La Leggenda di San Francesco

scritta da tre suoi Compagni (legenda trium sociorum)

pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità dai Padri

Marcellino da Civezza e Teotilo Domenichelli

dei Minori.

Edizione di riferimento:

La Leggenda di San Francesco scritta da tre suoi Compagni (legenda trium sociorum) pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità dai Padri Marcellino da Civezza e Teotilo Domenichelli dei Minori, Roma Tipografia Editrice Sallustiana (Mater Amabilis, Via S. Nicola da Tolentino, MDCCCXCIX .

Beatissimo Padre!

Una grazia singolare, una special benedizione del cielo, crediamo essere fier noi, Beatissimo Padre, che a mala pena dopo un anno dall'atto solenne, con cui Vostra Santità richiamava alla originaria sua costituzione l'Ordine dei Minori (e di quell' atto non tacerà la storia), ci sia dato deporre ai Piedi della stessa Santità Vostra la Vita del Serafico Patriarca e del suo Istituto appena fondato, come ce la tramandarono tre dei primi suoi Compagni a lui più specialmente diletti; Vita da noi, fuori d'ogni nostra aspettazione, e per ciò stesso crediamo non fortuitamente, potuta ricostruire e pubblicare per la prima volta nella vera sua integrità.

Imperocchè, mentre essa specchia e conferma le alte considerasioni, per le quali la Santità Vostra si determinava a quell'atto glorioso, da cui per rifiorimento di osservanza, per rinvigorimento di discipiina e per ristoramento di studj, che a' presenti bisogni della Chiesa e della Società corrispondano, ripiglierà l'integrezza delle sue forze la Francescana Famiglia; viene ad un tempo opportuna a chiarire e determinare il valore dei sì varj ed opposti giudizî, che per una gara di studj non mai così accesa come in questi dì, si contrastano sulla Vita e Istituzione del grande Patriarca. Già lietissimi noi, che nell' ammirazione a cui ci rapirono i primi atti del Pontificato di Vostra Santità, e i grandi ideali ai quali corrispondevano (e noi v' intravedemmo quanto ora per l'Ordine nostro accadde), ci venisse fatto di plaudirvi, quanto le nostre tenui forze consentivano, con alcuni studj di Filosofia e di Teologia, e dipoi per espresso comandamento della stessa Santità Vostra, con altri di Storia e di alta Letteratura sulle relazioni del Romano Pontificato con l'Italia, non che dell'Epopea dell'Alighieri con la cattolica Religione e l'incivilimento che ne abbiamo; oggi ci sentiamo al colmo della gioia nel poter mettere suggello alla vera Vita del Santo Nostro Patriarca e del Suo Istituto, quale tre dei suoi più cari Compagni ce l'ebbero lasciata, col nome della Santità Vostra, come già la prima Leggenda di Tommaso da Celano, ebbe, ma con minore verità di corrispondenza, quello del Pontefice Gregorio IX. E dopo ciò, prostrati al bacio dei Sacri Piedi, imploriamo l'Apostolica Benedizione.

Roma, addi 1° Novembre del 1898.

Fr. Marcellino Da Civezza

Fr. Teofilo Domenichelli

dei Minori.

INTRODUZIONE

I.

Un frammento della leggenda de tre Compagni.

La persona di San Francesco sì altamente spirituale, sì tenera, sì pura ed austera, muove anc'oggi, dopo sette secoli, il mondo; e ciò ne conforta, perchè la suave attrazione di chi fu tutto serafico in ardore, certo sarà efficace stimolo ad alzarsi verso le eccelse ed ardue vette del bene morale, in cui superate le bassure tempestose delle passioni, è pace celestiale ed armonia.

E poichè l'amore stimola al conoscimento, e naturale ed è bene che da qualche tempo sia nato un vivace risveglio di studj francescani per penetrare i misteri di quellanima grande, la cui mirabil vita, come disse il gran Poeta del Cattolicismo, meglio in gloria del ciel si canterebbe. Così è che da varie parti con febbrile curiosità si son ricercate negli Archivi e nelle Biblioteche le pergamene, le cronache, le biografie, gli appunti dei più antichi scrittori francescani, per raffigurarsi con la maggior possibile verità ed esattezza la splendida epopea di San Francesco e del primo secolo del suo Ordine.

Ai Padri Bollandisti della Compagnia di Gesù spetta il merito di avere con criteri ponderatamente scientifici iniziata questa nuova serie di ricerche con la pubblicazione interessantissima della prima Leggenda di San Francesco scritta, d'ordine di Gregorio IX, nel 1228 da Frate Tommaso, Celanese, con quella di un frammento della Leggenda dei tre Compagni distesa nel 1246 ; e finalmente con quella della Leggenda detta Maggiore, che il Capitolo generale di Narbona, commise di scrivere al Serafico Dottore San Bonaventura nel 1260. La leggenda di San Bonaventura era conosciutissima, e dai primi anni in cui fu trovata la stampa, ne erano state fatte moltissime edizioni; ma gli altri due lavori aprivano la serie delle pubblicazioni dell'inedito, e sollevavano il velo che sembrava coprire le origini francescane. A chi conosce le piccole e meschine, e pur troppo per la povera umanità, inevitabili gare delle varie famiglie francescane, che amano, di certo, tutte il loro Padre comune, ma non ne interpetrano al modo stesso lo spirito, capisce quanto fosse opportuno che il primo raggio di luce sopra gli antichi scritti francescani venisse da fuori dell'Ordine Serafico; e meglio ancora da persone, la cui pura ortodossia, la grande autorità scientifica, l'amore sincerissimo della verità, fosse alle parti sicura guarentigia dell'imparzialità e del valore morale rilevantissimo che avrebbero avuto le lor deduzioni. Era un gran passo a quell'unità di concezione cattolica intorno a San Francesco, che, a mano a mano, le nuove scoperte vanno apparecchiando, e ricingono la figura del gran Patriarca di ammirazione novella e di novello splendore.

II fugace cenno intorno ai piati domestici, che fecero qualche volta desiderare la dolcezza del vivere fraternamente in carità, è la razionale spiegazione di quel tenue e trasparente velo, che verità e carità vollero disteso sopra i primi tempi dell'Ordine, e che ormai, cessate le contingenze supreme e temporanee che lo resero necessario, può senza pericolo, anzi con grande vantaggio, venire rimosso. Il velo fu teso nel Capitolo generale del 1266 col decreto che segue: « Parimente, il Capitolo generale comanda sotto obbedienza, che tutte le Leggende di San Francesco, fatte tempo addietro, si distruggano, e dovunque si possano trovare fuor deirOrdine, si cerchi di ritirarle; imperocchè la Leggenda compilata dal Generale (San Bonaventura) e cavata dalle deposizioni di coloro che vissero quasi sempre con San Francesco, e seppero con certezza quelle cose, che, dopo esame, vennero con diligenza narrate [1] ». San Bonaventura, gran Santo e insigne Dottore, vissuto fra gli studj e la preghiera, non mescolato nelle precedenti questioni, scrisse adunque con uno scopo di pacificazione [2] . trasvolando su tutto quello che, accendendo le passioni, rifocolando ire e rancori, avrebbe suscitato molto più fumo che luce; e così, finch'egli resse l'Ordine, le cose si passarono in molta pace, adagio adagio preparando quel rinvigorimento dello spirito francescano ch'era vivo e lodevote desiderio de' buoni. Ma ènotevole che l'Ordine intero, decretando che senza distinzione si distruggessero tutte le antiche Leggende, le quali serbavano l'impronta di ricordi non piacevoli e dolorosi, volle ai fervorosi e santi compagni di San Francesco dare uno splendido attestato d'onore e di stima, fondando sopra di loro l'attendibilita e l'indiscussa veracità della Leggenda del Serafico Dottore San Bonaventura, divenuta testo officiale dell'Ordine. Il provvedimento doveva, perchè fosse efficace, essere generale, senza distinzione di partiti; ma a noi non è dubbio che, invece che agli scritti dei zelanti e fervorosi compagni del Serafico Padre si mirasse alle Leggende dei loro avversari; altrimenti non si saprebbe spiegare il solenne elogio lor fatto nello stesso decreto, nè come nell'esecuzione si colpissero molto più direttamente ed efficacemente le Leggende della parte che noi chiameremo incline a mitigazioni, che non quelle della parte che amava le austerità. Infatti le scritture dei fervorosi furono sempre citate e tenute in altissimo conto [3] . e appena venivano consultate quelle dell'altro partito.

Per una ragione che chiariremo in appresso, i Padri Bollandisti non ebbero della Leggenda dei tre Compagni altro che un frammento di diciotto capitoli, e quindi non pubblicarono che quello.

Quantunque il frammento fosse assai breve, al finissimo discernimento critico dei detti Padri non ne sfuggì Talto valore; nè diedero ascolto a chi cercò di metterlo in mala vista [4] ; anzi dove trovarono discrepanza fra i tre Compagni ed il Celanese, non esitarono a posporre questo a quelli [5] , tenuti in conto di testimonianza gravissima [6] , e dal Waddingo dichiarati superiori ad ogni eccezione [7] . Si accorsero essi che all'integrazione della vita del Santo Patriarca mancavano molte notizie; e lo dissero [8] ; ed è notevole che arrivassero sino a subodorare resistenza di una Leggenda de' tre Compagni più ampia del brevissimo frammento che avevano a mano [9] . Ma sventura volle che il Padre Stiling, a cui era stato commesso tale studio, e vi si era preparato con lunghe e pazienti ricerche, soprappreso dalla morte, lasciasse a mezzo il lavoro, e lo dovesse sostituire quasi d'improvviso il Padre Suysken, degnissimo successore, ma che, pur troppo. essendo già sotto i torchi il volume, non ebbe il tempo di approfondirsi nelle indagini necessarie ad un' impresa di tanta mole [10] . E quantunque fosse molto preoccupato contro lo Speculum, non gli sfuggì che in esso contenevansi scritture dei Compagni di San Francesco e rispetto a queste ne sostenne la grande autorità [11] . Era uno spiraglio di luce che quel valentissimo critico ebbe indovinato e scoperto; ma l'incalzare della stampa gl'impedì di trarne molto partito: quindi, mentre la parte della vita criticamente accertata di San Francesco potè comprendersi in un dotto ed eruditissimo Commentario di centotrentotto pagine in foglio; la parte ch'egli stesso ebbe a dichiarare ancor dubbia e discutibile, distendendosi per pagine centottantasette superava di più di un terzo la prima [12] . Nondimeno fu un passo gigante nella critica delle biografie di San Francesco. che segnò le vie maestre per convertire in certezza riflessa e scientifica la certezza spontanea e volgare, con la quale sino a quel tempo erasi proceduto nel narrare la vita del Santo.

I posteriori scrittori, principi l'Affò nostro ed il Papini Conventuale, schiarirono molti particolari della Storia francescana, e ne discussero le fonti; anzi l'Affò, con apparato di dimostrazione scientifica non comune, fece rivivere l'opinione che lo Speculum perfectionis, distinto dallo Speculum vitae, fosse fattura de' Compagni di San Francesco [13] ; però circa la Leggenda de' tre Compagni non solo non si progredì in nulla oltre quello che n'ebbero ragionati i Padri Bollandisti; ma dopo che il Rinaldi nel 1831 scoprì e pubblicò in Pesaro un nuovo testo della Vaticana, segnato del numero 7339 [14] , che poco differiva da quello de' detti Padri della Compagnia di Gesù, si ribadì la credenza nell'universale, che la Leggenda, così com'era, fosse completa, ed i dubbi ingegnosi di questi svanirono del tutto.

E svanirono sì completamente, che quando verso il 1855 il Padre Stanislao Melchiorri, Annalista dell'Ordine dei Minori, ricevette un manoscritto molto antico di una versione italiana di detta Leggenda, e confrontandola col testo dei Bollandisti e con quello pubblicato in Pesaro nel 1831, vi trovò notevolissime giunte e l'ommissione dei due ultimi capitoli, non gli cadde nemmen l'ombra d'un dubbio, che le differenze dipendessero per certo dall'arbitrio del traduttore italiano, e non punto dal fatto che il testo tradizionale latino fosse incompleto. Quindi con il tono di chi è pienamente sicuro del fatto suo, nella breve prefazione disse che il traduttore aveva con libertà ommesse alcune cose, e da altri scritti del Celanese, di San Bonaventura, del Pisano e dello Spculum vitae, aveva cavato il materiale di molte altre notizie introdottevi per compire la narrazione [15] . Non vi è nulla da dire sull'inganno dell'egregio buon Padre, certo di buonissimo volere, ed a cui il lungo e paziente studio aveva procacciato gran mole di cognizioni erudite, ma e per l'età già grave e le sostenute fatiche non potute ben vagliare. Il libro venne pubblicato con la dedica al Ministro generale de' Minori, Reverendissimo Padre Bernardino da Montefranco, e col titolo che segue : Leggenda di San Francesco d'Assisi scritta dalli suoi Compagni che tutt'hora conversavano con Lui, edita ed illustrata dal Padre Stanislao Melchiorre Lettor Giubilato in Sacra Teologia, Exdefinitore Generale, Annalista dell'Ordine de' Minori e socio di varie Accademie [16] ; ed ebbe di buono, che nella stampa del testo che va dalla pagina 1 alla 132, si tenne scrupolosissimamente al codice, anche nella grafia, e nelle stesse evidenti scorrezioni, dovute agli amanuensi. Si tirò in pochi esemplari, e divenne sì raro, che il Sabatier e Monsignore Faloci-Pulignani, sì diligenti cercatori di cose serafiche, non riuscirono, non diremo ad acquistarne, ma nemmeno a vederne una copia.

Eppure questa stampa valicò le Alpi, e aveva preso veste francese. L'Abbate Simone de Latreiche n'ebbe dall'amico Padre Melchiorri un esemplare, e preso da quella narrativa piena d'incanto, la voltò nella lingua del suo paese, e con qualche altra giunta il 1865 l'avea data a luce in Parigi col titolo poco esatto: Légende de Saint François d'Assise par ses trois compagnons ; manuscrit du XIIe siècle publié pour la première fois par M. l'Abbé Symon de Latreiche [17] . Neanche ciò valse a richiamarvi sopra l'attenzione de' dotti; principalmente perchè anch'è egli, non versato nella storia francescana, ripetè senza esame e senza sospetto d'inganno le asserzioni del Padre Stanislao, circa le numerose interpolazioni che toglievano quasi ogni valore al racconto.

Più conosciute e divulgate furono le edizioni romane dell'Amoni nel 1880; le quali però non fecero che ribadire l'erronee asserzioni del Melchiorri, e rendere impossibile a chi non avesse avuto a mano l'edizione italiana del 1856 e l'edizione francese del 1865, di accorgersi, e molto meno di sincerarsi dell'errore. Egli infatti, mirando più alla pietà che alla scienza, la ritoccò nello stile, riducendola (così scrisse) a miglior forma di dire [18] ; e così rese difficile di accertare l'eta della traduzione; poi dispose i capitoli italiani secondo il testo latino, aggiungendo di suo dove l'italiano non gli dava il corrispondente a quello; ed infine, le parti italiane in più sul frammento latino, che non trovavano e non potevano trovare in questo corrispondenze, le pose alla fine della Leggenda com'appendice staccata, senza notare come e dove connettevansi fra sè nel codice originario. Ridotta la versione a tale stato non dava più alcun indizio di rappresentare un testo più compiuto di quello che già si conosceva e non vi era più modo di servirsene per la ricostruzione dell'intera Leggenda. Cominciarono gli studj del Sabatier, che, com' egli stesso racconta, si rifece dall'esame dei Bollandisti: eccellente preparazione [19] per giungere ad un risultato felice. La leggenda dei tre Compagni, degni (scrive egli) di parlarci di San Francesco, e forse i soli capaci di farlo [20] , da cui sentiva spirare l'aura dei primi tempi francescani, coi fervori, con l'intensa vita di spirito e con l'ingenuità candida di que' primi anni, fecegli una di quelle impressioni che non si dimenticano più. Certamente, percorrendo i commentari del Padre Suysken, caddergli sott'occhio le frasi da cui apparisce il gran conto in cui questi l'aveva tenuta, ben sopra a quella del Celanese ; ma gli parve ancor poco [21] . Così avvenutosi in que' dubbj sull'esistenza di una Leggenda più completa, e negli accenni ad altre scritture de' tre Compagni contenute nello Speculum vitae, e cercando meglio nei caratteri che presentava il frammento, ne conobbe la natura frammentaria, ed additò i capitoli dello Speculum come complemento di quella [22] . Con felice divinazione, valendosi forse degli accenni dei Padri Bollandisti, aveva dato nel segno.

Egli, insomma, ragionava così.

II Prologo annunzia che i compilatori sono tre: Frate Leone, Frate Angelo e Frate Rufino, stati quasi sempre con San Francesco, e che per le cose di cui questi non furono testimoni oculari, hanno ricorso a Frate Filippo, visitatore delle Clarisse, a Frate Illuminato di Rieti, a Frate Masseo da Marignano, ed a Frate Giovanni compagno di Frate Egidio [23] . Tanto numero di persone promette messe abbondante di notizie, specialmente de' tempi in cui questi vissero in intimità di vita col Santo, degli ultimi anni della vita di lui. Invece, dopo di avere impiegati otto capitoli a descrivere, con vivissima ed efficace dipintura, i primi anni della giovinezza [24] e della sua conversione; altri quattro capitoli intorno alle recezioni dei primi undici Frati ed alla approvazione pontificia della Regola [25] ; due capitoli intorno al modo di predicare e di radunare i capitoli in Santa Maria degli Angioli [26] ; un capitolo circa la morte del primo cardinal Protettore e l'elezione del successore [27] ; un capitolo sopra l'invio de' Frati pel mondo [28] , si arrestano; onde qui si conchiuderebbe tutto il lavoro; perchè gli altri due capitoli sulla morte e sulla canonizzazione di San Francesco [29] , e pel pensiero e per lo stile si chiariscono di tut'altra penna, e quindi aggiunzione posteriore [30] . Quale sproporzione (sclamava il Sabatier) fra le cause e l'effetto!

Inoltre, questa Leggenda dovrebbe contenere i fatti di cui i tre Compagni e gli altri nominati nella lettera al Generale, furono testimoni; dovrebbe contenere notizie degli ultimi anni dopo la conversione del Santo e della sua santa conversazione, intorno a cui la prima Leggenda del Celanese è sì parca: ora proprio a quegli anni il racconto s'interrompe bruscamente, e niente si legge che concerna i Religiosi, dei quali parla la lettera [31] , e la santa conversazione del Patriarca, la quale non poteva essere se non dopo la sua conversione e durante la sua vita di santo.

Queste ragioni sono certamente gravissime, e tali da indurre ragionevolmente alla conclusione, che la Leggenda dei tre Compagni, così come ci è stata data fin qui, e come la leggiamo nei noti testi manoscritti, è incompleta, un frammento dell'originale.

Sappiamo che ad alcuni, cui non senza ragione il novo e sospetto, fece ombra questa sentenza; tanto più che di tale mutilazione recavasi la colpa al Ministro generale Crescenzio ed al partito dei mitigati, e l'onore dell'Ordine pareva che n'avesse a soffrire. [32] Essi opposero che i tre Compagni non vollero fare una storia completa e continuata, ma solo cogliere qualche fiore dei più belli [33] fra i lasciati indietro dagli antecedenti scrittori; talchè le poche cose dei tre Compagni, da inframmettere nella Leggenda, secondo che sono annunziate nella lettera d'invio, parve loro che rispondessero per l'appunto al contenuto della Leggenda che altri diceva frammentaria.

Il silenzio assoluto degli ultimi anni di San Francesco, giustificavasi con la necessità prudente di non inasprire gli animi con ricordi acri e dolorosi. Ma queste osservazioni, basate sopra fatti indiscutibili, non dileguano le ragioni contrarie. Imperocchè le induzioni a dimostrare la natura frammentaria della Leggenda, come ce la dettero i testi latini pubblicati sin qui, non si derivano dalla brevità maggiore o minore di essa, alla cui esatta valutazione bisognerebbe una misura di paragone che non abbiamo; nè niuno pretese mai che dovesse essere una storia continuata e compiuta; ma bensì la forza dell'argomento si fonda nella sproporzione fra le parti, come le avevamo finora, e nella mancanza di quello che ci viene annunziato nella Lettera al Generale.

La Lettera parla di fatti a cui avrebbero assistito i tre Compagni, Leone, Angelo e Rufino,Filippo, Illuminato, Masseo, Egidio e Bernardo; e la Leggenda, tolto qualche cosa di Bernardo e di Egidio, rispetto agli altri non ha, non diciamo poco, ma assolutamente nulla. È dunque evidente che o la Leggenda è frammentaria, o la Lettera afferma quel che non è. Niuno vi sarà che esiti fra le due alternative, e che non preferisca la prima. D'altronde, chi consideri che i tre Compagni intendevano di supplire le cose ommesse nella Leggenda prima del Celanese, non si persuaderà mai che, pur volendo scrivere poche cose, e carpire pochi fiori più belli, volessero distendersi in otto assai lunghi capitoli, quasi metà di tutto il lavoro, per completare le notizie della gioventù del Santo, su cui il Celanese è assai abbondante, e giunti agli anni in cui il Celanese scarseggia, essi taccian del tutto e specialmente di quella santa conversazione di lui, che nella lettera al Generale asseriscono di essere soggetto speciale e quasi unico della loro scrittura. Nè può dirsi che tal silenzio fosse ispirato dalle critiche condizioni dell'Ordine, dopo i tristi fatti del povero Elia, perchè il Celanese nella seconda Leggenda, scritta poco dopo, e che di certo aveva più dei tre Compagni ragione e stimolo al prudente dissimulare, non tace, anzi reca abbondanza di edificanti notizie.

Quanto ai due ultimi capitoli, basta poca pratica di letteratura ad intendere che non poterono essere scritti da quella penna da cui uscirono gli altri; ed inoltre, invece di contenere le cose ommesse dai precedenti scrittori, nulla vi ha che non si legga nella prima Leggenda del Celanese, ed in quella che i Padri Bollandisti chiamano seconda, e che di certo fu composta poco dopo il 1230 [34] .

L'esame intrinseco adunque della Leggenda non lascia dubbio sulla sua natura di frammentaria ; ma i riscontri estrinseci, anche pe' meno addestrati alle divinazioni e valutazioni critiche di un ordine logico ed ideale, pongono la cosa fuori di contestazione.

IlWaddingo, autore, il cui nome ed autorità grandissima è superata dal merito insigne, nei suoi Annali, capolavoro d'erudizione, di critica e di stile, citò piu volte la Leggenda dei tre Compagni; la citò alcune volte pcr conto proprio, ed alcune volte sulla fede di Mariano fiorentino, cronista morto nel 1527 [35] . Egli, sulla fede de' tre Compagni, narra della casa che il Santo imprese a distruggere presso Santa Maria degli Angioli [36] . I Padri Bollandisti notano che di ciò non èparola nella Leggenda da lor pubblicata [37] , e sospettano vi sia scambio di citazione con la Leggenda di San Bonaventura, che accenna genericamente ad un fatto consimile [38] . Dallo stesso accuratissimo Annalista viene citata la Leggenda de' tre Compagni per un colloquio di San Francesco col cardinale Ugolino, circa il promuovere i Minori alle dignità della Chiesa [39] ; i Padri Bollandisti sono costretti a confessare nulla di ciò contenersi in quella ch'essi pubblicarono [40] , e spiegano ciò col dire che il Waddingo nè asserì di aver veduta co' suoi occhi la Leggenda de' tre Compagni, nè, come suole, notò ove si trova [41] .

Per il Waddingo la Leggenda de' tre Compagni dovrebbe narrare altresì che San Domenico chiese da San Francesco una corda da portare per divozione [42] ; or nulla di ciò si legge ne' testi latini che sino ad oggi sono stati pubblicati [43] ; e i Padri Bollandisti dubitano di uno scambio di citazione con lo Speculum vitae.

II Waddingo cava dai tre Compagni il pietosissimo racconto di San Francesco che, lodando il suo Signore, saluta la sorella morte [44] ; neanche di ciò nulla si legge nei testi latini sin qui pubblicati [45] ; e i Padri Bollandisti pensano che l'Annalista si servisse del Mariano o d'altri scritti antichi [46] .

La Leggenda dei tre Compagni è citata anche per il racconto di San Francesco, che fa uscire i suoi Religiosi dalla casa in Bologna, la quale aveva udito fosse lor proprietà [47] ; i Padri Bollandisti, che non trovavano nulla di questo nella loro Leggenda [48] , credettero ad uno scambio di citazioni con lo Speculum e le Conformità.

La Leggenda de' tre Compagni e dall'illustre Annalista citata per le umilissime parole che il Santo disse a Frate Leone nell'andare al Capitolo di Santa Maria degli Angioli, dove desiderava d'esser dimesso dall'ufficio di Ministro generale [49] . Nulla si legge di ciò nel noto frammento latino [50] , e qui i Bollandisti non recano nessuna spiegazione dell'equivoco.

Lo stesso Storico la cita altresi per gl'insegnamenti di San Francesco circa la discrezione da usare ne' cibi, nelle bevande e nel sonno [51] ; e sarebbe vano il cercarli nel testo, come ci venne dato dai manoscritti latini.

Questa lunga lista di citazioni, che non trovano nella Leggenda tradizionale il loro riscontro, noi crediamo che dimostri, fuor d'ogni ragionevole dubbiezza, che essa, come ci venne data sin qui, debba essere monca. Che il Waddingo, come ogni altro scrittore, eziandio diligentissimo, possa cadere in qualche sbaglio di citazione, s'intende agevolmente, e sarebbe misconoscere troppo i limiti dell'umana natura, il negarlo [52] ; ma una sequela di tanti errori, che convergono con mirabilissimo accordo sul medesimo punto, è cosa non ammissibile. Nè l'ipotesi de' Bollandisti che il Waddingo, anzichè consultare le fonti, usava citare di seconda mano [53] , sulla fede, per esempio, del Mariano, scioglie il nodo; perchè se è inesplicabile il cumulo di citazioni concordemente sbagliate pel Waddingo, posto che le avesse fatte di prima mano, è inesplicabile anche per il Mariano, uomo, certamente, di non comune levatura.

Gli argomenti intrinseci adunque, e gli argomenti estrinseci menano in modo evidentissimo alla conclusione medesima, che, cioè, la Leggenda dei tre Compagni, questa perla della letteratura francescana, come vien data tradizionalmente, è frammentaria; e ci lusinghiamo che, ponderato tutto quello che di sopra dicemmo, non vi sia più alcuno che voglia rimetterla in dubbio. La verità, splendore del divino intelletto, non può mai a lungo tenersi nascosta, e ciò ne deve consolare e ammonire, perchè in lei sola si quieta la mente, in lei sola il cuore si armonizza e si appaga, e noi dobbiamo benedire quella critica, che, avvertito il difetto della Leggenda tradizionale de' tre Compagni, ci consente oggi di averne con piena sicurezza, nella sua integrità, le pagine di un verginale candore, olezzanti il profumo di carità e penitenza che vi lasciò impresso il gran Santo della povertà e dell'amore.

II.

La Leggenda de tre Compagni nella sua integrità

La verità è intima armonia di cose e di pensieri; ed è impossibile che, seguendone il casto e pacato splendore, non arriviamo o ad apprendere o a presentire quel che manca alla difettiva cognizione che noi abbiamo della realtà, la quale, nella sua integrezza, deve presentare un tutto organico, nella sua varietà mirabilmente uno. L'errore è superficiale, astratto e diverso per essenza; manca di continuità; e quindi presenta un ammasso slegato e disordinato di cose e di idee; e la faccia esterna della realtà, la quale riguardata nel suo intimo, dove si riflette il raggio di Dio unico, ci avvediamo che l'apparente suo disordine e il disgregamento è, invece, ordinatissimo, perchè tutto, anche le stesse volontà umane più ribelli, volenti o nolenti, consapevoli o non consapevoli, eseguono appuntino, senza deviare d'un apice, il disegno unico della Provvidenza divina. Se quindi le deduzioni ragionate di sopra sono vere, debbono trovare anche in molti altri fatti, sin qui inesplicati, confermazione, e la storia del primo secolo francescano, piena di tante oscurità da parere un dedalo inestricabile, sarà illuminata di quella luce, che è bellezza della vita.

Se, adunque, la Leggenda de' tre Compagni nello stato in cui i manoscritti latini sin qui conosciuti la danno, è frammentaria, non solo non è imposslbite, ma è probabile che ne ritroviamo le tracce nella sua integrità; e difatti, non solo ne abbiamo le tracce, ma una versione molto antica, e scrupolosamente fedele; ed è precisamente quella che pubblicò il Padre Melchiorri nel 1856, e che egli crede interpolata. Il codice da cui fu tratta, è perduto; ma se ciò ne impedisce di darne ampia e niinuta descrizione per la parte materiale, quanto all'esattezza del testo il nome del Padre Stanislao Melchiorri basta a tranquillarci perfettamente.

Una notazione [54] in fondo al codice, dà la data ed il nome del trascrittore, e ci ammonisce, che dovette appartenere ai Padri Cappuccini, i quali ebbero speciale predilezione per questa Leggenda, tanto bene in accordo col fervore serafico, onde s'iniziò la lor vita. Il nome del trascrittore, l'Oratoriano Achillei Muzio, stimato ed amato singolarmente da San Filippo Neri, ed aiutatore del Baronio [55] , ci garantisce dell'esattezza della trascrizione, e toglie ogni possibile dubbio di quegli inganni, che per strano abuso di vocabolo si vorrebbero onestare col nome di pii; e poichè egli ne attesta che lo trasse da codice piu antico {vetustiori), non vorremo dire col Melchiorri che si tratta di manoscritto antichissimo, e nemmeno col De Latreiche che dice di un manoscritto del duecento (xiii siècle); ma possiamo con sicurezza affermare che anche per la paleografica antichità dei manoscritti risaliamo al quattrocento, o in quel torno; nè si esclude una data anteriore.

Ma la versione stessa, per il suo carattere filologico, ci conduce ad un'eta ancor più lontana, che non siano i codici in cui sappiamo accertatamente che si conteneva. Essa e del più puro trecento, degna davvero di stare accanto ai Fioretti, ai quali precede di tempo e n'è la placida aurora. Lo Zambrini, che di queste cose se ne intendeva davvero, si trovò di contro un curioso problema. Egli credettead occhi chiusi al Padre Melchiorri, il quale con grande asseveranza affermava che molti brani di questa Leggenda erano traduzione delle Conformità del Pisano, lavoro del 1385; e su questo dato, per lui indiscutibile, è chiaro che la versione doveva riporsi dopo quell'anno: d'altra parte i caratteri della scrittura rivelavano una molto più antica composizione. In tale perplessità, o sotto tali preconcetti, così giudicavano: « Quanto al testo, io dirò, a quel che mi pare, che comunemente egli è buono e sente molto della semplicità del trecento. Frequenti latinismi però, e qualche vocabolo o frase di conio non troppo antico, m' han fatto sospettare ch'ei non sia lavoro del secolo decimoquarto; a credere la qual cosa vie più m'induce l'esservi volgarizzato qualche brano dell'Opus conformitatum Sancti Francisci, come ne afferma l'illustre editore » [56] . Non dubitiamo che la ragione unica che all' illustre critico faceva scoprire orme di eta più recente, fossero le volgarizzazioni dal Pisano, ch'egli per grave errore non dubitava vi si contenessero; imperocchè i vocaboli o frasi di conio non antico, davvero che è vana opera di rintracciarli; e quanto ai latinismi, ecco com'egli ne aveva con molta evidenza e risolutezza ragionato in altra scrittura, parlando di una traduzione del trecento: « La lingua è purissima e fiorita, secondo che si costumava a quell'età, ma assai abbondevole di latinismi crudi e scolastici, siccome gutture, imple, ipereunti, deglutire e simili; il più delle volte ei fu troppo servile al testo latino, rado soverchiamente largo. Ma de' latinismi non vuolsi far maraviglia, da che grande copia se ne trova  in tutti gli scritti del trecento, come ben dette a vedere il Nannucci; si debbono, secondo che egli ragionevolmente dimostra, attribuire non a scarsezza di vocaboli, ma all' usanza degli scrittori di quella stagione, Non ne manca dovizia eziandio in Dante, nel Cavalca, nel Boccaccio e in assai altri: era andazzo e vaghezza d'allora sfoggiare con vocaboli latini » [57] . È chiaro dunque che l' abbondanza de' latinismi non è argomento per scartare il trecento; ma piuttosto il contrario: e noi del giudizio del Zambrini, critico sì competente, terremo per comprovato e sicuro, ch'egli in questa versione sentì il trecento e lo disse; e quantunque l'errore che vi fossero de' volgarizzamenti dal Pisano ne turbasse alquanto il giudizio, nella definitiva, a tale criterio estrinseco che sembrerebbe di ineluttabile forza, prevalse il criterio intrinseco dell'indole evidentemente trecentista della versione, e la registrò fra quelle del duecento o del trecento. Non potremo avere altra testimonianza più autorevole nè men sospetta per dimostrare che questa versione, pervenuta sino a noi per le cure dei benemeriti Padri Cappuccini, risale vergine d'interpolazioni e purissima al più puro trecento.

Chi legge questa scrittura s'accorge che si tratta di una versione dal latino, a cui il traduttore si tiene così strettamente, da ritrarne le movenze, e da rivelare, a prim'occhio, che non fu concepita in volgare. Anzi, non poche volte, la servilità del tradurre gli fa violare le regole della costruzione italiana, usando, ad esempio, latinamente il congiuntivo, dove gl'italiani pongono l'indicativo [58] . Il traduttore non era davvero un letterato; e le grazie del dettato assai puro sono frutto dell'aureo trecento, e non già della valentia di chi scrisse. Il che, se detrae qualcosa al valore letterario, d'altra parte ci affida della fedeltà al testo, e rende del tutto insostenibile l'ipotesi che nel tradurre si fossero aggiunti capitoli nuovi, o fosse alterata comecchessia la Leggenda originale dei tre Compagni.

Del che, del resto, abbiamo una riprova sicura nella corrispondenza esatta del suo contenuto, con quello che viene annunciato dai tre Compagni stessi nella lettera al Ministro Generale, e, in modo ancor più perentorio, dalle citazioni, che, come vedemmo sopra, ne avevano fatto il Waddingo ed il Mariano, le quali trovano in questo testo la corrispondenza di quei fatti a cui accennano, e che nel frammento tradizionale mancavano.

La servilità del traduttore, che segue passo passo non il solo pensiero, ma anche la lettera del testo latino che aveva sott'occhio, ci ha dato modo di riconoscere e riprodurre integralmente. salvo pochissimi incisi e qualche trasposizione di parola di nessuna importanza, anche l'intero testo latino, che sino ad ora non potemmo avere tutto intero ed unito in nessuno dei manoscritti conosciuti. E chi raffrontera la versione col testo latino. non potrà di certo dubitare della sua identità. La disposizione delle parole, le parole stesse si corrispondono con un parallelismo così costante e fedele, da non esser possibile un errore. Questo testo si conteneva, quasi per intero, nello Speculum perfectionis, pubblicato poco fa dal Sabatier; e per il resto ne rinvenimmo i membretti nella Leggenda seconda e nella prima del Celanese, in altre antiche Leggende, e per una frase, nella Leggenda maggiore di San Bonaventura. Nè in ciò per chi conosca il modo del comporre de' nostri maggiori, è da fare le meraviglie.

Essi, infatti, tenevano fissa la massima dell'aureo e carissimo libro dell'imitazione di Cristo, « non cercare qual uomo abbia detto questo; ma attendi a quello che dice » [59] ; quindi nello scrivere usavano una liberta, della quale i letterati d'oggi menano scandalo, quantunque di non pochi fra essi anche sommi, se ne possano recare, più che non si crede, gli esempi; e consisteva nel copiare semplicemente e puramente le scritture altrui, inserendole nei loro lavori, talvolta citando, e talvolta, anzi il più delle volte, senza citare. Questo aweniva nelle opere filosofiche, teologiche ed ascetiche; ma, in modo specialissimo, nelle storiche; fors'anco per lo scrupolo di non alterare minimamente il racconto.

La cosa essendo di qualche importanza per iscorgere i nessi fra le varie Leggende di San Francesco, e per giustificare il processo seguito da noi nella ricostruzione del testo latino, sarà bene di dichiararla con qualche esempio e qualche prova di fatto.

La prima leggenda del Celanese, alla parte prima, capo terzo [60] , ha queste parole: Cogitationes variae sibi invicem succedebant et ipsarum importunitas eum duriter perturbabat. Ardebat intus igne divino, et conceptum ardorem mentis celare de foris non valebat. Poenitebat eum peccasse tam graviter et offendisse oculos maiestatis, nec iam eum mala praeterita seu praesentia delectabant; sed nondum plene receperat continendi fiduciam a futuris. Propterea cum foras revertebatur ad socium, ita erat labore confectus, ut alius intrans, alius exiens videretur. Quadam vero die, cum Dei misericordiam plenissime invocasset, ostensum est ei a Domino quid ipsum agere oporteret. Tanto deinceps repletus est gaudio, quod non se capiens prae laetitia, etiam nolens, ad aures hominum aliquid eructabat. Sed licet prae magnitudine inspirati amoris silere non posset, cautius tantum aliquid et in enigmate loquebatur.

Tutto questo è stato letteralmente copiato dai tre Compagni, ed inserito alla fine del capo quarto ed al principio del capo quinto di questa Leggenda, nella parte frammentaria già conosciuta e riconosciuta per genuina da tutti [61] .

II capitolo quinto della prima Leggenda del Celanese comincia così: Moram igitur faciente in praedicto loco servo Dei excelsi, pater ejus circuit usquequaque, tamquam sedulus explorator, scire cupiens quid de filio actum sit: et dum intellexisset, eum in loco jam dicto taliter conversari, tactus dolore cordis intrinsecus ad subitum rerum eventum turbatus est valde nimis, convocatisque amicis et vicinis, citissime cucurrit ad locum, in quo Dei famulus morabatur, At ipse qui novus Christi athleta erat, cum audiret persequentium minas ac eorum praesentiret adventum, dare locum irae volens, in quamdam occultam foveam, quam ad hoc ipsemet paraverat, se mergebat [62] . Queste parole furono trascritte, salvo leggerissimi ritocchi, dai tre Compagni nel capo sesto della loro leggenda [63] . E così di seguito.

Il Celanese nella seconda Leggenda scrisse quanto segue: Inspicit gallinam parvam et nigram columbae domesticae similem, crura tota pennata habentem cum pedibus; haec pullos habebat innumeros, qui gallinam rotantes instanter, sbb alas ejus omnes congregari nequibant. Surgit a somno vir Dei, ad cor meditata reducit, efficitur ipse suae visionis interpres. Gallina, inquit, sum ego statura pusillus, nigerque natura, cui columbina, per innocentiam vitae, debet famulari stmplicitas, quae sicut avis rarissima, sic expedite volat ad coelum [64] . Si confronti col capo sedicesimo del frammento, cinquantacinquesimo della presente Leggenda dei tre Compagni [65] , e niuno negherà che il Celanese trascrisse da essi molte, anzi quasi tutte le frasi. Non aggiungiamo altri esempi perchè nelle note a questo lavoro ne abbiamo già rilevati una gran quantità.

Nè diversamente usava San Bonaventura, come già ebbero a notare antichi [66] e moderni scrittori [67] . Per esempio le parole: Ipse spiritu prophetarum afflatus, annuntiaret pacem, praedicaret salutem, ac salutaribus monitis foederaret plurimos verae paci, qui discordes a Christo, prius extiterant a salute longinqui. Innotescente itaque apud multos viri Dei tam doctrinae simplicis veritate, quam vitae, coeperunt ipsius exemplo viri quidam ad poenitentiam animari, et eidem, reiectis omnibus, habitu vitaque coniungi, quorum primus extitit vir venerabilis Bernardus, qui vocationis divinae, etc, [68] sono evidentemente trascritte dal capo ottavo della Leggenda dei tre Compagni [69] .

Per esempio di frasi tolte dalla prima Leggenda del Celanese, poniamo a riscontro il periodo che segue

I. Celanese.

Franciscus nocte quadam se ab eis corpore absentavit, et ecce fere media noctis hora, quibusdam e fratribus quiescentibus, quibusdam vero in silentio affectuose orantibus per hostium domus currus igneus splendidissimus intrans, bis et ter, huc atque illuc per domicilium se convertit, super quem globus maximus residebat, qui solis habens aspectum, noctem clarere fecit [70] .

S. BONAVENTURA.

Cumque in quodam tugurio situ in horto Canonicorum, vir Deo devotus in oratione Dei more solito pernoctaret, corporaliter absentatus a filiis, ecce, fere media noctis hora, quibusdam ex fratribus quiescentibus, quibusdam perseverantibus in orando, currus igneus mirandi splendoris per ostium domus intrans, huc atque illuc per domicilium tertio se convertit, super quem globus lucidus residebat, qui solis habens aspectum, noctem clarere fecit [71] .

Ad esempio di periodi dalla seconda del Celanese passati nella Leggenda maggiore del Serafico Dottore rechiamo il seguente :

Celanese.

Franciscus leprosos naturaliter abhorrens, leprosum die quadam obvium habuit, cum iuxta Assisium equitaret, qui licet sibi tedium non parvum ingereret et horrorem, ne tamen, velut mandati transgressor datae fidei, frangeret sacramentum, ad deosculandum eum equo lapsus accurrit. Cui, cum manum quasi aliquid accepturus leprosus protenderet, pecuniam cum osculo reportavit, Et statim equum ascendens, huc it illuc se convertens, cum campus pateret undique liber, nullis obiectis obstaculis, leprosum illum minime vidit. Admiratione inde repletus et gaudio, etc, [72] .

S. BONAVENTURA.

Quadam itaque die, dum equitaret per planitiem, quae subiacet civitati Assisii, leprosum quemdam obvium habuit, cuius inopinatus occursus, ei non parvum incussit horrorem. Recurrens autem ad perfectionis mente iam conceptae propositum, et recolens quod seipsum oporteret primum devincere, si vellet effici Christi miles, ad deosculandum eum equo lapsus accurrit. Cui, cum manum quasi aliquid accepturus leprosus protenderet, pecuniam cum osculo reportavit. Statim autem equum ascendens, et se circumquaque convertens, cum campus pateret, undique liber, leprosum illum minime vidit. Admiratione itaque repletus et gaudio, etc. [73].

Nè questi sono esempi isolati; anzi ricorono continui ad ogni pagina, e quasi diremo ad ogni rigo.

Sarebbe utile studio il ricercare quello che la famosa Cronaca dell'Ordine, detta dei ventiquattro Generali, ha preso dagli antecedenti scrittori, e servirebbe a dare fondamento di storica certezza a molte notizie, che non pochi critici esitano, sopra !a fede soltanto dell'anonimo compilatore, ad ammettere per vere. Basti dire che l'intera vita di Frate Egidio, la quale ivi si stende per lunghissime pagine, è per intero quella che ne scrisse Frate Leone, senza mutarne una parola [74] . E così va per il resto. Nello Speculum vitae è inserito tiitt'intero, salvo cinque o sei capitoli, lo Speculum perfectionis [75] , vari capitoli di San Bonaventura, gli Actus Sancti Francisci et sociorum, e così via via.

Tutto questo sta a dimostrare che, se noi sperammo trovare e cercammo in altre opere di storia francescana il testo latino della parte che mancava alla Leggenda de' tre Compagni, non era questa una fantasia; e l'averla felicemente trovata non è poi una gran maraviglia, nè può offrir sospetto di interpolazioni posteriori. Maraviglia sarebbe invece, se di quei preziosi capitoli se ne fosse smarrito ogni traccia, e se all'Ordine de' Minori si potesse con fondamento dare l'accusa d'avere mal custodito le carte depositarie di quel sacro pensiero, che n'è la paterna eredità, e di deplorarle irreparabilmente perdute.

La mirabilissima e fedelissima corrispondenza della versione italiana con il testo latino, rintracciato conforme abbiamo detto, e conforme si nota ai rispettivi luoghi, dai vari autori, ci è altresi malleveria sicura dell'esattezza e sincerità dell'uno e dell'altra; imperocchè qualunque alterazione si fosse introdotta, sia nel testo latino, sia in quello italiano, avrebbe reso impossibile quel combaciarsi perfettamente dell'uno coll' altro senza disuguaglianza veruna. Il che rende altresì buona testimonianza alla scrupolosa precisione dei nostri ingenui Cronisti, i quali, se più di una volta aggiungevano agli scritti le notizie che avevano d'altronde, non mai si azzardavano ad operare di fantasia, e per ordinario tenevansi così rigidamente fedeli alle fonti da cui attingevano i loro racconti, da trascrivere addirittura senza mutar quasi una sillaba.

Chi scorra poi tutta la Leggenda, vi troverà una fusione ed una uniformità tale di stile, da non cader dubbio che tutto sia nella sostanza lavoro della medesima penna, o almeno redatto sotto la ispirazione medesima. La qual cosa toglie ogni verosimiglianza all'ipotesi dell'ottimo Padre Melchiorri, che, come vedemmo, penso che i capitoli in più sul noto frammento latino, fossero stati inseriti dal traduttore, traendoli da una moltitudine di autori, vari d'indole, di pensiero e di stile.

Anche una cosa crediamo che debba essere dai lettori notata; ed è la grande serenità o quasi trasparenza del pensiero dei tre Compagni, che pensano unicamcnte, semplicemente, e con tenerissimo affetto, a rendere l'immagine del loro Padre amato, ed a raccontarne gl'intimi drammi dell'anima, senza che fumo di passione gli offuschi. Abbiamo indietro accennato i piati monastici che tenevano allora l'Ordine diviso, e lo tenner diviso per secoli. Qui tace ogni passione, ogni idea di partito e studiosamente rimossa; campeggia, unico e solo San Francesco, calmo, tenero e puro, e raggiante un'alta spiritualità, con naturalezza, candore ed espressione giotteschi.

Se non vi fossero le prove perentorie dello stato frammentario della Leggenda dei tre Compagni recate di sopra, e della sincerità, pura da ogni interpolazione, di quella che presentiamo ai lettori; questo solo basterebbe a dileguare ogni sospetto che essa sia la genuina. Imperocchè un falsario opera per un fine premeditato, che più o meno evidentemente trasparisce dalla stessa falsificazione. Qui, invece dj ciò non abbiamo nemmeno un leggerissimo indizio; anzi vediamo, con assoluta annegazione, che, chi scrisse, fece olocausto di sè e delle proprie aspirazioni alla grande idealità di San Francesco. Chi si comporta così, sospettarlo d'interpolatore e di sinistri intendimenti sarebbe una grave ingiustizia, e sarebbe andare contro ragioni; e contro i più certi canoni della critica vera.

Forse a taluno potrebbe parere un po' strano che dell'andata in Oriente e della dimora che vi fece il gran Patriarca, avvenimento certamente degnissimo di memoria, la Leggenda dei tre Compagni taccia del tutto. Ma ciò torna anzi a riprova della sua genuinità; perchè i tre Compagni, nella loro Lettera di presentazione al Ministro generale, dichiarano di voler raccogliere pochi ed eletti fiori circa la santa conversazione del Padre Serafico, ad edificazione di coloro che desiderano seguirne le orme; di voler supplire le ommissioni delle precedenti Leggende, e di lasciare indietro tutto quello che richiede lungo discorso. Ora la missione di San Francesco in Oriente, fra i Crociati prima, e poi fra gl'infedeli, drammaticamente bellissima ed istruttiva, non forniva molti elementi di quella santa e monastica conversazione, a cui i tre Compagni in modo speciale intendevano; la narrativa, per necessità, avrebbe tirato assai per le lunghe; e ad eccezione di Frate Illuminato, che se con lui salpò da Ancona, non si sa se l'accompagnò nelle altre sue escursioni, e di certo non era con lui nel ritorno, niuno di coloro a cui essi fecero ricorso, avrebbero potuto attestare nulla di veduta. Era bensì in Oriente con San Francesco Frate Elia, di cui nel 1246 sarebbe stato inopportuno e significativo, ne' fatti de' quali egli fu attore, e il parlare ed il tacere; e finalmente, già ne aveva toccato con sufficienti parole Frate Tommaso il Celanese nella prima Leggenda. Tutto ciò, crediamo, spieghi assai bene il come ed il perche i tre Compagni nulla abbiano dell'andata e della dimora di San Francesco in Oriente.

Molte delle ragioni predette, cioè il voluto ed opportuno silenzio sopra tutto quello a cui aveva partecipato il pur troppo tristamente famoso Frate Elia, ed il deliberato proposito di limitarsi a quello che ridondava ad edificazione ed istruzione morale de' Frati Minori. fecero troncare la narrativa della vita del Serafico Padre, al trasporto delle sacre e mortali sue spoglie a San Damiano, senza parlare nè della provvisoria deposizione a San Giorgio, nè della definitiva alla Basilica di San Francesco, nè della solenne canonizzazione fattane da Gregorio IX nel 1228. Anche il Celanese nella sua seconda Leggenda, in cui ricalca, si può dire, gli scritti dei tre Compagni, si comporta al modo medesimo; il che ci è riprova della genuinità della voluta ommissione. ed èuna salda, e, congiunta agli altri indizi, inoppugnabile dimostrazione, che gli ultimi due capitoli aggiunti alla fine nei manoscritti latini della Leggenda, furono posteriormente interpolati. Ma di questo studiato proposito dei nostri citati leggendisti vi sarebbe molto da aggiungere, e vi ritorneremo in appresso.

La notorietà del fatto, di cui già si era lungamente scritto e parlato, crediamo sia stata la ragione che consigliò i tre compagni a tacere degli intimi ed ineffabili colloquj di San Francesco col cielo sulla Verna, dove le sue carni riceverono da Cristo l'ultimo sigillo. Vi ebbe grande e bella parte Frate Leone, principale distenditore della Leggenda, cui forse ripugnava, trattandosi di cogliere i fiori piu belli, trascegliere proprio quelli che mettevano lui in evidenza [76] . Non mancano però le dichiarazioni del Serafico Padre sopra la cara Porziuncola, che, secondo la mente di lui, abitata dai Religiosi più fervorosi e divoti, doveva fornire all'Ordine ed al mondo intero un modello di vita penitente, solitaria, austerissima, quasi a continuare quelle conversazioni angeliche, di cui è tradizione ivi fosse ne' piu anticht tempi il sacro e miracoloso convegno.

Notò, non senza ragione, il Sabatier [77] , che la parte della Leggenda frammentaria, che si conosceva sino ad oggi, segue scrupolosamente l'ordine cronologico; talchè da essa sogliono gli storici orientarsi per riporre i fatti al loro posto, secondo la loro reale successione. Egli, interpretando, a nostro awiso, con poca esattezza le parole dei tre Compagni, che protestano di non volere fare una storia continuata, cioè in modo che i fatti si seguano per modo immediato l'un l'aitro. congetturò che nella parte mancante si sarebbe avuto l'esempio di quel procedere a sbalzi, senz'ordine di tempo, che sembravagli con le ricordate parole annunziato. La Leggenda intera non verifica che in piccola parte la previsione, e conduce ad intendere meglio, cioe più rigorosamente, quell'espressione; non nel senso che neghi un ordine sommariamente cronologico, ma solo nel senso che i fatti non si seguono in modo immediato. Infatti essa, nell'insieme, non che mutare il metodo tenuto nella parte frammentaria conosciuta sin qui, sembra che in modo speciale, a differenza di tutte le altre Leggende, v'insista, Vedansi, per esempio, i fatti del vicariato di Frate Pietro di Catani come sono raggruppati insieme e di seguito dal capo cinquantanovesimo sino al sessantesimo ottavo, i quali nello Speculum, nel Celanese ed in San Bonaventura sono sparpagliati qua e là, senz'ordine certo, o anzichè giusta l'ordine concreto e reale del tempo, secondo l'ordine di concepimenti astratti della mente. Vi sono alcune eccezioni; talvolta la narrazione ripiglia il filo da un tempo anteriore, come di chi riannoda i ricordi; ma nella sostanza, l'ordine cronologico è assai fedelmente seguito, e crediamo che anche per la parte ora rimessa in luce, la Leggenda fornirà non spregevole indizio per classificare, secondo l'ordine de' tempi, i fatti onde s'intesse la vita del Patriarca Serafico. Questa corrispondenza fra la parte della Leggenda già nota e la parte che ora s'aggiunge, corrispondenza certamente non casuale, e così sottile che un interpolatore difficilmente vi penserebbe, e porge nuovo argomento a riconoscerne la genuinità.

Tutto questo che abbiamo discorso sin qui, crediamo basti a indurre la ragionevole persuasione che la Leggenda, conforme la trovò e tradusse l'Anonimo trecentista, sia la genuina, e nulla abbiamo che possa farci dubitare della sua integrità. Che se non tutti gli argomenti, presi da sè, paressero d'ineluttabile forza; il che è cosa che rarissimamente suole avvenire; considerato pero il lor cumulo, ed il lor convergere ed accordarsi verso tal conclusione, ne danno la morale certezza. Imperocchè, lo ripetiamo, nel vero e non nell'errore sta il segreto degli accordi reali e delle armonie, e quando vediamo una moltitudtne di prove e d'indizi fra sè indipendenti convergere ed accordarsi in un punto, e nulla vi ha che contrasti, bisogna dire che questa convergenza e quest'accordo, non potendo ritenersi casuale, devono esser l'effetto e l'eco sincero del vero.

Così, per esempio, che il Mariano, o che il Waddingo citino per errore la Leggenda  de' tre Compagni, non è difficile a credersi; nè è difficile a credersi che possano errare più volte: ma che citando erroneamente, le loro citazioni corrispondano in modo perfetto ad una Leggenda anch'essa falsa ed inventata di pianta, è tal fatto che passa i limiti del credibile, e niun uomo assennato saprebbe aggiustarvi fede ragionevolmente. Tre persone, le quali, senza saper l'una dell'altra, sbagliando o inventando, dicono precisamente la medesima cosa, è un miracolo non mai veduto.

Inoltre, la parte che in questo testo integra la narrazione evidentemente frammentaria già nota, corrisponde appuntino a quello che gli stessi tre Compagni promettono nella loro lettera al Ministro generale; corrisponde cioè a quello che manca nella Leggenda prima del Celanese, ed in quelle che ne dipendono; e proprio cio a cui le persone invocate come testimoni veramente assistettero; nè vi ha cosa di cui oggi la critica più oculata ed acuta possa infirmare nemmeno una parola, e non riceva da troppe parti conferma. È mai possibile che tanta corrispondenza di verità si accordi con l'ipotesi d'una artifiziosa manipolazione, della quale non s'arriva nemmeno a potere rinvenire l'indizio più lieve? E si noti che si tratterebbe d'un interpolatore, certamente di non molta coltura, e che lontano di più di un secolo dagli avvenimenti che narra, avrebbe dovuto incespicare quasi ad ogni passo e tradirsi. Invece nulla di tutto questo troviamo nella nostra Leggenda; anzi tutto si lega maravigliosamente e si corrisponde in guisa esattissima. Davvero, che di fronte a tale accordo maraviglioso, pensare di un'artiticiosa falsificazione è un assurdo.

Nè deve tacersi che fra le notizie, le quali si vorrebbero posteriormente interpolate per opera d'un falsario, se si tolga la narrazione sull'indulgenza della Porziuncula, che da troppi altri argomenti e posta fuori dubbio [78] , nulla vi ha che le Leggende posteriori, la seconda del Celanese e quella di San Bonaventura almeno in sostanza non abbiano; mentre, com'è detto, mancano nella prima del Celanese ed in quelle che ne derivano. I tre Compagni avevano adunque una ragione potentissima di autenticare con la loro testimonianza que' fatti, e presentarli come fiori più eletti al Ministro generale, per inserirli nelle Leggende del Padre Serafico, e completarne la biografia. Niuna ragione invece avevano o potevano avere gli scrittori del quattrocento di ripetere e riscrivere quello che già si sapeva ed era ammesso senza esitazione da tutti; e men che mai si vede la ragione di arrivare sino ad una contraffazione e falsificazione della Leggenda de' tre Compagni, tenuti in conto e meritamente di uomini santissimi e citati sino a dirimere questioni morali sull'interpretazione della Regola. A tanta colpa mancherebbe uno scopo proporzionato, anzi uno scopo qualunque onninamente verrebbe meno. Il che acquista tanto maggior gravità in quanto che la falsificazione sarebbe stata condotta con tale finissima arte, da far disperare qualunque più esperto ed acuto critico a discoprirne le tracce e, se non le prove, almeno gl'indizi. Ora se, come con rigore matematico è dimostrato dai metafisici, ogni atto universalmente (lo sappia o no l'operante) deve avere uno scopo; ciò è piucche mai evidentemente necessario nelle opere dell'ingegno, e di una mente acutissima, che, per necessità di sua natura, opera mirando ad un fine. Se, dunque, com'è detto, le pretese giunte sono di fatti che avanti il 1247 colmavano una vera lacuna, e che dopo il 1247, scritti già dal Celanese, erano conosciuti ed ammessi d'altronde, e se la Leggenda com'era stata data fin qui è frammentaria, e quindi circa i tempi a cui rimonta la nostra versione dev'essere esistita nella sua integrità, non si scorge davvero nessuno scopo a tanto mendacio, di distruggere cioè una parte di una Leggenda così preziosa e di sostituirla con un'altra parte, così vera e così armonizzante con tutto il resto, e cosi consentanea al tempo in cui doveva esscre scritta. Tale supposizione è adunque onninamente irragionevole ed assurda, e perciò da scartarsi.

L'ommissione infine dei due ultimi capitoli, che si leggono nei noti manoscritti latini della Leggenda, è bella conferma della sua genuinità. Infatti, quei due capitoli, nulla hanno che potesse imbarazzare uno scrittore del trecento, e non si vede perchè avrebbe dovuto sopprimerli. Trattano della morte, delle stimmate, e della canonizzazione del Santo Patriarca, nè dicono parola che possa offendere le suscettibilità di alcuno, e, se si vuole, rendono assai più compiuta la Leggenda, che così chiude un po' brusca. Di certo, uno scrittore del trecento, voglioso di amplificare e di aggiungere. si sarebbe ben guardato dal sopprimere que' capitoli; anzi, piuttosto, li avrebbe arricchiti di nuovi particolari, e non gliene sarebbe mancata materia, Or chi legga que' due capitoli, capisce subito che non sono lavoro dei tre Compagni, e riportandosi ai tempi in cui essi scrissero, intende agevolmente [79] perchè allora dovessero trasvolare su que' fatti. L'ommissione, adunque, evidentemente corrispondente alla genuina integrità della primitiva Leggenda, serve di saldissima riprova, che anche nel resto deve essere assolutamente genuina.

La manchevolezza della Leggenda come è stata data sin qui, e la genuinità della presente riceve suggello da un'autorità gravissima, e che, dopo le anticlie esitazioni, il fior dei critici, ammettono come di primissimo ordine. Il Pisano, che scrisse sul finire del secolo decimoquarto, e sottomise il suo lavoro al giudizio dell'Ordine, riportandone plauso unanime nel Capitolo generale del 1399; alla carta trentaseiesima, facciata seconda, colonna seconda [80] cita la leggenda dei tre Compagni. e se per una parte, cioè per il racconto della sua mendicazione a Roma, troviamo la corrispondenza col capitolo ottavo del noto frammento [81] , quello che segue e la riproduzione del capitolo diciannovesimo di questa nostra, che invano cercheremmo nella Leggenda frammentaria [82] . Nè questo è un caso isolato; imperocche anche alla Conformità ottava, seconda parte, carta quarantaseiesima, facciata seconda, prima colonna, si cita la Leggenda dei tre Compagni per la nota dei primi discepoli di San Francesco [83] ; ed anche là, se le prime parole sono evidentemente riassunte dal solito capitolo ottavo del frammento, che corrisponde allo stesso ottavo capitolo della nostra Leggenda intera, nel seguito ci avveniamo nell'inciso intorno al nome di Frati Minori, che è preso dal capitolo decimosettimo, e nella lista dei primi Frati Minori, presa dal capitolo dodicesimo di questa nostra, che il frammento antico non ha, e specialmente quanto alla lista, manca in tutti i documenti anteriori al Pisano, conosciuti sino ad oggi, eccettuata la presente Leggenda, da cui, quindi, evidentemente fu tolta.

Non si può, adunque, non riconoscere che ai tempi del Pisano la Leggenda era, non come la danno i frammenti conosciuti, ma quale è pubblicata da noi, e quale era resa dall'antica versione del trecento; nèa quel tempo dubitavasi punto della sua genuinità, perchè un autore di tanto valore e riputazione, se ne valse in un lavoro che ebbe officiale riconoscimento dall'Ordine intero dei Minori. E ciò basta a distruggere dai fondamenti l'ipotesi di una falsificazione, perchè è impossibile che in quel secolo decimoquarto, in cui i partiti nell'Ordine si battagliavano sì fieramente, e non tralasciavano occasione di lacerarsi e di rinfacciarsi l'un l'altro colpe vere o presunte, e principalmente si vigilavano e si accusavano per le frodi; uno di questi, minore dell'altro di numero, e privo del prestigio e della forza di chi siede al governo, riuscisse a falsificare la Leggenda di maggiore autorità ed importanza; e proprio negli stessi anni in cui si sarebbe consumata la frode, quando dal confronto dei numerosi manoscritti genuini si sarebbe dovuta e potuta riconoscere subito, sarebbe riuscito a farla senz'ombra di dubbi e senza proteste accettare unanimemente da tutti, non esclusa la parte stessa avversaria. Lo stato frammentario della Leggenda dei tre Compagni, come era conosciuta sino ad oggi, e l'integrezza e genuinità della presente e ormai, dunque, crediamo, definitivamente accertata [84] .

Ma, diranno i lettori, come mai di questa preziosa Leggenda, che dovrebb'essere un cimelio carissimo della letteratura francescana, in cui l'effigie del Santo e dei diletti compagni suoi si disegna così pura, lucente, rilevata e vivissima, i manoscritti latini ce ne danno una mutilazione così grave, e quasi diremmo disonesta? Ciò non basta ad ingerire un dubbio di qualche frode, di cui ci manca la chiave, e che gitta un'ombra sinistra sopra tutta quanta questa scrittura? È giusto che anche a queste dimande un libro, che reca in fronte il titolo di Leggenda de' tre Compagni, dia una soddisfacente risposta e spieghi l'enimma. Lo faremo nei paragrafi che seguono, in cui ci tratterremo un poco sopra i vari scritti dei fervorosi compagni di San Francesco e sopra quelli de' loro avversari.

III

La prima Leggenda del Celanese ed altre della stessa famiglia.

L'ardente entusiasmo che San Francesco, facendo di nuovo rifulgere nella sua purezza la perfezione evangelica, destò nei cuori, fu largo e profondo; ma non in tutti egualmente vivace.

Ed il gran Santo, che voleva sopra tutto educato il cuore, lasciate più che è possibile libere le inclinazioni, vi aveva provveduto con sapienza da Santo, inchiudendo nella Regola stessa la distinzione fra precetto e consiglio; vale a dire fra cio che è strettamente obbligatorio, e quello che è raccomandato, ma non può mai essere imposto. Stabilite alcune regole generalissime di una inflessibilità assoluta per tutti i suoi figliuoli, anche nel vivere ammise alcune varietà, che l'Ordine ha sempre conservate, perchè sono vita della sua vita. Infatti, rimontano a' tempi di San Francesco, e sono opera sua le Costituzioni particolari pe' Romitori [85] . che corrispondono agli odierni Ritiri, e più volte gli antichi scrtttori parlano delle severissime e specialissime leggi [86] che reggevano il Convento di Santa Maria degli Angeli, nella cui Porziuncola e nella celletta ove morì sembra alitare ancora la santissiraa anima sua.

Nella mente del Santo Fondatore queste varietà non potevano, nè dovevano dar origine a distinzione di famiglie, o di categorie nell'istituto, sempre essenzialmente uno per tendenze generali, per il carattere affettivo, per unità di mezzi e di scopo, e per il saldissimo vincolo della fraterna carità; erano semplicemente gradi diversi. e lo stesso individuo, secondo le temporanee ispirazioni, avvicendava la vita del solitario contemplare nell'eremo, dell'operare fervido e dell'eloquente sermonare fra il popolo, e del faticoso speculare nello studio della cella solinga. Ma il mistico volo dell'anima a Dio, con amore unico e vario, perchè sempre crescente in se stesso, senza limiti assegnabili, perche va nell'infinito, se procura ineffabili spirituali dolcezze, chiede altresì continua violenza alla parte inferiore di noi, sicchè sovente s'accascia, e ripiegando verso la terra, ne contrae un germe morboso di dissolvimento, che, non curato, per il prevalere dell'umano nella parte divina, può menare alla morte spirituale.

Com'è di tutte le cose umane, in queste due tendenze potè esservi eccesso da una parte e dall'altra; eccessi che degenerarono, qualche volta, in scandali gravi. Affievolita, e, ahimè, pur troppo estinta la carità vicendevole, le parti rinfacciavano l'una all'altra torti gravissimi, e leggendo i loro scritti, ci avveniamo in dipinture che fanno orrore; ma se è istruttivo e giusto, per recarne equo giudizio, di ascoltare e ponderare le deduzioni d'entrambe le parti, la critica, degna di questo nome, vieta di generalizzare a tutto un partito gli errori, le colpe e i fatti particolari di uno o più individui. E sceverando le deviazioni particolari dalla sostanza, e impossibile di non dire che la parte che amava le austerità della Regola nel suo primitivo rigore, non sia la più sana, la più virtuosa, la piu degna di fede e delle simpatie di un giudice che voglia conformare il giudizio al merito delle cose, e non a preconcette passioni. Si può, senz'essere malvagi, sentire il peso dell'infermità della nostra natura, e cercare, in modo onesto, rammorbidimenti ad una vita austerissima; ma di certo, chi fa così, non è fervoroso, e non solo non può essere santo, ma rinunzia ad aspirare alla santità. Non si può conciliare il volere eroico dei santi, col languido volere di chi si compiace delle mitigazioni. Non tutti, dunque, quelli che si dicono mitigati o moderati, si possono o si debbono dire malvagi; sarebbe ingiustizia il pensarlo e peggio asserirlo; ma certamente niuno fra essi potè esser santo, niuno fu buono nel senso intero della parola; e manca in essi il senso vivo e l'aspirazione alla pienezza della virtù religiosa. Viceversa, sarebbe errore di credere che tutti quelli, che diconsi rigidi ed austeri, siano santi ; perchè, pur troppo, vi sono gli ipocriti, i lupi sotto veste di agnello: ma di certo, tutti i veramente buoni ed i santi, non possono non appartenere a questa categoria, perchè il loro volere è eroico. Deviazioni, adunque, e colpe vi furono dall'una parte e dall'altra; ma i buoni, nel senso intero della parola, sono soltanto in una di esse, e sarebbe ingiusto ed erroneo tenere il contrario.

Cio premesso, anche se non avessimo la conferma sperimentale, dovremmo per necessaria induzione inferire che di entrambi i due partiti, i languidi ed i fervorosi, dobbiamo avere i rappresentanti nei biografi del gran Patriarca di Assisi; e quindi dobbiamo avere un doppio ordine di biografie; le bografie dei fervorosi e le biografie dei languidi; ed è chiaro che le biografie compiute, quelle che rendono senza nebbie e senza veli la figura del gran Patriarca, in cui parve rivivere Gesù Cristo, non possono non essere che quelle dei fervorosi. L'ardente loro affetto disponevali a meglio comprendere il Santo, il loro fervore non porgeva stimoli a celar nulla di quell'esemplare di virtù austera e dolcissima. Per contrario, chi era incline a mollezza, pur col proposito fermo d'esser verace, di fronte ad un modello, che era quasi diremmo viva spiegazione della Regola, era il men disposto a dar troppo rilievo a quel vivace eroismo, che sonava alla propria languidezza cocente rampogna.

Quest' induzioni da leggi filosofiche certe, hanno e non possono non avere conferma nei fatti storici, sperimentali. Bartolomeo da Pisa, che il Papini stesso ci dà come santo Religioso, maestro in Teologia dottissimo, canonista, ricco di sacra e profana erudizione e scrittore instancabile [87] , scrisse verso il 1385 le sue famose Conformitates, approvate solennemente dall' Ordine nel Capitolo generale del 1399, e a cui oggi la critica vera ha finalmente reso quella giustizia, che gli fu ne' secoli addietro negata da uno scetticismo e da una diffidenza di cuori chiusi all'ingenue espansioni dell'affetto, che pure è principio e disposizione necessaria al conoscimento del vero.

Queste Conformitates segnano i primi albori del metodo critico, che ripiegando il pensiero sopra se stesso, vuol separare il men certo dal certo. Infatti, ci avveniamo in osservazioni come le seguenti: Di questo non trovai testimonianza autentica, ma solo pitture e scritture in più luoghi. Di nissum dei sopraddetti miracoli è parola in San Bonaventura; e non so come sia, perchè del primo dà notizia frate Bernardo da Bessa, e del secondo trovai scrittura pubblica per man di notaro in Firenze [88] . Di molte altre apparizioni non trovai scrittura, e però non le narro [89] . Ebbi informazioni incomplete e però le tralascio [90] . Inoltre, quasi ad ogni pagina cita con scrupolosa esattezza le fonti, da cui trae il suo racconto, e ne trascrive fedelmente le parole. Chi procede così, non può negarsi che procede a ragione veduta, e possiamo tranquillamente riposare sopra le sue asserzioni, e sopra la serietà e la gravità degli autori da lui consultati. Ora, spogliando questo autorevole e pregevolissimo libro, troviamo citati i seguenti libri: la Leggenda maggiore di San Bonaventura [91], la Leggenda antica [92] , la Leggenda dei tre Compagni [93] , la Leggenda seconda di Frate Tommaso da Celano [94] , la Leggenda di Frate Bernardo da Bessa, la Leggenda De inventione Alverniae, la Leggenda vetere, lo Speculum perfectionis, la Leggenda di Frate Benedetto d'Arezzo; oltre le ammonizioni ed altri scritti del Santo [95] . Tutti questi scritti, senz'eccezione, appartengono al secolo decimoterzo, cioè al duecento; nè oggi, meno forse il De inventione Alverniae, vi ha più chi ne dubiti.

Frate Bernardo da Bessa, che scriveva verso la fine del duecento, dei biografi di San Francesco ci da la nota seguente: i. Prima Leggenda del Celanese; 2. Leggenda di Giovanni da Ceperano; 3. Leggenda di Frate Giuliano; 4. Leggenda di San Bonaventura [96] . Queste due liste designano lo spirito dei due scrittori ; e ci offrono un indizio estrinseco per la classificazione delle Leggende francescane, che dall'esame intrinseco e dimostrato perentoriamente.

Troviamo difatti che Frate Bartolomeo da Pisa, uomo di molto criterio, e che quantunque sia ingiusto noverarlo fra gli amatori di mitigazioni [97] , nondimeno per un senso profondo di compassione e per timore che n'avesse offesa il buon nome dell'Ordine, si studiava di attenuare le responsabilità degli eccessi commessi a' tempi di Elia e nel primo quarto del secolo seguente, tace del tutto della prima Leggenda del Celanese, di quella di Giovanni da Ceperano e di quella di Frate Giuliano. Quanto a quest'ultima, riassunto probabile di quella di Giovanni da Ceperano, non accade di intrattenerci, trattandosi, al dir del Papini [98] , di sessantatre lezioni da coro, che per la loro natura non potevano contenere particolarità sconosciute. Di quella di San Bonaventura. divenuta testo officiale dell'Ordine, da doversi avere in ogni Convento per alimento spirituale dei Religiosi, era impossibiie che si serbasse il silenzio, e perciò vediamo che il da Bessa ed il Pisano ne fanno largo uso, e la ricordano con molta lode. [99] Però non può non fermare l'attenzione il silenzio, sotto il quale il Pisano copre la prima Leggenda del Celanese, mentre ricorda ed adopera la seconda con tutte le altre fonti che enumerammo di sopra; e viceversa da Bessa tace ogni accenno alla seconda Leggenda del Celanese e a tutte le fonti usate dal Pisano, e si ferma alla prima del Celanese, a cui dà lode non immeritata di grande facondia.

L' assonannza fra i nomi di Celano e di Ceperano, ha occasionato frequenti scambi negli antichi scrittori, e da ciò taluno, anche recentemente volle confondere i due nomi ben distinti di Tommaso e di Giovanni, e così identificare nella persona Giovanni da Ceperano, notaro della Sede Apostolica, ed il Religioso Frate Tommaso di Celano. Però le parole sopra riferite del da Bessa, hanno fatto ragione dell'inanita di tale ipotesi, e siamo con certezza tornati alla tradizionale distinzione. Il primo lavoro del Celanese, com'è noto, fu stampato la prima volta dai Bollandisti, nel 1768, su di un codice dell' abbazia di Longpont, che l' Oudin giudicò dover esser autografo [100] ; seguì l'edizione del Rinaldi nel 1806 da un codice antichissimo di Fallerona, marca d'Ancona [101] , e più recentemente quella dell'Amoni [102] . Una leggenda anonima usarono i Bollandisti, identificandola con quella di Giovanni da Ceperano, ed a brani staccati l'inserirono quasi per intero nel loro Commentario [103] . E la medesima che servì alla compilazione di Vincenzio di Beauvais con la designazione di ex gestis suis [104], come se fosse notissima. Quantunque il prologo non abbia l' inizio indicato dal da Bessa e da alcune lezioni trovate in un manoscritto di Tolosa [105], tutto induce a credere che l'identificazione dei Bollandisti, accettata anche dal Papini, sia giusta. Il cominciamento d' un prologo può mutare per moltissime cause, e possono aversi prologhi varj; sicchè la mancanza di questo riscontro non è tale da farci recedere da questo pensiero, a cui dovremmo sostituire un'ipotesi molto più strana, che sia fino a noi pervenuta la Leggenda, detta dai Bollandisti seconda, e di cui niuno fra gli antichi avrebbe fatto ricordo, e sarebbe perita una di cui essi fanno esplicita menzione. D'altronde entrambe hanno a comune di essere fattura estranea all'Ordine, ed usata unicamente dagli scrittori non francescani.

La vita prima del Celanese fu messa in versi, dicesi, da un certo Enrico [106] , che il Novati congetturò fosse Frate Enrico di Pisa [107] , celebrato dal Salimbene come predicatore, musicista, cantore, pittore [108] , la quale fu tradotta in bei versi italiani, e pubblicata nelle due lingue in Prato nel 1882 [109] dal compianto Cristofani, e che un ignoto, dell'ultimo quarto di quel medesimo secolo, interpolò con giunte prese dalla Leggenda di San Bonaventura.

II ricordo elogiativo di Frate Bernardo da Bessa della prima Leggenda del Celanese, ed il suo silenzio intorno alla seconda ed agli scritti dei compagni di San Francesco, e tanto piu significativo, in quanto che chi esamini il contenuto del suo lavoro, s'avvede ch'egli tenne questa seconda di continuo sotto gli occhi, integrando la parte omessa, non si sa per quali ragioni, dal serafico Dottore San Bonaventura. Fu chiaro l'intento di trarre da quegli scritti, ch'egli voleva condannati all'oblio, tutto quello che parevagli degno d'essere tramandato alla posterità; e riputava non nocesse la conservazione della Leggenda prima del Celanese, di cui un decreto capitolare aveva con le altre prescritto la distruzione. Nel secolo appresso la grande maggioranza dell'Ordine, dopo la tremenda esperienza dei guai della tiepidezza, era unanime nella sentenza contraria; i libri dei fervorosi compagni di San Francesco erano citati con onore; la Leggenda prima del Celanese e quelle che si erano esemplate sopra questa, giacevano meritamente e totalmente dimenticate. Il che è tanto vero, che della prima Leggenda del Celanese non abbiamo altro che pochi manoscritti del primo secolo di San Francesco, e nessuna versione in volgare; per contrario, della Leggenda dei tre Compagni e di altre scritture si conservano manoscritti molto più numerosi, recenti, con stampe e ristampe frequenti [110] .

Eccone difatti lo specchietto.

Per la leggenda prima del Celanese i manoscritti conosciuti sono i seguenti :

1. II manoscritto latino dell'Abbazia di Longpont, giudicato l'autografo, edito da' Bollandisti, ora perduto.

2. II manoscritto latino della Biblioteca di Barcellona, del secolo XIII [111] .

3. II manoscritto latino di Parigi, che fu giudicato del secolo XIV, ma che può benissimo appartenere al secolo precedente.

4. II manoscritto latino di Montpellier, anch'esso del secolo xiii [112] .

5. II manoscritto latino del Museo Brittannico Rac. d'Harl., secolo XIII.

6. II manoscritto latino del Collegio d'Oxford, secolo XIII.

7. II manoscritto latino di Fallerona (secolo xill), edito dal Rinaldi nel 1806, ed ora perduto [113] .

Della Leggenda dei tre Compagni si ha cognizione dei manoscritti seguenti :

1. Codice della Biblioteca del Sacro Convento d'Assisi, ora perduto [114] , che credesi completo [115] .

2. Codice Leodiense, latino, del 1408 [116] .

3. Codice Lovaniense, latino, del 1454 [117] .

4. Codice Mazzarino, latino, del 1459 [118] .

5. Codice Mazzarino, latino, del 1460.

6. Codice Fulginate, latino, del 14 ? ?.

7- Codice di Ala, latino, dopo il 1493.

8. Codice di Tongres, latino, 1422.

9. Codice di Lovanio, latino, 1502.

10. Codice Vaticano, latino, dopo il 1517.

11. Codice Corsiniano, latino, 15??.

12. Codice di Bruxelles, latino, 1549.

13. Codice del Muzio, italiano, 14 ? ?.

14. Codice Bolognese, italiano 15??.

15. Codice Riccardiano, italiano, 15?? .

16. Codice Volterrano, italtano, 15??.

17. Codice Marciano, italiano, 15??.

Della Leggenda seconda del Celanese si conoscono soltanto due manoscritti, uno d'Assisi, del secolo decimoquarto, l'altro dell'Archivio de' Cappuccini di Marsiglia, che quantanque sia stato attribuito al secolo decimoquarto, ci sembra che sia piuttosto della seconda metà del secolo precedente.

Certamente è notevole questa quasi completa disparizione degli scritti del Celanese, e delle Leggende che ne dipendono, e la diffusione delle altre; ed è tanto più notevole in quanto che nella riproduzione per la stampa avviene il simigliante, in modo anche più spiccatamente deciso. Ed è utile esaminarne l'indole ed il contenuto per ritrovarne la spiegazione,

La Leggenda prima del Celanese fu scritta dal 16 luglio 1228, giorno della canonizzazione di San Franccsco, al 25 febbraio 1229, in cui certamente era finita [119] . Frate Elia era stato rimosso dat supremo reggimento dell'Ordine, ponendovi in sua vece il pio e fervoroso Frate Giovanni Parenti, che cercava di mantenere e di ravvivare l'austero e pur dolce spirito del grande Patriarca d'Assisi; ma agognava di risalire all'ambito seggio. Frate Tommaso da Celano aveva conosciuto personalmente San Francesco; ma non era stato molto con lui. Sino al 1220 il gran Patriarca scorreva da luogo a luogo, predicando con l'esempio e colla parola; talchè Frate Tommaso, che di certo non era fra gli intimi suoi compagni, non ebbe frequenti occasioni di conversare con lui. Nel 1221 andò in Germania con Cesario di Spira [120] ; nel 1233 fu istituito Custode in Magonza, in Vormazia, in Colonia ed in Spira; nel 1224 Frate Cesario, venendo in Italia, lo lasciava Vicario, in sua vece; egli stesso fa intendere che pe' fatti dal 1224 al 1226, non è testimone di vcduta [121] ; nel 1227 dovette venire in Santa Maria degli Angeli per l'elezione del Ministro generale, che fu frate Giovanni Parenti [122] , e lo era ancora nel 1230.

Egli si protesta di scrivere quelle cose che ha udito dalla bocca medesima di San Francesco, o quello che ha appreso da fedeli e provati testimoni. Egli è veridico, e per quello che attesta di veduta possiamo tranquillamente riposare sulla sua parola; ma per il resto dobbiamo ora cercare chi fossero i fedeli e provati testimoni di cui egli si è servito.

Or è singolare che i tre Compagni, nello stendere la loro Leggenda verso il 1245, manifestino il dubbio, anzi la certezza, che i fatti che essi sono per narrare e di cui furono testimonj, non fossero giunti a notizia dei compilatori delle prime Leggende, ed il Celanese, nella sua seconda vita, attesta che veramente tali notizie non ebbe. È dunque evidente che egli compilò la prima sua vita senza consultare i compagni di San Francesco, quelli ch'erano i veri eredi dello spirito suo, ed a' quali aveva confidati i suoi più intimi pensieri e le angoscie degli ultimi anni della sua vita ; quelli che i Pontefici stessi avevano consultato per decidere le questioni sull'interpretazione delta Regola [123] ; ed i cui scritti furono invocati per decidere le stesse questioni nel Concilio di Vienna. Egli stette, dunque, allora, con i tiepidi, con quelli dei quali uno scritto di quel tempo dice che non curavano i vecchi ed occultamente denigravano questi santi Religiosi, mettendoli in voce di « indiscreti, spietati e crudeli [124] »; e leggendo la vita, vi si veggono chiare le ispirazioni ed i suggerimenti di Elia. Ad un tal partito lo stesso nome di santità sonando rimprovero, riusciva molesto [125] ; perciò in queste vite abbiamo una dipintura assai caricata delle mollezze di San Francesco nel secolo, di cui passo una frase un po' viva nello stesso ufficio ecclesiastico, che si dovette poscia mutare per le attestazioni formali in contrario dei tre Compagni, a cui si unì San Bonaventura.

Perciò la Leggenda trascorre leggera sopra la conversazione santa di San Francesco, distendendosi molto sopra la storia della conversiane, e sopra i miracoli; non dice verbo della redazione delle due ultime Regole, nemmeno di quella scritta da Cesario di Spira, vissuto in molta intimità col Celanese.

Ai compagni di San Francesco dedica appena la metà di un capitolo, elogiandoli come colonne del Santo; ma ne sopprime i nomi per non offenderne la modestia! [126] E difatti in tutta la vita non sono mai nominati.

Per Elia pero le cose procedono ben diversamente. Fin da principio allato a San Francesco e come suo primogenito apparisce un misterioso anonimo [127] , usurpando il posto di Frate Bernardo, degnissimo d'ogni considerazione, che sino dai primordi dell'Ordine San Francesco aveva nominato suo Superiore; e finalmente comparisce il nome stesso di Elia, cui un angelo del cielo annunzia la prossima morte del Santo. Frate Elia prega ed ottiene che il Santo tenga colloqui; egli è da San Francesco eletto in luogo di madre a se, e di padre ai Frati; la sola sua venuta fa riavere il Santo dalla infermità che pativa. È buon figlio, pronto ai voleri del Padre Santo: lui che, umile, nel ricevere la benedizione si è posto alla sinistra, è benedetto specialissimamente dal santo Patriarca, che ha incrociate le mani, con la destra, perchè ogni sua onesta domanda s'adempia. Lui solo, meritò di vedere la sacra piaga del petto; Rufino la toccò, ma per caso e non senza artifizio; sembra proprio che Frate Elia sia stato sempre l'intimo di San Francesco; il nome stesso di Pietro Catani, suo predecessore nel Vicariato, è diligentemente soppresso.

Anche se fossero veri tutti questi fatti in onore di Frate Elia, sciorinarli così al sole, mentre i fatti degli altri si coprono accuratamente d'un velo, sarebbe una parzialità manifesta; ma il peggio si è che almeno alcuni di questi son falsi, e ciò ci tiene necessariamente non poco sospesi sul resto. Per esempio, sul punto della primogenitura negata a Frate Bernardo, il Celanese stesso nella seconda sua Leggenda, da principio oscuramente e poi esplicitamente si è disdetto, riconoscendola [128] ; e la designazione a successore del Serafico Patriarca, che implicitamente viene da lui accennata, ed era tanto conforme a quello che voleva far credere Frate Elia, che l'Imperatore Federico II, suo amico, ne vantò solennemente la grande importanza al Pontefice Gregorio IX [129] ; questa designazione dallo stesso Celanese nella seconda sua Leggenda viene del pari smentita [130] .

Non vogliamo, di certo, far troppo carico a Frate Tommaso, se scostatosi dai Compagni di San Francesco, rimase incantato da Frate Elia, che ci vien descritto come il più grazioso ed insinuante parlatore di que' tempi [131] ; egli potè essere tratto in errore, e dobbiamo essergli grati della sua seconda Leggenda, fatta in compagnia degli intimi amici e confidenti del Santo, in cui redense e corresse, per quanto meglio seppe, gli errori e le lacune lasciate nella prima.

Come accennammo di già, sulla falsariga della prima Leggenda corre la vita versificata da Frate Enrico di Pisa, talchè il Sabatier l'ebbe a dire la Vita del Celano messa in versi, e nulla più; nondimeno è notevole che in tanta consonanza si taccia della benedizione data a Frate Elia, nè si nomini intercessore del colloquio della liberata di San Gemini con San Francesco. Queste ommissioni hanno, di certo, molto significato, perchè, data l'indole del lavoro, che spesso dilaga in molte parole, non possono ritenersi ispirate da studio di brevità, e accennano che se all'autore non dispiaceva il partito eliano, non era molto simpatico Frate Elia. Nè manca di significato che, mentre alcuni del partito degli Eliani, senza dubbio cercarono l'approvazione pontificia a quella Vita che dava credito alle pretese di Generalato in Elia [132] , altri dello stesso partito facesse lo stesso per la Leggenda in versi, dedicata essa pure al Sommo Pontefice Gregorio IX [133] , la quale su tale argomento tenevasi muta.

Le relazioni fra le due Vite per il loro parallelismo costante dimostrano essere state condotte l'una sull'altra, e la critica interna del testo dimostra che quella del Celanese fu all'altra in versi anteriore ; basti osscrvare che la profezia della non lontana morte di San Francesco è messa fuori del suo posto cronologico dal Celanese nella narrazione delle ultime ore del Santo in Assisi; il poema in versi invece l'ha nel proprio luogo molto tempo prima. Le due storie andando sempre, capitolo per capitolo, di conserva, se s'intende bene come il Celanese, scrivendo per il primo, metta dopo, al risvegliarsene la memoria, un fatto che erasi dimenticato di porre prima; non si capirebbe, invece, che avendo dinanzi la vita in versi, volesse pcr capriccio alterare senza apparente ragione il vero e naturale ordine cronologico; è poi ovvio che ad un lavoro poetico precede la prosa. Antecedette, adunque, il Celanese; ma di poco. Già il Papini aveva osservato che la Vita, avendo la dedica a Gregorio, deve essere anteriore al 1241 noi possiamo restringere di più di un decennio quel limite estremo. Infatti, ivi non è parola della traslazione da San Giorgio al Sacro Convento, avvenuta nel 1330, e ciò ne dà un fortissimo indizio per ritenerla anteriore a quell'anno. Se non che, non ne manca una prova diretta di forza maggiore. Il poeta asserisce che il corpo del Santo in San Giorgio fu rinchiuso in un'urna lapidea, e tutta d'un pezzo; questa notizia non si trova che in lui, ed è conforme alla pura verità, come venne riscontrato nel 1819, facendosi l'autentica ricognizione delle sacre spoglie del gran Patriarca [134] . Di quest' urna di pietra, dopo la tempestosa traslazione del 1230, s' era persa ogni memoria; e lo stesso Pisano, cercatore diligente delle antiche Cronache, parla, per erronea, e pur ragionevolissima induzione, di una cassa di legno. Egli dunque scrisse innanzi che il sarcofago, sepolto sotto l'altare della Basilica, divenisse invisibile, cioè prima del 1230. Il poema gareggia, quindi di antichità col Celanese, e dalle particolarità che aggiunge qua e là, si dimostra pratico conoscitore delle cose che narra; e forse prima di scrivere era stato in Oriente [135] ; nondimeno, quantunque assai meno del Celanese, non esce dalle tracce della biografia che al partito eliano tornava a grado, e insieme con l'altra di Giovanni da Ceperano, posteriore al 1230 e di certo anteriore al 1232 [136] , si possono considerare, salvi accidentali ritocchi, condotte sopra lo stesso modello.

Queste tre Vite hanno, come monumento storico, un peso ed un valore inestimabile; contengono particolarità sopra la vita di San Francesco, specialmcnte per la parte umana, che invano cercheremmo d'altronde. Esse stanno a rappresentarci gl'intendimenti di una gran parte della francescana famiglia; ed anche da questo lato acquistano singolarissimo pregio; senza di esse la vita francescana così varia, e talvolta, pur troppo, nell'infievolirsi della carità, tempestosamente varia, non avrebbe la sua spiegazione razionale, e sarebb monca e imperfetta. Esse spirano molto amore al Santo Patriarca, e dove la mozione degli affetti è più viva, e quindi piu limpida e vera la rappresentazione del vero, hanno pagine, specie nel Celanese, degne di stare accanto alla bellissima e tenerjssima lettera, con la quale Frate Elia annunziò a Frate Gregorio da Napoli e all'Ordine intero la morte del Fadre diletto; lettera, di cui ogni parola va all'anima, perchè veramente sentita, e che niuno sin qui seppe convenevolmente tradurre da quel latino rozzo, se si vuole, ed incolto, ma di un'efficacia non imitabile. Nondimeno dopo lette quelle Vite, l'immagine di San Francesco, fra mezzo a lampi di luce, si disegna sbiadita, appannata, ed è impossibile non accorgerci che sull'interna ricchezza di quello spirito eletto, in tanta mansuetudine ardentissimo, sulla sua santa conversazione religiosa, insomma sopra la sua vita spirituale, è gittata un'ombra, che il cuore desidererebbe rimossa. Questo hanno di buono, che svegliano intenso il desiderio di sapere di più. Vi è questo di più? Lo possiamo accertatamente conoscere? Non v'ha dubbio che sì, e lo vedremo nei seguenti paragrafi destinati all'esame delle biografie, che ci vengono sotto il nome dei pi cari e pi fervorosi compagni del Patriarca Serafico.

IV.

I primi scritti dei Compagni di San Francesco,

La Leggenda prima del Celanese, scritta per ordine di Gregorio IX, ha il sigillo della sua approvazione, con parole di alto significato: La ricevette, l'approvò, e sentenziò doversi ritenere [137] . Tanta solennità non può non avere uno scopo, e si sente chiaro l'eco della voce di uno dei partiti che allora dividevano l'Ordine. Ad intender bene lo stato delle cose, e per ovviare a sinistre interpretazioni, torna opportuna un'occhiata alle vicende dell'Istituto.

II Pontefice Gregorio IX, e da Cardinale e da Pontefice, fu uomo di grande virtù e di vita santissima, e quindi, austerissima. S'innamoro accesamente di San Francesco e di San Domenico e dei due Ordini da loro istituiti, da cui aspettava un rinnovamento dei popoli ed anche del chiericato. I tre Compagni, d'accordo in ciò col Celanese, sono espliciti sopra l'intimità che legava a San Francesco il cardinale Ugolino. Egli interveniva ai loro Capitoli, e piangeva ammirato e compunto della austerita di lor vita; nei suoi mistici ardori pensò anche di rinunziare la porpora e farsi frate Minore; e avutone ripulsa da San Francesco, talvolta deposta la veste cardinalizia, usava portare la tonaca francescana e il cilizio: un suo nipote, Frate Gregorio da Napoli, era entrato nell'Ordine. Il santo cardinale, nel cui animo vigoroso era accesa una fiamma di quel fuoco che scaldava San Domenico e San Francesco, penso all'opportunità di innalzare i migliori dei due Istituti alle maggiori dignità della Chiesa, perchè anche il reggimento ecclesiastico si ritemprasse al loro spirito. Se ne aprì con loro, che umilmente rifiutando, dimostrarono ancor meglio quanto fosse opportuno di farlo. E penso anche al bisogno che la scienza, il più potente ed il più pericoloso mezzo d'influire esteriormente nella società, si purificasse e divenisse perfetta e santa accostandosi a Dio, luce di verità. L'Ordine rispose agli alti pensieri del santo cardinale; ed e indubitato che San Francesco accettò volentieri e tenne in gran conto gli uomini dotti e gl'ingegni potenti che vollero diventare suoi figliuoli: chiamava col titolo di Signore Frate Pietro Catani, addottrinato nelle scuole di Bologna [138] , a Sant'Antonio mandava lettere coll'indirizzo: A Sant'Antonio, vescovo mio; egli stesso instituì Sant'Antonio lettore [139] , e purchè si tenessero ad uso comune, non negava i libri. strumento necessario allo studio. Ma è altresi indubitato ch'egli temeva, non senza ragione, le vanità di una scienza, che sia pascolo d'ambizione, e sia indevota; e sopra tutto tenne l'occhio alla pietà ed alla virtù, che stavano in cima d'ogni suo pensiero; e i fatti dimostrarono quanto bene si apponesse nelle sue previsioni, e quanto i suoi timori fossero fondati. Si svegliò nell'Ordine intero un desiderio intensissimo di sapere, ed avemmo la scienza santa degli Antoni, degli Alensi, dei Bonaventura e dei loro seguaci; ma molti vollero tenere altre vie e dimenticarono troppo facilmente che la scienza indevota e senza carità, gonfia e non nutre, da fatui splendori, senza calor sostanziale; e San Francesco dovette più di una volta frenare coloro, che senza ingegno e senza le necessarie preparazioni volevano inutilmente, e quindi con grave danno, consumarsi negli studi, e coloro che deboli di mente e viziati nel cuore si occupavano di questioni oziose a pascolo di vanità e non a miglioramento vero, intellettuale e morale. La storia ch ha tramandato la memoria del rimprovero del Beato Agnello da Pisa ad un lettore dell'Ordine, e la tremenda invettiva di San Francesco a Frate Simone di Stiacca, in Bologna.

Andando in Oriente, aveva lasciato il piissimo Religioso, Matteo di Narni, a ricevere nella Porziuncola i postulanti l'abito, e ad informarli dello spirito dell'Istituto; Frate Gregorio di Napoli, uomo di assai dottrina e facondia, doveva invigilare su tutto l'Ordine: Frate Filippo dirigeva le figlie di Santa Chiara; Frate Giovanni di Campello badava alla parte economica. Nell'assenza di San Francesco nacque gran discordia fra questi capi diversi, che tutti più o meno, pretesero che il rimanente nell'Ordine s'acconciasse a quel vivere ch'era piu conforme alle proprie ispirazioni, rigettata la sapiente e pur rigidissima larghezza di San Francesco.

Ne nacque un grande subbuglio e turbazione [140] . Tornò il gran Patriarca. e i cuori dei meglio intenzionati si riaprirono alla speranza ; Giovanni di Campello però, con grande quantità di lebbrosi, di uomini e di donne, si staccò daL'Ordine [141] , San Francesco, addoloratissimo di tanto scompiglio, scrisse, aiutato per la parte letteraria da Frate Cesario di Spira, una Regola [142] , che Onorio approvò verbalmente; ed infine a Fonte Colombo, usando i consigli del cardinale Ugolino, e condiscendendo in qualche cosa a coloro cui sapeva un po' duro servire l'antica rigidità della vita, scrisse quella che ebbe la definitiva approvazione, la quale eziandio a certuni parve troppo severa. Pur il rispetto al Santo, impedì che, lui vivo, si allentassero smisuratamente le redini: ma con tutto ciò egli ripensava con dolore al rattiepidimento di cui vedeva i tristi effetti, e peggiori guai ne presagiva per il futuro. Scrisse, o meglio fece scrivere, quella ch'egli appellò una esortazione ai suoi figliuoli, anzi il suo testamento, in cui con grande tenerezza di affetto e vivacità di parole torna a raccomandare quell'ideale di altissima perfezione evangelica che formò la sostanza della sua vita, ed e lo spirito della sua istituzione.

E dopo non molto passò di questa vita all'eterna, ai 4 di ottobre in giorno di sabato, una di quelle sere autunnali, tranquille, consolate dall'odorato aere d'Italia.

La sua morte lasciò tutti in isgomento. San Francesco stesso non seppe indicare uno adatto a pigliare il reggimento dell'Ordine, in cui serpeggiava un illanguidimento di sinistro augurio. Non veggo nissuno (disse Egli con frequenti sospiri a chi gliene fece richiesta), non veggo nessuno, che sappia esser capo d'un esercito così svariato e così numeroso. Vi dirò quale dovrebbe essere. Dovrebbe essere uomo di gratissima vita, di gran discrezione, di ottima fama; sensa parzialità, perchè non generi scandalo, e dedito all'orazione; pronto a rispondere a tutti e a tutto provvedere caritatevolmente, pazientemente e mausuetamente, senz' accettasiom di persone, così verso i minori ed i semplici, come verso i maggiori ed i savi: ed anche se risplende per dottrina, mostri nel suo costume una pia semplicità e si tenga al ben fare, Detesti il danaro, si porga altrui degno d'imitazione, nè abusi mai della pecunia. Non sia adunatore di libri, nè troppo inteso a letture, perchè lo studio non rubi il tempo all'officio, Consoli gli afflitti, sia rifugio ai tribolati... Pieghi a mansuetudine i protervi, umiliando sè, e per la salute dell' anima temperi la crudezza del diritto,.. Vorrei vederlo con molta devosiom e riverenza onorato da tutti; come chi tiene il luogo di Gesù Cristo; e da tutti e in tutto provveduto con molto affetto... Abbia le accuse in sospetto, sino a che dopo diligente esame sia chiarita la verità; nè dia ascolto alle molte parole, specialmente se suonano accuse... Nè tolleri che si offenda o rilasci la giustizia e l'equità; inmodo però che il troppo rigore non occida le anime, nè dalla troppa mansuetudine nasca il languore, o dalla rilassata indulgenza si dissolva la disciplina; sia dunque temuto ed amato da quelli stessi che il temono [143] . Questo ritratto, chi lo confronti con la lettera dello stesso Santo Patriarca a Frate Elia, con la quale l'esorta a pazienza, umiltà e mansuetudine, e col carattere dello stesso Elia, quale ci viene descritto dal Salimbene, s'avvede subito che riesce ad una quasi esplicita riprovazione di questo Religioso, pur destrissimo e sorretto da potenti aderenze.

Era dal 1224, che malato San Francesco, ed imperante Elia, non si teneva Capitolo generale; ma nella Pentecoste del 1227 si radunò per i' elezione del Capo dell'Ordine, ed uscì eletto Frate Giovanni Parenti, uomo fervido e pio, nè i maneggi di Frate Elia per mantenersi nel posto approdarono a nulla. Evidentemente ebbe a contrastare con armi più potenti, che non fossero le sue insinuazioni. Ma non era uomo da smarrirsi per una prima disdetta. Nel 1229 erasi finita di scrivere la Leggenda prima del Celanese, in cui apertamente si annunziano fatti, da cui deriverebbe che San Francesco stesso l'avesse designato suo successore; e la Leggenda viene fatta approvare dallo stesso Gregorio IX. Innalzando la basilica magnifica, si conciliava il favore dell'universale. perchè nel rappresentare con opera di visibile grandezza, la grandezza dall'amato Patriarca San Francesco s'accordavano tutti [144] . Intanto con lavorio incessante contrastando allo zelo del Ministro generale piissimo, otteneva dal sommo Pontefice una giustissima ed opportuna dichiarazione intorno al vero valore del Testamento di San Francesco, negandogli virtù strettamente precettiva, e riconoscendogli, come si legge esplicitamente nel Testamento medesimo, l'efficacia di una raccomandazione ed esortazione vivissima di un Padre amante ai figliuoli [145] . E così apparecchiato un poco il terreno, nel 1230 tentò il colpo d'audacia di farsi eleggere, deposto il pio Parenti, a Ministro generale. Sant'Antonio con altri s'oppose, e anche allora il tentativo fallì: ma nel 1232 tornato di nuovo all'impresa, col favore del Papa e dell'Imperatore, e non senza, forse, l'appoggio di Frate Gregorio di Napoli suo amicissimo, salì all'ambito seggio di supremo Reggitore dell'Ordine. Favoreggiò sul principio gli studj [146] , credendo forse di aver dalla scienza aiuto contro il fervido misticismo a lui tanto molesto; ma bentosto la scienza stessa, fattasi matura quindi salita a mistiche altezze, gli si rivoltò contro; degno di considerazione com'egli allora piegasse, promovendoli agli offici, verso i più incolti dell'Ordine, e chiamasse al suo fianco in qualità di Segretario Frate Illuminato, uno dei Compagni di San Francesco. Tutto fu invano. I Dottori dell'Università, uomini di gran mente e di gran cuore, nel drammatico capitolo di Roma, nel 1239, lo fecero deporre, sostituendogli Frate Alberto di Pisa, odoroso fiore che in appena sei mesi inarridì. G!i successe Frate Aimone inglese, e Frate Crescenzio da Jesi, variamente giudicato dai vari partiti; il quale se, com'è certo, fu infesto a taluni che parevano e forse erano Religiosi fervorosi e di buone intenzioni, e se, come è pure certissimo, sollecitò da Innocenzo quarto la Costituzione, che all'Ordine intero parve di una eccessiva larghezza, e non fu accettata, non sembra che per questo debba essere giudicato in modo troppo sinistro; perchè quando quasi due terzi dell'Ordine favorivano le mollezze eliane, troppo era facile, anche con intenzioni rettissime, cadere in qualche errore più di mente che di cuore, e non discernere bene il loglio dal grano. Certo è che a lui si deve il pensiero salutarissimo di raccogliere con molta abbondanza e precisione le  memorie del Fatriarca Serafico, per rinnovare con la notizia l'amore della vita serafica nella sua primitiva purezza, ed egli stesso scrisse dialoghi sopra la santa conversazione de' primi Minori. Il Beato Giovanni da Parma che al vecchio Crescenzio sottentrò nel regime dell'Ordine, zelò ancor più fervidamente la ristorazione dell'Istituto, scaduto di molto per lo spirito di que' languidi, di cui erasi fatto capo Frate Elia; e negli otto suoi anni di governo riaccese il fuoco sacro della carità spirituale, e, per le mene dei tiepidi, dovutosi ritirare dall'officio [147] , nominò San Bonaventura a succedergli. Questi, con maggiore lentezza e riguardi, ma con eguale fermezza ed encrgia, continuò l'opera santa del suo ardente predecessore; e certo si deve a lui se l'amore alla Regola si ravvivò, ed i lunghi dieciassette anni in cui tenne le redini del supremo reggimento raffermarono così bene l'opera di San Francesco, che fu salutato secondo fondatore dell'Ordine.

Morto lui, ricominciarono le tempeste: ma ormai vi era un eletto manipolo di uomini santi, ne' quali riposavano le speranze e le promesse della perennità dell'istituto; e dopo le lunghe ed aspre lotte combattute sino quasi al 1340, l'idea francescana sopravvisse in mezzo a tante vicende e poco appresso compiutamente trionfò, Con la santità e col puro zelo della Regola andò di pari passo la scienza; ed è osservabile che i frutti più feraci e più sani della letteratura e della scienza francescana coincidano a un dipresso e sempre, col rinvigorimento della vita santamente austera dell' Istituto, ed i tempi di scadimento del fervore segnino altresì una lacuna e lascino un'ombra di silenzio quasi assoluto nella sua vita religiosa, civile e scientifica.

Questo cenno sommario è sintetico della vita dei Minori del primo secolo francescano, basta a indicarci i tempi in cui si compilarono le scritture dei fervorosi compagni di San Francesco, cioè dalla morte di San Francesco sino all'imperversare del governo di Elia, e dalla deposizione di Frate Elia sino a tutto il governo di San Bonaventura, cioè sino al 1274.

Abbiamo veduto che il Da Bessa tace studiosamente ogni accenno agli scritti dei fervorosi, eccettuato solo San Bonaventura, di cui sarebbe stato ridicolo il solo tentativo di spegnerne la memoria; ma che esistessero questi scritti è cosa di cui oggi non si dovrebbe più dubitare. Nondimeno, poichè vi fu taluno che con esagerato scetticismo, preoccupato di soverchio dalle proteste di alcuni in cui più potè la passione che l'amore del vero, o ne dubitò, o assolutamente ne negò l'esistenza, non sarà del tutto fuor d'opera rammentare testimonianze fuor d'ogni eccezione che ne accertano in modo perentorio di questi scritti, Frate Giovanni Olivi, uomo degnissimo sotto tutti i rispetti, quantunque fatto bersaglio di una spietata persecuzione, asseri che Frate Leone scrisse in alcune cedole i ricordi di San Francesco: questi rotoli sono ripetutamente citati da Frate Ubertino da Casale nel suo Arbor Vitae, scritto nel 1305, che ne riporta molti brani; e con rimpianto riferisce la voce che almeno in parte fossero stati tolti dal Monastero di Santa Chiara in Assisi, ove si conservavano, e forse fossero smarriti. Ma sei anni appresso chiamato insieme ad altri Religiosi di buona fama a deporre sopra gli abusi introdotti nell'Istituto, aveva avuto cura di ricercare e di riavere que' rotoli autografi di Frate Leone, e li recò seco ad Avignone per produrli davanti la commissione cardinalizia [148] : seppe che erano anche stati trascritti in un volume della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi, e che non pochi erano stati scritti vivente San Francesco e d'ordine suo. A questi scritti di Frate Leone appella anche il Clareno nelle sue epistole, e nella sua Cronica delle sette tribolazioni; ed esplicitissimamente poi il Beato Francesco di Fabriano, che li ebbe in mano e li lesse. Il manoscritto Vaticano 4354 ha nel prologo di essere stato cavato dagli scritti dei compagni di San Francesco. Il prologo dello Speculum accenna a cose antiche scritte o fatte scrivere in diversi luoghi dai predetti compagni. Ne' Fioretti stessi si legge ripetutamente l'ordine di San Francesco a Frate Leone di scrivere i più notevoli documenti di spirituale edificazione. Quanto poi in ispeciale alla Leggenda de' tre Compagni, ne troviamo asserita la composizione, col nome degli autori nella Cronica dei ventiquattro generali, e nelle conformità del Pisano [149] .

Nè deve far meraviglia questo modo di scrivere in più; prima di tutto perchè le differenze individuali erano unificate nella grande idealità francescana, di cui erano accesamente innamorati; poi, perchè ha singolare riscontro in tutte, quasi, le opere del medioevo, anche nelle stesse opere d'arte, in cui effondesi sciolta e libera la spontaneità personale dei singoli artisti; ed infine perchè n'abbiamo l'esempio parallelo e calzantissimo della Leggenda di Santa Chiara, descritta dal Reverendo Messer Bartolomeo vescovo di Spoleto, ...  di comandamento del beatissimo Innocenzo, papa quarto, insieme ... con gli Frati santissimi, cioè Frate Leone et Frate Angelo di Rieti, compagni di Santo Francesco; la quale, pure, come era gia avvenuto degli scritti dei medesimi Religiosi sopra San Franccsco, Frate Tommaso da Celano, tenuto in conto di letterato valoroso, ridusse in forma, a suo credere, più elegante, adornandnla d'ù immagini poetiche e di quelle antitesi di concetti, che costituiscono il carattere peculiare del suo stile [150] .

Queste testimonianze a chi voglia giudicare serenamente e senza passione, son perentorie, e non valgono le eccezioni contro quella di Ubertino da Casale, a inforzare o negare gli scritti dei Compagni del Santo Patriarca. Tale eccezione, è, non esitiamo a dichiararlo altamente, una solenne ingiustizia; ma anche se avesse in generale qualche ragione, nel nostro caso particolare, suffragata da tanti altri testimoni superiori ad ogni sospetto, sarebbe contro ogni canone di critica vera, obbiettarla. Ma giova scendere nel fondo della questione, per togliere dalla radice ogni dubbio.

Taluni accettano, e non possono a meno d' accettarla, la dimostrata esistenza degli scritti dei Compagni di San Francesco; ma sentendo ancora nel cuore l'eco di una malaugurata questione, che coprì di lutto la storia del nostro Ordine nella prima metà del trecento, ne mettono in dubbio la genuinità, e parlano di mistificazioni, d'interpolazioni e di falsificazioni che ne distruggerebbero praticamente ogni valore.

Il languore dello spirito religioso che aveva cominciato ad attossicare l'Ordine dei Minori, e dietro l'attestato del piissimo San Bonaventura, attirava sull'Ordine intero la maledizione di San Francesco [151] , provocò una pertinace lotta, che nel principio del trecento, sedendo al governo dell'istituto alcuni uomini fautori di mitigazioni. scoppiò in aperto dissidio, agitatosi davanti la Corte pontificia in Avignone. Contro le rilassazioni pugnò acerrimo Ubertino da Casale, con altri; e difendevano le costumanze introdotte dai languidi e così vigorosamente flagellate dal dottore Serafico [152] , quelli che dicevansi del partito della comunità. Ne uscì la finale sentenza con la bolla Exivi de Paradiso, e con alcuni provvedimenti pontificj di cui entrambe le parti menarono vanto come di riportato trionfo. I partigiani delle mitigazioni dissero che la decretale risolveva tutti i dubbi secondo le loro opinioni [153] , che le consuetudini dell'Ordine erano state giudicate lecite ed oneste [154] , e che quindi la sentenza doveva riceversi con grandissima gioia [155] . Dairaltro lato i fervorosi sostennero che la sentenza era tutta a favor loro, tratta sostanzialmente dalle tesi di Frate Ubertino, e che gli avversari avevanla accolta a malincuore, sebbene apparentemente le facessero buon viso [156] . Gli amici delle mitigazioni, usando della influenza stragrande che lor veniva dal grado e dal numero, e tenendo nascosto tutto il retroscena del non edificante dibattito, fecero accettare nell'universale la loro versione, e sopra Ubertino ed i suoi seguaci rovesciarono il cumulo di accuse recate lor contro nello stesso Concilio, come se fossero ormai passate in giudicato; sicchè nei libri stessi dei fervorosi la versione penetrò come verità non dubitabile [157] ; ed il Waddingo la ripete.

Il Padre Michelangelo da Napoli nel primo volume della sua Cronologia, forse non senza il consiglio del Waddingo, accortosi dell'errore, accettò invece come vera la versione dei fervorosi, e cercò di rimettere in onore Frate Ubertino. la cui autorità, come quella di uomo santissimo, fu prodotta anche davanti alla Congregazione de' Riti, per attestare la santità del Beato Giovanni da Parma, riportandone sentenza favorevole. E già nel 1623 il Waddingo lo aveva giudicato fra i più santi, i più dotti ed i più sinceri del tempo suo [158] .

Con tutto ci tale e refficacia malefica della maldicenza che ancor oggi si replicano ad Ubertino le accuse di diffamatore, come autore d'incredibili e nefande menzogne, e si afferma non doversi dar peso alle sue citazioni e da queste accuse principalmente nascono gl'ingiusti sospetti sopra la sincerità delle nostre storie [159] . È dunque necessario appurare bene la cosa, e non è difficile, perchè oggi i documenti già pubblicati, se non hanno ancor sollevato tutto il velo che copre quell'istoria sì triste, ne abbiamo abbastanza per giustificare su questo punto Ubertino ed i suoi aderenti.

Confrontando la costituzione Exivi con gli scritti di Frate Ubertino da Casale e dei suoi seguaci da una parte, e con scritti dei difensori della Communità dall'altra, è facile di riscontrare che la Decretale pontificia è quasi una completa giustificazione delle opinioni e della condotta dei primi, e, quindi, un'implicita condanna ai secondi.

Si lamentavano i mitigati che i fervorosi avessero fatto ricorso alla Sede Apostolica, e glielo imputavano a delitto [160] ;

Il Pontefice ne li loda come di atto prudente e pio. Decide che i Minori non sono in virtù del voto tenuti all'osservanza dei consigli evangelici non contenuti nella Regola.

Questo che certamente non poteva esser negato dagli amatori di vita più larga, parrebbe dovesse ferire Ubertino ed i suoi seguaci; e in verità s'incontrano ne' loro scritti frasi ambigue che potrebbero darvi appiglio: ma abbiamo altresì perentorie loro dichiarazioni in contrario, le quali mostrano che questa pontificia decisione, determina e chiarisce il loro pensiero, contro le torte interpretazioni dei loro avversari, ma non lo condanna. Decide che i Minori in virtù della professione sono tenuti non solo all'osservanza dei tre voti e degli altri precetti, la cui trasgressione è colpa grave; ma sono altresi tenuti a quello, la cui infrazione non eccede il veniale [161] ; tesi che contraddice formalmente le opinioni del Procuratore Raimondo, difensore della Comunità. Decide che nè i Ministri Provinciali ne gli altri Religiosi debbano ingerirsi della distribuzione dei beni a' poveri, da farsi da coloro che entrano nell'Ordine, e che quindi i Minori non possono essere quelle timorate persone, a cui la Regola assegna tale ufficio, tesi anche questa contraddetta dal Procuratore dei tiepidi. Riconferma il precetto della Regola circa il numero degli abiti [162] , sopra di che i men fervorosi facevano dalla Regola ricorso ad altre dichiarazioni [163] . Lascia ai superiori il giudizio sopra la viltà delle vestimenta, ma ne dichiara con forza il precetto; e lo stesso pe' calceamenti.

I difensori della Comunità difendevano lecito portare la chiave della cassa in cui era il danaro, da spendersi per i loro bisogni, ed altri atti; la Costituzione pontificia Exivit ne fa loro divieto. Credevano di non essere tenuti ai digiuni della Chiesa non notati nella Regola; di che menava clamori Ubertino; il Pontefice risolve il caso secondo l'opinione dei fervorosi contro de' languidi. I fervorosi lagnavansi che l'elezione dei Ministri provinciali si facesse dal Generale col suo consiglio, ove le tendenze dei languidi avendo la prevalenza, si promovevano i men degni e si propagava il rattiepidimento: il Pontefice vi provvede conferendo ai Capitoli il diritto di tali elezioni, rilasciando ai Superiori maggiori la sola conferma. Lasciamo per brevità di ricordare altri punti, perchè trattandosi di divietj, non può cader dubbio che siano contro i difensori della Comunità. Solo ricordiamo la decisione circa l'uso povero delle cose, in cui la soluzione del Pontefice è generale; ma aggiunge una censura teologica ai difensori della Comunità che tacciavano d'eresia l'opinione de' loro avversari. Quest'esame così particolareggiato ci conduce necessariamente a concludere che le accuse gravissime sotto le quali giacque quasi oppressa per secoli la memoria dei fervorosi che nei primi anni del trecento difesero avanti ii concilio di Vienna la purità della Regola francescana, non hanno fondamento di verità: essi non mentirono, essi non calunniarono; e la Santa Sede Apostolica sentenziò a favor di essi, non contro, i documenti recati, adunque, in mezzo da Ubertino e dai suoi compagni erano i genuini, perchè altrimenti sarebbe riuscito assai facile ai loro oppositori oculatissimi di coglierli in mendacio, nè la Santa Sede avrebbe mai giudicato in loro favore. Il che del resto risulta anche dalla versione che ne recano gli amici delle mitigazioni, i quali dopo avere, contro l'evidente verità affermato che la Decretale era a loro favore e lecito e onesto il costume dell'Ordine, poi narrano che il Generale andò visitando le Provincie, facendo distruggere gli edifici più sontuosi, e sradicando altri abusi; le quali cose non si possono conciliare con un giudizio di assoluzione.

Ma vi ha di più. Il Sommo Pontifice Clemente quinto non si tenne alle dottrine dei fervorosi soltanto ne' quesiti circa l'interpretazione della Regola; ma giudicò altresi sopra la moralità dei sostenitori dell'uno e dell'altro partito. Ed ccco come.

Chiamò a se i Superiori che eransi mostrati infesti ai fervorosi, li riprese in pubblico concistoro, li depose dall'officio, ed ordinò fossero sostituiti da altri Superiori benevoli a chi zelava la Regola [164] ; e sette giorni dopo il Padre Bonagrazia di Bergamo, principale distenditore delle memorie acerbissime contro i fervorosi davanti al Concilio, deposto anch'esso, era rilegato in un oscuro e solingo Conventino [165] . L'anno seguente il Pontefice torna ad inculcare l'esatta osservanza della Decretale, raccomanda relezione di un Ministro generale buono e zelante e fa gli elogi dei capi dei fervorosi, come persone di grande autorità, di grande venerazione e desiderose del bene [166] .

Sappiamo che gli amici delle mitigazioni, dissimulando la patita sconfitta, cercarono con arte finissima di rivalersi nel 1317. Entrati momentaneamente nel favore del Pontefice Giovanni ventiduesimo, ottennero di far condannare non pochi fra i così detti spirituali, dei quali non tutti erano innocenti; ma anche allora Frate Ubertino ebbe lettere di encomio [167] ; non senza giusto giudizio di Dio e per ammaestramento ai futuri, come Elia un secolo prima seppe momentaneamente carpire il favore di Gregorio nono; ma poi conosciuto bene, fu deposto e scomunicato; così anche allora Frate Michele da Cesena, dopo avuto per poco il favore del Pontefice Giovanni ventiduesimo, fu deposto dall'officio, e con l'Occamo ed i suoi seguaci finì solennemente scomunicato; e due secoli dopo Leone decimo celebrava la loro virtù e la santità calunniata dai loro avversari [168] , tanto èe vero che le astuzie adorne del titolo di umana prudenza, se possono avere momentanei trionfi, hanno anche su questa terra in definitiva la sanzione della meritata condanna.

Questo breve, ma esattissimo cenno, ne chiarisce che le accuse di mistificazioni e della fabbricazione di atti falsi, e di provate menzogne, di cui si volle aggravare la memoria di quei santi Religiosi che allora difesero a viso aperto l'integra purezza della Regola francescana, costituiscono una ingiustizia solenne. Lungi da noi fino il pensiero di accrescere la responsabilità di quegli infelicissimi, che con le loro arti riuscirono a nascondere per tanto tempo il vero, e aprirono la strada a tante calunnie, che si sono fino ai nostri dì perpetuate. In parte conosciamo e in parte indoviniamo i motivi che li condussero a tanto eccesso; e siamo convinti che da principio essi non prevederono l'abisso a cui sarebbero stati trascinati nel pericoloso pendio, in cui s'erano messi; l'antipatia, degenerata in odio, li condusse ad interpretare sinistramente ogni mossa dei loro emuli; falsi giudizi fornivano all'odio un nuovo alimento, e davano illusione e apparenza di giustizia alle loro ingiustizie; d' altro lato, essi per falso amor proprio avevano identificata la propria causa con la causa dell'Ordine, e l'onore dell'Ordine col loro onore particolare; poteva sembrare ragionevole che agl'interessi generali d'un Istituto, gl'interessi particolari cedessero. Ma la verità non può rimanere perpetuamente sepolta; ed oggi che la luce in gran parte è già fatta, è debito di riconoscere che su quel punto ta malizia di alcuni pote addensare delle nebbie, e presentare le cose in tutt'altro aspetto da quello che furono, screditando senza una ragione al mondo gli autori delle nostre più veridiche storie.

Riposte così al luogo le cose, risulta chiaro che i documenti e le citazioni di Frate Ubertino da Casale non possono sospettarsi d'infedeltà. A quel tempo vivevano i Religiosi che avevano conosciuto Frate Leone, principale scrittore fra i compagni di San Francesco, delle memorie del loro Padre Serafico; e certamente il tentativo di presentare scritti o adulterati o inventati di pianta non poteva passare inosservato; tanto piu che Frate Ubertino non citava sottanto le cedole scritte di propria mano da Frate Leone, e prodotte davanti alla Curia, ma altresì un libro conservato nella bibiioteca di Assisi in cui era la raccolta di quegli scritti [169] . Invece gli stessi avversari disputando sopra l'interpretazione da darsi in alcuni punti a quelle scritture, ne riconoscono implicitamente la genuinità, contro la quale non muovono mai nissuna eccezione.

Se poi è genuina la parte che fu citata in giudizio, a più forte ragione dovette essere genuina la rimanente; perchè, lasciando pure da un lato che tale falsificazione avrebbe fornito agli avversari un'arma terribile per inforsare tutte quante le allegazioni, nè si sarebbero astenuti dal trarne partito; è evidente che la falsificazione in ogni caso avrebbe dovuto introdursi nei punti che lor premeva di stabilire, e dove avrebbe lor dato buon gioco, ma non mai nei punti che a nulla servivano, ed a cui essi non si appellarono mai. Gli avversari stessi erano così persuasi della genuinità di quegli scritti, i quali come l'ombra di Banco perseguivanli di continuo, che a pararne la forza tremenda non seppero escogitare altro riparo che cercare di distruggerne tutte le copie [170] (i) Esse contenevano memorie a loro amarissime, perchè erano parlante condanna del metodo di vita da lor vagheggiato. Essi ben sapevano che metterle in voce di false o d'interpolate in que' tempi in cui era facile e pronto il confronto con quelle genuine, tornava impossibile; ed erano ridotti a decretarne la distruzione. E a Frate Ubertino che ne li rimproverava, non poterono su questo punto opporre altro che un assoluto silenzio. Distrussero adunque i manoscritti del primo secolo, di cui sino ad oggi non se n'è potuto rinvenire nemmeno un esemplare ; ma non riuscirono a distruggere quei lavori, che ci rimasero genuini nelle copie numerose, fatte da coloro che vollero conservare nella sua purezza il retaggio del Padre amato; anzi è notevole che queste copie, e poi le stampe, divennero molto più numerose che le altre; ed il tentativo di sperderne la memoria non fa che riconfermarci nella certezza della loro genuinità e della loro importanza.

Ma dopo queste considerazioni generali, è tempo che discendiamo all'esame sommario di ciascheduno di questi lavori: e comincieremo dallo Speculum perfectionis, edito ultimamente dal Sabatier, e che ha sollevato tante discussioni.

Come è notissimo oramai a quanti si occupano di storia francescana, esso con altri scritti dei Compagni di San Francesco, ed altri lavori molto posteriori, formava parte dello Speculum vite, che gl'ebbe ben sette edizioni. Basta percorrerlo per convincersi della sua genuinità. Presso che ad ogni passo, quasi oolonna miliare che ne accerta del buon cammino, troviamo la solenne affermazione che chi scrive fu testimone del fatto che narra. È quell'affermazione stessa che bastò agli oculatissimi Padri Bollandisti per ammettere come autenticissimo un capitolo dello Speculum vite, e che evidentemente ha egual valore per tutto lo Speculum perfectionis, fattura di un'evidente unità. Al nostro Affo, eminentissimo critico del secolo scorso, e che nell'accettare le tradizionali sentenze era piuttosto restio che corrivo, non parve si potesse dubitare nè della sua genuinità, nè che gli autori fossero certamente de' primi compagni del Santo Patriarca. Monsignor Faloci-Pulignani, uomo anche esso non punto facile ad acconciarsi alle sentenze tradizionali della storia francescana, in cu ipure ha sì gran competenza, dopo lungo studio, sino dal 1882, con una serenità di giudizio, che gareggia con la ponderazione, sentenziava che era senza dubbio opera dei Compagni di San Francesco, e che quanto in essi merita piena fede. Lo Staderini, in un molto notevole studio sopra i Fioretti, asseriva che la semplice lettura dello Speculum può bastare ad attestare la sincerità, e che quelle notizie sono scritte dai tre Soci, o sono state date da loro e scritte da uomini approvati dell'Ordine; giudizio a cui nel 1896 Monsignor Faloci-Pulignani, col suo fine criterio, sottoscrivera interamente, e che anch'oggi crediamo non rifiuterebbe di sottoscrivere di nuovo, perchè, quantunque nell'ardore di una recente polemica, forse qua e là la parola siagli andata più oltre che il pensiero, raccogliendosi con riflessione posata conchiudeva lodevolmente così: È una testimonianza sincrona, di primo ordine, passionata se vuolsi ... ma vera e sicura nella sostanza, nel fondo, nel racconto. Anche il Mandonnet, dei Predicatori, critico di vaglia, dopo uno studio approfondito, esce in queste parole: i caratteri intrinseci dello Speculum dal lato delle idee come della redazione, il richiamo incessante dei redattori, che si dichiarano testimoni e compagni di San Francesco, i rapporti dello Speculum con la Leggenda dei tre Compagni, infine le testimonianze esplicite delln letteratura posteriore non permettono di negare a Frate Leone, ciò che evidentemente è opera sua, o meglio dei Soci e più specialmente di Frate Leone.

Vedasi, per esempio, con quale evidenza e solidità di ragionamento il Professor Casini seppe rivendicare la genuinità di uno dei capitoli più contrastati.

« Le indicazioni così precise e così minute su frate Francesco lasciano l'impressione di una voce sincera, a simulare la quale quale mal sarebbe riuscita l'abilità di un falsario. Ma io chiedo licenza di aggiungere un'osservazione, non fatta sinora, la quale «dovrà pur aver qualche peso nella controversia. Dato anche, ma non concesso, che lo Speculum perfectionis fosse quella tarda impostura che si è creduto, è mai possibile immaginare che un falsario del secolo XIV o della fine del XIII, per rifare a modo suo e in volgare le Laudes creaturarum, avesse saputo foggiare una forma così rudemente primitiva, quando tutt'altri esemplari gli si offrivano nella poesia religiosa, già passata attraverso le prove di Garzo e di Jacopone! Al principio del trecento, e anche alla fine del dugento, il canto sacro si era fissato ormai in una forma tipica, la quale si tenne tanto connaturata alla materia religiosa che, sebben fosse essenzialmente lirica, prese anche l'atteggiamento epico e drammatico; in quel tempo la rielaborazione della prece francescana avrebbe assunta senza dubbio alcuno la costituzione metrica della vera laude, o ballata, di argomento sacro, o più probabilmente secondo uno di quegli schemi, che troviamo nelle laudi cortonesi o nelle umbre. Invece il fraticello raffazzonatore avrebbe, in servizio dei suoi fini settarj, dovuto fare uno studio critico, come potrebbe un erudito dei dì nostri, sulle evoluzioni metriche della poesia volgare ; e riconosciuto che ai tempi del Santo la laude e ballata era ancora ignota, ma allora e poi, sin verso la metà del secolo XIII, avevano tenuto il campo della poesia popolare il distico e il ternario (citerò un esempio cronologicamente certo, la parafrasi bolognese del Pater noster già trascritta in un codice datato del 1279), avrebbe pensato che a ingannare i contemporanei e i posteri gli bisognava rifar quel tipo; anzi per dargli miglior colorito arcaico, si sarebbe accorto esser opportuno che molti versi si legassero insieme piuttosto con assonanza che con la rima perfetta. poichè le assonanze anch'esse erano più frequenti nella poesia popolare del dugento che in quella del trecento. Finalmente poiche tutto questo non sarebbe parso sufficiente, il povero fraticello avrebbe anche pensato che, se la costituzione ritmica e metrica dell'endecasillabo e del settenario ai dì suoi era rigidamente disciplinata da leggi certe, ciò non si sarebbe potuto pretendere ai tempi di San Francesco; e pero a dar carattere di autenticità alla sua falsificazione, più che dei settenari e degli endecasillabi veri, avrebbe foggiato dei periodi di prosa ritmica e assonante più o meno lunghi, sì che ne uscisse un qualche cosa di mezzo tra la forma legata del verso e la forma sciolta della prosa. Nè qui sarebbesi arrestata l'industria del fraticello; ma egli con paziente indagine avrebbe dovuto ricercare le cronache, per leggere in quella di Riccardo da San Germano come nel 1233 girasse le terre del Regno un frate Minore, o almeno vestito al modo dei Minori, che, convocando i popoli al suono di un corno, insegnava a cantare una lauda di benediztone:

Benedictu, laudatu et glorificatu tu Patre,

Benedictu, laudatu et glorificatu tu Fillu, etc. ;

la quale contemporaneamente, come gli attestava Salimbene da Parma, era divulgata all'Italia Superiore da un altro giullare di Dio, Benedetto della Cornetta, non ascritto ad alcuna particolar Religione, dice il Cronista, ma assai amico dei frati Minori, e anch'egli concionatore di popoli, non più al suono del corno, ma di una tromba metallica. Ma un così fatto miracolo di fraticello falsificatore, l'amico Della Giovanna mi consentirà facilmente non potersi immaginare vissuto mai [171] ». E lo stesso piu o meno si potrebbe fare di tutti gli altri capitoli.

Ammesso tutto ciò, e non vediamo come si potrebbe ragionevolmente impugnare, sembrerebbe molto accessoria la disputa intorno a chi proprio ne fosse stato in particolare il compilatore, e l'anno preciso in cui venne composto: nondimeno, poichè proprio su questo punto verte acre polemica, e ci sembra che non difficilmente si possa arrivare a conclusioni accertate, non sarà inutile spendervi qualche parola.

Innanzi tutto i rapporti immediati con la Leggenda integra dei tre Compagni sono evidenti. I due lavori hanno a comune una grandissima parte di capitoli; talchè è da concludere che o nel compilar la Leggenda si ebbe sotto gli occhi la Speculum, oppure nel compilare lo Speculum si ebbe sotto gli occhi la Leggenda; vi sono capitoli interi letteralmente trasportati dall'uno all'altro lavoro; e tale riscontro non ha altra spiegazione plausibile che l'essersi semplicemente copiati.

Nè i rapporti si limitano a capitoli all'uno ed all' altro lavoro comuni; il che potrebbe spiegarsi coll'ipotesi ch'entrambi attingessero ad una fonte più antica: ma altresì nella serie de' capitoli abbiamo gruppi similari, che dimostrano perentoriamente che i due lavori si riferiscono l' uno all'altro, anco per la distribuzione de' capitoli, e quindi secondo l'attuale loro stato. Per esempio al gruppo de' capi 15 e 16 della Leggenda corrisponde quello de' capi 82 e 83 dello Speculum; il gruppo dei capi 26 e 27 della Leggenda corrisponde a quello dei Capi 47 e 48 dello Speculum; il gruppo de' capi 43 e 44 della Leggenda corrisponde a quelli de' capi 76 e 77 dello Speculum: i capi 56 e 60 ddla Leggenda corrispondono a' capi 39 e 38 dello Speculum; i capi 65 e 66 della Leggenda ai capi 34 e 35 dello Speculum; i capi 69 e 70 della Leggenda ai capi 59 e 60 delio Speculum. D'altra parte alcuni capitoli della Leggenda per esempio, i cap. 64, 65. 67, 71, 73, 74 e 79, i cui membretti si trovano dispersi qua e là, tolgono ogni foodamento all'ipotesi che li volesse posteriori alla Leggenda seconda del Celanese e sono salda riprova della genuinità di tutti gli altri.

Nel 1247, e prima del 13 lugiio 1247, in cui Crescenzio cessò di essere Ministro generale dell'Ordine, il Celanese stendeva una parte della sua seconda Leggenda. Chi confronti lo Speculum con la seconda e più specialmente con la terza parte di tale Leggenda, data l'evidente affinità di concetto e di forma che c'è tra alcuni passi di entrambi, deve necessariamente riferire che l'una ha per modo immediato attinto dall'altra. Nè si tratta. come opinarono alcuni, di passi staccati, che patrebbero spiegare con l'ipotesi che entrambi abbiano fatto uso delle medesime fonti, per esempio, delle cedole di Frate Leone ma anche qui, proprio l'intera disposizione dei capitoli serba tracce evidentissime di essere stata esemplata l'una sull'altra. È vero che tale disposizione è differentissima, e nel copiare si procedette molto saltuariamente; ma con tutto ciò le tracce sono rimaste. Per esempio, i capitoli 2, 3 e 4 della parte terza del Celanese, corrispondono ai capitoli 5, 6 e 7 dello Speculum: il 21 ed il 22 del Celanese, si riscontrano col 24 e 35 dello Speculum; i capitoli 29, 30, 31 e 32 del Celanese si riscontrano col 30, 31, 32, 33 dello Speculum; il 68 ed il 69 del Celanese corrispondono al 96 e 97 dello Speculum; il 70, 71 e 72, corrispondono al 62 e 63 dello Speculum : l'81 e l'82 del Celanese rispondono al 39 e 40 dello Speculum. Spiegare con la parola caso questi riscontri e questi aggruppamenti similari, sarebbe un rinunziare nelle opere della ragione alle spiegazioni razionali; è dunque giocoforza concludere che anche nell'ordine de' capitoli i due lavori ebbero fra di loro una relazione immediata. Ora poichè abbiamo veduto che anche fra la Leggenda dei tre Compagni e lo Speculum la relaztone è immediata, e non si può ammettere la derivazione immediata di uno identico passo da due scritti, bisogna assolutamente escludere l'ipotesi che lo Speculum, anche come compilazione, sia posteriore alla seconda del Celanese, o ne derivi. Questa dimostrazione pare a noi perentoria; ma del resto a tal risultato era già pervenuta la critica con la sola comparazione dei testi. Lo Staderini. alle cui conclusioni vedemmo sopra che aderì intieramente lo stesso Faloci-Pulignani, scriveva così: Leggendoli (il Celanese e lo Speculum) questa conclusione appare: Tommaso, con quel suo quasi sallustiano studio di brevità, ci dà in forma tutta succinta il racconto che nello Speculum e in forma più naturalmente piana ed aperta, come è proprio della viva voce: è evidente che quello dei due è l'originale, che dà la materia, per dirla con l'autore della Leggenda in versi di Santa Chiara « luce sua vestita », quello che penetra « veri dulcedine mentem » [172] . Lo stesso osservò e dimostrò con critico e finissimo acume il Sabatier nella dotta sua introduzione allo Speculum da lui pubblicato. Il che non impedisce che qualche rara volta il Celanese allarghi la narrazione dello Speculum, aggiungendovi particolari avuti d'altronde, come fece notare Monsignor Faloci-Pulignani; nè ciò può infirmare il valore delle induzioni cavate dal metodo generale dei due lavori; e sopra tutto da quella dei ritocchi puramente letterari del Celanese, e che sarebbe impossibile ritenerli anteriori e fonti della forma negletta e semplicissima dello Speculum.

Innanzi il 1247 lo Speculum era dunque già composto nella forma, in cui lo leggiamo al presente; ma possiamo restringere ancora di un ventennio quel termine, e precisar così l'anno. Molte cose il cuore, il gusto ed il senso indovina, che la mente non riuscirebbe a dichiarare con determinati concetti. Chi ha il gusto e la cognizione dell'arte, entrando in una galleria discerne con quasi infallibile certezza, quello che è copiato dal vero, e quello che è foggiato di fantasia, o risultato di studj o reminiscenze accademiche; e ciò non solo ne' quadri o nelle statue intere, ma altresì nelle parti singole dei quadri e delle statue; perchè il vero ha tali caratteri che si rivela con evidenza. Però se questa stessa persona fosse invitata a discutere sopra i segni che menano a questo riconoscimento, forse molte volte sarebbe impacciata a parlare, e gl'indizi, a qualche critico che per voler sottilizzar troppo non arriva a concludere nula, potrebbero apparire nebulosi, leggeri e fantastici. Sono fatti di sentimento e di gusto, che, come è noto, vanno molto piu in là della veduta della mente, e riescono a divinazioni di grande importanza. Non crediamo di dilungarci molto dal tema nostro, citando un esempio. Uno dei due, che sottoscrivono queste disquisizioni critiche, leggendo il Commercium paupertatis pubblicato dall'Alvisi e generalmente attribuito a Frate Giovanni da Parma, vi ravvisava i caratteri di uno scritto anteriore al 1230, e non punto agli anni che vennero di poi.

E questa convinzione era sì radicata in lui, che facendogli ostacolo la comune aggiudicazione a Frate Giovanni, entrato nell'Ordine assai dopo di quel'anno, s'era nella biblioteca Casanatense messo a cercare se tale scritto fosse opera di qualche altro Religioso, e già aveva raccolto prove di non leggera importanza. Mentre egli stava leggendo e scrivendo, un valente cultore di studi francescani, gli si avvicinò domandandogli se dava gran peso alle date degli explicit che si leggono ne' manoscritti; ed alla risposta risolutamente affermativa, quegli rispose: « Eppure vi sono esempi di errori non dubitabili: veda, qui nella Biblioteca abbiamo un manoscritto del Commercium, che reca la data del 1227, data impossibile, perche allora l'autore, il Beato Giovanni, non era ancor Frate.» Allora l'altro gli mostrò le prove raccolte contro tale attribuzione, e come già senza conoscere quell'explicit ne avevaindovinato la data vera dall'indole del lavoro. Il riscontro singolarc fra i risultati della critica interna e la prova esterna della data del manoscritto meravigliarono e persuasero quel dotto e assennato studioso, che in pubblica stampa non esitò a dichiararsi per quella data e contro l'attribuzione del lavoro al Beato Giovanni. Eppure gli indizi suggeriti dalla critica interna, erano più sentiti che veduti, e presi da sè, avrebbero forse fatto sorridere coloro cui pare il mantenersi dubbiosi sapienza. D'altronde nel processo discorsivo il pensiero umano per ben discernere e per ben far «discernere, astrae gli etementi del concreto dagli accessori i quali sono rincalzo e difesa, ma altresì copertura; in tal modo si chiarisce la notizia particolare di ciascuno di questi elementi, ma si perde la veduta del complesso e la persuasione che deriva dal loro cumulo armonico e convergente. Anche nello Speculum abbiamo un esempio di queste impressioni di sentimento in cui è molto d'indefinibile; ma badandoci bene, vi si scorgono luminosi raggi di luce, da tranquillare compiutamente l'animo di chi vuol giudicare senza passione. I caratleri di veridicità e genuinità appariscono con tanta limpidezza, che vedemmo di sopra critici di grande valore, diversi di tendenze, lontani di tempo e di luogo, accordarsi unanimi nel riconoscerli; tale accordo esclude si tratti di un sentimento puramente soggettivo, e dimostra che vi corrisponde un cumulo d'indizi obbiettivi di grandissimo peso. Ora tale genuinità e veridicità non potrebbe più sostenersi, se il racconto non fosse proprio contemporaneo a fatti narrati, e se non serbasse l'impronta vergine e pura della visione presente, non del fioco e necessariamente sbiadito ed incerto ricordo di tempi lontani. Trattasi adunque qui della raccolta degli appunti presi vivente San Francesco, di cui già ampiamente parlammo, dimostrandone resistenza. Di una tale raccolta il tempo non potè essere molto posteriore alla morte del Patriarca Serafico, perchè è impossibile che figliuoli sì affezionati al loro Padre, ed a un tal Padre, lasciassero trascorrere del tempo considerevole prima di raccogliere insieme quei già scritti ricordi, in cui era tanta parte della lor vita, e che dovevano essere vita e specchio delle generazioni venture. Siamo dunque costretti da un'induzione d'ineluttabile forza a riportare questo scritto ai primi mesi dopo la morte del Serafino d'Assisi.

Il prologo stesso del lavoro ci rafferma mirabilmente in questo pensiero. Esso ha testualmente così: Il quale lavoro è compilato per modo di racconto leggendario di alquante antiche, le quali in diversi luoghi scrissero e fecero scrivere, ovvero riferirono i Compagni del beato Francesco [173]. Taluno volle aggiungere dopo antiche la parola Leggende, e ne inferì che, stando al prologo, lo Speculum è compilato sopra molte altre Leggende, e quindi non e lavoro primitivo. Ma la giunta è arbitraria, epperò da rigettarsi. Niuno dei Codici, sia latini, sia italiani, la porta; niuno amanuense nè di prima, nè di seconda, nè di terza mano. la pose; eppure era facile di pensarla e supplirla. È chiaro, dunque, che non solo non vi è, ma sarebbe contro la mente degli antichi il supplirla. Inoltre andrebbe contro i fatti più certi. Escluso lo Speculum, dove sono le molte e diverse Leggende, che i Compagni di San Francesco scrissero e fecero scrivere in luoghi diversi? Alle Leggende della prima famiglia già vedemmo ch'essi furono estranei; a quelle della seconda, specie soppresso lo Speculum, non potrebbe mai convenire l'epiteto di molte, diverse, e scritte in molti luoghi. Lo stesso Mandonnet, con l'acume suo e col buon senso, si trovò condotto ad escludere tale interpretazione, e sostituire all'intruse e non sussistenti Leggende, le legittime cedole di Frate Leone e de' suoi compagni [174] . Il prologo, adunque, ci dice che il lavoro è una compilazione immediata sui primi ricordi scritti, i più, durante la vita di San Francesco, i quali nel 1227 ben potevano dirsi antichi e composti in diversi luoghi e da diverse persone; e quindi, non che allontanarci dalla data della morte del Santo, vi ci conducono molto dappresso, innanzi a tutte le altre leggende.

Nello Speculum non sono certamente gli entusiasmi e gli elogi verso Frate Elia, di cui il Celanese nella prima sua forma è sì largo; anzi lo spirito del lavoro è in aperto contrasto con quello che sappiamo di Elia. Nondimeno non troviamo nemmeno una parola men che rispettosa verso quest'uomo, che se, come asserirono con molta verità gli storici posteriori, come dobbiamo indurre dalle leggi psicologiche d'evoluzione morale, dava già certi segni degli eccessi in cui cadde poi sì miseramente; non era ancora trasceso molto oltre, e sedeva al governo nell'auge della gloria e del potere. Elia è trattato con riguardosa cautela; si raccontano le deferenze usate a lui da San Francesco e le cure spese intorno al Santo nella sua infermità; e sino la visione che Frate Elia avrebbe avuto della non lontana morte di San Francesco. Tutto ciò dopo o durante gli eccessi del Generalato eliano, e specialmente dopo che il Pontefice l'ebbe deposto e scomunicato solennemente [175] e fino i bambini lo vituperavano per le strade, sarebbe impossibile [176] . Gli scritti posteriori al 1230, o gettano sopra di Elia un velo di pietoso silenzio, o lo condannano: era impossibile si usassero parole di rispetto e d'onore, tanto più da zelanti, come indubbiamente sono gli autori dello Speculum. Siamo, adunque, di nuovo, per evidenza di note, condotti a riportarne la compilazione innanzi l'uscita di Elia dal temporaneo generalato, innanzi alle fosche manifestazioni del 1228 e del 1230, e quindi subito dopo la morte di San Francesco.

Altro indizio non trascurabile è il titolo di Generale attribuito a Pietro di Catani ed a Frate Elia, vivente ancora San Francesco; titolo che veramente lor competeva [177] e che si trova anche nelle lettere da San Francesco stesso loro dirette; ma che i posteriori scrittori soppressero studiosamente, per non risvegliare i ricordi delle amarezze, che fecero trangosciare negli ultimi suoi anni il Serafico Padre. Questo titolo poi cadde in dimenticanza. Lo Speculum se ne serve continuamente, e questo ci conduce a tempi, in cui la notizia ne era sì viva, che tornava inutile precauzione il tacerla, e l'uso n'era corrente, cioè poco dopo la morte del Santo.

Chi ha un po' di pratica d' Istituti Religiosi, sa che sino a che vive l'Istitutore, egli stesso ed altri dietro il suo esempio, fanno distinzione fra i primi ricevuti, gli anziani, pieni del primitivo fervore e del primitivo entusiasmo, proposti continuamente a modello alla generazione che segue. Essi servono di sostegno e quasi propagano l'influenza e l'autorità del Padre loro, che, vivo, e da persone a lui devotissime, non può venire oscurato, o comecchessia diminuito. Morto l'Istitutore, la luce, per consenso in parte tacito ed in parte espresso, si concentra tutta nell'Istitutore, circondato dall'aureola di santità, ed i suoi primi compagni impallidiscono e quasi si ecclissano. È comune, dunque, vivente il fondatore, l'epiteto di Frati antichi, di Suore anziane, dato ai primi ricevuti, in contrapposto ai secondi, recenti e novelli. Qui, nella stessa Roma, dando uno sguardo agli Istituti antichi ed ai recenti, è facile riscontrare l'esattezza di questa osservazione, un po' sottile, ma indubitabile. Lo Speculum ce ne presenta una nuova conferma. San Francesco stesso parla dei Frati primi, dei Frati antichi [178] , in contrapposto ai tiepidi pii moderni, e così di seguito in tutto il lavoro. Ciò evidenteniente ne riporta ai tempi ed agli anni del Serafico Istitutore; ed è tanto più significativo per l'Ordine francescano, in quanto che non molti anni dopo la morte di San Francesco, gli scandali e le scissure dal 1219 al 1226 avevano reso non molto stimabile il ricordo dei contemporanei del gran Patriarca. La Leggenda de' tre Compagni si presenta come un mazzetto di fiori, colti da un prato ameno; e d'altra parte vediamo che in essa si leggono i fatti più speciosi e salienti dello Speculum, sfrondati di tutto quello che ormai, cessato o, sminuito il caldo ed epico battagiiare dei primi tempi dopo San Francesco, tornava meno opportuno di rammentare, e forse a Frate Crescenzio, Ministro generale non del tutto contrario ai men fervidi, sarebbe riuscito, o si poteva sospettar che riuscisse men grato. Lo Speculum non potendo essere posteriore alla Leggenda, si vede che il misterioso prato menzionato nella lettera dei tre Compagni al Generale risponde allo Speculum; l'una cosa spiega l'altra; specchian l'una sopra del'laltra l'unica luce del vero, illuminandosi scambievolmente.

Per la prima Leggenda del Celanese vediamo sollecitata un'esplicita e solenne dichiarazione pontificia d'autenticita; il Pontefice stesso nella Bolla Elongati (1230) dichiara il vero valore del Testamento di San Francesco [179] , appellando alla sua lunga famigliarità col Santo, onde potè conoscere più pienamente (plenius) la vera intenzione di San Francesco; poco dopo con altra Bolla dava, per privilegio, alla Basilica di San Francesco, l'alto onore di capo e madre di tutte le Chiese e case dell'Ordine; onore di cui godeva per natura la umile Chiesuola di Santa Maria degli Angeli. È evidente che questi atti mirano a qualche cosa, sono voci che intervengono a sopire una contesa. Leggendo il Celanese, noi ascoltiamo una parte; ma la contesa suppone la voce di un'altra parte, che, o neghi, o in qualche maniera faccia contrasto alla prima. Di tutti gli scritti da noi conosciuti, solo lo Speculum risponde a questo stato di cose; solo in esso troviamo la rispondenza precisa con quelle questioni che si agitavano allora; e quindi sarebbe assurdo riporlo sotto un'altra data. Ivi sono le parole vigorose circa il Testamento e la sua osservanza, con la solenne testimonianza: « Noi assistemmo alla compilazione della Regola, e questa era la sua intenzione: » testimonianza che dal Supremo Gerarca, senza negarla, viene sopra la propria autorevolissima e pontificale parola ricondotta ne' suoi giusti confini; ivi le affermazioni che la Porziuncola è capo e madre dell'Ordine, a cui fa contrapposto il pari onore conferito per privilegio e per autorità pontificia alla Basilica del Sacro Convento. Queste corrispondenze, tolta la contemporaneità di questi documenti, verrebbero a mancare; questo quasi dialogo concitato, si spezzerebbe, e da un lato e dall'altro avremmo l'assurdo di parole che sono risposta e non hanno l'interrogazione o la quasi provocazione che loro sta di fronte.

Altrettanto è da dire di quel solenne, fermo e risoluto appellare, che fanno gli autori alla propria qualita di testimoni oculari, il che suppone la lotta di altri che negano o dubitano le cose affermate. Prima del 1230, quando correvano prima le voci e poi le Leggende reticenti consegnate nei primi scritti del Celanese, noi intendiamo perchè i Compagni di San Francesco dovessero raffermare le affermazioni con la propria testimonianza; ma, caduto Elia, risorti in credito i fervorosi, accettate senza ombra di sospetto le loro versioni, autenticate nella quasi totalità dalla seconda del Celanese e da San Bonaventura, davvero che riuscirebbe un fuor d'opera aggiungervi tanto enfatica testimonianza. Nè è da trascurare il fatto non dubitabile, che nel 1227 Elia fu sbalzato dal seggio di reggitore supremo. Chi conosce la sua audacia, la sua destrezza, il favore che godeva presso il Pontefice, presso l'Imperatore e anche nell' Ordine, non può spiegare tale deposizione senza un contrasto molto vivo, a distruggere la voce sparsa ch' ei fosse designato a Generale dallo stesso San Francesco. Le fiere e risolute parole: Non veggo nissuno adatto a regger l'Ordine, messe in bocca a San Francesco, che si leggono nello Speculum, quasi nominatamente ed espressamente escludevano dal Generalato tutti i presenti alla morte del gran Patriarca; fra essi il principale era Elia, colpito così nel cuore. E i vocali elessero il buon Parenti. Senza lo Speculum questo sarebbe un fatto inesplicabile.

Ma vi è un altro indizio che proprio fissa il tempo della compilazione dello Speculum con l'approssimazione di pochi giorni. Si sa che il Comune d'Assisi aveva presso Santa Maria degli Angeli edificata una casetta pe' Capitoli generali, che si tenevano ivi ogni anno; ed ogni anno per statuto solevano ripararla. L'ultimo Capitolo che, vivente San Francesco, ivi si adunò, fu del 1224; poi nell'infermità di San Francesco e dirigendo le cose Frate Elia non amico delle assemblee limitative del suo potere, il Capitolo non fu più convocato sino al maggio del 1227, e quindi erasi anche intermessa l'annuale riparazione della casa. Nello Speculum si legge un melanconico lamento di quest'intermissione, con parole gravide di senso e di dolore: «Ogni anno per lungo tempo si è mantenuto quest'uso».

Dopo il 1227, sorto il sacro e grandioso Convento di Assisi, l'umile Porziuncola fu per secoli esclusa dall'esser sede di Capitoli; quindi qualunque rimpianto per le mancate risarciture sarebbe stato irragionevole. Infatti nella Leggenda de' tre Compagni, scritta nel 1246, si riporta letteralmente il capitolo; ma l'amara frase è soppressa. Chi può negare che si debba porre avanti la Pentecoste del 1227 la compilazione dello Speculum? Dopo ciò non fa meraviglia, ma riempie di conforto sapere che il manoscritto Mazzarini (1743), della Biblioteca Nazionale di Parigi, reca per data, della fine della compilazione dello Speculum, l'11 maggio del 1227, e per luogo, Santa Maria degli Angeli. È un riscontro ed una conferma estrinseca così precisa e assoluta, e così in accordo coi risultati della critica interna, che toglie l'adito a qualunque dubitazione in contrario.

Circa l'autore, o gli autori, uso costante di quegli umilissimi, era celarsi sotto l'anonimo, o sotto la designazione generica di Compagni di San Francesco. Sui primi del trecento, sorte le acri contese dibattute nel Concilio di Vienna, bisognava citare i nomi, per dare autenticità alle testimonianze. Frate Leone, vissuto fino al 1271, il più intimo ed autorevole, s'offriva naturalmente per primo; e quindi usavasi di nominare il solo Frate Leone, che, eccellente amanuense, aveva trascritto le cedole e se non il solo, n'era l'autore principale. Qualche volta, dietro l'esempio di questi anche altri autori posteriori fanno lo stesso [180] ; ma il vero è che gli autori sono molti: di molti si parla nel prologo; in plurale e spessissimo il noi testimoni vedemmo, noi fummo; e confrontando il lavoro con la Leggenda detta de' tre Compagni, opera certamente collettiva di molti, con quella di Santa Chiara, anch'essa opera degli stessi Compagni, ci persuadiamo facilmente che anche lo Speculum ha l'origine stessa e che quindi Frate Leone non potè esserne unico compilatore. Anzi qualche capitolo in cui si parla di visioni sue o di sue lodi, ripugna, come già avvertì il Padre Affò, il pensare che sia opera sua [181] . Ciò non detrae nulla all'autorità dello Speculum; anzi l'accresce, perchè suffragata dalla concorde testimonianza di molte persone, tutte degnissime di fede ed in fama di sante.

Non a tutti piacquero queste conclusioni, che salvo l'aggiudicazione a Frate Leone, furono dimostrate, con moltitudine di svariati argomenti da Paolo Sabatier nella sua edizione dello Speculmm già più volte e col debito onore citato da noi; ma le obbiezioni in contrario già nella esposizione della tesi crediamo che siano in sostanza quasi tutte svanite; e i pochi dubbi che restano, troveranno in quello che saremo per esporre soluzione.

V.

Altri scritti dei primi Compagni di San Francesco

ed altre Leggende della stessa famiglia.

I tempi del governo d'Elia coprì un'ombra fitta; chè chi non arde non risplende, e la stessa carta de' buoni consigliava un pietoso silenzio. Ma nel 1239 prostrata la fazione eliana, l'onda purpurea della vita francescana corse per l'Ordine a ravvivarlo intimamente, e si sentì il bisogno di rinfrescare la notizia di San Francesco, di cui le pallide e reticenti scritture dei tiepidi non arrivavano ad appagare nissuno. I Compagni composero la Leggenda che pubblichiamo, interserendovi grandissima parte dello Speculum. Era un antico libro, di una sincerità squisita, ma che risentiva alquanto del fervore delle battaglie combattute sotto le sue ispirazioni; ed essi lo spogliarono di quel fervore polemico che più non conveniva alla pace serena, implorata lungamente invano per tanti anni gemendo. Anche il Generale Crescenzio aveva scritto de' Dialoghi, di cui forse è un'eco nel cominciamento della seconda parte della seconda Leggenda del Celanese [182] . Il quale, per comando del Superiore generale, dovette piegarsi a riscrivere di nuovo, o meglio ad ornare di quelle che si riputavano classiche eleganze del suo stile, l'umile ed efficace prosa di Frate Leone e de' suoi Compagni. È da notarsi che questo lavoro, quantunque oggi porti il solo suo nome, dovette intendersi come opera collettiva dei Compagni di San Francesco. La stessa lettera accompagnatoria al Generale è in plurale, e in nome di coloro ai quali, per lunga usanza e per la mutua dimestichezza avuta con lui, più che ad altri, per lunga esperienza, fu egli noto [183] , e la Leggenda si chiude con l'orazione dei Compagni, autori del libro, al serafico Patriarca [184] . Alvaro Pelagio, il primo [185] , e poi anche la Cronica de' ventiquattro Generali [186] asserirono che la Leggenda seconda, composta da Frate Tommaso da Celano sopra gli scritti de' tre Compagni, è quella che risponde alla denominazione di Leggenda antica. Ma le citazioni di Bartolomeo da Pisa, quasi contemporaneo, mostrano che ciò non è esatto. Egli distingue evidentemente la Leggenda antica dalla Leggenda seconda di Frate Tommaso. La Leggenda antica comprendeva gran parte dei capitoli dello Speculum; alcuni passi della prima Leggenda del Celanese; alcuni passi della seconda del Celanese; altri capitoli, che non sono in nissuna delle Leggende conosciute. Essa adunque aveva qualcosa attinta dagli scritti sopra citati, o passata in quelli; ed i caratteri intrinseci di alcuni capitoli del Celanese, dimostrano che anch'essa era una delle fonti su cui egli lavorò la sua seconda compilazione. Il nome di Leggenda antica, in opposizione alla Leggenda nova di San Bonaventura, non ci consente di rimandarne la composizione oltre il 1260; e, per quanto se ne sa, niuno scrisse dopo che il Celanese ebbe disteso il primo trattato della sua seconda Leggenda per incarico del Generale Crescenzio, e per incarico del Beato Giovanni da Parma, il secondo [187] . Frate Bartolomeo da Pisa, cita una Legenda vetus; una veteri Legenda è ricordata nel prologo del manoscritto Vaticano (4354) [188] , e infine e menzionata anche in iin Catalogo del 1481 della Biblioteca dei Minori in Siena, ma essa non potè essere altra cosa dalla Leggenda antica. Un esame più particolareggiato, più pieno e più convincente potrà esser fatto, se, come si spera, anche questa, fra le antiche Leggende di San Francesco, potrà vedere la luce. Basti qui dire, che dall'esame comparativo dei testi, e dalla natura delle cose narrate, si palesa ancor essa fattura dei Compagni di San Francesco, conforme, riferendosi all' opinione tradizionale, ebbe ad asserire il Waddingo [189] . La Leggenda seconda del Celanese, per la condotta, per lo stile, per lo spirito, contrasta singolarmente con quella che per scrisse dapprima sotto le ispirazioni di Elia. Il qual contrasto se per il fondo delle cose narrate ha dalla molto diversa natura delle fonti a cui attinge la sua naturale spiegazione, per tutto il rimanente ci colpisce di grande e dolorosa sorpresa. Il San Francesco della prima Leggenda, quantunque ritratto in colori, specie nella parte eroica, assai pallidi, ha unità di concepimento; sentiamo l'anima dell'artista che l'ha pensato e che l'ama, e l'entusiasmo dello scrittore si trasfonde in chi legge. Nella seconda Leggenda lo spirito del Celanese fu muto; un'ombra è discesa sopra quell'anima stanca; egli ritocca, raffazzona, il più compendia, qualche volta si allarga in rettoriche e fredde amplificazioni; ma il suo spirito e inerte, e solo a quando a quando si accende momentaneamente come fuoco di paglia. Un'illustre persona di un inclito Ordine religioso, dotata di finissimo gusto. e che non accade qui nominare, ci diceva un giorno che durava molta fatica a persuadersi che il Celanese della prima Legenda e quello della seconda fossero la stessa persona; spesso quel dotto critico era stato tentato a negarlo; ma non trovava modo di distruggere le perentorie testimonianze e l'evidenza del fatto in contrario. Tale divario ha una buona spiegazione coll'ipotesi che appena i tre Compagni ebbero distesa la loro Leggenda, e che dal Generale e dal Celanese stesso, innamorati di quella lor prima prova felice, ebbero invito ad unirsi con lui nello scrivere la storia nuova e, compiuta, essi, servendosi di tutti i materiali che avevano, e, giusta l'uso assai comune, quasi sempre materialmente copiando gli scritti propri e gli altrui, mettessero assieme la Leggenda antica, che il Celanese, senza aggiungervi di suo nulla oltre i ritocchi e poche frasi, e qualche ricordo qua e là, venne trasformata nel primo trattato della seconda Leggenda che va sotto il suo nome. Così s'intende la spezzatura delle parti che la compongono, la quale quanto bene s'addice ai Compagni di San Francesco, uomini semplici e poco addottrinati, ed al loro negligente combinare dei fatti, di cui ci danno esempio nello Speculum, altrettanto sconviene al Celanese, molto ad essi superiore in coltura scientifica e letteraria: così s'intende la rozzezza dello stile mai dissimulata da ritocchi e fiori sparsi a intervalli; e così finalmente s'intende la mancanza dell'ispirazione e di un pensiero riflesso ed unico che penetra ed abbraccia tutto il lavoro. Il Mandonnet studiando la Leggenda dei tre Compagni in relazione a quella seconda del Celanese, indovinò che vi dovesse essere frapposto un altro lavoro degli stessi Compagni a integrare tutto quello che il Celanese contiene, e pensò allo Speculum ma dal confronto è facile di vedere che neanche lo Speculum basta, e troppe altre cose vi sono di cui negli scritti anteriori si cercherebbe indarno la fonte. La leggenda antica soddisfa perfettamente a tal deficenza, e poichè la sua esistenza, attestata da persone di non dubbia fede, e di cui è prova essa stessa, e certissima, viene naturale il concludere che anche la sua composizione debba cadere fra la data della Leggenda de' tre Compagni e la seconda del Celanese, con la quale procedeva quasi di conserva, fornendo a questo mano a mano la tela ed il racconto gà fatto.

Il Celanese, insieme ai tre Compagni, nella lettera con la quale accompagna al Generale il primo trattato della sua seconda Leggenda, non dissimula le difficoltà che prevedeva [190] , rinnovando ricordi di fatti e di circostanze non gradite a moltissimi. Egli aveva smorzato non poco le tinte vivaci delle dipinture originali dei Compagni di San Francesco; ma ciò facevagli perdere il favore dei fervorosi, e non gli acquistava quello dei languidi; talche il suo lavoro giacque quasi totalmente dimenticato; il Da Bessa stesso evitò di rammentarlo [191] se ne conosce nessuna trascrizione di data certamente posteriore al secolo XIII; e del primo secolo sono noti due esemplari soltanto. Fu stampato il primo trattato la prima volta dal Rinaldi nel 1806; e la seconda volta dall'Amoni nel 1882; e solo oggi si sta preparando la stampa del secondo trattato rimasto sinora inedito. Non ha altra importanza che di convalidare colla sua autorità, che presso molti, e meritamente, non patisce eccezioni, i fatti stessi che i Compagni di San Francesco con molta maggior vivezza, originalità, candore e autorità hanno già raccontato, ma che alcuni preoccupati dalle ubbie di un critico scetticismo, esiterebbero sulla sola lor fede ad ammettere.

Non riuscito il Celanese a dare di San Francesco un racconto che soddisfacesse tutti i partiti, si pensò a San Bonaventura, gran Dottore, gran Santo, Ministro generale dell'Ordine, e quindi tale che poteva facilmente avere l'assenso di tutti. Vi fu chi opinò che il suo reggimento, il suo modo di vivere, e la sua Leggenda avesse, o potesse avere il carattere del partito amante delle mitigazioni; e in verità qualche frase della storia delle sette tribolazioni attribuita al Clareno, che gli rimprovera atti di persecuzione contro i fervorosi, potrebbero offrirne l'appiglio. Ma basta riflettere ch'ei fu un Santo, un gran Santo, e quindi tutto acceso di carità ardentissima, per persuadersi che ciò non è, nè può essere. La sua Leggenda fu, senza dubbio, scritta a scopo di pacificazione, e ne serba le tracce: per questa ragione d'ordinario sorvola sopra i particolari di vita monastica, che potrebbero provocare dissensi: ma l' ideale del Santo è rappresentato nella sua piu eccelsa purezza. La tenerezza di cuore del grande Dottore, l'immacolata innocenza, la continua elevazione a Dio che trasparisce da tutti i suoi scritti, davangli rettissimo l' intendimento del pensiero e del cuore di San Francesco, da lui contemplato nei fulgori del soprannaturale. Però la sua mirabile Leggenda formò la delizia di tutte le anime misticamente temperate, e voltata nelle lingue principali, entrò da per tutto, moltiplicatesene senza numero le edizioni. Pochi libri hanno avuto la diffusione di quella.

Egli, conforme si protesta [192] , in tutto quello in cui i Compagni di San Francesco si discostano dalla Leggenda prima del Celanese, e dalle altre che ne dipendono, ebbe cura di tenersi alla versione di essi; e abbiamo la prova che anche lo Speculum fu da lui consultato; nè cadde dubbio ch'egli ed i suoi scritti d'indoie mistica appartengano alla categoria de' fervorosi; si vero che il Gersone osservava che agli indevoti, per la lor tiepidezza, tornavano poco accetti i suoi libri, i quali a dottrina profonda congiungono tanto calore d'affetto. Voleva ad ogni costo serbata l'unità dell'Ordine tanto raccomandata da San Francesco [193] , e quindi abborriva da partiti; ma era egualmente fermo nel voler mantenuto ed aumentato il fervore religioso, che è la vita degli Istituti Religiosi [194] ; talchè nei suoi statuti si legge fino l'ordinanza di sospendere l'esecuzione di una dichiarazione pontificia [195] , che a suo avviso ed a quello dei buoni pareva pregiudicasse la purezza della Regola professata. Il che non impediva, come proprio della vera virtù, di avere una grande mansuetudine ed una grande dolcezza; e conforme lo spirito della Chiesa, in bellissimo accordo con San Franccsco stesso, e con gli esempi che ce ne ha lasciati, all'amore delle austerità congiungeva molta condiscendenza e tolleranza per coloro, cui la gravezza della carne rende men pronto lo spirito.

Quantunque. adunque, non si possa dubitare che la Leggenda scritta da San Bonaventura renda con gran fedeltà e purezza l'ideale serafico, e percio essa, com'è detto, abbia avuto una diffusione che supera tutte le altre; pure non valse a far dimenticare, ne lo poteva, gli scrittt dei Compagni di San Francesco, che in forma molto più rude, ma altresi più sensibilmente efficace, ci presentavano il gran Patriarca in concreto, in atto di vita. nelle sue parole e nei fatti, che San Bonaventura contempla in forma più astratta e sistematicamente scientifica.

Ed oltre i racconti gia consegnati nello Speculum, nella Leggenda dei tre Compagni. e nella Leggenda antica, altri correvano per le bocche di molti. Frate Leone, vissuto sino a tardissima età, nella solinga Santa Maria deg!i Angioli manteneva acceso il fuoco sacro, onde s'era iniziato l'Ordine de' Minori; e scriveva al Beato Corrado d'Offida e ad altri, raccontando ora in forma più densa, or più diffusa, le cose già scritte [196] , ed aggiungendone altre. Allora si compilarono, almeno in parte, gli Actus Sancti Francisci et sociorum, dei quali dal Sabatier che ne sta curando la stampa, tutti attendono con grande aspettazione una monografia, quale egli ha mostrato di saper fare con tanta dottrina. Essi sono il testo latino dei Fioretti, gioiello letterario di lingua e di stile, in cui per secoli il popolo con molta dirittura, sentì, conobbe ed amò San Francesco, circonfuso d'un'aureola d'amore e di pace soavissima.

Di quanto abbiamo del Da Bessa, meschino compendio del Celanese, in quello che San Bonaventiira aveva tralasciato, non accade parlare, perchè le due recenti stampe fatte in questi ultimi anni, hanno pienamente giustificato l'obblio in cui giacque sino a questi ultimi tempi.

Gli scritti dei Compagni di San Francesco, tolta la Leggenda antiqua che aveva servito di traccia al Celanese, solevansi raccogliere in un volume, unendoli ad altri scritti del Patriarca stesso serafico. N'abbiamo esempio nel Manoscritto Mazzarini della Nazionale di Parigi, numero 1743, e nel Manoscritto Mazzarini, numero 989, nel Manoscritto di Liegi, segnato 343 , nel Manoscritto dei Bollandisti, nel Manoscritto di Bruxelles, nel Manoscritto Folignate, e negli italiani di Bologna, della Riccardiana di Firenze, e di Volterra, di cui per brevità ommettiamo la particolareggiata descrizione. Allora senza dubbio fu notato che era inutile descrivere due volte i capitoli, che erano, in sostanza, comuni alla Leggenda dei tre Compagni ed allo Speculum, e li mantennero nel solo Speculum, in cui hanno la lezione primitiva più diffusa. Nè questa è una semplice ipotesi campata in aria; primo, perchè nel manoscritto 2697 della Universita di Bologna, contenente una di queste raccolte, l'amanuense nota testualmente così: « Quello che San Francesco rispose a uno de' Compagni, perche non riparava alle imperfectione già incominciate nell'Ordine, el troverai nello Specchio di perfectione; secondo, perchè accanto alla Leggenda dei tre Compagni si leggono quasi sempre alcuni capitoli sciolti, che non essendo nello Speculum e non trovando più sede naturale nella Leggenda, ormai ridotta a pochi capitoli, rimasero accanto ad essa, quasi rimasugli della crudele, ma non irragionevole mutilazione. Vi fu chi ebbe pietà della povera Leggenda, rimasta senza la chiusa, e dal Celanese e da altre Leggende raffazzonò due capitoli intorno alla morte ed alla canonizzazione del Santo Patriarca, che le dessero un compimento qualunque: e così ne venne il frammento, che passò per qualche tempo come lavoro nella sua piena integrità. Come si vede, in tal fatto non vi fu ombra di mala fede, nè desiderio di celar nulla o di mistificare nessuno [197] .

Posteriormente, verso la metà circa del secolo decimo quarto questi scritti subirono un altro non sostanziale cambiamento. Un Religioso, che si crede fosse un tal frate Fabiano Ungaro, inquisitore generale in Ungheria nel 1337, compilò una raccolta di tutti questi scritti. in un nuovo ordine che non lasciava nessuna traccia delle distinzioni frai libri di cui componevasi, e aggiungeva altri scritti de' tempi posteriori [198] . Essa fu il primo nucleo, di quello che poi si disse Speculum vitae, e che ebbe molte edizioni. Fu essa una mistificazione? No, certo. Secondo Tuso de' tempi, si riunirono documenti vari, e non tutti d'eguale valore: si può deplorare che di ciascun documento non si accennasse la provenienza, e che si confondessero insieme cose diverse; ma a mistificazioni non si deve neppure pensare. Ne vogliamo una prova? Apriamo lo Speculum vitae. Moltissimi capitoli, conforme vedemmo di sopra, portano l'attestazione esplicita d'essere scritti da' Compagni di San Francesco; poco più in là colui che con molta ragione crede ne sia il compilatore, parla di se stesso e si nomina [199] , assegna l'anno in cui visitò il sacro Monte della Verna [200] ;  poco oltre chi scrive la vita del Beato Giovanni della Verna morto nel 1322, afferma d'essere stato compagno al Beato Frale Ubertino da Casale in un altro capitolo, parla in prima persona, come se fosse egli rautore; e in fine si pone la serie dei capitoli generali ed altre cose sino al 1504. Chi si comporta a qnesto modo, si potrà, se si vuole, tacciar d'imperito, e a noi, che non a torto amiamo di riconoscere con precisione la fonte d'ogni notizia, potrà un po' dispiacere: ma riputarlo ingannatore, riputarlo per uno che vuol far passare sotto it nome di antichi scrittori la roba sua o quella di altri recenti, è evidentemente un errore gravissimo, un torto non meritato e che non ammette giustificazione. La verità è che gli scritti dei Compagni di San Francesco vi sono riportati con un'esattezza staremmo per dire scrupolosa, e formano il nocciolo e la sostanza di tutto il volume; ed anche altre cose salvo lievi eccezioni, sono di non dubbia autenticità. I primi Bollandisti stessi, al quale certo non difettava il senso critico nè grandissima maturita ed acume di giudizio, ed a cui niuno oserebbe dar taccia di troppo creduli, ne riportarono come genuini e veridici capitoli interi ne' loro voiumi. Il Baronio, il Sedulio, lo Spoelberch , negletta la poca parte ivi aggiunta, non esitarono ad attribuire l'intero libro ai Compagni di San Francesco, cui appartiene nella quasi totalità.

D'altronde chi invece di rigettare sdegnosamente ed ingiustamente un volume, lo prenda con critico amore ad esame, può non difficilmente discernere le parti di varia provenienza, e distinguere le fonti da cui promanano. Esempio singolare ed istruentissimo è lo Speculum perfectionis. che vedemmo di sopra essere la più antica delle Leggende francescane, e che l'Affò, sino dal secolo scorso, riuscì a riconoscere, e n'ebbe poi la conferma nei manoscritti, fatto mirabile rinnovatosi oggi per la sagacia del Sabatier. Nè crediamo noi sia da insistere sopra qualche parola, aggiunta qua e là, fors'anco dagli autori, che, come suolsi fare anch'oggi nelle varie edizioni, ritornavano sopra il loro lavoro, aggiungendo le notizie dei fatti nuovamente avvenuti; e talvolta le note stesse marginali, per incuria d'amanuensi, o per avvertita opportunità, passavano nel testo. Questo si verifica in tutte quante le scritture, a cominciare dalla Sacra Bibbia, in cui tanto s'affaticano e s' affaticheranno ancora gli eruditi per accertarne fra le numcrosissime varianti la vera lezione, senza che ciò impedisca di averla per autentica e genuina anche nelle sue singole parti, conforme per la Volgata ebbe con sacra autorità a sentenziare il Tridentino. Nè il leggersi nel Pentateuco narrata la morte di Mosè, fece difficoltà ad attribuirlo a Mose. Negli stessi scrittori classici, negli stessi poeti più comuni: l'Alighieri, il Petrarca, il Tasso, in cui la parte più osservata e più curata è l' eccellenza della forma, abbiamo un gran numero di varianti, fra cui la critica più oculata rimane incerta; ma chi oserebbe, per questo, aver per adulterati que' poemi immortali? I ritocchi, adunque, le varianti accessorie, che non toccano la sostanza, come un cenno sulla morte d'un uomo, di data posteriore al volume, l'aggiunta dell'appellativo di santo, data a chi poi fu canonizzato, e simili inezie, non che farci dubitare dell'autenticità di un libro, ce la debbono confermare; perchè se queste giunte, se questi ritocchi che si hanno in tutti i libri, mancassero in questi, sarebbe un fatto sì strano, sì lungi dall'uso comune. e tale un miracolo, che ne indurrebbe un dubbio fortissimo e ben fondato di aver a fare con un lavoro di recente e studiosamente architettata fabbricazione. Ed escluso l'animo d'ingannare, è raro che le modificazioni che può subire un iibro, possano alterarlo nella sostanza. N'abbiamo un esempio nella Leggenda de' tre Compagni, di cui i manoscritti hanno qualche variante, e notevolissime quelle de! Codice Fulginate, edito recentemente con grande diligenza da Monsignor Faloci-Putignani: nondimeno, crediamo che niuno avrebbe l'animo di dubitare lautenticità nè di questo, nè degli altri testi, che in sostanza vanno completamente d' accordo.

E nemmeno, crediamo noi valga ad infirmare l'autorità di quegli scritti, qualche svista, e, se si vuole, qua a là qualche lieve contraddizione. Alcuni, cui forse par dolce e lodevole cercare studiosamente i minimi difetti dell'opere altrui per screditarle, e vi esercitano una ingegnosità che Marziale, pagano, non esitava a chiamare malvagia, misero alla tortura questi poveri scritti d'uomini di fede ingenua e sincera, per cavarne contraddizioni o vere o presunte, inverosimiglianze o leggerezze, e rigettarle orgogliosamente come cose da popolino, da donne, da volgo; ma il buon senso popolare, a cui l'amor retto, suggerisce talvolta le ispirazioni del genio, vince le deviazioni di una scienza, che boriosa, trova nei disinganni che soffre, il proprio castigo. Questo è avvenuto per gli studi biblici, e questo sta succedendo ora negli studi agiografici, e questo succederà per il resto. Nè è da tacere che in queste materie, in cui predomina tanto la misteriosa azione della grazia divina, in cui tutto è puro, miracoloso e santo, la scienza e la prudenza umana spesso dispregiano e condannano quello che sopravanzando la loro portata dovrebbe umiliarle [201] . Nè con ciò vogliamo negare che il leggendario vi sia; sappiamo bene che il fiore della Leggenda spunta facilmente dal senso, dall'affetto e dalla fantasia popolare, e qualche volta passano negli scritti, e si rinnovellano attraverso le generazioni; ma accanto alla Leggenda sta sempre la storia, ed il fatto vero o leggendario diede l'origine ; e vagliando ed esaminando, si può fare la cernita, che riuscirebbe impossibile quando si volesse ogni cosa rigettare in un fascio. E anche negli errori, bisogna usare posatezza e criterio, e pensare che se niun uomo n'è esente, niun uomo deve, per questo, perdere il credito. Potremmo tessere una non breve lista di svarioni anche gravi di uomini celebratissimi, che tutto il mondo ammira, e da cui noi molto imparammo e impariamo, e pe' quali, non infallibili, noi abbiamo sempre serbato e serbiamo venerazione profonda.

Nella storia francescana vi è, adunque, del leggendario; ma molto meno di quanto si crede. La vastità e profondità d'animo di San Francesco, che è tutta veramente una storia divina, supera di molto le espansioni dell'immaginativa umana, che davanti a tanta grandezza, più che creare, riproduce. Per ciò vediamo i cronisti, esitanti, ricopiarsi l'un l'altro quasi materialmente, come se temessero, aggiungendovi di proprio, di sgualcirne la soave e delicata freschezza.

I dubbi scettici, i superbi disdegni, la mania di trovar per tutto mistificazioni e fole, mano a mano che l'intelletto si allarga nella moltiplicità di positive notizie, van disparendo. Come è un errore di credere segno di molta perspicacia il diffidente e gelido interpretare sinistramente le azioni degli uomini; e come, quantunque i furbi canzonino la semplicità di coloro che al credere il male son lenti, e grandemente più lodevole, sapiente e prudente la derisa semplicità di questi, che non la cieca e losca accortezza di quelli; così anche è errore di credere sia segno di forte intelletto disprezzare leggermente le notizie tradizionali, che son pregne della sapienza dei secoli.

Abbiamo uno splendido esempio nell'Harnack protestante, di cui possiamo profittare. Negli studi storici sul Cristiancsimo, si cominciò con lo screditare e distruggere l'edifizio eretto dall'insegnamento tradizionale della Chiesa, abbattendolo quasi tutto, e lasciandone solo de' ruderi, su cui poi i razionalisti si sono sbizzarriti a formare abili edifici della durata d'un giorno.

Dopo infelici prove di costruzioni e ricostruzioni. si è dovuti tornare alla scuola antica tradizionale, confermando ancora una volta che la comprensione del vero, datoci sotto la luce dell'insegnamento cattolico, è il migliore sussidio per la retta intelligenza della verità. L'Harnack nel suo meditato e stupendo lavoro sopra la Cronologia dell'antica letteratura cristiana, cominciato a pubblicaro or fa un anno, ai clamori contro i pretesi inganni e le falsificazioni della primitiva letteratura cristiana ed ai sorrisi di scherno verso coloro che si affidavano a quelle testimonianze, oppone, scientificamente dimostrandola la conclusione seguente: L'antichissima letteratura della Chiesa nei punti principali e nella maggior parte delle particolarità, considerata dal lato storico e letterario, è verace e fede degna; e ne deduce che verrà un tempo che è vicino, nel quale ben poco ci affanneremo nella soluzione dei problemi storici e letterari del cristianesimo primitivo, perchè sara universalmente riconosciuto il diritto reale della tradizione, eccettuate poche e poco importanti esclusioni.

Non dissimile riuscita noi crediamo che avrà lo studio sulle fonti francescane che dopo le superbe negazioni dei dissidenti del secolo decimosesto, s' inizio sistematicamente nel secolo scorso. Nè le ammassate rovine ci mettono sgomento; perchè abbiamo fiducia nel progresso della civiltà cristiana, che procede sotto la guida di Dio provvidente; e anche le rovine servono a qualcosa, se co' ruderi de' templi pagani si murarono le prime chiese al Dio vero. E non guardiamo troppo agli autori ed allo scopo di certi edifici, perchè abbiamo sotto gli occhi qui il Panteon, tempio originalmente pagano, che con leggere mutazioni potè consacrarsi cristiano. Noi salutiamo la critica che rinnova edificando; e a noi moderni, piace il moderno: ma stiamo altresi con l'antico, e sappiamo che rinnovazione feconda, e solo feconda, è quella che ristora l'antico: quell'antico, da cui anche recentemente una parola augusta ed autorevole ci ripeteva che non possiamo senza nota di sconsigliatezza e temerità facilmente scostarci. In tal modo la critica sulle cose francescane riuscirà senza dubbio a mettere in accordo la spontanea affermazione dei fatti con la meditata ricostruzione scientifica. Amiamo e ammiriamo il moderno, amiamo e veneriamo l'antico, e senza disprezzo e senza turbarci, pigliamo di buon grado la taccia d'ingenui, da chi sorride al sentirci affermare che il principio della vera scienza e della vera storia più che nel pensiero che combatte sta nell'amore che unisce.

Fr. Marcellino da Civezza de' Minori

Fr. Teofilo Domenichelli de' Minori

Note

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[1] «Item, praecipit generale Capitulum per obedientiam quod omnes legendae de Beato Francisco olim factae deleantur et ubi invenire poterunt extra Ordinem, ipsas Fratres studeant amovere, cum illa legenda, quae facta est per generalem, sit compilata, prout ipse habuit ab ore illorum Francisco quasi semper fuerunt, et cuncta certitudinaliter scriverint, et omnia ibi sint posita diligenter». (Rinaldi; Seraphici viri Sancti Francisci Assis. vitae duae, p. xi, Romae, 1816). Anche il Clareno scrjve: « Qnae scripta erant in legenda prima nova edita a fratre Bonaventura, deleta et destructa sunt, ipso iubente » (Chronica tribbul. nell'Archiv für Litteratur und Kirchenggeschichte, II. p. 56). Lo stesso ha il Waddingo: « Utramque historiam, longiorem et breviorem, obtulit (Bonaventura)... quas ... suppressis aliis quibusdam legendis, admiserunt». (Annales. ann. 1260. n. 18). Nè il Waddingo, nè il Clareno ebbero in mano il testo del decreto; ma lo conobbero per relazioni diverse. La loro concordanza assicura l'autenticità del fatto, che riceve conferma dal silenzio sulle prime Leggende che serbò l'Ordine, sino a che i Bollandisti nel 1748 ne cominciarono la parziale pubblicazione.

[2] « Nous croyons que M. Della Giovanna exagère le mérite de la biographie de Saint François par Saint Bonaventure. Sans doute elle devint le texte officiel, mais imposé dans un but de pacificafion ». Analecta Bollandiana, tom. XIV, p. 228 ; Bruxelles, 1895.

[3] «Haec Irinm sociorum pulcherrima Legenda rerum seraphicarum cultoribus vulgatissima est». Faloci-Pulignani Praefatio in Sancti Francisci Legendam trium sociorum; pag. 10-11; Fulgineae, 1898.

[4] Acta Sanctorum, II Octob. Comm. praev. de Sancto Francisco § I n. 18, pag. 549; Parisiis, 1866.

[5] « Etsi magna apud me sit Thomae Celanensis auctoritas, malo tamen tribus sociis adhaerere. (Acta SS. 4 octob. Commentarius de Sancto Francisco § XXII n. 506, p. 642: Parisiis 1866). « Standum tamen potius pro palatio est, quia tres Socii, etsi serius quam Celanensis, scripserint, citius et familarius quam ille, Sanctum ipsum cognoverunt. (Id. ibid. § v, n. 101 pag. 564)

[6] Horum gravissimo testimonio (Act. SS. ibid. § IV, n. 85, p. 561).

[7] «Omni exceptione major, frater Leo ». Waddingo. Annales, ann. 1220, n. 15.

[8] Etsi illi (gli scrittori citati) multa ac ipso tradirerunt, multa antem plura sine dubio gessit... Quam ob rem ex solo borum silentio in dubium vocari nequeunt alia eiusdem facta. s. Acta SS. die 4a Octobris, Analecta de Sancto Francisco, pars i, § I, n. 1, pag. 817.

[9] Omnino oportet Waddingum habuisse Legendam, trium Sociorum nomine (forte non recte) inscriptam, diversam a nostra; aut, quod verisimilius est, eosdem ab aliis perperam citatos legisse ». Acta SS. die 4. octob. Analecta de Sancto Francisco, pars 1, § x, n. 238, pag. 858.

[10] Ad gesta Sancti Francisci Assisiatis illustranda, jam aliquo tempore diligentem operam pro more suo impenderat Joannes Stilingus noster, jamque non pauca conscripserat, quando morbo correptus ad ejusdem aliorumque Sanctorum, in quorum actia enarrandis plurimos annos exegerat, felix consortium a Deo evocatus fuit ». Acta SS. die 4 octobris, De Sancto Francisco etc. Commentarius, § I, n. 1, pag. 545. Lo Suysken non ebbe nemmeno il tempo di consultare la Leggenda seconda del Celanese, offertagli dai Conventuali. « Prioris legendae, ut putant, copiam ex sui conventus Asisiensis Codice Ms, iidem humanissimi Patres [Conventuales] nobis obtulerunt, quorum beneficientia etiam hic usus fuissem, si temporis angustiae permisissent. Idem, ibid. n. 8. pag. 546.

[11] In fine ejusdem capitis adduntur ista unde nobis qui cum ipso fuimus etc... Hinc videtur caput hoc a compilstore speculi ex ipsiusmet Sancti Francisci sociorum ac proinde magnae auctoritatis. Act SS die 4a octobris, Commentarius de Sancto Francisco § XIX n. 430 pag. 627.

[12] Commentarius praevius in cui lo Suysken si propose narrare Sancti gesta historice certa (analecta p. 1, § 1, pag. 817) va dalla pag. 545 alla 683; l'analecta, che comprende la parte disputata o disputabile, va dalla pag. 817 alla 1004.

[13] Speculum perfectionis: gli autori di tal libro così intitolato furono certamente dei primi compagni del Santo Patriarca» Affò, De' Cantici volgari di San Francesco d'Assisi, pag. 30-31, in Guastalla 1777.

[14] Vita Sancti Francisci de Assisi a Leone, Rufino, Angelo, eius socii scripta, etc. Pisauri, 1831. Non vi è il nome dell'editore, che si nascose sotto l'anonimo anche nella stampa delle Seraphici viri Sancti Francisci vitae duae, auctore beato Thoma de Celano; Romae, 1806; ma dovette essere il medesimo per ambedue. Vedi le Variantes seu correctiones etc. ab editore. etc. in fondo alla stampa di Pesaro. Il Della Giovanna attribuisce tal edizione al Locatelli (San Francesco d'Assisi; giullare nel Giomale Storico della Letteratura italiana, vol. XXV, pag. 28, nota 2); ma non sappiamo su qual fondamento, perchè la citazione dell'Ozanam (I Poeti Francescani, trad. del Fanfani, pag. 51) non può riferirsi a tale notizia.

[15] Ecco la prefazione nella sua integrità:

« La presente italiana leggenda di san Francesco di Assisi venne a me gentilmente offerta da un personaggio per dignità cospicuo, e per virtù e per dottrina chiarissimo. Io raccolsi con animo lieto, e prima cura mi ebbi di cercare dell'autore: però null'altro mi fu dato di rinvenire se non che un Muzio Achillei della città di Sanseverino del Piceno nell'anno 1577 l'avea copiata da un codice antichissimo. Letto l'opuscolo e vedutovi un candore ingenuo di stile, e credo anche di verità nella sposizione de' fasti del serafico padre, mi sono risoluto a pubblicarlo, parendomi degno di qualche considerazione.

« Raffrontai in prima questa italiana leggenda allo scritto latino dei frati Leone, Rufino ed Angelo compagni del Santo, e che io vidi in Roma alla Vaticana, conforme a quello edito dai padri Bollandisti, e riprodotto a Pesaro pei torchi del Nobili nel 1831, e trovai fedeltà di traduzione; se non che l'italiano tiene in meno del latino su più cose del Santo, e omette interamente la parte che riguarda la canonizzazione solenne, e la traslazione della taumaturga sua spoglia.

E poichè non tutte le azioni del s. Fondatore sono notate dai tre compagni del Santo, così l'antico italiano traduttore quale ape ingegnosa avendo scorsi molti altri scritti sino al suo tempo divulgati, potette in parte, se non in tutto, raccogliere nella sua leggenda le geste della famigerata sua vita. Perciocchè potei conoscere che da lui furono presi ad esame in special maniera gli scritti di fra Tommaso da Celano, dal serafico dottore san Bonaventura, del P. Bartolomeo da Pisa, e dall'autore dell'opera Speculum vitae beati Francisci et sociorum eius. Lessi queste opere, e le collazionai, per osservare se in ogni sua parte fosse veridica la italiana leggenda. I brani che apporrò in ciascuno dei capitoli di questo mio qualunque siasi lavoro confermeranno la verità de' miei detti.

A questa lettura i figli del serafico padre ricorderanno volentieri le tracce da lui segnate per giungere al colmo della evangelica perfezione a cui sono chiamati: e i fedeli del secolo ammireranno le sue virtù, e si accenderanno di una santa brama d'imitarle.

Sino a tutto il capo XI citò il frammento noto della leggenda secondo il codice Vaticano 7339 ; pel capo XII non trovò il testo relativo; pe' capi XIII, XIV, XX, XLII. XLVI, XLVII, LIV e LV citò di nuovo il Codice Vaticano latino, errando, come notammo ai rispettivi luoghi, quanto ai capi XLVI e XLVII. Lo Speculum è citato solo pel capo XV; e le Conformità pel capo LXXVIII; per i capi XXI, XXVI, XL, LXXII cita gli Opuscoli di San Francesco, edizione De la Haye; pei capi XLIV, XLIX non trova il testo latino che corrisponda; per tutto il resto cita il Celanese, prima e scconda leggenda. Al capo LXXVII, cita il Codice Vaticano latino, cadendo nello stesso errore che pe' capi XLVI e XLVII. San Bonaventura è citato pel capo XVII.

[16] Recanati, dalla tipografia Morici e Badaloni, 1856: pagine 1-254 in-8.

[17] Deuxième edition; Paris. P. Lethielleux, libraire-editeur, 23, rue Cassette, 23; 1865: typographie Rousseau-Leroy, Arras, rue Saint-Maurice, 26; in-12, pag. 298.

Non sappiamo se questa fosse veramente una seconda edizione, o non piuttosto una seconda tiratura. I capitoli aggiunti consistono in particolari sopra la morte di San Francesco (quelques détails sur la mort de Saint François); la lettera di Frate Elia all'Ordine per annunziare la morte del Santo Patriarca (Lettre de Frère Elie à l'Ordre des Frères Mineurs); capitoli presi da San Bonaventura, cioe del fervore di sua carità, e del suo desiderio del martirio (De la ferveur de sa charité et de son desir du martyr), delle Stimmate (des sacres Stigmates) e finalmente la versione di tre cantici volgarmente attribuiti a San Francesco e diciotto note ai capitoli della leggenda.

[18] Legenda Sancti Francisci Assisiensis a Beatis Leone, Rufino, Angelo, eius sociis scripta, quae dicitur legenda trium sociorum, ex cod, membran, Biblioth. vatic. num. 7339; Leggenda di S. Francesco d'Assisi scritta dalli suoi compagni che tuttora conversavano con lui, edita e corretta per cura del Canonico Leopoldo Amoni; pref.; Roma, tipografia dei fratelli Monaldi, Via delle Tre Pile, 5, 1880 in-8° p. 182.

[19] Speculum perfectionis seu Sancti Francisci Assisiensis legenda antiquissima, auctore fratre Leone, nunc primum edidit Paul Sabatier: préface, pag. XXV; Paris, librairie Fischbacher, 1898.

[20] Sabatier, Vie de Saint Fraçois d'Assise, Étude critique des sources, pag. XI; Paris, cinquième édition, 1894.

[21] Egli scrisse: « Il (lo Suysken) s'est établi sur la première vie par Thomas de Celano, comme sur un roc inébranblable et a jugé toutes les autres legendes à travers celle-là ». Vie de Saint François, etc. loc. cit. p. xlix.

[22] Vie de Saint François cit. pag. lxi-lxxiii

[23] Vedi questo libro nella lettera che accompagna la leggenda al Ministro generale, pag. 263.

[24] Sono i primi otto capitoli di questa stessa leggenda.

[25] Cioè i capitoli IX, X, XI, XIII di questa leggenda.

[26] Cioè i capitoli XIV e XX di questa leggenda.

[27] Cioè il capitolo liv di questa leggenda a pag. 168.

[28] Cioè il capitolo lv di questa leggenda a pag. 172.

[29] Cioè i capitoli xvii e xviii posti nell'appendice a pag. 225-229.

[30] Vie de Saint François d'Assise, cit. pag. LXV.

[31] Speculum perfectionis, préface, p. xx-xxi in nota.

Non parliamo delle citazioni delle parole di Frate Leone, negli scritti d'Ubertino da Casale, ed altrove, le quali non si leggono nella Leggenda dei tre Compagni, perché dopo la pubblicazione dello Speculum, opera anch'essa della stessa fonte, le citazioni potendo riferirsi anche a questo, l'argomento ha perduta la sua forza. E nemmeno ricordiamo l'argomento che mentre i tre Compagni dichiarano di non seguire l'ordine cronologico, il frammento lo segue; dal che si arguirebbe che nell'altra e maggior parte si verificasse il procedere saltuario annunziato. I tre Compagni non dicono di alterare l'origine cronologico: ma di non fare una storia continuata, in modo cioè che i fatti si leghino immediatamente l' un l' altro.

[32] Combatterono in questo punto il Sabatier, l'egregio Della Giovanna (San Francesco d'Assisi giullare nel Giornale Storico della letteratnra italiana, tom. XXV. p. 90-91). Il Padre Mandonnet (Frère Léon historien de Saint François nella Revue Themiste, Juilliet, 1898), e finalmente l'eruditissimo Monsignor Faloci-Pulignani (Sancti Francisci legendam trium sociorum ex cod. fulg. edidit Michael Faloci-Putignani, praefatio, p. 12- 15). Assentirono invece pubblicamente il Félix Vernet, nell'Université catholique, Lion 1898, tom. XXVIII. p. 390) ed altri.

[33] Vedi lettera al Generale, pag. 2 e 3.

[34] Questa Leggenda, come notano anche i Bollandisti, venne inserita quasi testualmente nello Speculum historiale di Vincenzio Beauvais, libro xxix, cap. 97, 98, 99; libro XXX, cap. 99, 100, 101, 102, 103, 104, 105, 106, 107, 108, 109, 120, 121, 122.

[35] MONTESIANI, Marco Ant. Quaestionibus medicinalibus, p. 55; Venetiis, 1546. Ei fu testimone; quindi è da stare a lui anzichè a Marco da Lisbona, che lo disse morto nel 1537, o al Buccolini (Elogium B. Angelae) che lo fece morire il 20 luglio del 1523, o al Pulinari che ne segnò la morte al 1522.

[36] Annales, ann. 1218, n. 10. Risponde al capo cinquantatreesimo di questa leggenda.

[37] « Quod non fit in ea, quam edidi ». Acta SS., die 4 Oct. Analecta de Sancto Francisco, p. i, n. 120, p. 837.

[38] « Fortasse Legendam trium Sociorum, lapsu memoriae aut calami, laudaverit pro Vita per Sanctum Bonaventuram scripta non quod ea ipsa apud Sanctum Bonaventuram dato loco legantur, sed quod ibidem dicatur Sanctus Franciscus aliquando mandasse dirui domos ». Act. SS., loc. cit.

[39] Annales an. 1219, n. 1 e 2. Risponde al capo cinquantesimo deila presente leggenda.

[40] « Verum in ea quam edidi, nihil de illo colloquio legere est ». Act. SS., Analecta cit., p. II., n. 61.

[41] « Nec illum ipsam legendam a se unquam visam fuisse, nec ubi ea extet, ut solet alias facere, annotavit ». Id. ibid.

[42] Annales, an. 1219, n. 2. Risponde al capo cinquantesimo della leggenda nostra.

[43] « In ea quidem, quam edidi, factum hoc tacetur ». Acta SS., loc. cit, n. 63.

[44] Wadd., Annales, an. 1224, n. xxviii. Si legge nel capo ultimo della presene leggenda.

[45] « Sed tam in hac (legenda prima Celanensis) quam in trium Sociorum Lcgenda frustra quaesivi ». Acta SS., loc. cit. Analecta v p., n. 41, p. 1002.

[46] « Dicendus est ergo Waddingus ea legisse in Legendis antiquis et Chronico Mariani florentini, quae praeterea citavit ». Id. ibid.

[47] Wadd., Annal., anno 1220, n. 15. Risponde al capo cinquantasettesimo di questa leggenda.

[48] « In ea quam edidi, ista non leguntur ». Act. SS., loc. cit. Analecta, p. I, n. 169, p. 846.

[49] Wadd., Ann., an. 12 19, n. 3. Risponde al capo trentanovesimo della nostra leggenda.

[50] « In priori, qualem edidi, ea frustra requiras ». Act. SS. cit. Analecta, p. I, n. 146, p. 842.

[51] Wadd., Ann., an. 1210, n. 49. Risponde al capitolo ventunesimo della nostra leggenda.

[52] Per esempio, circa la leggenda de' tre Compagni, sono errate le citazioni del Waddingo, all'anno 1210, n. 30, che corrisponde invece al capo 55 dello Speculum perfectionis  all'anno 1221, n. 30; all'anno 1224, n. 4, n. 25 e n. 26; all'anno 1225, n. 1, 4, 13.

[53] « Omnino oportet Waddingum habuisse Legendam, trium sociorum nomine (forte non recte) inscriptam, diversam a nostra; aut, quod verisimilius est, eosdem ab aliis perperam citatos legisse ». Act. SS., die 4 Octob. Analecta, I p., n. 238, p. 858.

[54] Eccola parola per parola: « Ad lectorem. Superiora haec divi Francisci gesta e vetustiori quodam codice manu mea descripsi Mutius Achilleus [a] Sancto Severino, rogatu venerandi Patris Felicis... recentioris Ordinis Franciscanorum (quos Capuccinos appellant). Septemped. anno a Christi Salvatoris Nostri natalibus MDLXXVII, viii Kal. ianuarii. »

[55] Il Marchese di Villarosa ne scrisse così: « Achillei Muzio di Sanseverino, Prete dell'Oratorio di detta città, visse ai tempi di San Filippo Neri, da cui fu sommamente amato. Ebbe stretta corrispondenza col Boronio, il quale si valse dei lumi e delle notizie ricevute da lui per ln grande Opera degli annali, come attesta il Gioiosi. Morì in patria nell'anno 1634, ove lasciò molti scritti ». Memorie sugli scrittori Filippini, parte II, p. 24.

[56] Zambrini Francesco. - Le opere volgari a stampa dei secoli xiii e xiv; edizione quarta, alla parola Leggenda pag. 563; In Bologna, presso Nicola Zanichelli, 1884.

[57] Zambrini Francesco, Il Saltero della B. V. Maria compilato da San Bonavenitura, Volgarizzamento antico toscano, nell'Avvertenza, pag. x e xi; Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1872.

[58] Vedasi, per citare qualche passo de' molti, a pagina 13, dove si legge: Et quando a fornir questo con tutta intentione fosse [per fu] disposto ... è visitato; manifesto latinismo secondo il dedisset del testo latino. A pag. 19: Et quando li suoi compagni guardassino (per guardarono) indietro?, etc.

[59] I, cap. 5, n. I.

[60] Pagina 24-26, dell'edizione dell'Amoni, Roma, tipografia della Pace 1880.

[61] Vedi la pag. 28 di questo libro.

[62] Pag. 30 dell'ediz. cit.

[63] Vedi pag. 34 di questo libro.

[64] Vedi pag. 40 dell'ediz. cit. p. i. c. xvi.

[65] Pag. 174-176 di questo libro.

[66] Il manoscritto 4354 della Vaticana ha le parole che seguono: « Quamquam autem praeclara vitae ipsius (beati Francisci) opera per venerabilem et autenticum virum dominum et magistrum fratrem Bonaventuram stilo venustissimo sint descripta, plura tamen valde notabilia et utilia, zelum caritatis, humilitatis et paupertatis circa praedicatorum et raegulae totius observationem, intentionem et voluntatem ipsius Sancti exprimentia, iam in Legenda veteri, de qua idem Bonaventura saepius longas orationes et passus de verbo ad verbum in sua leegnda posuit, quam etiam ex dictis veridicis sanctorum sociorum beati Francisci per viros probatos Ordinis redactis in scriptis. È da notare però che la Leggenda vecchia, di cui qui parla Frate Fabiano Unghero, presunto compilatore (1330-40) di questo manoscritto, è di certo qualche cosa di molto diverso dalla Leggenda seconda del Celanese, con la quale, a torto, alcuni vollero confonderla. San Bonaventura si servì senza dubbio in modo speciale delle redazioni del Celanese, a cui meglio che a qualsivoglia altro scritto conviene l'osservazione di Frate Fabiano circa gli estratti fattine dal Serafico Dottore: ma forse la grande somiglianza, anzi, quanto alle cose, la quasi identità fra la Leggenda antica e la Leggenda seconda del Celanese, menò a confonderle insieme, ed a dire dell'una qnello che è più proprio dell' altra.

[67] Della Giovanna, San Francesco Giullare, nel Giomali storico della letteratura italiana, vol. xxv.

[68] Sanct. Bonav. Leg. maior, c. iii. n. 263.

[69] Vedi il presente lavoro, pag. 50.

[70] I. Celanese, parte prima, cap. 18.

[71] Sanct. Bonavent. legenda maior, cap. IV. n. 4.

[72] Leggenda seconda del Celanese, parte prima, cap. V.

[73] Sanct. Bonavent. Leg. maior, cap. I, n. 5.

[74] Papini, La Storia di San Francisco d'Assisi, libro secondo, n. XIII dell'Appendice. p. 113; Foligno, nella tipografia di Giovanni Tommasini, 1817.

[75] « Speculum perfectionis status Fratris Minoris » è il tilolo di un opuscolo, citato in una sua predica da fra Giacomo di Tresanti, paese presso Castelfiorentino, e dal Pisano, Conformità 13. Esso leggesi tutto quanto nel libro stampato nel 1504 in Venezia, intitolato Speculum vitae Sancti Francisci et sociorum. » Papini, La storia cit., libro secondo, n. xiv dell'Appendice, p. 343.

[76] Se si guarda bene, la Leggenda sorvola sopra tutto quello che ridonda a lode diretta dei tre Compagni, e che d'altronde abbiamo per testimonianza d'essi stessi, nelle altre memorie.

[77] « Si l'on veut bien se rapporter à la Légende que nous avon, on verra ... que l'ordre historique y est strictement suivi, et cela est si vrai que c'est presque toujours de ce côté que les historiens récents sont allés chercher le fil destiné à établir la succession des événements à speculum perfecctionis,» etc. Préface, p. 21.

[78] Il Sabatier stesso che dapprima aveva negato tal fatto (Vie de Saint François d'Assis, cit., Appendice, p. 412-418), poi esaminatolo più profondamente, con lodevole sincerità si ricredette: e disdisse, esponendo in un dotto articolo i motivi dei primi dubbi e negazioni, e gli argomenti ineluttabili dell'affermazione posterioie. (Un nouveau chapitre de la vie de Saint François [l'indulgence de la Portiuncule, Paris, librairie Fischbacher, 1896; in 8°, p. 24). Vedi per poche altre com questo volume a pag. 154-157 in nota.

[79] Ne parliamo più in diffuso nelle noteal capo LXXIX, pagina 218-219; e nelle note ai capitoli interpolati, psgina 225-229.

[80] Edizione di Milano, 1510; che è la più antica, e la prima in ordine cronologioo, e quindi la più autorevole e men sospetta, quantunque vi abbia chi preferisce l'altra del 1513: ma in questo le edizioni vanno d'accordo.

[81] È l'ottavo capitolo anche nella presente intera.

[82] «Primum est mendicatio» Ut enim habetur in Legenda trium sociorum Beatus Franciscus in habitu seculari existens, ad visitandum limina Apostolorum, Romam adiit. Et intrans Beati Petri Ecclesiam, considerans aliorum  oblationes quod modice essent et indecentes tanto Principi Apostolorum, in fervore spiritus manus ponens ad bursam plenam denariis, traxit; eosque per fenestram altaris proiiciens tantum sonum fecit, quod de tam magnifica oblatione omnes adstantes sunt admirati. Exiens portas ecclesie, animatus ad sui contemptum, et Christi pauperis amorem, qui elemosinam petiit, cum vidisset multitudinem pauperum, non despexit eorum consortium, sed dilexit. Nam acceptis secreto cuiusdam pauperis panniculis et suis depositis, in gradibus stans ecclesie cum aliis pauperibus, gallice, etsi non bene sciret linguam, elemosinam postulavit; et cum sic fecisset et per spatium stetisset, depositis dictis panniculis et propriis reassumptis, devenit Assisium. Quo perveniens, cum iam mundo coram episcopo abrenunciasset, id quod ceperat Rome, postea habitu religioni absumpto, servavit, semper, videlicet, libentissime pro sui abiectione et Christi imitatione pro elemosina eundo. In principio cum fratres habere coepisset, parcens illorum verecundiae et honorans eos, solus quotidie ibat pro elemosina; ex hoc multum fatigaretur, quia debilis erat complexione et abstinentia, nec posset tantum laborem sustinere, et sciens Fratres ad sui abiectionem vocatos, etsi ipsi nondum plene intelligerent, dixit Beatus Franciscus ad eos: «Charissimi Fratres et filioli mei, nolite verecundari ire pro elemosina, quia Dominus pro nobis se fecit pauperem in hoc mundo. Hec enim est hereditas quam acquisivit et reliquit nos Dominus Jesus Christus et omnibus qui suo exemplo volunt vivere in sancta paupertate, cuius exemplo elegimus viam verissime paupertatis. In veritate dico vobis, quod multis ex nobilioribus et sapientioribus huius saeculi venient ad istam  congregationem, et pro magno honore et gratia habebunt ire pro elemosina. Ite ego confidenter et animo gaudenti pro elemosina, cum benedictione  Dei. Et magis libere et gaudenter debetis ire pro elemosina, quam ille qui de una nummata afferret centum danarios, qui offerretis illis amorem Dei, a quibus petetis elemosinam dicentes: Amore Dei facite nobis elemosinam, cuius comparatione nihil est coelum et terra. Quibus verbis accensi Fratres cum magna alacritate, iverunt per loca adiacientia pro elemosina, et elemosinas, quas invenerant, cum magno gaudio ostendebant beato Francisco, et dicebat unus alteri: «Ego plus de elemosina acquisivi quam tu». Unde Beatus Franciscus gavibus est nimis, cernens eos ilares et iocundos:  et ex tunc  quilibet libenter petebat licentiam eundi pro elemosina. Beatus Franciscus, licet velle Fratres ire pro elemosina, tamen ne fieret contra Evangelium, dicens: «Nolite solliciti esse de crastino. Et quod Fratres deberent ire pro elemosina, in Regula antiqua, etc.» Conformitates, loc. cit.

La lezione non è esattamente nè quella della Leggenda nostra, nè quella dello Speculum, da cui però piglia (forse a memoria) le parole ultime sopra la letizia ed il fervore de' Frati nelle prime mendicazioni, (capo 18 deilo Speculum), e sopra il non volere adunar limosine per il domani (capo 19 dello Speculum).

[83] « Videndum est prius qualiter Dominus Jesus Christus beatum Franciscum filiis, discipulis et Fratribus fecundaverit.... Ideo, a\ dicit Legenda trium sociorum, vilem habitum heremiticum per duos annos portavit, baculum portans in manibus, cinctus corrigia et calciatus incedens et accipiens elemosinas et specialiter pro reparatione trium ecclesiarum, quas istis duobus annis reparavit, videlicet, Sancti Damiani, Sancti Petri Apostoli et Sancte Marie de Angelis. Verum cum ad renovandum mundum per vitam evangelicam esset a Deo directas, post predicta, dum una dierum inter missarum solemnia perlegi audiret Evangelium illud, in quo discipulis ad predicandum missis evangelica norma in vivendo prescribitur, ut, videlicet, non possiderent aurum vel argentum, nec in zonis pecuniam nec peram deferrent in via, nec duas tunicas haberent, nec calceamenta, nec virgam: statim predictorum verborum audito, spiritus Domini superinfusione repletus, illico calciamenta deposuit, reiecit baculum, peram et pecuniam abdicavit, una rudi et deformi contentus tunicula, in crucis modum expressa, et dimissa corrigia pro cingulo, funem sumpsit, omnem sollicitudinem cordis apponens, qualiter audita perficeret, et apostolice rectitudinis regule per omnia coaptaret. Sic igitur a Beato Francisco vita et norma assumpta apostolica, statim cepit discipulis et fratribus fecundari. Cum enim divino instinctu, aliquos ad iusticiam inducere, ceteros vero ad penitentiam animare cepisset, tam vita quam verbo, cuius verba non erunt inania, nec risu digna, sed Spiritu Sancto plena, erant medullas cordis penetrantia, ut in stuporem audientes converterent, et obstinatorum mentes efficacia virtuosa mollirent. Eius eloquia et vitam attendentes nonnulli viri, quidam ceperunt ad penitentiam animari, et eidem, relictis omnibus, habitu vitaque coniungi , quos et Fratres Minores (iuxta dictum Evangelii: Quod uni ex minoribus meis fecistis, etc), vir humiliter censuit appellari. Intra quos duodecim fuerunt primi. Videlicet: Frater Bemardus de Quintavalle ; Frater Petrus Chatanii ; Frater Egidius; Frater Sabatinus; Frater Moricus; Frater Joannes de Capella ; Frater Philippus Longus; Frater Joannes de Sancto Constantio; Frater Barbarus ; Frater Bernarddus de Cleviridante; Frater Angelus Tancredi ; el Frater Silvester. Hi sunt prini, qui Beato Francisco adheserunt vita et habitu ». Conformitates , loc. cit.

[84] Il Sabatier (Vie de Saint François d'Assise, ed. 1894, pag. cxviii, nota 2.) avendo veduto che il Pisano cita (c. CLXXXI, a-2) quasi la fine della Leggenda dei tre Compagni (quasi in fine legende) per la predizione del Pontificato al cardinale Ugolino (capo xvi del frammento, e capo LV della nostra, pagina 178), ne dedusse che nelle Conformità si usasse il solo frammento. Ma le parole quasi in fine legende, chi noti la brevità dei capitoli che seguono sino alla fine, può applicarsi bene anche alla nostra così intera com'è.

[85] Vedi i « Beati Patris Francisci Assisiatis Opuscula nunc primum collecta, tribus tomis distincta, notis et commentariis asceticis illustrata per Fratrem Lucam Waddingum Hibernum Menapiensem, Ordinis Minorum, etc. Antuerpiae ex officina Plantiniana, apud Balthasarem Moretum, ut Viduam Ioannem Moreti et Ioannis Meursium », 1623; pag. 290.

[86] Vedi questa stessa leggenda, capo quindicesimo, pag. 94-96.

[87] Papini, Storia di S. Francesco, cit. vol. II, pag. 247.

[88] « De isto in loco autentico non reperi, sed depictum et scriptum in pluribus locis inveni. Sed de nullo praefatorum dominus frater Bonaventura in legenda maiori facit mentionem; et quid fuerit in causa ignoro: cum tamen de primo dictus Bernardus a Bessa facit mentionem, et secundum de scriptura publica notarii reperi Florentiae transcriptum ». Conformitates, ed. 1510, p. cxlix, a-i.

[89] « De praefatis apparitionibus non reperi scripturas; quare hic non pono. » Ed. cit loc. cit. pag. ccxxix, b-2.

[90] « Informationes quas non scribo, quia imperfectas reperi ». c. lxxviii, a i.

[91] c. II, a-i, octava parte Legende maioris, - quarta parte Legende maioris; a. 2 dicit dominus Bonaventura in legenda maiori, parte undecima; c. iii, b-2 ; c. xiv, a. i; xviii, a-i ; xix, a-2, b-2; xx, a-i; xxxi, a-i, a-2, b-i; xxxvii, b-i ; xxxviii, b-i ; xlii, b-2; xliii, a-i ; cx, a-i, a-2, b-2; cxi, a-i, a-2, b-i, b-2 ; cxvii, a-2; cxviii, a-i ; cxxxv, a-2, b-i, b-2 ; cxxxvl a-i, a-2 ; cxxxviii, a-2, b i; cxi, a-i, b-i, b-2; cxli, a-i, a-2, b-i, b-2 ; cxlii, a-i ; a-2; cxliv, a-i, b-i ; cxlvii, a-2; cli, a-2, b-i ; clvii. a-i ; clxii, a-2, b-i ; cii-ciii, a-2; clxiv, a-2, b i, b-2; clxxvi, a-i ; clxxxi, a-i ; cxci, b-2 ; cxxv a-2. Avvertiamo che questa nota di citazioni non è completa, e talvolta sulla stessa pagina e quindi sotto la stessa indicazione ne sono indicate molte: ma anche così incompleta basta a dimostrare il larghissimo uso che Frate Bartolomeo da Pisa fece dei lavori di San Bonaventura, quantunque non fosse allora canonizzato.

[92] cxxviii, a-2; a-2; i, b-i ; cx, b-i; cxi, a-i ; cixi, a-i ; a-2, b-l, b-2; cxl, b-i; cxli, a-i, a2, b-i ; cxlii, a-i, a-2 ; cxliii, a-2, b-2; cxliv, a-i A-2, b-i; clxiv, b-i ; clxviii, a-2, b-i, b-2; cilxx, b-i ; clxx, b-i ; clxxiv, B-i ; clxxvi, a i; clxxxi, b-i ; clxxxxvii, a-i ; cc, a-2 ; ccvii, a-i, b-2 ; ccxvii, a-2 ; CCXXV. A-2 ; ccxxxi i a-2.

[93] c. xxxvi, b-2; xxxviii, b-2; xlvi, b-i ; cxi. A-2: cxxxiv, a-2; cxxxiv B-i; cxxxv, a-i; cxlii, b-2; clxvii, b-2 ; clxviii a-i ; clxx: b-i ; clxxiv A-2; clxxv, b-2; clxxx, b-2; clxxx b-2; clxxxi, a-i (tre citazioni), a-2 (due citazioni); ccvi, b i, b-2; ccx, b-i; ccxix, b-2. Questa nota di citazioni della Leggenda de' tre Compagni crediamo sia completa.

[94] ) c. xiv, a-I, narrat Frater Thomas de Celano in Legenda (II Cel. I p. c. i): c. XXXI, b-2, ut dicit Frater Thomae in sua Legenda (2 Cel. p. 3, c. 60): c. cxi- a 2 in legenda Fratris Thomae (2 Cel. p. 3, c. 60): c. cxiii, b-I, in Legenda Fratris Thomae, capitulo de charitate (2 Cel. p. 3. c. 115): c. CXLIV, b-I, in Legenda Fratris Thomae, in capitulo de paupertate (2 Cel. p. 3. c. 14); c. CXLIV, b-I in capitulo de oratione (2 Cel. p. 3, c. 40): c. CXLIV, b-i in Legenda Fratris Thomae (2 Cel. p. 3. c. 65): c. cxliv, b-2. in Legenda Fratris Thomae (2 Cel. p. 3. c. 78 j: c. clxxvi, b-2, dicit legenda Fratris Thomae (2 Cel. p. 3. c. 79): c. CLXXXI, a-I, ponit Frater Thomas in sua Legenda (2 Cel. p. I. c. II): c- CLXXXI, a-2, ut dicit Legenda trium sociorum et Fratris Thomae (I Cel, p. I. c. XI): c. CLXXXII, b-2, hoc ponit Frater Thomas in sua Legenda (2 Cel, p. 2. c. i): c. ccxviii, a-i, Frater Thomas in sua Legenda beati Francisci antiqua (2 Cel. p. i. c. xii): c. CCXLI, Frater Thomas in sua Legenda (2 Cel. p. 3. c. 141), La Leggenda prima del Celanese è dunque indicata una volta sola insieme con quella dei tre Compagni; ma il testo trascritto è de' tre Compagni. In conclusione Frate, Bartolomeo da Pisa, non si servì in nulla della prima Leggenda del Celanese, e forse non l'ebbe mai.

[95] Conf. duodec. sec. pars passim, et alibi.

[96] « Plenam virtutibus Beati Francisci vitam scripsit in Italia exquisitae vir eloqaentiae Frater Thomas, iubente Domino Gregorio Papa IX; et eam quae incipit, Quasi stella matutina, vir venerabilis Dominus, ut fertur, Joannes, Apostolicae Sedis Notarius. In Francia vero Frater Julianus, scientia et sanctitate conspicuus, qui etiam nocturnale officium Sancti in littera et cantu posuit, praeter hymnos et aliquantas antiphonas ac responsoria, quae Summus ipse Pontifex et aliqui de cardinalibus in Sancti praeconium ediderant. Postremo compertum plenius vitae decursum vas admirabile gratiarum, virtutum et scientiae apotheca, Frater Bonaventura, Generalis minister, prius excellens in theologiae magister Parisius postmodum Sanctae Romanae Ecclesiae  cardinalis et Albanensis episcopus, vir tantae auctoritatis, discretionis et morum, ut orbis eum clamaverit summo dignissimum praesulatu ». Bernardus de Bessa, Liber de laudibus etc. pag 666; in Analecta Franciscana, vol. III; Quaracchi, 1897.

[97] Tutte le Conformitates spirano un santo zelo per la pura osservanza della Regola.

[98] Papini, Storia di San Francesco, cit. vol. secondo, pag. 236.

[99] « Major vero vita (Sancti Bonaventurae) haberi debet merito in locis singulis ad edificationem Fratrum. Scriptores ergo compellantur, tenere punctuationes et litteras esemplares, et juxta exemplar hoc errores illorum per Fratrum diligentia corrigantur». MS. n. 347. Assis. memb. secolo XIV.

[100] « Has antiquitatis habens notas, ut codex originalis videri possit ». Oudinus, De scriptoribus ecclesiasticis, tom. iii, col. 165.

[101] Rinaldi, Seraphici viri Sancti Frnncisci Assisiatis vitae dnae, auctore beato Thoma a Celano : Romae 1806, xx typographia Sancti Michaelis ad Ripam apud L. Contedini.

[102] Vita prima di san Francesco d'Assisi, del Beato Tommaso da Celano, per la prima volta volgarizzata dal Canonico Leopoldo Amoni, prima edizione romana col testo latino a fronte. Roma tipografia della Pace, Piazza della Pace num. 35, 1880. in-8, p. 237.

[103] « Malo totam illam ordine temporis, quantum licebit huic commentario sparsim inserere ». Act SS. 4 octob., p. 548, n. 14.

[104] Fere descripsit Vincentio Bellovacensis.... suo Speculo Historiali lib. 29 etc de sancto Francisco ex gestis eiusdem inseruit, Id. ibid., p. 547, n, 18.

[105] « Ex gestis eius abbreviatis, quae sic incipiunt: Quasi stella etc. Ms. Toulouse, cod. 82, fol. 156 a. e Arch, Vat. Conf. Zeitschrift für kat. Teolog. VII, n. 7101.

[106] « Praeter adiecta quaedam ex dictis maximi cardinalis (Bonaventure) eiusdem quibus innovata perficitur, metro cudisse ferunt, praesule quodam instante, magistrum Henricum, profunde ut stylo clarum scientie virum », Prologus del Poema latino nella Biblioteca di Versailles. Ms. del secolo XIII, e posteriore al 1274; vedi Il più antico poema di San Francesco, del Padre Edoardo d'Alençon, nella Miscellanea francescana, anno IV, fasc. 2, pag. 33, 34.

[107] Sul più antico poema etc. nella Miscellanea francescana vol. V, fasc. 1, P. 3 e 4.

[108] Salimbene, Cronica, etc. (Parma, 1857), p. 63.

[109] Il più antico poema della vita di San Francesco d'Assisi, scritto innanzi all'anno 1230, ora per la prima volta pubblicato e tradotto da Antonio Cristofani, bibliotecario della Comunale d'Assisi, Prato, Ranieri Guasti, editore-libraio, 1882, in-8, pag, xvi-287.

[110] Della leggenda dei tre compagni questa è la nona edizione.

[111] Archivio della corona de Aragon, p. Ripoll. n. 41. Il Padre Denifle (Archiv für literatur-und kirchengeschichte des mittelalters, herausgegeben von P. Heinrich Denifle O. P. und Franz Ehrle S. J. erster band, pag. 148 Berlin 1885) crede che fra i manoscritti celanesi sia questo il più antico.

[112] Catahgue gineral des manuscripts des bibliothiques pubbliqties des dipartements,  tom. I, p. 295.

[113] Vedi il Rinaldi ediz. delle Vite del Celanese, nel 1806, praefat.

[114] Iacobilli, Le Vite dei Santi e Beati dell'Umbria, tom. II, pag. 309; Foligno, 1656.

[115] « Fortasse plura exhibebat, quae in aliis codicibus desiderantur ». FALOCI-PULIGNANI MICHAEL, Sancti Francisci legendam trium sociorum, p. 7; Fulginiae. 1898.

[116] Segnato n. 343, Vedi Catalogus codicum agiographorum bibliothecae publicae civitatis et Academiae Leodiensis. Conf. Analecta Bollandiana, tom. V, p. 361, n. XXII-, Bruxelles, 1886.

[117] Sabatier, Speculum perfectionis, p. ccii; forse è l'edito dai Bollandisti.

[118] Molinier Aug. Catalogue des Manuscrits de la Bibliothèque Mazarine, tom. I, p. 484; Paris, 1885. Ha la segnatura 1743.

[119] Il fatto della canonizzazione è narrato nella Leggenda; e la narrativa ha tutta l'aria di un testimone oculare. Il 25 febbraio 1239, il Pontefice Gregorio IX dava 1a sua approvazione alla Leggenda.

[120] Jordanus a Jano, Chronica, pag. 8; negli Analecta Franciscana, vol I, Quaracchi 1885.

[121] « Reliquo vero gratia ipsius a penultimo vitae suae anno prout potuimus recte scire, huic opusculo breviter adnectemus ». Vita prima, ed. Amoni, p. 140; Roma, 1880.

[122] « Anno Domini 1227, frater Albertus de Pisa, Minister Theutoniae (e con lui doveva, secondo la Regola, andare il Custode) ad generale Capitulum, apud Sanctam Mariam de Portiuncula congregandum profectus est », Chronica anonyma, pag. 287; Analecta Franciscana, vol. 1.

[123] « Cum aliquibus eiusdem Confessoris sociis, quibus eius vita et conversatio nota erat, super ipsa Regula et sancta ipsius Beati Francisci frequenti collatione tractavimus ». NICOLAI III, Const. Exiit. pag. 18 nel Compendium Apostolicorum Constitutionum, etc. Romae, 1875.

[124] « Homines corrupti mente et a veritate privati, aestimantes quaestum esse pietatem, homines assumentes sanctae Religionis habitum, non induerunt, sed veterem palliaverunt. Detrahebant senioribus suis, et eorum qui sanctae conversationis institutores fuerunt, vitam et mores in occulto mordebant, vocantes eos indiscretos, immisericordes, crudeles ». Commercium paupertatis, edito dall'Alvisi, Città di Castello, S. Lapi. 1894, in 12°, che venne composto nel luglio 1227.

[125] « Coeperunt ipsi moleste ferre sanctitatis nomen ». Id. ibid.

[126] « Eorum namque nomina supprimo, ipsorum verecundiae parcens ». Vita prima, p. II, c. VI p. 162.

[127] « Inter quos (filios) quidam de Assisio, pium ac simplicem spiritum gerens, virum Dei devote primo secutus est. Post hunc Frater Bernardus. » (Vita prima, pars i, c. X, p. 48) Forse anche l'Anonimo compagno di San Francesco nel secolo, che lo seguiva alla grotta, e di cui parla il Celanese, se la lezione magnus inter coeteros, che esclude Elia, non è una interpolazione, potrebbe avere la stessa origine di questo Anonimo, e senza dirlo apertamente per timore di troppo facile smentita, vorrebbe designare Elia. (Sabatier, Vie de Saint François, cit. pag. 22) È singolare che neanche i tre Compagni che qui copiano ii Celanese, poterono darne il nome, mentre registrano quello del compagno d'armi, Gentile.

[128] Qui secundus in Ordine Frater extiterat. (Vita secunda, pars II, cap. XVII, p. 80: secondo dopo San Francesco, che era il primo.

[129] « Fridericus etc. Non ex odio loquimur, non ex dissidio quod totam universaliter christianae gentis universitatem incitat, provocamur.... Quis enim non miretur et doleat, audiendo Romanum principem, patrem legis, successorem Petri et Vicarium Jesu Christi, ad capiendos et tradendos homines doloss sub verbo pacis et fiducie date procedere, litterias securitatis offerre, et sub hac specie honestati harum tendiculis falsitatum incautos offendat?... Revera papa iste quemdam Religiosum et timoratum fratrem Helyam, ministrum Ordinis Fratrum Minorum, ab ipso beato Francisco, Patre Ordinis, migrationis sue tempore constitutum pro eo quod amore justitie, cui est corde et opere dedicatus. pacem imperii promovens, nomen nostrum, honorem et bonum pacis evidentibus indiciis proponebat, in odium nostrum a ministerio generali reverentia Christi postposita et iurjs Sancti Francisci ordinatione contempta, deposuit, divisionem in fratribus faciens et inordinationem et sectionem. » Huillard Bréholles, Hstoria diplomatica, tom. v, pars 1. pag. 346: Parisiis, excudebat Henricus Plon. 1857.

[130] San Francesco, invitato a designare il successore, nella seconda del Celanese (pars III, c. cxvi, p. 360), risponde: Nullum, fili, sufficientem intueur.

[131] « Quis in universo Christianitatis orbe vel gratiosior vel famosior quam Helias? ». Thomas de Eccleston, De adventu etc. , Analecta franciscana vol. I, p. 230, Quaracchi 1885.

[132] « Apud Perusium felix dominus Papa Gregorius nonus, gloriosi secundo Pontificatus sui anno, quinto Kalendis martii Legendam hanc recepit, confirmavit et censuit fore tenendam. » Così si legge nella copia del secolo xiii, segnata n. 3817 della Nazionale di Parigi. L'approvazione forse non fu cosi solenne ed esplicita, come vorrebbe questa nota, che, forse, al solito, esagera; ma non crediamo che si possa dubitare che il fatto nella sostanza sia vero; nè spingeremo lo scetticismo sino a chiedere l'originale stesso del Breve d'approvazione.

[133] « Opus autem suum Patri Sanctissimo domino Gregorio pape nono, tanta cum dignitatis et scientie apice praecellenti virtute, ut pedes saepe leprosorum et pauperum, sub Fratrum Minorum habitu apostolicum celans, abluisse dicatur, et moriens in catena et cilicio sit inventus, tamquam dignissimo dedicat, et eius nomen per onciales xiv librorum sequentium litteras format. In cuius praesentia metris ineptum caritatis vocabulum eo cum obiiceretur, defendit quod gentiles poetae, qui metro escluserant, eius ignorassent virtutem, sic trinitas, veritas et si que sunt similia possit, indignum reputans divine significationis vocabula legibus subiici poetarom. Approbavit Christi vicarius pie defensionis responsum, suaque poni auctoritate decrevit. Unde vita haec metrica a nonnullis caritas ob dispensationis vocabulum est appellata ». Prolog, nella Vita Ms. di Versailles scritta dopo 1273. Vedi nella Miscellanea Francescana vol. IV, fasc. II, pag. 34, in un articolo del Padre Edoardo d'Alençon, che indica i cominciamenti dei xiv libri, formanti il Gregorius nonus.

[134] « Dalla maniera con cui fu trovato [in un'arca di travertino della cava del paese e di un sol pezzo] chiaro mostrò che il cadavere del Santo, cui appartenne, fu ivi posto, subito giunto alla chiesa di San Giorgio, e prima che cedesse alla corruzione; giacchè altrimenti non si ssrebbe trovato nè lo scheletro composto, nè le ceneri, avanzo delle carni e dei panni sfacellati, rimaste al naturale nel luogo di loro caduta. » Memorie storiche della vita del Serafico Patriarta San Francesco di Assisi, e del ritrovamento delle di lui sacre spoglie, dedicate all'Eminentissimo Principe il Cardinale Pietro Francesco Galefi, cap. 16, pag, 150; Assisi, dalla Tipografia Sgarigliana, con permesso, 1834, wol. in-l2, pag. 133. E lavoro assai notevole di Giosafat Rossi, redatto sccondo gl'intendimenti e lo spirito del Papini, di cui nondimeno rettifica e confuta alcuni punti.

[135] Egli, a nostra notizia, è il solo che scrive come San Francesco, andando al campo del Soldano, passasse sopra una barca un fiume: » cimba transvectus modica, ... solus ad hostes ... fluivium in pacem transit. (Il più antico poema etc. p. 156). Vi fu in quel mese una grande innondazione.

[136] Frale Elia nel 1232 fa nominato Generale, grado a cai il notaro Gioanni da Ceperano, parlando di questo Religioso, non accenna mai.

[137] « Apud Perusium felix Domnus Papa Gregorius nonus, gloriosi secundo pontificatus sui anno, quinto Kalendas martii (25 febbraio 1229) Legendam hanc recepit, confirmavit et censuit fore tenendam ». Nota della Vita prima del Celanese, nel Manoscritto della Biblioteca Nazionale di Parigi, fondo latino, n. 3817.

[138] « Quia frater Petrus, vir litteratus erat et nobilis, beatus Franciscus propter suam urbanitatem ipsam honorando, Dominum appellabat ». Fratris Jordani, Chronica, pag. 5; Quaracchi 1885.

[139] « Charissimo meo frate Antonio, Frater Franciscus in Christo salutem. Placet mihi, quod Sanctae Theologiae litteras Fratribus interpreteris; ita ut neqne in te, neque in ceteris (quod vehementer cupio) estinguatur sanctae orationis spiritus, iuxta Regulam, quam profitemur. Vale ». Epistula Sancti Francisci, negli Opuscula etc. pag. 16: Antuerpiae, 1613.

[140] « Pytonissa quaedam quae multa vera praedixit, unde et lingua illa veridica est appellata: Redite, redite, quia per absentiam Fratris Francisci Ordo turbatur et scinditur et dissipatur », Fratris Jordani a Jano, Chronica, pag. 5, ed. cit.

[141] Similiter et Frater Johannes de Campello, collecta magna multitudine leprosorum et virorum et mulierum, Ordini se subtraxit . . . praeter haec alia turbationum exordia in beati Francisci absentia,... sunt exorta ». (Id. ibid.). Queste semplici parole di quest'ingenuo e veridico narratore, mostrano qnanto anche allora il male fosse grave, e che gli accenni di Frate Ubertino da Casale e di altri intorno a scissioni gravi nell'Ordine avvenute vivente San Francesco, sono pur troppo veri; ed a torto se n'è voluto mettere in dubbio l'esistenza o la gravità.

[142] « Videns Beatus Franciscus Fratrem Caesarium sacris Litteris eruditum, ipsi commisit, ut Regulam, quem ipse simplicibus verbis conceperat, verbis Evangelii adornaret ». Fratris Jordani a Jano, Chronica cit p. 6.

[143] « Tam magni et multimodi exercitus ducem, tam ampli et dilatati gregis pastorem, fili mei, nullum sufficientem intueor: sed unum vobis depingam, in quo reluceat qualis deberet esse . . . Homo (inquit) cito deberet esse vitae gravissimae, discretionis magnae, famae laudabilis, privatis affectionibus carens, ne, dum in parte plus diligit, in toto scandalum generet. Debet illi orationis studium esse amcum... Post orationem se ipsum statuat in medio... omnibus responsorum, omnibus cum caritate et patientia et mansuetudine provisurum. Non debet esse acceptor personarum, ita quod non minus curet de simplicibus et idiotis, quam de scientibus et sapientibus. Cui si donum scientiae est concessum, tamen plus in moribus pietatis et simplicitatis, patientiae el humilitatis imaginem ferat, foveatque continno in se et aliis, atque in praedicando eas, continue se exerceat, ad haec alios plus exemplo quam sermonibus incitando. Sit execrator pecuniae... Non sit aggregator librorum, nec lectioni multum intentus, ne forte detrahat officio, quod praetogat studio. Consoletur pie afflictos, quum sit ultimum remedium tribulatis... Ut protervos in mansuetudinem flectat, seipsum prosternat, et aliquid sui iuris relaxet ut animam lucrifaciat... Vellem ipsum, tamquam Christi vicarium, ab omnibus omni devotione et reverentia honorari, atque sibi ab omnibus et in omuibus cum omni benevolentia... provideri... Omnes accusationes in principio habeat suspectas, donec veritas ex diligenti examinatione incipiat apparere. Aures autem non praebeat multiloquiis, in accusationibus specialiter... Formam justitiae et aequitatis nullatenus inficiat vel relaxet. Ita tamen quod ex nimio rigore nullius anima occidatur, et ex superflua mansuetudine non nascatur torpor, atque ex laxa indulgentia non proveniat dissolutio disciplinae: sicque ab omnibus timeatur, et ab ipsis timentibus diligatur ». Speculum perfectionis, cap. 80: lo stesso ha il Celanese, seconda leggenda, parte terza, capo cxvi.

[144] « Licet (Aegidius) propter indubitalem reverentiam, quam ad sanctum Patrem Baatum Franciscum habebat, sustineret quod super corpus suum notabilis fieret ecclesia, qualis sensuali populo ingereret sue eminentia sanctitatis; sed omnia alia aedificia fortissime perhorrebat ». (Ubertinus a Casali, Arbor vitae etc., lib. v, c. m). Chi ricordi la venerazione in che Frate Egidio era tenuto da San Francesco e dai suoi figliuoli, e specialmenle dai più fervorosi, non dubiterài che alla fabbrica della Basilica di San Francesco in Assisi consentivano anche i più pii ed i più vivaci amatori della povertà. Sembrerebbe che a tal conclusione faccia contrasto il seguente racconto: « Post mortem Beati Francisci et ejus obitum gloriosum, legitur reliqnisse Ordinem sub manu Fratris Heliae. Frater vero Helias statim post mortem Beati Francisci incepit aedificium mire magnitudinis erigere juxta Assisium, in quadam voragine, que Collis Inferni dicebatur. Postmodum a bonae memoriae Gregorio Papa Nono ibidem primarium lapidem pro structura ecclesie Beati Francisci jacente, Collis Paradisi vocata est. Ex tunc pro illa fabrica idem Frater Helias variis modis cepit extorquere pecuniam, et quamdam concham marmoream ante fabricam collocari precepit, in qua venientes proiicerent pecuniam pro ecclesia. Quidam vero Fratres mire sanctitatis et puritatis, hoc videntes iverunt Perusium ad consulendum Fratrem Aegidium, virum sanctum et bonum, quid super fabrica tam excessiva, et modo colligendi pecuniam, sibi videretur, quum expresse contra Regulam facere videbatur, quibus Frater Aegidius respondit; Etsi usque Assisium fuerit longa domus, sufficit mihi unus angnlus ad morandum. Quumque quereret quid de illa concha, conversus ad Fratrem Leonem dixit: Si mortuus es, vade et frange; vel si vivis, dimitte, nam persecutiones huins Fratris Helie non poteris sustinere. — Audiens hec Frater Leo, ivit cum sociis suis et fregit concham illam totaliter. Frater vero Helias hoc audiens, fecit eos per famulos fortiter verberari et expelli de Assisio cum magna confusione. Quo facto magna confusio est orta inter Fratres. — Convenientibus autem Fratribus ad Capitulum generale tum propter excessus predictos, tum quia Frater Helias maximam destructionem Regule pretendebat, Fratres ipsum ab officio deposuerunt et Fratrem Johannem de Florentia concorditer elegerunt (Speculum vitae, edit. 1504, carta 167). Esaminando all'ingrosso queste parole saremmo tentati di confondere la fabbrica del Convento, che fu cominciata subito, e la fabbrica della Chiesa, cominciata due anni dopo. E così è avvenuto nei più degli storici, e si legge nella Cronica dei XXIV Generali (pag. 72 e 89; nell'Analecta, tom. iii; Quaracchi 1897): ma la verità è che stando al senso ovvio delle parole, qui si distinguono le due fabbriche, e non vi è contraddizione nell'asserire che Frate Egidio approvasse la fabbrica della chiesa, benedetta ed aiutata dal Papa stesso, e vedesse di mal occhio il fastoso Convento. Per sorvegliare la fabbrica è poi ovvio che i Minori si stabilissero subito nel luogo dove s'alzava il sacro Convento; ed una capanna, lavoro d'un giorno, potè esser subito fatta.

[145] Gregorii IX, bolla Elongati nel 1230.

[146] « Hoc solum habuit bonum Frater Helias, quia Ordinem Fratrum Minorum ad studium theologiae promovit » (Chronic. Salimb., pag. 405 ). Taluni che hanno Frate Elia in conto di ordinatore dell'Istituto de' Minori, e niente meno lo vorrebbero unire in unità, di aspirazioni con San Bonaventura, dovrebbero ben considerare quello che ne scrive Frate Salimbene, il quale lo accusa di rusticitas magna (pag. 401), che multos inutiles recepit ad Ordiuem (pag 403), che homines indignos promovit ad officia Ordinis (pag. 403), che toto tempore quo fuit Magister, non fuerunt generales constitutiones (pag. 404), che Ministros Provinciales affligebat et vituperabat (pag, 405), ch' era pessimus homo (pag 406) che i ministri calunniabantur, che iustitia in provinciis subvertebatur (pag. 406], che era Ordinis beati Francisci maximus dissipator (pag. 407), oltre il fasto col quale viveva. È impossibile difendere le aberrazioni del povero Elia, inebriato dall'ambizione e dal vento prospero che favorì alcune sue imprese; ed è opera vana cercar di coprirlo col manto pontificale di Gregorio nono, il quale se sul principio, ingannato, si dichiarò per Elia, poi accortosi che il governo equivaleva a manifesta distruzione dell'Ordine, (destruit Ordinem manifeste (Speculum Vitae, ediz. 1504, pag. 170), lo depose, affrontando coraggiosamente i risentimenti dell'Imperatore Federico II, il protettore suo vero, che non l'abbandonò mai. (Vedi sopra, p. LXIX in nota). Ripensiamo con mestizia dolce all'immagine che egli di sè medesinio fece dipingere daGiunta pisano nel 1236 appiè dei crocifisso, all'ingresso del presbiterio, con le passionate, eppur semplici parole:

Frater Helias fieri fecit

Jesus Christe pie, miserere precantis Helie

Iuncta Pisanus me pinxit anno Domini

1236

e più volte abbiamo detto a noi stessi: Sì, povero Elia, avesti gravi ragioni di domandare pietà, e non ti fu negata da quella divina misericordia che ha sì gran braccia, da volontieri accogliere chi si rivolge a lei. Lunghi dolori di una espiazlone atroce purificarono l'anima tua, che ora, lo crediamo di certo, gode la pace dei celesti e dal paradiso guarda assai più volontieri chi è ora unanime teco nel condannare i tuoi falli, che coloro i quali, mirando a scusarli, si espongono al rischio di renderne assai più giavi le conseguenze.

[147] Frater Peregrinus de Bononia in sua Chronica dicit, quod hic Generalis postquam de legatione Grecie fuit reversus, oemulis ipsius, qui multi erant accusantibus eum domino Pape Alexandro, idem Papa ei precepit in secreto quod renuntiaret officium et quod nullo modo assentiret, si Ministri eum officio retinere. Et ego, inquit, in Capitulo fui mediator inter ipsum et ministros et hoc habui ex ore eius ». Chronic. XXIV Gen. nell'Analecta francisc. III, pag. 287.

[148] « Haec omnia scripta sunt per manum Fratris Leonis, in libro qui est Assisii, et in rotulis quos habemus » Archiv. cit. tom. iii, pag. 178.

[149] Hic... cum Fratre Rufino et Fratre Angelo Legendam composuit beati Francisci; quam Legendam trjum sociorum, in hoc opere multoties nominavi et nominabo. n Conform. viii, parte II, pag. 4, a-2.

[150] « Alessandro IV comandò al Santo Frate Tommaso da Celano, che ancora scrivesse questa della preclara memoria Vergine Clara » (Ibid.) Questo volgarizzamento della Leggenda di Santa Chiara, con le riferite parole risolve il prablema di chi ne fosse l'autore. La tradizione indicava il Celanese; ma non se ne aveva un documenlo che desse base scientifica all'affermazione. Il Papini dopo essersi dichiarato favorevole alla designazione tradizionale (Vita di San Francesco, etc. vol. I, pag. 75), poi, forse preoccupato da certe illazioni a lui ingrate si ritrattò senza darne le ragioni (Vedi ibid. vol. II, pag. 236). Anche questa vita, come la prima del Celanese, fa messa in versi, che aspettano il diligente editore.

[151] « Pericula temporum urgent et laesiones conscientiarum, nec non et scandala mundanorum, quibus, cum Ordo deberet esse sanctitatis totius speculum, in diversis orbis partibus vertitur in odium et contemptum... licet plurimi reperiantur, qui non sunt culpabiles in aliquo praedictorum, tamen omnes involvit haec maledictio nisi a non facientibus, his qui qui faciunt resistatur ». Epistola I, nel tomo VIII delle Opere di San Bonaventura, pag. 468-69; Quaracchi 1898.

[152] « Cum luce clarius omnia supradicta in maximum et nullo modo dissimulandum vergant nostri Ordinis detrimentum, licet tepidis et indevotis et secundum carnem sapientibus, considerantibus consuetudinem et allegantibus multitudinem, quasi facilia et excusabilia et irrimediabilia videantur » Ibid.

[153] « Sicut Ordinis Communitas tenuit, sic est in eadem decretali super motis dubiis diffinitum » Archiv. cit. vol. III, pag. 26.

[154] « In consistorio secreto primo, et sequenti die, quo fuit festum Sancti Georgii, solemniter et sententialiter promulgatum in ultima sessione concilii Viennensis praefati, quod modus vivendi Fratrum, qui accusabatur, fuerat et erat licitus. » Chronica XXV, pag. 459, nell'Anaiecta vol. III.

[155] « Ideo cum magna exsultatione et cordis iubilo est per Ordinis communitatem ipsa constitutio amplectenda » Archiv. tom. cit. pag. 26.

[156] « Facta est declaratio quarta papalis, que inter alias est sicut aquila volans, intentioni fundatoris maxime appropinquans... cuius declarationis substanciam ex hiis, que Frater Ubertinus pro se et suis sociis proponebat, episcopi et magistri traxerunt ex qua re totus Ordo illam declarationem, licet apparenter susceperit, corde et animo exosam habuit » Archiv. II, pag. 139.

[157] Speculum vite, cart. 212, v., e 213 r., editio 1504.

[158] « Hic (Frater Ubertinus) pro multlis habendus est.. nec parva fide dignus est, quippe ex sui saeculi viris nec doctior nec sanctior credebalur alius. » Wad. Beati Patris Francisci Assisiatis opuscula. tom. I, pag. 109; Antuerpiae, 1623.

[159] San Francesco d'Assisi giullare, nel Giornale Storico della Letteratura italiana, vol. XXV, p. 92. Le occuse sono tolte in terminis dalle risposte defensionali di coloro che difendevano le mitigazioni, i quali consegnarono anche le inquisitiones et attestationes dudum contra dictum Fratrem Ubertinum factas et receptas, non che il registrum inquisitionum dudum factarum chiedono e supplicano si faccia giustizia. Questa è l'accusa; ma è da ponderare la difesa d'Ubertino che recò docunienti in contrario; ed è da tener conto dell'esito del giudizio.

[160] «Nec sunt haec talia scelera in communitate, ut debuisset opponens super his Sedem Apostolicam molestare» (Archiv. 111, pag. 9;). «Facta est in Curia Domini Papae larga et scandalosa disceptatio de observantia Regulae... apparebat in Ordine scissura horribilis» Chronic. XXIV General. nell'Analecta III. pag. 457-458.

[161] « Declaramus et dicimus, quod dicit Fratres non solum ad illa tria vota nude et absolute acceptas ex professionae suae Regulae obligantur, sed etiam tenentur ad ea omnia implenda, quae ad sunt pertinentia ad haec tria praedicta... Nec tamen putandum est quod Beatus Franciscus professores huius Regulae, quantum ad omnia contenta in Regulae... intenderet aeqnaliter esse obligatos quin potius aperte discrevit, quod quaedam ipsorum ex vi verba transgressio est mortalis, et quoad quaednm alia non. » Compend. cit. pag- 50-51.

[162] Dicimus qnantum ad numerum tunicarum, quod pluribus uti non licet, nisi in necessitatibus », Campend. cit. pag. 55.

[163] « Cum dicit quod Regula unam (tunicam) tantum concedit interiori parte Ordinis, quod declaratio contrario in hoc casu diffinit; licet autem contineatur in Regula, ubi non solum in aliis circumstantiis dicit licere ex Regula uti pluribus ». Archiv pag. 100.

[164] « Quos (Superiores) Clemens ad se vocatos in consistorio coram arguit, ab officio amovet, Fratribus Guidoni et Vitali de Furno Ordinis Minorum imperat, ut illorum loco Spiritualibus Superiores alios, eosque magis benevolos provideant ». Eubel. Conradus Ordin. Min. Conv. Bullarium franciscanum, tom. V, anno 1212, iul. 23; Romae, typis vaticanis, 1898, in fol.

[165] Id. ibid. pag. 89.

[166] Loc. cit. 21 maii 1313.

[167] « Nulla te comitetur infamia, vel aliquid tibi quoad quamcumque promotionem tuam vel statum honorabilem aut ad optionem dignitatis intra dictum monasterium vel extra, obstaculum quomodolibet generetur ». Joann. xxii, Verbum attedentes, l oct. 1317 nel Bullarium cit. Frate Ubertino ha molto del caraltere di Frate Girolamo Savonarola; come a questi, anche ad esso mancò l'animo di costituirsi in persona davanti ad un tribunale che temeva prevenuto contro di sè, e preferì di fuggire: ma ciò, dati i tempi ed i costumi del tempo, non è una prova ch'ei fosse colpevole, e non distrugge nè inferma nulla delle cose sopra discorse. Vedi il Bullarium cit. dell'Eubel; al 16 settembre del 1325.

[168] « Post hos prodiderunt spiritu ferventes Fratres nonnulli, qui a Sacro Concilio Viennensi, tamquam a Deo missi et confortati, enervatam pene disciplinae censuram, ad sua principia revocarunt ». Leo X, ite et vos etc. nella Chronologia historico-legalis seraphici Ordinis Fratrum Minorum, tom. I» pag. 221; Neapoli 1650.

[169] Nel Catalogo della Biblioteca d'Assisi del 1381 è un « Liber dictorum beati Francisci in papiro et sine postibus, cuius principium est: Quid faciet homo in omne temptatione etc. .... Il libro, come tutti, forse, gli altri scritti originali dei fervorosi compagni di San Francesco, è perduto, ma non è improbabile sia quello che rispondeva all'indicazione di Frate Ubertino di Casale.

[170] « Libenter delerent omnem antiquam Patrum memoriam et scripturam, que posset sibi vel aliis oculos aperire ». {Archiv iii, pag. 86). « Non sunt nec fuerunt solliciti Prelati huius Ordinis, sic illum librum de intentione Patris pii (è il libro degli scritti dei Compagni di San Francesco) diffundere, sicut privilegia de recipiendis funeralibus...; quia immo, quod nefas est cogitare, in Provincia Marchiae et in pluribus aliis locis testamentum Beati Francisci mandaverunt districte per obedientiam ab omnibus auferri et comburi... Et toto conatu fuerunt solliciti annullare scripta beati Patris nostri Francisci ». Archiv. cit. pag. 168-169.

[171] Leggenda e poesia francescana, nella Revista d'Ilalia, 15 giugno 1898; p. 335-336 e 517 ; Roma, società editrice Dante Alighieri. 1898.

[172] Speculum perfectionis pubblicato da Paolo Sabatier, nella Miscellanea cit vol. VII. fss. I, pag. 8.

[173] « Istud opus compilatum est per modum Legende, ex quibusdam antiquis, cue in diversis locis scripserunt et scribi fecerunt socii beati Francisci ». (Sabatier, Speculum, pag. 250; Paris 1898). Il Codice di Foligno ha: « Istud opus compilatum est per modum Legende, et quibusdam antiquis, et diversis locis, quos scripserunt, et scribi fecerunt seu retulerunt socii beati Francisci » (Miscellanea franciscana, vol. VI, fas. 11, pag. 471.) Nella traduzione nel testo abbiamo volulo riprodurre sostanzialmente le due versioni; e sovra tutto sostituendo alla parola Leggenda, femminile, il racconto leggendario mascolino, che non può accordarsi con il relativo le quali, che segue, abbiamo voluto rilevare che il relativo quos mascolino, od il que neutro plurale del lesto latino non potrebbe senza manifesto errore, nemmeno per elissi, aver qualche relazione col femminino Legende, che si legge poco prima.

[174] « Il signor Falocci spiegò il testo, dicendo ex quibusdam Legendis. Ma questo senso è escluso dal seguito del testo. I compagni non hanno scritto o fatto scrivere delle Leggende, ma degli atti frammentari, che riferiscono le parole e i fatti del Santo. Le persone che conoscono la letteratura francescana del XIII secolo, sanno che numerose deposizioni di antichi testimoni della vita del Santo furono scritte per conservare il ricordo di differenti fatti ». Miscellanea franescana, vol. VII, fas. ii, pag. 6l; Foligno 1898.

[175] « Frater Helias, qui in ecclesia Sancti Francisci apud Assisium, magister Ordinis Fratrum Minorum extiterat, pro eo quod apud Gregorium Papam delatus a fratribus, quod male administrasset, eum Papa ab administratione removerit, in odium Papae, imperatori adhaesit ». (Ricc. de S. Germano, Chron. ad ann. 1239. Il Pontefice Gregorio rispondendo a Federico secondo, che lodava Elia, asserisce non esser questi un profeta, ma un apostolo profano:

« Helia et Henrico quibusdam non prophetis sed prophanis apostatis,»

(Vedi Huillard-Bréholles, Hist. diplom. tom. V, parte seconda, pag. 777, anno 1240).

[176] « Rustici et pueri et puellae, quoties obviabant Fratribus Minoribus per vias in Tuscia, ut centies audivi, cantabant :

Hor attorna frath. Holya

Ke pres' ha la mala via ».

Salimbene, Chron. pag. 411.

[177] « Quamvis a Sancto et multis fratribus vocaretur (frater Helias) Minister, nullus tamen fiit ipso vivente (Francisco) electus, vel ab Ordine tamquam Generalis receptus ». Chronich. xxvi, Gener. nell'Analecta Ftanciscana, vol. iii.

[178] Sabatier, loc cit. pag. 99 : « Qnod et antiqui Fratres fecerunt ». Queste pnrole, sino al sicut vellent (pag. 100, lin. 10, errato invece di sicut vellem del Cod. Vatic. 4354, sono certamente di San Francesco, perchè subito dopo si legge: « Haec verba quum dixisset beatus Franciscus etc »

[179] Questa bolla dispiacque un poco ai zelanti; non per la sostanza delle decisioni, che erano giustissime, ma per l'' abuso che ne temevano dai languidi. Nella Cronica de' xxvi Generali si legge: « Tempore istius Generalis (Joannis Parenti), ut dicit Frater Bonaventua de Balneo Regis in quodam sermone, insurrexit inter Fratres multiplex dubitatio de hiis que in Regula continentur. Generalis vero portabat Regulam in manibus, asserens ipsam claram et observabilem et ab omnibus ad litteram obsaervandam. Tandem Papa Gregorius IX pro dubiorum declaratione pulsatur. Qui, tamquam ille qui Sancti Francisci intentionem noverat et pro Regulae confirmatione sibi astiterat, oborta dubia liquido declaravit iv Kal. oct. pont. sui anno iiii, Domini vero 1230, post scilicet Capitulum Generale Assisii, in quo facta fuit translatio gloriosissimi Patris nostri Francisci. Dictus vero Frater Johannes, Generalis, ut idem Frater Bonaventura ponit, propter talia dubia tristis effectus, officium Generalatus dmisit quod ut aliqui dicunt, tantum tribus annis laudabiliter tenuit, et post in sua simplicitate remansit. Alibi tamen legitur quod sex annis Ordinem gubernavit ». (Analecta francis., tom III. pag. 213). In questa Bolla il Pontefice loda il Testamento ed esorta i religiosi a conformarvisi, perchè giusto e santo (iustis votis eius et desideriis sanctis); definisce però che non ha virtù di precetto, obbligante sotto vincolo di colpa, conforme San Francesco stesso avea dichiarato dicendo che è esortazione, ammonizione e ricordo. Alcuni de' languidi interpretarono tale bolla nel senso di annullamento e riprovazione del Testamento; la qual cosa è un manifesto errore, e mostra che il timore si abusasse di questa dichiarazione non era infondato. Però e anche da avvertire che senza tale dichiarazione non sarebbero mancati altri e forse più gravi inconvenienti.

[180] Vedi, per esempio, il Pisano, che ha: Teste Fratre Leone (Conform. xvi, c. CLXIX a-2: ediz. 1510); il Waddingo: ut refert Frater Leo (Annal. 1212) n. 521; Iacobilli : Frater Leo in Legenda trium sociorum (Vite de' Santi e beati dell'Umbria, etc. pag. 315 ; Foligno, 1656.

[181] « Al capo xvii si fa così onorevole menzione di Frate Leone, narrandosi una visione di lui, e nel LXXVI si esaltano per modo la purit del medesimo, le belle doti di Frate Angelo e la santità di Frate Ruffino, che appare ben chiaro non aver eglino potuto scrivere tali cose di sè medesimi ». AFFÒ, De' Cantici volgari, cit. pag. 32.

[182] Dialogus sanctorum Fratrum Minorum, cuius principium est: Venerabilia gestaPatrum dignosque memoria; Finis vero: Non indigne feram me quoque reperius consortem. In quo lobro omnes quaterni sunt XIII ». Nel MS 691 della Comunale di Assisi, contenente il catalogo del 1381, fol 45a.

[183] « Quibus ex assidua conversatione illius et mutua familiaritate plus ceteris diutinis experimentis innotuit ». Vita secunda, pag 4 ; ediz. Amoni ; Roma, 1882.

[184] « Oratio sociorum Sancti ad eumdem... Ecce, beate Pater noster, simplicitatis studia conata sunt magnifica tua facta laudare, etc. ». Id. ibid. pag. 310.

[185] « Ut legitur in Legenda antiqua, quam composuit Frater Johannes de Celano. » Planctu Ecclesia, pag. 150; Venetiis 1560.

[186] « Frater Thomas de Celano de mandato eiusdem Ministri et Generalis Capituli primum tractatum Legendae beati Francisci, de vita scilicet et verbis et intentione eius circa ea quae pertinent ad Regulam compilavit, quae dicitur Legenda antiqua ». Cron. cit. pag. 262.

[187] « Hic Generalis praecepit maltiplicatis litteris Fratri Thomae de Celano, ut vitam beati Francisci, quae antiqua Legenda dicitur, perficeret, quia solum de eius conversatione et verbis in primo tractatu, de mandato Fratris Crescentii Generalis praedicti compilato, ommissis miraculis, fecerat mentionem. Et sic secondum tractatum, qui de eiusdem sancti Patris agit miraculis, compilavit, quem cum epistola, quae incipit: Religiosa nostra sollicitudo, misit eidem Generali » Chronica XXIV Gen. pag. 276.

[188] « Tam in Legenda veteri, de qua idem Frater Bonaventura saepius longas orationes et passus de verbo ad verbum in sua Legenda posuit, etc. ». Qaesta Leggenda non è nè la prima nè la seconda del Celanese, ma sono bensì gli scritti dei Compagni di San Francesco, come si dimostra dal contenuto del Manoscritto.

[189] « Inquiunt socii, auctores Legendae antiqua; » (Wad. Annales, ann. 1212, u. 56) « Ut refert Leo (capo de' Soci) in Legenda antiqua » (Idem, ibid. n. 52) « Admonebant socii auctores Antiquae Legendae » Id. ibid. n. 44.

[190] Fra Leone, storico di San Francesco d'Assisi nella Miscellanea Francescana, vol. vii, fasc. 2, pag. 64.

[191] « Quis enim in tanta diversitate verborum et actuum lance subtilis examinis valeat sic cuncta pensare, ut omnium auditorum sit de singulis una sententia? » Vita secunda etc. pag. 4.

[192] Cum familiaribus adhuc superviventibus collationem de his habuni diligentem, et maxime cum quibusdam, qui sanctitatis eius et conscii fuerunt et sectatores praecipui, quibus propter agnitam veritatem, probatamque virtuttem, fides est indubitabilis adhibenda. Prologus, pag. 505; Qperum vol. VIII,  Quaracchi, 1898.

[193] « Item, sub interminatione anathematis prohibemus, ne quis verbo vel facto, aliquo modo ad divisionem nostri Ordinis laborare praesumat. Si quis autem ex deliberatione contra fecerit, tamquam excomunicatus, et schismaticus ac destructor nostri Ordinis habeatur, et quousque satisfecerit, a communionae omnium separetur.» Constitutiones Narboninses, nell'Opera cit, vol. viii, pag. 458.

[194] L'Olivi, autorevolissimo testimone, ne scrive così: « Dico, igitur, quod de predicto Patre sentio. Fuit enim interius optimi et piissimi affectus, et in doctrine verbo semper predicans ea, que sunt perfecte puritatis... Fragilis tamen fuit secundum corpus, et forte in hoc aliquid humanum sapiens, quod et ipse humiliter, sicut ego ipse ab eo sepius audivi, confitebatur; nec enim maior fuit Apostolo dicente: In multis offendimus omnes. Nihilominus in tantum dolebat de communibus laxationibus huius temporis, quod Parisius in pleno Capitulo, me astante, dixit, quod ex quo fuit Generalis, namquam fuit quin vellet esse pulverizatus, ut Ordo ad puritatem Beati Francisci et sociorum eius et ad illud quo ipse de Ordine suo intenderit, perveniret. Ei hiis igitur uti sanctus excusari potuit a tanto et si non a tanto. Non enim fuit de numero defendentium laxationis et impugnantium Regule puritatem, aut de numero insedentium in predictis impuritatibus, qui eas sequi videntur quasi toto corde; sed si quid inde passus est, hoc ipsum cum merore et planctu ». Tractatus de uso paupere, dall'Archiv. III, pag. 516-517.

[195] Declaratio Domini Papae Innocentii quarti maneat suspensa, sicut fuit in Capitulo Metensi determinatum, et inhibemus districte ne quis utatur ea, in his, quibus expositioni Domini Gregorii noni contradicit n Const. cit. loc. pag. 465.

[196] Sono notevolissimi dieci capitoli contenuti nel codice Folignate della Leggenda dei tre Compagni in cui è molto particolareggiata la notizia di queste corrispondenze. Vedi la Miscellanea Francescana vol. vii, fasc. II, diretta da Monsignor Faloci Pulignani, che annunziando la cosa, ha svegliato in molti il desiderio di vederne pubblicato il testo integrale. Ci sembra però inammissibile l'opinione che da questi capitoli vorrebbe derivare lo Speculum.

[197] A chi non piacesse questa spiegazione dello stato frammentario della Leggenda, rimane libero di proporne un'altra più plausibile che noi non vediamo. Rimane però, crediamo, fermamente provato l° che lo stato attuale della Leggenda, come si legge ne' manoscritti latini, è frammentario; 2° che i frammenti tolti si trovano nello Speculum e negli altri capitoli che sogliono accompagnare i manoicritti conosciuti della Leggenda.

[198] Papini, Storia di San Francesco etc. vol. II, pag. 246. È falso però che molti capitoli della prima e seconda vita di San Francesco scritta da Frate Tommaso di Celano vi sono riportati anche ad litteram, secondo scrisse il Papini sulla fede del Rinaldi. Dal Celanese niente attinse il compilatore di questa leggenda.

[199] « Dominus benedicat me Fratrem Fabianum » (cart. 127 - v. ediz. 1504.

[200] « Anno siquidem Domini 1343, dum causa visitationis sacrum locum montis Alverne accederem, » etc. (cart. 99-r; ediz. cit.).

[201] Giova in ciò tener ben presente il savissimo monito di Sant'Antonino. « Nota quod etsi in eo laudari possent ex opere operantis, idest in quantum intendebant mundi contemptum et sui vilipensionem, non tamen laudanda ex opere operato, unde nec imitanda. Quod enim a iure communi exorbitant, in consequentiam non sunt trahenda, dicit regula iuris (n. xxviii). Et privilegia paucorum communem legem facere non possunt. Qui ergo talia faceret increpandus esset et puniendus, non laudandus: nisi hoc faceret ex familiari consilio Spiritus Sancti, ut creditur istum fecisse. Lex enim privata, scilicet Spiritus Sancti, non subiicitur legi scriptae, seu communi, ut dicitur xix quaestio secunda c. duae sunt leges ». Sanct. Antonin. Chronic. p. 111 tit. xxiv.

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Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011