Lodovico Frati

La prigionia del Re Enzo in Bologna

Edizione di riferimento:

Archivio storico italiano, fondato da a. P. Vieusseux e continuato a cura della r. Deputazione toscana di storia patria, quinta serie  tomo xxiii — anno 1899, in Firenze presso G. P. Vieusseux, tipografia di M. Cellini e c., 1899 - da p. 183

Sul Re Enzo sono state pubblicate cinque monografie (quattro delle quali videro la luce in Germania), e sono le seguenti :

1.° G. Petracchi, Vita di Arrigo di Svevia Re di Sardegna volgarmente Enzo chiamato (Faenza, Ballanti e C, 1750, 8.°, pp. xv-160; seconda ediz., Bologna, C. Pisarri, 1756, 8.°, pp. 156).

2.° J. T. Koeler, Entius, sive Henricus Friderici II Imp. nothus Rex Sardiniae, etc. Dis. hist. (Gottingae, 1757, 4.°).

3.° E. v. Munck, König Enzio, (Ludwigsburg, 1828, e Stuttgart, 1841, 8.Q, pp. xi-151).

4.° F. W. Grossmaxn, König Enzio. Ein Beitrag zur Geschichte d. Jahre 1239 bis 1249, (Berlin, 1883, 8.°, pp. 85).

5.° Hermann Blasius, König Enzio. Ein Beitrag zur Geschichfe Kaiser Friedrichs II, (Breslau, W. Koebner, 1884, 8.^ pp. 145).

Di queste cinque monografie le tre prime, come osserva pure il dott. Blasius, sono compilate con poca critica storica, e ripetono gli stessi errori e le medesime leggende, che per popolare tradizione sono pervenute fino a noi. Assai più pregevoli per critica diligente e per copia di notizie sono le altre due del Blasius e del Grossmann; ma quest’ ultima dissertazione, giungendo solo fino all’ anno 1249, poco interessa al mio studio, per cui mi gioverò principalmente di quella del dott. Blasius, e specialmente del cap. VII, che tratta appunto della prigionia e della morte del Re Enzo.

Mi sembra inutile parlare della battaglia di Fossalta, che ormai a tutti è nota e che a ragione fu detta la prima battaglia campale vinta dai Guelfi.

Tutti sanno come la mattina del 26 maggio 1249 nel luogo detto il ponte di S. Ambrogio presso Fossalta avvenne quel memorabile combattimento che doveva decidere della sorte del figlio naturale di Federico II, a favore dell’esercito dei Bolognesi. Si combattè intrepidamente dall’alba fino al tramonto, gareggiando in valore l’uno e l’altro esercito; ma finalmente la vittoria lungamente disputata piegò dalla parte dei Bolognesi e i Modenesi furono volti in fuga, lasciando circa mille e seicento prigionieri; mentre altri erano uccisi, o si salvavano nascondendosi nei boschi circostanti. Fra i prigionieri vi fu lo stesso Re Enzo, che disarmato da Lambertino de Lambertini, Michele degli Orsi e Lambertolo Bottrigari [1], si arrese dopo che il suo cavallo era rimasto mortalmente ferito, sì che gli fu impossibile di continuare a difendersi. Col Re Enzo caddero in potere dei Bolognesi anche Buoso da Doara, condottiero dei Cremonesi, Gerardo Pio e Tommasino da Gorzano nobili modenesi, Marino da Eboli Pretore di Reggio, Corrado Conte di Solimburgo, Antolino dall’Andito, con molti altri. L’ elenco originale dei prigionieri fatti a Fossalta, esistente tuttora presso l’Archivio di Stato di Bologna, ne registra cento ottantadue, e fu pubblicato dal Savioli [2], ma non integralmente, avendo egli ommessa molta parte dei nomi, che gli sembravano meno importanti ed oscuri, per togliere dal documento un’ inopportuna prolissità.

Dei nostri caddero prigionieri del nemico Rambertino di Rolando Ramponi, Corvolino da Castello, Jacopino di Saviolo Savioli, Cinello da Monzuno, Galvano da Lala e pochi altri.

Il Re Enzo fu chiuso in Castelfranco sotto rigorosa custodia, fino a tanto che il Comune avesse preparata in Bologna una prigione conveniente a sì nobile prigioniero entro il Palazzo nuovo, che poi fu detto del Podestà. A Castelfranco pare che rimanesse il Re Enzo dal 20 maggio al 18 agosto; poscia fu condotto ad Anzola, castello allora munito sulla via Flaminia, ora detta di S. Felice, e distante egualmente dalla città e da Castelfranco. Delle armi che fecero parte del bottino di guerra ci resta notizia solo di un teniere da balestra, registrato negli inventari delle armi del Comune del 1381 e 1384, presso l’Archivio di Stato di Bologna, come segue: Item unum telerium magnum a balista quod fuit Regis Hentii, cum noreta una de cupro.

Il Podestà di Bologna con molte squadre d’armati si recò ad Anzola per disporre l’ordine del trionfale ingresso dei prigionieri in Bologna, che ebbe luogo il 24 agosto 1249. Precedevano i cavalieri di leggiera armatura, coronati di fronde di quercia, colle spoglie dei nemici vinti, ed erano seguiti da molti prigionieri a piedi sotto buona scorta d’armati. Poi venivano i prigionieri nobili a cavallo, e da ultimo il Re Enzo a cavallo, avendo alla sua destra Buoso di Doara, alla sinistra Gerardo Pio, e dietro il Conte di Solimburgo. Il popolo era accorso numerosissimo fin presso al ponte di Reno, ed attraeva la vista di tutti l’aspetto bellissimo del Re Enzo, giovine di appena ventiquattro anni, di mediocre e robusta statura, di nobilissima fisonomia, con lunga e inanellata chioma bionda [3]. Alla porta della città stava il Vescovo col clero, cantando inni in rendimento di grazie per la famosa vittoria ottenuta dai Bolognesi, ed il popolo giubilante acclamava al Potestà Filippo Ugoni ed ai luogotenenti dell’esercito Antonio Lambertazzi e Lodovico Geremei. Furono il Cardinale e il Podestà ricevuti sotto un ricchissimo baldacchino, portato da giovani nobili bolognesi, vestiti di zendado rosso e bianco, alla divisa della città, e preceduti dai magistrati e dal clero, fra lieti applausi e suoni di trombe lungo le vie adorne di ricchissime tappezzerie e di verdura. Come furono arrivati alla cattedrale il Legato benedisse il popolo, dopo aver accompagnato il Re Enzo in luogo sicuro e ben custodito. Il di seguente si radunò il consiglio per deliberare ciò che far si dovesse di tanti prigionieri, e si stabilì che tutti, eccetto il Re Enzo, potessero riacquistare la libertà mediante il cambio o il riscatto; quanto alla persona del Re si decretò che mai a nessun patto non si potesse rilasciare, ma dovesse restare prigione finchè vivesse, provveduto a pubbliche spese di vitto e servitù da suo pari.

Che la prigione del Re Enzo fosse nel Palazzo nuovo del Comune, ora detto del Podestà, non si può certo revocare in dubbio. Oltre alla testimonianza de’ più autorevoli cronisti abbiamo quella del registro originale dei prigionieri fatti a Fossalta, ove leggesi che tutti quelli che sono no- tati in detto quaderno, computatis domino Rege et hiis qui cum eo sunt, si trovavano in palatio novo communis Bononie. Il luogo preciso ov’egli era imprigionato ci è indicato da una lettera autografa, che sembra essere stata scritta da fra Leandro Alberti [4], nella quale si legge che « fu fatta « una stanza ampia ove [il Re Enzo] potesse passeggiare, la quale fino ad hora si vede ivi essere et chiamasi la sala del Re Hentio, ove gli Signori Potestà et Auditori della Rota rendono ordinariamente, a’ loro banchi ivi accomodati, ragione. Sotto la quale sala si trova una stanza, che serve di presente per lo archivio di Bologna, ove si ritirava et stava esso re, guardato sì che non fugisse; ma visitato et salutato ogni giorno da cittadini diversi et nobili bolognesi, quali erano per questo ordinati ».

La prigione del Re Enzo era dunque nella sala superiore ora occupata dall’archivio notarile, nella parte del palazzo del Podestà prospiciente verso la piazza del Nettuno [5].

Le finestre della sala erano ben chiuse da inferriate, e nel mezzo (stando a ciò che narra un cronista) [6] eravi una camera sospesa, costruita in legno e ferro, entro la quale ogni notte il Re Enzo era rinchiuso e ben guardato; mentre nel giorno poteva liberamente passeggiare per la sala. Ciò probabilmente diede origine alla leggenda che Enzo fosse rinchiuso in una gabbia di ferro, ripetuta dal Villani [7], da Ricordano Malespini [8] e da altri storici e, se meritasse fede la notizia del cronista genovese, non sarebbero andati molto lungi dal vero. Ma sappiamo invece come il libero comune tenesse prigione il figlio di Federico II nel più bello e ricco palagio, permettendogli di avere con sè valletti, servi e quanto gli poteva occorrere per continuare a fare magnificentias suas usitatas. E se pure egli non ebbe la compagnia di messer Guido Guinicelli e di Fabruzzo Lambertazzi, come vorrebbe il Torraca [9], ebbe certamente per compagni sedici giovani nobili, che andavano a conversare con lui, rinnovandosi ogni quindici giorni; ed ebbe più d’un sarto e un calzolaio a sua disposizione.

Nel suo testamento troviamo infatti un legato di 26 lire a Jacopino Fava suo maestro sarto e altrettanto a Pietro da Reggio suo calzolaio. D’un altro sarto del Re Enzo, per nome Guglielmo, trovò notizia il prof. Carlo Cipolla nei protocolli d’un notare bolognese, in un atto dell’ 11 ottobre 1252 [10].

Come ebbero presa i Bolognesi la risoluzione di non voler più rilasciare in libertà il Re prigioniero, pubblicarono negli statuti del sec. XIII gli ordinamenti relativi alla sua custodia. In una riformagione del 9 gennaio 1252, presso l’Archivio di Stato di Bologna, si stabiliva che si dovessero scegliere per custodi del Re Enzo e degli altri prigionieri sedici giovani d’età non inferiore ai 30 anni, che dovevano rinnovarsi (come dissi) ogni quindici giorni, ricevendo ciascuno due soldi di bolognini al giorno.

Ecco il testo latino del documento, che, parmi, non sia stato da altri pubblicato:

Die viiij Januarii mcclii.

In reformatione Conscilii facto partito, placuit toto Conscilio quod ad custodiam d. Entii Eegis et aliorum qui cum eo sunt in carcere debeant stare XVJ custodes tantum, et debeant mutari singulis xv diebus; omnes debeant esse etatis xxx annorum, vel majoris, et solvantur sicut actenus soluti sunt a Rege, et habeant quilibet per diem duos sol. bon., et qui steterit in dicta custodia xv diebus non stet postea in dicta custodia usque ad sex menses.

Item placuit quasi toto Conscilio quod in custodia scalarum palatii in quo moratur R ex stare debeant custodes qui sunt omnes etatis xxx annorum, vel majoris, et non faciant ibi aliquod ministerium, sive artem, et habeant mercedes sicut anno preterito habuerunt alii stantes ad dictas scalas.

Item placuit toto Conscilio quod clavatorie et claves palatii et scalarum, pontis et hostiorum omnium dicti palatii removeantur et mutentur, et ponantur alie clavatorie et claves. Item placuit quasi toto Conscilio quod prexones videantur per unum de familia Potestatis, et per Ançianos et Consules, et illa qua videbuntur eis bone et convenientes retineantur et alia mutentur et inveniantur meliores.

Negli statuti del 1260 [11] si ordinava che una delle due chiavi della camera del Palazzo nuovo, ov’era rinchiuso il Re Enzo, fosse custodita dal Potestà, e l’altra dai custodi della prigione. Ogni mattina, al suono della campana del Comune, il giudice del Podestà doveva aprir la porta della prigione, ed era severamente proibito ai soldati che l’avevano in custodia di giuocare, o di parlare coi prigionieri.

Nel 1262 [12] si obbligarono i cittadini scelti dal Potestà per la custodia del Re Enzo a non potersi sottrarre in alcun modo a tale ufficio, nè ad esigere alcun onorario.

Per render più tollerabile al Re Enzo la lunga sua prigionia, il Comune di Bologna ordinava nel maggio 1263 che fosse liberato dalla fastidiosa compagnia del tedesco Corrado, che lo molestava, destinando a questo un’ altra prigione [13].

Sebbene i Bolognesi trattassero così onorevolmente il Re di Sardegna, pure Federico II offerse invano le più grosse somme pel suo riscatto. Quanto e come egli si adoperasse per la liberazione del figlio, non sappiamo con certezza. Matteo Paris [14] dice che avea proposto di dare in Cambio ai Bolognesi un figlio del Marchese di Monferrato che teneva prigione, ma che la morte di lui impedì che il cambio fosse concluso. Un’altra leggenda più inverosimile e più diffusa narra che l’Imperatore offrisse ai Bolognesi un cerchio d’oro capace di cingere tutta la città [15]. Certo è però che, essendo riuscite vane le pratiche fatte per liberare Enzo dalla sua prigionia, ricorse alle minaccie; scrivendo ai Bolognesi che considerassero bene come sieno varie le vicende della fortuna, e come l’avo suo avea sottomesso i Milanesi, assai più forti di loro, così egli avrebbe potuto, coll’aiuto di Dio, debellarli.

Rispose a nome dei bolognesi Rolandino Passaggieri: Non sempre colpisce il dardo ove mira, nè sempre il lupo raggiunge la sua preda. Non ci atterriscono le ampollose minaccie. Il Re Enzo ci appartiene per diritto di guerra, e come nostro prigioniero lo terremo. Contro le vostre vendette cingeremo anche noi le spade, resistendo come leoni; nè alla vostra altezza sarà di grande giovamento l’esercito numeroso, imperocchè dove sono molti nasce facilmente la confusione, ed avviene talvolta che un cinghiale sia superato da un cagnolino» [16].

Certamente dopo la morte dell’Imperatore (13 dic. 1250) la condizione in cui Enzo trovavasi peggiorò, e secondo la cronaca di frate Tommaso toscano [17] sarebbe stato abbandonato da tutti i suoi, restando in balia assoluta del Comune di Bologna.

Jacopo d’Acqui, cronista Domenicano nato sulla fine del sec. XIII, narra nel suo Chronicon imaginis mundi [18] che Enzo lagnavasi con alcuni suoi amici di parte Lambertazza, perchè il Comune di Bologna limitava troppo le spese pel suo mantenimento, e pregavali di intercedere per lui nel Consiglio. Essi promettevano di fare quanto desiderava, ma poi facevano tutto il contrario, onde il Re Enzo non potè ottener altro che pane, vino e frutta ogni giorno per sè e quattro suoi domestici.

Curioso è pure, sebbene anche più inverosimile, ciò che narra fra Salimbene nella sua Cronaca [19]. Egli dice che un giorno i suoi custodi non volevano dare da mangiare al Re Enzo; allora frate Albertino da Verona, celebre predicatore, non potendo riescire a smuoverli da tale proposito disse che avrebbe giuocato con loro ai dadi [20] e se avesse vinto, il Re Enzo avrebbe avuto licenza di mangiare. Egli giuocò, vinse e diede al Re il cibo conteso, restando famigliarmente in sua compagnia. Ognun vede la niuna verosimiglianza di tale aneddoto riferito da fra Salimbene per mettere in evidenza la carità del suo confratello.

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Veniamo ora ad una delle leggende relative al Re Enzo più tenacemente radicate nel volgo e diffuse dagli storici; voglio dire al tentativo di fuga dalla prigione.

Nell’ aprile del 1253 trovarono modo di fuggire dal carcere Jacopone dal Borgo Cremonese (non Guido come si legge nel Savioli) [21], Niccolò da Giosano, Enrico di Wardestein e Bernardo d’Harstall, con altri de’ Cremonesi e Tedeschi fatti prigionieri a Fossalta. Fu bandito nel capo, con una taglia di cento lire di bolognini, Michele fornaio di Saragozza custode delle carceri, insieme a Falco da Firenze, Guiduccio d’Ubaldino, Aliserio di Guidotto di Carboncello e Pietro Pontecchio da Varignana per avere agevolata questa fuga [22].

Il Savioli [23] crede che da questo fatto traesse origine la strana favola della tentata fuga del Re Enzo, divulgata dal Ghirardacci [24], dal Sigonio [25], dal Münch [26] e da altri poco accurati scrittori, benchè il silenzio de’ più antichi ed autorevoli cronisti, segnatamente del Villola e del Griffoni, avrebbe dovuto renderli più cauti nello spacciarla.

Il Griffoni [27], l’Historia miscella [28], il Ghirardacci [29] e il Sigonio [30] dicono che nel 1253 Raniero Gonfalonieri fu decapitato e Pietro Asinelli fu bandito perchè aveano procurata la fuga d’un prigioniero che era col Re Enzo, cioè di Corrado Conte di Solimburgo, secondo il Ghirardacci. Se anche la notizia non è esatta riguardo ai nomi, è però confermata dagli statuti di Bologna la fuga di più prigionieri avvenuta nel 1253. Ma poi all’ anno 1268 il Ghirardacci narra il tentativo di fuga del Re Enzo, agevolato parimente da Pietro Asinelli e da Raniero Confalonieri. Se non che, avvedutosi della palese contradizione fra le due notizie, nell’indice della sua Histora volle rimediarvi dicendo che la stampa era stata alterata, perchè i compositori avevano confusi i nomi di quelli che trattarono la fuga del Re Enzo, con quelli che aveano procurata la fuga del Conte di Solimburgo, e sostituì ai nomi di Pietro Asinelli e di Raniero Gonfalonieri quelli di Pasino Asinelli bolognese e di Ruggiero Traversari Vicentino scolaro di legge. Ma i nomi di costoro non compaiono in alcuna cronaca o storia bolognese, e tutto lascia supporre che siano stati mutati arbitrariamente dal Ghirardacci per rettificare la notizia data della tentata fuga di Enzo.

Non merita maggior fede del Ghirardacci il Sigonio quando afferma [31] che il tentativo di fuga del Re Enzo, avvenuto nel 1268, fu procurato da Guido Caccianemici; poichè, come fu già osservato dal Blasius [32], il Griffoni [33] e l’Historia miscella [34] ci fanno sapere che appunto nel gennaio di detto anno Guido Caccianemici fu ucciso da Caccianemico de’ Caccianemici.

Chi sia stato il primo a divulgare questa leggenda difficilmente si può affermare. Certo era una tradizione anteriore al tempo in cui visse il Sigonio, poichè la troviamo accennata anche nella lettera ch’ io non esito a ritenere autografa di fra Leandro Alberti [35], colle parole seguenti:

« Fu spesato con suoi servidori a spese del Comune di Bologna per ventidue anni et nove mesi; nel qual tempo esso Re per opera d’uno cittadino suo amico tentò di fuggire, ma fu conosciuto e più osservato, ma non tortegiato » [36].

Ai primi di marzo del 1272, essendo caduto infermo il Re Enzo fece testamento [37]. Dell’autenticità di esso non possiamo dubitare; poichè trovavasi presso l’ Archivio di Stato di Bologna, ove vedesi tuttora registrato nell’inventario dei documenti già appartenuti ai Domenicani, col n.° 1532 (Busta 178/7582) ma nel 1751 fu ripreso dai frati di S. Domenico con altri documenti, e dicesi che ora sia posseduto dalla famiglia Gherardeschi [38]; se non che per buona ventura ne resta tuttora la registrazione nei Memoriali del notaio Uguccione Bambaglioli dell’ anno 1272 [39] nel modo seguente:

Die vij intrante Martio (1272).

Inlustris dominus Henricus Sardinie Rex filius dive memorie d. Federici Roman. Imperatoris suum fecit testamentum scriptum manu Thomaxini condam Petrizoli Armanini not., in quo sibi heredes instituit naturales d. Alfonsum Regem Castella, d. Federicum tercium Lantegradum [40] Thuringie, in pallatio communis Bononie, heri facto in presentia fratris Bonanni prioris fratrum predicatorum, fratris Thomaxini de Mathelicha et fratris Philippi de Coerçelis [41] de ordine fratrum predicatorum, d. Luchiti de Gataluxiis Pot. Bon., d. Accurxii Lançavegie capitanei populi Bon., d. Raymundi de Casellis, d. Daniellis de Casellis, d. Guillelmi de Rodofredo; d. Yvone in dicta civitate Allexandrie, d. Anselmo, d. Opizo et d. Facino militibus Potestatis Bononie, d. Amideo Ugonis Albriçi, magistro Pellegrino Christiano medico testibus; ut idem Prior cum dicto domino Amideo procuratore dicti d. Regis insimul dixerunt se rogavisse dictum testamentum et ipsum infirmum esse, et interfuisse dicto testamento et stipulari fecerunt.

Il 7 e il 13 marzo il Re Enzo aggiunse al suo testamento due codicilli [42], de’ quali pure si trova la registrazione nei Memoriali d’Uguccione Bambaglioli, pubblicata dal Münch [43], ma con qualche inesattezza, perchè si giovò di una copia autenticata dal notaio Casimiro Nicolò Patrizi il 25 giugno 1756.

Il 14 marzo 1272 Enzo venne a morte e gli furono fatte solenni esequie a spese del Comune. « Il suo corpo fu fatto imbalsamare (scrive il Negri) [44] e posto sopra un feretro coperto di finissimo scarlatto, con veste del medesimo, foderata d’ermellino. In testa avea una corona d’ oro gemmata, e in mano uno scettro d’ oro. Fu portato sotto un baldacchino di velluto cremesino, foderato di pelli di vajo, con solennissima pompa alla chiesa de’ frati Domenicani, preceduto dal clero, e seguito dai magistrati e da tutta la nobiltà » [45].

Anche 1’ anonimo autore della lettera, ch’ io attribuisco a fra Leandro Alberti [46], così descrive la pompa dei funerali fatti al Re Enzo:

Morì poi il Re et fu sepelito a li 14 di maggio 1272 in luni a la chiexia de’ padri predicatori, et dice la memoria il vestimento et habito del Re morto, cioè: una vesta, una guarnacca et una cappa di scarlatto, foderata de vari, et con un diadema d’ oro e d’argento con pietre preziose in testa, con una verga d’ oro in mano, et dui copertori de vari, uno di scarlatto, l’altro di samito; et fu imbalsamato a spese del Comune di Bologna, con una statova sopra il sepolcro di lui. Sendo poi col tempo guasta la sepoltura, nel proprio luoco del sepolcro in rinovata, et postavi quella longa in prosa che vi si vede. Et quando, non sono molt’anni, un’altra volta si è riaccomodato, io ho vedute le ceneri, la spada, et altre cose, che erano state trovate nella sepoltura, et il capo intiero del predetto Re, cioè le ossa, et di ciò V. S. Ill. sempre di me facci fede.

La prima iscrizione che fu posta sulla tomba del Re Enzo era incisa su di una lastra di marmo rosso come segue :

Tempora currebant Christi nativa potentis

Tunc duo cum decies septem cum mille ducentis

Dum pia Caesarei proles cineratur in arca

Ista Friderici maluit quem sternere parca

Rexerat et comptos pressit diademate crines

Hentius inquam coeli meruit mens tendere fines.

« Il 6 settembre 1376 (leggesi nell’Historia miscella) [47] il corpo del Re Enzo fu portato in una cassa nella sa« cristia de’ frati Predicatori. E questo fu per un lavoriero che si faceva là dove era l’arca sua. Poscia fu tolto e messo in un’arca fuori nel muro coll’ ufficio solenne de’ morti; e fu colla spada, speroni e corona ».

All’ iscrizione in versi surriferita, perita forse per vetustà, ne fu sostituita un’altra in prosa al principio del cinquecento, mentre era Senatore Gio. Francesco Aldrovrandi, morto nel 1512 [48]. Verso la fine del secolo, cioè nel 1586 [49], il monumento sepolcrale del Re Enzo fu novamente restaurato per volontà del Senato bolognese; poscia ebbe un altro restauro nel 1690, e finalmente il 12 luglio 1731 [50], a causa della nuova fabbrica della chiesa di S. Domenico, dovendosi levare l’antico deposito delle ossa del Re Enzo, il Marchese Luigi Albergati Capacelli e il Marchese Lodovico Manzoli Senatori di Bologna, deputati dagli Assunti, alla presenza di testimoni e d’ un notaio, fecero levare dal muro, ove stava rinchiusa e coperta da una gran lapide marmorea, la cassa di piombo con coperchio stagnato intorno, con iscrizione sopra che diceva: Plumheum hoc conditorium in quo Regis Hentii ossa asservantur renovatum fuit anno 1690. Fu trasportata in una stanza situata nell’atrio vicino alla sagrestia, e chiusa la porta con due chiavi rilasciate poi nelle mani del notaio. Ivi rimase finchè fu pronto il nuovo mausoleo, e la cassa di piombo fu collocata entro altra di legno, e chiusa entro il muro a destra, in capo alla croce di detta chiesa, contiguo alla cappella de’ signori Pepoli. Poi fu collocata la gran lapide con iscrizione che vedesi tuttora, e che ha nella parte inferiore un medaglione col busto del Re Enzo.

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Dopo avere riassunti i principali fatti che si riferiscono alla prigionia e morte del Re Enzo e le varie vicende della sua sepoltura, vediamo come il popolo bolognese celebrasse e perpetuasse la memoria della gloriosa vittoria di Fossalta nelle feste e nei pubblici spettacoli.

Una delle più antiche feste bolognesi, e che più lungamente durò nella tradizione popolare, è quella che si disse della Porchetta, istituita appunto per commemorare la vittoria di Fossalta. Per molto tempo si è creduto, e da alcuni si crede ancora, che questa festa celebrasse l’esterminio della parte ghibellina, o la cacciata della fazione do’ Lambertazzi da Bologna, avvenuta nel 1279 pel tradimento di Tebaldello de’ Zambrasi. Ma fu già dimostrato prima dal Mazzoni-Toselli [51], poi dal Guidicini [52] e recentemente dal Pellegrini [53] e dal Dallari [54] che la festa della porchetta nulla ha che fare col tradimento di Tebaldello. La spiegazione dell’ equivoco è facile e fu già chiaramente dimostrata dal Pellegrini e dal Dallari.

La corsa al pallio, che facevasi il 24 agosto d’ogni anno, fu poi sostituita colla cuccagna di pollami, comestibili e denari gettati al popolo; la qual festa terminava sempre colla porchetta arrostita che dalla ringhiera del palazzo pubblico si lanciava come offa alla plebe, Quest’uso si trova già stabilito nel 1568, ma nel 1507 vollero i bolognesi rappresentare questa festa più allegramente dell’ordinario e in una nuova maniera. Così incominciarono quelle spettacolose rappresentazioni allegoriche e pantomimiche che d’allora in poi si fecero per la festa di S. Bartolomeo, allusive a personaggi storici o mitologici. Nel 1696 la festa popolare della porchetta s’ intitolò: Il Re Enzio redivivo. Il teatro era in forma di spazioso cortile, che avea da un lato il maestoso portico del palazzo del Potestà, e questo continuava per altri due lati con analoga costruzione. Sotto gli archi de’ portici stavano le botteghe della fiera, e nella parte superiore campeggiavano magnifiche ringhiere adorne di vasi e di statue d’ eroi. Sulla piazza si fece la solita giostra di cavalli e corsa al pallio, mentre dalle ringhiere si gettavano al popolo vitelli, castrati, vettovaglie d’ogni specie, volatili e in fine una pioggia di monete d’ argento e d’oro che cadeva dalle mani del Cardinal Legato.

Non solo coll’annuale festa della porchetta si perpetuò la gloriosa memoria della vittoria di Fossalta, ma anche con mascherate in occasione del carnevale, come fu quella dell’anno 1738, rappresentante la prigionia d’ Enzio Re della Sardegna e così descritta nel codice 572 (n.° 7) della Biblioteca Universitaria di Bologna :

Sul meriggio del Giovedì grasso 13 febbraio 1738 sortendo fuori del gran palazzo del Co. e Sen. Filippo Aldrovandi, che ne formò l’ idea e la compose, fecesi vedere sulla strada maestra di Galliera la suddetta mascherata a cavallo non meno vaga e bizzarra che numerosa e con ordine militare disposta. Inviossi subito la medesima per la detta strada di Galliera, passando davanti al maestoso nuovo palazzo delle Serenissime Principesse di Modena, che allora trovavansi in Bologna col Ser.mo Duca Francesco loro fratello, per godere del suddetto Carnovale. Proseguendo verso la gran piazza avanti al palazzo pubblico, entrando nel medesimo a vista dell’Em. Legato, Vicelegato, Gonfaloniere e signori Anziani, che si levarono da tavola per ammirarla. Indi sortita di palazzo, proseguì lungo via S. Mamolo, d’ onde alla strada maestra di via S. Stefano, girò la medesima due volte per il corso pieno in quel giorno d’una gran quantità di cocchi e carrozze, anche tiri a sei e otto cavalli, e di una moltitudine infinita di maschere, che ricoprivano tutti li portici e le finestre in detto corso: di modo che ogni cosa concorreva a rendere più delizioso lo spettacolo carnevalesco, che fu poi ripetuto anche il dopo pranzo dell’ultima Domenica di carnevale 16 di di detto mese.

Ordine della mascherata - Avanguardia.

Tre forieri - Quattro trombetti vestiti coll’abito bardato del Reggimento - Sei oboisti di detto Reggimento Lambertazzi - Quattro mori a piedi - Tenente Colonnello con un superbo cavallo riccamente bardato - Capitano con due paggi a piedi - Due servitori con quattro cavalli da maneggio ben bardati - Cornetta con quattro cadetti del predetto Reggimento Lambertazzi di dragoni vestiti di scarlatto, capello bordato, spada nuda e sua tracolla - Sergente maggiore - Altri dodici dragoni a cavallo - Carro trionfale guidato da otto cavalli bardati con gualdrappe lunghe sino a terra, attorniati da trenta mori, sul quale in sedia eminente stava il gran generale e duce Antonio Lambertazzi vestito con spoglie militari e di gran valuta, sopra d’esso una felsina, che in alto sedile superiore sedea, coll’asta in mano, ed in più basso luogo di detto carro trionfale stava un coro di suonatori, che con armonici e garruli suoni di diversi strumenti applaudivano al trionfatore.

Retroguardia.

Tenente Maresciallo - Capitani con sei paggi a piedi e due lachè - Servitore con due cavalli da maneggio coperti di pelli d’orso - Sei oboisti e un paio di timballi e due trombe da caccia - Personaggio vestito all’Ottomana che portava l’insegna del Re Enzo prigioniero - Sei ufficiali di rango, in mezzo de’ quali stava il Re Enzo, senza spada e capello, avvinto tra lacci di seta e d’oro, con un bizarro destriere, che colla schiuma che uscivagli dalla bocca pareva fremesse d’ira per la prigionia del suo reale padrone - Trenta guardie a piedi vestite alla Persiana, che venivano seguendo il detto Re, con turbanti e mazze ferrate in mano - Altri sei uffiziali di rango più basso - Due aiutanti e cornetta - Cinquanta altri soldati di detto reggimento pure a cavallo con tracolla e sciabola nuda alla mano - Convoglio di carriaggi in numero di dodici, parte tirati a sei cavalli, parte a quattro, e parte a due, tutti coperti con suoi panni e pieni di soldatesche inutili; cioè feriti, donne e fanciulli - Dodici muli con some e carichi ad uso di dogana.

La sconfitta e prigionia del Re Enzo porse pure argomento ad alcuni drammi e tragicommedie. Non potei trovare la tragedia in versi: Enzio del P. Gesuita Simone Maria Poggi (1685-1749), indicata dal Quadrio [55] e dal Fantuzzi [56], rappresentata nel Collegio di S. Luigi Gonzaga.

Nel carnevale del 1733 e 1734 sulle scene del teatro Malvezzi fu assai applaudita l’opera tragicomica di Domenico Maria Creta : Il Re Enzio in campo [57], dedicato a S. E. il sig. Giacomo Correr Patrizio Veneto. I personaggi sono i seguenti: Enzio Re, Leopoldo suo Consigliere, Fulvio ambasciatore dei Bolognesi, Cammilla sua figlia vestita da uomo, Argentina sua damigella, Giulia Principessa amante di Enzio vestita da amazzone, vecchio indovino, Tracagnino.

Un terzo dramma anonimo: Il Re Prigioniero, in tre atti, in prosa, con lunga prefazione storica fu impresso a Bologna (Romano Turchi, 1831). I personaggi sono più numerosi che nell’ altro. V’entrano, oltre ad Enzo e Corrado conte di Salisburgo, Costanza figlia di Enzo, Margherita Regina di Napoli, Ugo duca di Borgogna, Castellano degli Andalò, Lambertolo Buttrigari, Guido Caccianemici, Lambertino de’ Lambertini, Michele degli Orsi ed altri. La scena rappresenta la sala ov’era imprigionato il Re Enzo, e l’argomento consiste principalmente nei preparativi della fuga del Re tentata per consiglio di Guido Caccianemici.

Tali sono le vicende della pietosa fine del Re Enzo nella storia e nella tradizione popolare. Certo pochi altri avvenimenti eccitarono la fantasia del popolo più di questo ed era quindi necessario che la critica sceverasse la leggenda dalla storia. Ma anche in questo, come in molti altri studi, fummo preceduti dai tedeschi, e poco io potei aggiungere alle ricerche del dott. Blasius; pure confido di non aver fatto in tutto opera vana, e se ad altro non servirà questo studio, gioverà almeno a far conoscere meglio fra noi gli ultimi risultati della critica storica relativamente alla prigionia e alla morte del Re Enzo.

Bologna. Lodovico Frati.

Note

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[1] Fra i cittadini citati dal Podestà il 7 agosto 1249 a render conto delle armi e spoglie tolte al Re Enzo nella battaglia di Fossalta sono nominati questi tre soli pro denariis rebus et armis de captione Regis. Il notaio aveva cominciato a scrivere anche de equite che poi fu cassato, perchè il cavallo del Re Enzo, come si disse, era rimasto ucciso. (Arch. di Stato, Miscell. Fragm. II, n.° 20).

[2] Annali di Bologna, to. III, parte II, p. 264. Per aver un’idea della poca diligenza con cui fu pubblicato questo notevole documento basti osservare che Lantelmo di Marnate Assessore del Podestà di Bologna ora è indicato col suo vero nome di Lantelmo, ora con quello di Cantelmo ed ora con quello di Lamberto.

[3] « Valens homo (lo dice fra Salimbene) et valde cordatus, idest magnifici cordis, et probus aarmatus, et solatiosus homo quando volebat,... et multum in bello audacter se exponebat periculis; pulcher homo fuit mediocrisque staturae». (Fr. Salimbene, Chron. p. 156).

[4] Il carattere di detta lettera è similissimo a quello della Storia di Bologna, autografa, in 4 volumi, nel cod. 97 della Bibl. Univ. di Bologna.

[5] Ciò fu dimostrato anche dal prof. Falletti-Fossati in una sua memoria sul palazzo del Podestà, recentemente letta alla r. Deputazione di storia patria per le Romagne.

[6] Ved. Bartholomaei Scribae, Annales Januenses, (1249-1264). In Monumenta Germaniae hist. (XVIII, 227). « Ipsum autem Regem in quadam aula palacii Bononiensis carceri et magnae custodiae manciparunt; onmes enim fenestras ferro clauserunt, et in medio aulae cameram lignis et ferro firmatam et suspensam a solo aulae fecerunt, in qua camera in qualibet nocte includitur, custodiis undique circumpositis. In die vero cum magna custodia in ipsa aula palacii commoratur ».

[7] Cronica, lib. VI, cap. 87; non lib. IX, come scrive il Petracchi.

[8] Hist. Fiorentina (Firenze, 1718, cap. 140, p. 119).

[9] Nuova Anlologia, vol. CXXXVIII, p. 475.

[10] Mittheil. für Oesterr. Geschichtsforschungen, IV, 403.

[11] Statuti del Comune di Bologna dall’ anno 1245 al 1267, pubblicati per cura di Luigi Frati (Bologna, 1877, III, 334).

[12] Statuta Comunis Bononiae, presso l’ Arch, di Stato di Bologna, 1262, (fol. 89).

[13] Ved. Statuti di Bologna, ed. Luigi Frati (III, 490).

[14] Chron. major, London, 1687, p. 698.

[15] Ved. Münch, König Enzio, p. 353 e Historia miscella. in R. I. S., XVIII, 265.

[16] Ved. Savioli, Annali di Bologna, to. III, doc. 656 e 657. Huillaud-Brèholles, Hist. dipl. (VI, 738). La lettera di Federico II ai Bolognesi trovasi pure nei codici Vat. 3998 (c. 30) e 3999 (c. 25) d’onde fu trascritta da C. Ruggieri, De Bononia et Bononiensibus monumenta (II, 93) presso la Bibl. Univ. di Bologna. La risposta dei Bolognesi dal cod. Vat. 5221 è trascritta nel Codex diplomat. (vol. LXXIV, n.° 38) e nelle cronache del Negri e del Ghiselli (I, 436).

[17] Mon. Gennaniae hist. (XXII, 515) cfr. Blasius, König Enzio, p. 134.

[18] Hist. patriae Mon. (III, 1588-89). Torino, 1848. Cfr. Blasius, p. 137. « Post hec datur sibi dieta quod eligat pro uno pulmento, vel bandixione, quod sibi omni die magis placet. Et nihil amplius habere poterit a Comuninitate Bononiensi nisi panem, vinum, fructus omni die cum ista « bandixione, et hec tantum pro se et quatuor domicellis suis. Qui eligit continue habere turtam, et omnia que concedere desiderabat in turta ponebantur. Et sic in tali statu fuit per dies et multos annos ».

[19] Monum. Hist, ad prov. Parm. et Placent. Pertinentia (Parma, 1857, pp. 156).

[20] Lo statuto del 1259 proibiva qualunque giuoco ai soldati che avevano in custodia il Re Enzo: « Et quod nullus de predictis militibus sive judicibus possit vel debeat ludere ad azzardum, vel aliquod alium ludum super dicto palatio ». SSlatuti di Bologna, vol. III, p. 331).

[21] Annali di Bologna. to. III, parte I, p. 268.

[22] Statuti di Bologna, ed. Luigi Frati, (I, 374-75).

[23] Annali (III, 271).

[24] Hist. di Bologna (I, 213).

[25] De regno Italiae. Opera omnia (Milano, 1732, to. II, col. 1268).

[26] König Enzius, p. 98.

[27] Rer. Ital. Scr. XVIII, 114.

[28] Ivi, 268.

[29] Ivi, I, 184.

[30] Op. cit., to. III, col. 289.

[31] Op. cit., to. II, col. 1062.

[32] Op. cit., p. 138.

[33] Rer. Hit. Scr. XVIII, 120.

[34] Ivi, XVIII, 279.

[35] Bibl. Univ. di Bologna, Cod. 498, busta I, n.° 5. L’Alberti, com’è noto, visse dal 1479 al 1552.

[36] Forse l’A. voleva scrivere: torturato.

[37] Fu pubbl. dal Koeler (p. 124), dal Petracchi (p. 67), dal Münch (p. 328), nei Monum. hist. patriae di Torino (X, 388) e dal Savioli (to. III. parte II, p. 442), ma colla data errata del 10 marzo, invece di 6 marzo.

[38] Blasius (p. 139, n.° 1) e Arch. d. Gesellschaft f. ältere deutsche Gesschichtskunde (XII, 574).

[39] Arch. di Stato di Bologna, Memoriale di Uguccione Bambaglioli, 1272, car. XLVI, ant. (109 mod.) e 112 v.

[40] Landgravium.

[41] Vercellis.

[42] Furono pubblicati da tutti coloro che ho citati per il testamento, fuorchè dal Savioli.

[43] König Enzius, p. 148.

[44] Annali di Bologna, mss. presso la Bibl. Univ. di Bologna, all’anno 1272.

[45] Ved. anche Historia miscella, In Rer. It. Scr. XVIII, 283.

[46] Non è solamente la somiglianza, e quasi identità, del carattere di questa lettera e delle Historie di Bologna autografe, che mi fa credere ch’essa possa attribuirsi al frate Domenicano; ma l’ufficio ch’egli tenne d’ Inquisitore generale dal 1530 al 1552, e l’ esplicita asserzione d’ aver egli assistito al restauro del monumento sepolcrale. Poichè questa lettera, diretta a un Canonico di cui si tace il nome, è scritta coll’intendimento di difendere il popolo bolognese dalla taccia di fierezza o crudeltà verso il loro prigioniero, s’intende facilmente come dovesse avere una certa autorità la testimonianza dell’Inquisitore Generale dei Domenicani, che custodivano il cadavere e il testamento del figlio dell’ Imperatore Federico II.

[47] Rer. It. Scr. XVIII, 399.

[48] Fu riprodotta insieme all’antico disegno del monumento da un’opera assai rara intitolata: Monumenta illustrium virorum et elogia (Trajecti ad Renum, 1671) nell’Eletta dei monumenti più illustri.... di Bologna (Bologna, 1838, to. I). Nella parte superiore campeggiava entro una nicchia una statuetta rappresentante il Re Enzo con scettro e corona.

[49] Non 1576, come leggesi nel Münch, König Enzius. p. 101.

[50] Ved. Istrumenti e scritture del Senato. G. lib. ’28, n.° 152 e lib. 29, n.° 81 (31 marzo 1730 e 12 luglio 1731) presso l’Archivio di Stato di Bologna.

[51] Racconti storici tratti dall’Arch. criminale (II, 522).

[52] Cose notabili di Bologna (II, 342).

[53] Il serventese dei Lambertazzi e dei Geremei. Negli Atti e Mem. della r. Deputaz. di st. patria per le Romagne, serie III, vol. IX, p. 70.

[54] Atti e Memorie suddetti, serie III, vol. XIII, pp. 57 e segg.

[55] Vol. III, parte I, p. 100.

[56] Scrittori bolognesi (VII, 76).

[57] Bologna, per Costantino Pisarri, 1735, 12.°, pp. 75. Nè la tragedia del P. Poggi, nè quella di D. M. Creta sono indicate dal Ricci nella serie dei drammi rappresentati sui teatri di Bologna.

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Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2009