Padre Teofilo Domenichelli de' Minori

L'indole di San Francesco.

Edizione di riferimento:

La Leggenda di San Francesco scritta da tre suoi Compagni (legenda trium sociorum) pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità dai Padri Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli dei Minori, Roma Tipografia Editrice Sallustiana (Mater Amabilis, Via S. Nicola da Tolentino, MDCCCXCIX . - Appendice II: Discorso letto nella tornata dell'Accademia di Religione Cattolica in Roma il 5 giugno 1898, dal Padre Teofilo Domenichelli de' Minori.

Riflesso della perenne primavera de' colli eterni, la letteratura francescana è in questo secolo contraddistinta da un lussurioso rigoglio di fiori, di frondi e di frutti. Le menti più elevate sentono un'aura risanatrice spirare dalle idealità francescane, e s'infiammano di gentili pensieri e profondi. Anche la suprema potestà della Chiesa volse testè le amorevoli sue cure verso l'Ordine Serafico, e con uno di quegli atti solenni, destinati a lasciare incancellabile traccia, ricondusse all'unità primigenia una gran parte della figliuolanza del Serafino d'Assisi. In tali congiunture, al supremo consiglio di quest'Accademia parve bene di dedicare all'eroe della povertà e dell'amore una delle sue tornate, e a me, francescano, commettere di delinearne in brevi e semplici tratti la mansueta figura.

Pensare a San Francesco e studiarlo è per un francescano un dovere, e parlarne ad altri può tornare utilissimo e conveniente, purchè teniamo ben fisso, che se negli splendori di quel poverello, la cui mirabil vita meglio in gloria del ciel si canterebbe, pretendessimo noi suoi figliuoli esaltarci, ci scosteremmo troppo da lui, esempio di umiltà profondissima, e la sua memoria ci si convertirebbe in amara rampogna.

Pensando a questo, se tutto pieno dell'argomento tenero ed alto, accettai gioioso l'incarico, che, riguardando alle povere forze mie, avrebbe dovuto darmi cagion di sgomento, considerai altresì che se povero e semplice sarà il mio dire, le parole brevi e semplici che San Francesco raccomandava uscissero dal labbro dei suoi figliuoli sarebbero state specchio non disconveniente a tanta grandezza. Ad un mazzo di fiori profumati e gentili non disconviene un contorno di povere foglie e modeste.

Tommaso, il Celanese, che, se non è il più antico, certo va annoverato tra i più antichi biografi del Santo [1], e lo conobbe personalmente, ce ne descrisse con grande minutezza il fisico aspetto. Il corpo gracile, delicato e gentile, la faccia d'un ovale allungato, il colore tendente al bruno, l'occhio in cui splendeva una mansuetudine dolce, la pelle morbida e fina, la voce sonora e pur soave [2], nonchè l'impronta grafologica della sua scrittura [3] tondeggiante e senza durezze, convengono mirabilmente all'indole sua, in cui primeggiavano il sentimento profondo e l'affetto. L'acuta osservazione dell'illustre filosofo Augusto Conti, che, cioè, in San Francesco si scorge chiarissimamente avverato l'aforismo teologico, che la grazia presuppone la natura [4], possiamo allargarla con eguale e forse maggior verità, alla stretta corrispondenza fra l'esteriore configurazione del corpo e l'interiore natura dell'anima sua. Perchè delle due facce naturali del nostro essere spirituale, egli ebbe vivacissima questa seconda, che n'è la più interna. All'amore, ad un amore tenero e profondo, facevano capo ed ordinavansi tutte le potenze spirituali di lui, costituendone l'indole nativa e peculiare, onde la sapienza dell'imposizione del nome di Serafico, che lo distinse da ogni altro. Un amore non circoscritto da limiti, non amore di questa o di quella cosa in particolare, ma, starei per dire, puro ed ignudo volere, che aspettava il raggio di una cognizione individuata, per divenire arbitrio, o esercizio di libertà, fiore che nasce dal coniugio dell'attività del volere con quella dell'intelletto. Il pensiero e l'amore, nella sovreccellente lor perfezione, cioè nell'Infinito, identificansi; ma nelle creature il meglio che possiamo augurarci è l'accordo, che necessariamente implica la loro distinzione. A molta vivezza e profondità d'affetto s'accoppiava in Francesco una mente agile, acuta e sottile [5], perchè l'affetto è di sua natura ingegnoso e desta le facoltà dell'ingegno; ma la dissipazione de' suoi primi anni e la sua educazione mercantile, com'era la professione del padre, gl'impedirono nutrirsi di quelle particolari cognizioni, di cui la mente perspicace, penetrando gl'intimi nessi, forma in unità di vasto sistema una scienza. Nè ciò fu senza provvidente consiglio di Dio; imperocchè nel mondo la luce del pensiero scientifico, che illumina e dirige la civiltà, ha senza dubbio un grandissimo pregio, e sovraneggia tutte le cose in altezza; ma l'ordine del bene è più profondo, e, quindi, più vasto; e ad abbracciar questo nella sua universalità aveva Dio plasmata l'anima di San Francesco, a questo era chiamato dalla sua indole e dalla sua inclinazione.

L'amore vivo accende la fantasia, e reca a veder le cose congiunte l'una coll'altra e lo specchiarsi loro scambievole, onde il concetto si colora poeticamente d'immagini e simboli. Di qui l'abbondante vena poetica di San Francesco, che s'estrinseca nella vita, nel verso e nel canto. Di Francia, gentil paese, la cui lingua egli amava, quantunque non l'abbia mai posseduta perfettamente [6], erasi propagata in Italia la poesia de' Trovatori, spirante amore, generosità e gloria sovra tutto marziale, com'è l'indole di quella nobil nazione; e questi sentimenti svegliarono un eco nel cuore di lui giovinetto, che, come avviene dalle prime impressioni, non s'estinse mai più.

L'amore è giocondo e festoso, e Francesco s'apriva alla giocondità ed alla festa [7], e nella consuetudine dei giovani coetanei, egli giovane, con magnificenza, anzi sfarzo, abban-bandonavasi a lieti pranzi ed a cene, a giuochi e a sollazzi, correndo anche di notte le vie d'Assisi, cantando e sonando.

Ma il cuor suo nobile era troppo più grande di queste cose, che pure, specie ne' giovani, hanno allettamenti sì possenti. Onde, pur occupandosi di mercatura, il guadagno non curava; re dei conviti e delle brigate festevoli e vivendo dissipato, non piegò mai a lascivie, che sotto mentita apparenza d'alimento e sfogo d'amore, ne son la morte ed infracidano l'anima e il corpo; talchè gli osservatori, e meglio l'occhio acuto materno, intravvedevano in lui qualche cosa di straordinario, e ne pronosticavano alti destini [8].

Porgendosi amoroso e cortese al piacer de' compagni, non soffriva però che si recasse offesa a persona che si fosse, nè con atti nè con parole di vilipendio, nemmen per ischerzo; nè sopportava che oscenità di parole o di gesti sgualcissero il delicatissimo fiore della gentilezza dell'anima [9]. Il veleno dell'odio, anzi nemmeno l'antipatia, non aveva presa nell'affettuoso suo spirito. Amava altamente, e fin d'allora voleva instaurare, non contaminato di lascivie e di rancori, un regno spirituale d'amore. Le miserie dei fratelli movevanlo a compassione profonda; e, mentre tutto sembrava ridergli intorno, sentiva in sè le lor pene e si industriava alleviarle. Largheggiava in elemosine ai poverelli, i quali aveva fatto il proposito di non rimandar mai via inesauditi [10]; egli ricco e amante della sontuosità e della splendidezza, amava altresì i poverelli. Non è strano a chi conosce quelle che si chiamano contraddizioni dell'umana natura, benchè altrimenti paia a coloro che fermandosi agli atti varii esteriori, non ne penetrano l'unico interno ed occulto principio; non è strano, anzi è certo che in Francesco, sì tenero, sì dolce, sì dedito al vivere voluttuoso e geniale, un bel giorno si svegliarono spiriti bellici. S'arrolò in guerra, pugnando valoroso pel suo paese, contro la potente e allora prepotente Perugia; e fatto prigione, l'agonia lenta e lunga del carcere non l'abbattè e nemmeno l'afflisse. È bello vederlo lieto fra le catene; significativo, ch'egli, udendo i compagni rimproverargli quasi follìa tanta giocondità in tanta sventura, s'accorgesse della propria superiorità sopra quelli; bellissimo, che a un nobile concattivo, tristo d' animo e più intristito per la mala sua sorte, abbandonato, anzi fuggito da tutti, si tenesse egli solo unito inseparabilmente a conforto e lo riunisse ai compagni.

Questo ritratto di Francesco nel secolo è così amabil figura, che molti non esiterebbero a proporla altrui per modello; ma pure è tanto lontana da quella ideale eccellenza a cui intese e pervenne, che se la rimproverò per tutta la vita, piangendola amaramente, come viver di colpa. La sua fisonomia rimarrebbe monca e falsata nella parte sua principale, se non mi fermassi a considerare il mutamento grande di fini, di mezzi e di volontà, dopo quella ch'egli umilmente volle chiamar conversione, quantunque, più che passaggio dal male al bene, come accennerebbe la forza di questa parola, sembri a me un passaggio dall'imperfetto al perfetto, un conguagliamento delle sue qualità, che come avvertii, e come avviene in tutti gli uomini, non mancavano di spezzature e contrasti. Quest'unità morale potente la plasmò egli in sè stesso col persistente ed indefesso sforzo di riformare la propria natura, aiutato da una grazia sovrabbondante che lo preveniva eccitandolo, e senza necessitar mai l'arbitrio, che sarebbe un ucciderlo, con infallibile impulso lo innalzava ad una sovrannaturale perfezione.

L'ordine morale del bene, essendo essenzialmente accordo di libere volontà, non può prescindere dal libero mai, pur in gradi diversi. Comincia dall'infima ed imperfettissima forma, che è la vertibilità al male e al bene, in rispondenza all'assoluta obbligatorietà della legge, la cui violazione è una colpa: sale quindi a quell'eroico che per generosità di cuore travalica il confine del doveroso, in rispondenza al consiglio, la cui inosservanza è minor perfezione, non colpa: trova infine il suo fastigio nella libertà assoluta che sceglie fra il supererogatorio, non imposto da legge nè da consiglio. Tutti, più o meno, hanno la capacità dell'eroico, che si attiene alla parte affettiva; e almeno in qualche atto, l'affetto sovrabbondante, tira non contro, ma oltre il dovuto; nei santi poi l'eroismo diventa per libero movimento del cuore, aiutato dalla grazia, una nuova natura: è l'uomo nuovo che si sostituisce al vecchio uomo, di cui parla San Paolo. Ora in Francesco, benchè natura affettuosa e quindi ricchissima d'eroicità, sino a qui nell'amare il bene e nel cercarlo, essendosi quasi sempre contenuto nei termini del dilettoso, senz' affrontare l'arduo, non aveva ancora toccato, o di poco, l'eroico: e sovrattutto quello che deve essere la nota fondamentale dei nostri amori, e generatore degli altri amori, cioè l'amor di Dio, infinito ed eterno bene, se non taceva del tutto, dava languido suono. Rimaneva inesplicata ed involuta la parte migliore di lui, che poi doveva smagliare di luce sì splendida, da rassomigliarlo ad un sole.

Dio lo visitò col dolore, assiepando di spine e macerie la fiorita via che correva, costringendolo a ripiegarsi in sè medesimo, e infondendogli sovrabbondante quella carità, la quale fa sentire il doloroso vuoto che generano e lasciano i piaceri mondani. L'anima grande si dilatò in Dio e gli si congiunse; e il mondo senza Dio gli apparve, com'è, una vanità sconsolata e un deserto. Allora gli avvenne un fatto mirabilissimo. Gli splendori del sole, che, rifrangendosi nei vapori dell'atmosfera umbra, mandano all'occhio sfumature di delicatissime tinte, diletto caro dei giorni passati, parevangli velati di tenebre; la bellezza abbagliante della natura, florida di vegetazione, e mista di pendici, di piani e di monti, erasi fatta muta [11]. Il Signore, operando nella parte affettiva di Francesco, che n'era la più ricca e più ampia, distoltone lo sguardo della mente dai fallaci bagliori del mondo, lo spingeva a cercare altra luce, che gl'insegnasse il come e il dove occupare la vita. Ritentò, per distrarsi, gli antichi sollazzi coi compagni, ma invano: sentivasi ingombrato di malinconia e d'inquietudine. Fra i pensieri venutigli dalle fantasie poetiche de' trovatori, il più nobile, perchè vi si accoppia il sacrificio, era la gloria delle armi; e mentre Francesco cercava per quali vie lo chiamasse il Signore, dubitò se non fosse la militare carriera; e s'armò e si arrolò. Un sogno profetico di regio palazzo, splendido di armi gloriose, troppo materialmente interpretato, lo aveva tratto in inganno; perchè non aveva saputo fra le immagini simboliche, distrigarne il metafisico significato. Un ammonimento di Dio lo richiamò in sè, facendogli balenare alla mente le battaglie spirituali, che preparano l'avvento del regno eterno e la gloria dei cieli; ed egli, sciolto subito l'impegno, se ne tornò a casa. Un'altra parola di Dio, intesa materialmente, lo spinse a restaurare tre chiese, con faticosa alacrità recando calce e mattoni e pietre, in umile assetto di manovale: poi si accorse che anche questa aveva un significato spirituale più alto, e tenea del profetico.

La compassione pei poverelli, pei tribolati, per gl'infermi del corpo facevasi in lui più sentita e profonda, [12] e la compassione di tante miserie gli acuì l'intelligenza di un mistero, che per lo avanti non aveva ben meditato. Sovveniva agl'indigenti, serviva gl'infermi; ma ogni arte di toglier di mezzo la povertà con le sue conseguenze e di abolire le infermità tornavagli vana, perchè purtroppo sono inseparabile retaggio della presente corrotta natura. Allora pensò al conforto che Gesù Cristo con sovrumana sapienza ci ebbe insegnato, e che è veramente efficacissimo per sostenere serenamente i mali di questa vita fuggitiva e caduca com'ombra: conobbe che la felicità consiste non nella gloria di questa terra, non nella scienza, non nell'impero, non nel piacere voluttuoso, non nella ricchezza, non nella stessa sanità del corpo; ma solo nell'unirsi a Dio in carità. Allora penetrò il significato profondo delle parole evangeliche: Beati i poveri di spirito, beati i pacifici, beati quelli che piangono; e con eroica fortezza stabilì di farne in sè la esperienza, e di darne agli altri l'esempio. Dubitoso, chiedeva lume da Dio, perchè, dissipate le tenebre della mente, potesse fare la divina volontà; e, premessa ardente preghiera, cercò l'oracolo divino con la trina apertura de' Vangeli, affinchè le prime parole cadute sott'occhio, fossergli manifestazione del divino volere.

Ho voluto accennare con qualche particolarità a queste esitazioni di San Francesco, perchè formano parte dell'indole sua, considerata rispetto alla filosofia naturale. Quello ch'egli abbracciava nell'ampiezza del suo cuore, la mente non arrivava a discernerlo con chiarezza di particolari; lo vedeva solo nell'ideale perfezione ultima, in cui le cose, pur distinte nella loro sfera e gerarchicamente ordinate, hanno un titolo unico di eccellenza divina, e quindi rimaneva incerto nello scegliere; ma quello che nel giro delle cose umane, pel predominare del cuore sopra la mente, sembrava ed era incertezza, dall'ordine della Provvidenza divina veniva trasformato in ricchezza svariatissima e in un accomodarsi a tutte le condizioni nell'unica, ampia ed eroica sua carità. La nuda povertà è la veste esteriore dell'amor puro e divino, come la copia delle cose è la veste esteriore della scienza; perchè all'intelletto creato, nella sua condizione naturale e nativa, la creatura è specchio necessario per conoscere il pensiero divino, e solo nelle creature si vede Dio, o dalle creature si sale a Lui: l'amore, invece, se retto, corre diritto a Dio senza intermezzo di creature, che sono piuttosto intoppo che aiuto; in Dio poi e da Dio si amano e si debbono amare le creature. San Francesco adunque, scegliendo le vie profonde del cuore, andò a Dio con l'amore; e però, spogliandosi totalmente de' beni di questo mondo, facendosi pusillo, tribolato nel corpo, disprezzato dal mondo, sciolto dagl'impacci della ricchezza, dalle ansie della gloria, della grandezza, della scienza e del comando, rimase nella nudità di ogni cosa creata, con il solo e puro amore eroico, e sentì la perfetta letizia della congiunzione con Dio, in cui tutto trovò o ritrovò. E qui davvero che a delineare la figura di San Francesco, trasumanata dalla grazia, conglutinata con Cristo, di cui meritò di recare anche nella carne impresso divinamente il sigillo, sento l'impotenza della parola, che, come suole nelle altissime cose, più accenna di quello che mostri.

Adunque l'indole di San Francesco, com'è proprio dell'affetto, era largamente comprensiva; e quantunque non splenda e non possa splendere di esteriori fulgori, quantunque nascosta, semplice, e, fra i contrapposti ove s'intesse la vita, incline (direbbe Dante) alle sinistre cure, non escludeva nulla ed era virtualmente ricchissima. Più si studia, scriveva il Bonghi anni fa, e ripeteva recentemente il Mariano (cito questi nomi, perchè non sospetti di mistiche amplificazioni), più si studia e più vediamo grandeggiare la figura sua, e più sentiamo allargarci la veduta della mente. Per questa ricchezza d'indole avviene che gli uomini dalle inclinazioni più diverse provino per lui simpatia viva, trovino in lui pregi e lati piacenti, e se ne pronunzino giudizi molto diversi. Non farò nomi, perchè non voglio recar dispiacere a nessuno; ma è certo che anche quei poveretti cui l'odio, e principalmente l'odio contro la Chiesa, impedisce la vita spirituale dell'anima, ravvisarono nel Serafino d'Assisi que' falsi ideali, che sotto speciose apparenze tengono avvinte le anime loro. Intese a ristaurare la Chiesa, simboleggiata nel Laterano cadente, e vi fu chi l'ebbe in conto di un seguace di Valdo o di un precursore di Lutero: prediligeva poveri e amò forte la povertà, e vi fu chi lo mise in voce di demagogo e di socialista; sentì le bellezze della natura, e lo fecero apostolo di realismo; ebbe cara la libertà de' figliuoli di Dio, e lo predicarono per anarchico; Dio gli fu largo di ispirazioni e visioni, e l'ebbero per uno che non aveva bisogno di assoggettarsi al magistero ecclesiastico; amava vivere co' peccatori, quasi fosse uno di loro, ed ecco i laudatori della sua tolleranza; non ebbe la compassata angustia, che taluni chiamano ordine, nè nella varietà apparentemente disordinata del viver suo, non sempre si vede quel filo d'oro della carità che l'armonizza e fa uno, ed ecco chi arriva a darlo per fatuo e per un amabile folle. Il vero è ch'egli fu santo, in cui s'accolse in armonia miranda l'ordine universale del bene; quell'armonia che senza suono sensibile San Francesco stesso attestò di udire nel cuore, ed era eco di una musica celeste, la quale di tutti i suoni successivi compone una sola melode, di tutti i suoni simultanei forma una sola armonia.

In lui l'autorità e la sudditanza, la libertà e l'obbedienza, la mendicazione e il lavoro, la gioia e il dolore, la ricchezza e la povertà, la scienza e la carità, la guerra e la pace, la bellezza della natura corporea e la bellezza dello spirito, l'eremo e la società, il raccoglimento interiore e l'effusione esteriore, la vita temporanea e la vita eterna, erano termini contrapposti e non punto contradditori, e ne sentiva profondamente l'accordo. Anche coloro i quali, senza attribuirgli intenzioni meno che sante, danno risalto all'amore suo per la povertà volontaria, che certamente sentì accesissimo, oppure alla semplicità evangelica, o all'umiltà profonda, o all' abborrimento da fasti e grandezze, o all'amore della pace, o, infine, più comprensivamente al conformarsi a Gesù con la pratica dei consigli evangelici, mi pare che non diano intera l'indole sua, e si fermino più alla veste esteriore che allo spirito interno informatore; perchè in queste cose molti altri l'emularono, senza che l'occhio nostro arrivi a discernere dove in ciò si distingua da loro; e quindi non possiamo poi spiegare a noi stessi il perchè egli abbia potuto avere sì gran fascino e accender di sè tanti cuori. Egli (scrive il Celanese) amò molto tutti e tutto, e perciò molto fu amato; ecco il segreto della sua vita e della sua grandezza altresì.

Studiando la trasformazione operatasi in lui dalla grazia secondata dall'energia del suo volere, sempre giovane e non mai languido nell'operare il bene, ci farem chiari di ciò.

Dilesse fortissimamente la povertà, ch'egli usando la poetica sua fantasia, nutrita de' versi delle corti d'amore, chiamava con immagine resa casta dal pensiero puro, sua Regina, sua Sposa, fra tutte le donne bellissima, per la quale languiva d'amore; a que' suoi figli che più d'appresso s'offersero a seguitarlo, volle cangiato in precetto il consiglio d'abbandonare ogni cosa, ogni proprietà, in privato e in comune; e l'uso stesso del denaro interdisse. Ma l'eroismo della sua carità sovrabbondante, senza anguste esclusioni, lo salvò da ogni eccesso. I ricchi, adunque, pregiò e volle onorati, lasciandone anche nella stessa Regola una raccomandazione speciale [13]; accolse figliuoli e benedisse i terziari, ai quali tanto era concesso di possedere che loro impose di tempestivamente testare [14], onde alla lor morte fossero evitati i litigi di successione. Sapeva che molti per ingordigia dell'oro se ne rendono servi, sia per goderne prodighi, sia per farne, avari, conserva; sapeva che nell'opinione quasi universale il possedere credevasi necessario alla vita, alla dignità e alla libertà umana; al che i pregiudizi del feudalismo sembravano dare una certa apparenza. Egli, mercante, aveva potuto ben d'appresso conoscere di quanti fastidi, di quanti inganni, di quante invidie, di quanti rancori e di quante ingiustizie sia la ricchezza cagione. Volle dunque mostrare con l'esempio quanto essa sia piccola, anzi vanissima cosa, al confronto dello spirito, a cui essa deve servire, e non lo spirito a quella. Egli, ricco, ne fece getto con magnanimità per sè e per i figliuoli del Prim'Ordine. Errerebbe però gravemente colui che avvicinasse questo proposito a quello di coloro che propugnano l'abolizione della proprietà individuale, senza la quale anzi l'attuazione della vita francescana, che si sostiene di offerte spontanee, tornerebbe impossibile. Se non vi è chi ha, non vi può essere chi riceve. San Francesco voleva gli uomini congiunti in carità, e senza abolire distinzioni di uffici, di gradi e di averi, aborrente da rivalità attossicatrici dell'anima, da utopie che sotto generose apparenze confondono i pensieri e agghiacciano il cuore, voleva che i diritti del povero e i diritti del ricco, che la legge umana non arriverà mai a determinare con precisione, mettesse in accordo l'amore, il quale, largo, rifugge dal pesar minuto quello che si deve dare o esigere. Egli, ricco per censo, prescegliendo la povertà, fece intendere ai poveri che non sono da invidiarsi i doviziosi, ed insegnò che anch'essi possono essere generosi; ai ricchi mostrò che i poveri sono degni d'onore, e che lo spreco bene spesso si confonde con la gretta e dura avarizia. La predilezione pei poveri non escludeva, anzi includeva il rispetto ai diritti dei ricchi.

Le vesti pompose onde aveva in gioventù fatto sfoggio, la lindura degli abiti e della persona, la delicatezza delle vivande, mutò in un vestire dimesso, in un negligente squallore, in alimento scarso e grossolano; ma facendone una legge per sè e pe' suoi, aggiunse anche una specialissima raccomandazione di non spregiare chi veste di lusso e s'imbandisce laute e saporose vivande.

Nemicissimo dell'ozio, senza lasciare l'orazione, esercitavasi nel lavoro, specialmente manuale; ma non a scopo di lucro, bensì per obbedire a Dio, che l'impose all'uomo sino dall'origine, ed è divenuto, per il peccato, fatica. Non rifiutava, ma nemmeno esigeva la mercede del lavoro, contentandosi di ricevere il necessario sostentamento da generosità di benefattori, piuttosto che da pretensioni di diritti. Al diritto, origine di litigi, e che spesso nel voler distinguere troppo per sottile, separa dolorosamente, opponeva volentieri l'eroismo del cuore, sia da parte di chi concede generosamente come favore, il non dovuto per diritto, sia da parte di chi amorosamente accetta per grazia quello che potrebbe sembrare dovuto come giustizia. All'inflessibilità superba dei diritti, alla spietata esigenza dei doveri, preferiva la tenera condiscendenza dell'amore; e nella tenerezza di questo, e in chi dà e in chi riceve, trovava con ragione profonda molta più dignità che nella durezza fredda di quella che noi chiamiamo giustizia. L'eroismo del cuore non distruggeva nè la giustizia, nè il diritto; ma facevali fondamento a perfezione più alta.

Temeva le vanità della scienza; e quantunque nelle scuole avesse imparato il latino, sapesse molte canzoni, la musica, un poco il francese, e gran parte della Bibbia tenesse a memoria, e quindi non fosse un incolto, dotto non era. Quanto a sè, tutto intento all'acquisto della bontà morale, non curò di studiare; anzi a chi sino da' primi anni non si fosse dedicato allo studio, e quindi, già cresciuto, non sapesse di lettere, raccomandò di non essere ansioso di apprenderle [15]. La qual cosa taluno interpretò come condanna dello studio e favore all'ignoranza: ma a torto. Che, se egli, temendo le vertigini del sapere vuoto o borioso, preferì umilmente di rimanersi non scienziato, le scienze pregiò [16]; e le pregiò tanto che istituì cattedre nell'Ordine, solo raccomandando di unire allo studio l'orazione ed il timore di Dio, che è principio di sapienza. Con venerazione raccoglieva le scritture, di qualunque specie si fossero, anche profane: perchè, diceva egli, ivi son le lettere di cui si compone il nome di Dio. Accettò maestri insigni nell'Ordine; e, finchè egli visse, si tenne accanto frate Elia, dottissimo e destrissimo uomo, quasi designandolo a superiore; e che pur troppo, separato dall'umile Francesco, mostrò con l'esempio proprio i pericoli della scienza, quando umilmente non si pieghi ad ascoltare la sapienza del cuore. Della scienza, salvo l'incommensurabilmente maggiore sua dignità, pensava come della ricchezza: le onorava, le rispettava, le giudicava necessarie al vivere sociale; ma ne temeva le deviazioni, e loro preparava un antidoto efficacissimo, facendo ai ricchi balenare l'umile e preferibile dignità d'esser poveri, e ai dotti quella incomparabilmente maggiore d'esser buoni. Non rigettò nemmeno in modo assoluto nè la ricchezza, nè la scienza; che la ricchezza consentì rimanesse a' suoi figliuoli del Terzo Ordine, e la scienza accolse anche nel Primo; ma all'aristocratica ricchezza e all'aristocratica scienza pose accanto e preferì la democratica povertà e il democratico o popolare buon senso; mostrò con l'esempio, insegnò e illustrò il pregio recondito di queste, in confronto dello splendore abbagliante e pericoloso di quelle.

Lo stesso è da dire dell'autorità e della sudditanza, e della libertà e dell'obbedienza, termini contrapposti e non contraddittori. Da Dio immediatamente deriva l'anima umana, in cui si sostanzia l'uomo individuo, e da Dio è lo stato socievole, perchè non è bene che l'uomo sia solo. Fede e ragione, ispirazione privata e rivelazione cattolica, dignità personale e autorità sociale, diverse nel soggetto, varie in ampiezza, mutuamente dipendenti, hanno l'origine stessa; e non che escludersi, sono nella sfera loro inviolabili. Questi termini unì San Francesco nell'eroismo della sua carità sovrabbondante, con fusione sì perfetta, da parere un anarchico ed uno schiavo, un distruttore della libertà ed un ribelle ai comandi. Il vero è che egli, nell'esuberanza del suo cuore, non si arrestava alla prima apparenza, ove questi termini paiono escludersi, e nemmeno al grado mezzano, ove si armonizzano distinti; ma li travalicava sino alla sovreccellente loro perfezione, dove, come parallele convergenti all'infinito, si confondono in Dio. La strada era la solita che vedemmo in addietro: dall'obbedienza eroica, che passa oltre il dovuto, faceva scaturire la libertà perfetta, preferendo la sudditanza, rendeva ossequente il comando; nel servire gli altri, acquistava signoria sopra sè. Dei termini contrapposti sceglieva quello che, secondo il mondo, è il più umile e meno appariscente; e percorrendolo in tutta la sua lunghezza, sino al fastigio, riusciva al secondo. Era penetrato di quel vero, che se anche non avesse il sigillo infallibile di un'autorità superiore, sarebbe anche filosoficamente una profonda verità; che, cioè, noi vediamo il rovescio delle cose, e però quello che pare al mondo maggior grandezza, davanti a Dio è maggiore bassezza; e le cose umili al cospetto del mondo, sono più grandi appo Dio.

Taluno, considerando le parole che spesso Dio parlava immediatamente al cuore di quest'umilissimo, e come questi spesso cercava privatamente lume da Dio; poichè l'autorità di Dio rivelante non ha nulla sopra di sè, credette e scrisse che tal metodo dovesse logicamente condurlo alla ribellione alla Chiesa, autorità divina, ma che pure non è Dio. Ma evidentemente vi è errore nello stabilire i termini dell'opposizione. L' autorità di Dio in sè medesima, sia che parli privatamente all'individuo, ispirandolo, sia che guardi il deposito rivelato e consegnato alla Chiesa, assistendola, è una e semplicissima e non soffre nè opposizioni, nè distinzioni.

La rivelazione privata e l'ispirazione individuale da una parte, e la rivelazione cattolica e l'assistenza alla Chiesa dall'altra, sono distinte; ma promanando dalla medesima fonte che è Dio, non possono, se sincere, contraddirsi mai. La Chiesa, accusata di recare tutto alla fede e di annullare la ragione, più volte riconobbe il valore di questa; e a tempo di Lutero, questi, e non la Chiesa, era nemico dell'umano ragionamento. Non sono molti anni che il mondo, non esperto delle cattoliche armonie, stupì nell'udire condannato da questa Roma quel tradizionalismo che, per falso amor della fede, negava alla ragione ogni valore non derivato da quella; e già più volte aveva condannato e poi tornò a condannare l'errore di chi, per orgoglio di ragione, osi negare o derivarne la fede; sono termini distinti e armonici, di cui una scuola teologica insigne arriva sino ad affermare la loro indivisibilità ideale.

Lo stesso è da dire della rivelazione privata e della rivelazione cattolica, salvo le modificazioni indotte dalla differente loro natura. E non credo di essere presuntuoso o temerario se affermo che, dandosi l'opportunità, la Chiesa tornerebbe a condannare, conforme ha già fatto più volte, chi, per amore di rivelazioni private, pensasse di poter negare od osteggiare la Chiesa, e chi per malinteso amore alla divina ed infallibile autorità della Chiesa, volesse negare od osteggiare le rivelazioni ed ispirazioni private; la Chiesa condannerebbe chi l'inviolabile bene della salvezza eterna dell'anima insegnasse con panteistico eccesso doversi sacrificare alla società, e chi, in omaggio della dignità individuale, tentasse negare o sminuire l'autorità sociale. Sono queste cose coordinate e armoniche, varie, secondo i rispetti vari, in ampiezza, e quindi variamente ordinate in gerarchia, ma che tutte vengono immediatamente da Dio, e quindi in Lui hanno un identico titolo di venerazione e rispetto.

Perciò San Francesco, come nella solitudine e nel silenzio dai rumori del mondo, umiliandosi nella propria coscienza trovava Dio, così anche nella Chiesa e nel sacerdozio, profondandosi umilissimamente, trovava lo stesso Dio. Trovava Dio nel deserto, e Dio nella società degli uomini. Eco della voce di Dio quello che suonava nell'umile e ardente suo cuore; eco della voce di Dio quello che gli suonava autorevole dalla potestà divina della Chiesa: di questi echi diversi di un'unica voce egli non poteva non ascoltare l'armonia. Quello che Dio gli rivelava personalmente, per la debita soggezione alla Chiesa e per comando espresso di Dio, chiedeva umile, eppure in nome di Dio, che la Chiesa glielo riaffermasse esplicitamente. In qualche caso particolarissimo si contentò di una conferma implicita; ma in ciò non vi ha nè insubordinazione, nè infrazione di legge, perchè la Chiesa, istituzione divina, e quindi provvidentissima, universale e non sètta, non pretende di scendere a legiferare positivamente tutti i singoli atti, e nelle leggi stesse generali ammette epicheie [17]. Nell'ascoltare adunque la voce di Dio nella coscienza, nell'ascoltare la voce di Dio nella Chiesa, nel chiedere umilmente che la privata rivelazione ricevesse dal supremo sacerdozio un sacro sigillo, nell'interpretare sanamente e, dandosi l'opportunità, con larghezza i precetti canonici, egli, attraverso la creatura e nella creatura onorava e adorava il medesimo Dio.

Suddito, assoggettavasi ai superiori, sino a trovare in essi Dio, a cui servire è libertà; superiore, più che l'autorità severa del comando, usava l'attrazione degli affetti, e fu largo e vario per sè e gli altri. Accanto al convento voleva la selva, per chi amasse vivere romito; il vivere cenobitico nelle celle solinghe non doveva impedire il frequente uscire per le campagne, per i villaggi e per le città, l'andare per le case dei poveri, pei fondachi dei mercanti, per le officine degl'industriali, nei palazzi de' magnati e nei castelli dei principi, purchè fosse per un ministero di carità. Così faceva egli stesso, così lasciava fare e voleva fosse lasciato fare agli altri. Perciò acutamente notava un illustre porporato che l'agiografia francescana è di una grande varietà; e questa varietà, più o meno, si stampa anche nella vita de' singoli suoi santi. Dicono i suoi biografi come egli aveva da natura un volere fortissimo, capace di domare non disagevolmente i più riottosi e ciò s'intende bene, pensando alla grandezza del suo cuore: ma s'intende altresì bene quello che aggiungono gli stessi biografi, che, cioè, egli astenevasi dall'esercitare in tal modo influenza, e preferiva di attirare a sè gli animi per le vie della persuasione e dell'amore, gemendo e pregando, anzichè gridando e imperando. Tenendo quest'ultima via, avrebbe certamente ottenuto maggior copia immediata di bene, ma sarebbe partito dalla terra men padrone di noi e dei nostri cuori, e forse non avrei io avuto oggi occasione di parlare di lui.

Ho detto della guerra e della gloria militare, che abbellite dai versi de' trovatori, avevan sorriso alla sua giovinezza. Dall'inviolabilità del diritto da un lato e dalla malizia umana dall'altro nasce l'uso legittimo della forza materiale a difesa, e, nei limiti dell'incolpata tutela, ad offesa, per i privati e per il pubblico. San Francesco non condannò la guerra e l'impiego della forza materiale, anzi volle esplicitamente concesso il portar armi per causa pubblica, per la fede e per la patria. Sentiva che lo uccidersi degli uomini tra loro è da belve; ma quando sia per causa pubblica, e fra persone, com'è in guerra che personalmente non si conoscono, o non hanno particolari motivi d'odiarsi, il più sovente si combatte senz'odio, per amore d'un'alta causa, per la quale è eroico porre la vita. Questa è la stretta giustizia che, fredda e severa, pesa in equilibrata lance il diritto e il dovere, nel cui accordo è la pace. Ma sopra quest'accordo e questa pace, a cui si mischia il costringimento violento ed un vivere sospettoso, guardingo e riservato, vi è un accordo ed una pace più alti, frutto d'amore eroico, e quindi liberissimo, perchè non imposto da legge. È quello che alla forza materiale sostituisce la tenerezza potente e generosa del cuore, la quale, per quanto è da sè, non esigendo il puro diritto, ispira altrui generosità e toglie dalla radice il conflitto. In tal modo anche quando la malizia umana ne abusa, anche se apparentemente sembra oppressa, patendo e sostenendo con mansuetudine non vincibile, in realtà vince sempre. Ai suoi frati quindi impose di predicare dovunque la pace; ai crociati in Oriente consigliò egli stesso di astenersi dalla battaglia, i quali, vinti, ebbero per profetico il suo consiglio, e, vincitori, incrudelendo sui prostrati, furono abbandonati da lui, cui non resse l'animo allo spettacolo miserando, e passò ai maomettani. Questi, dopo aver inutilmente cercato di vincerlo con insulti, con minaccie, con tormenti e con lusinghe, ammirati di tanta fortezza in tanta mansuetudine, di tanta grandezza in tanta umiltà, lo presero in riverenza, e apparecchiarono la pacifica consegna ai suoi figli di quei santuari, che la forza materiale di tutta l'Europa cristiana, in guerre di secoli non era riuscita a durevolmente conquistare.

In un ordine più alto di cose, cioè nelle tenzoni intellettuali, egli si comportò al modo stesso; perchè, come vedesi, in tanta varietà egli acquistò una unità e continuità morale stupenda. Agli uomini impotenti a salire sino all'eroismo dell'amore, è opportuno, necessario anzi talvolta, il conflitto delle discussioni scientifiche. A salvarsi dal tossico avvelenatore dell'odio è però necessario astrarre compiutamente il pensiero combattuto negli avversari dalla loro persona: ma quest'astrazione, pur possibile, non manca di difficoltà e di pericoli. San Francesco, senza condannare la disputa, preferiva la via più sicura dell'affetto; al convincere o al conquidere preferiva il persuadere; alla verità che atterra e confonde, preferiva l'amore che commuove e attira. Le astratte e fredde speculazioni della mente, da artista e da poeta, amava sostanziare nel vivo e attuoso [18] concreto ; raccomandò brevi parole e semplici, evitar dispute, predicare più co' fatti che con la lingua, persuadendo, senz'aria di maestro, con l'esempio: così faceva egli stesso, ricorrendo non di rado ad allegorie graziose e a rappresentazioni gentili nella loro semplicità, che, commovendo e allettando, rendessero amabile e amata la verità.

Era adunque Francesco amante di pace eroica, perchè la pace è carità che tutto abbraccia, e se non può stringersi all'errore e alla colpa, non sa abbandonare nè l'errante nè il colpevole. Pure, poichè il male e gl' incentivi al male, non necessari in sè stessi, sono ormai non dissociabili da questa vita di prova, vi è un combattimento che non si può schivare dall'uomo, la cui vita, perciò, sopra questa terra è milizia. San Francesco che nella più eccelsa vetta dell'eccelsa anima sua godeva serenissima pace, che pace spirava da tutta la mansueta persona, che unicamente pace predicava, e voleva che predicassero i suoi figliuoli, sostenne implacabile, continua e, dirò pure, spietata guerra contro la parte inferiore di sè, la parte che è sede de' dolori, delle contrarietà e delle passioni, e comprende il corpo e il lato dell'anima che guarda direttamente il creato. Questa zona fu in lui di perpetue tempeste, senza tregua, mortificando le passioni e la volontà, flagellando il gracile corpo, macerandolo di digiuni e di penitenze, rotolandolo sulla neve ad estinguer gli ardori del senso. Tal guerra, anzi combattimento, senza ristare, per tutta la vita, fu sì passionata e sì ardente, che sul morire temette di aver ecceduto, e con quel suo poetico immaginare, rivolto al fratello corpo, gli chiese perdono. È uno spettacolo sublime nella sua tenera terribilità! Dentro l'animo suo compendiavasi l'eroico d'uno battagliare continuo e d'una pace e d'una letizia perfetta.

Per conseguenza avvenne in lui la congiunzione di due cose che sembrano escludersi, ma che il fatto dimostra l'arcana possibilità di lor congiunzione, cioè il patire e il gioire. Patì egli, ineffabilmente patì: la vita sua fu piena di dolori in parte accettati e in parte cercati e amati sempre, perchè dono di Dio buono, alimento e frutto d'amore. Patì infermità nel corpo, fatto tutto una piaga, e negli ultimi due anni crocifisso come Gesù; patì umiliazioni, patì delusioni, patì tormenti di corpo, patì le amarezze ineffabili di un cuore tradito; ma tanta piena di dolore non potè mai giungere a sommergerlo, perchè nella sommità dell'anima stando congiunto con Dio, regnava inalterabile e serenissima pace, che traspariva dall'aspetto sempre dolcemente sorridente. Aveva dunque gran coraggio, gran forza e grande pazienza, che superava qualunque dolore, convertendolo in diletto spirituale, e il piacere temperando d'un velo d'amarezza; aveva la serena malinconia della gioia, la soave voluttà del dolore. Ogni pena (sono le sue parole) mi è diletto.

Nel congiungersi, anzi per congiungersi a Dio, egli aveva abbandonato il mondo, che vuoto ormai dei sentimenti di quella vita umana che glielo avevano fatto parere sì dilettevole, eragli divenuto un deserto. Ma nel Creatore ritrovò il creato, un creato molto più bello e più splendido di quello lasciato, perchè palpitante di vita divina. La natura gli si rivelava nella sua purezza e sincerità, in quanto è parola sensibile di Dio intelligibile, e quindi bellissima, perchè splendore dell'infinitamente bello. In Dio conosceva la fraternità di tutte le creature, il fratello sole, il fratello fuoco, l'agnelletto, fino il verme della terra, e sovra tutto i fiori, simbolo d'immortali speranze, e immagine di Gesù, detto fiore de' campi. Ma quest'amore della natura non era amore sensuale, di un falso realismo, ma bensì purissimo affetto spirituale, che con metafisica sublimità s'accorge che la natura è voce di Dio.

Chi s'infinge non ama; e l'amor eroico rendeva Francesco schiettissimo, sino a non voler portare sotto la tonaca ruvida un vello tenero per bisogno di salute, senza che apparisse ancora di fuori, nè pigliar cibo un po' delicato a ristorar le forze estenuate, senza farlo sapere pubblicamente. Egli era schiettissimo; talchè, parlando altrui, rifuggiva da cercate ambiguità di parole, e preferiva di pungere il vizio con franchezza di sincero affetto, al palpeggiare con melliflui discorsi che accennano senza colpire: e la semplicità francescana è passata in proverbio. Ma pur conosceva la necessità prudente e il pudore del velo, mostrati a lui dall'amore. Velava dunque e celava, pudicamente modesto, i propri pregi, e velava e celava, amorosamente cauto, le colpe altrui; detestando come peste la maldicenza, che una volta entrata nell'anima, vi reca col dolce suo veleno la morte. Specialmente verso i sacerdoti volle e raccomandò che, senza mentire, se ne celassero i difetti e anche le colpe [19], le quali loro scemano l'universale riverenza e recano ostacolo all'esercizio del santo lor ministero. Non guardava in essi che Gesù, del quale sono ministri. Anzi la singolarissima sua riverenza alle cose sante e al sacerdozio lo portava a un'eccezione nelle sue preferenze pel lato più umile, abbietto e povero in tutte le cose. Essendo io a Cortona novizio, fui un giorno menato alle Celle, ove si conserva una chiesuolina nello stato preciso in cui la lasciò San Francesco. Era una stanza modestissima, squallida; non arricciate, o appena, le mura; rilucente di povertà, che faceva subito ripensare al Santo della povertà; la lindura e la nettezza richiamavano altresì alla mente la cura gelosa ch'egli, negletto nel resto, poneva nel tener pulite le chiese, nettate continuamente, perchè tempio materiale di Dio e simbolo dell'anima, tempio di Dio spirituale, da doversi tenere mondissima. Mi ferì gli occhi un bagliore dal ciborio, e seppi e vidi che la porticina del tabernacolo santo era tutta di purissimo oro; mi vennero allora alla mente le sue raccomandazioni di riporre il Santissimo Sacramento in luogo prezioso. L'eroe della povertà, con Dio e con le cose sante era splendido.

Il suo parlare era semplice e breve, come suole l'esuberante affetto, e molte volte la parola era supplita dall'aspetto o dal gesto. Non fu perciò men potente; anzi i biografi notano espressamente che il suo parlare penetrava intimamente nell'anima [20]; e si ripete continuo come da lui venisse un rinnovamento di arte e di letteratura; talchè non è strano, ma fa pensare il riscontro fatto di questi giorni rilevar da taluno, fra le immagini più gentili ed alte usate dall'Alighieri e quelle che si leggono nelle umili prose dei biografi di San Francesco, ed usate o ispirate da lui.

Tutti sanno la tenerezza di San Francesco, il cui cuore aveva le delicature e la profondità del cuore materno, sicchè dolcissima madre lo chiamavano nell'effusione dell'amor loro i suoi figliuoli spirituali [21]. Ma in tanta tenerezza e pieghevolezza, che sembrava adattarsi a tutti e nel fuggir singolarità diveniva singolarissimo, aveva fortissima tempra virile, come pochi ebbero, prima e dopo di lui. Tutta la vita sua ne è splendida attestazione; niuno potè rimoverlo dal metodo di vita largo e insieme severo che aveva abbracciato; non le difficoltà del padre, che gli contrastò sì aspramente, non le lacrime della madre, non le preghiere ed i dileggi degli amici, non le esitazioni dello stesso Pontefice supremo, non le minaccie di morte, non le stesse opposizioni dei suoi figliuoli spirituali; senz'usare violenza a nessuno, non cedette a nessuno, ed impresse profondamente in quel secolo l'orma propria. Ma fu anche severo, e voglio recarne a chiusa un esempio. Amava teneramente l'Ordine, generato dal cuore suo amante; e sì dolce ed amoroso che voleva benedir tutti, benedisse con speciale effusione i suoi figliuoli in eterno (è questa la sua enfatica frase); ma accanto a questa benedizione, volle posta nel testamento una cosa terribile, e quasi incredibile, cioè una maledizione: « Siano maledetti (sono precisamente le sue parole) siano maledetti, da te, Santissimo Padre, da tutta la celeste Curia e da me poverello, coloro che confondono e distruggono quello che i santi frati edificarono e non cessano di edificare ». Oh l'amore nella sua tenerezza, anzi per la sua tenerezza, è tremendo!

Raccogliendo in sintesi generale il carattere e l'indole di San Francesco, è da dire che egli, primeggiando nell'affetto, abbracciava comprensivamente tutto l'ordine universale del bene, e preferendo fra gli estremi il lato più intimo, umile e nascosto, non lasciava deliberatamente di metter in rilievo il suo opposto. Un democratico, che voleva rispettata l'aristocrazia; un povero, dalle vesti umili, dal cibo grossolano, che vietava lo spregio, e peggio, il vilipendio dei ricchi, dalle sfarzose vesti e dal lauto alimento; uno che sceglieva obbedienza e lodava la libertà; servendo gli altri, cercava la signoria sopra di sè; voleva povertà, e vantava dominio sopra tutte le cose; amava la sudditanza, ma riveriva l'autorità; amava la solitudine, e si mesceva alla società; rifiutò dignità di sacerdote, ma voleva sempre il sacerdote con sè, e lo voleva onorato; fu mansuetissimo e riuscì anche fortissimo; penitente di grande austerità, eppur dolce e benigno; pieghevolissimo eppure d'infrangibile tenacia; umilissimo, alieno da sfarzi e da signorie, eppure non cessava di parlare della grandezza, della gloria e del regno de' cieli; predicò pace agli altri e fece sempre guerra a sè stesso; volle patire molto e volle sempre serbare giocondità; amava stare intorno agli infermi, e ne procurava la sanità; amava i buoni, e conversava di continuo co' peccatori [22]; fu tenerissimo di cuore, eppur fu tremendo; cercò semplicità ed ottenne grandezza; non voleva artificio d'arte e fu rinnovatore dell'arte; amava il silenzio, e coltivava la musica e il canto; amava l'umil parola, e fu poeta e solenne ispirator di poesia. Prescegliendo adunque la parte meno appariscente delle cose, le abbracciò tutte nell'ampiezza del suo cuore, componendole in grandissima pace; ed il mondo (esclama l'Alighieri) dietro tanta pace corse. Questo è il vero San Francesco, e chi lo volesse ristringere nelle angustie di un partito, o farlo segnacolo di lotte contro qualsivoglia istituzione, e men ch'altro, contro la Chiesa, sì teneramente amata da lui, misconosce di tanto cuore l'ampiezza.

Poche altre cose aggiungerò. Studiando la vita del Santo, troviamo ch'egli dei beni di questa terra, ricchezza, signoria, lodi, gloria, adulazioni, piaceri, tutto assaggiò, e poi abbandonò disgustato, unendosi al solo Dio, in cui le ritrovò fatte sane e spirituali. Pur vi sono due eccezioni, che servono a dar rilievo alla sua figura, e confermano ancor meglio come il nome di Serafico, datogli per consenso di secoli, ne designa con molta precisione il carattere e l'indole. Vergine d'anima e di corpo, non condiscese mai a lascivie; e nemmeno il sacramento che San Paolo chiama grande, nol lusingò. Finchè visse mondanamente, ne lo impedì la dissipazione del vivere, e più che altro la grandezza del suo cuore, che non sapeva acconciarsi ad un legame indissolubile con una creatura; poi, nol volle risoluto. Però il gran sacramento non fu spregiato da lui, che lo benedisse nel Terz'Ordine.

Dall'ordine corporeo salendo allo spirituale, proprio nella sommità dello spirito, nell'intelletto, allato alla volontà, è da notare che della scienza, il più alto fra tutti i beni creati, egli non ebbe a gustare mai l'austera e casta dolcezza. In gioventù lo impedì la dissipazione della vita; poi, come nel fatto precedente, deliberatamente nol volle. La scienza ha, come il coniugio, la proprietà di essere indissolubile dal soggetto col quale si sposa, e pur grandissima, è sempre cosa creata. San Francesco volle tener libero il cuore suo per Dio solo; volle avere amor puro. Però, com'accennai indietro, le armonie della mente non potevano non essere amate da chi sì potentemente sentiva le armonie del cuore. Rispettando dunque la scienza, volle che i suoi figliuoli del Prim'Ordine la coltivassero, ed onorò gli scienziati, voleva fossero da tutti onorati, ed a San Domenico, di cherubica luce uno splendore, diede il bacio della dilezione fraterna.

Circa un quarto di secolo fa, un intelletto che non esito a chiamare alto, quantunque offuscato di molte nebbie, proprio qui in Roma, guardando non benignamente al Vaticano, in cui pur palpita la vita del mondo, esclamava che nella rovina di tutte le cose solo restava in piedi la scienza, da cui doveva venire un rinnovamento universale; e scrisse anche della religione dell'avvenire. Molti plaudirono all'altisonante sentenza, moltissimi ne presero scandalo. Non corse gran tempo che un altro intelletto in Parigi proclamava la bancarotta della scienza, e lasciava intendere che il rinnovamento doveva venir dall'amore.

Sarei troppo indegno seguace di San Francesco, se osassi pensare ad un rinnovamento per virtù sola d'amore, o per virtù sola di scienza; e se proclamassi la caducità dell'uno o dell'altra. Cadono le utopie degli scienziati, cadono i sogni de' cuori traviati, ma sono immortali la scienza e la carità, riverberi del sole eterno. La scienza, non scaldata di carità, necessariamente travia, perchè si allontana da Dio, il cui primo nome è carità; l'amore, non illuminato dalla scienza, facilmente è sedotto: debbono dunque andar di conserva e mutuamente sorreggersi. San Francesco non ebbe scienza; perciò fu sovente indeciso di quel che dovesse fare, e ricorreva per lume da Dio, invocandone l'intervento straordinario, fino con la sorte ; e Dio non si negò mai all'ardente suo cuore; ma il miracolo sia nell'ordine naturale, sia nell'ordine sovrannaturale non può essere la regola ordinaria della vita umana. Sarebbe presunzione il pensarlo, e peggio il volerlo. L'amore per San Francesco, appunto perchè amor vero, non deve impedirmi di dichiarare che ad avere un compiuto modello della perfezione umana deve essere posto allato del Guzman. Profondamente lo sentì Dante quando cantò che, pregiando l'uno si dice d'ambedue. Separando l'uno dall'altro, s'impiccoliscono entrambi; unendoli, entrambi grandeggiano. San Francesco e San Domenico, col profondo e sicuro sguardo de' Santi, sentirono la necessità del connubio fra scienza e la carità, e la sigillarono con quel bacio di pace che l'arte si piacque tante volte ritrarre nelle tele, nelle statue e nel verso, e che il filosofo vede nell'armonia fra la scienza che distingue, che dirige e che impera, e l'amore che unisce, che muove e che regna.

Fr. Teofilo Domenichelli de' Minori.

Note

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[1] Il Sabatier, qualche altro fra i recenti e forse anche l'Affò, storico del secolo scorso, credono, non senza gravi fondamenti, che lo Speculum perfectionis preceda di poco la leggenda del Celanese.

[2] « Statura mediocris parvitati vicinior; caput mediocre ac rotundum; facies utcumque oblonga et protensa; frons plana et parva; mediocres oculi, nigri et simplices; fusci capilli; supercilia recta; nasus aequalis, subtilis et rectus; aures erectae, sed parvae; tempora plana; lingua placabilis, ignea et acuta; vox vehemens, dulcis, clara, atque sonora; dentes coniuncti, aequales etalbi; modica labia, atque subtilia; barba nigra, pilis non plene respersa; collum subtile; humeri recti; brevia brachia ; tenues manus; digiti longi; ungues producti; crura subtilia; parvuli pedes; tenuis cutis; caro paucissima ». (Vita prima, pars 1, cap. xxx, pag. 132. Roma, tipografìa della Pace, 1880). «[Caro] quae nigra fuerat ». (ibid., pag. 176).

[3] Minocchi, Una lettera autografa di San Francesco d'Assisi, nella Rivista bibliografica italiana, anno III, n. 5, pag. 151; Firenze, 1898.

[4] Centenario di San Francesco d'Assisi nel Religione ed Arte; Firenze, Barbèra editore, 1891, pag. 38.

[5] « Penetrabat ... ab omni labe purum ingenium mysteriorum abscondita ». II, (Cel. cap. xlv, pag. 154.. Roma, 1880). « Subtilis ingenii ». Leg. trium soc. cap. 1, pag. 5; Romae, 1880.

[6] Gallice postulabat, licet ea recte loqui nesciret ». Leg. trium soc., cap. III.

[7] « Naturaliter erat hilaris et iocundus ». Leg. trium soc, cap. II.

[8] II. Cel., I. p., cap. 1.

[9] « Curialis in moribus et verbis.... nemini dicentis verbum iniuriosam, vel turpe; imo cum sic esset iuvenis iocosus et lascivus, proposuit turpia sibi dicentibus minime respondere ». Leg. trium soc., cap. I, pag. 6.

[10] « Posuit proinde in corde suo nemini pro Deo a se petenti, secundum posse de cetero aliquid denegare. Cel.., Vita prima, I. p., cap. vii, pag. 40. Roma, 1880.

[11] « Pulcritudo agrorum, vinearum amoenitas, et quidquid visui pulcrum est, in nullo potuit eum delectare ». Cel. Vita prima, p. i, cap. ii, pag. 20.

[12] « Fit erga indigentes pietate benignior ». II, Cel. p. i. cap. ii, pagina 10. Roma. 1880.

[13] « Moneo et exhortor ne despiciant, neque iudicent quos viderint mollibus vestimentis et coloratis indutos, uti cibis et potibus delicatis ». (Regola I Ord., cap. 11). Vedi anche la leggenda de' tre compagni, cap. xiv.

[14] « Omnes condant seu faciant testamentum, et de bonis suis... ordinent et disponant ». Reg. in Ord., cap. IX.

[15] « Non rurent nescientes litteras, litteras discere ».

Questa raccomandazione riguarda coloro che erano ricevuti nell'Ordine, e quindi assai in là con l'età. Riesce dunque a dire in sostanza a questo modo: Coloro i quali non sono esercitati nello studio fin da bambini, e perciò non riescono a far molto progresso nel sapere, non pretendano di dedicarsi alla scienza, perchè sprecherebbero il tempo, e diverrebbero più vani che dotti.

[16] « Sacrae vero theologiae doctores amplioribus dignos censebat honoribus; fecit enim quandoque generaliter scribi: Omnes theologos.... debemus honorare et venerari... et Beato Antonio eum semel scriberet, sic poni fecit in principio litterae: Fratri Antonio, episcopo meo ». II, Cel. cap. xcix: pagina 232; Romae, 1880.

[17] epicheie: benigne interpretazioni della legge, usando discrezione ed equità. (Tommaseo)

[18] attuoso: operante, attivo (Tommaseo)

[19] « Tegite, inquit, eorum casus, multiplices supplete defcctus, et cum haec feceritis, humiliores estote ». II, Cel., p. III. cap. lxxxiv.

[20] « Erat verbum eius velut ignis ardens, penetrans intima cordis ». I Cel.,p. I, c. x, pag. 48, loc. cit.

[21] « Qualem tribulationem tibi feci, charissima mater », parole di frate Pacifico a San Francesco, nel Celanese, Vita seconda, p. III,c. LXXVI, p. 200, Roma. 1880.

[22] « Inter peccatores, quasi unus ex illis ». I, Cel. p. i, c. XXIX.

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Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011