LEGGENDA DI SAN FRANCESCO D’ASCESI

[Legenda trium sociorum]

scritta dalli suoi compagni che tutt’hora conversavano con lui.

a cura di Fr. Marcellino Da Civezza e Fr. Teofilo Domenichelli

dei Minori

edizione italiana

Edizione di riferimento:

La Leggenda di San Francesco scritta da tre suoi Compagni (legenda trium sociorum) pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità dai Padri Marcellino da Civezza e Teotilo Domenichelli dei Minori, Roma Tipografia Editrice Sallustiana (Mater Amabilis, Via S. Nicola da Tolentino, MDCCCXCIX . 

LEGGENDA di San Francesco d’Ascesi

scritta dalli suoi compagni

che tutt’hora conversavano con lui

««Questo è uno scritto dei tre compagni del Beato Francesco

sulla vita e sulle sue parole in abito secolare, sulla mirabile

e perfetta sua conversione e sulla perfezione delle origini,

del fondamento dell’Ordine in lui e dei suoi primi fratelli.»»

Lettera scritta al Padre Generale dai tre compagni

di San Francesco d’Ascesi.

Al reverendo in Christo Padre frate Crescentio, per la gratia de Dio Generale Ministro, frate Leone, frate Ruffino et frate Angelo, in qua dietro compagni, avvegnachè indegni, del beatissimo Padre Francesco, riverentia nel Signore debita et divota.

Conciossiacosachè, del commandamento del prossimo passato Capitolo generale e del vostro, siano tenuti i Frati i segni et i miracoli diel beatissimo Padre Francesco, i quali sapere e trovare si possino, alla vostra Paternità dirizzare; è paruto a noi, che con lui, avvegnachè indegni, tutto il dì usati fummo et conversati, poche cose di molti suoi fatti che per noi vedemmo, et per gl’altri santi Frati sapere habbiamo potuto, et spetialmente per frate Filippo, visitatore delle Povere Donne, frate Illuminato da Rieti, frate Masseo da Marignano et frate Giovanni, compagno del venerabile frate Gilio, e della santa memoria frate Bernardo, primo compagno del beato Francesco, alla santità vostra, premessa la verità, scrivere; non contenti narrare solo i miracoli, i quali la santità non fanno, ma dimostrano; ma etiandio della santa conversatione i segni et dimostrationi desideranti mostrare, et della pia beneplacita volontà, ad laude et gloria del sommo Dio et del detto Padre Santissimo, et ad edificatione di quelli che vogliono i detti suoi vestigii seguitare. Le quali cose in modo di leggenda non scriviamo, perchè della sua vita et miracoli, che in qua dietro per lui il Signore operato ha, sono fatte leggende. Ma, come d’un prato ameno, carpiti habbiamo secondo la nostra volontà alcuni fiori più belli, non seguendo la continuata storia; ma molte cose distese et lunghe lassando, le quali nelle predette leggende son poste sì per vero che per ornato parlare; con le quali queste poche cose che scriviamo, le potrete fare inframmettere, se la vostra discretione vederà esser giusto. Crediamo veramente, che se alli venerabili huomini, che le predette leggende composero, queste cose fossero state note, non l’harrebbono ommesse; ma etiandio almeno quelle in parte con loro bello parlare l’harrebbono ornate et lassate a’ posteri. Sempre la vostra Paternità sia salva et intera nel Nostro Signor Giesù Christo, nel quale noi, vostri figliuoli divoti, alla vostra santità ci raccomandiamo umilmente.

Dato nel luogo di Greccio 11 agosto 1346.

Capo I

Della natività di San Francesco, et della vanità

et prodigalità che tenne nel secolo.

Francesco, della città d’Ascesi nato, la quale è nella valle di Spoleto, Giovanni fu prima dalla madre Pica, donna honesta, chiamato; ma dal padre Pietro di Bernardone, mercante, all’hora ritornante di Francia, nella cui assentia era nato, Francesco è dapoi chiamato.

Questo, poichè fu adulto, cioè di anni quattordici, et di sottil’ingegno fatto, l’arte del padre, cioè del vendere et del comprare, esercitò in mercantie, ma troppo dissimilmente; perciochè assai più giocondo et più liberale del padre, dato a’ giuochi et a’ canti per la città d’Ascesi, de dì et de notte, hora in là, hora in qua, andante, dalli suoi simili accompagnato, era nello spendere larghissimo, intantochè tutte le cose, ch’havere et guadagnare potea, in mangiare et altre cose le consumava. Per la qual cosa molte fiate era ripreso dal padre et dalla madre, dicendogli che sì grandi spese facea et a sè et agli altri, che non come loro figliuolo, ma come d’un gran principe, si dimostrava. Ma perchè il detto padre et la madre erano ricchi et con tenerezza lo amavano, in queste cose lo comportavano per non volerlo turbare.

Ma la madre sua, udendo dalli vicini parlare della sua grande larghezza et prodigalità, rispondeva: «Che pensate del mio figliuolo? Ancora sarà figliuolo di Dio per gratia».

Ed esso non solamente in queste cose era largo, ma prodigo, et eziandio ne’ vestimenti in molti modi spendeva, facendo i panni più cari et di più pregio, et vestendo più che a lui si convenisse havere. Nella curiosità tanto era vano, che alcuna fiata in quel vestimento medesimo il panno assai caro col panno vilissimo facea cucire.

Ma era nelli costumi cortese et costumato naturalmente; et nel parlare, secondo il suo proponimento, a nessuno dicea parola ingiuriosa o brutta. Anzi, essendo giovane pieno di spassi et lascivo, propose nella sua mente, a chi gli dicesse parole brutte non gli rispondere. Onde per questo la fama sua quasi per tutta la provincia era tanto divulgata et stesa, che da molti che lo cognoscevano, si dicea ch’era cosa di qualche gran frutto.

Dalli quali gradi di virtù naturali a questa gratia fu provocato et chiamato, che a sè medesimo convertito dicea: « Poichè largo et cortese se’ appresso gli uomini, dalli quali niente riceverai, se non favore transitorio et vano; giusta cosa è che per Dio, ch’è larghissimo in ritribuire, sii largo et cortese ai poveri.» Et dava loro limosine abbondantemente. Et avvengachè fusse meritamente dispensatore, da mercante era vanissimo della ricchezza secolare.

Stando in bottega un dì, dove i panni vendeva et a ciò stava sollecito, venne un povero a lui, et domandògli limosina per amor di Dio, et esso detento et astretto dalla cupidità et desiderio delle ricchczze, et dalla cura et pensiero della mercantia, la limosina gli denegò, et non gli la diede. Risguardato dalla divina gratia, sè medesimo riprese di gran villania, dicendo: «Se per un gran conte o barone quel povero t’havesse alcuna cosa dimandato, certo gli harresti dato tutto quello che domandato t’havesse; tanto maggiormente adunque per lo Re della gloria et Signore de tutte le cose, quella limosina doveigli dare». Per la quale cagione dapoi nel cuor suo propose per tanto Signore le cose dimandategli non negare.

CAPO II.

Come fu imprigionato a Perugia, et dua visioni che hebbe.

Un tempo essendo la guerra tra Perugia et Ascesi, preso fu Francesco con molti suoi cittadini, et menato prigione a Perugia: ma perchè era nobile de costumi, fu con li cavalieri imprigionato. Et questi suoi compagni prigioni quando un dì s’attristassero, egli, che naturalmente era alegro et giocondo, non mostrava di attristarsi, ma per qualche modo alegrarsi; per qual cosa uno de’ compagni lo riprese come insano, perchè, cioè, stando costretto in prigione, saltava. Alle quali cose Francesco con viva voce risponde: “Che pensate di me? Anco sarò adorato per tutto il mondo». Et quando uno de’ cavalieri, alli quali era aggiunto, ad uno delli prigioni ingiuria havesse detta, et per questo tutti gl’altri lo volevano lassare, solo Francesco la compagnia non gli dinega, ma prega gl’altri che non lo abbandonino.

Et finito l’anno, fatta la pace fra li predetti cittadini, Francesco con li suoi concivi prigioni ad Ascesi ritornò. Dapoi a pochi anni un nobile della città d’Ascesi mettesi in punto, come huomo d'arme, per andare in Puglia al soldo et per onore et guadagno. Udito questo. Francesco desidera andar con lui; e detto a lui da un cavaliere, Gentile di nome, che sia huomo d’arme, panni pretiosi apparecchia, povero più che il suo cittadino di ricchezza, ma di larghezza più abondante.

Et quando a fornir questo con tutta intentione fosse disposto et seguire questo camino, una notte è visitato dal Signore, il quale tira lui desideroso di fama, di gloria, et per visione lui alletta et esalta.

Et quando in quella notte dormiva, gli apparve uno, et chiamollo per nome, et condusselo in un palazzo grande et dilettevole, pieno d’arme di cavalieri, cioè splendenti scudi, et di tutt’altri apparati pendenti al muro, spettanti ad ornato di militia et cavallaria. Et stando in quella visione di quel palazzo et alegrandosi molto, che cosa fosse questa, et con lui assai maravigliandosi, dimandò de cui fussero quest’arme di tanto splendore rilucenti, et questo palazzo così dilettevole. Risposto gli fu, che tutte queste cose col palazzo erano sue et delli suoi cavalieri.

Et risvegliato, con alegro animo si levò la mattina come huomo secolare et mondano, pensando, come quello ch’ancho lo spirito di Dio pienamente non havea gustato, se in questo dover magnificamente esser posto in alto. Et reputando la visione per presagio di gran prosperità, delibera andar in Puglia, acciocchè sia fatto cavaliere dal sopraddetto Conte; ma tanto è diventato piu lieto che l’usato, [che] a più risguardanti et interroganti onde venisse che tanta letitia in sè havea, e’ rispondendo dicea, ch’egli dovea venire et essere un gran principe; et perchè verso lui era venuto un grand’inditio et dimostramento il dì innanzi precedente la visione, si crede essere stata non piccola cagione, perchè tutti li suoi vestimenti, che di novo havea fatti, honorevoli, curiosi et cari, ad un povero cavaliere l’havea donati in quel dì.

Et avendo dunque pur camminato et essendo andato insino a Spoleto per andare in Puglia, incominciò alquanto pensare del suo viaggio; et svegliato nientedimeno dal sonno, udì, mezzo dormendo, da uno che lo domandò dove desiderava andare al quale Francesco havendo tutt’il suo proposito rivelato, quello gli disse: «Chi ti puol far meglio, o il Signore, o ’l servo?» Al quale rispose: «Il Signore mi puol far meglio.» «Adunque perchè lassi il Signore per lo servo, et il Principe per lo ricco?» E Francesco disse: «Che vuol ch’io faccia, Signore?» Esso rispose: «Ritorna nella terra tua e saratti detto quello che tu debbi fare, perocchè la visione, che tu vedesti in sonno, altrimenti ti bisogna intenderla.»

Et vegghiando, incominciò di questa visione ad essere quasi tutto estravagato per grande letitia, desiderando la temporale prosperità. Et così in questa letitia si raccolse dentro in sè, tutto maravigliando et considerando in quella notte, che nessuna forza havea a poter dormire; sì diligentemente pensava in questo.

Et la mattina per tempo verso Ascesi ritorna prestamente, lieto et alegro assaissimo, aspettando la volontà de Dio, che in questo gli sia dimostrata, et della salute sua da lui consiglio se gli dia; permutato nella mente, ricusa hormai d’andare in Puglia, et desidera se colla divina volontà conformare.

CAPO III.

Come il Signore prima visitò il suo cuore con mirabile dolcezza.

Dapoichè ad Ascesi fu tornato, dopo non molti dì, dapoi una sera da’ suoi compagni è eletto potestà, ovvero signore, che secondo la sua volontà facesse le spese. Fe’ adunque una fornita cena apparccchiare, come molte volte haveva fatto. Et così refetti [1], uscendo di casa, li compagni che passavano innanzi andando per la città cantando, et portando esso la bacchetta in mano come signore, un poco andava indietro da loro, non cantando, ma diligentemente pensando.

Et come subito è visitato dal Signore Dio, et di tanta dolcezza è ripieno il cuor suo, che non potea parlare, nè muoversi, nè altra cosa poteva sentire, nè udire, se non quella dolcezza; perchè dal sentimento carnale l’havea sì estratto di sè, che, come esso disse poi, se fosse tutto frustato et inciso, non si saria potuto muovere del luogo.

Et quando li suoi compagni guardassino indietro, et vedessino lui così rimoto da loro, ritornando indietro a lui, impauriti et sbigottiti guardano et veggiono lui come se fosse mutato in un altro huomo; et domandarono lui, dicendo: «Che pensasti, che non venisti dopo noi? [2]. Forse pensasti di pigliar moglie?» Alli quali esso con viva voce rispose: «Vero dicesti, perchè più nobile, et più ricca, et più bella sposa, che mai vedess’io, ho pensato di pigliare.» Et feronsi beffe di lui; ma questo non disse da sè, ma dal divino Spirito inspirato; perocchè essa sposa fu la vera Religione, che ricevette, di tutte l’altre più nobile, più ricca, più bella, ch’è la povertà.

Et da quell’hora innanzi cominciò ad invilirsi et disprezzare quelle cose, che prima havea havuto in amore; ma non ancora pienamente; perocchè non era ancora in tutto dalle vanità del secolo disciolto. Studiavasi un poco da secolar tumulto sottrarsi, et riponersi nell’interiore huomo, Giesù Christo; et la margherita [3], la quale comperare desiderava, vendute tutte le cose, agli occhi degl’ingannati nascondendo. Spesse fiate, e quasi tutto dì all’oratione segretamente andava, a ciò stesso constretto per la detta dolcezza per qualche modo, la quale spesse fiate visitando lui, a oratione, di piazza et da altri pubblici luoghi, lo spingeva [4] et sollecitava.

Et avvengachè per l’addietro fusse stato benefattore de’ poveri, all’hora però più fermo nel suo cuore propose, a veruno povero, che gli domandasse la limosina per Dio, d’all’hora innanzi mai non dinegarli; ma più liberamente et più abbondantemente, che l’usato, le elemosine fare. Sempre, adunque, che qualunque povero da lui fuor di casa la limosina dimandava, de’ denari li provedeva, se potea; et quando non denari, la berretta o la correggia gli dava, acciocchè povero non si partisse voto et senza qualche cosa. Et se questo non havea, andava a qualche occulto luogo, et spogliavasi la camicia, et quivi segretamente mandava il povero, che la togliesse per amor de Dio.

Comperava etiandio panni, ch’erano bisogno a ornamento delle chiese, et quelli alli poveri preti più segretamente li mandava. Et quando in assentia del padre egli rimanesse, avvengachè solo con la madre desinasse, nientedimeno la mensa empiva di pane, come se per tutta la famiglia fusse apparecchiata. Onde esso domandato dalla madre, perchè ponea tanti pani in tavola, rispose, questo facea per le limosine, che volea dare. Or la madre, perchè amava lui piucchè veruno de’ figliuoli, queste cose gli comportava, et osservava quello che per lui si facea, et molto sopra queste nel suo cuore si meravigliava, come che usava il suo cuore apponer verso lui quando era chiamato dalli compagni suoi: il quale era dalla loro compagnia tanto incitato et imbricconito, che molte fiate da mensa si levava, etiandio se puoco avesse mangiato, lassando suo padre et madre in afflitione per così disordinata partita. Così era il suo cuore hora tutto attento a vedere i poveri et udire, alli quali potesse le limosine dare per Dio. Adunque per la divina gratia così permutato, avvengachè anco fusse in habito secolare, desiderava essere in qualche città, che come huomo non conosciuto gli panni proprii si spogliasse et i vestimenti qualche povero si vestisse, accattati in prestanza [5], et provasse l’amor de Dio la limosina domandare. Patto fu in quel tempo, ch’esso andò a Roma in quel peregrinaggio et per lo perdono; et intrando nella chiesa di San Pietro, considerò le offerte d’alcuni esser poche, et disse intra medesmo: «Conciossiacosachè il Principe degli Apostoli sia magnificamente da essere honorato, perchè queste piccole offerte nella chiesa, dove il suo corpo si riposa?» Et così con gran fervore pose mano alla borsa, et piena di denari la trasse; et gittando quelli per la finestra dell’altare, grandissimo suono ei fero, che de sì magnifica offerta tutti i circostanti si meravigliarono. Et uscendo di fuore, innanzi alla porta della chiesa, dove molti poveri erano a domandar limosine, hebbe segretamente certi pannicelli in prestanza d’un poverello huomo, et levandosi li suoi, vestì quelli; et stando nelli gradi della chiesa con gl’altri poveri, domandava la limosina per amor de Dio in modo gallico, imperocchè volentieri in lingua gallica favellava, avvengachè in quella lingua direttamente non sapesse parlare.

Dapoi spogliandosi gli detti pannicelli, e ripigliando li suoi, ritornò ad Ascesi, et incominciò ad orare et pregare Dio, che dirizzasse la via sua. Et a nessuno suo secreto rivelava, nè voleva in questa parte il conseglio di veruno, se non de Dio solo, che haveva incominciato la sua via dirizzare, et alcuna volta del vescovo d’Ascesi; perciocchè a quel tempo non era veruno che conoscesse vera povertà, la quale esso sopra tutte le cose desiderava di questo mondo, che volle in essa vivere et morire.

CAPO IV.

Come incominciò a vincer sè medesmo,

et sentire gran dolcezza nelle cose contrarie.

Et orando un dì et ferventemente pregando il Signore, risposto fu: «Tutte le cose, che carnalmente hai amate, et haver hai desiderate, te le bisogna disprezzare, et tutte quelle odiare, se vuoi conoscere del Signore la volontà; et poichè questo incominciarai a fare, quelle cose che prima dolci et soavi ti parevano, ti saranno insopportabili et amare, et in quelle cose che ti erano prima horride et fatigose, assaggiarai gran dolcezza et smisurata soavità.»

Rallegrato adunque in queste cose, et in Dio confortato, cavalcando appresso Ascesi, si scontrò in un leproso. Et perchè havea hauto per usanza gli lebbrosi havere molto in abbominatione, fe’ forza a sè medesmo di scender di cavallo; et disceso gli offerse un denaio, et baciogli la mano; et ricevuto il bacio della pace da lui, rimontò a cavallo et seguitò il suo cammino. E dopoi ricominciò più et più volte sè medesmo contemnere et sprezzare, persino ch’a sua vittoria perfettamente la gratia de Dio venisse.

Et dopoi a pochi dì portando molti denari, andò allo spedale delli leprosi, et congregando tutti assieme, la limosina diede a ciascuno, et baciògli la mano. Et partendosi da essi, veramente quello che prima gli pareva amaro, cioè di vedere li leprosi et toccarli, in dolcezza è convertito. Tanto veramente, come dissi, gli era stata amara la vista delli leprosi, che non solo che non li volesse vedere, ma alle loro stanzie approssimare non si vorria. Et se alcuna fiata accadeva esso presso delle lor case passare, o veder loro, non per tanto che per pietà si movesse a far limosina a essi per interposta persona, ma ’l suo volto sempre voltava, et le nari sue del suo naso con le sue mani proprie obturava. Ma per la gratia de Dio si è fatto famiglio et amico de’ leprosi, che, come nel suo testamento lassò, intra quelli stava et a quelli humilmente serviva. Et alterato dopo la visitatione delli leprosi in bene, un suo compagno, il quale molto havea amato, al luogo rimoto con lui il menava, perchè dicea haver trovato un grand’et pretioso tesoro. Allegrasi quel’huomo non puoco, et volentieri va con lui quante fiate è chiamato. Il quale a una grotta, Francesco, acanto Ascesi spesse fiate menava, et intrando in essa solo, il compagno, che di fuora avea lassato sollecito per lo tesoro havere, di nuovo et singolare spirito perfuso, il Padre nascoso pregava, desiderando che nessuno sapesse quello che esso facesse dentro, se non solo Dio, che d’havere il detto tesoro assiduamente consultava.

La qual cosa attendendo ’l nimico dell’humana generatione, si sforza lui ritrarre dall’incominciato lavoro, dando a lui timore et horrore. Perocchè era in Ascesi una femina giobbosa et deforme, et fuor di natura, la quale quando il demonio all’huomo de Dio apparve, a memoria gli riducea, et minacciavagli, che quella giobbosità la gettaria a lui, se dal concetto proposito non se rimanesse. Ma il fortissimo cavalier de Christo, le minaccie del diavolo vilipendendo, dentro alla grotta divotamente orava, che Dio dirizzasse la sua via. Sosteneva veramente grandissima passione et ansietà di mente, non potendo riposare, per insino che con l’opera non fornesse quello che con la mente havea concetto: insieme varii pensieri succedenti, et de’ quali la importunità lui quasi più duramente perturba. Ardea in verità dentro del fuoco divino et non potea il concetto ardore della mente di fuora nascondere, nè celare. Et pentevasi ch’havea sì gravemente peccato, et non gli dilettavano più homai li passati mali, nè li presenti. Havea però hauto il modo et la fidanza d’astenersi dalli futuri. Pertanto quando usciva fuori della grotta, al compagno pareva in un altro huomo mutato.

CAPO V.

Del primo parlare del Crocifisso a lui, et come dopoi

portò nel cuore la passione de Christo per sino alla morte.

In un dì, quando la misericordia de Dio più ferventemente dimandasse, gli dimostrò il Signore, che gli fusse detto da hora inanzi quello che gli bisognasse di fare. Et all’hora di tanta allegrezza fu ripieno, che per letitia non capendo sè medesmo, et etiandio non volendo, di questi segreti alcune cose negli orecchi degl’huomini mandava. Cautamente et segretissimamente parlava, dicendo che in Puglia andar non volea, ma nella propria patria volea fare cose nobili et magne; ma come li suoi compagni videro lui così mutato da quelle cose, che era con la mente così dilungato, avvegnachè col corpo alcune fiate fusse con essi, quasi beffando, da capo dimandarono a lui: «Vuoi tu, Francesco, menar donna?» A’ quali, sotto certo parlare nascoso, rispose come di sopra espresso è.

Ma pochi dì passati, andando verso la chiesa di San Damiano, detto gli fu per spirito, che in essa ad orazione intrasse. Et intrato in essa, incominciò ferventemente ad orare dinanzi ad un’immagine del Crocefisso, la quale pietosamente et benignamente parlò a lui, dicendo: «Francesco, non vedi tu che la casa mia si distrugge? Va, adunque, et ripara et racconciami quella a me.» Et tremando, et meravigliandosi, rispose: «Io il farò volentieri, Signore.» Intese che di quella chiesa dicesse, che per lunga antiquità era in ruina.

Ma di quello parlare fu di tanta allegrezza ripieno, et di lume illustrato, che nell’anima sua veramente sentì essere stato Christo crocefisso che gli parlò. Et uscendo fuora della chiesa, trovò il sacerdote che sedeva a lato d’essa chiesa; et mettendo mano alla borsa, gli dà certa quantità di denari, dicendo: «Io ti prego, messer, che compri l’olio, et facci continuamente arder la spera dinanzi al Crocefisso; et essendo questa poca pecunia a questa opera consumata e spesa, anco da capo ti darò quanto ti bisognerà.»

Et da quell’hora fu sì ferito et liquefatto il cuor suo alla memoria della passion de Christo, che sempre, quanto visse, le stigmate del Signor Giesù nel suo corpo portò, come che dapoi evidentemente apparve per la rinnovatione di quelle medesme stigmate nel suo corpo mirabilmente fatte et chiarissimamente mostrate. Dapoi di tanta maceratione il suo corpo afflisse, che, sano et infermo, al suo corpo aspro et crudele troppo essendo, poco o non mai a sè perdonar vuolse. Per la qual cosa nel dì della sua morte con istantia confessò, sè molto in frate corpo haver peccato.

Un’altra fiata andava solo presso alla chiesa di Santa Maria di Portuncula, piangendo et uggiolando ad alta voce, et udendo un huomo spirituale, pensò ch’havesse qualche infirmità o dolore; et mosso per pietà verso lui, andò domandandolo perchè piangea. Et egli gli disse: «Piango la passione del mio Signore, per lo quale non mi dovrei vergognare ad alta voce ire piangendo per tutto il mondo.» Quello incominciò con lui fortemente a piangere ad alta voce.

Spesse fiate etiandio, quando da orazione si levava, parevano gl’occhi suoi pieni di sangue, perciochè havea pianto molto amaramente. Non solamente si affligea nelle lachrime, ma etiandio dall’astinentia del mangiare et del bere per la passione de Christo. Onde sedendo alcuna volta a mangiare con li secolari, e dandoglise veruni dilettevoli cibi al corpo suo, poco n’assaggiava di quelli, mettendo qualche scusa, perchè non paresse che per astinentia gl’havesse lassati. Et quando mangiava con li frati, ne’ cibi che mangiava, spesse fiate ponea la cenere, dicendo alli frati nel velamento della sua astinentia: Frate cenere esser casto.

Sedendo una fiata a mangiare, disse un frate a lui, che la Beata Vergine Maria nell’hora del mangiare era stata sì poverella, che non havea che dare al suo figliuolo a mangiare. Et udendo questo, l’huomo di Dio sospirò con gran dolore, et abbandonata la mensa, il pane sopra la terra mangiò. Molte fiate quando sedeva a mangiare, si riteneva et rimaneva, et non mangiando nè beendo, stava sospeso contemplando le cose celesti. Non voleva all’hora da veruna parola essere impidito, traendo alti sospiri dall’interiore del cuore. Diceva etiandio alli frati, quando udivano lui in sì fatto modo sospirare, laudassero Dio, et per lui fedelmente orassero. Queste cose del suo pianto et astinentia habbiamo dette incidentemente, perchè dimostrassimo esso dopo la detta visione et parlamento della immagine del Crocefisso, essere stato insino alla morte sempre alla passione de Christo conforme.

CAPO VI.

Come sfuggì le persecutioni del padre et delli suoi.

Dunque della detta visione et allocutione del Crocefisso allegro si levò, signandosi col segno della croce, et montando a cavallo, et pigliando li panni di diversi colori, alla città, che si dice Foligno, pervenne; e quivi, venduti il cavallo et tutte le cose ch’havea portate, alla chiesa di San Damiano subito ritornò; et trovando quivi un poverello sacerdote, con gran fede et devotione baciandogli la mano, gli diè tutti quelli denari che portava, et il suo proponimento per ordine gli narrò.

Stupefatto il sacerdote, et della sua conversione maravigliandosi, non lo voleva credere; et pensando che lo beffasse, non volle apresso di sè quelli danari ritenere. Et desso pertinacemente insistendo, alle sue parole si sforzava far fede, et pregava il sacerdote più forzatamente che lo lassasse stare con lui. Rimase pertanto contento il sacerdote che stasse con lui, ma, per paura de’ parenti, i denari non volle; li qual’il vero della pecunia disprezzatore, in una finestra gittando, come polvere gli avvilì.

Et stando egli nel detto luogo, il suo padre, come continuo investigatore, voltandosi, addimanda che sia fatto del suo figliuolo. Et avendo udito esso nel detto luogo essere così mutato, et in sì fatto modo conversare, toccato dentro col dolor del cuore, et turbatosi subito dell’avvenute cose, chiamati amici et vicini, cortissimamente corre a lui. Ma esso, perchè era nuovo cavalier de Christo, come udì le minaccie delli persequenti, perciocchè preseppe la venuta loro, diè luogo dell’ira al padre; et andando ad una nascosa fossa o caverna, che a questo s’havea apparecchiata, quivi per un mese intiero stette nascoso; la quale caverna ad un solo huomo di casa del padre era conosciuta, dove il cibo alcuna volta a lui dato, il mangiava occultamente, continuamente orando, con versi di lacrime bagnato, forse il Signore che liberasse lui da nociva persecutione, et che li suoi piatosi voti con suo benigno favore si forneria.

Et orando così ferventemente nel digiuno et pianto, diffidandosi della sua industria et virtù, la sua speranza tutta pose in Dio; il quale avvengachè egli stesse nelle tenebre, l’havea pure allustrato d’una ineffabile letitia, et alluminata chiarità. Per la quale tutto infiammato, lassata la fossa, verso Ascesi il cammino prese, non pigro, festino et lieto.

Et dell’armi della confidentia de Christo munito, et armato, et del divino calore infiammato, sè medesmo riprendendo della pigritia et vano timore, alle mani et alle percosse delli persequenti manifestamente si diè et espose.

Et vedendolo quelli, che prima l’haveano conosciuto, lo riprendevano con ingiurie, et sgridandolo insano et mentecatto, per la piazza con loto et con pietre, quando passava, gli davano. Vedendo lui così dalli primi costumi esser permutato et alterato, et di maceratione della sua carne confetto [6], ciò che facea, alla distrutione imputavano et alla pazzia. Ma il cavalier de Christo in tutte queste cose come sordo passando, di niuna ingiuria mai fratto, nè rotto, nè mutato, di tutte persecutioni et delle ingiurie rendeva gratie a Dio. Et facendosi, di questo, rumore per le piazze et per borghi della città di lui, venne al padre. Et udendo tali cose dalli vicini sopra di lui farsi, subito si muove a trovar lui, non a liberarlo, ma a ucciderlo. Niuna temperanza servata, corse come lupo alle pecore; et con torto occhio et irata faccia guardando quello impietosamente, gli puose le mani addosso, et tirandolo a casa, per più dì lo tenne rinchiuso in carcere tenebroso et oscuro, et sforzava il suo animo con parole de minaccie et battiture alla vanità del secolo inchinare.

Ma esso non mosso per parole, nè per minaccie, nè per correggiate, nè per battiture fatigato, pazientemente tutte queste cose portando, sempre si rendeva più pronto et più forte al santo proposito finalmente eseguire. Et partendosi il padre da casa per eminente necessità, la sua madre, che con lui sola era rimasta, contradicendo a quello ch’il marito fatto havea, parla al figliuolo con dolci et lusinghevoli parole. Et non potendo lui dal santo proposito rivocare, nè ritirare, et commosse per pietà tutte le sue viscere interiori sopra di lui, piangendo, rompe tutti li legami, et libero lo lassò andare. Et esso, rendendo grazie all’onnipotente Dio, ritornò al luogo, dove prima era stato; et usando maggior libertà, come delle tentationi delli demoni provato et delli ammaestramenti delle tentationi insegnato, ricevuto l’animo più ferventemente, et più libero per le ingiurie, et più grande per le cose grandi andava. In questo mezzo ritorna il padre, et non trovando ’l figliuolo in casa, et raunando peccati a peccati, dice molte ingiurie alla moglie. Dapoi corse al palazzo della Comunità, et lamentandosi del figliuolo dinanzi a’ Consoli della città contro il suo figliuolo, domandando che gli denari, ch’egli havea tolti di casa, gli facessero rendere. Et i Consoli, vedendo lui così turbato, fanno citare ovvero chiamar Francesco per petitione, o comandamento, che comparisse dinanzi da loro. Il quale, rispondendo al messo, disse, che per la gratia de Dio esso era fatto libero, et con li Consoli non havea a fare più cosa veruna, perchè solamente era dell’altissimo Dio servo. I Consoli, non volendoli far forza, dissero al padre: «Poichè è servo de Dio, è della nostra potentia uscito». Vedendo adunque il padre, che dinanzi a’ Consoli non gli giovava, nè veruno utile gli faceva, quella medesma querela dinanzi al vescovo della città fece. Et il vescovo, discreto et savio, chiamò lui con debito modo, che comparisse a rispondere sopra la querimonia del suo padre. Et Francesco rispose al messo et disse: «A messer lo vescovo verrò, perchè egli è padre et signore delle anime ».

Venne adunque al vescovo, et da lui con grand’allegrezza è ricevuto; al quale il vescovo disse: «Il tuo padre è contro di te turbato et molto scandalizzato; onde se tu vuoi servire a Dio, rendi a lui li denari che tu hai; la quale pecunia, perciocchè è forsi delle cose ingiuste acquistate, non vuole Dio che tu investi, nè spendi quella in opera della Chiesa, per peccati di tuo padre, et il suo furore sarà mitigato, ricevuta quella pecunia. Habbi, figliuolo, adunque, fidanza in Dio, et virilmente fa, et non temere, perciocchè esso sarà aiutorio tuo, et per l’opera della sua Chiesa le cose necessarie abbondantemente apparecchierà».

Levossi subito suso l’huomo de Dio; lieto et confortato fu delle parole del vescovo, et dinanzi a lui portò li denari, et disse: «Messer, non tanto li denari et la pecunia, ch’è delle sue cose, gli voglio rendere con alegro animo, ma tutti li suoi vestimenti.» Et intrando nella camera del vescovo, si spogliò tutti suoi vestimenti, et ponendo la pecunia sopra essi, dinanzi al vescovo, al padre et agli altri, che stavano quivi, ignudo uscì di fuori dell’uscio, et disse: «Udite et intendete tutti, che insino ad hora chiamai Pietro di Bernardone mio padre; ma siccome a Dio proposi servire, a lui rendo questa pecunia, per la quale esso era turbato, et tutti li vestimenti che delle cose sue io ho haute. Et voglio hormai dire: Padre nostro, che sei ne’ cieli, et non padre Pietro di Bernardone.» All’hora fu trovato l’huomo de Dio avere il cilitio alla carne sotto le colorate vestimenta. Et levandosi suso il suo padre, di troppo dolore et furore infiammato, tolse li denari et tutti li vestimenti, et portando quelli a casa, quelli che stettero a vedere, sdegnati contro di lui, perchè de’ vestimenti niente gl’havea lassato, et sopra Francesco per pietà commossi, incominciarono fortemente a piangere.

Et il vescovo, l’animo dell’huomo de Dio duro vedendo, il fervore et la costantia sua veramente sguardando, lui intra le sue braccie ricolse col suo pallio. Perciocchè li suoi fatti apertamente intendeva per divino consiglio, et conosceva quello, che veduto havea, non piccolo mistero contenere. Et così da quell’hora innanzi se gli fe’ suo aiutorio, pregando et confortando lui et dirigendolo nelle cose interiori della charità.

CAPO VII.

Della grandissima fatiga ch’hebbe in rifare la chiesa di San Damiano.

Il servo adunque de Dio Francesco, denudato di tutte le cose, che sono del mondo, vaca et attende alla divina giustitia ; et per questo, disprezzando la vita, al divino servitio si dispone con tutti li modi che può. Et ritornando alla chiesa di San Damiano con alegrezza et fervore, fece a sè quasi un habito di heremito, et confortò il sacerdote di quella chiesa, con quello parlare ch’esso dal vescovo era stato confortato.

Dapoi levandosi, et nella città intrando, incominciò per le piazze et per li borghi, come ebrio dello Spirito Santo, Iddio collaudare [7]. Et finita la predetta laude de Dio, attende a raunare delle pietre per riparatione di detta chiesa, dicendo: «Quello che mi darà una pietra, harrà una mercè; chi men darà dua, harrà dua mercè; et chi me darà tre pietre, tante mercè harrà. » Et così molte altre parole semplici et pure in fervore dello spirito parlava; perciocchè idiota et semplice era intanto, che nelle parole indótte et semplici in ogni cosa dell’humana sapientia faceva dispregio. Et molti lo schernivano pensando che fusse pazzo. Alcuni altri, mossi per pietà, se ne piangevano, vedendo lui di tanta lascivia et vanità del mondo, a tanta ebrietà del divin amore sì tosto esser pervenuto. Ma quello, le derisioni disprezzando, sempre nel fervore dello spirito, rendeva gratie a Dio.

Et quanto s’affatigasse nell’opera sopradetta, sarebbe lunga et difficil cosa a narrare. Esso veramente, che nella casa del padre tanto dilicatamente vivea, le pietre nelle sue proprie spalle portava, et nel servitio de Dio in molti modi si affligea. Ma il sacerdote predetto, considerando la sua fatiga, che sì ferventemente oltre le sue forze al divino servitio si desse, avvengachè fusse poverello, procurava per lui ch’altra spetial cosa si facesse a mangiare, perchè sapeva che delicatamente era vissuto nel mondo. Certamente in verità, ch’esso huomo de Dio dapoi disse et confessò, che spesse fiate elettuarii et confettioni usava, et da cibi contrarii s’asteneva.

Et accorgendosi un dì di quello ch"l sacerdote facea per lui, convertito a sè medesmo disse: «Troverai tu questo sacerdote in qualunque luogo anderai, che ti presti et dia tanta humanità? Non è questa la vita del pover huomo, la quale volesti elegere; ma come il povero, che va d’uscio in uscio, et porta in mano la scodella per necessità costretto, in essa certi cibi rauna, così volontariamente bisogna vivere [a te, per amore] di quello ch’è nato povero, et poverissimo visse nel secolo, et rimase nudo et povero in passione, et seppellito nell’altrui sepoltura.

Et levandosi adunque uno dì, tolse la scodella, et andò per la città, domandando limosina a uscio a uscio. Et ponendo diversi cibi nella scodella, molti si meravigliavano, che sapevano lui sì dilicatamente essere vissuto, vedendolo tanto esser disprezzato, e tramutato così mirabilmente. Et quando quelli diversi cibi volle mangiare, ch’erano insieme posti, stupette[8] prima, perchè non tanto mangiare, ma di vedere cotali cose non era usato. Finalmente, vincendo sè medesmo, incominciò a mangiare, et parvegli che, mangiando un elettuario [9], non fusse così delicato. Tanto il suo cuore in Dio si rallegrò, che la sua carne, avvegnachè debole et afflitta, fortificata è a tutte cose aspre et amare da sopportar lietamente per Dio. Rendè anco gratie a Dio, che l’amaro in dolce gli havea mutato, et in molti modi l’havea confortato. Disse adunque a quel prete, che per l’avvenire non facesse, nè procurasse fare veruni cibi [10].

Ma il suo padre, vedendo lui in tanta viltà pervenuto, era di grandissimo dolore ripieno; et perchè l’havea molto amato, si vergognava et doleva tanto, vedendo la carne di quello quasi morta per troppa afflitione et riscaldamento, che in quel luogo che ’l trovava, lo malediceva. Ma l’huomo de Dio le maleditioni del padre attendendo, ricevette per suo padre un huomo poverello et dispetto; et disse a quello: «Vieni con meco et darotti delle limosine, che mi saranno date; et quando vedrai che ’l mio padre me maledica, io dirò a te: Mio padre, benedicimi: et tu mi farai il segno della croce, et benedirammi in nome di quello». Et così benedicendo quel povero, diceva l’huomo de Dio al padre: «Non credi ch’Iddio mi possa dare un padre, benedicendomi contro le tue maledittioni?». Anco molti schernendolo, vedendolo così deriso et patientemente tutte cose sopportare, con grande stupore si meravigliarono.

Onde nel tempo del verno, stando una mattina a oratione, disprezzato per poveri vestimenti, il suo fratello carnale passando apresso lui, a un suo cittadino derisivamente disse: «Di’ a Francesco, che ti venda almeno una derrata di sudore». Et udendo questo l’huomo de Dio, ripieno de salutevole allegrezza, in fervore dello spirito gallicamente rispose et disse: «Caro io venderò questo sudore al mio Signore».

Ed affaticandosi continuamente nell’opera della chiesa memorata, volendo in essa chiesa li lumi continuo essere accesi, andava per la città mendicando l’olio. Et venendo presso a una casa, vedendo quivi gli huomini raunati a giuoco, vergognossi dinanzi a loro domandare la limosina, et partissi. Et parlando a sè, sè riprese haver peccato; et correndo al luogo, dove il giuoco si facea, disse sua colpa dinanzi tutti quelli che vi stavano, che s’era vergognato domandar limosina per lor cagione; et con fervente spirito a quella casa andando, gallicamente addimandò l’olio per l’amor de Dio et per li lumi della chiesa sopra detta. Et stando con gl’altri lavoranti nella detta opera, gridava ad alta voce in alegrezza di spirito all’abitanti et passanti lungo et presso la chiesa, dicendogli: «Venite et aiutatemi nell’opera della chiesa di San Damiano, la quale è per essere monasterio di donne, per la fama et la vita delle quali in tutta la Chiesa sarà glorificato il Padre celestiale».

Ecco che riempiuto dello spirito della profetia, veramente se le cose da venire; perocchè questo è quel santo luoco nel quale la gloriosa Religione et eccellentissimo Ordine delle povere donne et sacre vergini, per conversatione del beato Francesco quasi per spatio di sei anni ordinato, pel beato Francesco felicemente si principiò et cominciò, delle quali la vita maravigliosa et l’Ordine glorioso dalla santa memoria Papa Gregorio IX, a quel tempo vescovo ostiense, per hauthorità della Apostolica Sedia fu più pienamente confermato.

CAPO VIII.

Com’intesi li consegli del Vangelo, subito mutò l’habito.

Il beato Francesco, fornit’adunque l’opera della chiesa di San Damiano, portava l’habito heremitico et la bacchetta in mano, con li piè calzato andava, et con la correggia cinto. Udendo un dì nell’uffitio della Messa quelle cose che Cristo parla alli discepoli mandati a predicare, cioè che nè oro, nè argento, nè sacco, nè verga portassero in via, nè calzamenti, nè dua toniche haggiano, et intendendo queste cose dapoi più chiaramente da esso prete, et ripieno d’infinita alegrezza disse: «Questo è quello che io desidero con tutte le forze adempiere.»

Adunque tutte le cose ch’havea udite, commise alla memoria, et queste si sforzò alegramente adempiere, lassando senza indugio le cose doppie; et d’all’hora innanzi la verga, calzamenti, il sacco non usa, facendo a sè la tonica assai dispregiata, et non culta; gittata, ovvero levata via, la correggia, per cingulo la fune ricevette. Ponendo ogni sollecitudine di cuore alle nuove parole della gratia, come potesse per opera quella fornire, incominciò per operatione divina esser annuntiatore della perfetione evangelica, et predicare in pubblico la penitentia puramente.

Erano le sue parole non vane, nè degne di riso, nè di beffe, ma erano della virtù dello Spirito Santo piene, penetranti le medolli del cuore in sì fatto modo, che convertiva gl’audienti in gran maraviglia. Come dapoi esso testificò, che questa salutatione imparò et seppe per rivelatione de Dio, cioè: «Dio Signore te dia la pace». Et perciò in ogni sua predicatione annuntiando la pace, nel principio della sua predicatione salutava ’l popolo.

E certo gran meraviglia, nè senza miracolo da mettere, che ad annuntiare questa salutatione, inanzi la sua conversione, havea havuto un corriero, che spesse volte andava per Ascesi, salutando in questo modo: «Pace et bene». Della qual cosa è fermamente creduto che, come Giovanni, Christo prenunciando, cominciando Christo, mancò; così questo, come un altro Giovanni, beato Francesco prevenisse per annuntiatione di pace, il quale etiandio dopo la sua venuta non comparì come prima.

Subito adunque l’uomo de Dio, Francesco, dello spirito della profetia ripieno, secondo la parola della ragione profetica, subito dopo il detto suo banditore annuntiava la pace, predicava la salute, et per sue salutifere ammonitioni molti et molti a vera pace si riduceano, che discordanti da Cristo, erano stati dalla salute longinqui.

Et manifestandosi apresso molti la verità della pura et semplice dottrina et della vita di beato Francesco, incominciarono, dopo due anni dalla sua conversione, certi huomini per suo esempio a penitenza convertirsi, et a lui, posposte tutte cose et abbandonate, per habito et per vita congiungersi. Delli quali il primo fu frate Bernardo di santa memoria, che considerando la constantia et il fervore di beato Francesco nel servitio de Dio, come cioè con molta fatiga le distrutte chiese riparava, et vita aspra conducea, perchè sapeva ch’esso delicatamente era vissuto nel mondo, propose nel suo cuore tutte le cose ch’havea, dare alli poveri, et a quello per vita e per habito fermamente accostarsi. Andando un dì adunque segretamente all’huomo de Dio, et a lui il suo proposito rivelò, et disse con quello, che la tale sera venisse a lui.

Et ’l beato Francesco rendè gratie a Dio, perchè nessuno compagno havea; si rallegrò molto, massimamente perchè messer Bernardo era di grande edificatione et virtù. Venne adunque il beato Francesco alla sua Casa, la sera determinata, con grand’allegrezza di cuore, et stette con lui tutta quella notte. Il quale messer Bernardo, intra le altre cose, disse: «Se verun huomo dal suo Signore avesse molte o poche cose, et per molti anni le avesse tenute, et non le volesse più ritenere, che potrebbe fare di quelle, che meglio fusse?» Il beato Francesco rispose, che le dovesse rendere al Signor suo, dal quale ricevute le avesse. Et messer Bernardo disse: «Adunque, frate, tutti li miei beni temporali voglio dare per amore del mio Signore, che me li diè, et come a te meglio pare si faccia.» Al quale il Santo disse: «Domattina per tempo andremo alla chiesa, et per lo santo Evangelio in effetto conosceremo, come il Signore alli discepoli insegnò.»

Et levandosi la mattina con un altro che si chiamava Pietro per nome, il quale desiderava etiandio esser frate, vennero alla chiesa di San Niccolò, a lato della piazza della città d’Ascesi, et intrando essi a oratione, perciocchè erano semplici et non sapevano trovare la parola del santo Evangelio della rinuntiatione del secolo, pregavano Iddio divotamente, che nella prima apertura del libro dovesse dimostrare la sua volontà.

Et finita l’oratione, il beato Francesco pigliando il libro chiuso, in ginocchione dinanzi l’altare l’aperse, et nella prima apertura di quello, occorre quel conseglio de Dio: «Se vuoi esser perfetto, va et vendi tutte le cose, che tu hai, et dalle a’ poveri, et harai il thesoro in cielo.» Et trovando questo il beato Francesco, si ralegrò molto, et rendè gratie a Dio; ma perchè era vero amatore della Trinità, volle per terzo testimonio esser confermato; la seconda et terza fiata il libro aperse. Et nella seconda apertura, occorre quel detto: «Niente portarete in via.» Et nella terza occorre quel detto: «Chi vuol venire dopo me, anneghi sè medesmo.»

Il beato Francesco adunque di ciascheduna apertura del libro rendè gratie a Dio, per la confermatione del suo proposito; et del desiderio già concetto, et per terzo da Dio esibito et mostrato, disse alli predetti huomini, cioè Bernardo et Pietro: «Frati, questa è la vita et la regola nostra, et di tutti quelli, che vorranno alla nostra compagnia congiungersi et accostarsi. Andate, adunque, et come havete udito, adempite.»

Andò, adunque, messer Bernardo, il quale era assai ricco; et poichè hebbe vendute tutte le cose ch’havea, et molta pecunia congregata, tutta la distribuì a’ poveri della città. Pietro etiandio il divin conseglio con sua possa adempiè. Et distribuite tutte queste cose a’ poveri, l’habito che il santo poco inanzi avea preso, poichè lassò l’habito heremitico, ambedua presero il detto habito, et da quell’hora inanzi, vissero insieme con esso, secondo la forma del santo Evangelio, da Dio a loro dimostrata. Et pertanto il beato Francesco nel suo testamento disse: «Esso Signore mi rivelò, ch’io dovessi vivere secondo la forma del santo Evangelio».

CAPO IX.

Della visione di fra Silvestro, prima ch’intrasse nell’Ordine,

Et, come detto è, messer Bernardo avendo tutti li suoi beni donati alli poveri, il beato Francesco era presente; et vedendo la virtuosa operazione de Dio, et lui nel suo cuore glorificando et collaudando, venne un sacerdote, per nome Silvestro, a lui, dal quale il beato Francesco havea comperate pietre per riparatione della chiesa di San Damiano. Et vedendo questo la pecunia esser spesa per consiglio dell’huomo de Dio, per desiderio di cupidità infiammato, disse a lui : « Francesco, non mi pagasti bene per le pietre, che da me comperasti. » Et udendo questo lo disprezzatore dell’avaritia, che quello ingiustamente si lamentava, andò a messer Bernardo, et mise la mano nel suo mantello, dove la pecunia era, et trasse quella con gran fervore de spirito, et diede quelli danari al prete mormorante, et secondariamente da capo riempiute le mani di pecunia, disse a quello: «Hai anco il tuo pagamento, messer lo prete?» Et rispose: «Io l’ho perfettamente et pienamente, frate.» Et lieto alla sua casa ritornò con li danari ritenuti.

Et dopo pochi dì passati, quello sacerdote medesmo, spirato da Dio, incominciò a pensare sopra queste cose, che il beato Francesco havea fatte, et dicea fra sè medesmo: «Non sono io un miser’huomo, che essendo vecchio, le temporali cose desidero et domando, et questo giovane quelle per amor de Dio ha disprezzate et abbominate?» Et la seguente notte vide nel sonno una smisurata croce, et la sua cima il cielo toccava, et il suo piè stava fitto in bocca de Francesco, et li suoi lati da una parte del mondo all’altra si distendevano. Et veggendo, il sacerdote conobbe et credette fermamente, Francesco esser vero amico et servo de Christo, et che la Religione ch’haveva presa, doversi per tutto il mondo ampliare et estendere; et così incominciò temere Iddio et far penitenza nella sua casa. Finalmente, da indi a poco tempo, intrò nell’Ordine già cominciato, nel quale perfettamente visse et gloriosamente finì.

Ma Francesco, huomo de Dio, da dua frati, com’è detto, accompagnato, non havendo stanza, dove con loro dimorasse, insieme con essi ad una chiesa poverella andarono, la quale Santa Maria de Portiuncola se dice, et ferono quivi una casetta piccola, nella quale stessero alcune fiate insieme.

Dopo alcuni dì, un huomo d’Ascesi, per nome Gilio, venne a loro, et con gran reverentia et divotione ingenocchiandosi, pregò l’huomo de Dio, che nella sua compagnia lo ricevesse. Et vedendolo l’huomo de Dio fidelissimo et devoto, et che molta gratia da Dio poteva conseguire, come dopoi potette per effetto, lo ricevette volentieri.

Et congiunti questi quattro assieme, con smisurata letitia et alegrezza dello Spirito Santo, a maggior perfetione in questo modo si divisero. Il beato Francesco ebbe frate Gilio con lui, et andò nella Marca di Ancona; et gli altri dua in altra regione andarono. Et andando nella Marca, si ralegrarono sommamente in Dio. Ma il Santo con alta et chiara voce le laudi de Dio gallicamente cantando, benediceva et glorificava la bontà dell’Altissimo. Tanta era la letitia in loro, quasi riavessero trovato un gran tesoro nell’evangelico campo della madonna povertà, per cui amore tutte le cose temporali con liberalità, a guisa di sterco, volentieri haveano disprezzate.

Et disse il Santo a frate Gilio: «La nostra Religione sarà simile al pescatore, che le sue reti mette nell’acqua, pigliando copiosa moltitudine de pesci, et i piccoli nell’acqua lassando, et i grandi nelli suoi vasi riceve». Et così profetò che l’Ordine s’havea a dilatare. Ma l’huomo de Dio all’hora non predicava pienamente al populo; quando però per le città et castella passava, pregava tutti ch’amassero et temessero Dio, et facessino penitenza dei loro peccati. Et frate Gilio ammoniva gl’audienti, che credessero a lui, perocchè perfettamente gli consigliava. Et quelli che gl’udivano, dicevano: «Chi sono questi, et che parole son queste che dicono?» Era in verità all’hora l’amore et timore de Dio quasi in ciascun luogo rimosso, et la via della penitenza in tutto non si sapeva; anco era stoltitia riputata. Perciocchè erano tanto avvanzati li cattivi diletti della carne, la cupidità del mondo, et la superbia della vita, che tutto il mondo in queste tre malignità pareva esser posto.

Era adunque di questi huomini evangelici diversa opinione; perciocchè alcuni dicevano loro: «Stolti, ovvero ebrii». Alcuni dicevano, che tali parole non procedevano se non da stoltitia. Ma uno degli audienti disse: «Ovvero per somma perfetione a Dio si sono accostati, ovvero certamente sono insani et pazzi, perchè la loro vita pare disperata, che con piccolo cibo vivano, et con li piedi ignudi vadano, et sieno di vilissimi vestimenti vestiti». Ma intra queste cose, avvengachè con paura alcuni andassero, veduta la forma della conversatione loro, non anco veruno seguitava quelli; ma le giovane donne, vedendo loro da lungi, fuggendo impaurivano, che forse per la stoltitia et insania fossero condotti. Et avendo quella provincia veduta intorno, ritornarono al detto luogo di Santa Maria.

Ma pochi dì passati, vennero a essi tre altri uomini d’Ascesi, cioè Sabbatino, Morico et Giovanni di Cappella, supplicanti al beato Francesco, che frati li ricevessero, et li ricevette umilmente et benignamente. Et quando dimandavano le limosine per le città, apena veruno gli dava; anco gli rimproveravano et rampognavano, dicendo che le cose loro havevano lassate per mangiar l’altrui, et però havevano grandissima necessità et carestia; et i padri et le madri et li parenti perseguitavano quelli, et gli altri delle città gli schernivano come insensati et pazzi; perocchè a quel tempo nessuno lassava le cose sue per domandar le limosine a uscio a uscio.

Ma il vescovo della città d’Ascesi, al quale per consiglio spesse volte andava l’huomo de Dio, benignamente ricevendogli, disse: «Dura et aspra mi pare la vita vostra, cioè niente possedere nel mondo». Al quale il santo disse: «Messere, se verune possessioni havessimo, ci farebbono bisogno l’arme a nostra difesa, perocchè di quelle nascono le questioni et le liti, et per questo si suole l’amor de Dio et del prossimo impedire in molti modi; et però non vogliamo in questo mondo posseder veruna cosa temporale ».

Et piacque molto al vescovo la risposta dell’huomo de Dio, il quale tutte le cose transitorie, et spetialmente la pecunia, disprezzò in tanto, che in tutte sue regole commendasse sommamente la povertà, et facesse tutti li frati solleciti a schifare la pecunia; più Regole veramente fe’, et quelle provò primamente che facesse quella, la quale ultimamente lassò a’ frati. Onde disse in una di quelle, in disprezzo della pecunia: «Guardiamo noi, ch’habbiamo sprezzato ogni cosa, che per sì piccola cosa il regno del cielo non perdiamo, et se la pecunia in verun luogo trovaremo, non ci curamo più che la polvere, che scalpicciamo».

CAPO X.

Come predisse ai sei suoi compagni quello che doveano patire.

Il beato Francesco, essendo hormai pieno della gratia dello Spirito Santo, chiamando a sè i detti sei frati, predisse a quelli le cose da venire. «Consideriamo, disse, frati carissimi, la nostra vocatione, per la quale il Signore con grande misericordia ci ha chiamati, ma non tanto per la nostra salute, ma d’altri molti, che andiamo per lo mondo esortando et pregando tutti li popoli, sì per esempio come per parole, a far penitenza dei lor peccati, et haver memoria de comandamenti de Dio. Non vogliate temere, perchè vi mostrate piccoli et non savii, ma securamente et puramente annuntiate la penitenza, confidandovi in Dio, il quale vince il mondo, che lo spirito suo parlerà per voi et in voi, esortando tutti, che si convertano a lui, et osservino li suoi comandamenti. Voi trovarete uomini fideli, mansueti et benigni, cioè alcuni che con alegrezza voi et le vostre parole riceveranno; et più altri infedeli, superbi et biastemmevoli, i quali, reprobi et contrari, resisteranno a voi et alle cose che direte. Ponete adunque nelli vostri cuori humilmente et patientemente tutte le cose sopportare.»

Et quando i frati ebbero queste cose udite, incominciarono a temere. Alli quali il Santo disse: «Non vogliate temere, perchè non passarà molto tempo, che verranno a noi molti savi et nobili, et saranno a noi con li predetti re et principi et popoli; et molti si convertiranno a Dio, il quale per tutto il mondo moltiplicharà et accrescerà la sua famiglia.»

Et poichè disse queste cose et benedissegli, si partirono gli huomini de Dio devotamente, le sue ammonitioni osservanti. Et quando trovavano alcuna chiesa ovvero croce, s’inginocchiavano a oratione, et divotamente dicevano: «Adoramo te, Christo, et benediciamti, per tutte le chiese che sono in tutto il mondo, perchè per la tua santa croce ricomprasti il mondo. » Credevano in verità trovar sempre il luogo de Dio, in qualunque luogo la croce ovvero essa chiesa havessero trovato.

Qualunque huomini gli vedevano, molto si maravigliavano, perciocchè d’habito et di vita dissimili erano a tutti, et parevano quasi salvatich’uomini.

In qualunque città entravano, castello, villa, o casa, annuntiavano la pace, confortando tutti che temessero et amassero il Creatore del cielo e della terra, et servassino li suoi comandamenti. Alcuni gl’intendevano volontieri, et alcuni per contrario gli schernivano, più altri di questioni gli affaticavano, dicendo alcuni: «Donde sete?» Alcuni domandavano che Ordine era lo loro. Ai quali avvengachè fosse cosa faticosa a rispondere a tante questioni, ma puramente confessavano, che erano huomini de penitenza, della città d’Ascesi nati, et l’Ordine loro non si diceva ancora Religione.

Molti giudicavano loro ingannatori et pazzi, et non gli volevano ricevere in loro case, perchè, come ladri, essi frati non togliessero loro le cose loro. Dapoi in molti luoghi, dopo molte ingiurie a loro fatte, albergavano nei portichi delle chiese et delle case.

In quel medesimo tempo, dua di loro erano a Firenze, i quali, mendicando per la città, non potevano trovare albergo; et venendo ad una casa ch’avea il portico et nel portico il forno, dissero insieme: «Potremo noi albergar qui,» pregando la donna della casa che li ricevesse dentro alla casa; et quella disse non volerne far nulla. Dissero humilmente ch’a lato al forno gli lassasse pure in quella notte; et fu loro conceduto per quella notte, intanto che venne il suo marito et trovògli nel portico, et chiamando la moglie, le disse: « Perchè hai dato albergo nel nostro portico a questi ribaldi?» Rispose quella che non li voleva ricevere a casa, ma concedette loro che potessero giacere nel portico, dove non potevano se non le legne rubare.

Non volle adunque il marito che a quelli si desse alcuna coperta, avvengachè all’hora fusse un gran freddo, perchè stimava che quelli fussino ladri et ribaldi. Ma in quella notte. quando insino a matutino assai sobriamente de sonno a lato al fuoco riposassino, et scaldati solo del divin calore, et coperti del copritoio di madonna povertà, andarono alla chiesa più vicina per udire il matutinale offitio; et la mattina andò quella donna a quella medesma chiesa, et vedendo quei buon frati divotamente stare in oratione, disse infra sè medesma: «Se questi huomini fossero ribaldi et ladri, come il mio marito diceva, non starebbero così devotamente in oratione.»

Et stando in questo pensiero, sopravvenne un huomo, che si chiamava Guido, il quale dava la limosina a’ poveri che stavano in quella chiesa; et venendo alli frati per voler dare la pecunia a ciaschuno di loro come dava agl’altri, essi ricusarono et non vollero la detta pecunia ricevere. Et quello disse loro: «Essendo voi poveri, come non volete voi denari come gl’altri?» Rispose frate Bernardo: «Vero è che noi siamo poveri; ma a noi non è sì grave la povertà come agli altri poveri, perciocchè per la gratia de Dio, del quale noi il consiglio haviamo adempiuto, volontariamente siamo fatti poveri.» Risguardando quell’huomo sopra costoro, et domandandogli se verun’altra cosa havessero posseduta, udì da loro che molte cose havevano possedute, ma per l’amore de Dio l’havevano date a’ poveri. Et quello che così rispose, fu quel frate Bernardo, il quale fu secondo del beato Francesco, il quale santissimo frate oggi veramente crediamo; perciocchè primamente la legatione de pace et de penitentia abbracciò, et poi il Santo de Dio corse, vendute tutte le cose che haveva et date ai poveri, perseverando insino alla fine in santa purità, secondo il consiglio della perfetione evangelica.

Considerando adunque la detta donna, che li frati quelli denari non havevano voluti, andando a loro, disse che volentieri gli riceverebbe in casa sua, se volessino andar quivi per albergare. Alla quale li frati humilmente risposero: «Il Signore ti renderà buon merito per la tua buona volontà. »

Et il predetto huomo, marito di quella donna, udendo che non potevano haver albergo, menògli alla sua casa, et disse: «Ecco l’albergo a voi da Dio apparecchiato; state qui a vostro piacere.» Et quelli, rendendo gratie a Dio, stettero quivi per alquanti dì, edificando et informando lui, sì per esempio come per parole, nel timore de Dio; sicchè dapoi molte cose donò alli poveri.

Et avvengachè benignamente fussero trattati da questo, appresso altri in tanto vilissimi erano hauti, che da molti parvi et grandi furono riprovati et ingiuriati, togliendo a loro alcuna fiata li vestimenti vilissimi che havevano.

Et rimanendo li servi de Dio nudi, perchè secondo la forma del santo Evangelo solamente una tonaca portavano, non ridomandavano, che le cose toltegli restituisse. Ma se veruni per pietà mossi, le cose tolte gli volevano rendere, volentieri le ricevano.

Alcuni sopra di loro il luto gittavano: alcuni altri poneano loro i dadi in mano, et invitavangli se voleano giocare: alcuni altri pigliavano i loro cappucci dalle spalle, et loro, come se fossero appiccati, gli portavano.

Queste cose et simili faceano, perchè riputavano loro sì vili, che audacemente affligeano loro come voleano. Anco in fame, sete, freddo, et nudità, et smisurate angustie et tribulationi portavano.

Et tutte queste cose fermamente et humilmente, come dal beato Francesco furono ammoniti, sopportavano, et non si attristavano, et non si turbavano, et non malediceano quelli che facevano lor male; ma come huomini della perfetta legge evangelica, et in gran guadagno posti, si rallegravano grandemente in Dio, et stimavano ogni allegrezza quando in tentationi et simili tribulationi incorrevano, et secondo la parola del Vangelo per li loro persecutori oravano sollicitamente et ferventemente.

CAPO XI.

Della recettione degl’altri quattro frati all’Ordine.

Vedendo adunque gli huomini, che i frati nelle loro tribulazioni si rallegravano et stavano sollicitamente et devotamente all’oratione, non ricevevano denari, et non li portavano, et grandissima charità havevano insieme, per la quale si cognoscevano insieme veramente esser discepoli de Christo, molti col cuore contrito venivano a loro, et dell’offese ch’havevano fatte domandavano perdonanza. Et loro di cuore perdonavano, dicendo: «Iddio ve lo perdoni ». Et ammonivano essi della salute loro salutiferamente.

Et certi pregavano gli frati, che li ricevessino in lor compagnia; et perchè tutti quelli sei havevano autorità di ricevergli all’Ordine dal beato Francesco per la pochezza delli frati, in sua compagnia alcuni ricevettero, colli quali così ricevuti, statuito il termine, tutti a Santa Maria di Portuncola ritornarono. Et quando insieme si rivedevano, di tanta giocondità et allegrezza si riempivano, come se non si ricordassero delle cose, che dalli mali et iniqui huomini havevano ricevute.

Solleciti erano tutto il dì a orare et lavorare con le sue mani, acciocchè ogn’otiosità dell’anima inimica, da sè in tutto schifasseno. Levavansi nella mezza notte, solleciti oravano con smisurate lacrime et sospiri. Amavano l’un l’altro con cordiale amore, et serviva l’un l’altro, et lo nutricava, come la madre nutrica il suo unico figlio et diletto.

Tanta charità ardeva in essi, che li parea legger cosa i loro corpi dare alla morte, non solo per amor de Christo, ma etiandio per la salute dell’anima o del corpo loro et de’ loro fratelli. Onde quando un dì andavano dua di essi fratelli insieme, trovarono un pazzo, che cominciò a gittar le pietre contro loro. Vedendo adunque uno di loro esser gittate le pietre contro l’altro, si oppose alle percosse delle pietre subito, volendo piuttosto esser ferito et percosso lui, che il suo fratello, per la gran charità et unità; per la qual cosa era l’amor reciproco, et così erano apparecchiati l’un per l’altro porre la sua vita.

Perocchè erano per l’humiltà et charità fondati et radicati in tanto, che l’uno faceva riverentia all’altro, come padre et signore; et quelli che per l’offizio della prelatione, ovvero qualche preminentia haveano, più umili et più vili parevano di tutt’altri. Tutti a obbedire apparecchiati per ogni modo a volontà di quello, che a loro comandasse, non discernevano intra giusto et ingiusto comandamento, perchè ciò che se li comandava esser secondo la volontà de Dio, adempiere quelli comandamenti a loro era cosa dolce et soave.

Dalli carnali desiderii s’astenevano, sè medesmi giudicanti et guardanti che l’un l’altro non offendesse per verun modo. Et se alcuna fiata accadeva, che l’un l’altro dicesse parola, che lo potesse turbare, tanto la coscientia lo rimordeva, che non poteva posare, nè requie havere insino a tanto che non dicea sua colpa, gittandosi humilmente in terra, et che facesse porre il piè del frate turbato sopra la bocca sua.

Et se il frate turbato lo suo piè non volea poner sopra la bocca dell’altro, se era prelato quello ch’havea turbato l’altro, comandava a quello che il piè ponesse sopra lo suo; ma se era suo suddito, facevagli comandar questo dal prelato; et così si studiavano, ch’ogni rancore et malitia si levasse da loro, et il perfetto amore intra loro sempre si conservasse, sforzandosi con tutto loro potere a tutti i vitii tutte le virtù opporre, preveniente et aiutante loro la gratia del Nostro Signor Giesù Christo. Niente anco del proprio si ritenevano; ma i libri et altre cose a lor date, usavano comunemente secondo la forma delli Apostoli data et osservata. Et essendo tra loro la vera povertà, erano pure liberali et larghi di tutte le cose a lor date per Dio, dandole volentieri per suo amore a tutti che l’addimandavano, et spetialmente a’ poveri, delle limosine a lor date.

Et quando andavano per la via, et trovavano li poveri che li domandavano veruna cosa per amore de Dio, et non riavendo altro da potergli dare, gli davano certa parte de’ loro vestimenti, avvengachè fussino vili. Et alcuna volta gli davano il cappuccio, mozzando quello dalla tonica; alcuna fiata la manica, et alcuna fiata qualche altra parte, mozzando et sdrussendo quella dalla tonica, acciocchè adempisse quel detto del Vangelo, cioè: «A qualunque ti domanda, tu da’».

Venne un dì un povero alla chiesa di Santa Maria di Portuncola, appresso la quale i frati alcuna fiata dimoravano, et dimandò la limosina. Era quivi un mantello, che un frate secolare havea hauto, al quale dicendo il beato Francesco, che a quel povero il desse, volentieri et subito gli lo diede; et subito per la riverentia et divotione, che havea hauta quel frate in dare quel mantello a quel povero, fu veduta che quella limosina in cielo era passata, et sentì di nuova allegrezza esser infiammato.

Et quando li ricchi di questo mondo declinavano et mancavano, gli riceveano caramente et bene, studiando con studio quelli rivocare dal male, et a penitentia provocare. Sollecitamente etiandio domandavano, che non si mandassero alle terre, onde erano nati, acciocchè schifassero la familiarità delli parenti, et loro conversatione, et la parola del profeta osservassero, cioè: «Estraneo fatto fui dalli miei fratelli, et peregrino appresso i figli della mia madre ».

Nella povertà molto più si rallegravano, perchè non desideravano le ricchezze, ma tutte cose transitorie disprezzavano, le quali si possono dalli amatori di questo mondo desiderare; spetialmente la pecunia, come polvere con li piedi scalpicciavano, et come dal Santo era stati insegnati, essa con lo sterco dell’asino con egual prezzo et peso la pesavano.

Allegravansi contenti in Dio, non avendo intra sè onde potessero per verun modo contristarsi. Et quanto dal mondo erano più divisi, tanto erano più congiunti et più appresso Dio. Per la via della croce et sentieri della giustitia andanti, della stretta via della penitenza et della osservatione evangelica le cose da offender si levavano, acciocchè a quelli che venivano dopo loro, si facesse la via piana et sicura.

CAPO XII.

Li nomi dei li XII primi frati Minori, fondatori dell’Ordine.

Questi sono li nomi de’ dodici primi frati Minori, perfetti imitatori et seguitatori de Christo, et osservatori della perfetione dell’Evangelo ad licteram, sopra li quali, come sopra pietre, fermissimi uomini eletti, si fondò l’Ordine. Il primo fu il beato Francesco, duca et fondatore dell’Ordine de’ frati Minori, et primo ministro. Due anni dopo la conversione sua seguitò lui frate Bernardo di Quintavalle; il terzo frate Pietro; il quarto frate Gilio; il quinto frate Sabbatino; il sesto frate Monco; il settimo frate Giovanni da Cappella; l’ottavo frate Filippo Longo, primo visitatore delle Povere Donne; il nono frate Giovanni da San Constantio; il decimo frate Barbero; l’undecimo fra Bernardo della Vite; il duodecimo frate Agnolo di Tancredo.

CAPO XIII.

Come il beato Francesco andò alla corte di messer lo Papa con undici compagni.

Vedendo adunque il beato Francesco, che Dio li suoi fratelli per numero et per merito gli aumentasse, perchè homai erano dodici uomini perfettissimi, sentendo essi quel medesmo, disse a quelli undici esso duodecimo, duca et padre loro: «Vedete frati, che Iddio la nostra congregatione aumenta con molta misericordia. Andando adunque alla nostra santa romana Chiesa, madre nostra, notificamo al Sommo Pontefice ciò che Iddio per noi piccoli ha incominciato, onde la sua volontà et comandamento, che haviamo incominciato, possiamo finire.» Et essendo questo piacere agli altri frati che havea detto il padre Francesco, insieme con lui andarono alla corte, et disse a loro: Facciamo un di noi duca nostro, e abbiamo lui quasi vicario di Giesù Christo, che in qualunque luogo vorrà declinare et riposare, ci riposiamo, e quando vorrà albergare, alberghiamo. » Et elessero frate Bernardo, primo dopo il beato Francesco, et osservarono come il padre havea detto.

Andavano adunque allegri et le parole di Dio parlavano, non havendo ardire di parlare alcuna cosa, se non quel tanto che a laude et gloria de Dio et utilità dell’anima apparteneva, et all’orationi spesse volte attendevano. Et il Signore sempre apparecchiava loro l’albergo, et faceva a loro le cose necessarie apparecchiare.

Et essendo venuti a Roma, et havendo trovato il luogo il vescovo della città d’Ascesi, furon da lui con grand’allegrezza ricevuti; perocchè esso honorava Francesco et tutti li frati di spetiale amore. Et non sapendo la cagione della loro venuta, incominciò a turbarsi, temendo che la propria patria non volessero lassare, nella quale il Signore per loro havea cominciato cose mirabili a operare. Alegravasi in verità sommamente sì fatti uomini nel suo vescovado essere, de’ quali della vita et costumi gran cosa stimava. Ma udita la cagione et inteso il suo proposito, si rallegrò troppo; et rispondendo a quelli, disse: «A questo farò conseglio et aiuto».

Era questo medesmo vescovo noto et amico ad un cardinale o vescovo di Sabina, il quale si chiamava messer Giovanni da San Paolo, veramente della gratia de Dio pieno, et amava molto i servi de Dio. A questo il prefato vescovo havea manifestata la vita del beato Francesco et delli suoi frati; per la qual cosa desiderava vedere quest’huomo de Dio et alcuni dei suoi frati. Et udito ch’erano a Roma, mandò per quelli, et ricevetteli con gran riverentia.

Et stando pochi dì con esso, lo edificarono et informarono di sante parole et esempi, che vedendo per opera risplendere quello che di loro havea udito, si raccomandò alle loro orationi humilmente et divotamente. Et dimandò etiandio di gratia spetiale, che volea da loro come uno de’ suoi frati essere reputato. Et domandando finalmente al beato Francesco perchè fosse venuto, et udendo da lui tutto il suo proposito et intentione, si proferse esser suo procuratore in corte.

Adunque andò alla corte il detto cardinale, et disse a Papa Innocentio terzo: «Ho trovato un huomo perfettissimo, che vuol vivere secondo la forma del santo Vangelo, et in ogni cosa la perfetione del santo Vangelo osservare; per lo quale credo che Iddio voglia in tutt’il mondo li fedeli della santa Chiesa riformare». Et udendo questo il Papa, si meravigliò molto, et impose ad esso cardinale che gli menasse detto beato Francesco.

Et il dì seguente l’huomo de Dio dal detto cardinale fu dinanzi al Sommo Pontefice presentato, al quale tutto il suo proposito dichiarò. Et essendo il Santo Padre di spetiale discretione fornito et ornato, alli voti et desiderii del Santo con debiti modi acconsentì; et confermando lui et li suoi frati di molte cose, gli benedisse dicendo: «Andate con Dio, frati, et come esso Dio in voi spirare si degnerà, a tutti la penitentia predicate. Et quando l’onnipotente Dio vi moltiplicherà in maggior numero et gratia, riferirete a noi, et noi più cose di queste concederemo, et maggior cose più securamente commetteremo ».

Et volendo messer lo Papa saper la verità, se le cose concedute et da concedere fusseno secondo la volontà de Dio, prima che il Santo da lui si partisse disse a lui et alli compagni : «Figli nostri, la vita vostra pare a noi assai dura et aspra, avvengachè Noi crediamo voi esser di tanto fervore che non bisogni dubitare. Ma pure doviamo considerare per quelli che sono da seguir voi, che questa via non parrà a essi troppo aspra». Et vedendo la costantia della lor fede, et l’ancora della speranza fermissimamente fortificata in Christo, sicchè non volessero dal loro fervore partirsi, disse al beato Francesco: «Figliuolo, va et prega Dio, che ti riveli, che quello che domandi, della sua volontà procedere; che Noi, sapendo la volontà de Dio, alli tuoi [11] desiderii consentiamo ».

Orando adunque il Santo de Dio, come gli havea detto messer lo Papa, Dio gli parlò in spirito per similitudine, dicendo: «Una bellissima et poverella era in un deserto, la cui bellezza un gran re vedendo, desiderò quella pigliar per moglie, perocchè pensava di lei belli figliuoli generare. Contratto et consumato il matrimonio, molti figliuoli furono ingenerati et adulti, a’quali la madre parla così dicendo: Figliuoli miei, non vi vergognate, perciocchè sete figliuoli del re: andate adunque alla sua corte, et egli tutte le cose a voi necessarie vi farà dare. Et venendo al re, risguardando il re la loro bellezza, et vedendo la sua similitudine et figura in loro, disse a quelli: Di chi sete voi figliuoli? Al quale risposero, sè esser figliuoli d’una femina poverella che sta nel deserto. Il re con grand’allegrezza gli abbracciò dicendo: Non vogliate temere, perchè voi sete miei figliuoli; et se della mensa mia si nutricano quelli che sono estranei, molto maggiormente voi che sete legittimi miei. Et comandò il re alla predetta femina, che tutti li figliuoli di lui hauti, gli mandasse alla sua corte che si nutricassino». Et mostrate queste cose al beato Francesco orante, intese l’huomo santo esso per quella femina esser designato.

Et fornita l’oratione, si rappresentò al Sommo Pontefice, et l’esempio che Dio a lui havea dimostrato, a lui per ordine narrò, et disse: «O messere, io sono quella povera donna, la quale Iddio amando per sua misericordia la fe’ bella, et di lei piacque a esso li figliuoli legittimi generare [12]. Et disse a me il re, che tutti li figliuoli che de me generarà gli nutricherà; perciocchè se nutrica gli estranei, ben deve gli legittimi nutricare. Et se Iddio alli peccatori donò li beni temporali per amor di nutricare li suoi figliuoli, maggiormente agli uomini de’ sacri Evangelii, alli quali queste cose si debbono degnamente donare ».

Udite queste cose, messer lo Papa molto si maravigliò, massimamente perchè innanti la venuta del beato Francesco haveva veduto in visione che la chiesa di San Giovanni Luterano minacciava ruina et era per cadere, et un huomo religioso, poco et despetto, la sosteneva col suo proprio dorso sommesso; et veggendo stupefatto et impaurito, come discreto et savio considerava che volesse a lui significare questa visione.

Ma da ivi a pochi dì, essendo venuto a lui il beato Francesco et havendo a lui il suo proposito rivelato, come detto è, et domandato da lui esser confermata a lui la Regola ch’havea scritta con semplice parole pure et sermoni del santo Vangelo, alla cui perfettione in tutto con ogni desiderio si sforzava; et risguardando a lui messer lo Papa così fervente nel servitio di Dio, et conferendo la sua visione, et del predetto esempio dimostrato all’huomo de Dio, cominciò a dire infra sè medesimo: «Veramente quest’è quell’huomo religioso et santo, per lo quale si sostentava et sollevava la Chiesa de Dio ».

Et così l’abbracciò, et approvò la Regola ch’havea scritta, et degli etiandio licentia a lui et a’ suoi frati predicare in ciascun luogo la penitenza, sicchè quelli che dovean predicare, dal beato Francesco la licentia ottenessero. Et questo medesimo nel concistoro approvò. Et queste cose a lui concedute, rendè gratie a Dio, et inginocchiato promise a messer lo Papa obedientia et reverentia humilmente et divotamente, et gli altri frati, secondo il comandamento di messer lo Papa, al beato Francesco similmente l’obbedientia et riverentia promisero.

Ricevuta adunque la beneditione del Santo Padre et visitati gli luoghi santi dell’Apostoli, et date le tose [13] al beato Francesco et agl’altri undeci frati, come il detto cardinale havea procurato, volendo tutti quelli dodici esser chierici, lassando la città l’huomo de Dio con li detti frati per lo mondo si parti, meravigliandosi assai del suo desiderio così leggermente adempiuto, crescendo tutto il dì in speranza et fidanza del Salvatore, il quale alle sue sante rivelationi quelle cose che fatte furono a lui, prima gli dimostrasse.

Perciocchè innanzi che ottenesse le cose predette, una notte incominciando a dormire, gli pareva andare per una via, al lato alla quale era un arbore di grande prosperità, bella, forte et grossa. Et appressandosi, et stando sotto a essa, et guardando alla sua altezza, subito a tanta grandezza et altezza divenne esso Santo, ch’alla cima dell’arbore toccava, e insino a terra leggermente l’inchinava. Et in verità così fu fatto. Conciosiacosachè messer Innocentio Papa, arbore più alto, et più bello, et più forte, alla sua petitione et volontà s’inchinò sì benignissimamente.

CAPO XIV.

Dell’efficacia della sua predicazione et del primo luogo.

Dapoi il beato Francesco cercando cittadi et castella, incominciò in ciascun luogo assai molto et più perfettamente a predicare, non nelle parole persuasibili dell’humana sapienza, ma nella dottrina et virtù dello Spirito Santo, annuntiando con fiducia il regno de Dio. Ed era in verità viridico predicatore per autorità apostolica fortificato, non usando niune lusinghevoli parole, disprezzando le lusinghe; perciocchè quello che per parola agli altri predicava, quello primamente a sè per opera havea dimostrato, affinchè la verità fidentissimamente parlasse.

Maravigliavansi de’ sermoni et sue loquele, et della virtù et verità, le quali niun huomo gl’havea insegnato, etiandio li letterati et molti ammaestrati, che vedere et udire esso huomo d’un altro secolo si immaginavano. Incominciarono dapoi molti del popolo, nobili et ignobili, chierici et laici, per divina ispiratione infiammati, alla dottrina et vestigii del beato Francesco accostarsi, et levati li secolari pensieri et pompe, et vivere sotto la sua disciplina.

Conversava anco il felice Padre con gli figliuoli in un luogo a lato Ascesi, il quale si dice Rivotorto, dov’era un tugurio, cioè come un luogo di spelonca, dagl’huomini abbandonato; il qual luogo era sì stretto, che sedere a riposare quivi a pena potevano. In quel luogo etiandio spessissime volte non haveano pane, et solamente rape mangiavano, le quali hora là et hora qua in angoscia andavano mendicando. Scrivea l’huomo de Dio i nomi delli frati sopra le travi di quel tugurio, che qualunque si volesse riposare, ovvero orare, conoscesse il suo luogo, acciocchè per la pochezza et ristrettezza del luogo piccolo il silentio della notte non turbasse.

Et stando un dì li frati in detto luogo, avvenne che un rustico con un suo asino venne quivi, et voleva in quel tugurio col suo asino albergare. Et intrando coll’asino, acciocchè da’ frati non fusse scacciato, disse al suo asino: «Entra dentro, perocchè faremo bene a questo luogo». Et intrando il santo Padre, et quella parola et l’intentione del rustico cognoscendo, mosso per pietà sopra lui, massimamente che quello col suo gridare havea fatto gran rumore volendo col suo asino intrare nel tugurio, molestando tutti li frati, ch’allora al silentio et oratione attendevano, disse adunque l’huomo de Dio alli Frati: «Saccio, frati, che Dio non ha chiamati noi ad apparecchiare l’albergo all’asino et haver le spesse conversationi et frequentationi dell’huomini, ma agl’huomini alcuna fiata predicando la via della salute, et sani consegli dando et salutevoli, all’orationi et operationi delle gratie dobbiamo principalmente insistere ».

Lassarono adunque il detto tugurio, cioè quel luogo a uso de’ poveri leprosi, et andarono a Santa Maria di Portuncola, a lato della quale erano in una casetta alcuna fiata dimorati, prima ch’essa ottenessero. Dapoi dall’abbate di San Benedetto di Monte Subasio presso Ascesi, il beato Francesco, mediante la volontà et spiratione de Dio, quella della Badia umilmente acquistò, la quale esso nobilmente et affettuosamente raccomandò al generale Ministro et a tutti li frati, come se fusse il luogo più di tutti li luoghi et chiese di questo mondo, amato dalla Vergine gloriosa.

Et alla ricomandatione di esso luogo et affetione molto fe’ una visione, la quale un frate vide stando anche nel mondo, il quale il beato Francesco con singular amore amò, il quale longo tempo fu con lui, dimostrandogli spetiale familiarità.

Et quello desiderando servire a Dio, come dapoi nella Religione servì, vedeva in visione tutti gl’huomini di questo mondo esser ciechi, et stare in ginocchioni nel circolo di Santa Maria di Portuncula con le mani giunte, et nel cielo con la faccia et con gli occhi levati, et piangendo con gran voce pregavano Dio, che degnasse quelli con misericordia illuminare. Alli quali così oranti pareva ch’un gran splendore uscisse dal cielo, et discendendo sopra di loro illuminava tutti di salutevol lume. E svegliandosi esso, si dispose più fermamente a Dio servire, et poco dapoi, abbandonato ’l mondo colle sue pompe, intrò nella Religione, dove stette nel servitio di Dio humilmente et devotamente.

CAPO XV.

Del singolar amore, che portava alla chiesa di Santa Maria

di Portuncula et delle Constitutioni che ivi fece.

Piuchè a tutti li luoghi dell’Ordine, singolare amore et spetiale studio ebbe sempre, quando visse, il beato Francesco in fare conservare ogni perfettione di vita et di conversatione nel santo luogo di Santa Maria degl’Angioli, come in capo et madre di tutta la Religione, intendendo et volendo quel luogo essere forma et esempio d’humiltà, di povertà altissima et di ogni perfettione evangelica a tutti i luoghi; et i frati dimoranti in quel luogo sempre dover essere più che tutti gl’altri circumspetti et solleciti in tutte le cose da fare et da schifare, che s’aspettano alla perfettione dell’osservantia regolare. Onde un tempo a schifare l’otiosità, ch’è radice de tutti i mali, massimamente nel Religioso, ordinò che ogni dì i frati sè in qualche opera esercitare, acciocchè ’l bene che nel tempo dell’oratione guadagnavano, per le parole disutile et otiose, alle quali l’huomo è disposto, non perdessino in tutto, ovvero in parte. Anche ordinò et comandò fermamente, si dovesse osservare, se verun frate vagante o veruna cosa operante, intra li frati veruna parola farà o dirà otiosa, che fusse tenuto per sua conscientia una fiata dire sua colpa, et dire un Pater noster per l’anima sua. Ma se da verun frate prima di quello sarà ripreso, similmente sia tenuto dire un Pater noster per l’anima di quel frate che l’ha ripreso.

CAPO XVI.

Come ammonì i frati che non lassassino mai esto luogo.

Avvegnadiochè ’l beato Francesco in ogni luogo et sedia di terre i regni de’ cieli fatti conoscesse, et in ogni luogo la divina gratia alli eletti de Dio credesse poter’esser donata; ma pure nondimeno havea provato ch’il luogo di Santa Maria di Portuncula di più abondante gratia riempiuto, et de visione di superni spiriti dal cielo era frequentato. Pertanto dicea alli frati spesse fiate: «Vedete, o figliuoli, che questo luogo non lasciate mai; etiandio se da una parte fuste cacciati di fuori, per l’altra rientrate; perciocchè questo luogo è santo et fatto habitatione de Dio. Questo, perchè eravamo pochi, ci aumentò et accrebbe l’Altissimo. Questo, col lume della sua sapienza, illuminò l’anime de’ suoi poveri! Questo, col fuoco del suo amore, le nostre volontà accese et infiammò! Questo è quello, dal quale chi orarà di cuore, di vero otterrà quello che domanderà, et chi più grave offenderà, sarà punito. Per questo, o figliuoli, abbiate questo luogo d’ogni riverenza et onore dignissimo, come habitacolo de Dio, et quivi con tutt’il vostro cuore in voce d’allegrezza et di confessione confessatevi a Dio».

CAPO XVII.

Come volle che fusseno chiamati frati Minori.

Una fiata disse il beato Francesco a’ suoi frati: «Andate, frati, per la limosina, perchè in questa novissima hora sono dati al mondo i frati Minori; et di questo popolo esso medesmo Figliuolo de Dio dice nel Vangelo: Quel ch’a uno de’ miei frati minimi faceste, a me faceste. Et avvengachè di tutti li averi spirituali messer Domenedio qui intendesse, pure spetialmente predisse la Religione de’ frati Minori nella Chiesa sua esser da venire. » Et volle dapoi, che si chiamasse la fraternità de’ frati Minori, e così fe’ scrivere nella Regola.

CAPO XVIII.

Come indusse et insegnò ch’i frati andassino per la limosina.

Quando il beato Francesco havea incominciato haver i frati, pareva a lui che si vergognassino andare per la limosina. Onde, dando luogo alla loro vergogna, alcuna fiata andava solo per le limosine. Et considerando che tutto questo solo portare non potea, et ch’essi medesimi erano a questo chiamati, avvegna si vergognassino far questo, perochè questo anco non conoscevano pienamente, disse a quelli: «Carissimi frati et figliuoli miei, non vi vergognate ire per la limosina, perciochè messer Domenedio per noi si fe’ povero in questo mondo; per lo esempio del quale elegemmo la via della verissima povertà; perciochè in verità questa è l’eredità nostra, la quale acquistò et lassò a noi il Nostro Signor Giesù Christo, et a tutti quelli, che per suo esempio vogliono vivere nella santissima povertà. In verità ve dico che molti de’ più nobili et de più savii di questo mondo verranno a questa Congregatione, et per grand’honore et gran gratia haranno d’andar per la limosina. Andate adunque confidentemente et con alegro animo per la limosina con la beneditione de Dio. Et più alegramente et liberamente ire dovete per la limosina, che quello d’una derrata arrecasse cento danari; perciocchè offerite l’amore de Dio a quelli da’ quali la limosina dimanderete, dicendo: Per l’amor de Dio fateci la limosina, per la cui similitudine niente è il cielo et la terra ».

CAPO XIX.

Come andò con fervore incontro ad un frate,

che portava le limosine, laudando Iddio.

In altro tempo, stando il beato Francesco presso Santa Maria di Portuncola, un frate molto spirituale veniva per la strada, ritornando d’Ascesi, con la limosina, et andava con alta voce laudando Iddio con grande allegrezza. Et appressandosi alla chiesa di Santa Maria, udì lui il beato Francesco, il quale con grandissimo fervore et allegrezza andò a lui, occorrendolo in via; et con gran letitia baciando il suo dosso, dove portava la tasca con la limosina, pigliò la tasca del suo dosso et portolla nella casa de’ frati, et inanzi ai frati disse così: « Benedetto il mio frate che va et cerca, et torna allegro con la limosina ».

CAPO XX.

Del Capitolo che si faceva due volte l’ anno in Santa Maria di Portuncola.

Dopo il predetto luogo di Santa Maria ottenuto dal prefato abbate, ordinò il beato Francesco, che vi si facesse Capitolo due volte l’anno, cioè la Pentecoste et la dedicatione di San Michele. Nella Pentecoste si convenivano tutti li frati appresso a santa Maria, et trattavano come meglio poi la Regola osservare, et ponevano li frati per diverse provincie, che predicassero al popolo, et gli altri frati nelle loro provincie collocassero.

Et San Francesco faceva l’ammonitioni, riprensioni et comandamenti, come a lui pareva secondo il conseglio de Dio. Et tutte le cose che diceva a essi per parole, affettuosamente et sollecitamente per opere dimostrava. Honorava li prelati et li preti di Santa Chiesa, et etiandio gli antichi, i nobili, i ricchi; i poveri etiandio intimamente amava, et a essi havea compassione insino all’intrinseco del cuore, et a tutti suddito si dava.

Et essendo lo più alto di tutti li frati, nientedimeno uno delli frati faceva suo Guardiano et maggiore, al quale humilmente e divotamente obediva, aciochè da sè ogni cagione di superbia discacciasse. Humiliava veramente lo suo corpo intra gli huomini insino a terra, aciochè intra li santi et eletti de Dio meritasse nel cospetto de Deo alcuna volta essere esaltato.

Ammoniva sollecitamente li frati, che fermamente osservassero la Regola del santo Evangelio, ch’haveano promessa; et massimamente circa li divini offitii et ecclesiastiche ordinationi fussero riverenti et divoti, audienti la Messa et il Corpo de Christo divotissimamente adoranti. Li sacerdoti etiandio, che trattano le cose venerande, et massimamente li sacramenti, vuolse singolarmente dalli frati esser honorati intanto che in qualunque luogo trovasser quelli, il capo loro inanzi inchinando, baciassero non solamente la mano, ma etiandio li piedi de’ cavalli sopra quali cavalcassero, per riverentia della potentia loro.

Ammoniva etiandio li frati, che non giudicassero verun huomo, nè disprezzassero quelli che dilicatamente vivono, et regalmente et soperchiamente vestono; perciochè Dio è nostro et di loro; che può quelli chiamare a sè, et chiamati giustificare. Diceva etiandio che voleva che li frati avessero in reverenza questi cotali come lor frati et signori, perciochè sono fratelli, in quanto da uno Creatore creati; signori sono in quanto i buoni aiutano a far la penitentia, a loro necessaria del corpo ministranti.

Et dicendo queste cose, aggiugneva, cotale dover essere la conversatione delli frati intra le genti, che qualunque udisse o vedesse loro, glorificasse [14] il Padre celeste, et divotamente laudasse. Perciochè era suo grandissimo desiderio, che sì esso, come li suoi frati, di così fatte opere abondassero, per le quali Dio ne fusse laudato. Et diceva a quelli: «Come voi annuntiate la pace con la bocca, così nei vostri cuori et maggiormente l’haggiate. Niuno per voi sia provocato ad ira, overo a scandalo, ma tutti per vostra humiltà et mansuetudine a pace, benignità et concordia siano chiamati; perciochè a questo siamo chiamati, che li fratti curiamo, raggiugnamo gli divisi, et quelli che sono erronei richiamiamo; perchè molti ci paiono membra del diavolo, che anche saranno discepoli de Christo». Anco riprendeva lo piatoso Padre li frati suoi, ch’erano a sè medesimi stretti et maceri di vigilie, di digiuni et esercitii corporali troppo affaticati. Perciochè alcuno s’affliggeva sì gravemente, che in cintura tutta la carne si constringea per siffatto modo che parea havere in odio sè medesmo; la qual cosa l’huomo de Dio vietava et ammoniva loro, benignamente et ragionevolmente riprendendo, et allegando le loro ferite con salutevoli comandamenti.

Ma intra li frati che venivano al Capitolo, nessuno havea ardire recitare li fatti secolari; ma parlavano insieme della vita de’ santi Padri, et come meglio et più perfettamente trovare potessero perfettamente la gratia di messer Domenedio. Et se veruni delli frati che a Capitolo venivano, havean veruna tentatione, o tribulatione, udendo il beato Francesco parlare sì dolcemente et ferventemente, et vedendo la sua presenza, erano liberati dalle tentationi, et dalle tribulationi maravigliosamente erano rimossi [15]: perciochè con gran passione parlava loro, non come giudice, ma come padre misericordioso alli figliuoli, et buon medico agl’infermi, et sapeva con gl’infermi esser infermo, e con li tribolati esser afflitto. Correggeva nientedimeno debitamente tutti gli erranti, et constregnea tutti li contumaci et ribelli con debita punitione.

Finito il Capitolo, benediceva tutti li frati, et mandava a tutte le provincie tutti loro. Et qualunque di quelli haveva spirito de Dio et eloquentia idonea a predicare, overo chierico o laico che fusse, gli dava licentia di predicare. Et essi ricevendo la beneditione da quello, con grand’allegrezza di spirito, come peregrini et forastieri, andavano per lo mondo, niente portando in via, se non tanto i libri per quali potessero dire le loro hore.

In qualunque luogo trovavano verun sacerdote, o povero o ricco, buono o rio, inchinandosi humilmente, riverentia gli facevano. Et quando era hora d’albergare, più volentieri erano con li sacerdoti che con li laici secolari. Et quando apresso sacerdoti albergar non potevano, cercavano li più spirituali. Et ultimamente guardando presso a’ quali potessero più onestamente albergare, insino a tanto che per tutte le città et castella, che li frati visitare volevano, Iddio spirò nella mente d’alcuni che temevano Dio, che a quelli apparecchiassero gli alberghi.

Iddio diede a quelli lo spirito et la parola, secondo l’opportunità del tempo a proferir le parole acutissime, che passavano i cuori de’ giovani et de’ vecchi, i quali lassando padri et madri, et ogni cosa ch’haveano, seguitarono gli frati, il loro habito ricevendo. Veramente all’hora il coltello della divisione fu mandato in terra, quando i giovani venivano alla Religione, lassando padri et madri nelle feccie de’ peccati. Ma quelli che gli ricevevano all’Ordine, gli menavano al beato Francesco, che da lui ricevessero l’habito della Religione humile et devotamente.

Et non solamente gl’huomini si convertivano alla Religione et all’Ordine; ma molte vergini et vedove alle predicationi loro compunte, secondo il lor conseglio, per le città et per le castella negli ordinati monasteri a fare la penitenza si rinchiudevano. Alle quali uno delli frati fu fatto et costituito visitatore et correttore di quelle. Similmente agli huomini ammogliati; et le donne maritate, non possendo dalla legge del matrimonio partirsi, di salutevole conseglio de’ frati sè medesme nelle proprie case a più stretta penitenza si davano. Et così per il beato Francesco, perfetto amatore della Santa Trinità, la Chiesa de Dio in tre Ordini fu rinnovata, come la precedente ripatione di tre chiese figurava. Delli quali ordini ciascuno nel suo tempo fu dal sommo Pontefice confirmato.

CAPO XXI.

Come insegnava ai frati soddisfare alle necessità del corpo.

Diceva il Padre santissimo ai suoi frati: «Il servo de Dio mangiando et bevendo, dormendo et altre necessità del corpo ricevendo, dee con discretione al corpo satisfare, sicchè frate corpo non si possa lamentare dicendo: Non posso star diritto, insistere alle orationi, nè nelle mie tribolationi rallegrare, è altri beni fare non posso, perchè non satisfai al mio bisogno. Ma se il servo de Dio con discretione et assai buono et onesto modo al suo corpo satisfacesse, et frate corpo volesse esser negligente et pigro et pieno di sonno nelle orationi, vigilie et altre buone operationi, allora dovrebbe quello gastigare come cattivo et pigro giumento, perchè vuole mangiare non guadagnare, nè portar soma. Ma se per inopia et povertà frate corpo le sue necessità in sanità per infermità aver non può, quando humilmente et honestamente domanderà dal suo fratello, ovvero dal suo prelato, per amor de Dio, et non gli dà, sostenga per amor de Dio humilmente. Et chi ha patientia aspettar quello che lo consoli, et non lo trova, questa necessità s’imputarà a lui per martirio. Et perchè fe’ quello che a lui s’appartiene, cioè perchè dimandò humilmente la sua necessità, così è scusato dal peccato, etiandio il corpo dopoi più gravemente sarebbe infermato ».

CAPO XXII.

Dell’esecratione et scacciamento della pecunia.

Il vero amico et seguitatione de Christo tutte le cose che del mondo sono, perfettamente disprezzando, sopra tutte le cose discacciava la pecunia, et a fuggir quella, come il diavolo, i suoi frati sempre con parole et con esempio indusse. Et quest’avviso era da lui dato alli suoi frati, che pesassero la pecunia come sterco, per egual peso d’amore. Avvenne adunque in un dì, che un secolare intrando per orare nella chiesa di Santa Maria di Portuncola, et per offerta ponesse la pecunia a canto della croce, et lui partendosi poi dalla chiesa, un frate, puramente toccando quelli denari con mano, gli gittò in una finestra. Et essendo detto questo al beato Francesco, quel frate vedendosi ripreso, subito ricorse a misericordia di perdonanza, et inginocchiatosi in terra, si offerse esser verberato. Et ripreso da lui durissimamente quel frate della pecunia toccata, comandogli che colla sua bocca levasse la pecunia della finestra, et fuori della parete del luogo la portasse, et pones-sila sopra lo sterco dell’asino con la sua bocca. Et quando quel frate gratiosamente avesse compiuto il comandamento, tutti che lo videro et udirono, furono di grandissima paura ripieni. Et per quello molto più disprezzarono la pecunia, allo sterco dell’asino assomigliata. Alle quali cose erano con nuovi esempi tutto il dì animati a essa pecunia disprezzare.

CAPO XXIII.

Della povertà da osservare.

Insegnava a’ frati il Padre beatissimo cercare ne’ libri la parola et testimonianza de Dio, non lo sprezzo de’ libri; lo fondamento, non la bellezza. Voleva che se ne avessero pochi, e quelli esser in comune uso al bisogno de’ frati apparecchiati. De’ letticciuoli bassi et prostrati così abbondava la copiosa et abondante povertà, che quello che sopra la paglia havesse pannicelli quasi mezzo sani, riputava per letto. Anco insegnava li suoi frati fare habitacoli poverelli et casette di legname, non di pietra, et quelle di vili ornamenti di legni et coperture voleva che fussero edificati et fatti. Et non solamente l’arrogantia delle cose disprezzava et rimoveva, ma etiandio le cose lucide et troppo piacevoli all’uso gli erano horride et spiacevoli. Et veruna cosa nelle mense et ne’ vasi, che paresse mondana, amava, se non quelle che povertà chiamassino, tutte peregrinatione et sbandimento cantassino.

CAPO XXIV.

Come volse che tutt’i frati per ogni modo

s’affatigassero alcune fiate con le loro mani.

Li tiepidi che a nessun fatto familiarmente et humilmente s’adoperano, diceva il beato Francesco, come vomito esser certo tratti fuori dalla bocca di Dio; et niuno ozioso dinanzi a lui poteva comparire, che subito col mordace dente non lo ricorreggesse. Et severamente esso beato, d’ogni perfettione esempio, humilmente con sue mani s’affaticava, et niente di ottimo dono di tempo lassava passare, et diceva: «Io voglio veramente che tutti li frati miei s’affatichino, et in tutte buone opere humilmente si esercitino, acciochè agli huomini non siamo nè gravosi nè rincrescevoli, acciochè nè il cuore, nè la lingua presuma che contro di voi parli. Ma se veruni non sanno lavorare, overo operare, imparino.

Il guadagno con la mercè, diceva non esser da commettere all’arbitrio de chi s’affatigava, ma all’arbitrio del Guardiano, overo della famiglia.

CAPO XXV.

Come predisse, che la scientia dovev’essere cagione de rovina.

Dolevasi molto il beato Francesco, se disprezzata la virtù, si cercasse la scientia enfiativa, massimamente se in essa vocatione ciascuno non si fermasse, nella quale da principio era chiamato. Diceva in verità: «Frati miei, quelli che da onore di scientia sono menati, nel dì della tribulatione trovaranno le loro mani vuote. Imperò io vorrei che quelli fussero più fermati nella virtù, che quando il tempo della tribulatione verrà, havessero con essi Iddio nella loro angustia; perciochè la tribulatione è da venire, nella quale i libri a niente utili, saranno gittati nelle finestre et nei luoghi oscuri et nascosti». Non diceva questo, perchè il leggere della Santa Scrittura gli dispiacesse, ma perchè dal superchio studio dell’imparare ritraesse tutti, perchè voleva loro essere di carità buoni, piuchè di pompa di scientia consapevoli. Pensava etiandio li tempi non lunghi da venire, ne’ quali già presapeva la scientia dover esser cagion di rovina. Onde uno dei suoi compagni alcuna fiata troppo intento allo studio delle predicationi, dopo la sua morte apparendogli, lo riprese, vietògli et comandògli che studiasse ire per la via della simplicità et umiltà.

CAPO XXVI.

Del perfetto modo della obedienza ch’egli insegnava.

Diceva il Padre santissimo alli frati suoi: «Nella prima parola il comandamento empiete, et non spettate che vi sia raccomandato quello ch’ io ve dissi, perchè veruna cosa è impossibile, se considerate et giudicate quello ch’è nel mio comandamento: che se io vi comandassi piuchè voi non poteste, la santa obedientia delle sue forze non mancarà.

CAPO XXVII.

Come assomigliò il perfetto obediente all’huomo morto.

Una fiata sedendo il beato Francesco con suoi compagni, sospirò, et disse in tal sospiro: «Appena è veruno Religioso in tutto il mondo, che bene obbedisca al suo prelato.» Subito i frati dissero a lui: «Padre, di’ a noi qual’è la perfetta et somma obedientia.» Et esso, rispondendo, descrisse il vero et perfetto obbediente sotto figura del corpo morto. «Tolli lo corpo senza anima, et pone quel corpo dove ti piacerà; vedrai quello al movimento non contradire, et dove s’è posto non mormorare, et lassato, non riclamare; il quale se in cathedra sarai posto, non le cose alte, ma le basse risguarderai. Ma questo è vero obediente, il quale, quando è mosso, non giudica dove sia allogato, non mormora et non insiste, se sia permutato; pronto all’usato offitio, tiene l’humiltà; quanto è più honorato, più si reputa indegno.» Puramente et con semplicità le comandate et non dimandate, sacre obedientie nominava. Ma la somma obedientia, nella quale veruno ha carne nè sangue, quella vera esser credea, per la quale per divina spiratione intra l’infedeli si va, overo per guadagno delli prossimi, overo per desideri o di martirio. Ma domandare questa, giudicava essere molto accetta a Dio.

CAPO XXVIII.

Come non volea stare in cella honorevole, nè che sua se dicesse.

Nel romitorio di Sartiano un frate disse a un altro frate: «Onde vieni, frate?» Et egli rispondendo, disse: «Vengo dalla cella di Francesco». Il quale vedendolo Francesco, disse a lui: «Perchè hai detto che quella è mia, da ora inanzi ci starà in quella un altro, et non io ». Et da capo diceva: «Il Nostro Signore Dio, quando stette in deserto, ove orò et digiunò quaranta dì et quaranta notti, non fe’ fare cella, nè casa; ma stette sotto un sasso di monte».

CAPO XXIX.

Del frate che non orava, nè lavorava et ben mangiava.

In principio della Religione era intra loro un frate che poco orava, et non lavorava, et per limosina ire non voleva, et ben mangiava. Considerando questo il beato Francesco per lo Spirito Santo, ch’era carnal huomo, disse a quello: «Va per la tua via, frate mosca; perchè vuoi mangiare la fatiga de’ tuoi frati, et essere otioso nell’opera di Dio, come la pecchia otiosa che non guadagna, et mangia primo la fatiga dell’altre.» Et così quello, perchè era carnale, andò per la via sua fuora della Religione.

CAPO XXX.

Della penitenza che dette a un frate, che mal’ havea giudicato un povero.

Quando il beato Francesco per cagione di predicatione fosse ito a un luogo, un povero venne a lui, al quale havendo molta compassione, disse al suo compagno della povertà et infirmità di quello. Il suo compagno rispose: «Frate, vero è che questo pare assai povero, ma forsi di volontà non è il più ricco di tutti?» Et ripreso dal beato Francesco duramente, gli disse: «Va, spogliati la gonnella tua, et gittati ignudo a piè di quel povero, et di’ a lui com’hai peccato contro lui, detraendo et mormorando contro lui». Et dopo gli disse: «Come tu peccasti in colui, anche in Christo. Che quando vedi il povero, debbi considerare quello, in cui nome viene, cioè Christo, il quale portò nel suo corpo la povertà ».

CAPO XXXI.

Come li sollazzi che alcuna fiata faceva al di fuori, si rivolgevano in allegrezza.

Inebriato dell’amore et passione de Christo, il beato Francesco; perciochè dolcissima melodia sentiva intra sè medesmo; lo spirito, che bolliva, spesse fiate il suono gallico dava di fuori, et la vena del divino sussurro, il quale li suoi orecchi riceveva fortivamente, quello suono gallico il rompeva nell’allegrezza. Et alcuna volta di terra coglieva et levava un legno, et sostenendo quello col braccio sinistro, sopra poneva un altro legno per modo d’un arco, et colla mano dritta tirava sopra quello, quasi sopra una viola, o sopra altro instrumento, et facendo a questo idonei portamenti, gallicamente cantava del Signor Giesù Christo. Et tutti questi canti et balli terminavano dopoi in lagrime et compassione de Christo. Tutte queste cose si risolvevano in allegrezza; et scordato delle cose che teneva in mano, era tratto et tirato al cielo.

CAPO XXXII.

Come riprese il compagno ch’era tristo.

Il beato Francesco una fiata riprese uno de’ suoi compagni, che appariva tristo nel viso. Et disse a lui: «Perchè ti mostri tristo di fuori? Delle tue offese intra te et Dio abbi questa tristitia, et priega lui che per sua misericordia ti perdoni, et rendi all’anima tua letitia della tua salute, la quale per lo merito del tuo peccato è privata, et dinanzi a me et agli altri dimostra sempre haver letitia; perciochè al servo de Dio non si conviene mostrar tristitia et tribolata faccia ».

CAPO XXXIII.

Come condiscese al frate suo, che moriva di fame, mangiando con lui.

Avvenne che una notte dormendo li frati, gridò forte uno delli frati et disse: «Io muoio di fame». Et levandosi il beato Francesco, subito fe’ porre la mensa, et come huomo di charità et discretione mangiò con lui, acciochè lui non si vergognasse mangiar solo, et di sua volontà. Et etiandio tutti gl’altri mangiarono. Et poichè hebbero mangiato, disse il beato Francesco ai frati: «Frati miei, così dico a voi, che ciascuno consideri sua natura, che avvengachè alcuno di voi si possa sostentare con minor cibo che l’altro, non voglio che quello che ha bisogno di maggior cibo, si sforzi seguitare quello in questo; ma considerando sua natura, dia al suo corpo la necessità sua, acciochè possa servire allo spirito: perciochè dal soperchio mangiare, che ne noce al corpo et all’anima, noi siamo tenuti guardare; così etiandio dalla soperchia astinentia; perciochè il Signore vuole la misericordia et non il sacrifitio». Et disse a loro: «Frati carissimi, per la charità del mio frate abbiamo mangiato con lui, et grande necessità et charità m’ha constretto ».

CAPO XXXIV.

Come condiscese al frate infermo, mangiando l’uve con esso.

In altro tempo, sapendo il beato Francesco che un frate infermo etiandio sentisse voglia mangiar le uve, per vergogna non le chiedeva; all’hora il beato Francesco fu mosso da pietà, et menollo alla vigna, et sedendo a lato della vite con quel frate, incominciò lui a mangiare l’uve, acciochè quel frate non si vergognasse mangiar solo.

CAPO XXXV.

Come humilmente trovava la carne per gl’infermi, ammonendo loro a penitentia.

Non si vergognava il beato Francesco per li luoghi pubblici delle città acquistar la carne per li frati infermi; ma ammoniva loro, che gli languidi i difetti humilmente portassino, et non si movessino in turbatione, quando pienamente non fosse soddisfatto. Onde in certa Regola fe’ scrivere così: «Prego i miei frati infermi, che nelle loro infermità non si adirino, ovvero conturbino contra Dio, o contra i frati, nè molto sollecitamente domandino le medicine, nè troppo desiderino liberare la carne, ch’è certo da morire, la quale è dell’anima nimica: ma di tutte le cose rendino gratie, che quali che Dio vuole che siano, cotali esser desiderino; perocchè quelli che Iddio ha preordinati a vita eterna, gli ammaestra di percussioni et flagelli et infermità, com’egli dice: Io quelli che amo, riprendo et castigo».

CAPO XXXVI.

Come si vergognava veder veruno più povero di sè.

Conciossiacosachè una fiata, andando il beato Francesco, sincontrasse in un pover huomo; considerando la sua povertà, disse al suo compagno: «Gran vergogna ha dato a noi la povertà di colui, et molto riprende la povertà nostra; perocchè grandissima vergogna è a me, quando trovo alcuno più povero di me che ho eletta la santa povertà per mia donna, et per mie delicatezze et mie ricchezze spirituali et corporali, et questa voce sia andata per tutt’il mondo, cioè ch’io abbia fatto professione della santa povertà dinanzi a Dio et agli huomini».

CAPO XXXVII.

Come reputava furto non dare il mantello al più bisognoso.

Quando una volta fusse tornato da Siena, un povero si scontrò col beato Francesco. Et egli disse al compagno: «A noi fa mestiero che rendiamo il mantello al povero, di cui egli è; perciochè a noi fu prestato per insino trovassimo il più povero fra noi.» Il compagno, considerando del piatoso Padre la necessità, fortemente contradiceva a lui, che non provvedesse ad altri, disprezzando sè stesso. Et il Santo disse a lui: «Io non voglio esser ladro; perciochè per furto s’imputarebbe a noi, se non dessimo al più bisognoso di noi.» E così il piatoso Padre quello mantello al povero donò.

CAPO XXXVIII.

Come un povero, per virtù della limosina del beato Francesco,

perdonò l’ingiuria al signor suo.

Appresso al Colle, contado di Perugia, il beato Francesco trovò un povero, che prima l’havea conosciuto nel mondo, al quale disse: «Fratello, come stai tu?» All’hora quello con irato animo cominciò contro il suo signore assai inique parole, dicendo: «Per gratia del signor mio, il quale il maledica Dio, non posso stare se non se male; perocchè m’ha tolte tutte le mie cose». Et vedendo il beato Francesco a lui caso mortal persistere, con buoni argomenti, havendo misericordia all’anima sua, gli disse: «Fratello, perdona il tuo signore per l’amor de Dio, acciocchè liberi l’anima tua. Et è possibile, ch’egli ti renderà le tue cose; altrimenti le tue cose hai perdute, et l’anima tua la perderai». Et quello disse: «Non posso perdonare in tutto, se prima non mi rende le cose che m’ha tolte.» All’hora il beato Francesco gli disse: «Ecco che ti do questo mantello, et pregoti che tu perdoni al tuo signore per l’amore de Dio.» Et subito il suo cuore fu humiliato, et per lo beneficio provocato, l’ingiurie perdonò al suo signore.

CAPO XXXIX.

Come descrisse lo stato della perfetta humiltà in sè medesmo.

Appressandosi il tempo del Capitolo, disse il beato Francesco ad un suo compagno: «A me pare che io non sia frate Minore, se non fussi in stato ch’io dirò.» Et disse: «Prelato essendo de’ frati, vo con essi al Capitolo, predico et ammonisco i frati, et finita la predica, gridano contro di me: Non vogliamo che tu regni sopra di noi, perchè non sei eloquente, et sei molto dispetto, et idiota; et così cacciano me con vituperio et vergogna. Non mi pare adunque che io sia frate Minore, se per questo modo non mi allegro, quando mi vilipendono, et con vergogna mi cacciano, non volendo ch’io sia loro prelato ».

CAPO XL.

Come insegnò li frati conoscer quando esso era servo de Dio, et quando no.

Convocò una fiata il beato Francesco molti frati, et disse a quelli: « Pregai Dio che si degnasse mostrarmi quando sono suo servo, et quando no; perciochè nessun’altra cosa io vorrei, ch’esser servo suo. Ma esso come benegnissimo Signore, m’ha risposto hora per sua dignità: Sappi veramente, che tu se’ mio servo, quando pensi, parli et operi le cose sante. Pertanto chiamai voi frati, et questo a voi v’ insinuai et dissi, acciochè dinanzi a voi vergognare mi possa, quando mi vedete mancare in tutte queste cose, o in veruna delle cose predette ».

CAPO XLI.

Dell’amor suo, et primo della divota oratione, e dell’offitio che dicea divotamente.

Avvegnadiochè per molti anni fusse stato afflitto dall’infirmitadi degl’occhi, dello stomaco et della milza, era sommamente riverente et divoto delle orationi, et al divino offitio, che del tempo ch’orava et le hore canoniche persolveva, mai al muro nè al pariete s’accostava; ma stava sempre dritto et col capo ignudo, et alcuna volta sopra le ginocchia, massimamente perchè nella maggior parte del dì et della notte all’orationi attendeva. Certo quando per lo mondo andava a piè, quando voleva dire l’hore, il passo fermava sempre; ma se per la infirmità cavalcava, sempre a dir l’offitio discendeva. Onde un tempo pioveva assai fortemente, et lui per l’infermità et grandissima necessità cavalcava. Et essendo tutto bagnato, descendeva del cavallo, quando volesse dire l’hore. Et con tanto fervore dell’orationi et divotioni disse l’offitio così stando in via, et piovendo sopra lui, come se fusse stato in chiesa o in cella. Et disse al suo compagno: « Se con pace et quiete il corpo vuol mangiare il cibo, il quale col suo corpo si fa cibo de’ vermi, con quanta pace et quiete et con quanta riverentia et divotione debbe l’anima ricevere il suo cibo, il quale è esso Iddio? »

CAPO XLII.

Le laudi del Signor Altissimo.

Tu sei santo, Signore et Dio; tu sei Dio degli idii, che suoli fare cose mirabili. Tu sei forte, tu sei grande. Tu sei altissimo, tu sei onnipotente. Tu sei Padre santo, re del cielo et della terra. Tu sei Trino et uno, re de’ re. Tu sei buono, ogni bene, sommo bene, signor Iddio uno et vero. Tu sei amore et charità. Tu sei sapientia, tu sei humiltà, tu sei patientia, tu sei bellezza, tu sei securità, tu sei riposo, tu sei allegrezza. Tu sei speranza nostra et letitia. Tu sei giustitia et temperantia. Tu sei fortezza et prudentia. Tu sei ricchezza ad sufficientia. Tu sei mansuetudine, tu sei difensore. Tu sei guardia et protettore. Tu sei nostra guardia, refugio et virtù. Tu sei fede, speranza et charità nostra. Tu sei grande dolcezza nostra. Tu sei bontà infinita, grande et ammirabile. Signore Dio mio onnipotente, piatoso, misericordioso et salvatore.

Oratione.

Onnipotente, giusto et misericordioso Iddio, da’ a noi miseri per te medesmo fare che sappiamo te volere, et sempre voler quello che ti piace; sicchè dentro mondaci, dentro illuminaci, et del fuoco dello Spirito Santo accesi, possiamo seguire le vestigie del tuo dilettissimo Figliuolo, Signor nostro Giesù Christo, et a te Altissimo per tua sola gratia pervenire, la quale in Trinità perfetta et Unità semplice vivi, regni et glorii, Iddio onnipotente, in saecula saeculorum. Amen.

CAPO XLIII.

Del suo amore alla professione della Regola, et a tutta la Religione.

Il perfetto amatore dell’osservanza del santo Vangelio et della professione della nostra Regola, che non è altro che perfetta osservanza del Vangelio, questo ardentissimamente amava, et quelli che sono et saranno veri amatori, donò a essi singular beneditione. Veramente, dicea, questa nostra professione a quelli che la seguitano, esser libro di vita, speranza di salute, arrha[16] di gloria, melodia del Vangelio, via di croce, stato di perfettione, chiave di paradiso et patto di eterna pace. Voleva che questa professione fusse havuta da tutti insanabile, et voleva che i frati in collocutione contra tedio, di essa spesse fiate conferissero i sermoni insieme, et in memoria di prestito giuramento, d’essa spesse fiate fabulare con la loro conscientia. Et insegnò anco a essi portar quella inanzi agli occhi, in commemoratione et memoria della vita loro et della debita osservantia regolare. Et anco più volle et insegnò i frati dover morire con essa osservantia del santo Vangelio.

CAPO XLIV.

Di un santo laico, il quale fu martirizzato, tenendo la Regola in mano.

Di questa adunque santa dottrina et Ordine instituito dal beatissimo Padre, un frate laico bene ricordandosi; il qual al coro de’ martiri senza dubbio crediamo esser assunto et ricevuto; essendo fra gl’infedeli per lo zelo del martirio, et dalli Saracini al martirio utilmente fusse constretto, con gran fervore, con ambedue le mani tenendo la Regola, humilmente inginocchiato, disse al suo compagno: «Di tutte quelle cose che contro questa Regola ho fatto, frate carissimo, dinanzi agli occhi della divina maestà et dinanzi a te colpevole mi confesso.» A questa breve confessione soggiunse un coltello, per lo quale morendo, la corona del martirio ricevette. Questo era intrato così giovenetto, che appena potea il digiuno della Regola portare. Et niente di meno così parvulo et giovanetto, la panciera alla carne portava. Ben più felice fanciullo, che felicemente cominciò, et più felicemente ordinò et finì.

CAPO XLV.

Del modo che tenevano i frati, riconciliandosi assieme.

Affermava il beato Francesco, che li frati Minori in questo novissimo tempo mandati da Dio, che li esempi della luce mostrassino a quelli ch’erano involti nella caligine de’ peccati, diceva di soavissimi odori empirsi, et di virtù di pretioso unguento esser unto, ch’erano per lo mondo dispersi. Avvenne una fiata, che frate Barbaro dinanzi a un nobil huomo dell’Isola de’ Cipri, et d’ingiuria di parole contro un altro frate si vantasse; il quale, vedendo per questo il suo frate alquanto conturbarsi, subito contra di sè acceso in vendetta, preso dell’asino lo sterco, et nella sua bocca con li suoi denti a masticar gli diede, dicendo: «La lingua mastica lo sterco, la quale contro il mio fratello il veleno della iracundia trasse fuori». Et, vedendo questo quel nobil huomo, di gran stupore maravigliandosi, molto edificato di divotione si partì. Et dall’hora inanzi sè et tutte sue cose alla volontà dei frati promise et espose. Questo adunque tutti i frati per costume servavano, che se verun di loro qualche volta parola d’ingiuria o di turbatione ad altri havesse detto, subito in terra abbattuto, il piè del frate turbato baciava, et humilmente domandava perdonanza. Rallegravasi il santo Padre in cotali cose, quando udiva i suoi figliuoli da sè medesmi l’esempio della santità promuovere, con beneditione d’ogni accettione dignissima quelli frati raunava, che con parole et con opera all’amor de Christo inducessino i peccatori; perciochè nell’amor dell’anime, del quale egli era perfettamente ripieno, voleva i suoi figliuoli a sè per natura et similitudine rispondessero.

CAPO XLVI.

Delle Beatitudini dichiarate dal Nostro Padre San Francesco.

1. Di quelli che sono poveri de spirito. — Beati quelli che sono poveri de spirito, perchè è loro il regno de’ cieli. Molti sono ch’insistono all’orationi et alli offitii, et molte astinentie et afflitioni portano et fanno nel corpo; ma di sola parola che a lor pare ingiuria di corpi loro, o di qualunque cosa che a loro si togliesse, subito si scandalizzano et conturbano. Questi non sono poveri de spirito; perochè quelli che veramente sono poveri de spirito, hanno in odio lor medesmi, et amano quelli che li percuote et ferisce nella guancia.

2. Di quelli che sono veramente pacifici. — Beati i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio. Quelli sono veri pacifici, che tutte le cose che portano in questo mondo per amor del Nostro Signor Giesù Christo, hanno pace nell’anima et nel corpo loro.

3. Dell’ haver purità de cuore. — Beati quelli che sono mondi de cuore, perochè essi vedranno Iddio. Quelli sono mondi de cuore, che disprezzano le cose terrene, et cercano le cose celesti, et non mancano sempre ad orare, et veder messer Domenedio vivo et vero con l’animo et puro cuore.

4. Dell’humiltà da servar ne’ beni. — Beato quel servo che non si esalta, nè allegra più del bene che Iddio dice et fa per lui, che di quello che dice et opera per altri. Quell’huomo pecca che più vuole ricevere dal prossimo suo, che voglia da sè dare ad esso Dio.

5. Del sopportare il prossimo. — Beato è quell’huomo che sopporta il prossimo suo secondo la sua fragilità et debolezza, in quello che vuol essere mantenuto et sopportato da lui.

6. Che tutti i beni si rendino a Dio. — Beato il servo che tutti i beni rende a Dio; perciochè chi in sè alcuna cosa ritenerà, nasconde in sè i denari del suo Signore; et quello che crede havere, gli sarà tolto.

7. Della humiltà che si deve servare nelle laudi umane. — Beato quel servo che non si tiene migliore quando è lodato et magnificato et esaltato dagl’huomini, come quando è tenuto vile, pacifico et disprezzato; perochè quanto è l’huomo dinanzi a Dio, tanto è, et non più. Guai a quel Religioso, che dagl’altri è posto in alto, et per sua vanagloria et volontà non si vuole abbassare, nè discendere. È beato quello che non per sua volontà è posto in alto, et sempre desidera esser sotto i piedi altrui.

8. Della tanta letitia et vanagloria del Religioso. — Beato quel Religioso che non ha allegrezza et letitia se non nelle santissime parole et operationi de Dio, et con questo provoca et tira gl’huomini all’amor de Dio in gaudio et letitia. E guai a quel Religioso che si diletta in parole otiose et vane, e con questo provoca et tira gl’huomini al riso.

9. Della occupatione, della gratia et del silentio. — Beato quel servo, che non parla sotto speranza di mercè humana, tutte le sue cose non manifesta, et non è corrente al parlare; ma saviamente provede in quello che dee parlare et rispondere. Guai a quel Religioso, che i beni che Dio gli ha dati, non gli ritiene nel suo cuore, et non li manifesta ad altri per opera, ma più, sotto speranza di mercè, desidera di mostrare quelli a tutti ; però in questo riceve la mercè sua, et gli audenti poco frutto portano.

11. Della sopportatione della riprensione. — Beato il servo, che quando sarà ripreso et accusato, quella riprensione et accusa così patientemente la sostenesse dagl’altri, come da sè medesmo. Beato il servo, che ripreso, benignamente comporta, et con vergogna obbedisce, et humilmente confessa, et volentieri soddisfa. Beato il servo, che non è corrente a sè escusare, et humilmente porta la vergogna et la reprensione del peccato, dov’ei non commise la colpa. Beato quello ch’è trovato così humile intra gli sudditi suoi, come quando fusse intra gli prelati et signori suoi. Beato è il servo che sempre sta sotto la verga della corretione. Fidele servo et savio è, che non tarda esser punito per confessione et satisfatione dell’opera.

11. Dell’amor fraterno. — Beato il servo, che tanto ama il suo fratello quand’è infermo, quanto che quando è sano. Et beato quello, che amasse tanto il suo fratello quando stasse lungi da sè, che quando fusse con lui, et dopo lui non dirà cosa veruna, che con charità non la potesse dire dinanzi a lui.

12. Bella riverentia et fede che si deve a’ chierici. — Beato il servo, che porta fede ne* chierici, che vivono secondo la forma della santa Romana Chiesa; et guai a quelli che li disprezzano. Et avvegnachè siano peccatori, niuno deve quelli giudicare; perochè solo esso Iddio riserva a sè giudicar loro. Perochè quanto l’amministratione loro è maggior de tutti, la quale [è] del santissimo Corpo et Sangue de Christo Giesù Signor nostro, ch’essi ricevono, et essi soli ad altri lo danno, tanto maggior peccato hanno in essi, che in tutti gli altri huomini di questo mondo.

CAPO XLVII.

Degli effetti delle virtudi.

Dov’è la vera charità et sapientia, quivi non è paura nè ignoranza. Dov’è la povertà con letitia, non è cupidità, nè avaritia. Dov’è il riposo et il ricordo de Dio, quivi non è sollecitudine nè vagabondità. Dove è il timor de Dio a guardar il palazzo et la casa sua, quivi non può aver luogo il nemico ad intrare. Dov’è la misericordia et discretione, quivi non è superchianza, nè inganno.

CAPO XLVIII.

Del villano che si fece frate.

Quando fusse andato il beato Francesco ad una villa della città d’Ascesi, subito uscì il rumore di esso per tutta la villa, perchè volentieri era veduto da quelli uomini, et volentieri era udito. Ma come che udì questo un rustico di maravigliosa semplicità, che arava nel suo campo, per nome Giovanni, subito andò a lui, et disse al beato Francesco: «Voglio che mi facci frate; perciochè lungo tempo hormai ho havuto di servire a Dio».

Il beato Francesco considerando lo suo fervore, si rallegrò con Dio, et disse a lui: «Se vuoi esser della vita et compagnia nostra, bisogna che ti sproprii di tutt’i beni et dalli a’ poveri ».

Et udito questo, subito andò al campo dove havea lassato i bovi, et menò l’uno inanzi il beato Francesco, dicendogli, che lo dasse a’ poveri, et che era parte della sua heredità. Sorrise un poco il beato Francesco. Ma udendo questo li suoi parenti et i suoi fratelli, ch’erano ancora piccoli, corsero al luogo, et con dolorose voci richiesero il bue. Alli quali disse il beato Francesco: «Vi rendo il bue, et tolgo lui per frate ».

Et come l’ebbe vestito dei panni della Religione, menava lui humilmente per suo compagno. Era quello di tanta simplicità, che a tutte cose ch’il beato Francesco faceva, credeva esser tenuto.

Onde quando il Beato stava in veruna chiesa, o in altro luogo ad adorare, et egli lo voleva vedere, acciocchè in tutti li suoi atti et modi et suoi portamenti con lui si conformasse.

Sichè se il beato Francesco s’inginocchiava, o levava le mani al cielo, o sputava, et egli tutte queste cose similmente facea. Et accorgendosi di questo il beato Francesco, incominciò di questa medesma simplicità quello riprendere, al quale esso rispose: « Frate, io promisi fare tutte le cose che fai tu; et però mi conviene in tutte le cose conformare a te».

Di questo si maravigliava et molto si rallegrava il beato Francesco, mirabilmente vedendo lui in tanta purità et simplicità.

Ma egli poi incominciò in tutte le virtù et buoni costumi in tanto crescere, che da poco tempo dapoi morì in quella santa purità et simplicità. Onde dapoi il beato Francesco intra li frati narrava la sua conversatione, nominando lui non frate Giovanni, ma santo Giovanni.

CAPO XLIX.

Del modo dell’indulgentia ch’ebbe il beato Francesco

da Giesù Christo et dal Papa per Santa Maria degl’Angioli.

Stando il beato Francesco apresso a Santa Maria di Portiuncola, gli fu rivelato una notte da messer Domenedio come al Sommo Pontefice messer Honorio, il quale era a Perugia, andasse per impetrare la indulgentia in quella medesma chiesa di Santa Maria di Portuncola racconciata all’hora per lui. Et levandosi la matina, chiamò frate Masseo da Marignano suo compagno, et andando al detto messer Honorio, gli disse: «Santo Padre, hora nuovamente, ad onore della Vergine gloriosa, a Voi una chiesa ho riparata et acconcia; supplico alla Vostra Santità, che ci pognate la indulgenza; è bisogno che per meritarla, ci estenda la mano aiutrice». Et rispondendo a lui il Santo Padre, gli disse: «Ma da’ ad intendere a me quanti anni vuoi, et quanto io ponga di perdono in quella chiesa ». Al quale rispose San Francesco: « Santo Padre, piaccia alla Vostra Santità non dar gl’anni, ma l’anime». Et il signor lo Papa disse: «Vuoi le anime?» Et il beato Francesco disse: «Santo Padre, voglio, se piace alla Santità Vostra, che qualunque verrà a questa chiesa contrito et confesso, et come fa bisogno esser per lo prete assoluto, sia assoluto da colpa et pena in cielo et in terra dal dì del battesimo insino al dì et hora dell’intrata della detta chiesa». Et messer lo Papa rispose: «Molto è grande cosa questo che domanda Francesco; ma la corte di Roma non usò mai cotale indulgentia dare». Et il beato Francesco disse: «Messere, quello ch’ io domando, non è per mia parte, ma per parte di quello che m’ ha mandato, cioè del Nostro Signore Giesù Christo». Allora messer lo Papa tre fiate subito gli rispose, dicendo: «Piace a noi, che l’habbi quella indulgentia». Et i signori cardinali, ch’all’hora erano presenti, risposero: «Vedete, Signore, che se date a questo questa indulgentia, distruirete l’ indulgentia d’oltra mare». Et il Papa rispose: «Noi gli abbiamo data et conceduta quest’indulgentia a lui. Non potiamo, nè doviamo destruere, nè guastar quello che habiamo fatto, ma modifichiamo et rifreniamo quella, che solamente a un dì naturale si estenda». Allora chiamò San Francesco, et dissegli: «Ecco che da ora inanzi concediamo, che qualunque verrà alla predetta chiesa, et intrerà [17] ben contrito et confesso, sia assoluto da colpa et pena. Et questo vogliamo che vaglia per tutti gli anni in perpetuo col termine d’un dì naturale, et dalli primi vespri, inchiudendo la notte, insino alli vespri del dì seguente ». Allora il beato Francesco, inchinato il capo, uscì del palazzo. Et messer lo Papa, vedendo che se n’andava, chiamò lui, dicendo: «O semplicione, dove vai? Che porti tu di questa indulgentia?» Et il beato Francesco rispose: «Tanto basta solamente la vostra parola; esso Dio la sua divina opera dee manifestare».

CAPO L.

Dell’humile risposta delli beati Francesco et Domenico al Cardinale.

Nella città di Roma essendo quelli due chiari luminari del mondo, cioè il beato Francesco et il beato Domenico insieme dinanzi a messer cardinale d’Ostia, il quale poi fu Papa, et insieme cominciarono a dire cose di Dio melliflue, finalmente messer d’Ostia disse a quelli: «Nella chiesa primitiva i pastori et i prelati erano poveri uomini, di charità, non di cupidità, ferventi. Perchè non facemo delli frati vostri o vescovi o prelati, che di dottrina et esempio tutti avvanzano?» Fassi intra li santi umile et devota contentione, non comandandosi, ma insieme onorandosi, et costringendosi alla risposta. Ma all’ultimo l’humiltà vinse Francesco, che prima non rispondesse; vinse etiandio Domenico, che prima di rispondere, humilmente obedisse. Rispondendo adunque il beato Domenico, disse: «Messer, li miei frati sono di buon grado sublimati et magnificati, se questi vogliono conoscere; et giusta il mio potere mai non permetterò che altro specchio di dignità habbino». Allora il beato Francesco, dinanzi al detto messer d’Ostia inchinato, disse: «Messer, perciò sono chiamati Minori i frati miei, che non presumino farsi maggiori: la vocatione loro insegna quelli in luogo piano dimorare, et dell’humiltà de Christo le vestigia seguitare, sicchè per questo finalmente nello sguardo degli santi siano più che gli altri esaltati; ma se volete che faccino frutto nella Chiesa de Dio, tenete quelli et conservateli nello stato della vocatione loro. Et essi salendo in alto, riduceteli a piano anche violentemente, et a veruna prelatione et altura salire non permettiate.» Queste furono le risposte delli Santi, le quali finite, delle risposte dell’uno et dell’altro fu troppo edificato messer d’Ostia, et infinite grazie rendè a Dio. Partendosi ambedue insieme, Domenico pregò il beato Francesco che si degnasse donargli la corda, che si cingea. Il beato Francesco ricusò per humiltà, come quello domandò per charità; ma vinse la felice divotione del domandante, et la corda del beato Francesco per violentia di charità ricevette. Esso beato Domenico sotto la tonica di sotto se la cinse, et dall’hora inanzi divotamente la portò. Finalmente l’uno pose la sua mano sulla mano dell’altro, et l’un dell’altro con molta lode dolcissimamente commendò. Et disse San Domenico a San Francesco: « Vorrei, frate Francesco, che la tua et la mia fusse una Religione, et noi nella Chiesa vivere con egual forma». Finalmente quando si partirono l’uno dall’altro, disse il beato Domenico a più huomini che stavano quivi presenti: «In verità vi dico, che questo sant’huomo Francesco tutti li Religiosi lo dovrebbero seguitare: tanta è la perfettione della sua santità».

CAPO LI.

Come andò per la limosina, prima ch’intrasse a mensa.

In un tempo, quando il beato Francesco havea visitato messer d’Ostia nell’hora del mangiare, quasi furtivamente andando per le limosine et tornando, pose sopra la mensa di quello li pezzi di pane nero havuto per limosina. Vergognossi un poco di quello il cardinale per li molti cardinali et gentil huomini, ch’erano a mensa con lui. Il beato Francesco toleva delle limosine sue, et davane a ciascun cavaliere et cappellano di messer lo cardinale con allegro volto, et alcuni le mangiavano, et alcuni le riponevano per loro divotione. Dapoi ch’ebbe mangiato, entrò nella sua camera, et menò seco il beato Francesco, et levando le sue braccia, il cardinale abbracciò il beato Francesco con molta allegrezza et spasso, dicendogli: «Perchè m’hai fatto oggi così semplice vergogna, che venendo a casa mia, ch’è casa de’ tuoi frati, andasti per le limosine?» Rispose il beato Francesco: «Messer, anco vi ho fatto più honore, perchè honorai il mio Signore, al quale piace la povertà, et quella massimamente ch’è volontaria. Anco voglio havere et tenere questo per grandissima nobiltà et dignità reale, seguire il Signore, che vuolsi fare povero essendo ricco». Et dapoi: «Haggio maggior consolatione quando seggio alla mensa povera ch’è di povere limosine, che alla grande apparecchiata con varie vivande abondantemente». Messer lo cardinale troppo fu edificato della perfettione della povertà, et disse a quello: «Figlio, quello ch’è buono agli occhi tuoi fa, perchè Iddio è con te».

CAPO LII.

Come per le verberationi delle demonia, conobbe più piacere a Dio

stare ne’ luoghi de’ frati poveri, che con li cardinali.

Messer Leone, cardinale di Santa Croce, priegò alcuna fiata il beato Francesco, che alcuni dì stasse con lui, et gli offerì una casa rimota, dove dimorasse come in romitorio. Et andato quivi il beato Francesco col suo compagno, la prima notte, dopo fatta l’orazione, quando volea dormire, vennero le demonia, et lui fortemente batterono, lassandolo quasi morto. Et riavuto, chiamando il suo compagno ch’in altro romitorio stava, gli disse: «Voglio che stii a lato a me, perchè io temo star qui solo; le demonia m’hanno verberato». Il beato Francesco tremava, come l’huomo di febre durissima. Onde tutta quella notte vegliarono. In questo mezzo diceva il beato Francesco al suo compagno: «Le demonia sono castaldi, ovvero servi de Dio, nostro Signore, che manda a punir quello ch’ha peccato; è questo segno di gratia abondante, che Iddio niente lascia nel servo suo, che non vendichi in questa vita. Ma io per misericordia de Dio non conosco haver offeso, che per satisfatione non habbia emendato. Anco per sua misericordia fa con me, che di tutte le cose nelle quali piacesse o dispiacesse a lui, vo all’oratione et chiara cognitione ricevo. Ma può essere che per li suoi castaldi mi ha già gastigato, avvegnachè alli frati non è buono esempio stare appresso li magnati. I miei frati che stanno nelle case poverelle, quando udiranno che io stia appresso i cardinali, havranno ragione di mormorare averso di me, che io abbia consolationi». Et dapoi disse al suo compagno: «Io son sempre tenuto dare buon esempio; haggio da fuggire le curie, et portare la povertà». Discese adunque la mattina, et andò a messer lo cardinale, narrando a lui tutte le cose che haveva portate col suo compagno.

CAPO LIII.

Come volle guastare una casa ch’haveva fatta il popolo d’Ascesi.

Appressandosi il tempo del Capitolo, il quale si faceva appresso a Santa Maria di Portuncola, considerando il popolo d’Ascesi che i frati tutto dì si multiplicavano, hauto un suo conseglio, in pochi dì, con grande festinanza, feron quivi una casa senza consentimento del beato Francesco, et lui assente. Et tornando il beato Francesco, et venuto quivi, molto si meravigliò di quella casa fatta et construtta in quel luogo. Et temendo che per cagione di quella casa gli altri frati, ne’ luoghi ne’ quali dimoravano, et erano per stare, facessero tali case, salì sopra il tetto di quella casa, et comandò ai frati che salissino insieme. Con essi frati incominciò a gittare in terra le lastre, delle quali era coperta quella casa, volendo quella per insino alli fondamenti guastare. Ma certi cavalieri d’Ascesi, i quali erano quivi alla guardia del luogo, vedendo che il beato Francesco cogli altri frati volea dissipare et guastare quella casa, subito andarono a lui, et dissero: «Frate, questa casa è della Comunità d’Ascesi». Et udendo questo, il beato Francesco disse a quelli: «Adunque, se la casa è vostra, non la voglio guastare ».

CAPO LIV.

Della morte di messer Giovanni primo protettore et della assuntione del secondo.

Il venerabile padre messer Giovanni di San Paulo, cardinale predetto, il quale al beato Francesco conseglio et defensione spesse fiate dava, la vita et gli atti di esso santo et delli suoi frati a tutti gli altri cardinali commendava, delli quali le menti sono commosse ad amare l’huomo de Dio con li frati suoi, intantochè ciascuno di loro desiderava havere in corte di quelli frati, non per veruno servitio d’haver da loro, ma per la santità et devotione delli frati che portavano a loro.

Et morto messer Giovanni di San Paulo, spirò Iddio nella mente di uno delli cardinali, per nome Ugolino, allora vescovo di Ostia, che il beato Francesco et li suoi frati intimamente amasse, difendesse et nutricasse; il quale in verità ferventissimamente si portò verso loro, come se fusse padre de tutti, anco più che la diletione et amore del padre carnale alli figliuoli naturalmente si estese. L’amor di questo spiritualmente infiammò ad amare l’huomo de Dio con li suoi frati. Del quale udendo la gloriosa fama l’huomo de Dio, perchè era pieno de gloria et de fama intra gli altri cardinali, andò a lui il beato Francesco con li suoi frati, et quello ricevendo loro con allegrezza, disse a quelli: «Offero me dare a voi apparecchiato aiutorio, conseglio et difensione a vostro beneplacito».

Allora il beato Francesco rendendo gratie a Dio, disse ad esso messer lo Cardinale: «Messer, voglio voi havere per padre et difensore della nostra Religione, et voglio che tutti li frati abbino voi sempre in tutte le orationi raccomandato». Dopo pregò lui il beato Francesco, che nella Pentecoste si degnasse esser in Capitolo delli frati, il quale subito benignamente acconsentì, et all’hora in poi in ogni anno al loro Capitolo sempre fu.

Et quando veniva al Capitolo, uscivano incontro a lui tutti i frati processionalmente, a capitolo congregati. Et quello, vedendo i frati, che discendeva da cavallo, et andava a pie con loro insieme, alla chiesa di Santa Maria. Et dapoi faceva loro il sermone, et celebrava la Messa, nella quale l’huomo de Dio, Francesco, il Vangelo decantava.

CAPO LV.

Delle eletione delli primi ministri et come furono mandati per lo mondo.

Finiti adunque undici anni dal principio della Religione, multiplicati per numero li frati, meritamente furono eletti li ministri et mandati con alcuni frati quasi per tutte provincie del mondo, nelle quali la fede cattolica si coltiva et osserva; li quali in alcune provincie erano ricevuti; ma non si permetteva che si facessero abitationi. Di certe provincie si cacciavano, perchè si credevano che fossero huomini infedeli. Et avvegnachè il prefato messer Innocentio terzo l’Ordine et Regola approvasse di loro, questo con sue lettere non confermò, et per questo li frati da chierici et laici più et più tribulationi hanno portate. Onde per questo li frati sono stati constretti a fuggire da diverse provincie, et così angustiati et afflitti, et anco dagli ladroni spogliati et battuti, al beato Francesco con grande amaritudine sono tornati. Et questo portavano quasi in tutte le parti oltramontane, come fu nella Magna et Ungaria, et in più altre provincie. Quando questo venne a notitia di messer lo cardinale, chiamò il beato Francesco et menollo a papa Honorio, morto che fu Innonocentio, et l’altra Regola del beato Francesco composta, insegnata da Christo, fe’ per esso Honorio papa colla bolla pendente solennemente confermare. Nella qual Regola fu prorogato il termine del Capitolo per evitare la fatiga delli frati, che nelle parti rimote dimoravano.

Il beato Francesco dimandò al detto messer lo papa Honorio uno delli cardinali della Chiesa Romana quasi in padre dell’Ordine suo, cioè il prefato messer lo cardinale Ostiense, al quale i frati potessero ricorrere per li loro fatti; perciòchè havea veduto il beato Francesco per una visione, la quale esso havea potuto haver indotto a domandare il cardinale, et a racomandare l’Ordine alla Romana Chiesa. Perciocchè havea veduto una piccola gallina et negra, che havea le gambe pennute, con li piedi in modo d’una colomba domestica, la quale havea tanti polli, che non li poteva sotto le sue ali proprie congregare, ma andavano nel circuito della gallina, rimanendo di fuori.

Risvegliato dal sonno, incominciò di questa visione a pensare. Et subito per lo Spirito Santo conobbe, sè per quella gallina figuralmente esser disegnato, et disse: «Io sono quella gallina, piccolo per statura, nero per natura, il quale debbo esser semplice come colombo, et per affetto, con li piedi pennuti di virtù, volare al cielo. Et ’l Signore per sua misericordia mi dette et darammi molti figliuoli, i quali per mia virtù difender non potrò. Onde bisogna che quelli alla Santa Chiesa li raccomandi, che sotto l’ombra delle sue ale quelli difenda et governi».

Passati adunque pochi anni dopo la predetta visione, venne a Roma, et visitò messer d’Ostia, il quale impose al beato Francesco, che la mattina seguente andasse con lui a corte; perciochè esso voleva, che dinanzi al Papa et alli cardinali predicasse, et la sua Regola a lor divotamente et affettuosamente ricomandasse. Avvegnachè di questo il beato Francesco si scusasse, dicendo sè esser semplice idiota; ma pur bisognò che andasse con esso a corte.

Et essendosi presentato il beato Francesco dinanzi al Papa et alli cardinali, fu veduto da loro con grand’allegrezza, et levandosi su, predicò a essi, come era stato premunito da sola mozione dello Spirito Santo. Et finita la predicatione, raccomandò la sua Religione a messer lo Papa et cardinali tutti. Della sua predicatione furono molto consolati et ricreati il Papa et li cardinali, et tutte le loro interiora furono commosse molto più affettuosamente all’amore della Religione.

Dapoi disse il beato Francesco al Santo Padre: «Signore, io vi ho compassione sopra la sollecitudine et continova fatiga, per la quale vi bisogna per la Chiesa de Dio vegliare; et molto mi vergogno che per noi frati Minori tanta cura et sollicitudine haggiate. Et conciossiacosachè molti nobili et ricchi, et molti Religiosi, non possino intrare a voi, gran timore et vergogna dee esser a noi, che siamo più poveri et più despetti di tutti gl’altri Religiosi, non solamente intrare a voi, ma star dinanzi all’uscio vostro, et presumer battere et toccare lo tabernacolo delle virtù delli cristiani. Pertanto supplico alla Vostra Santità humilmente et divotamente, che vi degnate concederci messer Ostiense per padre, acciochè nel tempo delle necessità possano i frati ricorrere a lui, salva sempre la dignità della vostra preminenza ».

Et piacque questa domanda a messer lo Papa, et concedette al beato Francesco il prefato messer Ostiense, et confermò lui sopra la Religione dignissimo difensore; il quale, hauto il comandamento da messer lo Papa, in verità come buono protettore la mano distese a difender li frati, scrivendo a molti prelati, che haveano date persecutioni alli frati, che da hora innanzi non fussero più contrarii, ma maggiormente ad habitare et predicare nelle loro provincie dassero adiutorio et conseglio loro come a buoni et santi Religiosi, per autorità della Sede Apostolica approvati. Similmente et più altri cardinali a quello medesmo le loro lettere mandarono. Nel seguente adunque Capitolo, data la licenza alli Ministri dal beato Francesco di ricevere li frati all’Ordine, mandò loro alle provincie sopradette, portando le lettere de’ cardinali colla Regola dalla bolla apostolica confermata. Le quali cose tutti li predetti prelati vedendo, et conoscendo le testimonianze predette, alli frati edificare, abitare et predicare nelle loro provincie concederono. Et così dimorando et predicando li frati in quelle provincie, molti vedendo la loro humile et santa conversatione, et udendo le loro parole dolcissime, ammonenti et infiammanti le menti all’amore de Dio, et a far la penitentia, vennero ad essi, et ferventemente et humilmente ricevettero l’habito della Religione.

Udendo il beato Francesco la fede et amore ch’havea alli frati il detto messer Ostiense, amava lui affettuosissimamente con tutto l’interiore del cuore. Et perchè sapea per revelatione divina, esso messer Ostiense esser da venire Santissimo Pontefice, et questo sempre in lettere gli prenunciava, le quali scriveva a lui, chiamando lui Padre de tutto il mondo. Così scrivea ad esso: «Venerabile in Christo Padre de tutto il mondo ».

Et poi, dopo poco tempo, morto messer Onorio papa, esso messer Ostiense si fu eletto in Sommo Pontefice, chiamato Gregorio nono, il quale sì delli frati come degli altri Religiosi, et massimamente delli poveri de Christo, insino alla fine della sua vita fu precipuo et spetiale benefattore et difensore; onde meritamente si crede nel collegio delli santi essere accompagnato.

CAPO LVI.

Come messer d’Ostia pianse et fu edificato

della povertà dei frati nel tempo del Capitolo.

Messer d’Ostia, quando fusse venuto al Capitolo appresso Santa Maria di Portuncola, a visitare li frati con molti cavalieri et chierici, vedendo che li frati giacevano a terra, et considerando i letti, quasi cubili di bestiame con poca paglia, cominciò a piangere fortemente alla presentia de tutti et disse: « Ecco qui dormono i frati». Et dapoi disse: «Et di noi miseri che sarà, che tante cose superchie usamo?» Et esso et tutti gli altri compunti, furono troppo edificati.

CAPO LVII.

Come lassò un luogo a Bologna.

Ritornando da Verona et passando per Bologna, udì il beato Francesco esser fatta in quel luogo nuovamente una casa de’ frati. Et subito come udì quella casa esser de’ frati, tornò indietro et strettamente comandò, che tutti i frati prestamente uscisseno, et quivi per nessun modo habitasseno. Uscirono adunque tutti, sicchè etiandio gl’infermi non vi rimasero, et con gli altri furono tratti, insino che messer Ugo d’Ostia et legato in Lombardia, la detta casa esser sua publicamente predicò. Quel ch’era infermo in quella casa fu tratto, testimonianza fe’ di ciò et scrisse questo.

CAPO LVIII.

Come il Signore parlò al beato Francesco.

Conciossiachè il beato Francesco havesse incominciato ad intendere, che veruni frati davano malo esempio, toccato da troppo dolore del suo cuore da entro, nella oratione a lui il Signore fe’ questa querela: «Dimmi, o homicciuolo, perchè tanto t’attristi? Io elessi te, huomo semplice, acciocchè possi, tanto tu quanto gli altri, sapere che l’opera che io opero in te, essi in te debbono operare. Io vegghierò sopra la gregge mia, et te posi come signaculo a essi. Chiamai essi, li conservarò et nutricarò. Onde sappi che tanto l’amo, che se veruni de’ frati starà di fuori della Religione, io rimetterò l’altro nella Religione, et se non fosse nato, lo farò nascere. Et pongasi per caso, che in tutta la Religione non rimanessino se non tre frati, anco essa sarà mia Religione, et quella mai in perpetuo non abbandonarò». Et udite queste cose, rimase l’animo suo tutto consolato.

Gli incisi soppressi essendo lunghi e numerosi, abbiamo creduto bene di risparmiare ai lettori la fatica di vederne soppraccaricate le note.

CAPO LIX.

Come rassegnò l’offitio della prelatione, et istituì suo vicario Pietro di Catania.

Ad osservare la virtù della santa humiltà, pochi anni passati dopo la sua conversione, in un Capitolo innanzi a tutti i frati rassegnò l’offitio della prelatione, dicendo a quelli: «Ormai son morto a voi; ma ecco frate Pietro di Catania, al quale io et voi tutti ubidiamo ». Et disceso subito in terra dinanzi a lui, ubidientia et reverentia gli promise. Piangevano adunque tutt’i frati, et il dolore alti gemiti traeva, perchè vedevano sè per ogni modo di tanto padre orfani rimanere. Et levandosi su il beato Francesco, levati gli occhi al cielo, con le mani giunte, disse: «Signore, raccomandoti la famiglia, la quale per addietro mi commettesti, et hora per le infirmità che tu dolcissimo Signore sai, più cura di essa aver non posso; raccomando quella alli Ministri, che sono tenuti nel dì del giuditio dinanzi a te, Signore, render ragione, se veruno frate per loro negligentia, o per malo esempio, o per aspra correttione, sia perito». Rimase adunque in quel tempo suddito per insino alla morte, humilmente portandosi in tutte le cose quanto che veruno degli altri.

CAPO LX.

Del nuovo Testamento che fe’ dare.

Una donna vecchiarella et poverella, la quale havea dua figliuoli nella Religione, venne al luogo di Portuncola, domandando la limosina al beato Francesco. Subito il beato Francesco disse a frate Pietro di Catania, Vicario suo: «Potiamo noi havere alcuna cosa, che diamo a quella madre nostra?» Dicea in verità, quando era madre di verun frate, esser madre sua et di tutt’i frati. Rispose a lui frate Pietro: «In casa non è niente che gli possiamo dare». Et dopo: «Non haviamo, disse, se non un Testamento, nel quale leggiamo le letioni a mattutino». Et disse a colui il beato Francesco: «Dà alla nostra madre il nuovo Testamento, che più piacerà a Dio che se legessimo in esso». Et così gli fu dato il primo Testamento che fu il primo nell’Ordine.

CAPO LXI.

Come si fe’ tirare per le strade d’Ascesi.

In un tempo quando il beato Francesco in una sua grande infirmità ebbe mangiato un poco di carne di pollo, un dì, benchè poco meglio stasse, andò ad Ascesi, et intrato nella porta della città, comandò al compagno che con la corda legata al collo tirasse lui per le strade come un latrone, et che gridasse: «Ecco il iottone, che s’è ingrassato della carne delle galline, che voi non l’havete saputo». Corsero tutti del popolo a tanto grande spettacolo, et cominciarono tutti a piangere sopra lui per troppa pietà et compassione, et accusavano sè medesmi, dicendo: «Che faremo noi miseri, che tutt’il tempo di nostra vita siamo vissuti et continuamente viviamo secondo i desiderii della carne?» Et così, compunti di cuore, per esempio del beato Francesco erano a miglior vita provocati.

CAPO LXII.

Conte predisse un caso d’un frate.

Fu un frate di honesta et santa conversatione di fuori, il quale de dì et de notte pareva sollecito circa l’oratione et silentio, et con soli segni et non con parole si confessava al sacerdote; et nell’udire le parole della Scrittura, di dentro et di fuora mirabilmente si dilettava; siche per questo a devotione sè e gli altri frati menava. Accadde che il beato Francesco venne al luogo dove era quel frate, il quale, avendo udito dagli altri frati la conversatione de quello, disse a loro: «Lassate, frati, nè a me in esso la diabolica fraude laudate: in verità sappiate, che questa è una tentatione et inganno del diavolo. Fermamente credo che quello non si vuol confessare.» Duramente questo udirono li frati, et più che mai il Vicario suo, che cominciò a commendare quel frate dinanzi al beato Francesco, dicendo, gli parere impossibile potesse esser tale quel frate, ch’ha tanti segni di santità. Et il Santo disse a quelli: «Provatelo e ditegli che si confessi una o dua fiate: se non vuole obedire, sappiate ch’è vero che io dissi». Ed il Vicario suo chiamato quello familiarmente, gli disse che si confessasse. Et quello non volle, et ponendo il dito sopra la sua bocca, menando il capo dimostrò per segno, che questo non farebbe mai per amore del silentio. Tacerono i frati, temendo di scandalizzare il beato Francesco. Et dapoi non molti dì passati, per sua volontà uscì fuori dell’Ordine quel frate, tornò al secolo, et morì privato di penitentia et di vita.

CAPO LXIII.

Come accusò sè della vanagloria.

Andando una fiata il beato Francesco per la città d’Ascesi, una povera vecchiarella dimandò a lui la limosina, et esso subito gli diede il mantello ch’havea addosso. Et immantinenti, senza indugio, si voltò a quelli che lo seguitavano, dicendo che n’ebbe dapoi vanagloria. Et tanti altri esempi simili a questo vedemmo et udimmo della somma humiltà sua, [che] noi, che usammo et conversammo con lui, nè con parole, nè con lettere li potemo narrare. Ma in questo, spetiale et sommo studio ebbe il beato Francesco, che non fusse hipocrita dinanzi a Dio.

CAPO LXIV.

Del frate che voleva il Salterio.

Una fiata un frate laico essendo cupido d’havere il Salterio, richiese quel Salterio al beato Francesco, et lui invece di quello proferse a lui la cenere.

CAPO LXV.

Come diede la tonaca a dua frati.

In un tempo si scontrarono nel beato Francesco dua frati de Francia et de grande santità; et avendo de lui grande consolatione et letitia, dopo dolci affetti et soavi parole, finalmente gli domandarono la sua tonica per ardente divotione. Subito lui si spogliò la tonica, et diella a quelli, rimanendo ignudo. Ma uno di quelli si spogliò la sua tonica, et diella a lui.

CAPO LXVI.

Come volle dare al povero la pezza.

Una volta venne un povero in luogo ov’era il beato Francesco, domandando a lui la limosina. Et esso, niente havendo a dargli, all’hora portò il coltello, et sedendo in luogo segreto, incominciò a torre una guida [18] della sua gonnella, et vuolsela dare a quel povero.

CAPO LXVII.

Come insino alla morte vuolse avere Guardiano, et vivere in soggetione.

Volendo il beato Francesco nella perfetta humiltà et soggetione persistere, richiese un Guardiano singolare, et esso venerare come prelato lui. Et disse a frate Pietro di Catania, cui havea promessa obedientia: «Ti prego per la charità de Dio, che commetti la tua vece sopra me a uno de’ miei compagni, al quale io obedisca in luogo di te. So lo bene dell’obedientia, che non passa senza lucro colla soggettione all’altro». Et ammessa l’istantia, da quell’hora sino alla morte in tutti i luoghi suddito fu, et al Guardiano proprio sempre soggettione portava. Anco una fiata disse a’ suoi compagni: «Quella gratia infra le altre m’ha data Iddio, che così diligentemente obedissi al novitio che intrasse oggi in Religione, et se mi fusse assegnato per Guardiano, come al primo et antico nella vita et Religione; perocchè il suddito dee considerare il suo prelato, non come huomo, ma come Iddio, per lo cui amore suddito è a quello ».

CAPO LXVIII.

Come volea esser noto a tutti.

In un tempo, quando il beato Francesco nel romitorio del Poggio predicava a un gran popolo, nella prima parola della predica disse a quelli: «Voi siete venuti a me con gran divotione, perchè credete ch’io sia sant’huomo; ma a Dio et a voi confesso, ch’io ho mangiato nella quaresima cibi confetti di lardo». Et così dava alla voluttà quello ch’havea concesso all’infirmità. Et conciossiacosachè per la infirmità della milza et per la frigidità dello stomaco, uno delli compagni ch’era suo Guardiano, volesse cugire nella sua tonica un poco di pelle di volpe a lato della milza et allo stomaco, massimamente perchè all’hora era un grandissimo freddo, rispose a lui il beato Francesco : « Se vuoi eh’ io abbia in su la tonica pelle di volpe, fammela porre di fuori sopra la tonica un frusto di quella pelle, acciocchè tutti gli huomini per questo conoschino, che io etiandio ho dentro la pelle della volpe». Et così si fe’ fare.

CAPO LXIX.

Come cacciò le demonia, con le parole d’ humiltà.

Un tempo andò il beato Francesco con un compagno a una chiesa lontana dall’abitatione et derelitta, et disse a quel frate: «Ritorna allo Spedale de’ leprosi, perchè voglio questa notte star qui solo, et domattina per tempo ritornerai a me». Et rimanendo quivi solo in orationi lunghe et divotissime, si volse dappoi a riposare, et non potette; perchè lo spirito suo subito cominciò a temere et attristare, et il corpo a tremare. Sentiva contro sè diaboliche suggestioni, et sopra il tetto della chiesa grande strepito delle demonia; et subito uscì dalla chiesa et segnossi, dicendo: «Da parte de Dio onnipotente, dico a voi demonii, che adoperiate verso il mio corpo quello che vi sarà dato da messer Giesù Christo, perochè sono apparecchiato tutte le cose portare; conciossiacosachè il maggior inimico ch’io abbia, sia il corpo mio, et vindicarete me dell’avversario mio et prossimo inimico». Et quelle suggestioni immantinente in tutto si cessarono.

CAPO LXX.

Della visione di un frate, che una gran sedia era serbata per il beato Francesco.

Et la mattina, fatto il dì, tornò quel frate al beato Francesco; et stando allora il beato Francesco dinanzi all’altare in oratione, quel frate aspettò lui fuor del coro, orando similmente dinanzi al crocifisso; et cominciando ad orare, fu elevato et ratto in cielo, et vidde in cielo, fra molte sedie, una sopratutte degna, d’ogni pietra pretiosa ornata, et d’ogni gloria risplendente. Et vedendo la sua bellezza, incominciò intra sè a pensare de chi fosse quella sedia; et subito udì una voce, dicendoli: «Questa sedia fu de uno che cadde, et in luogo di lui sederà Francesco humile ». Et ritornando in sè quel frate, subito uscì fuori col beato Francesco, alli cui piedi immantinente se gettò, colle mani in modo di croce cancellate, et considerando lui quasi già in cielo, stante in quella sedia, disse a lui: «Padre, priega Dio che m’habbia misericordia et perdoni i miei peccati». Et stendendo la mano, il beato Francesco levò lui in alto, et conobbe subito che quella cosa nell’oratione avesse veduta. Ma dappoi partiti, quel frate incominciò a parlare al beato Francesco, et disse a lui: «Che credi, frate, di te medesmo?» Rispose il beato Francesco: «A me pare che io sia maggior peccatore, che veruno di questo mondo ». Et subito fu detto dentro di quel frate: «In questo puoi conoscere esser stata vera visione, che vedesti. Perochè come quello, per la superbia, di quella sedia fu gittato, così Francesco per la sua humiltà meritarà esser esaltato, et sedere in essa ».

CAPO LXXI.

Come volea persuadere all’Imperatore,

che facesse spetial legge nella Natività de Dio.

Liquefatto di carità alla natività di Giesù Christo, alcune fiate diceva a’ suoi frati il beato Francesco: «Se parlare all’Imperatore, lo supplicharò et metterogli a vedere che faccia legge spetiale, et costringere gl’huomini a gettar del grano et degli altri grani per le vie fuori delle città et castella nel dì del Natale de Dio, acciocchè gli uccelli, et spetialmente le nostre suore allodole, habbiano da mangiare: et ciò per riverentia di tanta solennità ». Et ricordava ancora, con lachrime, la povertà della beatissima Vergine Maria in quella notte che intra lo bue et l’asino il suo Figliuolo nel presepio reclinò.

CAPO LXXII.

Questa è la lettera che mandò il beato Francesco al Padre Generale.

« Iddio te benedica. Dico a te come posso del fatto dell’anima tua, che quelle cose, che ti danno impedimento ad amar messer Domenedio et qualunque ti farà impedimento, o frati o altri, etiandio se ti battessero, tutte le cose debbi avere per gratia; et così vogli, et non altrimenti. Et ama loro che ti fanno queste cose, et non volere altro da essi che quanto il Signore darà a te; et in questo ama loro che vogli sieno migliori christiani. Et in questo voglio conoscer se tu ami Dio, et me suo servo et tuo, se farai questo; cioè che verun frate sia del mondo, che peccharà quanto potrà peccare, che poichè vedrà gli occhi tuoi, mai si parta senza misericordia tua. Et se non dimandasse misericordia, domandala tu a lui. Et se mille volte dapoi apparisse dinanzi agli occhi tuoi, ama lui più che me, acciocchè lo riduchi, et sempre abbi misericordia a questi cotali. Et questo notifica ai Guardiani quando potrai, che tu sei fermo a far così. Et tutti i frati che sapessino lui aver peccato, non facciano a lui vergogna, nè detratione; ma verso lui abbiano gran misericordia, et tenghino molto occulto il peccato del frate suo, perocchè non è bisogno il medico a’ sani, ma a quelli che sono infermi. Se verun de’ frati per la instigatione del nemico mortalmente pecca, per ubidienza sia tenuto ricorrere al suo Guardiano, et il Guardiano similmente per ubidienza sia tenuto mandar quello al Custode; et esso Custode con misericordia provegga a lui come volesse provedesse a sè, se in simili cose fosse. Et questi non hanno in tutto altra potestà di dare penitentia, se non questa, cioè da dire: Va, et da hora innanzi più non peccare. Fa questo, e sta sano ».

CAPO LXXIII.

Come per visione fu certificato del regno de Dio,

Essendo un tempo il beato Francesco a Fuligno, frate Elia, suo vicario, disse a lui, che una visione gli havea mostrato, che lui non havea a vivere che due anni innanzi che quella visione vedesse. Prestamente allora il beato Francesco dette cura di sè a certi frati, che per virtù amava et erano familiari di lui. Et fatto questo, si fe’ portare alla Verna.

CAPO LXXIV.

Della divina Provvidenza verso lui,

Essendo il beato Francesco appo lo romitorio presso Rieti per la infermità degli occhi, ogni dì visitava lui un medico da occhi. Un dì disse il beato Francesco a uno de’ suoi compagni: «Andate, et date mangiar al medico molto bene». Rispose a lui il Guardiano et disse: «Padre, con vergogna diciamo, che tanto poveri siamo ora, che ci vergognamo invitar lui. «Rispose il Santo: «Non me lo fare dir più ». Et il medico disse: «Io, frati carissimi, la vostra povertà harò per delitia». Andarono i frati et apparecchiarono la mensa poverella, cioè un poco di pane, et un poco di vino, et un poco di legumi, ch’havevano fatto per loro. Et quando ebbero incominciato, ecco fu picchiato all’uscio del luogo; et levandosi uno de’ frati, andò et aprì l’uscio; et ecco sopravenne una donna che arrecava un canestro di pane assai bello, et pieno di pesce et di pastelli e gamberi, et uve belle et fresche. Et vedute queste cose i frati et il medico molto s’allegrarono et maravigliarono. Et il medico, sospirando, disse: «Frati, non conoscemmo la santità di quest’huomo, nè etiandio voi frati».

CAPO LXXV.

Come humilmente rispose a un dottore de’ Predicatori in un passo della Scrittura.

Stando il beato Francesco appresso a Siena, venne a lui un dottore di sacra teologia dell’Ordine de’ Predicatori, buono, assai spirituale. Et avendo col beato Francesco delle parole de Dio insieme per spatio di tempo dolcissime parole conferito et detto, domandò lui il detto maestro di quella parola di Ezechiel Profeta: «Se non annunziarai all’empio l’empietà sua, l’anima sua della tua mano richiederò». Et disse a lui: «Buon Padre, io conosco molti esser in peccato mortale, a’ quali non annunzio la loro empietà: saranno adunque richieste le loro anime dalla mano mia?» Al quale il beato Francesco humilmente disse, sè esser idiota, et bisognava lui più tosto esser insegnato da lui che rispondere sopra la sentenza della Scrittura. All’hora quell’humile maestro gli disse, contradicendo: «Frate, avvegnach’io da alcuni savii la espositione di questa parola abbia udita, ma volentieri sopra di questa il tuo intelletto intenderò». Disse adunque il beato Francesco: «Se la parola si dee generalmente intendere, io in questo modo l’intendo: che il servo di Dio così dee per vita et santità in sè medesimo ardere, ovvero risplendere, che per lume di esempio et per lingua di santa conversatione tutti gli empi riprenda: così quello, collo splendore della sua vita et coll’odore della sua fama annunziarà a tutti la loro iniquità». Et quel dottore molto grandemente edificato, partendosi disse ai compagni del beata Francesco: «Fratelli miei, la theologia di quest’huomo per purità et contemplatione sottomessa, è l’aquila volante, et la nostra scientia col ventre andava sopra la terra ».

CAPO LXXVI.

Come si fe’ portare ad Ascesi.

Il beato Francesco, essendo a Siena, et stando infermo per sopraeminenza di dolori, et più che l’usato paresse la mano del Signore sopra lui riprensiva, frate Helia, vicario di lui, venne sollecito al luogo, per la visione veduta appresso a Fuligno, della prossima sua morte, et lui ad Ascesi portò.

CAPO LXXVII.

Questa è una laude delle creature, che fe’

il beato Francesco quando s’approssimava alla morte.

Altissimo, onnipotente, buon Signore, tue sono le laudi, et la gloria, et l’onore et hogni beneditione. A te solo si confanno, et niun huomo è degno di te mentovare.

Laudato sia il mio Signore con tutte le sue creature, spetialmente messer lo frate Sole, il quale giorna ed illumina noi per lui, et esso è bello et radiante con gran splendore, di te Signore porta significatione.

Laudato sia il mio Signore per suora Luna et per le Stelle, che in cielo ai formato chiare, pretiose, et belle.

Laudato sia il mio Signore per frate Vento, et per l’Aria, et per Nubilo et Sereno, et ogni tempo, per le quali dai alle creature sostentamento.

Laudato sia il mio Signore per suora Acqua, la quale è molto utile et humile, pietosa et casta.

Laudato sia il mio Signore per frate Fuoco, per lo quale tu illumini la notte, et egli è bello, et giocondo, et robustissimo, et forte.

Laudato sia il mio Signore per suora nostra madre Terra, la quale ci sostenta et governa, et produce diversi frutti, et colorati fiori et erbe.

Laudato sia il mio Signore per quelli che perdonano per lo suo amore, et sostengono infermitadi et tribulationi. Beati quelli che le sosterranno in pace, che da te Altissimo saranno coronati.

Laudato sia il mio Signore per suora nostra Morte corporale, dalla quale niun huomo vivente può scampare.

Guai a quelli che morono in peccato mortale.

Beati quelli che si trovano alle tue santissime volontadi, che la morte seconda non gli potrà far male.

Laudate et benedite il mio Signore, et ringraziate, et servite lui con grande humiltade.

CAPO LXXVIII.

Come volea significare a Roma a madonna Iacoma

del suo stato apresso alla morte.

Essendo nel luogo di Santa Maria di Portuncula nell’ultima infermità, della quale morto è il beato Francesco, chiamò un dì i suoi compagni dicendo: «Voi sapete come madonna Iacoma di Settesoli a me et alla nostra Religione fu et è fedele molto et devota. Et però credo che per gran gratia et consolatione harrà, se a lei significarete come io sto, et spetialmente gli mandate a dire che mi mandi del panno religioso, che in colore s’assomigli alla cenere, et con esso panno mi mandi di quel mangiare che si chiama a Roma mortarolo, il quale si fa di mandole, zuccharo et altre cose». Era in verità quella donna assai spirituale et vedova, et era delle più nobili et ricche di tutta Roma, la quale per meriti et predicationi del beato Francesco tanta gratia ebbe et conseguì dal Signore Iddio, che sempre piena di lachrime per divotione et amore della dolcezza de Christo era a lei perdonato come ad altra Maddalena. Scrissero adunque la lettera come haveva detto il Santo. Et un frate andava cercando un frate, ch’essa lettera alla detta donna portasse. Et subito fu picchiato all’uscio del luogo, et aprendo l’uscio un frate, ecco madonna Iacoma, ch’era venuta con gran fretta a visitare il beato Francesco, la quale conoscendola uno de’ frati, andò di ratto al beato Francesco, et con gran letitia l’avvisò come madonna Iacoma era venuta da Roma col suo figliuolo, et molte altre cose, a visitar lui.

Et disse a lui quel frate: «Che faremo, Padre? Lassaremo intrare lei, et che venga a te?» Et questo disse, perchè era stato ordinato per volontà del beato Francesco, in quel luogo per grand’onestà et devotione che nessuna femina dovesse intrare in quel chiostro. Et disse il beato Francesco: «Non è da osservare questa costitutione in questa donna. Quanta fede et divotione ha fatta lei venire qui da longinque parti?» Intrò dunque al beato Francesco essa donna, spargendo molte lachrime dinanzi a lui. È maraviglia certa; perchè recò a lui lo panno morticino, cioè del colore della cenere, per la tonica, et tutte cose che si conteneano nella lettera, come se havesse hauta essa lettera. Et disse alli frati la donna predetta: «Frati miei, a me fu detto in spirito quando orava: Va, et visita il tuo padre Francesco, et va prestamente et non tardare; perchè se indugiarai molto, non lo trovarai vivo. Et porta il tal panno per la tonica et cotali cose che gli facci cotale mangiare. Similmente per li lumi quantità di cera, et etiandio d’incenso.» Et queste cose si contenevano nella lettera, salvo l’incenso. Et così fu fatto, che quello che spirò et mandò lo Spirito Santo alli re, che andassero con li doni a trovare il Figliuolo di Dio nel dì della sua nascita, et così spirasse a quella donna nobile et santa che andasse ad onorare lo dilettissimo suo servo nel dì della morte, anco della vera natività sua. Apparecchiò a-dunque quella donna la vivanda, della quale desiderava mangiare il Padre santo; ma esso poco ne mangiò, perchè continuamente mancava et apparecchiavasi alla morte. Fe’ eziandio fare molte candele, le quali dopo morto ardessino dinanzi al santissimo corpo suo. Del panno i frati gli feron la tonica, colla quale sepelito fu. Et egli comandò alli frati che cucissero il sacco sopra esso in segno et esempio di santissima humiltà, et di madonna la povertà. Et in quella settimana che venne donna Iacoma, passò di questa vita il santissimo Padre nostro, et andò a Dio in cielo.

CAPO LXXIX.

Come appresso alla morte si fe’ portare et morì a Santa Maria di Portuncola.

Perciochè il beato Francesco per lo Spirito Santo della morte prossima certificato, et essendo nel palazzo del vescovo d’Ascesi, infermo, si fe’ portare da’ frati a Santa Maria di Portuncola, acciochè là morisse et terminasse i dì suoi, dove la vita et il lume dell’anima havea incominciato a provare, et essendo in quel luogo infermo nell’ultima infermità, chiamò i compagni suoi, et spesse fiate fece le laudi de Dio decantare. Et fatta, la sera innanzi la morte, la cena con li frati che amarissimamente piangevano et non si potevano consolare, allhora il beato Francesco, con grandissima divotione et reverentia, sparse le mani a Dio et con grande letitia, disse: «Ben venga la mia suora Morte». Et letto il Vangelo, et benedetti i frati, si fe’ della tonica spogliare et porre nudo in terra. Et fatto fu che da poco dapoi passò di questa vita et si unì a Dio in cielo, quasi de notte, li quattro ottobre 1226.

Onde venne la matina tutto il popolo et chiericato d’Ascesi a Santa Maria di Portuncola, et levarono il santo corpo di quel luogo dov’era morto con hinni et laude, tutti portando i rami dell’arbori. Et così portarono quello a San Damiano a consolar le figliuole et ancelle sue. Et rimossa la rete del ferro, per la quale comunicar soleano, posero i frati il santo corpo del feretro et bara, et tennero quello insino che madonna Chiara et le suore sue furono delle piaghe di lui consolate, avvegnachè fussino piene di tristitia et afflitte di molte lachrime, vedendosi private di consolationi et ammonitioni del beato Francesco, duca et maestro.

Note

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[1] refetti: ristorati

[2] Il testo ha: doi per, manifesto errore di copista.

[3] margherita: nel significato di perla, pietra preziosa, qui da intendersi in maniera simbolica.

[4] Il testo ha: spegneva. (e probabilmente sarebbe da leggere: spigneva)

[5] accattati in prestanza: presi in prestito.

[6] confetto: consumato.

[7] collaudare: lo stesso che lodare.

[8] stupette: rimase stupefatto.

[9] elettuario: sorta di medicamento.

[10] veruni cibi: alcun cibo.

[11] Nel testo invece di tuoi vi è per manifesto errore suoi.

[12] Il codice ha: generati.

[13] date le tose: concesso il diritto alla tonsura, elemento distintivo dei chierici.

[14] Il testo ha: glorifiare.

[15] Il testo ha: era rimosso.

[16] arrha: pegno, garanzia [ndr]

[17] L’originale ha: in terra.

[18] guida: qui sta per pezza.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2011