Ildebrando Della Giovanna

Recensione

La leggenda di S. Francesco scritta da tre suoi Compagni (Legenda trium

Sociorum) pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità

dai padri Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli dei Minori.

Edizione di riferimento:

La leggenda di S. Francesco scritta da tre suoi Compagni (Legenda trium Sociorum) pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità dai padri Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli dei Minori. Recensione in: Giornale storico della Letteratura italiana, diretto e redatto da Francesco Novati e Rodolfo Renier, Vol. XXXIII, Loescher, Torino 1899. - Vincenzo Bona Tipografia di S. Maestà e dei RR. Principi. - pagg. 383-390.

Nell'ultimo fascicolo del Giornale storico ho detto che la critica del Sabatier ha una virtù mirabilmente suggestiva [1]: e di questo mio giudizio mi offre una riprova la recentissima pubblicazione dei RR. padri Marcellino e Teofilo. Il Sabatier nella sua Vie de S. François d'Assise congetturò (p. lxiii) che la Legenda trium Sociorum, quale ci è pervenuta nel testo latino, altro non sia se non un frammento dell'originale: orbene i padri Marcellino e Teofilo, infatuati di questa speciosa e assai discutibile ipotesi, si sono messi alla ricerca dell'intera e originale Leggenda; e siccome chi cerca e vuol trovare a ogni costo, crede poi d'aver trovato anche quello che non è, così quei volonterosi ricercatori s'avvisarono d'avere scoperto l'integra e genuina Legenda trium Sociorum nella Leggenda volgare pubblicata e illustrata dal padre Stanislao Melchiorri nel 1856 [2]; con la scorta di questo volgarizzamento hanno ricostruito abilmente il testo latino, senza darsi pensiero alcuno dei manoscritti che a siffatta ricostruzione si oppongono, ed ora con molta compiacenza della loro opera presentano al pubblico il testo latino con il volgare a fronte, assicurandoci che questa è nella sua vera integrità la Leggenda dei tre Compagni, della quale finora non si sarebbe conosciuto se non un frammento. Ma quale valore critico abbia questa pubblicazione, il lettore giudicherà dalle molte e gravi obiezioni che le si possono fare, e che riassumerò nel modo seguente:

1° I padri M. e T., invece di raffrontare i 17 manoscritti che contengono o in latino o in volgare la Leggenda dei tre Soci, per rintracciare la loro derivazione e la loro parentela e per vedere se serbino tracce di interpolazioni o di mutilazioni, hanno ricostruito il loro testo su di un volgarizzamento che non corrisponde a nessuno dei mss. noti e che il padre Melchiorri pubblicò, dicendo d'averlo avuto gentilmente da un gentiluomo per dignità cospicuo e per virtù e dottrina chiarissimo, il quale lo aveva tratto da una copia di Muzio Achillei di Sanseverino Piceno, che alla sua volta nel 1577 l'aveva trascritto da un codice antichissimo [3]. Ma intanto il fatto è questo, che il codice antichissimo non si ritrova, che la provenienza del volgarizzamento è avvolta in un mistero di cui non s'indovina una ragione sufficiente, e che i 17 mss. noti recano della Leggenda dei tre Soci una redazione unica e diversa da quella su cui si vorrebbe condotto il volgarizzamento, il quale, ciò non ostante, è per i nuovi editori sicuramente opera del trecento. E perchè? Perchè lo Zambrini l'ha giudicata tale per l'aurea semplicità e purezza del dettato. Ognun sa quanto sia fallace il criterio esclusivo della lingua nel fissare l'età dei testi che si credono antichi, e quanti granciporri [4] abbiano pigliato in questioni siffatte anche giudici ben più esperti della nostra lingua antica che lo Zambrini; tuttavia voglio sottoporre al lettore due passi, uno del presunto volgarizzamento del Trecento e l'altro di una traduzione del primo Cinquecento, perchè veda se, a giudicar dalla lingua, non sarebbe tentato a credere antica quanto il presunto volgarizzamento del Trecento, una versione che è indubbiamente del 1503:

 

(Cap. XXXI della Legg. dei tre Soci).

(Cap. XCII dello Specchio di Perfezione,

Cod. Eicc. 1407).

Inebriato dell'amore et passione de Christo il beato Francesco, perciocché dolcissima melodia sentiva intra sè medesmo; lo spirito che bollirà spesse fiate il suono gallico dava di fuori, et la vena del divino sussurro, il quale li suoi orecchi riceveva fortivamente, quello suono gallico il rompea nell'allegrezza. Et alcuna volta di terra coglieva et levava un legno, et sostenendo quello col braccio sinistro, sopra poneva un altro legno per modo di un arco, et colla mano dritta tirava sopra quello, quasi sopra una viola o sopra altro instrumento, et facendo a questo idonei portamenti, gallicamente cantava del Signor Gesù Christo.

Ebbro d'amore e di compassione di Cristo, el beato Francesco alcuna volta faceva tai cose. Perchè bollendo infra sè con dolcissima melodia di spirito, mandava e dava di fuori spesse volte un certo suono francioso, e con vena di divino suspiro, la quale riceveva el suo orecchio fortivamente e mandava fuora in gallico jubbilo. Alcuna volta ricoglieva di terra un legno, e sopraponendoselo al braccio sinistro, e un altro legno per modo di archetto tirandolo sopra quell'altro legno colla mano destra, quasi come sopra una viola o sopra qualch'altro instrumento, e facciendo gesti e atti idonei a questo, vi cantava su alla franciosa laude del Signore Jesù Cristo [5].

 

2r I padri M. e T. vogliono dalle citazioni, che Bartolommeo da Pisa nelle Conformità e il Wadding negli Annali fanno della Leggenda dei tre Soci, arguire che questi due autorevoli scrittori conoscessero di questa Leggenda una redazione più ampia che non sia quella a noi pervenuta. Per ciò che concerne il Pisano, i Padri stessi, sono costretti ad ammettere che egli citasse spesso a memoria (p. xlviii); eppoi, delle 24 citazioni che si riscontrano nelle Conformità, due veramente (f° 36v, col. 2a e f° 46r, col. 1a dell'ediz. 1510) non corrisponderebbero per una parte del racconto alla redazione comune. Ma badiamo bene: le parole ut dicit legenda trium sociorum non sono accodate alla parte del racconto che manca nella redazione comune, sì invece precedono quella che in essa ha riscontro; sicché l'autore a un fatto, che egli riferisce di su la fede dei tre Soci, ha aggiunto altre cose, senza citarne la fonte; il che egli fa altre volte [6]. Del resto, se fra Bartolomeo al f° 181r, col. 2a afferma: ut habetur quasi in fine legende trium sociorum, in proposito di un fatto riferito nel capitolo 16° del testo comune che ha 18 capitoli, e nel cap. 55° del testo ricostruito dai padri M. e T. che ne ha invece 79, potremo noi argomentare che della Leggenda dei tre Soci egli conoscesse la redazione più ampia? — In quanto al Wadding, gli stessi padri non negano che nella sua voluminosa opera vi siano errori di citazione (p. xxvii); io non so se, come vogliono i Bollandisti, l'annalista francescano facesse citazioni sulla fede di altri; ma so che non solo egli scambia la Leggenda dei tre Soci con lo Speculum, ma cita talvolta i Fioretti fuor di luogo e che ne' suoi Scriptores Ord. Min. accennando alle opere di Tommaso da Gelano, confonde il prologo della 1a Vita con quello della 2a, di cui pur riporta le prime parole.

3° I tre Soci, se fosse vera la tesi sostenuta dai padri M. e T., avrebbero seguito due metodi per compilar la loro Leggenda; per alcuni fatti avrebbero compendiato, rimaneggiandolo e anche modificandolo, il racconto dello Speculum perfectionis, per altri invece avrebbero in essa inserito gli analoghi capitoli dello Speculum; il che non sarebbe strano se questi capitoli, addirittura copiati letteralmente, non fossero per l'appunto ed esclusivamente quelli (curiosa combinazione!) che mancano nella redazione comune.

4° La tesi dei padri M. e T. si fonda sulla premessa che lo Speculum sia anteriore non solo alla Leggenda dei tre Soci, ma sì anche alla 2a Vita del Celanense; e codesta questione (sia detto con tutta la stima dovuta al Sabatier) è ancora per lo meno sub judice. I padri M. e T., là dove i tre Soci dichiarano nel proemio di essere non contenti narrare solum miracula quae sanctitatem non faciunt sed ostendunt, scorgono un accenno velatamente sdegnoso ai multa miracula, di cui il Celanense dichiara d'intessere la terza parte della sua la Vita [7]; se poi nel prologo della 2a Vita del Gelanense si trovano queste espressioni: nos quibus ex assidua conversatione illius (b. Francisci) et multa familiaritate plus ceteris diutinis experimentis innotuit .... facta mirifica quae in legendis dudum de ipso confectis non fuerunt apposita somiglianti a quest'altre dei tre Soci: nobis qui secum licet indigni fuimus diutius conversati ....    cum dudum devita et miraculis, quae per eum Dominus operatus est, sint confertae legendae; se ne inferisce che fra Tommaso ebbe certamente sott'occhio la Leggenda dei tre Soci. E non potrebbe essere il contrario? Non potrebbe essere che le parole dei tre Soci si riferissero a tutte e due le Vite del Celanense? E che secondo ogni fondata probabilità le cose stiano così e non altrimenti, parrà chiaro a chi ponga mente , senza idee preconcette, anche solo ai seguenti raffronti :

 

Cel. 2» Vita, P. III, cap. 67.

Speculum, cap. cit.

Legg. dei tre Soci, cap. cit.

Ebrius amore et compassione

Nonnumquam vero talia faciebat. Dulcissima melodia spiritos intra ipsum ebulliens exterius gallicani dabat sonum, et vena divini sussurri, quam auris eius suscipiebat furtive, gallicani erumpebat in iubilum. Lignum quandoque, ut oculis vidimus, colligebat a terra etc.

Ebrius amore et compassione Christi beatus Franciscus quandoque talia faciebat, nam dolcissima melodia spiritus intra se ipsum ebulliens frequenter exterius gallicum dabat sonum et vena divini sussurri quam auris eius suscipiebat furtive gallicum erumpebat in jubilum. Lignum quandoque colligebat de terra etc.

Ebrius amore et compassione

Inebriato dell'amore et passione de Christo, il beato Francesco, perciochè dolcissima melodia sentiva intra se medesmo; lo spirito che bolliva spesse fiate il suono gallico dava di fuori, et la vena del divino sussurro, il quale li suoi orecchi riceveva fortivamente, quello suono gallico il rompea nell'allegrezza. Et alcuna volta di terra coglieva et levava un legno ecc.

Parte III, cap. 4.

Cap. 6°.

Cap. LVII.

Ebrius amore et compassione

De Verona quodam tempore rediens, et Bononiam transire volens, audit fratrum domum noviter ibi esse constructam, qui eo quod fratrum domum verbum insonuit, gressum vertit, et Bononiam non accedens aliunde pertransiit. Mandat deniqne fratribus domum festinanter exire; propter quod, relicta domo etiam infirmi non remanent, sed eiiciuntur cum aliis, nec redeundi licentia datur, donec dominus Ugo tunc Ostiensis episcopus, et in Lombardia legatus domum praedictam suam esse praedicando proclamat. Testimonium perbibet, et scribit hoc ille, qui tunc de domo aegrotus eiectus fuit.

Ebrius amore et compassione

Transiens autem per Bononiam audivit domum fratrum noviter ibi esse constructam. Qui statim ut audivit quod domus illa diceretur esse fratrum gressum vertit et de civitate exivit atque mandavit districte quod omnes fratres exirent festinanter et ibi nullatenus habitarent. Exierunt autem omnes fratres ita ut etiam infirmi non remanerent ibidem sed cum aliis sunt ejecti, donec Hugo Ostiensis episcopus et legatus in Lombardia praedictam domum esse suam publice praedicavit. Et frater existens, infirmus qui de ea domo tunc fuit i ejectus testimonium perbibet et scripsit hoc.

Ebrius amore et compassione

Ritornando da Verona et passando per Bologna udì il beato Francesco esser fatta in quel luogo nuovamente una casa de' frati. E subito come udì quella casa esser de' frati, tornò indietro et strettamente comandò, che tutti i frati prestamente uscissero et quivi per nessun modo habitassero. Uscirono adunque tutti, sicché eziandio gli infermi non vi rimasero et con gli altri furon tratti, insino che messer Ugo d'Ostia et legato in Lombardia la detta casa esser sua pubblicamente predicò. Quel ch'era infermo in quella casa fa tratto, testimonianza fe' di ciò et scrisse questo.

 

È evidente che il racconto originale è quello di chi dichiara di essere stato testimone oculare di ciò che narra (ut oculis vidimus); « ma potrebbe anche darsi », soggiungono i padri M. e T. (p. 123), « che questo inciso, anzichè di lui, fosse de' tre Compagni, di cui copiava le parole ». Codesto non si chiama far della critica, ma errare per circoli viziosi. E in quanto al fatto di Bologna essi ripetono un'osservazione veramente poco opportuna del Sabatier, che cioè Alvaro Pelagio, quasi un secolo dopo, nel suo De pianetis Ecclesiae, riferendo lo stesso fatto, riporta le medesime parole, senza che nessuno abbia mai pensato di trarne argomento a identificarlo col frate malato, costretto a uscir dal convento di Bologna nel 1220 (p. 181). Intanto, se una questione di tal genere vuol farsi, essa è solo possibile tra due scrittori contemporanei, che di uno scrittore vissuto un secolo dopo, se mai, si dovrà dire che egli ha copiato materialmente. Ma la cosa non sta così: Alvaro Pelagio non si finge testimone oculare del fatto che racconta, perchè egli onestamente dichiara, come già i tre Soci e il raffazzonatore dello Speculum: « Qui haec scripsit (non scribit) testimonium perhibet quod de ea infirmus exivit ». — Ora io domando: perchè prestar fede ai tre Soci e negarla al Celanense, quando si può e, secondo me, si deve credere all'uno e agli altri? Si creda adunque e si dia la precedenza al Celanense, il quale afferma di andar raccogliendo nella 2a Vita « quaedam conversionis facta mirifica, quae in legendis dudum de ipso confectis non fuerunt apposita, quoniam ad auctoris notitiam minime pervenerunt » [8]; e non si neghi fede ai tre Soci, i quali asseriscono di andare scegliendo velut de amoeno prato quosdam flores... qui sunt pulchriores e di ommettere seriose multa quae in praedictis legendis sunt posita tam veridico quam luculento sermone, con probabile allusione alla 2a Vita, il cui autore si propose di etiam studiosis placere. Per ciò l'opera dei tre Soci, quale ci è stata conservata dalla tradizione dei mss., anziché una vera e propria Leggenda o vita, può dirsi un florilegio di fatti e detti del santo (quae... per modum legendae non scribimus, attestano gli autori); e da ciò quelle lacune che il Sabatier ha presunto di scoprirvi e che trassero lui a una congettura infondata e i padri M. e T., di lui meno avveduti [9] , a una ricostruzione arbitraria.

5° La critica può facilmente ammettere che un trascrittore o volgarizzatore della Leggenda dei tre Soci interpolasse, per fini suoi particolari, nella redazione comune alcuni capitoli dello Speculum e sostituisse agli ultimi due capitoli di essa una parte dello Speculum: perchè siffatte contaminazioni non sono rare, e un esempio mostruoso ne offre l'edizione veneziana del 1504 dello Speculum; ma difficilmente potrà comprendere lo scopo onde sarebbe stata soppressa tanta parte della redazione maggiore e sostituita da due capitoli affatto nuovi per la forma, ma punto importanti per la contenenza; la parte espunta non restava forse tale e quale nello Speculum che è pure opera attribuita ai compagni di S. Francesco? I due egregi editori si traggono d'impaccio con molta facilità e dicono che senza dubbio fu notato che era inutile scrivere due volte i capitoli che erano in sostanza comuni alla Leggenda dei tre Soci e allo Speculum, e che perciò furono mantenuti nel solo Speculum; e poi vi fu chi ebbe pietà della povera Leggenda, rimasta senza chiusa, e dal Celanense e da altre leggende raffazzonò due capitoli intorno alla morte e alla canonizzazione del santo patriarca che le dessero un compimento qualunque (p. cxxviii). Se ciò fosse vero, tante altre cose si sarebbero dovute sopprimere nella Leggenda dei tre Soci, le quali si trovano anche nello Speculum [10]. Ma chi esamini le raccolte manoscritte delle scritture francescane, attribuite ai compagni del Santo, vedrà che i compilatori non erano molto studiosi di evitare le ripetizioni. E poi perchè mutilare la Leggenda dei tre Soci e non lo Speculum! Forse lo Speculum serbava la lezione primitiva e più diffusa, rispondono i padri M. e T., sostenitori della tesi del Sabatier, la quale è, ripeto, tutt'altro che provata. Dopo queste osservazioni il lettore spassionato consideri se sia il caso di parlare della pubblicazione, intorno a cui abbiamo francamente espresso il nostro avviso, come di una scoperta importante per gli studi francescani, quale è stata annunziata. Certo che la storia francescana è un campo non per anco bene dissodato né sgombro delle male piante che vi hanno fatto crescere l'eccessivo zelo degli uni e la malafede degli altri, massime a cagione delle fierissime discordie sorte nell'Ordine; ma a un così arduo e utile lavoro critico dalla nota dottrina dei padri Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli era lecito sperare ben altro contributo che questa loro recentissima pubblicazione, la quale, se non c'inganniamo, anziché purificar le fonti della storia francescana, varrà a intorbidarle sempre più. Tant'è : volendo far della storia e della critica, sia o non sia francescana, bisogna non lasciarsi traviare da tesi prestabilite o da preconcetti religiosi e politici o da quelle cotali impressioni di sentimenti, in cui è molto d'indefinibile (p. cvii); bisogna procedere « veritate semper praevia et magistra » come insegna fra Tommaso Celanense, compagno di S. Francesco, e insieme il più antico e il più autorevole de' suoi biografi [11].

Ildebrando Della Giovanna.

Note

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[1] Debbo dichiarare che a p. 67, come gentilmente sono stato avvertito, mi sono confuso nel calcolare l'anno secondo il calendario pisano; il che in ogni modo non menoma il valore, qualunque esso sia, delle mie obiezioni contro la data del 1227, attribuita allo Speculum dal Sabatier; anzi a rincalzo di esse aggiungerò che siccome lo Speculum è compilazione ex quibusdam antiqui, così bisogna supporre che dalla morte del Santo (1220) passasse ben più di un anno, perchè quelle scritture francescane, onde fa compilato lo Speculum, diventassero antiche. — Gli editori della Leggenda, che ora esamineremo, avvertono che il considerare lo Speculum compilazione di Leggende anteriori è un interpretar male nell'Incipit le parole « istud opus compilatum est per « modum legendae ex quibusdam antiquis quae in diversis locis scripserunt et scribi fecerunt « Soci b. F. » dove il quae neutro plurale del testo latino non potrebbe senza manifesto errore, « nemmeno per elissi, aver qualche relazione col femminino legendae che si legge poco prima... « e sarebbe contro la mente degli antichi supplirla » (pp. cviii-ix). Faccio osservare che questa interpretazione, certo grammaticalmente arbitraria (almeno secondo il testo noto), è abbastanza antica e si trova nel volgarizzamento dei mss. Bolognese e Riccardiano che dice « la quale opera è compilata per modo di leggenda, di alquante antiche le quali ecc. ». Ma prescindendo da ciò, non per questo io Speculum cessa di essere una compilazione di scritture francescane antiche, che potevano essere tanto Leggende quanto altri scritti minori, avendo il neutro quae, nella sua indeterminatezza, un significato molto comprensivo.

[2] Legenda di s. Francisco d'Ascesi scritta dalli suoi compagni che tutthora conversavano con lui, Recanati, Morfei e Badaloni, 1850.

[3] L'Oratoriano Muzio Achillei sarebbe morto nel 1634, era quindi molto giovane quando trascriveva la Leggenda a richiesta di Padre Francesco dell'Ordine dei Cappuccini.

[4] granciporri: grossi errori. (Petrocchi)

[5] Il testo latino dice: « Ebrius amore et compassione Christi beatus Franciscus quandoque talia faciebat, nam dolcissima melodia spiritus intra se ipsum ebulliens frequenter exterius gallice (par, gallicum) dabat sonum et vena divini susurri (var, suspiris) quam auris ejus suscipiebat furtive gallicum erumpebat in jubilum. Lignum quandoque colligebat de terra ipsumque sinistro brachio superponens aliud lignum per modum arcus in manu dextera trahebat super illud, quasi super viellam vel aliud instrumentum atque gestus ad hoc idoneos faciens gallice cantabat de Domino Jesu Cbristo ». Cap. 93, ediz. Sabatier, p. 185.

[6] Le due citazioni sono fatte così: nel primo caso, dopo le parole ut habetur in legenda trium sociorum, si legge un racconto abbastanza lungo, corrispondentissimo al cap. VIII della Leggenda comune, poi un altro racconto, sullo stesso argomento, non fuso col precedente ma aggiunto, di cui non si cita la fonte; nel secondo caso, alle parole ut dicit legenda etc. segue un passo di 31 linea, di cui solo le sette ultime non corrispondono alla Leggenda comune. Queste sette linee recano un inciso, intorno alla denominazione di Frati Minori, tolto dal cap. 20 dello Speculum, e i nomi di dodici seguaci di fr. Francosco; e questa lista di nomi mancherebbe in tutti i documenti anteriori al Pisano, conosciuti sino ad oggi, eccettuata la Leggenda edita dai padri M. e T., da cui, secondo essi, evidentemente fu tratta (pp. xlvii-ix). Questa lista è data, non fosse altro, anche dalla Cronaca dei XXIV Generali che è anteriore alle Conformità; si osservi inoltre che la predetta Leggenda dà la nota dei primi dodici frati Minori, la quale quindi comprende il Santo ed esclude f. Silrestro, mentre l'autore delle Conformità riporta quella dei dodici discepoli di S. Francesco, computato f. Silvestro ed escluso naturalmente il Maestro; onde si dovrebbe arguire che il Pisano attingesse in questo caso da altra fonte che non è la Leggenda in questione.

[7] Anche nel Prologo della 2a Vita fra Tommaso fa la stessa dichiarazione: Miracula quaedam interseruntur, prout se ponendi opportunitas offert. Del resto i tre Soci, come osserva giustamente il p. d'Alençon (Annales franciscaines, an. 38, n° 438, p. 260) « auraient été bien mal avisés d'emprunter à Celano lui-même les mots dans lesquels on veut voir une allusion un peu dédaigneuse et une critique à son adresse. Avant eux, en effet, il avait écrit au chapitre XXVI de la première partie de la Legenda Prima Miracula quae sanctitatem non faciutnt sed ostendunt — ». È chiaro quindi che i tre Soci si valsero dell'espressione del loro predecessore per fare un appunto non a lui, ma, se mai, al Capitolo generale e a f. Crescenzio che avevano ordinato di raccogliere signa et prodigia di S. Francesco.

[8] Secondo i padri M. e T., il Celanense riferirebbe a sé queste parole (p. lxvi). L'auctor qui è in generale chi ha composto le precedenti Leggende, e non in particolare il Celanense che ne averà scritta una sola.

[9] Anche il Sabatier conoscerà la Leggenda pubblicata dal Melchiorri: vedi introduzione allo Speculum, p. cxxxvi.

[10] Vedi, per i racconti paralleli nelle dna opere, Sabatier, loc. cit., p. cxvi.

[11] Ho detto e ripetuto che il Celanense è il più antico e autorevole biografo (la biografia scritta da S. Bonaventura è fattura posteriore, tratta dalle leggende preesistenti) non solo secondo la tradizione francescana ma anche secondo l'attestazione esplicita del dugentista Salimbene. Ora io domando ai critici che hanno in proposito un'opinione contraria, come mai il francescano Salimbene, notoriamente ostile a frate Elia, ricordi le due Vite del Celanense, favorevole a frate Elia, e accenni forse e appena indirettamente, come io penso (Giorn., XXXII, 72) alla legenda trium sociorum e non menzioni affatto lo Speculum: opere favorevoli entrambe a frate Elia. Aggiungo che la testimonianza di Salimbene è tanto più autorevole in quanto che non solo conobbe alcuni compagni del Santo, ma deve anche essersi occupato particolarmente della vrita di lui e delle prime Leggende, perchè, seppure la sua Cronaca ci è giunta intera, deve avere scritto qualche lavoro speciale intorno a S. Francesco. Infatti il cronista parmense (a p. 75 ed. 1857) tace alcune cose del Santo, quia alibi scripsi, Dopo ciò spero che il Sabatier non si meraviglierà più (Vie de S. Fr. d'As., p. ci) se Salimbene nella sua Cronaca dà così poca parte alla vita del Santo, e mi anguro che l'illustre biografo francescano accordi all'antico e autorevole cronista francescano un po' di quella soverchia fede che presta al raffazzonatore dello Speculum.

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Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011