Paul Sabatier

Vita di Frate Leone

Traduzione di Giuseppe Bonghi

Edizione di riferimento:

Speculum Perfectionis, seu S. Francisci Assisiensis, Legenda antiquissima, auctore fratre Leone, nunc primum edidit Paul Sabatier, Paris, Librairie Fischbaker, Rue de Seine 33. 1898.

È tempo di fermarci un poco  sull'autore stesso dello Speculum perfectionis. L'uomo ci spiegherà l'opera e in seguito, per un inevitabile ritorno, l'opera ci aprirà il cuore di colui che in essa si è calato tutto intero.

Fino a questi ultimi anni, Frate Leone non era conosciuto che per le pagine calde e radiose dei Fioretti. Fra i santi e i Beati che vanno, che vengono, che parlano, che ridono, che piangono, in queste meravigliose storie, egli non non era comunque un personaggio di primo rango. Un posto ben più grande appartiene a Bernardo, a Egidio, a Santa Chiara, a Rufino, a Ginepro e a parecchi altri e pertanto sembrava che dopo quella di Francesco era l'anima di Frate Leone che illuminava queste pagine.

L'istinto popolare non si sbagliava. Se frate Leone non fosse stato ciò che fu, san Francesco non avrebbe potuto avere con l'ui la conversazione sulla perfetta letizia, che è rimasta a buon diritto come la sintesi e il fiore del vangelo umbro.

È abbastanza probabile che il suo maestro prodigasse i tesori del suo cuore davanti a frate Elia, e davanti al cardinale Ugolino allo stesso modo che a lui: ma non ce l'hano fatto sapere. Avevano altri pensieri per il capo. Lui, ascoltava con amore, e si sforzava di trascrivere balbettanto ciò che aveva visto e inteso. Egli redigeva, irresistibilmente spinto da questa forza che rende lo spirito incapace di contenersi.

È senza dubbio a causa di ciò che c'è in tutto ciò che risale a lui direttamente o indirettamente un'aura che non si trova in altri, una nettezza di suono più facile a sentire che ad analizzare.

Man mano che i documenti francescani ritornano alla luce, la figura di Frate Leone si precisa e si diventa più netta, ma nessun tratto è cambiato in questa pura e poetica fisionomia.

I cronisti dell'ordine sono d'accordo nel dirci che fu fra i primi che seguirono San Francesco, dopo l'approvazione della regola da parte di Innocenzo III.

La vivacità con la quale lo Spec. Perfect. racconta dei Frati nella capanna di Rivo Torto, rivela in effetti un testimone oculare

Nel mese di Agosto del 1220, si trovava malato a Bologna nel convento che Francesco fece evacuare, ed egli fu certamente di famiglia alla Porziuncola, al tempo che vi soggiornò il suo Maestro durante l'inverno in cui Pietro de Cattani esercitò la funzione di ministro generale (1220-1221).

La scomparsa della maggior parte della Leggenda dei tre compagni ci priva evidentemente d'una grande quantità di informazioni sulla sua attività. Egli sembra essere stato testimone della maggior parte dei fatti che racconta nello Speculum perfectionis, ma questi fatti, comunque si ripartiscono durante la vita di Francesco, riguardano in modo speciale i tre ultimi anni.

A partire dal giorno in cui Francesco si ritira al eomitorio di Fonte Colombo per comporre la Regola definitiva, Frate Leone du continuamente insieme a lui.

Da allora egli ci racconta le angoscie morali e le sofferenze fisiche del suo maestro quasi giorno per giorno e ora per ora.

Era dietro Francesco, quando questi ebbe a subire l'opposizione di un gruppo di ministri provinciali che non capivano granché la profondità del rinnovamento col quale il Peverello avrebbe voluto trasformare la Chiesa. Egli l'accompagnò a Roma durante queste ore di penosi tentativi in cui il santo ebbe ad incontrarsi    con prelati, dottori e canonisti. E così con quanta gioia malgrado l'inverno, il vento, la pioggia, essi uscirono dalla Città eterna per ritornare verso il povero romitorio di Fonte Colombo.

Una sola lacuna sussiste ancora nei racconti di questo periodo, e riguarda l'ultimo viaggio alla Verna e le stimmate. Frate Leone non vi fa che una allusione; ma molto utile per la psicologia del suo Maestro: egli ce lo mostra assalito dalle più amare tentazioni.

Questo silenzio pressochè assoluto sul momento culminante del corso della vita di Francesco, è perfettamente naturale. È sufficiente per comprenderlo mentre Leone ci ricorda il momento in cui raccontava gli ultimi momenti della vita del Maestro.

Non si trattava allora di scrivere la vita del Santo, ma unicamente di salvare il suo eremitaggio spirituale. È questa necessità che ha messo la penna in mano a Frate Leone, gli ha fornito il piano del suo lavoro tanto bene tanto bene quanto la scelta dei suoi racconti.

I quaranta giorni passati alla Verna rientravano in quella sfera che i mistici chiamano vita abscondita cum Christo, la vita nascosta con Cristo in Dio.San Francesco vi aveva vissuto in un certo senso per lui, guarendo dalle amarezze da cui era stato assalito al momento della redazione della regola e cercando nell'unione intima con Gesù la forza di completare il resto della sua missione.

Ecco perché nello Spec. perf.  Leone ripresenta questa pagina della vita interiore del suo padre spirituale. È per pietà, per delicatezza e perché gli avrebbe ripugnato di esporre ciò che lo stigmatizzato aveva così delicatamente nascosto.

Egli doveva mostrare in Francesco non il santo, ma il fondatore, l'istitutore dei frati Minori, ed è perché egli mette l'accento non sui rapporti di Francesco con Dio, ma con gli uomini in generale, ma sui rapporti con i frati.

In seguito, Leone riprese con preoccupazioni più profonde la vita del suo eroe, e mise in evidenza il missionario e il mistico, come la prova di ciò che sussiste ancora della Legenda Trium Sociorum e i resti che a noi sono pervenuti attraverso il rimaneggiamento e le cacellazioni di Tommaso da Celano. Ma la sua presenza alla Verna ci è garantita da un documento veramente eccezionale: voglio parlare della benedizione autografa che gli fu donata da San Francesco.

Le inquietudini e le tristezze del suo maestro lo avevano colpito? Si stancava, lui giovane e ardente, di questa solitudine alpestre resa glaciale dalle lunghe pioggie di Settembre? Noi non lo sapiamo. Ciò che è sicuro è che un giorno Francesco sentì che il suo compagno aveva bisogno di un incoraggiamento e d'un conforto.

Gli dettò allora una formula di benedizione: Benedicat tibi dominus et custodiat te, ostendat faciem suam tibi rt misereatur tui, convertat vultum suum ad te et det tibi pacem. Poi con la sua scrittura grossolana e un po' infantile, aggiunse di sua mano: Dominus benedicat f. Leo te; e firmò cioè: tracciò in basso sotto la scritta una croce in forma di thau.

È inutile dire con quanta cura Frate Leon custodì questo ricordo. Sotto le parole tracciate dalla mano stessa di Francesco, egli scrisse: Beatus Franciscus scripsit manu suâ istam benedictionem mihi fratri Leoni, et sotto il thau: Simili modo fecit istud signum thau cum capite manu sua. Infine per autenticare il tutto, scrisse nel margine superiore Beatus Franciscus duobus annis ante mortem suam fecit quadragesimam in loco Alvernæ ad honorem beatæ Virginis Marise, matris Dei et Beati Michælis archangeli a festo as-sumptionis sanctæ Mariæ Virginis usque ad festum sancti Michælis septembris et facta est super eum manus Domini, per visionem et allocutionem seraphym et impressionem stigmatum Christi in corpore suo. Fecit has laudes ex alio latere cartulæ, scriptas et manu suâ scripsit gratias agens Deo de beneficio sibi collato [1].

L'autenticità ormai ben sicura di questo documento è di una importanza capitale per gli studi francescani, meno per la loro testimonianza così categorica sulle stgmate, che attraverso le indicazioni che esso ci fornisce sulla relazione di Frate Leone con San Francesco e su venti altre questioni.

Si è talmente abituati a non considerare le leggende  come un'indefinita eco della realtà storica, che occorre proprio qui, in presenza dello Speculum Perfectionis e della Benedizione che sono due documenti di una eccezionale esattezza, rimarcare questo concetto.

Leggete il racconto del ricevimento delle stigmate in Celano 1: è il racconto dell'avvenimento visto da lontano, è già una testimonianza indiretta. Gettate gli occhi sul documento di Assisi: è la testimonianza diretta semplice e commossaquante cose nell'incontro di queste due scritture sulla stessa pergamena. Esse ci informano sul grado di cultura di Francesco e sulla destrezza grafica del suo segretario. Queste poche righe sono molto brevi ma non costituiscono esse un saggio dello stile di Frate Leone?

Coloro che hanno iriverentemente qualificato di "ritornello" Nos qui cum eo fuimus dello Speculum Perfectionis non ritrovano nel Mihi Fratri Leoni la stessa preoccupazione candida e toccante?

Frate Leone non aveva certamente che ben poca somiglianza  con i begli spiriti della fine del XIX° secolo, perchè egli credeva al diavolo, alle tentazioni, e che pensava di sfuggire alle insidie del Nemico, stringendo al petto un piccolo pezzo della pergamena. Questi non fu tuttavia uno spirito debole e si avrebbe torto di interpretare in questo senso il significato di Frate Pecorella che San Francesco gli aveva dato.

Lo Speculum Perfectionis soprattutto, se si prescinde del primo capitolo in cui si narra che tanto ha sofferto, è ben lontano dal rivelare uno spirito ottuso o incline al meraviglioso in un modo morboso. Si può benissimo credere che lodando “la sua semplicità e la sua purezza” Francesco voleva indicare tanto delle qualità dello spirito che delle virtù del cuore, l'assenza di ogni duplicità, l'abitudine di vedere giusto e di dire francamente ciò che ha visto.

Bisogna cercare la spiegazione delle parole nei tormenti che causavano al maestro quelli dei suoi frati che non volevano comprendere e accettare la regola pure et simpliciter. [2] Ciò ch'egli ammirava in Frate Leone era l'assenza di tutti questi ragionamenti scolastici, per mezzo dei quali certi pretesi fratu Minori annientavano il principio stesso della riforma tentata da lui.

Come Santa Chiara, alla quale si legò con un'indicibile amicizia, frate Leone fu un carattere. La sua indomabile perseveranza non ha completamente trionfato sulle circostanze, il lievito minorita non potè compiere la rigenerazione della cristianità, nè dare alla Chiesa un orientamento nuovo, ma almeno salvò la personalità storica del suo padre spirituale. Egli andò durante più di quaranta anni dopo la morte di Francesco scrivendo senza posa, rinfocolando l'entusiasmo, raccontando le meraviglie del Poverello [3]. Egli fece tanto e così bene che malgrado le persecuzioni, la soppressione o la distruzione dei documenti, scolpì nel cuore del popolo italiano questo ritratto di Francesco che non si è potuto mai estirpare. È a Frate Leone, dopo San Francesco che noi dobbiamo la soave e poetica immagine che fluttua come una benedizione al di sopra della cara Umbria. È a Frate Leone e ai documenti lasciati da lui che Wadding e i suoi successori devono quell'atmosfera serafica che vivifica le loro opere. È l'assenza di questi stessi documenti e il loro voluto disconoscimento che avvelena l'opera di Papini e fa che quest'ammirabile monumento storico, giaccia dimenticato come se fosse diventato già un mucchio di rovine.

Non si può pensare di indicare qui tutti i momenti in cui la presenza di Leone si rivela: questo comporterebbe il rifacimento della storia dell'opera di san Francesco, perché quasi ovunque nello Speculum perfectionis il racconto è evidentemente quello di un testimone oculare.

Al ritorno dalla Verna Leone accompagnò lo Stigmatizzato alla Porziuncula, e di là a San Damiano, dove ebbe con Santa Clara le premesse del Cantico del sole. Poi lo seguì ancora una volta per tutti gli eremitaggi della valle di Rieti, e qualche mese dopo a Siena, Nocera, infine al vescovado, durante queste terribili  giornate, in cui il povero moribondo non ebbe più altro modo di dimenticare un po' i suoi tormenti che farsi cantare da lui e da frate Angelo il Cantico del sole.

E dopo? quando era il segretario di Francesco? Non sappiamo, ma ciò che è sicuro è che se dal punto di vista spirituale, egli fu il suo amico più intelligente, più fedele, e per parlare il linguaggio francescano l'interprete semplice e puro del suo pensiero, la sua abilità tecnica è ammirabile. Quando compaiono i manoscritto dovuti alla mano di frate Leone, ai documenti della stessa epoca degli archivi del Sacro Convento o degli archivi municipali di Assisi, si resta meravigliati dell'attenzione devota con la quale Frate Leone faceva i suoi lavori. Certo attraverso i componimenti e soprattutto i testamenti di ricchi assisiati di quest'epoca, ne deriva che i notai hanno scritto con una cura meticolosa e tuttavianon le si saprebbe compararle con le pergamene scritte da Frate Leone.

È che il suo cuore guidava la sua mano. Supponiamo per un istante che non si sappia chi è l'autore dello Speculum Perfectionis. Non lo si indovinerebbe? Il ruolo che giocano in tutta quest'opera gli scritti di Francesco non rivelerebbe la sua origine.

Si vede l'autore, a furia d'entrare nella preoccupazione e nel pensiero del suo Maestro, appropriarselo, assimilarlo, e difenderlo, come propriamente il suo. È il buon servitore che dice “Le nostre terre”, parlando delle terre del suo maestro. Egli conosce i sudori e le lacrime che ebbe a versare per acquistarle e coltivarle; è per una parte dentro questo travaglio di conquista ed ecco perché egli ce le mostra con tanto compiacimento.

Questa unione di due uomini che si sono nel corso degli anni chinati sullo stesso obiettivo di perseverare la missione intrapresa questa comunanza di punti di vista non si potrebbe improvvisare. La si trova nello Spec. Perf., non la si trova in alcune altre biografie di San Francesco.

Ne esiste un altro testimone. È un biglietto indirizzato da San Francesco al suo amico. È molto breve, molto vago, e tuttavia ne emana una straordinaria emozione. È molto  lamentoso e tenerissimoe c'è nella lontananza dei pianti un dolore acuto che la rassegnazione cristiana non arriva a soffocare, questo somiglia a un frammento di sonata di Chopin la sera della morte d'un eroe.

F. Leo f. Francisco tuo salutem et pacem. Ita dico tibi fili mei sicut mater quia omnia verba quæ diximus in viâ breviter in hoc verba dispono et consilio et si... oportet propter te filium venire ad me quia ita consilio tibi in quocumque modo melius videtur tibi placere Domino Deo et sequi vestigia ipsius (?) et paupertatem suam faciatis cum benedictione Domini Dei et meâ obedientiâ et si tibi est necessarium pro animâ tuâ aut propter aliam consolationem tuam et vis Leo venire ad me veni. [4]

A partire dalla morte di San Francesco, frate Leone diventa il guardiano della tradizione francescana, mentre Tommaso da Celano ne era lo storiografo ufficiale. Su ordine di Gregorio IX, questi aveva scritto la Prima Vita; egli obbediva a un incarico regolare conferito da Crescenzio quando concluse la prima parte della Seconda Vita, a un altro conferito da Giovanni da Parma quando la terminò e infine a un incarico del Papa Alessandro IV, come hanno ben messo in evidenza Papini e Cozza-Luzzi, quando alla fine dei suoi giorni scriveva la Leggenda di Santa Clara.

È ammesso in generale che non si scrive la vita di un santo se non su specifico incarico, che nessun critico s'è sognato di leggere il prologo della leggenda composta nel 1246 dai Frati Leone, Angelo e Rufino se non attraverso questo pregiudizio.

Ma che si trova in questo prologo? Vi si trova che ben lungi dall'obbedire a un ordine di Celano, i tre Socii avevano agito di loro iniziativa. Il capitolo del 1244 aveva ordinato a tutti i frati di indirizzare al generale i signa et prodigia ch'essi conoscevano sulla vita del santo fondatore, ed essi rispondono all'appello ricordandogli l'antico adagio: Miracula sanctitatem non faciunt sed ostendunt, e invece di una collezione di fatti meravigliosi, gli inviano una vita, in cui essi si sforzano di mostrare stessa da cui era sgorgata la santità del loro padre spirituale. Poi, fin dal principio dell'opera, essi richiamano i loro titoli di gloria: nos qui cum eo fuimus dello Speculum Perfectionis  diventava Noi qui secum (b, Francisco) licet indigni fuimus diutius conversati.

Se ogni volta che esse lo desideravan una lewggenda d'un bello stile e scritta dal punto di vista ufficiale le autorità dell'Ordine e la Curia si indirizzavano a Tommaso da Celano, i frati che volevano avere una chiara idea della vita di Francesco, s'indirizzavano sempre a Frate Leone.

Si andava a lui come in pellegrinaggio [5], ed è grazie a lui, e a questo contatto vivente del suo pensiero con il pensiero di tutta la generazione che seguì la morte del Maestro, che l'epopea francescana ha vissuto. È ai suoi piedi che Giacomo da Massa, Corrado d'Offida e molti altri s'impregnarono dello spirito dei tempi primitivi, di questo spirito che doveva far sbocciare laggiù intorno alle cellule disperse dei boschi della Marca d'Ancona, i Fioretti di San Francesco.

Talvolta gemeva sulla brevità delle leggende ufficiali, sulla scarsità di dettagli ch'esse davano sui momenti più solenni della vita del Maestro [6]. Poi, quando gli uditori si allontanavano, egli si rimetteva al suo tavolo di lavoro per completare i suoi ricordi, mostrare il compimento di tutte le profezie fatte dal Poverello, ed anche per circondare la sua leggenda con quella dei suoi primi e fedeli compagni.

I suoi lavori, una volta terminati, erano affidati a Santa Clara e alle sue compagne.

Gli avversari di Frate Leone non si accorsero che rifiutando alle sue opere storiche la vidimazione che avrebbe permesso la loro diffusione, aumentavano, sotto certi aspetti, l'influenza ch'essi avrebbero voluto annullare. Non potendo leggere i suoi scritti, i frati andavano a lui per apprendere dalla sua viva voce le grandi tradizioni dell'Ordine, e questo contatto vivente, personale, non con un libro, ma con un uomo, aveva nell'anima degli uditori un tutt'altra ripercussione che una lettura. Così si spiega come i suoi scritti hanno potuto per così dire scomparire e che il suo pensiero abbia potuto allo stesso tempo penetrare così profondamente la storia francescana.

A coloro che venivano per vederlo e per ascoltarlo, Frate Leone sembra sovente aver donato in ricordo alcune parola di San Francesco, naturalmente scelte con il fine di mantenere coloro che le ricevevano nella osservanza pura della Regola. Era allo stesso tempo un memoriale e una parola d'incoraggiamento. A Corrado d'Offida, per esempio, aveva dato un piccolo scritto di cui cè giunto il contenuto. Egli vi mostrava come tutte le prove subite dall'Ordine nell'ordine in cui ci si trovava, erano state predette da Francesco, poi in risposta alla questione angosciante di questi: De quo vivent fratres mei qui latitabunt in desertis? Christo aveva risposto con la promessa: Ego pascam sicut pavi filios Israël in deserto.

Abbiamo appena parlato  della benedizione autografa data da San Francesco a Frate Leone. Questa è un pezzo di genere analogo. Le righe che la precedono sono destinate ad autenticarla, tutto come il racconto di Frate Leone aveva il medesimo fine.

Noi non sappiamo che poche cose delle sue relazioni con Salimbene e con il Beato Francesco da Fabriano.

Sul primo non ha avuto, in ogni caso, alcuna influenza apprezzabile. Quanto al secondo, la citazione di Wadding [7] data qui sotto costituisce già una testimonianza singolarmente preziosa e fa ancor più desiderare che gli eruditi di Fabriano si mettano alla ricerca del manoscritto dal quale è stata tratta e ne assicurino la pubblicazione. L'uomo suo quale Frate Leone ha avuto l'infuenza più profonda è sicuramente Angelo Clareno [8]. Ed è proprio attraverso questi che il confidente di San Francesco può essere considerato come il padre degli Spirituali e degli Osservanti della fine del XIII° secolo, come l'iniziatore del movimento di riforma che ebbe nel tentativo di San Celestino V la sua manifestazione più conosciuta.

Gli Scripta verba di cui abbiamo poco fa parlato, come quelli mandati da Frate Leone a Corrado d'Offida, formano l'anello di congiunzione della tradizione dei Francescani spirituali tra lo Speculum Perfectionis  e la Cronaca delle tribolazioni. L'orizzonte ci appare già tutto oscurato, come lo era per il partito della stretta osservanza verso la fine della vita di Frate Leone, ma l'uragano non si è ancora levato nell'opera di Angelo Clareno. Del resto c'è da pensare che Frate Leone avrà  consegnato degli scripta analoghi ad altri amici prediletti, e che sotto l'incalzare degli avvenimenti, egli dava alle profezie  di San Francesco una precisione sempre più grande, e così si spiega, secondo me, la lunga serie di profezie inserite nello Speculum Vitae, le Conformità e altre raccolte, che sembrano uscire dalla stessa penna, ma le cui innumerevoli varianti scoraggianovomunque la maggior parte dei critici. La vecchia concezione, dopo la quale uno dei testi deve essere autentico ad esclusione di altri, non porta ad alcun risultato. Tutti questi testi, o quasi tutti, sono autentici, ma per comprenderli e tirarne fuori giuste conclusioni, occorre riallacciare ciascun d'essi al periodo della vita di Frate Leone, durante la quale essi sono stati composti

Questo lavoro non potrebbe trovare spazio qui. Speriamo che qualche valente critico lo tenterà.

Applicando a queste delicate questioni, ciò che io non posso affatto definire Le regole della vita, le si vedrebbe iluminare in fretta e la molteplicità dei rimaneggiamenti ben lontano dal costituire un imbarazzo diventerebbe un indice di sviluppo e di sincerità [9]. Nel movimento francescano, la fondazione d'un ordine religioso non è che un episodioc'è stato in lui uno dei tentativi più energici compiuto dall'umanità per conquistare la virilità spirituale, e come lo vide Giovanni da Parma, per fondare la città delle anime. Voler applicare a lui i principi della logica formale, significa condannarsia non comprenderci nulla.

In Santa Chiara, Fratello Leone non aveva solamente una sorella per la quale vivere era perseverare senza esitazioni sulla strada tracciata da San Francesco, un'anima ardente e immolata all'ideale, lei giocò un ruolo anche più modesto, ma non meno necessario, divenendo la depositaria di tutto ciò che usciva dalla sua penna.  Man mano chevenivano composti, libri, cedole rotoli, erano portati a San Damiano, per esservi accuratamente conservati in attesa di giorni migliori.

Rotuli e cedulae sono scomparsi. Chissà se un giorno verranno ritrovati? Per secoli la Regola fatta da San Francesco per le Clarisse era rimasta dimenticata fra i vestiti della santa dove si era andati a cercarla solamente alla fine dell'800 [10], ed è stata pubblicata negli stessi giorni dall'editrice Quaracchi nel 1827 qualche giorno prima del celebre Privilegium Paupertatis.

È facile comprendere che per il contenuto stesso questi scritti erano fortemente esposti ai tentativi dei favorevoli alla larga osservanza, molto desiderosi di far sparire tutto ciò che contrariava, o avrebbe potuto contrariare, i loro disegni.

Comunque siano andate le cose, il Tesoro della Basilica di Santa Chiara racchiude un'altra reliquia d'una reale umportanza storica, cioè il breviario di San Francesco, che vi fu depositato da Frate Leone e dal suo amico Frate Angelo.

Più avanti si troverà la lunga annotazione che Frate Leone vi ha scritto sia per autenticarlo, com'era sua abitudine, che per raccomandarlo alle cure pietose delle suore. Infine abbiamo ancora un altro monumento del suo lavoro: è il breviario conservato fra le reliquie di San Damiano, scritto tutto di suo pugno per l'uso di Santa Chiara. È un ammirabile manoscritto a due colonne su una pergamena comprendente dapprima il Salterio, poi un breviario-messale. Questa seconda parte è solo numerata (272 fogli): misura centimetri 24 X 16 e si trova tutto disseminato di rubriche improntate all'ordine romano: voglio dire ch'egli indica per tutte le feste le cerimonie alle quali il Papa prende parte in quei giorni. Al fo. 3 si legge una data, forse quella del momento in cui fu cominciato il lavoro A.D.M.CC.XXVII. L'autenticità è assicurata dalla comparazione di Fr. Leone sulla benedizione conservata nel Tesoro della basilica di San Francesco [11].

Si può notare dunque che quasi tutti i documenti che noi abbiamo su Frate Leone, ci riportano anche a Santa Chiara. È esagerato pensare che questa unione di pensiero fu profica a tutt'e due? Chi sa se non fu l'influenza di santa Chiara che conservò in frate Leone questa inflessibilità di linguaggio che così sovente fece passare i francescani spirituali per eretici e ribelli?

Leone e il suo amico frate Angelo di Tancredi provarono il dolore e la gioia e la gioia di assistere la loro santa amica nei suoi ultimi momenti. È l'11 agosto 1253, alle prime luci dell'alba, ch'ella resa l'ultimo sospiro, accompagnata, per così dire, dalle loro preghiere e dal loro incoraggiamento.

La scomparsa della loro nobile sorella non mise comunque fine alle relazioni così dolci che si erano stabilite tra loro e le Clarisse. Il breviario di San Francesco, di cui abbiamo parlato in altra parte, fu confidato a quelle nello stesso momento in cui Benedetta era già stata eletta badessa del Monastero delle Povere Dame [12].

Verso la stessa epoca vediamo frate Leone incaricato dalle suore d'Assisi d'una missione presso san Bonaventura allora Generale dell'Ordine.

A partire da questo momento non possediamo più alcun insegnamento un po' dettagliato dei fatti della sua vita e delle sue opere. Ciò che appare sicuro è che egli non si allontanò quasi mai da Assisi. Si trova qua e là il suo nome in testamenti di questo periodo. L'8 aprile 1258  Johanna Benvenutii Bonaventuræ gli lasciò XL solidos e una tunica. [13]

Gli ultimi anni della sua vita furono rattristati non solo dal trionfo definitivo del partito che accettava tutte le modificazioni che avevano poco a poco così profondamente cambiato l'ispirazione stessa dell'opera intrapresa a suo tempo dal Poverello, ma dovette assistere impotente alle caricature sovente stupide, talvolta criminali, del movimento francescano, che sorgevano ovunque verso la metà del tredicesimo secolo. Non si può certo credere a tutto ciò che Salimbene narra dell'ordine bizzarro degli Apostoli, si vede troppo bene il ruolo che una gelosia meschina gioca nel suo giudizio, ma è evidente che se egli vi ebbe, per mezzo dei discepoli Segarello e Dolcino dei sinceri e degli illuminati, egli vi trovò anche la truppa degli ipocriti e dei mattacchioni che battevano cassa facendo leva sull'entusiasmo religioso e sulla credulità dei loro contemporanei.

Le eccentricità di questi pseudo-religiosi e la loro affettazione nell'adottare le minuzie più caratteristiche dell'abito dei Frati Minori, non erano messe in atto senza compromettere alcuni di questi, soprattutto quelli del gruppo della più stretta osservanza. I nemici dei Francescani non mancavano di sfruttare queste analogie, e la folla distratta poteva confondere Frate Leone e i suoi amici con libertini spiriruali. Si comprendono i lamenti amari che emise [14] colui che sapeva che la vera libertà spirituale non esiste che nel cuore di colui che affrancato da ogni sottomissione temporale si fa per amore servitore dei suoi fratelli.

Egli aveva visto scomparire successivamente tutti gli uomini della prima generazione francescana. Si recarono entrambi alla Porziuncula per attendervi la liberazione suprema e ravvivare ancora i loro ricordi all'mbra del santuario che ricordava loro le emozioni e le visioni gloriose degli antichi giorni. E vi trovarono quel che cercavano. I cieli si aprirono e la teoria dei santi  andò loro incontro per accogliere la loro anima. Frate Ruffino si addormentò per primo. Leone lo seguì presto [15]. Noi non sappiamo chi gli chiuse gli occhi, ma è impossibile indovinarlo? Quella che san Francesco amava chiamare Frate Giacomina [16] viveva ancora ad Assisi. Prima di ghiacciarsi per l'eternità la mano del povero frate Pecorella potè dunque serrare una mano amica  egli potè veder scendere lagrime brucianti d'amore e d'ammirazione, di cui egli stesso aveva bagnato il letto di santa Clara

Sommario cronologico

I. Fatti che hanno una data sicura grazie alle indicazioni tratte dallo Speculum Perfectionis o ai sincronismi che hanno permesso di stabilirla

a. Dopo la Conversione di Francesco

92. Qualiter inventus fuit ire plangendo altâ voce passionem Christi.

b. Soggiorno a Rivo Torto e primi tempi dell'Ordine

36. Qualiter dixit fratri Egidio ut vestiret pauperem.

44. Quod pro fundamento humilitatis voluit omnes fratres suos servire leprosis.

24. De fratre qui nec orabat nee laborabat sed bene comedebal.

27. Qualiter condescendit fratri qui moriebatur fame comedendo cum ipso admonens fratres ut discrete pænitentiam agerent.

28. Qualiter condescendit fratri infirmo comedendo uvas cum eo.

26. Qualiter revelatum fuit sibi a Domino ut vocarentur fratres Minores et annuntiarent pacem et salutem.

55. Qualiter humiliter acquisivit ecclesiam Sanctæ Mariæ de Angelis ab abbate Sancti Benedicti de Assisio et voluit fratres semper ibi humiliter habitare.

56. De humili reverentiâ quam ostendebat circa ecclesias scopando et purgando eas.

57. De rustico qui invenit eum scopantem ecclesiam et conversus intravit ordinem et fuit sanctus frater.

18. Qualiter induxit et docuit primos fratres ut irent pro eleemosyna.

19. Quod nolebat fratres esse sollicitos et providus de crastino.

c Estate del 1217.

65. Qualiter voluit ire humiliter ad partes longinquas sicut misciat alios fratres et qualiter docuit fratres ire humiliter et devole per mundum.

d. Giugno 1218.

68. Qualiter reprehendit fratres volentes ire per viam sapientiæ et scientiæ et non per viam humilitatis.

e. Estate - Autunno 1220.

6. Qualiter fecit exire omnes fratres de quadam domo quæ dicebatur esse domus fratrum.

3. Qualiter respondit ministro volenti habere libros de licenliâ ejus et qualiter ministri ipso ignorante fecerunt removeri de regulâ capitulum de prohibitionibus evangelii.

78. Quod voluit religionem suam semper esse sub protectione et correctione Ecclesiæ romanæ

39. Qualiter resignavit officium prælationis et instituit generalem ministrum fratrem Petrum Cathanii.

f. Vicariato di Pietro de' Cattani (sett. 1220-marzo 1221.

58. Qualiter punivit seipsum in sculellâ cum leproso comedendo quia fererat illi verecundiam.

38. De testamento novo quod fecit dari mulieri pauperi matri duorum fratrum.

61. Qualiter fecit se trahi nudum cum fune ligato ad collum coram populo.

43. De humili responsione beatorum Francisci et Dominici quando fuerunt simul interrogati a cardinali utrum vellent fratres suos esse prælatos in ecclcsiâ.

g. Tra il 1221 e il 1224.

64. Qualiter descripsit statum perfectæ humililatis in seipso.

h. Vicariato di Pietro de' Cattani o di frate Elia (1220-1226).

4. De novitio volente habere psalterium de licentiâ ejus.

8. Qualitler increpavit vicarium suum quia faciebat ibi (apud Portiunculam) fieri unam domumculam pro dicendo officium.

40. Qualiler resignavit etiam socios suos nolens habere socium specialem.

46. Quod usque ad mortem voluit habere guardianum unum de sociis suis et vivere in subjectione.

102. Qualiler prævidit casum fratris qui nolebat confileri sub specie silentii.

i. Estate del 1223.

105. De militibus Perusii qui impediebant prædicationem suam.

j. Autunno del 1223 e inverno seguente.

1. Quomodo b. Franciscus respondit ministris nolentibus obligari ad observandam regulam quam faciebat.

67. Qualiler ex verberatione damonum cognovit plus placere Domino quod staret in locis pauperculis et humilibus quam cum cardinalibus.

94. De zelo ipsius ad orationem et opus divinum et ad servandam liætitiam spiritualem in se et in aliis et primo de oratione el divino officio.

k. Ultimi anni.

81. Qualiter locutus fuit sibi Dominus dum nimis affligeretur propter fratres qui declinabant a perfectione.

98. Qualiter dæmon intravit pulvinar quod habebat sub capite.

l. Settembre 1224.

99. De gravissimâ tenlatione quam habuit ultra duos annos. (La data qui non si applica che alla seconda parte del capitolo.)

117. Quod nunquam voluit portare unam pellem quia non permisit eam comburi.

79. De quatuor prærogativis quas Dominus donavit religioni et nuntiavit ea beato Francisco.

m. Estate-Autunno del 1225 e Inverno seguente.

91. Quod non curabat de suis infirmitatibus propter amorem passionis Christi.

100. De tentatione quam habuit per mures de quâ consolalus est eum Dominus et certificavit eum de regno suo.

120. Hæc est laus de creaturis quam fecit quando Dominus certificavit eum de regno suo.

120. De vineâ sacerdotis quæ fuerat spoliata uvis occasione beati Francisci.

16. Quod nolebat satisfacere corpori suo de his quibus putabat alios fratres indigere.

110. Qualiter Dominus providit fratribus sedentibus ad mensam pauperculam cum medico.

115. De amore et obedientiâ ignis ad ipsum quando fecit sibi fieri cocturam.

33. Qualiter misit mantellum mulieri pauperculæ quæ patiebatur in oculis sicut ipse.

n. Annata 1226.

41. Quod propter malos prælatos renuntiavit officium suum.

o. Primavera-Estate del 1226.

53. Qualiter humiliter et vere respondit cuidam doctori ordinis Prædicatorum interroganti eum de verbo Schripturæ.

10. De modo capiendi loca in civitatibus et ædificadui in eis secundum intentionem beati Francisci.

74. Qualiter ad verecundiam suam docuit fratres cognoscere quando ipse erat servus Dei et quando non.

87. De tribus verbis quæ reliquit fratribus ad conservandum perfectionem ipsorum.

30. Quod furtum reputabat non dare magis egenti.

31. Qualiter dedit mantellum novum pauperi cum pacto.

22. Qualiter milites invenerunt necessaria petendo eleemosynam ostiatim juxta consilium beati Francisci.

p. Soggiorno al Vescovado (1226).

2. Qualiter b. Franciscus declaravit voluntatem et intentionem suam quam habuit a principio usque ad finem super observantiam paupertatis.

109. Qualiter prædixit corpus suum esse honorandum post mortem.

111. De pisce quem appetebat in infirmitate suâ.

101. Qualiter prædixit pacem fiendam inter episcopum el potestatem Assisii virtute laudis quam fecerat de creaturis quam fecit cantari a sociis suis coram illis.

119. Qualiter commendabat solem el ignem præ aliis creaturis.

121. Qualiter respondit fratri Heliæ arguenti ipsum de tantâ lætitiâ quam ostendebat.

122. Qualiler induxit medicum ad dicendum sibi quantum poterat vivere.

123. Quod statim quum audivit se cito moriturum fecit sibi cantare laudes quas fecerat.

q. Ultimi giorni (Autunno 1226).

124. Qualiter benedixit civitati Assisii quando portabatur ad S. Mariam ut ibi moreretur.

80. De conditionibus quas dixit esse necessarias Generali ministri et sociis ejus.

89. Qualiter timebat ne fratres incurrerent aliquam tribulationem propter infirmitates suas.

90. Qualiter admnuit sorores sanctæ Claraæ.

107. De his quæ prædixit de fratre Bernardo et qualiter impleta fuerunt omnia sicut dixit.

112. De cibo et panno quos appietebat circa inortem.

l08. Qualiter prope mortem misit beatæ Claræ quod videret ipsum et impletum est post mortem ejius.

88. De amore quem ostendit fratribus prope mortem dando singulis buccellam panis sicut fecit Christus.

113. De amore quem habuit specialiter ad aves quæ quæ vocantur

alaudæ capellalæ quia per eas figurabat bounum religiusum.

II. Capitoli il cui contenuto permette

qualche congettura sull'epoca dei fatti raccontati.

a. Vers 1217.

11. Qualiter fratres maxime prælati et scientiati fuerunt b. Francisco contrarii in faciendo loca et habitacula paupercula.

b. Vers 1223.

13. Qualiter Christus dixit ei quod nolebat fratres aliquid habere nec in communi nec in speciali.

c. Inverno 1224-1225 (?).

29. Qualiter nudavit se et socium ut vestiret pauperem.

d. Feste di Natale degli ultimi anni.

20. Quomodo reprehendit fratres verbo et exemplo qui paraverant mensam sumptuose in die Nativitatis Domini.

62. Quod volebat omnibus esse notum quidquid consolationis recipiebat corpus ejus.

c. Soggiorno al Vescovado.

71. Qualiter respondit socio suo quærenti quia non corrigebat excessus qui fiebant in ordine tempore suo.

III. Chapitres dont les récits ne renferment aucune indication

qui pour le moment ne permette de les classer.

7. Qualiter voluit destruere quamdam domum quam fecerat populus Assisii apud Sanctam Mariam de Portiunculâ.

9. Quod nolebat b. Franciscus stare in cellâ curiosâ vel quæ diceretur esse sua.

14. De exsecratione pecuniæ et qualiter punivit fratrem propter hoc.

17. Quod verecundabatur videre aliquem se pauperiorem.

21. Qualitr dominus Ostiensis ploravit et ælificatus est de paupertate fratrum.

23. Qualiter ivit pro eleemosynâ priusquam intraret ad mensam cardinalis.

25. Quomodo exivit cum fervore ad quemdam pauperem qui ibat pro eleemosynis laudando Deum.

32. Qualiter quidam pauper virtute eleemosynæ beati Francisci remisit injurias et odium domino suo.

34. Qualiter dedit tunicam fratribus petentibus eam amore Dei.

35. Qualiter voluit occulte dare pauperi unam petiam panni.

37. De paenitentiâ quam dedit fratri qui male judicavit pauperem.

45. Quod de omnibus bonis verbis et operibus suis volebat soli Deo attribui honorem.

50. Qualiter respondit fratribus suadentbus ei ut peteret privilegium ut possent libere prædicare.

59. Qualiter fugavit dæmones cum verbis humilitatis.

60. De visione fratris Pacifici quam vidit et audivit sedem Luciferi reservari humili Francisco.

63. Qualiter accusavit se statim de vanâ gloriâ quam habuit dando eleemosynam.

66. Qualiter docuit quosdam fratres lucrari animas quorumdam latronum per humilitatem et caritatem.

103. De illo qui plorabat coram b. Francisco ut reciperetur ad ordinem.

106. Qualiter prævidit occultam tentationem cujusdam fratris.

116. Quod noluit exstinguere nec permittere exstingui ignem qui comburebat brachas suas.

IV. Capitoli che contengono opinioni spirituali de saint Francesco

che sfuggono per loro natura ad ogni classificazione cronologica

5. De paupertate servanda in libris, lectis. ædificiis et utensilibus.

12. Quod reputabat furtum acquirere eleemosynas vel uti eis ultra necessitatibus.

15. De vitandâ mollitie et multitudine tunicarum et habendâ patientiâ in adversis.

42. Quod humiliter acquirebat carnes pro infirmis et monebat eos esse patientes.

47. De perfecto modo obediendi quem docebat.

48. Qualiter assimilavit perfectum obedientem sub figurâ corpori mortuo.

49. Quod periculosum est cito præcipere per obedientiam et præcepto obedientiæ non obedire.

51. De modo quem tenebant tunc fratres in reconciliando se invicem quando unus turbabat alium.

54. De humilitate et pace habendâ cum clericis.

69. Qualiter præscivit el prædixit quod scientia diebebat esse occasio ruinæ ordinis et  qualiter prohibuit unum sociorum ne nimis intenderet studio prædicationis.

70. Quod tempore tribulationis futuræ qui intrabunt ordinem erunt benedicti el qui erunt probati meliores prædecessoribus suis.

72. Quod orationibus et lacrymis humilium et simplicium fratrum convertuntur animæ quæ videntur converti propter scientiam et prædicationem aliorum.

73. Quod volebal et docebat prælatos et prædicatores debere exercere se in oratione et in operibus humilitatis.

75. Quod volebat omnino quod fratres omnes laborarent de manibus suis.

76. Qualiter laudabat professionem regulæ et volebat fratres scire eam ey loqui de eâ et mori cum eâ.

82. De singular! zelo qucm habuit ad locum S. MariiE ct de consti

tutiunibus quas fecit ibi contra verba otiosa.

83. Qualiter admonuit fralres ut nunquam dimillerenl ipsum locuni.

85. Qualiter descripsit eis fralreni perfectum.

86. Qualiter describebat oculos impudicos ut induceret fratres ad honestatem.

93. Qualiter solatia quæ aliquando faciebat exterius vertebantur in lacrymas et compassionem Christi.

95. Qualiter in se et in aliis semper dilexit lætiliam spiritualem et exteriorem.

96. Qualiter reprehendit socium qui erat tristis in facie.

97. Qualiter docebat fratres satisfacere necessitatibus corporis ne oratio amittatur.

114. Quod volebat suadere imperatori ut faceret specialem legem quod in Nativitate Domini homines bene providerent avibus et bovi et asino et pauperibus.

118. De singulari amore quem habuit ad aquam et petras et ligna el flores.

V. Capitoli, i cui racconti non concernono San Francesco.

52. Qualiter Christus conquestus fuit fratri Leoni socio beati Francisci de ingratitudine et superbiâ fratrum.

77. De sancto laico qui fuit martyrisatus tenendo regulam in manibus.

84. De prærogativis quas fecit Dominus in loco Sanctæ Mariæ de Angelis.

Note

________________________

[1] Fin dal 1247, cioè molti anni prima della morte di Frate Leone (+1271) questa reliquia è descritta da Tommaso da Celano, e dopo una serie ininterrotta di testimonianse, ci assicura la sua conservazione e la sua identità. L'autenticità fu vivamente messa in discussione verso il 1720, per animosità contro i Conventuali, che la conservano nel Tesoro del Sacro Convent. In questa discussione le considerazioni scientifiche rimasero in secondo piano.

[2] Sicut dedit Dominus pure et simpliciter dicere et scribere regulam et ista verba: ita simpliciter et pure sine glosâ intelligatis.

[3] magnalia: ambo multa magnalia de beato Francisco ab ipso fratre Leone audiverunt. Analecta fr., t. III p. 428.

[4] Il testo di questo biglietto è pubblicato da Wadding negli Opuscoli di Francesco, p. 65-67 dell'ed. di Anversa 1623 con un prezioso commento da cui si ricava lo stato d'animo del santo scrivente con queste parole: erat ergo anxius et trepidus. Non si saprebbe dire meglio dire, ed è increscioso che i numerosi ecclesiastici che hanno pubblicato in seguito le opere di Santo Francesc, abbiano puramente e semplicemente riprodotto i testi raccolti da Wadding, senza fare il più piccolo sforzo per rettificarli o completarli, e ch'essi abbiano lasciato da parte note di cui il sapiente e dotto  francescano le aveva accompagnate.

Nessuno storico, che io sappia, s'era sognato di chiedersi se questo pezzo una testimonanza, quando nella Vita di san Francesco cercavo di dimostrare la sua importanza e la sua collocazione nella crisi che ha amareggiato i suoi ultimi anni.

Qualche mese più tardi un curato di Spoleto presentava a Mons. Faloci-Pulignani una pergamena  di 13/6 cm che riportava questo stesso testo e il 14 febbraio veniva offerto a S.S. Leone XIII.

L'autenticità della lettera non può essere messa in discussione.

[5] « Parum ante mortem fratris Leonis apparuit sibi [fratri Johanni] sanctus Franciscus dicens ut, assumpto fratre Corrado, pergeret ad fratrem Leonem qui tunc in Sanctâ Mariâ de Portiunculâ morabatur, et ab ipso inquireret de verbis et vita sed scilicet sancti Patris Francisci. Quod quum fecisset ambo multa magnalia de beato Fnincisco ab ipso fratre Leone audiverunt: XXIV Gener. An. fr. III, p. 428.

[6] Eccl. 13. Eccl. 13. Sed et frater Leo socius sancti Francisci dixit fratri Petro ministro Angliæ quod apparitio Seraphim facta fuit sancto Francisco in quodam raptu contemplationis et satis evidentius quam scribebatur in vitâ suâ. An. fr., I, p. 255.

[7] Wadding, Ann. 1267, n° 5 (t. IV, p. 277) cita il passaggio seguente d'una serie di Ministri generali in relazione a Francesco di Fabriano: de supradicto fratre Petro Cathanii quod fuerit generalis minister habetur ex dictis fratris Leonis unius de sociis sancti Francisci, quem scilicet fratrem Leonem ego vidi et scripta ejus legi quæ recollegit de  dictis et vita sanctissimi patris nostri Francisci.

[8] Come ha ben dimostrato Padre Ehrle, prese l'abito francescano poco dopo il 1260, per cui poterono avere contatti nel corso di una dozzina d'anni.

[9] L'esempio più completo e più facile da seguire di questi stati successivi di una medesima profezia, ci è fornito dalla famosa visione della statua, visione che ricalca quella di Nabuchodonosor. Non la si trova né nello Spec. Perf, né in Celano1, ma essa è già in Celano2 e si può con sicurezza affermare che egli l'aveva preparata per la parte scomparsa dei 3 Socii. Per quanto riguarda questa ipotesi, il primo stato che abbiamo in questo momento è fornito da Celano2, il secondo dal Ms. Vaticano 4354 (cap. LXII, f. 19bs) e uindi dallo Spec. (3), dalle Tribulations (4). L'inizio di questo frammento deve essere senza dubbio cercato  nell'allocuzione indirizzata da Gregorio IX ai membri del Capitolo generale del 1239, in cui prese come tema la visione di Nabuchodonosor. Lo Spec. 1509 dice più esplicitamente ancora che i tre documenti: Totam figuram pulcherrime esponens pro statu ordinis beati Francisci dicens: « Rex iste est Christus in stratu suo, id est in cruce. Statua, ordo Minorum: caput aureum frati Francisci et sic complevit exponendo usque ad pedes. Spec. l509 170a.

[10] Nella primavera del 1893 la Badessa delle Clarisse d'Assisi R.M.Matilde Rossi la trovò fra gli abiti della Santa

[11] Vi mancano sette foglietti che sono stati tagliati con uno strumento tagliente, coltello o forbici, come testimoniano le unghiate di coltello che evidenziano il furto fatto in modo sconsiderato: Le indicazioni che concernono le feste di San Francesco sono state scritte ricalcand le lettere presenti e d'altra mano.

Do più volentieri queste indicazioni perché sono il primo, se non mi sbaglio, ad attirare l'attenzione sul valore storico di questa reliquia. Antonio d'Orvieto nella sua Cronologia della Provincia serafica riformata dell'Umbria (Perugia, 1717, in 4° di 16, XI e 812 pp.) v. p. 116, gli consacra solo un rigo e dello stesso Antonio Cristofani nella Storia della Chiesa e Chiostro di San Damiano (Assisi, 1882, in-12 di 244.) V. p. 116.

[12] Benedetta successe a Chiara nel 1253 e morì nel 1260.

[13] Ecco un frammento del testamento: Item relinquo dominæ Jacobæ de Româ. III. libras pro indumentis, et fratri Leoni pro unâ tunicâ. XL sol. fratri Bartolo pro aliâ tunicâ. XL. sol. fratri Petro de Albe pro aliâ tunicâ. XL. sol. Et relinquo fratribus de Sancto Francisco pro refectione. VII. libras. Archivi d'Assisi : Mnumenta diversa pertinentia ad sacrum conventum, raccolta I,pezzo n° 39. Sembra derivare da questo documento che Frate Leone in quel frangente vivesse in Assisi, ma non con gli altri Frati.

[14] Quando primo vidit eos obstupuit et dixit: Illi sunt illi Sathanæ apostoli quos pater noster S. Franciscus pædixit esse venturos qui seducti seducent multos: et loquentur et sequentur superbiam et animaliter vivent... Væ mundo quoniam undique scandalo consurgent ex quo tales apparuerunt apostoli! Tribul. 60 b (Archiv t. IV, p. 131.

[15] Il 14 o 15 novembre 1271, come leggiamo in Wadding, che non cita altra fonte autorevole che quella di Mariano Ann. 1271, 7; t. IV, p. 334.

[16] Giacomina di Settesoli viveva ancora il 18 ottobre 1273.

Indice Biblioteca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011