Salvatore Minocchi

La “Legenda trium Sociorum„

Nuovi studi sulle fonti biografiche di San Francesco d’Assisi

Parte prima

Edizione di riferimento:

Archivio storico italiano fondato da G. P. Vieusseux e continuato a cura della R. Deputazione toscana di storia patria, quinta serie, Tomo XXIV – Anno 1899 – in Firenze presso G. P. Vieusseux, Tipografia di M. Cellini e C. - 1899

I.

CRITICA DELLA “LEGENDA TRIUM S0CI0RUM„

1. — Le Biografie di san Francesco nel secolo XIII.

Sembra un fatal privilegio delle anime grandi, che sulle vie dell’umanità impressero orme nuove e profonde, non poter cingere la corona del trionfo, che intrecciata di spine, nè ascendere alla gloria, che attraverso il Calvario. E a me si angustia il cuore d’affettuosa pietà, pensando ai dolori ineffabili che amareggiarono gli ultimi anni del Poverello d’Assisi, quand’egli anelava di più e sperava una pace tranquilla, in seno ai propri fratelli.

Già l’ideale ingenuo, che formò le delizie de’primi solitari nel tugurio di Rivo-Torto o nelle celle di paglia di santa Maria degli Angeli, si andava offuscando, e all’antico fervore era nei frati succeduto un sentimento d’irrequietezza e di noia. Già molti, svanite le prime ebbrezze del ruvido saio cinto di povera corda, erano stanchi della vita aspra e dura, comandata dalla Regola, ossia dalla volontà di Francesco; erano stanchi dell’assoluta povertà professata dal figlio di Pietro Bernardone, mentre dinanzi a loro sorgeva gigante l’Ordine di Domenico di Guzman, ricco di privilegi papali, di scienza e di allori. Era una falange di malcontenti, desiderosi di mitigare la Regola, e di ottare [1] a privilegi curiali, a cattedre e onori ecclesiastici: per farne un partito potente, non ci voleva che un capo, e questo capo fu Elia. Frate Elia, da semplice maestro di fanciulli, entrato nell’Ordine, avea saputo per l’ingegno, l’attività e fors’anche la pietà sua, cattivarsi l’affetto di Francesco; e bel parlatore, di carattere accorto e risoluto, era, anzi, riuscito a dominare l’anima semplicetta del Santo, che alla prudenza e sagacia di lui ricorreva nel disbrigo di affari difficili. Così frate Elia, qual Vicario di Francesco, negli ultimi anni governò con autorità di Generale tutto l’Ordine, e preparò il terreno a quelle mitigazioni, a quei privilegi, che lui più d’ogni altro agognava.

Ma vivevano ancora, però, quei compagni del Santo, che passarono un tempo anni di lieta povertà presso l’umile chiesetta della Porziuncola; Bernardo, Silvestro, Egidio, Leone, Masseo, nomi inseparabili ormai dal ricordo di san Francesco d’Assisi. E questi e molti amici loro, profondamente accorati per la decadenza dell’idea francescana, si unirono più fervorosi che mai a tutelare la Regola da chi bramava lacerarla o distruggerla.

Tali furono, vivente e testimone Francesco, i semi d’uno scisma fatale, e questa la doppia sorgente ond’ebbero origine le sue leggende biografiche.

Quando san Francesco morì - 4 ottobre 1226 - frate Elia da cinque anni era Ministro dell’Ordine: possiamo quindi immaginare quante speranze egli avesse svegliato da una parte, quanti rancori dall’altra; ed appena chiilse gli occhi il Padre, che tutti conteneva coll’esempio di vent’anni di santissima vita, scoppiarono in aperta discordia. Elia non frappose indugi; e per ordine suo fu collocata subito in Assisi una grand’urna marmorea, destinata a ricevere le offerte per l’edificazione d’una sontuosa Basilica, sul colle dell’Inferno a lato d’Assisi, tomba dell’eroe delle Stimate [2]. Fra Leone e i compagni, sdegnati dell’offesa che in tal modo facevasi alla Regola della povertà, andarono a lamentarsi da frate Egidio, dimorante presso Perugia in un romitorio cinto di giardino. Egidio rispose a Leone: Che importa a me, che la fabbrica sia grande e lunga fino ad Assisi? A me basta per ricetto un angolo della terra. Ma tu, se sei morto, va e spezza l’urna; se sei vivo, non lo fare, che non potrai sostenere le persecuzioni di Elia. Fra Leone corse e spezzò l’urna; onde fu arrestato da Elia, crudelmente battuto con le verghe ed esiliato da Assisi [3]. Era l’anno 1227; ed a quest’epoca Paolo Sabatier e con lui Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli [4] riportano la composizione, per mano di fra Leone stesso, dell’antica leggenda: Speculum perfectionis.

Il Capitolo generale dei Frati in quell’anno riuscì contrario a frate Elia; e alla suprema dignità generalizia di Ministro dell’Ordine fu eletto Giovanni Parenti da Firenze. Elia, nondimeno, fiero della protezione, anzi dell’amicizia di Papa Gregorio IX, proseguì ne’suoi disegni, decretando e operando come investito di suprema autorità. Il 13 luglio 1228 Gregorio IX solennemente ascrisse fra i santi Francesco d’Assisi, e il giorno dopo egli stesso pose la prima pietra della Basilica e del Sacro Convento.

Circa i medesimi giorni Papa Gregorio, certo consigliato da Elia, ordinò al pio e dotto frate Tommaso da Celano, che in onore del Santo e per notizia del pubblico scrivesse una vita di Francesco d’Assisi. Tommaso, che pure conobbe già familiarmente il Santo, raccolse d’urgenza i materiali storici più noti e convenienti, li compose, li adornò di fiorita veste letteraria all’uso del tempo, e non dopo il 25 febbraio 1229 presentò a Gregorio quella sua Prima Vita di san Francesco, dove anche frate Elia si mostra in così degna apparenza, cinto di luce sì bella [5].

Finalmente, nel Capitolo del 1233, Elia, sorretto dall’aura popolare e nominato, come sembra, dallo stesso Gregorio IX [6], venne eletto Ministro generale dei Minori. Sei anni durò nel generalato, in cui sorse la triplice Basilica e accanto ad essa il celebre Sacro Convento, maraviglia d’arte e di tecnica, che torreggia ancora grandioso e terribile dal colle assisano. Ma ben lungi dall’ideale di Francesco deviò quel pessimus Helyas, il quale, se dobbiam credere al suo contemporaneo e conoscente fra Salimbene, « nimis volebat splendide et delitiose et pompatice vivere: raro enim ibat quoquam, nisi dumtaxat ad Papam Gregorium nonum, et ad Imperatorem Fridericum secundum, quorum intimus erat.... et habebat palafredos pingues et quadratos, et semper ibat eques, etiam si transibat ab una ecclesia ad aliam per « dimidium milliare.... specialem coquum habebat in conventu Assisii, fratrem Bartholomaeum paduanum, quem vidi et cognovi, qui cibos delicatissimos faciebat: hic inseparabiliter ei adhaesit.... non faciebat capitula generalia, nisi particularia, idest cismontanorum; non enim vocabat ultramontanos ministros, timens ne deponeretur ab eis » [7]. Alla fine anche Papa Gregorio dovè persuadersi che il suo protetto era indegno della suprema dignità e della sua amicizia; sì che nel famoso Capitolo generale del 1239 condiscese alle istanze de’frati, e di propria autorità lo depose. Allora Elia, gittata la maschera, diventò ribelle al Papa e alla Chiesa, e andò a mettersi a’servigi di Federigo II, creduto a quel tempo e chiamato « Anticristo » [8].

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Quando nel 1244 fu eletto Ministro generale Crescenzio Gricci da Jesi, i tempi erano profondamente cangiati. Intorno a san Francesco si erano da vari composte nel frattempo e pubblicate diverse biografie, più o meno dipendenti dalla Prima di Tommaso da Celano: e le tradizioni francescane ci hanno conservato in proposito memoria d’una leggenda in esametri ricavata dal Celanese [9], un’altra di Giovanni da Ceperano [10], notaio apostolico, scritta anche quella, sembra, per ordine di Papa Gregorio, un’altra di fra Giuliano da Spira, non che di un compendio fatto dal Celanese stesso dell’opera sua, per uso del coro [11]. Ma solo Tommaso da Celano figurava ormai come il biografo ufficiale di san Francesco, e la sua Vita era quasi esclusivamente riconosciuta e letta nell’Ordine. Ora, però, la sua biografia del Santo appariva a tutti i frati come scandalosa, per gli elogi quivi tributati ad Elia, scomunicato ed apostata, e forse indegna di san Francesco per le molte sue lacune storiche. Laonde il generale Crescenzio, nello stesso Capitolo di Genova che lo elesse, « comandò a li universi frati, che tutto quello potessino veracemente sapere della vita segni e prodigij del beato Francesco, l’indirizassino a lui in scriptura. Da la qual cosa incitati e indotti frate Leone, frate Agnolo e frate Ruffino, compagni pel passato del beato padre, molte cose assettorono insieme per modo di leggenda in scriptura. Le quale cose di lui avevono vedute e udite da frati degni di fede, come da frate Filippo Longo, frate Illuminato, frate Masseo da Marignano, e sì da frate Giovanni, compagno del sancto frate Egidio: la quale legenda fedelmente mandorono al detto generale. Anche molti altri raccogliendo quelle cose sapevano, furono pubblicati molti miracoli, li quali in diverse parti del mondo el sancto haveva fatti. E dipoi frate Thomaso da Ceperano, di comandamento del medesimo Ministro e del Capitolo generale, compilò el primo tractato della leggenda del beato Francesco, et della vita del sancto, e de le parole e sua intentione, intorno a quelle cose le quale s’appartengono alla regola: la quale è detta la legenda antica, dirizata al detto generale e al capitolo, con prolago el quale incominca: Placuit sanctae universitati vestrae ec. » [12].

Il Celanese dovè terminare questa sua Seconda Vita di san Francesco prima del luglio 1247, perchè l’opera sua è dedicata al generale Crescenzio, deposto nel capitolo di quell’anno, probabilmente per il favore ch’egli accordava ai Conventuali rilassati. Fu eletto in sua vece il venerabile vecchio fra Giovanni da Parma. Durante il suo generalato dovè sembrar ritornato il buon tempo antico di frate Francesco, se, come narra l’amico e conterraneo suo, fra Salimbene, Giovanni « Deo et hominibus gratiosus erat: bene sciebat musicam et bene cantabat.... coepit ordinem circuire et provincias ordinis visitare, quod consuetum prius non erat.... volebat, quando noviter ibat ad aliquam domum fratrum Minorum, quod pauperes fratres cum eo comederent.... si diversitates boni vini ante se habebat, faciebat omnibus aequaliter propinari.... quando pulsabatur campanella pro leguminibus vel herbis mundandis, veniebat ad factores conventus, et laborabat cum aliis fratribus, ut vidi pluries oculis mais.... ecclesiasticum officium continuabat die et nocte.... manibus suis volebat scribere, ut ex suo labore haberet unde se posset induere, etiam generalis existens » [13].

Giovanni da Parma continuò 1’opera lasciata in tronco da Crescenzio, e con insistenti lettere comandò a frate Thomaso da Ceperano, che fornissi la vita del beato Francesco, la quale si dice leggenda antica. Perchè solamente haveva fatto mentiene, nel primo tractato compilato di comandamento di frate Crescentio predetto, della conversatione del sancto e delle parole, lasciati e’miracoli. E così compilò el secondo tractato, el quale tracta de’miracoli del decto sancto Padre, el quale mandò al medesimo generale con epistola la quale incominca : Religiosa nostra sollicitudo etc. » [14].

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Dopo dieci anni di governo, frate Giovanni, seguita a narrare Salimbene « ultimum generale capitulum acceleravit, quia penitus nolebat esse minister.... Tunc hi, quibus electio incumbebat.... dixerunt ei: Pater, assignetis nobis unum ydoneum fratrem.... Et statim assignavit fratrem Bonaventuram de Bagnoreto, et dixit, quod in ordine melioram eo non cognoscebat; « et statim omnes consenserunt in eum, et fuit electus» [15]. Ma quest’ultima notizia è incredibile, perchè anzi Bonaventura, appena eletto, sottomise Giovanni a un severo processo, per il favore prestato alle idee di fra Leone, di Egidio e degli altri zelanti, ne riprovò e fe’bruciare le opere, e lo stesso frate Giovanni, con due compagni, condannò al carcere perpetuo [16].

Però, malgrado il silenzio di Salimbene e di altri Cronisti, è facile intuire, che i tempi trascorrevano turbolenti e difficili. Da un lato i Conventuali, tutti i partigiani delle mitigazioni e dei privilegi, interpretavano la volontà del fondatore dell’Ordine nelle biografie di fra Tommaso, a frate Elia già tanto favorevole; dall’altro i frati zelanti, sin d’allora assunto forse il nome di Spirituali, triste nome di partito, si facevano forti degli scritti di fra Leone e degli altri compagni di Francesco, per serbare in tutta la lor rigidezza i diritti della Regola. Già si preparavano nell’Ordine quelle lotte intestine, di cui fu pure testimone il secolo XIV; e più di tutto urgeva, che fosse pubblicata e sanzionata una biografia di san Francesco, redatta in guisa da non dar motivo a dissidi, la quale efficacemente cooperasse alla spirituale edificazione dei frati nell’amore reciproco e nell’antica semplicità francescana.

Il capitolo generale di Narbona, nel 1260, dette questo incarico al dottissimo e savissimo Ministro Bonaventura; il quale, per comporre con ogni accuratezza e verità la nuova leggenda, si portò ad Assisi, come racconta egli stesso nel prologo, tenne diligenti colloqui con i frati che più davvicino avevano conosciuto il Santo, raccolse con indagini personali tutto il materiale storico, e ne elaborò quella famosa Vita di san Francesco d’Assisi, che fece poi dimenticare quasi del tutto le altre precedenti [17].

La leggenda di san Bonaventura fu solennemente approvata nel Capitolo del 1263, e con essa può dirsi chiuso il ciclo delle biografie francescane. Infatti a Parigi nel 1266 « praecepit generale capitulum, quod omnes Legendae de beato Francisco olim factae deleantur, et ubi inveniri poterunt extra Ordinem, ipsas fratres studeant amovere, cum illa Legenda, quae facta est per generalem, sit compilata prout ipse habuit ab ore illorum qui cum beato Francisco quasi semper fuerunt et cuncta certitudinaliter sciverint, et probata ibi sint posita diligenter» [18].

Vero è che circa quegli anni o poco dopo, fra Bernardo da Bessa, stato segretario di san Bonaventura, scrisse egli pure una leggenda e la intitolò: De laudihus beati Francisci [19]. Ma le poche pagine clie egli consacra alla vita dell’Assisiate servono piuttosto d’introduzione a raccontar poi la storia dell’Ordine e una serie di miracoli posteriori alla vita del Santo. E però, Bernardo da Bessa deve già reputarsi fra i Cronachisti francescani. D’allora in poi la vita di Francesco d’Assisi fu quasi esclusivamente conosciuta nell’opera di san Bonaventura, e le altre leggende, nei pochi esemplari superstiti dal generale naufragio, giacquero dimenticate, o tenute a vile dai più, sino all’età nostra.

2. — L’opera biografica dei Tre Compagni.

L’Ordine istituito da san Francesco d’Assisi ebbe, dunque, nel secolo XIII, tre biografie del Fondatore, solennemente sanzionate per esser lette - legendae - dai frati, in coro e nei conventi: la duplice di Tommaso da Celano e l’altra di san Bonaventura. Invece, l’opera che i tre compagni del Santo, Leone, Ruffino ed Angelo « assettorono insieme per modo di leggenda » non fu che una raccolta di materiali storici, offerta al generale Crescenzio per esser messa a disposizione del biografo ufficiale Tommaso da Celano. Ma pure, solo da questo cenno, si può rilevare di quanta considerazione, di qual interesse storico e morale siano degni gli scritti dei Tre Compagni.

Non pochi allora potevano fregiarsi di titolo così glorioso, per essere stati fra i più antichi discepoli del Santo, o per aver goduto, mentr’ei visse, della sua familiarità. Ma la voce comune riserbò il nome di compagni a pochissimi, e più specialmente a quelli che assisterono Francesco nell’ultima sua malattia, cioè Bernardo, Leone, Angelo e Ruffino. Quando fu assunto al generalato Crescenzio, Bernardo da Quintavalle era morto; e gli altri tre si riserbarono il compito d’esaurire il materiale biografico di san Francesco d’Assisi.

E certo, nessuno più di loro era degno di farlo: nessuno fu mai testimone più intimo delle gioie, delle pene, delle vicende tutte del loro Padre diletto; nessuno poteva meglio conoscerne l’indole, la dottrina, lo spirito. Nè vi era chi meglio di loro fosse temprato a scernere, fra tanta varietà di narrazioni correnti sulla vita del Santo, il vero e genuino, dal leggendario e falso. In particolare fra Leone, l’ingenuo e buon descrittore della vita d’altri luminari dell’Ordine, era il più adatto a ritrarre, con scienza e coscienza, viva e sincera la cara immagine paterna dell’eroe della povertà. Basta leggere i soavi racconti dei Fioretti, o udir le tradizioni - leggendarie in parte - della Cronaca dei XXIV Generali [20], per gustare tutta l’intimità dell’affetto che Francesco portava al suo buono e dolce frate Lione, così buono e dolce che solea chiamarlo fra Pecorella di Dio [21]. Lui per anni lunghi amico del cuore, lui consolatore supremo nelle tremende angoscie che sconvolsero quell’anima negli ultimi anni, lui confessore e medico, lui, fra Leone, unico testimone della meraviglia delle Stimate sullo scoglio della Verna. E però la biografia di san Francesco, raccolta da’suoi più intimi amici, scritta da fra Leone, che del cuor suo conosceva tutti i misteri, come san Giovanni quelli del cuor di Gesù, a buon dritto forma ora l’oggetto d’uno studio speciale.

Primi a pubblicare, tra le fonti biografiche di san Francesco, la Legenda trium sociorum furono i PP. Bollandisti [22], che l’apposero come necessario complemento ed appendice alla Prima Vita di Tommaso da Celano. Essi ricavarono il testo della loro edizione da un codice manoscritto del Convento dei Minori in Lovanio, in cui la detta Legenda trovasi in diciotto capitoli accodata alla lettera che i Tre Compagni diressero al generale Crescenzio, presentandogli l’opera loro.

Riproduzione: Cantico di Frate Sole

Explicit e data Speculum pefectionis

Si conoscono, però, anche altri codici, tutti miscellanei, contenenti fra gli altri documenti francescani la medesima Legenda trium sociorum, con lievi varianti; e sono: Leodiense 343 (a. 1408), Lovaniense (a. 1502), Lovaniense (a. 1454), Mazarino 1743 (a. 1459), Mazarino 989 (a. 1460), Fulginate (sec. XV), Alense (sec. XV), di Tongres (sec. XV), Vaticano 7339 (sec. XVI), Corsiniano (sec. XVI), Bruxellense (sec. XVI), nonchè i cinque Vaticano Ottoboni, Bolognese, Riccardiano, Volterrano e Marciano del sec. XVI, che son versioni in lingua italiana [23].

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Il codice francescano d’Ognissanti. - A questi manoscritti, conosciuti e in gran parte studiati, son lieto ora di aggiungerne un nuovo, che ho trovato nel convento dell’Osservanza d’Ognissanti a Firenze, e che ho potuto consultare e studiare, grazie alla gentilezza e premura del mio dotto amico P. Roberto Razzoli [24].

Anzi, siccome il codice d’Ognissanti mi sembra avere le prerogative d’uno straordinario valore, superiore a quello d’ogni altro manoscritto simile, mi prendo cura di darne una speciale descrizione [25].

È un manoscritto cartaceo di 207 X 140 mill., 46 fogli numerati, diì scrittura serrata ed elegante. Si può bene distinguere in tre parti, di cui la prima contiene opuscoli originali di san Francesco [26], la seconda due leggende sulla sua vita, la rimanente è formata da documenti storici relativi alla Porziuncola. Ecco l’elenco degli scritti quivi contenuti, secondo l’ordine loro [27]:

F. 1r - Hec est prima Regula quam fecit beatus franciscus. Et papa Innocentuis confirmavit eam sihi sine bulla [28].

f. 4v - Testamentum beati francisci.

f 5r - Littera quam misit beatus franciscus N. generali de modo servandi circa fratres subditos peccantes mortaliter [29].

ibid. - Incipiunt sacre exhortationes beati francisci. Et primo de fide et reverentia habenda ad corpus Christi [30].

f. 6.v - De religiosa habitatione in heremo [31].

ibid. - Laudes quas ordinavit beatus franciscus et dicebat eas ad omnes horas.

ibid. - Salutatio virtutum et efficacia earum in confundendo videt.

ibid. - Salutatio beate virginis.

ibid. - Laudes domini dei altissimi [32].

f. 7.r - Litterae beati francisci ad capitulum generale et ad omnes fratres ordinis, maxime ad sacerdotes, de exhibenda reverentia sacramento corporis Christi et sanguinis Christi, in celebrando et percipiendo ipsum [33].

f. 7.v - Littere quas misit beatus franciscus et reliquit omnibus fidelibus [34].

f. 8.r - Hec sunt verba que beatus franciscus misit fratri Leoni existenti in maxima temptatione: quibus receptis statim recessit illa temptatio: et illa ceduta que adhuc est in sacristia Assisii profuit multis [35]. Benedicat tibi dominus et custodiat te: convertat faciem suam tibi et misereatur tui, convertat vultum suum ad te et det tibi pacem. Dominus benedicat fratrem Leonem. Istud opus compilatum est per modum legende ex quibusdam antiquis que in diversis locis scripserunt et scribi fecerunt seu retulerunt socii beati francisci, et [36] Nota quod beatus franciscus fecit tres Regulas, videlicet illam quam confirmavit sibi papa Innocentius sine bulla. Postea fecit aliam quam confirmavit papa Honorius cum bulla, de qua regula multa fuerunt extracta per ministros contra voluntatem beati francisci, sicut inferius continetur.

Incipit speculum perfectionis status fratris minoris : primum capitulum.

Postquam secunda [37] regula quam fecerat beatus franciscus perdita fuit, ascendit in quemdam montem cum fratre leone de assisio et fratre Beninzo de Bononia etc, etc.

f. 32.v - Explicit speculum perfectionis status fratris minoris. In quo scilicet vocationis et professionis sue perfectionem potest sufficientissime speculari. Omnis laus et gloria sit deo patri et filio et spiritui sancto, alleluia, alleluia, alleluia. Honor et gratiarum actio gloriosissime virgini Marie, alleluia, alleluia. Magnificentia et exaltatio servo suo francisco alleluia, alleluia. Actum in sacro sancto loco sancte Marie de portiuncula et completum, V.° ydus maij, anno domini M.°CCC.°X VIII.

Hec sunt quedam scripta per tres socios beati francisci. De vita et conversatione eius in habitu seculari, de mirabili et perfecta conversatione ipsius, et de perfectione originis et fundamenti ordinis in ipso et in primis fratribus.

Segue al f. 33r la lettera dei Tre compagni al generale Crescenzio, ed immediatamente dopo, laLeg. 3 soc. in 18 capitoli, com’è stata pubblicata dai PP. Bollandisti.

In fondo al 44.r - De nominibus .XII. primorum fratrum minorum fundatorum ordinis.

Dal f. 44v al 46.v son riprodotti vari documenti storici relativi all’indulgenza della Porziuncola, cioè: il tradizionale racconto del colloquio di san Francesco con papa Onorio III [38], e le relazioni e gli attestati di Michele Bernardi (f. 45r), di Pietro Zalfani (46r), di Benedetto d’Arezzo (46r), di Giacomo Copuli (46v) in favore dell’indulgenza [39].

Il codice si compone di quattro quaderni di 12, 16, 16, 8 fogli, rilegati in semplice cartone, con l’indicazione in costola: Prima Reg. 8. Fra. - A. IV. La scrittura è molto accurata, rare le correzioni in margine, salvo alcune dovute a una penna del XV secolo e derivate certo da altri manoscritti. Una grave mancanza si ha nel cap. VIII, rubr. 95, dello Spec. perf. [40] ove la duplice occorrenza della frase interius et exterius ha fatto dimenticare allo scrittore tutta la parte compresa nel mezzo; mancanza avvertita dal correttore posteriore (f. 26.r Me deficit totum capitulum), ma non supplita. Qua e là s’incontrano bizzarri arabeschi, per notare certi passi più importanti del libro [41]. Gli ultimi due fogli (47 seg.) sono affatto bianchi e nel centro di 48.v leggiamo:

Magister Gabriel,

Frater                                Minor

Minister Thus[cie]

scritto senza dubbio dalla medesima persona che vergò il codice; d’onde si può rintracciare l’età precisa in cui fu scritto, che sarebbe verso il 1370. Infatti, fra i Ministri di Toscana figura nelle vecchie liste un solo Gabriele, cioè Gabriele da Volterra, che fu Ministro nella seconda metà del secolo XIV, nè può essere diverso da quello nominato nel codice [42]. Sicchè il nostro, manoscritto, della seconda metà del sec. XIV, sarebbe pure il più antico testimone conosciuto della Leg. 3 soc. e dello Spec. perf. A render certa questa data, contribuisce eziandio la purezza intrinseca del contenuto del codice, che accenna come vedremo a tempi remoti, e la scrittura che reca tutte le qualità della calligrafia usata nel sec. XIV, come ognuno può vedere, esaminandone la riproduzione fototipica.

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L’edizione della Legenda trium sociorum, curata dai Bollandisti, non fu la sola; diverse altre ne apparvero in luce dipoi, quali per es. la Pesarese del 1831, e la Romana del 1880 per cura di Mons. Amoni, assai deficienti ambedue dal lato critico. Ma unanime fu sempre il giudizio degli eruditi intorno al contenuto e alla composizione di quest’opera, finchè Paolo Sabatier non propose la nuova ipotesi del suo presente stato frammentario.

Il Sabatier dovè sentirsi come vittima d’una illusione, allorchè dopo l’epistola dei Tre Compagni a Crescenzio, ove promettevasi il racconto di molti fatti sconosciuti o mal noti, lesse quei diciotto capitoli, che immediatamente la seguono, sulla vita di san Francesco. Dov’era il racconto di notizie ignorate? Dove, la narrazione di tanti e tanti fatti, di cui certo i Tre compagni furono testimoni oculari? In quasi tutta la leggenda, invece, non si aveva che un fedele riassunto della prima Vita di Tommaso da Celano, o una serie di pubblici eventi, non certo ignoti ai più, misti a considerazioni generiche sulla diffusione dell’Ordine al tempo di san Francesco: di inedito, di originale, pochissimo e forse nulla affatto.

Allora dovè sorgere in mente spontanea l’idea, che qualcosa, anzi, molto mancasse dell’antica e genuina Leg. 3 soc. nella redazione pervenuta fino a noi; e però, che la Leg. 3 soc. conservata nei codici e pubblicata dai Bollandisti, non fosse che un frammento di quella realmente scritta da fra Leone e Compagni. In favore della nuova ipotesi, il Sabatier riscontrava certe riprove, nella soverchia brevità, anzi nel silenzio dei Tre Compagni intorno a più anni di vita di san Francesco, onde ne derivavano, specialmente verso la fine, manifeste lacune; nel malanimo del generale Crescenzio, avverso agli zelanti, e premuroso perciò di sopprimere quanto nell’opera di fra Leone, aperto zelante, poteva esser contrario alle sue mire; nello stesso decreto surriferito del 1266, che volle distruggere le leggende francescane, ad eccezione dell’unica di san Bonaventura [43].

Se nuova era l’ipotesi del Sabatier intorno al presente stato della Leg. 3 soc. più nuova e più strana eziandio sembrò la ricerca ch’egli tentò fare delle reliquie disperse, in quel curioso miscuglio di memorie francescane, che sino dall’invenzione della stampa ebbe varie edizioni col titolo: Speculum vitae sancti Francisci et sociorum eius [44]. I Bollandisti avevano di già studiato questo Speculum vitae, e malgrado l’autorità di Bartolomeo da Pisa e del Baronio, messa in campo dall’editore Spoelberch, che lo dicevano opera genuina dei Tre Compagni, il Bollandista C. Suysken lo aveva dichiarato privo di qualsiasi valore, e compilato senza criterio scientifico nel sec. XIV o meglio, forse, nel XV [45]. Invece il Sabatier, riesaminando le parti eterogenee dello Speculum vitae, incontrava qua e là, specialmente nel gruppo intitolato Speculum perfectionis etc, una viva impronta di antichità, unita alla personale testimonianza di compagni del Santo. Quivi egli rintracciava la sostanza, almeno, di una parte della perduta Legenda 3 sociorum: in quello Speculum perfectionis, così tenuto a vile anche da molti critici moderni [46], e che recentemente, poi, lo stesso celebre storico di san Francesco d’Assisi giudicò l’antichissima tra le leggende francescane, opera di fra Leone, superiore per valore storico e morale ad ogni altra [47].

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Le opinioni di Paolo Sabatier, se da una parte si acquistarono validi sostenitori, non meno forti avversari incontrarono dall’altra. Fra questi è degno di menzione Mons. Faloci-Pulignani, direttore della Miscellanea francescana di Foligno [48], e in siffatti studi, per acume d’ingegno e straordinaria erudizione, di gran competenza. Mons. Faloci respinse l’ipotesi del Sabatier, e a più riprese e con vena inesauribile sostenne la naturale integrità e compiutezza della Legenda trium sociorum, quale è pervenuta nei codici; e non contento di parole, venne alla prova del fatto, pubblicando novamente egli stesso, il 4 ottobre 1898, la detta leggenda, secondo il codice dei PP. Cappuccini di Foligno [49].

Eppure, in quegli stessi giorni, i due infaticabili e dotti Minoriti, Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli diramavano per l’Italia ed all’Estero la notizia della prossima pubblicazione di una Legenda trium sociorum, ch’essi avevano trovato, assai più lunga della conosciuta sin qui, e certo non diversa da quella genuina ed integra, divinata dal Sabatier. La nuova Leg. 3 soc. comparve realmente in volume al principio del 1899 [50].

In sostanza, però, questa “integra” leggenda dei Tre Compagni non è che la riproduzione d’un’opera stampata più volte. Circa il 1855 il P. Stanislao Melchiorri, Annalista dei Minori, ebbe da persona cospicua il manoscritto di un’antica versione italiana della Leg. 3 soc. di sur un vecchio codice copiata dall’erudito Oratoriano Muzio Achillei da San Severino nelle Marche (m. 1634); e sì tosto ne fece l’edizione, che, tirata in poche copie, restò quasi inosservata in Italia. Tale versione, smarrito il manoscritto dell’Achillei, hanno ora pubblicata gli egregi Minoriti. Il P. Melchiorri per nulla sospettò di un’“integra” Leg. 3 soc. anzi la pubblicò persuaso di non aver davanti che una tarda compilazione di precedenti leggende, tratta più che altro dalle Conformitates di Bartolommeo da Pisa e innestata sul vecchio tronco dell’unica Leg. 3 soc.

I PP. da Civezza. e Domenichelli hanno, dunque, per i primi riconosciuto, che, lungi da essere un’informe compilazione, quest’opera conteneva, tradotto in italiano, il testo dell’integra leggenda dei Tre Compagni. Ora, quello che più interessava era la ricostruzione dell’antico testo latino, da cui la versione fu tratta. Per ventura, i capitoli nuovi della leggenda così rintegrata corrispondevano in gran parte esattamente ad altrettanti dello Speculum perfectionis, illustrato con ogni possibile cura dal Sabatier: laonde non fu impossibile ai due Padri riprodurre a fronte della versione, sulle tracce dello Speculum, l’antico testo originale ond’essa fu composta.

Se altro non fosse, la celebrità dei nominati scrittori e l’importanza dei loro studi renderebbe sempre degne di esame le nuove loro ipotesi. Ma nel caso nostro, la discussione e la soluzione dell’intricato problema è affatto necessaria, a motivo del profondo cangiamento, che le nuove opinioni introducono nel campo delle leggende francescane. A seconda, infatti, dell’idea che uno si forma della letteratura francescana, occorre attribuire un altissimo valore storico a molti documenti, e specialmente allo Spec. perf., o negarglielo quasi del tutto. Nell’uno e nell’altro caso, la vita di san Francesco d’Assisi risulta ben diversa nel concetto, nello spirito e in parte anche nei fatti. Ho creduto, perciò, conveniente di discutere e risolvere, sin dove è possibile, tutta l’avviluppata questione della Leg, 3 soc. sottoponendola a un rigoroso esame.

3. — Esame critico della « Legenda trium sociorum ».

Nessun motivo esterno ci potrebbe indurre nella persuasione che la Leg. 3 soc. sia presentemente in istato frammentario. I codici ne danno tutti, meno varianti accidentali [51], una redazione uguale; e così pure la tradizione storica non accenna alle gravi lacune rinvenute dai critici. Quindi fa d’uopo ridurci nei limiti della critica interna.

« La première moitié de l’ouvrage, osserva Paolo Sabatier [52], raconte la jeunesse de François.... la seconde est consacrée à un tableau des premiers temps de l’Ordre.... mais, chose étrange, après nous avoir si longuement parlé de la jeunesse de saint François, puis des premiers temps de l’Ordre, la narration sauté brusquement de l’année 1220 à la mort et à la canonisation, auxquelles ne sont du reste consacrées que quelques courtes « pages ». Adunque, secondo il Sabatier, una gravissima lacuna si riscontrerebbe evidente, per es., tra il cap. XVI e il XVII della nostra Leg. 3 soc.; e questa maggiore e più visibile può servire come punto di partenza a riconoscere altre lacune minori qua e là. E ve ne sono, infatti, a norma dell’“integra” leggenda pubblicata dai PP. Da Civezza e Domenichelli, tra i capitoli XII e XIII, XIII e XIV, XIV e XV; di più, secondo gli stessi Padri editori, gli ultimi due capitoli della vecchia Leg. 3 soc. sarebbero non altro che una tarda aggiunta, innestata per terminare in qualche modo l’opera rimasta frammentaria.

Esaminiamone un po’ più da vicino il contenuto, e vediamo se queste lacune hanno veramente una ragione di esistere. E prima di tutto, mi si conceda di riprodurre per intero la lettera [53], senza dubbio autentica, dei Tre Compagni al generale Crescenzio, con cui gli presentano l’opera loro.

Reverendo in Christo patri, fratri Crescentio, Dei gratia generali ministro, frater Leo, frater Ruffinus et frater Angelus, olim socii, licet indigni, beatissimi patris Francisci, reverentiam in domino debitam et devotam.

Cum de mandato proximi preteriti Capituli generalis et vestro teneantur fratres signa et prodigia beatissimi patris Francisci, que scire vel reperire possunt, vestre Paternitati dirigere, visum est nobis qui secum, licet indigni, fuimus diutius conversati, pauca de multis gestis ipsius que per nos vidimus, vel [per] alios sanctos fratres scire potuimus, et specialiter per fratrem Philippum visitatorem pauperum dominarum, fratrem Illuminatum de Monte, fratrem Masseum de Marignano et fratrem Johannem, socium venerabilis patris fratris Egidij, qui plura de hijs habuit ab eodem sancto fratre Egidio, et sancte memorie fratre Bernardo, primo socio beati Francisci, sanctitati vestre, veritate previa, intimare, non contenti narrare solum miracula, que sanctitatem non faciunt sed ostendunt, set etiam sancte conversationis eius insignia, et pij beneplaciti voluntatem ostendere cupientes; ad laudem et gloriam summi Dei et dicti patris sanctissimi, atque hedificationem volentium eius vestigia ymitare. Que tamen per modum legende non scribimus, cum dudum de vita sua, et miraculis, que per eum dominus operatus est, sint conlecte legende. Sed velut de ameno prato quosdam flores arbitrio nostro pulcriores excerpimus, continuatam ystoriam non sequentes, sed multa seriose relinquentes, que in predictis legendis sunt posita tam veridico, quam luculento sermone. Quibus hec pauca que scribimus poteritis facere inseri, si vestra discretio viderit esse iustum. Credimus enim quod si venerabilibus viris qui prefatas confecerunt legendas hec nota fuissent ea minime preterissent, ni, saltem pro parte, ipsa suo decorassent eloquio, et posteris ad memoriam reliquissent.

Semper integre valeat vestra sancta Paternitas in domino Jhesu Christo. In quo nos filios vestros devotos sanctitati vestre recommendamus humiliter et devote. Datas in loco Grecij, III idus augustus, anno domini MCCXLVI.

I. Prima gioventù di Francesco d’Assisi; sua prodigalità, grandezza d’animo e carità verso i poveri (a. 1182-1202). - II. Francesco rimane un anno prigioniero dei Perugini; suoi propositi d imprese cavalleresche, e visioni celesti che lo incitano alla gloria dei Santi. - III. Ritorna ad Assisi e prende affetto alla Povertà; suo spirito d’orazione e di carità in casa propria e fuori; episodio della visita di Francesco alla Confessione di San Pietro in Vaticano (a. 1203-1206). - IV. Francesco prende cura speciale dei lebbrosi; si abitua a vivere in solitudine ed in preghiera. - V. Sente la voce di Gesù nella chiesa di San Damiano, e il suo cuore si infiamma d’amore per Cristo crocifisso. - VI. Si ferma ad abitare col prete di san Damiano; sopporta le persecuzioni del padre e i dileggi dei concittadini; dal padre è imprigionato, liberato dalla madre; poi dinanzi ai magistrati e al vescovo rinunzia all’eredità paterna e si spoglia delle vesti per abbandonare ogni memoria del mondo. - VII. Si cinge d’un abito eremitico, e si propone di restaurare la cadente chiesa di San Damiano; il padre suo e la famiglia continuano a perseguitarlo e maledirlo; egli compie la restaurazione di San Damiano, casa madre delle figlie di santa Chiara (a. 1206-1209). - VIII. Francesco assume per regola della vita la parola evangelica; si fa annunziatore di pace; acquista il primo discepolo Bernardo da Quintavalle. - IX. Vocazione di frate Silvestro e di frate Egidio; Francesco va con Egidio a predicare nella Marca d’Ancona, e come vi son ricevuti; acquista in Assisi tre nuovi discepoli, e come risponde al vescovo che lo dissuadeva da quel genere di vita. - X. Francesco annunzia ai sei discepoli ciò che loro avverrà nel predicare ai popoli; vita apostolica dei primi frati, e com’erano accolti nelle Provincie con dileggi ed obbrobrio; un episodio della predicazione di frate Bernardo a Firenze. - XI. La santa vita dei primi frati induce altri ad entrare nell’Ordine nascente; loro vita comune, esercizio d’ogni virtù, specialmente della carità, nel perdono delle offese e nell’abnegazione per i poveri; loro amore della povertà, senza disprezzo pei ricchi (a. 1209-1210). - XII. Francesco va con gli 11 suoi compagni a Roma per ottenere l’approvazione della regola; vi trova il vescovo d’Assisi che lo presenta al card. di San Paolo; questi a sua volta lo presenta ad Innocenzo III, che lo esorta a riflettere; Francesco ha una visione, la racconta al Papa, che approva l’Ordine suo; i Francescani ricevono la tonsura, e partono da Roma a evangelizzare il mondo. - XIII. Buoni effetti del primo apostolato, accrescimento dell’Ordine; prima dimora dei Francescani a Rivo-Torto, donde sloggiati ottengono Santa Maria della Porziuncola (a. 1210-1214 circa). - XIV. Celebrazione dei Capitoli generali dei frati alla Porziuncola; umiltà di Francesco e ammonimenti santissimi che dava in tali occasioni ai frati per regola di vita; buon esempio dei frati nel celebrare i Capitoli, donde ripartivano a evangelizzare con fervore le provincie; accrescimento dell’Ordine in ogni genere di persone, istituzione dei tre Ordini francescani (a. 1215 e seguenti). - XV. Morte del card. di San Paolo, dopo la quale diventa protettore dell’Ordine il cardinale Ostiense (a. 1216). - XVI. « Terminati, adunque, undici anni dal principio dell’Ordine, e moltiplicati in numero e merito i frati, si creano i Ministri e si istituiscono le missioni francescane fuori d’Italia; persecuzioni e disagi cui vanno incontro i frati in missione, che perciò son costretti a chiedere la pubblica protezione del card. Ostiense; Francesco si porta a questo scopo a Roma, ed ottiene da papa Onorio la protezione dell’Ostiense; questo cardinale protegge l’Ordine così efficacemente, che esso si dilata in modo mirabile (a. 1217 e seguenti): per concomitanza si parla pure dell’affetto che Francesco portava al card. Ostiense, come gli prediceva il papato, e come questo Papa (Gregorio IX) visse e morì (a. 1241) beneficando, « onde si crede a buon dritto, esser egli ascritto nell’albo dei « Santi ». - XVII. « Adunque [54], dopo venti anni che perfettissimamente si unì a Cristo, » Francesco morì il 4 ottobre 1226; in tale circostanza fu nota a tutti la meraviglia delle Stimate, avvenuta due anni prima; certezza di così stupendo miracolo. - XVIII. Nuovi miracoli di Francesco, che determinano la sua canonizzazione per opera di Gregorio IX nel 1228; erezione della Basilica del Sacro Convento « capo e madre di tutto l’Ordine dei frati Minori »; accrescimento indefinito dell’Ordine, onde sembra che tutto il mondo ormai sia francescano. Fine.

Questo cenno sommario non può dare che una languida idea dell’ordinamento storico e logico della nostra leggenda. È chiaro, che l’autore vuol raccontare la vita di san Francesco d’Assisi; ma, ben si vede, gli preme più la storia generale dell’Ordine, che i particolari eventi del figlio di Pietro Bernardone. Interi capitoli son consacrati alla vita dell’Ordine, vivente il Santo, che ne è il fondatore e l’anima vivificante. L’autore ha voluto anche essere compendioso; chi ben legge, facilmente s’accorge ch’ei s’astiene dal raccontare per filo e per segno avvenimenti particolari, e dove talvolta li accenna, se ne serve per trarre da quelli una qualche conclusione generica [55]. Un fine particolare, che certo ebbe in mente lo scrittore, redigendo questa breve e ordinata vita del Santo, si scorge poi in quella tendenza continua a mostrare la virtù, la santità, lo spirito davvero evangelico dell’Ordine e dei frati antichi vivente Francesco [56]; si direbbe che al tempo dell’Autore l’Ordine fosse un po’ degenerato, e appunto perciò noi sentiamo ch’ei si rivolge colla sua Vita del Santo ai frati contemporanei, quasi a ritemprarne lo zelo, con lo specchio dei frati antichi. Dunque, lo scopo inteso dall’autore, scrivendo la leggenda, non potè essere che di fare un ordinato compendio, tratto da documenti e tradizioni veridiche, della vita di san Francesco e dell’Ordine francescano a’ suoi tempi, per edificazione spirituale dei fedeli, specialmente di quelli, un po’ rilassati, viventi nella Regola dei Minori.

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Ma, francamente, io vo cercando invano, in quest’opera di squisita fattura, le vestigia di barbare mutilazioni e del suo stato frammentario. Qualunque idea s’abbia dell’opera dei Tre Compagni, la critica non vi sa riscontrare interruzione veruna: che, anzi, il racconto corrisponde sempre a se stesso perfettamente uguale e ordinato, forse senza aggiunte, certo senza lacune. E com’è intimamente collegata la narrazione tutta, son legati così gli uni con gli altri i pensieri, dirò di più, le frasi, da una forse troppo numerosa falange di particelle congiuntive autem, vero, igitur, itaque, che dei singoli passi, anche dei capitoli fra loro, formano come una solida catena.

L’intima unità del lavoro apparirà vie più chiara, confrontando la Leggenda nella sua « integrità », secondo l’edizione dei PP. Da Civezza e Domenichelli. Questa nuova inserisce tra i cap. XI e XII della vecchia il documento dei dodici primi frati, che troviamo accodato, anche nel mio codice, alla Leg. 3 soc. ma da essa affatto indipendente. Che il documento non la integra necessariamente, si capisce da sè; che è interpolato, è facile vederlo, perchè, così com’è, si trova in contradizione con l’idea dell’autore della Leg. 3 soc.; mentre questi parla dei primi sei frati, non incluso Pietro, sebbene lo abbia già nominato, e il documento riporta invece il nome di Pietro tra i primi sei frati compagni di san Francesco.

Un’altra lacuna, tra i cap. XIII e XIV, è integrata dalla nuova leggenda con cinque capitoli tratti quasi tutti a lettera dallo Speculum perfectionis, e uno rabberciato con passi della Prima del Celanese; questa integrazione è per la sua maggior parte affatto estranea al contesto della Leg. 3 soc. [57] e suppone la verità dell’ipotesi del Sabatier circa l’origine dello Spec. perf.

Così pure la lacuna tra i cap. XIV e XV, integrata con trentatrè capitoli nuovi, e l’altra dopo il cap. XVI, integrata con ventiquattro capitoli, è tutta un’illusione immaginaria: che, guardando al fine propostosi dalla Leg. 3 soc. non sentiamo alcun bisogno di una simile integrità; anzi, la troviamo per molti rispetti contraria alla mente dell’autore. L’autore, infatti, della Leggenda ama di compendiare il racconto e ridurlo a narrazione generica; i nuovi capitoli si estendono in particolari di cui registrano le minime circostanze. Lo scrittore suole adoperar di rado le rubriche, e fare ampi e lunghi i singoli capitoli; invece, la nuova parte integrante consta più che altro di numerose rubriche, talvolta ridotte a minime proporzioni di spazio [58]. Tutta, poi, la nuova leggenda dei Tre Compagni ha il peccato d’origine di cavar la parte integrante dei nuovi capitoli dallo Spec. perf., certo non anteriore, come vedremo, alla vera Leg. 3 soc.; più ancora, i PP. editori Da Civezza e Domenichelli si sono talvolta affannati a cercare il testo latino di qualche capitolo, o in documenti sparsi nei codici francescani, o nelle tarde Conformitates di Bartolomeo da Pisa, od anche nel tardissimo Annalista dei Minori, il celebre Wadding [59].

Se più da vicino guardiamo la « grande lacuna », che anche il Sabatier riconosce evidente fra i capitoli XVI e XVII della leggenda, arriviamo alla conclusione già fatta. - Si tenga ben a mente lo scopo e il metodo dell’autore, chiarissimo in tutti i XVIII capitoli. L’autore, appena giunto alla fondazione dell’Ordine, fin dall’ingresso dei primi compagni, non considera più Francesco da solo, ma in relazione all’Ordine da quello istituito; la storia dell’Ordine è, nel suo concetto, la storia di Prancesco d’Assisi. Perciò, dopo ch’egli ha intrattenuto compendiosamente i lettori intorno alle vicende dell’Ordine francescano durante il protettorato efficace del card. Ostiense, poi papa Gregorio IX, « meritamente creduto essere nell’albo dei santi », è ben naturale che a lui non resti più che a narrare la morte di Francesco, e la sua canonizzazione, onde l’Ordine ebbe un nuovo e universale incremento, talchè parve che il mondo si facesse francescano. Questa è la fine ultima del lavoro, di cui il cap. XVI è come la fine prossima. Nella nuova Leg. 3 soc. dei PP. Da Civezza e Domenichelli i due ultimi capitoli XVII e XVIII, sostituiti da altri paralleli dello Spec. perf., mancano affatto; e i Minoriti editori li hanno relegati in appendice, come tarda interpolazione a compiere il creduto frammento. Ma se li esaminiamo ambedue al lume della critica, di cui soltanto, come accennai, dobbiamo nel caso fidarci, nessun indizio possiamo vedere d’interpolazione, parziale o totale. Uguale qui e là il metodo narrativo; uguale lo svolgimento dell’idea generale e dello scopo dell’autore; uguale lo stile, parallele le frasi, con tutto il resto del lavoro. Chi tiene interpolati più tardi i due ultimi capitoli, non considera il legame strettissimo e inseparabile, di concetto e di espressione, che il § 69 ha col precedente § 14, o che il § 73 ha con i precedenti §§ 35, 41, 60, 66 e passim.

Finalmente, si legga senza opinioni preconcette, senza un sistema pregiudiziale, quest’amabile e cara leggenda, così ordinata e piena di senso storico, di ingenua schiettezza: ne sorgerà la più abbondante dimostrazione della sua integrità naturale, forse senza aggiunte, certo senza mancanze, quale uscì di mano all’Autore.

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Eppure, un critico imparziale non può fermarsi qui. Per quanto sia dimostrabile e dimostrata la integrità perfetta della vecchia Leg. 3 soc. nondimeno hanno un valore indiscutibile quelle ammirative domande, che dopo il Sabatier, si rivolsero gli editori della « integra » Leggenda e cento altri studiosi: - Ma come! è tutta questa, l’opera biografica dei Tre Compagni? Essi, che del loro caro Santo potevano e dovevan narrare tanti fatti sconosciuti mal noti, ci hanno dato un compendio così magro? Essi, i compagni intimi di Francesco, che potevano meglio d’ogni altro dipingere la vita privata e l’indole sua nel quotidiano pensare e operare, si sono limitati a fare delle considerazioni sulla storia generale dell’Ordine, che ogni scrittore contemporaneo era in grado di redigere? - Tali domande crescono di peso ancora, se le mettiamo a confronto con la già riferita lettera dei Tre Compagni a Crescenzio, nella quale promettono a lui ed ai lettori, di narrare intorno al loro Padre comune fatti ignorati o mal noti, specialmente della sua vita intima e della sua conversazione, ond’erano stati in gran parte testimoni personali ed esclusivi.

A questa gravissima difficoltà i difensori della vecchia Leg. 3 soc. rispondono, che i Tre Compagni non assunsero l’impegno di narrare per lungo e per largo la vita del Santo, che affermavano essi stessi di aver tralasciato a bella posta il racconto di molti fatti, di non aver voluto fare che un’antologia dei fiori più belli sul vasto campo della vita dell’Assisiate, e così via [60].

Ma dico la verità, queste risposte, sin da quando cominciai l’anno scorso a occuparmi di studi francescani, mi parvero sempre di molto inferiori all’obiezione che le provoca. E così mi sembrò pure, che la stessa obiezione fosse proposta da Paolo Sabatier e da’ seguaci suoi con molto minor forza di quella che ha veramente.

Infatti, se istituisco un accurato confronto della lettera dei Tre Compagni con la leggenda che la segue, trovo che l’una e l’altra stanno del continuo in flagrante contradizione. Perchè i frati Leone, Ruffino ed Angelo, dichiarano apertamente:

1°, che stimandosi obbligati, come compagni di san Francesco, a dar notizie sulla vita di lui, hanno raccolto una serie di fatti, ond’essi o altri loro amici, compagni del Santo, furono personalmente testimoni, e che riguardano, più che altro, la vita intima e la conversazione di lui [61].

2°, che i fatti raccolti e narrati da loro sono tutti sconosciuti ai più, malnoti e degni d’essere conosciuti nella loro autentica genuinità [62];

3°, che l’opera presentata a Crescenzio non è una legenda, cioè una vera e propria vita del santo, ma solo un’antologia, una raccolta di fatti senz’ordine cronologico, i quali, appunto perchè ignoti malnoti al pubblico, serviranno al futuro biografo per esser inseriti nella sua nuova e compiuta leggenda sul Santo d’Assisi [63].

Questo triplice fine dei Tre Compagni è diametralmente opposto alla leggenda che segue sulla vita di san Francesco, e che ormai chiameremo col nome acquisito di Leg. 3 soc.

1°, la Leg. 3 soc. raramente narra di Francesco fatti relativi alla sua vita intima, nell’Ordine o prima dell’Ordine fatti in ispecie, di cui soli, o quasi, i Tre compagni poterono esser testimoni. A percorrerla tutta, si potrebbe a tal categoria assegnarne a mala pena qualcuno, per es. la prigionia di Francesco a Perugia, la sua gita alla Confessione di San Pietro, il colloquio col Crocifisso di San Damiano, prima della fondazione dell’Ordine; dopo l’istituzione, io non saprei indicarne alcuno, ove non si voglia credere sconosciuto, eccetto ai Tre Compagni, il racconto della vocazione di Bernardo da Quintavalle, delle relazioni tra Francesco e il card. Ostiense (cap. XVI), e simili. Bisogna pur confessare che, in sostanza, la legenda si preoccupa solo della vita pubblica e a tutti già nota di san Francesco, e di quella sola intesse la gentile narrazione.

2°, è pure evidente che, nel metodo tenuto dall’autore e nel modo con cui la narrazione procede, difficilmente si registrerà un fatto solo, che al tempo in cui fu scritta rimanesse ancora pubblicamente ignorato o mal noto. Anzi, molti dei fatti personali di san Francesco, narrati lungo tutto il lavoro, prima e dopo l’istituzione dell’Ordine, erano a tutti notissimi, perchè si leggevano chiari e tondi nella Prima Vita di Tommaso da Celano, scritta assai tempo innanzi. Non possiamo supporre che il nostro autore igaorasse la Vita del Celanese; anzi, egli si tradisce in più luoghi come dipendente dall’opera di Tommaso per lunghe e lunghe pagine. Val la pena di riscontrarli, questi parallelismi della Leg. 3 soc. con I Cel.

3 Soc. 1 Cel.

3 Soc. I Cel.

# 2 = I, 1 (I)

3 (2a metà) = I, 17 (VII)

5 = I, 4 e 5 (II)

7 (3a p.) = I, 7 (III)

8 (1a m.) = I, 3 (fin.) e 6 (II, III)

11 = I, 17 (VII)

12 (1a e 3a p.) = I, 6 (III)

13 =1,7 (III)

16 = I, 8 (IV)

17 = I, 11 e 10 (V)

18 = I, 13 (VI)

19 e 20 = I, 15 (VI)

24 fin. = 1, 18 (VIII)

25 = I, 22 (IX)

26 princ. = I, 23 (X)

37 pr. = I, 45 fin. (XVII)

46 e 47 = I, 32 (XIII)

54 = I, 36 (XV)

55 = I, 42 (XVI passim)

63-67 = II, 99 (V passim)

68 pr. = II, 88 (I)

La parte che dipende, come da fonte storica, dalla Prima Vita del Celanese forma tutta insieme un buon quinto dell’intera leggenda; e notisi, che ho tralasciato di confrontare le rassomiglianze ideali tra la Leg. 3 soc. e I Cel., là dove si tratta in ambedue la storia generale dell’Ordine. Ammettiamo pure, che talvolta il parallelismo di 3 Soc. con I Cel. è languido, ovvero la Leg. 3 soc. ha un racconto più ricco di circostanze, che non sia l’identico di I Cel.; ma che il parallelismo di 3 Soc. con I Cel. si debba chiamare vera e propria dipendenza da questo, come da fonte storica, apparirà manifesto dal seguente tratto di ambedue le leggende, quale, tra’molti che potrei addurre, presento per saggio:

3 Soc. 12 [64]

I Cel. III [65]

Alteratus autem post leprosorum visitationem in bonum, quendam socium suum quem multum dilexerat, ad loca remota secum ducens, dicebat illi se quemdam magnum et preciosum thesaurum invenisse. Et exultabat vir ille non modicum, et libenter vadit cum illo, quociens advocatur: quem Franciscus ad quamdam criptam iuxta Assisium sepe ducebat, et ipsam solus intrans, sociumque de thesauro habendo sollicitum foris relinquens, novo ac singulari spiritu perfusus, patrem in abscondito exhorabat, cupiens neminem scire, quid ageret intus, preter solum dominum, quem de celesti thesauro habendo assidue consulebat. Quod attendens humani generis inimicus, ipsum ab incepto bono retrahere nititur, ei timorem incutiens et horrorem. Nam quedam mulier erat Assisii gibbosa deformiter, quam demon viro Dei apparens sibi ad memoriam reducebat, et comminabatur eidem, quod gibbositatem illius mulieris iactaret in ipsum, nisi a concepto proposito resiliret.

Sed Christi miles fortissimus, minas dyaboli parvipendens, intra criptam devote orabat ut Deus dirigeret viam suam. Sustinebat autem maximam passionem et anxietatem mentis, non valens quiescere, donec opus compleret, quod mente conceperat; cogitationibus variis invicem succedentibus, quarum importunitas eum durius perturbat. Ardebat enim interius igne divino, conceptum mentis ardorem de foris celare non valens. Penitebat quoque ipsum peccasse tam graviter, nec iam eum mala preterita vel presentia delectabant. Nondum tamen receperat continendi fiduciam a futuris. Propterea, eum extra criptam exibat ad socium, mutatus in virum alterum videbatur.

Nam cum vir quidam in civitate Assisii, magnus inter ceteros, et assidua familiaritas mutae dilectionis ad communicanda secreta sua ipsi praeberet ausum, eum ad loca remota et consiliis apta sepius perducebat, quemdam thesaurum pretiosum et magnum se asserens invenisse. Exultat homo ille, ac de auditis existens sollicitus, libenter cum eo graditur, quoties advocatur. Crypta quaedam erat iuxta civitatem, ad quam frequenter euntes de thesauro mutuo loquebantur. Intrabat vir Dei, qui sanctus jam sancto proposito erat, cryptam illam, socio de foris expectante, et novo ac singulari perfusus spiritu, Patrem suum in abscondito exhorabat. Gestiebat neminem scire, quid ageret intus, et occasione boni melius sapienter occultans solum Deum in suo sancto proposito consulebat.

Orabat devotus, ut Deus aeternus et verus dirigeret viam suam, et suam illum doceret facere voluntatem. Maximam sustinebat animi passionem, et donec opere compleret quod conceperat, corde quiescere non valebat. Cogitationes variae sibi invicem succedebant, et ipsorum importunitas eum duriter perturbabat. Ardebat intus igne divino, et conceptum ardorem mentis celare de foris non valebat. Poenitebat eum peccasse tam graviter, et offendisse oculos maiestatis, nec iam eum mala praeterita seu praesentia delectabant; sed nondum plene receperat continendi fiduciam a futuris. Propterea eum foras revertebatur ad socium, ita erat labore confectus, ut alius intrans, alius exiens videretur.

 Potrei moltiplicar le citazioni, che la conclusione rimarrebbe sempre uguale: l’autore della Leg. 3 soc. ha così poco in mente di narrar fatti sconosciuti o mal noti, che non ha ritegno, se giova al suo scopo, di usare come fonte storica la stessa notissima Vita Prima di Tommaso da Celano, più spesso compendiandola e trascegliendo, fra tutta quella retorica, le frasi più sobrie, tal altra, come nel passaggio citato, aggiungendovi qualche notizia complementare, tratta da fonti diverse o dalla tradizione orale.

Se poi un quinto, o circa, della Leg. 3 soc. non è che la riproduzione, con qualche inevitabile variante e complemento, di fatti già descritti dal Celanese, e perciò non ignoti come attendiamo dai Tre Compagni, neanche le altre parti della stessa leggenda adempiono alle promesse della lettera a Crescenzio. Si è notato che i parallelismi della Leg. 3 soc. con I Cel. si riscontrano più che altrove nei primi sette capitoli; dal cap. VIII al XVIII, due buoni terzi dell’opera, son rare le convenienze esplicite con la leggenda celanense. Ma appunto i capitoli VIII-XVIII narrano quasi esclusivamente la storia generale dell’Ordine, e i fatti e i detti quivi registrati sono di per sè d’origine pubblica, e potevano esser narrati da qualsiasi storico diligente e seriamente informato. Nulla, come accennai, vi si racconta, che possa credibilmente dirsi opera dei Tre Compagni come tali.

3°, la biografia di san Francesco della Leg. 3 soc. non si potrà mai dire una raccolta antologia di materiali storici, da essere usufruiti dal futuro biografo nella Leggenda Vita di san Francesco d’Assisi. Essa non consta, come si è visto or ora, di puri materiali storici inediti, ed anzi chi l’ha scritta si è servito di materiali storici anteriori, nè si presenta mai qual testimone oculare. E però, mentre i Compagni protestano di non voler seguire l’ordine cronologico (continuatam historiam non sequentes) e di non voler fare una Legenda, cioè una Vita intera e compiuta del santo Fondatore, come l’ha fatta Tommaso da Celano, e la farà Bonaventura; invece, l’opera che esaminiamo è una vera e propria Vita di san Francesco, è intera e compiuta in se stessa, sebben redatta a mo’ di compendio; è così ordinata logicamente e cronologicamente, da meritarsi la palma, per esecuzione tecnica, su tutte le leggende francescane. E mentre non dovrebbe apparire come Legenda, questa biografia è, nel concetto del tempo in cui essa e la lettera dei Tre Compagni furono scritte, la più perfetta Legenda francescana, cui, meglio d’ogni altra, si addice questo titolo.

Rilasciamo, dunque, alla critica il sovrano diritto d’aprire una via luminosa nell’intricato viluppo delle leggende francescane.

Chiunque sia l’autore della Leg. 3 soc. essa non può dirsi nè credersi opera dei Tre Compagni, Leone, Ruffino ed Angelo.

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Questa negativa conclusione è mirabilmente confermata da ragioni morali. I tre compagni Leone, Ruffino ed Angelo, appartenevano al partito dei frati zelanti, avverso fieramente ai conventuali demolitori della Regola francescana. Ora, è troppo naturale di credere che, nell’opera loro, essi debbano aver parlato in maniera consentanea alle loro convinzioni, quantunque dovendo presentare i loro scritti a un avversario, frate Crescendolo, avranno certamente usato la massima cautela e prudenza. Ma per ammettere che la Leg. 3 soc. sia opera dei Tre Compagni, bisognerebbe dire che essi hanno parlato in maniera non concorde con le loro idee, anzi contrario, e con perfetta ipocrisia; ciò che nessuno dirà mai. E come si può credere che dalla penna di fra Leone siano uscite tante lodi al card. Ostiense, « meritamente creduto nell’albo dei Santi » ; a quel card. Ostiense, a quel Gregorio IX, che per tanti anni fu il protettore munifico di frate Elia, e che primo introdusse nella Regola, con autorità di legislatore, quelle mitigazioni alle quali Leone e i suoi compagni furono tanto contrari? [66]. Se, nel caso, fra Leone non avesse potuto alzar la voce contro il papa, avrebbe taciuto, nè si sarebbe mai dato l’illusione di ascriverlo tra i Santi. Di più, fra Leone e tutti gli zelanti erano fermissimi nel tutelare i diritti della loro benamata Porziuncola, dove l’Ordine ebbe la culla; e non lasciavano occasione di gridare alto, che la chiesetta di S. Maria degli Angeli era vero Capo e vera Madre dell’Ordine, e non già la Basilica del Sacro Convento, opera dell’aborrito Elia. Si rammenti come Leone stesso spezzò l’urna che dovea contenere le offerte per la Basilica, ond’ebbe a sopportare le verghe e l’esilio; e poi si affermi, se si può, che possa esser opera di fra Leone, il § 72, dove si parla dell’erezione di detta Basilica, e vien proclamata lei « capo e madre dell’Ordine ». Poi, com’è freddo in bocca a fra Leone, intimo di santa Chiara e delle virtuose compagne, quell’elogio delle povere donne di San Damiano (§ 24), tolto a imprestito dalla pomposa retorica di Tommaso da Celano! Com’è fredda quella digiuna narrazione della meraviglia delle Stimate (§ 69), se vuolsi scritta da fra Leone, che ne fu l’unico testimone! No, fra Leone avrebbe scritto in altro modo.

Dunque, la Leg. 3 soc. non è l’opera biografica dei Tre Compagni. Di chi sarà? Questo, per ora, non mi riguarda [67]. Quello che importa, è di rintracciare l’opera genuina dei Tre Compagni. Quale sarà, dove sarà, nella farragine delle leggende francescane ?

Se vogliamo entrar subito animosamente nello studio dei fatti, quel che prima si presenta come degno d’esame, è lo Speculum perfectionis; quel povero Spec. perf. che, secondo i PP. Bollandisti, è privo di qualsiasi valore, e che per molti critici recenti, per es. Ildebrando Della Giovanna, è tarda compilazione del sec. XIV, raffazzonata con spirito passionato e falso da precedenti leggende, senza critica e senza verità. Ma è quello Spec. perf. che Paolo Sabatier già credette contenere i frammenti della perduta Leg. 3 soc. e che più di recente egli non dubitò di ascrivere a fra Leone stesso e all’anno 1227; è quello Spec. perf. col quale vedemmo combinarsi molti capitoli chiamati a integrare la Leg. 3 soc. dei PP. da Civezza e Domenichelli. Merita quindi il conto, qualunque ne sarà la conclusione, di istituire un esame della disputatissima leggenda, per vedere se davvero è degna di tanto onore o di tanto vilipendio.

4. – Esame critico dello « Speculum perfectionis ».

A quest’operetta, o, adoperando il comune vocabolo, leggenda francescana, abbiamo accennato più volte; essa racconta una serie di fatti e insegnamenti di san Francesco d’Assisi, per mostrare in lui vivo e luminoso lo specchio di perfezione, dal quale dovrebbe modellarsi il religioso Minore. È intitolata: Speculum perfectionis status fratris Minoris.

Lo Spec. perf. ci è pervenuto in vari codici di miscellanea francescana, di cui il manoscritto d’Ognissanti può esser considerato come il più semplice e perfetto tipo sinora conosciuto. I codici contenenti lo Spec. perf., i medesimi suppergiù che pure contengono la Leg. 3 soc. sono: Mazarino 1743 (a. 1459), Mazarino 989 (a. 1460), Leodiense 343 (a. 1408), Museo britannico, Cleop. B. II (sec. XV), Folignate (sec. XV), e tre codici della versione italiana di frate Antonio Bruni (sec. XV sulla fine), cioè il Bolognese 2697, il Riccardiano 1407, e il Volterrano 313 [68].

A questi vuol essere aggiunto, anzi preposto, il mio codice d’Ognissanti, sul quale, come il più antico ed autorevole, fonderò l’esame critico della leggenda.

Comincia con un duplice incipit, già riferito per intero nella descrizione del manoscritto. È diviso, poi, in XIII capitula, contradistinti in 124 rubriche, o capitoli, come noi sogliamo chiamarli.

Il capitolo I serve d’introduzione generica, e narra, in corrispondenza col primo e più lungo incipit, l’origine della Regola, che san Francesco ebbe dal cielo, e che Elia con i seguaci avrebbe voluto infrangere e violare.

II, de perfectione paupertatis, in 25 capitoli, si stende a parlare dell’attaccamento perfetto di san Francesco alla povertà, e racconta diversi fatti sulla povertà ch’egli voleva conservata nell’Ordine sia quanto ai libri, sia nelle case o celle d’abitazione, e contro la ricchezza o il lusso di vesti, di portamento, di cibi; e negli ultimi capitoli parla del lavoro e dell’elemosina, per cui visse Francesco e volle che pure i suoi compagni vivessero.

III, de caritate et compassione et condescensione ad proximum, in dodici capitoli: narra fatti della vita ordinaria di Francesco, mettendo in rilievo, com’egli, malgrado la somma povertà, ebbe sempre il più profondo spirito di carità verso il prossimo, e riuscì a sovvenir molti nei loro bisogni, togliendosi talvolta sin le vesti di dosso.

IV, de perfectione sancte humilitatis et obedientie in seipso et in fratribus suis, in 37 capitoli (e 88, se contiamo separatamente la lettera di fra Leone a fra Corrado da Offida): come san Francesco non cercò mai gli onori e le dignità, ma esercitò sempre una profonda umiltà, specialmente servendo ai malati (cap. 39-45); suo spirito d’obbedienza e soggezione ai superiori (cap. 46-51); sua umiltà, opposta all’orgoglio dei frati, da lui manifestata anche dove meno ne appariva il bisogno o il dovere (cap. 52-60); altri fatti che mostrano come san Francesco volesse spirito di povertà, di mortificazione e di umiltà in se stesso e nei frati (cap. 61-66), e come egli, cercava piuttosto per sè e per i frati l’umile povertà, che gli agi e la scienza, sapendo e predicendo i mali che un simile orgoglio avrebbe prodotto nell’Ordine (cap. 67-75).

V, de zelo ipsius ad professionem regule et ad totam religionem, in nove capitoli: fatti o sentenze di Francesco tendenti a mostrare il suo zelo per l’esatta osservanza e l’amore dell’Ordine e della Regola francescana (cap. 76-79); carattere del Ministro generale dell’Ordine, secondo Francesco, e suo dolore per la defezione dei frati (80 seg.); suo speciale amore alla Porziuncola, e prerogative di essa (c. 82-84).

VI, de zelo ipsius ad perfectionem fratrum, in sei capitoli: insegnamenti del Santo circa la perfezione del frate Minore.

VII, de continuo fervore amoris et compassionis ad passionem Christi: tre capitoli sul vivo amore di Francesco per Gesù Crocifisso, onde imparava a sopportare pazientemente ogni pena.

VIII, de zelo ipsius ad orationem et [opus] divinum, et ad servandum letitiam spiritualem in se et in aliis, in quattro capitoli, riferisce come Francesco unisse allo spirito di raccoglimento e di preghiera l’allegrezza e il benessere intimo, proprio d’ogni vero cristiano.

IX, de quibusdam tentationibus quas permisit ei dominus (3 cap.), narra alcune speciali tentazioni ch’ebbe a sopportare il Santo.

X, de spiritu prophetie, in nove capitoli (101-109), mostra per vari fatti, che san Francesco era vero profeta.

XI, de divina providencia circa ipsum in rebus exterioribus (3 cap.); come Francesco avesse una somma fiducia nella provvidenza di Dio in ogni estrema necessità.

XII, de amore ipsius ad creaturas et creaturarum ad ipsum, in otto capitoli, parla dell’affetto quasi fraterno che Francesco dimostrava per tutte le creature, e di cui lasciò un vivo pegno nel Cantico di frate Sole.

XIII, de morte ipsius et leticia quam ostendit, quando scivit pro certo se esse morti propinquum (cap. 121-124) ; episodi della beata morte del Santo.

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Ho letto e riletto lo Speculum perfectionis; e l’impressione, profonda, indimenticabile, è stata sempre uguale.

Già sin dall’incipit, noi sentiamo di trovarci innanzi un’opera di tendenze polemiche; e dal primo capitolo, l’argomento preso a trattare, la vivacità delle espressioni adoperate a descriverlo, ci avvertono che entriamo in piena lotta francescana [69]. Da un lato i Conventuali, ricchi di privilegi, di onori, di scienza, sostengono, con tutte le armi che loro dà il potere acquistato presso la Curia romana ed i Principi, che la vita francescana vuol essere mitigata secondo le esigenze umane; dall’altro gli Zelanti e specialmente gli Spirituali, difendono, con tutto l’eroismo del diritto, l’ideale di Francesco d’Assisi, già presso a tramontare per l’opera dei seguaci di Elia: e centro di combattimento la Regola, quella Regola francescana che sembra così chiara e pure è creduta così oscura, quella Regola, che i Conventuali vogliono interpretata e mitigata, gli Spirituali vogliono osservata, pura e semplice com’è, « ad literam, ad literam, ad literam, sine glosa, sino glosa, sine glosa » secondo l’espressione, forte e piena di disdegno, del mio codice. Nel leggere il primo capitolo, ben mi sembra vedere in persona quel fervoroso Zelante, quel vivace Spirituale, che dall’umile sua Porziuncola, getta in faccia alla mole del Sacro Convento, la protesta dello Speculum perfectionis, quale un guanto di sfida di robusto cavaliere.

E lo spirito polemico, che ci fa diffidenti sin dal primo capitolo, continua a manifestarsi nei susseguenti; l’autore dello Speculum, si direbbe che, narrando la vita di san Francesco e dei francescani al suo tempo, non tralasci la minima occasione di rilevare la contradizione aperta fra i costumi d’una volta e i moderni; che se Francesco e gli antichi frati non avean libri, non conventi, non lusso di vesti e di cibi, non comodi della vita, non possessioni, non danari, apparisce ben chiaro che i moderni Conventuali hanno scienza, palazzi, possedimenti, danari, tutti gli agi del vivere. Insomma, si vede che l’autore vuol mostrare, nel vivo specchio dell’Assisiate, la bruttezza dei frati moderni, sì come i cavalieri tasseschi rivelano in terso specchio a Rinaldo la sua vita voluttuosa ed indegna.

Eppure, procedendo nella lettura dello Speculum, oltre il secondo capitolo, dal capitolo terzo (27 e segg.) in poi, l’accesa polemica si smorza. La figura dolce ed ingenua di Francesco d’Assisi rapisce: già si vanno obliando le meschine lotte del mondo, per elevarsi a Dio nella sublime carità di Francesco per tutti i suoi figli, nella sua viva pietà verso ogni cosa che soffre, nell’amore suo alla povertà senza disprezzo pei ricchi. Talvolta, è vero, la tendenza polemica riapparisce aperta e vivace, quando si parla di privilegi di predicazione, o di orgoglio di scienza (cap. 50 segg., 68-72), oppure dell’amata Porziuncola, baluardo della vera fede francescana, non difeso da mura come il Sacro Convento, sì dal cuore di tutti gli Zelanti (capp. 55, 82-84); ma è pur vero, che più si procede alla fine, e più tende a scomparire del tutto. Ormai Francesco d’Assisi, magico specchio, ci ha sedotti. L’autore, vinto dal tema, non ristà dallo scrivere la sua condanna nei capitoli, come il 101 e il 105, che esaltano in Francesco l’umiltà e la carità annunziatrice di pace e di perdono, anche verso i propri nemici. Oh! quanto son lungi dallo spirito polemico, dai sentimenti d’ira e di sdegno dell’autore, quei capitoli 113-120, tutti intesi a ragionare d’amore, di quell’amore universale che Francesco portava a ogni essere vivente, alle lodolette, ai fiori, all’acqua, e sino al fuoco che lo bruciava: autore e lettori, dimentichi d’ogni lotta terrena, si perdono inebriati in quel sublime Cantico di frate Sole, che solo poteva uscire da un cuore così pieno d’amore, qual fu quello di Francesco d’Assisi. E Francesco abbandona la vita fra tutti quei pensieri d’amore, pieno d’intimo gaudio, a Santa Maria.

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Terminata la soave lettura, vien fatto di domandarsi: Ma perchè un’opera come questa, che principia col disgustarci, viziata di esagerato fanatismo, finisce con l’interessarci immensamente a lei? Perchè un libro, come lo Spec. perf., che parla della vita di Francesco d’Assisi, con poca varietà di soggetti, senza integrità di narrazione, senz’ordine cronologico, senza meraviglie, nè di fatti, nè di pensiero, nè di stile, termina col restare nella nostra mente la più amabile, la più cara fra le leggende francescane?

La risposta non sarà troppo difficile a chi attentamente consideri la particolar redazione di molti e molti fra i 124 capitoli, ond’è composto lo Speculum. Quello che innamora ed affascina, è il vivo color locale dei racconti, è il candore, la semplicità onde sono tante volte riferiti i sentimenti di Francesco, insomma, è quella vigorosa impronta di originalità e verità, che traspare da cento luoghi dello Speculum [70], e della quale, nel decorso stesso del libro, noi troviamo positive conferme.

Si hanno infatti dei capitoli, che, narrato un evento qualunque, recano in sul finire la testimonianza di chi ne fu parte, quasi firma d’autenticazione per la storica certezza. Il cap. 6 narra che san Francesco a Bologna fece uscir via i frati da una casa che era detta dei frati, e termina: Et frater existens infirmus, de eadem domo tunc fuit ejectus, et testimonium perhibet de hiis et scripsit hec. Similmente finisce il cap. 22 : Qui scripsit hec, vidit hec multoties et testimonium perhibet de hiis; il cap. 58: Qui vidit hoc scripsit, et testimonium perhibet de hiis. E il cap. 92, narrato di un tale che trovò san Francesco a pianger forte di compassione per Gesù Crocifisso, termina: hunc virum novimus et ab ipso hoc intelleximus, qui etiam fecit multam consolationem et misericordiam beato Francisco et nobis sociis eius: similmente il cap. 104, narrato l’avveramento d’una profezia di san Francesco, termina: Nos vero qui fuimus cum illo testimonium perhibemus quod de hoc et de omnibus quae dixit, semper suum. Or ecco delle sottoscrizioni, che non possono non attrarre l’attenzione particolare del lettore: le testimonianze di alcuni che furono compagni del santo, e che dalla bocca dei testimoni oculari hanno raccolto il fatto narrato.

Questa testimonianza personale dei compagni del santo, espressa nell’uno e specialmente nell’altro modo succitato, può dirsi, fra tutte le leggende francescane, unica e caratteristica dello Speculum perfectionis: perchè, mentre indarno si cercherebbe, in tali termini, nelle altre fonti biografiche dell’Assisiate, invece nello Spec. perf. è frequente, ed esplicita [71]. A dir vero, la diffidenza naturale che sentiamo da principio contro la veracità dello Speculum, per la sua tendenza polemica, ci dispone non poco in disfavore di così eletta testimonianza. Ma, leggendo spassionatamente questa appassionata leggenda francescana, bisogna persuadersi, che la testimonianza dei compagni di san Francesco non è un’invenzione, non è una mala impostura di chi vuol dare a’suoi scritti un’autorità non meritata, ma anzi essa è genuina e originale, per quanto usufruita talvolta ad uno scopo polemico. Si potrebbe pensare a un’impostura, a un’invenzione gratuita, o almeno si potrebbe sospendere il giudizio nel dubbio, se la testimonianza dei compagni di san Francesco si vedesse portata in campo ad asservire direttamente le polemiche dello scrittore. Ma nello Spec. perf. la testimonianza dei Compagni serve il più delle volte ad autenticare fatti, che ebbero, sì, pochi testimoni, e son rimasti perciò sconosciuti, ma che nulla han che vedere con lo spirito polemico di molti tratti dell’opera. Si leggano per es. i due capitoli 92 e 104 surriferiti; essi non han nulla che fare con l’intento polemico di altri capitoli, e quanto è naturale il pensiero che le finali siano semplici e veridiche autenticazioni del fatto, altrettanto tornerebbe strano e fuor di luogo il vedervi l’opera d’un impostore. Si legga pure il cap. 101; vi si parla dell’inimicizia tra il vescovo e il potestà d’Assisi, e del come venne fatto a Francesco di rappacificarli, mandando i tre suoi compagni dal vescovo, a cantare davanti a lui il Cantico del sole e specialmente la strofa, allora allora composta [72] :

Laudato sij meo signore

per quilli che perdona per lo to amore

et sosten infirmitate et tribulatione;

beati aquilli che le sostenen in pace,

Ke de ti Altissimo serranno coronati.

Il carattere del fatto è così originale, così proprio ed esclusivo di san Francesco, da non poterlo credere inventato da chicchessia; ed esso è pur di natura facile a rimanere ignoto e noncurato, tranne ai tre compagni che ne furono parte. E termina: Nos autem qui cum beato Francisco fuimus testimonium perhibemus, quod quum diceret de aliquo sic est vel sic erit, semper ad litteram sic fiebat, et nos tot et tanta vidimus, quod longum esset ea scribere vel narrare. Solamente il pensare, che questa chiusa è inventata di sana pianta, che è una maligna impostura, mi riesce impossibile; perchè, se mai, tutto il capitolo è una stridente protesta dello spirito di pace e di perdono di Francesco d’Assisi contro lo spirito di sdegno e di rancore che anima lo Spirituale, autore dello Spec. perf., verso i nemici Conventuali. Se l’avesse inventata l’autore, avrebbe sottoscritto da se la propria condanna. No, la sottoscrizione è autentica; sono i tre compagni, che testimoniano di questo e di molti altri fatti consimili, che potrebbero narrare.

Avremmo noi, dunque, trovata la vera leggenda dei Tre Compagni? Questa domanda è altrettanto spontanea, quanto inevitabile: com’è pur naturale, dopo avere separato per sempre dalla Leg. 3 soc. la lettera dei Tre compagni a Crescenzio, il riavvicinarla allo Speculum e con esso trovarla in intima relazione. Accennammo che la testimonianza dei compagni di san Francesco è frequente nello Spec. perf. in forma della frase: nos qui cum ipso fuimus; orbene, questa frase, che vano sarebbe il cercare nella vecchia e falsa Leg. 3 soc. la ritroviamo invece tal’e quale nel principio della lettera dei Tre Compagni a Crescenzio, riferita per intero: visum est nobis qui secum, licet indigni, fuimus ec.

È certa, dunque, la parentela verbale della lettera dei Tre Compagni con lo Spec. perf.: riman da vedere, se lo Spec. perf. adempirebbe in massima alle promesse e alle condizioni espresse nella lettera, ond’egli si trovi pure con essa in intimo connubio ideale.

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Rilevammo dalla lettera predetta e stabilimmo:

 

1°, che i Tre Compagni intendono di raccogliere una serie di fatti della vita privata e della conversazione di san Francesco, di cui essi alcuni loro amici sono stati testimoni;

2°, che tali fatti sono sconosciuti ai più, nè mai resi di pubblica notizia, oppure sono mal noti, onde meritano di essere narrati con maggiore ampiezza e precisione;

3°, che non formano una legenda o vita del Santo, ma serviranno di materiale storico al futuro biografo.

Ora, nonchè sia necessario fare un minuto esame critico dello Spec. perf., basta dargli uno sguardo generico, per vedere com’esso trovisi con la triplice enunciata condizione in corrispondenza perfetta.

1°, Lo Speculum perfectionis racconta quasi sempre fatti di san Francesco, riguardanti la sua vita privata, o riferisce detti di lui che ebbero un sol testimone [73]. Se talvolta racconta fatti detti che ebbero più testimoni, o furono conosciuti da molti, sono, però, di natura così intima e privata, che è probabilissimo siano stati dimenticati, e rimasti ignoti al pubblico, tranne ai fedeli Compagni, che di lui veneravano ogni parola, ogni atto.

2°, Lo Spec. perf. non racconta quasi mai fatti che riguardino, per dir così, la storia dell’Ordine, o la vita pubblica di san Francesco, e perciò le sue narrazioni sono di lor natura private e ignote ai più. E che realmente fossero ignote al pubblico nel 1246, quando i Tre compagni presentarono l’opera loro a Crescenzio, risulta chiaro dalla quasi nessuna dipendenza che lo Spec. ha con la Prima Vita di Tommaso da Celano, l’unica a quel tempo divulgata nell’Ordine e solennemente riconosciuta dai religiosi e dal popolo. Se, infatti, noi mettiamo a confronto I Cel. con lo Spec. perf. troviamo : I Cel. I, 19 = Sp. p. 61, ma il racconto è qui tanto più ricco e tanto originale, che si può riguardare addirittura come nuovo; I Cel.I, 27 =1 Sp. p. 65, relazione affatto generica, nè degna di considerazione ; I Cel. I, 29 =: Sp. p. 118 prova, anzi, parlando dell’amore di Francesco per i fiori, l’acqua ec. la stupenda originalità dello Spec. che, dove il Celanese si perde in vana retorica, lo Spec. ci dà vere e proprie notizie sull’indole intima dell’amabilissimo Santo; I CeL II, 4 = Sp. p. 115, basta confrontarli, per vedere com’è il Celanese che scrive a corto di notizie, vagando pei sentieri dell’ampliazione retorica, laddove lo Spec. racconta un fatto storico, preso dal vero, con accento di viva originalità ; I Cel. II, 8 = Sp. p. 121, dimostra questo, e non altro, che lo scrittore dello Spec. perf. ha conosciuto e letto la prima Vita del Celanese, a cui si riferisce, e pure non ne dipende; I Cel. II, 10 = Sp. p. 108, raccontano su per giù lo stesso fatto, ma da un punto di vista diverso, che il narratore dello Spec. conosce e narra tutto il fatto con le sue origini e cause private (la promessa fatta da s. Fr. a santa Chiara), mentre il Celanese non ne conosce che una parte, quella che apparve agli occhi del pubblico (il trasporto del corpo di s. Fr. a San Damiano); onde la narrazione di I Cel. è digiuna, e quella dello Spec. è piena di vita. Rimane, dunque, di tutti i parallelismi possibili di I Cel. con lo Spec. perf., soltanto I Cel. II, 7 = Sp. p. 83, dove bisogna lealmente confessare che si ha da parte dello Spec. una perfetta dipendenza, come da fonte storica, dalla prima Vita di Tommaso da Celano. Di tal dipendenza assegneremo la causa.

3°, Abbiamo già veduto che lo Spec. perf. non racconta tutta la vita di san Francesco, ma solo alcuni fatti d’indole privata, e anche questi non li racconta in ordine cronologico, ma soltanto logico; basta all’uopo riandare i titoli dei tredici capitoli generali in cui è distinto. Epperò, lo Spec. perf. non si potrà mai dire, nel concetto dell’autore e dei lettori del suo tempo, una legenda, una Vita compiuta e continuata di san Francesco, come ne han fatte Tommaso da Celano, san Bonaventura, Giovanni da Ceperano. Lo Speculum non è in sostanza che una raccolta di materiali storici presi dal vivo. Hanno essi servito al futuro biografo accennato dai Tre compagni nella lettera a Crescenzio, cioè a Tommaso da Celano? La dimostrazione sarebbe superflua; basta scorrere la Vita Seconda del Celanese, che dipende quasi per intero dallo Spec. perf. Non occorre per ora di farne la prova, ma ne avremo le più ampie conferme nell’esame critico che faremo della Vita Seconda di Tommaso da Celano [74].

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L’esame spassionato e obiettivo, che abbiamo fatto sin qui dello Spec. perf., non può aver indotto il lettore a una conclusione definitiva; non possiamo arrestarci qui, e precorrere il ragionamento, con la semplice asserzione, che lo Spec. perf. è la vera ed unica Legenda trium sociorum. In realtà, noi abbiamo trovato nello Speculum due correnti di pensiero: l’una che fa della polemica contro i frati disertori della regola, l’altra che narra alcuni fatti, avanti ignoti, della vita di san Francesco. L’una che mostra i mali accaduti nell’Ordine, dacchè s’è voluto fabbricare grandi chiese, grandi conventi, e lusso di vesti e di cibi, e orgoglio di scienza, e superbia del vivere; l’altra che narra la vita dell’Assisiate, ponendo ogni sua cura ad autenticarne la certezza storica con le testimonianze dei Compagni del Santo. Non siamo, dunque, pervenuti ancora all’ultima conclusione, e dobbiamo proporci altre questioni: Lo Spec. perf. è opera tutto quanto dei Tre Compagni, ossia di fra Leone, che redasse la vera Leg. 3 soc.? In caso negativo, chi fu il secondo autore dello Speculum, e quando lo compilò?

Rileggo ancora una volta la dignitosa lettera con cui i Tre Compagni presentano a Crescenzio l’opera loro. Notiamo bene, sono tre frati Zelanti, che si rivolgono a un Generale favorevole ai rilassati, guardato da loro come nemico della Regola. Eppure, invano si cercherebbe in tutta la lettera un’aperta allusione alle discordie francescane; i Tre Compagni hanno sacrificato molto all’amore che portano al padre loro e al loro dovere di storici. E però, essi osano di mettersi agli ordini d’un Generale rilassato: non troppo fiduciosi di sè, interrogano, benchè forse non ne avrebbero bisoguo, altri Compagni di San Francesco, che essi credono degni di fede, anche frate Illuminato, benchè reo, dinanzi a loro, di essere stato segretario dell’aborrito Elia. Fra Leone non è più il difensore della Regola, a costo delle verghe e dell’esilio, fra Leone ora è lo storico imparziale di Francesco d’Assisi.

Imparziale, ho detto; e con lui, certo, saranno stati imparziali quanti si presentaron narratori e testimoni della vita del Santo. Ma non vuolsi esagerare. Se una perfetta imparzialità è, a mio vedere, impossibile in ogni storico, tanto più sarà stata in fra Leone e ne’ suoi compagni. Potevan essi dimenticare i mali sopravvenuti nell’Ordine per opera di frate Elia, e che Crescenzio stesso era in fondo un rilassato? E come non vedere che tutta la vita di Francesco, vero specchio di perfetta virtù per ogni Minore, era stata sempre in flagrante contradizione con tutte le aspirazioni e il vivere dei rilassati? Come tralasciare una sì bella occasione di rendere pubblica e forte testimonianza delle proprie convinzioni di zelanti, che a loro sembravano perfettamente concordi alla verità dei fatti storici? Bisogna pur credere che la leggenda dei Tre Compagni, qualunque si fosse, avesse un colorito zelante, e si narrasse i fatti da dare il torto ai rilassati.

Così concepito, lo spec. perf. onorerebbe i Tre Compagni, che lo avrebbero composto secondo le proprie convinzioni, onorerebbe Crescenzio, che, forse in omaggio alla verità, avrebbe accettato di passare al biografo dell’Ordine, stato amico di frate Elia, un’opera di frati zelanti. Ma se questo possiamo concedere per molti e molti capitoli dello Spec. perf., non è possibile ammetterlo per tutta l’opera, così com’è giunta fino a noi. Perchè lo Speculum perfectionis manifesta in più luoghi, come abbiamo accennato e meglio vedremo in seguito, uno spirito polemico contro i Conventuali, che in mano allo zelante fra Leone avrebbe suonato come un vero schiaffo al rilassato fra Crescenzio. Certo, un Crescenzio non avrebbe tollerato tanto fervore nella difesa della Regola, da osservarsi pura e semplice (cap. I), ciò che era per lui come un insulto; non avrebbe tollerato, lui che fece riconfermare da Roma la sovranità della Basilica e del Sacro Convento d’Assisi, tanti elogi che si fanno nello Speculum alla Porziuncola, rappresentata qual capo e madre unica di tutto l’Ordine. Se fra Leone avesse mandato a Crescenzio lo Speculum così com’è, ben potremmo supporre che gli effetti non sarebbero stati per quei tempi diversi da questi: prigionia di fra Leone e compagni, con relativo processo; condanna dell’opera di fra Leone, come ingiuriosa e sospetta di falsità; distruzione dello scritto di fra Leone e proibizione d’esser usato, come fonte storica, dal biografo di san Francesco, Tommaso da Celano.

Abbiamo più di quanto basta, per concludere: lo Speculum può, nella sua più gran parte, contener l’opera dei Tre Compagni, ma, così com’è, bisogna dirlo compilato più tardi per mano d’un fervido Spirituale. Quando? Come?

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Già la semplice lettura dello Speculum, anche nei capitoli che più spiccata recano l’impronta della loro originalità e antichità, ci mette in sospetto di contenere delle interpolazioni posteriori. Quando, per esempio, noi ascoltiamo san Francesco diffondersi in lunghi ragionamenti sulla Regola, sui Conventi, e simili, ci riman difficile il credere che siano tutti, nella loro presente redazione, scritti da fra Leone. Perchè da un lato sappiamo che Francesco d’Assisi non ebbe mai la parola facile e ornata, ma semplice e concisa, e che il farne un predicatore facondo sarebbe un falsarne l’immagine; e dall’altro, se a fra Leone possiamo concedere il diritto di spiegare più diffusamente, o in uno solo riassumere parlari diversi di san Francesco, non crediamo possibile che egli lo presentasse a’ contemporanei, e più di tutti a Crescenzio, come un polemista oratore, in difesa della Regola. In altri capitoli, anch’essi pieni di vivezza e di colorito, ci disturba quel reiterato appellativo di spirituali e molto spirituali [75] dato a certi frati compagni del Santo; difficilmente questo titolo si potrà credere, almeno in tutti i casi, apposto da fra Leone, mentre è invece ovvio in bocca a uno Spirituale del secolo XIV.

Le tracce d’un rifacimento dell’opera dei Tre Compagni, si fanno più chiare nello Spec. perf. laddove più si manifestano le sue tendenze polemiche, cioè dove si parla di osservanza della Regola, di perfetta povertà, di studi, e libri, e scienza, e decadenza dell’idea francescana; ma specialmente dove si rammenta la Porziuncola. Quivi è evidente l’antagonismo francescano, che dello Spec. perf. fa uno scritto di partito, là si vede la mano d’uno scrittore posteriore di diecine e diecine d’anni all’opera dei Tre Compagni.

Il cap. I narra che san Francesco riempì di confusione Elia ed i seguaci, quando gli dichiararono di non obbedire a una Regola dura ed aspra come la sua: chi non vedrebbe, e nell’indole del racconto, e nell’espressioni ond’è redatto, e nella sua corrispondenza con l’incipit, che tradisce subito lo scopo polemico, la mano d’uno scrittore ben diverso da fra Leone?

Il II Capitolo, descrivente lo spirito di povertà di san Francesco, si prestava più che mai all’anonimo Spirituale per il suo intento polemico: così, per gli argomenti trattati, si prestavano alle mire polemiche i capitoli III, IV e V, più degli altri. Però, malgrado gl’indizi in proposito, il definire nei casi speciali, dove finisce di parlare fra Leone e dove comincia lo Spirituale, è quasi impossibile, senza l’aiuto di criteri esterni. Per ora, dunque, contentiamoci d’accertare il fatto di un posteriore rifacimento dell’opera dei Tre Compagni nello Speculum, e di ricercare le tracce dell’età in cui visse il nuovo compilatore.

Da certi capitoli si rileva che noi siamo in tempi posteriori e forse già lontani da quelli di fra Leone. Dopo il cap. 71 trovasi intercalato un documento, che dicesi scritto da fra Leone e inviato all’amico fra Corrado da Offida; esso ha tutta l’apparenza di essere stato apposto agli altri capitoli, opera di fra Leone, dopo la sua morte, cioè non prima del 1270; e, certo, dopo la morte di fra Leone e de’ suoi compagni vi è stato inserito, o trasformato dallo stato anteriore, il cap. 85, ove con altissime lodi di virtù religiose si commendano i Tre Compagni, Leone, Angelo e san Rufino, con altri loro contemporanei. In altri capitoli, i tempi di san Francesco e gli immediatamente seguenti son detti antichi e trascorsi da gran tempo: il cap. 7, raccontato come il popolo di Assisi, circa 6 anni prima della morte di san Francesco, fece un decreto di restaurare, quando ne fosse di bisogno, il convento della Porziuncola, termina: et quolibet anno usque ad magnum tempus servatum fuit hoc statutum; il cap. 27, descritta la vita di penitenza dei frati al tempo di san Francesco, ha: nam primi fratres et alii qui venerant post ipsos, usque ad magnum tempus, affligebant corpora ultra modum ec.; il cap. 38, narrato un fatto avvenuto verso il 1221, nota: nam illo tempore fratres non habebant breviaria, nec multa psalteria.

Ma le tracce più evidenti della mano del compilatore, e però di un’età assai più recente del 1246, si distinguono là dove parlasi di Santa Maria della Porziuncola, il centro morale da cui gli Spirituali per tanti anni combatterono i Conventuali. Prendiamo il cap. 55, che racconta il modo con cui Francesco prese possesso della cadente e abbandonata chiesetta di Santa Maria, e che nell’indole del contesto dovrebbe mostrare soltanto l’umiltà di Francesco, di chiederla ai PP. Benedettini del Subasio a’ quali apparteneva di nome. Questo capitolo, invece, si allunga stranamente in fatti e notizie sulla Porziuncola e sulla vita che vi menavano i frati, che col contesto del capitolo e dei vicini non ha niente che vedere. Frasi come queste: volumus (i PP. Benedettini) quod locus iste (la Porziuncola) sit caput omnium vestrum (dei Minori); cognominabatur de Portiuncula, in quo praefigurabatur, quod deberet esse caput et mater pauperum fratrum Minorum; antiquitus Portiuncula dicebatur; per magnum tempus homines civitatis Assisii habuerunt devotionem magnam ad illam ecclesiam; antiquitus vocabatur sancta Maria de Angelis, quia, sicut dicitur, cantus angelici ibi saepe sunt auditi; antiqui fratres nostri fecerunt (di onorare la Porziuncola, come volle san Francesco) ec.; queste espressioni ed altre ci dimostrano a sufficienza che siamo lontani, ben lontani dai tempi di san Francesco: quei tempi son detti antichi, e Santa Maria degli Angeli è già cinta d’un nimbo di leggenda. Tale conclusione è confermata a esuberanza dai capitoli 82-84, che ritornano sullo stesso argomento. Se il cap. 82 manifesta le evidenti tracce del compilatore, i capitoli 83 e 84, che gli tengono dietro, non possono credersi che una sua interpolazione, concesso pure che siano contemporanei e non posteriori al compilatore dello Speculum; infatti, il cap. 84 è un ritmo medioevale, ivi inserito solo in grazia dell’argomento « le prerogative della Porziuncola, » e che altrettanto è naturale in mano del compilatore, quanto sarebbe stato superfluo tra i materiali storici raccolti dai Tre Compagni. E il cap. 83 non è che la nuda riproduzione di un tratto della Vita prima di Tommaso da Celano, in favore della Porziuncola; in bocca a fra Leone, dato lo scopo e il metodo dei Tre Compagni, che ormai ben conosciamo, sarebbe stato affatto fuori di senso, mentre in mano del compilatore è una lancia valorosamente ritorta contro i Conventuali ed il Sacro Convento.

Adunque, lo Spec. perf. risulta composto, per una gran parte, della vera Leg. 3 soc. scritta da fra Leone nel 1246, per l’altra, di un rifacimento posteriore di più anni, non solo a san Francesco, non solo alla Leg. 3 soc. (1246), ma anche alla morte dei Tre Compagni. Con ciò noi siamo arrivati alla fine del sec. XIII o al principio del XIV. Non potremmo proceder oltre alla determinazione della data precisa dello Speculum, senza argomenti positivi.

In generale, i codici contenenti la leggenda non portano alcuna data dell’età della sua compilazione. È celebre, però, dopo gli studi di Paolo Sabatier, l’explicit del cod. Mazarino di Parigi 1743, secondo il quale lo Speculum sarebbe actum in sacro sancto loco sanctae Mariae de Portiuncula et completum V° ydus may, anno domini M° CC°XXVIII, stile pisano, cioè l’undici maggio 1227. Ma per quanto rispetto si debba avere ai dati positivi dei codici, sian pure strani, e per quanto sia pericoloso il credere facilmente, in simili casi, a errori o invenzioni, in nessun modo la composizione dello Spec. perf. potrà credersi del 1227.

Il medesimo Sabatier, benchè abbia sostenuto la perfetta esattezza di questa data, è costretto più volte dall’evidenza dei fatti, ad ammettere che l’opera di Fra Leone, scritta nel 1227, andasse poi soggetta, per mano dell’autore stesso, ad aggiunte, correzioni ec. E, del resto, basta leggere, per es., il cap. 43, dove si parla di san Domenico, per concludere che non potè essere scritto prima del 1236 ; basta leggere il cap. 107, ov’è narrata la morte di Bernardo da Quintavalle, per concludere che non potè essere scritto avanti il 1240. E mentre nulla si presenta nel libro che debba dirsi scritto nel 1227, vi son certamente delle pagine che appartengono alla fine del sec. XIII o al principio del XIV.

Le conclusioni della critica interna non potrebbero avanzare più oltre, se non venisse in buon punto il mio codice a togliere ogni dubbio col suo explicit già riferito, ed uguale a quello del Mazarino, meno nell’anno che porta : M°CCC°XVIII. Adunque, la lezione del Mazarino non era che un errore di lettura, forse nato dall’anno poco sopra scritto della morte di san Francesco M.CC. XXVII, che nel nostro (stile fiorentino) è invece M.CC.XXVI [76]. Ben venga, dunque, la tanto desiderata conferma dell’età dello Speculum; io accetto con ogni responsabilità [77] la data del mio codice: undici maggio 1318.

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Stabilito che lo Speculum perfectionis contiene in gran parte l’opera dei Tre Compagni, eppure fu compilato così com’è nel 1318, si potrebbe ancora chiedere, se il compilatore estese l’opera sua fino alla trasformazione dell’opera dei Tre Compagni dal suo primiero stato, oppure si limitò a trasposizioni ed aggiunte. In una parola, il titolo e la presente disposizione dei capitoli dello Spec. perf. proviene dai Tre Compagni, o dal compilatore del 1318 ? Di per sè, la risposta esige confronti estrinseci, che ora non voglio fare; ma se anche ci restringiamo alla critica interna, nulla vieta il credere che il titolo e la generica divisione in capitoli provenga dagli stessi Tre Compagni. È presumibile che i Tre Compagni, se anche neglessero l’ordine cronologico (continuatam historiam non sequentes), seguissero un ordine logico, e raggruppassero in modo conveniente gli svariati fatti e insegnamenti di san Francesco, da loro raccolti. Quest’ordine logico può esser benissimo quello stesso dello Speculum [78]. E può anch’essere che il titolo « Speculum perfectionis » provenga dai Tre Compagni, che vollero così nominare la raccolta di quei fatti che mostravano in Francesco d’Assisi il vivo modello su cui doveva esemplarsi chiunque volesse vivere da vero Minore. Dal canto suo, tanto l’incipit che l’explicit del mio codice è redatto in modo, da potervi ancora distinguere la duplice mano di fra Leone e del compilatore [79]. L’incipit è come doppio; il vero incipit è il secondo: Incipit speculum perfectionis ec. a cui corrisponde l’explicit spec. perf. status fratris Minoris e qui si vede la mano di fra Leone. Invece nella prima parte dell’incipit: Istud opus compilatum est per modum legendae ex quibusdam antiquis [rebus, documentis] etc..., a cui corrisponde la seconda dell’explicit: In quo scilicet vocationis etc, si riscontra l’opera del compilatore del 1318.

Ora, dopo che al lume di una critica obiettiva, fatta senza alcun riguardo a motivi estrinseci, abbiamo trovato che la vecchia Leg. 3 soc. non è l’opera dei Tre compagni, e che l’opera dei Tre compagni è invece lo Spec. perf. rifatto da uno Spirituale nel 1318, il nostro compito non è finito. Per giudicare del valore positivo della critica, fa d’uopo esaminare, indipendentemente da essa, le testimonianze estrinseche della tradizione. Per terminare la critica della Legenda trium sociorum, bisogna rifar la storia della sua tradizione negli scrittori antichi che la conobbero e citarono.

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Ma prima di lasciare l’amabilissimo Speculum, così rivendicato ai Tre Compagni, non posso astenermi da rivolgere uno sguardo di compiacenza a quel Cantico di frate sole, che, demolito più volte dalla critica [80], risorge ora più che mai luminoso, in tutto lo splendore della sua intangibile autenticità. Il Cantico di frate sole è la gemma che adorna l’anello d’oro dei Tre compagni; accennato e illustrato a più riprese, nel cap. 100 quando prima san Francesco lo compose a San Damiano [81], nel 101 e nel 123, quando vi fece le aggiunte che mostrano il grande affetto che Francesco gli portava [82], esso riluce, fulgentissimo solitario, nel cap. 120, ove ci è dato per intero. Nulla può far dubitare che sia fattura del compilatore o d’altro oscuro poeta del sec. XIII; che il Cantico non ci arriva nello Speculum isolato e inatteso, ma intimamente congiunto all’opera e alla testimonianza dei Tre Compagni, superiori ad ogni eccezione. Trattandosi, perciò, di un così prezioso documento d’antichissima poesia italiana, son certo di far cosa grata ai lettori, riportandolo qui secondo la lezione del mio codice, che per importanza critica apparisce di straordinario valore.

Altissimo, omnipotente, bon gignore [83],

tue son le laude, la gloria,

e l’onore et omne benedictione.

Ad te solo se confanno,

e nullo homo è digno de [84] mentovare.

Laudato sij, meo segnore - cun tutte le tue creature,

Specialemente messer lu fratre [85] Sole,

lo quale iorna, et alumini nuy per luy.

Et ello è bello e radiante cun gran splendore.

De ti altissimo porta significatione.

Laudato sij, meo segnore, per fratre vento,

e per aere, e nubilo e sereno, et omne tempo;

per le quale ala tue creature day sostentamento.

Laudato sij, meo segnore, per soror aqua,

La qual’è molto utele, et humele - e preciosa e casta.

Laudato sij, meo segnore, per fratre foco,

per lo qual tu allumini la nocte;

Et ello è bello, e robustissimo e forte.

Laudato sij, meo segnore, - per soror nostra matre terra,

la quale ne sostenta e governa:

Et produci [86] diversi frutti, - e colorati fiori et herba.

Laudato sij, meo segnore,

per quilli ke perdona per lo to amore,

e sosten enfermitate e tribulatione.

Beati quilli ke le sosterranno in pace,

que de ti altissimo seranno incoronati.

Laudato sij, meo segnore,

per soror nostra morte corporale,

De la quale nullo homo pò scampare :

Guay a quilli qui more [87] in peccato mortale ;

Beati quilli que se trova - en la tua sanctissime voluntade,

Ke la morte segonda - non li porrà [88] far male.

Laudate e benediciti meo segnore [89],

E rengraciati e servite a luy cun grande bumilitate.

5. — La « Legenda trium sociorum » nella tradizione storica.

Si deve ai Bollandisti la sanzione di quel titulus sine re, che è la Legenda trium sociorum. Ma in verità essi trovarono bell’e formata una solida tradizione in proposito; ed anzi, a loro scusa ed onore, fa d’uopo confessare che una tale conferma dell’antico errore fu dovuta a un lacrimevole caso.

È noto, infatti, che all’erudito P. Stilting fu dato l’incarico di redigere i materiali e la storia di san Francesco d’Assisi. Il dotto Bollandista, dice Paolo Sabatier [90], aveva realmente consacrato una parte de’ suoi studi alla critica dello Speculum vitae sancti Francisci e specialmente allo Speculum perfectionis quivi riprodotto in gran parte; segno che lo Speculum era presso il P. Stilting degnissimo di considerazione. Ma disgraziatamente egli morì prima di potere stendere la narrazione per gli Acta Sanctorum, con i documenti e le discussioni critiche; e il P. Costantino Suysken, chiamato d’urgenza a succedergli nel grande lavoro, s’intricò nel labirinto delle leggende francescane: ond’è naturale, che nell’incertezza delle tradizioni e nella fretta del comporre, egli abbia preferito le opinioni correnti al suo tempo, senza afferrarne bene la ragione critica. E il torto del P. Suysken, fu, bene osserva il Sabatier [91], di considerare lo Speculum vitae come un’opera sola, invece che una raccolta di più opere di tempi diversi. Ma se pure egli avesse preso in considerazione le parole dello Spoelberch, editore dello Speculum [92], non si sarebbe poi trovato in tanta incertezza e confusione di idee, nel riconoscere le fonti storiche del grande Annalista dei Minori, Luca Wadding.

Il Wadding cita spesso la Legenda trium sociorum. Con essa egli indica talvolta, senza dubbio, la leggenda bollandista: per es., egli racconta la vocazione di Bernardo da Quintavalle [93], della quale non si fa parola nello Speculum perfectionis, dalla Leg. 3 soc. e dalla Prima Vita di Tommaso da Celano: « ut habent legendae sociorum et Gregorii IX »; racconta l’ingresso di fra Silvestro nell’Ordine [94], neanche nominato dallo Spec. perf., sulla fede della Leg. 3 soc.: « Ita conversum commemorant tres socii in sua legenda etc. ».

Ma non di rado il Wadding indica la Legenda trium sociorum per narrazioni che si leggono esclusivamente nello Speculum perfectionis. Così dello Spec. perf. egli cita col nome di « Leg. 3 soc. » i capp. 6, 7, 43, 64, 97, 123 [95]. Il P. Suysken, quando gli occorrono siffatte inopportune citazioni della Leg. 3 soc. si limita a riconoscere che non si ha traccia del fatto in quella da lui pubblicata [96], e che il Wadding, il sommo ed autorevole Wadding, cita con errore e di seconda mano affidandosi a precedenti Cronisti, specialmente a fra Mariano da Firenze: ma pure, una volta l’evidenza dei fatti leva di bocca al Bollandista la confessione preziosa: « Omnino oportet Waddingum habuisse legendam trium sociorum.... diversam a nostra » [97].

I PP. Da Civezza e Domenichelli hanno creduto [98] che il Wadding citasse la Leg. 3 soc. nella sua “integrità”, e da ciò provenisse la discordanza delle citazioni sue con la “frammentaria” leggenda bollandista. Ma tale supposto è privo di qualsiasi fondamento, per la semplice ragione che il Wadding cita la Leg. 3 soc. riportando fatti e parole che si riscontrano soltanto nello Speculum perfectionis, così ne cita per es, i capp. 16, 27, 55, dei quali indarno si cercherebbe traccia nella Leg. 3 soc. “integra” pubblicata dai due Minoriti [99].

Adunque, il Wadding ha dato il titolo di Legenda trium sociorum, a due opere distinte: la Legenda bollandista e lo Speculum perfectionis. Egli le credette ambedue opera dei Tre Compagni, ne usufruì con nome uguale, nè mai pensò di secernere una falsa Leg. 3 soc. dall’altra vera che è lo Spec. perf. Vediamo ora quali fossero in proposito le credenze dei Cronisti francescani che precedettero il Wadding, e dei quali egli pure largamente si valse.

Le Croniche di Marco da Lisbona [100] rappresentano bene la tradizione francescana nella prima metà del sec. XVI. Nella prefazione, lo scrittore enumera così le fonti ond’egli si è servito: « Leggenda di F. Leone, F. Angelo, F. Ruffino, tutti tre compagni di S. Francesco; Leggenda di F. Tomaso da Cellano; Leggenda di F. Leonardo da Bessa; Leggenda maggiore et minore di S. Buonauentura; Fioretto de’Frati di S. Francesco et compagni etc. » [101]. Nel decorso della vita di san Francesco le citazioni sono omesse, e solo in margine si rammenta di preferenza « S. Buonauentura » o il « Fioretto ».

Che il frate Lisbonese conosca la Legenda bollandista, apparisce sin da’ primi capitoli, ove pur citando san « Buonauentura », segue spesso l’ordine della Leg. 3 soc. e ne riproduce i racconti; e che sia questa per fra Marco l’unica Leg. 3 soc. è pure evidente, poichè l’altra che sola può competere con essa, cioè lo Spec. perf., è da lui usufruita sino alla lettera e citata col nome di « Fioretto » [102]. Si noti, però, che il Fioretto di fra Marco, oltre lo Spec. perf., contiene altri Acta sociorum sancti Francisci, ed è quindi una compilazione posteriore all’origine dello stesso Speculum.

La Cronaca di fra Mariano da Firenze ha reso grandi e continui servigi al P. Wadding, e da lei certo trarrebbero molta luce gli studî francescani. Era già serbata con gelosa cura nel convento d’Ognissanti [103], ma portata via d’Italia al tempo del primo Napoleone, e smarrita, non si è potuta ritrovare [104]. Dalle citazioni del Wadding apparirebbe che da Mariano egli apprendesse pure a considerare lo Speculum come Opera dei Tre Compagni: non è chiaro però che Mariano sapesse lo Spec. perf. esser l’unica Leg. 3 soc. anzi da alcuni passi degli Annales si rileverebbe il contrario [105].

Checchè ne sia, non ci fermeremo troppo sulla tradizione dei secoli XVI e XV [106], mentre la tradizione storica della Leg. 3 soc. bollandista era bell’e formata e solida fin nella seconda metà del sec. XIV; di che rende testimonianza Bartolommeo da Pisa nella sua grave compilazione delle Conformitates [107].

Il frate Pisano conosce una sola Legenda trium sociorum, quella edita dai Bollandisti [108] , e ne usufruisce tanto, che dalle sue citazioni si potrebbe quasi per intero riprodurla. Il più delle volte non la nomina apertamente; però, dove cita la Legenda trium sociorum, non vuol mai dire lo Spec. perf., ma sempre e sola la Legenda bollandista.

I PP. Da Civezza e Domenichelli hanno voluto nelle Conformitates trovare un’altra conferma della loro “integra” Leggenda, allorchè il Pisano, rammentata la Leg. 3 soc. e riferito un tratto della leggenda bollandista, prosegue con qualche passo dello Spec. perf. Da ciò concludono i dotti Padri, che anche il Pisano, del pari che Wadding, conobbe la Legenda trium sociorum “integra” e come tale la citò [109]. Ma un simile argomento non sarà preso sul serio, che da chi non conosca l’opera del Pisano. Poichè le Conformitates sono una compilazione indigesta di passi e pagine di antiche leggende francescane, senza alcun metodo critico, tanto per mostrare, bene o male, la perfetta conformità di san Francesco a Gesù Cristo. Epperò si trovano spesso materialmente uniti, senz’alcuna distinzione, passi di fonti diverse, talora citate, sovente neppure accennate. Il trarre argomento per l’“integrità” della nuova Leg. 3 soc. dal materiale accozzo di quella bollandista con lo Spec. perf., non mostra che la buona fede dei due Minoriti nella mala causa assunta da loro a difendere. Le Conformitates citano lo Speculum perfectionis, ma bensì con questo titolo [110] e non come Leg. 3 soc.: più spesso ancora lo citano col nome di Legenda antiqua [111], ben distinta dalla leggenda Prima e Seconda « fratris Thome » [112].

La Cronaca dei XXIV Generali, di poco anteriore allo zelante Pisano, chiama invece col nome di Legenda antiqua la Vita seconda del Celanese. Ma, tranne la narrazione ch’essa fa dell’origine storica della Leg. 3 soc. tolta senza dubbio dalla lettera dei Tre compagni a Crescenzio, questa leggenda non vi è mai citata, nè si potrebbe stabilire con certezza l’opinione dell’autore in proposito [113]. Del resto la Cronaca manca affatto di critica, del pari che le Conformitates, e ridonda di tradizioni leggendarie.

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Con la Cronaca dei XXIV Generali cessa ogni tradizione storica di una « Legenda trium sociorum ». In luogo suo trovansi citati, invece, alcuni scritti dei compagni di san Francesco, secondo che ne fa testimonianza lo zelante Alvaro Pelagio nell’opera De Pianeta Ecclesiae, scritta in Avignone, essendo Papa Giovanni XXII, circa il 1330. Maestro Alvaro conosce la Legenda antiqua di Tommaso da Celano [114], e conosce poi certi scritti dei Compagni di san Francesco, e li cita [115], dove parla intorno alla regola e alla professione di povertà dei Minori.

« Sicut scripserunt socii sui, vita et miraculis corusci, nolebat [Franciscus] locum a fratribus recipi, nisi proprium haberet patronum, cuius nomine locus a fratribus teneretur. Semel audiens quod quidam frater dicebat quod veniebat de cella fratris francisci, amplius ipse illam cellam propter propositionem non intravit [116]. Transiens per Bononiam, audiens domum fratrum, in eam ingressus non est, quin insuper mandavit fratribus, quod de ea exirent; unde qui hec scripsit testimonium perhibet, quod de ea infirmus exivit, quousque dominus Hugo cardinalis legatus ibidem publice predica vit quod dominus (sic!) illa, in qua fratres habitabant, non erat fratrum sed ecclesie romane, et tunc fratres redierunt ad eam [117]. Quando etiam sibi aliquid dabatur ab aliquo ad usum suum, a dante semper petebat licentiam, quod rem illam posset magis egenti donare [118]; et nedum in profanis, sed etiam in rebus ecclesiasticis observabat, nolens in eis proprietatem aliquam habere. Unde quia ecclesiam sancte Marie de Angelis concessit Abbas sancti Benedicti de monte subasio cum suis monachis beato francisco, ad faciendum ibi caput ordinis sui; omni anno sanctus franciscus mittebat sibi fiscellam plenam pisciculis qui vocantur lasque, in signum tributi, et quod dominium ecclesie erat abbatis et non fratrum. Et dominus abbas, videns tantam expropriationem fratrum, mittebat eis vasculum plenum oleo [119]. Qua de re sanctus franciscus in testamento suo, spiritus et non carnis, quod ipse fecit, mandavit fratribus, quod in domibus et locis ubi fratres manebant, tamquam advene et peregrini manerent; nullum ibi plus quam in domibus secularium dominium vendicantes [120]. Nec volebat quod fratres expulsi de loco querimoniam proponerent contra quemquam, sed persecutionem pacifice sustinentes ad loca alia se transferrent » [121].

Una tal citazione, complessiva ed esclusiva dello Speculum perfectionis, dimostra abbastanza, che al tempo di Maestro Alvaro non si conosceva altra opera dei Tre Compagni, che lo Speculum.

L’età di frate Alvaro è pur quella delle grandi lotte francescane sulla Regola e lo spirito di povertà: lotte, non di sole parole, ma di violenze e di sangue, fra i Conventuali da un lato, e gli Spirituali, i Fraticelli, i Beghini dall’altro. E sono gli anni in che vien posta una cura speciale alle fonti, biografiche di san Francesco, perchè dall’indole e dall’esempio del Santo meglio potevasi intendere il vero spirito della Regola. E appunto in quell’epoca si riscontra, presso i più celebri rappresentanti del pensiero degli Spirituali, come Ubertino da Casale, Angelo Clareno, Pier Giovanni Olivi, l’appello a certi scritti di fra Leone, l’amico e confessore del Santo.

Con Ubertino da Casale si esce dal ciclo della francescana tradizione, per entrare in quello della viva parola. Le leggende, vivi ancora i testimoni e narratori della vita del Santo, sono conosciute e citate dai frati, piuttosto in vessillo d’un’idea, che per notizia biografica del Padre comune. Si direbbe che Ubertino, per es., non conosca di san Francesco che una leggenda sola. « Nam et in legenda dicitur, quod in hoc singulariter suus [Francisci] offendebatur aspectus, si quid in fratribus videret, quod pauperiati non per omnia consonaret; docebat fratres ut pauperum more pauperculas casas erigerent, quas non habitarent ut proprias, sed ut peregrini et advene alienas; hoc est dictu, quod volentibus eos inde expellere, nullo jure suo vel alieno, nulla proprietate, nulla astucia, nulla more dilatione (!) resisterent, sed tamquam penitus aliena dimitterent, cum plena domini confidentia, arbitrantes per spiritum sanctum ad loca alia, suis occultis instinctibus, etiam persequentium rabiem (!) se vocari etc. ». E ancora: « Dicitur in legenda patris, quod mandabat domos erectas dirui, aut fratres exinde amoveri, si quid in eis perciperet, quod ratione appropriationis vel sumptuum, contrarium esset evangelice paupertati; hanc dicebat sui ordinis fundamentum etc. » [122]. Già la pagina di Maestro Alvaro ci rivela che leggenda sia questa ; è la “leggenda” di Ubertino per eccellenza, non quella di san Bonaventura, nè le altre di Tommaso da Celano, bensì lo Spec. perf., opera dei Tre Compagni. Tuttavia, nel citarla esplicitamente, Ubertino non reca i titoli di « Leg. 3 soc. » nè di « spec. perf. », ma indica semplicemente l’opera « di frate Leone ». « Qualis fuerit intentio francisci in paupertate servanda, ipse ostendit cum fratre Eicherio de Marchia....  de paupertate querenti; respondit.... pater sanctus: que verba cum suo latino hic interpono, sicut sanctus pater socius beati francisci multum continuus, frater leo manu sua conscripsit etc. ». Riporta testualmente, dal cap. secondo in poi, vari tratti dello Spec. perf., e conchiude: « hucusque verba sancti leonis » [123].

Oltre all’opera di fra Leone, Ubertino conosce varie tradizioni leoniane sulla vita di san Francesco, ma di esse non ha un documento scritto: gli furono raccontate dall’amico fra Corrado da Offida, intimo di fra Leone. Però, di alcune, come di quella su la composizione della Regola, esistono documenti scritti da fra Leone in certi rotoletti (rotuli) di pergamena da lui lasciati, morendo, presso le dilette Sorelle di San Damiano. Non sa precisamente Ubertino, se tuttora esiste il rotulus, che racconta la composizione della Regola, ma ciò non invalida la certezza del fatto [124].

Ubertino citò fra Leone anche nelle apologie personali, dovute fare nel processo apertogli contro in Avignone nel 1311 nella sua famosa Responsio [125] disse che certe tradizioni di san Francesco furono scritte da fra Leone in rotoli separati, dei quali alcuni possiede, ed altre, per ordine di san Francesco stesso, in un vero e proprio libro conservato nell’Archivio del Sacro Convento. Prendiamo nota di queste preziose dichiarazioni e consultiamo coloro che personalmente conobbero frate Leone.

Angelo Clareno, l’autore [126] della famosa Cronaca delle tribolazioni sostenute dall’Ordine dei Minori Zelanti o Spirituali, durante i generalati d’uomini loro avversari, come Elia, Bonaventura, Matteo d’Acquasparta, non parla neanche lui di Leg. 3 soc. o di Spec. perf., ma semplicemente di un’opera « di fra Leone » sulla vita di san Francesco; ed egli, anzi, la enumera tra le « quattro » celebri leggende che narrano le gesta del Santo [127]. Nel decorso dell’opera, il fervido Spirituale, non suol citare che fra Leone, come quello che è concorde alle opinioni e sentimenti suoi propri. Racconta più volte dei fatti « teste fratre Leone », o inserisce detti di san Francesco « sicut frater Leo refert » ; e la citazione stessa è per lui la prova storica della buona causa difesa da tutti gli Spirituali. Non si direbbe che citi sempre lo Spec. perf., ma in vari casi è fuor di dubbio [128]; talvolta, anche se racconta gli stessi fatti dello Speculum, vi aggiunge notizie inedite, che si direbbe aver egli raccolto dalla viva parola di Leone, o d’altri compagni del Santo [129].

Allo stesso modo cita alcune cedole di fra Leone, nella sua Dichiarazione della Regola [130], Pier Giovanni Olivi, il noto capo del movimento francescano, che incominciò nella seconda metà del sec. XIII con gli Spirituali, si affermò negli eremiti Celestini, e cadde poi miseramente nei Fraticelli e nei Beghini, verso la metà del sec. XIV.

Finalmente, Francesco da Fabriano, nelle Cronache citate dal Wadding [131], narra che nel 1267 entrò nell’Ordine, e recatosi alla Porziuncola per l’Indulgenza del 2 agosto, vi conobbe fra Leone e con lui parlò di san Francesco; cita quindi l’opera di fra Leone - certo quella che fu poi lo Speculum perf. - dicendo: « ex dictis fratris Leonis, unius de sociis sancti Francisci, quem scilicet fratrem Leonem ego vidi, et scripta eius legi quae recollegit de dictis et vita sanctissimi patris nostri Francisci ». Qui abbiamo fra Leone ricongiunto ai Compagni nell’opera biografica sull’Assisiate.

Però, notiamo bene, siffatte testimonianze, per quanto vere e irrefragabili, provengono dagli amici di fra Leone, tutti nel novero degli zelanti, e vissuti presso di lui nell’Umbria, nella Marca, o in Toscana. Invece i Cronisti contemporanei, ma di fra Leone avversari, come Bernardo da Bessa, o che lo conobbero appena, come fra Salimbene [132], o che personalmente neppur lo conobbero, come l’Eccleston, Giordano da Giano e Vincenzo di Beauvais [133] mai non citano, nè sembrano aver conoscenza di un’opera « di fra Leone », e meno che mai di una « Legenda trium sociorum ».

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Risaliti così fino ai tempi di frate Francesco, noi possiamo ben ricostruire, secondo che l’abbiamo intravista, la storia critica della « Legenda trium sociorum ».

Sin quando visse Francesco, fra Leone, amico del cuor suo, era, si licet parva..., lo storiografo dell’Ordine. Ognuno rammenta la graziosa narrazione dei Fioretti [134], ove san Francesco ordina a Leone di registrare per iscritto qual sia la « vera letizia », cioè un pensiero che servirà all’edificazione spirituale dell’Ordine; e Ubertino da Casale ricorda un vero libro composto così da fra Leone e conservato a’ suoi tempi - chiuso in un banco - dai Conventuali d’Assisi. Ma fra Leone si dava anche premura di scrivere in foglietti volanti, come esigeva la sua povertà francescana, i detti fatti del Santo che più gli sembravano degni di memoria; una raccolta di rotoli, di cui fra Leone faceva talvolta partecipi gl’intimi, per es. Corrado da Offida [135].

Quando Gregorio IX canonizzò san Francesco, sarebbe toccato solo a fra Leone, di narrare la vita del Santo; ma Elia suo fiero nemico gli fece preferire Tommaso da Celano, buon retorico e amico suo. È credibile, però, che fra Leone, con gli amici addolorati per tanta decadenza dell’idea francescana, continuasse a trascegliere qua e là detti o fatti del Santo, e li divulgasse in sostegno dell’antico ideale. Ecco, dunque, formata in seno ai Minori una duplice corrente di pensiero; l’ufficiale e pubblica, narrante la vita di Francesco per bocca del Celanese, l’altra, privata e dirò inedita, per bocca di Leone, a rappresentare gli zelanti.

Allorchè fu eletto al generalato Crescenzio, era desiderio comune, che di molti nuovi miracoli del Santo, venuti a conoscenza, e non registrati dalla Leggenda del Celanese, si facesse una relazione ufficiale, a compimento della Vita Prima a tutti nota e familiare: e il Capitolo dei Frati ordinò ai Minori di contribuire a quest’opera, presentando al Generale i materiali da loro conosciuti e redatti. Fra Leone e i Compagni non si lasciarono sfuggire occasione tanto propizia a propagare le loro idee di zelanti, col render pubblici i documenti ch’essi avevano raccolti sulla vita di san Francesco; e ne offrirono a Crescenzio una scelta, un piccolo Fioreto dei più degni, e che meno potessero offendere le opinioni del Generale; e glieli presentarono con la nobile e savia lettera che ben conosciamo. Gli Zelanti erano allora potentissimi, ed è naturale che Crescenzio, loro avversario, non si potesse esimere dall’accettare e trasferire al Celanese i materiali storici contenuti nel manoscritto inviatogli da Greccio. L’opera dei Tre Compagni, in realtà di fra Leone, non era destinata alla pubblicità, ma solo per materiale storico alla Seconda Vita di Tommaso da Celano. Ciò nonostante, è troppo naturale, che tra gli amici di fra Leone circolasse, insieme coi rotuli, qualche copia di quest’opera [136], munita o no della lettera a Crescenzio, nota col titolo di « Speculum perfectionis, » od anche sotto l’altro generico di Floretum, che Leone forse dava a tutta la sua raccolta, nome così gentile, ch’io lo vorrei derivato dal genio di frate Francesco.

Intanto, si accendevano le funeste discordie; i Minori ogni dì più si partivano in due campi di battaglia, e, smarrito il bel nome antico, assumevano il nuovo e triste di Conventuali e di Spirituali. Varie e lacrimevoli furono le vicende e le alterne persecuzioni, a seconda che gli uni o gli altri acquistavano o perdevan favore presso la Curia Romana e riuscivano ad eleggere Generale dell’Ordine qualcuno dei loro. Dopo san Bonaventura, che governò con l’energia d’un guerriero e la prudenza d’un santo, i tempi corsero ognor più difficili, e i generalati di Bonagrazia da Bergamo, di Arlotto da Prato, di Matteo d’Acquasparta si segnalarono per le tribolazioni e le spietate persecuzioni contro i poveri Zelanti, figli essi pure dell’umile Francesco. E allora non rimaneva agli Spirituali che la forza del diritto; ed ai Conventuali, noncuranti delle antiche tradizioni e intenti a raccogliere privilegi e ricchezze, essi mostravano la Regola, il testamento, le lettere, le esortazioni, fin le preghiere di san Francesco, del cui pensiero e spirito eran essi gli interpreti e i seguaci: mostravano gli scritti di fra Leone, venerato sino dagli avversari, che narrava come il Poverello intendesse e esercitasse in pratica la Regola. Ed è credibile, che già nel sec. XIII tra gli Spirituali circolassero antologie così fatte degli scritti di san Francesco, ed esemplari dello Speculum perfectionis, o di tutto il Floretum di fra Leone, nonchè alcun’altra leggenda, o nuovi documenti necessari alla propaganda del partito: scritti improntati tutti a queste lotte meschine e grandi a un tempo [137].

Gli Spirituali sembrarono aver la vittoria, quando, assunto al pontificato Celestino V, fu eletto generale dell’Ordine uno di loro, Raimondo Gauffridi. Ma dopo il « gran rifiuto, » eletto papa Bonifacio VIII, il Gauffrido fu deposto, e in sua vece eletto Giovanni di Murro, loro ardente avversario. La tempesta ricominciò più fiera, nè per lunghi anni gli Spirituali rimisero del primo fervore. Malgrado, però, l’agitazione e le apologie dei loro grandi rappresentanti, Pier Giovanni Olivi e Ubertino da Casale, i Conventuali trionfarono; e papa Giovanni XXII, con la bolla Gloriosam Ecclesiam del 23 gennaio 1318, condannò chi professava le dottrine degli Spirituali sul valore della Regola francescana e sulla povertà [138]. Gran parte dei Minori si sottomise al decreto. Molti Spirituali, invece, specialmente in Toscana ed in Francia, preferirono i tormenti e la morte, e qualcuno suggellò col sangue la santità della Regola, esaltata alla pari del Vangelo [139]. E qualche mese dopo l’apparizione della Bolla, cioè l’undici maggio, da Santa Maria della Porziuncola usciva in luce lo Speculum perfectionis. Fu, a lato alla protesta del sangue, una protesta della penna? Tale apparisce.

Purtroppo, nessun manoscritto dello Spec. perf. ci è giunto dalla prima metà del sec. XIV; esso ci avrebbe rivelato le precise circostanze della sua pubblicazione, e ci avrebbe dato la chiave a risolver l’enigma della Leg. 3 soc. Ciò nondimeno, il codice d’Ognissanti, della seconda metà del secolo, rappresenta, - a confronto degli altri, posteriori al sec. XIV - l’anello medio tra lo Speculum del 1318 e quello del sec. XV, e ci dà gli elementi a ricomporre l’origine storica della Leg. 3 soc.

Tre desideri ebbero sempre gli Zelanti : 1.° osservare la Regola pura e semplice ; 2.° mostrare la vera interpretazione della Regola nell’opera di fra Leone, specialmente nello Spec. perf. accettato da Crescenzio, e come a dire sanzionato da tutto l’Ordine; 3.° sostenere intatti i privilegi spirituali della Porziuncola, capo e madre dell’Ordine, e arricchita della famosa indulgenza del « Perdono d’Assisi ». - Era quindi ben naturale che di tra loro uscisse un libro che solennemente li confermasse tutti e tre. Esistevano già, come abbiamo accennato, piccole raccolte di scritti di san Francesco, primo di tutti la Regola; esisteva lo Speculum il Floretum di fra Leone, e, senza dubbio, anche una piccola raccolta di documenti tendenti a provare la verità dell’Indulgenza, impugnata da antico, per mancanza di una relativa Bolla di Roma [140]. Ma questo libro, questo codice della vita spirituale, che doveva tener acceso il fervore degli Zelanti, venne, io credo, da Santa Maria della Porziuncola l’undici maggio 1318, la dimane della Bolla di Giovanni XXII. L’editore unì gli scritti di san Francesco, diligentemente scelti; vi aggiunse la definitiva edizione dello Speculum perfectionis, togliendo e aggiungendo qualche tratto che meglio convenisse ai tempi presenti. Allo Speculum unì, per riverenza agli scrittori, la lettera dei Tre Compagni [141], separata dal resto, e la raccoltina di documenti storici sull’indulgenza della Porziuncola. Un libro così rispondente ai bisogni del suo tempo, è naturale si moltiplicasse tosto in numerosi esemplari, specialmente in Toscana, in Francia e nelle Fiandre. E con questo è indubitabile che il libro stesso, di natura sua così disparato, subisse i cambiamenti e le aggiunte, che ai privati scrittori sembravano più convenienti. Non vorrei credere, benchè può darsi, che l’edizione porziuncolana dello Spec. perf. recasse congiunta insieme quell’altra leggenda che poi fu la Leg. 3 soc. Ma era naturale vi fosse tosto inserita da altri, che in quella amavano le narrazioni riguardanti la Porziuncola e la vita fervorosa degli antichi frati, e vi tolleravano le lodi a Gregorio IX, e la menzione di una Bolla, che dichiarava capo dell’Ordine la Basilica del Sacro Convento. La collocazione della nuova leggenda doveva ben essere dopo lo Spec. perf. e dopo la lettera dei Tre Compagni, ad esso intimamente congiunta. Senza dubbio la Legenda ebbe un prologo, ma in breve scomparve [142]. Così dopo qualche diecina d’anni si scrissero dei codici che recavano, dopo lo Spec. perf., unite insieme la lettera dei Tre Compagni e la nuova Legenda; la ingenuità dei trascrittori vi aggiunse la facile rubrica, che ora la precede; la mancanza di senso critico fece sì, che già verso la metà del sec. XIV si ebbe la Legenda trium sociorum, che noi troviamo accettata a chiusi occhi da Bartolomeo da Pisa, letta in codici simili a quello d’Ognissanti. Il codice d’Ognissanti, in particolare, rappresenta meglio quel tipo che dovè essere molto comune fra gli Spirituali prima della metà del secolo. L’indole dei documenti raccolti, la loro disposizione, la forma dei vari incipit ed explicit, tutto vi dimostra l’immagine del partito a cui serve, e per cui è stato creato. Esso è quindi l’anello di congiunzione fra il tipo antico e il moderno dei codici miscellanei francescani.

Alla fine del sec. XIV la tempesta è calmata; e le discordie finiscono con una conciliazione onorevole tra i Conventuali e gli Osservanti [143]. D’allora in poi si tende a fare sparire dall’Ordine sin le tracce dei funesti dissidi; le Miscellanee francescane antiche vengono sequestrate e distrutte, e le nuove vanno perdendo ognor più il loro carattere partigiano, per rimanere semplici raccolte di venerati documenti; e son tali i codici del sec. XV [144]. Di essi, alcuni si restringono a riprodurre, per edificazione spirituale, gli opuscoli di san Francesco, specialmente la Regola con le sue più autorevoli interpretazioni [145]. Altri danno la preferenza ai documenti storici, come il Mazarino 1743 e il Polignate, nei quali spicca tuttora la duplice leggenda Spec. perf. e Leg. 3 soc. ma confusa in mezzo a vari documenti. Altri rappresentano ancora più al vivo lo spegnersi della vera tradizione intorno allo Speculum, i quali a disegno prepongono a questo la falsa Legenda trium sociorum; tali il Leodiense e il Bolognese. Tutti, poi, danno agli opuscoli di san Francesco, isolati dalla Regola, un’importanza affatto secondaria.

L’ultimo svolgimento della tradizione intorno alla Leg. 3 soc. è rappresentato dal codice, del resto incognito, onde fu tratta la versione dell’« integra » Leg. 3 soc. pubblicata dai PP. Da Civezza e Domenichelli. Non v’è dubbio, a giudicare dai caratteri interni della predetta versione [146], che si tratti d’una compilazione del sec. XV. L’anonimo autore credè, come i suoi contemporanei e come più tardi il Wadding, che ambedue le leggende fossero dei Tre Compagni; trovò preferita e per lui preferibile allo Spec. perf. l’altra esplicita Leg. 3 soc. e dovè sembrargli opera degna d’encomio il fonderle ambedue per guisa da farne una sola. Forse incitò al lavoro questo Spirituale in ritardo, anche il desiderio di togliere dalla Leg. 3 soc. i due ultimi tediosi capitoli, contenenti la dichiarazione di Gregorio IX in favore del Sacro Convento, per sostituirli con altri paralleli ed altrettanto autorevoli dello Spec. perf. Ebb’egli pure l’intento critico di risolvere un problema storico e ricomporre l’unica ed « integra » Leg. 3 soc. Questo non apparisce ; anzi, da certi capitoli si rileva che il suo fu un lavoro di compilazione, e nulla più [147].

Allorchè, tanto più tardi, i Bollandisti fecero le prime ricerche sulle fonti biografiche dell’Assisiate, non che trovare puro ed integro lo Spec. perf., lo intravidero appena, miseramente naufragato nel pelago dello Speculum vitae, nè si dettero cura di rendergli una vita, che, per essi, non ebbe giammai. Reietta perciò la veneranda opera di frate Leone, essi presentarono agli studiosi quella ben diversa Legenda trium sociorum, che è una contradizione nei termini, perchè i Tre Compagni non hanno mai scritto una Legenda [148].

Firenze. Salvatore Minocchi.

Note

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[1] ottare: aspirare. [ndr.]

[2] Cfr. P. Sabatier, Vie de saint François d’Assise (21e édit., Paris 1899), pp. XLIX e segg.

[3] Cfr. lo Speculum vitae, 1509, citato da Sabatier, Speculum perfectionis, seu sancti Francisci Assisiensis legenda antiquissima auctore fratre Leone (Paris, 1897) p. li. Il racconto è tre volte confermato dalla Chronica XXIV Generalium ordinis Minorum negli Analecta franciscana (Quaracchi, 1897) dei PP. del Collegio di san Bonaventura, to. III, pp. 34, 72, 89, da cui la Chronica di Glassheuger (Analecta franc, to. II, 1887) dipende (p. 45).

[4] Cfr. Sabatier, Spec. perf. citato; e Marcellino Da Civezza e Teofilo Domenichelli dei Minori, La Leggenda di san Francesco scritta da tre suoi Compagni (legenda trium sociorum), pubblicata per la prima volta nella vera sua integrità (Roma, 1899), passim.

[5] Pubblicata dal P. C. Suysken Bollandista, in Acta Sanctorum octobris, to. II, (Antuerpiae, 1768) pp. 683-723; poi dal P. Rinaldi (Roma, 1806) recentemente da Mons. Amoni (Roma, 1880). Un codice della Nazionale di Parigi (lat. 3817) ha questa nota : Apud Perusium felix domnus papa Gregorius nonus gloriosi secundo pontificatus sui anno quinto Kal. martii (25 febbraio 1229) legendam hanc recepit, confirmavit et censuit fore tenendam; cfr. Sabatier, Vie de s. Fr., p. lii. — Tommaso da Celano entrò nell’Ordine verso il 1215, e nel 1221 seguì Cesario da Spira in Germania ; cfr. Jordanus a Giano, Chronica (in Anal. franciscana, to. I, Quaracchi, 1885) n. 19: Cesarius..., assumptis secum fratribus Thoma de Celano, qui legendam sancti Francisci et primam et secundam postea conscripsit.... (da cui dipende Glassberger loc. cit., p. 21: Thoma de Zelchio vel Celano, qui antiquam legendam sancti Francisci postea conscripsit). Quando, però, scrisse la prima leggenda, sembra ch’egli si trovasse in Assisi.

[6] Cfr. Sabatier, Spec. perf., p. ciii.

[7] Fr. Salimbene, Chronica (Parma, 1857) pp. 409-410 e passim il Fragmentum, De praelato.

[8] Cfr. Sabatier, Vie de s. Fr., p. lviii; Jord. a Giano, loc. cit. n. 63; Thomas a Eccleston, Chronica (Anal. franc. to. II collatio XIII (pp. 211-243); Salimbene, loc. cit.,.p. 411: [Helyas] Imperatori Friderico, a Gregorio papa nono excommunicato, totaliter adhesit.... papa Gregorius excommunicavit Helyam.

[9] Cfr. Cristofani, Il più antico poema della vita di S. Francesco d’Assisi, scritto innanzi all’anno 1230, ora per la prima volta pubblicato e tradotto (Prato, 1882). L’autore è sconosciuto: il Wadding, Annales Minorum (a. 1230, n. 7) lo dice un Anglicus quidam, e lo Sbaralea più precisamente fr. Johannes Cantianus anglicus: altri, per es. il Nevati, ascrivono il poema a frate Enrico da Pisa.

[10] Cfr. Bernardus a Bessa, De laudibus beati Francisci (Anal. franc., to. I, p. 666) : Plenam virtutibus beati Francisci vitam scripsit in Italia exquisitae vir eloquentiae frater Thomas [de Celano], iubente domino Gregorio papa nono; et eam quae incipit: quasi stella matutina, vir venerabilis dominus, ut fertur, Joannes [de Ceperano, cfr. Wadding, loc. cit.], Apostolicae Sedis notarius. In Francia vero frater Julianus.... qui etiam nocturnale Sancti Officium in intera et canta posuit.... Postremo.... frater Bonaventura ec. — Sull’incertezza della tradizione francescana circa Giovanni da Ceprano o Ceperano, cfr. Suysken, A. SS., loc. cit. p. 547.

[11] Oltre la testimonianza di Bernardo da Bessa, segretario di san Bonaventura, cfr. Jordanus, loc. cit., p. 16.... veniens cum fratre Juliano, qui postmodum historiam beati Francisci.... nobili stilo et pulchra melodia composuit...; Chron. XXIV Gen., loc. cit., p. 381 : frater Julianus theutonicus pro maiori parte fecit historias in littera et cantu sanctorum Francisci et Antonii, quae in ecclesia cantatur; Glassbeugek (che suol dipendere dai due precedenti), loc. cit., pp. 46 seg.: cum venisset.... cum fratre Juliano de Spira, qui historiam beati Francisci.... nobili stilo et pulchra melodia.... et Legendam sancti Francisci quae incipit: ad hoc quorundam, urbana elegantia dictavit et composuit ec.

[12] Chron. XXIV Gen., loc. cit., p. 262: cfr. le dotte note ivi apposte dall’editore. Traggo il testo italiano delle Croniche dei XXIV generali da un Manoscritto nel convento d’Ognissanti (f. SB.r) che, essendo sconosciuto sinora, ho creduto ben fatto di presentare agli studiosi : Codice cart. di 280 X 210 mill. in 203 fogli numerati, scrittura a due colonne comune del principio del sec. XVI, di altra mano più rozza e più ignorante dal f. 80 in poi. F. 1.r: Incominciano le Chroniche de generali ministri del Ordine de frati minori, per la comune utilità svolgharizate da uno povero frate, el quale vi pregha che per lui orate. La narratione delle cose preterite ec. ec. — F. 187.v : Finiscono le croniche del ordine de frati minori, per divina permissione e beneplacito, fornite di svolgarizare in lingua Toscana per lo minimo e indegnio frate Antonio bruni da Firenze [traduttore d’altre leggende francescane; cfr. il codice bolognese 269] nel numero degli Osservanti computato: hoggi questo dì quarto d’ottobre 1503, cioè la sera del beatissimo Padre nostro seraphico Francesco, ad honore laude e gloria del quale tale opera è istata terminata nel divoto luogo della Nave dei frati Observanti del decto Ordine della provinca di Toscana, situato nel territorio e dominatione Sanese; e nel principo della electione di Messer Francesco de Piccoluomini da Siena, diacono Cardinale del titulo di sancto Eustachio al sommo Pontificato e Papa [in bianco] nominato. Addimandasi da e leggenti e cavanti frutto della presente opera el suffragio dell’oratione per lo iscrittore e sopradetto bisognioso traductore. Seguono poi « le passioni e martirij di più e vari sancti frati » di cui il testo latino è dato negli Anal. franc., to. III, app. I, pp. 579 e segg., e nell’explicit il traduttore nota di aver dato termine il 19 dello stesso mese d’ottobre. Il codice è rilegato in pergamena, ed è certamente identico a quello segnalato dal cod. tridentino (Anal. franc., pp. xx seg.), ma non registrato dagli editori degli Analecta. La lezione Tommaso da Ceperano è certo errata (e riproduce l’errore anche Glassberger, loc. cit., pp. 68 seg., che riferisce il testo di XXIV Gen.) e bisogna intendere Tommaso da Celano. — Su Tommaso da Celano, cfr. anche Salimbene, Chron. cit., p. 60 : « Crescentius.... praecepit fratri Thomae de Cellano, qui primam [così il cod. Vat.; l’editore, primum] legendam beati Francisci fecerat, ut iterum scriberet alium librum, eo quod multa inveniebantur de beato Francisco, quae scripta non erant. Et scripsit pulcherrimum librum tam de miraculis quam de vita, quem appellavit : Memoriale beati Francisci in desiderio animae. Sed processu temporis a fratre Bonaventura generali ministro ex bis omnibus compilatus est unus optime ordite natus ». — La Seconda Vita del Celanese è stata pubblicata con la prima dal P. Rinaldi: Seraphici viri s. Francisci Assisiatis vitae duae, auctore b. Thoma de Celano (Romae, 1806) e recentemente da Mons. Amoni : Vita secunda s. Francisci Assisiensis, auctore b. Thoma de Celano eius discipulo. (Roma, 1880). Quest’ultima ci servirà nelle citazioni.

[13] Chronica, Op. cit., pp. 135-137 passim.

[14] Chron. XXIV Gen. (An. fr., to. III, p. 276: rinnovato l’errore Ceperano per Celano, anche in Glassberger, loc. cit., n. 73, che ne dipende) Codice d’Ognissanti, f. 86’. — ubblicata, per la prima volta, dal P. Van Ortroy, Bollandista, Traité des miracles de St. François d’Assise, par le b. Thomas de Celano negli Analecta bollandiana, to. XVIII, fasc. I e II (Bruxelles, 1899) pp. 81-176. Dell’edizione e dell’opera mi riserbo, però, di parlare nella seconda parte: Critica comparata delle leggende francescane.

[15] Chron. cit., p. 137.

[16] Sabatier, Vie de s. F., p. lxxxii ; cfr. le fonti ivi citate.

[17] La Cron. d. XXIV Gen. (MS d’Ogniss.) f. 104.v reca: «Nel anno del Signore 1261 el medesimo sancto generale compilò con mirabile stilo et rectitudine, la vita del beato Francesco, riducendo e arrecando quella sparsa e grande [leg. maior] a forma più breve [leg. minor, per il coro], et per l’ottava del decto sancto ordinò la leggenda, taxate nove letione per ciaschedum dì. Nella quale nulla pose, se non certa approvata co’testimoni degni di fede ». Cfr. An. fr., to. III, p. 328. — Tanto la leggenda major che la minor è stata recentemente pubblicata con ogni accuratezza dai PP. Francescani di Quaracchi in S. Bonaventurae, Opera omnia, to. VIII, Op. XXIII (Quaracchi, 1897), da cui gli stessi PP. hanno tratta un’eccellente edizione manuale: Seraphici Doctoris S. Bonaventurae, Legendae duae de vita sancti Francisci seraphici (Quaracchi., 1898; 16°, pp. viii- 258 270). Oltrechè da queste edizioni, trarrò le mie citazioni dal bellissimo Codice membran. del convento d’Ognissanti (242 X 168 mill. in 82 f. non numerati, a due colonne, 28 linee per colonna, con grandi iniziali miniate in fregi ed oro) elegantissimo e accuratissimo, uguale, nella redazione generale, al cod. vat. 7570, che ha servito ai PP. di Quaracchi per la loro edizione: non figura, però, tra i codici conosciuti dai detti Padri (to. VIII cit., pp. lxxxvi e segg.). Certo è della prima metà del sec. XIV, ma potrebbe anch’essere del sec. XIII. Ul f. 1.v dopo la nota che ha pure il cod. vaticano (loc. cit. p. lxxxvii) reca di altra mano: Iste liber est ad usum fratrum minorum in loco fesul. [?] commorantium. Ma la parola che va letta fesul, o simile, è raschiata e sostituita da un duccie del sec. XVIII. Stessa raschiatura e correzione in fondo, al f. 81. f: a cui segue, raschiato e quasi illeggibile: Iste liber.... frater Guitto de.... emit pro fratre Niccolao ordinis sancti Francisci de.... pretio iiij fior, auri qui est so. LXXVIII, die decima mensis julij M.... xxiiij. La lacuna dell’anno sembra poter esser letta: CCL o CCC.

[18] Cfr. Van Orteoy, Op. cit., pp. 83 seg. e 174-176, ove si fa la critica di questa proibizione; io, però, non posso convenire col dotto Bollandista, che crede fosse eseguita in pratica con poca severità. Le leggende francescane non sopravvissero a questo decreto, che in forza d’una positiva disobbedienza dei frati nell’osservarlo.

[19] La Cron. d. XXIV Gen. (An. fr., loc. cit., p. 262), dopo il tratto già citato, conclude: « Quam Legendam (la legenda antiqua di Tommaso da Celano) postea frater Bernardus de Bessa de provincia Aquitaniae, ad compendiosiorem formam reduxit, et incipit: Plenam virtutibus etc. ».

E Glassberger, loc. cit., p. 69, riferito alla lettera tutto questo tratto, aggiunge: « et emum sanctus Bonaventura breviori et elegantiori stilo compegit ». Lo stesso Glassberger, loc. cit., p. 68, dice che Crescenzio da Jesi « fecit colligi opusculum quoddam, in modum dialogi editum, quod incipit: Venerabilium gesta patrum etc. ». — L’operetta di Bernardo Da Bessa è stata pubblicata anch’essa dai solerti e dottissimi PP. di Quaracchi (An. fr., to. III, pp. 666 segg.) e dal P. Hilarino da Lucerna, Capp. (Liber de Laudibus etc. Romae, 1897: 8.°, pp. xvi-144).

[20] Cfr. Fioretti di san Francesco, parte I, cap. VIII e IX; e le Considerazioni sulle sacrosante Istimate, dov’è pure molto di leggendario. Cfr. Chron. XXIV Gen.) loc. cit., pp. 65 segg. (Vita fratris Leonis).

[21] Chr. XXIV gen., loc. cit., p. 8. Cfr. Sabatier, Spec. perf., pp. lxii segg. (Vie de frère Leon).

[22] A. SS. Oct., to. II, pp. 723-742.

[23] Ampie notizie particolari e descrizioni di detti codici ha raccolto il Sabatier, Spec. perf., pp. clxiii e segg. Cfr. anche Da Civezza e Domenichelli, op. cit., pp. lx 6 segg., Faloci Pulignani, Legenda trium soc. (Foligno, 1898) pp. 7 segg.; I. Della Giovanna, S. Francesco d’Assisi giullare, passim.

[24] Il P. Razzoli è già noto per i suoi studi artistico-religiosi, che gli hanno procurato l’onore di scoprire nella Chiesa d’Ognissanti un perduto e famoso affresco del Ghirlandaio; cfr. Razzòli, La Chiesa d’Ognissanti in Firenze; studi storico-critici (Firenze, Ariani, 1898). Ora egli sta raccogliendo numerosi documenti inediti per una Storia della provincia Osservante Toscana, che riuscirà certo di non piccola importanza per gli studi francescani: gli auguriamo di poterla comporre e dare in luce quanto prima.

[25] Il codice d’Ognissanti non era conosciuto, prima d’ora, che all’infaticabile quanto amoroso ricercatore delle memorie francescane, Paolo Sabatier, che ne ha fatto una descrizione nell’Introduction alla sua edizione del Trattato dell’Indulgenza della Porziuncola composto da frate Francesco Bartoli nella prima metà del sec. XIV (pp. cxxxv segg ), che tra poco sarà pubblicata. Il medesimo Sabatier ha, in questi ultimi mesi, comunicato la sua descrizione del codice al P. Van Ortroy, Bollandista, per un suo lavoro sotto stampa sulla Legenda trium sociorum. Anche il Sabatier attribuisce al codice d’Ognissanti un valore particolare; e questa persuasione sarà confermata dall’antichità del manoscritto, che io ho potuto precisare.

[26] Cfr. B. Da Fivizzano, Opuscoli di san Francesco d’Assisi volgarizzati col testo a fronte (Firenze, 1880), che riproduce le precedenti edizioni delle opere del Santo, di Wadding (Anversa, 1268) e del De La Haye (Lyon, 1651). L’antichità del mio codice, la sobrietà e l’ordine con cui vi son riprodotti gli opuscoli di san Francesco, danno al testo un valore particolare. Perciò ho stimato opportuno di notare più largamente anche gli incipit e gli explicit.

[27] Si noti bene, specialmente per l’incipit dello Spec. perf., che il corsivo indica lo scritto in rubrica, e il « tondo » lo scritto in nero.

[28] In nomine patris et fìlli et spiritus sancti. Amen. Hec est vita quam frater franciscus petiit sibi concedi et confirmari a domino Innocentio papa. Et ille concessit et firmavit eam sibi et suis fratribus habitis et futuris. frater franciscus et quicumque erit caput istius religionis promittat obedientiam et reverentiam domino Innocentio pape et eius successoribus. Et similiter fratres teneantur fratri francisco et eius successoribus obedire.

Quod fratres vivant in obedientia, in castitate et sine proprio.

Regula et vita istorum fratrum hec est, scilicet vivere in obedientia, in castitate etc. e termina f. 4.r: Et deprecor vos cum osculo pedum ut multum diligatis, custodiatis et reponatis hec. Ex parte dei omnipotentis et domini pape et per obedientiam, ego frater franciscus firmiter precipio et iniungo ut ex hiis, que in ista vita scripta sunt, nullus minuat, vel in ipsam scriptum aliquod desuperaddat, nec aliam regulam fratres habeant. Gloria [4.v] patri et filio et spiritui sancto sicut erat in principio et nunc et semper in secula seculorum. Amen. Benedicamus domino. Deogratias. Amen. Alleluia. — Le varianti dalle precedenti edizioni son manifeste: cfr. Da Fivizzano, pp 116 segg. 166. — È desiderabile che delle opere di san Francesco sia fatta una nuova edizione critica, secondo gli studi moderni.

[29] Questa lettera del Santo, usufruita da B. Da Pisa, Conformifates (XII, II, 10 e 25), da cui hanno tratto il testo latino i PP. Da Civezza e Domenichelli, Op. cit., p. 202, manca nelle precedenti edizioni delle opere del Santo e in molti codici, e stimo ben fatto di riprodurla per intero. Evidentemente, poi, il frate di cui il mio codice tace, a buon motivo, il nome, è Elia come si trova nel cod. riccardiano 1407 (Sabatier, Spec. perf., p. clxxi) che la traduce.

« Fratri N. ministro. Dominus te benedicat. Dico tibi sicut possum de facto anime tue, quod ea que te impediunt amare dominum deum et quicumque tibi impedimentum fecerit, sive fratres sive alii, etiam si te verberaret, omnia debes habere pro gratia, et ita velis et non aliud. Et hoc sit tibi per veram obedientiam domini mei et meam; quia firmiter scio, quod ista est vera obedientia, et dilige eos qui ista faciunt tibi, et non velis aliud de eis, nisi quomodo dominus dederit tibi. Et in hoc dilige eos et non velis quod sint meliores christiani, et istud sit tibi plus quam meritorium. Et in hoc volo cognoscere si diliges dominum et me servum suum si feceris istud, quod non sit aliquis frater in mundo, qui peccaverit, quomodocumque potuerit peccare, quod postquam viderit occulos tuos unquam recedat sine misericordia tua, si querit misericordiam. Et si milies postea appareret coram occulis, dilige eum plus quam me, ad hoc ut trahas eum ad dominum, et semper miserearis talibus. Et istud denuncies guardiano quando poteris, quod per te ita firment se facere. De omnibus autem capitulis que sunt in regula, que loquuntur de mortalibus peccatis, domino adiuvante, in capitulo Penthecostes eum Consilio fratrum faciemus istud tale capitulum. Si quis fratrum, instigante inimico mortalium, peccaverit, per obedientiam teneatur recurrere ad guardianum suum. Et omnes fratres qui scirent eum peccasse, non faciant ei verecundiam nec detractionem, sed magnam misericordiam habeant circa ipsum, et teneant multum privatum peccatum fratris sui, quia non est opus sanis medicus sed male habentibus. Similiter per obedientiam teneatur eum mittere custodi suo, eum socio, ipse custos misericorditer provideat ei, sicut ipse vellet provideri sibi, si in simili casu esset. Et si in alio peccato veniali ceciderit, confiteatur fratri suo sacerdoti, et si non fuerit ibi sacerdos confiteatur fratri suo, donec habebit sacerdotem qui eum absolvat canonice sicut dictum est, et isti penitus non habeant potestatem iniungendi aliam penitentiam nisi istam: Vade et amplius noli peccare. Hoc scriptum, ut melius debeat observari, habeas tecum usque ad pentecostem. Ibi eris eum fratribus tuis et ista et omnia alia que minus sunt in regula, domino deo adiuvante, procurabis adimplere ».

[30] I titoli dei capitoli son quasi tutti affatto diversi da quelli delle edizioni. Cfr. i titoli: 3, De perfecta renuntiatione ; 4, De humilitate servanda etc.; 5, De cognitione proprie infirmitatis et quod non potest homo de aliquo gloriari etc. con i corrispondenti in Da Fivizzano, Op. cit., pp. 54 e segg.

[31] Cfr. su questo capitolo isolato, Sabatier Spec. perf., p. clxxi, n. 1.

[32] Queste quattro Laudes son redatte in modo assai diverso dalle edizioni.

[33] Il nostro codice reca riunite così in una le due lettere che figurano in Da Fivizzano, Op. cit., pp. 36-42 e 32-36: [7r] Reverendis et multum diligendis fratribus etc... [7.v].... sed unus ubique sicut ei placet operatur cum domino deo patre et spiritu sancto paraclito in secula seculorum amen. Et quia qui ex deo est verba dei audit, debemus proinde nos etc... Benedicti vos a domino, qui feceritis ista, et in eternum dominus sit vobiscum. Amen. Deo gratias.

[34] Non recano nel codice veruna distinzione in capitoli, come in Da Fivizzano (e De la Haye) Op. cit., pp. 4-20.

[35] Dopo multis è scritto, quasi in margine, dalla stessa mano: ut dicitur in legenda.

[36] L’et è del correttore.

[37] Sopra « secunda » cancellato, il correttore del sec. XV ha scritto: « prima ».

[38] La chiusa del racconto determina all’incirca il tempo in cui questa collezioncina di documenti e di attestati si formò: « Et hoc refert frater Marinus Nepos domini fratris Massei, qui ab ore eiusdem fratris Massei hoc frequentar audivit. Ipse autem sanctus frater Marinus nuper circa annum domini MCCCVII plenus dierum et eximia sanctitate decorus obdormivit in domino ».

[39] Tutti questi documenti sono, da vari manoscritti, pubblicati ora di nuovo dal Sabatier nella citata Introduction al Trattato di Francesco Bartali, di prossima pubblicazione. La testimonianza di Giacomo Copuli è mutila alla fine del f. 46v, come risulta dal confronto con quella integra, pubblicata, dal MS. 225 di Volterra, dal Sabatier (p. xiii). Il foglio e il documento terminano: Hec acta sunt in loco sancti fratris Aegidii iuxta Perusium XIIII Kalendas septembris. Predicti [autem dominus Jacobus et uxor sua fuerunt sanctissime et probatissime vite. Deo gratias. Amen], Le parole tra parentesi, del MS. di Volterra, certo dovevano occupare la prima linea del f. 47.r; ma lo scrittore, fosse stanco, o avesse intenzione di aggiunger poi altri documenti alla collezioncina per l’Indulgenza, ha lasciato in bianco i due fogli che seguono al 46.

[40] Cfr. Sabatier, Sp. p., pp. 187 e seg.

[41] Sono così notati, il cap. 70 dello Spec. perf. e la lettera di fra Leone a Corrado da Offìda, dopo il cap. 71; poi il cap. IX n. 31 della Leg. 3 soc. e la risposta di Francesco al vescovo d’Assisi alla fine del cap. IX.

[42] In vecchie liste di Ministri della provincia Toscana, manoscritte nel convento d’Ognissanti, ho riscontrato il P. Gabriele da Volterra verso la fine del sec. XIV con l’indicazione 13...; però, nella stessa Filza in una manoscritta Storia compendiata della provincia di Toscana, del P. Ippolito da Firenze, composta nel 1715 con aggiunte del 1730, Gabriele da Volterra è il 30. dei Ministri di Toscana dal 1382 al 1390. Tuttavia, circa il P. Gabriele, trovo questa particolare notizia in un volume, quasi ignoto, del P. Da Terrinca, di cui il manoscritto e gli abbozzi son contenuti nella nominata Filza: « P. Gabriel Volaterranus, « insignis concionator, sac. Theologiae Magister et hereticae pravitatis in urbe Senarum inquisitor, cum annis novena (continuatis aut interpolatis non constat) hanc Provinciam rexisset, anno 1382, die 3 junij in couventu Lucae decessit, cui consodales sepulchro marmoreo, insculpta ejus imagine, ante et prope altare templi praecipuum tumularunt, « in quo hanc posuerunt inscriptionem: Hic iacet venerabilis fr. Doctor et magister Gabriel, qui fuit minister provincialis Tusciae, annis viiii. Obiit A. D. MCCCLXXXIJ, die 3 junij ». Antonius a Terrinca, Genealogicum et honorificum Theatrum etrusco-minoriticum, Pars I, tit. III, Series I, p. 33 (Florentiae, ex typographia sub signo Stellae, MDCLXXXII).

[43] Cfr. Sab., Vie de s. Fr., pp. lxi segg.; Sp. p., pp. xx seg.

[44] Sab., Vie de s. Fr., p. lxix.

[45] Cfr. A. SS., loc. cit., pp. 550-555: ecco le parole del P. Suysken, n. 33: « non sunt addiscenda s. Francisci gesta ex illo tam incertae auctoritatis Speculo »; e cita anche il suo predecessore, il P. Stilting (n. 31): « omnino mihi persuadeo, Speculum Pisano posterius esse, collectumque seculo XV.»

[46] Cfr. I. Della Giovanna, S. Francesco d’Assisi giullare e le « Laudes Creaturarum » (nel Giornale storico della Letteratura italiana, Vol. XXV, 1895) p. 49: « io sono intimamente convinto che lo Speculum perfectionis, ben lungi dall’essere una fonte pura e sicura, sia invece una pozza inquinata e infida »; p. 57: « lo Speculum perfectionis dev’essere considerato un’opera sospetta ».

[47] Abbiamo citato più volte l’importantissima edizione dello Speculum perfectionis di P. Sabatier; senza convenire, come vedremo, nelle sue conclusioni storiche, siamo però certi ch’egli ha colmato negli studi francescani una grave lacuna, e all’edizione sua ci riferiremo con perfetta sodisfazione e fiducia. Lo Spec. perf. è stato recentemente tradotto in buon italiano, all’uso del Trecento, dal Dott. F. Pennacchi (Assisi, 1899)

[48] Cfr. due articoli di Mons. Faloci nel citato periodico, Vol. VII (1898) per recensione all’opera del Sabatier.

[49] M. Faloci-Pulignani, S, Francisci legenda trium sociorum ex cod. fulg. edita (Fulginiae MDCCCIIC).

[50] Da Civezza e Domenichelli, Op. cit.

[51] L’unica variante assai grave è la diversa posizione di alcuni periodi della fine del cap. X nel cod. folignate, a differenza degli altri (anche del mio). Cfr. Faloci-Pulignani, Op. cit., p. 59 (n. 39) e Da Civezza, Op. cit., p. 68. Le rimanenti sono di parole.

[52] Vie de s. Fr.. pp. lxii seg.

[53] Cod. d’Ogniss., f. 33r.

[54] L’adunque, autem, che suol mancare nelle edizioni, è del mio codice.

[55] Eccone un breve esempio (IV, 11): « cum prope Assisium equitaret... leprosum quendam obvium habuit... vim sibimetipsi faciens descendit de equo et obtulit illi denarium, osculans sibi manum. Et accepto osculo pacis ab ipso, reascendit equum, et prosequitur suum iter. Exinde cepit magis ac magis seipsum contemnere etc. ».

[56] Cfr. per es. il cap. XI, che tanto si diletta a parlare della virtù dei frati antichi, quasi sia dimenticata dai moderni. Il principio del cap. XIV, per es., (ordinavit b. Fr. quod fieret capitulum bis in anno... In Pentecoste conveniebant omnes fratres apud sanctam Mariam etc.) quanto è superfluo in tempi di osservanza della Regola, altrettanto è naturale, se scritto in tempi in cui i capitoli generali eran iti in disuso, per es. sotto il generalato di Elia, come si ha dal Salimbene (Op. e loc. cit.).

[57] Cos’hanno che vedere i capp. XVII e XVIII (Da Civezza, pp. 98 e 100) col contesto, che tratta della Porziuncola?

[58] Cfr. a tal proposito l’erudita recensione, di Mons. Faloci, Miscellanea franc, (to. VII, fasc. IV) 1899, al libro dei PP. Da Civezza e Domenichelli, n. 6 e 25.

[59] Cfr. per es. i capp. XLII, XLVI, XLVII, XLIX, LXXII, LXXVII, LXXIX nell’opera citata dei due PP. Minori. — In particolare il cap. XLIX (pp. 154 segg.), che consiste nel tradizionale racconto dell’origine dell’Indulgenza della Porziuncola, dimostra apertamente che la leggenda « integra » altro non è che una tarda compilazione. Poichè la narrazione del cap. XLIX è identica a quella prima che trovasi, anche nel mio codice, affatto separata dalla Leg. 3 soc. e attribuita a fra Marino, nipote di fra Masseo. Per lo che non può dirsi opera di fra Leone, nè de’ suoi due Compagni, Ruffino ed Angelo. Se il cap. XLIX fosse realmente opera di fra Leone, dovrebbe piuttosto combinare con la testimonianza di Giacomo Copuli, che riferisce la tradizione di fra Leone sull’Indulgenza. Invece, la testimonianza del Copuli è ben diversa, nella sua redazione verbale.

[60] Cfr. gli articoli citati di Mons. Faloci nella Miscellanea francescana di Foligno.

[61] « Visum est nobis.... pauca de multis.... quae per nos vidimus, vel per alios sanctos fratres scire potuimus.... sanctitati vestrae, veritate praevia, intimare.... non contenti.... narrare miracula, sed sanctae conversationis eius insignia et pii beneplaciti voluntatem ostendere cupientes ».

[62] « Multa seriose relinquentes quae in praedictis legendis sunt posita.... si.... viris qui praefatas confecerunt legendas hec nota fuissent, ea minime praeterissent ».

[63] « Quae tamen per modum legendae non scribimus, cum dudum de vita sua et miraculis.... sint confectae legendae.... Continuatam historiam non sequentes.... Quibus (legendis) haec pauca quae scribimus poteritis facere inseri, si viderit discretio esse justum ».

[64] Cod. d’Ognissss., f. 34v-35r.

[65] Ediz. Amoni, pp. 14 e seg.

[66] Cfr. la Bulla Quo elongati di Gregorio IX (1230) in Sabatier, Spec. perf., p. 314 e segg. e passim l’Introduzione allo Speculum.

[67] Cfr. la seconda parte di questo studio: Critica comparata delle leggende francescane.

[68] Per la descrizione particolare dei codici, cfr. Sabatier, Spec. perf. pp. clxiii e segg. e I. Della Giovanna, Op. cit., pp. 32 e segg.

[69] Descritta magistralmente dal prof. F. Tocco, L’eresia nel medio evo (Firenze, 1884) pp. 419 e segg., benchè il suo studio, dopo tanto progresso delle ricerche francescane, sia bisognoso di correzioni.

[70] Quest’originalità dello Spec. perf., per rifulgere in tutta la sua luce, vuol esser messa a confronto con le altre leggende francescane, se narrano fatti identici; non posso precorrere il mio tema, entrando in mezzo alla questione, ma intanto, come per saggio, presenterò un piccolo passo, trascritto dello Spec. dalla Seconda Vita di Tommaso da Celano, e dalla Legenda di san Bonaventura. Si racconta come san Francesco dette da mangiare a un frate che stava per morire di fame.

Spec. perf., 27.

(Cod. d’Ogniss. 13.)

II Cel. I, 15

(Amoni, p. 20).

Bon. V, 7

(Quaracchi, p. 50)

Quodam tempore cum beatus Franciscus cepisset habere fratres et maneret cum eis apud Rigum Tortum prope Assisium, accidit ut quadam nocte, quiescentibus omnibus fratribus, circa mediam noctem exclamavit unum de fratribus dicens: Morior! morior! Stupefacti autem et territi fratres evigilaverunt omnes.

Et exurgens beatus Franciscus dixit: Surgite , fratres, et accendete lumen! Et accenso lumine dixit: Quis est ille qui dixit, morior? Respondit ille frater: Ego sum. Et ait illi: Quid habes? quomodo morieris? At ille ait: Morior fame.

Tunc beatus Franciscus statim fecit parari mensam et sicut homo plenus caritate et discretione comedit cum illo, ne verecundaretur comedere solus; et de voluntate ipsius omnes alii fratres pariter comederunt.

Clamat una de ovibus nocte quadam quiescentibus ceteris: Morior, fratres, morior ecce fame. Surgit protinus pastor egregius et oviculae morbidae remedio debito subvenire festinat. Mensam parari iubet, licet rusticanis refertam deliciis, ubi vini pius, aqua supplevit. Incipit primo ipse comedere et ad charitatis officium, ne tabescat frater ille rubore, reliquos fratres invitat.

Sumpto cum timore Domini cibo, ne quid deesset officiis charitatis, longam filiis pater de virtute discretionis texit parabolam etc. etc.

Licet autem pro viribus ad vitam austeram fratres induceret, non tamen ei placebat districtionis severitas, quae pietatis non induit viscera, nec est discretionis sale condita. Cum enim quadam nocte unus ex fratribus, prae nimietate abstinentiae admodum fame cruciatus, nullam posset habere quietem, intelligeretque pius pastor, ovi suae imminere periculum, vocavit fratrem, apposuit panem, et ut ruborem illi tolleret, cepit ipse prior comedere et ad manducandum dulciter invitare. Deposuit frater verecundiam, sumsit cibum, gavisus quam plurimum, quod per circumspectam condescensionem pastoris et corporis evasisset dispendium, et non modicum accepisset aedificationis exemplum. Mane autem facto, fratribus convocatis in unum, vir Dei referens quod acciderat nocte etc. etc.

 

[71] Cfr. i capitoli 2, 9, 11, 16, 27, 83, 38, 46, 55, 63, 92, 101, 102, 104, 114, 115.

[72] Cod. d’Ogniss. 27.v

[73] Cfr. i capitoli 17, 29, 30, 35, 36, 64 e molti altri fatti o detti che ebbero per testimone un solo compagno.

[74] Cfr. la II parte di questo lavoro.

[75] Cfr. i capitoli 9, 28, 106, 109, nel principio, ed altri.

[76] Cfr. la variante nella fototipia qui unita del cod. d’Ognissanti.

[77] Mons. Faloci-Pulignani in un suo erudito lavoro sugli antichi Storici di san Francesco (Foligno, 1899) p. 60, n. 1, afferma, citando la mia recensione (Rivista bibliografica italiana, 1898) allo Speculum perfectionis edito dal Sabatier, che io accettai la data di composizione dello Speculum proposta e sostenuta dallo stesso Sabatier, cioè il 1227. Non è esatto. Nel mio articolo (p. 551), dopo analoghe osservazioni critiche, conclusi: « Io stimo che nello Speculum perfectionis si contenga innegabilmente una parte sostanziale ed elementare, antichissima e preziosissima, e questa può esser opera di fra Leone; ma nondimeno, lo Speculum, così come ci è pervenuto, deve essere il resultato d’un rifacimento e compilazione più tarda ». E quanto all’età precisa dello Speculum, ho scritto, a p. 552 : « io propendo per questa stessa data (del 1246), ma non oso fermarmivi troppo, perchè scorgo ancora nello Speculum qualche cosa di più moderno ». Questa parte moderna io ho detto, a p. 631, ravvicinarsi al sec. XIV. In conclusione, la scoperta del codice d’Ognissanti, nonchè capovolgere i miei ragionamenti, è stata la conferma positiva di una tesi storica, che io avevo di già tutta edificata sul fondamento della critica.

[78] Che la presente divisione dello Spec. perf. in vari capitoli generali provenga in massima dai Tre Compagni, sembra confermato da positive riprove. Si legga per es., la finale del cap. III (rubr. 38): nobis qui cum eo fuimus, non solum quae de caritate eius circa fratres et alios pauperes ab aliis intelleximus, sed et quae oculis nostris vidimus longum esset et valde difficile scribere vel narrare. Questa conclusione dà ad intendere che agli stessi Compagni si deve il titolo del cap. III e il raggruppamento di varie narrazioni sotto lo stesso tema.

[79] L’incipit è invece più confuso negli altri codici, per es. i due mazarini, il riccardiano (Sabatier, Spec. perf, pp. 250 seg.); talchè in essi non si distingue più nulla. Ma il codice d’Ognissanti è a loro molto superiore dal lato critico, come più antico di redazione.

[80] Recentemente, con grande erudizione, dal prof. I. Della Giovanna, S. Francesco d’Assisi giullare, Op. cit. Il Della Giovanna stabilisce prima dalle testimonianze dei biografi, che san Francesco poetava in francese; esamina poi lo Speculum perfectionis, unico testimone del Cantico del sole. Egli sostiene che lo Speculum narra gli stessi fatti della Seconda Vita del Celanese, e perciò gli è posteriore, perchè il Celanese scrisse nella sua Seconda Vita fatti ancora ignoti, nè pubblicati in precedenti leggende; così lo Speculum è anche posteriore alla Leg. 3 soc. e allo Spec. historiale del De Beauvais (1260); non è mai citato da scrittori del sec. XIII, è detto opera di fra Leone solo da Ubertino da Casale e dagli Spirituali, che avevano ogni interesse a mentire. Ancora, il Della Giovanna fa la critica delle testimonianze interne dello Spec. perf. intorno al Cantico, e conclude che tutto è quivi falso e brutto e inventato di sana pianta. — Per la storia interna del Cantico, la questione mi par ridotta al gusto personale; perchè io trovo logica l’origine e la forma del bellissimo Cantico, laddove il Della Giovanna non vi riscontra che contradizioni, favole, e mediocre imitazione dai Salmi. Quanto agli argomenti positivi, essi hanno un valore nello stato degli studi francescani al tempo dello scrittore (1895); ma dopo questo mio lavoro, non ne hanno più alcuno. Lo Spec. perf. è proprio la fonte storica onde il Celanese ha tratto la sua Seconda Vita; e non è a meravigliare che gli antichi scrittori del sec. XIII, come il Salimbene, non ne facciano menzione, perchè l’opera dei Tre Compagni non era destinata alla pubblicità.

[81] Narra lo Spec. perf. che san Francesco nel 1225, gravemente infermo agli occhi e angosciato nel cuore, cercò giorni di pace a San Damiano, ove « santa Chiara gli fece una celluzza di cannucce, nella quale egli si potesse riposare » (Fioretti). Ma dandogli gran pena certi topi notturni, si volse a Dio, che avesse pietà di lui: e sentì chi in ispirito gli diceva: fratello, giubila e godi ne’ tuoi dolori, e sii sicuro che verrai nel mio regno. Ond’egli levatosi al mattino con grande allegrezza disse ai compagni: Voglio in lode di Dio, per nostra consolazione, e edificazione del prossimo, comporre una Laude nuova delle creature del Signore, delle quali usiamo tuttodì, nè possiamo vivere senza, eppure gli uomini per esse offendono tanto il creatore. E seduto, prese alquanto a meditare, e disse poi: « Altissimo omnipotente bon Senhore ec. ». E tanto egli era pieno, in quei momenti, di consolazione e di soavità, che volea far chiamare frate Pacifico, — il quale nel secolo fu detto re dei versi, e fu uomo di gran cortesia e maestro di cantori, — e voleva mandarlo con alquanti frati pel mondo a cantare le Laudi del Signore, dicendo: Noi siamo i giullari del Signore, che eccitiamo i cuori a spirituale allegrezza, e pertanto vogliamo in ricompensa, che perseveriate ad esser virtuosi.

[82] Abbiamo già riferito il racconto del cap. 101. Il cap. 123 narra, come un frate annunziò a san Francesco la sua prossima morte, e lo eccitò a disporvisi; ond’egli, sentendo che sorella morte era vicina, esclamò: Se dunque presto ho da morire, chiamami frate Angelo e frate Leone, che mi cantino della sorella morte! Si accostarono i due compagni, e col cuore gonfio di lacrime gli cantarono il Cantico del Sole; ed egli allora suggellò il suo diletto Cantico, aggiungendovi la strofa 8.a (Cod, d’Ogniss., cit., f. 32.v):

Laudato sij meo segnore — per nostra sorore morte corporale,

da la quale nullo homo vivente pò scampare ;

Guay a quilli ke more in peccato mortale,

E beati quilli qui se trova en la tue sanctissime voluntade,

Ke la morte segonda non li porrà far male.

[83] Evidente scambio per signore.

[84] Dobbiamo leggere: te, o de te? se pure vi è errore.

[85] Prima lo scrittore aveva scritto lo, poi si è corretto: così pure nell’ultimo verso della strofa aveva già scritto te, poi ti. Si noti l’accuratezza del calligrafo.

[86] Produci, franc. produit.

[87] Quilli qui more, franc. celui qui meurt. Cfr. nel Cantico altri esempi di pronome relativo quilli, analogo a celui.

[88] Porrà, franc. pourra.

[89] Benediciti meo segnore, franc. bénissez mon seigneur.

[90] Cfr. Sabatier, Spec. perf., pp. xxxix e segg. : egli potè consultare l’incartamento dei materiali preparati dallo Stilting, per la storia di san Francesco. Cfr. anche A. SS. cit., pag. 545 n. 1, ove il P. Suysken fa analoghe dichiarazioni.

[91] Sabatier, Spec. perf., p. xl.

[92] Citato dal Suysken, loc. cit., p. 551, n. 28.... « crede huius operis authores esse fratrem Leonem, fratrem Ruffinum et fratrem Angelum etc. ». Speculum vitae etc, Antverpiae, 1620.

[93] Wadding, Annales, to. I (Romae, 1731) p. 52 (a. 1209, n. IV). Cfr. Leg. 3 soc. VIII, §§ 27-29.

[94] P. 64, n. XXXVIII ; riproduce quasi testualmente le parole della Leg. 3 soc. IX, §§ 30-31.

[95] Cfr. Wadding, loc. cit. I, 838 (dove cita pure Angelo Clareno), e gli altri passi citati in Da Civezza e Domenichelli, Op. cit., pp. xxv segg.

[96] Cfr. A. SS., loc. cit., p. 846, n. 169 e gli altri passi paralleli alle citazioni del Wadding, riferiti in Da Civezza, Op. cit., ibid.

[97] A. SS., loc. cit., p. 858, n. 238.

[98] Op. cit., p. XXVII.

[99] Cfr. Wadding, loc. cit. I, pp. 91 (xxxi), 103 (lvii), 279 (i), ec. Cfr. i passi citati nella erudita recensione di Mons. Faloci Pulignani al libro dei PP. Da Civ. e Dom. (Miscellanea franc, Vol. VII, fasc. IV, n. 87-41).

[100] Croniche de gli Ordini istituiti dal P. S. Francesco. — Volume primo della Prima Parte, che contiene la sua uita, la sua morte et i suoi miracoli. Composte dal R. F. Marco da Lisbona, in lingua portughese. Poi ridotte in Castigliana dal R. P. F. Diego Nauarra; Et tradotte nella nostra Italiana da M. Horatio Diola Bolognese, et hora di nuouo et con somma diligentia ricorrette. In Venetia, MDC, appresso Pietro Ricciardi. — In principio reca le approvazioni dell’Ordine, del 1556.

[101] Pref. non numerata, in fine (p. 14); cita come fonti anche certe Croniche antiche, Ubertino da Casale, Maestro Alvaro, Specchio Historiale di fra Vicenza ec.

[102] Così, per esempio, a p. 71 riferisce il cap. 38 dello Spec. perf.: Essendo nella Madonna degli Angeli, venne una poueretta c’haueua due figliuoli nel suo Ordine, a dimandar limosina, onde chiamando F. Pietro Cattanio. Potremo noi (li disse) hauer qualcosa da dare a questa nostra Madre poueretta? A cui F. Pietro rispose, che non v’era cosa, che fosse a proposito, saluo la Bibbia in che leggeuano le Lettioni al Matutino, quale per chieder ella limosina et esser in estrema necessita (se egli volea) se gli aurebbe potvto dare. Ne’ci penso su molto, che soggiunse, sì di gratia, diamogliela, perche la venderà, e si aiuterà in questa miseria e credo ueramente che piacerà al Sig. più questa charita che la nostra Lettione, e così gli fu data. Fra questo nel tempo, che si stampaua pochi libri e costauano cari. — È tradotto quasi a lettera dallo Spec. perf., ma la giacitura della versione attenua quanto di strano v’è in questo originalissimo fatto, pieno di vero spirito evangelico. È curiosissima l’ultima frase, con che il buon frate Marco pretende tradurre per i pii lettori la violenta ironia dello Speculum: Nam illo tempore fratres non habebant breviaria, nec multa psalteria. — Così pure cita come « Fioretto » o riassume i capp. 68 e 67 (p. 88) 120 (p. 142), 101 (p. 152) ecc. dello Spec. perf.

[103] Dove la poterono consultare nel sec. XVIII i Bollandisti ; cfr. A. SS., loc. cit., p. 554, n. 44.

[104] Ne ha trovato un estratto il Sabatier nella Biblioteca Comunale di Volterra, e lo pubblicherà quanto prima. Io ne ho pure trovati vari estratti, e sono sulle tracce di estratti più ampi, ma se questi hanno un valore storico, non contribuiscono sinora alla ricerca delle fonti. — Sono estratte da Mariano anche le prime cinquanta pagine delle Croniche della Provincia di Toscana, scritte dal Pre Dionisio Pulinari di Firenze nel 1585, che si conservano autografe in Ognissanti (370 pagine di 246 X 176 mill.) e delle quali, essendo finora quasi del tutto sconosciute, riferirò il principio (Proemio, p. 1) :

« Questa sarà una Cronichetta della Provincia di Toscana, di noi frati Minori dell’Osservanza di san Francesco, seguitando, in tutto quello si potrà, un Fra Mariano da Firenze che ne fecie Cronache per insino alli suoi tempi, ma non le trascrisse per insino alla morte sua, che morì nel 1523, alli 20 di luglio di morbo, nel Ceppo, dovechè lui per la carità era andato a confessar li ammorbati. Però, buona parte de’ suoi scritti sono andati male.

Dal 1390 che la Provincia di Toscana incominciò, per insino al 1421 non si sa ben dire da chi la fussi recta, bisogna dire quello si può. Nel 1424 fu la prima electione del Vicario della Provincia, ma per insino al 1440, non si sa dove si faciessero li Capitoli, per esser la Provincia di S. Francesco e questa insieme. Ma allora dividendosi Fra Mariano di lì in poi, per insino al 1513 mette dove li Capitoli si feciero. Ma qui si ferma. Onde dal detto anno 1513 per insino al 1523, che si fecie el primo Capitolo, poi che la Provincia fu divisa, per un modo di dire, bisognerà scrivere al buio. Pure cercherò di dire el più che potrò e con più fondamento che si potrà ecc. ecc. ».

[105] Cfr. Annales, I, p. 65, n. XL ; narrata la visione di fra Silvestro (Leg. 3 soc. § 31) osserva: « secuta est [visio], ut adnotavit ex tribus Sociis Marianus, illius conversio ».

[106] Neanche sulle Croniche di Glassberger, composte al principio del sec. XVI, perchè l’autore è poco informato, e dipende quasi interamente da Giordano da Giano o dalla Cron. d. XXIV Generali. Cfr. luoghi citati nel § 1 di questo lavoro.

[107] Composte tra il 1370 e il 1385. Cito l’edizione di Milano, 1513.

[108] Racconta, per es., f. 41.v 1 « ut dicit legenda trium sociorum » la vocazione di Bernardo da Quintavalle. Altre numerose citazioni son registrate in Da Civezza e Dom., Op. cit., p. liv, n. 6.

[109] Cfr. Da Civ. e Dom., Op. cit., pp. xlvii e seg.

[110] Cfr. f. 120.r 1: si riporta al cap. 8 e nota: « hoc habetur in speculo perfectionis, de paupertate, II capitulo ».

[111] Cfr. passim le Conformitates, spec. la XXII.», 2.a parte « Franciscus reserator »; nonchè le note dei PP. Da Civezza e Domenichelli ai capitoli nuovi della loro “integra” Leg. 3 soc.

[112] Al f. 128 cita vari detti del Santo, prima dagli opuscoli suoi, poi dalla leggenda di san Bonaventura, dalla legenda antiqua e infine dalla duplice legenda fratris thome. Anche altrove (f, 161) preferisce la leg. ant. all’altra fr. thome. — E pure notevole che il Pisano, scrivendo la vita di fra Leone (f. 43.r - 2 segg.), di frate Angelo (f. 44.r 2) di fra Ruffino (f. 45.r 2 segg.) tace affatto della loro opera biografica; così pure tace dei biografi del Santo, ove parla (f. 70.v 2) degli scrittori dell’Ordine. Questo silenzio mostra già nell’autore mancanza di senso critico.

[113] Tuttavia si noti il seguente racconto, che fa parte della Vita di fra Corrado da Offìda (Cod. d’Ogniss., cit., f. 139.v, cfr. An. fr., to. III, cit. p. 428): « Narrava ancora el medesimo frate Currado al detto frate Andrea certe gram cose d’um suo amicissimo el quale era chiamato frate Govanni. El quale (come diceva) era stato buono insino dalla sua govanezza: e intanto era crescuto e ito innanzi in bontade, che spese volte li appariva la beata Vergine gloriosissima Maria Madre di dio e el beato Govanni evangelista e sancto Francesco. E si ancora frate Angelo e frate Leone, compagni pel passato del beato padre Francesco. E una volta, poco innanzi la morte di frate Leone, li apparve sancto Francesco dicendogli. Piglia teco frate Currado, va a frate Leone, el quale ora dimora in sancta Maria della Portiuncola, e da lui cercate delle parole mie e della mia vita. La qual cosa faccendo, andorano amendua e udirono da frate Leone molte maraviglie del beato Francesco ». — Benchè circonfusa d’un nimbo leggendario, questa è una tradizione storica certa intorno a un’opera composta da fra Leone sulla vita e gl’insegnamenti di san Francesco, ma rimasta nel sec. XIII ignota al pubblico, e conosciuta solo dagli amici zelanti. Così la Cron. d. XXIV generali è come un mezzo termine di congiunzione fra la nuova e l’antica Leg. 3 soc.

[114] Alvarus Pelagius, De Planctu Ecclesiae (Venezia, Sansovini, 1560) f. 150.r 2: « dicebat [Franciscus] ut legitur in legenda antiqua eius, quam composuit frater Joannes de celano, hanc Regulam librum vite, spem salutis, medullam evangeli! etc. ».

[115] F. 150.v 1: numerazione errata.

[116] Spec, perf., cap. 9.

[117] Spec. perf., c 6

[118] Spec. perf., c. 30 e 33,

[119] Spec. perf., e. 55.

[120] Spec. perf., c. 10 e 11 (Sab., pp. 23, 28).

[121] Spec. perf., e. 50 ; Test. (Sab., p. 311).

[122] Cito l’incunabulo, assai errato, della Marucelliana, senza titolo e senza numerazione: « Incipit prologus in librum qui intitulatur, Arbor -vite crucifixe Jesu. Et dicitur opus Ubertini de Casali qui fuit frater professus Ordinis Minorum beati Francisci ». Al f. 247.v: « Impressum « Venetiis per Andream de Bonettis de Papia, Anno MCCCCLXXXV, die XII martii, Jeanne Mocenico inclyto principe regnante. — I passi citati sono al f. 212.v 2 (L. V, cap. III, Jesus franciscum generans) e 213.r 1.

[123] F. 213.r 2: cfr. il passo riportato in Sabatier, Spec. perf., pp. cxlii seg., ove dello Sp. p. Ubertino cita i capp. 2, 3, 11, 26, 71, 73.

[124] Cfr. le parole di Ubertino (f. 222.r 1) in Sabatier, Spec. perf., pp. cxliii seg. — Sembra che Ubertino non avesse in mano alcuno di tali rotuli nel 1305, quando, nel convento della Verna, scrisse l’Arbor vitae. Però li aveva nel 1311: ond’io credo che Corrado da Offida, suo intimo, glie li cedesse morendo (a. 1336). In ogni modo l’accusa di menzogna e falsità che i moderni critici lanciano contro Ubertino, a guisa d’argomento, è una gratuita calunnia. Cfr. le solide e belle apologie, che ne fanno il Sabatier (Spec. perf.) e i PP. Da Civ. e Domenichelli (Op. cit.).

[125] Citata da Sabatier, Spec. perf., p. cl.

[126] Non è permesso più di dubitarne, dopo gli studi del P. Ehrle, Archiv für Litteratur und Kirchengeschichte, to. II, (Berlin, 1886) pp. 106 ss. (Die Spiritualen, § 3), che ne pubblica i tratti più interessanti per il suo lavoro. La Historia tribulationum è ancora inedita e si trova Manoscritta (sec. XIV) in Laurenziana, Plut. XX, cod. 7. Ne pubblicherò, nella seconda parte, i passi inediti più importanti per la storia critica dello Speculum perfectionis. — Angelo Clareno da Cingoli (circa 1245-1337) entrò nell’Ordine circa il 1267, e visse certamente in familiarità di fra Leone, per qualche anno.

[127] Ecco il principio della Cronaca: « Vitam pauperis et humilis viri dei Francisci trium Ordinum fundatoris quatuor solemnes persone scripserunt, fratres videlicet scientia et sanctitate preclari, Joannes et Thomas de Celano, frater Bonaventura, unus post beatum Franciscum generalis minister, et vir mire simplicitatis et sanctitatis frater Leo eiusdem sancti Francisci socius ». Cfr. Sabatier, Spec. perf., p. cxxxviii.

[128] Cfr. i passi riscontrati dal Sabatier, loc. cit.

[129] Cfr. Spec. perf., cap. 1 con Tribulati., Laur. 18r-19r; cap. 6 con Tribul., Laur. 13.r

[130] « Quoniam et in cedulis fratris Leonis, quas de his que de patre nostro tamquam eius singularis socius viderat et audierat conscripsit, legitur: Quod quidam frater laycus petiit a beato francisco quod posset psalterium habere et addiscere. Cui beatus pater respondit: quod et ipse aliquando similem de addiscendo temptationem habuerat. Cumque super hoc dominum oraret et orando consilium requireret, fuit sibi dictum a Christo: Vobis datum est nosse mysterium regni dei, ceteris autem in parabolis. Et est sensus, ut puto, etc. ». Cfr, Spec. perf., cap. 4. — Traggo la citazione dal codice D, 299 della Forteguerriana di Pistoia, f. 130.r (sec. XV); del resto, l’Expositio super regulam fu stampata anche negli Specula Minorum del sec. XV e principio del XVI, intitolati pure Fundamenta trium Ordinum, di cui la Marucelliana di Firenze ha un esemplare mutilo e collettivo.

[131] Wadding, loc. cit., to. IV, pp. 276 segg.

[132] Salimbene, Chron., p. 75: « sicut dixit mihi frater Leo socius suus [Francisci], qui praesens fuit quando ad sepeliendum lavabatur, in morte videbatur recte, sicut unus crucifixus de cruce depositus ». Il Salimbene ha certo conosciuto la Seconda Vita del Celanese e la cita; p. 333 (Sabatier, Spec. perf., p. 131): egli cita anche la Prima Vita (I, cap. 89) ove rammenta (p. 137) il romitorio di Greccio « ubi beatus Franciscus in Nativitate Domini fecit « representationem praesepii, de qua in legenda sua plenius continetur ». Così pure a p. 30 cita la terza parte di I Cel. — Egli conosce, almeno per fama, qualche scritto di fra Leone, ma è incerto se conosca gli scritti di lui sulla vita di san Francesco: però, si noti questo passo (p. 323): « Fuit autem frater Aegidius, qui Perusii in archa saxea tumulatus est in ecclesia fratrum Minorum.... computato beato Francisco; cuius vitam frater Leo, unus de tribus specialibus sociis beati Francisci, sufficienter descripsit ». Fra Salimbene fu uno zelante, ma di origine parmense, e visse quasi sempre in Lombardia.

[133] Cfr. lo Speculum historiale composto da fra Vincenzo verso il 1260 (Venezia, 1494), f. 394.v e segg.

[134] Parte I, cap. VIII.

[135] Un esempio di questi rotuli passati da fra Leone a Corrado è l’appendice che lo Spec. perf. reca al cap. 71 (Sab., p. 140). Interessantissimo è a questo riguardo il codice folignate, che riporta altri dieci rotuli simili di fra Corrado, descritti da Mons. Faloci Pulignani, Misc. franc., Vol. VII, fasc. II (1898) pp. 45 segg. (n. 31-43).

[136] Come per es. ne ebbero Francesco da Fabriano, Angelo Clareno, e Ubertino da Casale, che non usarono l’edizione porziuncolana dello Speculum Perfectionis (1318).

[137] Ricorda i celebri versi di Dante, Parad., XI, 115-126, spettatore di queste discordie, e, per bocca di san Bonaventura, giudice severo.

[138] Cfr. Chron. XXIV Gen. (An. fr. c, to. III) p. 473 n. 2.

[139] Cfr. una più lunga descrizione dei luttuosi tempi in Tocco, L’eresia nel Medio Evo, pp. 449 e seg.

[140] Nell’Introduction al Trattato di Francesco Bartoli, di prossima pubblicazione, il Sabatier distingue con molto acume tre diverse epoche, in cui si formarono le raccolte dei documenti per l’Indulgenza: la prima, nel 1277, comprende gli attestati di Benedetto d’Arezzo, di Giacomo Copuli, di Pietro Zalfani; la seconda, verso il 1310, comprende i precedenti, più il racconto di Michele Bernardi, il diploma del vescovo Tebaldo (cioè, secondo me, l’attestato di fra Marino); la terza, verso il 1335, è rappresentata specialmente dal diploma del vescovo Corrado d’Assisi.

[141] Senz’alcun titolo, oppure con la prima parte dell’incipit moderno: Haec sunt quaedam scripta per tres socios beati Francisci. Nella seconda parte di questo lavoro vedremo la ragione probabile, che mosse il compilatore a far questa separazione.

[142] Come scomparve da altre leggende francescane, per es. da quelle di Tommaso da Celano pubblicate recentemente dal P. Van Ortroy (Op. cit.)

[143] Gli Osservanti furono istituiti nell’ultimo quarto del sec. XIV da Paolo di Benegnato Trinci di Foligno, detto per la sua piccola statura fra Paoluccio. Vedine la vita in Pulinari, Croniche mss. cit., pp. 1 e segg. — Il nome di Benegnato (Benenatus), comune e noto a quei tempi nell’Umbria, vuol esser identificato con quello che san Francesco dette al Buon Giovanni di cui narra lo Spec. perf. (cap. 122), e che il Sabatier (p. 238), dalle corrotte lezioni dei codici (il cod. d’Ogniss. f. 32. ha: Recintate) non ha potuto ricostruire.

[144] Cfr. le interessanti descrizioni che il Sabatier (loc. cit.) fa di questi codici. Nel Mazarino 1743, allo Spec. perf. seguono gli Actus sancti Francisci e sociorum eius. La fusione dello Spec. con gli Actus e tutta la questione della Legenda antiqua sarà esaminata nella seconda parte di questo lavoro; qui non guardiamo che allo Spec. perf. in relazione alla Leg. 3 soc.

[145] Tali sono gli Specula Minorum citati poco avanti.

[146] La Versione pubblicata dai PP. da Civezza e Domenichelli, lungi dall’essere « del più puro trecento » (p. xxx) è una ignorante e rozza traduzione del sec. XV. Della perizia del traduttore nella lingua latina si avrà un’idea da questi brevissimi esempi, tra i lunghi e numerosi che potrei citare : « si fuisset totum frustatim incisus » p. 18 è reso : « se fosse tutto frustato et inciso »; « circuiens civitates et castra », p. 90 « cercando cittadi et castella »; « narrans ei omnia quae contulerat (in « senso di : tener colloquio) cum socio suo » p. 166 « narrando a lui tutte « le cose che haveva portate col suo compagno ». Della crassa ignoranza dell’italiano nel traduttore fa testimonianza tutta la versione, che è una semplice raccolta di latinismi, tanto che, per rendere servilmente il latino, trascura passim le più elementari regole della grammatica e dello stile: un esempio tra i cento: « [Bernardus et socius] illa autem nocte, cum usque ad matutinum satis sobrio somno iuxta clibanum quievissent, calefacti solo calore divino.... iverunt etc. » p. 66 « Ma in quella notte, quando insino a matutino assai sobriamente de sonno a lato al fuoco riposassino et scaldati solo del divin calore.... andarono ecc. ». Si noti, dopo tutto, la contradizione in terminis, che nasce dalla falsa versione di clibanum. — Cfr. inoltre le ottime osservazioni di I. Della Giovanna nella sua erudita e sagace recensione di quest’opera, nel Giorn. stor. d. Letter. italiana, 1899, Vol. XXXIII, pp. 383 segg. — La versione apparve a qualche lettore così servilmente latineggiante, che si permise di apporre nel codice, accanto a molti cattivi latinismi o versioni inesatte, altre migliori parole italiane corrispondenti: così è nato che la stampa della versione contiene centinaia di luoghi ove, per una parola sola latina, se ne ha due, la latineggiante e l’italiana: per es. p. 8: « detentus : detento et astretto » ; 12 « militia : militia et « cavallaria »; 14, « indicium: inditio et dimostramento »; 18 « impellebat: spingeva et sollecitava »; 20 « illectus : incitato et imbricconito »; 26 « contemnere : contemnere et sprezzare »; 26 « gibbosa deformiter: « giobbosa et deforme et fuor di natura » ecc. ecc. — Tutta, poi, la maniera di scrivere e di esprimersi è ben lontana dal Trecento, per es. dai Fioretti: e si manifesta anche nell’ortografia, del resto assai vacillante, opera non più antica del sec. XV, e oriunda della Marca Anconitana (cfr. il nome Gilio per il latino Aegidius, comune in vari contadi marchigiani). — Peccato, che i due dotti Padri non abbiano fatto questi raffronti critici, che li avrebbero condotti a ben diversa conclusione.

[147] Cfr. i capp. 12, 42, 46, 47, 49, 72, 77 dell’« integra » leggenda, e le relative fonti.

[148] In una prossima Dispensa verrà pubblicata la seconda parte di questo lavoro, contenente l’esame critico delle altre leggende francescane e la loro relazione con lo Spec. perf. Poi la storia critica dello Speculum ci condurrà alla risoluzione del problema della Legenda antiqua; a cui seguirà la determinazione dell’origine e del vero autore della falsa Leg. 3 soc.

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Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011