Felice Tocco

Introduzione

La leggenda di S. Francesco scritta da tre suoi compagni,

pubblicata dai PP. Marcellino da Civezza

e Teofilo Domenichelli dei Minori.

Edizione di riferimento:

Archivio storico italiano, fondato da a. P. Vieusseux e continuato a cura della r. Deputazione toscana di storia patria, quinta serie  tomo xxiii — anno 1899, in Firenze presso G. P. Vieusseux, tipografia di M. Cellini e c., 1899 - da p. 183

In questi ultimi anni la letteratura della parte Francescana, che fu detta degli spirituali, è stata studiata con tanto amore, che molte di quelle opere credute un tempo sospette e di nessuna importanza storica, acquistarono un nuovo e definitivo valore. Apre la serie la Cronaca delle tribolazioni, la quale io stesso, che largamente me ne valsi per la ricostruzione dei dissidi francescani, dubitai per lungo tempo non potesse essere opera del Clareno. Ma dopo le scoperte del P. Ehrle fu trovata la chiave di tutte le apparenti contraddizioni, e la Cronaca acquistò il carattere di un documento di primo ordine, che nessuno ora vorrà revocare in dubbio.

Alla Cronaca tenne dietro lo Speculum perfectionis, che lungi dall' essere un accozzo di più antiche leggende, fu dimostrato dal Sabatier, essere almeno nelle sue parti principali un'opera tutta di un pezzo, che vanta una grande antichità, e risale ad uno dei compagni di S. Francesco, a frate Leone, il quale l'avrebbe composta nel 1327 poco tempo dopo la morte del gran santo.

Ora è la volta della Leggenda dei tre Soci, di cui uno è appunto lo stesso fra Leone; leggenda, che già si sospettava fosse a noi pervenuta mutila, ed ora mediante le amorose cure dei PP. Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli, ha potuto essere restituita nella sua integrità primitiva.

A qualcuno forse questa restituzione sembrerà audace, e in qualche particolare si potrà forse dissentire dagli eruditi francescani; ma per parte mia dichiaro che le loro ragioni mi hanno pienamente convinto. E c'è da vivamente rallegrarsi che anche dalla parte dei Minoriti si lavori ora nello stesso senso e con lo stesso intendimento, che servirono alla riabilitazione della Cronaca del Clareno. Siamo ben lontani dal tempo, in cui per un malinteso amore dell'Ordine, si negava che i fraticelli fossero in origine i seguaci di fra Liberato e frate Angiolo. Ed è una vera fortuna che i Minoriti stessi, e i più illustri fra loro, rifacciano ora la storia degli antichi dissidi in un modo affatto obbiettivo e sereno, il che un tempo non avevano saputo farla neanche uomini del valore del Wadding e del Papini. Io non dubito che questa partecipazione dei dotti francescani al lavoro comune, questa concordia fra studiosi, appartenenti pure a indirizzi diversi, sarà per portare copiosi frutti, e da questo lato reputo la pubblicazione degl'illustri Francescani una delle più notevoli della letteratura storica dei nostri giorni.

Ma esaminiamo quali sono i fondamenti di questa ricostruzione dell'antica leggenda. A prima giunta sembrano molto deboli; perchè dobbiamo contentarci di una stampa fatta nel 1850 dal padre Melchiorri, sopra un manoscritto, che non risale oltre il 1577. Il trascrittore cinquecentista afferma di avere copiato da un codice antico, ma a qual tempo quest'ultimo risalga non è dato sapere. Certo è che la traduzione italiana non concorda col testo, che finora conoscevamo, dei tre Soci se non in piccola parte, 17 capitoli su 79. E fra una redazione, che ci è conservata da ben 17 codici, ed un'altra non data da codice alcuno, ma venuta a noi di terza mano, la scelta non può esser dubbia. E lo stesso P. Melchiorri stimò che la redazione genuina è quella già nota, non essendo i capitoli in più se non aggiunte cavate da altre leggende, sullo stampo di quelle che ci ha conservato l'opus conformitatum. Ma le ragioni, che sembrano le più ovvie, e si presentano alla prima a qualunque lettore, non sono sempre le migliori. E bisogna, prima di condannare la ricostruzione dei dotti francescani, andare ben più a fondo, e seguirli passo per passo nei loro ragionamenti, che a me sembrano condotti con molto rigore.

Il Sabatier aveva già notato che la leggenda dei tre Soci non poteva essere completa. Essi stessi dichiarano nella lettera al generale Crescenzio, che non vogliono scrivere la vita del santo, nè raccogliere i miracoli, quae sanctitatem non faciunt, ma solo ricordare gl'insegnamenti e gli ammonimenti suoi, che egli non pure colle parole ma ben più colle opere dava ai suoi fratelli (sanctae conversationis eius insignia et pii beneplaciti voluntatem ostendere). La qual parte era appunto la più trascurata nelle antiche leggende come nella prima Celanese, forse perchè gli autori non essendo stati in intimo commercio col Santo non avevano potuto appurarla. Dopo questo magnifico proemio, che ci promette di raccogliere dall'opera di s. Francesco i fiori più belli, che cosa ci dà la leggenda dei tre Soci, come finora ci è stata conservata? Ben poco o nulla. La leggenda si trattiene molto sui primi anni del Santo, sulla sua conversione, sulla raccolta dei primi compagni; ma non appena fatto cenno dell'elezione dei primi ministri si arresta, e salta nei due ultimi capitoli, la cui interpolazione è evidente, alla morte e alla beatificazione del Patriarca. Dove sono gl'insegnamenti ed ammonimenti promessi? Ed è mai credibile, che i compagni di s. Francesco, i zelatori della regola più pura, non riferissero le parole e gli atti del patriarca, che mostravano il come si dovesse osservare la regola? Tacendo queste cose, quali aggiunte avrebbero fatte alla prima vita del Celanese o all'antico poema che la mette in versi? È dunque evidente, che la leggenda a noi è pervenuta mutila, e se nella traduzione italiana questa copia di fiori si raccoglie, e le  aspettative del proemio non vanno frustrate, s'ha da ritenere non un tardivo raffazzonamento, ma per l'opposto la vera e completa leggenda quale i tre Soci la scrissero.

Se poi confrontiamo qualche luogo del frammento con la leggenda integrata, la dimostrazione sarà più evidente. Riportiamo qui sotto da un canto il capitolo 79 della redazione nuova e dall' altro il capitolo 17 o penultimo del testo conosciuto prima:

Cap. 79.

Cap. 17.

Perciocchè il beato Francesco per lo Spirito Santo della morte prossima certificato [1], et essendo nel palazzo del vescovo d'Ascesi, infermo, si fe' portare dai frati a Santa Maria di Portuncola, acciocchè là morisse et terminasse i dì suoi, dove la vita et il lume dell'anima havea incominciato a provare, et essendo in quel luogo infermo nell'ultima infermità, chiamò i compagni suoi, et spesse fiate fece le laudi di Dio decantare. Et letto il Vangelo et benedetti i frati si fe' della tonica spogliare et porre nudo in terra. Et fatto che fu, da poco dapoi passò di questa vita et si unì a Dio in cielo, quasi de notte, li quattro Ottobre 1226.

Post viginti autem annos, ex quo perfectissime Christo adhaesit apostolorum vitam et vestigia sequens, apostolicus vir Franciscus anno dominicae incarnationis mccxxvi quarto nonas octobris, die Dominico, felicissime migravit ad Christum, post multos labores requiem adeptus, et digne Domini sui conspectus praesentatus. Cuius animam vidit unus ex discipulis cius sanctitate famosus quasi stellam lunae immensitatem habentem et claritatem solis praetendentem, super aquas multas subvectam a nubecula candida, recto tramite in coelum conscendere.

 

Chi confronti i due luoghi, sarà subito dell'opinione dei padri francescani, che il capitolo 17 e per lingua e per stile stona con tutto il resto della leggenda dei tre Soci, che è semplice e nuda, senza orpelli e bagliori descrittivi. E che gli ultimi due capitoli del frammento a noi pervenuto sono una interpolazione, si sapeva anche prima; perchè si trovano in gran parte nella prima leggenda del Celanese, scritta per favorire la causa di frate Elia. Nè è supponibile che i tre Soci della più pura parte spirituale se l'appropriassero, guastando tutta l'economia del proprio lavoro. Questo confronto, che mostra all'evidenza come la traduzione porti la vera lezione non interpolata, basterebbe da solo a provare l'antichità del testo, da cui fu ricavata la traduzione italiana.

Nè diversa sarà la conclusione, se prenderemo ad esaminare i luoghi, dove la redazione antica fu mutilata. Il primo luogo è tra il capitolo XI e il XII, dove l'antica traduzione ha un capitoletto intermedio « Li nomi delli dodici primi frati Minori, fondatori dell'Ordine.... Due anni dopo la conversione sua (del beato Francesco) « seguitò lui frate Bernardo di Quintavalle; il terzo frate Pietro ec. ». Questo capitolo manca al frammento a noi pervenuto, ma che ci dovesse essere, si può argomentare dalle prime linee del cap. XII : Cum jam essent duodecim viri fortissimi, dixit illis undecim ipse duodecimus dux et pater eorum, il che suppone essere stato già detto come il numero sei fosse salito a dodici. Un altro luogo è fra i capitoli XIII, XIV del frammento, dove la traduzione inserisce cinque altri capitoli, che non parranno inutili a chi consideri, che dopo aver parlato di Santa Maria di Portuncula nella fine del capitolo tredicesimo, fosse ben naturale di trattenersi sulla predilezione che il Patriarca avea per questo luogo a preferenza di tutti gli altri, il che è detto nei capitoli 15, 16 della traduzione, ai quali fanno naturale seguito gli altri tre: « come volle che fusseno chiamati frati minori; come indusse et insegnò che andassino per la limosina; come andò con fervore incontro ad un frate che portava le limosine laudando Iddio». Il terzo luogo è tra i cap. XIV e XV del frammento, dove la traduzione italiana inserisce ben trentuno capitoli dal 21 al 53. Ed anche qui l'inscrizione appare naturale; poichè sarebbe stato molto strano che i tre Soci saltassero a piè pari gli anni più fecondi d'insegnamenti nella vita del Patriarca, quelli cioè che corrono tra l'istituzione delle riunioni capitolari in Santa Maria, che dovette accadere dopo l'approvazione della Regola per Innocenzo III (1210), e la morte del Cardinale Giovanni di S. Paolo, primo protettore dell'ordine (1216). Più strano ancora è il salto dall' anno 1217, in cui secondo il capitolo XVI del frammento e 55 della traduzione furono istituiti i primi ministri generali, e la morte di S. Francesco narrata nel capitolo XVII del frammento. E se la traduzione v'intercala altri ventisei capitoli, non fa certo di troppo.

Poichè dunque la traduzione italiana mantiene, più di quel che non faccia il frammento latino, le promesse date nel proemio; poichè nel capitolo della morte di s. Francesco reca una redazione più conforme a tutti gli altri capi della leggenda; poichè l'inserzione dei capitoli nuovi è ben naturale e colma le evidenti lacune della redazione a noi pervenuta, parmi pienamente dimostrata la sentenza dei benemeriti editori, essere il testo latino finora conosciuto una stroncatura di quello primitivo, onde fu tolta la traduzione.

Ma potrebbe dirsi: ammettiamo pure che il testo latino appaia lacunoso. Chi ci dice che i tre Soci stessi, per una ragione che ci sfugge, non l'abbiano dato così, e che un tardivo raffazonatore abbia poi tentato di rimpolparlo togliendo dallo Speculum perfectionis quello che faceva al caso suo? Certo sarebbe possibile anche questa ipotesi, ma la sua maggiore o minore probabilità dipende dal concetto, che ci formiamo dello Speculum perfectionis, e se si accetti o no l'ipotesi del Sabatier, che io stesso esposi e difesi in questo Archivio pochi mesi or sono. Mi conviene dunque ritornare sulla quistione dello Speculum e discutere le nuove e vigorose critiche del prof. I. Della Giovanna in un articolo intitolato Intorno alla più antica leggenda di S. Francesco d'Assisi (Giornale storico della Letteratura italiana, vol. XXXIII, pp. 63-76).

Le prime prove che il Sabatier addusse dell'antichità dello Speculum le ricavò naturalmente dalle citazioni, che di esso si rinvengono, a cominciare da quella del beato Venimbeni da Fabriano (1251-1322) riportata dal Wadding. La citazione è chiarissima: De supradicto fratre Petro Cathanii quod fuit generalis Minister habetur ex dictis fratris Leonis.... quem .... ego vidi et scripta ejus legi quae recollegit de dictis et vita s. p. n. Francisci. Rimanda a non dubitarne al capitolo 39 dello Speculum. Non potrebbe rimandare alla seconda vita del Celanese, dove pure è fatto cenno di Pietro Catani, poichè per lui l'unica fonte, o per meglio dire quella che pone come originale, sono i dicta fratris Leonis. Il Della Giovanna ben s'avvide di queste conseguenze, e per sfuggirle osserva: in ogni modo la citazione del Venimbeni dimostra tutto al più che egli conosceva una biografia di Leone, non già lo Speculum, che non è biografia, come se de dictis et vita volesse dire biografia o non piuttosto detti e fatti memorabili, quali appunto si contengono nello Speculum.

Non meno evidenti sono le citazioni del Clareno, il quale per ben due volte si riferisce al capitolo 3 dello Speculum colle parole ben chiare sicut frater Leo scribit.... ut frater Leo refert de capitido paupertatis. Eppure il Della Giovanna crede che questi alluda non allo Speculum sì alla leggenda dei tre Soci, nel mentre il Sabatier avea già notata che la leggenda è citata dal Clareno in altro modo, e, per farlo apposta, il capitolo, che in parte il Clareno riproduce, non si trova nè nel frammento latino nè nella traduzione completa della leggenda dei tre Soci.

Seguono le citazioni ancor più importanti di frate Ubertino da Casale. Di questo capo degli Spirituali, che fu il difensore e il successore dell'Olivi, il prof. Della Giovanna fa vero strazio, e non dubita di far sue le accuse di fra Raimondo e fra Bonagrazia. « Restano, egli scrive, i famosi rotuli autografi di Leone, veduti, posseduti e citati da Ubertino di Casale nell'Arbor vitae crucifixae; ma qual fede meriti l'attestazione di un'opera scritta con manifesta passione polemica da un frate, che nel 1305 dice che gli autografi di fra Leone si erano perduti e ciò non ostante ne cita lunghi passi, e che nel processo del 1311, in cui fu convinto de incredibili et nephando mendatio, dichiara di averli presso di sè, ma intanto non li produce propter vitandum legendi taedium ai giudici che lo accusano di falso, tutto questo ebbi già a opporre contro quelli che credono ciecamente al frate da Casale, che aveva interesse a coartare, come dice Dante, la Scrittura francescana ». La passione polemica non manca nè ad Ubertino nè al Clareno, ma parmi faccia velo anche all'acuto critico, che se avesse studiati i testi senza preconcetti, non li avrebbe intesi a quel modo. Frate Ubertino scrive: cum multo dolore audivi illos rotulos fuisse distractos et fuisse perditos. Qui non dice che i rotoli sono stati di fatto perduti, ma solo che egli ha sentito dire che così fosse. Era una notizia, che correva quando Ubertino scrisse l'Arbor vitae, notizia a cui egli avea tutte le ragioni di prestar fede; perchè, rinfocolate le ire tra spirituali e conventuali, non pareva vero a questi ultimi di togliere ai loro avversari le migliori armi, servendosi del famoso decreto emanato al tempo di s. Bonaventura. Ma non è detto per questo che la notizia si dovesse in seguito confermare. Qual meraviglia, che alle Clarisse sia riuscito di nascondere i preziosi autografi di fra Leone, sicchè più tardi venne fatto ad Urbino di ricuperarle e portarle seco in Avignone, dove si discuteva la grande lite? E qual meraviglia, che non ostante il creduto smarrimento degli autografi, Ubertino li abbia potuti citare numerose volte nell'Arbor vitae, servendosi senza dubbio delle note o delle trascrizioni che egli ne avea fatte?

Nè più felice è il nostro interprete quando esclama: « È curiosa la fortuna di questi autografi leonini, perduti, Ubertino li può citare testualmente; ritrovati non crede più conveniente di citarli per non infastidire i suoi accusatori ». Se si legge intero il passo, questa arguta opposizione sfuma. Ubertino nella sua Responsio dopo aver citato testualmente un lungo brano del capitolo 50 dello Speculum da vos fratres minores sino alla fine aggiunge: Haec sunt scripta de manu fratris Leonis.... non tamen dissencio a sententia domini papae (Gregorii IX) qui fratres dicti ad illius mandati observantiam non tenere.... quia iure humano non est dubium quod nihil possit praecipere, quia iam ipse (Franciscus) biennio ante et plus renuntiaverat omni praelationis officio, sicut idem frater Leo testatur (Speculum cap. 39), sed per modum precepti voluit nobis explicare intencionem suam.... Et idem frater Leo et hec alia plene probancia et istud membrum et alia inferiora conscripsit, quae propter vitandum vobis (cioè a Clemente V, cui la Declaratio è indirizzata) legendi tedium obmittuntur. Non è dunque vero che i rotuli ritrovati non li cita più. Li cita in questo luogo non una, ma due volte, ed aggiunge che non seguita nelle citazioni, che potrebbe moltiplicare a suo piacere, per non parere indiscreto non verso gli accusatori, ma verso Sua Santità, che doveva decidere la gran lite sull'uso povero.

Ma queste inesattezze non sono le sole. Chi ha detto all'egregio contraddittore che nel processo del 1311 Ubertino fu convinto de incredibili et nephando mendacio? Era questa la locuzione che solevano usare i conventuali non certo nel senso che Ubertino o altri per lui avesse foggiato i famosi rotuli, come pare che creda il Della Giovanna, ma invece per respingere lo accuse, che gli Spirituali rivolgevano ai conventuali di falsare la regola e sfuggirla dove e come potessero. Che queste accuse fossero tenute dagli accusati per infami e inaudite menzogne era ben naturale, ma non le tennero certo i giudici, cioè il Papa e la gran maggioranza del Concilio di Vienna; poichè è ben certo, ed ora gli eruditi francescani ribadiscono quello che io già provai nell'Eresia del M. E., che il concilio accettò la dottrina dell'uso povero strenuamente difesa da Ubertino. E convinto di mendacio non fu certo Ubertino, il quale anche quando sotto Giovanni XXII mutarono le sorti, fu trattato sempre con molti riguardi, ma ben piuttosto fra Bonagrazia, il procuratore e difensore della comunità, messo prima in prigione e poi confinato nell'oscuro convento di Valcabrère (Archiv. III, 33 e segg.). Parmi dunque che tutta la dimostrazione del prof. Della Giovanna è fondata su inesatte interpretazioni dei testi e sopra gravi omissioni di fatti ormai bene accertati e fuori discussione.

Ed avrei finito se non mi premesse di aggiungere qualche cosa alle giuste osservazioni del prof. U. Cosmo, il quale, nel fascicolo del luglio-settembre della Rivista storica del 1898, ribatte l'argomentazione del mio contraddittore per quel che riguarda il rapporto tra lo Speculum e la seconda vita Celanese. L' argomentazione in breve è questa, che molti racconti dello Speculum si trovano ripetuti nel Celanese. Quindi o dobbiamo supporre che il Celanese abbia tolto dallo Speculum codesti racconti, o per l'opposto lo Speculum sia stato fabbricato sui racconti della seconda vita di fra Tommaso. Non può essere vera la prima ipotesi; perchè in tal caso daremmo del mentitore al biografo, che dice nel suo proemio volere « scrivere cose che altri non ha ancora scritto ed esporle con uno stile suo proprio originale ». Non resta dunque se non la seconda ipotesi, che cioè lo Speculum sia da tenere una compilazione fatta quando più si attizzarono gli odi e le ire degli zelanti e dei conventuali al tempo di Ubertino da Casale e di Matteo da Acquasparta ». La terza ipotesi che tutte e due attingano ad una fonte più antica, a noi sconosciuta è inutile; perchè romperebbe contro le stesse difficoltà opposte alla precedenza dello Speculum. Ma anche qui parmi che i passi addotti dal prof. Della Giovanna si possano e debbano intendere in un senso ben diverso da quel che vuol lui. Nel proemio della seconda Vita del Celanese è detto: Continet in primis hoc opusculum quaedam conversionis facta mirifica, quae in legendis dudum de ipso confectis non fuerunt apposita, quoniam ad auctoris notitiam minime pervenerunt. Quali sono queste leggende o biografie del santo, a cui accenna l'autore? Certo tutte quelle che precedono, e quindi anche la prima vita scritta da fra Tommaso stesso, il quale qui si scusa di non avere registrato quei fatti venti anni prima, perchè non erano venuti a sua notizia. Così per esempio se nella prima vita non parla della rinunzia del generalato, che fa S. Francesco nelle mani di fra Pietro Catani, o se tace affatto dell'incidente di Bologna, nel quale s. Francesco ordina ai suoi frati di sgombrare dalla casa, dove s' erano raccolti, vuol dire che nè l'uno nè l'altro erano prima venuti a sua notizia. Come per l'opposto se nella seconda vita ricorda tanto l'uno quanto l'altro fatto, vuol dire che l'ha saputo d'altronde; sicchè la frase con la quale termina uno di questi racconti: testimonium perhibet et scribit hoc ille, qui tunc de domo aegrotus eiectus fuit, non vuol dire che fu lui il testimonio, come interpreta il Della Giovanna, ma invece quegli che ora gli fornisce la notizia mancatagli quando scriveva la prima vita. Non è il caso quindi di chiamarlo mentitore; perchè egli riproduce la testimonianza come l' ha trovata scritta, a quel modo che farà più tardi Alvaro Paez, come opportunamente ha notato il Sabatier.

Che la seconda Vita del Celanese, tanto differente dalla prima, sia un riassunto talvolta retorico e scolorito del vivo racconto dello Speculum si può dimostrare facilmente. Scegliamo come termini di confronto:

Spec. cap. 27.

2 Gel. 1. 15 (ediz. Rinaldi, p. 152).

Quodam tempore cum beatus Franciscus coepit habere fratres et maneret cum eis apud Rigum Tortum prope Assisium accidit ut quadam nocte.... exclamaret unus de fratribus dicens: morior morior.... Quid habes frater quomodo morieris? At ille ait: morior fame. Tunc beatus Franciscus statim parari fecit mensam et sicut homo plenus caritate et discretione comedit cum illo ne verucundaretur comedere solus, et de voluntate ipsius omnes aliis fratres pariter comederunt.

Clamat una de ovibus nocte quadam quiescentibus ceteris: morior, fratres, morior ecce fame. Surgit protinus pastor egregius, et oviculae morbidae remedio debito subvenire festinat. Mensam parari iubet, licet rusticanis refertam delitiis, ubi vini defectum, sicut et saepius, aqua supplevit. Incipit primus ipse comedere, et ad caritatis officium, ne tabescat frater ille rubore, reliquos fratres invitat.

Che fra Tommaso credesse bene di trascurare l'indicazione del luogo si capisce; a lui Rivotorto forse non era così caro come ai compagni di s. Francesco; ma se lo Speculum invece fosse foggiato sulla seconda Celanese non si capirebbe come venga fuori quella particolarità locale. Così pure in un altro capitolo, il 122, lo Speculum nomina un medico d'Arezzo, nomine Bonus Johannes, qui erat valde familiaris beato Francisco e racconta che avendolo il beato Francesco interrogato dicens: quid libi videtur bembemgnate (sarà forse benegnate) de hac mea infirmitate hydropisis questi rispose: secundum physicam nostram infirmitas tua est incurabilis.... Tunc beatus Franciscus jacens in lecto.... dixit: bene veniat soror mea mors. Di questo racconto così vivo, così preciso, così umano non passa nel Celanese se non l'ultima frase. Un santo come Francesco, non deve sapere da un medico l'appressarsi della morte. Dopo avere quindi intonato l'inno Bene veniat soror mea mors, si rivolge al medico: Frater medice, pronostica mortem quae mihi erit janua vitae (Sabatier, Speculum, p. 240, 24). Si vede che l'episodio del medico gli pesa e se ne libera al più presto tacendone il nome e sorvolando sul colloquio.

Anche nel famoso cap. 100 dello Speculum, dove si racconta l'origine del Cantico delle Creature, sono riferiti alcuni particolari interessanti, come ad es. che si ritrovava il Santo a S. Damiano in una cella contesta di cannucce, e che dopo avere molto sofferto del mal d'occhi e dell'importunità di certi topi, che gli saltavano addosso mentre mangiava, rivoltosi al Signore, ed ottenuta la promessa di un prezioso compenso ai travagli presenti, coepit meditari aliquantulum et postea dixit : Altissimo omnipotente bono Signore.

Il Celanese trascura, e ne ha le sue buone ragioni, l'indicazione della cella di cannucce in S. Damiano, e invece di riprodurre il canto, che forse non rispondeva al suo gusto poetico, vi accenna inesattamente: laudes de Creaturis tunc quasdam composuit et eas utcunque ad creatorem laudandum accendit (Sabatier, p. 198, 37). Il Della Giovanna medesimo nota che il Celanese non ricorda nella sua prima vita il Cantico delle Creature. Se dunque ne fa menzione nella seconda vita, è perchè attinge a documenti, che la prima volta ad auctoris notitiam minime pervenerunt. Onde io non dubito, che se inesattezza s'incontri, s'abbia tutta da attribuire al Celanese, il quale non nomina neanche frate Angelo e frate Leone, i joculatores Domini, che tengono bordone al cantare del Patriarca.

Lo Speculum racconta che s. Francesco, non appena composto il canto delle creature, mise pace tra il vescovo e il Podestà d'Assise facendo cantare da uno dei suoi frati: Laudato si missignore per quelli ke perdonano per lo tuo amore. In questo racconto io non so vedervi le incongruenze, che il Della Giovanna, seguendo il Papini, vi discopre. Che a quel tempo fossero frequenti gli attriti tra l'autorità laica e la vescovile, è cosa ben nota, e non è certo improbabile il fatto, che racconta lo Speculum, sebbene nessun'altra cronaca ce lo ricordi. Sarà stato uno di quei conflitti di giurisdizione, in cui entrambe le parti, riconobbero ben presto di avere ecceduto, e fecero quindi buon viso al messaggio di s. Francesco infermo, alla cui autorità tutti s'inchinavano. Dove è l'inverisimiglianza di questo fatto, così conforme all'indole dei tempi? In ogni modo è ben più facile ammettere che questo fatto sia accaduto, benchè altre fonti non lo comprovino, che ad immaginarlo inventato a cento anni di distanza, non si sa bene a quale scopo.

Mi sono allontanato solo in apparenza dai dotti francescani; perchè molti degli argomenti addotti contro il prof. Della Giovanna li ho tolti dall'introduzione del loro lavoro. E dimostrato, come a me non par dubbio, che lo Speculum perfectionis sia genuino ed antico, non v'ha più nessuna difficoltà ad ammettere, che quando i tre Soci furono chiamati dal Capitolo a scrivere sugl'insegnamenti e sulle opere di s. Francesco taciuti nelle altre leggende, vi rifondessero buona parte di quello scritto. Non ebbero a fare altro se non sopprimere alcuni particolari, che ora non facevano più al caso, e togliergli quel carattere polemico, che si rivela sopratutto nella frase tante volte ripetuta nos qui cum eo fuimus, divenuta inutile quando nessuno più dubitava della parola degli antichi compagni del santo. Così per esempio il cap. 28 della leggenda corrisponde al nono dello Speculum, dove si racconta che poichè un frate avea chiamata una cella onde usciva, « la cella di fra Francesco », il patriarca, sentendolo, disse: « perchè hai detto che quella è mia, da ora innanzi ci starà un altro, non io  .... Il nostro Signore.... non fè fare cella nè casa, ma stette sotto un sasso di monte ». Nel luogo dove ho messo i puntini lo Speculum intercala: nos vero qui cum eo fuimus saepe audivimus eum dicentem Vulpes foveas habent ec. Nella leggenda quel nos vero, che si opponeva ai fiacchi interpetri della Regola, sparisce, ma invece si aggiunge un particolare di più, che il fatto avvenne nel romitorio di Sartiano.

Il cap. 33 della leggenda corrisponde al 27 dello Speculum, dove è narrato il fatto più sopra ricordato di quel tale che « una notte, dormendo li frati, disse io muoio di fame.... Et levandosi il beato Francesco subito fè porre la mensa ». Vi sono però nella redazione della leggenda parecchie stroncature, tra le quali è notevole quella del fine del capitolo, dove lo Speculum per tema che l'arrendevolezza del patriarca non s'intendesse come un incoraggiamento all'infrazione della regola aggiunge: nos vero, qui cum eo fuimus, testimonium perhibemus de ipso, quod licet toto tempore vitae suae circa fratres esset discretus et temperatus, ita tamen quod ipsi fratres in cibis et aliis rebus nullo tempore deviarent a modo paupertatis et honestatis nostrae religionis. L'aggiunta, evidentemente polemica, fu ora soppressa, che non faceva più al caso. Il capitolo 58 della leggenda corrisponde al cap. 81 dello Speculum, ma nel discorso del Signore a s. Francesco sono soppresse tutte quelle frasi, che ricordavano i dissidi antichi intorno al culto della scienza e dell'eloquenza: Ego non elegi te pro homine litterato et eloquente, super familiam meam, quia nec te nec illos, qui erant veri fratres et veri observatores regulae, quam dedi tibi, volo ambulare per viam scientiam et eloquentiae. È soppresso anche l'accenno, che s. Francesco faceva della rinunzia al suo generalato, non dovuta soltanto alle sue infermità: postquam dimisi officium fratrum propter infermitates meas et aliquas causas rationabiles. Anche questo era un ricordo doloroso, che ora non occorreva più revocare.

Alcune volte la stroncatura è tale che un capitolo dello Speculum di parecchie pagine è ridotto a due righe sole. Così il capitolo 4 dello Speculum, dove per ribattere il solito punto: non est curandum de libris et scientia, sed de operibus virtuosis; quia scientia inflat et caritas aedificat, si racconta per lungo e per largo il discorso tenuto da s. Francesco con un frate che desiderava avere un salterio. Beatus Franciscus accepit de cinere et posuit super caput suum.... postea dixit... frater ego similiter tentatus fui habere libros ec. Tutto questo racconto così fresco e preso dal vero suona nella leggenda come eco lontana: fratri Laico volenti habere Psalterium ab eo licentiam postulanti cinerem pro Psalterio obtulit. Il capitolo 71 della Leggenda ricorda un grazioso discorso, che s. Francesco avrebbe desiderato di tenere coll'Imperatore, perchè imponesse per legge a gettar del grano.... acciocchè gli uccelli et spetialmente le nostre suore allodole habbiano da mangiare. Lo Speculum riferisce lo stesso discorso, ma vi aggiunge la solita testimonianza nos qui fuimus cum beato Francisco et scripsimus haec, testimonium perhibemus quod multoties audivimus eum dicentem. Questa testimonianza, che presenta s. Francesco pieno d'amore per tutta la natura, era necessaria perchè gli avversari dell'antico fervore non accogliessero il racconto con un sorriso di scherno. Ora invece, caduto da un pezzo frate Elia, le cose erano ben mutate e la testimonianza non occorreva più. I confronti si potrebbero moltiplicare, ma parmi se ne abbia d'avanzo per concludere, che la leggenda compendia dallo Speculum, e sulla leggenda è condotta in gran parte la seconda vita del Celanese.

È dunque pienamente confermato quel che racconta la cronaca dei 24 generali, che cioè da prima furono incaricati i tre Soci a scrivere su s. Francesco, ma poscia fu commesso al Celanese di ritornare sull'opera, che egli avea scritta venti anni innanzi con tutti altri intendimenti, e ad inserirvi tutta quella serie di fatti e di detti che non era prima venuta a sua notizia. Ben s' intende che non bastando l'opera dei tre Soci, che non era scritta a forma di leggenda e con istile fiorito, fosse incaricato il biografo ufficiale dell'Ordine a dare l'ordine e la forma letteraria ai ricordi dei compagni del Santo. Così si spiega come nella seconda Celanese ci sono tanti fatti, che nella prima mancano, e che se anche li avesse saputi, non ve li avrebbe certo inseriti perchè egli era uno schietto seguace di frate Elia e del partito dei moderati, al quale quegli apparteneva. Così si spiega ancora che la seconda vita di fra Tommaso appare rispetto alla prima come fredda e scolorita. La prima era tutta d'un getto, animata dal principio di difendere l'opera di frate Elia, e di presentarlo come il solo capace a raccogliere l'eredità di s. Francesco; la seconda invece non si sa a qual pensiero s'informi, non al conventualistico, non allo spirituale, e ben si vede che l'autore lavora sovra un materiale a lui offerto, e come straniero. A ragione scrivono i Padri Francescani « nella seconda Leggenda lo spirito del Celanese fu muto; un'ombra è discesa su quell' anima stanca; egli ritocca, raffazzona, il più compendia, qualche volta si allarga in rettoriche e fredde amplificazioni, ma il suo spirito è inerte, e solo a quando a quando si accende momentaneamente come fuoco di paglia ».

Quando dunque egli scrive nel proemio quell'involuto periodo: memoria nostra, velut hominum rudium, temporis prolixitate obtusa, fugas subtilium verborum eius et factorum stupenda praeconia nequit attingere, quae mentis exercitatae velocitas etiam coram posita comprehendere vix valeret, può bene avere inteso dire: i detti sublimi e i fatti meravigliosi del Santo Patriarca non si possono nè bene intendere nè ben conservare nella memoria, se non s'incastrino in un racconto ben ordinato, che convenientemente li lumeggi.

Contro queste argomentazioni che cosa valgono le testimonianze del Salimbene e di Bernardo da Bessa, che di deliberato proposito tacciono molte cose? Frate Bernardo non ricorda se non la prima leggenda del Celanese, la leggenda di Giovanni da Ceprano, la leggenda di frate Giuliano e la leggenda di s. Bonaventura. E la leggenda dei tre Soci e la seconda stessa del Celanese? Nulla. Lo stesso dobbiamo dire del Salimbene, il quale parla della seconda del Celanese, ma sebbene conosca i tre Soci e vi accenni anche, come bene osserva il Della Giovanna, pure dell'incarico dato dal generale e dal capitolo non fa alcuna menzione. Vuol dire forse che questo incarico non fu dato? Gli argomenti ex silentio valgono sempre poco, ma questa volta si risolvono in nulla.

Riassumendo tutto il mio discorso io affermo, che è pienamente provata l' antichità e l'autenticità dello Speculum, il quale è un libro polemico, ed a ragione batte e ribatte sul nos qui cum eo fuimus, quando si tratti di opere od insegnamenti di s. Francesco, dai quali si allontanavano i degeneri figliuoli. Quando invece racconta un fatto, di cui uno solo è stato testimonio usa la dicitura Et frater.... testimonium perhibet de hiiis et scripsit hoc. Vuol dire questo mutamento di dicitura una interpolazione, come mi obbietta il prof. Della Giovanna? Niente affatto, rispondo io. Le interpolazioni ci sono nello Speculum, ed alcune bene evidenti, come i detti di Corrado da Offida, ed altre più incerte. Ma il complesso dell'opera è tutta d'un pezzo, e dopo gli studi del Sabatier acquista quindi un valore di prim'ordine, come l'acquistò la cronaca delle tribolazioni. Ed io ben riconosco, che tutte quelle parti della mia Eresia dove mi allontano da essa, debbono andare corrette, come mi avverte un benevolo scrittore della Quartely Review (N. 377, p. 27). Così, p. es., devo riconoscere che i dissensi tra i frati cominciarono al tempo di s. Francesco, il che ci è confermato dalla cronaca di fra Giordano da Giano. Ammessa poi la priorità dello Speculum, è ben naturale che una parte di esso fosse rifuso nel libro che per incarico del generale e del capitolo scrissero i tre Soci.

Ma perchè mai a noi sia arrivato mutilo questo libro, è difficile dire, e si possono fare diverse ipotesi. Già i diciassette manoscritti, che ci conservano la leggenda mutila, sono tutti del secolo XV, e possono attraverso una o più copie derivare tutte da un antico originale mutilo. Potrebbe darsi che, quando furono ordinate le soppressioni delle primitive leggende, al tempo di s. Bonaventura fossero risparmiate insieme con la prima Celanese anche quella parte dei tre Soci che fosse la meno accentuata nel senso spiritualistico. Potrebbe anche darsi, che dovendosi per caso scrivere la leggenda dei tre Soci insieme collo Speculum perfectionis, allo scrittore fosse parso di saltare quei passi della leggenda, che nello Speculum si ripetevano. Quest'ultima ipotesi è la preferita da benemeriti editori, e sembra sia la più probabile; perchè nel manoscritto 2697 dell'università di Bologna, contenente una di queste raccolte, l'amanuense nota testualmente così: Quello che S. Francesco rispose a uno dei compagni.... el troverai nello specchio di perfectione.

In quanto all'antichità della traduzione lo Zambrini scrive: « Quanto al testo io dirò che comunemente egli è buono e sente molto della semplicità del trecento. Frequenti latinismi però e qualche vocabolo frase di conio non troppo antico, mi han fatto sospettare, che non sia lavoro del secolo XIV, a credere la qual cosa vie più m'induce l'esservi volgarizzato qualche brano dell'opus conformitatum, come afferma l'illustre editore ». Si vede che i giudizi sullo stile dipendono dall'opinione del Melchiorri, che lo Zambrini segue senza discutere. Quali siano i vocaboli di conio non antico egli non dice, ma non sarebbe difficile trovarli in un'opera, che non abbiamo certo nel suo testo genuino. Ma quanto ai latinismi io sono pienamente d' accordo coi dotti francescani, che se mai questa sarebbe una grande prova dell'antichità della traduzione; perchè non si capirebbe che, quando i costrutti italiani furono ben fissati, un traduttore, che dal complesso non apparisce certo un ignorante o uno scapestrato, si permettesse degli scambi come questi, che adduco ad esempio:

Quadam vero die cum misericordiam

Dei ferventius imploraret. Cap. 5.

Quando la misericordia di Dio più

 ferventemente dimandasse,

gli dimostrò il Signore.

Quum beatus Franciscus causa praedicationis ivisset ad quondam locum, accidit ut quidam pauper veniret ad eum. Cap. 30.

Quum semel obviasset cuidam pauperculo. Cap. 36.

Quum vero ivisset ad quandam ecclesiam. Cap. 48.

Dominus Ostiensis quum venisset ad capitulum. Cap. 56.

Quando il beato Francesco per cagione di predicatione fosse ito a un luogo, un povero venne a lui.

Conciossiacosachè una fiata andando il b. Francesco s'incontrasse in un pover huomo.

Quando fosse andato il b. Francesco.

Messer D'Ostia quando fusse venuto al capitolo.

 

Siamo dunque ben riconoscenti ai PP. Marcellino e Teofilo di avere ben rilevata l'importanza di questa antica traduzione, mediante la quale han potuto restituire l'intero testo della Leggenda dei tre Soci. E in fondo al volume hanno pubblicato un racconto, tolto alla quarta parte della leggenda del Celanese, che riguarda la visita della signora Giacoma di Settesoli. Il racconto del Celanese offre qualche diversità da quello dello Speculum. A quel desiderio d'infermo che il Patriarca mostrò di quel mangiare che a Roma « si chiama mortarolo, il quale si fa di mandorle, zucchero et altre cose », il Celanese accenna appena: « et ferculum quoddam, quod Sanctus appetierat, detulit »; ma per compenso al panno cinerino e alle candele aggiunse syndonem pro facie, pulvillum pro capite. Secondo il racconto dello Speculum « apparecchiò quella donna la vivanda, della quale desiderava mangiare il padre santo, ma esso poco « ne mangiò, perchè continuamente mancava et apparecchiavasi alla morte ». Secondo il Celanese invece: Sed romane devotionis adventu Sanctus fortior factus, pluscidum auspicatur fore victurum; unde et Domina illa licentiare decrevit reliquam comitivam; sola ipsa cum filiis et paucis scutiferis remansura. Cui Sanctus « Noli, inquit; sed ego sabato recedam; tu die dicta cum omnibus remeabis ». Per me tra il racconto dei tre Soci e quello del Celanese, sto per il primo: perchè nel secondo vi si vede troppo evidente lo sforzo di aggiungere dei ritocchi miracolosi. I tre Soci raccontano semplicemente « in quella settimana che venne donna Jacoma, passò di questa vita il santissimo padre nostro », ma della predizione ad ora fissa non sanno nulla, e si deve credere che sia un'aggiunta posteriore, che si rende ancor più precisa in Bernardo da Bessa: Ego sabbato in sero recedam.

Firenze, F. Tocco.

Nota

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[1] Qui manca qualche cosa. Secondo lo stilo del traduttore si dovr'ebbe scrivere « fosse certificato ».

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Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011