Ildebrando Dellagiovanna

Intorno alla più antica leggenda

Di San Francesco d'Assisi

Edizione di riferimento:

Giornale storico della Letteratura italiana, diretto e redatto da Francesco Novati e Rodolfo Renier, Vol. XXXIII, Loescher, Torino 1899. - Vincenzo Bona Tipografia di S. Maestà e dei RR. Principi. pagg. 63-76

Tra gli scrittori francesi viventi, che più amano e meglio conoscono l'Italia nella sua storia, nella sua letteratura e ne' suoi monumenti, certo il Sabatier è di quelli che primeggiano. L'illustre storico francescano ha rivolto tutta, la sua geniale operosità alla ricostruzione della vita del santo d'Assisi e della storia dell'Ordine da lui fondato; e frugando le biblioteche così italiane come straniere e studiando i luoghi e le popolazioni dell'Umbria, dove la leggenda conserva ancora un afflato della poesia serafica, dopo averci dato una magistrale biografia del santo ed altre scritture francescane, sta pubblicando una collezione di documenti relativi alla storia religiosa e letteraria del medio-evo, ed ha iniziato l'importante raccolta con un bel volume contenente Speculum perfectionis, seu S. Francisci Assisiensis Legenda antiquissima, auctore Fratre Leone [1]. Gli altri due volumi, che il Sabatier prepara per le stampe e che conterranno la principal fonte latina e il testo critico dei Fioretti di S. Francesco, avranno un'importanza speciale per la nostra letteratura; ma anche il primo volume che, secondo l'editore, ci darebbe la più antica leggenda dell'Assisiate, non può non interessare gli studiosi della nostra antica letteratura, essendo nota a tutti l'efficacia che la religione francescana ebbe in alcune nostre produzioni letterarie e artistiche, e in ispecie i lettori del Giornale storico, che già sanno come lo Speculum perfectionis sia l'argomento capitale dell'autenticità delle Laudes creaturarum attribuite a S. Francesco. Senza ripetere quello che ho già scritto in proposito [2], dirò brevemente e francamente quel che penso intorno all'ultima pubblicazione del Sabatier.

Chi non abbia molta famigliarità con la vasta e non sempre genuina letteratura francescana e legga le 214 pagine dell'introduzione di questo volume, nella quale il Sabatier con larga, se non sempre sicura, copia di argomenti interni ed esterni, derivanti da una conoscenza diretta e profonda della materia, dimostra la sua tesi, e nella dimostrazione sua trasfonde quella sincerità di sentimenti, che gli accattiva l'animo anche dei critici avversarii, da lui sempre cortesemente trattati, ed è prova della sua onesta convinzione; forse non troverà nulla a ridire sul titolo del volume e conchiuderà che lo Speculum perfectionis è opera di fra Leone. Perchè la critica del Sabatier ha una virtù, dirò così, mirabilmente suggestiva, anzi il Sabatier stesso è in qualche modo vittima di un'auto-suggestione in quanto che la sua critica pare serenamente obiettiva, laddove è finamente soggettiva: onde non fa meraviglia che quelli che in Italia hanno parlato di questo volume, tutti più o meno hanno accettato le conclusioni dell'autore, tranne mons. Faloci-Pulignani [3] e il prof. F. Pometti [4]. Le obiezioni più gravi, fatte all'opera del Sabatier, sarebbero queste: lo Speculum non è lavoro originale ma una compilazione, e che sia tale si arguisce dall'Incipit dato concordemente da tutti i codici: « Istud opus compilatum est per modum legendae ex quibusdam antiquis quae in diversis locis scripserunt et scribi fecerunt Socii beati Francisci », dunque lo Speculum è opera compilata di su leggende antiche scritte o fatte scrivere da parecchi in parecchi luoghi. Che lo Speculum non possa essere stato scritto nel 1227, come il Sabatier afferma con l'autorità del cod. Mazariniano n° 1743, che è del 1459, s'inferisce da ciò, che l'Assisiate è sempre chiamato beatus Franciscus, mentre è stato canonizzato nel 1228; che nel cap. 53°, in cui si raccomanda la Porziuncola, dopo un cenno ai frati antiqui tanto devoti del sacro luogo, si assevera che in processo di tempo « occasione fratrum et saecularium convenientium ad locum illum ipse non habetur in tanta reverentia et devotione »; che parimenti nel cap. 7°, in proposito della casa costruita dal comune d'Assisi presso la Porziuncola e dell'impegno preso dal Podestà di restaurarla, si accerta che « quolibet anno usque ad magnum tempus servatum fuit hoc statutum » ; i quali due ultimi passi ci riportano a molti anni dopo il 1227; che finalmente nel cap. 107° si accenna alla morte di fra Bernardo, il quale, a dir di Salimbene, era tuttavia vivo nel 1238. A creder poi lo Speculum opera di fra Leone si oppongono le lodi che di lui si leggono nel cap. 85°, in cui S. Francesco, raffigurando il frate perfetto, esalta « simplicitatem et puritatem fratris Leonis qui vere fuit sanctissimae puritatis » [5].

Queste ed altre obiezioni non sono sfuggite all'acume del Sabatier, il quale se n'è sbrigato col supporre che l'Incipit riguardi non solo lo Speculum ma tutta la raccolta degli scritti francescani che gli tengon dietro negli stessi manoscritti, ovvero sia il titolo immaginato dal possessore d'un ms., donde deriverebbe più o meno direttamente tutto ciò che conosciamo (p. xlvi), seppure esso titolo non è stato posto per deludere lo zelo inquisitoriale dei partigiani della larga osservanza della Regola (p. xlvii) [6].

Ma non ostante tutto questo sforzo di congetture, la genuinità e convenienza dell'Incipit appar manifesta dal riflettersi in esso quel tono polemico che è il carattere distintivo di tutta l'opera, imbastita per l'appunto di brani di leggende vere o supposte; sicchè invece di essere un lavoro organico, come vuole il Sabatier, è veramente uno zibaldone, come dice l'Incipit. Nè vuolsi tacere che in quei codici miscellanei, di cui è parte lo Speculum, ogni scrittura ha il suo Incipit. In quanto poi agli anacronismi, il Sabatier congettura che fra Leone, il quale visse lungamente (sarebbe morto nel 1271) sia ritornato sull'opera sua e vi abbia fatto delle aggiunte e dei mutamenti (pp. 214 e 267). Si ammetta pure che « un livre imprimé a quelque chose de définitif et d'immuable que n'avaient pas les manuscrits du moyen âge dont certaines parties rassemblaient à ces rues en construction où les pierres d'attente préparent et appellent les compléments » ; ma allora come possiamo noi credere che tutto quello che ci narra lo Speculum sia stato scritto nel 1227? Come distingueremo la parte originaria da quelle aggiunte? E quando noi troviamo dei racconti riferiti anche da altre leggende sincrone, perchè non potremo sospettare che l'autore dello Speculum si sia valso di esse per accrescere o modificare l'opera sua? E v'ha di più: se fra Leone ha fatto dei mutamenti e delle aggiunte allo Speculum, perchè non l'ha messo d'accordo con la Vita dei tre soci, che pure gli appartiene? Delle differenze tra le due opere, in quei pochi racconti che hanno in comune, ci sono, e il Sabatier non le nega (p. cxv); e la contradizione concernente il luogo, dove sarebbe avvenuta la ricezione di frate Egidio, persiste pur sempre a malgrado del Sabatier che si è molto industriato a spiegarla; anzi è tanto più inesplicabile, ove si ammetta con l'illustre critico che l'antico biografo francescano ha rimaneggiato il suo lavoro. Il Sabatier ci dà il testo dello Speculum, seguendo quasi sempre [7] il citato codice Mazariniano che contiene appunto gli anacronismi su notati ed altri ancora, e così com'è, l'intitola la più antica leggenda del santo, per essere stata scritta nel 1227. Ma donde ha egli tratto questa data precisa? Si è lasciato ingannare dal cod. Mazariniano, già da altri studiato, che è il solo a recare nell'explicit le seguenti parole: « actum est in sacro loco sanctae mariae de portiuncula et completum V° ydus maij anno domini « M° CC° XXVIII ». A fine di comprendere per quale ragionamento il Sabatier si sia indotto ad accogliere la data del 1227, mentre nell'Explicit si legge quella del 1228, conviene avvertire che a lui preme di far passare lo Speculum per la più antica leggenda del santo e quindi anteriore alla prima Vita di Tommaso da Gelano; e siccome egli ha letto nel cod. Mazar. che S. Francesco « anno Domini M°CC° XXVII0 mj nonas octobris « migravit ad Dominum Jesum Ghristum », così, senza neppur sospettare che qui vi sia un errore di trascrizione, sostiene che l'autore dello Speculum, nel fissare le date, si è attenuto allo stile del calendario pisano, secondo il quale l'anno cominciava nove mesi e sette giorni prima del computo ordinario: « C'est ainsi qu'au dernier chapitre du Spec. Perf. la mort de François sera fixée au 4 octobre 1227 alors que dans le style de la Nativité, ainsi que dans Je nouveau style, elle a eu lieu le 4 octobre 1226 » e così anche lo Speculum sarebbe stato composto l'11 maggio del 1227. Anzitutto non comprendo come, pur tenendo conto della differenza dei due calendari, che è di 9 mesi e 7 giorni, il Sabatier possa dal 4 ottobre 1228 risalire al 4 ottobre dell'anno precedente; eppoi, domando, perchè solo in questa copia dello Speculum si sarebbe seguito lo stile cronologico di Pisa, mentre tutte le antiche leggende, non eccettuata quella dei Tre Soci (uno dei quali, si badi bene, è fra Leone, cioè il presunto autore dello Speculum) fanno morire l'Assisiate nel 4 ottobre 1226?

Ma nel prestar fede alle date apposte alle scritture francescane che hanno un carattere polemico, fa d'uopo procedere con molta cautela. Il cod. 3560 della Casanatense contiene il Sacrum commertium beati Francisci cum domina paupertate, che l'Alvisi pubblicò con troppa parsimonia della sua erudizione come nota

al canto XI del Paradiso dantesco [8], attribuendolo, secondo l'attestazione della Cronaca dei XXIV Generali, a Giovanni da Parma; orbene questa scrittura termina con le seguenti parole: « actum est hoc opus mense julii post obitum beatissimi francisci anno millesimo ducentesimo vigesimo septimo ab incarnatione domini Salvatoris nostri ihu x1 », vale a dire, nell'anno in cui per l'appunto, come vuole il Sabatier, sarebbe stato scritto lo Speculum. Curiosa coincidenza! E dire che Giovanni da Parma entrò nell'Ordine francescano a venticinque anni, non prima del 1233!

Nessun codice e nessuno degli antichi biografi del santo attribuisce a fra Leone lo Speculum; ma per il Sabatier non è dubbio che l'opera sia di colui « qui s'en déclare très clairement « l'auteur, frère Leon d'Assise » (p. xxiv), perchè nel cap. 11° si legge il solito ritornello: « Nos vero qui cum ipso, quando scripsit regulam, fuimus et fere omnia alia sua scripta etc. » e all'infuori di fra Bonizo da Bologna, il quale pare non abbia lasciato nessuno scritto, altri non c'era che fra Leone, quando il Maestro dettò la Regola; e perchè quella precisione di particolari topografici, quella conoscenza intima del santo, quella semplicità commovente del racconto, che il Sabatier scorge e ammira nell'opera, dimostrano, secondo lui, che essa non può esser fattura se non di uno scrittore d'Assisi e del segretario e amico e confessore e infermiere del santo. Inoltre il Sabatier è indotto a crederla di fra Leone dalla testimonianza del b. Francesco Venimbeni da Fabriano (1251-1322), il quale afferma d'aver veduto fra Leone e d'aver letto « scripta ejus  quae recollegit de dictis et vita sanctissimi patris nostri Francisci »: e da quella di Angelo Clareno da Cingoli (1245?-1337) che nel Prologo della sua Cronaca delle tribolazioni ricorda tra i biografi del santo anche fra Leone. Ma che questi due scrittori qui alludano non già allo Speculum, ma sì invece alla vita che dell'Assisiate scrisse fra Leone insieme co' suoi confratelli Angelo e Rufino (cioè la Legenda trium Sociorum) è per me, se non evidente, almeno probabilissimo, perchè il Venimbeni parla di un'opera in cui l'autore raccolse dicta et vita [9], e il Clareno accenna a fra Leone siccome ad autore di una vita; onde le loro parole si convengono meglio alla Legenda trium Sociorum, che è una vera e propria biografia, nella quale si discorre della vita e dei detti di S. Francesco, che non allo Speculum, in cui, con intendimenti di polemista anzichè di biografo, si tratta soltanto di alcune cose fatte o dette dal santo nell'ultimo periodo della sua vita.

Restano i famosi rotuli autografi di fra Leone, veduti, posseduti e citati da Ubertino da Casale (1259-1338?) nell'Arbor vitae crucifixae; ma qual fede meriti l'attestazione di un'opera scritta con manifesta passione polemica da un frate che nel 1305 dice che gli autografi di fra Leone si erano perduti e ciò non ostante ne cita lunghi passi, e che nel processo del 1311, in cui fu convinto de incredibili et nephando mendatio, dichiara di averli presso di sè, ma intanto non li produce propter vitandum legendi tedium ai giudici che lo accusano di falso, tutto questo ed altro ebbi già a opporre contro quelli che credono ciecamente al frate da Casale, che aveva interesse a coartare, come dice Dante, la scrittura francescana. Il Sabatier a queste obiezioni risponde a lungo, e tra l'altre cose mi fa osservare: — qual meraviglia che i rotuli andassero perduti? Non bisogna dimenticare che il Capitolo generale del 1266 aveva ordinato la distruzione di tutte le leggende anteriori a quella di S. Bonaventura; quindi come scomparvero tante opere di S. Francesco, che pure a tutti doveva premere di conservare, così i rotuli di fra Leone si saranno dispersi, perchè molti avevano interesse a disperderli (p. cxlv). — È curiosa davvero la fortuna di questi autografi leonini: perduti, Ubertino li può citare testualmente; ritrovati, non crede più conveniente di citarli per non infastidire i suoi accusatori! Ma il Sabatier continua: « Admettons un instant qu'Ubertin ait été surpris en flagrant délit de mensonge à l'adresse de son général, est-ce que cela prouverait qu'il n'a fait que mentir toute sa vie, et que ses citations ne peuvent être exactes? Sans doute cela créerait un préjugé peu favorable à son endroit, mais il est bien clair que si ses adversaires avaient pu lui prouver qu'il avait menti aussi pour les citations, ils n'auraient pas hésité à triompher de lui bruyamment » (p. cxlvii). Ma il guaio si è che gli avversarii produssero documenti troppo più gravi che non fossero codesti presunti autografi leonini, per provare la falsità di Ubertino, sicchè forse stimarono superfluo addurre prove di minore importanza [10]. In ogni modo appunto perchè c'era della passione da una parte e dall'altra, a me pare prudenza non fidarsi, se non con molta cautela, di tutte questo scritture francescane di carattere polemico, nel numero delle quali s'hanno da porre l'Arbor vitae e lo Speculum. Ben è vero che M. Faloci-Pulignani ha trovato recentemente in un codice di Foligno, recante lo Speculum, un'appendice di dieci capitoli che sarebbero scritti, secondo lui, sulle attestazioni di fra Leone ed avrebbero servito con altri elementi ai compilatori dello Speculum per redigere l'opera loro [11]. Sia pure; ma questi scritti non sono ancora i desiderati autografi di Leone, sì invece racconti, la più parte, di Corrado da Offìda (morto, badiamo bene, nel 1306), redatti su relazioni verbali o scritte di fra Leone. E se queste relazioni scritte esistevano veramente e contenevano racconti di fatti così importanti, perchè l'autore li ha ommessi nella Legenda trium Sociorum? Conve niamone: fra Leone è un poco il Turpino di quella letteratura che fiorì intorno all'epopea francescana; ogni qual volta si ha bisogno d'invocare un'autorità solenne per dire cose gravi o non facilmente credibili, si cita sempre il nome del segretario e del confessore del santo. Ecco perchè, quando io trovo un passo nella seconda Vita del Celanense uguale o simile a uno dello Speculum, credo che questo sia copia di quello; e in sostegno della mia opinione potrei rifare i confronti e ripetere le considerazioni già fatte [12]: ma qui mi basterà di richiamare l'attenzione del lettore sul caso, avvertito anche da M. Faloci-Pulignani, del convento di Bologna, donde S. Francesco fece sloggiare i frati che vi abitavano considerandolo come proprietà loro. Lo stesso fatto con parole pressochè uguali è narrato dal Celanense e dal compilatore dello Speculum; se non che quegli afferma: « Testimonium perhibet et scribit hoc ille qui tunc de domo aegrotus eiectus est » (part. III, cap. 4°) e questi: « et frater existens infirmus qui de ea domo tunc fuit eiectus, testimonium perhibet de his et scripsit hoc » (cap. 6°). Orbene, il Celanense, perchè fu testimone del fatto, dice scribit, mentre il compilatore dello Speculum, perchè si riferisce alla testimonianza altrui, onestamente qui dice scripsit: e si avverta che questo passato è dato da tutti i codici veduti dal Sabatier.

Il Celanense, com'è noto, ha anche scritto la prima Vita, che dalla tradizione francescana è sempre stata considerata la più antica leggenda dell'Assisiate. Con qual diritto, possiamo domandare al Sabatier, si deve credere lo Speculum (sia pure opera di fra Leone) anteriore alla Vita del Celanense, se Bernardo da Bessa nel Prologo del De laudibus S. Francisci ricordando alcuni biografi del santo, comincia da fra Tommaso da Celano, e se Angelo Clareno, che pure cita nel Prologo della sua Cronaca alcuni biografi, ricorda per ultimo fra Leone? Eppoi lo storico francese ha il torto di dare poca importanza alla Cronaca di Salimbene per ciò che s'attiene alla storia francescana [13]; io non dirò che in quell'importantissimo documento della storiografia medioevale non ci siano ommissioni; ma non vedo ragione sufficiente per negar fede a ciò che ha lasciato scritto il cronista parmense, che fu frate francescano e intimo amico di Bernardoda Quintavalle, compagno di S. Francesco [14], e conobbe anche fra Leone [15]. Fra Salimbene adunque dice chiaramente: « Hic (fra Crescenzio Generale dell'Ordine) precepit fratri Thomae de Cellano qui primam legendam beati Francisci fecerat, ut « iterum scriberet alium librum eo quod multa inveniebantur de beato Francisco que scripta non erant. Et scripsit pulcherrimum librum tam de miraculis quam de vita quem appellavit Memoriale beati Francisci in desiderio anime. Sed processu temporis a fratre Bonaventura Generali Ministro ex his omnibus compilatus est unus optime ordinatus. Et adhuc multa reperiuntur que scripta non sunt. Dominus enim cotidie in diversis partibus mundi per servum suum Franciscum magna miracula operari non desinit» [16]. Dunque per il cronista francescano la più antica leggenda del santo è la prima Vita del Celanense. Vero è che qui fra Salimbene non cita la Legenda trium Sociorum, che pure è autentica; ma, se non m'inganno, egli vi allude indirettamente là dove ricorda la vita di frate Egidio scritta da fra Leone. Ecco il passo trascritto fedelmente dal cod. Vat. (f° 237 v.), senza la lacuna che si avverte nelle edizioni (e quante ommissioni ed errori non fanno desiderare una riproduzione integra e fedele del codice Vat.!): « Fuit autem frater Egidius, qui Perusij in archa saxea tumulatus est in ecclesia fratrum, quartus frater ordinis fratrum minorum, computato beato Francisco, cuius vitam frater Leo, qui fuit unus de tribus specialibus sociis beati Francisci, sufficienter descripsit ». Qui il cronista, mentre ricorda la vita di fra Egidio scritta da fra Leone, donde fu tratta quella latina che si legge nella Cronaca dei XXIV Generali [17] e quella volgare aggiunta ai Fioretti, soggiungendo: qui fuit unus de tribus specialibus sociis beati Francisci ebbe presente, se male non mi appongo, la Legenda trium Sociorum. E se « la concordance est parfaite entre le Spec. Perf. et la Vita Aegidii pour les rècits qu'ils ont de communs » (p. xcvi), come mai fra Salimbene ricordala Vita di Egidio e non lo Speculum, che pur dovrebbe essere di fra Leone? [18] .

Per tutte queste considerazioni e per altre ancora, che tralascio per non ripetere ciò che ebbi a scrivere altrove, spero non sarò tacciato di ostinazione o di presunzione se conchiudo che la quistione intorno allo Speculum, anche dopo il lavoro del Sabatier, rimane come l'ho posta io; che cioè lo Speculum s'ha da tenere una compilazione fatta quando più si attizzarono gli odii e le ire degli zelanti e de' conventuali, al tempo di Ubertino da Casale e di Matteo d'Acquasparta, e quindi è un'opera sospetta, massime per tutto ciò che non è confermato dalle leggende indubbiamente autentiche [19]. In ogni modo lo Speculum, se anche fosse compilazione più antica, non sarebbe opera facile a ridursi alla sua forma originaria e primitiva, tante sono le interpolazioni e i rimaneggiamenti che vi si riscontrano, com'è costretto a dichiarare lo stesso Sabatier, il quale, pur avendo a suo profitto un ricco apparato critico, molto cautamente ha dato il testo secondo la lezione del cod. Mazar., avendo intuito la difficoltà, per non dire l'impossibilità, di dare un testo critico di un così fatto zibaldone [20]. Veggano ora coloro che credono alla storiella del Cantico delle creature, la quale ci è stata tramandata soltanto dallo Speculum, da qual fonte impura attingano la loro fede [21].

Mi si obietta che ove pure si voglia ammettere che la storia del Cantico, specie per quella parte che riguarda il versetto della pace e quello della morte, sia una leggenda posteriore al Cantico, non ne segue necessariamente che esso Cantico non sia genuino. Ma quando noi sappiamo dal Celanense e dall'Uffizio ritmico che S. Francesco nella sua lauda invitava le creature a lodare Iddio, mentre secondo la lezione più antica conservataci del Cantico dal ms. Ass. 338 (che è dei primi anni del Trecento) Iddio è lodato a cagione delle sue creature; quando noi vediamo che il versetto della morte, quale si legge ora nel Cantico, differisce da quanto intorno allo stesso versetto scrive il Celanense, e che inoltre nessuno dei biografi del Duecento, i quali parlano dell'amore del santo per le creature e dell'invito che loro faceva a lodare Iddio, dimostra di conoscere il Cantico, di cui pure aveva fatto cenno il Celanense: si ha o no il dovere di dubitare che il Cantico a noi pervenuto sia tutt'al più un'eco molto infedele di quella lauda che eruppe improvvisa dalla bocca del Serafico e che Dio sa con quali aggiunte e storpiature ci sarà stata tramandata dalla pia tradizione francescana? — E mi sia permesso d'insistere su di un argomento che mi pare di molto peso. Come mai quel francescano, che prima del 1241 ridusse in esametri latini la prima Vita di fra Tommaso, giunto con il suo lavoro là dove il biografo antico dice che il santo invitava le creature a lodare Iddio, invece di parafrasare o di tradurre addirittura la lauda volgare, ha parafrasato il canto biblico dei tre fanciulli nella fornace, rimaneggiandolo e amplificandolo, senza dare a divedere di conoscere punto il Cantico attribuito a S. Francesco? Come mai quel magister Henricus, che non prima del 1263 [22] fece parecchie e arbitrarie interpolazioni a questa leggenda versificata, non ha ritoccata e modificata la parafrasi biblica in guisa da conformarla al Cantico volgare? Dunque il silenzio di tutti gli scrittori francescani del Duecento, tranne il Celanense, lascia ragionevolmente sospettare o che essi non conoscessero il Cantico (e ciò non è ammissibile, considerando la condizione di questi scrittori che furono francescani tutti, e alcuni anche compagni del santo), o che non attribuissero ad esso nessuna importanza, come a cosa non genuina o molto alterata dalla traduzione orale. Ma il Casini mi oppone: « Dato anche e non concesso che lo Speculum perfectionis fosse quella tarda impostura che si è creduto, è mai possibile immaginare che un falsario del secolo XIV o della fine del XIII, per rifare a modo suo e in volgare le laudes creaturarum, avesse saputo foggiare una forma così rudemente primitiva quando tutt'altri esempi gli si offrivano nella poesia religiosa già passata a traverso le prove di Garzo e di Iacopone! ... in quel tempo la rielaborazione della prece francescana avrebbe assunto senza dubbio la costituzione metrica della vera lauda o ballata di argomento sacro, e più probabilmente secondo uno degli schemi che troviamo nelle laude cortonesi e umbre » [23]. Codesta osservazione calzerebbe sino a un certo punto se le laudes creaturarum fossero fattura letteraria di un abile poeta e non già prodotto popolare della tradizione francescana, la quale sapeva benissimo che il santo, morendo, aveva cantato un salmo davidico e che a modo di salmi soleva dettare le sue preci, come le laudes de virtutibus e le laudes Domini Dei Altissimi. Infatti il Cantico volgare attribuitogli altro non è se non un informe raffazzonamento del cantico di Daniele e del salmo 148 di David, scritto in prosa assonanzata, che non si può adattare al letto di Procuste di qualche schema metrico, senza allungarne o accorciarne arbitrariamente i versetti, come tra gli altri fece il Crescimbeni. Sicchè se al mio dotto amico pare di dover conchiudere che la cancellazione del nome di S. Francesco dalla storia delle origini della poesia italiana sarebbe adesso arbitraria e prematura, io, senza pretendere di strappare dal capo dell'As-sisiate la laurea poetica [24], dirò che si hanno gravi ragioni di dubitare che il Cantico volgare, nella forma in cui ci è pervenuto, sia veramente quella lauda delle creature che S. Francesco, secondo il Celanense, avrebbe improvvisato (se in latino o in volgare non si sa) in fervore di spirito.

Io non esprimo che dei dubbi; e se i miei dubbi possono essere incentivo a scrivere volumi pregevoli come quello del Sabatier, di cui ho parlato, e nel quale, prescindendo dalla tesi e dalle conclusioni, secondo me, errate, è pur sempre da ammirare la larga e profonda conoscenza delle opere francescane edite ed inedite e lo studio delle fonti, mi gioverà conchiudere con Dante: « Che non men che saver dubbiar m'aggrata ».

ILDEBRANDO DELLA GIOVANNA.

Note

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[1] Paris, Librairie Fischbacher, 1898 (pp. ccxiv-376, in-8°).

[2] Giornale storico, XXV, 1 segg. e XXIX, 284 segg.

[3] Osservazioni sopra il volume intitolato Speculum perfectionis pubbl. da P. Sabatier, estr. dal vol. VII della Miscel. francese, di Foligno. Il Sabatier, ritenutosi offeso da queste osservazioni, perchè M. Faloci-Pulignani coll'unto delle lodi mescola sempre qualche goccia di veleno, ha scritto una lettera assai vibrata A Mgr. Faloci-Pulignani, ecc. (Perugia, Unione Tip. Coop. 1898). Il Faloci-Pulignani ha replicato con le Nuove osservazioni sopra il vol. intitolato Spec. perfect. pubbl. da P. Sabatier, estr. dal vol. VII, fasc. II della Miscel. francescana.

[4] Bollett. della R. Deput. di St. patria per l'Umbria, vol. IV, fasc. 2°, 429-34.

[5] L'osservazione era già stata fatta dall'Affò, ed io lo dissi; ma nessuno ne tenne conto, anzi il dr. G. Staderini assicurava di aver invano cercato nello Speculum un qualche elogio di fra Leone (Bollet. della R. Deput. di St. patria per l'Umbria, vol. II, fasc. 2 e 3, n° 5).

[6] Il Tocco suppone anche che l'opera uscisse anonima e che un trascrittore, non avendone saputo cogliere il vero carattere, vi apponesse quella didascalia (Arch. stor. ital., 1898, disp. 3a, p. 137). Ma la didascalia corrisponde alla contenenza dell'opera, che è veramente un estratto o miscela di altre leggende; altrimenti come si spiegherebbe la discrepanza nell'attestare ora in 3a persona e al passato: ille qui scripsit; ora in persona 1a: nos qui fuimus — L'illustre professore dell'Istituto superiore di Firenze, rincalzando un'argomentazione del Sabatier, afferma non esser dubbio che la Legenda antiqua, così spesso citata dagli scrittori francescani del tre e quattrocento, sia lo Speculum, e rimanda il lettore a diversi luoghi del Liber conformitatum, dove si riferiscono fatti desunti dalla Legenda antiqua con le stesse parole, onde si leggono nello Speculum. Al qual proposito mi permetto di far osservare che nel libro 1° della stessa opera (fructus XII, pars II) ai foll. 173 r, 173 v e 174 v (ediz. Bologna 1590) sono citati i capp. 2° e 3° De paupertate da un libro qui intitulatur Speculum perfectionis. Perchè l'autore del Liber conformitatum si è valso di una perifrasi, per me tanto significativa, per designare la fonte da cui traeva il suo racconto?

[7] Il Faloci-Pulignani nelle sue Nuove osservazioni ha fatto un elenco degli errori di questo ms., corretti dal Sabatier.

[8] Collez. di opuscoli danteschi, dir. da G. L. Passerini, vol. XII.

[9] Veramente, come osserva il Sabatier, la citazione è in proposito di Pietro Cattani, della cui nomina a Ministro Generale dell'Ordine parla lo Speculum (cap. 39). Ma siccome lo stesso racconto si trova anche nella seconda Vita del Celanense, così il Sabatier credo che questi abbia copiato dallo Speculum. Io per le ragioni già addotte (Giornale stor., vol. XXV) credo il contrario, nè posso ammettere, sempre per le stesse ragioni, che il Celanense e il compilatore dello Spec. abbiano attinto da una fonte comune. In ogni modo la citazione del Venimbeni dimostra tutt'al più che egli conosceva una biografia di Leone, non già lo Speculum, che non è una biografia. Ma non vuolsi tacere che il Venimbeni entrò nell'Ordine il 1267 e visse sino al 1322; quindi giungiamo ai tempi di Ubertino da Gasale, il sedicente possessore degli autografi di Leone. Ed è curioso che quelli che hanno veduto questi benedetti scritti leonini siano tutti vissuti durante le famose e irose contese!

[10] U. Cosmo trova naturale che Ubertino non citasse più oltre i rotuli di fra Leone « chè la questione non era sulla produzione o no dei testi, alla cui esistenza tutti credevano, ma sull'importanza ch'essi potessero avere all'interpretazione della Regola, immensa per lui, nulla per i conventuali » (Rivista storica, 1898, quad. di lugl.-ott., p. 307). — Consideri il mio egregio contradittore che i rotuli contenevano per l'appunto la verace (almeno secondo gli spirituali) interpretazione della Regola, e che in una questione concernente siffatta interpretazione era una prova di capitale importanza produrre quei documenti che svelavano la genuina intenzione di S. Francesco nel dettare la Regola; tanto è vero ciò, che Ubertino nel corso del processo cita spesso, senza produrne gli originali, gli scritti di fra Leone. E ammesso e non concesso che gli accusatori credessero all'esistenza dei rotuli, dovremmo tutt'al più concludere che Ubertino non gli aveva inventati; ma resterebbe pur sempre a dimostrare che i rotuli sono una cosa sola con lo Speculum e che questo e quelli sono opera di fra Leone.

[11] Nuove osservazioni, ecc., pp. 13-16.

[12] Giorn. stor., voi. XXV.

[13] Vie de S. François d'Assisi, pp. c-ci.

[14] A p. 11 dell'ediz. del 1857.

[15] A p. 75 dell'ediz. cit.

[16] Ho trascritto il passo secondo la lezione del cod. vat. 7260, dalla quale si discostano spesso e arbitrariamente gli editori della Cronaca. Per es. il ms. dà primam legendam e non primum, come si legge nelle due edizioni.

[17] Analec. francisc, t. III, pp. 74-115.

[18] Il Cosmo, seguendo il Sabatier, esamina alcuni passi della prefazione alla Legenda trium Sociorum e conchiude un po' troppo alla lesta che gran parte della 2a Vita del Celanense deriva dallo Speculum e dalla Legenda trium Sociorum (loc. cit., pp. 308-9). — O perchè non ha anche esaminato il proemio della 2a Vita del Celanense, il quale dichiara di volere scriver cose da altri non ancora scritte? E perchè credere alla Cronaca dei XXIV Generali che è compilazione del sec. XIV, e non già a quella di Salimbene che è opera anteriore e originale? E il cronista del sec. XIII conferma quanto dice il Celanense nel suo Proemio.

[19] M. Faloci-Pulignani continua ad affermare: « Lo ripeto: non abbiamo ragione di dubitare dello Speculum Nos qui cum eo fuimus. — Ecco una testimonianza sincrona, di prim'ordine, passionata se vuolsi, epperò lcolorita a seconda delle opinioni degli scrittori, ma vera e sicura nella «sostanza, nel fondo, nel racconto» (Nuove osservazioni, p. 11); e poi più sotto (p. 17) soggiunge: « più ci allontaniamo dal Celanense, dai Tre Compagni, da S. Bonaventura, e più ci troviamo in mezzo a prodigi di prim'ordine che gli antichi biografi ignorarono ... Lo Speculum ci trasporta in mezzo al prodigioso, prodigioso che fu ignoto al Celanense e ai Tre Compagni, e per giunta ci presenta quasi un S. Francesco fautore dell'ignoranza ». Ciò ammesso, nelle cose narrate dallo Speculum e che non si riscontrano nei biografi antichi, s'ha da credere allo Speculum? — Il F. P. conchiude; «lo Speculum è opera del XIII sec, ed è opera di una società di frati, ma non di fra Leone, il quale somministrò detti e fatti ai compilatori di questo libro, ma non fu autore dello stesso » (p. 17). Ma allora con qual diritto questi frati si dichiarano compagni di S. Francesco (Nos qui cum eo fuimus etc); perchè non citano addirittura l'autorità di fra Leone o di altri compagni del Santo? E perchè in alcuni luoghi dicono: « Me qui hoc vidit etc. » e in altri: « Nos qui etc.» se compendiavano dagli scritti di Leone o di altri veramente stati testimoni oculari di ciò che raccontano? Si risponderà, che essi accodavano ai capitoli queste dichiarazioni così come le trovavano nei rotuli originali: ma allora perchè nel fatto di Bologna hanno corretto lo scribit del Celanense in scripsit, e negli altri casi parlano in persona propria, come se essi stessi avessero veramente veduto ciò che narrano?

[20] Non so comprendere come il Faloci-Pulignani (Osservazioni ecc., p. 12) ed altri abbiano potuto chiamare un'edizione critica dello Speculum quella offertaci dal Sabatier, il quale ha dichiarato di attenersi al cod. Mazar.

[21] Per l'editore delle Laudi latine e del Cantico del sole di S. Francesco d'Assisi (S. Maria degli Angeli presso Assisi, tip. della Porziuncola, 1897) è argomento non dispregevole che il Cantico sia riferito dalle Conformitates, sapendosi oramai quanto Bartolomeo degli Albizi sia stato scrupolosamente esatto nelle sue citazioni e come, quando non è sicuro della notizia che riferisce, lo dica (p. 19). — L'autore delle Conformitates attinge dallo Speculum tutto ciò che spetta al Cantico: il che, se mai, dimostra che egli credeva all'autenticità di quest'opera; ma Bartolomeo degli Albizi scriveva verso la fine del 300.

[22] Ho creduto anch'io col Novati che questo magister Henricus fosse il versificatore; ma dopo le osservazioni lette negli Analec. Boll. (t. XIII, 1894, p. 67) mi sono persuaso ch'egli sia stato solamente l'interpolatore del poema latino.

[23] Rivista d'Italia, giugno 1898, p. 326.

[24] Il Cosmo scrive: «Togliete il cantico del sole; che cos'è in fin dei conti? una rozza sequenza, una litania; son frasi che altri uomini prima di frate Francesco hanno lasciato uscire dalle loro labbra. È solo questo; ma « se voi lo togliete ... voi avete spezzate l'unità dell'anima del santo, non capite più nulla degli ultimi anni suoi » (loc. cit. p. 311). — Potrei rispondere che, tolto il cantico del sole, resta la vita del santo che è poesia più vera, più bella e più mirabile che non il cantico attribuitogli. Ma lasciamo le frasi: nessuno nega che S. Francesco fosse poeta o dettasse le laudes creaturarum; e quanto dice in proposito il Celanense è più che bastevole a far comprendere gli ultimi anni dell'Assisiate. Non si tratta quindi di spezzar nulla, ma di vedere semplicemente se e quanto il cantico sia genuino, e ciò per conoscere meglio il santo quale fu, e non quale ce lo rappresentarono alcuni suoi seguaci, mossi da particolari interessi.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011