I fioretti

di San Francesco

(edizione Cesari)

Edizione di riferimento

I Fioretti di San Francesco, testo di lingua secondo la lezione adottata dal p. Antonio Cesari, casa editrice italiana di M. Guigoni, Milano 1868

edizione di raffronto:

I fioretti di San Francesco e il cantico del Sole, con introduzione di Antonio Padovan e 8 tavole, terza edizioe annotata, riletta e migliorata, Ulrico Hoepli editore libraio della Real Casa, Milano 1915

FIORETTI  DI  SAN  FRANCESCO

CAPITOLO PRIMO.

Al nome del nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso, e della sua

Madre Vergine Maria. In questo libro si contengono certi Fioretti,

Miracoli ed esempli divoti del glorioso poverello di Cristo san

Francesco e di alquanti suoi santi Compagni a lode di Gesìi Cristo.

Amen.

In prima è da considerare che il glorioso san Francesco in tutti gli atti della vita sua fu conforme a Cristo benedetto: che come Cristo nel principio della sua predicazione elesse dodici Apostoli, a dispregiare ogni cosa mondana, a seguitare lui in povertà, e nell’altre virtù; così san Francesco elesse dal principio per fondamento dell’Ordine dodici compagni, possessori dell’altissima povertà. E come uno dei dodici Apostoli di Cristo, riprovato da Dio, finalmente s’impiccò per la gola; così uno dei dodici compagni di san Francesco, ch’ebbe nome Frate Giovanni della Cappella, apostatò, e finalmente s’impiccò sè medesimo per la gola. E questo agli eletti è grande esempio, e materia di umiltà, e di timore; considerando, che nessuno è certo di dover perseverare infino alla fine nella grazia di Dio. E come que’ Santi Apostoli furono al tutto maravigliosi di santità e umiltà, e pieni dello Spirito Santo, cosi que’ Santissimi Compagni di san Francesco furono uomini di tanta santità, che dal tempo degli Apostoli in qua, il mondo non ebbe così maravigliosi e santi uomini; imperocchè alcuno di loro fu rapito insino al terzo cielo, come san Paolo, e questi fu frate Egidio: alcuno di loro, cioè Frate Filippo Lungo, fu toccato nelle labbra dall’Angiolo col carbone del fuoco, come fu Isaia Profeta: alcuno di loro, e ciò fu Frate Silvestro, parlava con Dio, come fa l’uno amico coll’altro, a modo che fece Mosè: alcuno volava per sottilitade d’intelletto, infino alla luce della Divina Sapienza, come l’aquila cioè Giovanni Evangelista: e questo fu Frate Bernardo umilissimo, il quale   profondissimamente isponeva la Santa Scrittura: alcuno di loro fu santificato da Dio, e canonizzato in cielo, vivendo ancora nel mondo; e questo fu Frate Ruffino gentiluomo d’Assisi; e così furono tutti privilegiati di singolare segno di santità, siccome nel processo si dichiara.

CAPITOLO II.

Di Frate Bernardo da Quintavalle, primo Compagno di San Francesco.

Il primo Compagno di San Francesco si fu Frate Bernardo d’Assisi, il quale si convertì a questo modo. Essendo san Francesco ancora in abito secolare, benchè già avesse disprezzato il mondo, ed andando tutto in dispetto, e mortificato per la penitenza, intanto che da molti era reputato stolto, e come pazzo era schernito e scacciato con pietre e con fastidio fangoso dalli parenti e dalli strani, ed egli in ogni ingiuria e scherno passandosi paziente, come sordo e muto: Bernardo d’Assisi, il quale era de’ più nobili, e de’ più ricchi, e de’ più savi della città, cominciò a considerare saviamente in san Francesco il così eccessivo dispregio del mondo, la grande pazienza nelle ingiurie; che già per due anni così abbominato e disprezzato da ogni persona, sempre parea più costante; cominciò a pensare, e a dire frase medesimo: Per nessun modo può essere che questo Frate non abbia grande grazia da Dio; e sì lo invitò la sera a cena, e albergo: e san Francesco accettò, e cenò con lui ed albergò. Ed allora Bernardo si pose in cuore di contemplare la sua santità: onde e’ gli fece apparecchiare un letto nella sua camera propria, nella quale di notte sempre ardea una lampada. E san Francesco, per celare la santità sua, immantinente come fu entrato in camera, si gittò in sul letto, e fece vista di dormire: e Bernardo similmente, dopo alcuno spazio si pose a giacere, ed incominciò a russare forte, a modo come se dormisse molto profondamente. Di che san Francesco, credendo veramente che Bernardo dormisse, in sul primo sonno si levò del letto, e posesi in orazione, levando gli occhi e le mani al cielo, e con grandissima divozione e fervore dicea: Iddio mio, Iddio mio. E così dicendo, e forte lagrimando, istette fino al mattutino, sempre ripetendo: Iddio mio, Iddio mio, e non altro; e questo dicea san Francesco, contemplando e ammirando la eccellenza della Divina Maestà, la quale degnava di condiscendere al mondo, che periva, e per lo suo Francesco poverello disponea di porre rimedio di salute dell’anima sua e degli altri. E però alluminato di Spirito Santo, ovvero di spirito profetico, prevedendo le grandi cose, che Iddio dovea fare per lui e l’ordine suo, e considerando la sua insufficienza e poca virtù, chiamava e pregava Iddio, che colla sua pietà ed onnipotenza, senza la quale niente può l’umana fragilità, supplisse, ajutasse e compiesse quello, che per sè non potea. Veggendo Bernardo, per il lume della lampada, gli atti divotissimi di san Francesco, e considerando divotamente le parole che dicea, fu toccato e ispirato dallo Spirito Santo a mutare la vita sua; di che, fatta la mattina, chiamò san Francesco, e disse così: Frate Francesco, io ho al tutto disposto nel cuore mio d’abbandonare il mondo, e seguitare te in ciò che tu mi comanderai. Udendo questo san Francesco, si rallegrò in ispirito, e disse così: Bernardo, questo che voi dite è opera sì grande e malagevole, che di ciò si vuole richiedere consiglio al nostro Signore Gesù Cristo, e pregarlo, che gli piaccia di mostrarci sopra a ciò la sua volontà, ed insegnarci, come questo noi possiamo mettere in esecuzione: e però andiamo insieme al Vescovado, dov’è un buono Prete, e faremo dire la Messa; poi istaremo in orazione infino a terza, pregando Iddio, che infino alle tre apriture del messale, ci dimostri la via che a lui piace che noi eleggiamo. Rispose Bernardo, che questo molto gli piacea. Di che allora si mossero, e andarono al Vescovado: e poichè ebbero udita la Messa, e istati in orazione infino a terza, il Prete alle preci di san Francesco, preso il messale, e fatto il segno della Santissima Croce, sì lo aperse nel nome del nostro Signore Gesù Cristo tre volte: e nella prima apritura occorse quella parola, che disse Cristo nel Vangelo al giovane, che domandò della via della perfezione: Se tu vuoi essere perfetto, va’, e vendi ciocchè tu hai, e da’ ai poveri, e seguita me; nella seconda apritura occorse quella parola, che Cristo disse agli Apostoli, quando gli mandò a predicare: Non portate nessuna cosa per via, nè bastone, nè tasca, nè calzamenti, nè danari; volendo per questo ammaestrargli, che tutta la loro speranza del vivere dovessero ponere in Dio, ed avere tutta la loro intenzione a predicare il Santo Vangelo; nella terza apritura del messale occorse quella parola, che Cristo disse: Chi vuole venire dopo me, abbandoni sè medesimo, e tolga la croce sua, e seguiti me. Allora disse san Francesco a Bernardo: ecco il consiglio, che Cristo ci dà: va’ dunque e fa’ compiutamente quello, che tu hai udito; e sia benedetto il nostro Signor Gesù Cristo, il quale ha degnato di mostrarci la sua vita evangelica.

Udito questo, si partì Bernardo, e vendè ciocchè egli aveva, 3 ed era molto ricco; e con grande allegrezza distribuì ogni cosa a vedove, a orfani., a prigioni, a monasteri, e a spedali e pellegrini; ed in ogni cosa san Francesco fedelmente e pavidamente l’ajutava. E vedendo uno, ch’avea nome Silvestro, che san Francesco dava tanti danari a’ poveri e faceva dare, stretto d’avarizia disse a san Francesco: Tu non mi pagasti interamente di quelle pietre, che tu comperasti da me per racconciare la chiesa ; e però ora che tu hai danari, pagami. Allora san Francesco, maravigliandosi della sua avarizia, e non volendo contendere con lui, siccome vero osservatore del Santo Vangelo, mise le mani in grembo di Bernardo; e piene le mani di danari, le mise in grembo di Silvestro, dicendo, se più ne volesse, più gliene darebbe. Contento Silvestro di quelli, si partì e tornossi a casa: e la sera ripensandosi di quello ch’egli avea fatto il dì, e riprendendosi della sua avarizia, considerando il fervore di Bernardo e la santità di san Francesco, la notte seguente, e due altre notti ebbe da Dio una visione cotale, che dalla bocca di san Francesco usciva una croce d’oro, la cui sommità toccava il cielo, e le braccia si distendevano dall’Oriente infino all’Occidente. Per questa visione egli diede per amor di Dio ciò che egli avea, e fecesi frate minore, e fu nell’Ordine di tanta santità e grazia che parlava con Dio, come fa l’uno amico coll’altro, secondo che san Francesco più volte provò; e più giù si dichiarerà. Bernardo similmente ebbe tanta grazia da Dio ch’egli spesso era ratto in contemplazione a Dio: e san Francesco dicea di lui, che egli era degno d’ogni riverenza e che egli avea fondato questo Ordine; imperocchè egli era il primo ch’avea abbandonato il mondo, non riserbandosi nulla, ma dando ogni cosa a’ poveri di Cristo, e cominciata la povertà evangelica offrendo sè ignudo nelle braccia del Crocifisso; il quale sia da noi benedetto in saecula saeculorum. Amen.

CAPITOLO III.

Come per mala cogitazione che san Francesco ebbe contro

a frate Bernardo, comandò al detto frate Bernardo che tre

volte gli andasse co’ piedi in sulla gola e in sulla bocca.

Il devotissimo servo del Crocifisso, san Francesco, per l’asprezza della penitenza e continuo piagnere, era diventato quasi cieco, e poco vedea. Una volta tra l’altre e’ si partì del luogo dov’egli era, e andò a un luogo dove era frate Bernardo, per parlare con lui delle cose divine: e giugnendo al luogo, trovò ch’egli era nella selva in orazione, tutto elevato e congiunto con Dio. Allora san Francesco andò nella selva e chiamollo. Vieni, disse, e parla a questo cieco; e frate Bernardo non gli rispose niente; imperocchè, essendo uomo di grande contemplazione, avea la mente sospesa e levata a Dio: e perocch’egli aveva singolare grazia in parlare di Dio, siccome san Francesco più volte avea provato, ei pertanto desiderava di parlare con lui. Fatto alcun intervallo, sì ’l chiamò la seconda e la terza volta in quel medesimo modo; e nessuna volta frate Bernardo l’udì, e però non gli rispose, nè andò a lui; di che san Francesco si partì un poco isconsolato e maravigliandosi e rammaricandosi tra se medesimo che frate Bernardo, chiamato tre volte, non era andato a lui. Partendosi con questo pensiero san Francesco, quando fu un poco dilungato, disse al suo compagno: Aspettami qui; ed egli n’andò ivi presso in un luogo solitario, e gittossi in orazione, pregando Iddio che li rivelasse il perchè frate Bernardo non gli rispose: e stando così, li venne una voce da Dio che disse così: povero omicciuolo, di che sei tu turbato? deve l’uomo lasciare Iddio per la creatura? Frate Bernardo, quando tu lo chiamavi, era congiunto meco; e però non potea venire a te, nè risponderti; adunque non ti maravigliare, se non li potè rispondere; perocchè egli era sì fuori di se che delle tue parole non udiva nulla.

Avendo san Francesco questa risposta da Dio, immantinente con grande fretta ritornò inverso frate Bernardo, per accusarglisi umilmente del pensiero ch’egli avea avuto verso di lui. E veggendolo venire inverso di se, frate Bernardo gli si fece incontro e gittoglisi ai piedi: ed allora san Francesco il fece levare suso, e narrogli con grande umiltà il pensiero e la turbazione ch’avea avuto verso di lui, e come di ciò Iddio gli avea risposto; onde conchiuse così: Io ti comando per santa ubbidienza che tu facci ciò ch’io ti comanderò.

Temendo frate Bernardo che san Francesco non gli comandasse qualche cosa eccessiva come solea fare, volle onestamente schifare quella ubbidienza; onde egli rispose così: Io sono apparecchiato di fare la vostra ubbidienza; se voi mi promettete di fare quello ch’io comanderò a voi; e promettendoglielo san Francesco, frate Bernardo disse: Or dite, padre, quello che voi volete ch’io faccia. Allora disse san Francesco: Io ti comando per santa ubbidienza che, per punire la mia prosunzione e l’ardire del mio cuore, ora ch’io mi getterò in terra supino, mi ponga l’un piede in sulla gola, e l’altro in sulla bocca, e così mi passi tre volte dall’un lato all’altro, dicendomi vergogna e vitupero; e spezialmente mi di’: Giaci, villano, figliuolo di Pietro Bernardoni: onde ti viene tanta superbia, che sei una vilissima creatura? Udendo questo frate Bernardo, e benchè molto gli fosse duro a farlo, pure per l’ubbidienza santa, quanto potè il più cortesemente, adempiè quello che san Francesco gli avea comandato; e fatto cotesto, disse san Francesco: Ora comanda tu a me ciò che tu vuoi ch’io ti faccia; perccch’ io ti ho promesso ubbidienza. Disse frate Bernardo: lo ti comando per santa ubbidienza che, ogni volta che noi siamo insieme, tu mi riprenda e corregga dei miei difetti aspramente. Di che san Francesco forte si maravigliò: perocchè frate Bernardo era di tanta santità che egli l’avea in grande riverenza, e non lo riputava riprensibile di cosa veruna: e però d’allora innanzi san Francesco si guardava di stare molto con lui, per la detta ubbidienza, acciocchè non gli venisse detto alcuna parola di correzione verso di lui, il qual egli conoscea di tanta santità: ma quando avea voglia di vederlo ovvero di udirlo parlare di Dio, il più tosto che potea, si spacciava da lui e partivasi; ed era grandissima divozione a vedere con quanta carità e riverenza e umiltà san Francesco padre usava e parlava con frate Bernardo figliuolo primogenito. A lode e gloria di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

CAPITOLO IV.

Come l’angelo di Dio propose una quistione a frate Elia guardiano

d’un luogo di Fai di Spoleto, e perchè frate Elia li rispose

superbiosamente, si partì e andonne in cammino di san Giacomo,

dove trovò frate Bernardo, e disseli questa storia.

Al principio e cominciamento dell’Ordine quando erano pochi frati, e non erano ancora presi i luoghi, san Francesco per sua divozione andò a San Giacomo di Galizia, e menò seco alquanti frati, fra i quali fu l’uno frate Bernardo; e andando così insieme pel cammino, trovò in una terra un poverello infermo, al quale avendo compassione, disse a frate Bernardo: Figliuolo, io voglio che tu rimanga qui a servire a questo infermo; e frate Bernardo, umilmente inginocchiandosi e inchinando il capo, ricevette l’ubbidienza del padre santo, e rimase in quel luogo; e san Francesco con gli altri compagni andarono a San Giacomo. Essendo giunti là, e stando la notte in orazione nella chiesa di san Giacomo, fu da Dio rivelato a san Francesco, ch’egli dovea prender di molti luoghi per lo mondo, imperciocchè l’Ordine suo dovea ampliare e crescere in grande moltitudine di frati; e in cotesta rivelazione cominciò san Francesco a prender luoghi in quelle contrade. E ritornando san Francesco per la via di prima, ritrovò frate Bernardo e l’infermo, con cui l’avea lasciato, perfettamente guarito: onde san Francesco concedette l’anno seguente a frate Bernardo ch’ egli andasse a san Giacomo; e così san Francesco ritornò nella Val di Spoleto e istavasi in un luogo deserto egli e frate Masseo e frate Elia ed altri; i quali tutti si guardavano molto di noiare o storpiare san Francesco della orazione; e ciò faceano per la grande riverenza che gli portavano, e perchè sapeano che Iddio gli rivelava grandi cose nelle sue orazioni. Avvenne un dì che, essendo san Francesco in orazione nella selva, un giovine bello, apparecchiato a camminare, venne alla porta del luogo, e picchiò sì in fretta e forte e per sì grande spazio che i frati molto si maravigliarono di così disusato picchiare. Andò frate Masseo, e aperse la porta, e disse a quel giovane: Onde vieni tu, figliuolo, che non pare che tu ci fossi mai più, sì hai picchiato disusatamente? Rispose il giovane: E come si dee picchiare? Disse frate Masseo: Picchia tre volte, l’una dopo l’altra di rado: poi t’aspetta tanto che il frate abbia detto il Pater nostro e venga a te; e se in questo intervallo e’ non viene, picchia un’altra volta. Rispose il giovane: lo ho grande fretta, e però picchio così forte, perciocchè io ho a fare un viaggio, e qua son venuto per parlare a frate Francesco; ma egli sta ora nella selva in contemplazione, e però non lo voglio storpiare: ma va’ e mandami frate Elia, ch’io voglio fare una quistione, perch’io intendo che egli è molto savio. Va frate Masseo e dice a frate Elia che vada a quel giovane: ed egli se ne scandalizza e non vuole andare; di che frate Masseo non sa che si fare, nè che rispondere a colui; imperciocchè se dice, frate Elia non può venire, mentiva; se dicea, come era turbato e non vuole venire, sì temea di dargli malo esempio. E perocchè intanto frate Masseo penava a tornare, il giovane picchiò un’altra volta come in prima, e poco istante, tornò frate Masseo alla porta, e disse al giovane: Tu non hai osservata la mia dottrina nel picchiare; rispose il giovane: Frate Elia non vuol venire da me: ma va’ e di’ a frate Francesco ch’io son venuto per parlare con lui; ma perocch’ io non voglio impedire lui della orazione, digli che mandi a me frate Elia. E allora frate Masseo n’andò a san Francesco, il quale orava nella selva colla faccia levata al cielo, e disselli l’ambasciata del giovane e la risposta di frate Elia: e quel giovane era angelo di Dio in forma umana. Allora san Francesco, non mutandosi del luogo, nè abbassando la faccia, disse a frate Masseo: Va’, e di’ a frate Elia che per ubbidienza immantinente vada a quel giovane. Udendo frate Elia l’ubbidienza di san Francesco, andò alla porta molto turbato, e con grande impeto e romore l’aperse, e disse al giovane: Che vuoi tu? Rispose il giovane: Guarda, frate, che tu non sia turbato, come tu pari; perocchè l’ira impedisce l’animo e non lascia discernere il vero. Disse frate Elia: Dimmi quello che tu vuoi da me. Rispose il giovane: Io ti domando, se agli osservatori del santo Evangelio è lecito di mangiare ciò che gli è posto innanzi secondo che Cristo disse a’ suoi Discepoli; e domandoti ancora se a nessun uomo è lecito di porre innanzi alcuna cosa contraria alla libertà evangelica. Rispose frate Elia superbamente: Io so ben questo, ma non ti voglio rispondere, va’ per i fatti tuoi. Disse il giovane: Io saprei meglio rispondere a questa quistione che tu. Allora frate Elia turbato, e con furia chiuse l’uscio e partissi. Poi cominciò a pensare della detta quistione e dubitarne fra sè medesimo, e non la sapea solvere; imperocchè egli era vicario dell’Ordine, ed avea ordinato e fatta costituzione, oltre al Vangelo ed oltre la Regola di san Francesco, che nessuno frate nell’Ordine mangiasse carne; sicchè la detta quistione era espressamente contra di lui. Di che non sapendo dichiarare sè medesimo, e considerando la modestia del giovane e che gli avea detto che saprebbe rispondere a quella quistione meglio di lui, egli ritornò alla porta e aprilla per domandare il giovane della predetta quistione: ma egli s’era già partito, imperocchè la superbia di frate Elia non era degna di parlare coll’angelo. Fatto questo, san Francesco, al quale ogni cosa da Dio era stata rivelata, tornò dalla selva, e fortemente con alte voci riprese frate Elia dicendo: Male fate, frate Elia superbo, che cacciate da noi gli angeli santi i quali ci vengono ad ammaestrare. Io ti dico che temo forte, che la tua superbia non ti facci finire fuori di quest’Ordine. E così gli avvenne poi, come san Francesco gli disse; perocchè morì fuori dell’Ordine. In quel dì medesimo, in quell’ora, che quell’angelo si partì, sì apparì egli in quella medesima forma a frate Bernardo, il quale tornava da San Giacomo, ed era alla riva d’un grande fiume; e salutollo in suo linguaggio dicendo: Iddio ti dia pace, o buon frate; e maravigliandosi forte il buon frate Bernardo, e considerando la bellezza del giovane e la loquela della sua patria, colla salutazione pacifica e colla faccia lieta, sì il domandò: onde vieni tu, buon giovane? Rispose l’angelo: Io vengo di cotal luogo, dove dimora san Francesco, e andai per parlare con lui; e non ho potuto, perocch’egli era nella selva a contemplare le cose divine, e io non l’ho voluto storpiare. E in quel luogo dimorano frate Masseo e frate Egidio e frate Elia; e frate Masseo mi ha insegnato picchiare la porta a modo di frate, ma frate Elia, perocchè non mi volle rispondere della quistione ch’io gli proposi, poi se ne pentì, e volle udirmi e vedermi, e non potè. Dopo queste parole disse l’angelo a frate Bernardo: Perchè non passi tu di là? Rispose frate Bernardo: Perocchè io temo del pericolo per la profondità dell’acque ch’io veggio. Disse l’angelo: Passiamo insieme, non dubitare; e prende la sua mano e in un batter d’occhio il pone dall’altra parte del fiume. Allora frate Bernardo conobbe che egli era l’Angelo di Dio, e con grande riverenza e gaudio ad alla voce disse: O angelo benedetto di Dio, dimmi qual è il nome tuo. Rispose l’angelo: Perchè dimandi tu del nome mio, il quale è Maraviglioso? E detto questo, l’angelo disparve e lasciò frate Bernardo molto consolato, in tanto che tutto quel cammino e’ fece con grande allegrezza; e considerò il dì e l’ora che l’angelo gli era apparito. E giugnendo al luogo dove era san Francesco con li predetti compagni, recitò loro ordinatamente ogni cosa; e conobbero certamente che quel medesimo agnolo in quel dì e in quella ora era apparito a loro e a lui.

CAPITOLO V.

Come il santo frate Bernardo d’Assisi fu

da san Francesco mandato a Bologna, e là prese egli luogo.

Imperocchè san Francesco e gli suoi compagni erano da Dio chiamati e eletti a portare col cuore e con l’operazioni, e a predicare colla lingua la croce di Cristo, egli pareano ed erano uomini crocifissi quanto all’abito e quanto alla vita austera, e quanto agli atti a operazioni loro: e però desideravano più di sostenere vergogne e obbrobrii per l’amore di Cristo, anzi che onori del mondo o riverenze o lode umane: delle ingiurie si rallegravano, e degli onori si contristavano; e così andavano per lo mondo come pellegrini e forestieri, non portando seco altro che Gesù Cristo Crocifisso. E perocchè egli erano veri palmiti della vera vite, cioè Cristo, produceano grandi e buoni frutti dell’anime, le quali guadagnavano a Dio. Addivenne nel principio della Religione che san Francesco mandò frate Bernardo a Bologna, acciocchè ivi, secondo la grazia che Iddio gli avea data, facesse frutto a Dio: e frate Bernardo facendosi il segno della santissima croce, per la santa obbedienza, si partì e pervenne a Bologna. E vedendolo li fanciulli in abito disusato e vile, sì gli faceano molti ischerni e molte ingiurie, come si farebbe a un pazzo: e frate Bernardo pazientemente e allegramente sosteneva ogni cosa per l’amore di Cristo; anzi, acciocchè meglio e’ fosse istraziato, si puose studiosamente nella piazza della cittade: onde sedendo ivi, gli si raunarono d’intorno molti fanciulli e uomini, e chi gli tirava il cappuccio di rietro, e chi dinanzi, chi gli gittava polvere, e chi pietre, chi ’l sospingeva di qua, e chi di là: e frate Bernardo sempre d’un modo e d’una pazienza, col volto lieto, non si rammaricava, e non si mutava; e per più dì ritornò a quel medesimo luogo, pure per sostenere similianti cose. E perocchè la pazienza è opera di perfezione e pruova di virtù, un savio dottore di legge, vedendo e considerando tanta costanza e virtù di frate Bernardo non potersi turbare in tanti dì per niuna molestia o ingiuria, disse fra se medesimo: Impossibile è che costui non sia santo uomo; e appressandosi a lui, sì il domandò: Chi se’ tu? e perchè se’ venuto qua? e frate Bernardo per risposta si mise la mano in seno, e trasse fuori la Regola di san Francesco, e diegliela che la leggesse, e letta che l’ebbe, considerando il suo altissimo stato di perfezione, con grandissimo stupore e ammirazione si volse a’ compagni e disse: Veramente questo è il più alto stato di religione che io udissi mai: e però costui co’ suoi compagni, sono de’ più santi uomini in questo mondo, e fa grandissimo peccato chi gli fa ingiuria; il quale si vorrebbe sommamente onorare, conciossiachè e’ sia vero amico di Dio. E disse a frate Bernardo: Se voi volete prendere luogo, nel quale voi poteste acconciamento servire a Dio, io per salute dell’anima mia volentieri vel darei. Rispose frate Bernardo: Signore, io credo che questo v’abbia inspirato il nostro Signore Gesù Cristo; e però la vostra profferta io l’accetto volentieri a onore di Cristo. Allora il detto giudice con grande allegrezza e caritade menò frate Bernardo a casa sua; e poi gli diede il luogo promesso, e tutto l’acconciò e compiette alle sue spese; e da indi innanzi diventò padre e speziale difensore di frate Bernardo e de’ suoi compagni. E frate Bernardo, per la sua santa conversazione, cominciò a esser molto onorato dalle genti, intanto che beato si tenea chi ’l potea toccare o vedere; ma egli come vero discepolo di Cristo e dell’umile Francesco, temendo che l’onore del mondo non impedisse la pace e la salute dell’anima sua, si partì un dì, e tornò a san Francesco, e dissegli così: Padre, il luogo è preso nella città di Bologna: mandavi de’ frati che ’l mantegnano e che vi stieno: perocch’io non vi facea più guadagno, anzi per lo troppo onore che mi era fatto io temo ch’io non perdessi più che io non guadagnassi. Allora san Francesco, udendo ogni cosa per ordine, siccome Iddio aveva operato per frate Bernardo, ringraziò Iddio, il quale così incominciava a dilatare i poverelli discepoli della Croce: e allora mandò de’ suoi compagni a Bologna e in Lombardia, li quali presono di molti luoghi in diverse parti.

CAPITOLO VI.

Come san Francesco benedisse il santo frate Bernardo, e lasciollo

suo vicario, quando egli venne a passare di questa vita.

Era frate Bernardo di tanta santità che san Francesco gli portava grande riverenza, e spesse volte lo lodava. Essendo un dì san Francesco, e stando divotamente in orazione, sì gli fu rivelato da Dio che frate Bernardo per divina permissione dovea sostenere molte e pugnenti battaglie dalli demonii; di che san Francesco, avendo grande compassione al detto frate Bernardo, il quale amava come suo figliuolo, molti dì orava con lagrime, pregando Iddio per lui e raccomandandolo a Gesù Cristo, che gli dovesse dare vittoria del demonio. E orando così san Francesco divotamente, Iddio un dì gli rispuose: Francesco, non temere; perocchè tutte le tentazioni dalle quali frate Bernardo dee esser combattuto, gli sono da Dio permesse a esercizio di virtù e corona di merito; e finalmente di tutti gl’inimici avrà vittoria, perocch’egli è uno de’ commessari del reame del cielo. Della qual risposta san Francesco ebbe grandissima allegrezza e ringraziò Iddio: e da quella ora innanzi gli portò sempre maggiore amore e riverenza. E bene gliene mostrò non solamente in vita sua, ma eziandio nella morte. Imperocchè, vegnendo san Francesco a morte, a modo di quel santo patriarca Giacobbe, standogli d’intorno gli divoti figliuoli addolorati e lagrimosi della partenza di così amabile padre, domandò: Ov’è il mio primogenito? Vieni a me, figliuolo, acciocchè ti benedica l’anima mia, prima ch’io muoia. Allora frate Bernardo dice a frate Elia in segreto, il quale era vicario dell’Ordine: Padre, va dalla mano dritta del santo, acciocchè ti benedica. E ponendosi frate Elia dalla mano dritta, san Francesco, il quale avea perduto il vedere per le troppe lagrime, puose la mano dritta sopra il capo di frate Elia, e disse: Questo non è il capo del mio primogenito frate Bernardo. Allora frate Bernardo andò a lui dalla mano sinistra e san Francesco allora acconciò le braccia a modo di croce, e poi puose la mano diritta sopr’il capo di frate Bernardo e la manca sopr’al capo del detto frate Elia, e disse a frate Bernardo: Benedicati il Padre Iddio nostro Signore Gesù in ogni benedizione spirituale e celestiale in Cristo. Siccome tu se’ il primogenito, eletto in questo Ordine santo a dare esempio evangelico, al seguitare Cristo nella evangelica povertà: imperocchè non solamente tu desti il tuo, e distribuisti interamente e liberamente alli poveri per lo amore di Cristo, ma eziandio te medesimo offeristi a Dio in questo Ordine in sacrifizio di soavitade; benedetto sia tu adunque dal nostro Signore Gesù Cristo e da me poverello servo suo di benedizioni eterne, andando, istando, vegghiando, e dormendo, e vivendo, e morendo; chi ti benedirà sia ripieno di benedizioni, chi ti maladicesse non rimarrà senza punizione. Sia il principale de’ tuoi fratelli, e al tuo comandamento tutti i Frati ubbidiscano: abbi licenza di ricevere a questo Ordine chiunque tu vorrai, e nessuno frate abbia signoria sopra di te, e siati licito d’andare e di stare dovunque ti piace. E dopo la morte di san Francesco, i frati amavano e riverivano frate Bernardo come venerabile padre; e vegnendo egli a morte, vennero a lui molti frati di diverse parti del mondo, fra li quali venne quello ierarchico divino frate Egidio; il quale veggendo frate Bernardo, con grande allegrezza disse: Sursum corda, frate Bernardo, Sursum corda: e frate Bernardo disse a uno frate segretamente che apparecchiasse a frate Egidio uno luogo allo a contemplazione: e così fu fatto. Essendo frate Bernardo nella ultima ora della morte, si fece rizzare, e parlò ai frati, che gli erano dinanzi, dicendo: Carissimi fratelli, io non vi vo’ dire molte parole: ma voi dovete considerare che lo stato della Religione ch’io ho avuto, voi avete, e questo ch’io ho ora, voi avrete ancora, e trovo questo nell’anima mia, che per mille mondi eguale a questo io non vorrei avere servito ad altro Signore che allo nostro Signore Gesù Cristo: e d’ogni offesa che io ho fatta m’accuso e rendo in colpa al mio Salvatore Gesù e a voi. Priegovi, Fratelli miei carissimi, che voi m’amiate insieme; e dopo queste parole, e altri buoni ammaestramenti, riponendosi in sul letto, diventò la faccia sua splendida e lieta oltremodo, di che tutti i frati forte si maravigliarono, e in quella letizia la sua anima santissima, coronata di gloria, passò della presente vita alla vita beata degli angeli.

CAPITOLO VII.

Come san Francesco fece una quaresima in una isola del lago di Perugia,

dove digiunò 40 dì e 40 notti, e non mangiò più che un mezzo pane.

Il verace servo di Cristo san Francesco, perocchè in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo; siccome ci dimostra nel venerabile collegio dei dodici compagni, e nel mirabile misterio delle sagrate istimate, e nel continuato digiuno della santa quaresima, la qual’egli fea in questo modo. Essendo una volta san Francesco, il dì del carnasciale, allato al lago di Perugia in casa d’un suo divoto, col quale era la notte albergato, fu inspirato da Dio, ch’egli andasse a fare quella Quaresima in un’ isola del lago; di che san Francesco pregò questo suo divoto che, per amor di Cristo, lo portasse colla sua navicella in un’isola del lago, ove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non se n’avvedesse, e costui per l’amore della grande divozione ch’ avea a san Francesco sollecitamente adempiette  il suo priego e portollo alla detta isola, e san Francesco non portò seco se non due panelli. Ed essendo giunto nell’isola, e l’amico partendosi per tornare a casa, san Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il giovedì santo: e così si partì colui. E san Francesco rimase solo: e non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arboscelli aveano acconcio a modo d’uno covacciolo, ovvero d’una capannetta; ed in questo luogo si puose in orazione a contemplare le cose celestiali. E ivi stelle tutta la quaresima, senza mangiare e senza bere altro che la metade d’uno di quelli panelli, secondo che trovò il suo divoto il giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intiero, e l’altro mezzo. Si crede che san Francesco non mangiasse per riverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti, senza pigliare nessuno cibo materiale; e così con quel mezzo pane cacciò da sè il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dì e quaranta notti ; e poi in quello luogo dove san Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed evvi il luogo de’ frati, che si chiama il luogo dell’Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande riverenza e divozione in quello luogo dove san Francesco fece la detta quaresima.

Capitolo VIII.

Come andando per cammino san Francesco e frate Leone

gli spose quelle cose che sono perfetta letizia.

Venendo una volta san Francesco da Perugia a Santa Maria degli agnoli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Leone, il quale andava innanzi, e disse così: Frate Leone, avvegnadiochè li frati minori in ogni terra dieno grande esemplo di santitade e di buona edificazione, nientedimeno iscrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia, e andando san Francesco più oltre, il chiamò la seconda volta: frate Leone, benchè ’l frate minore allumini i ciechi, e distenda gli attratti, iscacci le demonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli, e ch’è, maggiore cosa, risusciti li morti di quattro dì, scrivi che in ciò non è perfetta letizia. E andando un poco, gridò forte: O frate Leone, se ’l frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le Scritture, sicchè sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e degli animi; scrivi che non è in ciò perfetta letizia. Andando un poco più oltre, san Francesco chiamò ancora forte: O frate Leone, pecorella di Dio, benchè il frate minore parli con lingua d’angelo, e sappia i corsi delle stelle e le virtù delle erbe; e fossonli rivelati tutti li tesori della terra, e cognoscesse le virtù degli uccelli, e de’ pesci, e di tutti gli animali, e degli uomini, e degli alberi, e delle pietre, e delle radici, e dell’acque, iscrivi, che non è in ciò perfetta letizia. E andando ancora un pezzo, san Francesco chiamò forte: frate Leone, benchè il frate minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; scrivi che non è ivi perfetta letizia. E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Leone, con grande ammirazione il domandò e disse: Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica, dove è perfetta letizia. E san Francesco sì gli rispuose: Quando noi saremo a Santa Maria degli angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo, e infangati di loto, e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo; e ’l portinaio verrà adirato, e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: Voi non dite vero; anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via: e non ci aprirà, e faracci istare di fuori alla neve e all’acqua col freddo e colla fame, insino alla notte, allora se noi tanta ingiuria, e tanta crudeltate, e tanti commiati sosterremo pazientemente senza turbarcene e senza mormorare di lui; e penseremo umilmente e caritativamente che quello portinaio veramente ci cognosca, e che Iddio il fa parlare contra a noi; frate Leone, iscrivi, che qui è perfetta letizia. E se noi perseveriamo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, che qui non mangerete voi, nè albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con amore; frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame, e dal freddo, e dalla notte, più picchieremo, e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro; e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni; io gli pagherò bene come sono degni: e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio, e gitteracci in terra, e involgeracci nella neve, e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia; e però odi la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere sè medesimo, e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie ed obbrobrii e disagi; imperocchè in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perocchè non sono nostri, ma di Dio; onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perchè te ne glorii come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, perocchè questo è nostro; e perciò dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare, se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo.

CAPITOLO IX.

Come san Francesco insegnava rispondere a frate Leone; e non potè

mai dire se non contrario di quello che san Francesco volea.

Essendo san Francesco una volta nel principio dell’Ordine con frate Leone in uno luogo dove non aveano libri da dire l’ufficio divino, quando venne l’ora del mattutino sì disse san Francesco a frate Leone: Carissimo, noi non abbiamo breviario col quale noi possiamo dire il mattutino; ma acciocchè noi ispendiamo il tempo a laudare Iddio, io dirò, e tu risponderai com’io t’insegnerò: e guarda che tu non muti le parole altrimenti ch’io t’insegnerò. Io dirò così: frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo che tu se’ degno dello inferno; e tu frate Leone risponderai: Vera cosa è che tu meriti lo inferno profondissimo. E frate Leone con semplicitate colombina rispuose: Volentieri, padre; incomincia al nome di Dio. Allora san Francesco cominciò a dire: O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo che tu sei degno dell’inferno. E frate Leone risponde: Iddio farà per te tanti beni che tu ne anderai in paradiso. Disse san Francesco: Non dire così, frate Leone; ma quando io dirò: Frate Francesco, tu hai fatte tante cose inique contra Iddio che tu se’ degno di esser maledetto da Dio, e tu rispondi così: Veramente tu se’ degno d’esser messo tra’ maledetti. E frate Leone risponde: Volentieri, Padre. Allora san Francesco con molte lagrime, e sospiri e picchiare di petto dice ad alla voce: Signor mio del cielo e della terra, io ho commesso contro a te tante iniquitadi e tanti peccati che al tutto sono degno d’esser da te maledetto; e frate Leone risponde: frate Francesco, Iddio ti farà tale che tra li benedetti tu sarai singularmente benedetto. E san Francesco maravigliandosi che frate Leone rispondea per lo contrario di quello che imposto gli avea, sì lo riprese dicendo: Perchè non rispondi tu come io ti insegno? Io ti comando per santa ubbidienza che tu rispondi com’io t’insegnerò. Io dirò così: frate Francesco cattivello, pensi tu che Dio arà misericordia di te, conciossiachè tu abbi commesso tanti peccati contra ’l Padre della misericordia e Dio d’ogni consolazione, che tu non se’ degno di trovare misericordia? E tu, frate Leone pecorella, risponderai: Per nessuno modo se’ degno di trovare misericordia. Ma poi quando san Francesco disse: frate Francesco cattivello ecc., e frate Leone sì rispuose: Iddio Padre, la cui misericordia è infinita più che ’l peccato tuo, farà teco grande misericordia, e sopra essa l’aggiungerà molte grazie. A questa risposta san Francesco, dolcemente adirato e pazientemente turbato, disse a frate Leone: E perchè hai tu avuto presunzione di fare contro all’ubbidienza, e già cotante volte hai risposto il contrario di quello che io t’ho imposto? Risponde frate Leone molto umilmente e riverentemente: Iddio il sa, padre mio, che ogni volta io m’ho posto in cuore di rispondere come tu m’hai comandato; ma Iddio mi fa parlare come a lui piace, e non secondo che piace a me. Di che san Francesco si maravigliò, e disse a frate Leone: Io ti priego carissimamente che questa volta tu mi risponda com’io t’ho detto. Risponde frate Leone: Di’ al nome di Dio, che per certo io risponderò questa volta come tu vogli. E san Francesco lagrimando disse: frate Francesco cattivello, pensi tu che Iddio abbi misericordia di te? Risponde frate Leone: Anzi grazia grande riceverai da Dio, ed esalteratti, e glorificheratti in eterno, imperocchè chi sè umilia sarà esaltato, e io non posso altro dire, imperocchè Dio parla per la bocca mia. E così in questa umile contenzione, con molte lagrime e con molta consolazione ispirituale, sì vegghiarono infino a dì.

CAPITOLO X.

Come frate Masseo, quasi proverbiando, disse a san Francesco

che a lui il mondo andava dirieto: ed egli rispuose che ciò era

a confusione del mondo e grazia di Dio.

Dimorando una volta san Francesco nel luogo della Porziuncula con frate Masseo da Marignano, uomo di grande santitade, discrezione e grazia nel parlare di Dio, per la qual cosa san Francesco molto l’amava; un dì tornando san Francesco dalla selva e dalla orazione, ed essendo allo uscire della selva, il detto frate Masseo volle provare sì come egli fusse umile, e fecelisi incontra, e quasi proverbiando disse: Perchè a te? perchè a te? perchè a te? san Francesco risponde: Che è quello che tu vuoi dire? Disse frate Masseo: Dico, perchè a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti, ed udirti, ed ubbidirti? tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile: donde dunque a te che tutto il mondo ti vegna dirieto? Udendo questo san Francesco, tutto rallegrato in ispirito, rizzando la faccia al cielo, per grande spazio istette colla mente levata in Dio; e poi ritornando in sè, s’inginocchiò e rendette laude e grazie a Dio; e poi con grande fervore di spirito, si rivolse a frate Masseo e disse: Vuoi sapere perchè a me? vuoi sapere perchè a me? vuoi sapere perchè a me? che tutto ’l mondo mi venga dirieto? Questo ho io da quelli occhi dello altissimo Iddio, gli quali in ogni luogo contemplano i buoni e i rei: imperocchè quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori niuno più vile, nè più insufficiente, nè più grande peccatore di me: e però a fare quella operazione maravigliosa la quale egli intende di fare non ha trovato più vile creatura sopra la terra, e perciò ha eletto me, per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e la bellezza e sapienza del mondo: acciocchè si cognosca, ch’ogni virtù e ch’ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si glorierà, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno. Allora frate Masseo a così umile risposta, detta con fervore, si spaventò, e cognobbe certamente che san Francesco era fondato in umiltade.

CAPITOLO XI.

Come san Francesco fece aggirare intorno intorno

più volte frate Masseo, e poi n’andò a Siena.

Andando un dì san Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e giugnendo a un trebbio di via per lo quale si poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare? Rispose san Francesco: Per quella che Iddio vorrà. Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà di Dio? Rispuose san Francesco: Al segnale ch’io li mostrerò; onde io ti comando per lo merito della santa obbedienza che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni i piedi, tu l’aggiri intorno intorno, come fanno i fanciulli, e non ristare di volgerti, s’io non tel dico.

Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro, e tanto si volse che per la vertigine del capo, la quale si suole generare per cotale girare, egli cadde più volte in terra; ma non dicendoli san Francesco che ristesse, ed egli volendo fedelmente ubbidire, si rizzava. Alla perfine, quando si volgeva forte, disse san Francesco: Sta’ fermo e non ti muovere; ed egli istette, e san Francesco il domandò: Inverso qual parte tieni la faccia? Risponde frate Masseo: Inverso Siena.

Disse san Francesco: Quella è la via, per la quale Iddio vuole che noi andiamo. Andando per quella via, frate Masseo si maravigliò di quello che san Francesco gli aveva fatto fare, come i fanciulli, dinanzi a’ secolari che passavano; nondimeno per riverenzia non ardiva di dire niente al padre santo. Appressandosi a Siena, i! popolo della città udì dello avvenimento del santo, e fecionglisi incontro; e per divozione il portarono lui e il compagno insino al vescovado, che non toccarono niente terra co’ piedi, in quella ora alquanti uomini di Siena combatteano insieme, è già v’ erano morti due di loro. Giugnendo ivi san Francesco, predicò loro sì divotamente e sì santamente che gli ridusse tutti quanti a pace e grande unità e concordia insieme. Per la qual cosa, udendo il vescovo di Siena quella santa operazione ch’avea fatta san Francesco, lo invitò a casa, e ricevettelo con grandissimo onore quel dì e anche la notte. E la mattina seguente san Francesco, vero umile il quale nelle sue operazioni non cercava se non la gloria di Dio, si levò per tempo col suo compagno e partissi senza saputa del vescovo. Di che il detto frate Masseo andava mormorando tra sè medesimo, dicendo per la via: Che è quello ch’ ha fatto questo buon uomo? me fece aggirare come un fanciullo, e al vescovo, che gli ha fatto tanto onore, non ha detto pure una parola, nè ringraziatolo; e parea a frate Masseo che san Francesco si fusse portato così indiscretamente. Ma poi per divina ispirazione ritornando in se medesimo, e riprendendosi infra ’l suo cuore, disse frate Masseo: Tu se’ troppo superbo, il quale giudichi le opere divine, e se’ degno dello inferno per la tua indiscreta superbia; imperocchè nel dì di ieri frate Francesco fece sì sante operazioni che se le avesse fatte l’Angelo di Dio, non sarebbero state più maravigliose: onde se ti comandasse, che gittassi le pietre, sì lo dovresti fare e ubbidirlo: che ciò che egli ha fatto in questa via è proceduto dall’operazione divina, siccome si dimostra nel buono fine ch’è seguito; perocchè, se non avesse rappacificati coloro che combattevano insieme, non solamente molti corpi, come già aveano cominciato, sarebbono istati morti di coltello, ma eziandio molte anime il diavolo arebbe tratto allo inferno; e però tu se’ stoltissimo e superbo, che mormori di quello che manifestamente procede dalla volontà di Dio. E tutte queste cose che dicea frate Masseo nel cuore suo, andando innanzi, furono da Dio rivelate a san Francesco. Onde appressandosi san Francesco a lui, disse così: A quelle cose che tu pensi ora, t’attieni, perocch’elle suono buone e utili e da Dio ispirate, ma la prima mormorazione che tu facevi era cieca e vana e superba, e messati nell’animo dal demonio. Allora frate Masseo chiaramente s’avvide che san Francesco sapea li secreti del suo cuore, e certamente comprese che lo Spirito della divina Sapienza dirizzava in tutti i suoi atti il padre santo.

CAPITOLO XII.

Come san Francesco pose frate Masseo allo ufficio della porta,

della limosina e della cucina: poi a priego degli altri frati ne lo levò.

San Francesco, volendo umiliare frate Masseo , acciocchè per molti doni e grazie che Iddio gli dava non si levasse in vanagloria, ma per virtù della umiltà crescesse con essi di virtude in virtude, una volta ch’egli dimorava in luogo solitario con que’ primi suoi compagni, veramente santi , dei quali era il detto frate Masseo, disse un dì a frate Masseo, dinanzi a tutti i compagni: O frate Masseo, tutti questi tuoi compagni hanno la grazia della contemplazione e dell’orazione; ma tu hai la grazia della predicazione della parola di Dio, a soddisfare al popolo: e però io voglio, acciocchè costoro possano intendere alla contemplazione, che tu facci l’ufficio della porta e della limosina e della cucina; e quando gli altri frati mangeranno, e tu mangerai fuori della porta del luogo; sicchè a quelli che verranno al luogo, innanzi che picchino, tu soddisfaccia loro di qualche buone parole di Dio, sicchè non bisogni niuno andare fuori allora altri che tu; e questo fa’ per lo merito di santa obbedienza. Allora frate Masseo si trasse il cappuccio e inchinò il capo, e umilmente ricevette e perseguitò questa obbedienza per più di facendo l’ufficio della porta, della limosina e della cucina. Di che li compagni, come uomini illuminati da Dio, cominciarono a sentire ne’ cuori loro grande rimordimento, considerando che frate Masseo era uomo di grande perfezione, com’eglino o più, e a lui era posto tutto il peso del luogo, e non a loro. Per qual cosa eglino si mossono tutti di un volere, e andarono a pregare il padre santo che gli piacesse di distribuire fra loro quelli uffici; imperocchè loro coscienze per nessun modo poteano sostenere che frate Masseo portasse tante fatiche. Udendo cotesto san Francesco, sì credette a’ loro consigli, e acconsentì alla loro volontà, e chiamato frate Masseo, sì gli disse: Frate Masseo, li tuoi compagni vogliono far parte degli uffici ch’io t’ho dati; e però io voglio che li detti uffici si dividano. Dice frate Masseo con grande umiltà e pazienza: Padre, ciò che mi imponi, o di tutti, o di parte, io il reputo fatto da Dio tutto. Allora san Francesco, vedendo la carità di coloro e la umiltade di frate Masseo, fece loro una predica maravigliosa della santissima umiltade; ammaestrandogli che quanto maggiori doni e grazie ci dà Iddio, tanto noi dobbiamo esser più umili , imperocchè senza l’umiltade niuna virtude è accettabile a Dio. E fatta la predica, distribuì gli uffici con grandissima caritade.

CAPITOLO XIII.

Come san Francesco e frate Masseo il pane che avevano accattato lo

puosono in su una pietra allato a una fonte, e san Francesco lodò molto

la povertà. Po pregò Iddio e san Pietro e san Paolo che gli mettesse

in amore la santa povertade, e come gli apparve san Pietro e san Paolo.

Il maraviglioso servo e seguitatore di Cristo, cioè san Francesco, per conformarsi perfettamente a Cristo in ogni cosa, il quale, secondo che dice il Vangelio, mandò li suoi discepoli a due a due a tutte quelle città e luoghi dov’egli dovea andare; dappoichè ad esempio di Cristo egli ebbe ragunati dodici compagni, sì li mandò per lo mondo a predicare a due a due. E per dare loro esempio di vera obbedienza, egli prima incominciò ad andare ad esempio di Cristo, il quale in prima incominciò a fare che insegnare. Onde avendo assegnato a’ compagni l’altre parti del mondo, egli prendendo frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la regola , mendicando del pane per l’amore di Dio; e san Francesco andò per una contrada, e frate Masseo, per un’altra. Ma imperocchè san Francesco era uomo troppo disprezzato e piccolo di corpo, e perciò era riputato un vile poverello da chi non lo conosceva, non accattò se non pochi bocconi e pezzuoli di pane secco; ma frate Masseo, imperocch’egli era grande e bello del corpo, sì gli furono dati buoni pezzi e grandi e assai, e del pane intero. Accattato ch’egli ebbono, sì si raccolsono insieme fuori della villa in un luogo, per mangiare, dov’ era una bella fonte, e allato avea una bella pietra larga; sopra la quale ciascuno puose tutte le limosine che avea accattate. E vedendo san Francesco che li pezzi del pane da frate Masseo erano più e più belli e più grandi che li suoi, fece grandissima allegrezza, e disse così: O frate Masseo, noi non siamo degni di così grande tesoro; e ripetendo queste parole più volte, rispuose frate Masseo: Padre, come si può chiamare tesoro dov’ è tanta povertade e mancamento di quelle cose che bisognano? qui non tovaglia, nè coltello, nè tagliere, e nè scodelle, nè casa, nè mensa, nè fanti, nè fancelle. Disse san Francesco: E questo è quello ch’io reputo grande tesoro, ove non è cosa veruna apparecchiata per industria umana; ma ciò che ci è, sì è apparecchiato dalla provvidenza divina, siccome si vide manifestamente nel pane accattato, nella mensa della pietra così bella e nella fonte così chiara; è però io voglio che noi preghiamo Iddio che ’l tesoro della santa povertà così nobile, il quale ha per servidore Iddio, ci faccia amare con tutto il cuore. E dette queste parole, e fatto orazione, e presa la rifezione corporale di questi pezzi del pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia, e giugnendo ad una chiesa, disse san Francesco al compagno: Entriamo in chiesa ad orare. E vassene san Francesco dietro all’altare e puonsi in orazione: e in quella orazione ricevette dalla divina visitazione sì eccessivo fervore, il quale infiammò sì fortemente l’anima sua ad amore della santa povertade che, tra per colore della faccia e per lo nuovo isbadigliare della bocca, parea che gittasse fiamme d’amore. E venendo così infuocato al compagno, sì gli disse: A. A. A., frate Masseo, dammi te medesimo; e così disse tre volte: e nella terza volta san Francesco levò col fiato frate Masseo in aria, e gittollo dinanzi a sè per ispazio d’una grande asta; di che esso frate Masseo ebbe grandissimo stupore. Recitò poi ai compagni che, in quello levare e sospingere col fiato il quale gli fece san Francesco, egli sentì tanta dolcezza d’animo e consolazione dello Spirito Santo che mai in vita sua non ne sentì tanta. E fatto questo, disse san Francesco: Compagno mio, andiamo a s. Pietro e a s. Paolo, e preghiamgli ch’eglino ci insegnino e aiutino a possedere il tesoro ismisurato della santissima povertade; imperocchè ella è tesoro sì degnissimo e sì divino che noi non siamo degni di possederlo nelli nostri vasi vilissimi; conciossiacosachè questa sia quella virtude celestiale per la quale tutte le cose terrene e transitorie si calcano, e per la quale ogni impaccio si toglie all’anima, acciocchè ella si possa liberamente congiugnere con Dio eterno. E questa è quella virtù la quale fa l’anima, ancor posta in terra, conversare in cielo con gli Angeli, e questa è quella ch’accompagnò Cristo in sulla croce, con Cristo fu seppellita, con Cristo risuscitò, con Cristo, salì in cielo; la quale eziandio in questa vita concede all’anime, che di lei innammorano, agevolezza di volare in cielo; conciossiacosach’ella guardi l’arme della vera umiltà e carità. E però preghiamo li santissimi apostoli di Cristo, li quali furono perfetti amatori di questa perla evangelica, che ci accattino questa grazia dal nostro Signore Gesù Cristo, che per la sua santissima misericordia ci conceda di meritare d’essere veri amatori, osservatori ed umili discepoli della preziosissima, amatissima ed evangelica povertade. E in questo parlare giunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di San Pietro; e san Francesco si puose in orazione in un cantuccio della chiesa, e frate Masseo nell’altro; e stando lungamente in orazione con molte lagrime e divozione, apparvero a san Francesco li santissimi apostoli Pietro e Paolo con grande isplendore, e dissero: Imperocchè tu addimandi e desideri di osservare quello, che Cristo e li santi apostoli osservarono; il Signore Gesù Cristo ci manda a te ad annunziarti che la tua orazione è esaudita, ed etti conceduto da Dio, a te, e a’ tuoi seguaci perfettissimamente il tesoro della santissima povertade. E ancora da sua parte diciamo che qualunque a tuo esempio seguiterà perfettamente questo desiderio egli è sicuro della beatitudine di vita eterna; e tu e tutti i tuoi seguaci sarete da Dio benedetti: e dette queste parole, disparvono, lasciando san Francesco pieno di consolazione. Il quale si levò dalla orazione, e ritornò al suo compagno, e domandollo se Iddio li avea rivelato nulla; ed egli rispuose che no. Allora san Francesco gli disse come li santi apostoli gli erano appariti, e quello che gli aveano rivelato. Di che ciascuno pieno di letizia diterminorono di tornare nella valla di Spoleto, lasciando l’andare in Francia.

CAPITOLO XIV.

Come istando san Francesco con gli suoi frati

 a parlare di Iddio, apparve in mezzo di loro.

Essendo san Francesco nel cominciamento della Religione raccolto co’ suoi compagni a parlare di Cristo, egli in fervore di spirito comandò a uno di loro che nel nome di Dio aprisse la sua bocca, e parlasse di Dio ciò che lo Spirito Santo gli spirasse. Adempiendo il frate il comandamento e parlando di Dio maravigliosamente, gl’impone san Francesco silenzio, e comanda il somigliante a un altro frate. Ubbidendo colui, e parlando di Dio sottilmente, e san Francesco simigliantemente sì gli impuose silenzio; e comandò al terzo, che parli di Dio, il quale simigliantemente cominciò a parlare sì profondamente delle cose segrete di Dio, che certamente san Francesco cognobbe, ch’egli siccome gli altri due, parlava per Ispirito Santo: e questo anche si dimostrò per esempio e per espresso segnale; che istando in questo parlare, apparve Cristo benedetto nel mezzo di loro in ispezie e in forma d’un giovane bellissimo, e benedicendogli tutti, gli riempiette di tanta grazia e dolcezza che tutti furono fuori sè medesimi, e giacevano come morti, non sentendo niente di questo mondo. E poi tornando in sè medesimi, di sè loro san Francesco: Fratelli miei carissimi, ringraziale Iddio, il quale ha voluto per le bocche de’ semplici rivelare i tesori della divina sapienza; imperocchè Iddio è colui il quale apre la bocca a’ mutoli, e le lingue delli semplici fa parlare sapientissimamente.

CAPITOLO XV.

Come santa Chiara mangiò con san Francesco

e coi compagni frati in Santa Maria degli Angeli.

San Francesco, quando stava ad Ascesi, ispesse volte visitava santa Chiara, dandole santi ammaestramenti. Ed avendo ella grandissimo desiderio di mangiare una volta con lui, e di ciò pregandolo molte volle, egli non le volle mai fare questa consolazione; onde vedendo li suoi compagni il desiderio di santa Chiara, dissero a san Francesco: Padre, a noi pare che questa rigiditade non sia secondo la carità divina: che suora Chiara vergine così santa, a Dio diletta, tu non esaudisca in così piccola cosa come è mangiar teco; e spezialmente considerando che ella per la tua predicazione abbandonò le ricchezze e le pompe del mondo. E di vero, se ella li domandasse maggior grazia che questa non è, sì la dovresti fare alla tua pianta spirituale. Allora san Francesco rispuose: Pare a voi che io la debba esaudire? Risposero li compagni: Padre sì, degna cosa è che tu le faccia questa grazia e consolazione. Disse allora san Francesco: Da poi che pare a voi, pare anche a me. Ma acciocch’ella sia più consolata, io voglio che questo mangiare si faccia in Santa Maria degli Angeli; imperocch’ella è stata lungo tempo rinchiusa in San Damiano, sicchè le gioverà di vedere il luogo di Santa Maria dov’ella fu tonduta e fatta isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio. Vegnendo adunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara uscì del monistero con una compagna, e accompagnata dai compagni di san Francesco, venne a santa Maria degli Angeli, e salutata divotamente la Vergine Maria dinanzi al suo altare, dov’ella era stata tonduta e velata, sì la menarono vedendo il luogo, infino a tanto che e’ fu ora di desinare. E in questo mezzo, san Francesco fece apparecchiare la mensa in sulla piana terra, siccome era usato di fare. E fatta l’ora di desinare, si pongono a sedere insieme san Francesco e santa Chiara, e uno delli compagni di san Francesco colla compagna di santa Chiara, e poi tutti gli altri compagni s’acconciarono alla mensa umilmente. E per la prima vivanda , san Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì maravigliosamente che, discendendo sopra di loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio ratti. E stando così ratti, con gli occhi e colle mani levale in cielo, gli uomini d’Ascesi e da Bettona, e qua’ della contrada d’intorno, vedeano che santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la selva ch’era allora allato al luogo ardevano fortemente, e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e il luogo, e la selva insieme: per la qual cosa gli Ascesani con gran fretta corsero laggiù per ispegnere il fuoco, credendo veramente che ogni cosa ardesse. Ma giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, intrarono dentro e trovarono san Francesco con santa Chiara, e con tutta la loro compagnia ratti in Dio per contemplazione, e sedere intorno a quella mensa umile. Di che essi certamente compresero, che quello era stato fuoco divino, e non materiale, il quale Iddio avea fatto apparire miracolosamente, a dimostrare e significare il fuoco del divino amore del quale ardeano le anime di questi santi frati e sante monache; onde e’ si partirono con grande consolazione nel cuore loro e con Santa edificazione. Poi dopo grande spazio, tornando in sè san Francesco, e santa Chiara insieme con gli altri, e sentendosi bene confortati dal cibo spirituale, poco si curarono del cibo corporale. E così, compiuto quel benedetto desinare, santa Chiara bene accompagnata ritornò a San Damiano, di che le suore, veggendola, ebbono grande allegrezza; perocch’elle temeano che san Francesco non l’avesse mandata a reggere qualche altro monisterio, siccome egli avea già mandata suora Agnese santa sua sirocchia per badessa a reggere il monisterio di Monticelli di Firenze: e san Francesco alcuna volta avea detto a santa Chiara: Apparecchiati, se bisognasse ch’io ti mandassi in alcuno luogo; ed ella, come figliuola di santa obbedienza, avea risposto: Padre, io son sempre apparecchiata ad andare dovunque voi mi manderete. E però le suore si rallegrarono fortemente quando lo riebbono: e santa Chiara rimase d’allora innanzi molto consolata.

CAPITOLO XVI.

Come san Francesco ricevette il consiglio di santa Chiara e del santo

frate Silvestro, che dovesse predicando convertire molta gente; e fece

il terzo Ordine, e predicò alli uccelli, e fece stare quete le rondine.

L’umile servo di Cristo san Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, avendo già raunati molti compagni e ricevuti all’ordine, entrò in grande pensiero e in grande dubitazione di quello che dovesse fare; ovvero d’intendere solamente ad orare, ovvero alcuna volta a predicare: e sopra ciò desiderava molto di sapere la volontà di Dio. E perocchè la santa umiltà ch’era in lui non lo lasciava presumere di sè nè di sue orazioni, pensò di cercarne la divina volontà coll’orazioni altrui: ond’egli chiamò frate Masseo e disseli così: Va’ a suora Chiara e dille da mia parte ch’ella con alcune delle più spirituali compagne divotamente preghino Iddio che li piaccia di dimostrarmi qual sia il meglio; o ch’io intenda a predicare o solamente all’orazione. E poi va’ a frate Silvestro e digli il simigliante. Costui era stato nel secolo ed era quel frate Silvestro il quale avea veduto una croce d’oro procedere dalla bocca di san Francesco, la quale era lunga insino al cielo e larga insino alle stremità del mondo: ed era questo frate Silvestro di tanta divozione e di tanta santità che di ciò che chiedea a Dio impetrava ed era esaudito, e spesse volte parlava con Dio; e però san Francesco avea in lui grande divozione. Andonne frate Masseo, e secondo il comandamento di san Francesco fece l’ambasciata prima a santa Chiara e poi a frate Silvestro. Il quale, ricevuta che l’ebbe, immantinente si gittò in orazione, e orando ebbe la divina risposta, e tornò a frate Masseo, e disse così: Questo dice Iddio che tu dichi a frate Francesco; che iddio non lo ha chiamato in questo stato solamente per sè, ma acciocchè faccia frutto delle anime, e molti per lui sieno salvati. Avuto questa risposta, frate Masseo tornò a santa Chiara a sapere quello ch’ella avea impetrato da Dio; ed ella rispose che ella e l’altre compagne aveano avuta da Dio quella medesima risposta la quale avea avuta frate Silvestro. Con questa ritornò frate Masseo a san Francesco; e san Francesco il ricevè con grandissima caritade, lavandoli li piedi e apparecchiandoli il desinare, e dopo mangiare, san Francesco chiamò frate Masseo nella selva; e quivi dinanzi a lui si inginocchiò e trassesi il cappuccio, facendo croce delle braccia, e domandollo: Che comanda ch’io faccia il mio Signore Gesù Cristo? Risponde frate Masseo: Sì a frate Silvestro, e sì a suora Chiara colla sirocchia, che Cristo avea risposto e rivelato: che la sua volontà si è, che tu vadi per lo mondo a predicare, perocchè egli non t’ha eletto pur per te solo, ma eziandio per la salute degli altri. E allora san Francesco, udito ch’egli ebbe questa risposta e conosciuta per essa la volontà di Gesù Cristo, si levò su con grandissimo fervore e disse: Andiamo al nome di Dio; e prende per compagno frate Masseo e frate Agnolo, uomini santi. E andando con empito di spirito, senza considerare via o semita, giunsono a uno castello che si chiama Savurniano, e san Francesco si puose a predicare, e comandò prima alle rondine, che cantavano, che tenessono silenzio insino a tanto ch’egli avesse predicato; e le rondine l’ubbidirono ed ivi predicò in tanto fervore che tutti gli uomini e le donne di quel castello, per divozione, gli voleano andare dietro e abbandonare il castello: ma san Francesco non lasciò dicendo loro: Non abbiate fretta e non vi partite; e io ordinerò quello, che voi dobbiate fare per salute dell’anime vostre: e allora pensò di fare il terzo Ordine, per universale salute di tutti. E così lasciandoli molto consolati e bene disposti a penitenza, si partì di quindi, e venne tra Cannaio e Bevagno. E passando oltre con quello fervore, levò gli occhi, e vide alquanti arbori allato alla via in su’ quali era quasi infinita moltitudine d’uccelli; di che san Francesco si maravigliò e disse a’ compagni: Voi m’aspettarete qui nella via, e io andrò a predicare alle mie sirocchie uccelli. E entrò nel campo, e cominciò a predicare agli uccelli, ch’erano in terra; e subitamente quelli ch’erano in su gli arbori, se ne vennero a lui, e insieme tutti quanti istettono fermi, mentre che san Francesco compiè di predicare; e poi anche non si partivano, insino a tanto ch’ egli diè loro la benedizione sua. E secondo che recitò poi frate Masseo e frate Iacopo da Massa, andando san Francesco fra loro toccandoli colla cappa, nessuno perciò si movea. La sustanza della predica di san Francesco fu questa: Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenute a Dio vostro Creatore, e sempre ed in ogni luogo il dovete laudare, imperocchè v’ha dato libertà di volare in ogni luogo, anche v’ha dato il vestimento duplicato e triplicato, appresso perchè riserbò il seme di voi in nell’arca di Noè, acciocchè la spezie vostra non venisse meno; ancora gli siete tenuti per lo elemento dell’aria che egli ha diputato a voi; oltre a questo, voi non seminate e non mietete; e Iddio vi pasce, e davvi li fiumi e le fonti per vostro bere; davvi gli monti e le valli per vostro rifugio e gli albori alti per fare li vostri nidi; e conciossiacosachè voi non sappiate filare, nè cucire, Iddio vi veste, voi e’ vostri figliuoli; onde molto vi ama il vostro Creatore, poich’egli vi dà tanti beneficii; e però guardatevi, sirocchie mie, del peccato della ingratitudine, e sempre vi studiate di lodare Iddio. Dicendo loro san Francesco queste parole, tutti quanti quelli uccelli cominciarono ad aprire i becchi, e distendere i colli, e aprire l’ali, e reverentemente inchinare i capi infino a terra, e con atti e con canti dimostrare che ’l Padre santo dava loro grandissimo diletto: e san Francesco con loro insieme si rallegrava e dilettava, e maravigliavasi molto di tanta moltitudine d’uccelli e della loro bellissima varietà e della loro attenzione e famigliarità per la qual cosa egli in loro divotamente lodava il Creatore. Finalmente compiuta la predicazione, san Francesco fece loro il segno della croce; e diè loro licenza di partirsi, e allora tutti quelli uccelli si levarono in aria con maravigliosi canti; e poi, secondo la croce ch’avea fatto loro san Francesco, si divisono ’n quattro parti; e l’una parte volò inverso l’Oriente, e l’altra inverso l’Occidente, e l’altra inverso lo Meriggio, la quarta inverso l’Aquilone, e ciascuna schiera n’andava cantando maravigliosi canti; in questo significando che come da san Francesco gonfaloniere della Croce di Cristo era stato a loro predicato, e sopra loro fatto il segno della croce, secondo il quale egli si divisono in quattro parti del mondo: così la predicazione della croce di Cristo rinnovata per san Francesco si dovea per lui e per i frati portare per tutto il mondo; li quali frati, a modo che gli uccelli, non possedendo nessuna cosa propria in questo mondo, alla sola provvidenza di Dio commettono la lor vita.

CAPITOLO XVII.

Come uno fanciullo fraticino, orando san Francesco di notte,

vide Cristo e la Vergine Maria e molti altri santi parlare con lui.

Uno fanciullo molto puro e innocente fu ricevuto all’Ordine, vivendo san Francesco; e stava in un luogo piccolo, nel quale i frati per necessità dormiano in capoletti. Venne una volta san Francesco al detto luogo, e la sera, detto Compieta, andò a dormire, per potersi levare la notte ad orare quando gli altri frati dormissero, come egli era usato di fare. Il detto fanciullo si puose in cuore di spiare sollecitamente le vie di san Francesco, per potere cognoscere la sua santitade, e spezialmente di potere sapere quello che facea la notte quando si levava. E acciocchè il sonno non lo ingannasse, si puose quel fanciullo a dormire allato a san Francesco, e legò la corda sua con quella di san Francesco, per sentirlo quando egli si levasse; e di questo san Francesco non sentì niente. Ma la notte in sul primo sonno, quando tutti gli altri frati dormivano, si levò e trovò la corda sua così legata; e sciolsela pianamente, perchè il fanciullo non si sentisse, e andossene san Francesco solo nella selva, ch’era presso al luogo, ed entrò in una celluzza che v’era, e puosesi in orazione. Dopo alcuno spazio si desta il fanciullo, e trovando la corda isciolta, e san Francesco levato, levossi su egli e andò cercando di lui: e trovando aperto l’uscio donde s’andava nella selva, pensò che san Francesco fosse ito là, ed entrò egli nella selva. E giugnendo presso al luogo ove san Francesco orava, cominciò a udire un grande favellare; e appressandosi più per vedere e per intendere quello ch’egli udiva, gli venne veduto una luce mirabile la quale attorniava san Francesco, e in essa vide Cristo, e la Vergine Maria, e san Giovanni Battista, e l’Evangelista, e grandissima moltitudine d’angeli, li quali parlavano con san Francesco. Vedendo questo il fanciullo e udendo, cadde in terra tramortito; poi, compiuto il mistero di quella santa apparizione, e tornando san Francesco al luogo, trovò il detto fanciullo col piè giacere come morto; e per compassione silo levò e arrecollosi in braccio, come fa il buon pastore alle sue pecorelle. E poi sappiendo da lui com’egli avea veduta la detta visione, sì gli comandò che non lo dicesse mai a persona, cioè mentre che fosse vivo. Il fanciullo poi crescendo in grande grazia di Dio e divozione di san Francesco, fu valente uomo nello Ordine; ed esso dopo la morte di san Francesco rivelò alli frati la detta visione.

CAPITOLO XVIII.

Del maraviglioso capitolo che tenne san Francesco a Santa

Maria degli Angeli, dove furono oltre cinquantamila frati.

Il fedele servo di Cristo Francesco tenne una volta un capitolo generale a Santa Maria degli Angeli, al quale capitolo si raunò oltre a cinquantamila frati; e vennevi san Domenico, capo, e fondamento dello Ordine de’ frati Predicatori, il quale allora andava di Borgogna a Roma. E udendo la congregazione del capitolo che san Francesco facea in nel piano di santa Maria degli Angeli, si l’andò a vedere con sette frati dell’Ordine suo. Fu ancora al detto capitolo un cardinale divotissimo di san Francesco, al quale egli avea profetato ch’egli dovea essere Papa, e così fu; il quale cardinale era venuto istudiosamente da Perugia, dov’era la corte, ad Assisi; ogni dì venia a vedere san Francesco e’ frati suoi, e alcuna volta cantava la Messa, e alcuna volta faceva il sermone ai frati in capitolo, e prendeva il detto cardinale grandissimo diletto e divozione quando veniva a visitare quel santo collegio. E veggendo in quella pianura sedere intorno a Santa Maria i frati, a schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme; tutti occupati nel ragionare di Dio in orazioni, in lagrime, in esercizi di caritade, e stavan con tanto silenzio e con tanta modestia che ivi non si sentia uno rumore, nessun storpìccio; e maravigliandosi di tanta moltitudine così ordinata, con lagrime e con grande divozione diceva: Veramente questo si è il campo e lo esercito de’ cavalieri di Dio. Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare favole, o buffe; ma, dovunque si raunava una schiera di frati, o egli oravano, o eglino diceano ufficio, o piagneano i peccati loro, de’ loro benefattori, o e’ ragionavano della salute delle anime. Erano in quel campo tetti di graticci e di stuoie, distinti per torme, secondo frati di diverse provincie; e però si chiamava quel capitolo, il capitolo de’ Graticci, ovvero delle Stuoie; i letti loro si era la piana terra, e chi avea un poco di paglia, i capezzali si erano o pietre, o legni. Per la qual cagione, era tanta divozione di loro a chiunque gli udiva o vedea, e tanta la fama della lor santitade, che della corte del Papa, ch’era allora a Perugia, e delle altre terre di valle di Spoleto veniano a vedere molti conti, baroni e cavalieri, e altri gentili uomini, e molti popolani e cardinali e vescovi e abati con molti altri cherici, per vedere quella così santa e grande Congregazione e umile, la quale il mondo non ebbe mai, di tanti santi uomini insieme; e principalmente veniano a vedere il capo, e Padre santissimo di quella santa gente, il quale avea rubato al mondo così bella preda, e raunato così bello e divoto gregge a seguitare l’orme del vero Pastore Gesù Cristo. Essendo dunque raunato tutto il capitolo generale, il santo padre di tutti e generale ministro, san Francesco, in fervore di spirito propone la parola di Dio: troppo maggiori sono promesse a noi da Dio, e predica loro in alta voce quello che lo Spirito Santo li facea parlare; e per tema del sermone propuose queste parole: Figliuoli miei, gran cose abbiamo promesse a noi da Dio, se osserviamo quelle che abbiamo promesse a lui: e aspettiamo di certo quelle che sono promesse a noi. Brieve è il diletto del mondo; la pena che seguita ad esso è perpetua; piccola è la pena di questa vita, ma la gloria dell’altra vita è infinita. E sopra queste parole predicando divotissimamente, confortava e inducea i frati a obbedienza, ed a riverenza della santa Madre Chiesa, e alla caritade fraternale, a adorare Iddio per tutto il popolo, ad aver pazienza nelle avversitadi del mondo e temperanza nella prosperità, a tener mondizia e castitade angelica, e ad avere pace e concordia con Dio e con gli uomini e colla propria coscienza, e amore e osservanza della santissima povertade. E quivi disse egli: Io comando, per merito della santa obbedienza, a tutti voi che siete congregati qui, che nullo di voi abbia cura nè sollecitudine di veruna cosa di mangiare, o di bere, o di cose necessarie al corpo, ma solamente intendere a orare e laudare iddio: e tutta la sollecitudine del corpo vostro lasciate a lui, imperocchè egli ha speziale cura di voi. E tutti quanti ricevettero questo comandamento con allegro cuore e con lieta faccia, e compiuto il sermone di san Francesco, tutti si gettarono in orazione. Di che san Domenico, il quale era presente a tutte queste cose, fortemente si maravigliò del comandamento di san Francesco e riputavalo indiscreto, non potendo pensare, come tanta moltitudine si potesse reggere senza avere nessuna cura e sollecitudine delle cose necessarie al corpo. Ma ’l principale Pastore Cristo benedetto, volendo mostrare com’egli ha cura delle sue pecore e singolare amore a’ poveri suoi, immantenente ispirò alle genti di Perugia, di Spoleto, di Fuligno, di Spello e d’Assisi e delle altre intorno, che portassero da mangiare e da bere a quella santa Congregazione. Ed eccoti subitamente venire dalle predette terre uomini con somieri, cavalli, carri, carichi di pane, di vino, di fave e di cacio e di altre buone cose da mangiare, secondo che ai poveri di Cristo era di bisogno. Oltre a questo, recavano tovaglie, orciuoli, ciotole, bicchieri e altri vasi, che faceano mestieri a tanta moltitudine: e beato si riputava chi più cose potesse portare o più sollecitamente servire; intanto che eziandio i cavalieri, e li baroni, e altri gentili uomini che veniano a vedere, con grande umiltà e devozione servirono loro innanzi. Per la qual cosa san Domenico, vedendo queste cose, e cognoscendo veramente che la Provvidenza divina si adoperava in loro, umilmente si ricognobbe ch’avea falsamente giudicato san Francesco di comandamento indiscreto; e andando innanzi, inginocchiossi, e umilmente disse sua colpa, e aggiunse: Veramente Iddio ha cura speziale di questi santi poverelli, e io non lo sapea: e io da ora innanzi prometto d’osservare la evangelica povertà santa; e maledico dalla parte di Dio tutti i frati dell’Ordine mio i quali nel detto Ordine prosumeranno d’avere del proprio. Sicchè san Domenico fu molto edificato della fede del santissimo Francesco, e della obbedienza della povertà di così grande e ordinato collegio, e della Provvidenza divina, e della copiosa abbondanza d’ogni bene. In quel medesimo Capitolo fu detto a san Francesco, che molti frati portavano il cuorello in sulle carni, e cerchi di ferro, per la qual cosa molti ne infermavano, onde ne morivano, e molti n’erano impediti dallo orare. Di che san Francesco, come discretissimo Padre, comandò per la santa obbedienza, che chiunque avesse o cuorello o cerchio di ferro, se lo traesse, e ponessero dinanzi a lui, e così feciono; e furono annoverati bene cinquecento cuorelli di ferro; e troppo più cerchi, tra da braccia, e da ventri; intanto che fecero un grande monticello: e san Francesco li fece lasciare ivi. Poichè fu compiuto lo capitolo, san Francesco confortandoli tutti in bene, e ammaestrandoli, come dovessero iscampare senza peccato di questo mondo malvagio, con la benedizione di Dio e la sua, gli rimandò alle loro provincie tutti consolati di letizia spirituale.

CAPITOLO XIX.

Come dalla vigna del prete da Rieti, in casa di cui orò san Francesco,

per la molta gente che venia a lui furono tratte e colte l’uve; e poi

miracolosamente fece più vino che mai, siccome san Francesco

gli avea promesso. E come Iddio rivelò a san Francesco ch’egli

arebbe paradiso alla sua partita.

Sendo una volta san Francesco gravemente infermo degli occhi, Ugolino cardinale protettore dello Ordine, per grande tenerezza ch’avea di lui, sì gli iscrisse ch’ egli andasse a lui a Rieti, dove erano ottimi medici d’occhi. Allora san Francesco, ricevuta la lettera del cardinale, se ne andò in prima a San Damiano, dov’era santa Chiara divotissima isposa di Cristo, per darle alcuna consolazione, e poi andare al cardinale. Essendo ivi san Francesco, la notte seguente peggiorò sì degli occhi ch’egli non vedea punto lume; di che non potendosi partire, santa Chiara gli fece una celluzza di cannucce, nella quale egli si potesse meglio riposare. Ma san Francesco, tra per lo dolore della infermità, e per la moltitudine de’ topi, che gli faceano grandissima noia, punto del mondo non potea posare, ne di dì, nè di notte. E sostegnendo più di quella pena e tribolazione, cominciò a pensare e a conoscere che quello era uno flagello di Dio per li suoi peccati; e incominciò a ringraziare Iddio con tutto il cuore e colla bocca, e poi gridava ad alla voce e disse: Signore mio, io sono degno di questo e di troppo peggio. Signore mio Gesù Cristo, pastore buono, il quale a noi peccatori hai posta la tua misericordia in diverse pene e angosce corporali, concedi grazia e virtù a me tua pecorella, che per nessuna infermità e angoscia o dolore io mi parta da te. E in questa orazione gli venne una voce dal cielo che disse: Francesco, rispondimi: se tutta la terra fosse oro, e tutti li mari e fonti e fiumi fussono balsimo, tutti li monti e’ colli e li sassi fussero pietre preziose; e tu trovassi uno altro tesoro più nobile che queste cose, quanto l’oro è più nobile che la terra, e ’l balsimo che l’acqua, e le pietre preziose più che i monti e i sassi, e fusseti dato di questa infermità quello più nobile tesoro, non ne dovresti tu essere bene contento, e bene allegro? Risponde san Francesco: Signore, io sono indegno di così prezioso tesoro; e la voce di Dio dicea a lui: Rallegrati, Francesco, perocchè quello è il tesoro di vita eterna, il quale io ti serbo, e insino a ora io te ne investisco; e questa infermità e afflizione è arra di quello tesoro beato. Allora san Francesco chiamò il compagno, con grandissima allegrezza di così gloriosa promessa, e disse: Andiamo al cardinale, e consolando in prima santa Chiara con sante parole, e da lei umilmente accommiatandosi, prese il cammino verso Rieti. E quando giunse presso, tanta moltitudine di popolo gli si fecero incontro che perciò egli non volle entrare nella città; ma andossene a una chiesa ch’era presso alla città forse a due miglia. Sappiendo li cittadini ch’era alla detta chiesa, correvano tanto intorno a vederlo, che la vigna della detta chiesa tutta si guastava, e l’uve erano tutte colte: di che il Prete forte si dolea nel cuore suo, e pentissi ch’egli avea ricevuto san Francesco nella sua chiesa. Essendo da Dio rivelato a san Francesco il pensiere del prete, sì lo fece chiamare a se, e disselli: Padre carissimo, quante some di vino ti rende questa vigna l’anno quand’ella ti rende meglio? rispose: Dodici some; dice san Francesco: Io ti priego. Padre, che tu sostenga pazientemente il mio dimorare qui alquanti dì, perciocch’io ci truovo molto riposo; e lascia tôrre a ogni persona dell’uva di questa tua vigna, per lo amore di Dio e di me poverello; e io ti prometto dalla parte del mio Signore Gesù Cristo ch’ella te ne renderà ogni anno venti some. E questo facea san Francesco dello stare ivi, per lo gran frutto delle anime, che si vedea fare delle genti che vi veniano; de’ quali molti si partivano inebriati del divino amore, e abbandonavano il mondo. Confidossi il prete della promessa di san Francesco, e lasciò liberamente la vigna a coloro che venivano a lui. Maravigliosa cosa! la vigna fu al tutto guasta e colta, sicchè appena vi rimasono alcuni racimoli d’uve. Viene il tempo della vendemmia; e ’l prete raccoglie cotali racimoli, e metteli nel tino, e pigia, e secondo la promessa di san Francesco ricoglie venti some d’ottimo vino. Nel quale miracolo manifestamente si diè ad intendere che come, per merito di san Francesco, la vigna ispogliata d’uve è abbondata in vino; così il popolo cristiano isterile di virtù per lo peccato, per li meriti e dottrina di san Francesco, spesse volte abbondava di buoni frutti di penitenza.

CAPITOLO XX.

D’una molto bella visione che vide uno frate giovane,

il quale aveva in tanta abominazione la cappa, che era

disposto di lasciar l’abito e uscire dell’Ordine.

Un giovane molto nobile e delicato venne all’Ordine di san Francesco: il quale dopo alquanti dì, per instigazione del demonio, cominciò ad avere in tanta abbominazione l’abito che portava, che li parea portare un sacco vilissimo: avea orrore delle maniche, abbominava il cappuccio, e la lunghezza e la asprezza gli parea una soma incomportabile. E crescendo pure il dispiacere della Religione, egli finalmente si deliberò di lasciare l’abito e tornare al mondo, Avea costui già preso per usanza, secondo che gli avea insegnato il suo maestro, qualunque ora egli passava dinanzi allo altare del convento, nel quale si conservava il Corpo di Cristo, d’inginocchiarsi con gran riverenza, e trarsi il cappuccio, e colle braccia cancellate inchinarsi. Addivenne che la notte nella quale si dovea partire e uscire dell’Ordine, convenne che passasse dinanzi all’altare del convento; e passandovi, secondo l’usanza s’inginocchiò e fece riverenza. E subitamente fu ratto in ispirito, e fugli mostrata da Dio maravigliosa visione: imperocchè vide dinanzi a sè quasi moltitudine infinita di santi, a modo di processione, a due a due, vestiti di bellissimi e preziosi vestimenti di drappi, e la faccia loro e le mani risplendeano come il Sole, e andavano con canti e suoni d’Angeli, fra’ quali santi erano due più nobilmente vestiti e adorni che tutti gli altri; ed erano attorniati di tanta chiarezza che grandissimo stupore davano a chi gli riguardava; e quasi nel fine della processione, vide uno adornato di tanta gloria che parea cavaliere novello, più onorato che gli altri. Vedendo questo giovane la detta visione, si maravigliava e non sapea che quella processione si volesse dire, e non era ardito di domandare, e istava istupefatto per dolcezza. Ed essendo nientedimeno passata tutta la processione, costui pure prende ardire e corre dietro agli ultimi, e con gran timore gli domanda, dicendo: carissimi, io vi priego che vi piaccia di dirmi chi sono quelli così maravigliosi i quali sono in questa processione così venerabile. Rispondono costoro: Sappi, figliuolo, che noi siamo tutti frati minori li quali veniamo ora dalla gloria di paradiso. E così costui domanda: Chi sono quelli due che risplendono più che gli altri? Rispondono costoro: Questi sono san Francesco e sant’Antonio: e quest’ultimo che tu vedesti così onorato è un santo frate che morì nuovamente; il quale, perocchè valentemente combattè contro alle tentazioni, e perseverò insino alla fine, noi lo meniamo con trionfo alla gloria di paradiso, e questi vestimenti di drappo così belli, che noi portiamo, ci sono dati da Dio in iscambio delle aspre tuniche, le quali noi pazientemente portavamo nella Religione; e la gloriosa chiarità che tu vedi in noi ci è data da Dio per la umiltà e pazienza e per la santa povertà e obbedienza e castità, le quali noi servammo insino alla fine. E però, figliuolo, non ti sia duro portare il sacco della Religione così fruttuoso; perocchè, se col sacco di san Francesco per lo amore di Cristo tu disprezzerai il mondo e mortificherai la carne, e contro al demonio combatterai valentemente, tu avrai insieme con noi simile vestimento e chiarità di gloria. E dette queste parole, il giovane tornò in sè medesimo: e confortato dalla visione, cacciò da sè ogni tentazione, cognobbe la colpa sua dinanzi al guardiano e alli frati; e da indi innanzi desiderò l’asprezza della penitenza e de’ vestimenti, e finì la vita sua nell’Ordine in grande santitade.

CAPITOLO XXI.

Del santissimo miracolo che fece san Francesco

quando convertì il ferocissimo lupo d’Agobio.

Al tempo che san Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla cittade, e tutti andavano armati quando uscivano della cittade, come se eglino andassero a combattere, e contuttociò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo; e per paura di questo lupo e’ vennero a tanto che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra. Per la qual cosa, avendo compassione san Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, benchè li cittadini al tutto non gliel consigliavano: e facendosi il segno della santissima Croce, uscì fuori della terra egli coi suoi compagni, tutta la sua confidenza ponendo in Dio. E dubitando gli altri d’andare più oltre, san Francesco prese il cammino inverso il luogo dov’era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini, li quali erano venuti a vedere codesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a san Francesco colla bocca aperta: ed appressandosi a lui, san Francesco gli fa il segno della santissima Croce, e chiamollo a sè e disseli così: Vieni qui, frate lupo; io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male nè a me, nè a persona. Mirabile cosa! immantinente che san Francesco ebbe fatta la Croce, il lupo terribile chiuse la bocca, e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente, come un agnello, e gittossi ai piedi di san Francesco a giacere. E allora san Francesco gli parlò così: Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicchè tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e nè li uomini nè li cani ti perseguitino più. Dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di occhi, e con inchinare di capo, mostrava d’accettare ciò che san Francesco dicea e di volerlo osservare. Allora san Francesco ripetè qui: Frate lupo, dappoichè ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicchè tu non patirai più fame; imperciocchè io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male. Ma poich’io t’accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai mai a nessuna persona umana, nè ad animale; promettimi tu questo? E il lupo con inchinare il capo fece evidente segnale che ’l prometteva. E san Francesco sì dice: Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciocch’io me ne possa bene fidare: e distendendo la mano san Francesco, per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sulla mano di san Francesco, dandogli quello segnale di fede ch’egli potea. E allora disse san Francesco: Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo che tu venga ora meco, senza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio. E il lupo ubbidiente se ne va con lui, a modo d’uno agnello mansueto; di che li cittadini vedendo questo, fortemente si maravigliavano. E subitamente questa novitade si seppe per tutta la cittade: di che ogni gente, maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo con san Francesco. Ed essendo ragunato tutto il popolo, san Francesco si levò suso a predicare loro, dicendo tra l’altre cose come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze: e troppo è più pericolosa la fiamma dello inferno, la quale ha da durare eternalmente alli dannati, che non è la rabbia del lupo, il quale non può uccidere se non il corpo; quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di uno piccolo animale? Tornate dunque, carissimi, a Dio, e fate degna penitenza dei vostri peccati; e Dio vi libererà dal lupo nel presente tempo, e nel futuro dal fuoco infernale. E fatta la predica disse san Francesco: Udite, fratelli miei: frate lupo, che è qui dinanzi da voi, m’ha promesso e fattomene fede di far pace con voi, e di non offendervi mai in cosa nessuna; e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui, che ’l patto della pace egli osserverà fermamente. Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo continuamente. E san Francesco dinanzi a tutti disse al lupo: E tu, frate lupo, prometti d’osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda nè gli uomini, nè gli animali, nè nessuna creatura? E il lupo inginocchiasi, e inchina il capo: e con atti mansueti di corpo, e di coda, e d’orecchi dimostra, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto. Dice san Francesco: Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, e che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria, ch’io ho fatta per te. Allora il lupo, levando il piè ritto, sì ’l pose in mano di san Francesco. Onde tra questo atto e degli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione del santo, e sì per la novitade del miracolo, e sì per la pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare a ciclo, laudando e benedicendo Iddio, il quale avea loro mandato san Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia. E poi il detto lupo vivette due anni in Agobio; ed entrava dimesticamente per le case, a uscio a uscio, senza fare male a persona, e senza esserne fatto a lui; e fu notricato cortesemente dalla gente; e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava dietro. Finalmente, dopo due anni, frate lupo si morì di vecchiaia: di che li cittadini molto si dolevano; imperocchè veggendolo andare sì mansueto per la cittade, si raccordavano meglio della virtù e santitade di san Francesco.

CAPITOLO XXII.

Come san Francesco dimesticò le tortole salvatiche.

Uno giovane avea preso un dì molte tortole: e portandole a vendere, iscontrandosi in lui san Francesco, il quale sempre avea singolare pietà agli animali mansueti, riguardando quelle tortole con l’occhio pietoso, disse al giovane: O buon giovane io ti prego, che tu me le dia, e che uccelli così mansueti, a’ quali nella Scrittura sono assomigliate le anime caste e umili e fedeli, non vengano alle mani de’ crudeli che gli uccidano. Di subito colui, ispirato da Dio, tutte le diede a san Francesco; ed egli ricevendole in grembo, cominciò a parlare loro dolcemente: sirocchie mie, tortole semplici innocenti e caste, perchè vi lasciate voi pigliare? ora io vi voglio scampare da morte e farvi i nidi, acciocchè voi facciate frutto e moltiplichiate, secondo i comandamenti del nostro Creatore. E va san Francesco, e a tutte fece nido: ed elleno usandosi, cominciarono a fare uova, e figliare dinanzi alli frati: e così dimesticamente si stavano, ed usavano con san Francesco e con gli altri frati come se elle fussero state galline sempre nutricale da loro, e mai non si partirono, insino che san Francesco colla sua benedizione diede loro licenza di partirsi. E al giovane che gliele avea date disse san Francesco: Figliuolo, tu sarai ancora frate in questo Ordine, e servirai preziosamente a Gesù Cristo. E così fu; imperocchè il detto giovane si fece frate, e vivette nell’Ordine con gran santità.

CAPITOLO XXIII.

Come san Francesco liberò il frate ch’era in peccati col demonio.

Stando una volta san Francesco in orazione nel luogo della Porziuncula, vide per divina revelazione tutto il luogo attorniato e assediato dalli demonii, a modo di grande esercito: ma nessuno di loro potea entrare dentro nel luogo; imperocchè questi frati erano di tanta santitade, che li demonii non aveano a cui entrare dentro. Ma perseverando così, un di uno di que’ frati si scandalezzò con un altro, e pensava nel suo cuore come lo potesse accusare e vendicarsi di lui; per la qual cosa, istando costui in questo mal pensiero, il demonio, avendo l’entrata aperta, sì entrò nel luogo, e posesi in sul collo di quello frate. Veggendo ciò lo pietoso e sollecito pastore, lo quale vegghiava sempre sopra le sue greggie, che il lupo era entrato a divorare la pecorella sua, fece subitamente chiamare a sè quel frate, e comandógli che di presente e’ dovesse iscoprire lo veleno dello odio conceputo contro al prossimo, per lo quale egli era nelle mani del nemico. Di che colui impaurito che si vedeva compreso dal santo Padre, sì scoperse ogni veleno e rancore, e ricognobbe la colpa sua, e domandonne umilmente la penitenza con misericordia; e fatto ciò, assoluto che fu del peccato, e ricevuto la penitenza, subito dinanzi a san Francesco il demonio si partì; e il frate così liberato dalle mani della crudele bestia, per la bontà del buon pastore, ringraziò Iddio; e ritornando corretto e ammaestrato alla gregge del santo pastore, esso vivette poi in grande santità.

CAPITOLO XXIV.

Come san Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia.

San Francesco istigato dal zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare con dodici suoi compagni santissimi per andarsene diritto al Soldano di Babilonia, e giugnendo in una contrada di Saracini, ove si guardavano ai passi da certi sì crudeli uomini che nessuno dei Cristiani che vi passasse potea scampare che non fusse morto; e come piacque a Dio non furono morti ma, presi battuti e legati, furono menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui, san Francesco ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli volea entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò ad avere grandissima divozione in lui, sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui; imperocchè nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore del martirio, il quale in lui vedea. Da quel punto innanzi il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessero predicare dovunque piacesse loro; e diede loro un segnale, per lo quale egli non potessero essere offesi da persona.

Alla fine, veggendo san Francesco non potere fare più frutto in quelle parti, per divina rivelazione si dispose con tutti li suoi compagni di tornare tra li fedeli; e raunatili tutti insieme, ritornò insino al Soldano, e prendette da lui commiato. Ed allora gli disse il Soldano: Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora; imperocchè, se costoro il sentissero, egli ucciderebbero te e me con tutti li tuoi compagni; e conciossiacosachè tu possa ancora fare molto bene, ed io abbia a spacciare certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte mia e la tua, ma insegnami com’io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu m’imponi. Disse allora san Francesco: Signore, io mi parto ora da voi; ma poi che io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de’ miei frati, da’ quali tu riceverai il santo Battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m’ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo li sciogli d’ogni impaccio, acciocchè quando verrà a te la grazia di Dio, ti truovi apparecchiato a fede e divozione; e così promise di fare e fece. Fatto questo, san Francesco torna con quello venerabile collegio de’ suoi compagni santi, e dopo alquanti anni san Francesco per morte corporale rendè l’anima a Dio. E il Soldano infermando, aspetta la promessa di san Francesco, e fa stare guardie a certi passi; e comanda che se due frati v’apparissero in abito di san Francesco, di subito fussero menati a lui. In quello tempo apparve san Francesco a due frati, e comandò loro che senza indugio andassero al Soldano, e procurassero la sua salute, secondo ch’egli avea promesso: li quali Frati di subito si mossero, e passando il mare, dalle dette guardie furono menati al Soldano, e veggendoli il Soldano, ebbe grandissima allegrezza e disse: Ora so io veramente, che Iddio ha mandato a me gli servi suoi per la mia salute, secondo la promessa che mi fece san Francesco per revelazione divina. Ricevendo adunque informazione della fede di Cristo, e il santo Battesimo dalli detti frati, così rigenerato in Cristo si morì in quella infermità, e fu salva l’anima sua per li meriti e per le orazioni di san Francesco.

CAPITOLO XXV.

Come s. Francesco miracolosamente sanò il lebbroso dell’anima

e del corpo; e quello che l’anima gli disse, andando in cielo.

Il vero discepolo di Cristo, san Francesco, vivendo in questa miserabile vita, con tutto il suo isforzo s’ingegnava di seguitare Cristo perfetto maestro; onde addivenìa ispesse volte per divina operazione che a cui egli sanava il corpo Iddio gli sanava l’anima a una medesima ora, siccome si legge di Cristo. E perocch’egli non solamente servia volentieri alli lebbrosi, ma oltre a questo avea ordinato che li frati del suo Ordine, andando, o stando per lo mondo, servissero alli lebbrosi per lo amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato lebbroso; addivenne una volta in un luogo, presso a quello dove dimorava allora san Francesco, li frati servivano in uno spedale a’ lebbrosi e infermi, nel quale era un lebbroso sì impaziente, e sì incomportabile e protervo, che ognuno credea di certo, e così era, che fosse invasato dal demonio; imperocch’egli isvillaneggiava di parole e di battiture sì sconciamente chiunque lo serviva; e ch’è peggio, ch’egli vituperosamente bestemmiava Cristo benedetto e la sua santissima Madre Vergine Maria che per nessun modo si trovava chi lo potesse o volesse servire. E avvegnachè le ingiurie e villanie proprie i frati si studiassero di portare pazientemente, per accrescere il merito della pazienza; nientedimeno quelle di Cristo e della sua Madre non potendo sostenere le coscienze loro, al tutto determinarono d’abbandonare il detto lebbroso; ma non lo vollono fare, insino a tanto che eglino il significarono ordinatamente a san Francesco, il quale dimorava allora in uno luogo quivi presso. E significato che gliel’ebbono, e san Francesco se ne viene a questo lebbroso perverso; e giugnendo a lui, sì lo saluta, dicendo: Iddio li dia pace, fratello mio carissimo. Risponde il lebbroso: Che pace posso io avere da Dio, che m’ha tolto pace e ogni bene, ed hammi fatto tutto fracido e putente? E san Francesco disse: Figliuolo, abbi pazienza, imperocchè le infermitadi dei corpi ci sono date da Dio in questo mondo per salute dell’anima, perocch’elle sono di grande merito quand’elle sono portate pazientemente. Risponde lo infermo: E come poss’io portare pazientemente la pena continua che m’affligge il dì e la notte? E non solamente io sono afflitto dalla infermità mia; ma peggio mi fanno i frati, che tu mi desti perchè mi servissero, e non mi servono come debbono. Allora san Francesco, conoscendo per rivelazione che questo lebbroso era posseduto dal maligno spirito, andò e posesi in orazione e pregò Iddio divotamente per lui. E fatta l’orazione, ritorna a lui, e dice così: Figliuolo, io ti voglio servire io, dappoichè tu non ti contenti degli altri. Piacemi, dice lo infermo: ma che mi potrai tu fare più che gli altri? Risponde san Francesco: Ciocchè tu vorrai io farò: dice il lebbroso: Io voglio che tu mi lavi tutto quanto; imperocch’io puto sì fortemente ch’io medesimo non mi posso patire. Allora san Francesco di subito fece iscaldare dell’acqua con molte erbe odorifere; poi spoglia costui e comincia a lavarlo colle sue mani, e uno altro frate metteva su l’acque; e per divino miracolo dove san Francesco toccava colle sue sante mani si partìa la lebbra, e rimaneva la carne perfettamente sanata. E come si incominciò la carne a sanicare, così s’incominciò a sanicare l’anima; onde veggendosi il lebbroso cominciare a guarire, cominciò ad avere grande compunzione e pentimento dei suoi peccati, e cominciò a piagnere amarissimamente; sicchè, mentre che ’l corpo si mondava di fuori della lebbra per lo lavamento dell’acqua, così l’anima si mondava dentro del peccato, per correzione e per lagrime. Ed essendo compiutamente sanato quanto al corpo e quanto all’anima, umilmente si rendette in colpa: e dicea piagnendo ad alta voce: Guai a me, ch’io sono degno dello inferno, per le villanie e ingiurie ch’io ho fatto e detto a’ frati, e per la impazienza e bestemmie ch’io ho avute contro a Dio: onde per quindici dì perseverò in amaro pianto dei suoi peccati, e in chiedere misericordia a Dio, confessandosi al prete, interamente. E san Francesco, veggendo così espresso miracolo il quale Iddio avea adoperato per le sue mani, ringraziò Iddio, e partissi indi, andando in paesi assai dilunge: imperocchè per umiltade volea fuggire ogni gloria, e in tutte le sue operazioni solo cercava l’onore e la gloria di Dio e non la propria. Poi, com’a Dio piacque, il detto lebbroso sanato del corpo e dell’anima, dopo quindici dì della sua penitenza, infermò d’altra infermitade; e armato delli sacramenti ecclesiastici si morì santamente; e la sua anima andando in paradiso apparve in aria a san Francesco, che si stava in una selva in orazione, e dissegli: Riconoscimi tu? Qual se’ tu? disse san Francesco. Io sono il lebbroso il quale Cristo benedetto sanò per li tuoi meriti, e oggi me ne vo a vita eterna: di che io rendo grazie a Dio, e a te; benedetta sia l’anima e ’l corpo tuo: e benedette le tue sante parole e operazioni; imperciocchè per te molte anime si salveranno nel mondo: e sappi che non è dì nel mondo, nel quale li Santi Angeli e gli altri Santi non ringrazino Iddio dei santi frutti, che tu e l’Ordine tuo fate in diverse parti del mondo; e però confortati, e ringrazia Iddio, e sta’ colla sua benedizione. E dette queste parole, se n’andò in cielo; e san Francesco rimase molto consolato.

CAPITOLO XXVI.

Come san Francesco convertì tre ladroni micidiali e fecionsi frati;

e della nobilissima visione che vide l’uno di loro, il quale fu santissimo frate.

San Francesco andò una volta per lo diserto del Borgo a san Sepolcro, e passando per uno castello, che si chiama Monte Casale, venne a lui un giovane nobile e dilicato, e dissegli: Padre, io vorrei molto volentieri essere de’ vostri frati. Risponde san Francesco: Figliuolo, tu sei giovine, dilicato e nobile; forse che tu non potresti sostenere la povertà e l’asprezza nostra. Ed egli disse: Padre, non sete voi uomini come io? dunque come la sostenete voi così potrò io colla grazia di Gesù Cristo. Piacque molto a san Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantinente lo ricevette all’Ordine, e puosegli nome frate Angelo; e portossi questo giovane così graziosamente che ivi a poco tempo san Francesco il fece guardiano nel luogo detto di Monte Casale. In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali faceano molti mali nella contrada; li quali vennero un dì al detto luogo de’ frati, e pregavano il detto frate Angelo guardiano che desse loro da mangiare, e ’l guardiano rispuose loro in questo modo, riprendendogli aspramente: Voi ladroni e crudeli omicidi, non vi vergognate di rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e sfacciati, volete divorare le limosine che sono mandate alli servi di Dio, che non siete pure degni, che la terra vi sostenga; perocchè voi non avete nessuna reverenza nè a uomini, nè a Dio che vi creò: andate dunque per li fatti vostri, e qui non apparite più; di che coloro turbati, si dipartirono con grande sdegno. Ed ecco san Francesco tornare di fuori colla tasca del pane, e con un vaselletto di vino, ch’egli e ’l compagno avevano accattato: e recitandogli il guardiano, com’egli aveva cacciato coloro, san Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s’era portato crudelmente: imperocchè li peccatori meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni: onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui Evangelio noi abbiamo promesso di osservare, dice che non è bisogno a’ sani il medico, ma agli infermi; e che non era venuto a chiamare li giusti, ma li peccatori a penitenza: e però egli ispesse volte mangiava con loro. Conciossiacosa adunque che tu abbi fatto contra alla caritade e contro al santo Evangelio di Cristo, io ti comando per santa obbedienza che immantinente tu prenda questa tasca del pane ch’io ho accattato, e questo vasello del vino e va’ loro dietro sollecitamente, per monti e per valli, tanto che tu gli truovi, e presenta loro tutto questo pane e vino per mia parte; e poi t’inginocchia loro dinanzi, e di’ loro umilmente tua colpa della tua crudeltà; e poi gli priega da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio, e non lo offendano più: e se egli faranno questo, io prometto di provvedergli nelli loro bisogni e di dare loro continuamente da mangiare e da bere: e quando tu arai detto loro questo, ritornati in qua umilmente. Mentre che ’l detto guardiano andò a fare il comandamento di san Francesco, elli si puose in orazione a pregava Iddio che ammorbidasse i cuori di que’ ladroni, e convertisseli a penitenza. Giugne a loro l’ubbidiente guardiano, ed appresenta loro il pane e ’l vino, e fa e dice ciò che san Francesco gli ha imposto. E come piacque a Dio, mangiando quelli ladroni la limosina di san Francesco, cominciarono a dire insieme: Guai a noi miseri isventurati! e come dure pene dello inferno ci aspettano! che andiamo non solamente rubando li prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio uccidendo; e nientedimeno di tanti mali, e così scellerate cose come noi facciamo, noi non abbiamo nessun rimordimento di coscienza, nè timore di Dio; ed ecco questo frate santo, che è venuto a noi, e per parecchie parole che ci disse giustamente per la nostra malizia, ci ha detto umilmente sua colpa; e oltre a ciò, ci ha recato il pane e lo vino e così liberale promessa del santo Padre; veramente questi sì sono frati santi di Dio, li quali meritano paradiso di Dio; e noi siamo figliuoli della eterna perdizione, li quali meritiamo le pene dello inferno, e ogni dì accresciamo alla nostra perdizione; e non sappiamo, se dei peccati che noi abbiamo fatti insino qui, noi potremo tornare alla misericordia di Dio. Queste, e simiglianti parole dicendo l’uno di loro, dissero gli altri: Per certo tu di’ il vero, ma ecco che dobbiamo noi fare? Andiamo, disse uno, a san Francesco; e s’egli ci dà speranza, che noi possiamo trovare misericordia da Dio dei nostri peccati, facciamo ciò che lui ci comanda, e possiamo liberare le nostre anime dalle pene dello inferno. Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati, se ne vengono in fretta a san Francesco, e diconli così: Padre, noi per molti scellerati peccati che noi abbiamo fatti, noi non crediamo potere tornare alla misericordia di Dio: ma se tu hai nessuna isperanza che Iddio ci riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati a fare ciò che ci dirai, e di fare penitenza con teco. Allora san Francesco, ritenendoli caritativamente e con benignità, sì gli confortò con molti esempli: e rendendoli certi della misericordia di Dio, promise loro di certo d’accattarla loro da Dio, e mostrando loro la misericordia di Dio essere infinita; e se noi avessimo infiniti peccati, ancora la misericordia di Dio è maggiore, che i nostri peccati, secondo il Vangelo; e lo Apostolo san Paolo disse: Cristo benedetto venne in questo mondo per ricomperare li peccatori. Per le quali parole e simiglianti ammaestramenti, li detti tre ladroni renunziarono al demonio e alle sue operazioni; e san Francesco li ricevette all’Ordine, e cominciarono a fare grande penitenza: e due di loro poco vissero, dopo la loro conversione, e andaronsi a paradiso. Ma il terzo soppravvivendo, e ripensando a’ suoi peccati, si diede a fare tale penitenza che per quindici anni continui, eccetto le quaresime comuni, li quali egli facea con gli altri frati, d’altro tempo tre dì della settimana digiunava in pane e in acqua, e andando sempre iscalzo e con una sola tonica indosso, mai non dormia dopo mattutino. Fra questo tempo san Francesco passò di questa misera vita. Avendo dunque costui per molti anni continovata cotale penitenza, ecco che una notte, dopo il mattutino, gli venne tanta tentazione di sonno che per nessun modo egli potea resistere al sonno, e vegghiare come soleva. Finalmente non potendo egli resistere al sonno nè orare, andossene in sul letto per dormire; e subito ch’egli ebbe posto giù il capo, fu ratto e menato in ispirito in su uno monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di qua e di là sassi spezzati e ischeggiati, e iscogli disuguali che uscivano fuori de’ sassi: di che infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare. E l’angelo, che menava questo frate, sì lo sospinse e gittollo giuso per quella ripa: il quale trabalzando e percotendo di scoglio in iscoglio, e di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di questa ripa, tutto ismembrato e minuzzato, secondo che a lui parea. E giacendosi così male acconcio in terra, dicea colui che ’i menava: Lieva su, che ti conviene fare ancora maggior viaggio. Rispuose il frate: Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo; che mi vedi per morire della caduta che m’ha così ispezzato, e dimmi che mi levi su: e l’angelo s’accosta a lui e toccandolo gli salda perfettamente tutti gli membri e sanato. E poi gli mostra una grande pianura piena di pietre aguzzate e taglienti, e di spine e di triboli; e dicegli che per tutto questo piano gli conviene correre, e passare a piedi ignudi insino che giunga al fine; nel quale ci vedeva una fornace ardente, nella quale gli convenia entrare. Ed avendo il frate passata tutta la pianura con grande angoscia e pena, e l’angelo li dice. Entra in questa fornace, perocchè così ti conviene fare. Risponde costui: Oimè, quanto tu mi se’ crudele guidatore! che mi vedi esser presso che morto, per questa angosciosa pianura e ora per riposo mi di’ che io entri in questa fornace ardente. E ragguardando costui, e’ vide intorno alla fornace molti demoni colle forche di ferro in mano, colle quali costui, perchè indugiava d’entrare, il sospinsono dentro subitamente. Entrato che fu nella fornace, ragguardando e’ vide uno ch’ era istato suo compare il quale ardeva tutto quanto; e costui il domanda: O compare isventurato, come venisti tu qua? Ed egli risponde: Va’ un poco più innanzi, e troverai la moglie mia tua comare, la quale ti dirà la cagione della nostra dannazione. Andando il frate più oltre, eccoti apparve la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura da grano tutta di fuoco: ed egli la domanda: O comare isventurata e misera, perchè venisti tu in così crudele tormento? ed ella rispuose: Imperocchè al tempo della grande fame la quale san Francesco predisse dinanzi, il marito mio e io falsavamo il grano, e la biada, che noi vendevamo nella misura; e però io ardo istretta in questa misura. E dette queste parole, l’angelo che menava il frate lo sospinse fuori della fornace, e poi li disse: Apparecchiati a fare un orribile viaggio, il quale tu hai a passare. E costui rammaricandosi, dicea: durissimo conduttore, il quale non m’hai nessuna compassione! tu vedi, ch’io sono quasi tutto arso in questa fornace e anche mi vuoi menare in viaggio pericoloso e orribile; e allora l’ angelo il toccò, e fecelo sano e forte. Poi il menò ad uno ponte, il quale non si potea passare senza grande pericolo; imperocch’egli era molto sottile e stretto, e molto isdrucciolente e senza sponde d’allato; e di sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scorpioni, e gittava un grandissimo puzzo; e dissegli l’angelo: Passa questo ponte, e al tutto lo ti conviene passare. Risponde costui: E come lo potrò io passare ch’io non caggia in quello pericoloso fiume? Dice l’angelo: Vienne dopo me, e poni il tuo pie dove tu vedrai ch’io porrò il mio, e così passerai bene. Passa questo frate dietro all’angelo, come l’aveva insegnato, tantochè giunse a mezzo il ponte; ed essendo così sul mezzo, l’angelo si volò via: e partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo, di là assai dal ponte; e costui considera bene il luogo dove era volato l’angelo; ma rimanendo egli senza guidatore e riguardando giù vedea quegli animali tanto terribili stare con li capi fuori dell’ acqua e colle bocche aperte, apparecchiati a divorarlo e s’egli cadesse: ed era in tanto tremore che per nessun modo non sapea che si fare nè che si dire; perocchè non potea tornare addietro ne andare innanzi. Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro refugio se non in Dio, sì s’inchinò, e abbracciò il ponte, e con tutto il cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che per la sua santissima misericordia Io dovesse soccorrere. E fatta l’orazione gli parve cominciare a mettere ale: di che egli con grande allegrezza aspettava ch’elle crescessero, per potere volare di là dal ponte, dove era volato l’ angelo. Ma dopo alcun tempo, per la grande voglia che egli avea di passare per questo ponte, si mise a volare; e perchè l’ale non gli erano tanto cresciute, egli cadde sul ponte, e le penne gli caddono: di che costui abbraccia da capo il ponte, e come in prima raccomandasi a Dio; e fatta l’orazione, anche gli parve mettere ale; ma come in prima, non aspettò ch’elle crescessero perfettamente: onde, mettendosi a volare innanzi al tempo, ricadde da capo sul ponte, e le penne gli caddono. Per la qual cosa veggendo che per la fretta ch’egli avea di volare innanzi al tempo cadea, così incominciò a dire fra se medesimo: Per certo che se io metto ale la terza volta, ch’io aspetterò tanto, ch’elle saranno sì grandi che io potrò volare senza ricadere. E stando in questi pensieri, ed egli si vide la terza volta mettere ali: e aspettando grande tempo, tanto, che ell’erano bene grandi, parveli per lo primo e secondo e terzo mettere ali, avere aspettando bene cento cinquanta anni, o più. Alla fine si levò questi la terza volta, e con tutto il suo sforzo prese il volo, volò in alto insino al luogo ov’era volato l’angelo; e bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio il domanda: Chi se’ tu che se’ venuto qua? Rispuose quello: io sono frate minore. Dice il portinaio: Aspettami, ch’io ci voglio menare san Francesco, a vedere se ti conosce. Andando colui per san Francesco, e questi comincia a sguardare le mura meravigliose di questo palagio; ed eccoti queste mura pareano tralucenti e di tanta chiarità che vedea chiaramente li cori dei santi, e ciò che dentro vi si faceva. E stando costui istupefatto in questo ragguardare, ecco viene san Francesco, e frate Bernardo, e frate Egidio; e dopo costoro tanta moltitudine di santi e di sante che avevano seguitata la vita sua, che quasi pareano innumerabili, e giugnendo san Francesco, disse al portinaio: Lasciato entrare dentro, imperocch’egli è de’ miei frati. E sì tosto come e’ vi fu entrato, e’ sentì tanta consolazione e tanta dolcezza, che egli dimenticò tutte le tribolazioni, che egli aveva avute, come se mai non fussero state. E allora san Francesco menandolo dentro, sì li mostrò molte cose maravigliose, e poi sì gli disse: Figliuolo, e ti conviene ritornare al mondo, e starai sette dì, nei quali tu ti apparecchia diligentemente con grande divozione; imperocchè, dopo li sette dì, io verrò per te, e allora tu ne verrai meco a questo luogo de’ beati. Era ammantato san Francesco d’uno mantello maraviglioso, adornato di stelle bellissime; e le sue cinque istimate erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore che tutto il palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in capo una corona di stelle bellissime; e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume, e molti altri santi frati tra loro conobbe, li quali al mondo non avea mai veduti. Licenziato dunque da san Francesco, si ritornò, benchè mal volontieri, al mondo desiandosi, e ritornando in sè e risentendosi, i frati sonavano a Prima: sicchè non era istato in quella visione, se non da Mattutino a Prima, benchè a lui fosse paruto istare molti anni. E recitando al suo guardiano tutta questa visione con ordine, infra gli sette dì si incominciò a febbricitare; e l’ottavo dì venne per lui san Francesco, secondo la impromessa, con grandissima moltitudine di gloriosi Santi, e menonne l’anima sua al Regno dei Beati, a vita eterna.

CAPITOLO XXVII.

Come san Francesco convertì a Bologna due scolari, e fecionsi

frati; e poi all’uno di loro levò una grande tentazione da dosso.

Giugnendo una volta San Francesco alla città di Bologna tutto il popolo della città correa per vederlo; ed era sì grande la calca che la gente a grande pena potea giugner alla piazza; ed essendo tutta piena la piazza d’uomini e di donne e di scolari, e san Francesco si leva suso nel mezzo del luogo, alto, e comincia a predicare quello che lo Spirito Santo gl’insegnava: e predicava sì maravigliosamente, che parea piuttosto che predicasse angelo che uomo: e pareano le sue parole celestiali, a modo che saette acute, le quali trapassavano sì il cuore di coloro che lo udivano, che in quella predica grande moltitudine d’uomini e di donne si convertì a penitenza. Fra li quali si furono due nobili studianti della Marca d’Ancona; e l’uno avea nome Pellegrino, e l’altro Rinieri: i quali due per la detta predica toccati nel cuore dalla divina inspirazione, vennero a san Francesco, dicendo che al tutto voleano abbandonare il mondo e essere de’ suoi frati. Allora san Francesco, conoscendo per rivelazione che costoro erano mandati da Dio, e che nello Ordine doveano tenere santa vita, e considerando il loro grande fervore, gli ricevette allegramente, dicendo: Tu Pellegrino, tieni nell’ordine la via dell’umiltà, e tu frate Rinieri, servi a’ frati, e così fu; imperocchè frate Pellegrino mai non volle andare come chierico, ma come laico, benchè fosse molto litterato e grande decretalista; per la quale umiltà e’ pervenne in grande perfezione di virtù, tanto che frate Bernardo primogenito di san Francesco disse di lui ch’egli era uno dei più perfetti frati di questo mondo. E finalmente il detto frate Pellegrino, pieno di virtù, passò di questa vita beata, con molti miracoli innanzi alla morte e dopo. E detto frate Rinieri divotamente e fedelmente serviva a’ frati, vivendo in grande santità e umiltade: e diventò molto famigliare di san Francesco. Essendo dappoi fatto ministro della Provincia della Marca d’Ancona, ressela grande tempo in grandissima pace e discrezione. Dopo alcuno tempo, Iddio gli permise una grandissima tentazione nell’anima sua, di che egli tribulato e angosciato, fortemente s’affliggea con digiuni, con discipline , con lagrime e orazioni, il dì e la notte: e non potea però cacciare quella tentazione; ma ispesse volte era in grande disperazione, imperocchè per essa si reputava abbandonato da Dio. Istando in questa disperazione, per ultimo rimedio si determinò d’andare a san Francesco, pensandosi così: Se san Francesco mi mostrerà buon viso, e mostrerammi familiaritade come suole, io credo che Iddio m’averà ancora pietade: ma se no, sarà segnale ch’io sarò abbandonato da Dio. Muovesi adunque costui, e va a san Francesco, il quale in quello tempo era in palagio del vescovo d’Assisi gravemente infermo; e Iddio gli rivelò tutto il modo della tentazione, e della disposizione di detto frate Rinieri, e ’l suo venire. E immantinente san Francesco chiama frate Leone e frate Masseo, e dice loro: Andate tosto incontro al mio figliuolo carissimo frate Rinieri, e abbracciatelo da mia parte e salutatelo, e ditegli che tra tutti i frati che sono nel mondo io amo lui singolarmente. Vanno costoro, e trovano per la via frate Rinieri, e abbraccianlo dicendoli ciò che san Francesco avea loro imposto. Onde tanta consolazione e dolcezza gli fu all’anima che quasi uscì di sè: e ringraziando Iddio con tutto il cuore, andò e giunse al luogo, dove san Francesco giacea infermo. E benchè san Francesco fosse gravemente infermo, nientedimeno sentendo venire frate Rinieri, si levò e fecelisi incontro, e abbracciollo dolcissimamente e sì gli disse: Figliuolo mio carissimo frate Rinieri, fra tutti i frati che sono nel mondo, io amo te, io amo te singolarmente, e detto questo sì gli fece il segno della santissima croce nella fronte, e quivi il baciò; e poi gli disse: Figliuolo carissimo, questa tentazione l’ha permessa Iddio per tuo grande guadagno di merito, ma se non vuogli più questo guadagno, non l’abbi. Maravigliosa cosa! che sì tosto come san Francesco ebbe dette queste parole, subitamente si partì da lui ogni tentazione, come se mai in vita sua non l’avesse punto sentita, e rimase tutto consolato,

CAPITOLO XXVIII.

D’uno rapimento che venne a frate Bernardo: onde egli

istette dalla mattina insino a nona ch’ egli non si sentì.

Questa grazia Iddio facea ispesse volte a’ poveri evangelici i quali abbandonavano il mondo per lo amore di Cristo, e dimostrossi in frate Bernardo da Quintavalle, il quale, poichè ebbe preso l’abito di san Francesco, era ratto spessissime volte in Dio per contemplazione delle cose celestiali. Fra l’altre avvenne che una volta, essendo egli in chiesa ad udire la messa e stando con tutta la mente sospeso in Dio, diventò sì assorto e ratto in Dio che, levandosi il Corpo di Cristo, non se ne avvide niente, nè s’inginocchiò, nè si trasse il cappuccio, come faceano gli altri; ma senza battere gli occhi, guatando fiso, stette dalla mattina insino a nona, insensibile; e dopo nona ritornando in sè, andava per lo luogo gridando con voce ammirativa: frati! frati! o frati! non è uomo in questa contrada sì grande nè sì nobile, al quale se gli fosse promesso uno palagio bellissimo pieno d’oro, non gli fosse agevole di portare uno sacco pieno di letame per guadagnare quello tesoro così nobile. A questo tesoro celestiale, promesso agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato colla mente che per quindici anni continui sempre andò colla mente e colla faccia levata in cielo; e in quel tempo mai non si tolse fame alla mensa, benchè mangiasse di ciò che gli era posto innanzi, un poco: imperocchè dicea che di quello che l’uomo non gusta, non fa perfetta astinenza, ma la vera astinenza è temperarsi dalle cose che sanno buono alla bocca, e con questo, venne ancora a tanta chiaritade e lume d’intelligenza che eziandio li grandi cherici ricorrevano a lui per soluzioni di fortissime quistioni e di malagevoli passi della Scrittura; ed egli d’ogni difficultà gli dichiarava. E imperocchè la mente sua era al tutto sciolta e astratta dalle cose terrene, egli a modo di rondine volava molto in alto per contemplazione: onde alcuna volta venti dì, alcuna volta trenta dì, si stava solo in sulle cime de’ monti altissimi, contemplando le cose celestiali. Per la qual cosa dicea di lui frate Egidio che non era dato agli altri uomini questo dono che era dato a frate Bernardo da Quintavalle; cioè, che volando si pascesse come la rondine: e per questa eccellente grazia ch’egli avea da Dio, san Francesco volentieri e spesse volte parlava con lui di dì e di notte: onde alcuna volta furono trovati insieme per tutta la notte, ratti in Dio nella selva, ove si erano amenduni raccolti a parlare insieme di Dio.

CAPITOLO XXIX.

Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino,

dicendogli che perdea il bene che facea, perocchè egli non era delli eletti

di vita eterna. Di che san Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e fece

riconoscere a frate Ruffino il suo errore, ch’egli avea creduto.

Frate Ruffino, uno de’ più nobili uomini della città di Assisi e compagno di san Francesco, uomo di grande santitade, fu uno tempo fortissimamente combattuto e tentato nella anima, della predestinazione; di che egli stava tutto maninconoso e tristo; imperocchè il demonio gli metteva pure in cuore che egli era dannato, e non era delli predestinati a vita eterna; e che si perdeva ciò che egli faceva nell’Ordine. E durante questa tentazione più e più dì, egli per vergogna non rivelandolo a San Francesco, nientedimeno non lasciava di fare l’orazioni e le astinenze usate: di che il nimico gli cominciò ad aggiugnere tristizia sopra tristizia, oltre alla battaglia dentro, combattendolo di fuori anche con false apparizioni. Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli: O frate Ruffino, perchè ti affliggi in penitenza e in orazione, conciossiachè tu non sia delli predestinati a vita eterna? e credimi che io so cui io ho eletto e predestinato, e non credere al figliuolo di Pietro Bernardoni, se ti dicesse il contrario, e anche non lo domandare di cotesta materia, perocchè nè egli nè altri il sa, se non io, che sono figliuolo di Dio: e però credimi per certo che tu se’ del numero delli dannati: e ’l figliuolo di Pietro Bernardoni tuo padre, e anche il padre suo sono dannati, e chiunque il seguita è ingannato. E dette queste parole, frate Ruffino cominciò a essere sì ottenebrato dal principe delle tenebre che già perdeva ogni fede e amore ch’egli avea avuto a San Francesco, e non si curava di dirgliene nulla. Ma quello, che al padre Santo non disse frate Ruffino, lo rivelò lo Spirito Santo: onde veggendo in ispirito San Francesco tanto pericolo del detto frate, mandò frate Masseo per lui; al quale frate Ruffino rispuose rimbrottando: Che ho io a fare con frate Francesco? E allora frate Masseo tutto ripieno di sapienza divina, conoscendo la fallanza del demonio, disse: frate Ruffino, non sai tu che frate Francesco è come un angelo di Dio, il quale ha luminate tante anime nel mondo, e dal quale noi abbiamo avuto la grazia di Dio? onde io voglio che ad ogni partito tu venga con meco a lui; imperocchè ti veggio chiaramente essere ingannato dal demonio. E detto questo, e frate Ruffino si mosse e andò a san Francesco, e veggendolo dalla lunga san Francesco venire, cominciò a gridare: frate Ruffino cattivello, a cui hai tu creduto? E giugnendo a lui frate Ruffino, egli gli disse per ordine tutta la tentazione, ch’egli avea avuta dal demonio dentro e di fuori; e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il demonio e non Cristo, e che per nessuno modo egli dovea acconsentire alle suggestioni; ma quando il demonio ti dicesse più: Tu se’ dannato, sì gli rispondi: Apri la bocca, e questo ti sia il segnale ch’egli è il demonio e non Cristo; e dato che tu gli arai tale risposta, immantinente fuggirà. Anche a questo cotale dovevi tu ancora conoscere, ch’egli era il demonio, imperocchè l’indurò il cuore ad ogni bene, la qual cosa è proprio suo ufficio, ma Cristo benedetto mai non indura il cuore dell’uomo fedele, anzi l’ammorbida, secondo che dice per la bocca del profeta: io vi torrò il cuore di pietra, e darovvi il cuore di carne. Allora frate Ruffino veggendo che san Francesco gli diceva per ordine tutto il modo della sua tentazione, compunto per le sue parole, cominciò a lagrimare fortissimamente e adorare san Francesco e umilmente riconoscere la colpa sua in avergli celato la sua tentazione. E così rimase tutto consolato e confortato per gli ammonimenti del Padre Santo, e tutto mutato in meglio. Poi finalmente gli disse san Francesco: Va’, figliuolo, e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata: e sappi per certo che questa tentazione ti sarà grande utilitade e consolazione, e in brieve il proverai. Ritornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva; e standosi con molte lagrime in orazioni, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo l’apparenza di fuori, e dicegli: O frate Ruffino, non l’ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni, e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, perocchè tu se’ dannato? a che ti giova affliggerti mentre che tu se’ vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato? E subitamente frate Ruffino rispuose al demonio: Apri la bocca; di che il demonio isdegnato, immantinente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di monte Subassio, che era quivi allato, che per grande spazio bastò il rovino delle pietre che caddero giuso; ed era sì grande il percuotere che faceano insieme nel rotolare che sfavillavano fuoco orribile per la valle: e al romore terribile ch’elle faceano, san Francesco e li compagni con grande ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora vi si vede quella mina grandissima di pietre. Allora frate Ruffino manifestamente s’avvide, che colui era istato il demonio, il quale l’avea ingannato. E tornato a san Francesco, anche da capo si gitta in terra, e riconosce la colpa sua; san Francesco il riconforta con dolci parole, e mandando tutto consolato alla cella, nella quale standos’egli in orazione divotissimamente, Cristo benedetto gli apparve, e tutta l’anima sua gli riscaldò del divino amore, e disse: Bene facesti, figliuolo, che credesti a frate Francesco, perocchè colui che ti avea contristato era il demonio: ma io sono Cristo tuo Maestro; e per rendertene ben certo, io ti do questo segnale: Mentre che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna nè malinconia. E detto questo, si partì Cristo, lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di spirito e elevazione di mente che il dì e la notte era assorto e ratto in Dio. E d’allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtade della sua salute, che tutto diventò mutato in altro uomo; e sarebbesi stato il dì e la notte in orazione a contemplare le cose divine, se altri l’avesse lasciato stare. Onde dicea san Francesco di lui: che frate Ruffino era in questa vita canonizzato da Cristo: e che, fuori che dinanzi da lui, egli non dubiterebbe di dire santo Ruffino, benchè fosse ancora vivo in terra.

CAPITOLO XXX.

Della bella predica che fece in Assisi san Francesco e frate Ruffino.

Era il detto frate Ruffino, per la continua contemplazione sì assorto in Dio, che quasi insensibile e mutolo divenuto, radissime volle parlava; e appresso non avea la grazia, nè lo ardire, nè la facondia del predicare: e nientedimeno san Francesco una volta gli comandò che egli andasse a Scesi e predicasse al popolo ciò che Iddio gli spirasse. Di che frate Ruffino rispuose: Padre reverendo, io ti priego che tu mi perdoni e non mi mandi; imperocchè, come tu sai, io non ho la grazia del predicare, e sono semplice e idiota. E allora disse san Francesco: Perocchè tu non hai obbedito prestamente, ti comando per santa obbedienza che colle sole brache tu vada a Scesi, ed entra in una chiesa e predica al popolo. A questo comandamento, il detto frate Ruffino si spoglia, e vanne a Scesi, ed entra in una chiesa, e fatta la riverenza allo altare, salì in sul pergamo e cominciò a predicare; della qual cosa li fanciulli e gli uomini cominciarono a ridere, e diceano: Or ecco, che costoro fanno tanta penitenza che diventano stolti e fuor di sè. In questo mezzo san Francesco, ripensando della pronta obbedienza di frate Ruffino, il quale era de’ più gentili uomini d’Assisi, e del comandamento duro che gli avea fatto, cominciò a riprendere sè medesimo, dicendo: Onde a te tanta presunzione, figliuolo di Pietro Bernardoni, vile omicciuolo a comandare a frate Ruffino, il quale è de’ più gentili uomini d’Assisi, che vada a predicare al popolo siccome pazzo. Per Iddio, che tu proverai in te quello che tu comandi ad altri. E di subito in fervore di spirito si spoglia egli simigliantemente e vassene ad Assisi e mena seco frate Leone che recasse l’abito suo e quello di frate Ruffino. E veggendolo similmente gli Assisani, sì lo ischernivano, riputando ch’egli e frate Ruffino fossero impazzati per la troppa penitenza. Entra san Francesco nella chiesa dove frate Ruffino predicava queste parole: O carissimi, fuggite il mondo e lasciate il peccato; rendete l’altrui, se voi volete ischifare lo inferno; servate li comandamenti di Dio, amando Iddio e ’l prossimo, se voi volete andare al cielo; fate penitenza se voi volete possedere il reame del cielo. Allora san Francesco monta in sul pergamo e cominciò a predicare sì maravigliosamente dello dispregio del mondo, della penitenza santa, della povertade volontaria, e del desiderio del reame celestiale, e della ignuditade e obbrobrio della passione del nostro signore Gesù Cristo, che tutti quelli ch’erano alla predica, maschi e femmine in grande moltitudine, cominciarono a piagnere fortissimamente con mirabile divozione e compunzione di cuore; e non solamente ivi, ma per tutto Assisi fu quel dì tanto pianto della passione di Cristo che mai non v’ era stato somigliante. E così edificato e consolato il popolo dell’atto di san Francesco e di frate Ruffino, san Francesco rivestì frate Ruffino e sè; così rivestiti si ritornarono al luogo della Porziuncula, lodando e glorificando Iddio, ch’avea loro data grazia di vincere se medesimi, per dispregio di sè, e edificare le pecorelle di Cristo con buono esempio, e dimostrare quanto è da dispregiare il mondo; e in quel dì crebbe tanto la divozione del popolo inverso di loro che beato si riputava chi potea toccare loro l’orlo dell’ abito.

CAPITOLO XXXI.

Come san Francesco conosceva li segreti delle coscienze

di tutti i suoi frati ordinatamente.

Siccome il nostro Signore Gesù Cristo dice nel Vangelio: Io conosco le mie pecorelle, ed elle conoscono me, ecc.; così il beato padre san Francesco come buon pastore, tutti li meriti e le virtù delli suoi compagni per divina rivelazione sapea, e così conoscea i loro difetti: per la qual cosa egli sapea a tutti provvedere d’ottimo rimedio, cioè umiliando li superbi, esaltando gli umili, vituperando li vizi e laudando le virtù; siccome si legge nelle mirabili rivelazioni, le quali egli avea di quella sua famiglia primitiva. Fra le quali si truova che una volta essendo San Francesco colla detta famiglia in un luogo in ragionamento di Dio, e frate Ruffino non essendo con loro in quello ragionamento, ma era nella selva in contemplazione; procedendo in quello ragionare di Dio, ecco frate Ruffino esce della selva, e passa alquanto di lungi a costoro. Allora san Francesco veggendolo, si rivolse alli compagni e domandogli, dicendo: quale credete voi che sia la più santa anima, la quale Iddio abbia nel mondo? E rispondendoli costoro, dissero che credeano che fosse la sua; e san Francesco disse loro: Carissimi frati, i’ sono da me il più indegno ed il più vile uomo, che Iddio abbia in questo mondo; ma vedete voi quel frate Ruffino, il quale esce ora della selva? Iddio m’ha rivelato che l’anima sua è l’una delle tre più sante anime del mondo: e fermamente io vi dico, ch’io non dubiterei di chiamarlo san Ruffino in vita sua, conciossiachè l’anima sua sia confermata in grazia e santificata e canonizzala in cielo dal nostro Signore Gesù Cristo; e queste parole non diceva mai san Francesco in presenza del detto frate Ruffino. Similmente come san Francesco conobbe li difetti dei frati suoi, si comprese chiaramente in frate Elia, il quale ispesse volte riprendea della sua superbia; e in frate Giovanni della Cappella, al quale egli predisse che egli si dovea impiccare per la gola da se medesimo; in quello frate, al quale il demonio tenea stretta la gola quando era corretto della sua disubbidienza; e in molti altri frati, i cui difetti segreti e le virtudi chiaramente conosceva per rivelazione di Cristo.

CAPITOLO XXXII.

Come frate Masseo impetrò da Cristo la virtù della sua umiltade.

I primi compagni di san Francesco con tutto il loro isforzo si ingegnavano d’essere poveri delle cose terrene e ricchi di virtudi, per le quali si perviene alle vere ricchezze celestiali ed eterne. Addivenne un dì che essendo eglino raccolti insieme a parlar di Dio, l’uno di loro disse quest’esempio: È fu uno il quale era grande amico di Dio, e avea grande grazia di vita attiva e contemplativa e con questo aveva sì eccessiva umiltade ch’egli si reputava grandissimo peccatore: la quale umiltade il santificava e confermava in grazia, e facevalo continuamente crescere in virtù e in doni di Dio, e mai nol lasciava cadere in peccato. Udendo frate Masseo così maravigliose cose della umiltade, e conoscendo ch’ella era un tesoro di vita eterna, cominciò ad essere sì infiammato d’amore e di desiderio di questa virtude della umiltade, che in grande fervore levando la faccia in cielo, fece un voto e proponimento fermissimo, di non si rallegrare mai in questo mondo, insino a tanto che la detta virtù sentisse perfettamente nell’anima sua; e d’allora innanzi si stava quasi di continuo rinchiuso in cella, macerandosi con digiuni, vigilie, orazioni e pianti grandissimi dinanzi a Dio, per impetrare da lui questa virtù, senza la quale egli si reputava degno dell’inferno, e della quale quello amico di Dio, ch’egli avea udito, era così dotato. E standosi frate Masseo per molti dì in questo desiderio, addivenne che un dì egli entrò nella selva, e in fervore di spirito andava per essa gittando lagrime, sospiri e voci, domandando con fervente desiderio a Dio questa virtù divina; e perocchè Iddio esaudisce volentieri le orazioni degli umili contriti, istando così frate Masseo, venne una voce dal cielo la quale il chiamò due volte: frate Masseo, frate Masseo; ed egli conoscendo per ispirito che quell’era la voce di Cristo, sì rispuose: Signor mio. E Cristo a lui disse: Che vuoi tu dare per avere questa grazia che tu domandi? Risponde frate Masseo: Signore, voglio dare gli occhi del capo mio. E Cristo disse a lui: E io voglio che tu abbi la grazia e anche gli occhi; e detto questo, la voce disparve. Frate Masseo rimase pieno di tanta grazia della disiderata virtude della umiltà e del lume di Dio, che d’allora innanzi egli era sempre in giubilo; e spesse volte quando egli orava, faceva un giubilo in forma di uno suono, a modo di colombo, ottuso, U U U; e con faccia lieta e cuore giocondo istava così in contemplazione: e con questo, essendo divenuto umilissimo, si reputava minore di tutti gli uomini del mondo. Domandato da frate Iacopo da Fallerone, perchè nel suo giubilo egli non mutava verso, rispuose con grande letizia che quando in una cosa si truova ogni bene, non bisogna mutare verso.

CAPITOLO XXXIII.

Come santa Chiara, per comandamento del Papa, benedisse il pane

il quale era in tavola: di che in ogni pane apparve il segno della santa Croce.

Santa Chiara, divotissima discepola della Croce di Cristo e nobile pianta di san Francesco, era di tanta santitade che non solamente i vescovi e i cardinali, ma eziandio il papa desiderava con grande affetto di vederla e di udirla, e ispesse volte la visitava personalmente. Infra l’altre volte, andò il Padre santo una volta al monistero a lei, per udirla parlare delle cose celestiali e divine; e essendo così insieme in diversi ragionamenti, santa Chiara fece apparecchiare intanto le mense, e porvi suso il pane, acciocchè il Padre santo il benedisse. Onde compiuto il ragionamento spirituale, santa Chiara inginocchiandosi con grande riverenza, sì lo priega che li piaccia benedire il pane posto a mensa. Risponde il santo Padre: Suora Chiara fedelissima, io voglio, che tu benedica cotesto pane e ci faccia ad essi il segno della santissima croce di Cristo, al quale tu ti sei tutta data. Santa Chiara dice: Santissimo Padre perdonatemi, che io sarei degna di troppa riprensione, se innanzi al vicario di Cristo, io che sono una vile femminella, presumessi di fare cotale benedizione. E il papa risponde: Acciocchè questo non sia imputato a presunzione, ma a merito d’obbedienza, io ti comando per santa obbedienza, che sopra questo pane tu faccia il segno della santissima Croce, e benedicagli nel nome di Dio. Allora santa Chiara, siccome vera figliuola dell’obbedienza, quelli pani divotissimamente benedisse col segno della santissima Croce. Mirabile cosa! subitamente in tutti quelli pani apparve il segno della Croce intagliato bellissimo; allora di quelli pani parte ne furono mangiati, e parte per miracolo riservati. E il Padre santo, veduto che ebbe il miracolo, prendendo del detto pane e ringraziando Iddio, si partì, lasciando santa Chiara colla sua benedizione. In quel tempo dimorava in monasterio suora Ortolana madre di santa Chiara, e suora Agnese sua sirocchia, amendue insieme con s. Chiara, piene di virtù e di Spirito Santo, e con molte altre monache; alle quali san Francesco mandava di molti infermi; ed elleno colle loro orazioni e col segno della santissima Croce a tutti rendevano la sanità.

CAPITOLO XXXIV.

Come san Lodovico re di Francia personalmente, in forma di pellegrino,

andò a Perugia a visitare il santo frate Egidio.

Andò san Lodovico re di Francia in peregrinaggio a visitare li santuarii per lo mondo; e udendo la fama grandissima della santità di frate Egidio, il quale era stato dei primi compagni di san Francesco, si puose in cuore e determinò al tutto di visitarlo personalmente: per la qual cosa egli venne a Perugia, ove dimorava allora il detto frate Egidio. E giungendo alla porta del luogo dei frati, come un povero pellegrino e sconosciuto, con pochi compagni, domandò con grande istanza frate Egidio, non dicendo niente al portinaio chi egli era che ’l domandava. Va dunque il portinaio a frate Egidio e dice che alla porta è uno pellegrino che vi addimanda: e da Dio gli fu inspirato e rivelato ch’egli era il re di Francia: di che subitamente egli con grande fervore esce di cella e corre alla porta; e senza altro addimandare, o che mai eglino s’avessino veduti insieme, con grandissima divozione inginocchiandosi s’abbracciarono insieme e baciaronsi con tanta dimestichezza, siccome per lungo tempo avessero tenuto grande amistade insieme: ma per tutto questo non parlava nè l’uno nè l’atro, ma stavano così abbracciati, con quelli segni d’amore caritativo, in silenzio. E stati che furono per grande spazio nel detto modo senza dirsi parola insieme, si partirno l’un dall’altro, e san Lodovico se n’andò al suo viaggio, e frate Egidio si tornò alla cella. Partendosi il re, uno frate domandò alcuno de’ suoi compagni chi fosse colui, che s’era cotanto abbracciato con frate Egidio; e colui rispuose che era Lodovico re di Francia, lo quale era venuto per vedere frate Egidio. Di che dicendolo costui agli altri frati, essi n’ebbero grandissima maninconia, che frate Egidio non gli aveva parlato parola: e rammaricandosene, sì gli dissero: O frate Egidio, perchè se’ tu stato tanto villano che a uno così santo re, il quale è venuto di Francia per vederti e per udire da te qualche buona parola, e tu non gli hai parlato niente? Rispuose frate Egidio : Carissimi frati, non vi maravigliate di ciò, imperocchè nè io a lui nè egli a me poteva dire parola; perocchè sì tosto come noi ci abbracciammo insieme, la luce della sapienza rivelò e manifestò a me il cuore suo, e a lui il mio, e così per divina operazione ragguardandoci nei cuori, ciò che io voleva dire a lui ed egli a me troppo meglio conoscemmo che se noi ci avessimo parlato colla bocca, e con maggiore consolazione che se noi avessimo voluto esplicare con voce quello che noi sentivamo nel cuore. Per lo difetto della lingua umana, la quale non può chiaramente esprimere li misterii segreti di Dio, ci sarebbe stato piuttosto a sconsolazione che a consolazione; e però sappiate che da me si partì il re mirabilmente contento e consolato l’animo suo.

CAPITOLO XXXV.

Come, essendo inferma santa Chiara, fu miracolosamente portata, la notte

di Pasqua di Natale, alla chiesa di san Francesco e quivi udì l’Ufficio.

Essendo una volta santa Chiara gravemente inferma, sicchè ella non potea punto andare a dire l’ufficio in chiesa con l’altre monache; venendo la solennità della Natività di Cristo, tutte l’altre andarono al mattutino: ed ella si rimase nel letto malcontenta, che ella insieme coll’altre non potea andare, e aver quella consolazione spirituale. Ma Gesù Cristo suo sposo, non volendola lasciare così sconsolata, sì la fece miracolosamente portare alla chiesa di san Francesco, ed essare a tutto l’ufficio del mattutino e della messa della notte e oltre a questo ricevere la santa Comunione e poi riportarla al letto suo. Tornate le monache a santa Chiara, compiuto l’ufficio in Santo Damiano, sì le dissero: O madre nostra suora Chiara, che grande consolazione abbiamo avuto in questa santa Natività! ora fosse piaciuto a Dio che voi foste stata con esso noi! E santa Chiara risponde: Grazie e laude ne rendo al nostro Signore Gesù Cristo benedetto, sirocchie mie e figliuole carissime; imperocchè a ogni solennitade di questa santissima notte, e maggiore che voi non siate state, sono stata io con molta consolazione dell’anima mia: perocchè, per procurazione del padre mio san Francesco e per la grazia del nostro Signore Gesù Cristo, io sono stata presente nella chiesa del venerabile padre mio san Francesco, e con li miei orecchi corporali e mentali ho udito tutto l’ufficio e il sonare degli organi che vi s’è fatto; ed ivi medesimo ho preso la santissima Comunione. Onde di tanta grazia a me fatta rallegratevi e ringraziate il nostro Signore Gesù Cristo.

CAPITOLO XXXVI.

Come san Francesco dispuose a frate Leone una bella visione ch’avea veduta.

Una volta che san Francesco era gravemente infermo, e frate Leone il serviva; il detto frate Leone, istando in orazione presso a san Francesco, fu ratto in estasi, o menato in ispirito ad un fiume grandissimo, largo e impetuoso. E stando egli a guatare chi lo passava, egli vide alquanti frati incaricati a entrare in questo fiume; li quali subitaneamente erano abbattuti dallo empito del fiume e affogavano; alquanti altri s’andavano insino al terzo; alquanti insino a mezzo del fiume; alquanti insino appresso alla proda: i quali tutti, per l’empito del fiume e per li pesi che portavano addosso, finalmente cadeano e annegavano. Veggendo ciò frate Leone, avea loro grandissima compassione: e subitamente istando così, eccoti venire una grande moltitudine di frati senza nessuno incarico e peso di cosa nessuna, ne’ quali rilucea la santa povertade; ed entrarono in questo fiume, e passarono di là senza nessun pericolo; e veduto questo, frate Leone ritornò in sè. E allora san Francesco sentendo in ispirito che frate Leone aveva veduto alcuna visione, sì lo chiamò a sè e domandollo di quello ch’egli aveva veduto: e detto che egli ebbe frate Leone predetto tutta la visione per ordine, disse san Francesco: Ciò che tu hai veduto è vero. Il grande fiume è questo mondo; i frati che affogavano nel fiume sono quelli, che non seguitano la evangelica professione, e spezialmente quanto all’altissima povertade: ma coloro che senza pericolo passavano sono quelli frati li quali nessuna cosa terrena nè carnale cercano nè posseggono in questo mondo, ma avendo solamente il temperato vivere e vestire, sono contenti, seguitando Cristo nudo in croce; e il peso e il giuogo soave di Cristo e della santissima obbedienza portavano allegramente e volentieri; e però agevolmente dalla vita temporale passavano a vita eterna.

CAPITOLO XXXVII.

Come Gesù Cristo benedetto, a priego di san Francesco, fece

convertire un ricco e gentile cavaliere e farsi frate il quale

avea fatto grande onore e profferta a san Francesco.

San Francesco servo di Cristo, giugnendo una sera al tardi a casa d’un grande gentiluomo e potente, fu da lui ricevuto ad albergo, egli e ’l compagno, come angeli di Dio, con grandissima cortesia e divozione: per la qual cosa san Francesco gli puose grande amore, considerando che nello entrare della casa egli sì lo aveva abbracciato e baciato amichevolmente, e poi gli avea lavati i piedi e rasciutti e baciati umilmente e racceso un gran fuoco e apparecchiata la mensa di molti buoni cibi, e mentre che mangiava, costui con allegra faccia serviva continuamente. Ora, mangiato che ebbe san Francesco e il compagno, disse questo gentiluomo: Ecco, padre mio, io vi proffero me e le mie cose: quantunque volte voi avete bisogno di tonica o di mantello di cosa veruna comperate, e io vi pagherò; e vedete che io sono apparecchiato di provvedervi in tutti i vostri bisogni, perocchè per la grazia di Dio io posso, conciossiacosachè io abbondi in ogni bene temporale; e però per amore di Dio, che me l’ha dato, io ne fo volontieri bene alli poveri suoi. Di che veggendo san Francesco tanta cortesia e amorevolezza in lui e le larghe profferte, concepettegli tanto amore che poi, partendosi, egli andava dicendo col compagno suo: Veramente questo gentile uomo sarebbe buono per la nostra religione e compagnia, il quale è così grato e conoscente inverso Iddio e così amorevole e cortese allo prossimo e alli poveri. Sappi, frate carissimo, che la cortesia è una delle proprietà di Dio, il quale dà il suo sole e la sua piova alli giusti e alli ingiusti, per cortesia: ed è la cortesia sirocchia della carità, la quale spegne l’odio e conserva l’amore. Perchè io ho conosciuto in questo buono uomo tanta virtù divina, volontieri lo vorrei per compagno; e però io voglio che noi ritorniamo un dì a lui, se forse Iddio gli toccasse il cuore a volersi accompagnare con esso noi nel servigio di Dio; e in questo mezzo noi pregheremo Iddio, che gli metta in cuore questo desiderio, e diagli grazia di metterlo in effetto. Mirabile cosa! ivi a pochi dì, fatto che ebbe san Francesco l’orazione, Iddio mise questo desiderio nel cuore di questo gentile uomo; e disse san Francesco al compagno: Andiamo, fratello mio, al luogo dell’uomo cortese; imperocch’io ho certa speranza in Dio ch’egli colla cortesia delle cose temporali, donerà se medesimo e sarà nostro compagno; e andarono. E giugnendo appresso alla casa sua, disse san Francesco al compagno: Aspettami un poco, imperocchè io voglio in prima pregare Iddio che faccia prospero il nostro cammino; che la nobile preda, la quale noi pensiamo di torre al mondo, piaccia a Gesù Cristo di concedere a noi poverelli e deboli, per la virtù della sua santissima passione. E detto questo, si puose in orazione in luogo ch’egli potesse esser veduto dal detto uomo cortese: onde, come piacque a Dio, guatando colui in là ed in qua, ebbe veduto san Francesco stare in orazione divotissimamente dinanzi a Cristo, il quale con grande chiaritade gli era apparito nella detta orazione e stava dinanzi a lui; e in questo istare così vedea san Francesco per buono spazio levato da terra corporalmente. Per la qual cosa egli fu sì toccato da Dio e spirato a lasciare il mondo che di presente egli uscì fuori del palagio suo, e in fervore di spirito corse verso san Francesco; e giugnendo a lui il quale stava in orazione, gli s’inginocchiò a’ piedi e con grandissima istanza e divozione il pregò che gli piacesse di riceverlo e fare penitenza insieme con seco. Allora san Francesco veggendo che la sua orazione era esaudita da Dio, e che quello che desiderava, quello gentile uomo addomandava con grande istanza; lievasi suso, e in fervore e in letizia di spirito abbraccia e bacia costui, divotissimamente ringraziando Iddio, il quale uno così fatto cavaliere avea accresciuto alla sua compagnia. E dicea quello gentile uomo a san Francesco: Che comandi tu che io faccia, Padre mio? Ecco ch’io sono apparecchiato a tuo comandamento e dare ai poveri ciocchè io posseggo e teco seguitare Cristo, così iscaricato d’ogni cosa temporale. E così fece, secondo il consiglio di san Francesco, ch’egli distribuì il suo a’ poveri, ed entrò nell’Ordine e visse in grande penitenza e santità di vita e conversazione onesta.

CAPITOLO XXXVIII.

Come san Francesco conobbe in ispirito che frate Elia era dannato

e dovea morire fuori dell’Ordine; il perchè, a’ prieghi

di frate Elia, fece orazione a Cristo per lui e fu esaudito.

Dimorando una volta in un luogo insieme di famiglia san Francesco e frate Elia, fu rivelato da Dio a san Francesco che frate Elia era dannato e dovea apostatare dall’Ordine, e finalmente morire fuori dell’Ordine. Per la qual cosa san Francesco concepì una cotale displicenzia [1] inverso di lui, in tanto che non gli parlava, nè conversava con lui; e se avvenia alcuna volta che frate Elia andasse inverso di lui, egli torcea la via e andava dall’altra parte, per non si iscontrare con lui; di che frate Elia si cominciò avvedere e comprendere che san Francesco avea dispiacere di lui; onde, volendo sapere la cagione, un dì s’accostò a san Francesco per parlargli, e ischifando san Francesco frate Elia, sì lo ritenne cortesemente per forza, e cominciollo a pregare discretamente che gli piacesse di significargli la cagione per la quale egli ischifava così la compagnia e ’l parlare con seco. E san Francesco gli risponde: La cagione si è questa: imperocchè a me è stato rivelato da Dio che tu per li tuoi peccati apostaterai dall’Ordine, e morrai fuora dell’Ordine, e anche m’ha Iddio rivelato che tu sei dannato. Udendo questo frate Elia, si dice così: Padre mio reverendo, io ti priego per lo amore di Gesù Cristo che per questo tu non mi ischifi, nè iscacci da te, ma come buono pastore, a esempio di Cristo, ritruova e ricevi la pecora che perisce, se tu non l’aiuti; e prega Iddio per me, che, se può essere e’ revochi la sentenza della mia dannazione; imperocchè si truova iscritto che Iddio fa mutare la sentenza, se il peccatore ammenda il suo peccato: e io ho tanta fede nelle tue orazioni che se io fossi nel mezzo dello inferno e tu facessi per me orazione a Dio, io sentirei alcuno refrigerio; onde ancora io ti prego che me peccatore tu raccomandi a Dio, il quale venne per salvare i peccatori, che mi riceva alla sua misericordia. E questo dicea frate Elia con grande divozione e lagrime; di che s. Francesco, come pietoso padre, gli promise di pregare Iddio per lui; e così fece. E pregando Iddio divotissimamente per lui, intese per rivelazione che la sua orazione era da Dio esaudita, quanto alla revocazione della sentenza della dannazione di frate Elia, che finalmente l’anima sua non sarebbe dannata; ma che per certo egli s’uscirebbe dell’Ordine, e fuori dell’Ordine si morrebbe, e così addivenne. Imperciocchè ribellandosi dalla Chiesa Federigo re di Cicilia, ed essendo iscomunicato dal papa egli e chiunque gli dava aiuto o consiglio, il detto frate Elia, il quale era riputato uno de’ più savi uomini del mondo, richiesto del detto re Federigo, s’accostò a lui e diventò ribello della Chiesa e apostata dall’Ordine: per la qual cosa fu iscomunicato dal papa, e privato dell’abito di san Francesco. E stando così scomunicato e infermo gravemente, la cui infermità udendo uno suo fratello frate laico, il quale era rimaso nell’Ordine ed era uomo di buona vita e onesta, sì lo andò a visitare, e fra l’altre cose sì gli disse: Fratello mio carissimo, molto mi dolgo che tu se’ scomunicato e fuori dell’Ordine tuo, e così ti morrai: ma se tu vedessi o via o modo per lo quale io ti potessi trarre da questo pericolo, volentieri ne prenderei per te ogni fatica. Risponde frate Elia: Fratello mio, non ci veggio altro modo se non che tu vadi al papa; e priegalo che per lo amore di Dio e di san Francesco suo servo, per li cui ammaestramenti io abbandonai il mondo, mi assolva della sua iscomunicazione, e restituiscami l’abito della religione. Disse quello suo fratello che volentieri s’affaticherìa per la sua salute: e partendosi da lui, se ne andò alli piè del santo papa, pregandolo umilmente che faccia grazia al suo fratello, per lo amore di Cristo e di san Francesco suo servo. E come piacque a Dio, il papa gliel concedette che tornasse, e se ritrovasse vivo frate Elia, sì lo assolvesse dalla sua parte della iscomunicazione e restituisseli l’abito. Di che costui si parte lieto, e con grande fretta ritorna a frate Elia, e trovalo vivo, ma quasi ’n su la morte, e sì lo assolvette della scomunicazione; e rimettendogli l’abito, frate Elia passò di questa vita, e l’ anima sua fu salva per li meriti di san Francesco e per la sua orazione, nella quale frate Elia aveva avuta così grande isperanza.

CAPITOLO XXXIX.

Della maravigliosa predica la quale fece s. Antonio

da Padova frate minore in concistoro.

Il maraviglioso vasello dello Spirito Santo, s. Antonio da Padova, uno degli eletti discepoli e compagno di s. Francesco, il quale san Francesco chiamava suo vicario, una volta predicando in concistoro dinanzi al papa e ai cardinali, nel quale concistoro erano uomini di diverse nazioni, cioè greca, latina, francesca, tedesca e ischiavi [2] e inglesi e d’altre diverse lingue del mondo; infiammato dallo Spirito Santo, sì efficacemente, sì divotamente, sì sottilmente, sì dolcemente, sì chiaramente e sì intendevolmente propuose la parola di Dio che tutti quelli che erano in concistoro, quantunque e’ fossino di diversi linguaggi, chiaramente intendevano tutte le sue parole distintamente, siccome egli avesse parlato in linguaggio di ciascun di loro; e tutti istavano istupefatti, e parea che fosse rinnovato quello antico miracolo degli Apostoli al tempo della Pentecoste, li quali parlavano per la virtù dello Spirito Santo in ogni lingua; e diceano insieme l’uno coll’altro con ammirazione: Non è di Spagna costui che predica? e come udiamo tutti noi in suo parlare il nostro linguaggio delle nostre terre? Il papa simigliantemente, considerando e maravigliandosi della profondità delle sue parole, disse: Veramente costui è arca del testamento e armadio della iscrittura divina.

CAPITOLO XL.

Del miracolo che Iddio fece quando sant’Antonio,

essendo a Rimini, predicò a’ pesci del mare.

Volendo Cristo benedetto dimostrare la grande santità del suo fedelissimo servo sant’Antonio, come divotamente era da udire la sua predicazione e la sua dottrina santa per gli animali non ragionevoli, una volta fra l’altre, cioè per gli pesci, riprese la sciocchezza degli infedeli eretici, a modo come anticamente nel vecchio Testamento, per la bocca dell’asina, aveva ripresa la ignoranza di Balaam. Onde essendo una volta sant’Antonio a Rimini ove era grande moltitudine di eretici volendoli ridurre al lume della vera fede e alla via della virtude per molti dì predicò loro e disputò della fede di Cristo e della santa Scrittura ma eglino, non solamente non acconsentendo alli suoi santi parlari, ma eziandio, come indurati e ostinati, non volendolo udire, sant’Antonio uno dì per divina ispirazione se ne andò alla riva del fiume, allato al mare; e standosi così alla riva tra ’l mare e ’l fiume, cominciò a dire a modo di predica dalla parte di Dio alli pesci: Udite la parola di Dio, voi pesci del mare e del fiume, dappoichè gli infedeli eretici la schifano d’udire. E detto ch’egli ebbe così, subitamente venne alla riva a lui una moltitudine di pesci, grandi, piccoli e mezzani, che mai in quel mare nè in quel fiume non ne fu veduta sì grande moltitudine; e tutti teneano i capi fuori dell’acqua e tutti stavano attenti verso la faccia di sant’Antonio e tutti in grandissima pace e mansuetudine e ordine: imperocchè dinanzi e più presso alla riva istavano i pesciolini minori, e dopo loro istavano i pesci mezzani, poi di dietro, dov’era l’acqua più profonda, istavano i pesci maggiori. Essendo dunque in cotale ordine e disposizione allogati i pesci, sant’Antonio cominciò a predicare solennemente, e dice così: Fratelli miei pesci, molto siete tenuti, secondo la vostra possibilitade, di ringraziare il nostro Creatore, che v’ha dato così mobile elemento per vostra abitazione; sicchè, come vi piace, avete l’acque dolci e salse; e havvi dati molti rifugi, a schifare le tempeste: havvi ancora dato elemento chiaro e trasparente, e cibo per lo quale voi possiate vivere. Iddio vostro creatore cortese e benigno, quando vi creò, sì vi diede comandamento di crescere e multiplicare, e diedevi la sua benedizione: poi quando fu il diluvio, generalmente tutti quanti gli altri animali morendo, voi soli riserbò Iddio senza danno. Appresso v’ha date l’ali per potere discorrere dovunque vi piace. A voi fu conceduto per comandamento di Dio, di riserbare Giona profeta, e dopo il terzo dì gittarlo a terra sano e salvo. Voi offeresti lo censo al nostro Signore Gesù Cristo, il quale egli come poverello non avea di che pagare. Voi fosti cibo dello eterno Re Gesù Cristo, innanzi alla Resurrezione e dopo, per singulare misterio; per li quali tutte cose molto siete tenuti di lodare e di benedire Iddio, che v’ha dati tanti e tali beneficii più che all’altre creature. A queste e simiglianti parole e ammaestramenti di sant’Antonio, cominciarono li pesci ad aprire la bocca, e inchinaronli i capi, e con questi e altri segnali di riverenza, secondo li modi a loro possibili, laudarono Iddio. Allora sant’Antonio, vedendo tanta reverenza de’ pesci inverso di Dio loro creatore, rallegrandosi in ispirito, in alta voce disse: Benedetto sia Iddio eterno, perocchè più l’onorano i pesci acquatici che non fanno gli uomini eretici; e meglio odono la sua parola gli animali non ragionevoli, che li uomini infedeli. E quanto sant’Antonio più predicava, tanto la moltitudine de’ pesci più crescea, e nessuno si partia del luogo ch’avea preso. A questo miracolo cominciò a correre il popolo della città, fra li quali vi trassero eziandio gli eretici sopradetti: i quali vedendo lo miracolo così maraviglioso e manifesto, compunti nei cuori loro, tutti si gettavano a’ piedi di sant’Antonio per udire la sua parola. Allora sant’Antonio cominciò a predicare della fede cattolica; e sì nobilmente ne predicò che tutti quelli eretici convertì, e tornarono alla vera fede di Cristo: e tutti li fedeli ne rimasero con grandissima allegrezza confortati e fortificati, nella fede. E fatto questo, sant’Antonio licenziò li pesci colla benedizione di Dio; e tutti si partirono con maravigliosi atti d’allegrezza, e similmente il popolo. E poi sant’Antonio stelle in Arimini per molti dì, predicando e facendo molto frutto spirituale d’anime.

CAPITOLO XLI.

Come il venerabile frate Simone liberò di una grande tentazione un frate

il quale per questa cagione voleva uscire fuori dell’Ordine.

Intorno al principio dell’ordine di san Francesco, e vivendo, venne all’ordine un giovane d’Assisi, il quale fu chiamato frate Simone; il quale Iddio adornò e dotò di tanta grazia e di tanta contemplazione e elevazione di mente, che tutta la sua vita era specchio di santità, secondo ch’io udii da coloro che lungo tempo furono con lui. Costui radissime volte era veduto fuori di cella, e se alcuna volta stava coi frati, sempre parlava di Dio. Costui non avea mai apparato grammatica: e nientemeno sì profondamente e sì altamente parlava di Dio e dell’amore di Cristo, che le sue parole parevano parole soprannaturali; onde una sera egli essendo ito nella selva con frate Iacopo da Massa per parlare di Dio, e parlando dolcissimamente del divino amore, stettono tutta la notte in quel parlare; e la mattina parea loro essere stato pochissimo spazio di tempo, secondo che mi recitò il detto frate Iacopo. E ’l detto frate Simone avea in tanta soavitade e dolcezza di spirito le divine illuminazioni amorose di Dio, che spesse volte, quando e’ le sentiva venire , si poneva in sul letto; imperocchè la tranquilla soavitade dello Spirito Santo richiedeva in lui non solo il riposo dell’anima, ma eziandio del corpo, e in quelle cotali visitazioni divine egli era molte volte ratto in Dio, e diventava tutto insensibile alle cose corporali. Onde una volta ch’egli era così ratto in Dio ed insensibile al mondo, ardea dentro del divino amore, e non sentia niente di fuori con sentimenti corporali. Un frate, volendo avere isperienza di ciò, a vedere se fosse come parea, andò e prese un carbone di fuoco, e sì gliel pose in sul piede ignudo. E frate Simone non sentì niente, e non gli fece nessuno segnale in sul piede, benchè vi stesse suso per grande spazio, tanto che si spense da sè medesimo. Il detto frate Simone quando si ponea a mensa, innanzi che prendesse il cibo corporale, prendea per sè e dava il cibo ispirituale, parlando di Dio. Per lo divoto parlare si convertì una volta un giovine da San Severino, il quale era nel secolo un giovane vanissimo e mondano, ed era nobile di sangue molto delicato del suo corpo; e frate Simone, ricevendo il detto giovine all’Ordine, si riserbò i suoi vestimenti secolari appresso di sè; ed egli istava con frate Simone, per essere informato da lui nelle osservanze regolari. Di che il demonio, il quale s’ingegnava di storpiare ogni bene, gli mise adosso sì forte stimolo e sì ardente tentazione di carne che per nessuno modo costui potea resistere; per la qual cosa egli se ne andò a frate Simone, e dissegli: Rendetemi gli miei panni ch’io recai dal secolo, imperocch’io non posso più sostenere la tentazione carnale. E frate Simone avendogli grande compassione, gli dicea: Siedi qui, figliuolo, un poco con me; e cominciava a parlargli di Dio per modo ch’ogni tentazione si partia: e poi a tempo ritornando la tentazione, ed egli richiedea gli panni, e frate Simone lo cacciava con parlare di Dio. E fatto così più volte, finalmente una notte l’assalì sì forte la detta tentazione, più ch’ella non solea, che per cosa del mondo non potendo resistere, andò a frate Simone, raddomandandogli al tutto li panni suoi secolareschi, che per nessuno partito egli non ci potea più stare. Allora frate Simone, secondo ch’egli avea usato di fare, il fece sedere allato a sè; e parlandogli di Dio, il giovane inchinò il capo in grembo a frate Simone, per maninconia e per tristizia. Allora frate Simone , per grande compassione ch’egli avea levò gli occhi in cielo e fece orazione, e pregando Iddio divotissimamente per lui, fu ratto e esaudito da Dio: onde ritornando egli in sè, il giovane si sentì al tutto liberato di quella tentazione, come se mai non l’avesse punto sentita: anzi essendosi mutato l’ardore della tentazione in ardore di Spirito Santo, perocchè s’era accostato al carbone affocato, cioè a frate Simone, tutto infiammò dello amore di Dio e del prossimo; intanto che, essendo preso un volta un malfattore, a cui doveano essere tratti amenduni gli occhi, costui, cioè il detto giovine, per compassione se n’andò arditamente al rettore e in pieno consiglio, e con molte lagrime e prieghi divoti addomandò che a sè fosse tratto un occhio e al malfattore un altro, acciocchè esso non rimanesse privato d’ambidue. Ma veggendo lo rettore col consiglio il grande fervore della carità di questo frate, sì perdonarono all’uno e all’altro. Standosi un dì il detto frate Simone nella selva in orazione, e sentendo grande consolazione nell’anima sua, una schiera di cornacchie col loro gridare gli cominciarono a far noia: di che egli comandò loro nel nome di Gesù ch’elle si dovessero partire, e non tornarvi più: e partendosi allora li detti uccelli, da indi innanzi non vi furono mai mai più veduti, nè uditi, nè ivi, nè in tutta la contrada d’intorno. E questo miracolo fu manifestato a tutta la Custodia di Fermo, nella quale vi era il detto luogo.

CAPITOLO XLII.

Di belli miracoli che fece Iddio per li santi frati, frate Bentivoglia,

frate Pietro da Monticello e frate Currado da Offida: e come frate

Bentivoglia portò un lebbroso quindici miglia in pochissimo tempo;

e all’altro parlò san Michele, e all’altro venne la Vergine Maria,

e presegli il Figliuolo in braccio.

La provincia della Marca d’Ancona fu anticamente, a modo che ’l cielo di stelle, adornata di santi ed esemplari frati; li quali, a modo che luminari di cielo, hanno alluminato e adornato l’Ordine di san Francesco, e il mondo con esempli e con dottrina. Tra gli altri furono in prima frate Lucido Antico, il quale fu veramente lucente per santitade, e ardente per caritate divina; la cui gloriosa lingua informata dallo Spirito Santo faceva maravigliosi frutti in predicazioni. Un altro fu frate Bentivoglia da San Severino, il quale fu veduto da frate Masseo essere levato in aria per grande spazio, istando egli in orazione nella selva; per lo quale miracolo il devoto frate Masseo, essendo allora piovano, lasciò il piovanato e fecesi frate minore; e fu di tanta santitade, che fece molti miracoli in vita e in morte, ed è riposto il corpo suo a Murro. Il sopradetto frate Bentivoglia, dimorando una volta a Trave Bonanti solo, a guardare e a servire un lebbroso, essendogli in comandamento del prelato di partirsi indi e andare ad un altro luogo il quale era di lungi quindici miglia, non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande fervore di caritade sì lo prese e puoselosi in sulla spalla e portollo dall’aurora insino al levare del sole tutta quella via di quindici miglia, insino al detto luogo dov’elli era mandato, che si chiamava Monte Sancino: il quale viaggio, se fosse stata aquila, non avrebbe potuto in così poco tempo volare: e di questo divino miracolo fu grande istupore e ammirazione in tutto quello paese. Un altro fu frate Pietro da Monticello, il quale fu veduto da frate Servodio d’Urbino (allora essendo guardiano nel luogo vecchio di Ancona) levato da terra corporalmente cinque ovvero sei braccia, insino appiè del Crocifisso della chiesa, dinanzi al quale stava in orazione. E questo frate Pietro, digiunando una volta la Quaresima di san Michele Arcangelo con grande divozione, e l’ultimo dì di quella Quaresima istandosi in chiesa in orazione, fu udito da uno frate giovane (il quale istudiosamente stava nascosto sotto l’altare maggiore, por vedere qualche atto della sua santità) parlare con san Michele Arcangelo; e le parole che diceano, erano queste: Diceva san Michele: Frate Pietro, tu ti se’ affaticato fedelmente per me, e in molti modi hai afflitto il tuo corpo: ecco io sono venuto a consolarti, e acciocchè tu domandi qualunque grazia tu vogli, e io te la voglio impetrare da Dio. Rispondea frate Pietro: Santissimo Prencipe della milizia celestiale, e fedelissimo zelatore dello amore divino, e pietoso protettore delle anime, io ti addomando questa grazia, che tu m’impetri da Dio la perdonanza delli miei peccati. Rispuose san Michele: Chiedi altra grazia, che questa grazia l’accatterò io agevolissimamente; e frate Pietro non domandando nessuna altra cosa, e l’arcangelo conchiuse: Io per la fede e divozione, la quale tu hai in me, ti procaccio cotesta grazia che tu addimandi, e molte altre. E compiuto il loro parlare, il quale durò per grande ispazio, l’Arcangelo san Michele si partì, lasciandolo sommamente consolato. Al tempo di questo santo frate Pietro, fu il santo frate Currado da Offida, il quale essendo insieme di famiglia nel luogo di Forano, nella Custodia d’Ancona, il detto frate Currado se n’andò un dì nella selva a contemplare di Dio, e frate Pietro segretamente andò dietro a lui, per vedere ciò che gli addivenisse; e frate Currado cominciò a stare in orazione e pregare divotissimamente la Vergine Maria con grande Pietà, ch’ella gli accattasse questa grazia dal suo benedetto Figliuolo, ch’egli sentisse un poco di quella dolcezza la quale sentì san Simeone al dì della Purificazione, quand’egli portò in braccio Gesù Salvatore benedetto. E fatta questa orazione, la misericordiosa Vergine Maria lo esaudì; ed eccoti che apparve la Reina del cielo col suo Figliuolo benedetto in braccio, con grandissima chiarità di lume, e appressandosi a frate Currado, sì gli puose in braccio, quello benedetto Figliuolo: il quale egli ricevendo divotissimamente abbracciandolo e baciandolo e stringendolo al petto, tutto si struggeva e risolveva in amore divino, e inesplicabile consolazione. E frate Pietro simigliantemente, il quale di nascoso vedea ogni cosa, sentìa nell’anima sua grandissima dolcezza e consolazione. E partendo la Vergine Maria da frate Currado, frate Pietro in fretta si ritornò al luogo, per non essere veduto da lui: ma piuchè, quando frate Currado tornava tutto allegro e giocondo, gli disse frate Pietro: O cielico [3], grande consolazione hai avuto oggi. Dicea frate Currado: Che è quello che tu dici, frate Pietro? e che sai tu quello che io mi abbia avuto? Ben so io, ben so, dicea frate Pietro, come la Vergine Maria col suo benedetto Figliuolo l’ha visitato. Allora frate Currado, il quale, come veramente umile, desiderava di essere secreto nelle grazie di Dio, sì lo pregò che non lo dicesse a persona; e fu sì grande l’amore di allora innanzi infra loro due che un cuore e una anima parea che fusse infra loro in ogni cosa. E ’l detto frate Currado una volta, nel luogo di Siruolo, colle sue orazioni liberò una femmina indemoniata, orando per lei tutta una notte, e apparendo alla madre sua, la mattina si fuggì, per non essere trovato e onorato dal popolo.

CAPITOLO XLIII.

Come frate Currado da Offida convertì un frate giovane, molestando

egli gli altri frati. E come il detto frate giovane, morendo, egli apparve

al detto frate Currado pregandolo che orasse per lui: e come lo liberò

per la sua orazione delle pene grandissime del Purgatorio.

Il detto frate Currado da Offida, mirabile zelatore della evangelica povertade e della regola di san Francesco, fu di sì religiosa vita e di sì grande merito appresso Iddio che Cristo benedetto l’onorò nella vita e nella morte di molti miracoli; tra’ quali una volta, essendo venuto al luogo d’Offìda forestiere, li frati il pregarono per l’amor di Dio e della caritade che egli ammonisse uno frate giovane che era in quello luogo, lo quale si portava sì fanciullescamente e disordinatamente e dissolutamente che li vecchi e li giovani di quella famiglia turbava dello ufficio divino, e delle altre regolari osservanze o niente o poco si curava. Di che frate Currado, per compassione di quello giovane e alli prieghi de’ frati, chiamò un dì a sparte il detto giovane e in fervore di carità gli disse sì efficaci e divote parole di ammaestramento che con la operazione della divina grazia colui subitamente diventò di fanciullo, vecchio di costumi, e sì obbediente e benigno e sollecito e divoto, e appresso sì pacifico e servente, e ad ogni cosa virtuosa sì studioso, che, come prima tutta la famiglia era turbata per lui, così per lui tutti n’erano contenti e consolati, e fortemente l’amavano. Addivenne, come piacque a Dio, che dipoi, dopo questa sua conversione, il detto giovane si morì; di che li detti frati si dolevano; e pochi dì poi dopo la sua morte, l’anima sua apparve a frate Currado, istandosi egli divotamente in orazione dinanzi allo altare del detto convento, e sì lo saluta divotamente, come padre; e frate Currado il dimanda: Chi se’ tu? Rispose quello e disse: io sono l’anima di quello frate giovane che morì in questi dì. E frate Currado disse: figliuolo mio carissimo, che è di te? Risponde quello: Per la grazia di Dio, e per la vostra dottrina, ènne bene; perocchè io non sono dannato, ma per certi miei peccati, li quali io non ebbi tempo di purgare sufficientemente, sostengo grandissime pene di Purgatorio: ma io priego te, padre, che come per la tua pietà mi soccorresti quando io era vivo, così ora piacciati di soccorrermi nelle mie pene, dicendo per me alcuno Paternostro; che la tua orazione è molto accettevole nel cospetto di Dio. Allora frate Currado, consentendo benignamente alle sue preghiere, e dicendo per lui una volta il Paternostro con requiem aeternam, disse quella anima: padre carissimo, quanto bene e quanto refrigerio sento! ora ti priego che tu lo dica un’altra volta. E frate Currado il dice; e detto che l’ebbe, dice l’anima: Santo padre, quando tu ori per me tutto mi sento alleviare; onde ti priego che tu non resti di orare per me. Allora frate Currado, veggendo che quella anima era così aiutata colle sue orazioni, sì disse per lei cento Paternostri; e detti che gli ebbe, disse quella anima: Io ti ringrazio, padre carissimo, dalla parte di Dio, della carità che hai avuto verso di me; imperciocchè per la tua orazione io sono liberato da tutte le pene , e sì me ne vo al regno celestiale: e detto questo, si partì quell’anima. Allora frate Currado, per dare allegrezza e conforto alli frati, recitò loro per ordine tutta questa visione. E così se n’andò in paradiso quell’anima di quello fanciullo per li meriti di frate Currado.

CAPITOLO XLIV.

Come a frate Currado apparve la Madre di Cristo, san Giovanni Vangelista

e s. Francesco; e dissegli quale di loro portò più dolore della Passione di Cristo.

Al tempo che dimoravano insieme nella Custodia d’Ancona, nel luogo di Forano, frate Currado e frate Pietro sopraddetto, li quali erano due stelle lucenti nella provincia della Marca, e due uomini celestiali; imperocchè tra loro era tanta caritade che uno medesimo cuore e una medesima anima parea, e’ si legarono insieme in loro due a questo patto, che ogni consolazione, la quale la misericordia di Dio facesse loro, eglino ve la dovessero insieme rivelare l’uno all’altro in caritade. Fermato insieme questo patto, addivenne che uno dì istando frate Pietro in orazione, pensando divotissimamente la Passione di Cristo, e come la Madre di Cristo beatissima, e Giovanni Evangelista dilettissimo discepolo, e san Francesco erano dipinti appiè della Croce per dolore mentale crocifissi con Cristo, gli venne desiderio di sapere quale di quelli tre avea avuto maggiore dolore della Passione di Cristo, o la Madre, la quale l’avea generato; o il Discepolo, il quale gli avea dormito sopra il petto suo; o san Francesco, il quale era con Cristo crocifisso: e stando in questo divoto pensiero, gli apparve la Vergine Maria con san Giovanni Evangelista, e con san Francesco, vestiti di nobilissimi vestimenti di gloria beata; ma già san Francesco parea vestito di più bella vesta, che san Giovanni. E stando Pietro tutto spaventato [4] di questa visione, san Giovanni il confortò e disselli: Non temere, carissimo frate, imperocchè noi siamo venuti a consolarti del tuo dubbio. Sappi adunque che la Madre di Cristo ed io sopra ogni creatura ci dolemmo della Passione di Cristo; ma dopo noi san Francesco n’ebbe maggiore dolore che nessuno altro: e però tu lo vedi in tanta gloria. E frate Pietro il domanda: Santissimo Apostolo di Cristo, perchè pare il vestimento di san Francesco più bello che ’l tuo? Risponde san Giovanni: La cagione si è questa; imperocchè, quando egli era nel mondo, egli portò indosso più vili vestimenti che io. E dette queste parole, san Giovanni diede a frate Pietro uno vestimento glorioso, il quale portava in mano, e dissegli: Prendi questo vestimento, il quale io ho arrecato per darloti; e volendo san Giovanni vestirlo di quello vestimento, e frate Pietro istupefatto cadde in terra e cominciò a gridare: frate Currado, frate Currado carissimo, soccorrimi tosto; vieni a vedere cose maravigliose; e in queste sante parole questa santa visione sparve. Poi vegnendo frate Currado, sì gli disse ogni cosa per ordine; e ringraziarono Iddio.

CAPITOLO XLV.

Della conversione e vita e miracoli e morte del santo frate Giovanni dalla Penna.

Frate Giovanni dalla Penna essendo fanciullo e secolare nella provincia della Marca, una notte gli apparve un fanciullo bellissimo e chiamollo, dicendo: Giovanni, va a santo Stefano, dove predica uno dei miei Frati Minori, alla cui dottrina credi, e alle sue parole attendi, imperocchè io ve l’ho mandato: e fatto ciò tu hai a fare uno grande viaggio, e poi verrai a me. Di che costui immantinente si levò su e sentì grande mutazione nell’anima sua. E andando a santo Stefano, e’ trovovvi una grande moltitudine d’uomini e di donne, che vi stavano per udire la predica. E colui che vi dovea predicare, era uno frate ch’avea nome frate Filippo, il quale era uno delli primi frati ch’era venuto nella Marca d’Ancona; ed ancora pochi luoghi erano presi nella Marca. Monta suso questo frate Filippo a predicare, e predica divotissimamente non con parole di sapienza umana, ma in virtù di spirito di Cristo, annunziando il reame di vita eterna. E finita la predica, il detto fanciullo se ne andò al detto frate Filippo e dissegli: Padre, se vi piacesse di ricevermi all’Ordine, io volentieri farei penitenza e servirei il nostro Signore Gesù Cristo. Veggendo frate Filippo e conoscendo nel detto fanciullo una maravigliosa innocenza e pronta volontà a servire a Dio, sì gli disse: Verrai a me cotale dì a Ricanati, e io ti farò ricevere: nel quale luogo si dovea fare Capitolo Provinciale; di che il fanciullo, il quale era purissimo, si pensò che questo fosse il grande viaggio che dovea fare, secondo la rivelazione che egli avea avuta, e poi andarsene a Paradiso; e così credea fare, immantinente che fosse ricevuto all’Ordine. Andò dunque e fu ricevuto: e veggendo che li suoi pensieri non si adempievano allora, dicendo il Ministro in Capitolo che chiunque volesse andare nella provincia di Provenza, per lo merito della santa obbedienza, egli gli darebbe volentieri la licenza; vennegli grande desiderio di andarvi, pensando nel cuore suo che quello fosse il grande viaggio che dovea fare, innanzi ch’egli andasse a Paradiso; ma vergognandosi di dirlo, finalmente confidandosi di frate Filippo predetto, il quale l’aveva fatto ricevere all’Ordine, sì lo pregò caramente, che gli accattasse quella grazia d’andare nella provincia di Provenza. Allora frate Filippo, veggendo la sua puritade e la sua santa intenzione, sì gli accattò quella licenza: onde frate Giovanni con grande letizia si mosse ad andare, avendo questa opinione, che, compiuta quella via, se ne andrebbe in Paradiso. Ma come piacque a Dio, egli stette nella detta provincia venticinque anni in questa aspettazione e desiderio, vivendo in grandissima onestade e esemplaritade, crescendo sempre in virtude e grazia di Dio e del popolo, ed era sommamente amato da’ Frati e da’ secolari. E standosi un dì frate Giovanni divotamente in orazione, e piagnendo e lamentandosi perchè il suo desiderio non si adempiea, e che il suo pellegrinaggio di questa vita troppo si prolungava, gli apparve Cristo benedetto, al cui aspetto l’anima sua fu tutta liquefatta, e sì gli disse: Figliuolo frate Giovanni, addomandami ciò che tu vogli; ed elli risponde: Signore mio, io non so che mi ti addimandare altro che te, perocchè io non desidero nessuna altra cosa: ma di questo solo io ti priego, che tu mi perdoni tutti gli miei peccati, e diami grazia ch’ io ti veggia un’altra volta, quando n’avrò maggiore bisogno. Disse Gesù: Esaudita è la tua orazione; e detto questo, si partì, e frate Giovanni rimase tutto consolato. Alla perfine, udendo gli Frati della Marca la fama di sua santitade, fecero tanto col Generale che gli mandò la obbedienza di tornare nella Marca; la quale obbedienza ricevendo egli, lietamente si mise in cammino, pensando che, compiuta quella via, se ne dovesse andare in cielo, secondo la promessa di Cristo. Ma tornato ch’egli fu alla provincia della Marca vivette in essa trenta anni, e non era riconosciuto da nessuno suo parente; e ogni dì aspettava la misericordia di Dio, che egli gli adempisse la promessa. E in questo tempo fece più volte l’ufficio della guardianeria con grande discrezione; e Iddio per lui adoperò molti miracoli. E tra gli altri doni che ebbe da Dio, ebbe spirito di profezia; onde una volta, andando egli fuori del luogo, un suo novizio fu combattuto dal demonio e sì forte tentato che egli acconsentendo alla tentazione, deliberò in sè medesimo d’uscire dell’Ordine, sì tosto come frate Giovanni fosse tornato di fuori; la qual cosa e tentazione e diliberazione conoscendo frate Giovanni per ispirito di profezia, immantinente ritorna a casa, e chiama a sè il detto novizio, e dice che vuole che si confessi: ma in prima che egli il confessasse, gli recitò per ordine tutta la sua tentazione, secondo che Iddio gli avea rivelato, e conchiuse: Figliuolo, imperocchè tu m’aspettasti e non ti volesti partire senza la mia benedizione. Iddio t’ha fatta questa grazia, che giammai di questo Ordine tu non ne uscirai, ma morrai nell’Ordine colla divina grazia. Allora il detto novizio fu confermato in buona volontade, e rimanendo nell’Ordine, diventò uno santo frate; e tutte queste cose recitò a me frate Ugolino. Il detto frate Giovanni, il quale era uomo con animo allegro e riposato, rade volte parlava, ed era uomo di grande orazione e divozione, o spezialmente dopo il mattutino mai non tornava alla cella, ma istava in chiesa per insino a dì in orazione; e stando egli una notte dopo il mattutino in orazione, sì gli apparve l’Angelo di Dio e dissegli: Frate Giovanni, egli è compiuta la tua via, la quale tu hai cotanto tempo aspettata; e però io t’annunzio dalla parte di Dio, che tu addomandi qual grazia tu vuogli. E anche t’annunzio che tu elegghi quale tu vuogli, o uno dì in purgatorio, o sette di pene in questo mondo. Ed eleggendo frate Giovanni piuttosto i sette dì di pene in questo mondo, subitamente quegli infermò di diverse infermitadi; imperocchè gli prese la febbre forte, e le gotte nelle mani e nelli piedi, e ’l mal del fianco, e molti altri mali; ma quello che peggio gli facea, si era, che un demonio gli stava dinanzi e tenea in mano una grande carta iscritta di tutti gli peccati ch’egli avea mai fatti, o pensati, e diceali: Per questi peccati, che tu hai fatti col pensiero e colla lingua e colle operazioni, tu se’ dannato nel profondo dello inferno. Ed egli non si ricordava di nessuno bene che egli avesse mai fatto, nè che fosse nell’Ordine, nè che vi fosse mai stato; ma così si pensava d’essere dannato, come il demonio gli dicea. Onde quando egli era dimandato come egli stesse, rispondea: Male perocchè io sono dannato. Veggendo i frati questo, si mandarono per uno frate antico che avea nome frate Matteo da Monte Rubbiano, il quale era uno santo uomo e molto amico di questo frate Giovanni; e giunto il detto frate Matteo a costui il settimo dì della sua tribulazione, salutollo e domandollo come egli stava. Rispuosegli che egli stava male perchè egli era dannato. Allora disse frate Matteo: Non ti ricordi tu che tu ti sei molte volte confessato da me, e io t’ho interamente assoluto di tutti i tuoi peccati? non ti ricordi tu ancora che tu hai servito sempre a Dio in questo santo Ordine molti anni? Appresso non ti ricordi tu che la misericordia di Dio eccede tutti i peccati del mondo, e che Cristo benedetto nostro Salvatore pagò, per noi ricomperare, infinito prezzo? E però abbi buona isperanza, che per certo tu se’ salvo; e in questo dire, imperocch’egli era compiuto il termine della sua purgazione, si partì la tentazione, e venne la consolazione. E con grande letizia disse frate Giovanni a frate Matteo: Imperocchè tu se’ affaticato, e l’ora è tarda, io ti priego che tu vada a posarti; e frate Matteo non lo voleva lasciare; ma pure finalmente, a grande sua istanza, si partì da lui e andossi a posare: e frate Giovanni rimase solo col frate che il serviva. Ed ecco Cristo benedetto viene con grandissimo splendore, e con eccessiva soavità d’odore secondo che egli avea promesso d’apparirgli un’altra volta, quando egli n’avesse maggior bisogno, e sì lo sanò perfettamente da ogni sua infirmitade. Allora frate Giovanni colle mani giunte ringraziando Iddio, che con ottimo fine avea terminato il suo grande viaggio della presente misera vita, nelle mani di Cristo raccomandò e rendè l’anima sua a Dio, passando di questa vita mortale a vita eterna con Cristo benedetto, il quale egli avea così lungo tempo desiderato e aspettato di vedere. Ed è riposto il detto frate Giovanni nel luogo della Penna di san Giovanni.

CAPITOLO XLVI.

Come frate Pacifico istando in orazione vide l’anima

di frate Umile suo fratello andare in cielo.

Nella detta provincia della Marca dopo la morte di san Francesco, furono due fratelli nell’Ordine; l’uno ebbe nome frate Umile, e l’altro ebbe nome frate Pacifico, li quali furono uomini di grandissima santità e perfezione; e l’uno, cioè frate Umile, stava in nel luogo di Soffiano e ivi si morì; e l’altro stava in famiglia in uno altro luogo assai dilungi da lui. Come piacque a Dio, frate Pacifico stando un dì in orazione in luogo solitario, fu ratto in estasi, e vide l’anima del fratello frate Umile andare in cielo diritta, senza altra ritenzione o impedimento, la quale allora si partia dal corpo. Avvenne che poi dopo molti anni questo frate Pacifico che rimase, fu posto di famiglia nel detto luogo di Soffiano, dove il suo fratello era morto. In questo tempo li frati, a petizione de’ signori di Bruforte, mutarono il detto luogo in un altro, di che, tra l’altre cose, eglino traslatarono le reliquie dei santi frati che erano morti in quello luogo, e venendo alla sepoltura di frate Umile, il suo fratello frate Pacifico prese l’ossa sue, e sì le lavò con buono vino e poi le involse in una tovaglia bianca, e con grande riverenza e divozione le baciava, e piagneva; di che gli altri frati si maravigliavano, e non avevano di lui buono esempio; imperocchè, essendo egli uomo di grande santitade, parea che per amor sensuale e secolare egli piangesse il suo fratello; e che più divozione egli mostrasse alle sue reliquie che a quelle degli altri frati, che erano stati di non minore santitade che frate Umile, ed erano degne di riverenza quanto le sue. E conoscendo frate Pacifico la sinistra immaginazione de’ frati, soddisfece loro umilmente, e disse loro: Frati miei carissimi, non vi maravigliate, se alle ossa del mio fratello io ho fatto quello che non ho fatto alle altre; imperocchè benedetto sia Iddio, e’ non mi ha tratto, come voi credete, amore carnale; ma ho fatto così, perocchè quando il mio fratello passò di questa vita, orando io in luogo diserto e rimoto da lui, vidi l’anima sua per diritta via salire in cielo, e però io sono certo che le sue ossa sono sante e debbono essere in Paradiso. E se Iddio m’ avesse conceduta tanta certezza degli altri frati, quella medesima riverenza avrei fatta alle ossa loro. Per la qual cosa li frati, veggendo la sua santa e divota intenzione, furono da lui bene edificati, e laudarono Iddio, il quale fa così maravigliose cose alli santi suoi frati.

CAPITOLO XLVII.

Di quello santo frate a cui la Madre di Cristo apparve,

quando era infermo, ed arrecogli tre bossoli di lattuaro.

Nel soprannominato luogo di Soffiano fu anticamente uno frate Minore di sì grande santitade e grazia che tutto parea divino, e spesse volte era ratto in Dio. Istando alcuna volta questo frate tutto assorto in Dio e elevato, perocchè avea notabilmente la grazia della contemplazione, veniano a lui uccelli di diverse maniere, e dimesticamente si posavano sopra alle sue spalle, e sopra il capo, e in sulle braccia, e in sulle mani, e cantavano maravigliosamente. Era costui solitario, e rade volte parlava; ma quando era domandato di cosa veruna, rispondea sì graziosamente e sì saviamente che parea piuttosto Angelo che uomo; ed era di grandissima orazione e contemplazione; e li frati l’aveano in grande riverenza. Compiendo questo frate il corso della sua virtuosa vita, secondo la divina disposizione, infermò a morte, intanto che nessuna cosa potea egli prendere; e con questo non volea ricevere medicina nessuna carnale, ma tutta la sua confidenza era nel medico celestiale Gesù Cristo benedetto e nella sua benedetta Madre; dalla quale egli meritò per la divina clemenza d’essere misericordiosamente visitato e medicato. Onde standosi egli una volta in sul letto, e disponendosi alla morte con tutto il cuore e con tutta la divozione, gli apparve la gloriosa Vergine Maria Madre di Cristo, con grandissima moltitudine d’Angeli e di sante Vergini, con meraviglioso splendore, e appressossi al letto suo; onde egli, ragguardandola, prese grandissimo conforto e allegrezza, quanto all’anima e quanto al corpo; e cominciollo a pregare umilmente che ella pregasse il suo diletto figliuolo, che per gli suoi meriti il tragga della prigione della misera carne. E perseverando in questo priego con molte lagrime, la Vergine Maria gli rispuose, chiamandolo per nome, e disse: non dubitare, figliuolo, imperocchè egli è esaudito il tuo priego: ed io son venuta per confortarti un poco, innanzi che tu ti parta di questa vita. Erano allato alla Vergine Maria tre sante Vergini, le quali portavano in mano tre bossoli di lattuaro di smisurato odore e soavitade. Allora la Vergine gloriosa prese e aperse uno di quelli bossoli, e tutta la casa fu ripiena d’odore; e prendendo con un cucchiaio di quello lattovaro, il diede allo infermo: il quale sì tosto come l’ebbe assaggiato, lo infermo sentì tanto conforto e tanta dolcezza che l’anima sua non parea che potesse stare nel corpo; onde egli incominciò a dire: Non più, o santissima Madre Vergine benedetta, o medica benedetta e salvatrice della umana generazione, non più; che io non posso sostenere tanta suavitade. Ma la pietosa e benigna Madre pure porgendo ispesso di quello lattuaro all’infermo e facendogliene prendere, votò tutto il bossolo. Poi votato il primo bossolo, la Vergine beata prende il secondo e mettevi dentro il cucchiaio per dargliene; di che costui si rammarica, dicendo: O beatissima Madre di Dio, s’è l’anima mia quasi tutta liquefatta per l’ardore e soavità del primo lattuaro: e come potrò io sostenere il secondo? io ti priego, benedetta sopra tutti li Santi e sopra tutti gli angeli, che tu non me ne vogli più dare. Risponde la gloriosa Vergine Maria: Assaggia, figliuolo, pure un poco di questo secondo bossolo. E dandogliene un poco, dissegli: Oggimai, figliuolo, tu ne hai tanto che ti può bastare; confortati, figliuolo, che tosto verrò per te e menerotti al reame del mio Figliuolo, il quale tu hai sempre cercato e desiderato; e detto questo incommiatandosi da lui, si partì; ed egli rimase sì consolato e confortato per la dolcezza di questo confetto che per più dì sopravvivette sazio e forte e senza cibo nessuno corporale. E dopo alquanti dì, allegramente parlando co’ frati, con grande giubilo e letizia, passò di questa misera vita.

CAPITOLO XLVIII.

Come frate Jacopo dalla Massa vide in visione tutti i frati minori del mondo,

in visione di un arbore, e conobbe la virili e li meriti e li vizi di ciascuno.

Frate Iacopo dalla Massa, al quale Iddio aperse l’uscio de’ suoi segreti, e diedegli perfetta scienza e intelligenza della divina Scrittura e delle cose future, fu di tanta santitade che frate Egidio da Scesi, e frate Marco da Montino, e frate Ginepro, e frate Lucido, dissero di lui: che non conoscieno nessuno nel mondo maggiore appo Dio che questo frate Iacopo. Io ebbi gran desiderio di vederlo; imperocchè pregando io frate Giovanni compagno del detto frate Egidio che mi dichiarasse certe cose di spirito, egli mi disse: Se tu vuogli essere bene informato nella vista spirituale, procaccia di parlare con frate Iacopo dalla Massa (imperocchè frate Egidio desiderava d’essere informato da lui), e alle sue parole non si può aggiugnere nè scemare; imperocchè la mente sua è passata gli segreti celestiali, e le parole sue sono parole dello Spirito Santo, e non è uomo sopra la terra cui io tanto desideri di vedere. Questo frate Iacopo nel principio del ministero di frate Giovanni da Parma orando una volta, fu ratto in Dio, e istette tre dì in questo essere ratto in estasi, sospeso da ogni sentimento corporale, e stette sì insensibile che i frati dubitavano che non fosse morto: e in questo ratto gli fu rivelato da Dio ciò che dovea essere e addivenire intorno alla nostra religione: per la qualcosa, quando l’udii, mi crebbe il desiderio di udirlo e di parlare con lui. E quando piacque a Dio ch’io avessi agio di parlargli, il pregai in cotesto modo: Se vero è questo, ch’io ho udito dire di te, io ti priego che tu non me lo tenga celato. Io ho udito che quando tu istesti tre dì quasi morto, fra le altre cose che Dio rivelò, fu ciò che dovea addivenire in questa nostra religione: e questo ha avuto a dire frate Matteo ministro della Marca, al quale tu lo rivelasti per obbedienza. Allora frate Iacopo con grande umilitate gli concedette che quello che frate Matteo dicea, era vero. E il dire suo, cioè di frate Matteo ministro della Marca, era questo: Io so un frate, al quale Iddio ha rivelato ciò che addiverrà nella nostra religione; imperocchè frate Iacopo dalla Massa m’ha manifestato e detto che dopo molte cose, che Iddio gli rivelò dello stato della Chiesa militante, egli vide in visione un arbore bello e grande molto, la cui radice era d’oro, li frutti suoi erano uomini, e tutti erano frati Minori; li rami suoi principali erano distinti secondo il numero delle Provincie dell’Ordine, e ciascuno ramo avea tanti frati, quanti n’erano nella provincia improntata [5] in quello ramo. E allora egli seppe il numero di tutti li frati dell’Ordine, di ciascuna provincia, e ambe li nomi loro e la etade e le condizioni, e gli uffici grandi e le dignitadi e le grazie di tutti, e le colpe. E vide frate Giovanni da Parma nel più alto luogo del ramo di mezzo questo arbore, e nelle vette dei rami, che erano d’intorno a questo ramo di mezzo, istavano li ministri di tutte le Provincie. E dopo questo, vide Cristo sedere in uno trono grandissimo e candido, in sul quale Cristo chiamava san Francesco e davali un calice pieno di spirito di vita, e mandavalo dicendo: Va, e visita li frati tuoi, e da’ loro bere di questo calice dello spirito di vita; imperocchè lo spirito di Satanas si leverà contro a loro, e percoteràgli, e molti di loro caderanno e non si leveranno. E diede Cristo a san Francesco due angeli che lo accompagnassero. E allora venne san Francesco a porgere il calice della vita alli suoi frati: e cominciò a porgerlo a frate Giovanni da Parma: il quale prendendolo, bevette tutto quanto in fretta, e divotamente; e subitamente diventò tutto luminoso come il sole. E dopo lui seguentemente san Francesco il porgea a tutti gli altri: e pochi ve n’erano di questi che con debita reverenza e divozione il prendessero, e bevessino tutto. Quegli che ’l prendeano divotamente e beveanlo tutto, di subito diventavano splendidi come il sole; e questi, che tutto il versavano, e non lo prendeano con divozione, diventavano neri, o oscuri e isformati e orribili a vedere: quelli, che parte ne beveano e parte ne versavano, diventavano parte luminosi e parte tenebrosi, e più e meno, secondo la misura del bere e del versare. Ma sopra tutti gli altri, il sopraddetto frate Giovanni era isplendiente, il quale più compiutamente avea beuto il calice della vita, per lo quale egli avea più profondamente contemplato l’abisso della infinita luce divina: e in essa avea intesa l’avversità e la tempesta la quale si dovea levare contro al detto arbore, e crollare e commovere i suoi rami. Per la qual cosa il detto frate Giovanni si partì dalla cima del ramo nel quale egli stava; e discendendo di sotto a tutti li rami, si nascose in sul sodo dello istipite dello arbore, e stavasi tutto pensoso; e uno frate, il quale avea parte preso del calice e parte n’avea versato, salì in quello ramo e in quello luogo, onde era disceso frate Giovanni. E stando nel detto luogo, gli diventaro l’unghie delle mani di ferro aguzzate e taglienti come rasoi: di che egli si mosse di quello luogo, dov’egli era salito, e con empito e furore volea gittarsi contro al detto frate Giovanni per nuocergli. Ma frate Giovanni veggendo questo, gridò forte e raccomandossi a Cristo, il quale sedea nel trono; e Cristo al grido suo chiamò san Francesco, e diegli una pietra focaia tagliente, e dissegli: Va’ con questa pietra, e taglia l’unghie di quello frate, colle quali egli vuole graffiare frate Giovanni, sicchè egli non li possa nuocere. Allora san Francesco venne e fece siccome Cristo gli avea comandato. E fatto questo, si venne una tempesta di vento, e percosse nello arbore così forte che gli frati ne cadeano a terra; e prima ne cadeano tutti quelli che aveano versato tutto il calice dello spirito della vita, ed erano portati dalli demoni in luoghi tenebrosi e penosi. Ma frate Giovanni, insieme con gli altri che aveano bevuto tutto il calice, furono traslatati dagli Angeli in luogo di vita, e di lume eterno, e di splendore beato. E intendea e discernea il sopraddetto frate Iacopo, che vedea la visione, e particolarmente e distintamente ciò che vedea, quanto a’ nomi e condizioni e stati di ciascheduno chiaramente. E tanto bastò quella tempesta contro allo arbore che elli cadde; e il vento ne lo portò. E poi immantinente che cessò la tempesta, della radice di questo arbore, che era d’oro, uscì uno altro arbore che era tutto d’oro, lo quale produsse foglie e fiori e frutti orati. Del quale arbore, e della sua dilatazione, profonditade, bellezza e odore e virtude, è meglio tacere che di ciò dire al presente.

CAPITOLO XLIX.

Come Gesù Cristo apparse a frate Giovanni della Vernia.

Fra gli altri savi e santi frati e figliuoli di san Francesco i quali, secondo che dice Salomone, sono la gloria del padre, fu a’ nostri tempi e nella detta provincia della Marca il venerabile e santo frate Giovanni da Fermo, il quale per lo grande tempo che dimorò nel santo luogo della Vernia, ed ivi passò di questa vita, si chiamava pure frate Giovanni della Vernia; perocchè fu uomo di singolare vita, e di grande santitade. Questo frate Giovanni, essendo fanciullo secolare, desiderava con tutto il cuore la via della penitenza, la quale mantiene la mondizia del corpo e dell’anima; onde essendo bene piccolo fanciullo, egli cominciò a portare il coretto di maglia, e ’l cerchio di ferro alla carne, e a far grande astinenza; e spezialmente quando dimorava con li Canonici di san Pietro di Fermo, i quali viveano isplendidamente, egli fuggia le delizie corporali e macerava il corpo suo con grande rigiditate d’assistenza; ma avendo in ciò i compagni molto contrari, li quali li spogliavano il coretto, e la sua astinenza in diversi modi impedivano, egli ispirato da Dio pensò di lasciare il mondo con i suoi amadori, e offerire sè tutto nelle braccia del Crocifisso, coll’abito del Crocifisso san Francesco, e così fece. Ed essendo ricevuto all’Ordine così fanciullo, e commesso alla cura del maestro de’ novizii, egli diventò sì spirituale e divoto , che alcuna volta udendo il detto maestro parlare di Dio, il cuore suo si struggea siccome la cera appresso al fuoco; e con così grande soavitade di grazia si riscaldava nello amore divino che egli, non potendo istare fermo a sostenere tanta soavitade, si levava e, come ebbro di spirito, sì scorrea or per l’orto, or per la selva, or per la chiesa, secondo che la fiamma e l’empito dello spirito il sospingea. Poi in processo di tempo la divina grazia continuamente fece questo angelico uomo crescere di virtù in virtude, e in doni celestiali, e divine elevazioni e ratti; in tanto che alcuna volta la mente sua era elevata alli splendori de’ Cherubini, alcuna volta alli ardori de’ Serafini, alcuna volta a’ gaudi beati, alcuna volta ad amorosi ed eccessivi abbracciamenti di Cristo. E singolarmente per eccessivo modo una volta accese il suo cuore la fiamma del divino amore, e durò in lui celesta fiamma ben tre anni, nel quel tempo egli ricevea maravigliose consolazioni e visitazioni divine, e ispesse volte era ratto in Dio, e brievemente nel detto tempo egli parea tutto affocato ed acceso dello amore di Cristo: e questo fu in sul monte santo della V ernia. Ma imperocchè Iddio ha singulare cura dei suoi figliuoli, dando loro, secondo diversi tempi, ora consolazione, ora tribolazione, ora prosperitade, ora avversitade, siccome ei vede che bisogna loro a mantenersi in umiltà ovvero per accendere più loro desiderio alle cose celestiali; piacque alla divina bontade, dopo li tre anni, sottrarre dallo detto frate Giovanni questo raggio e la fiamma del divino amore, e privollo d’ogni consolazione spirituale. Di che frate Giovanni rimase senza lume e senza amore di Dio e tutto isconsolato e afflitto e addolorato. Per la qual cosa egli è così angoscioso, se ne andava per la selva discorrendo in qua e in là, chiamando con voce e con pianti e con sospiri il diletto sposo dell’anima sua, il quale s’era nascoso e partito da lui , e senza la cui presenza l’anima sua non trovava requie, nè riposo: ma in niun luogo, nè in nessun modo egli potea ritrovare il dolce Gesù, nè rabbattersi a quelli soavissimi gusti ispirituali dello amore di Cristo, come egli era usato. E durògli questa cotale tribolazione per molti dì; ne’ quali egli perseverò in continuo piangere e sospirare e in pregare Iddio che gli rendesse per sua pietade il diletto Sposo della anima sua. Alla perfine, quando piacque a Dio di avere provato assai la sua pazienza, e acceso il suo desiderio; un dì, che frate Giovanni s’andava per la detta selva così afflitto e tribulato, per lassezza si pose a sedere, accostandosi ad uno faggio, e stava colla faccia tutta bagnata di lagrime guatando inverso il cielo; eccoti subitamente apparve Gesù Cristo presso a lui nel viottolo, donde esso frate Giovanni era venuto, ma non dicea nulla. Veggendolo frate Giovanni e riconoscendolo bene, che egli era Cristo, subitamente se gli gettò a’ piedi, e con ismisurato pianto il pregava umilissimamente, e dicea: Soccorrimi, Signore mio, che senza te, Salvator mio dolcissimo, io sto in tenebre e in pianto; senza te, agnello mansuetissimo, io sto in angosce e in pene ed in paura; senza te, Figliuolo di Dio altissimo, io istò in confusione e in vergogna; senza te, io sono ispogliato d’ogni bene ed accecato, imperocchè tu se’ Gesù Cristo, vera luce delle anime; senza te, io sono perduto e dannato, imperocchè tu se’ vita delle anime, e vita delle vite; senza te, io sono isterile e arido, perocchè tu se’ fontana d’ogni dono e di ogni grazia; senza te, io sono al tutto isconsolato, imperocchè tu se’ Gesù nostra redenzione, amore e desiderio, pane confortativo, e vino che rallegra i cuori degli angioli, e li cuori di tutti gli santi: allumina me, maestro graziosissimo, e pastore pietosissimo; imperocch’io sono tua pecorella, benchè indegna sia. Ma perchè il desiderio de’ santi uomini, il quale Iddio indugia a esaudire, sì gli accende a maggiore amore e merito, Cristo benedetto si parte senza esaudirlo, e senza parlargli niente, e vassene per lo detto viottolo. Allora frate Giovanni si leva suso, e corregli dietro, e da capo gli si gitta ai piedi, e con una santa importunitate sì lo ritiene, e con divotissime lagrime il priega, e dice: o Gesù Cristo dolcissimo, abbi misericordia di me tribolato; esaudiscimi per la moltitudine della tua misericordia, e per la veritade della tua salute, e rendimi la letizia della faccia tua e del tuo pietoso isguardo, imperocchè della tua misericordia è piena tutta la terra. E Cristo ancora si parte, e non gli parla niente, nè gli dà veruna consolazione; e fa a modo che la madre al fanciullo, quando lo fa bramare la poppa, e fasselo venire dietro piangendo acciocchè egli la prenda poi più volentieri. Di che frate Giovanni ancora, con maggiore fervore e desiderio seguita Cristo; e giunto ch’egli fu a lui, Cristo benedetto si rivolse a lui, e riguardollo col viso allegro, e grazioso; e aprendo le sue Santissime e misericordiosissime braccia, sì lo abbracciò dolcissimamente; e in quello aprire delle braccia , vide frate Giovanni uscire del sacratissimo petto del Salvatore raggi di luce isplendenti, i quali alluminavano tutta la selva, ed eziandio lui nell’anima e nel corpo. Allora frate Giovanni s’inginocchiò a’ piedi di Cristo; e Gesù benedetto, a modo che alla Maddalena, gli porse il piede benignamente a baciare; e frate Giovanni prendendolo con somma riverenza, il bagnò di tante lagrime che veramente egli parea un’altra Maddalena, e dicea divotamente: Io ti priego, Signor mio, che tu non ragguardi alli miei peccati, ma per la tua santissima passione, e per la isparsione del tuo santissimo sangue prezioso, resuscita l’anima mia nella grazia del tuo amore; conciossiachè questo sia il tuo comandamento, che noi t’amiamo con tutto il cuore, e con tutto l’affetto; il quale comandamento nessuno può adempire senza il tuo aiuto. Aiutami adunque, amatissimo Figliuolo di Dio, sicch’io ami te con tutto il mio cuore, e con tutte le mie forzo. E istando così frate Giovanni in questo parlare ai piedi di Cristo, fu da lui esaudito, e riebbe da lui la prima grazia, cioè della fiamma del divino amore, e tutto si sentì consolato e rinnovato; e conoscendo il dono della divina grazia essere ritornato in lui, cominciò a ringraziare Cristo benedetto, e a baciare divotamente gli suoi piedi. E poi rizzandosi per riguardare Cristo in faccia, Gesù Cristo gli stese e porse le sue mani santissime a baciare: e baciate che frate Giovanni l’ebbe, sì si appressò e accostossi al petto di Gesù e abbracciollo e baciollo; e Cristo similmente abbracciò e baciò lui. E in questo abbracciare e baciare, frate Giovanni sentì tanto odore divino, che se tutte le grazie odorifere, e tutte le cose odorose del mondo fussero state ragunate insieme, sarebbono parute uno puzzo a comparazione di quello odore; e in esso frate Giovanni fu ratto e consolato e illuminato; e durógli quello odore nell’anima sua molti mesi. E d’allora innanzi della sua bocca abbeverata alla fonte della divina sapienza del sacrato petto del Salvatore uscivano parole maravigliose e celestiali, le quali mutavano li cuori , che in chi l’udiva facevano grande frutto all’ anima. E nel viottolo della selva nel quale istettono i benedetti piedi di Cristo, e per buono ispazio dintorno, sentia frate Giovanni quello odore, e vedea quello isplendore sempre, quando vi andava ivi a grande tempo poi. Ritornando in sè frate Giovanni dopo quel ratto, e disparendo la presenza corporale di Cristo, egli rimase così illuminato nella anima, nello abisso della sua divinitade, che benchè non fosse uomo litterato per umano studio, nientedimeno egli maravigliosamente solveva e dichiarava le sottilissime quistioni e alte della Trinitade divina, e li profondi misteri della santa Iscrittura. E molte volee poi, parlando dinanzi al papa, ed ai cardinali, ed a re, e baroni, e maestri, e dottori, tutti gli mettea in grande istupore, per le alle parole e profondissime sentenze ch’egli dicea.

CAPITOLO L.

Come dicendo la messa il dì dei morti frate Giovanni

della Vernia, vide molte anime liberate dal purgatorio.

Dicendo il detto frate Giovanni una volta la messa, il dì dopo Ognissanti, per tutte le anime dei morti, secondo che la Chiesa ha ordinato, offerse con tanto effetto di caritade, e con tanta pietade di compassione quello altissimo sacramento, il quale per la sua efficacia l’anime dei morti disiderano sopra tutti gli altri beni che sopratutto a loro si possono fare, ch’egli parea tutto che si struggesse per dolcezza di pietade e di caritade fraterna. Per la qual cosa in quella messa levando divotamente il Corpo di Cristo, e offrendolo a Dio Padre, e pregando che per amore del suo benedetto Figliuolo Gesù Cristo, il quale per ricomperare le anime era penduto in croce, gli piacesse liberare delle pene del purgatorio l’anime de’ morti da lui create e ricomperate, immantinente e’ vide quasi infinite anime uscire del purgatorio, a modo che faville di fuoco innumerabili che uscissero di una fornace accesa, e videle salire in cielo, per gli meriti della passione di Cristo, il quale ognindì è offerto per li vivi e per li morti in quella sacratissima Ostia, degna d’essere adorata in saecula saeculorum.

CAPITOLO LI.

Del santo frate Iacopo da Fallerone; e come, poi che

morì, apparse a frate Giovanni della Vernia.

Al tempo che frate Iacopo da Fallerone, uomo di grande santitade, era gravemente infermo nel luogo di Moliano nella custodia di Fermo, frate Giovanni della Vernia, il quale dimorava allora al luogo della Massa, udendo della sua infermitade, imperocchè lo amava come suo caro padre, si puose in orazione per lui, pregando Iddio divotamente con orazione mentale che al detto frate Iacopo desse sanità del corpo, se fosse il meglio dell’anima. E stando in questa divota orazione, fu ratto in estasi, e vide in aria uno grande esercito d’angeli e Santi sopra alla cella sua ch’era nella selva, con tanto isplendore, che tutta la contrada dintorno n’era alluminata: e fra questi angeli vide questo frate Iacopo infermo, per cui egli pregava, istare in vestimenti candidi tutto risplendente. Vide ancora fra loro il beato Padre san Francesco, adornato delle sacre Istimate di Cristo, e di molta gloria. Videvi ancora, e ricognobbevi frate Lucido santo, e frate Matteo Antico da Monte Rubbiano, e più altri frati, li quali non avea mai veduti, nè conosciuti in questa vita. E ragguardando così frate Giovanni con grande diletto al solito quella beata ischiera di Santi, sì gli fu rivelato di certo la salvazione dell’anima del detto frate infermo, e che di quella infermità dovea morire; ma non così di subito dopo la morte dovea andare a Paradiso, perocchè convenia un poco purgarsi in purgatorio. Della quale rivelazione frate Giovanni avea tanta allegrezza, per la salute dell’anima, che della morte del corpo non si sentia niente; ma con grande dolcezza di spirito il chiamava tra se medesimo, dicendo: Frate Iacopo, dolce padre mio; frate Iacopo, dolce mio fratello; frate Iacopo, fedelissimo servo e amico di Dio; frate Iacopo, compagno degli Angeli, e consorto dei beati. E così in questa certezza e gaudio ritornò in sè; e incontanente si partì dal luogo, e andò a visitare il detto frate Iacopo a Moliano: e trovandolo sì gravato che appena potea parlare, sì gli annunziò la morte del corpo, e la salute e gloria dell’anima, secondo la certezza che ne avea, per la divina revelazione; di che frate Iacopo, tutto rallegrato nell’anima e nella faccia, lo ricevette con grande letizia e con giocondo riso, ringraziandolo delle buone novelle che gli apportava, e raccomandandosi a lui divotamente. Allora frate Giovanni il pregò caramente che dopo la morte sua dovesse ritornare a lui a parlargli del suo istato; e frate Iacopo glielo promesse, se piacesse a Dio. E dette queste parole, appressandosi l’ora del suo passamento, frate Iacopo cominciò a dire divotamente quello verso del salmo: In pace in idipsum dormiam et requiescam, cioè a dire: In pace in vita eterna m’addormenterò e riposerò; e detto questo verso, con gioconda e lieta faccia passò di questa vita. E poi che fu seppellito, frate Giovanni si tornò al luogo della Massa, e aspettava la promessa di frate Iacopo, che tornasse a lui il di che avea detto. Ma il detto dì orando, gli apparve Cristo con grande compagnia d’angeli e santi, tra li quali non era frate Iacopo: onde frate Giovanni, maravigliandosi molto, raccomandollo a Cristo divotamente.

Poi il dì seguente, orando frate Giovanni nella selva, gli apparve frate Iacopo accompagnato dagli angeli, tutto glorioso e tutto lieto, e dissegli frate Giovanni: O padre carissimo, perchè non se’ tu tornato a me il dì che tu mi promettesti? Rispuose frate Iacopo: Perocch’io avea bisogno d’alcuna purgazione; ma in quella medesima ora che Cristo l’apparve e tu me gli raccomandasti, Cristo l’esaudì e me diliberò d’ogni pena. E allora io apparii a frate Iacopo della Massa laico santo; il quale serviva messa, e vide l’Ostia consecrata, quando il prete la levò, convertita e mutata in forma d’uno bellissimo fanciullo vivo; e dissegli: Oggi con quello fanciullo me ne vo al reame di vita eterna, al quale nessuno puote andare senza lui. E dette queste parole, frate Iacopo disparì; e andossene in cielo con tutta quella beata compagnia degli angeli; e frate Giovanni rimase molto consolato. Morì il detto frate Iacopo da Fallerone la vigilia di santo Iacopo apostolo nel mese di luglio nel sopraddetto luogo di Moliano; nel quale per gli suoi meriti la divina bontà adoperò, dopo la sua morte, molti miracoli.

CAPITOLO LlI.

Della visione di frate Giovanni della Vernia, dove

egli conoble tutto l’ordine, della santa Trinitade.

Il sopraddetto Giovanni della Vernia, imperocchè perfettamente avea annegato ogni diletto e consolazione mondana e temporale, e in Dio avea posto tutto il suo diletto e tutta la sua isperanza, la divina bontà gli donava maravigliose consolazioni e rivelazioni , e ispezialmente nelle solennità di Cristo; onde appressandosi una volta la solennità della Natività di Cristo, nella quale egli aspettava di certo consolazione da Dio della dolce umanitade di Gesù, lo Spirito Santo gli mise nello animo suo sì grande ed eccessivo amore e fervore della carità di Cristo, per la quale egli s’era umiliato a prendere la nostra umanitade, che veramente gli parea che l’anima gli fosse tratta del corpo, e ch’ella ardesse come una fornace. Lo quale ardore non potendo soffrire, s’angosciava e struggevasi tutto quanto e gridava ad alta voce; imperocchè per lo empito dello Spirito Santo e per lo troppo fervore dello amore non si potea contenere del gridare. E in quella ora che quello ismisurato fervore gli venia, gli venia con esso sì forte e certa la speranza della sua salute che punto del mondo non credea che, se allora fosse morto, dovesse passare per le pene del purgatorio; e questo amore gli durò bene da sei mesi, benchè quello eccessivo fervore non avesse così di continuo, ma gli venia a certe ore del dì. E in questo tempo poi ricevette maravigliose visitazioni e consolazioni da Dio: e più volte fu ratto siccome vide quel frate il quale da prima iscrisse queste cose; tra le quali, una notte fu sì elevato e ratto in Dio, che vide in lui creatore tutte le cose create e celestiali e terrene, e tutte loro perfezioni e gradi e ordini distinti. E allora conobbe chiaramente come ogni cosa creata si presentava al suo creatore, e come Iddio è sopra, è dentro, è di fuori, e dallato a tutte le cose create. Appresso conobbe uno Iddio in tre persone, e tre persone in uno Iddio; e la infinita carità la quale fece il Figliuolo di Dio incarnare, per obbedienza del Padre. E finalmente conobbe in quella visione siccome nessuna altra via era, per la quale l’anima possa andare a Dio, ed avere vita eterna, se non per Cristo benedetto, il quale è via, verità e vita dell’anima.

CAPITOLO LIII.

Come, dicendo messa, frate Giovanni della Vernia cadde come fosse morto.

Al detto frate Giovanni in nel sopraddetto luogo di Moliano, secondo che recitarono i frati che vi erano presenti, addivenne una volta questo mirabile caso: che la prima notte dopo l’ottava di san Lorenzo, e infra l’ottava della Assunzione della nostra Donna, avendo detto il mattutino in chiesa con gli altri frati, e soppravvenendo in lui l’unzione della divina grazia, e’ se ne andò nell’orto a contemplare la passione di Cristo e a disporsi con tutta la sua devozione a celebrare la messa, la quale gli toccava la mattina a cantare. Ed essendo in contemplazione della parola della consecrazione del corpo di Cristo, cioè considerando la infinita caritade di Cristo, per la quale egli ci volle ricomperare, non solamente col suo sangue prezioso, ma eziandio lasciarci per cibo dell’anime il suo Corpo e Sangue degnissimo, gli cominciò a crescere in tanto fervore e in tanta soavitade l’amore del dolce Gesù, che già non potea più sostenere l’anima sua, tanta dolcezza sentiva; ma gridava forte e come ebbro di spirito fra sè medesimo non ristava di dire Hoc est corpus meum: perocchè dicendo queste parole gli parea vedere Cristo benedetto colla Vergine Maria con moltitudine di angeli, e in questo dire era alluminato dallo Spirito Santo di tutti li profondi e alti misteri di quello altissimo Sacramento. E fatta che fu l’aurora, egli entrò in chiesa con quel fervore di spirito e con quella ansietade e con quello dire, non credendo essere udito nè veduto da persona; ma in coro era alcuno frate in orazione, il quale vedeva e udiva tutto. E non potendo in quello fervore contenersi per la abbondanza della divina grazia, gridava ad alla voce, e tanto istette in questo modo che fu ora di dire la messa; onde egli s’andò a parare allo altare. E cominciando la messa, quanto più procedea oltre, tanto più gli cresceva l’amore di Cristo, e quello fervore della divozione, colla quale e’ egli era dato uno sentimento di Dio ineffabile, il quale egli medesimo non sapea, nè potea poi esprimere colla lingua. Di che temendo egli che quello fervore e sentimento di Dio non crescesse tanto, che gli convenisse lasciare la messa, fu in grande perplessitade, e non sapea che parte si prendere, o di procedere oltre nella messa di stare a aspettare. Ma imperocchè altra volta gli era addivenuto simile caso, e ’l Signore avea sì temperato quello fervore, che non gli era convenuto lasciare la messa; e fidandosi di potere così fare questa volta, con grande timore si mise a procedere oltre nella messa, e pervenendo insino al Prefazio della nostra Donna, gli cominciò tanto a crescere la divina illuminazione e la graziosa soavitade dello amore di Dio, che vegnendo al Qui pridie, appena potea sostenere tanta suavitade e dolcezza. Finalmente giugnendo allo atto della consecrazione, e detto la metà delle parole sopra l’Ostia, cioè Hoc est, per nessuno modo potea procedere più oltre, ma pure ripetea queste medesime parole, cioè Hoc est enim. E la cagione perchè non potea procedere più oltre, si era , che sentia e vedea la presenza di Cristo con moltitudine d’angeli, la cui maestade egli non potea sofferire: e vedea che Cristo non entrava nella Ostia ovvero che l’Ostia si transustanziava nel corpo di Cristo, se egli non profferiva l’altra metà delle parole, cioè corpus meum. Di che stando egli in questa ansietade e non procedendo più oltre, il guardiano e gli altri frati e eziandio molti secolari che erano in chiesa ad udire la messa s’appressarono allo altare; e stavano ispaventati a vedere e a considerare gli atti di frate Giovanni; e molti di loro piangevano per divozione. Alla perfine dopo grande ispazio, cioè quando piacque a Dio frate Giovanni profferì enim corpus meum ad alla voce; e di subito la forma del pane isvanì e nell’ostia apparve Gesù Cristo benedetto incarnato e glorificato, e dimostrógli la umiltà e carità, la quale il fece incarnare della Vergine Maria, e la quale il fa ogni dì venire nelle mani del sacerdote, quando consacra l’Ostia; per la qual cosa, egli fu più elevato in dolcezza di contemplazione. Onde levato ch’egli ebbe l’Ostia ed il calice consacrato, egli fu ratto fuori di sè medesimo: ed essendo l’anima sospesa dalli sentimenti corporali, il corpo suo cadde in dietro; e se non che fu sostenuto dal guardiano, il quale gli stava dietro, esso cadea supino in terra. Di che, accorrendovi li frati, e li secolari ch’erano in chiesa, uomini e donne, e’ ne fu portato in sagrestia come morto, imperocchè il corpo suo era raffreddato, e le dita delle mani erano rattrappate sì forte che non si poteano appena punto distendere o muovere. E in questo modo giacque così tramortito, ovvero ratto, insino a terza, ed era di state. E perocchè io, il quale fui a questo presente, disiderava molto di sapere quello che Iddio avea adoperato inverso lui, immantinente che egli fu ritornato in sè, andai a lui e pregailo per la carità di Dio, ch’egli mi dovesse dire ogni cosa: onde egli, perchè si fidava molto di me, mi innarrò tutto per ordine; e fra l’altre cose, ch’egli mi disse, che considerando egli il corpo e il sangue di Gesù Cristo innanzi, il suo cuore era liquido come una cera molto istemperata, e la carne sua gli parea che fosse senza ossa, per tal modo che quasi non potea levare le braccia nè le mani a fare il segno della croce sopra l’ostia, nè sopra il calice. Anche mi disse, che innanzi che si facesse prete gli era stato rivelato da Dio ch’egli dovea venir meno nella messa; ma imperocchè già avea delle molte messe, e non gli era quello addivenuto, pensava che la rivelazione non fosse stata da Dio. E nientedimeno forse cinquanta dì innanzi alla Assunzione della nostra Donna, nella quale il sopradetto caso gli addivenne, ancora gli era stato da Dio rivelato che quello caso gli avea addivenire intorno alla detta festa della Assunzione; ma poi non se ne ricordava della detta visione, ovvero rivelazione fatta a lui per lo nostro Signore.

Note

________________________

[1] displicenzia: dispiacenza (in altri testi): malumore, ripugnanza

[2] ischiavi: Slavi

[3] cielico: celeste.

[4] spaventato: stupefatto.

[5] improntata: rappresentata.

Indice Biblioteca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2011