Frate Leone

[1190? - Assisi 1271]

Lo Specchio di perfezione

Volgarizzato da Francesco Pennacchi

Edizione di riferimento:

Frate Leone, Lo Specchio di perfezione, Volgarizzato da Francesco Pennacchi e Illustrato da Attilio Razzolini, Soc. Ed. Toscana, Sancasciano Val di Pesa (Firenze) (proprietà artistica riservata)  Stab. Tipo-litografico f.lli Stianti, 1925 .

Lettera di Giovanni Joergensen al traduttore.

Assisi, 3 aprile 1925.

Caro professore e concittadino,

Ella mi ha chiesto una parola di prefazione alla nuova - terza - edizione del suo volgarizzamento dello Speculum. Per dire il vero, non ne vedo la necessità. Tutti noi che da anni ci occupiamo di studi francescani sappiamo il valore della sua traduzione dell’aureo libretto di Frate Leone.

E chi più di Lei poteva essere autorizzato ad intraprendere un così delicato e così difficile lavoro? Nato nella città stessa del Santo, nutrito del più genuino succo delle tradizioni francescane di questa città, vissuto poi nell’austerità degli studi storici, sulle traccie di quegli insigni studiosi che si chiamano Antonio Cristofani e Leto Alessandri, Ella era come predestinato a divenire l’interprete più sincero e più schietto del più schietto e sincero tra i seguaci del fi’ di Bernardone.

Difatti basta dare una semplice occhiata alla sua traduzione, paragonandola con altra recentemente uscita, per convincersi della superiorità della prima sulla seconda. Laddove il suo competitore rimane secco ed arido, traducendo freddamente il testo latino, il suo lavoro possiede una flessibilità musicale e un’ingenua grazia poetica, tutta veramente improntata allo stile del più puro Trecento.

E quando poi si viene al commento del testo, Ella si mostra di gran lunga superiore al suo rivale, e ciò facilmente si spiega quando si pensi ch’Ella da venti, da trent’anni non ha avuto nessun più caro pensiero che quello di studiare, non solo i documenti, ma anche i paesaggi francescani: il monte del Subasio, la valle del Tescio, la pianura che si stende intorno alla Porziuncola, gli oliveti di S. Damiano, i lecceti della forra delle Carceri. Lei parla di S. Francesco e de’ suoi primi discepoli non da straniero e da lontano, ma da conterraneo, e quasi quasi, direi, da contemporaneo.

Questo è il pregio maggiore del suo lavoro.

Mi abbia

suo dev. mo ed aff. mo concittadino

Giovanni Joergensen.

Frate Leone

(1190-1271)

Lo specchio di perfezione

Ossia il modello del frate minore,

Volgarizzato da Francesco Pennacchi d’Assisi

Santo Francesco

Incomincia lo specchio dello stato

di perfezione del Frate Minore

cioè del Beato Francesco.

CAPITOLO PRIMO

Della regola del Beato Francesco

§ 1. Come il beato Francesco rispose ai ministri che non volevano
esser tenuti all’osservanza della regola ch’ei faceva. (1253)

Il beato Francesco fece tre regole, cioè quella che papa Innocenzo approvò senza bolla [2]; in seguito fece quella più breve, e questa fu perduta; infine quella che papa Onorio confermò con bolla [3], dalla quale molte cose furono tolte via per i ministri, contro la volontà del beato Francesco. Dopo che la seconda regola che fece il beato Francesco fu perduta, si ridusse sopra un certo monte [4], tolti seco fr. Leone da Assisi [5] e fr. Bonizio da Bologna [6], per fare l’altra regola, la quale fece scrivere secondo che fu ammaestrato da Cristo. Allora raccoltisi insieme molti ministri [7], sì dissero a frate Elia il quale era vicario del beato Francesco: Abbiamo udito che frate Francesco fa una nuova regola, però abbiamo timore ch’ei la faccia più aspra, intanto che per noi servare non si possa. Vogliamo pertanto che tu vada a lui e sì gli dica, che noi non vogliamo esser tenuti a tale regola, e che sì la faccia per sè e non per noi .

A’ quali frate Elia rispose che non voleva andare senza essi, e allora tutti insieme vi si recarono. E frate Elia fattosi presso al luogo ove dimorava il beato Francesco, frate Elia lo chiamò: ed esso rispondendogli, e vedendo i predetti ministri, disse il beato Francesco: Che domandano cotesti frati? Risposegli frate Elia: Questi sono ministri i quali, udendo che fai una nuova regola, e avendo timore che tu la faccia troppo aspra, dicono e protestano che non vogliono essere tenuti a quella, ma si che tu la faccia per te e non per loro. Allora il beato Francesco volse la sua faccia al cielo e parlava a Cristo in tal modo: Signore, non te l’ho io ben detto che eglino non mi avrebbero creduto? Incontanente udirono tutti la voce di Cristo che rispondeva nell’aria: Francesco, nulla vi ha nella regola di tuo, ma tutto è mio ciò che vi è: voglio che la regola sia servata alla lettera, alla lettera, senza commento, senza commento, senza commento. E aggiunse: Io so quanto può l’umana debolezza e quanta grazia sarà per fare ad essi: quelli adunque che negano di osservarla escano dall’ordine. Allora il beato Francesco si converse a que’ frati e disse loro: Avete udito, avete udito? volete ve lo faccia ripetere novamente?

I ministri allora se stessi rimproverando si ritirarono confusi e pieni di timore [8].

CAPITOLO SECONDO

Della perfezione della povertà

§ 2. E in prima come il beato Francesco dichiarò la volontà e intenzione sua
che ebbe da principio sino alla fine intorno all’osservanza della povertà. (1226)

Frate Riccardo [9] della Marca, nobile di lignaggio e nobile per santità, il quale il beato Francesco amava di grande amore, un giorno visitò il beato Francesco nel palazzo del vescovo di Assisi, e infra le altre cose di cui ragionò con lui intorno allo stato della religione e l’osservanza della regola, lo interrogò specialmente intorno a ciò: «Esponimi, padre, l’ intenzione tua, la quale tu avesti da prima quando incominciasti ad avere frati, e l’intenzione la quale hai ora e credi avere insino al dì della tua morte, acciò io possa far fede della tua intenzione e volontà prima e ultima, ciò e a dire se noi frati cherici i quali possediamo tanti libri, possiamo ritenerli quantunque diciamo che siano di religione.» Dissegli il beato Francesco: «Ti rispondo, frate, che tale fu ed è il mio intendimento e ultima volontà, se i frati mi avessero servato fede: che niun frate niente dovesse possedere oltre il vestimento, siccome la nostra regola permette, col cingolo e i panni di gamba.» Non pertanto se alcun frate volesse opporre: perchè il beato Francesco a’ suoi dì non obbligò i frati con tanto rigore a seguitare l’osservanza della regola e della povertà, siccome significò a frate Rigerio, nè ingiunse di osservarla in tal modo, noi i quali fummo con lui, a ciò rispondiamo siccome intendemmo dalla sua bocca; imperocchè egli espose a’ frati queste e più altre cose, e ancora volle che nella regola altre ne fossero scritte, le quali per assidua orazione e meditazione impetrava da Dio a salute della religione, affermando essere quelle al tutto conformi alla volontà di Dio: ma poichè esponevale a’ frati, loro sembravano aspre e insopportabili, ignorando allora ciò che era per addivenire nella religione dopo il suo passaggio di questa vita. E perocchè aveva in grande timore lo scandalo sì è in sè come ne’ frati, non voleva entrare in parole con loro; ma, contro il suo volere, condiscendeva alla loro volontà, e dinanzi a Dio se stesso iscusava. E acciocchè a Dio non tornasse vuota la parola che nella bocca gli poneva a salute de’ frati, si studiava di compierla in sè per conseguirne poi mercede da Dio, e per tal modo trovava pace e consolazione lo spirito suo.

§ 3. A qual modo rispose ad un ministro che intendeva tenere libri
 con sua coscienza; e come i ministri, a sua insaputa, fecero togliere
fuori della regola il capitolo della proibizione dell’evangelo. (1226)

Una volta, dopo che il beato Francesco fece ritorno delle parti d’oltre mare [10], un certo ministro ragionava con lui intorno al capitolo della povertà, volendo intendere la sua volontà e intendimento, e, in ispecie, perchè allora era scritto nella regola un certo capitolo sopra le proibizioni del santo evangelo cioè: Niuna cosa porterete per via, ecc. E il beato Francesco sì gli rispose: «Io così intendo, che i frati niuna altra cosa debbano possedere all’infuori del vestito, della corda e i panni di gamba, siccome dice la regola, e se da necessità sono stretti, possano usare i calzamenti.» E dissegli il ministro: «Che farò io che ho tanti libri da valere meglio di cinquanta libre di danaro?» E questo disse perchè amava ritenerli con sua permissione, perocchè era contro la sua coscienza che tanti libri possedeva, essendogli manifesto quanto strettamente il beato Francesco intendeva quel capitolo della povertà; e il beato Francesco sì gli rispose: «Nè voglio, nè debbo, nè posso adoperare contro la mia volontà e contro la perfezione del santo evangelo che abbiamo professato.» Intendendo ciò, il ministro cadde in tristezza. Vedendolo il beato Francesco così contristato, in grande fervore di spirito sì gli disse in persona di tutti i frati: «Voi volete esser reputati dagli uomini frati minori, e esser detti seguitatori del santo evangelo; all’incontro, colle opere volete guadagnare le borse.» Pur tuttavia, sebbene i ministri sapessero che i frati, guardando la regola erano tenuti a servare il santo evangelo, nulladimeno fecero toglier fuori dalla regola quel capitolo: Niuna cosa porterete per via, ecc. reputando essi con ciò non esser tenuti all’osservanza del santo evangelo. Laonde il beato Francesco ammaestrato dallo Spirito Santo, alla presenza di alquanti frati disse: «Credono i frati ministri fare inganno al Signore e a me: ora, acciocchè tutti i frati sappiano che sono tenuti a seguitare la perfezione del santo evangelo, voglio in principio e in fine alla regola sia scritto che i frati sian tenuti a servare fermamente il santo evangelo del Signore nostro Gesu Cristo; e perchè i frati non abbiano scusa intorno a quelle cose che loro significai e significo, le quali il Signore a salute mia e per la loro pose nella mia bocca, intendo mostrarle colle opere innanzi a Dio, e, con il suo favore, di servarle perpetuamente.» Pertanto esso osservò alla lettera tutto il santo evangelo dal principio, da poi che cominciò avere frati, insino al dì della morte sua.

§ 4. Del novizio che voleva avere il salterio di licenza di lui. (1220)

U altro giorno, avvenne che un frate novizio il quale sapeva leggere il salterio, come che leggere non sapesse troppo, impetrò licenza dal generale ministro di possederlo: ma perocchè avea udito che il beato Francesco isdegnava che i suoi frati avessero sete di scienza e di libri, non era pago di ritenerlo senza licenza del beato Francesco. Essendo adunque il beato Francesco al luogo [11] ove era il detto novizio, dissegli il novizio: «Padre, molto mi sarebbe grande consolazione possedere il salterio, e, avvegnachè il generale me n’abbia data licenza, tuttavia vorrei ritenerlo, padre, con tua coscienza.» Al quale il beato Francesco rispose: «Carlo imperatore, Orlando e Oliviero e tutti i paladini e forti uomini, i quali furono valenti in battaglia perseguitando gl’infedeli con molto sudore e fatica insino alla morte, guadagnarono su quelli vittoria segnalata, e in fine gli stessi santi martiri caddero combattendo a pro della fede di Dio: a’ nostri dì, all’incontro, sono molti i quali, solo col narrare le geste, le quali essi operarono, intendono guadagnare onore e lode dal mondo. Così similmente ha tra noi molti i quali, solo col contare e predicare le geste che i santi operarono, si studiano di guadagnare onore e lode. Quasi avesse detto: Non si conviene esser solleciti di libri e di scienza, sibbene delle opere di virtù, perocchè la scienza leva in superbia, la carità edifica.» Non andarono molti dì, il beato Francesco stando seduto accanto al fuoco, il detto novizio gli tenne parola del salterio. E il beato Francesco sì gli rispose e disse: «Quando tu avrai il salterio, bramerai e impetrerai il breviario. E dopo che avrai il breviario, ti assiderai in cattedra a modo di grande prelato, e ingiungerai al tuo fratello: arrecami il breviario.» E mentre queste cose diceva il beato Francesco in grande fervore di spirito, raccattò della cenere e posela sul capo del novizio, e portando la mano per il capo di lui in giro, siccome quegli che lava il capo, diceva: «Io il breviario! Io il breviario!» E così ripetè più volte, portando la mano per il capo. Di che ammirato e mortificato restò quel frate. Di poi il beato Francesco gli disse: «Fratello, anch’io a questo modo fui tentato di avere libri, ma non essendomi su di ciò aperta la volontà del Signore, tolsi il libro ove erano notati gli evangeli del Signore e pregai a Dio, che nella prima apertura del libro, mi significasse su di ciò la volontà sua; e finita l’orazione, nella prima apertura del libro mi occorse quella parola del santo evangelo: A voi è dato conoscere il mistero del regno di Dio, agli altri poi in parabole [12].» E aggiunse: «Tanti sono che di buon grado ascendono alla scienza, che beato sarà reputato colui che si farà insipiente per l’amore del Signore Iddio.» Andati ancora alquanti mesi, dimorando il beato Francesco presso al luogo di Santa Maria della Porziuncola allato alla cella, dopo la casa la quale dà sulla via, il detto frate novamente gli tenne parola del salterio. Al quale il beato Francesco rispose: «Va’, e opera in ciò secondo ti dirà il tuo ministro.» La qual cosa udita il detto frate, si mosse a tornare per la via onde era venuto. Ma il beato Francesco ristatosi nella via, si pose a meditare intorno a ciò che risposto aveva al frate, e incontanente gli gridò dietro dicendo: «Attendimi, fratello, attendimi!» E trasse fino a lui, e sì gli disse: «Ritornati meco, fratello, e mostrami il luogo ove ti consigliai di adoperare il breviario secondo la volontà del tuo ministro.» Ed essendo pervenuti a quel luogo, il beato Francesco s’inginocchiò dinanzi a quel frate e disse: «Mea culpa, fratello, mea culpa, poichè qualunque vuole esser frate minore non deve possedere se non la tunica, come la regola gli dà licenza, e la corda e i panni di gamba, e chi per ragionevole necessità è costretto, i calzamenti.» Laonde quante volte i frati traevano a lui per chiedere il suo consiglio sopra tale proposito, a tal modo rispondeva loro e sovente diceva: «Tanto l’uomo possiede con coscienza quanto egli fa di opere, e intanto il religioso è buon parlatore, in quanto egli fa di opere, imperocchè l’operatore si manifesta per il frutto.

§ 5. Del modo di guardare la povertà nei libri, nei giacigli,
negli edifici e negli utensili.

Il beato Francesco ammoniva i frati a cercare nei libri il testimonio del Signore, non il prezzo, esempi di edificazione, non le vanità: volle ne possedessero pochi e in comune, e questi fossero pronti al bisogno de’ frati. Nelle coltri e nei letti così abbondava copiosa la povertà, che quei che sopra la paglia avevano pannicelli sdruciti li tenevano in conto di materassi. Inoltre ammoniva i frati suoi di edificarsi povere celluzze e celle di legno e non di opera di pietra, e queste voleva si edificassero e costruissero di vile fango; e non tanto aveva in odio la magnificenza delle case, ma sì bene le soverchie masserizie e fini aveva in orrore. Non amava sulle mense e nei vasi quanto aveva di mondano e ciò che il mondo ricordasse, acciocchè ogni cosa manifestasse la povertà e tutto parlasse della peregrinazione ed esilio.

§ 6. Come fece partire tutti i frati da una casa, la quale
era chiamata la casa dei frati. (1220)

Essendo di passaggio per Bologna [13], udì che il luogo dei frati era stato novamente edificato. Non così tosto intese che quel luogo era chiamato la casa dei frati, torse il cammino, si partì della città e ingiunse fermamente ai frati tutti che uscissero di subito e per niun modo ivi abitassero.

Tutti i frati si partirono, così che neppur gl’infermi ivi rimasero, ma insieme cogli altri furono tratti fuori, fino a che monsignor Ugo Ostiense, vescovo e legato in Lombardia, non disse pubblicamente che il detto luogo era di sua ragione.

E il frate che ivi era infermo e che allora fu tratto fuori di quel luogo, di ciò fa testimonio e queste cose scrisse.

§ 7. Come voleva disfare una casa che il popolo di Assisi
aveva edificata allato a Santa Maria della Porziuncola.  (1214)

Appressandosi il capitolo generale [14] che tenevasi ogni anno a Santa Maria della Porziuncola, considerando il popolo di Assisi che i frati ogni dì più moltiplicavano e tutti ogni anno ivi traevano, poichè altro luogo non avevano all’infuori di una piccola casetta ricoperta di paglia, le pareti della quale erano di vimini e loto; tenuto consiglio, in pochi dì con sollecitudine e a grandissima divozione, edificarono ivi una grande casa di opera di pietra e calce, costrutta senza la permissione del beato Francesco e in sua assenza. Ora essendo di ritorno il beato Francesco da una certa provincia e quivi giunto al capitolo, fu grandemente maravigliato di quella casa ivi costrutta, e per timore che prendendo esempio da quella casa gli altri frati, nei luoghi ove dimoravano e avrebbero dimorato, facessero costruire similmente grandi case, e perchè voleva che quel luogo fosse di modello e di esempio a tutti gli altri luoghi dell’ordine, prima che avesse fine il capitolo salì in sul tetto di quella casa e ingiunse ai frati che vi salissero su, e in una con essi frati, prese a gittare in terra le lastre di che quella casa era coperta, intendendo disfarla insino alle fondamenta. Se non che alcuni cavalieri di Assisi che ivi erano a guardia del luogo, a cagione della moltitudine dei forestieri che ivi traevano a vedere il capitolo dei frati, vedendo che il beato Francesco cogli altri frati davano opera a disfare quella casa, incontanente trassero a lui e dissergli: «Fratello [15], questa casa si è del comune di Assisi e noi siamo qui per quel comune. Pertanto ti facciamo divieto di distruggere la casa nostra.» Sentendo questo, il beato Francesco disse loro: «Se è di vostra ragione, non intendo toccarla.» E tosto esso e gli altri frati ne discesero.

Di che fin da quel tempo il popolo della città di Assisi dispose, che chiunque avesse ufficio di podestà della terra fosse tenuto farla racconciare. E ogni anno per lungo tempo fu servato tale statuto.

§ 8. Della riprensione che fece ad un suo vicario perchè faceva
ivi costruire una casuccia per recitare l’ufficio. (1226)

Un altro giorno, il vicario [16] del beato Francesco prese a costruire ivi stesso una piccola casa ove i frati potessero prendere riposo e recitare le ore, conciossiachè, per il soverchio numero dei frati che traevano a quel luogo, non avevano i frati ove potessero recitare l’ufficio. Imperocchè tutti i frati dell’ordine accorrevano quivi, e niuno era ricevuto all’ordine se non in quel luogo [17] .

Ed essendo già quella casa in sull’esser fornita, il beato Francesco fece ritorno a quel luogo, e istando nella cella, udì il rumore degli operai, e chiamato il suo compagno, gli chiedeva che cosa que’ frati facessero. Il compagno espose a lui tutto come le cose si stavano. Allora di subito mandò per il suo vicario e dissegli: «Fratello, questo luogo è modello ed esemplare di tutto l’ordine; pertanto amo meglio che i frati di questo luogo sostengano tribolazioni e fastidi per l’amore del Signore Iddio, e che gli altri frati che qui trarranno riportino buono esempio di povertà ai loro luoghi, piuttosto che questi prendano pienamente loro consolazioni, e gli altri ne riportino esempio di edificare nei loro luoghi, dicendo: In questo luogo di Santa Maria della Porziuncola, che è il fondamento dell’ordine, hanno tanti e magnifici edifizi, che bene possiamo anche noi edificare nei luoghi nostri.»

§ 9. Come il beato Francesco non voleva abitare
entro cella adorna, o che fosse detta sua.

Un frate molto spirituale e assai domestico del beato Francesco fece costruire nell’eremo [18] ove dimorava, una celluzza un poco remota, ove il beato Francesco potesse attendere all’orazione quando ivi si recasse. Essendo venuto a quel luogo il beato Francesco, quel frate lo menò alla cella, e il beato Francesco sì gli disse: «Troppo adorna è questa cella!» Era invero di legni lavorati colla scure e coll’ascia. «Ora, se vuoi che qui rimanga, fa’ di rivestirla e di dentro e di fuori con sassi e rami di alberi.» Conciossiachè, quanto le celle erano più povere tanto più volentieri vi ristava. La qual cosa avendo adempiuto quel frate, il beato Francesco dimorò quivi alquanti giorni. Essendo egli un dì uscito fuori di quella cella, un frate andò a visitarla e trasse poi al luogo ove era il beato Francesco. E vedendolo il beato Francesco gli disse: «Donde vieni, frate?» E quegli rispose: «Vengo dalla cella tua.» E il beato Francesco risposegli: «Perchè dicesti quella esser mia, che un altro vi starà in avvenire e non io?» E in vero, noi che con lui fummo l’udimmo, sovente ripetere quel detto: Le volpi hanno loro tane e gli uccelli del cielo loro nidi, ma il figliuolo dell’uomo non ha ove riposare il capo suo [19]. E ancora diceva: «Quando il Signore dimorò nel deserto e digiunò per quaranta dì e quaranta notti, non si costruì quivi cella nè casa, ma si raccolse sotto lo scoglio del monte. Per la qual cosa, ad esempio di lui, non volle possedere cella nè casa che fosse detta sua, nè al tutto ordinò di costruirla. Se giammai avvenne che ei avesse detto a’ frati: Andate e racconciate quella cella, non voleva in seguito rimanervi, ricordando quel detto del santo evangelo: Non vogliate essere solleciti ecc. [20] Pertanto vicino a morte, fece notare nel suo testamento che tutte le celle e luoghi dei frati fossero solamente di legno e loto, a meglio servare la povertà e l’umiltà.

10. A qual modo erano da prendere i luoghi nelle città,
e come edificarvi secondo l’intenzione del beato Francesco. (1226)

Essendo una volta presso Siena infermo degli occhi, dissegli messer Bonaventura, il quale aveva fatto dono a’ frati del terreno ove fu edificato il luogo [21]: «Quale ti sembra, padre, questo luogo?» Risposegli il beato Francesco: «Vuoi tu che io ti esponga a qual modo dovrebbero essere edificati i luoghi dei frati?» «Lo desidero, padre.» E il beato Francesco sì gli disse: «Quando i frati giungono in alcuna città ove non hanno il luogo, e si avvengono in alcuno che loro donar voglia tanto di terra che possano edificarvi il luogo e ivi avere orto e tutto che loro e necessario, in prima debbono considerare quanto di terra faccia loro di bisogno, guardando sempre la povertà e il buon esempio il quale siamo tenuti mostrare in tutte le cose.» E questo invero diceva, perocchè per niun modo voleva che i frati sì nelle case che nelle chiese, sì negli orti o altri luoghi ove usavano, eccedessero la misura della povertà, nè luogo alcuno possedessero di suo, ma in quelli a modo di peregrini e forestieri dimorassero: per la qual cosa voleva che i frati non si raccogliessero in soverchio numero nei luoghi, perocchè reputava cosa difficile in grande adunanza servare la povertà. E questa fu la sua intenzione dal principio della conversione sua, insino alla fine, che al tutto la povertà si osservasse in ogni cosa. «I frati adunque, considerato quanto di terra sia necessaria per il luogo, dovrebbero recarsi al vescovo della città e dirgli: – Monsignore, cotale uomo vuole farci dono di tanta terra per amore di Dio e per salute dell’anima sua, acciocchè possiamo edificarvi il luogo. Di che prima a voi ne veniamo, poichè siete padre di tutto il gregge a voi commesso e di tutti noi frati e di tutti quelli che faranno dimora in questo luogo; vogliamo pertanto colla benedizione di Dio e colla vostra edificare quivi.» E a tal modo diceva, perchè il frutto delle anime che i frati intendono riportare, meglio il ritraggono essendo in pace dei cherici, guadagnando essi e il popolo, che se collo scandalo tutto il popolo guadagnassero; e disse: «Iddio ci chiamò in aiuto della sua fede e de’ cherici, e de’ prelati di santa romana chiesa. Pertanto siamo tenuti, secondo il nostro potere, di amarli sempre e far loro onore e riverenza. Perciò siamo detti frati minori, che, siccome col nome, così per l’esempio e per l’opera, più di qualsivoglia uomo di questo mondo, siamo tenuti a guardare l’umiltà. E come a principio della mia conversione, pose Iddio la sua parola nella bocca del vescovo di Assisi, acciocchè a me provvedesse e saviamente mi confortasse al servizio di Cristo, per tale rispetto e per altri molti più santi che nei prelati considero, v’ingiungo di amare e venerare, non tanto i vescovi o poveri sacerdoti, ma sì di averli per miei signori. Ottenuta che avranno la benedizione dal vescovo, vadano e facciano mettere grande arborata attorno alla terra che ebbero per edificarvi il luogo, e lo circondino di buona siepe, in luogo di muro, a significare la santa povertà e umiltà. In seguito facciano costruire povere celluzze di loto e di legno e altre celle, ove alcuna volta i frati possano pregare e lavorare con vantaggio dell’onestà e per schivare l’ozio. Ancora facciano costruire piccole chiese, perocchè non debbono fare edificare grandi chiese per predicarvi al popolo, nè per altra cagione, perchè maggiore umiltà addimostrano e più perfetto esempio, quando si portano in altre chiese a predicare. E se alcuna volta prelati cherici e religiosi o secolari si porteranno ai loro luoghi, meglio predicheranno le povere case, le celluzze e piccole chiese; ed essi ritrarranno maggiore edificazione di queste che delle parole.» E aggiunse: «Spesse volte i frati fanno costruire grandi edifici schifando la nostra santa povertà e con mormorazione e malo esempio di molti: così adoperano talvolta per ragione di migliore e più santo luogo o per soverchio concorso di popolo; per cupidigia e avarizia disertano quei luoghi o edifici e li distruggono e altri ne edificano grandi e sontuosi; di modo che quei che ivi donarono le limosine e gli altri, vedendo questo, ne provano scandalo e turbamento. Pertanto meglio si è che i frati costruiscano poveri e piccoli edifici, guardando la loro professione e dando buono esempio al prossimo, di quello che operino contro la loro professione procacciando malo esempio altrui. Imperocche se i frati abbandonassero talvolta i poveri luoghi a causa di luogo più convenevole, ne verrebbe minore scandalo.»

§ 11. Come i frati, in ispecie prelati e scienziati, furono contrari
al beato Francesco in costruire poveri luoghi e abitazioni. (1226)

Il beato Francesco avendo ordinato che le chiese dei frati fossero piccole, e le loro abitazioni si costruissero di legno e loto, a significare la santa povertà e umiltà; desiderando incominciare a dare esempio nel luogo di S. Maria della Porziuncola, in particolare, nel costruire le case di legno e di loto acciocchè fosse a perpetua testimonianza ai frati presenti e futuri, imperocchè era il primo e principale luogo di tutto l’ordine; alcuni frati aveva in ciò contrari, allegando che in alcune provincie il legname si ha a più caro prezzo che le pietre, onde non sembrava loro opportuno che le case si costruissero di legno e loto. Ma il beato Francesco non voleva aver contesa con loro, sopra tutto perchè trovavasi vicino a morte e gravemente infermo. Onde nel suo testamento fece scrivere: «Guardinsi i frati che le chiese e le abitazioni e tutti quei luoghi che per essi si costruiscono, non li ricevano in verun modo se non in quanto si addice alla santa povertà e siano ivi albergati quasi pellegrini e forestieri.» E noi che seco fummo allorchè scrisse la regola [22], e quando scrisse quasi ogni altra cosa, facciamo testimonio che altre cose fece notare nella regola e nelle altre sue scritture, nelle quali molti frati furono a lui contrari, e in ispecie prelati e scienziati dei nostri, le quali cose sarebbero oggi di grande utilità e necessità a tutto l’ordine; ma perocchè egli aveva in grande timore lo scandalo, si acconciava di mal animo alla volontà dei frati. Nondimeno spesso faceva questo parlare: «Guai a que’ frati che sono a me contrari in questo che conoscono fermamente essere di volontà di Dio per maggior salute e necessità di tutto l’ordine, quantunque di mal animo secondi la loro volontà.» Onde spesso diceva a noi suoi compagni: «In questo sta il mio dolore e la mia afflizione, che in quelle cose che con grande travaglio di orazione e meditazione impetro da Dio per sua misericordia, cioè a utilità presente e futura di tutta la religione, e da lui son fatto certo che sono secondo la sua volontà, alcuni frati in sul fondamento della loro scienza e falsa previdenza, sono a me contrari e rendono vuote quelle cose dicendo: “ Queste sono cose da guardare e osservare, e non già quelle ”.»

§ 12. Come reputava furto accettare limosine
e far uso di quelle oltre il necessario.

Diceva ancora sovente il beato Francesco queste parole a’ suoi frati: «Non fui ladrone di limosine accattandole o usando di quelle oltre il necessario. Sempre ne ricevetti meno del mio bisogno, acciocchè gli altri poveri non fossero defraudati della loro parte, perchè facendo il contrario, sarebbe stato furto.»

§ 13. Come Cristo gli rivelò che non voleva che i frati
cosa alcuna possedessero, nè in comune nè in privato.

Studiandosi i frati Ministri di persuaderlo che alcuna cosa concedesse a’ frati almeno in comune, così che tanta moltitudine avesse a che ricorrere, il beato Francesco in orazione pregò a Cristo e gli chiese consiglio intorno a ciò, e il Signore tosto risposegli dicendo: «Io disperderò quanto avranno in comune e in privato; e io sempre sarò presente a provvedere a questa famiglia per quanto ella moltiplichi, e l’alimenterò sempre che avrà fiducia in me.»

§ 14. Dell’orrore del danaro, e a qual modo
punì un frate per tale ragione. (1211)

Il verace amico e seguitatore di Cristo Francesco, tutto che aveva di mondano altamente dispregiando, in special modo aveva a schifo il danaro, e a fuggirlo quanto il demonio i frati suoi stimolò coll’esempio e colle parole. Imperocchè tale ammaestramento aveva dato a’ suoi frati, da tenere in eguale misura di amore sì lo sterco che il danaro.

Avvenne pertanto un giorno che un certo secolare entrò nella chiesa della Beata Maria della Porziuncola ad orare, e a modo di offerta, depose accanto alla croce del danaro, e poichè si fu egli partito, un frate, toccandolo solo colla mano, gittollo sopra la finestra. E come ciò fu riferito al beato Francesco, quel frate vedendosi colto in fallo, tosto corse ad impetrare perdono, e disteso sopra la terra si offerse alle battiture. Rimproverollo aspramente il beato Francesco, e per aver toccato il danaro acerbamente il riprese, e gl’ingiunse che colla propria bocca togliesse il danaro dalla finestra e di la dalla siepe del luogo il portasse, e colla sua bocca sopra lo sterco di asino il riponesse. Tutti che ciò videro e intesero, furono compresi di grande timore, e d’allora viepiù ebbero a vile il danaro paragonato allo sterco di asino, e con nuovi esempi di continuo li stimolava ad averlo in gran disprezzo [23].

§ 15. Del modo di schivare la delicatezza e l’abbondanza
delle tuniche e del portarsi con pazienza nelle necessità.

Quest’uomo ornato di virtù di cielo, più era riscaldato di dentro del divin fuoco che dà veste materiale di fuori. Aveva in orrore il sopraccaricarsi di vestimenta, e quei che per niuna necessità usavano delicati panni nell’ordine. Riputava segno di spirito corrotto la necessità richiesta, non già da ragione, sibbene dall’appetito, e diceva: «Lo spirito tiepido raffreddando a poco a poco nella grazia, è mestieri che la carne e il sangue cerchino quelle cose le quali sono proprie di loro.» E aggiungeva: «E che resta quando all’anima vengon meno le spirituali delizie, se non che la carne si converta alle sue dolcezze? e allora l’appetito animale pallia l’articolo della necessità, e allora il senso della carne informa la coscienza. Se il mio frate è colto da vera necessità, e incontanente si affretta a soddisfarla, qual mercede ne portera egli? In vero gli si offerse occasione di merito, ma studiosamente provò essergli a schifo. Pertanto, essi bisogni non portare pazientemente, altro non è che tornare verso l’Egitto.» Infine per niun modo voleva che i frati più di due tuniche possedessero, le quali tuttavia permetteva fossero coperte di pezze cucite insieme: e diceva doversi abborrire le vesti delicate, e acerbamente riprendeva quei che al contrario operavano; e per confondere costoro col suo esempio, sempre cuciva un rozzo sacco sopra la tunica. Pertanto, anche in sul punto di morire, comandò che la tunica funeraria fosse coperta del sacco: quei frati poi che, stretti da infermità o da altra necessità, indossavano altra tunica delicata attorno alla carne, pur tuttavia sull’abito esterno dovevano osservare l’austerita e la viltà. Imperocchè diceva con estremo dolore: A tal segno si perderà l’austerità e avrà dominio il torpore, che i figli di povero padre non avranno vergogna d’indossare panni di scarlatto, mutando solo il colore.»

§ 16. Come egli non voleva contentare il suo corpo in quelle
cose di che credeva avessero strettezza gli altri frati. (1225)

Stando una volta il beato Francesco presso l’eremitorio di Santo Eleuterio che guarda Rieti [24], a cagione del freddo grandissimo, rattoppò la sua tunica e la tunica del compagno Rigerio con alcune pezze, poichè non portava che una sola tunica, cioè quella ordinaria, di modo che il suo corpo cominciò allora ad essere un poco consolato. Poco tempo dopo ritornando dalla orazione, in grande letizia disse al suo compagno: «Ei si conviene che io sia modello ed esempio di tutti i frati, e sebbene il mio corpo domandi una tunica rappezzata, nientedimeno a me si conviene pensare a tutti i miei frati a’ quali altrettanto è necessario, nè possono averlo. Pertanto io debbo ricordarmi di essi e sostenere le stesse necessità che essi sopportano, acciò vedendo questo in me, abbiano forza a sostenerle con grande pazienza.» Quali e quante necessità ei vietasse al suo corpo, per dare a’ frati buono esempio, ed essi meglio sostenessero le loro strettezze, noi che con lui fummo, non possiamo narrarlo con parole nè per iscritto. Imperocchè quando i frati cominciarono a moltiplicare, in questo pose sommo e singolare studio, cioè di ammaestrare i frati meglio colle opere che con le parole, intorno a quello che dovessero operare o fuggire.

§ 17. Come aveva vergogna vedendo alcuno più povero di sè.

Scontrandosi una volta in un poverello, e avendo grande compunzione della povertà di quello, disse al suo compagno: «Grande vergogna ci fa la povertà di costui ed è grande rimprovero alla povertà nostra; perocchè a me è causa di grandissima mortificazione trovare alcuno più povero di me, avendo io eletto la santa povertà per mia signora e per mio tesoro spirituale e corporale, e perchè questa voce è corsa per tutto il mondo, cioè che sposai la povertà innanzi a Dio e innanzi agli uomini.

§ 18. A qual modo sollecitò e ammaestrò i primi frati
perchè andassero a domandare limosine. (1209)

Dappoichè il beato Francesco incominciò ad avere frati, tanta consolazione prendeva di loro conversione, e che Iddio avevagli concesso buona compagnia, e tanto amore aveva ad essi e riverenza, che si guardava di dire loro che andassero a domandare limosina. In ispecial modo perchè sembravagli che essi avessero vergogna di andarvi; onde avendo compassione alla loro vergogna, ogni giorno recavasi da solo a domandare limosine. Di che avendo grande travaglio, e in ispecie perchè fu al secolo uomo delicato e debole secondo natura, e per soverchia astinenza e afflizione era viepiù infermato; e considerando che tanta fatica sostenere da solo non poteva, e che essi però erano chiamati, come che avessero vergogna di far ciò, perocchè ancora non avevano perfetta conoscenza, nè erano sì discreti da dire: «Anche noi vogliamo andare a domandare limosine»; pertanto si disse loro: «Carissimi fratelli e figli miei, non vogliate avere vergogna di recarvi a domandare limosine, imperocchè il Signore per nostro amore si fece povero in questo mondo, ad esempio del quale prendemmo la santissima povertà. Questa è invero la nostra eredità che ci guadagnò, e di cui il Signore nostro Gesù Cristo fece eredi noi e tutti quelli che, seguendo il suo esempio, vogliono vivere secondo la santa povertà. In verità vi dico, che molti tra i più nobili e più santi di questo secolo verranno a questa religione, e avranno a grande onore e favore andare a domandare limosine. Andate adunque con fiducia e lieto animo a chiedere limosine colla benedizione di Dio, e con tanta maggiore letizia e volontà dovete andare a domandare limosine di quello il quale d’un denaro ne riporta cento, perocchè voi profferite l’amore di Dio a quei cui chiedete limosine, dicendo: «Per amor di Dio fate limosina; in paragone di che niente sono il cielo e la terra.» E siccome i frati pochi erano e non poteva mandarli a due a due, pertanto ad uno ad uno separatamente mandavali attorno per quei castelli e villaggi. E così avvenne che ritornando colle limosine che avevano accattato, ciascuno presentava al beato Francesco quelle limosine che raccolte aveva. E l’uno all’altro diceva: «io accattai più abbondanti limosine che tu.» Di che grande letizia prendeva il beato Francesco in vedendoli tanto ilari e giocondi. E d’allora innanzi ciascuno di loro domandava licenza di andare per la limosina.

§ 19. Come non amava che i frati avessero sollecitudine
e provvedessero pel domani. (1209)

In quel medesimo tempo stando il beato Francesco insieme con quei frati che allora aveva, si viveva in tanta povertà con essi, che in tutto e per tutto guardavano alla lettera il santo evangelo, cioè da quel giorno che il Signore gli rivelò che esso e i frati suoi viver dovessero secondo il precetto del santo evangelo; pertanto fece divieto al frate che faceva l’ufficio della cucina per gli altri frati, che ponesse di sera i legumi nell’acqua calda, quando apprestare li doveva alla mensa de’ frati nel seguente giorno, come si suole di consueto, onde si osservasse quel detto del santo evangelo: «Non vogliate essere solleciti del domani. Pertanto quel frate indugiava a porli nell’acqua dopo il mattino, quando già aveva avuto principio il giorno in cui dovevano essere mangiati.» Per la qual cosa per lungo tempo molti frati in vari luoghi guardarono questo comando, non volendo accattare nè ricevere limosine in maggiore abbondanza di quello che fosse loro necessaria per un dì, in ispecial modo se nelle città dimoravano.

§ 20. A qual modo colle parole e coll’esempio riprese i frati
che avevano apprestato le mense con molta pomposità
nel dì della natività del Signore. (1223)

Un ministro de’ frati essendosi recato presso il beato Francesco per solennizzare la festa della natività del Signore [25] insieme con lui, che allora dimorava nel luogo de’ frati che è in quel di Rieti, i frati per la venuta del ministro e ad onore della festa, apparecchiarono le mense in quel giorno della Natività con un poco di pompa e di vanità, ornandole di belle tovaglie e bianche e con vasellame di vetro. Uscendo il beato Francesco della cella per andare a mangiare, vide le mense messe in alto e con pompa apparecchiate.

Allora uscì tosto di nascosto e tolse il bastone e il cappello di un povero che la era venuto in quel giorno, e chiamato uno dei compagni con voce sommessa, uscì fuori della porta del luogo senza che i frati della casa il sapessero. Il compagno si rimase dentro presso l’uscio e i frati entrarono a tavola, perocchè il beato Francesco aveva dato ordine non lo aspettassero allorchè non trovavasi presente all’ora del desinare. Come egli rimase alquanto di fuori, picchiò all’uscio, e il compagno di subito gli aprì, e entrando con il cappello dopo le spalle e il bastone in mano, si fece alla porta della casa ove i frati mangiavano, e a mo’ di pellegrino e poverello chiamò dicendo: «Per amore del Signore Iddio, fate limosina a questo povero pellegrino e infermo!» Sì il ministro e gli altri frati subito il ravvisarono. E il ministro sì gli rispose: «Fratello, e noi siamo poveri, ed essendo molti, necessarie ci sono le limosine che abbiamo, ma per lo amore di quel Signore che hai invocato, fatti dentro e sì ti daremo delle limosine che Dio ci ha mandate. E come egli fu dentro, e ristando innanzi alla mensa de’ frati, il ministro gli presentò una scodella ove mangiava, e similmente del pane. E ricevutole umilmente, si sedette accanto al fuoco innanzi ai frati seduti a mensa. E sospirando parlò ai frati: «Quando scorsi le mense apparecchiate con pompa e vanità, reputai non esser questa la mensa di poveri religiosi che ordinariamente vanno a uscio a uscio domandando limosine; imperocchè a noi, carissimi, si conviene seguitare l’esempio della povertà e umiltà meglio che agli altri religiosi, poichè a tale ufficio fummo chiamati e facemmo professione avanti a Dio e agli uomini. E a tal modo sembra a me di operare come frate minore, perocchè le festività del Signore e degli altri santi meglio si onorano colla miseria e povertà, per la quale essi santi si guadagnarono il cielo, che colla pompa e abbondanza, perchè l’anima si dilunga dal cielo.» Di che i frati ebbero grande vergogna, che quanto egli diceva era pura verità. E alquanti tra quelli presero a lagrimare forte, considerando come ei si sedeva sulla terra, e che a tal modo con purità e santità volle correggerli a ammaestrarli. Ammoniva ancora i frati di apparecchiare tanto umili e modeste le mense, sì che poi i secolari potessero trarne edificazione, e se qualche poverello sopraggiungendo fosse invitato dai frati, potesse sedere senza distinzione accanto ad essi, e non già il povero sopra la terra e i frati in luogo elevato [26].

§ 21. A qual modo monsignor Ostiense pianse ed ebbe
grande edificazione considerando la povertà dei frati. (1216)

Monsignor Ostiense [27], il quale fu in seguito papa Gregorio, essendo venuto al capitolo de’ frati che si teneva intorno a Santa Maria della Porziuncola, entrò nel luogo per visitare il dormitorio dei frati con molti cavalieri e cherici; e vedendo che i frati avevan per letto la terra e niente altro avevano di sotto, se non un poco di paglia e qualche povera coltre, e queste quasi tutte stracciate e nessun capezzale, prese a lagrimare forte innanzi a tutti dicendo: Vedete ove dormono i frati! all’incontro, noi cattivi usiamo tante cose superflue! che dunque ne sarà di noi? Onde esso e quei che lo seguivano ebbero grande edificazione. Similmente non vide mensa niuna, perocchè i frati in quel luogo mangiavano in sulla piana terra.

§ 22. Come i cavalieri trovarono quanto era loro
di bisogno domandando limosina a uscio a uscio,
secondo il consiglio del beato Francesco. (1226)

Dimorando il beato Francesconel luogo di Bagnara [28] sopra la città di Nocera, cominciarono i piedi suoi a enfiarsi più dell’usato, poich’era malato d’idropisia, e ivi gravemente infermo. La qual cosa sentendo i cittadini di Assisi, alquanti cavalieri vennero con grande sollecitudine a quel luogo per ricondurlo ad Assisi, temendo non ivi morisse, e altri s’impadronisse del suo santissimo corpo. E mentre il riconducevano, si riposarono in un castello in quel d’Assisi per ivi ristorarsi, [29] e il beato Francesco si riposò nella casa di un povero uomo che di buon grado l’albergò, e i cavalieri si andarono per la villa per comperare vivande da mangiare, ma niente trovarono.

E tornarono al beato Francesco e dissergli quasi proverbiando: «Bisogna bene, fratello, che tu ci dia delle tue limosine, poichè non ci venne fatto trovare vivanda da mangiare.» E il beato Francesco, in grande fervore di spirito, disse loro: «Però nulla avete trovato perchè v’affidaste a vostre mosche di danari e non già a Dio, ma ritornate a quelle medesime case ove andaste cercando per i vostri danari, e posta giù ogni vergogna, domandate limosina per amore del Signore Iddio, e quelli ispirati dallo Spirito Santo, si daranno a voi in abbondanza.» Andarono pertanto e domandarono limosina secondo l’avviso del beato Francesco, e quelle genti cui chiedevano limosina, in grande letizia e abbondanza dettero loro quelle cose da mangiare che avevano. E riconoscendo ciò essere addivenuto miracolosamente, dando lode a Dio, tornarono al beato Francesco con grande allegrezza. Imperocchè il beato Francesco aveva per grande nobiltà e dignità, secondo Iddio e secondo il mondo, chiedere limosina per amore del Signore Iddio; perchè tutte le cose le quali il padre celestiale ha create per l’utilità dell’uomo e per amore del suo diletto Figliuolo, e ai degni e agli indegni, dopo il peccato, sono concedute in dono per limosina. Perchè, diceva, che più volentieri e con maggior gaudio il servo di Dio deve domandare limosina per amore del Signore Iddio, che non fa colui il quale per sua larghezza e cortesia andasse dicendo: «Qualunque mi darà tale moneta che valga un solo danaro, gliene renderò mille marchi d’oro: poichè il servo di Dio chiedendo limosina proferisce l’amore di Dio a quei da’ quali la dimanda, in confronto di che tutte le cose che sono nel cielo e sopra la terra nulla sono.» Per la qual cosa prima ancora che i frati fossero in gran numero, e dopo ancora quando moltiplicarono, andando a predicare per il mondo, ed essendo invitati da alcuno, quantunque nobile e ricco, a mangiare e ad albergo presso quello, sempre in sull’ora del pranzo andavano per limosina avanti di entrare nella sua casa, per essere di buono esempio ai frati e non romper fede a madonna povertà. E molte volte colui che lo aveva invitato, chiestogli perchè non tenesse l’invito, sì risposegli: «Per nessun modo intendo io perdere mia regale dignità ed eredità e la mia professione e de’ miei frati, cioè di andare a domandare limosina a uscio a uscio. E talvolta andava in sua compagnia quei che lo aveva invitato, e quelle limosine che il beato Francesco accattava ei accettava, e per divozione di lui in conto di reliquie le guardava. Chi scrisse, queste cose vide molte volte e ne fa testimonianza.

§ 23. Come egli andò accattando limosina,
prima di entrare alla mensa del cardinale. (1223)

Il beato Francesco visitando una volta monsignore Ostiense [30], che fu poi papa Gregorio, all’ora di entrare a mensa, andò quasi di furto a chiedere limosina a uscio a uscio, e quando ei fu di ritorno, già monsignore Ostiense entrato era a tavola con molti cavalieri e nobiltà. Il beato Francesco fattosi innanzi, posò sopra la mensa avanti al cardinale quelle limosine che aveva accattato, e entrò a mensa allato a lui, perciocchè voleva che il beato Francesco sempre si sedesse a lui vicino. E il cardinale fu alquanto scandalizzato, perchè era andato a domandare limosine e poste le aveva sopra la mensa, ma per allora non gliene fece motto, in grazia de’ commensali. Come ebbe mangiato un poco, il beato Francesco prese delle sue limosine e ne fece parte ad ogni cavaliere e cappellano di monsignore il cardinale, per amore del Signore Iddio. I quali tutti con grande letizia e devozione ricevendole, scoprivansi i cappucci e le bende, e altri ne mangiava, altri per divozione di lui le serbava. Di che anche monsignore Ostiense ebbe grande letizia considerando loro divozione, in ispecie perchè quelle limosine non erano di pane di frumento. Tolte le mense, si ridusse nella sua stanza conducendo seco il beato Francesco, e levando le braccia strinse al seno il beato Francesco con sommo gaudio ed esultanza e sì gli disse: «Perchè, fratel mio semplicissimo, oggi mi facesti vergogna, che venendo in casa mia, che è la casa de’ frati tuoi, andasti a domandare limosine?» E il beato Francesco rispose e disse: «Signore, anzi grandissimo onore v’ho fatto, perciocchè se il servo adempie il suo dovere e compie l’obbedienza del suo signore, fa onore al suo signore»; e aggiunse: «ei si conviene che io sia modello ed esempio dei vostri poverelli, e ciò in ispecie perchè so che a questa religione di frati sono e, saranno frati minori di nome e di opere, i quali per amor del Signore Iddio e per la unzione dello Spirito Santo, il quale intorno a ciascuna cosa darà loro ammaestramento, saranno fatti segno ad ogni umiliazione e sommissione e servizio de’ loro fratelli. Sono ancora e saranno tra essi di quelli che rattenuti da vergogna, o per malo costume, isdegnano o isdegneranno di se umiliare e avvilire coll’andare a chiedere limosina, o fare altra opera servile; pertanto a me si conviene ammaestrare colle opere coloro che sono e saranno nell’ordine, acciocchè sì in questo secolo, come nel futuro, non abbiano scusa dinanzi a Dio. Dimorando adunque appo voi che siete nostro Signore Apostolico, e presso gli altri grandi e ricchi di questo mondo, i quali per amore del Signore Iddio, non solo a grande onore mi ricevete nelle vostre case, ma sì mi sforzate a ciò fare, non voglio avere a vergogna di andare limosinando; anzi voglio ciò avere e tenere in conto di grande nobiltà e dignità regale secondo Dio e ad onore di lui, il quale, contuttochè fosse il Signore di tutti, volle per nostro amore essere servo di tutti, ed essendo ricco e glorioso nella sua maestà, si rese povero e vile pigliando la nostra umiltà. Voglio pertanto che intendano i frati che sono e che saranno, come io ho maggiore consolazione sì dell’anima sì del corpo, quando mi siedo a povera mensa de’ frati, e mi veggo dinanzi le povere limosine che si accattano a uscio a uscio per amore del Signore Iddio, di quello che sedendo alla vostra mensa e degli altri grandi, imbandita con abbondanza di variate vivande. Imperocchè il pane della limosina è pane santo, il quale è santificato dalla laude e dall’amore del Signore Iddio; perocchè andando il frate a chiedere limosina, deve dire in prima: Laudato sia e benedetto il Signore Iddio! Dipoi deve dire: Fateci limosina per amore del Signore Iddio

A tale esposizione delle parole del beato Francesco, il cardinale fu grandemente edificato, e sì gli disse: «Figliuol mio, fa’ quel che buono sembra agli occhi tuoi, poichè Dio è teco e tu sei con lui. Tale fu la volontà del beato Francesco, e frequenti volte disse come alcun frate non dovesse lasciar trascorrere giorno senza andare limosinando, sì per il grande merito che in ciò fare si acquista, sì perchè da vergogna non fosse poi impedito. Anzi quanto più nobile e nominato fosse stato il frate nel secolo, tanto maggior letizia ed edificazione avea di lui, quando andava per la limosina e facea altre opere servili, le quali a quel tempo i frati erano usati di fare.

§ 24. Del frate che non orava, nè lavorava,
ma bene mangiava. (1209)

Nel principio dell’ordine, quando i frati si stavano a Rivo Torto [31] vicino di Assisi, si era quivi un frate il quale poco orava e non lavorava, nè per limosina andava, e bene mangiava. E queste cose considerando il beato Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo, conobbe essere quello uomo carnale e sì gli disse: Frate mosca, va’ alla tua via, che vuoi consumare il lavoro de’ tuoi fratelli e stare ozioso nel lavoro del Signore, siccome ape oziosa e sterile che non fa alcun guadagno, e consuma l’opera e il guadagno delle api laboriose. Di che egli andò alla sua via, e perocchè era uomo carnale, non impetrò misericordia nè la trovò.

§ 25. A qual modo si fece incontro con letizia ad un frate
che andava lodando Dio, mentre tornava colle limosine.

Avvenne una volta che dimorando il beato Francesco presso Santa Maria della Porziuncola, un certo frate molto spirituale ritornando da Assisi, ove era stato a chieder limosina, andava per la strada lodando Dio a gran voce e con grande letizia. Essendo già presso alla chiesa della beata Maria, il beato Francesco l’udì, e incontanente uscì fuori in grande fervore e gaudio, e iscontratolo nella via, con grande letizia il baciò sulla spalla ove portava la bisaccia con la limosina. E presa la bisaccia dalla spalla di lui, la pose sulla sua spalla e così portolla al luogo dei frati, e alla presenza de’ frati disse: A tal modo voglio che il mio frate vada e torni colla limosina, lieto e festoso, e dando lode a Dio.

§ 26. Come gli fu rivelato da Dio che i suoi frati
dovessero chiamarsi Minori e predicassero pace e salute.

Una volta disse il beato Francesco: «La religione è vita de’ frati Minori e simile a povera gregge», la quale il Figliuolo di Dio in questi ultimi tempi impetrò dal padre suo celeste dicendo: «Padre, io bramerei che tu formassi e mi facessi dono di un nuovo popolo e umile, che in questo novissimo tempo non somigliasse nell’umiltà e povertà a tutti quelli che lo precedettero e fosse contento di possedere me solo.» E il padre, intesa la preghiera del figliuol suo, sì risposegli: «Figliuol mio, sia fatto secondo mi domandasti.» Onde diceva il beato Francesco, che così volle Dio, e a lui lo rivelò che si chiamassero frati Minori, perchè questo è il povero popolo ed umile che il Figlio di Dio impetrò dal padre suo, del qual popolo lo stesso figlio di Dio parla nell’Evangelo: Non abbiate timore, povera gregge, poichè piacque al padre vostro concedervi il regno [32]. E aggiungeva: Quello che faceste al più umile de’ miei fratelli, a me lo faceste. [33] E sebbene Iddio con ciò intese parlare di tutti i poveri di spirito, nondimeno predisse in ispecial modo la religione dei frati Minori che era per sorgere nella chiesa. E come fu rivelato al beato Francesco, che l’ordine si dovesse chiamare de’ frati Minori, così fece scrivere nella regola che portò innanzi a monsignore il papa Innocenzo terzo che l’approvò e confermò, e in seguito fece a tutti nota in concistoro. Similmente il Signore gli rivelò il saluto che i frati doveano fare, siccome fece scrivere nel testamento, dicendo: «Mi rivelò il Signore a qual modo dovessi fare il saluto: Iddio ti dia pace [34]». Onde nel principio dell’ordine andando con un frate, che fu uno dei primi dodici, quel frate salutava gli uomini e le donne per la via e i lavoratori che incontrava per i campi dicendo: «Il Signore vi dia pace.» E siccome gli uomini non avevano ancora mai udito fare da alcun religioso simile saluto, perciò molti ne avevano maraviglia, anzi alcuni isdegnati dicevano loro: «Che importa questo vostro saluto?» Intanto che quel frate prese ad averne vergogna, e disse al beato Francesco: «Permetti che io li saluti in altro modo.» E il beato Francesco sì gli rispose: «Lasciali pur dire, perciocchè non intendono la parola di Dio; ma ti esorto a non averne vergogna, poichè e nobili e principi di questo mondo, per questo saluto faranno riverenza a te e agli altri frati. Perocchè non è da maravigliare, se il Signore volendo avere un nuovo e piccolo popolo, e singolare nella vita e nelle parole da quanti lo precedettero, ei sia lieto di avere questo sopra ogni altro carissimo.

CAPITOLO TERZO

Del fervore della carità, della discrezione

e della pietà verso il prossimo

§ 27. E in prima come confortò un frate che moriva
per fame mangiando con lui; e inoltre ammonì i frati
per che facessero penitenza con discrezione. (1210)

Avvenne una volta, quando il beato Francesco cominciò ad avere frati e dimoravano insieme a Rivo Torto vicino di Assisi, che una notte mentre tutti i frati prendevano riposo, in sulla mezza notte uno dei frati prese a gridare dicendo: «Io muoio! Io muoio!» Di che i frati pieni di stupore e di timore tutti si destarono. Il beato Francesco alzatosi disse: Levatevi su, fratelli, e accendete il lume. E poichè il lume fu acceso, domandò: «Chi è quei che disse, io muoio?» Rispose quel frate: «Sono io». E chiesegli: «Che ti avvenne, fratello, per qual cagione tu ti muori?» E quegli: «Io muoio per fame». Incontanente il beato Francesco fece apparecchiare la mensa, e come persona piena di carità e di discrezione, mangiò insieme con lui, acciocchè non avesse vergogna mangiando solo; e siccome egli volle, tutti gli altri frati similmente mangiarono. E invero, sì quello che gli altri frati erano tutti novamente venuti a Dio, e senza nessuna misura straziavano i loro corpi. E preso ristoro, così il beato Francesco parlò agli altri frati: «Carissimi figli, sì vi dico che ciascuno deve studiare la propria natura, che sebbene alcuno tra voi possa sostentar la vita con manco cibo che altri, tuttavia voglio, che quegli che ha duopo di più abbondante ristoro, non sia tenuto imitare l’altro in questo, ma conosciuto il suo bisogno, conceda al suo corpo quanto gli è di necessità, acciocchè sia valido in servizio dello spirito. Perocchè, come siamo tenuti a guardarci dal soverchio cibo che nuoce al corpo e all’anima, similmente dalla eccessiva astinenza, e ciò tanto più, in quanto il Signore domanda la penitenza non già il sacrificio; e aggiunse: carissimi fratelli, ciò che feci, cioè, che per amore del mio fratello mangiammo insieme con lui, perchè non vergognasse mangiando tutto solo, meglio necessità e carità mi strinse a ciò fare: però sì vi dico che questo altrimenti non voglio sia fatto, imperocchè non sarebbe degno di persona religiosa, nè onesto; ma sì voglio e vi ingiungo, che qualunque frate soddisfaccia al suo corpo secondo la nostra povertà, come il dovere gl’impone.»

Imperocchè i primi frati e quelli che furono poi per lungo tempo, affliggevano i loro corpi oltre misura, vietandosi il cibo e il bere, con vigilie, con freddo e rozze vesti, e col lavoro di loro mani; e portavano sotto in sulle carni cerchi di ferro e corazze durissime e cilici; di che il padre santo considerando che i frati per simil modo potevano cadere infermi, e taluni già in breve tempo erano infermati, fece divieto in un capitolo che nessun frate altro avesse in sulle carni se non la tunica. E noi che con lui fummo, facciamo di lui testimonianza, che siccome egli per tutto il tempo di sua vita fu in verso i frati umano e discreto, volle tuttavia che i frati in nessun tempo, nell’uso dei cibi e delle altre cose, si partissero della povertà e semplicità della nostra religione.

Nondimeno quel santissimo padre, dal principio della sua conversione sino al fine della vita sua, fece aspro governo pel suo corpo, sebbene fosse gracile per natura, e vivendo al secolo non potesse vivere men che delicatamente. Pertanto una volta, considerando che i frati già si partivano dalla virtù della povertà e semplicità, sì nei cibi, sì nelle altre cose, in un suo sermone che tenne ad alcuni frati, sì disse nella persona di tutti i frati: «Non considerano i frati che il mio corpo si converrebbe confortare con pietanza: ma poich’egli mestieri che io sia modello ed esempio di tutti i frati, sì voglio usare e starmi contento di pochi e poveri cibi, e adoperare in ogni cosa in forma di povertà, e le laute pietanze e delicate avere al tutto in orrore.

§ 28. Come confortò un frate infermo mangiando seco dell’uva. (1210)

Un’altra volta, dimorando il beato Francesco al detto luogo, un frate molto spirituale e antico dell’ordine, giaceva ivi infermo e molto debole [35]. Il beato Francesco riguardando costui ebbe compassione di lui: ma poichè a quel tempo i frati sì sani che infermi guardavano con letizia la povertà come abbondanza, e nelle loro infermità non usavano medicine, nè tampoco le procacciavano, ma più volentieri di quelle cose che erano contrarie al corpo meglio si confortavano, il beato Francesco tra sè disse: «Se questo frate di buon mattino mangiasse dell’uva matura, io avviso che gli sarebbe di gran giovamento.» E siccome aveva divisato, così fece. Pertanto un giorno si levò di gran mattino, e chiamò quel frate nascosamente, e trasselo ad una vigna che era vicina al luogo. E scelse una vite che portava uve buone da mangiare, e sedutosi accanto a la vite con quel frate, prese a mangiare delle uve, acciocchè il frate non vergognasse mangiando tutto solo. E poich’ebbero mangiato, quel frate fu al tutto libero del male, e insieme resero lode al Signore. Di che quel frate, per tutto il tempo che visse poi, si ricordò di quella carità e pietà che gli addimostrò e usò il santissimo padre, e con grande divozione e spargimento di lagrime, spesso narrava a’ frati questo fatto.

§ 29. A qual modo spogliò sè e il compagno
onde rivestire una poverella. (1224-1225)

Presso a Celano in tempo di verno, portando il beato Francesco un panno adattato a modo di mantello, del quale un amico dei frati aveagli fatto presente [36], scontratosi in una vecchierella che dimandava limosina, incontanente sciolto il panno d’intorno al collo, rifiutandolo come superfluo, lo donò alla povera vecchia dicendo: «Va’, e fattene una veste, perocchè bene ne hai bisogno.» Rise la vecchierella e stupita, non so se per timore o per gioia, tolse il panno dalle sue mani, e perchè ristandosi non corresse pericolo che le venisse ritolto, si partì a gran corsa, e colle forbici tagliò il panno. Ma poichè non trovò il panno sufficiente di farne una veste, fece ricorso alla sperimentata bontà del padre santo, addimostrandogli essere quel panno troppo poco da cavarne una veste. Il santo volse gli occhi al compagno, il quale portava altrettanto panno attorno alle spalle, e sì gli disse: «Odi tu ciò che dice questa poverella? Per amore di Dio sosteniamo il freddo, e dà quel panno a questa poverella acciocchè la sua veste abbia intera.» E di subito, siccome esso lo aveva donato, e il compagno lo donò. Per tal modo entrambi si rimasero nudi, perchè la poverella avesse vestimento.

§ 30. Come riputava furto non dare
a chi avesse maggiore necessità di lui. (1226)

Un giorno venendo di Siena [37], gli si fece incontro un povero, onde disse al suo compagno: «Egli è dovere che noi rendiamo questo mantello a questo povero, perocch’egli è suo, che sì noi l’avemmo a prestanza insino a che uno più povero di noi, a noi si presentasse.» Ma il compagno, considerando la necessità del caritatevole padre, solennemente gli contraddiceva, perchè provvedendo agli altri, a sè non aveva pietà alcuna. Al quale il beato Francesco rispose: «Non voglio esser tenuto ladrone, poichè ci sarebbe imputato a furto se non lo donassimo a tale più povero di noi.» Così il caritatevole padre concesse al povero il suo mantello.

§ 31. A qual modo donò con patto il mantello ad un povero. (1226)

Presso Celle di Cortona [38], il beato Francesco aveva indosso un mantello nuovo che i frati avevano per lui comprato a bella posta. Venne a quel luogo un povero che facea gran pianto della moglie morta e della tenera famiglia lasciata in miseria. Al quale avendo compassione il beato Francesco, disse: «Sì ti darò il mantello a tale patto, che non lo renderai a persona se non avrai buon mercato, e non te ne conti il danaro.»

Questo i frati sentendo, corsero attorno al povero per ritorgli il mantello. Ma il povero, col riguardare in viso il padre santo, addivenuto audace, sì lo difendeva come cosa sua serrando le mani. Da ultimo i frati riscattarono il mantello, sollecitandosi di offrire al povero il prezzo convenevole.

§ 32. A qual modo un povero, per virtù dell’elemosina
del beato Francesco, condonò le ingiurie e l’odio al suo padrone.

Presso a Colle [39] in quel di Perugia, il beato Francesco si scontrò in un povero che già avea conosciuto vivendo al secolo, e sì gli disse: «Fratello, come stai?» Ma quegli con animo adirato prese ad imprecare contro al suo padrone dicendo: «Mercè del mio padrone, che Dio il faccia tristo, mi trovo a mal punto, che mi spoglia di ogni mia sostanza.» E conoscendo il beato Francesco come egli nutriva odio mortale, ebbe pietà dell’anima sua e sì gli disse: «Fratello, perdona al tuo padrone acciocchè tu salvi l’anima tua, e potrà avvenire che le tolte sostanze ti renda; che se hai perduto l’aver tuo, perderai anche l’anima.» E quegli rispose: «Non posso a niun patto perdonargli se le tolte sostanze non mi rende avanti. Allora il beato Francesco gli disse: «Togli questo mantello, te lo dono, e ti prego caramente di perdonare al tuo padrone per amore del signore Iddio.» E incontanente il suo cuore fu raddolcito, e stimolato per tal beneficio, condonò le ingiurie al suo padrone.

§ 33. Come donò il mantello a una povera femmina
che era come esso malata degli occhi. (1226)

Una poverella di Machilone venne a Rieti che era inferma degli occhi [40]. Il medico essendo venuto a visitare il beato Francesco gli disse: «Fratello, una donna inferma degli occhi venne a me, e tanta è la sua povertà ch’egli mi è duopo farle le spese. La qual cosa sentendo, di subito fu preso di pietà per colei, e chiamato uno de’ frati che faceva l’ufficio di guardiano, gli disse: «Fratello guardiano, egli è dovere che rendiamo l’altrui.» E quegli: «Fratello, quale si è questo altrui?» Ed egli disse: «Questo mantello che avemmo a prestanza da quella povera femmina inferma, ei si conviene che a lei lo rendiamo.» E il guardiano gli rispose: «Come meglio ti piace, cosi fa’.» Allora il beato Francesco con gioia mandò per un uomo molto spirituale suo domestico e sì gli disse: «Togli questo mantello e insieme dodici pani, e li porta a quella povera femmina malata degli occhi che il medico ti mostrerà, e sì le dici: Un povero cui desti a prestito questo mantello, ti ringrazia per il mantello che gli prestasti, prendilo che è tuo.» Pertanto quegli andò e disse alla donna quello che il beato Francesco detto aveagli. Ma quella, temendo non si facesse beffe di lei, con timore e vergogna gli disse: «Lasciami nella mia pace, che non intendo quello che tu di’.» Quegli allora mise il mantello e i dodici pani nelle mani di lei: essa conoscendo che ciò avea detto da senno, con timore e vergogna tolse il dono allegramente, e rendendo grazie a Dio. E temendo non le venisse ritolto, si levò notte tempo nascostamente, e fe’ ritorno in sua casa con allegrezza. E il beato Francesco avea ordinato col guardiano, ogni giorno, sino a che ivi fosse rimasta, farle le spese. Pertanto noi, che seco fummo, facciamo testimonianza di lui, che sì grande carità e pietà aveva e per gli infermi e per chi era sano del corpo, non tanto verso i frati suoi, ma sì per gli altri poveri sani e infermi, che le cose necessarie al suo corpo, che i frati talvolta con grande studio e fatica procacciavano, confortandoci in prima acciocchè non ci fosse poi cagione di cruccio, a grande letizia sì dello spirito, sì del corpo, donava a quei poveri, privandosi eziandio delle cose che erangli di maggiore necessità. Pertanto il ministro generate e il suo guardiano gli avevan fatto divieto di dare ad alcun frate la sua tunica senza loro licenza. Perocchè i frati per loro divozione talvolta il richiedevano della tunica ch’ei tosto dava loro, talvolta la divideva, e parte ne dava, parte ne riteneva, perocchè non portava se non una tunica.

§ 34. A qual modo donò la tunica ai frati
che il richiedevano per amore di Dio.

Avvenne una volta, che andando per una certa provincia predicando, si scontrò con due frati di Francia [41], i quali prendendo di lui grande consolazione, infine il richiesero della sua tunica per amore di Dio. Egli allora di subito, come intese l’amore di Dio, si trasse la tunica e la diede loro, rimanendo nudo per qualche ora. Imperocchè come per amore di Dio veniva richiesto, sì la corda che la tunica, o qualsivoglia altra cosa gli fosse domandata, mai non la rifiutava altrui, anzi molto dolore aveva, e spesso si crucciava co’ frati, quando udivali per qualsiasi motivo nominare l’amore di Dio. Perocchè diceva: «Tanto è sublime e prezioso l’amore di Dio, che giammai non si converrebbe, se non di rado, nominare, e allora per grande necessità e con molta riverenza.» Ma uno di que’ frati si trasse la sua tunica e similmente glie la diede.

Donando altrui la tunica, o parte di essa, sosteneva poi grande disagio e tribolazione, che non aveva modo di avere tosto altra tunica, in ispecie perchè voleva sempre avere povera tunica, racconciata con pezze talvolta di dentro e di fuori; anzi giammai, o rare volte, si acconciava a portare tunica di panno nuovo, ma si accattava da altro frate la tunica che questi portava già da tempo. E avveniva talvolta che riceveva parte della tunica da un frate e parte da altro. A cagione delle sue infermità e raffreddamento di stomaco e di milza, alcuna volta vi cuciva al di dentro un pezzo di panno nuovo. E questa forma di povertà tenne nelle sue vesti, e guardò sino a quell’anno nel quale passò di questa vita a Dio; perocchè alcuni dì innanzi il suo passaggio, essendo infermo d’idropisia, e quasi tutto disseccato, e per altre molte infermità che egli pativa, gli fecero i frati alquante tuniche, onde secondo il richiedesse necessità, e di dì e di notte potesse mutarsi di tunica.

§ 35. Per qual modo di nascosto donò
ad un povero una pezza di panno. (1221)

Un altro giorno un poverello venne al luogo ove dimorava il beato Francesco, e dimandò ai frati per amore di Dio un pezzo di panno. La qual cosa vedendo il beato Francesco, disse ad un frate: «Cerca per la casa se ti vien fatto trovare una pezza o panno alcuno, e la dona a quel povero.» E come ebbe cercata tutta la casa, disse quel frate di non averla trovata. Ma perchè quel poverello non si partisse mal soddisfatto, si recò il beato Francesco presso il guardiano nascosamente onde non essere impedito, e tolse un coltello, e sedutosi in luogo rimoto, prese a tagliare dalla sua tunica una pezza, la quale era cucita di dentro, con volontà di darla di nascosto a quel povero. Ma il guardiano sentendo questo, di subito andò a lui e gli fece divieto di darla, in ispecie perchè in quel tempo il freddo era grande ed esso era infermo e molto raffreddato. Pertanto il beato Francesco sì gli rispose: «Se tu vuoi che io non gli dia questa pezza, al tutto si conviene che altra pezza tu faccia dare a quel povero. Allora que’ frati dettero al poverello altra pezza delle loro vesti per amore del beato Francesco. Quando egli si portava per il mondo a predicare, sia a piedi, sia sull’asino dopo ch’ei cominciò ad essere infermo, sia sul cavallo per grandissima e strettissima necessità, poichè altrimenti non volle usare cavalcatura se non poco innanzi la sua morte: allorchè alcun frate donavagli il mantello, non voleva toglierlo se non a patto ch’ei potesse donarlo a qualunque povero si scontrasse in lui, o a lui ricorresse, quando il suo spirito gli facesse testimonianza che a quello si era necessario.

§ 36. Come ingiunse a frate Egidio di rivestire un poverello. (1209)

Al principio dell’Ordine, dimorando presso Rivo Torto [42] con due compagni, che tanti allora ne aveva, ecco un tale Egidio, che fu il terzo compagno, venne a lui dal secolo per seguitare la vita sua. Essendo ivi dimorato alquanti dì, vestito degli abiti che portato aveva del secolo, avvenne che un povero trasse a quel luogo, chiedendo limosina al beato Francesco. Voltosi il beato Francesco al detto Egidio, sì gli disse: «Dona al fratello povero il tuo mantello.» Questi incontanente, trattosi il mantello dalle sue spalle, lo donò al povero. E per tal modo fu manifesto avere Iddio infuso la sua grazia nel cuore di lui, perocchè con allegrezza aveva donato al povero il mantello. Pertanto dal beato Francesco ricevuto all’Ordine, sempre crebbe in virtù insino all’altissima perfezione.

§ 37. Della penitenza che il beato Francesco impose
ad un frate che portò cattivo giudizio di un povero.

Recatosi il beato Francesco ad un luogo de’ frati presso Roccabrizia [43] a predicare, avvenne che in quello stesso giorno che egli doveva predicare, un poverello infermo venne a lui. Al quale avendo grande compassione, prese a ragionare col suo frate intorno alla povertà e infermità di quello, e il compagno sì gli disse: «Fratello, egli è vero che costui ci sembra assai povero, ma forse in tutta la provincia non ha persona che più di lui agogni alle ricchezze.» E tosto dal beato Francesco aspramente ripreso, riconobbe il suo fallo. E il beato Francesco gli disse: «Vuoi tu farne la penitenza che io t’imporrò?» Quegli rispose: «Molto volentieri la farò.» Allora gli disse: «Va’, e ti spoglia della tua tunica, e gittati ignudo a’ piedi di quel povero, e gli manifesterai come peccasti contro di lui di maldicenza, e scongiuralo che preghi per te.» Andò pertanto quel frate, e fece ogni cosa secondo il beato Francesco gli aveva imposto. Come ebbe fatto ciò, levatosi in piedi e rivestitosi della sua tunica, fece ritorno al beato Francesco. E il beato Francesco sì gli disse: «Vuoi tu sapere a qual modo peccasti verso di lui, anzi verso Cristo? Quando vedi un povero, devi considerare in nome del quale egli viene, cioè di Cristo che prese la nostra povertà e infermità, perocchè la povertà e infermità di esso è a noi specchio nel quale dobbiamo riguardare e considerare divotamente la infermità e povertà del Signore nostro Gesù Cristo.

§ 38. Del Testamento Nuovo che fece dare ad una povera
femmina madre di due frati. (Inverno 1220-1221)

Un’altra volta avvvenne, che dimorando presso Santa Maria della Porziuncola, una femmina vecchia e povera che aveva due figli nell’Ordine, trasse al luogo chiedendo limosina al beato Francesco. Tosto il beato Francesco disse a frate Pietro Cataneo, il quale a quel tempo era ministro generale: «Ci è egli possibile trovare niente che dar possiamo alla madre nostra?» Poichè aveva costume chiamare sua madre la madre di ciascun frate. Risposegli frate Pietro: «Niente ha in casa che dar le possiamo, e che fosse tale limosina colla quale potesse poi sostentare il suo corpo. Però nella chiesa abbiamo un Testamento Nuovo ove leggiamo le lezioni a mattutino.» Poichè a quel tempo i frati non possedevano breviari, nè molti salteri. Dissegli adunque il beato Francesco: «Dà alla madre nostra il testamento, onde si il venda per sovvenire alle sue necessità. Perocchè credo fermamente che ciò sara più accetto a Dio e alla Beata Vergine, che se leggeremo in quello.» E sì glie lo donò. In vero di lui si può dire e scrivere quanto si legge del beato Giobbe: dal venire della madre sua germogliò e crebbe in lui la pietà [44].

Pertanto a noi che con lui fummo, sarebbe lunga e difficile impresa scrivere e narrare quelle cose che della carità e pietà di lui verso i frati e gli altri poveri udimmo da altri, ma sì quelle cose che vedemmo cogli occhi nostri.

CAPITOLO QUARTO

Della perfezione della santa umiltà

e della virtù dell’obbedienza, sì in sè che ne’ frati.

§ 39. E in prima come egli rifiutò l’ufficio di generale,
e costituì generale ministro frate Pietro Cataneo. (1230)

A meglio guardare la virtù della santa umiltà, pochi anni passati dalla sua conversione, ad un capitolo ove tutti i frati erano presenti, rassegnò l’ufficio di generale, dicendo: «Fino da ora io sono morto a voi, ma ecco frate Pietro Cataneo [45] al quale, sì io che voi tutti, dobbiamo obbedienza.» E gittatosi in terra alla presenza di tutti, sì gli promise obbedienza e riverenza. Di che tutti i frati lacrimavano, e per gran dolore traevano alti gemiti, che vedeansi per tal modo fatti orfani di tanto padre. Levatosi poi il beato padre, e alzati gli occhi al cielo, e congiunte le mani, disse: «Signore, ti raccomando questa famiglia che fino ad oggi mi commettesti, e ora, a cagione delle infermità che tu conosci, dolcissimo Iddio, perocchè non valgo ad averne cura, io la commetto a’ ministri. E questi sien tenuti al dì del giudizio renderne ragione a te, Signore, se alcun frate per loro negligenza e malo esempio, o per disumana riprensione perirà.

Pertanto da quel dì, fino al tempo della morte sua, fu sempre soggetto altrui, facendosi in tutto più umile che alcuno degli altri.

§ 40. Come die licenza ai suoi compagni,
rifiutando d’avere un compagno speciale. (1220)

Un altro giorno rassegnò tutti i compagni al suo vicario dicendo: «Non voglio esser tenuto singolare per tale privilegio di libertà, sì che io abbia speciale compagno, ma i frati mi associno ad essi da luogo a luogo, secondo Iddio ispirerà loro»; e aggiunse: «Vidi altra volta un cieco che non aveva se non un cagnolino per sua guida, e io non voglio parere migliore di lui.» Questo in vero fu sempre il suo studio, che, rimossa ogni apparenza di singolarità, fosse ripieno di virtu di Dio.

41. Come a causa dei mali prelati rifiutò il suo ufficio. (1226)

Interrogato una volta da un frate, perchè avesse disertato la custodia de’ frati, e rassegnati li avesse ad altrui mani, quasi che essi per nessun modo gli appartenessero, rispose: «Figlio mio, io amo i frati siccome per me si può: che se fossero venuti sulle mie vestigie, e io di certo li avrei amati di maggiore amore, nè mi renderei a loro straniero. Imperocchè sono alquanti nel numero dei prelati che li torcono per altra via, proponendo loro gli esempi degli antichi, e i miei ammonimenti hanno a vile; ma ciò che essi adoperino, e a qual modo, sarà meglio in fine manifesto.» Ivi a pochi dì passati, per grave malattia fieramente crucciato, in grande fervore di spirito rizzatosi in sul letto, gridando disse: «Chi sono quei che l’Ordine mio e i miei frati mi strappano di mano? Se insino al capitolo generale mi basterà la vita, bene farò loro manifesto quale sia il mio intendimento.

§ 42. Come umilmente accattava carne per gl’infermi
confortandoli ad essere pazienti.

Non aveva vergogna il beato Francesco andare ad accattare come per i luoghi pubblici della città per i frati infermi, nondimeno confortava i malati a portare pazientemente le necessità, e non provocare scandalo quando non fosse pienamente soddisfatto alle loro necessità, perchè nella prima regola così fece scrivere: «Prego i miei frati che nelle loro infermità non cadano in iracondia, nè si cruccino verso Iddio, nè verso i frati, nè con grande istanza dimandino medicina, nè siano troppo solleciti di liberare la carne, la quale deve tosto morire ed è nimica dell’anima, ma di tutte avversità rendano grazie, e siccome Iddio li vuole, tali desiderino di essere, perocchè quelli che Iddio ha predestinate a vita eterna, sì li prova cogli stimoli delle infermità e flagelli, siccome ei disse: io correggo e flagello quelli che sono a me diletti! [46] »

§ 43. Dell’umile risposta dei beati Francesco e Domenico,
quando insieme furono dimandati dal cardinale, se volevano
che i loro frati addivenissero prelati nella chiesa. (Inverno 1217-1218)

Nella città di Roma, mentre que’ due luminari chiarissimi del mondo, due a dire, il beato Francesco e il beato Domenico [47], trovavansi insieme alla presenza di monsignore Ostiense, che fu poi sommo pontefice, e a vicenda esponevano dolcissime cose di Dio, monsignore Ostiense disse loro: «In sul nascere della chiesa, pastori e prelati si eran poveri uomini, accesi di carità e non di cupidigia. Perchè adunque non ordiniamo i vostri frati, vescovi e prelati, i quali per opere ed esempi sieno specchio agli altri tutti? Nacque tra i santi umile e divota contesa intorno la forma di risposta, non già per dettarla, ma l’uno l’altro sollecitava a vicenda stimolandosi alla risposta: pur nondimeno vinse l’umiltà di Francesco di non rispondere avanti, e sì Domenico vinse, che dando risposta il primo, umilmente obbediva. Pertanto il beato Domenico così rispose e disse: «Monsignore, i miei frati sono levati a dignità se il loro stato vorranno osservare, e per quanto è in me non permetterò giammai che essi conseguano grado alcuno di dignità.» Allora il beato Francesco, umiliandosi avanti il detto prelato, disse: «Signore, però i miei frati sono detti Minori, che in niun modo presumano addivenire maggiori, e la loro vocazione sì li ammaestri a rimanere in basso e imitare le vestigie della umiltà di Cristo, acciocchè per tal modo nell’ordine dei santi sopra gli altri siano esaltati. Perocchè, se volete che portino frutto nella chiesa di Dio, guardateli e costuditeli nello stato di loro vocazione, e se essi pervenissero ad alte dignità, si li ricacciate in basso con sdegno, nè mai permettete che pervengano ad alcuna ecclesiastica dignità.»

Tali furono le risposte di que’ santi, le quali udite, sì dell’una che dell’altra risposta ebbe grande edificazione monsignore Ostiense, e ne rese altissime grazie al Signore. Partendo poi di là ambedue insieme, il beato Domenico pregò il beato Francesco che si degnasse concedergli la corda onde era cinto. Rifiutò il beato Francesco per umiltà, siccome quegli l’impetrava per amore. Nondimeno vinse la fortunata devozione del supplicante, e la corda del beato Francesco, con violenza di carità ottenuta, il beato Domenico se la cinse sotto la tunica, e da quel dì sempre la portò per divozione di lui. In fine mise l’uno le sue mani entro le mani dell’altro, e con sollecitudine caramente si raccomandarono a vicenda, e santo Domenico disse a san Francesco: Molto bramerei, frate Francesco, che una sola addivenisse la tua e mia religione, e noi vivessimo nella chiesa per ugual modo. In fine quando erano in sul congedarsi, disse il beato Domenico ad alcuni i quali erano presenti: In verità sì vi dico, che in questo santo uomo di Francesco tutti i religiosi dovrebbero prendere esempio, tanta è la perfezione di santità della sua vita.

§ 44. Come a fondamento di umiltà volle
che tutti i suoi frati servissero ai lebbrosi.

Il beato Francesco, a principio della sua conversione, ammaestrato da Dio, quale sapiente edificatore, se stesso fondò sopra solida pietra, cioè sopra la santissima umiltà e povertà del figliuolo di Dio, chiamando la sua religione, de’ frati minori, e questo per grandissima umiltà.

Pertanto al principio dell’Ordine volle che i frati usassero negli ospedali de’ lebbrosi, e loro servissero, e ivi mettessero fondamento di santa umiltà. Perocchè quando venivano a religione nobili e ignobili, tra le altre cose le quali loro predicava, si diceva, esser di mestieri che essi umilmente servissero ai lebbrosi, e usassero alle loro case, siccome nella prima regola si legge: Nessuna cosa vogliamo possedere sotto il cielo, all’infuori della santa povertà, per la quale sono nutriti da Dio in questo mondo di alimento corporale e spirituale, e nell’altro conseguano la celeste eredità. Pertanto edificò se stesso sopra l’altissima povertà e umiltà per il suo meglio e per il bene degli altri, imperocchè come ch’egli fosse grande prelato secondo la chiesa di Dio, si elesse e volle vivere in soggezione, non solo nella chiesa, ma sibbene tra’ suoi frati. Questa viltà nell’opinione e desiderio di lui, è gloriosa esaltazione nel cospetto di Dio e degli uomini.

§ 45. Come di tutte le sue buone parole e opere
intendeva riferirne a Dio solo l’onore.

Predicando al popolo di Rieti nella piazza della città, come ebbe finita la predica, si levò il vescovo di detta città, uomo invero discreto e spirituale, e disse al popolo: «Il Signore Iddio, quando al principio fondò e edificò la sua chiesa, sempre la fece chiara per santi uomini che la facessero ricca con parole ed esempi, ma in questo novissimo tempo la fece chiara per questo poverello e dispetto uomo e senza lettere di Francesco. Di che siamo tenuti ad amare Iddio e onorarlo, e guardarci dal peccato, imperocchè non adoperò tanto con altra nazione.»

Come ebbe dette queste parole, il vescovo discese di là ove aveva predicato ed entrò nella chiesa del vescovado, e fattoglisi vicino il beato Francesco si umiliò innanzi a lui gittandosi ai suoi piedi, e disse: «In verità sì vi dico, messer lo vescovo, che nessun uomo mi fece tanto onore in questo mondo quanto a me ne rendeste voi oggi, perciocchè quegli uomini dicono: Costui si è quel sant’uomo? attribuendo a me gloria e santità, e non al Creatore, ma voi siccome discreto, sceveraste la cosa preziosa dalla vile.»

Qualora il beato Francesco sentivasi lodato e chiamato santo, con tali parole rispondeva dicendo: «Non sono ancora in tutto certo che io non debba procreare figliuoli e figliuole, imperocchè a qualunque ora Iddio mi sottraesse il suo tesoro che mi affidò, qual’altra cosa mi rimarrebbe se non il corpo e l’anima, le quali cose hanno eziandio gl’infedeli? Anzi debbo credere che se il Signore avesse fatta tanta grazia a un ladrone o infedele uomo, quanta ha fatta a me, molto sarebbero migliori inverso Dio che io non mi sono. Perocchè, siccome nell’immagine del Signore e della Beata Vergine dipinte sopra il legno, si rende onore al Signore e alla Beata Vergine, e tuttavia il legno e la pittura niente ne ritengono per sè, per tal modo il servo di Dio è simile a una pittura di Dio, nella quale si rende onore a Dio dei benefici dispensati, ma esso niente deve arrogarsi; imperocchè al confronto di Dio meno vale che legno e pittura, anzi è un puro niente; e pertanto solo a Dio è da attribuirsi gloria e onore, e a sè solo la vergogna e la tribolazione, fino a che vive in mezzo alle miserie di questo mondo.»

§ 46. Come insino alla morte volle avere a guardiano
uno tra i suoi compagni, e vivere in soggezione. (1220)

Desiderando perseverare insino alla morte nella perfetta umiltà o soggezione, molto tempo innanzi la morte sua disse al generale ministro: «Voglio che tu commetta le tue facoltà che hai sopra di me a uno tra’ miei compagni cui serverò obbedienza in tua vece, perocchè voglio che la virtù dell’obbedienza, sì in vita che in morte, rimanga con me. E da quel dì, per insino alla morte, ebbe uno tra i suoi compagni cui obbediva come a generale ministro, anzi una volta disse ai suoi compagni: Questa tra le altre grazie impetrai dal Signore, che così volentieri ubbidirei a un novizio che pure oggi fosse venuto all’ordine, se mi fosse proposto per guardiano, come a quello che migliore e più antico fosse per vita e religione. Imperocchè il suddito deve riguardare il suo prelato non già come uomo, ma come Iddio, per cui amore si fa suddito a quello.» In seguito disse: «Non ha prelato alcuno in tutto il mondo, che tanto sia temuto da’ suoi soggetti, come Iddio farebbe ch’io fossi temuto da’ miei frati, s’io il volessi. Ma Iddio mi fe’ tal grazia di starmi contento di tutti, come il più umile che è all’ordine.» E ciò vedemmo cogli occhi nostri noi che con lui fummo, siccome anche esso ne fa testimonio, che alcuni frati non soddisfacendogli nelle sue necessità, o dicendogli alcuna parola per cui l’uomo suole scandalizzarsi, tosto andava ad orare, e ritornando non voleva ricordarsi di cosa alcuna, nè mai diceva: «Il tale non mi soddisfece,» ovvero, «il tale profferì verso me tale ingiuria.» Per questo modo perseverando in siffatta virtù, quanto più alla morte facevasi vicino, tanto più studiavasi procurare come potesse vivere e morire nella perfetta umiltà e povertà, e nella perfezione di ogni virtù.

§ 47. Come insegnava il perfetto stato di obbedienza.

Il santissimo padre diceva a’ suoi frati: «Carissimi fratelli, adempite l’obbedienza non appena vi è imposta, nè tanto indugiate che facciate replicare ciò che vi vien comandato; nè adducete a pretesto essere il comando impossibile a eseguire, perocchè, come che io vi facessi comando sopra il poter vostro, con tuttociò alla santa obbedienza non verran meno le forze.»

§ 48. Come paragonò il perfetto obbediente al corpo morto.

Una volta al cospetto de’ frati profferì questo lamento: «Appena v’ha nel mondo alcun religioso che professi perfetta obbedienza al suo superiore!» Allora sì gli dissero i compagni: «Dinne, padre, quale si è perfetta e altissima obbedienza?» Ed ei rispose descrivendo il vero e perfetto obbediente sotto figura del corpo morto, in tal modo: «Togli il corpo morto e ponilo in qualunque luogo tu vuoi. Vedrai ch’egli non ti contrasterà, non muterà di luogo, non richiederà le cose lasciate. Che se lo poni in sulla sedia, non guarderà in alto, anzi in basso, e se lo vestirai di porpora, più pallido parrà che in prima. E così, quegli è perfetto obbediente, il quale non dimanda il perchè è rimosso, e dove sia posto non cura, e non insiste perchè sia mutato di luogo. Quegli che è promosso ad alcuno ufficio, guarda la ordinaria umiltà; più è levato in onore, e più se ne reputa indegno.» Riputava perfetta obbedienza quella che spontaneamente era ingiunta, senza averla sollecitata. Anche giudicava altissima obbedienza, nella quale nessuna parte ha la carne e il sangue, esser quella onde per divina ispirazione alcuno si porta in terra d’infedeli, sia per ridurre le anime a Dio, sia per sete di martirio, e riputava che sollecitare tale obbedienza fosse cosa molto accetta a Dio.

§ 49. Quale pericolo si corra con troppo sollecito comando
di obbedienza, e all’ingiunzione dell’obbedienza non rispondendo.

Avvisava pertanto il beato padre, rare volte doversi comandare per virtù d’obbedienza, nè alla prima doversi scagliare lo strale, ma trattenerlo sino all’estremo, dicendo: «Non vuolsi por mano alla spada che all’estremo.» E diceva che quegli il quale non s’affretta di obbedire al comandamento dell’obbedienza, nè ha rispetto a Dio, nè agli uomini: cioè a dire quando non ha ragione di non esser presto all’obbedienza. Niente ha di più vero, perciocchè l’arroganza di comando, in mano di temerario maestro, che altro significa se non la spada in mano a un frenetico? in vero qual cosa è più disperata che il religioso dimentico e dispregiatore di obbedienza?

§ 50. A qual modo rispose ai frati che si studiavano persuaderlo
a dimandare il privilegio di poter predicare liberamente.

Alcuni frati dissero al beato Francesco: «Padre, non vedi siccome i vescovi ci negano talvolta di predicare, e per più giorni ci fanno rimanere oziosi in alcuna terra avanti di potere annunziare la parola di Dio? Più spedito sarebbe che tu ne impetrassi da monsignore il papa il privilegio su di ciò, e questo sarebbe a salute delle anime.» Ai quali egli rispose con solenne riprensione dicendo: «Voi, frati Minori, non conoscete la volontà del Signore e siete d’impedimento acciocchè io converta tutto il mondo, siccome è la volontà di Dio; perocchè io voglio in prima per la santa umiltà e riverenza convertire i prelati, i quali maravigliati della nostra santa e umile riverenza inverso essi, sì vi sollecitarono di predicare e convertire il popolo, e questo inviteranno a udire vostre prediche, meglio che per i vostri privilegi che vi leveranno in superbia. E se vivrete lontani da tutta avarizia, e persuaderete al popolo di restituire alla chiesa quei diritti che a questa si spettano, e i prelati vi pregheranno di udire la confessione dei loro popoli, sebbene di ciò non dobbiate avere sollecitudine, imperocchè se questi saranno convertiti, bene troveranno confessori. Io poi questo privilegio impetro da Dio a mia salute, di non ottenere giammai da persona alcun privilegio, se non di essere divoto ad ognuno per l’obbedienza della santa regola, e convertire tutto il mondo meglio coll’esempio che colle parole.»

§ 51. Del modo che tenevano a quel tempo i frati tutti
in riconciliarsi tra loro quando uno scandalizzava l’altro.

Affermava il beato Francesco, essere inviati i frati Minori in questi ultimi tempi da Dio, perchè a quelli che nelle tenebre del peccato erano involti, mostrassero esempi di perfetta vita. E diceva che egli riempiasi di soavissimi odori e di virtù di prezioso unguento era raddolcito, quando udia maravigliosi fatti de’ santi frati che erano disseminati per il mondo. Accadde un giorno che un certo frate scagliasse parole ingiuriose verso un altro frate [48], essendo presente un nobil uomo dell’Isola di Cipro. Ma poichè s’avvide che il suo fratello era di ciò alquanto scandalizzato, tosto stimolato a prender vendetta di se stesso, raccolse dello sterco di asino, e colla propria bocca lo porto a’ denti, che lo masticassero, dicendo: «Mastichi sterco la lingua che stillò veleno di ira contro il mio fratello.» A tal vista, quell’ uomo preso di stupore, si partì molto edificato, e da quel dì, se stesso e le cose sue tenne apparecchiate al piacere dei frati. E tal costume servavano i frati tutti, che se alcuno di loro proferiva contro un altro parole d’ ingiuria o di scandalo, incontanente distesosi in terra, baciava i piedi del frate scandalizzato, e umilmente ne impetrava perdono. Di che aveva grande allegrezza il padre santo, udendo che i suoi figli per se stessi producevano esempi di santità, e con benedizioni piene di ogni grazia consolava quei frati che con parole e con esempi riducevano i peccatori all’amore di Cristo; perocchè voleva che nel zelo delle anime, del quale egli era pieno, anche i figli suoi a sua similitudine gli rispondessero.

§ 52. A qual modo Cristo tenne lamento con frate Leone,
compagno del beato Francesco, della ingratitudine e superbia de’ frati.

Una volta disse il Signore nostro Gesù Cristo a frate Leone, compagno del beato Francesco: «Frate Leone, io ho a lamentarmi de’ frati.» E frate Leone risposegli: «Per qual cagione, Signore?» Risposegli il Signore: «Per tre cagioni: cioè, perchè non riconoscono i miei benefici, che con tanta larghezza e abbondanza distribuisco loro, come tu sai, non seminando essi nè mietendo; secondo, perchè continuamente si stanno in mormorazione e oziosi; terzo, perchè soventi volte si adirano a vicenda, e non ritornano ad amore, e non si passano delle ingiurie che loro son fatte .»

§ 53. Dell’umile e degna risposta che diede a un dottore dell’Ordine
de’ Predicatori che gli faceva quistione sopra un motto della Scrittura.

Dimorando egli presso Siena, trasse a lui un dottore in sacra teologia dell’ Ordine de’ Predicatori [49], uomo invero umile e molto spirituale. Poich’egli ebbe ragionato alquanto con il beato Francesco di cose di Dio, il maestro il dimandò intorno a quel detto di Ezechiele: Se non farai nota all’empio la sua iniquità, ricercherà l’anima di lui nelle tue mani [50]. E aggiunse: «Molti conosco, o buon padre, in peccato mortale a’ quali non sempre annunzio la propria iniquità: forse che le loro anime saranno ricercate nella mia mano?» A cui il beato Francesco umilmente rispose: sè essere idiota, pertanto meglio gli si conveniva essere da lui ammaestrato, piuttosto che dichiarare una quistione di teologia. Allora quell’umile maestro gli replicò: «Fratello, avvegna che per alquanti dotti abbia udito l’esposizione di questo detto, tuttavia di buon grado intenderei l’animo vostro su di ciò.» Dissegli adunque il beato Francesco: «Se il detto deve essere inteso in senso generale, io a tal modo lo intendo, che il servo di Dio tanto deve essere acceso e splendere per vita e santità in se stesso, che per chiarità di esempi e parole di santa conversazione, corregga tutti gli empi. Per tal modo, il suo splendore e l’odore della sua fama farà a tutti manifesta la loro iniquità. Pertanto ritirandosi quel dottore forte meravigliato, disse ai compagni del beato Francesco: «Fratelli miei, la teologia di quest’uomo, fondata in purità e contemplazione, vola come aquila, e la nostra scienza va strisciando il corpo sulla terra.»

§ 54. Dell’umiltà e concordia che dovevano servare con i chierici.

Avvegnachè il beato Francesco desiderasse, che i suoi figli guardassero la pace con ogni persona, e a tutti si mostrassero siccome pargoli, nientedimeno li ammaestrò colle parole, come dovessero guardare l’altissima umiltà verso i cherici, e coll’esempio lo addimostrò. Imperocchè diceva: «Noi fummo mandati in aiuto de’ cherici e a salute delle anime, acciocchè a quello che in essi fa difetto, sia adempiuto da noi. Perocchè ciascuno avrà mercede, non secondo sua autorità, ma giusta il suo lavoro. Sappiate, fratelli, esser cosa a Dio molto accetta il guadagno che si fa di anime, e ciò tanto meglio possiamo conseguire vivendo in pace che in discordia co’ cherici. Che se essi mettono impedimento alla salute de’ popoli, a Dio sta il castigarli, ed ei a suo tempo ne darà loro mercede: pertanto vivete in soggezione de’ prelati, che per quanto è da voi, non abbia origine gelosia. Se sarete figliuoli di pace, voi guadagnerete sì il clero che il popolo, e ciò sarà più accettevole a Dio, che se guadagnaste il solo popolo con iscandalo del clero. Ricoprite, disse, i loro falli e supplite a’ loro molti difetti; e come ciò opererete, tanto in maggiore umiltà vi guardate.»

§ 55. Come umilmente ottenne la chiesa di Santa Maria
degli Angeli dall’Abate di San Benedetto di Assisi,
e volle che i frati in umiltà ivi dimorassero.

Conoscendo il beato Francesco come Iddio volesse dilatare il numero dei frati, disse loro: Carissimi fratelli e figliuoli miei, io vedo che il Signore vuole moltiplicarci, onde a me sembra buono e conforme a religione, impetrare dal vescovo [51] o dai canonici di San Rufino, o dall’abate di San Benedetto [52], alcuna chiesa ove i frati possano recitare le ore, e soltanto avere vicino a quella una piccola e povera casuccia costrutta di loto e vimini, ove i frati possano prendere ristoro e lavorare; perocchè questo luogo non è convenevole nè sufficiente a’ frati, mentre Iddio intende moltiplicarli, e in ispecie non avendo qui chiesa ove i frati possano recitare le ore. E se qualche frate passasse di questa vita non sarebbe convenevole cosa dargli sepoltura in questo luogo, nè entro chiesa di cherici secolari.»

Questo parlare piacque a tutti i frati.

Andò pertanto al vescovo di Assisi, ed espose la detta proposta in sua presenza. A cui il vescovo rispose: Fratelli, io non ho chiesa alcuna che io possa darvi.» E similmente gli risposero i canonici. Allora andò all’Abbate di San Benedetto del monte Subasio, ed espose la stessa proposta in sua presenza. L’Abbate mosso a pietà, avuto consiglio con i suoi monaci, ispirati dalla grazia e volontà divina, concesse al beato Francesco ed ai suoi frati la chiesa della Beata Maria della Porziuncola, come che fosse la più piccola e povera chiesa che avevano. E disse l’Abbate al beato Francesco: «Fratello, ecco, condiscendemmo alla tua preghiera. Ma se il Signore moltiplicherà questa vostra religione, vogliamo che questo luogo sia primo fondamento di tutti voi.» Piacque tale parlare al beato Francesco e ai frati suoi, e il beato Francesco ebbe grande letizia per il luogo conceduto ai frati, e in ispecie per il nome della chiesa chiamata dalla madre di Cristo, e sì perche tanto piccola e povera era la chiesa, e ancora perche era detta della Porziuncola, d’onde era vero segnale come essa esser dovesse fondamento e madre dei poveri frati minori.

Diceasi eziandio Porziuncola, perciocchè sino dagli antichi tempi era chiamata della Porziuncola. Poichè diceva il beato Francesco: «Per ciò piacque al Signore che nessuna altra chiesa fosse concessa a’ frati, e che i primi frati non si costruissero nuova chiesa, e non possedessero se non quella, perciocchè in ciò ebbe compimento una profezia per il sopraggiungere de’ frati Minori.» E avvegnachè fosse povera e quasi del tutto rovinata, nientedimeno per grande ispazio di tempo gli uomini della città di Assisi e di tutto quel territorio, ebbero quella chiesa in grande devozione, e maggiore l’ebbero fino al dì d’oggi, e ogni giorno più va dilatandosi. Pertanto non così tosto i frati trassero ivi ad abitare, che Iddio quasi ogni dì più moltiplicò il loro numero, e l’odore di loro fama maravigliosamente si diffuse per tutta la valle spoletana e per molte parti del mondo. Negli antichi tempi era detta Santa Maria degli Angeli, perchè secondo si narra, soventi volte ivi furono uditi canti di angeli.

Sebbene l’Abbate ed i monaci avessero fatto liberal dono di quel luogo al beato Francesco e ai suoi frati, nondimeno, il beato Francesco, da buono e valente maestro, volendo fondare la sua casa, cioè la religione, sopra stabile pietra, cioè sopra l’altissima povertà, mandava ogni anno al detto Abbate e alli monaci un vaso ripieno di pesciolini che si chiamano lasche [53], in segno di maggiore umiltà e povertà, onde i frati nessun luogo possedessero di loro proprietà; nè dimorassero in alcuno che non spettasse di ragione ad altrui, intanto che i frati non avessero mai facoltà di cederlo per qualsivoglia ragione. Come i frati portavano ogni anno ai monaci i pesciolini, essi riguardando all’umiltà del beato Francesco, il quale di suo volere ciò faceva, donavano a quelli un vaso pieno di olio. E noi che fummo con il beato Francesco, facciamo testimonianza di quanto egli, affermandolo sulla parola, disse di quella chiesa: come ivi gli fu rivelato, che in virtù delle molte prerogative che il Signore ripose in quel luogo, infra tutte le chiese del mondo che la beata Vergine ha care, quella chiesa prediligeva di cordialissimo affetto. Di che fin da quel tempo ripose in quella altissima riverenza e devozione, e perchè i frati ne portassero sempre nel cuore durevole memoria, quando egli venne a morte, fece scrivere nel testamento come tutti i frati similmente dovessero venerarla.

Pertanto quando fu in sul morire, alla presenza del generale ministro e degli altri frati disse: «Intendo ordinare e lasciare per testamento a’ frati il luogo di Santa Maria della Porziuncola, acciocchè sia tenuto da’ frati in altissima riverenza e devozione.» Il che i nostri antichi frati osservarono; e come che questo luogo sia santo, e da Cristo e dalla Vergine gloriosa prediletto, pertanto guardavano la santità di quello per continua orazione e silenzio e di dì e di notte. E se talvolta favellavano dopo il termine e l’imposizione del silenzio, con profonda devozione e onestà, solo di quelle cose ragionavano, le quali erano a lode di Dio e a salute delle anime. E se per ventura avveniva che taluno prendeva a favellare parole oziose e inutili, comechè ciò rade volte avvenisse, tosto da un altro frate veniva redarguito. Inoltre maceravano la loro carne con digiuni molti, con freddo e nudità e col lavoro di loro mani. Perocchè frequenti volte, per non essere oziosi, giovavano a’ poveri uomini ne’ loro campi e quelli poi li sovvenivano di pane per lo amore di Dio. Per queste e altre virtù santificavano il luogo, e se stessi custodivano in santità. In seguito, per la frequenza de’ frati e secolari che recavansi a quel luogo, più che per lo innanzi non solevano, e poichè eziandio i frati sono più intiepiditi nella orazione e in opere di virtù, e più rilassati nella perfezione, e novellando di cose oziose e delle novità del mondo, come non solevano per lo passato, quel luogo non è avuto in sì alta riverenza e devozione come per lo innanzi era tenuto e come sarebbe mio desiderio.»

Poichè il beato Francesco ebbe fatto questo parlare, allora in grande fervore si concluse e disse: «Ordino adunque che quel luogo sia ognora sotto il potere immediato del generale ministro e servo, acciocchè prenda maggiore cura e sollecitudine di provvedere a quel luogo di santa e buona famiglia. I cherici siano eletti tra’ migliori e più santi e degni frati che sono in tutta la religione, e che meglio sappiano recitare l’ufficio, acciocchè non tanto i secolari, ma eziandio gli altri frati, con lieto animo e a grande divozione li riguardino e li ascoltino. Similmente tra’ frati laici siano eletti santi uomini, discreti, umili e onesti, i quali servano a quelli. Voglio inoltre, che nessuna persona e nessun frate entri in quel luogo, se non il generale ministro e quelli che a lui servono. Ed essi non facciano parola a persona, se non con i frati che sono al loro servizio, e con il ministro quando verrà a visitarli. Similmente ordino, che i frati laici i quali servono ad essi, siano tenuti di non mai favellare con essi parole oziose, o novelle di questo mondo, nè di cosa alcuna che non fosse a utilità delle loro anime. Inoltre ordino in ispecial modo che non entri persona in quel luogo, sicchè essi meglio guardino sua purezza e santità, e in quel luogo cosa niuna si operi e si dica che sia senza utilità, ma quel luogo tutto sia servato puro e santo con inni e lodi del Signore. E quando alcuno di detti frati passerà di questa vita a Dio, voglio che nel luogo di lui sia posto dal generale ministro altro santo frate, ovunque ei si trovi. E se alcuni frati, un dì venissero meno alla purità e onestà, voglio che questo luogo sia benedetto, e rimanga ognora specchio e buon esempio di tutta religione, e quasi candelabro di continuo acceso e splendente innanzi al trono di Dio e alla beata Vergine. Per questo il Signore condiscenda a’ difetti e alle colpe di tutti i frati e tenga sempre in sua custodia e protezione questa religione e la sua pianticella.»

§ 56. Della umile riverenza che addimostrava
in spazzare le chiese e in tenerle nette.

Avvenne una volta che dimorando in Santa Maria della Porziuncola, e i frati essendo ancora in picciol numero, il beato Francesco andava attorno per quelle ville e chiese in quel d’Assisi, evangelizzando e predicando agli uomini per ridurli a penitenza, e aveva seco la scopa per spazzare le chiese dalle immondizie: perocchè grande dolore aveva il beato Francesco in vedendo alcuna chiesa non così monda come ei voleva. Pertanto quantunque volte metteva fine al predicare, faceva raccogliere in luogo remoto tutti i sacerdoti che erano presenti, perchè i secolari non l’udissero, e predicava loro della salute delle anime, e in ispecial modo che fossero solleciti in custodire monde le chiese e gli altari, e quelle cose che si richiedono a celebrare i sacri misteri.

§ 57. Del villano che trovollo mentre spazzava la chiesa,
e convertito, entrò nell’ordine e fu santo frate. (1215)

Andando un giorno alla chiesa di una villa della città di Assisi [54], prese a spazzarla umilmente e a nettarla; ed ecco corse la fama di lui per tutta la villa, perchè di buon grado era veduto da quelle genti, e molto volentieri lo udivano. Come ciò intese un villano di nome Giovanni, di ammirabile semplicità, che arava il suo campo, di presente venne a lui, e sì lo trovò che spazzava la chiesa a grande umiltà e divozione, e gli disse: «Fratello, dammi la scopa che intendo darti aiuto.» E tolta la scopa dalle mani di lui spazzò quanto rimaneva. Sedutosi poi insieme, quegli disse al beato Francesco: «Fratello, già è da tempo che mi prese volontà di servire a Dio, e in ispecie dopo che mi pervenne il rumore della fama levato da te e dai tuoi frati, ma non trovavo modo di condurmi a te. Al presente, poichè piacque a Dio che io mi scontrassi in te, voglio fare quanto ti sarà in piacere.»

Il beato Francesco, considerando il suo fervore, esultò nel Signore, in ispecie perchè a quel tempo aveva pochi frati e pareagli che a cagione della purità e semplicità di lui sarebbe per addivenire buono religioso. Pertanto gli disse: «Fratello, se intendi seguitare nostra vita e compagnia, egli è duopo che tu ti spogli di tutte cose tue, di che senza scandalo puoi disporre, e sì tu le doni ai poveri secondo il consiglio del santo evangelio; imperocchè per simil modo adoperarono tutti i miei frati, secondo il loro potere.»

Come ebbe udito ciò, di presente tornò al campo ove aveva lasciati i buoi, e sciolseli, e ne trasse uno alla presenza del beato Francesco e sì gli disse: «Fratello, sono già più anni che io ho servito al padre mio e a tutti di mia casa, e come che questa porzione della mia eredità sia poca cosa, intendo togliere questo bove come mia porzione e donarlo ai poveri secondo a te parrà più conveniente.»

Poichè i suoi genitori e fratelli che erano ancora in tenera età intesero siccome egli voleva abbandonarli, tutti del suo parentado presero a spargere lacrime in tanta copia, accompagnando il pianto con sì alte voci di dolore, che il beato Francesco ne fu mosso a compassione, perocchè numerosa era la famiglia e a nulla valevole. Pertanto il beato Francesco così disse loro: «Apparecchiate il desinare per noi tutti, e tutti insieme mangeremo, e cessate il pianto, imperocchè vi procaccerò grande letizia». Quelli apprestarono il mangiare e tutti insieme a grande letizia presero ristoro. Come ebbero mangiato, il beato Francesco disse: «Questo vostro figliuolo vuol servire a Dio e di ciò non dovete rammaricarvi, ma molto meglio averne letizia. Inoltre non tanto secondo Iddio, ma sibbene secondo questo mondo v’è reputato a grande onore e vantaggio delle anime e dei corpi, poichè della came vostra si orna Iddio, e tutti i nostri frati saranno vostri figli e fratelli. E perciocchè egli è creatura di Dio e intende servire al suo creatore, a cui servire e regnare, non posso e non debbo restituirlo a voi; ma perchè di lui abbiate consolazione, voglio ch’egli si spogli di questo bove a utilità vostra, siccome a vantaggio di poverelli, comechè ei fosse tenuto a farne dono ad altri poveri, come insegna il vangelo.» Allora tutti presero conforto dalle parole del beato Francesco, e molto più si rallegrarono del bove che loro venne restituito, perocchè erano in grande miseria. E siccome al beato Francesco molto era cara la schietta e santa simplicità, sì in sè che negli altri, incontanente lo rivestì de’ panni di religione e seco il conduceva con grande umiltà come suo compagno. Imperocchè era quegli di tanta semplicità che estimava esser tenuto fare quanto il beato Francesco faceva.

Per la qual cosa quando il beato Francesco riducevasi in alcuna chiesa, o in luogo alcuno a pregare, ed ei voleva osservarlo per conformarsi interamente ad ogni atto e gesto di lui. Pertanto se il beato Francesco piegava le ginocchia, o alzava le mani al cielo, o sputava, o sospirava, ed egli ogni cosa per simil modo imitava. E il beato Francesco fatto avveduto di ciò, con grande letizia prese a fargli rimprovero di tale semplicità, a cui quegli rispose: «Fratello, io promisi fare tutto ciò che tu fai, pertanto a me si conviene d’essere in tutto a te conforme.» Di che aveva grande ammirazione e letizia il beato Francesco, conoscendolo di tanta purità e semplicità. In seguito quello prese ad avanzare tanto nella perfezione, che il beato Francesco e gli altri frati tutti avevano grande ammirazione della santità di lui, e non andò molto tempo ch’ei si morì in quel perfetto stato di virtù. Laonde in seguito il beato Francesco con grande letizia di mente e di corpo narrava a’ frati la sua conversione, chiamandolo non già frate, ma santo Giovanni.

§ 58. Come punì se medesimo mangiando nella scodella
con un lebbroso che aveva avuto a schifo. (1220-1221)

Poichè il beato Francesco fu di ritorno alla chiesa della Beata Maria della Porziuncola, trovò frate Giacomo Semplice [55] con un certo lebbroso assai ulcerato. Imperocchè il beato Francesco avevagli raccomandato quel lebbroso e gli altri tutti, come a quegli che era quasi loro medico e volentieri toccava e purgava e curava loro piaghe, perocchè a quel tempo i frati frequentavano gli ospedali dei lebbrosi [56]. Pertanto disse il beato Francesco a frate Giacomo quasi proverbiandolo: «Tu dovresti guardarti dal menare attorno i cristiani, imperocchè egli non è convenevole nè a te nè ad essi.» Perocchè quantunque egli avesse fatto comando di servire a quelli, tuttavia non soffriva che menasse fuori dell’ospedale que’ che più di piaghe erano coperti, perocchè gli uomini solevano averli in grandissimo orrore, e questo frate Giacomo era di tanta semplicità che seco conducevali dall’ospedale sino alla chiesa di Santa Maria della Porziuncola, siccome andasse co’ frati. Il beato Francesco chiamava que’ lebbrosi frati cristiani. Come ebbe detto ciò, incontanente il beato Francesco si fece rimprovero, credendo che quel lebbroso si fosse scandalizzato per la riprensione che aveva fatta a frate Giacomo. Di che volendo dare soddisfazione a Dio e al lebbroso, confessò sua colpa a frate Pietro Cataneo, che in quel tempo era generale ministro e disse: «Voglio che tu mi confermi la penitenza che elessi di fare per questo difetto e in niun modo mi contraddica.» Quegli rispose: «Fratello, fa’ secondo ti piacerà.»

Perchè frate Pietro lo aveva in tanta venerazione e sì lo temeva, che non si attendeva di contraddirgli quantunque frequenti volte si martoriava. Allora il beato Francesco disse : «Tale sia la mia penitenza, cioè che io mangi ad una stessa scodella con frate cristiano. Come si furono posti a tavola, il beato Francesco con il lebbroso e cogli altri frati, fu arrecata una scodella tra il beato Francesco e il lebbroso. Era in vero tutto piagato e stomachevole e in specie le dita con cui raccoglieva i bocconi dalla scodella, aveva rattratte e sanguinolenti, così che quando l’immergeva nella scodella colava in essa il sangue e la marcia delle dita. E ciò vedendo frate Pietro e gli altri frati, ebbero grande turbamento, ma niuna cosa osavano dire per timore e riverenza del santo padre. Chi queste cose vide, scrissele, e ne fa testimonianza.

§ 59. Come mise in fuga i demoni con parole di umiltà.

Una volta andò il beato Francesco alla chiesa del beato Pietro di Bovara [57], vicino del castello di Trevi della valle Spoletana, e seco lui andò frate Pacifico [58] che nel secolo era chiamato re de’ versi, nobile cortigiano e dotto dicitore in rima. Quella chiesa era deserta, pertanto il beato Francesco disse al beato Pacifico: «Fa’ ritorno all’ospedale de’ lebbrosi perchè questa notte voglio rimanere qui solo, e dimane di gran mattino verrai per me.» Come egli rimase ivi tutto solo ed ebbe recitato compieta e altre orazioni, volle prendere riposo e dormire, ma non gli venne fatto. E il suo spirito cominciò ad essere preso di timore e sostenere diaboliche tentazioni, e tosto uscì della chiesa e fecesi il segno della croce, dicendo: «Dalla parte di Dio onnipotente vi comando, demoni, d’adoperare attorno il mio corpo quanto vi fu concesso dal Signore Gesù Cristo, essendo io presto a tutto sostenere. E poichè il più crudele nimico ch’io mi abbia si è il corpo mio, voi farete vendetta del mio avversario e pessimo nemico.» E incontanente quelle tentazioni del tutto cessarono, e ridottosi al luogo ove egli giaceva, dormì in pace.

§ 60. Della visione di frate Pacifico per cui vide e udì
come il seggio di Lucifero era riserbato all’ umile Francesco.

Fatta la mattina, frate Pacifico venne a lui: il beato Francesco stava allora innanzi all’altare in orazione. Frate Pacifico stette in attesa fuori del coro orando similmente avanti il crocifisso. E come egli ebbe principiato l’orazione fu levato in ispirito e ratto in cielo, se in una col corpo o fuori del corpo, solo a Dio è noto, e si vide nel cielo molti seggi, tra cui uno ne vide in luogo più eminente e di maggior gloria, ornato di splendore e di tutte pietre preziose. E maravigliandosi di tanta bellezza, prese a considerare tra sè cui fosse quel seggio. E tosto udì una voce che gli diceva: «Questo seggio fu del Lucifero, e in luogo di lui vi siederà l’umile Francesco.» E poichè fu tornato ai sensi, di subito uscì incontro a lui il beato Francesco, a’ piedi del quale gittatosi quel frate, colle braccia cancellate in modo di croce e riguardandolo già come se nel cielo fosse assiso in quel seggio, sì gli disse: «Padre, accordami tuo perdono, e prega Iddio che abbia misericordia di me e mi condoni i miei peccati. Tendendogli la mano, il beato Francesco il fa rizzare, e tosto conobbe che qualche mistero aveva visto nella orazione. Appariva invero tutto mutato, e parlava al beato Francesco non come a quegli che vive nel corpo, ma quasi fosse abitatore già del cielo. E poich’egli non voleva rivelare la visione al beato Francesco, prese a favellargli quasi alla lunga e intra le altre cose gli disse: «Qual ti credi tu, fratello?» E il beato Francesco sì gli rispose e disse: «io credo ch’io mi sia il maggiore peccatore che persona che sia al mondo.» E in quell’istante frate Pacifico intese favellare all’anima sua: «Per ciò puoi conoscere come vera fosse la visione che ti fu mostrata: imperocchè siccome Lucifero per la sua superbia fu cacciato di quel seggio, così Francesco per la sua umiltà sarà meritevole essere esaltato, e in esso gloriosamente sedere».

§ 61. A qual modo si fece menare nudo con una fune
legata al collo dinanzi al popolo. (Inverno 1220-1221)

Avvenne una volta, che di una sua gravissima malattia essendo un poco tornato a sanità, sì gli parve aver fatto abuso di pietanza in quella infermità, sebbene in poca quantità ne avesse presa: e levatosi un giorno, come che non fosse del tutto liberato della febbre quartana, fece radunare il popolo nella piazza della città di Assisi [59] a udire la predica. Come ebbe fatto fine al predicare, comandò al popolo che persona non si partisse prima ch’egli non fosse di ritorno ad essi: ed entrato nella chiesa del vescovado di San Rufino con molti frati, e con Pietro Cataneo, che era stato canonico di quella chiesa, e fu nominato primo generale ministro dal beato Francesco, disse allo stesso frate Pietro, comandandolo per obbedienza, che senza contraddirgli facesse quanto gl’imporrebbe. Risposegli frate Pietro: «Fratello, non posso, nè debbo volere e fare altrimenti di me e di te se non ciò che a te piacerà.» Spogliatosi adunque della tunica, il beato Francesco gl’impose che per la fune legata al suo collo lo menasse nudo dinanzi al popolo fino al luogo ove aveva predicato. Similmente ad un altro frate ingiunse che togliesse una scodella piena di cenere, salisse sopra il luogo ove aveva predicato, e quando egli si trovasse sotto, gittassegli quella cenere sopra il volto. Però questi non gli obbedì in ciò, per grandissima compassione e pietà, dalla quale fu mosso inverso di lui. E frate Pietro tenendo la corda legata al collo di lui, sì lo traeva dopo sè come gli aveva imposto. Egli poi piangeva amaramente, e gli altri frati con lui spargevano lacrime di compassione e di amarezza. Come egli fu menato così nudo dinanzi al popolo sino al luogo ove aveva predicato, disse: «Voi, e tutti quelli che a mio esempio abbandonano il mondo e vengono a religione e alla vita de’ frati, mi riputate santo uomo, ma confesso a Dio e a voi che in questa infermità feci uso di carni e di brodo condito di carne.» E quasi tutti presero a spargere sopra di lui lacrime di grandissima pietà e compassione, e in ispecie perchè era allora tempo di verno e il freddo grande, nè tuttavia era libero della febbre quartana. Percuotendosi i loro petti accusavano se stessi dicendo: «Se questo santo per ragionevole e aperta necessità, con tanta vergogna del corpo si chiama in colpa, e la santità di sua vita ci è manifesta, che eziandio per strettissima astinenza e austerità che impose al suo corpo dal principio della sua conversione a Cristo lo vediamo vivo nella carne presso che morta, che faremo noi meschini che per tutto il tempo di nostra vita vivemmo e seguitiamo a vivere secondo l’appetito della carne?»

§ 62. Come ei voleva che a tutti fosse manifesta
qualunque consolazione prendeva il suo corpo. (1225)

Similmente un’altra volta, nella quaresima di San Martino [60], avendo in un eremitorio [61] mangiato cibi conditi di lardo, a cagione delle sue infermità, alle quali l’olio non era nocevole, finita la quaresima e predicando avanti grande moltitudine di gente, nelle prime parole della predica, disse loro: «Voi traeste a me con grande divozione quasi a persona di grande santità, ma confesso a Dio e a voi come io in questa quaresima abbia mangiato cibi conditi di lardo.» Pertanto quantunque volte mangiava in casa di secolari, o da’ frati procuravaglisi qualche consolazione del corpo, a cagione delle sue infermità, tosto nella casa o al di fuori, alla presenza de’ frati o dei secolari che ciò ignoravano, così manifestava in palese: «Ho mangiato i tali cibi.» Poichè non voleva occultare agli uomini ciò che era manifesto a Dio. Per simil modo, in qualunque luogo o alla presenza di qualsiasi religiose o secolare, il suo spirito era levato in superbia o vanagloria o in altro vizio, tosto confessava loro quel difetto senza alcuna scusa. Pertanto una volta ebbe a dire a’ suoi frati: «A tal modo voglio vivere negli eremi e in altri luoghi ove dimoro, quasi fossi al cospetto di tutti gli uomini. Perocchè essendo reputato santo uomo, e non menando vita conforme a persona santa, sarei ipocrita.» Laonde quando a cagione delle infermità di fegato o raffreddamento di stomaco, uno dei compagni che era guardiano, voleva cucire sotto la sua tunica un pezzo di pelle di volpe presso il fegato o allo stomaco, in ispecie perchè allora il freddo era grandissimo, il beato Francesco sì gli rispose: «Se vuoi ch’io porti sotto la tunica la pelle di volpe, fammi porre al di fuori sopra la tunica un pezzo di quella pelle, onde la gente tutta conosca per tal modo che ho anche al disotto la pelle di volpe. E così volle fosse fatto, ma per breve tempo la tenne, quantunque gli fosse di grande necessità.

§ 63. Come si accusò tosto di vanagloria,
la quale provò in dare elemosina.

Andando attorno per la città di Assisi, una vecchierella e povera gli domandò limosina per l’amor di Dio, ed ei diedele tosto il mantello che aveva in sulle spalle: di subito senza porre tempo in mezzo confessò al cospetto di quei che lo seguivano come aveva peccato di vanagloria. E molti altri esempi a questo simili vedemmo e intendemmo della altissima umiltà di lui, noi che fummo suoi domestici, sì che nè per parole, nè per lettera, ci è dato significarli. In ciò pose singolare e altissimo studio il beato Francesco, cioè di non essere ipocrita avanti a Dio: e quantunque spesse volte a cagione delle sue infermità gli fosse duopo usare pietanza, tuttavia studiavasi dare sempre buono esempio di sè a’ frati e altrui; pertanto pazientemente sosteneva tutte necessità, onde allontanare da altri cagione di scandalo.

§ 64. A qual modo descrisse lo stato di perfetta umiltà in se stesso.

Appressandosi il tempo del capitolo, disse il beato Francesco al suo compagno: «Non mi pare di essere frate Minore infino a tanto ch’ io non sarò nello stato che io ti diviserò: poni che i frati a grande loro devozione sì m’invitano a capitolo, e mosso per la loro pietà, traggo al capitolo insieme con essi. Poichè essi sono raccolti, sì mi sforzano di annunziar loro la parola di Dio e predicare in mezzo a essi. E levatomi in piedi, predico loro secondo sarò ammaestrato dallo Spirito Santo. Fatto fine al predicare, poniamo che prendano a gridare verso di me: – Non vogliamo che tu abbi dignità sopra di noi, perocchè non sei buon parlatore quale si conviene al tuo stato, e sei troppo semplice e senza lettera, e abbiamo a grande vergogna avere tanto semplice e vile prelato sopra di noi; pertanto non ti arrogare di chiamarti nostro prelato! – e infine mi cacciano con vergogna e confusione. Pertanto non mi pare d’essere frate Minore se quando mi faranno vituperio, e mi cacciano con vergogna, e mi rifiutano per loro prelato, non avrò allegrezza, con quello medesimo volto che io avea prima quando mi avevano in onore e venerazione per loro profitto e utilità, portandomi nell’uno e nell’altro caso egualmente. Imperocchè, se ebbi allegrezza sentendomi esaltare e onorare per loro profitto e devozione, dove tuttavia può l’anima mia correre pericolo, a più giusta ragione debbo rallegrarmi e aver letizia del profitto e della salute della mia anima, quando mi vien fatto vituperio, dove ha sicuro guadagno dell’anima.»

§ 65. Come volle andare umilmente in lontane provincie,
siccome aveva mandato altri frati, e a qual modo ammaestrò
i frati a portarsi umilmente e con divozione per il mondo. (1217)

Finito quel Capitolo [62] in cui molti frati furono mandati in alcune provincie d’oltremare, rimasto il beato Francesco con alquanti frati, disse loro: «Fratelli carissimi, a me si conviene essere modello ed esempio di tutti i frati, pertanto se mandai i frati in lontane provincie a sostenere travagli e vituperi, fame e sete e altre necessità, egli è giusto, e la santa umiltà sì il richiede, che io per simil modo mi porti in alcuna provincia lontana, onde i frati più degnamente sostengano le avversità quando intenderanno che io quello sopporto che essi medesimi. Andate adunque e pregate a Dio, onde mi mostri di scegliere quella provincia che sia a sua maggior lode e profitto delle anime, o buono esempio di nostra religione.» Perciocchè egli aveva costume il santissimo padre, quando desiderava portarsi in alcuna provincia, pregare in prima Dio e mandare i frati ad orare, affinchè il Signore indirizzasse il suo cuore verso quel luogo ove meglio gli era in piacere. Pertanto i frati trassero ad orare, e posto fine alle preghiere tornarono a lui, e tosto con letizia disse loro: «Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e della gloriosa Vergine Maria sua madre, e dei santi tutti, eleggo la provincia di Francia ove ha cattolica gente, in ispecie perchè meglio degli altri cattolici fa grande riverenza al corpo di Cristo, il che mi è cosa gratissima: pertanto molto volentieri m’intratterrò a conversare con essi.» Imperocchè il beato Francesco teneva in tanta devozione e riverenza il corpo di Cristo, che volle scrivere nella regola come i frati nelle provincie ove facessero dimora, prendessero grande cura e sollecitudine di ciò, e si ammonissero i cherici e i sacerdoti di riporre il corpo di Cristo in luogo convenevole e decente, che se essi fossero in ciò negligenti, i frati vi supplissero. Volle allora fosse scritto nella regola, che in qualunque luogo i frati trovassero il nome del Signore, e quelle parole onde si forma il corpo di Dio, poste in modo non convenevole e decente, i frati sì le raccattassero, e onestamente le collocassero per fare onore al Signore nelle sue parole. E quantunque queste cose non fossero notate nella regola, perchè ai ministri non sembrava conveniente che i frati avessero ciò per comando, tuttavia nel suo testamento e nelle altre scritture di lui, volle fare intendere ai frati la sua volontà intorno queste cose.

Una volta adunque volle mandare alquanti frati a tutte le provincie, i quali portassero molte belle pissidi e polite, e ovunque trovassero il corpo del Signore meno convenevolmente riposto, sì in quelle pissidi lo riponessero con onore. Ancora volle mandare altri frati in tutte le provincie con buoni ferri e belli, onde fare le ostie belle e candide [63]. Poichè dunque il beato Francesco ebbe scelto quei frati che seco voleva condurre, disse loro: «Nel nome del Signore andate due a due per via con umiltà e onestà, servando in specie stretto silenzio dal mattino sino a terza, pregando a Dio nei vostri cuori, e non si facciano tra voi parole oziose e vane. Quantunque siate in cammino, nondimeno il vostro conversare sia così umile e discreto quasi fosse nell’eremitorio, o nella vostra cella. Poichè ovunque siamo e camminiamo sempre portiamo con noi la nostra cella, imperocchè frate corpo e nostra cella, e l’anima si è l’eremita che abita dentro nella cella, pregando a Dio e meditando di lui. Onde se l’anima non si starà quieta nella sua cella, poco giova la cella fatta per mano d’uomo.»

Poichè fu giunto a Firenze, ivi trovò monsignor Ugone vescovo Ostiense che fu in seguito papa Gregorio. Avendo egli inteso dal beato Francesco del suo andare in Francia, sì gli proibì l’andata, dicendo: «Fratello, non voglio che tu ti porti di là dai monti, perchè molti prelati sono che ad arte impedirebbero il buon andamento di tua religione nella romana curia. Ma sì io e gli altri cardinali che abbiamo a cuore la tua religione, di miglior animo le porgeremo nostra protezione e aiuto se resterai nei confini di questa provincia.» E il beato Francesco sì gli rispose: «Signore, grande vergogna me ne seguirà, che avendo mandato gli altri miei frati in lontane provincie, io mi starò in queste provincie e non avrò parte delle tribolazioni che essi saranno per sostenere per Dio! E il vescovo, quasi riprendendolo, sì gli disse: «Perchè mandasti i tuoi frati in sì lontane parti onde morire per fame e per sostenervi altre tribolazioni?» E il beato Francesco in grande fervore di spirito profetico sì gli rispose e disse: «Monsignore, credete voi che il Signore abbia mandato i frati soltanto a salute di queste provincie? Sì, in verità vi dico, che Dio elesse e mandò i frati a vantaggio e salute delle anime di tutti gli uomini che sono al mondo: non solo per le terre de’ fedeli, ma sì per le terre degli infedeli saranno ricevuti e faranno guadagno di molte anime!» E ebbe ammirazione monsignor vescovo Ostiense delle sue parole, affermando ch’ei diceva il vero: e per tal modo non gli permise di portarsi in Francia, ma il beato Francesco mandò colà frate Pacifico con molti altri frati. Egli poi si ridusse nella valle di Spoleto.

§ 66. A qual modo ammaestrò alcuni frati a guadagnare
le anime di alquanti ladroni per la virtù della umiltà e carità.

In un eremitorio de’ frati sopra a borgo San Sepolcro [64] frequentavano, chiedendo pane, de’ ladroni che si riparavano alle selve e spogliavano le persone de’ viandanti: alcuni frati dicevano non esser cosa onesta dar loro limosina, altri poi presi da compassione ne davano, onde chiamarli a penitenza. In quel tempo venne il beato Francesco a quel luogo, e i frati gli proposero la quistione se era cosa onesta dare a quelli limosina, e il beato Francesco rispose loro: Se farete come io vi dirò, confido nel Signore che guadagnerete le loro anime. Andate pertanto e togliete del buon pane e del buon vino, e loro il recate nella selva ove si rifugiano, e li chiamate gridando: Fratelli ladroni, traete a noi che siamo vostri fratelli, e vi arrechiamo del buon pane e del buon vino! - Quelli verranno tosto a voi. Voi allora stendete la tovaglia in terra, e sopra apparecchiate pane e vino, e servite loro umilmente e con letizia, mentre essi staranno mangiando. Quando avranno mangiato, parlate loro parole di Dio, e in fine loro richiedete per lo amore di Dio questa prima grazia, cioè di promettervi che non percuoteranno ne offenderanno alcuno nella persona. Che se li pregherete di ogni cosa insieme e’ non vi esaudiranno, all’incontro per la vostra umiltà e carità vi prometteranno incontanente. Un altro giorno per la buona promessa arrecate loro con il pane e con il vino delle uova e del cacio, e sì li servite mentre essi mangeranno. E come avranno mangiato, dite loro: – Perche restate qui tutto il giorno a morire di fame e sopportare tante tribolazioni, e inoltre operate tanti mali colla volontà e colle opere onde perderete le vostre anime se non farete ritorno al Signore? Migliore cosa è servire a Dio, ed egli vi provvederà in questo mondo quanto è di necessità al corpo e in fine salverà le anime vostre. – Allora Iddio sì li chiamerà a conversione per l’umiltà e pazienza che voi addimostrerete verso essi.» I frati tutto adoperano secondo disse loro il beato Francesco, e quei ladroni illuminati dalla grazia e misericordia di Dio, esaudirono e operarono alla lettera e a punto tutto che i frati domandarono ad essi umilmente. Inoltre a cagione della umiltà e conversazione dei frati presero a usare e servire umilmente ai frati, arrecando sulle loro spalle legna sino all’eremitorio, e in fine alcuni tra essi entrarono a religione. Altri poi confessando loro colpe fecero penitenza de’ peccati commessi, facendo fede nelle mani de’ frati di voler vivere per lo innanzi del lavoro delle loro mani, nè più commettere simili opere.

§ 67. Come per le battiture de’ demoni conobbe piacere meglio a Dio
che egli dimorasse in poveri luoghi e umili che presso i cardinali. (1223)

Una volta il beato Francesco si recò a Roma a visitare monsignore Ostiense [65], ed essendo dimorato alquanti giorni presso di lui, visitò ancora monsignore Leone cardinale [66] il quale aveva in grande devozione il beato Francesco. E perocchè era allora tempo di verno e affatto inopportuno a camminare, a causa del freddo e dei venti e delle pioggie, sì lo pregò che per alquanti dì si restasse presso di lui, e in luogo di un povero ricevesse da lui il cibo con gli altri poveri che in sua casa mangiavano ogni giorno. E ciò disse, perchè sapeva che il beato Francesco voleva esser tenuto siccome poverello ovunque era albergato, quantunque monsignore il papa e i cardinali lo ricevessero a grande divozione e riverenza e lo venerassero siccome santo. E aggiunse: «Ti darò buona casa remota in cui potrai stare in orazione e mangiare se ti sarà in piacere.»

Allora frate Angelo Tancredi [67], che era uno dei primi dodici frati, il quale similmente dimorava presso il detto cardinale [68], disse al beato Francesco: «Fratello, qui vicino ha una torre assai capace e remota ove potrai raccoglierti come nell’eremo.» Come il beato Francesco l’ebbe veduta, sì gli piacque, e fatto ritorno a monsignore il cardinale, sì gli disse: «Monsignore, forse mi tratterrò presso di voi per qualche tempo.» Il cardinale ne fu molto consolato. Pertanto frate Angelo andò e acconciò nella torre un luogo per il beato Francesco e pel suo compagno. E poichè il beato Francesco non voleva uscire di là quando ristava presso il cardinale, nè voleva che persona venisse a lui, frate Angelo sì gli promise e ordinò di arrecare ogni giorno il vitto a lui e al compagno.

Poi che il beato Francesco si ridusse colà con il suo compagno, nella prima notte quando voleva prender sonno, vennero i demoni e forte il percossero. E chiamato il suo compagno, sì gli disse: «Fratello, li demoni mi percossero fieramente, pertanto voglio che tu ti rimanga presso di me, poichè ho timore di rimaner quivi tutto solo.» E in quella notte il suo compagno rimase presso di lui, perocchè il beato Francesco tremava per tutta la persona siccome uomo che è preso dalla febbre, laonde per tutta la notte ambedue vegliarono. Intanto il beato Francesco diceva al suo compagno: «Perchè li demoni mi percossero, e per qual ragione è stata concessa loro da Dio facoltà di nuocermi?» E aggiunse: «Li demoni sono castaldi del Signore nostro, e siccome il padrone manda il suo castaldo a punire colui che peccò, per simil modo il Signore per li suoi castaldi, cioè per li demoni che in questo mondo sono suoi ministri, corregge e castiga qualunque egli ama. Soventi volte eziandio il perfetto religioso pecca di ignoranza: pertanto quando non riconosce il suo peccato, si è castigati per il demonio, onde diligentemente vegga e consideri, sì di dentro che al di fuori, quelle cose in cui fece peccato. Poichè in quelli che il Signore ama di vero cuore, in questa vita non lascia impunita alcuna colpa. Sibbene io per la misericordia e grazia di Dio non conosco avergli fatta offesa per alcun modo che non ne abbia fatta ammenda per la confessione, anzi per la sua misericordia, questo dono mi condiscese il Signore, che di quelle cose in cui valgo a piacergli, ovvero a fargli dispiacere, ricevo perfetta conoscenza nella orazione. Ma egli può intervenire, che mi abbia dato castigo per i suoi castaldi, perchè sebbene monsignore il cardinale mi sia liberale di sua grazia, e al mio corpo si convenga prendere questo sollievo, li frati miei che vanno per il mondo sostenendo fame e molte tribolazioni, e gli altri frati che dimorano negli eremi e in povere case, quando udiranno che io rimango presso monsignore il cardinale, potranno avere cagione di mormorare contro di me dicendo: – Noi sosteniamo tante tribolazioni ed egli si dà piacere –. Io sono tenuto dar loro ognora buono esempio, poichè a ciò io fui mandato loro, e i frati meglio sono edificati, dimorando io in povere casucce in mezzo a essi, che in altri luoghi, e con maggior pazienza porteranno le loro tribolazioni quando udiranno che anche io sostengo altrettanto.» Questo adunque fu il continuo e altissimo studio del nostro padre, cioè di mostrare ognora in tutte cose buono esempio, e non dare occasione agli altri frati di mormorare di lui. Pertanto sì quando era sano del corpo, sì nelle infermità, sostenne tante tribolazioni e sì aspre, che se qualunque frate le sapesse come noi che fummo presso di lui sino al giorno di sua morte, e quante volte leggessero quelle cose, o le riducessero alla memoria, non potrebbero contenere le lagrime, e con maggiore pazienza e allegrezza sosterrebbero tutte tribolazioni e necessità.

Pertanto Francesco di gran mattino scese della torre, e si recò a monsignore il cardinale, e gli espose quanto gli era intervenuto, e quanto aveva ragionato con il suo compagno, infine anche gli disse: «Gli uomini reputano che io sia santo uomo, e ecco li demoni mi cacciarono di carcere!» E grandemente si rallegrò con lui monsignore il cardinale. Tuttavia poichè il conosceva e avealo in venerazione come santo, non gli volle contraddire, perchè negò restare in quel luogo. Allora il beato Francesco salutatolo fece ritorno all’eremo di San Colombano, vicino a Rieti.

§ 68. A qual modo riprese i frati che bramavano andare per la via
 della sapienza e scienza, e non già per la via di umiltà, e predisse loro
 siccome l’ordine sarebbe riformato e ritornato allo stato primiero. (1218)

Trovandosi il beato Francesco al capitolo generale presso Santa Maria della Porziuncola [69], che fu chiamato il capitolo delle stuoie, perocchè ivi non erano altre abitazioni se non di stuoie e ivi convennero ben cinque mila frati, molti frati letterati e scienziati trassero a monsignore Ostiense che ivi trovavasi, e sì gli dissero: «Monsignore, è nostro desiderio che persuadiate al beato Francesco di seguire il consiglio dei frati più sapienti, e ch’ei permetta di attenersi talvolta al loro consiglio.» E allegavano la regola di san Benedetto, Agostino e Bernardo che insegnano a vivere a questo e a questo modo ordinatamente.

Le quali tutte cose avendo il cardinale riferite al beato Francesco per modo di ammonizione, e il beato Francesco nulla rispondendogli, lo prese per mano e sì lo menò al cospetto de’ frati raccolti a capitolo, e per tal modo parlò ai frati in fervore e virtù di Spirito Santo: «Fratelli miei, fratelli miei, il Signore mi chiamò per la via della semplicità e della umiltà, e tale via mi mostrò in verità a salute mia e di quelli che vogliono prestarmi fede e imitarmi. Pertanto v’ingiungo di non farmi parola di alcuna regola, nè di san Benedetto, nè di santo Agostino, nè di san Bernardo, nè di altra via e forma di vita, all’infuori di quella che da Dio mi fu addimostrata, e per sua misericordia mi fu donata. E sì mi disse Iddio essere suo intendimento che io fossi quasi nuovo patto in questo mondo, e non volle ridurci per altra via se non di questa scienza. Ma per la vostra dottrina e sapienza Iddio vi confonderà, e sì confido ne’ castaldi del Signore, che per essi Dio vi punirà, e sì vi ridurrà al vostro stato a grande vostra confusione, lo vogliate, o no.»

Allora il cardinale ebbe grande stupore e niente rispose, e tutti i frati furono compresi di grande timore.

§ 69. A qual modo divinò e predisse come la scienza esser
doveva cagione della rovina dell’ordine, e come vietò a uno
dei compagni d’intendere allo studio della predicazione.

Grande rammarico sentiva il beato Francesco se con danno della virtù si seguitasse la scienza vana, in ispecie se alcuno non perseverasse in quella vocazione a cui fin da principio fu chiamato. Diceva invero: «I frati miei che dall’appetito della scienza sono guidati, nel dì della tribolazione troveranno vuote le loro mani. Pertanto bramerei che essi meglio mettessero fondamento di virtù, onde quando giungera il tempo della tribolazione, avrebbero seco il Signore negli affanni, perocchè la tribolazione è per venire, e i libri in nessun modo utili, saranno gittati via dalle finestre e nei nascondigli».

Nè a tal modo parlava, quasi avesse dispiacere dello studio della santa scrittura, ma per rimuovere tutti dal soverchio desiderio del sapere. Perocchè amava meglio che essi fossero buoni nella virtù di carità, che saccenti per curiosità di scienza. Prevedeva eziandio i tempi che in breve sarebbero seguiti, in cui conosceva che il vano sapere doveva apportare la rovina dell’ordine; pertanto ad un suo compagno, un tempo troppo bramoso dello studio della predicazione, apparvegli dopo la morte sua e sì lo riprese e glie ne fece divieto, e sì gl’ingiunse di studiare onde avanzare nella via della umiltà e semplicità.

§ 70. Come diceva che nel tempo della vicina tribolazione,
quelli che verranno all’ordine saranno benedetti, e quelli che
saranno provati saranno migliori di quelli che li precedettero.

Il beato Francesco diceva: «Verrà tempo in cui questa religione a Dio diletta, per cattivi esempi di mali frati, sarà messa in mala voce a tal segno che avranno vergogna di mostrarsi in pubblico, e coloro che a quel tempo entreranno all’ordine saranno guidati dalla sola virtù di Spirito Santo, e niuna macchia imprimerà in essi la carne e il sangue, e saranno veramente benedetti da Dio. E quantunque non si rinvengano in essi opere meritorie, tuttavia coll’intiepidirsi della carità, che indusse i santi ad operare con fervore, grandissime tentazioni sopraggiungeranno loro, e quanti a quel tempo avranno sostenuto la prova, saranno migliori di coloro che li precedettero. Guai però a quei frati, che consolandosi solamente dell’apparenza e aspetto della conversazione religiosa, e confidati in loro dottrina e scienza, saranno trovati oziosi, cioè senza dar opera ad esercizi di virtù nella via della croce e della penitenza, nella pura osservanza dell’evangelio che per loro professione sono tenuti servare con purità e semplicità! Perocchè questi non resisteranno con costanza alle tentazioni, cui è permesso sopraggiungere a provare gli eletti, ma quelli che saranno provati e ritenuti degni, otterranno corona di vita, ad acquistare la quale, li sperimentò la malizia de’ riprovati.»

§ 71. A qual modo rispose al suo compagno
che richiedevalo perchè non poneva freno agli eccessi
che avvenivano al suo tempo nell’ordine. (1226)

Una volta uno de’ suoi compagni disse al beato Francesco: «Padre, accordami il tuo perdono, ma quanto intendo dirti, altri già il considerarono;» e aggiunse: «ben sai tu come per la grazia di Dio già fu in vigore tutta religione per purità di perfezione, come i frati tutti a grande fervore e sollecitudine servavano la santa povertà in tutte cose, cioè nei piccoli e poveri edifici e utensili, ne’ poveri libri e pochi e nelle vesti, e siccome in ciò, per simigliante in tutte altre cose esteriori si avevano una volontà e sollecitudine nell’osservare quelle cose che appartengono alla nostra professione e vocazione, e in dare a tutti buono esempio; e similmente erano di un volere nell’amore di Dio e del prossimo, siccome uomini apostolici e al tutto seguitatori del vangelo. Ora poi da poco tempo innanzi, questa purità e perfezione cominciò a essere intesa ben diversa, e quantunque molti dicano e scusino i frati per cagione del loro numero, sostenendo che per questa cagione non possono queste cose esser servate da’ frati: anzi molti frati vennero a tanta cecità, che stimano essere il popolo edificato e condotto a perfezione meglio da questi che per i primi frati, e sembra a questi per tale ragione vivere più onestamente, disprezzando e tenendo in niun conto la via della santa semplicità e povertà, che fu principio e fondamento di nostra religione. Pertanto, riguardando noi queste cose, abbiamo ferma credenza che si ti arrechino dolore; ma siamo altamente maravigliati, come, se ne senti dispiacere, tu le porti in pace e non le correggi.»

Il beato Francesco sì rispose e disse loro: «Iddio ti perdoni, fratello, poichè vuoimi esser contrario e avverso e confondermi in quelle cose che non spettano al mio ufficio. Per tutto il tempo che ritenni l’ufficio di prelato sopra i frati, ed essi si mantennero nella vocazione e professione loro, e quantunque sin dal principio della mia conversione incontrassi ognora contrarietà, pur tuttavia colla mia poca sollecitudine soddisfaceva loro coll’esempio e colla predicazione; ma poichè considerai che Iddio dilatava il numero dei frati, ed essi per freddezza e mancanza di spirito prendevano a torcere dalla dritta via e sicura, per la quale erano soliti camminare, e mettendosi per una via più larga che mena alla morte, erano dimentichi della loro vocazione e professione e del buono esempio, nè dalla via pericolosa e mortale che avevano preso volevano ritrarsi per prediche e per miei ammonimenti e per mio esempio, che di continuo loro addimostravo, allora rassegnai al Signore e ai ministri la prelazione e la cura della religione; laonde, quantunque sino dal tempo in cui rifiutai l’ufficio della prelatura de’ frati, mi scusassi al cospetto de’ frati nel capitolo generale, come a cagione delle mie infermità non potevo aver cura di loro, tuttavia se i frati avessero voluto camminare secondo la mia volontà, ora non avrei voluto a consolazione e utilità loro, che altro ministro avessero all’infuori di me, sino al giorno della mia morte. Imperocchè quando il suddito buono e fedele conosce e osserva la volontà del suo prelato, lieve è la cura che al prelato si conviene avere di lui, anzi tanta consolazione prenderei della bontà dei frati per il mio e loro guadagno, che se giacessi infermo nel letto, non mi sarebbe grave di aver cura di loro, poichè il mio ufficio, cioè la prelatura, è solamente spirituale, ciò è a dire soffocare i vizi, e per ispirito correggerli ed emendarli. Poichè io non sono sufficiente a correggerli e emendarli per la predicazione, ammonizione e buono esempio, non voglio addivenire carnefice col punire e flagellare, come le potestà di questo mondo. Pertanto io confido nel Signore che gl’inimici invisibili, che sono li castaldi del Signore, prenderanno la cura di punirli in questo secolo e nel futuro, e faranno vendetta di quelli che trapassano i comandamenti del Signore e il voto di loro perfezione, e sì li faranno correggere dagli uomini di questo mondo per gl’ improperi e vergogna di essi, e per tal modo saranno ricondotti alla loro vocazione e professione. Pur tuttavia, sino al dì di mia morte, non ristarò almeno coll’esempio e buone opere dallo ammaestrare i frati a camminare per la via che mi mostrò il Signore, la quale insegnai e addimostrai colle parole e cogli esempi, onde non trovino scusa innanzi a Dio, e io non sia tenuto per lo innanzi a rendere ragione di essi al cospetto di Dio.»

§ 71 bis. Frate Leone, compagno e confessore di san Francesco,
comunicò le infrascritte parole a frate Corrado da Offida [70]
affermando averle raccolte di bocca del beato Francesco,
dimorando il detto frate Corrado presso San Damiano vicino di Assisi.

Santo Francesco stava dopo l’abside della chiesa di Santa Maria degli Angeli in orazione, levando le mani in alto, e pregando a Cristo ad alta voce, perchè avesse pietà del popolo per la grande tribolazione che era per seguire. E il Signore disse: «Francesco, se desideri ch’io abbia compassione al popolo cristiano, studiati che cotesto tuo ordine si guardi in quello stato ove fu posto, avvegnachè altro non mi rimanga di tutto il mondo: e io sì ti prometto, che per tuo amore e del tuo ordine, non permetterò che incolga al mondo alcuna tribolazione. Però sì ti dico, che essi non debbono ritrarsi da questa via per la quale li ho messi, o essi provocheranno sì l’ira mia ch’io mi leverò contro essi, e chiamerò li demoni e concederò loro la facoltà che vorranno, ed essi metteranno tanto scandalo tra quelli e il mondo, che non sarà persona che possa portare il tuo abito se non in mezzo alle selve, e quando il mondo perderà la fede dell’ordine tuo, non sarà altra luce, poichè posi quelli per luminari del mondo.» E san Francesco rispose: «Di che vivranno i miei frati che abiteranno le selve?» Cristo soggiunse : «Io li pascerò, siccome nutricai i figliuoli d’Israello di manna nel deserto, perciocchè questi saranno perfetti e allora torneranno al primiero stato in cui l’ordine ebbe principio e fondamento.»

§ 72. A qual modo per le orazioni e lacrime degli umili
e semplici frati saranno convertite le anime, che sembrano
convertirsi per scienza e predicazione degli altri.

Non voleva il santissimo padre che i suoi frati fossero avidi di scienza e di libri, ma voleva e predicava loro che si studiassero di mettere fondamento sopra la santa umiltà, e seguitare la pura semplicità, la santa orazione e nostra madonna la povertà, su cui posero fondamento i santi e antichi frati; e diceva questa sola essere certa via alla propria salute e a edificazione degli altri, perchè Cristo, di cui siamo chiamati ad imitare l’esempio, questa sola ci mostrò e c’insegnò colla parola e insieme coll’esempio. Imperocchè il medesimo beato padre, vedendo nel futuro, sì vi leggeva per lume di Spirito Santo, e frequenti volte diceva ai frati, come molti frati per fervore di edificazione altrui verranno meno alla loro vocazione, cioè alla santa umiltà, pura semplicità, orazione e divozione, e a nostra madonna la povertà, e sì accadrà ad essi che stimando di meglio esser saziati, cioè riempiti di divozione, e accesi di amore, e illuminati nella scienza di Dio per lo studio della scrittura, si troveranno poi all’occasione freddi al di dentro e vuoti, e per tal modo non potranno far ritorno alla prima vocazione, perocchè consumarono nello studio vano e bugiardo il tempo che dovevano vivere secondo la loro vocazione: e temo, che quanto sembrava possedessero, sarà tolto loro, perche del tutto dimenticarono di servare e imitare quanto loro era stato concesso, cioè loro vocazione. E aggiungeva: «Sono molti frati che ripongono tutto loro studio e tutta sollecitudine in fare acquisto di scienza, disertando loro santa vocazione, torcendo la mente e il corpo dalla via della umiltà e della santa orazione, i quali come avranno predicato alle genti, e intenderanno alcuni averne avuto edificazione ed esser venuti a penitenza, si pavoneggiano e insuperbiscono per l’opera e per l’altrui frutto, siccome del proprio, dove all’incontro loro predica fu ad essi di condanna e di rimprovero, e niente adoperarono secondo verità, se non in quanto furono strumenti di coloro per i quali Iddio colse tale frutto: imperocchè quelli che essi stimano avere edificato per loro scienza e predicazione, e averli chiamati a penitenza, Iddio sì li edifica e converte per le orazioni e lacrime dei santi, poveri e umili e semplici frati, sebbene questi santi frati siano di ciò ignoranti, imperocchè tale è il volere di Dio, cioè che ciò ignorino onde non si levino in superbia.

Questi frati sono miei soldati della tavola rotonda, che si celano entro i deserti e luoghi remoti, onde meglio darsi alla orazione e meditazione, piangendo i peccati propri e gli altrui, vivendo in semplicità e umile conversazione, la santità dei quali solo a Dio è manifesta, e talvolta è sconosciuta a’ frati e agli uomini, le anime de’ quali, quando verranno presentate dagli angeli di Dio, allora il Signore mostrerà loro il frutto e la mercede delle loro fatiche, cioè molte anime che per loro esempi, orazioni e lacrime pervennero a salute, e dirà loro: «Figli miei diletti, tali e tante anime, furono salve per vostre orazioni, lacrime ed esempi, e perocchè serbaste fedeltà nel poco, vi darò grande signoria [71]. Altri all’incontro predicarono e si adoperarono con parole di loro sapienza, ed io operai frutto di salute per i vostri meriti: pertanto togliete la mercede di loro fatiche e il frutto de’ vostri meriti, che è il regno di gloria eterna, che per la violenza della umiltà e semplicità vostra, e per vostre orazioni e lacrime, mi sforzaste concedervi. Pertanto questi che arrecano i loro manipoli [72], cioè i frutti e i meriti della santa umiltà e di loro semplicità, entreranno nel gaudio del Signore con festa e letizia. Coloro poi che solo si studiarono di apparare, e mostrare altrui la via di salute, niente adoperando a propria utilità, si staranno innanzi al tribunale di Cristo nudi e vuoti, portando nelle mani solamente manipoli di confusione, di vergogna e dolore. Allora la verità della santa umiltà e semplicità, della santa orazione e povertà, che è la nostra vocazione, sarà esaltata e glorificata e ricolma di lodi, e quelli enfiati del vento di scienza, metteranno in mala vista quella verità colla loro vita e vani parlari di loro sapienza, sostenendo quella verità essere bugiarda, e siccome ciechi moveranno persecuzione contro di quelli che tennero la via di verità. E l’errore e falsità di loro opinioni per cui camminarono, e che essi predicarono quasi verità, per cui spinsero molti nella fossa della cecità, avrà suo termine nel dolore, nella confusione e nella vergogna, ed essi per loro tenebrose opinioni saranno sommersi nelle tenebre eterne con gli spiriti delle tenebre.» Pertanto il beato Francesco diceva sovente, parlando di quel detto: Allora la femmina sterile ebbe molti figliuoli, e quella che molti figliuoli aveva cadde inferma [73]. La sterile è il buon religioso e semplice, umile, povero, dispetto, vile e spregiato, che per le sante orazioni e virtù dà continua edificazione altrui, e partorisce con gemiti di dolore.» Questo parlare teneva sovente al cospetto de’ ministri e altri frati, in ispecie nel capitolo generale.

§ 73. Come ei voleva e ammaestrava prelati e predicatori
onde si esercitassero nella orazione e in opere di umiltà.

Il fedele servo e perfetto imitatore di Cristo Francesco, sentendosi maravigliosamente trasformato in Cristo per la virtù della santa umiltà, sopra tutte le virtù desiderava ne’ suoi frati, e istantemente con grande carità sì li incitava colla parola e con l’esempio, ad amare, desiderare, conseguire e custodire la grazia, e in ispecie ammoniva li ministri e predicatori, e inducevali ad esercitare opere di umiltà. Li ammoniva ancora, come non dovessero abbandonare la santa e divota orazione per guardare l’ufficio di prelato, o per sollecitudine di predicare, l’andare per limosina, lavorare talvolta colle loro mani e esercitarsi in altre opere, siccome gli altri frati, onde essere di buono esempio e di guadagno alle loro anime e alle altrui. E diceva: «Grande edificazione prenderanno li frati sudditi quando i loro ministri e predicatori intendono alla orazione, e con allegro animo si esercitano con opere di umiltà e con vili uffici. Altrimenti operando, non possono riprendere di ciò gli altri frati senza provarne vergogna, danno e gastigo. Imperocchè, per l’esempio di Cristo, egli è duopo operare prima di ammaestrare, o di operare e ammaestrare ad un tempo.»

§ 74. Per qual modo con sua vergogna ammaestrò i frati
a riconoscere quand’egli era servo di Dio e quando no,

Una volta il beato Francesco ebbe a sè molti frati, e disse loro: «Ho pregato a Dio, onde si degnasse illuminarmi, quando sono suo servitore e quando no. Perocchè non ho altra brama che divenire suo servitore. E lo stesso benignissimo Iddio si degnò rispondermi: «Riconosco te mio fedele servitore allor quando mediti, parli ed eserciti opere di santità. A tal fine ho raccolti voi, fratelli, e ciò vi ho esposto, onde mi facciate vergogna quando mi vedrete venir meno a queste cose, o in alcune delle predette.»

§ 75. Come al tutto volle che i frati tutti lavorassero talvolta colle loro mani. (1226)

Diceva, quelli i quali dimostravansi tiepidi nello applicarsi volentieri e con umiltà ad alcuna opera, essere rigettati incontanente dal Signore: nè alcuno poteva mostrarsi ozioso al suo cospetto, che egli non lo riprendesse con aspre parole. Pertanto egli, siccome esemplare di tutte perfezioni, lavorava umilmente di sue mani, guardandosi bene di perdere l’ottimo dono del tempo. Pertanto diceva: «Io voglio che i miei frati lavorino e sieno esercitati umilmente in buone opere, acciocchè siamo manco gravi agli uomini, e il cuore e lingua non si perdano nell’ozio; coloro poi che sono ignoranti di tutte arti, si imparino. E diceva, che il guadagno e mercede di loro opera, non doveva essere in facoltà dell’operaio, ma sì bene nelle mani del guardiano e della famiglia.

CAPITOLO QUINTO

Dello zelo di lui per la perfetta osservanza

della regola e di tutta la religione.

§ 76. E in prima come lodava la osservanza
della regola, e voleva che tutti i frati l’apparassero,
e di quella parlassero, e con quella morissero.

Francesco beato, perfetto zelatore e amatore della osservanza del santo evangelio, era acceso di grande fervore della comune perfezione di nostra regola, la quale altro non è che la perfetta osservanza dell’evangelio, e benedisse di speciale benedizione quelli che sono e saranno veraci zelatori di quella. Perciocchè diceva ai suoi imitatori, che questa nostra professione è libro di vita, speranza di salute, arra di gloria, midolla evangelica, via della croce, stato di perfezione, chiave del paradiso, patto di alleanza eterna. Questa voleva tutti possedessero e imparassero, e nelle conversazioni per uccidere il tedio, di quella i frati tenessero ragionamento, e in memoria del prestato giuramento, spesso ragionassero di quella coll’uomo interiore. Eziandio li ammonì di tenerla ognora dinanzi agli occhi, ad ammonizione e memoria del mondo a ben condurre la vita, e della osservanza dovuta alla regola, e ciò che più è, volle e ammonì i frati che con quella morire si dovessero.

§ 77. Di quello santo laico che fu martirizzato tenendo in mano la regola.

Di questo santo documento e istituzione del beatissimo padre, non dimentico certo frate laico [74], che senza dubbio crediamo assunto al coro dei martiri, trovandosi in terra d’infedeli per sete di martirio, e dalli Saraceni finalmente essendo al martirio condotto, con grande fervore stringendo con ambo le mani la regola, piegate umilmente le ginocchia, disse al suo compagno: «Di tutte le cose di che io contro questa regola peccai, fratello carissimo, mi rendo in colpa innanzi gli occhi della divina maestà e dinanzi a te.» A questa breve confessione tenne dietro la spada, per cui cessando di vivere si ebbe corona di martirio. Questo sì giovinetto era venuto all’ordine che appena sostener poteva l’austerità della regola, e come ch’egli fosse così giovinetto portò la corazza in sulla carne. O fortunato garzone che felicemente incominciò ed ebbe felice fine!

§ 78. Come egli volle che la sua religione fosse ognora
in protezione e sudditanza della romana chiesa. (1220)

Il beato Francesco diceva: «Andrò e raccomanderò la religione de’ frati Minori alla santa romana Chiesa, onde dalla verga della sua potenza siano atterriti e percossi li malevoli, e i figliuoli di Dio con accrescimento di eterna salute godano ovunque della perfetta libertà. In ciò riconoscano i figlioli i benefizi della loro madre, e per continua divozione spirituale seguano essi i vestigi santi. Imperocchè per la sua protezione, l’ordine non avrà malo incontro, nè l’empio figlio di Belial attraverserà la vigna del Signore. Questa santa madre emulerà la gloria della nostra umiltà, e il giubilo della ubbidienza non permetterà giammai che i banditori di umiltà sieno oscurati dalle nubi di superbia. Serverà illesi tra noi i legami di pace e carità, percuotendo i ricalcitranti con severissima censura, e la sacra osservanza della evangelica purità fiorirà ogni dì più nel cospetto di lei, nè patirà che l’odore di buona fama e di santa conversazione venga spezzata un solo momento.»

§ 79. Delle quattro prerogative che il Signore
concesse alla religione, e rivelolle al beato Francesco. (1224)

Beato Francesco disse come aveva impetrato da Dio, ed essergli state rivelate per l’angelo, queste quattro cose, cioè: che la religione e professione dei frati minori non verrà meno insino al dì del giudizio: similmente, come nessuna persona, che per industria moverà persecuzione all’ordine, avra lunghi giorni: ancora, come niuno perverso che voglia menare mala vita nell’ordine potrà perseverare in quello lungamente: in fine, che qualsiasi persona amerà l’ordine di verace amore, per grande peccatore ch’egli sia, nondimeno impetrerà misericordia.

§ 80. Delle condizioni che espose come necessarie
al generale ministro e a’ suoi compagni. (1224)

Sì fervente era il zelo che sentiva per la osservanza della perfezione nella religione, e sì alta virtù pareagli la perfezione della professione della regola, che sovente meditava qual sarebbe sufficiente dopo la sua morte a reggere tutto l’ordine, e a servarlo nella sua perfezione colla grazia di Dio; e persona non poteva trovare da tanto. Laonde in sul finire de’ suoi giorni, sì gli disse un certo frate: «Padre, tu passerai a Dio, e questa famiglia che ti seguitò rimarrà nella valle di lacrime; pertanto mostraci alcuno, se conosci vi sia all’ordine, che al tuo animo soddisfaccia, e che possa degnamente esser gravato del peso di generale ministro.» Beato Francesco accompagnando tutte le parole con sospiri, rispose: «A capitano di tanto grande esercito e sì vario, a pastore di tanto moltiplicato e dilatato gregge, figlio mio, persona non trovo sufficiente, ma uno sì vi dipingerò in cui trasparisca quale esser dovrebbe capitano e pastore di questa famiglia.» E aggiunse: «quest’uomo esser dovrebbe di vita assai austero, di grande discrezione, per fama commendevole, libero di private affezioni, onde poi non le riponga specialmente in una parte, a grande scandalo di tutto l’ordine. Il fervore della orazione dovrà essergli famigliare per modo, che apposite ore dispensi in servizio della sua anima, altre al suo gregge, perocchè di gran mattino deve premettere il santissimo sacrificio della messa, e in quello raccomandare, a grande divozione e con maggiore affetto, se stesso e il gregge alla divina protezione. Poichè avrà pregato, si ponga nel mezzo, a richiesta di tutti, dia risposta ad ognuno, e con carità e pazienza e mansuetudine, provvegga a tutte cose. Non deve essere accettatore di persone, così che abbia minor zelo dei semplici e idioti, che de’ letterati e sapienti. Che se gli fu concesso dono di sapienza, tuttavia sì addimostrerà più perfetto esemplare nelle opere di pietà e semplicità, di pazienza e di umiltà, ed ecciti virtù si in sè sì negli altri, e di continuo si eserciti nella pratica di quelle, incitando gli altri ad amarle, meglio collo esempio che colle parole. Abbia in orrore il denaro, come prima cagione di corruzione di nostra professione e perfezione; e come guidatore e esemplare da essere da tutti imitate, per niuna ragione abusi della mal riposta pecunia. Siano sufficienti a’ suoi bisogni l’abito e il libro, e per gli altri frati il pennarolo colla penna, la tavoletta e il suggello.

Non sia raccoglitore di libri nè molto dedito alla lettura, onde non gli avvenga di sottrarre al dovere il tempo che dispensa allo studio. Porti pietosa consolazione agli afflitti, perocchè è ultimo conforto ai tribolati, che se i rimedi a sanità non avrà presso di sè, tuttavia gli infermi non sieno sopraffatti da disperazione di malattia. Onde richiamare a mansuetudine i protervi, umilii se stesso e rimetta parte di sua autorità a guadagnare un’anima. Ai fuggiaschi dall’ordine apra sue viscere di pietà, come ad agnelle che perirono, nè giammai nieghi loro misericordia, conoscendo essere quelle tentazioni prevalenti, le quali a tale estremo possono condurre, che se il Signore permettesse ch’ei venisse provato; forse rovinerebbe in più profondo precipizio. Vorrei che ad esso, siccome a vicario di Cristo, fosse prestata tutta divozione e riverenza, e da ogni persona, e in tutte necessità fosse a lui pro veduto con ogni benevolenza, secondo li suoi bisogni, e secondo convenienza di nostra condizione. Pur tuttavia egli è duopo che non si allieti per onore e favori, nè meglio si compiaccia dei favori che delle ingiurie, in tal modo che per gli onori i suoi costumi non si cangino se non in meglio. Se talvolta gli sarà di bisogno più utile e delicato cibo, non ne usi in luogo nascosto ma sì in pubblico, onde sia rimossa in altri vergogna di provvedere a sè nelle infermità e debolezza loro. Ei deve penetrare le coscienze le più riposte, e scoprire la verità nelle occulte vene.

Da prima accetti con sospetto tutte le accuse, finchè la verità, per diligente esame, cominci a venir fuori. Non presti orecchio ai ciarlieri, e in ispecie nelle accuse non alimenti i sospetti, nè sia facile a creder loro. Infine deve esser tale, che per cupidigia di guardare onore vile, per niun modo offenda o indebolisca la giustizia e l’equità. Pur tuttavia per soverchio rigore l’anima di nessuno sia uccisa, e per eccessiva mansuetudine non si generi il torpore, e da rilassata indulgenza non derivi decadimento di disciplina, intanto che sia temuto da ognuno, e da quelli che lo temono sia amato. Ognora stimi e giudichi, essere a lui piuttosto di peso che di onore, l’ufficio di prelato. Vorrei ancora che avesse compagni forniti di onestà, severi contro la propria volontà, animosi nelle strettezze, pietosi e misericordiosi ai delinquenti, portando a tutti eguale affetto, niuna cosa ritraendo del loro lavoro, se non quanto è di assoluta necessità al corpo, eniente altro bramando che la lode di Dio, il profitto dell’ordine, il merito della propria anima, e la perfetta salute di tutti i frati, dimostrandosi umani ad ognuno, e accogliendo con santa letizia tutti che traggono ad essi, e addimostrino a tutti, con purità e semplicità, se stessi modello ed esempio di evangelica osservanza, secondo la professione della regola. Ecco, dico, tale dovrebbe essere il generale ministro di questa religione, e tali dovrebbe avere compagni [75].

§ 81. Come gli rivelò il Signore che grande travaglio avrebbe avuto
a cagione de’ frati, i quali declinavano dalla perfezione. (1221)

Essendo che, giusta il grado dello zelo che di continuo portava alla perfezione della religione, si conveniva che sentisse dolore quando udiva o vedeva in essa alcun che d’imperfezione, poichè incomincio a intendere che alcuni frati davano malo esempio in religione, e che già i frati dal perfetto grado di perfezione cominciavano a declinare, tocco da eccessivo dolore del cuore internamente, una volta nella orazione disse al Signore: «Signore, ti raccomando questa famiglia che mi commettesti.» E incontanente il Signore sì gli rispose: «Dimmi, o semplice omicciattolo e idiota, perchè tanto ti rattristi allorchè qualche frate esce di religione, e quando i frati non camminano per la via che ti mostrai? Similmente, dimmi, chi fondò questa religione di frati? Chi è quei che converte l’uomo a penitenza? Chi dona virtù di perseverare in quella? Non sono io forse? Non già ti preposi quasi uomo di lettere e buon dicitore alla mia famiglia, perocchè nè tu, nè quelli che saranno veri frati e veri osservanti della regola che io ti diedi, voglio che teniate la via di scienza e di eloquenza. Ma sì scelsi te semplice e idiota, acciocchè possa intendere sì tu che gli altri, come io sarò vigilante sopra il mio gregge, e ti preposi ad essi come segnale, affinchè le opere che adempio in te, essi le debbano adoperare in sè. Imperocchè quelli che camminano per la via che ti dimostrai, hanno me, e me avranno di vantaggio: quelli poi che vorranno tenere altra via, sarà tolto loro eziandio quello che mostrano possedere. Pertanto sì ti dico, che non ti turbi tanto di altro, ma fa ciò che fai, opera siccome adoperi, perocchè nella carità perpetua ho piantato la religione dei frati. Laonde intendi che tanto li ho cari, che se alcun frate ricaduto nel peccato si morrà fuori dell’ordine, un altro ne manderò a religione che in suo luogo si abbia la corona di quello, e se nato non fosse, sì lo farò nascere. E onde tu intenda, siccome cordialmente prediligo la vita e religione de’ frati, poni caso che in tutta la religione non rimanessero se non tre frati, pur tuttavia essa sarà mia religione, e non la diserterò in perpetuo.»

E come queste cose ebbe udite, l’animo di lui prese grande consolazione: e sebbene per lo ardente zelo che portava ognora alla perfezione della religione, di tutto cuore non potesse contenersi dal sentirsi acerbamente rattristato, quando conosceva essere avvenuta qualche imperfezione per i frati, onde ne seguisse scandalo o malo esempio, tuttavia poichè ebbe da Dio tale conforto, riportava la memoria a quel salmo: «io giurai e proposi servare la giustizia del Signore [76] e guardare la regola che Iddio stesso diede a me e a coloro che vorranno imitarmi. Gli stessi frati eziandio si obbligarono tutti a ciò, siccome io mi obbligai: e pertanto dopoche rifiutai la custodia dei frati, a cagione delle mie infermità, e per altre ragionevoli cagioni, non son tenuto da qui innanzi se non ad orare per la religione, e mostrare buon esempio a’ frati; imperocchè questo mi rivelò il Signore e so veramente, che se l’infermità non me ne dispensasse, il più valido aiuto che prestar potessi alla religione sarebbe, che io mi stessi tutto giorno ad orare Iddio per quella, onde la governi, conservi e proteggala. Perocchè in questo mi obbligai verso il Signore e i frati, che se alcun frate per mio cattivo esempio perirà, voglio esser tenuto a render ragione a Dio per lui». Queste parole discorreva entro di se onde acquietare il suo cuore, ed ancora esse parole, nella esposizione dei sermoni e nei capitoli, spesse volte esponeva a’ frati.

Pertanto se alcun frate talvolta gli diceva di doversi intromettere nel regime dell’ordine, ei rispondeva, dicendo: «I frati hanno la loro regola e giurarono di osservarla, e perche non abbiano scusa in me, allorchè piacque a Dio di prepormi onde fossi loro prelato, al loro cospetto giurai di servarla similmente. Pertanto, siccome sanno i frati quel che sono tenuti a fare, e quel che debbono fuggire, altro non rimane se non che li ammaestri colle opere, perocchè a tale fine sono stato dato ad essi, durante la mia vita, e dopo la morte mia.»

§ 82. Del singolare zelo che ebbe per il luogo della Beata Maria
della Porziuncola, e delle costituzioni che ivi fece contro le parole oziose.

Sopra tutti i luoghi dell’ordine ebbe singolare zelo e particolare amore, sempre mentre visse, nel fare osservare ogni perfezione di vita e di conversazione nel luogo sacro a Santa Maria degli Angeli, come fondamento e madre di tutto l’ordine, intendendo e volendo che quel luogo fosse modello ed esempio di umiltà e povertà, e di tutte perfezioni evangeliche a tutti i luoghi, e i frati ivi dimoranti, esser dovessero meglio degli altri frati circospetti e solleciti in operare e fuggire quelle cose che spettano alla perfezione della osservanza della regola. Onde unavolta, a schivare l’ozio che è radice di ogni male, in ispecie nel religioso, ordinò che in ciascun giorno dopo il mangiare i frati insieme con esso dovessero esercitarsi in qualche opera, acciocchè il bene che avevano guadagnato nel tempo della orazione, per discorsi inutili e oziosi, cui l’uomo e in ispecie inclinato dopo il cibo, non si perdesse in tutto o in parte. Similmente ordinò e comandò, che fosse fermamente osservato, che se alcun frate girovagando, o qualcosa operando tra frati, parlasse qualche parola oziosa, fosse tenuto recitare una volta il Pater Noster, lodando a Dio in principio e in fine della orazione; che tuttavia, se ravveduto del suo fallo si accuserà prima in colpa per il suo peccato, recitasse quel Pater Noster per la sua anima, con le Laudi del Signore come è detto: se poi da altro frate verrà ripreso, sia tenuto a recitare nel detto modo il Pater Noster per l’anima del frate che lo aveva ripreso. Se poi essendo ripreso si scusasse, e quel Pater Noster non volesse recitare, similmente sia tenuto a recitare due Pater Noster per l’anima di quel frate che lo aveva ripreso. Se per sua testimonianza, o per altrui, si proverà esser vero che egli proferì parole oziose, reciti le dette Laudi del Signore in principio e in fine a voce sì alta che da tutti i frati presenti sia udito e inteso: i quali frati, mentre egli ciò dirà, si tacciano e ascoltino. Se poi alcuno che ode e ascolta il frate che parla parole oziose, non gli farà rimprovero, esso per simil modo sia tenuto a recitare un Pater Noster con le Laudi del Signore per l’anima di colui che parlò parole oziose. E qualunque frate che entrando nella cella, o in casa, o in altro luogo, troverà ivi un frate o i frati, tosto deve lodare e benedire Iddio divotamente. Queste Laudi del Signore, il santissimo padre era sempre sollecito di recitare, e con ardentissima volontà e desiderio ammaestrava gli altri frati, e sì li eccitava a recitare le dette laudi con sollecitudine e divozione.

§ 83. Come ammonì i frati onde mai non disertassero quel luogo.

Sebbene il beato Francesco, in ogni parte del mondo conoscesse stabilito il regno de’ cieli, e credesse che in ogni luogo potesse esser donata agli eletti la divina grazia, tuttavia avea conosciuto essere il luogo della Beata Maria di Porziuncola ricco di grazia assai feconda e per la visita degli spiriti celesti frequentato. Pertanto soventi volte diceva ai frati: «Guardatevi, o figli, che non mai disertiate questo luogo, se per una parte verrete cacciati fuori, rientrerete per l’altra, perciocchè questo luogo è santo, e Cristo e la Vergine sua madre vi hanno eletto dimora. Quivi, essendo noi in picciol numero, l’Altissimo ci moltiplicò, quivi per la luce della sua sapienza illuminò le anime de’ suoi poverelli, quivi per il fuoco del suo amore accese le nostre volontà. Quivi chi preghera con cuore divoto, quanto egli domanda otterrà, chi vi offese sarà fieramente punito. Pertanto, o figliuoli, guardate questo luogo con riverenza e come degnissimo di tutto cuore, quasi albergo di Dio, in ispecial modo accetto a lui e alla madre sua; e ivi con tutto il vostro cuore, in voci di esultanza e di fede, confessate Dio padre e il suo figliuolo Signore Gesù Cristo, nella unione dello Spirito Santo.»

§ 84. Delle prerogative che conferì il Signore al luogo di Santa Maria degli Angeli.

Questo luogo è invero il santo de’ santi luoghi e meritamente è riputato degno di tutt’onore. Felice ha l’agnome, ma ben più felice e per il nome, e ora il cognome acquista l’augurio di dono. L’angelica potestà suole inondarlo di luce, quivi pernottare e farvi risonare gl’inni di sua voce. Dopo che questa chiesa tutta rovinò, Francesco riedificolla e fu una delle tre che lo stesso padre riparò. Questa si elesse il padre quando rivestì le membra del sacco: quivi macerò il corpo e costrinselo servire allo spirito. Entro questo tempio fu generato l’ordine dei Minori, quando la turba degli uomini seguitò l’esempio del padre. Chiara sposa di Cristo qui fu in prima tonduta, e spogliata le pompe del mondo, andò dietro Cristo. Pertanto il chiaro parto dei frati e insieme delle suore operando meraviglie predicò Cristo a quei che il mondo avevano ripudiato: quivi la via dissoluta del vecchio mondo fu limitata, e diffusa la virtù tra gli uomini, a seguitar Cristo chiamati. Quivi la regola ebbe compimento, quivi la povertà santa fu rigenerata, umiliata la gloria, la croce levata in trionfo. Quando Francesco e turbato e da accidia tentato, quivi ritrova la pace e il suo spirito si rinnova: quivi trova la verità quando il dubbio lo assale, quivi in fine gli si fa dono di quanto lo stesso padre addimanda.

CAPITOLO SESTO

Dello zelo di lui per la perfezione dei frati.

§ 85. E in prima come descrisse loro il perfetto frate.

Il beatissimo padre, trasformato in certo qual modo nei santi frati per l’ardente amore e fervore che portava alla perfezione di essi, spesso meditava infra sè, di quali condizioni e virtù era necessario fosse adorno il buon frate Minore. E diceva, che buon frate Minore sarebbe quegli che possedesse la vita e i costumi di questi santi frati: cioè, la fede di frate Bernardo [77], la quale ebbe santissima, congiunta all’amore di povertà; la semplicità e purità di frate Leone, che in vero fu di santissima purità; la cortesia di frate Angiolo [78], che fu il primo cavaliere che venne all'ordine, e fu di ogni cortesia e bontà adorno; l’aspetto affabile e il natural senno, congiunto all’ornato e divoto parlare di frate Masseo [79]; la mente ratta in contemplazione, per cui frate Egidio pervenne alla altissima perfezione; la virtuosa e continua operosità di santo Ruffino, che senza interruzione alcuna, sempre attendeva ad orare, eziandio dormendo, e altra cosa operando, la mente sua aveva sempre levata a Dio; la pazienza di frate Ginepro [80], che pervenne al perfetto stato di pazienza, per la perfetta abnegazione della propria volontà che aveva dinanzi agli occhi, e per l’ardentissimo desiderio di imitare Cristo per la via della croce; la fortezza corporale e spirituale di frate Giovanni delle Lodi [81], che a quel tempo per forza di corpo vinceva ogni altro uomo; la carità di frate Rogerio, di cui tutta la vita e conversazione era riposta nella carità, la sollecitudine di frate Lucido [82], che fu grandissima, e non voleva per un intero mese dimorare nel medesimo luogo, ma quando il moveva desiderio di portarsi altrove, tosto da quello si partiva e diceva: «Nostra dimora non è qui, ma sì nel cielo.»

§ 86. A qual modo descriveva gli occhi impudichi, onde ridurre i frati ad onestà.

Infra le altre virtù che prediligeva, e desiderava trovare nei frati, dopo il fondamento della santa umiltà, si compiaceva in ispecial modo della bellezza e purezza di onestà.

Pertanto, bramando ammaestrare i frati a serbare pudichi gli occhi, era solito descrivere gli occhi impudichi con questa parabola: fu un re pio e potente, il quale mandò alla regina due nunzi l’uno dopo l’altro. Ritorna il primo e solo con parole espone l’ambasciata, e non fa motto della regina, siccome quegli che li suoi occhi aveva con saggezza custoditi nel capo, nè per niun modo li aveva levati sulla regina. Ritornò il secondo, e fatte poche parole, prese a intessere lunga istoria intorno la bellezza della regina: «In verità, disse, o Signore, io mirai la più bella donna ch’io vedessi mai; felice chi avrà copia di quella». E il re a lui: «Tu, servo infedele portasti gli occhi impudichi sulla mia sposa, manifesto si è che la cosa veduta, nascosamente volesti possedere.» Comanda pertanto sia ricondotto il primo, e sì gli dice: «Quale sembra a te la regina?» «Ottima cosa, disse, sembra a me, imperocchè molto volentieri e pazientemente mi dette udienza.» Questi saggiamente rispose. E il re a lui novamente: «Forse che non possiede bellezza di sorta?» Quegli rispose: «Mio Signore, a te si conviene osservare ciò, mio dovere si fu di esporre l’ambasciata.» Il re proferì la sentenza e disse: «Tu, perchè gli occhi hai casti, dimora nella mia camera per la castità del corpo, e gusta le mie delizie; ma cotesto impudico esca della casa, perchè non macchi il mio talamo.» Pertanto diceva: «Chi non dovrebbe esser preso di timore in riguardando la sposa di Cristo? »

87. Delle tre parole che lasciò ai frati
onde guardassero loro perfezione. (1226)

Una volta, a cagione della infermità di stomaco volendo vomitare, per il violento sforzo che fece, vomitò sangue per tutta notte sino al mattino: di che i suoi compagni, vedendo che per la eccessiva debolezza e afflizione era quasi presso a morte, con grande dolore e spargimento di lacrime, sì gli dissero: «Padre, che sarà di noi senza te? A chi commetti noi orfani? Tu fosti ognora per noi quasi padre e madre, perciocchè ci generasti e partoristi in Cristo. Tu fosti a noi duce e pastore, maestro e correttore, ammaestrandoci e correggendoci meglio coll’esempio che colle parole. Ove andremo dunque, agnelle senza pastore? Figliuoli orfani del padre? Uomini idioti e semplici senza guida! Ove andremo cercando te, o gloria di povertà, lode di semplicità, onore di nostra viltà? Chi mostrerà a noi ancora ciechi via di verità? ove rinverremo la bocca la cui lingua ci parlava e consigliava? Ove sarà lo ardente spirito che ci guidi nella via della croce, confortandoci al possesso della evangelica perfezione? Ove ti rinverremo quando ci fia duopo far ricorso a te, lume degli occhi nostri, e dove verremo a cercarti, consolatore delle anime nostre? Ecco, padre, tu muori! Ecco, ci abbandoni così afflitti, così ci lasci tristi e amareggiati! Ecco giunto quel giorno, giorno di pianto e di amarezza; il giorno della desolazione e del lutto è vicino! Ecco l’amaro giorno di che fino dal dì che fummo teco tememmo la vista, anzi da cui rifuggiva il nostro pensiero. Nè ciò è da maravigliare, imperocchè tua vita ci è di perpetuo lume, e le tue parole, quasi facelle ardenti che ci stimolavano di continuo per la via della croce, alla evangelica perfezione, allo amore e imitazione del dolcissimo Crocifisso. Adunque, o padre, dona almeno tua benedizione a noi e agli altri tuoi figli che generasti in Cristo, e sì ci lascia una qualche memoria della tua volontà, che li tuoi frati guardino sempre per tua memoria e possano dire: – Queste parole lasciò il padre nostro ai frati e figli suoi quando ei venne a morte.» Allora il pietosissimo genitore, volgendo i paterni occhi verso i figli, disse loro: «Chiamatemi frate Benedetto da Pirato [83].» Era in vero quel frate sacerdote di grande santità e discrezione, che talvolta celebrava al beato Francesco dove giaceva infermo, perocchè sempre, come egli poteva, voleva avere e udire la messa, sebbene fosse infermo. Come venne a lui, sì gli disse: «Scrivi a qual modo benedico a tutti i miei frati che sono a religione e che verranno, sino alla fine dei secoli. E perchè a cagione della debolezza e del dolore della infermità non posso parlare, in queste tre parole manifesto la mia volontà e intenzione brevemente a tutti i frati presenti e futuri. Ciò è a dire, che in segno di mia memoria e benedizione e testamento, sempre si amino scambievolmente siccome li amai e amo; sempre amino e guardino nostra donna la povertà, e ognora vivano fedeli e soggetti ai prelati e cherici di santa madre chiesa.» E il padre nostro, nei capitoli dei frati, così sempre era usato al finire del capitolo, benedire e assolvere tutti i frati presenti e da venire a religione, e così fuori del capitolo, in fervore di carità molte volte soleva fare in tale modo. Ammoniva eziandio i frati, che avessero timore e si guardassero del malo esempio, e malediceva a tutti, che per i mali esempi provocavano gli uomini a bestemmiare la religione e la vita de’ frati, perciocchè i buoni e santi e poveri frati hanno di questo vergogna e grandissima afflizione.

§ 88. Dell’amore che addimostrò alli frati quando era
 vicino a morte dando a ciascuno una buccella
di pane siccome fece Cristo. (1226)

Una notte il beato Francesco fu per tal modo cruciato dai dolori delle infermità che per quella notte non potè prendere nè sonno nè riposo. Fatto il mattino, avendo un poco di tregua dai dolori, volle si raccogliessero tutti i frati presenti in quel luogo, e quelli sedutisi dinanzi ad esso, si considerò e vide in quelli la persona di tutti i frati.

E posando la mano destra sopra il capo di ognuno, benedisse tutti i presenti e gli assenti e quelli che eran per venire all’ordine sino alla fine de’ secoli e mostrava aver cordoglio, perocchè non gli era dato vedere tutti i frati e figli suoi innanzi il suo passaggio. E volendo nella morte sua imitare il suo Signore e maestro, di cui nella vita era stato perfetto imitatore, volle gli fossero arrecati dei pani, e li benedisse e feceli spezzare in molte particelle, imperocchè a cagione dell’estrema debolezza non poteva spezzarli; e in mano recateseli, a ciascheduno dei frati ne porse una particella, comandando mangiarla per intero. Pertanto, siccome il Signore avanti la morte sua volle in segno del suo amore mangiare cogli apostoli nella quinta feria, similmente il perfetto imitatore di lui, beato Francesco, volle addimostrare eguale segno di amore alli frati suoi. E siccome ad imitazione di Cristo intendesse fare ciò, chiaramente fu manifesto, avendo poi domandato, se allora era la quinta feria; ed essendogli risposto essere altro giorno, disse ch’ei credeva fosse la quinta feria. E avendo uno di quei frati guardato una particella di quel pane, dopo la morte del beato Francesco, molti infermi che ne mangiarono, incontanente furono liberati delle loro infermità.

§ 89. Siccome egli temeva che li frati sostenessero
qualche travaglio per cagione delle sue infermità. (1226)

A cagione dei dolori delle sue infermità non potendo prendere riposo, di che vedendo li frati assai storpiati e affaccendati intorno a lui, siccome quegli che maggiore amore portava alle anime dei frati che al proprio corpo, lo colse timore che i frati per la soverchia cura che prendevano di lui, non incorressero in alcuna grave offesa verso Dio per qualche impazienza.

Onde con grande carità e compassione disse una volta ai suoi compagni: «Fratelli carissimi e figliuoli miei, non v’incresca di travagliarvi per la mia infermità, imperocchè il Signore per lo amore di me suo servo, vi restituirà tutto il frutto di vostre opere in questo secolo e nel futuro, le quali per sovvenire alla mia infermità ora non vi vien fatto di compiere, anzi riporterete maggior guadagno che se operaste a vostro pro, perocchè chi sovviene me, giova a tutta la religione e alla vita de’ frati. E voi ancora potrete dire: A tuo pro facemmo nostre spese e il Signore sarà tenuto mallevadore per il tuo debito.»

E per simil modo parlava il santo padre, intendendo giovare e stimolare la pussillanimità del loro spirito, per l’eccessivo zelo che aveva alla perfezione delle loro anime: perocchè temeva che per quel travaglio, vinti da tentazione, non mormorassero: non ci è dato orare, nè tanto disagio sostenere, e per tal modo cadessero in malinconia e in impazienza, e per leggero travaglio andasse perduto ricco guadagno.

§ 90. Per qual modo diede ammonimento alle sorelle di Santa Chiara. (1225)

Beato Francesco, come ebbe composte le Laudi delle creature al Signore, compose eziandio alcune sante parole con il canto, per consolazione e edificazione delle povere dame, intendendo siccome esse avevano grande tribolazione della sua infermità. E poichè non gli era dato di visitarle di persona, mandò loro quelle parole per li suoi compagni. Per tal modo volle con quelle parole fare loro manifesta la sua volontà, cioè a qual modo vivere si dovessero, e umilmente conversare, e in carità la concordia guardare. Imperocchè vedeva come loro conversione e santa conversazione, non tanto era ad esaltazione della religione de’ frati, ma sibbene altissima edificazione della Chiesa tutta. Intendendo ancora come a principio di loro conversione menavano vita assai rigida e povera, ognora sentivasi commosso da pietà e compassione per esse. Onde in quelle parole sì le pregò, che siccome il Signore da diverse regioni insieme le aveva congregate nella santa carità, nella santa povertà e santa obbedienza, così in quelle si dovessero ognora servare e in quelle morire. E in special modo le ammonì, che delle limosine che il Signore manderebbe loro, con giocondità e rendimento di grazie e discrezione usassero per i loro corpi, e specialmente che guardassero sanità di corpo nei disagi che sostenevano nelle infermità delle loro sorelle, e quelle che in infermità cadessero, con pazienza portassero le loro infermità.

CAPITOLO SETTIMO.

DEL CONTINUO FERVORE DI AMORE

E COMPASSIONE ALLA PASSIONE DI CRISTO.

§ 91 . E in prima come non prendeva cum niuna
delle sue infermità per l'amore della passione di Cristo.

Tanto era il fervore di amore e compassione che il beato Francesco portava ai dolori e patimenti di Cristo per sì aspro modo ogni dì cruciavasi al di fuori e interiormente per essa passione, che niuna cura prendevasi delle proprie infermità. Pertanto, come ch’egli per lungo tempo sino al dì della sua morte, fosse cruciato da malattia di stomaco, di fegato e di milza, e sino dal tempo che fece ritorno dalle parti d’oltremare di continuo sostenesse acerbissimi dolori degli occhi, tuttavia niuna sollecitudine volle prendere col farsi curare.

Di che avvedutosi monsignore Ostiense, siccome egli era ognora aspro nel suo corpo, e più perchè egli era già in sul perdere la luce degli occhi, e nondimeno rifiutava ogni cura, sì lo ammonì con grande pietà e compassione, e dissegli: «Fratello, non operi secondo ragione rifiutando ogni rimedio, perocchè tua vita e sanità sono a grande utilità de’ frati, de’ secolari e di tutta Chiesa. E siccome usasti ognora grande carità verso i tuoi frati infermi, e fosti sempre buono e caritatevole ad essi, non si conviene in questa tua grande necessità che tu usi crudeltà verso di te. Pertanto sì ti comando che tu cerchi rimedio e giovamento.» E in vero quel padre santissimo riputava sempre cosa dolce ciò che sapeva di amaro, siccome quegli che attingeva di continuo immensa dolcezza dalla umiltà e imitazione del Figlio di Dio.

§ 92. Come fu trovato andare piangendo ad alta voce la passione di Cristo. (1212)

Una volta, poco tempo dopo la sua conversione, andando attorno tutto solo per la via, non molto lungi dalla chiesa di Santa Maria della Porziuncola, andava piangendo a gran voce. Un certo uomo assai spirituale gli si fece incontro, e temendo non qualche dolore di infermità lo cruciasse, sì gli disse: «Fratello, perchè ti lamenti?» E quegli risposegli: «A tal modo andar dovrei per tutto il mondo senza vergogna piangendo la passione del mio Signore.» Quegli incontanente prese con lui a piangere con molte lacrime. Noi conoscemmo quest’uomo e da lui questo intendemmo, perocchè arrecò grande consolazione e conforto al beato Francesco e a noi suoi compagni.

§ 93. Come le consolazioni che prendeva esteriormente
si convertivano in lacrime di compassione per la passione di Cristo.

Inebriato d’amore e della carità di Cristo, il beato Francesco a tal modo spesse volte alcuna cosa operava, che quasi per soavissima melodia di spirito interiormente acceso, sovente si manifestava in lingua di Francia, e la vena del divino mormorio che facevasi udire alle sue orecchie erompeva in gallici canti. Alcuna volta raccattava di terra un pezzo di legno, e sovrapponendolo al braccio sinistro, portava sopra questo un altro legno per modo di arco, come sopra viola o altro istrumento, e facendo gesti a ciò convenienti, cantava su in lingua francese al Signore Gesù Cristo. Infine, tutto questo giubilo si convertiva in lacrime, e in compassione per la passione di Cristo si cessava questa allegrezza. Intanto mandava continui sospiri, e con frequenti gemiti, dimentico di ciò che teneva nelle mani, veniva levato a cielo.

CAPITOLO OTTAVO

DEL FERVORE DI LUI ALLA ORAZIONE, AL SERVIRE A DIO, E DEL MODO

DI SERVARE LA LETIZIA SPIRITUALE IN SÈ E NEGLI ALTRI.

§ 94. E in prima della orazione e del divino ufficio.

Quantunque per molti anni fosse martoriato dalle sopraddette infermità, nulladimeno era venuto in tanta divozione e fervore alla orazione e al divino officio, che in quel tempo ch’egli orava o recitava le ore canoniche, mai non si appoggiava a parete nè a muro, sempre stava ritto e col cappuccio tratto, e talvolta sulle ginocchia, perocchè la maggior parte del dì e della notte intendeva ad orare, ed eziandio andando per il mondo a piedi, sempre ristava quando voleva recitare le ore; e se usava cavalcatura per infermità, sempre discendeva quando voleva recitare l’ufficio. Avvenne una volta che essendo la pioggia grande, egli per infermità e per grande necessità cavalcava. Ora essendo già tutto bagnato, scese di cavallo quando gli parve di dire le ore, e con tanto fervore di devozione e riverenza recitò l’ufficio, così stando nella via mentre la pioggia gli cadea sopra continua, come se fosse stato in chiesa o in cella, e al suo compagno disse: Se con tanto agio e quiete il corpo vuol prendere suo cibo, il quale insieme con il corpo diviene cibo dei vermini, con quanta quiete e agio, con quanta riverenza e divozione, deve l’anima pigliare il suo cibo, il quale è lo stesso Iddio?

§ 95. A qual modo, sì in sè che negli altri, ambì sempre
la letizia spirituale interiormente ed esteriormente.

Il beato Francesco in questo ripose altissimo e perfetto studio, cioè di guardare la letizia dello spirito interiormente e all’esterno, anche dopo la preghiera o il divino ufficio; e questo similmente desiderava che i suoi frati operassero, anzi soventi volte riprendeva i suoi frati della tristezza e accidia che mostravano all’esterno.

Era usato dire, che se il servo di Dio si studierà di avere e conservare all’interno ed esternamente letizia di spirito, che proviene da purità di cuore ed acquistasi per divozione di orazione, i demoni non possono nuocergli e dicono: «Poichè il servo del Signore custodisce la letizia sì nella tribolazione che nella avversità, non ci vien fatto di trovare adito di entrare in lui, nè di recargli offesa». All’incontro allora i demoni esultano, quando la letizia e devozione che proviene da purità di orazioni e da altre virtuose opere, possono in qualche modo estinguere o impedire. Perocchè, se il demonio può avere potestà alcuna nel servo di Dio, se questi non sarà sapiente e sollecito a distruggerla e scancellarla quanto più tosto ei potrà, per virtù di santa orazione, contrizione, confessione e soddisfazione, in breve spazio di tempo quel capello, ogni dì moltiplicando, addiverrà una trave. Pertanto, fratelli miei, da castità di cuore e purità di continua orazione, si genera questa letizia di spirito, e per quei due beni acquistare e custodire, si conviene porre speciale sollecitudine: perchè questa letizia, la quale sì in me che in voi desidero con immenso affetto e bramo vedere e sentire, possiate possedere all’interno e all’esterno, per edificazione del prossimo e per vergogna del nemico. E invero a lui ed ai suoi ministri si conviene esserne rattristati, a noi all’incontro si conviene godere ed esultare nel Signore.

§ 96. A qual modo fece rimprovero ad un compagno che era in viso rattristato.

Diceva il beato Francesco: «Perocchè io so che i demoni mi portano invidia per i benefici dei quali il Signore mi fece dono, nulladimeno intendo e conosco, che siccome non è data loro facoltà di nuocere a me per mio mezzo, tendono insidie e si studiano di nuocermi nei miei frati. Se però non possono recarmi offesa per me e per i frati miei, si partano a grande vergogna. Anzi se talvolta cadessi in tentazione e in accidia, considerando la letizia del mio compagno, a cagione della sua letizia tosto sono libero della tentazione e accidia, e torno a possedere la letizia all’interno e all’esterno.» Pertanto quel santo padre aspramente rimproverava quelli che mostravano tristezza all’esterno, e una volta rimproverò uno dei compagni che mostravasi crucciato nell’aspetto, e sì gli disse: «Perchè all’esterno addimostri dolore e tristezza per le tue offese? Infra te e Iddio si rimanga questa tristezza, e prega lui che per la sua misericordia ti accordi perdono, e ritorni nella tua anima la sua salutare letizia, della quale ti privò per i tuoi peccati. Ma studiati di apparire lieto innanzi a me e agli altri frati, non essendo convenevole al servo di Dio mostrarsi al suo fratello nè ad altrui triste in volto e crucciato.» Di che non è lecito credere nè stimare che il nostro padre, amatore di perfetta severità e onestà, intendesse che questa letizia fosse addimostrata con riso e per vane parole, comechè per questo mezzo si mostra non già letizia di spirito ma piuttosto vanità e fatuità; anzi aveva in grande orrore nel servo di Dio il riso e gli oziosi discorsi, non sopportando in niun modo ch’ei ridesse, nè che desse altrui la più leggiera occasione di riso. Una volta dando una sua ammonizione, più chiaramente manifestò quale esser deve la letizia nel servo di Dio, così dicendo: «Beato quel religioso che non addimostra allegrezza e letizia se non nei santissimi parlari e nelle opere del Signore, e per essi provoca gli uomini ad amare Iddio in gaudio e letizia. Guai all’incontro a quel religioso che prende diletto in parole vane e oziose, e per queste eccita gli uomini al riso.»

Dalla letizia del volto intendeva il fervore, la sollecitudine, la disposizione e la preparazione della mente e del corpo ad operare con lieto animo ogni bene, perocchè per questo fervore e disposizione meglio si eccitano gli altri, che per quella buona operazione medesima. Anzi se l’atto, quantunque buono, non sembra fatto di buono e fervente animo, più tosto genera tedio che non provochi al bene.

Pertanto non voleva vedere la tristezza nel volto, la quale spesse volte è segnale di accidia e indisposizione di mente e di energia del corpo in operare tutte opere buone. Amava grandemente gravità e serietà nel volto, e in ogni parte del corpo, e nei sensi, sì in sè che negli altri, a conseguire la quale, per quanto era in lui, si studiava di indurre altrui colle parole e coll’esempio. Imperocchè aveva esperienza, che tale gravità e modestia di costumi era simile a muro e scudo fortissimo contro le saette del demonio, e l’anima senza protezione di questo muro e scudo, era quasi cavaliere nudo in mezzo a nemici fortissimi e bene armati, ognora desiderosi e intenti in dargli morte.

§ 97. Come ammaestrava i frati a soddisfare
ai bisogni del corpo senza recar danno alla orazione.

Considerando e intendendo il padre santissimo esser il corpo creato in servizio dell’anima, e gli atti corporali essere ordinati alli spirituali, diceva: «Il servo di Dio in mangiando e bevendo e dormendo e le altre necessità del corpo operando, deve soddisfare al suo corpo con discrezione, così che frate corpo non prenda a mormorare dicendo: – Non posso stare ritto e attendere all’orazione, nè rallegrarmi nelle tribolazioni della mente, nè fare altra opera buona, non soddisfacendo tu al mio bisogno. – Se all’incontro il servo di Dio discretamente e per buono e onesto modo soddisfacesse al suo corpo, e frate corpo si mostrasse negligente e pigro e sonnolento alla orazione, alle veglie e buone opere, allora sì il dovrebbe castigare come cattivo e pigro giumento, perocchè vuole mangiare e non vuole guadagnare e portare suo peso. Ma qualora frate corpo per indigenza e povertà non fosse soddisfatto nelle sue necessità, quando egli è sano o infermo, e se chiedendo umilmente e onestamente al frate o prelato suo, per l’amore di Dio, non gli è concesso il bisognevole, sostenga la tribolazione per amore di Dio, che similmente la sostenne mentre chiedendo di esser consolato non trovo chi il facesse. E portando questa necessità pazientemente, gli sarà imputata da Dio in luogo di martirio, e perocchè opera secondo a lui si conviene, ciò è a dire chiedendo con umiltà, Iddio non gl’imputerà la sua necessità, come che il corpo cadesse poi in grave infermità.»

CAPITOLO NONO.

DI ALCUNE TENTAZIONI PERMESSEGLI DAL SIGNORE.

98. E in prima come il demonio entrò nel guanciale sopra il quale riposava il capo.

Dimorando il beato Francesco nell’eremitorio di Greccio [84], e stando in orazione nella cella ultima dopo la cella maggiore, una notte in sul primo sonno chiamò il suo compagno, il quale giaceva accanto a lui, e levatosi il compagno, si fece alla soglia della cella ove stava il beato Francesco, e dissegli il santo: «Fratello, non mi venne fatto di dormire tutta notte, nè stare ritto ad orare, perocchè il capo e le gambe mi tremano forte e mi sembra avere mangiato pane di loglio.» E parlandogli il compagno parole di consolazione, il beato Francesco disse: «io credo per fermo che il demonio sia entrato in questo guanciale che ho sotto il capo.» E come ch’egli non volesse giacere in piume nè usare guanciale di piuma dopo la sua partita dal secolo, nondimeno i frati contro il suo volere lo costrinsero a far uso di quel guanciale, come quegli che era malato degli occhi. Pertanto gittollo al suo compagno, e il compagno come l’ebbe raccolto colla mano destra, poselo in sulla spalla sinistra, e varcando la soglia di quella cella, di presente perdette l’uso della favella, nè poteva gittarlo via nè rimovere le braccia, ma si rimaneva così ritto, nè poteva muoversi da quel luogo, e aveva perduto tutto sentimento. E come per alcuno spazio di tempo si stette in tal modo, per divina grazia il beato Francesco lo chiamò, e tosto ritornò ai sensi, lasciando cadere il guanciale dietro le spalle.

Ritornato presso al beato Francesco, gli espose tutto ciò che eragli avvenuto, e il santo padre Francesco sì gli disse: «Sul cader della sera, mentre recitavo compieta, sentii venire il demonio alla cella. Di che io vedo essere questo demonio assai scaltro, che non potendo recare offesa alla mia anima, si studia vietare al corpo i suoi bisogni, onde io non possa prendere sonno nè stare ritto ad orare, e per tal modo impedendo la divozione e letizia del mio cuore, si studia per questa tribolazione di indurmi a mormorare della mia infermità.

§ 99. Della fierissima tentazione che sostenne per ben due anni.

Mentre dimorava nel luogo di Santa Maria, gli fu permessa fierissima tentazione di spirito a utilità della sua anima. Di che tanta afflizione ritraeva dell’anima e del corpo, che frequenti volte appartavasi dalla conversazione dei frati, come quegli che non potea loro mostrarsi con lieto viso siccome era usato. Pertanto martoriava il suo corpo, astenendosi dal cibo e dal bere e dalla conversazione; pregando con grande fervore, copiosissime lacrime spargendo, perchè il Signore a sollevarlo di tanta tribolazione, si degnasse concedergli la necessaria medicina. Avendo sostenuto per ben due anni tale afflizione, avvenne un dì, che stando in orazione nella chiesa di Santa Maria, gli fu fatto sentire in ispirito quel detto dell’evangelio: Se avessi tanto di fede quanta è un grano di senapa, e dicessi a qual monte di trasferirsi in altro luogo, e così avverrebbe [85]. Il beato Francesco incontanente rispose: «Signore, quale è quel monte?» E gli fu risposto: «Quel monte si è la tua tentazione.» Soggiunse il beato Francesco: «Adunque, Signore, così mi avvenga siccome dicesti.»

Come ebbe ciò detto, di presente fu liberato, siccome non avesse sostenuto tentazione alcuna. Similmente nel santo monte della Verna, a quel tempo che ricevette le stimmate del Signore nel suo corpo, ebbe a sostenere tentazioni e tribolazioni dalli demoni, per modo che non gli era dato di mostrarsi lieto siccome ei soleva. Onde diceva al suo compagno: «Se i frati intendessero quante e quali tribolazioni e afflizioni mi danno li demoni, non sarebbe alcuno tra essi che non sentisse pietà e compassione di me.»

§ 100. Dell’afflizione che gli arrecarono i topi, della quale
Iddio lo consolò e gli diede sicurtà di possedere il suo regno. (1225)

Due anni innanzi la morte sua, dimorando a San Damiano in una celluzza fatta di stuoie, ed essendo fortemente crucciato per la infermità degli occhi, per modo che da oltre sessanta giorni non poteva sostenere il lume del dì, nè quello del fuoco, avvenne, permettendolo Iddio, onde vie più crescesse il suo merito col crescere dell’afflizione, che sì grande moltitudine di topi entrò in quella cella, che discorrendo di giorno e di notte sopra il suo corpo e all’intorno, gl’impedivano di orare e di prender riposo: e quando prendeva il cibo infestavano la mensa sua e gli procacciavano grande noia, di che sì esso che i suoi compagni conobbero per manifesto segno, essere questa tentazione del demonio. Vedendosi il beato Francesco crucciato per tante afflizioni, una notte mosso a pietà di se medesimo, disse tra sè: «Signore, per mio aiuto riguarda alle mie infermità, onde io valga a sostenerle pazientemente.» E tosto gli fu detto in ispirito: «Fratello, rispondimi: se in isconto di queste tue infermità e tribolazioni, alcuno ti concedesse così grande e prezioso tesoro, che tu trovassi tutta la terra fosse niente a confronto di sì grande tesoro, non dovresti tu esser bene contento?» E il beato Francesco rispose: «Grande cosa sarebbe, Signore, questo tesoro e assai prezioso e molto ammirabile e desiderabile.» E udì la voce che gli diceva di nuovo: «Orsù, fratello, rallegrati e esulta nelle tue infermità e tribolazioni, e da qui innanzi prendi tale sicurtà quasi tu fossi già nel mio regno. Levatosi al mattino, disse ai suoi compagni: «Se l’imperatore concedesse ad un suo servo tutto il suo regno, non dovrebbe quel servo menarne grande allegrezza? Se ancora gli facesse dono di tutto l’imperio, non dovrebbe averne anche maggiore consolazione?» e disse loro: «a me pertanto si conviene sostenere con grande allegrezza le mie infermità e tribolazioni, e prender conforto nel Signore, e ognora render grazie a Dio Padre e all’unico suo Figliuolo Signore Gesù Cristo e allo Spirito Santo, per la grande grazia che mi concede il Signore, ciò della degnazione usata a me suo indegno servo, che vivendo ancora nel mondo, ha fatto certo del suo regno. Pertanto voglio a sua lode, e a nostra consolazione, e a edificazione del prossimo, comporre una nuova lode delle creature del Signore, colle quali usiamo tutto giorno, e nelle quali l’umana generazione arreca grande offesa al creatore: essendo atto di perenne ingratitudine verso tanta grazia e tanti benefici, non rendere lode convenevole al Signore creatore e dispensatore di ogni benefizio. E sedutosi e meditate alquanto, disse: Altissimo, omnipotente bono Signore , etc. e compose un cantico sopra ciò, e ammaestrò i suoi compagni perchè lo recitassero e cantassero [86]. Lo spirito di lui era allora in tanta consolazione e dolcezza, che voleva mandare per frate Pacifico, che al secolo avea nome re de’ versi, e fu molto nobile dicitore di canti, e intendeva dargli a compagni alquanti frati perchè andassero con lui attorno per il mondo predicando e cantando Laudi al Signore. E diceva essere sua intenzione, che quegli il quale tra essi sapesse meglio predicare, in prima predicasse al popolo, e finita la predica, tutti insieme cantassero le Laudi del Signore siccome giullari del Signore. Posto fine al predicare, voleva che il predicatore dicesse al popolo: «Noi siamo giullari del Signore, pertanto intendiamo esser da voi rimunerati, cioè che vi rimaniate nella vera penitenza.» E aggiunse: «Che altro sono i servi di Dio se non suoi giullari, che devono sollevare i cuori degli uomini e condurli a letizia di spirito? E in ispecial modo diceva questo dei frati Minori che furono mandati al popolo di Dio per salute di quello.

CAPITOLO DECIMO

DELLO SPIRITO DI PROFEZIA.

§ 101. E in prima come predisse la pace che dovea seguire
tra il vescovo e il podestà di Assisi per virtù della Laude che avea composta
delle Creature, la quale fece cantare dai suoi compagni innanzi a quelli. (1226)

Il beato Francesco come ebbe composte le dette Laudi delle creature, che aveva chiamato il Cantico di frate Sole, avvenne che grande discordia nascesse intra il vescovo e il podestà della città di Assisi, di che il vescovo scomunicò il podestà, e il podestà mandò un bando, che persona non vendesse al vescovo cosa alcuna, nè da lui niuna cosa comprasse, nè contratto alcuno facesse con lui.

Il beato Francesco che giaceva infermo, come ebbe udito ciò, fu mosso a pietà di loro, in special modo perchè niuno si faceva mediatore di pace, e disse a’ suoi compagni: «Grande vergogna è a noi servi di Dio, che il vescovo e il podestà si portino tale odio a vicenda e che persona non si faccia mediatore delta loro pace.» E allora fece tosto quel verso nelle Laudi sopradette in occasione di quella pace, e disse:

Laudato sì, Misignore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

Et sostengo infirmitate et tribulatione,

Beati quelli kel sosterrano in pace

da te, Altissimo, sirano incoronati.

Chiamò dipoi uno de’ suoi compagni, e sì gli disse: «Va’ al podesta, e da mia parte lo prega, che esso con i maggiorenti della città e con gli altri che seco può condurre, vada al vescovado.» E poichè quel frate si partì, disse a due altri suoi compagni: «Andate innanzi al vescovo e al podestà e agli altri che sono con lui, e cantate il Cantico di frate Sole, e ho fiducia in Dio che esso vorrà umiliare i loro cuori e si ridurranno alla primitiva amistà e amicizia.» E come tutti furono convenuti nella piazza del chiostro del vescovado, si levarono quei due frati, e uno di loro disse: «Beato Francesco nella sua infermità ha fatte le Laudi del Signore per le sue creature, a lode del loro Signore e per l’edificazione del prossimo; pertanto vi prega caramente che le udiate in grande devozione.» E presero a recitarle e cantarle.

Allora il podestà incontanente levatosi in piedi, e congiunte le mani e le braccia, le intese attentamente a grandissima devozione, e con grande spargimento di lacrime, siccome udisse l’evangelio del Signore, poichè aveva grande fede e divozione al beato Francesco.

Come ebbero finito di cantare le Laudi del Signore, il podestà così parlo alla presenza di tutti: «In verità vi dico come io accorderei il mio perdono non tanto a monsignore il vescovo, che voglio e intendo avere sempre per mio signore, ma eziandio a colui che avesse ucciso il mio germano, o il mio figliolo.» Così dicendo, si gittò ai piedi del vescovo e dissegli: «Eccomi, io sono presto a darvi in ogni cosa quella soddisfazione che a voi piacerà meglio, per l’amore del Signore nostro Gesù Cristo e del beato Francesco suo servo.»

Allora il vescovo abbracciandolo, lo sollevò colle sue mani e si gli disse: «Per il mio ufficio a me si converrebbe avere umiltà, e poichè per naturale inclinazione sono facile all’ira, ti prego che tu mi accordi il tuo perdono. Così con grande bontà e carità si abbracciarono e baciarono a vicenda. Di che i frati ebbero stupore e molto si rallegrarono, vedendo adempiuto alla lettera quanto il beato Francesco aveva predetto della loro concordia: e tutti quelli i quali erano presenti ebbero questo per grandissimo miracolo, riferendo tutto ai meriti di beato Francesco, che così subitamente Iddio li visitasse, e di tanta discordia e scandalo, senza far motto di parola alcuna, ritornassero a tanta concordia. Noi che fummo con il beato Francesco, rendiamo testimonianza, che dicendo esso di cosa alcuna così è, così sarà, tutto adempivasi alla lettera, e noi tante e così maravigliose cose vedemmo, che lunga impresa sarebbe lo scriverle o il narrarle.

§ 102. A qual modo previde la caduta del frate
il quale non voleva parlare per non rompere il silenzio. (1220)

Fu un frate di onesta e santa vita, secondo le opere di fuori, il quale di dì e di notte stava con sollecitudine in orazione, e per tal modo guardava perpetuo silenzio, che alcuna volta confessandosi al prete non parlava, ma con alcuni cenni diceva sue colpe. Pertanto appariva di tanta santità e fervore nell’amore di Dio, che talvolta sedendo con gli altri frati, come che non facesse motto, udendo santi ragionamenti, all’interno e all’esterno maravigliosamente si rallegrava. Di che soventi volte induceva gli altri frati a divozione.

Avendo perseverato alquanti anni in questa santa vita, accadde che beato Francesco venne al luogo ove quegli dimorava, e avendo udito dai frati la santità di sua vita, disse loro: «Dicovi in verità che si è per diabolica tentazione che ei non si vuole confessare.» Venne colà in questo mezzo il Generale ministro a visitare beato Francesco, e prese a commendare quel frate alla presenza del beato Francesco, e dissegli il beato Francesco: «Credi a me, fratello, che questo frate è posseduto e ingannato dal maligno spirito.» Il generale ministro risposegli: «Maravigliosa cosa sembra a me che ciò possa essere di uomo che possiede tanti segni e opere di santità.» E il beato Francesco sì gli disse: «Ne fai esperienza dicendo a quel frate: fratello, io ti ordino fermamente che due volte, o una volta almeno, ti confessi nella settimana.» Quel frate allora pose il dito sopra la bocca sua dimenando il capo, e dimostrando per cenni che a niun patto farebbe ciò, per amore del silenzio, e il ministro per timore di scandalizzarlo gli diede licenza. Non andarono molti giorni che quel frate di sua volontà uscì dell’ordine, e ritornò al secolo, portando l’abito secolare.

Avvenne un giorno, che due dei compagni del beato Francesco andando per una via, si scontrarono in quello che camminava tutto solo siccome misero peregrino: del quale sentendo essi pietà, gli dissero: «O misero, ove è tua onesta e santa vita, poichè negavi di parlare e di mostrarti ai tuoi fratelli e ora vai discorrendo per il mondo, siccome uomo che ignora Iddio?» Quegli allora prese a parlare a loro, giurando spesso per la sua fede, siccome sogliono gli uomini secolari, e quelli gli dissero: «O misero uomo! perchè giuri sulla tua fede come gli uomini del secolo, tu che ti guardavi non solo dal far parole oziose ma sibbene da ogni parlare?»

Ciò detto lo abbandonarono: nè andò molto tempo che egli si morì, e fummo grandemente maravigliati, vedendo adempiersi alla lettera quanto aveva predetto di lui il beato Francesco a quel tempo, quando quel misero era riputato dai frati siccome santo.

§ 103. Di colui che piangeva innanzi al beato
Francesco perchè fosse ricevuto all’ordine. (1226)

A quel tempo che niuno era ricevuto all’ordine senza licenza del beato Francesco, un figliuolo di un nobile uomo da Lucca, venne con altri molti che bramavano entrare nell’ordine, al beato Francesco, che a quel tempo era malato nel palazzo del vescovo di Assisi. I quali tutti essendo presentati al beato Francesco, quegli si prostrò dinanzi a lui, e facendo gran pianto, prese a scongiurarlo perchè lo ricevesse. Il beato Francesco, leggendo nel suo animo, dissegli: «O misero uomo e carnale, perchè mentisci allo Spirito Santo e a me? Tu piangi secondo la carne, non già secondo lo spirito!» Come ebbe ciò detto, ecco giunsero i suoi parenti con cavalli fuori del palazzo, deliberati di riprenderlo seco. Quegli udendo il fremito dei cavalli, guardò da una finestra e vide i suoi parenti, e tosto andò a loro e con essi fece ritorno al secolo, siccome il beato Francesco aveva preveduto.

§ 104. Della vigna del prete la quale fu spogliata dell’uva
in occassione della venuta del beato Francesco. (1225)

Presso la chiesa di San Fabiano [87], la quale è vicino a Rieti, dimorava il beato Francesco con un povero prete, essendo malato degli occhi. Monsignore il papa Onorio con tutta la sua curia aveva preso stanza in quel tempo in quella città: pertanto molti cardinali e altri grandi prelati visitavano quasi ogni dì beato Francesco per devozione che avevano verso di lui.

Quella chiesa aveva una piccola vigna presso la casa ove dimorava il beato Francesco, ed era in quella casa un uscio onde entravano nella vigna presso che tutti i quali lo visitavano, in ispecie perchè le uve erano mature e il luogo assai dilettevole: e per quella ragione tutta la vigna era devastata e spoglia delle uve. Pertanto quel prete prese a mormorarne, dicendo: «Quantunque la vigna sia poca cosa, tuttavia ne ritraevo tanto che bastava al mio bisogno, ed ecco in quest’anno mi veggo d’averla perduta.»

La qual cosa intendendo il beato Francesco lo fece chiamare, e sì gli disse: «Padre, non volere prenderti maggiore afflizione, perocchè non possiamo porvi rimedio, ma confida nel Signore che per me suo servo potrà del tutto ristorarti del danno. Dimmi, quante some di vino ti rese quando la vigna tua ti produsse meglio?» Rispose il prete: «Padre, tredici some.» Il beato Francesco dissegli: «Non ti affliggere più oltre, nè per tal motivo dirai altrui parole ingiuriose, ma abbi fiducia in Dio e nelle mie parole, e se avrai meno di venti some di vino, io me ne faccio mallevadore.» Allora il prete si tacque e confidò nella promessa: e venuto il tempo della vendemmia, per divina provvidenza, ebbe di quella vigna venti some di vino e niente di meno. Ed ebbene grande meraviglia il prete e quanti ciò avevano inteso, dicendo che se quella vigna fosse stata ricolma di uva, pure sarebbe stato impossibile ritrarne venti some di vino. Noi che con lui fummo rendiamo testimonianza, che sì in questa, sì nelle altre cose che predisse, sempre si fu avverata alla lettera la sua parola.

§ 105. De’ soldati perugini i quali lo storpiavano mentre ei predicava. (1223)

Predicando una volta il beato Francesco nella piazza di Perugia a grande moltitudine di popolo ivi raccolto, ecco alquanti cavalieri di Perugia presero a scorrazzare per la piazza in sui cavalli armeggiando, e storpiavano la sua predica, e avvegnachè da quelli che eran presenti fossero rimproverati, non per tanto si ristavano. Di che beato Francesco rivoltosi verso quelli, in fervore di spirito, disse loro: «Ascoltate e intendete quello che il Signore vi annunzia per me suo servo, nè vi fate beffe dicendo: – costui è un Assisano.»  Ciò disse, per che antico odio era, ed è tuttavia, tra Perugini e Assisani, e disse loro: «Il Signore vi esaltò sopra tutti i vostri vicini, pertanto siete in più stretto obbligo di confessare il vostro creatore, umiliandovi non tanto allo stesso Dio, ma sibbene ai vostri vicini. Ma il vostro cuore è levato in superbia, e disertaste i vostri vicini uccidendone molti; pertanto sì vi dico, che se non farete tosto ritorno a Dio, soddisfacendo a coloro cui faceste offesa, il Signore che niuna colpa lascia invendicata, a maggiore vendetta e punizione vostra e a vostra confusione, vi farà insorgere l’uno contro l’altro, e suscitata sedizione e guerra intestina, sosterrete tanta tribolazione che i vostri vicini non vi arrecherebbero maggiore.» Per simil modo beato Francesco non nascondeva i vizi del popolo allorchè predicava, ma ne faceva rimprovero ad ogni persona in pubblico, e con grande ardire; poichè Iddio dato gli avea tanta grazia, che ogni persona che vedevalo e udivalo, di qualsivoglia stato o condizione si fosse, sì lo temevano e veneravano per l’abbondanza della grazia, la quale Iddio aveagli concessa, che per quanto fossero da lui rimproverati, sempre del suo parlare avevano edificazione, o convertiansi al Signore, o provavano pentimenti nel cuore loro.

Avvenne per divina permissione, che andati pochi giorni, grave scandalo seguì tra i nobili e il popolo, sì che il popolo cacciò i nobili della città. Questi accordatisi colla Chiesa, che prestava loro aiuto, disertarono i campi e le vigne e gli alberi dei cittadini, e il maggior danno che potevano, arrecavano al popolo. E similmente il popolo devastò ogni sostanza dei nobili, e per tal modo, secondo le parole di santo Francesco, il popolo e i nobili portarono loro punizione.

§ 106. Come previde la occulta tentazione di un frate.

Un frate molto spirituale e familiare del beato Francesco, avea sostenuto per molti dì aspre tentazioni del demonio, sì che era venuto quasi in profonda disperazione. E ogni giorno tanto maggiormente era oppresso, che talvolta aveva vergogna di confessare sue colpe, e perciò martoriavasi con digiuni, con veglie, con lacrime e con discipline. Avvenne per divina permissione, che il beato Francesco si portò a quel luogo ove era detto frate, e in un certo dì andando quel frate con il beato Francesco, conobbe il beato Francesco, rivelandoglielo lo Spirito Santo, la tribolazione e tentazione di lui, e allontanatosi per alquanto spazio da quel frate, il quale tuttavia andava con lui, si ricongiunse a quel tribolato e sì gli disse: «Fratello carissimo, sì ti dico che non sei tenuto confessarti di quelle tentazioni del diavolo, e non aver timore che abbiano arrecato danno di sorta all’anima tua; e per mio consiglio reciterai sette Pater noster quantunque volte sarai da quelle tribolato.» Grande consolazione ebbe quel frate della parola che gli disse, cioè che non era tenuto a confessarle, come che di ciò aveva grandissima afflizione: tuttavia fu assai maravigliato come il beato Francesco avesse conosciuto quello che i soli sacerdoti a’ quali confessavasi conoscevano.

E di presente fu libero di ogni tentazione, per modo che da quel tempo per divina grazia e per i meriti di santo Francesco, godette altissima pace e quiete, e siccome il santo glie ne aveva dato speranza, così lo assolvette dal farne la confessione.

§ 107. Delle cose che predisse di frate Bernardo,
e come tutto si adempì siccome aveva predetto. (1226)

Essendo egli vicino a morte, gli fu apprestata una pietanza delicata, e ricordatosi di frate Bernardo che fu il primo frate che lo seguitò, disse a’ suoi compagni: «Questa pietanza è buona per frate Bernardo.» E di presente mandò per lui, il quale essendo venuto, si assise a lato ove giaceva il Santo e dissegli frate Bernardo: «Padre, ti prego che tu mi benedica e mi significhi il tuo affetto, poichè se tu mi dimostrerai il tuo amore paterno, credo che lo stesso Iddio e i frati tutti mi ameranno di maggiore amore.» Beato Francesco scorgere non poteva, come quegli che da alquanti giorni avanti aveva perduto il lume degli occhi, ma distendendo la mano destra, la portò sul capo di frate Egidio, il quale fu il terzo frate, intendendo di portarla sopra il capo di frate Bernardo, il quale era seduto accanto a lui. Ma tosto fatto accorto per virtù di Spirito Santo, disse: «Questo non è il capo del mio fratello Bernardo.»

Allora frate Bernardo fattosi più dappresso a lui, il beato Francesco posando la mano sopra il capo di lui, lo benedisse, dicendo a uno de’ suoi compagni: «Scrivi quanto io ti dico: – Il primo fratello che diedimi il Signore fu frate Bernardo, il quale per il primo imprese e adempì in ogni perfezione la perfezione del santo evangelio, dispensando ai poveri ogni sua sostanza: per questo e per molte altre prerogative sue, sono tenuto di portargli maggiore affetto che a qualsivoglia frate di tutto l’ordine. Pertanto voglio e comando secondo mio potere, che qualunque fara l’ufficio di generale ministro, sì gli porti amore e facciagli riverenza siccome a me stesso. Eziandio i ministri e ogni frate di tutta religione lo tengano in mia vece.» Di che e frate Bernardo e gli altri frati portarono grandissima consolazione. Beato Francesco, considerando l’altissima perfezione di detto frate Bernardo, profetò di lui alla presenza di alquanti frati, dicendo: «In verità vi dico, che furono deputati alcuni tra i più potenti e scaltriti demoni ad esercitare frate Bernardo nella virtù, i quali gli procacciano molte tribolazioni e tentazioni; ma il misericordioso Iddio, quand’egli perverrà alla fine, de’ suoi dì, rimoverà da lui tutte le tribolazioni e tentazioni, e guarderà lo spirito e il corpo di lui in tanta pace e consolazione, che tutti i frati ciò vedendo ne avranno altissima maraviglia e lo reputeranno a grande miracolo, e nella stessa quiete e consolazione dell’uno e dell’altro uomo, passerà al Signore.»

Le quali tutte cose, non senza altissima maraviglia di tutti i frati che le udirono dal beato Francesco, si adempirono alla lettera nella persona di frate Bernardo. Imperocchè frate Bernardo nelle amarezze della morte, godeva di tanta pace e consolazione di spirito che non voleva stare coricato, e così giaceva siccome stesse seduto, acciocchè la più leggera nebbia, ascendendo nel capo suo, non potesse vietargli il meditare di Dio, per sonno o per altra imaginazione. E se talvolta ciò gli avveniva, incontanente levavasi in piedi e scuoteasi, dicendo: «Che avvenne? perchè ebbi tale pensiero?» Nè tuttavia voleva far uso di medicine, ma a chi presentavagliele, diceva: «Lasciami in pace.»

E affine di poter morire con maggior pace e libertà, si spogliò di ogni cura corporale nelle mani di un frate che faceva l’ufficio di medico, dicendogli: «Non voglio avere pensiero alcuno di mangiare o di bere, e a te lo commetto; se me ne darai, lo riceverò, se no, non ne addimanderò.» Fin dal tempo che cominciò ad essere infermo, volle avere sempre a lato il sacerdote insino all’ora di sua morte, e quantunque volte occorreagli alla mente cosa che fosse di peso alla sua coscienza, di presente confessavala. Dopo il suo passaggio, il corpo di lui addivenne bianco e la carne molle, e quasi parea sorridesse. Pertanto avea maggior bellezza morto che quando era in vita, e tutti prendevano maggior diletto in riguardarlo così morto che vivendo nel corpo; imperocchè aveva aspetto di santo che sorridesse.

§ 108. A qual modo, vicino a morte, rassicurò la beata Chiara che
l’avrebbe riveduto, e come ciò si adempì appresso la morte di lui. (1226)

In quella settimana in cui il beato Francesco passò di questa vita, madonna Chiara, prima pianticella delle povere sorelle di San Damiano presso Assisi, singolare emulatrice di San Francesco nel servare l’evangelica perfezione, presa da timore di morire avanti di lui, poichè in quel tempo ambedue erano gravemente infermi, faceva amarissimo pianto, nè poteva prendere consolazione, temendo di non rivedere avanti la sua morte l’unico suo padre dopo Dio, il beato Francesco, che era suo consolatore e maestro, e in prima avevala rigenerata alla grazia di Dio. Il qual timore per un frate significò al beato Francesco, la qual cosa intendendo il Santo, il quale amavala di singolare e paterna affezione, ebbe pietà di lei; ma considerando che avvenire non poteva secondo il desiderio di lei, cioè di rivederlo, a sua consolazione e di tutte le sorelle, mandò a lei per lettera la sua benedizione, assolvendola di ogni difetto, se alcuno ne avesse commesso verso li ammonimenti di lui, e verso i comandamenti del figlio di Dio. E affinchè deponesse ogni tristezza e dolore, disse a quel frate che aveva mandato: «Va’, e di’ alla sorella Chiara che deponga ogni dolore e tristezza, poichè ora non mi può vedere, ma si sappia in verità, che innanzi la sua morte, sì essa che le sue sorelle mi vedranno e prenderanno grande consolazione.»

Poco tempo andato, avvenne che essendo il beato Francesco passato di notte di questa vita, fatta appena la luce, venne tutto il popolo e il clero della città di Assisi, e tolsero il beato corpo di lui del luogo ove era passato, con spargimento di lacrime e con laudi, portando ciascuno rami di alberi, e così lo portarono di volontà del Signore a San Damiano, onde avessero compimento le parole che dette avea il Signore per il beato Francesco, a consolazione delle sue figlie e ancelle. E rimossa la grata di ferro per la quale eran solite communicarsi e udire la parola del Signore, i frati tolsero quel santo corpo del cataletto e lo sostennero sulle loro braccia avanti la finestra per lungo spazio di tempo, sino a che madonna Chiara e le altre sorelle ne furono consolate, quantunque fossero gravate e afflitte dal dolore e dalle molte lacrime, vedendosi private delle consolazioni e ammonizioni di tanto padre.

§ 109. Come ei predisse che si sarebbe fatto onore al suo corpo. (1226)

Un giorno giacendo egli infermo nel vescovado di Assisi, un frate gli disse, quasi proverbiando e sorridendo: «A qual prezzo venderesti tu al Signore tutti i tuoi sacchi? Molti ricchi tappeti e panni di seta saran posti sopra questo tuo corpo, il quale ora è rivestito di sacco.» Poichè aveva allora un berrettone coperto di sacco e eziandio il vestimento di sacco.

E rispose il beato Francesco, ovvero non esso ma sì lo Spirito Santo per la sua bocca, e con fervore e letizia di spirito parlò e disse: «Tu di’ il vero, perocchè così avverrà per lode e grazia del mio Signore Iddio.»

CAPITOLO UNDECIMO

COME LA DIVINA PROVVIDENZA SOCCOREVALO

NELLE NECESSITÀ CORPORALI

§ 110. E in prima come il Signore provvide ai frati seduti a povera mensa con il medico. (1225)

Dimorando beato Francesco nell’eremo di San Colombano vicino di Rieti, essendo infermo degli occhi, venne a visitarlo un giorno un medico di occhi. Il quale essendosi ivi intrattenuto per alcuno spazio di tempo, e stando in sul partire, disse il beato Francesco a uno dei suoi compagni: «Va’, e presenta il medico di ottime vivande», e il compagno gli rispose e disse: «Padre, con vergogna confessiamo esser noi al presente così poveri che ci vergognamo di invitarlo a desinare.» Disse il beato Francesco a’ suoi compagni: «Di poca fede, non mi sforzate a parlare da vantaggio.» E il medico al beato Francesco: «Fratello, poichè i frati sono in grandi strettezze, pertanto voglio desinare con essi di miglior grado.» Era quel medico molto ricco, e comechè beato Francesco e i suoi compagni frequenti volte gli facessero invito, non volle mai desinare con essi. Pertanto i frati andarono e allestirono le mense e con vergogna gli misero innanzi un poco di pane e di vino e un poco di olive che per loro avevano apprestato. E sedutisi quelli alla povera mensa, e incominciando a mangiare, ecco fu picchiato all’uscio del luogo, e levatosi uno dei frati, andò e aprì l’uscio, ed ecco si presentò una femmina che portava un grande vaso ripieno di bianco pane, di pastelli di gamberi, di mele e di uve, le quali cose mandava in dono al beato Francesco una certa madonna di un castello che era lungi da quel luogo circa sette miglia.

Vedute le quali cose, i frati e il medico ebbero grande maraviglia e consolazione, considerando la santità di santo Francesco e tutto attribuendo ai suoi meriti; e il medico disse a’ frati: «Fratelli miei, nè voi siccome dovete, nè noi conosciamo la santità di quest’uomo.»

§ 111. Del pesce che ei bramava nella sua infermità.(1225)

Un’altra volta, stando egli gravemente infermo nel palazzo del vescovo di Assisi, i frati sì lo sforzavano perch’ei mangiasse, ed egli rispose: «Non ho desiderio alcuno di prender cibo, ma se mi fosse apprestate del pesce chiamato squalo, forse ne mangerei.» Come ebbe detto ciò, ecco si appresenta uno che portava un canestro in cui aveva tre grossi squali bene apprestati e un pasticcio di gamberi, i quali molto volentieri mangiava il beato Francesco [88]. Questo mandava a lui frate Gerardo ministro di Rieti: e i frati facendo alte maraviglie della divina provvidenza, resero lodi a Dio che avesse provveduto al suo servo di quelle cose, le quali a quel tempo impossibile era procacciarsi in Assisi, essendo la stagione di verno [89] .

§ 112. Del cibo e del panno che desiderava essendo vicino a morte. (1226)

Trovandosi nel luogo di Santa Maria degli Angeli, infermo dell’ultima malattia, della quale il Santo morì, un giorno chiamò i suoi compagni e disse loro: «Voi sapete a qual modo madonna Giacoma di Sette Soli [90] fu ed è fedele e devota a me e alla nostra religione; pertanto credo che ella reputerà singolare grazia e consolazione se le significheremo mia condizione, e in special modo manderete pregandola che sì mi mandi del panno di religione, il quale è simile a cenere nel colore, e con il panno mandimi eziandio quei cibi i quali in Roma mi apprestò soventi volte.» I Romani chiamano quelle vivande mostaccioli, e sono fatte di mandorle, di zucchero e di altre spezie. Era invero quella madonna molto spirituale e vedova, delle più orrevoli e ricche di tutta Roma, la quale per i meriti e per la predicazione del beato Francesco aveva tanta grazia conseguita dal Signore, che sempre per abbondanti lacrime e devozione, per l’amore e carità di Cristo, rendeva immagine della Maddalena. Fu scritta adunque la lettera secondo la volontà del Santo, e un certo frate andava attorno cercando alcun frate il quale portasse la lettera alla predetta madonna [91], quando d’improvviso fu picchiato alla porta del luogo. Un frate allora avendo aperto la porta, ecco trovossi presente madonna Giacoma, la quale con grande sollecitudine era venuta a visitare beato Francesco.

Uno de’ frati, come l’ebbe ravvisata, si portò in fretta al beato Francesco e a grande letizia gli annunziò siccome madonna Giacoma era giunta da Roma con il figliuolo e con altri molti per fargli visita, e disse: «Come faremo, padre; permetteremo che essa entri e venga fino a te?»

E parlò in tal modo, perchè per volontà di san Francesco era stabilito, che per la santa onestà e devozione di quel luogo, niuna femmina dovesse porre il piede in quel chiostro; e il beato Francesco dissegli: «Non è d’uopo guardare questa legge per quella femmina, la quale addimostrò tanta fede e devozione traendo quivi da lontanissime parti.»

Quella madonna venne adunque presso il beato Francesco, spargendo molte lacrime dinanzi a lui, e fu cosa in vero assai maravigliosa, perchè apportò il panno mortuario, cioè di colore simile a cenere, per farne una tunica, e tutte cose che erano contenute nella lettera portò seco, quasi quella lettera avesse ricevuta.

Allora detta Madonna disse a’ frati: «Fratelli miei, sì mi fu rivelato per ispirito, standomi ad orare: – Va’, e visita il padre tuo beato Francesco, e t’affretta e non far dimora, poichè se molto ti rimani non lo rivedrai in vita, e arrecagli tale panno per la tunica, e tali cose onde fargliene tale vivanda; similmente gli arreca buona quantità di cera per le luminarie e insieme dell’incenso. Le quali tutte cose erano descritte nella lettera, all’infuori dell’ incenso.

Per simil modo avvenne che quegli il quale ispirò ai regi di andare con i doni a rendere onore al suo figliuolo il dì del suo nascimento, ispirò ancora a quella santa e nobile madonna di portarsi co’ doni a fare onore al suo diletto servo nel dì della morte sua, la quale era vera natività di lui. Pertanto apprestò quella madonna i cibi che il santo padre desiderava gustare, ma poca cosa egli ne mangiò, poichè di continuo veniva meno ed era vicino a morte. Fece fare ancora molti ceri, i quali dopo la sua morte ardessero innanzi al suo santissimo corpo, e del panno fecero i frati una tunica colla quale ebbe sepoltura. Ma egli comandò a’ frati di cucire il sacco sopra la tunica, in segno e ad esempio di umiltà e di madonna povertà; e in quella settimana medesima che venne madonna Giacoma, il nostro santissimo padre passò felicemente al Signore.

CAPITOLO DECIMOSECONDO

DELL’AMORE DI LUI PER LE CREATURE

E DELLE CREATURE PER LUI

§ 113. E in prima dell’amore che ebbe in ispecie
a quegli uccelli i quali sono chiamati lodole cappellate,
poichè figurava per quelle il buon religioso. (1226)

Tutto assorto nell’amore di Dio, il beato Francesco riguardava la perfetta bontà del Signore non solo nell’anima sua, la quale gia era adorna di tutte perfezioni di virtù, ma eziandio in qualsivoglia creatura: sì che di singolare e cordiale amore era preso per le creature, in ispecie per quelle nelle quali vedeva raffigurato qualche cosa di Dio, o che a religione appartenesse [92].

Onde sopra tutti gli uccelli prediligeva un certo uccelletto chiamato allodola, e in volgare si dice lodola cappellata, e diceva di quella: «Sorella lodola ha il cappuccio siccome religiose, ed è umile uccello, perocchè molto volentieri si cala in sulla via a raccattare qualche granello, e sebbene il rinvenga infra lo sterco, sì lo estrae e mangialo. Volando, dà lode al Signore molto soavemente, siccome buoni religiosi che spregiano le cose terrene, la conversazione dei quali è sempre delle cose celesti, e tutta loro intenzione è nel dar lode al Signore. Il suo vestimento, cioè le sue penne, somigliano alla terra, e dà esempio a’ religiosi onde non posseggano delicate vesti e di vario colore, ma sì vili per prezzo e nel colore, siccome la terra e più vile di ogni elemento.» E poichè queste cose ammirava in esse, molto volentieri le vedeva. Pertanto piacque al Signore che questi santissimi uccelli gli addimostrassero alcun segno di affezione nell’ora della morte sua.

Perocchè in sull’annottare del sabato dopo il vespro, innanzi la notte nella quale ei passò al Signore, grande moltitudine di tali uccelli che sono chiamati lodole, si calò in sul tetto della casa ove egli giaceva, e volando un poco, formavano ruota a guisa di cerchio attorno il tetto, e cantando soavemente pareva che intendessero lodare il Signore.

§ 114. Siccome voleva persuadere l’Imperatore perchè facesse
speciale legge, come nella Natività del Signore gli uomini facessero
 buona provvisione agli uccelli e al bove e al’asino e a’ poveri.

Noi che fummo con il beato Francesco e queste cose scrivemmo, facciamo testimonio come molte volte lo udimmo che diceva: «Se parlerò all’Imperatore, sì il supplicherò e persuaderò dicendogli, che per amore di Dio e mio, faccia speciale legge, come niun uomo prenda o uccida sorelle lodole, nè arrechi loro male di sorta. Similmente, che tutti i podestà delle città e signori di castelli e ville siano tenuti, in ciascun anno, nel dì della Natività del Signore, obbligare gli uomini a gittare frumento e altri granelli per le vie, fuori delle terre e de’ castelli, onde abbiano di che cibarsi sorelle lodole e gli altri uccelli nel dì di tanta solennità, e che per riverenza del figlio di Dio, che in quella notte la beatissima Vergine coricò nel presepio infra il bove e l’asino, chiunque avrà bue o asino sia tenuto provveder loro in quella notte ottimamente di abbondante cibo; similmente che tutti i poveri in quel dì debbano esser saziati dai ricchi con buoni cibi.»

In vero beato Francesco aveva in maggiore riverenza la festa della Natività del Signore che qualsivoglia altra solennità, dicendo: Poichè nacque il Signore, si fu necessaria nostra salvazione. Pertanto voleva che in tale dì ogni cristiano esultasse nel Signore, e per amore di lui che donò se stesso a noi, tutti provvedessero largamente non solo a’ poveri, ma sì agli animali e agli uccelli.

§ 115 Dell’amore e obbedienza che gli addimostrò il fuoco quando si fece scottare. (1225)

Essendosi recato al romitorio di Santo Colombano, vicino di Rieti, per curarsi della infermità degli occhi, alla quale cura era stato costretto per obbedienza da monsignore Ostiense e da frate Elia, generale ministro, un dì il medico venne a visitarlo. Considerando questi l’infermità, disse al beato Francesco che voleva fargli una scottatura al disopra della mascella sino al sopracciglio di quell’occhio il quale era più dell’altro malato. Ma beato Francesco non voleva dar principio alla cura avanti la venuta di frate Elia, perocchè questi aveva detto che voleva trovarsi presente quando il medico intraprendeva la cura, e perocchè beato Francesco aveva timore, ed eragli di grande fastidio addimostrare tanta sollecitudine del suo corpo, pertanto voleva che il generale ministro togliesse sopra di sè la cura di tutto.

Avendo atteso Elia, e questi non venendo, a cagione dei molti impedimenti che lo trattennero, alla fine diede licenza al medico di fare quanto ei voleva: e posto il ferro sotto la bragia per fare la scottatura, beato Francesco volendo confortare il suo spirito che non temesse, volse al fuoco tale parlare: «Frate mio fuoco, nobile e utile sopra le altre creature, siimi cortese in quest’ora, per l’affetto che ti portai e ti porterò, per amore di colui che ti creò. Eziandio prego il nostro Creatore il quale ci creò, che mitighi il tuo calore onde possa io sostenerlo.» Finito d’orare, segnò il fuoco del segno della croce. Allora noi che eravamo presso di lui fuggimmo tutti per pietà e compassione che avevamo di lui, e solo il medico si rimase con esso. Fatta la scottatura, facemmo ritorno a lui, che disseci: «O di picciol cuore e di poca fede, perche siete fuggiti? In verità sì vi dico, che non intesi dolore alcuno, nè calore di fuoco, dimodochè se non è bene scottata la carne, la scotti ancora meglio.» Di che ebbe il medico grande maraviglia e disse: «Fratelli miei, in verità vi dico, che non tanto di lui che è sì debole e infermo, ma di qualsivoglia più forte uomo avrei avuto timore che sostener non potesse tanta dolorosa scottatura; egli all’incontro nè si mosse, nè dette il più picciol segno di dolore. Infatti fu di mestieri incidergli tutte le vene dall’orecchio al sopracciglio, nè tuttavia gli giovò punto. Similmente un altro medico gli forò con ferro rovente ambedue le orecchie, nè gli fu di giovamento.» Nè è da far le maraviglie se il fuoco e le altre creature prestavangli obbedienza e venerazione, perocchè siccome noi che fummo con lui vedemmo soventi volte, amavale esso di tanto amore, e tanto diletto aveva di quelle, e il suo spirito tanta pietà sentiva e compassione per quelle, che non voleva vederle trattare in modo inumano, e così parlava loro per interiore e esteriore letizia quasi dotate si fossero di ragione, onde in quella occasione spesso era ratto in Dio.

§ 116. Come non volle estinguere il fuoco che baciavagli
le brache, nè permise che altri l’estinguesse.

Infra tutte le creature inferiori e prive di senso, portava singolare affetto al fuoco a cagione della bellezza e utilità di quello, di che non volle mai impedire che compiesse il suo uffizio.

Sedendo una volta allato al focolare, senza ch’ei se ne avvedesse, il fuoco si attaccò a’ panni di lui che eran di lino, cioè alle brache, presso al ginocchio, e quantunque ne sentisse il calore, non voleva estinguerlo. Allora il compagno vedendo che i suoi panni bruciavano, corse a lui volendo estinguere il fuoco, ma esso glielo vietò, dicendo: «Guardati, fratello carissimo, guardati di far male al fuoco.» Così a niun patto volle che lo estinguesse. Ma il compagno trasse in fretta per il frate che era suo guardiano e condusselo al beato Francesco, e incontanente estinse il fuoco contro il volere del beato Francesco. Onde per qualsivoglia urgente necessità non volle mai estinguere il fuoco, o lampada, o candela, tanto era l’affetto che sentiva per quello. Nè eziandio voleva che il frate gittasse fuoco o tizzone fumigante da luogo a luogo, siccome è costume, ma voleva che lo deponesse con cura sulla terra per riverenza di quegli dal quale fu creato.

§ 117. Come non volle mai portare una pelliccia,
perchè non permise che fosse consumata dal fuoco. (1224)

Facendo una volta la quaresima sopra il monte dell’Alvernia, un giorno il suo compagno, fatta l’ora del mangiare, preparò il fuoco nella cella dove mangiava, e acceso il fuoco, andò per santo Francesco ad altra cella dove stava ad orare, traendo seco il messale onde leggere con lui il vangelo di quel giorno: perocchè voleva udire sempre l’evangelio che si leggeva nella messa in quel dì, avanti di mangiare, quando non poteva udire la messa. Riducendosi il compagno in quella cella per mangiare dove era il fuoco acceso, ecco già la fiamma del fuoco era salita sino al tetto della cella e consumavala; e il compagno prese a estinguere il fuoco per quanto e’ poteva, ma non gli veniva fatto da solo. Nondimeno il beato Francesco non volle portargli aiuto, ma tolse una pelle che era solito portare di notte sulla persona e con quella si ritirò nella selva.

I frati del luogo, che dimoravano lungi da quella cella, come videro che la cella bruciava, tosto trassero ivi ed estinsero il fuoco. Di poi tornò beato Francesco a mangiare, e come si fu ristorato, disse al suo compagno: «Non voglio in modo alcuno fare uso di questa pelle, poichè per la mia avarizia non permisi a frate fuoco di consumarla.»

§ 118. Del singolare amore che portò all’acqua, alle pietre, alle legna e ai fiori.

Dopo il fuoco amava di singolare amore l’acqua, per la quale era figurata la penitenza e la tribolazione, per le quali si lavano le macchie dell’anima, e perchè la prima lavanda dell’anima vien fatta per l’acqua del santo battesimo. Onde quando lavavasi le mani, sceglieva tale luogo che l’acqua che cadeva non fosse pestata da’ piedi. Eziandio camminando sopra le pietre andava con grande timore e riverenza, per amore di quello il quale è detto pietra; onde quando diceva quel salmo: Sopra la pietra mi esaltasti, con grande riverenza e divozione diceva: Sotto il piede della pietra mi esaltasti.

Similmente al frate che faceva e apprestava le legna per il fuoco, diceva che non tagliasse mai tutto l’albero, onde di quell’albero restasse sempre sana qualche parte, per amore di colui che volle compiere la nostra salute nel legno della croce.

Per simil modo raccomandava al frate che aveva l’ ufficio dell’orto, che non coltivasse tutta la terra soltanto per le erbe da mangiare, ma si lasciasse parte della terra onde producesse erbe verdeggianti che a loro tempo portassero i frati fiori, per amore di colui che è chiamato fiore de’ campi e giglio delle valli. Diceva ancora che il frate ortolano dovesse sempre apparecchiare un bell’orticello in alcuna parte dell’orto, onde porvi e piantare ivi tutte specie di erbe odorose, e di tutte erbe che portano bei fiori, perocchè a loro tempo riscuotessero la lode degli uomini, i quali ammirassero quelle erbe e quei fiori; imperocchè ogni creatura dice ed esclama: «O uomo, il Signore mi creò per tuo amore.»

Onde noi che fummo con lui, sì il vedevamo rallegrarsi a tal modo di dentro e all’esterno, quasi con tutte creature, che toccando queste o mirandole, sembrava che non vivesse in terra, ma sì che lo spirito di lui fosse levato in cielo. E per molte consolazioni che ebbe e aveva dalle creature, poco innanzi il suo passaggio, compose alcune Laudi del Signore per le sue creature, onde stimolare i cuori di que’ che le udivano a lodare Dio, e perchè lo stesso Signore Iddio venisse da ogni persona lodato nelle sue creature.

§ 119. Come esaltava il sole e il fuoco sopra tutte le altre creature. (1226)

Sopra tutte le creature prive di ragione, amava di maggiore amore il sole e il fuoco, e diceva: «Al mattino, al sorger del sole, ogni uomo lodar dovrebbe il Signore, che creò quello per nostra utilità, poichè per esso i nostri occhi hanno lume di giorno: alla sera, poi al cader della notte, ogni uomo dovrebbe render lode per frate fuoco, poichè gli occhi nostri nella notte sono per lui rischiarati; imperocchè tutti siamo siccome ciechi, e il Signore per questi due fratelli illumina i nostri occhi: pertanto in ispecie di queste e delle altre creature, delle quali facciamo uso quotidiano, dobbiamo render lode al Creatore.» La qual cosa ei osservò sempre fino al dì della morte sua, anzi quand’egli era colto da grande infermità, prendeva a cantare le Laudi che aveva fatte delle creature del Signore e facevale poi cantare a’ suoi compagni, onde in considerando le lodi del Signore, dimenticasse il dolore e l’asperità delle sue infermità. E poichè considerava e diceva che il sole è più bello di tutte creature, e meglio rende simiglianza del Signore nostro, e lo stesso Dio nelle scritture è chiamato sole di giustizia, pertanto imponendo il nome di lui alle Laudi che aveva fatte delle creature del Signore, quando il Signore gli fece sicurtà del suo regno, chiamò quelle il Cantico di frate Sole.

§ 120. Questa si è la Laude delle Creature, la quale compose
quando il Signore gli fece sicurtà del regno suo. (1225)

Altissimu, onnipotente, bon Signore

tue sono le laude, la gloria elhonore et honne benedictione

Ad te solo, Altissimo, se konfano.

et nullu homo ene dignu te mentovare

Laudato sie, Misignore, cum tucte le tue creature

spetialmente messor lo frate sole

lo quale iorno et allumini noi per loi

Et ellu è bellu eradiante cum grande splendore

da te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si, Misignore, per sora luna ele stelle

in celu lai formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si, Misignore, per frate vento

et per per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le tue creature dai sustentamento.

Laudato si, Misignore, per sor aqua,

la quale è multu utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si, Misignore, per frate focu,

per loquale ennallumini la nocte

edello e bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si, Misignore, per sora nostra matre terra

la quale ne sustenta et governa

et produce diversi fructi con coloriti flori et erba.

Laudato si, Misignore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione:

beati quelli kel sosterranno in pace

ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si, Misignore, per sora nostra morte corporale

da la quale nullu homo vivente po skappare,

guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali.

Beati quelli ke trovarane le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda nol farra male.

Laudate et benedicete Misignore et rengratiate

et serviateli cum grande humilitate.

CAPITOLO DECIMOTERZO

DELLA MORTE DI LUI E DELLA LETIZIA

CHE ADDIMOSTRÒ QUANDO EBBE PER SICURO

CHE ERA VICINO A MORTE.

§ 121. E in prima a qual modo rispose a frate Elia
che riprendevalo perchè manifestava soverchia letizia. (1226)

Giacendo infermo nel vescovado di Assisi, e la mano di Dio pareva più dell’usato aggravata su di lui, temendo il popolo d’Assisi che se venisse a morire di notte, i frati sottraessero il suo santo corpo, e in altra città il portassero, provvidero che in ciascuna notte con tutta diligenza i cittadini vigilassero attorno alle mura del palazzo. Il santissimo padre per confortare il suo spirito, che per l’acerbità de’ dolori da’ quali era cruciato non venisse manco, frequenti volte nella giornata faceasi cantare da’ suoi compagni le Laudi del Signore: e questo faceva ancora di notte a edificazione e consolazione di que’ secolari che per sua guardia custodivano il palazzo di fuori. E frate Elia, maravigliandosi come S. Francesco in tanta tribolazione per tal modo si confortasse nel Signore e si rallegrasse, disse a lui: «Carissimo padre, tanta letizia che sì in te, sì ne’ tuoi compagni addimostri in questa tua infermità, mi è grande consolazione e edificazione, ma avvegnachè le genti di questa città ti reputino santo uomo, tuttavia credendo fermamente che di questa tua incurabile infermità in breve tu ne morrai, e udendo che tu di dì e di notte canti in tal modo le Laudi, possono dire entro di sè: «Come può addimostrare tanta letizia costui che trovasi vicino a morte, mentre dovrebbe pensare alla morte?» E il beato Francesco sì gli rispose: «Ricorditi tu quando vicino a Foligno avesti una visione, e mi dicesti un tale averti rivelato come io non avevo a vivere se non due anni? Prima che tu vedessi quella visione, per grazia del Signore, il quale suggerisce al cuore ogni bene e lo pone sulla lingua di quei che sono a lui fedeli, soventi volte e di dì e di notte consideravo la mia fine. Ma dopo quell’ora che ti fu mostrata la visione, posi maggiore studio in meditare tutto giorno il dì della mia morte.» E in grande fervore di spirito tosto riprese e disse: «Permettimi, fratello, ch’ i’ mi rallegri nel Signore e nelle laudi di lui e nelle mie infermità, poichè operandolo la grazia di Spirito Santo, per tal modo sono unito e congiunto al mio Signore, che per sua misericordia bene posso rallegrarmi nell’Altissimo.»

§ 122. Come indusse il medico a dirgli quanta gli restava di vita. (1226)

In quel tempo lo visitò nel medesimo palazzo un certo medico di Arezzo, che aveva nome Buon Giovanni, il quale era assai famigliare di beato Francesco, e il beato Francesco sì lo interrogò e dissegli: «Quale sembra a te, Bembegnate, di questa infermità di idropisia?» Non volle chiamarlo per nome, perocchè non voleva mai chiamare alcuno per nome il quale fosse chiamato buono, e ciò per riverenza del Signore il quale disse: «Niuno è buono se non il solo Iddio.» Similmente non voleva chiamare persona col nome di padre o maestro, nè tal nome scriver nelle lettere sue, per riverenza del Signore che disse: «Non vogliate chiamare persona in terra col nome di padre vostro, nè lo chiamerete maestro etc.»

Dissegli il medico: «Fratello, bene sarà di te per la grazia di Dio.» E il beato Francesco lo dimandò di nuovo: «Dimmi il vero, che ti sembra di me? Nè ti rattenga timore di sorta, imperocchè per la grazia del mio Signore io non sono di picciol cuore che io tema la morte, perocchè, operandolo la grazia dello Spirito Santo, per tal modo sono congiunto al mio Signore, che sì della morte che della vita ho uguale consolazione.»

Pertanto dissegli il medico: «Manifesta cosa si è, padre, secondo insegnami nostra scienza, la tua infermità è incurabile, e credo che in sul finir di settembre o nel quarto dì di ottobre tu ne morrai.»

Allora beato Francesco che giaceva nel letto, con grande devozione e riverenza tese le mani al Signore, e a grande letizia di mente e di corpo, disse: «Ben venga mia sorella morte.»

§ 123. Come tostochè intese che doveva passare
in breve comandò gli cantassero le Laudi che aveva fatte.

Dopo questo, un certo frate dissegli: «Padre, tua vita è conversazione è lume e specchio non soltanto a’ frati tuoi, ma sì a tutta Chiesa, e quello medesimo sarà tua morte; e avvegnachè ai frati tuoi e a molti altri tua morte sia materia di tristezza e di dolore, tuttavia sarà a te di consolazione e gaudio infinito, poichè da grande travaglio passerai a grande riposo, dai molti dolori e tentazioni alla eterna pace, dalla povertà temporale che tanto avesti cara e perfettamente guardasti, alle vere infinite ricchezze, e da questa morte temporale a perpetua vita, ove vedrai faccia a faccia il Signore Iddio tuo, il quale in questo mondo con altissimo fervore di amore e di desiderio tu amasti.» Come ebbegli dette queste cose manifestamente, aggiunse: «Padre, in verità sì ti dico, che se il Signore non manderà a te di cielo sua medicina, la tua infermità non ha rimedio e ben poco ti rimane a vivere, siccome già ti manifestarono i medici. Questo ti dissi per confortare il tuo spirito, onde sempre ti rallegri nel Signore di dentro e di fuori; dimodochè i tuoi frati e quelli che ti visitano, ti veggono sempre lieto nel Signore, onde a quei che veggono questo, e a quei che dopo il tuo passaggio l’udiranno, sia tua morte perpetua memoria, siccome sempre fu e sarà tua vita e conversazione.»

Allora beato Francesco, sebbene più del solito gravato dalle infermità, tuttavia fu visto prendere per queste parole nuova letizia di mente, udendo come sorella morte era per giungere in breve, con grande fervore di spirito lodò il Signore, dicendo a quel frate: Orsù, se è in piacere al mio Signore che io debba morire tra breve, fa’ venire a me frate Angelo e frate Leone onde mi cantino di sorella morte».

Come que’ due frati furono dinanzi a lui, con grande amarezza e dolore, con spargimento di lacrime, cantarono il Cantico di frate Sole e delle altre creature, il quale il Santo stesso aveva fatto.

E allora, avanti l’ultimo verso di questo canto, aggiunse alquanti versi di sorella morte, dicendo :

Laudato si, Misignore, per sora nostra morte corporale

da la quale nullu homo vivente po skappare,

guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali.

Beati quelli ke trovarane le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda nol farra male.

§ 124. A qual modo benedisse la città di Assisi quando era portato a Santa Maria perchè morisse in quel luogo.

Il santissimo padre, sì per Spirito Santo, sì per sentenza de’ medici certificato della prossima morte, dimorando tuttavia nello stesso palazzo, e sentendosi aggravare ogni dì più e mancare le forze del corpo, comandò che lo portassero in sul letto a Santa Maria della Porziuncola, onde la vita del corpo avesse fine ove cominciato avea a sperimentare il lume e la vita dell’anima. Come furono pervenuti quei che il portavano presso l’Ospedale [93], che e a metà della via, per la quale si va da Assisi a Santa Maria, comandò a quei che il portavano che ponessero il letto in terra, e come che a cagione della lunga e gravissima malattia degli occhi non poteva quasi più vedere lume, fece voltare il letto, onde la faccia fosse rivolta verso la città di Assisi. E levatosi alquanto del letto, benedisse quella città, dicendo: «Signore, siccome fin dagli antichi tempi, per mio credere, fu questa città luogo e abitazione di inique genti, così vedo siccome per tua abbondante misericordia, nel tempo che a te piacque, ti mostrasti singolarmente nella moltitudine di tua misericordia, e per tua sola bontà ti eleggesti questa terra onde fosse luogo e abitazione di coloro che ti conosceranno nella verità, e daranno gloria al tuo santo nome, per odore di buona fama e santa vita, di veracissima dottrina e perfezione evangelica a tutto il popolo cristiano. Pertanto prego te, Signore Gesù Cristo, padre di misericordie, che non riguardi nostra ingratitudine, ma ti ricordi ognora della tua sovrabbondante pietà che addimostrasti in essa città, onde sia ognora luogo e abitazione di coloro che ti conosceranno veracemente, e daranno gloria al nome tuo benedetto e gloriosissimo nei secoli de’ secoli. Amen [94]

Come queste cose ebbe detto, fu portato a Santa Maria ove, avendo compito il XL anno di sua età, e forniti XX anni di perfetta penitenza, nell’anno Domini MCCXXVII, a dì quattro di ottobre [95], passò al Signore Gesù Cristo, il quale con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze amò di ardentissimo desiderio e pienissimo affetto, esso in tutta perfezione seguitando, dopo lui correndo di veloce corso, e ultimamente pervenendo gloriosissimamente a lui, il quale, con il Padre e collo Spirito Santo, vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

Finisce lo Specchio di perfezione del frate Minore, cioè di beato Francesco, ove invero si può pienamente avere esempio di sua perfetta vocazione e professione. Tutta lode e tutta gloria sieno rese a Dio padre e al Figlio e allo Spirito Santo.

Onore e rendimento di grazie sian rese alla gloriosissima vergine Maria e alla sua santa martire Kunera [96], e lode magnifica ed esaltazione abbiasi il suo beatissimo servo Francesco. Amen.

Fu scritto nel sacro santo luogo di santa Maria di Porziuncola, e terminato alli 11 di Maggio, nell’anno Domini MCCXXVIII [97].

INDICE DEI CAPITOLI

INTRODUZIONE

CAPITOLO PRIMO Incomincia lo Specchio dello stato di perfezione del Frate Minore cioè del beato Francesco. Della regola del Beato Francesco.

CAPITOLO SECONDO Della perfezione della povertà.

CAPITOLO TERZO Del fervore, della carità, della discrezione e della pietà verso il prossimo.

CAPITOLO QUARTO Della perfezione della santa umiltà e della virtu dell’obbedienza, si in sè che ne’ frati

CAPITOLO QUINTO Dello zelo di lui per la perfetta osservanza della regola e di tutta la religione

CAPITOLO SESTO Dello zelo di lui per la perfezione dei frati

CAPITOLO SETTIMO Del continuo fervore di amore e compassione alla passione di Cristo.

CAPITOLO OTTAVO Del fervore di lui alla orazione, al servire a Dio, e del modo di servare la letizia spirituale in se e negli altri

CAPITOLO NONO Di alcune tentazioni permessegli dal Signore

CAPITOLO DECIMO Dello spirito di profezia.

CAPITOLO UNDECIMO Come la divina Provvidenza soccorrevalo nelle necessità corporali

CAPITOLO DECIMOSECONDO Dell’amore di lui per le creature e delle creature per lui.

CAPITOLO DECIMOTERZO Delia morte di lui e della letizia che addimostrò quando ebbe per sicuro che era vicino a morte

 

Note

________________________

[1] La pergamena con la Benedizione vergata dalla mano del Santo, si venera tutt’oggi nella sacristia della Basilica Francescana d’Assisi.

[2] Nell’estate del 1210.

[3] Approvata da Onorio III il 29 novembre 1223.

[4] A Monte Colombo, o Fonte Colombo, o Palombo : vedi Actus S. Francisci in Valle Reatina Cap. II. Ms. 679 Bibl. Com. di Assisi.

[5] Vedi nella Prefazione i cenni biografici intorno Fr. Leone.

[6] Sappiamo solo che morì e fu sepolto a Bologna nel 1236.

[7] Quei ministri che forse avevan preso parte al Capitolo del 29 settembre alla Porziuncola

[8] Qui per la prima volta si racconta questo fatto, ripetuto poi da Bartolomeo Pisano nelle Conformitates, e dagli Actus S. Francisci in Valle Reatina Cap. II. S. Bonaventura vi accennò chiaramente nella sua Vita di S. Francesco.

[9] I Fioretti lo chiamano Riccieri, (Riccardo è un errore del copista tedesco) detto della Marca ove fu per molti anni Ministro, ma nativo della Muccia, villaggio tra Foligno e Camerino.

[10] Alla fine di luglio del 1220, tornando dalla Siria, giunse a Venezia con fr. Elia, Pier Cataneo e Cesario da Spira.

[11] Nell’inverno del 1220-1221 che passò alla Porziuncola mentre componeva la regola detta del 1221.

[12] Luca, 8, 10; Matteo, 13, 11; Marco, 4, 11.

[13] Nell’estate del 1220, tornato dall’Oriente, mentre da Venezia si riduceva ad Assisi, visitò a Bologna il Cardinale Ugolino.

[14] Il B. Pietro Cataneo, per rimediare alle angustie del luogo, opera con li cittadini di Assisi che facciano una fabbrica nuova contigua alla chiesa (Porziuncola) per la quale sarà ripreso dal S. Padre. Dall’Umbria Serafica del P. Agostino da Stroncone. Vedi Miscellanea Francescana An. II. p. 45.

[15] Tom. de Eccleston ci narra che il suo fratello carnale fu senescalcus del Capitolo e difese le ragioni del Comune. Anal. franc. t. 1. p. 231-232.

[16] Fr. Bartolomeo da Pisa ci fa sapere che questo Vicario era Pietro Cataneo: ma questa notizia è errata.

[17] Al principle della religione i primi sei compagni avevano facoltà di ricevere all’ordine gli aspiranti: in seguito S. Francesco si riservò questa facoltà; ma nel 1219 la commise ad un vicario della Porziuncola, e in breve tutti i ministri nelle loro provincie ebbero queste facoltà.

[18] II Celano racconta che questo fatto awenne nell’eremo di Sarteano.

[19] Matteo, 8, 20; Luca, 9, 58.

[20] Matteo, 6, 25 e segg.

[21] Il convento dell’Alberino nel luogo di Ravacciano.

[22] Fr. Leone si rivela con queste parole autore dello Specchio di perfezione.

[23] Un’altra volta, racconta S. Bonaventura, passando il beato Francesco per Puglia, appresso di Bari, vide in terra una grande borsa che pareva piena di danari. Il compagno suo lo incominciò inducere a torre la detta borsa, dicendo  Daremo quel danaro ai poveri. La qualcosa beato Francesco non consentì, dicendo che in quella borsa era cosa fatta dal diavolo. Ma insistendo l’altro, il beato Francesco disse che togliesse la borsa, e incontanente uscì da quella un gran serpente. O frate, disse allora Francesco, la pecunia non è altro ai servi di Dio, se non diavoli e serpente velenoso!» (Cap. VII, 5).

[24] S. Eleuterio è un eremo a mezz’ora a N. di Rieti, poco disopra la chiesa di questo Santo consacrata da Innocenzo III il 14 agosto 1198.

[25] Nel tempo che fu approvata da Onorio III la Regola, (25 novembre 1223), S. Francesco stando in Roma fu albergato dal cardinale Ugolino, ma i demoni avendolo perciò battuto, fuggì da Roma e si ritirò a Greccio ove nella festa di Natale istituì il Presepio.

[26] Questo fatto negli Actus S. Francisci in Valle Reatina, è descritto con maggiori particolari.

[27] Dopo la morte del cardinale Giovanni di S. Paolo che fu primo protettore di Francesco, Ugolino trovandosi a Perugia con la corte pontificia, offrì la sua protezione a Francesco, e recatosi il 29 maggio in Porziuncola al Capitolo di Pentecoste, fu edificato della povertà dei frati. Divenuto papa prese il nome di Gregorio IX.

[28] Ancor oggi Bagnara a Est di Nocera. A cavaliere della via che conduce ai Bagni di Nocera, e poco lungi da Bagnara, è un convento dei Minori Osservanti, ora abbandonato, detto l’Eremita, e quivi forse trovavasi S. Francesco quando i cavalieri andarono per ricondurlo in Assisi.

[29] Il Celano chiama questo castello col nome di Satriano. Se ne veggono ancora le rovine nella località detta le Montarelle.

[30] Questo avvenne forse quando S. Francesco, trovandosi a Roma per l’approvazione della Regola del 1223, ed essendo ospite del cardinale Ugolino, fu angustiato dal timore di dare cattivo esempio ai frati.

[31] La capanna di Rivo Torto, che faceva parte del lazzaretto dei lebrosi, e del quale esistono ancora due cappelle vicine di S. Rufino d’Arce e di S. M. Maddalena, fu il primo luogo che tennero i frati fino al 1211, quando portarono la loro dimora alla Porziuncola. Rivo Torto si trova 20 minuti a Est di questa sulla strada di Foligno.

[32] Luca, 12, 32.

[33] Matteo, 25, 40.

[34] Testamento di S. Francesco, V. Florilegio Francescano di Guido Battelli, Torino 1923, pag. 153 e segg.

[35] Si inferma in Porziuncola il B. Silvestro, il Santo padre vedendolo voglioso d’uva lo conduce in una vigna vicina, lì benedice l’uva, e mangiandone, subito guarisce. L’Umbria Serafica. Vedi Misc. Franc. An. II, p. 30.

[36] Il Celano, nella Seconda Vita, ci fa sapere che il mantello l’ebbe in prestito da un uomo di Tivoli, e S. Francesco trovavasi allora nel palazzo del vescovo Marsicano.

[37] Nel tempo della sua ultima infermità Elia lo fa ricondurre da Siena a Cortona, poi in Assisi nel palazzo del Vescovado.

[38] Mentre tornava da Siena ad Assisi.

[39] Paesello posto sopra un colle a sinistra della via che da Assisi va a Perugia, e dista pochi minuti da Ponte S. Giovanni. In queste vicinanze Francesco cadde prigione nella battaglia combattuta il 1204 tra Assisani e Perugini.

[40] Questo fatto è narrato con i particolari della tradizione viva negli Actus S. Francisci in Valle Reatina.

[41] Tommaso d’Eccleston racconta che uno di questi fu frate Lorenzo che spesso conversò col Santo, e ottenuta la sua tonaca e la benedizione, fece ritorno in Inghilterra. Anal. franc. t. 1, p. 219.

[42] Nella Leggenda dei Tre Compagni narra fr. Leone che Egidio fu ricevuto alla Porziuncola.

[43] È questo forse il paesello di Rocca S. Angelo, due ore a N.-O. di Assisi, ove fu uno dei primi conventi francescani; o la villa di Brizignano posta un’ora a N. di Assisi?

[44] Giob. 31, 18.

[45] Pietro Cataneo si unì a S. Francesco il giorno stesso che lo seguitò Fr. Bernardo da Quintavalle. Era canonico della Cattedrale di Assisi e dottore di diritto canonico e divino. Accompagnò S. Francesco nel viaggio d’Oriente e fu creato ministro generate nel settembre 1220. Morì passati pochi mesi e fu seppellito nella Porziuncola, e la pietra sepolcrale vedesi ancora incastrata nella parete esterna della S. Cappella.

[46] Apoc. 3, 19.

[47] L’incontro dei due santi avvenne tra il dicembre 1217 e l’aprile 1218, epoca in cui anche Ugolino trovavasi in Roma.

[48] Il Celano nella Vita Seconda, ci narra che questi fu frate Barbaro, annoverato tra i primi dodici compagni di S. Francesco dai cronisti del secolo xiv.

[49] Nelle Conformità, (ediz. 1510, p. 184, a 2) leggiamo che S. Francesco avendo pregato un barbiere. di raderlo per amore di Dio, quei gli disse che ciò avrebbe fatto se lo rassicurava ch’ei sarebbe stato degli eletti: e S. Francesco ammaestrato da Dio, ne lo rassicurò. Il che essendo venuto a notizia di un frate predicatore, questi domandò al santo se ei avesse ciò affermato e con quale presunzione. A cui Francesco: Quei me lo rivelò che mi disse essere tu caduto questa notte in tale peccato mortale.

[50] Ezechiel. 3, 18.

[51] Guido o Guidone vescovo di Assisi in quel tempo, si rivela profondo conoscitore dell’animo umano, avendo intuito e favorito in Assisi e a Roma l’altissima missione di Francesco: e fu di grande energia sostenendo i suoi diritti contro la prepotenza dell’autorità civile che fu costretta a chiedergli scusa del suo torto.

[52] Reggeva allora quell’importante monastero l’Abate Teobaldo I.

[53] Questo pesce di cui sono ghiottissimi i Perugini (Buffalmacco con artistico dispetto ne fece l’aureola al loro patrono S. Ercolano) si trova in abbondanza nelle acque del Trasimeno e del Chiagio.

[54] Nella villa di Nottiano sul versante Est del Subasio è ancora viva la tradizione del B. Giovanni che i paesani chiamano l’umile. Poco lungi dal paese, nel vocabolo, le Coste, è ancora una grotta ove S. Francesco si raccoglieva ad orare.

[55] Di questo frate non abbiamo altre e più precise notizie.

[56] L’ospedale di cui qui è parola, trovavasi presso Rivo Torto.

[57] S. Pietro di Bovara, chiesa di buona architettura, esiste ancora presso le sorgenti del Clitunno, ed è probabile traesse il nome dalle mandre di buoi che ai tempi de’ Romani ivi si raccoglievano.

[58] Miscell. fr. t. II. (1887) p. 158. Nacque dalla famiglia Divini nella terra di Lisciano, villaggio vicino ad Ascoli Piceno. Aveva sortito il nome di Guglielmo, per cui in alcune antiche cronache si trova denominato Guglielmo da Lisciano. Ei fu alla corte di Arrigo Imperatore di Germania e Re di Sicilia, del quale festeggiò l’ingresso in Napoli con versi italiani. Fu poi conosciuto dall’Imperatore Federico II che lo fece incoronare poeta, onde appunto veniva generalmente chiamato Rex versuum. Attese anche alla musica, ma per una visione che ebbe, lasciato il mondo, si mise sotto la regola di S. Francesco e fu suo compagno facendosi molto amare per la sua singolare mansuetudine e tranquillità d’animo. Mentre stava per passare in Francia (Spec. perf. Cap. 65) nella qualità di provinciale nel 1220, cessò di vivere, avendo riportato il nome di Beato. Quindi cade l’ipotesi di alcuni i quali scrissero che fr. Pacifico avesse vestito di forma poetica e il Canto di frate Sole e le altre canzoni attribuite a S. Francesco.

[59] La Piazza grande, esiste quale era in quei tempi, leggermente modificata. Nel secolo XVII la tradizione raccontava che S. Francesco in quella occasione predicò dal pulpito che era presso la chiesa di S. Nicolò, oggi caserma dei Carabinieri. Ancora si vede, sul lato che dà sulla piazza, un basamento di pulpito in pietra che nel 1352 i frati allogarono a maestro Crispolto da Bettona.

[60] La quaresima di S. Martino, spesso osservata nel Medio Evo, cominciava il dì dell’ottava d’Ognissanti e finiva a Natale, alla qual festa era di preparazione, come la quaresima principale preparava alla festa di Pasqua.

[61] Il villaggio di Poggio Bustone lontano 16 km. da Rieti. Quivi era il Convento dei francescani oggi abbandonato, e mezz’ora più lontana la cella ove S. Francesco si raccoglieva.

[62] Questo Capitolo tenuto nel 1217 alla Porziuncola ha un’importanza capitale per la cronologia del movimento francescano, permettendo di fissare l’anno in cui furono ordinate le grandi missioni francescane fuori d’Italia.

[63] Uno di questi ferri da far ostie si conserva ancora nel convento di Greccio nella valle di Rieti.

[64] Un’altra versione narra che questo avvenne a Monte Casale, eremo lontano due ore di cammino da Borgo S. Sepolcro. Da quell’eremo in un quarto d’ora si giunge a Sasso Spicco, immenso emiciclo di rocce nel cui centro riunendosi le acque dei dintorni formano una cascata alta 60 m. Sotto queste rocce gigantesche sono dei nascondigli ove i primi francescani amavano raccogliersi.

[65] Poi ch’ebbe scritto la regola a Fonte Colombo si recò a Roma perchè Onorio l’approvasse, come fece, confermandola con bolla del 29 novembre 1223.

[66] Leone Brancaleone cardinale prete di S. Croce di Gerusalemme: morì nel 1228.

[67] Fr. Angelo Tancredi fu il primo cavaliere che entrò all’ordine e seguitò Francesco quando questi, che recavasi a Roma nel 1210 per chiedere ad Innocenzo l’approvazione della prima regola, s’incontro con lui a Rieti sua città natale. Gli Actus B. Francisci in Valle Reatina, ci narrano con poetica semplicità le circostanze di questa conversione: da qui la desume il Waddingo che trovo gli Actus fioriti di tale semplicità francescana da attribuirli ad uno de’ primi compagni di S. Francesco: a Fr. Angelo da Rieti.

[68] Nei primi tempi dell’ordine i frati si acconciavano volentieri in qualità di domestici presso qualche prelato, o nei conventi, come Francesco ne aveva dato l’esempio nei primi giorni della sua conversione, quando, spogliato dai ladroni, chiese ricovero in un monastero presso Caprignone e ivi rimase alquanti dì aiutando i servi nei più umili uffici, coperto di sola camicia e cibandosi della broda che avanzava ai frati.

[69] Anche in questa istituzione Francesco ci si rivela sapiente ordinatore e prudente imitatore del suo ideale cavalleresco. Carlo Magno, come tutti i grandi rettori di popoli, conobbe che per governar molti è duopo raccogliere il consiglio e la prudenza di molti, perciò convocava i suoi campi di Pasqua e di Natale: Francesco nei due capitoli di Pentecoste e di S. Michele raccoglieva tutti i frati suoi, ne ascoltava i bisogni, dava e riceveva consiglio, e prendeva e eseguiva quelle solenni deliberazioni che influivano poi nella vita ed incremento dell’ordine. Questo capitolo delle Stuoie è rimasto tra i più celebri e i Fioretti nel cap. XVIII ce ne danno una dettagliata e poetica descrizione.

[70] Il B. Corrado da Offida risplendette per virtù soavissime e fu per l’assidua contemplazione quasi un altro fr. Egidio. Morì nel luogo di S. Croce in Bastia nel 1306, ma nel 1320 i Perugini, espugnata la terra, ne rapirono il corpo che portarono nella chiesa di S. Francesco al Prato in Perugia.

[71] Matt. 25, 21.

[72] Salm. 126, 6.

[73] V. 1 Sam. 2, 5.

[74] Questi fu frate Eletto, il quale in tenera età, essendo Elia generale dell’ordine, colse la palma del martirio.

[75] Questo capitolo rivela a maraviglia lo scopo polemico dell’opera: essendo l’antitesi perfetta della vita e del carattere di Elia, ne è per conseguenza il più fiero rimprovero.

[76] Salm. 119, 106.

[77] Fr. Bernardo da Quintavalle, il quale era de’ più nobili de’ più ricchi e de’ più savi della città di Assisi, fu il primo a seguitare S. Francesco e questi lo amò come primogenito sopra ogni altro frate e risplendette per santità di vita e per miracoli che illustrarono la sua morte. Un’antica tradizione vuole che il palazzo Sbaraglini sia l’antica dimora ove Bernardo accolse S. Francesco.

[78] Fr. Angelo Tancredi da Rieti V. §  40.

[79] Fr. Masseo da Marignano di Assisi fu uomo di grande santità, discrezione e grazia nel parlare di Dio: per la qual cosa S. Francesco molto lo amava e lo ebbe compagno in molti solenni momenti di sua vita. Morì pieno di meriti nel 1280 secondo il Waddingo, e fu sepolto in Assisi presso la tomba del suo maestro.

[80] L’amena semplicità di frate Ginepro divenne proverbiale nell’ordine, e S. Francesco soleva dire ai frati: Volesse Iddio che di tali Ginepri io n’avessi una magna selva!

[81] Giovanni delle Lodi fortissimo di corpo e chiaro per l’esercizio delle virtù, fu meritevole di toccare la piaga del costato di Francesco quando questi viveva ancora, e il corpo di lui riposa nel convento di Bettona accanto a quello di S. Crispolto. An.fr. i. III, p. 225. All’incontro fra Salimbene, p. 410, lo chiama crudele e fiero e tormentatore e pessimo carnefice, poichè applicava ai frati le punizioni corporali senza misericordia, giusta l’ordine di Elia. Ma del primo parere sono frate Leone, il compilatore della Cronaca dei XXIV gen., S. Bonaventura e il Pisano, mentre il giudizio di fra Salimbene che spesso si allontana dalla verità, per infamare Elia e i suoi aderenti, non può essere tenuto in verun conto.

[82] Fr. Lucido è conosciuto per questa frase ed è compreso tra i zelatori perseguitati.

[83] Di questo frate non abbiamo altre notizie.

[84] Tutti gli storici ricordano questo fatto, ma negli Actus S. Fr. in valle Reatina è narrato con tanta semplicità e ricchezza di circostanze che sembra di assistere a quella scena.

[85] Luca, XVII. 6.

[86] Vedi 120.

[87] Negli Actus in Valle Reatina leggiamo: Questo luogo per divozione del beato Francesco, lo consacrò di sua mano Gregorio papa IX, e ivi nel medesimo giorno registrò nel catalogo dei Santi il chiarissimo confessore Domenico dell’ordine dei predicatori. La chiesa lasciò il nome di San Fabiano, e oggi si chiama della Foresta, o del Bosco, dai boschi che la circondano. Ancora porta questo nome insieme col pittoresco convento che vi è unito, abitato dai frati Minori Riformati.

[88] Lo squalo è un pesce bianco del fiume, e il cuppus gammarorum è un pasticcio composto di polpa e di succo di gamberi, con noci e altre spezie. Actus in Valle Reatina. Cap. III.

[89] La parola Assisi del testo latino, nel Ms. Bolognese 2697, è scambiata con «maxime qui

[90] Madonna Giacoma de’ Settesoli, che S. Francesco aveva conosciuta e convertita a Roma, vuole la tradizione che appartenesse alla famiglia dei Frangipani. Dopo la morte di S. Francesco ella prese stanza in Assisi presso la tomba del suo padre spirituale; e sotto il pergamo della chiesa inferiore della Basilica di Assisi, si vede un affresco, guasto da ritocchi, colla iscrizione: Hic jacet jacoba sancta nobilisque romana: quivi giace Giacoma santa e nobile romana; ove è rappresentata in abito di terziaria. La data della sua morte è fissata nel 1239, però vi sono delle cause che fanno dubitare dell’autenticità di questa data e condurrebbero a credere che nel 1273 fosse ancora in vita.

[91] La distanza tra Roma e Assisi è di circa km. 160 per la via carrozzabile.

[92] Il pensiero medievale considerava volentieri ogni cosa materiale come il simbolo di un concetto divino, come una parola divina concretata nella realtà. Ricorda i versi di Alano de Lille:

Omnis mundi creatura,

Quasi liber et pictura,

Nobis est et speculum

Nostrae vitae, nostrae mortis,

Fidele signaculum.

- Vedi in proposito Q. BATTELLI: I libri naturali del Tesoro di Brunetto Latini. Firenze, Le Monnier 1917.

[93] Questo è l’ospedale de’ Crucigeri, S. Salvatore delle pareti, o di Pallereto, detto anche Ospedalicchio, oggi casa Gualdi. Quivi era frate crucigero Moricone prima di unirsi a S. Francesco. Il corteo uscendo dal vescovado si diresse alla Portaccia, allora una delle porte principali, scese fino al villaggio di Valecchie, prese a destra la via Francesca che serpeggia la base della collina e riunisce S. Salvatore, Valecchie, S. Damiano. Giunto il corteo all’Ospedalicchio, riprese la via maestra che porta alla Porziuncola e che si conserva quale era a quel tempo.

[94] Il testo più comune di questa benedizione, è più breve e laudativo, e quasi profetico. Sopra la Porta Nuova in Assisi si legge come segue: Benedicta tu a Domino (Sancta Civitas Deo fidelis) quia per te animae multae salvabuntur et in te multi servi Attissimi habitabunt et de te multi eligentur ad regnum aeternum.

[95] Tutti i manoscritti dello Spec. perf. sono concordi in queste date. La prima ha bisogno di esser corretta, perchè è certo che S. Francesco morì in eta di 45 anni. – L’anno della morte è computato secondo il calcolo pisano che ha nove mesi e sette giorni di vantaggio sopra il nostro computo; per noi dunque è il 1226.

[96] Questa santa olandese ignota affatto in Italla, ci rivela che il trascrittore del codice conservato alla Biblioteca Mazzarino di Parigi e pubblicato dal Sabatier era nativo d’oltralpe.

[97] Anche questa data dev’essere corretta, perchè il testo fa ricordo di avvenimenti, come la morte di Bernardo da Quintavalle (§ 107), posteriori assai al 1228. Probabilmente vi fu uno scambio di lettera, e dovrebbe leggersi MCCCXVIII, come nel Codice di Borgognissanti in Firenze. Vedi Facchinetti, La questione francescana, Quaracchi 1914, pag. 13.

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Ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2011