Aldo Palazzeschi

MARINETTI E IL FUTURISMO

Edizione di riferimento:

F.T. MARINETTI, TEORIA E INVENZIONE FUTURISTA, a cura di Luciano De Maria Arnoldo Mondadori Editore 1968, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

In un pomeriggio di Gennaio dell'anno 1910 nel suo appartamento di Via Senato in Milano, Marinetti si accingeva a scrivere la prefazione a un mio libro di poesie che per le edizioni futuriste di « Poesia » doveva uscire di lì a poco.La cosa più difficile da indovinare quel giorno sarebbe stata questa per me: che nel Marzo del 1968 avrei scritto la prefazione a un libro del poeta Marinetti. Per questo non abbiamo fretta a morire.

Ma come risulterà dal mio discorso le due prefazioni che sembrano collocate a incolmabile distanza e senza un minimo di parentela fra loro, hanno invece qualche cosa in comune che le avvicina molto. Marinetti, il suo segretario ed io, ci trovavamo nella sala da pranzo di quel bellissimo appartamento, sala divenuta da alcuni anni redazione della rivista internazionale « Poesia » quindi del movimento futurista nato da neppure un anno: il manifesto del Futurismo fu pubblicato a Parigi in un editoriale del « Figaro » il 20 Febbraio del 1909.

Magnifiche lampade di Moschea dalle cupole traforate pendevano dal soffitto di quel salotto e lasciavano filtrare durante la notte una luce azzurrina d'incanto; e fino a due e tre, l'uno sopra l'altro, si ammassavano sull'impiantito tappeti autentici e rari che il defunto padre di Marinetti aveva riportato a suo tempo dall'Egitto; ovunque un senso di morbidezza e di tepore voluttuoso. Divani che lasciavano sognare donne leggiadramente abbandonate, vestite di veli tramati d'oro e d'argento da cui s'indovinavano o trasparivano le forme ornate di perle e di gemme, profumate di rosa e gelsomino, qualche cosa fra l'Harem e la Moschea.

Al centro la grande tavola ovale intorno alla quale immersi nei loro polemici argomenti sedevano abitualmente gli amici e gl'infiniti visitatori appartenenti a tutti i paesi del mondo. Anche la tavola era coperta da un immenso tappeto su cui veniva fatto di premere le dita come sopra una tastiera per provarne il senso.

Marinetti si sedeva di rado e per un tempo brevissimo, non riusciva a rimanere seduto a lungo e considerava i sedentari l'infima categoria del nostro globo. Andando a grandi passi su e giù per la stanza, con gesti marcatissimi del capo, del braccio e della mano, pareva lanciare o schizzare come proiettili le parole al fedele e rapidissimo segretario che con la testa china sulla tavola si trovava pronto a raccoglierle.

All'ora del pranzo e a quella della cena appariva Nina giovanissima cameriera azzurra e dalla grazia squisitamente goldoniana, con la massima spigliatezza e quasi con sdegno toglieva da quella tavola, divenuta una fucina, tutto quello che c'era di più per poterla restituire, almeno provvisoriamente alla propria natura. Se Marinetti era solo ne apparecchiava una parte soltanto, se con altri stendeva a volo sopra tutta la tavola una tovaglia; sovente eravamo quattro o cinque e anche di più convitati a quella mensa in cui era indistintamente un unico piatto: la busecca, piatto nazionale lombardo rimasto come una fantasia nel ricordo della pur lunga esistenza, giacché a qualunque ora e qualunque fosse il numero dei convitati la busecca non mancava: « busecca sempre pronta » si sarebbe potuto scrivere su quella porta. Per quanto abbia fatto e cercato tornando a Milano un'infinità di volte, sia pure nelle migliori trattorie, non sono riuscito a gustare una busecca altrettanto squisita come quella che riusciva a confezionare la Manetta, sorella maggiore della Nina. E siccome erano colazioni e pranzi composti generalmente all'ultimo momento, dopo quel primo piatto assicurato e delizioso, c'era qualcosa di andato a pescare in fretta e furia nella più vicina pizzicheria: affettati, formaggi... della frutta. Conviti che davano l'impressione d'essere al campo.

Marinetti era frugalissimo, avresti detto che nemmeno si accorgesse di quello che mangiava, né mai gli ho visto bere un liquore, neppure nei locali della Galleria dove passavamo buona parte della notte. Il quartiere generale era da Savini alla mezzanotte quindi da Campari e alla Fiaschetteria Toscana. Talora, attraversando la Piazza, entravamo da Carini per una mezzoretta, dove si davano convegno quelli che non avevano il certificato penale in regola, e donne della medesima risma, con grandissimo scandalo dei pacifici borghesi i quali davano per sicuro, tra l'altro, che bastasse avvicinare il labbro a una di quelle tazze, a uno di quei bicchieri, per uscirne contaminati dalla più turpe delle calamità; mentre gli assidui di quel locale, pur non sapendo che cosa eravamo con sicurezza, non avendo noi per mira vetrine di gioiellieri, casseforti, portafogli e borsette, ma sentendo vagamente che eravamo persone avventurose, non amanti dell'esistenza tranquilla, ci guardavano con simpatia.

Non appena avvertiva un accenno di stanchezza, Marinetti si faceva portare un bicchiere da mezzo litro di acqua ghiacciata che tracannava d'un fiato, quasiché invece di ricomporre le forze volesse spengere un incendio che gli divampava dentro. E quando invece appariva distratto, preoccupato da problemi di difficile soluzione o non risolti secondo la sua direttiva, si appartava nella sala vicina di uguale grandezza e orientale almeno quanto l'altra, e con la sigaretta in bocca si sedeva all'organo per eseguire una sonata che faceva assurgere  al  massimo  livello  l'atmosfera  Harem-Moschea di quella casa; come uno che per rifarsi dall'eccessivo riscaldamento di una competizione fisica immerge il proprio corpo nella frescura dell'acqua.

Eseguita la sonata si alzava ridendo: ogni dubbio dileguato, ogni difficoltà risolta, il suo ottimismo era di tale lega che nulla riusciva a scalfirne la buccia.

Le poesie invece le scriveva da solo e nella camera da letto, una normale camera fine ottocento, mi diceva però di averne scritte, tempo addietro in quella camera, dettandole ad un'amica che si era stremata per poterlo seguire, nell'atto del creare, in ogni espressione, in ogni desiderio in ogni specie di esultanza: la poesia la camera l'amica... n'era saltato fuori non già un edifizio o più edifizi,  ma un'intera città tutta di carne.

Quando nella primavera del 1909 stringemmo la nostra amicizia, Marinetti scriveva in francese, non si sentiva ancora sicuro della lingua italiana e si parlava esclusivamente del mondo letterario e di poesia, ma nel Gennaio del 1910, in un altro pomeriggio e alla medesima ora, eravamo soli in quel salotto dove mi accorgevo essere Marinetti anche più movimentato del solito, impaziente, inquieto come chi aspetta qualcheduno che ritarda; e ogni tanto fissandomi rideva sotto i baffi sul punto di volermi dire qualcosa fino a quando venne suonato il campanello e nell'oscurità dell'attiguo corridoio d'ingresso, dove erano in fila come sull'attenti per salutare gl'infiniti visitatori, degli enormi vasi cinesi alti quasi quanto le persone e da cui sbucavano mazzi di fogliame dorato con innestate a guisa di frutti un'infinità di lampadine elettriche accese in permanenza, e al seguito della Nina, apparizione celeste, uno dopo l'altro silenziosi come ombre quattro uomini vestiti di nero dall'aspetto misterioso e quasi in uniforme, apparizione che produceva il clima di un presbiterio o quello di una congiura, né molto dissimili dai capelloni dei nostri giorni, e che la Nina fece accomodare   nell'attiguo   salotto,   quello   dell'organo.

Non appena entrati Marinetti disse toccandomi il braccio: « aspettami qui, torno subito ».

Durante quattro ore nel salotto vicino si era stabilita una vera e propria orchestra, voci altissime e disparatissime si alternavano, intersecavano, accavallavano, esplodevano a vicenda realizzando un vero e proprio concerto con alti e bassi senza un attimo di pausa: e c'era in quell'orchestra la voce del tamburo e del violoncello, del trombone e del clarino, fino a quando non vi produceva uno squarcio dei piatti la risata di Marinetti.

Alle sette, dopo quattro ore delle quali avevo approfittato per mettere in pari la mia corrispondenza, andando via pregai la Nina di dire a Marinetti che mi sarei trovato da Savini alla mezzanotte come al solito.Quella discussione era durata dalle tre alle nove senza perdere di quota e Marinetti, giungendo al Savini quella sera, aveva un aspetto come mai gli avevo visto, invece di essere un riflettore, condizione che gli era connaturale, appariva lui col viso illuminato da una vivissima luce, finché dopo avermi fissato ripetutamente con quell'aria di promessa, disse stringendomi una mano: « è nato il futurismo anche in pittura », meravigliato più di quanto avrei supposto.

La verità è che lui stesso non s'era prospettato un tale evento né aveva fatto nulla per provocarlo, un dono che gli cadeva dal cielo inaspettatamente e che allargava in proporzione ancora incalcolabile il suo orizzonte d'un colpo.

Le quattro ombre vedute sfilare nell'oscurità del corridoio erano Boccioni, Russolo, Carrà... e un quarto che per difetto di coraggio, molto probabilmente, si dileguò subito dopo. Erano venuti ad offrire la loro collaborazione associando al movimento giovanile dei poeti quello dei giovani rappresentanti le arti figurative in una medesima aspirazione di rinnovamento, ciò che lasciava misurare la linfa vitale del seme gettato, che nel  campo dell'arte fruttificava spontaneamente.

Debbo confessare che sentir parlare di quello che scrivo rappresentò sempre un fatto al di fuori delle mie consuetudini e del mio gusto, ritengo giustissimo che se ne dica quel che si vuole e mi inchino davanti al magistero della critica nella sua legittima e benefica funzione, ma sentirmelo spifferare sul viso, udirlo con le mie orecchie e vedere il labbro che dice, sia pure del meglio intenzionato e magari simpatizzante, di un amico com'era Marinetti per me, mi mette in condizione di disagio, d'incertezza: eccesso dell'orgoglio? Non credo, credo anzi il contrario, un eccesso di umiltà o del pudore piuttosto, risi sempre del pudore del corpo, di quello dell'anima non risi mai e in special modo allorquando si tratta di poesia dove l'uomo deve mettere di sé fino in fondo. Ma gli è che per soffrire di una tale aspettativa non conoscevo abbastanza Marinetti quel giorno, e non appena egli, andando su e giù per il salotto incominciò a dettare emisi un salutare respiro di sollievo che fece fare un passo decisivo alla nostra conoscenza:

« Il nostro treno corre verso Trieste rossa polveriera d'Italia. Oh! rabbia di sentirci noi, poeti futuristi, portatori di idee esplosive, demolitori della vecchia Italia, imprigionati in uno scompartimento come aquile in una gabbia... Ma le anime nostre s'avventano nel buio precedendo la locomotiva che si sforza di seguirci. » Marinetti era imprevedibile oltre che straordinario.

Eravamo reduci della prima serata futurista avvenuta pochi giorni prima a Trieste e approfittava dell'uscita del mio libro per offrirne un resoconto dettagliatissimo.

Avremmo dovuto essere cinque a quella prima manifestazione ma fummo invece tre giacché soltanto io ebbi il fegato d'intervenire, e Armando Mazza, un simpatico e gigantesco giovinotto siciliano che Marinetti invitava quale declamatore cannone di poesie e al tempo stesso ottimo coadiutore non appena si trattava di doverle difendere, e per cui gli era consueto il gesto di tirar su, verso i bicipiti da atleta, le maniche della giacchetta. Gli altri due, a causa dei posti che occupavano da persone serie, e paventandone le conseguenze, credettero prudente rimanere a casa.

La prefazione del mio libro si compose di ben settantacinque pagine di esclusiva pubblicità, senza il minimo accenno alle poesie che c'erano dentro, e meno male che si trattava di un libro d'un certo spessore come si usavano allora, se si fosse trattato d'un libro di poesie come usano oggi avremmo visto un'edizione davvero originale giacché la prefazione avrebbe reso impossibile di aggiungervi il testo.

Marinetti aveva capito fino da allora il potere della pubblicità che doveva raggiungere fatti e persone a tutte le profondità e a tutte le altezze, nessuno escluso della compagine sociale, e riservata allora esclusivamente per le Pillole Pink il cerotto Bertelli e la Chinina Migone, usarla per i problemi dello spirito era ritenuta dai benpensanti tale ignominia per cui nessun vocabolario possedeva una parola infamante per poterla degnamente qualificare. E sicuro che un ambiente di questa fatta avrebbe opposto la congiura del silenzio più ferale alla nostra compagine, scavalcando tutto e tutti aveva portato la discussione nei teatri e sulle piazze, con intervento del mondo animale in massa e di quello vegetale in sacchi e condizioni adeguatamente avariate; lanciando a milioni i volantini lungo le vie, provocando polemiche arroventate ovunque, con pugni e schiaffi, pugilati invettive e maleparole, combinando un putiferio come mai s'era visto l'uguale ed intervento della Polizia oramai indispensabile: altro che silenzio! Pino a salire armato di una tromba sulla torre dell'Orologio a Venezia in un radioso pomeriggio di Domenica allorquando Piazza San Marco brulica di una folla festosa e cinguettante, riteneva Venezia piazzaforte e simbolo del passatismo universale, e dopo tre squilli distanziati ponderatamente, mentre tutte le facce erano rivolte lassù sbalordite nell'attesa di quanto da quell'altezza dopo un così inaspettato e inesplicabile annunzio potesse capitare, servendosi di un megafono prese a gridare: « Ripudiamo l'antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, ripudiamo la Venezia dei forestieri calamita dello snobismo e dell'imbecillità universali: letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite. Affrettiamoci a colmare i tuoi fetidi canali con le macerie dei vecchi palazzi lebbrosi e crollanti ».

E i più accaniti avversari di una tale teoria, i passatisti irriducibili, uscendo pieni di sospetto la mattina, guardavano torvi i muri della loro casa nel timore di vederci affisso un cartellone di quattro metri con scritto: Futurismo a lettere di fiamma.

Non appena in mille copie fu stampato il libro, trattandosi di inviare i consueti omaggi alla stampa e a qualche amico, Marinetti a tale proposito mi consegnò un grosso scartafaccio che presi a sfogliare con progressivo sgomento. Si tratta di settecento e più nominativi con relativo indirizzo e ai quali con tanto di dedica si doveva mandarlo. Le poche e sparute copie rimaste sarebbero state dispensate ad alcuni librai delle principali città senza un minimo di fretta come fatto di nessuna importanza dopo quel tutto esaurito che lo aveva preceduto.

La nota comprendeva le più svariate persone e i più insospettati personaggi: uomini politici e di cultura, professori, industriali e professionisti, gentildonne e gentiluomini, fra cui risultavano quali astri di prima grandezza proprio quelli che si sapeva essere i più feroci e irriducibili nemici di una tale impresa, e che lo avrebbero gettato con infamia e magari bruciato, ma erano proprio quelli che non lo volevano, secondo la teoria di Marinetti, che dovevano averlo; e altri ancora che per essere i più lontani da un avvenimento letterario lo avrebbero buttato da una parte senza neppur guardarlo.

Mi opposi risolutamente a un simile progetto e venimmo a patti che in quei settecento e più indirizzi avrei fatto un'ampia scelta a modo mio e che si ridusse presso a poco alla metà, non solo, ma mi dichiarai impreparato nel modo più preciso a scrivere centinaia di dediche a persone che non conoscevo e verso le quali mi sentivo esitante ad inviare omaggi e venire per tal modo in contatto. « le dediche te le detto io » rispose Marinetti per cui non esisteva difficoltà capace di rallentarne il cammino, e al tempo stesso che dettava al segretario gli ultimi tocchi del suo romanzo africano Mafarka il futurista, il quale nel desiderio di dormire una notte sotto le stelle erasi fatto preparare un giaciglio in proda alla banchina del porto dov'erano ormeggiati i velieri che sarebbero partiti la mattina dopo, e avendo come sua consuetudine avvolto il proprio sesso, lungo undici metri, a lato del lettuccio improvvisato capitò che un marinaio, con gli occhi ancora annebbiati dal sonno della prima luce del giorno, avendolo scambiato per una corda lo gettò a poppa del veliero più vicino dove i marinai pronti a riceverlo si dettero premura di fissarlo; per modo che alla partenza del veliero Mafarka-el-Bar sempre dormendo e attaccato a quel veliero per quella parte del proprio corpo divenuta rigida come il fusto di un abeto, sempre emergendo sui flutti approderà nel regno di Brafaneel-Kibir al quale carpirà lo scettro.

Ebbene, un candido Magistrato ritenutosi sanguinosamente offeso da un simile prospetto, riuscì a far elargire a Marinetti in prima istanza, sei mesi di prigione. Se si fosse trattato di una misura in centimetri, dosata abilmente, può anche darsi che quella descrizione rasentasse e magari sconfinasse addirittura nel campo delle oscenità, ma undici metri... signor Magistrato.

Bandivo i nomi come i numeri della tombola e uno me ne sovviene rimasto nel ricordo: « Roberto Bracco! » e Marinetti facendo un salto dall'Affrica a Milano: « al grande drammaturgo Roberto Bracco, omaggio di altissima simpatia intellettuale ». Pochi giorni dopo, mi vidi recapitare una copia di lusso del Piccolo Santo con questa dedica affettuosa: « ad Aldo Palazzeschi, il piccolo drammaturgo del Piccolo Santo ».

Di questa lezioncina che ritenevo meritata, me ne lagnai con Marinetti il quale non concedeva un attimo del proprio tempo per occuparsi di simili quisquilie, quello che gli altri facevano o dicevano e qualunque cosa avessero detto o fatto, qualunque fosse la manifestazione del loro contegno aveva relegato il tutto in un solaio dove avrebbe potuto avanzare il piede soltanto chi avesse voglia d'impolverarsi il vestito; e ritenendosi in partenza vittorioso, cavallerescamente concedeva l'onore delle armi all'avversario sconfitto.

Bracco rispose a tono e per il mio modo di pensare me ne sentii toccato; però avrei voluto vedere se io, sconosciuto, gli avessi mandato il libro con questa dedica: « al piccolo drammaturgo del Piccolo Santo » che cosa mi avrebbe risposto.

Con quelle medesime persone per le quali era partito in combattimento e contro le quali ufficialmente gridava come un ossesso, nei contatti personali era di una cortesia affascinante, di un tatto squisito, rasentando non di rado l'adulazione e il plauso. Comportamento derivatogli dalla sua educazione parigina senz'altro, laddove la flatterie rappresenta un dovere esclusivamente formale che non ha nulla che vedere col concetto che si ha della persona a cui si rivolge, e qualunque cosa si dica non impegna per niente anzi, tanto meno impegna quanto più si dice, giacché chi le pronunzia non crede minimamente alle proprie effusioni, e meno ancora ci crede quello che le riceve, però a tutti e due piacciono ugualmente. Ciò che a Parigi mi fece sentire sempre irriducibilmente rustico, selvatico, straniero, non riuscendo in questa partita di dare e di avere a prendere la mano. Ma ci voleva l'Egitto, Parigi e poi Milano, per combinare un calibro come questo.

Una tale smania di popolarità e di proselitismo ad ogni costo, e un tale modo di procedere, mi avevano lasciato immaginare fino dal principio che alla base di una tale attività fosse l'ambizione politica, magari confusa e inconscia sul principio ma nella quale avrebbe finito per sfociare a grado a grado; partito dalla poesia e dall'arte per un moto di salutare rinnovamento, vedevo Marinetti incamminato fatalmente sulla via di Montecitorio, pensiero che non mi abbandonò durante cinque anni di fraterno sodalizio con questo amico e che alla fine decise del mio allontanamento: avevo sbagliato nel modo più grossolano. Marinetti non ebbe ambizioni politiche che gli avrebbero procurato sicuratamente migliori e più immediati frutti di quanti non potesse raccoglierne nel campo delle arti, povero e circoscritto, il suo amore per l'arte fu quello di un poeta soltanto, appassionato, coraggioso, tenace, sicuro, donando tutto senza nulla chiedere in cambio: nei primissimi anni del secolo il padre lo lasciò ricco morendo, e lui morì povero; declamava le poesie dei colleghi con maggiore impegno delle sue e felice del successo; e di uomo politico aveva quella che è la suprema qualità per salire in alto: era uomo d'azione al servizio di un mondo debole e indifeso e nel quale l'esercizio di una tale facoltà risultò addirittura incredibile, assurdo; vissuto fra duelli, processi, pugilati, scandali e sempre alle prese con le forze di Polizia, fu un puro idealista e un autentico gentiluomo. Per questo temperamenti i più lontani dal suo, poterono collaborare in perfetta armonia per un miraggio giovanile comunedello spirito. In questa valanga d'immagini e di teorie che composero il futurismo, si rinvengono tutti i germi di quello che doveva essere poi il carattere del nostro secolo. E per taluno, forse, un'altra forza valse ad avvicinarlo a quest'uomo: il calore della giovinezza in lui spontaneo, esplodente, solare, aggressivo e nell'altro come sola aspirazione e compiacimento.

Riporterò due brevi testimonianze che mi sembrano significative fra le tante migliaia pervenute da tutte le parti del mondo: scriveva a Marinetti, quale risposta al suo proclama, Henry Bataille il commediografo francese più famoso a quel tempo: « Limitata all'Italia la rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto ce ne dorremmo noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più gran fascino dell'Italia è di essere ritardataria ».

È permesso di essere insolenti quando si è maestri di cortesia. E Giulio Piccini, intelligentissimo critico teatrale e scrittore acuto che fu amico carissimo a Gabriele D'Annunzio:

« Aderisco a tutto. Voi brandite la fiaccola della vita. L'Italia è schiava della imbecillità dei pedanti. Abbiamo idoli più grotteschi di quelli che adorano i bonzi, e abbiamo i nostri bonzi assai gravi e assai più impostori. Voi recate la buona novella, la parola di resurrezione. Jarro. »

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Ultimo aggiornamento: 01 luglio 2012