tanta ressa di scetticismi e di bottega: – ottenere da Poesia un risultato trionfale di intellettuale propaganda; fare di Poesia mi contributo validissimo alla coltura mondiale; riassumere ed integrare in Poesia tutti i sogni ideali, tutto quello che di più alto e di più sincero sorge dalle menti poetiche contemporanee perchè gl’innumerevoli suoi lettori possano, nel leggere quella rivista, sciogliersi da tanta torpida e barbara realtà... Infatti, solo nei sogni dei poeti stanno le vicende d’oro delle ère e delle epopee.

INDICE

Preambolo

I. L’autore del Roi Bombance

II. Alla conquista delle stelle

III. Un trionfo al Teatro Sarah Bernhardt

IV. Un epitalamio funebre

V. Una rivista unica al mondo

VI. Un plebiscito internazionale di celebrità

VII. Una tragedia gastronomica

VIII. Un nuotatore insuperabile

IX. Il pugno del poeta e l’occhio dell’avvocato

X. Pro e contro un Re

XI. L’opinione del Temps

Indice Biblioteca Progetto Futurismo - Marinetti

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 26 novembre 2009