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Edizione di riferimento
Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti, seconda serie, vol. XXXV Serie II, LV della raccolta, Roma, Direzione della Nuova Antologia, Via del Corso 466, 1882. Fasc. del 15 Ottobre
* È temerario; più che io non supponevo, il compromettersi di scrivere di Francesco d’Assisi, poco meno che all’improvviso. È un soggetto che più uno vi s’accosta, più si allarga; più uno lo tasta, più si sprofonda. Di lontano, tu vedi la cara immagine d’un uomo geniale e pio; da vicino questa immagine ti richiede, perchè tu la ritragga e l’intenda, che tu scenda in certi recessi intimi e bui dell’umana natura, che tu veda dove essa si connette e s’abbraccia colla natura divina e col mondo; che tu discerna da quale segreta ragione dei tempi una indole come la sua, sia, se m’è lecita la parola, scoppiata fuori ed abbia trovato il motivo di così estesa efficacia; e se e come questa si sia diffusa fra le nazioni, alterandone alcune disposizioni morali, confermandone o promuovendone alcune inclinazioni sociali e politiche, sollevandone il pensiero ed eccitandone il sentimento in ogni genere d’operosità intellettuale ed artistica. E non basta. Francesco d’Assisi è così squisita e rara figura d’uomo, che quegli stessi, a’ quali dispiace o ripugna ogni suo atto per causa dell’affetto stesso e dell’idea da cui muove, quegli stessi a’ quali ogni miracolo è una impostura, ogni fremito spirituale un’allucinazione, non osano, sto per dire, esprimere la lor mente parlando di lui. Ma d’altra parte, in animi diversamente disposti sono così grandi tuttora gli amori che suscita, le ammirazioni che provoca e la devozione che richiama, da non parer loro esagerata nessuna cosa che se ne dica, da non parer loro lecita nessuna disamina di fatti, per rispettosa che sia. Sicché, se i primi restano impacciati a ragionare di lui e a spiegarsene la persona e gl’influssi, gli altri non ne ragionano se non oltrepassando ogni misura d’umane e divine cose, e si spiegano cotesta persona e cotesti influssi, trascendendo sin dove ogni tratto di quella si consuma e si smarrisce, e questi si confondono colla volontà divina arbitrariamente supposta. Ne giova stare di mezzo agli uni e agli altri; bisognerebbe cercare e ritrovare una via nuova, in cui non s’incontrino ne gli uni ne gli altri. E quale è questa? Dove oggi è una via che le passioni o i pregiudizi degli uni o degli altri non attraversino? Che gli entusiasmi degli uni o i dispetti degli altri non turbino ?
Nessuno degli antichi narratori della vita e gesta di Francesco d’Assisi comincia dal notare l’anno in cui nacque. [1] Nello spirito loro, questa nascita corporale aveva picciolo o anzi nessun significato; bensì l’aveva grande la nascita spirituale, che succedette, quando egli già era su’ venticinque anni. [2] Questa è l’epoca nella vita di lui; ad essa si riferiscono le poche date che non disdegnano di trasmetterci; del 3° anno della sua conversione; [3] del 6° [4]; del 13°; [5] del 18°; [6] del 20°; [7] e poco manca, ed è certo nel lor desiderio, che di quest’epoca sia fatta un’ era della storia umana. [8]
Pure solo durante questi venticinque anni ci appare la nuda natura dell’uomo, e c’è lecito di studiarla, di seguirla, prima che la fiamma d’un ardore divino l’abbia tutta investita ed accesa. Egli nasce nel 1881 in Assisi d’un Pietro di Bernardo, mercatante, e d’una donna Pica. [9] Nei vari tratti che dell’uno e dell’altra ci trasmette la storia, appare tanto rozza e violenta indole quella del padre, quanto dolce ed amorosa quella della madre. [10] Le due si temperano e confondono nell’indole del figliuolo. Quando venne al mondo, il padre era lontano, e la madre, poiché era sola come Elisabetta, lo chiamò Giovanni; ma il padre tornando di Francia, gli mutò nome, e gli disse Francesco, per ricordo forse del paese ov’egli faceva fortuna [11]. Fanciullo andò alle scuole ecclesiastiche di S. Giorgio [12] e v’apprese il latino; il francese imparò in casa, e che cominciasse sino da bambino a parlarlo, io credo che ne sia prova il vedere, che egli conversava o cantava francese, in alcuni momenti di molta commozione d’animo. Però sappiamo anche che lo parlasse assai poco bene. [13]
Ma più forse che non la scuola o la casa, giovò a dilatare quell’animo lo spettacolo, che dalla città sua natia gli si apriva dinanzi, e il correre per l’aperta campagna e l’elevare lo sguardo alle vette dei monti che non circoscrivono lo spirito, ma lo menano di là, e ai borghi che li coronano e paion sospesi alle loro pendici, e l’inebbriarsi d’aria, di sole, e il sentire il canto mattutino degli uccelli, e il contemplare nella sua copia senza posa, la vita abbagliante e continua d’una ricca natura. Nessuno ha descritto il luogo meglio di Dante Alighieri
Intra Tupino e l’acqua che discende
Dal colle eletto dal Beato Ubaldo
Fertile costa d’alto monte pende,
Onde Perugia sente freddo e caldo
Da Porta Sole, e dirietro le piange
Per greve giogo Nocera con Gualdo
Di quella costa, là dov’ella frange
Più sua rattezza, [14]
più a mezzo che in cima sta Assisi; e vi s’inerpica; e v’ha le sue case, costruite lungo l’una più su dell’altra, [15] sicché a nessuna, sto per dire, è chiuso l’aspetto dell’amena e larghissima valle, in cui siede Spoleto e si distende sino a’ monti, sui quali ad occidente appare Perugia. Se la tradizione merita fede, la casa di Pietro di Bernardo, nel sesto di Porta Mojano e nel popolo di Santa Marta Maggiore, [16] è piuttosto nel basso della città, che nell’alto; e noi dobbiamo pensare Francesco, ancora bambino, con quella vaghezza d’intelletto e simpatia grande d’animo che gli furono proprie, gioire tutto di così gaio e vario teatro, come quello che si parava davanti a’ suoi occhi, da mattina a sera, ogni giorno.
Appena ebbe gli anni, [17] attese alla professione del padre con tutt’altro genio. Non aveva indole da mercatante. Gli piaceva lo scialacquar nobilmente. È chiamato cortesissimo [18] uomo e liberale. Amava i banchetti ; andava la notte cantando per la città; si mescolava ad ogni sollazzevole compagnia. Pareva non un figliuolo di agiati borghesi, ma di principe. Ed era a volte eletto a re dai compagni, perchè ne dirigesse le ricreazioni e ne pagasse le spese. E vestiva il più riccamente e colla maggiore eleganza che sapesse, nè gli pareva soverchio qualunque danaro, che in simil genere di vita profondesse. Di che il padre taccagno si doleva come di abitudine che mandasse a rovina la casa; ma la madre ne godeva, e s’augurava bene di un figliuolo d’animo così superiore allo stato di sua famiglia; e andava dimandando: “Che ne pensate del figliuol mio?” [19]
Francesco viveva della vita agitata dei suoi tempi. Assisi era, come una così gran parte dei comuni d’Italia, fra tre padroni: due lontani che si contrastavano, ed uno vicino e presente che sorgeva di mezzo e di sotto a loro, e se ne burlava. [20] L’Imperatore e il Papa erano i due padroni lontani: e rispetto ad Assisi il contrasto tra i due era di tanto più vivo, che la città era compresa in quella donazione alla Sede Pontificia della contessa Matilde, che l’Imperatore disconosceva non meno di quello che il Papa la mantenesse. Ma si vede che il popolo d’Assisi, già a’ tempi che vi nasceva Francesco, anzi da più anni prima, aveva acquistato qualche balìa sopra di sè. Nel 1174 la resistenza fatta a Cristiano arcivescovo di Magonza e legato dell’Imperatore mostra il suo animo, come la presa che ne fu fatta, l’impotenza sua. [21] Nel 1177 Federigo Barbarossa vi stette a dimora certo dal 19 dicembre al 3 gennaio. [22] Più tardi, nel 1195, il suo figliuolo Arrigo VI, cui, secondo alcuni, nacque e fu battezzato in Assisi stessa Federico II, [23] investì del Ducato di Spoleto e della Contea d’Assisi Corrado di Svevia, detto de Lützenbard dal suo loco di nascita, e soprannominato il bizarro o Mosca in cervello per l’indole sua. Ma nell’intervallo, quando Francesco aveva tre anni, Assisi era entrata a far parte di una lega, o a dirla colla parola d’allora, in una concordia con parecchie città della Marca e dell’Umbria ed era andata in soccorso d’Orvieto assalita dalle genti tedesche. [24]
Corrado non ne rimase conte a lungo. Uno dei primi atti d’Innocenzo III fu di ritogliere a Corrado Duchea e Contea, senza ascoltare promesse od assentire patti di sorta, poiché temeva che qualunque indulgenza avesse mostrato ai tedeschi, gli sarebbe stata apposta a poco amore dell’indipendenza d’Italia, e a favore per gli stranieri; onde si sarebbero sollevati contro di lui gli animi del popolo italiano. Ne gli Assisani stettero alle mosse; posero essi l’assedio alla Rocca; forzarono il vecchio lor Conte ad uscirne, e la distrussero. Non è ardita congettura il supporre, che Francesco, il mercatante cavaliere, facesse parte della fazione. Era sui diciassette anni.
I comuni d’Italia appena diventati padroni di sè in realità, più ancora che in diritto, avevano subito due sorti di guerra a combattere, l’una con una parte de’ lor cittadini, i nobili che possedevano castelli nel contado e torri nelle città, l’altra con i comuni circostanti. [25] Assisi ebbe e l’una e l’altra, quantunque il Pontefice credesse di non averla ritolta a’ tedeschi, se non perchè fosse soggetta a lui. [26] E dalla prima gli nacque la seconda; poiché i nobili, messi a pericolo da’ popolani del borgo natio, ricorsero a quelli d’un borgo, vicino, a Perugia, che s’affrettarono di venir loro in aiuto; e gli assisiani ebbero la peggio. Ora, è assai verisimile, che Francesco, borghese, combattesse contro i nobili feudali; ed è certo, che prendesse parte alla guerra contro i Perugini, poiché vi fu fatto prigione. [27] Il che accadeva nel 1202, cioè nei suoi ventuno anni.
La prigionia non alterò la grande giocondità e la molta amabilità del suo spirito. Aveva una grande aspettazione di ciò ch’egli dovesse essere un giorno. Voleva seguito. Raccontano che uno di quelli ch’erano prigioni con lui, facesse ingiurie a un altro; onde tutti gli si misero contro, e vollero lasciarlo in disparte; ma egli no; gli rimase amico, e pregò tutti che tornassero, come prima, con lui. [28]
La prigionia durò un anno; ma appena ne fu uscito fuori ecco un altro pensiero venirgli in mente. Aveva dell’ avventuroso l’uomo. All’improvviso ed acre diletto delle prove dell’armi, gli s’era sollevato l’animo. Sentito d’un cavaliere d’Assisi, Gentile per nome, che si metteva in ordine per andare a guerreggiare in Puglia, si risolse ad accompagnarsi con lui, e s’allestì d’armi e di vestimento il meglio e più riccamente che seppe e potette. Ciò doveva essere nella primavera 1204; in quell’anno si guerreggiava tuttora tra Gualterio di Brienna venuto già da tre anni a riconquistare il regno, gliene veniva il diritto da Albina figliuola di Tancredi sua moglie, – e il conte Diopoldo, luogotenente di Federico II tuttora fanciullo. Ma l’11 giugno, il valoroso ed avventato Gualtiero, colto alla sprovveduta era vinto dal suo nemico avanti a Sarno, e rimaneva morto. Francesco ebbe a dimettere il pensiero d’andare a combattere accanto a un uomo di guerra, di cui nessuno era più adatto ad eccitare la fantasia sua giovanile. [29]
Però, prima d’accingersi a questo viaggio di Puglia, e dopo uscito dalla prigione di Perugia, un caso gli era occorso, che non era rimasto senza grande influenza sull’indole di lui. L’aveva colto una malattia grave, di cui non era risanato se non lentamente e a mala pena. Un giovine di così nobile immaginativa, di così elevato ed ambizioso animo, vissuto sino allora tra le distrazioni dei giuochi e dell’armi, non si vede rinchiuso in una stanza ed inchiodato in un letto, senza averne occasione a tornare sopra di sè. Bonaventura ha ragione: Spirituali auditui dat intelligentiam inficta vexatio; “ la vessazione inflitta al corpo dà l’intelletto all’udito dello spirito. E racconta ancora egli soavemente, ciò che a Francesco risanato intervenisse; andava ricercando per la prima volta in sua vita, lochi solitarii, amici di tristezza, e dove nessuno lo turbasse nelle meste meditazioni sue. Ed altri dice: Le bellezze dei campi, l’amenità delle vigne, e tutto ciò ch’ò pur bello a vedere, non gli erano più di nessun diletto. [30] Alle brigate d’amici prendeva parte svogliato, e fatto re, come un giorno, non le precedeva, ma le seguiva silenzioso e pensoso. [31] Era sui venticinque anni; e come tutte le nature capaci di mirare un ideale e abbastanza vigorose da effettuarlo, egli sentiva, si vede, dentro di sè il tormento che costa loro il determinarlo e il prefiggerlo.
I tempi nei quali viveva erano pieni di suggestione. Francesco d’Assisi nacque l’anno in cui morì Alessandro III, uno dei maggiori papi ch’abbia avuto la Chiesa di Roma, e quello “per la cui partecipazione alla pace tra i comuni Lombardi e l’imperatore Federico I, i Papi s’eran trovati capi e difensori della rinascente nazionalità Italica; o per non appiccare parole moderne a fatti antichi, di quella parte d’italiani che rifiutavano il vassallaggio dell’impero.” [32] Dalla lega Lombarda, che era nel 1176 uscita vittoriosa dalla gran lotta contro l’Imperatore, e dalla libertà de’ comuni, assicurata nei patti di Costanza del 1183, che ne fu l’ultimo effetto, “un alito di vita nuovo si cominciò a diffondere dall’Alpi al Garigliano.” Un effetto di questo alito fu l’odio “per la signoria tedesca, rimasta in Italia nei feudatari imperiali e nel Vicario dell’impero.” [33] Essi soli, nati o no che fossero in Italia, erano ancora sentiti stranieri. Nelle plebi, tutte le varietà nazionali, trasfusevi dalle immigrazioni barbare, s’erano stemperate e confuse; e s’era andato formando un sentimento popolare e nazionale, ombroso e fermo. Negli anni che scorsero dalla fanciullezza alla prima giovinezza di Francesco, dal 1181 al 1198, durante i pontificati brevi di papi fiacchi, il moto dei comuni diventati liberi non s’allentò, ma a tutti insieme mancò una mira, a raggiunger la quale unire gl’intenti e le forze. Ma nel 1198, quando Francesco aveva quindici anni, fu eletto a Papa Lotario dei conti di Segni, che prese nome d’Innocenzo III, e mostrò nel suo Pontificato di 17 anni tale forza d’animo e attitudine d’impero e larghezza di mente e dottrina che Pontefici maggiori e più potenti di lui non ha visto la sede di Pietro. La guerra del papato contro l’impero, che sino ad Alessandro III era stata l’effetto dell’ingerenze spirituali di quello, divenne per opera d’Innocenzo III soprattutto l’effetto dell’ingerenze sue temporali in Italia, e fu intesa a spogliarnelo affatto. Uno dei primi atti di lui fu la lega conclusa fra le città Toscane nello stesso primo anno del suo Pontificato, nella quale non doveva entrare nè imperatore nè re o principe o duca o marchese, e lo stesso Papa e i cardinali dovevano restarne esclusi, se non avessero fatto ed adempiuto la parte assegnata loro. [34] Quali gli ultimi resultati fossero per la storia d’Italia di questo comune sforzo di Papi e di popoli contro l’Imperatore forestiero da una parte e tutta la nobiltà feudale dall’altra, che si poggiava su quello, non è qui il luogo di dirlo; ma, di certo, sulla mente di Francesco, popolano, dovevano avere efficacia grande, sì questo maraviglioso splendore della suprema autorità ecclesiastiche, sì l’alleanza in cui essa era entrata coi popoli, e sì ancora la guerra, che insieme avevano dichiarata ad un potere che vantava diritti storici, ma ne soffocava assai più di naturali. E di che animo fosse rispetto all’impero, lo mostrò un fatto occorso nel settembre del 1209; passando da Rivo Torto, dov’egli era allora a dimora, Ottone IV nell’andare a Roma a coronarsi imperatore, Francesco non volle uscire a vederlo, nè lasciò che nessuno dei suoi compagni vi uscisse, eccetto uno, cui commise di dirgli senza paura che di cotesto onore avrebbe goduto assai poco. [35]
Pure la realtà abbondava, assai più che non suole, di contrasti. In cotesti comuni liberi, le fazioni tra i cittadini e le discordie erano già molte, aspettando di diventare anche più feroci tra qualche anno. Riconciliate da paci passeggiere, prorompevano sempre di nuovo. Nel 1203 la sconfitta toccata agli Assisani gli aveva persuasi a scendere a patti con quei loro concittadini, ch’erano ricorsi per aiuto ai Perugini vincitori. I buoni uomini, ch’ è il nome dato a questi malmenati, ottengono un risarcimento di danni dagli uomini del popolo, come si chiamavano quelli che glieli avevano inflitti; e s’accordano in ciò che a niun cittadino debba far lega o patto con città o castello o signore nè con nunzio imperiale senza una deliberazione comune della terra... o cagionare nè dentro nè fuori divisione alcuna. [36] Ma quanto tempo dura quest’armonia? La storia d’Assisi ci resta in brandelli. Ma noi vediamo la città l’anno dopo, per l’elezione d’un console scomunicato, in rotta con Innocenzo III che la interdice, e poi, officiato umilmente l’assolve; [37] e tornare l’anno di poi a voltarglisi contro, come appare da un diploma dato in favore di esso da Filippo di Svevia, nemico del papa. [38] Al quale pare che fosse tornata amica prima della passata di Ottone IV; che l’anno dopo che fu incoronato imperatore le mise sul collo quel Diopoldo, che avea vinto Gualtiero di Brienna, creandolo duca di Spoleto. [39] E sotto il governo di colui l’anno stesso fu concluso un nuovo accordo tra i maggiori e i minori d’Assisi, i buoni uomini e i popolani del 1203, nel quale tra le persone, con cui senza comune consentimento non bisogna far patti, son citate altresì il papa e i nunzi o legati di lui. [40] Ora, quest’alternare continuo di parti e di sudditanze che lasciava bensì luogo ad una libertà popolare ma licenziosa, e abituata a dar volta ogni giorno, non doveva contentare un animo eletto e delicato, com’era quello del figliuolo del Mercatante. Quanto fastidio ne sentisse ne sta a prova un altro fatto di lui. Molti anni dopo era in Greccia [41] su quel di Rieti; e seppe, e venne, uscendo di sua cella, a raccontare a’ compagni che i Perugini avevano fatto dimolto male a’ lor vicini, e n’erano saliti in superbia con lor vergogna. Pure la vendetta d’Iddio, aggiunse, è vicina, ed egli ha già la mano sull’elsa. E scorsi pochi giorni si leva in fervore di spirito, e dirige i passi verso la città di Perugia. E giuntovi, comincia a predicare al popolo; e poiché dei cavalieri, come suole, accorsero, e facendo colle armi alla mano dei giuochi, impedivano che la parola di lui si sentisse, il santo rivolto a loro proruppe in un gemito e disse: – o miserabil demenza di miseri uomini che nè considerate nè temete il giudizio di Dio, ascoltate quello che Iddio v’annuncia per mezzo di me poverello. Il Signore, disse, v’ha esaltato sopra tutti quelli che vi stanno d’intorno; per il che dovreste essere più benigni co’ vicini e più grati a Dio, ed invece, ingrati a’ benefici di lui voi correte a mano armata addosso ai vicini, gli uccidete, li mettete a ruba. Io vi dico: non sarà lasciata la condotta vostra senza vendetta, anzi per più grave castigo Iddio vi farà così andare a rovina per intestine guerre, che l’uno insorgerà contro l’altro e vi consumerete tutti. Lo sdegno di Dio v’insegnerà quello che la bontà sua non v’ha appreso.” E così fu, la leggenda nota; poiché di lì a pochi giorni nasce una discordia tra loro; il vicino prende l’armi contro il vicino; i popolani inferociscono contro i nobili, i nobili contro i plebei; e fecero tanta strage e così crudele gli uni degli altri, che perfino le popolazioni circostanti se ne condolsero. Ed un altro contrasto e non men vivo mostrava la Chiesa. Nei comuni una libertà infeconda: nella Chiesa un’autorità spiritualmente sterile. Grande e riguardevole di fuori; non mai più d’allora vigoroso l’imperio di essa. Pure la leggenda racconta, – e il fatto può non esser vero, ma esprime un sentimento vero – che quando Francesco era per andare a Roma a chiedere a Innocenzo III l’approvazione dell’ordine che s’era proposto di creare, il Pontefice vide in sogno la Chiesa di Laterano minacciar rovina, ed un povero religioso reggerla colle spalle. [42] Le testimonianze di quanta fosse la corruzione dentro la Chiesa son molte; ma a me bastano quelle che si raccolgono dai biografi stessi di Francesco. L’uno dice di lui, ch’egli fosse una luce mandata dal cielo in terra, per fugare l’universale caligine di tenebre, che aveva occupato pressoché tutto il paese; sicché nessuno più sapesse vedere una meta. “Tanta alta profondità dell’obblivione di Dio e della negligenza delle prescrizioni di lui premeva pressoché tutti da lasciare a mala pena e solo sino a un certo punto che mali vecchi ed inveterati ne li ridestassero. [43] Gesù era dimenticato da tutti.” [44] E un altro: “A quei tempi l’amore e il timore di Dio era pressoché estinto in ogni luogo; e la via di penitenza s’ignorava affatto, anzi si riputava stoltezza. Poiché aveva tanto prevalso l’attrattiva della carne e la cupidigia del mondo e la superbia della vita, che il mondo pareva consistere tutto in questi tre malefizi.” [45] Il secolo duodecimo rassomiglia in questo rispetto al decimoquinto, ed è notevole come il venir meno del sentimento del culto, e il profanarsi, se la parola m’é lecita, della Chiesa generarono nel decimoterzo e nel decimosesto due ripigli religiosi o rinnovazioni, che si debba dire, pure così diversi l’uno dall’altro nei lor modi ed effetti.
Si può star sicuri, che sino a che una fede non ha perso tutto il vigor suo, sicché la radice stessa non s’è inaridita nelle menti e nei cuori, non s’ecclissa se non per ritornare da capo nella sua luce di prima ed ancora più viva. Ora nel decimoquinto secolo non era diventata sterile la fede cristiana; e nel duodecimo non era diventata tale la cattolica. Il contrasto, accusato a grandi e dolorose grida da uomini virtuosi e credenti, tra la realtà dei costumi nel clero e nel laicato e l’idealità dei fini e delle missioni, era destinato tuttora ad essere passeggiero; e generava intanto negli animi pii una compunzione profonda ed un ardore di desiderio.
Quando nel 1187 Gerusalemme fu ripresa da’ Saraceni, uno sgomento addolorato colpì tutta la cristianità occidentale. La città dove era stato crocifisso il Dio adorato da essa era ricaduto nelle mani de’ nemici suoi; e dopo tanto sangue, dopo tanti sforzi! Pure l’impresa pareva ancora siffatta da non doversi ritenere per disperata. Innocenzo III non ristette sino a che un altro esercito di Crociati non movesse alla riscossa. E nel 1202 l’esercito partì; ma non giunse in terra santa; e i capi dei Crociati, conquistarono invece per sé, Balduino di Fiandra Costantinopoli e l’Impero, Bonifacio di Monferrato Tessalonica e un regno. Il fatto disegna gli uomini e il secolo! Non potevano le fantasie tollerare che Gerusalemme non fosse de’ cristiani; la fede, l’onore di questi era offeso da cotesto evento materiale, sensibile; non già da veruna violazione morale di legge umana o divina; e non credevano necessario, per cansare l’ira divina, nessun rimutamento di animo o di condotta; partivano a liberare il sepolcro di Cristo, senza ravvivare in se nessuno dei germi della dottrina di lui. Ed in Terra santa o anche prima che vi giugnessero, le ingordigie, le ambizioni seminavano tra i Crociati stessi la discordia, e questa li consumava più che il ferro inimico. Nella crociata del 1202 impedirono che vedessero persino la Terra per la cui liberazione avevano abbandonato i figliuoli, le spose, i castelli. Pure nella mossa stessa, o riuscisse o no, e’ c’era questo; un distacco volenteroso da tutto ciò con cui s’era nato e vissuto, e un correre avventuroso verso una mèta che un ideale nutrito da uno spirito di fede vi prefiggeva. E l’animo umano si giova di ciò; pure fallendo per via od in fine, se ne sente alleggerito e sublimato. E se nei più l’impressione delle tristi notizie di Terra santa non era tenera o profonda sì da penetrarne l’animo e mutarne in realità la condotta, le menti pie e i cuori semplici se ne dovevan sentire scossi sin dentro il midollo, e credere che Iddio, per la voce di quelle, chiedesse espiazione, sacrificii, virtù, e sentirsi tutti pronti ed infiammati a fargliene offerta. Un fatto, uno de’ più strani fatti de’ tempi, la crociata dei fanciulli del 1212, mostra questa inclinazione degli spiriti; l’innocenza doveva conquistare la vittoria ch’era sfuggita al valore.
Sicché e il vigore, tutt’altro che spento, del principio cristiano, e l’eccitazione che veniva agli spiriti dalla condizione de’ tempi, eran del pari cagione che a fianco della Chiesa officiale, sprovveduta di spirito religioso, e del laicato distratto da discordie, da avidità, da superbie, si vedessero sorgere e formarsi moti spirituali intesi a rinnovare e riprisinare l’antica fede di Cristo nella sua verità teorica e nella sua efficacia pratica. E prendevano due forme; l’una di opposizione alla Chiesa stessa, e con essa agli ordini sociali e politici che si reggevano in suo nome e sotto le sue ali; l’altra di riforme dentro la Chiesa e dentro questi ordini, di ritorno di quelli e di queste ai lor principii, di riedificazione intima degli uni e degli altri senza distruzione.
Non mai secolo era stato più del duodecimo fecondo di eresie. Queste non vogliono, in genere, dire affievolimento di fede religiosa o diminuzione d’interesse in quello che si riferisce ad essa e nell’idee e sentimenti che ne derivano; bensì il contrario; nè di solito, sorgono da malignità, come ne sono accusate dalle credenze che ne sono combattute o alterate, bensì da fervore di spirito. Un poeta contemporaneo quasi di Francesco d’Assisi dice che in Italia serpeggiassero trentadue eresie; numero che vuol dire parecchie e ce n’era di più cagioni. Tutto il fondamento e la guarentigia della salvezza che a lor senno la Chiesa non offeriva più, lo ricercavano e lo riponevano nel petto di ciascuna singola persona e nell’immediato contatto di questa con Dio, e presentivano e profetavano un avvenire prossimo in cui i loro ideali si sarebbero effettuati. V’era molta gradazione tra cotali sètte nella loro opposizione alla Chiesa. Gli Apostolici, venuti su principalmente in Italia, e i Valdesi, seguaci di P. Valdo di Lione, volevano sopratutto ricondurre la Chiesa alle condizioni della prima età e risecare da’ suoi ordini e pratiche tutto quello che i secoli avevano aggiunto all’Evangelio. Ma in altre eran penetrate dottrine, tragittate forse d’Oriente coi crociati, gnostiche e manichee; e che prendevano nomi diversi, Catari, Albigesi, Publicani, Pauliciani, Paterini. Ed alcune pendevano ad una intelligenza panteistica dell’universo, p. e. la sètta dello Spirito Santo; mentre in altre appariva solo un gran fervore di spirito, che dava luogo ad ogni sorta d’allucinazione. Tanchelmo di Brabante s’immaginava d’aver ricevuto in sé lo Spirito Santo e d’essere con ciò diventato Dio e lo sposo di Maria vergine; Eudone da Stella od Eon voleva che le parole: per eum qui venturus est iudicare vivos et mortuos, si riferissero a lui. Sarei lungo e pur non abbastanza quanto dovrei, se andassi nominando tutte l’eresie nate nel secolo, e ne volessi spiegare anche solo sommariamente l’indirizzo: Arnaldisti, Petrobrusiani Enriciani, i seguaci di Segaretti di Parma, i Pagasii, e talune di Germania, di cui s’avvertono i movimenti, e non ci restano i nomi. Pure non posso tralasciar di dire qualche parola dell’abate Gioacchino.
« Di spirito profetico dotato »
morto in Calabria nel 1202. Egli non uscì dalla Chiesa, poichè Onorio III lo dichiarò dopo morte un cattolico vero. Cisterciense, non trovò che il rigore di disciplina di quest’ordine bastasse al suo spirito severo e fantastico; nè la solitudine di Sorazzo dond’egli era abate, contentò il suo ardore contemplativo. Fondò ordine più stretto e scelse solitudine più selvaggia in Santa Fiora di Calabria. Qui scrisse libri e lasciò profezie, non ancora dimenticate, ma che ebbero molto grido ed effetto tra i contemporanei. Diceva la storia del mondo divisa in tre periodi: nel primo operò il Padre mediante i Patriarchi e i figliuoli dei Profeti; nel secondo il Figliuolo mediante gli Apostoli e gli uomini apostolici; e nel terzo, quello in cui s’entrava, avrebbe operato lo Spirito Santo, e suo istrumento sarebbero stati [46] monaci. E questo terzo avrebbe dovuto principiare nel 1200. La Chiesa corrotta e diventata tutta mondana sarebbe stata castigata dalla dura spada della Germania. [47]
A cotesto brulichìo d’idee e aspettative del nuovo fuori della Chiesa, rispondeva dentro di questa l’elaborazione via via più serrata della sua dottrina. Da Anselmo d’Aosta (1033–1109), apparso al cominciare del secolo, aveva preso principio un indirizzo speculativo, che le contese tra Roscelino e Guglielmo di Campello, tra Abelardo e Bernardo di Chiaravalle, non avevano fermato, ma diffuso: e verso la fine della prima metà s’era conchiuso, rispetto al domma, con un libro che sarebbe stato il testo ed il modello di molti altri per molti anni, il Liber sententiarum di Pietro Lombardo da Lumelogno.
Rispondeva a questo coordinamento rigoroso della dottrina il coordinamento della gerarchia della Chiesa dentro se stessa; poiché cresceva l’autorità pontificia e si andavano rassegnando a rimanerle soggette, senza contrasto, tutte le autorità ecclesiastiche sparse per il mondo cattolico; e le relazioni tra queste stesse prendevano forma più certa, regolata, costante. Gl’influssi che dall’ autorità pontificia scendevano sul clero, erano in generale buoni; se da essa partivano disposizioni intese a formare del clero un esercito suo, e che portavano per naturale effetto il dissociarlo, il distaccarlo prima e poi dalle società laiche, si deve riconoscere altresì che però non ne partiva mai nessuna indulgente a’ vizi e disordini di quello, o all’ignoranza in cui in buona parte riposava. Sarebbe un bello studio l’andar rintracciando ed esponendo i provvedimenti presi dai concilii, convocati e presieduti dai pontefici, o da questi soli per purificare la vita ed illuminare la mente del clero durante la seconda metà del duodecimo secolo e la prima del decimoterzo; ma mi condurrebbe troppo lontano.
Un naturale effetto di cotesto sistemarsi della dottrina e dell’autorità fu l’agire più risoluto e violento contro le sette ereticali, che apparvero nemiche non meno dello stato che della Chiesa. Sicché fu abbandonato in tutto il vecchio principio, che fosse illecito l’usare la forza a reprimere le opinioni diverse dalla comune e cattolica. L’inquisizione si può dire, nacque nel Concilio di Verona del 1184. L’anno stesso, che Francesco sentì leggere in S. Maria della Porziuncula quel passo dell’Evangelio, che finì di chiarirgli il suo animo, cominciò la guerra contro gli Albigesi, sterminatrice.
Ed un altro effetto delle stesse cause fu l’acuirsi, in pari tempo, e il determinarsi di alcuni punti di credenza più difficili e delicati, e il moltiplicarsi dei culti. Il domma, così arduo della trasformazione del corpo di Cristo nel pane e nel vino, trovò, il 1215, nel duodecimo concilio generale, la sua parola: transustanziazione. La festa del Corpus Domini fu per la prima volta instituita nel 1246. Ed un secolo prima, nel 1140 era stata instituita quella dell’Immacolata Vergine Maria. Nuove pratiche s’introducevano. Le reliquie venute in Francia, in Germania, in Italia, dopo la presa di Costantinopoli, nel 1207, accrebbero il culto dei Santi; i pellegrinaggi divennero più vari e numerosi; le leggende più copiose e ricche. Così da una parte la scuola precisava i misteri; dall’altra l’autorità fomentava le devozioni.
E l’una e l’altra inclinazione erano accresciute ed aiutate dagli ordini religiosi che si creavano o si rinnovavano. Poiché la maggiore o minor solitudine a cui erano costretti quelli che vi s’ascrivevano, è per sè naturale cagione dell’assottigliarsi dell’intelletto e del riscaldarsi del cuore. Bernardo di Chiaravalle aveva nella prima metà del secolo decimosecondo richiamato a più severa disciplina i Cisterciensi, instituiti nella fine del secolo anteriore; e le congregazioni che prendevano norme da lui s’erano moltiplicate nel secolo decimoterzo fuor di misura, ed avevano acquistato grandissimo credito. Ancora apparteneva alla stessa prima metà l’ordine de’ Premonstratensi (1120); ma alla seconda quello dei carmelitani (1156), specialmente devoti della Vergine. Innocenzo III aveva consigliato a Giovanni di Malta l’istituzione dei Trinitari per il riscatto dei cristiani fatti prigionieri dagl’infedeli. Per lo stesso fine Pietro Nolasco e Raimondo di Pennaforte fondavano nel 1218 l’ordine della B. Maria della Mercede. Anche da Innocenzo III ebbero conferma e regola gli Umiliati, sorti nel secolo undecimo. Nel 1233 Bonfiglio Monaldi Fiorentino fondò l’ordine dei Servi della B. M. Vergine, i Serviti. Gli eremiti sparsi per l’Italia furono raccolti in un ordine colla regola di S. Agostino nel 1244. Ed eran parecchi e diversi gli ordini ospitalieri, il principale dei quali era stato fondato da Guerino e suo padre Gastone, francesi, nel 1096.
L’associarsi per un fine a forma di corporazione era proprio del secolo. Ogni attività economica, intellettuale, spirituale, guerriera sceglieva questo organismo per vivere e dilatarsi. Era naturale che l’attività religiosa lo prediligesse anche. Nella Chiesa le corporazioni religiose rappresentavano e contenevano l’impeto degli spiriti che non si contentavano osservarne le leggi, ma volevano effettuarne gl’ideali, gl’ideali posti dall’Evangelio all’umana persona. La loro creazione era il suggerimento delle coscienze più infiammate, più pure, più sciolte d’ogni attaccamento mondano, più fiduciose, più assolute. Ma se le forze dell’idea da cui scaturivano, era grande nell’animo di chi le instituiva, s’affievoliva subito, per lo stesso suo eccesso, se non in quello di coloro, che gli si ascrivevano ne’ principii, negli altri che seguivano. E d’altra parte, gli ordini diversi non si confondevano in tutto colla Chiesa; ma ciascuno sentiva, dentro di questa, una persona sua distinta e propria. Sicché non sempre le loro influenze ed operosità collimavano in tutto e più d’una volta si elidevano. I Pontefici non ne vivevano senza qualche paura e sospetto; e gli parevano nella Chiesa potenze difficili a reggere ed a tenere in carreggiata. Dal lor seno uscivano le voci più libere e coraggiose contro quelli che la governavano, in alto o in basso, se per poco parevano dimentichi dei fini e dei mezzi proprii dell’ autorità che esercitavano.
Gli ordini religiosi si chiamavano e si presumevano l’esercito di Cristo, che combatteva per lui colle preghiere e colla dottrina; mentre gli ordini cavallereschi che nascevano, negli stessi tempi, i Gioanniti, i Templari, i Teutonici, si compromettevano di difenderne e diffonderne la fede colle armi. Così gli uni come gli altri avrebbero continuate, credevano, le loro battaglie, quando il clero secolare da una parte ed i governi dall’altra avrebbero rinunciato a combatterle. Erano gli uni e gli altri Cavalieri di Cristo; e nella mente del monaco e del guerriero, si svegliava e si manteneva, del pari, sinché le istituzioni non degenerassero, un entusiasmo non diverso da quello che aveva destato la donna tra le armi mortali dei duelli o le armi gentili dei tornei, e nei nuovi canti de’ trovatori e de’ menestrelli.
Poiché s’era giunti a quell’ora della vita di Francesco di Assisi in cui il giovine gaio era diventato pensoso, bisognava pure guardare attorno a lui e spiare come il mondo in cui era gli avrebbe colorito il pensiero. Giacché l’uomo nè è fatto tutto da ciò che è fuori di lui nè da ciò che gli è dentro; ed errano nel parer mio così coloro che cercano spiegarlo colle circostanze in mezzo a cui l’uomo vive, come senza di queste. La circostanza più prossima a lui è lui; ed egli non è effetto, ma causa anche nella misura della grandezza della sua mente e del suo animo.
In Francesco d’Assisi non appare a un tratto quello che sarà il concetto e fine di tutta la vita ed azione di lui. Egli vi si infervora a mano a mano. La fantasia, mossa dal suo cuore, gli presentava le molte immagini di ciò su cui meditava il giorno; e i sogni erano rivelazioni via via più chiare del volere di Dio. Quando era sul partire per le Puglie, sognò la notte di vedere uno che lo chiamava a nome e lo menava in uno spazioso ed ameno palazzo ripieno d’armi, e, dimandato da lui di chi le armi e il palazzo fossero, gli rispose: tue. Ed egli ne gioiva tutto; e a’ suoi amici che gli chiedevano la causa di tanta gioia, annunciava ch’egli sarebbe stato un gran principe. Ma principe dove e di che? Ecco, che mentre già era a Spoleto, in un altro sogno, gli è domandato da uno sconosciuto dov’egli andasse e che cosa sperasse; e quando gli ebbe risposto, lo sconosciuto riprese: – Chi ti può giovare di più, il Signore o il Servo? – Ed avendo egli risposto: – il Signore – l’altro soggiunse: – Perchè dunque lasci per il servo il Signore e per il vassallo il Principe – Che cosa, dunque, vuoi tu ch’io faccia, o Signore? – Torna e il saprai. Il sogno dell’altra notte va inteso altrimenti di quello che tu hai fatto. [48]
E torna, e lo travaglia il pensiero di quello eh’ egli debba essere e fare. I compagni che lo vedono distratto e mesto allontanarsi da loro, gli dimandano: – Perchè? Ti sei proposto forse di prender moglie ? – Sì, risponde lui –, e più nobile e più ricca e più bella che voi non pensate. [49]
Il giovine aveva sempre sprezzato il denaro. Uno dei pentimenti della sua fanciullezza era questo, aver rifiutato la limosina a un povero che gliela chiedeva, mentre egli era a bottega. [50] S’era proposto di non farlo più mai. Ed ora che il cuore gli vagava cercando un oggetto, i poveri gli parvero per i primi un degno oggetto del cuor suo. E dava loro denaro se ne aveva; o gli abiti che portava addosso o il pane della mensa di casa. E la madre glielo comportava, poiché amava lui sopra tutti i suoi figliuoli. [51]
E pregava, ardentemente pregava. Andava a pregare in una grotta abbandonata del monte. Lì, diceva, s’ascondesse un gran tesoro: e s’ascondeva, certo, per lui. [52] Chi non prega o non ha pregato, o non ha intelletto se non di ciò che è in grado di fare lui stesso, non sente ne concepisce quello che la preghiera sia: non sa quanto appagamento crei in un’anima soprattutto dolce, amorosa, immaginosa, quel sentimento dell’armonia morale dell’universo dal quale la preghiera sorge, quel sentimento d’intima unione dell’uomo con Dio e con tutto, su cui la preghiera s’eleva!
Dall’esercizio della carità e della preghiera uscì rifatto. L’ una e l’altra unite sublimano lo spirito siffattamente ch’egli si sente gravato di ogni cosa che attrae, che lega l’uomo alla terra. Il corpo e tutte le impressioni delle quali esso è l’organo, gli appaiono allora come nemici suoi, e non intesi se non a turbarne la serenità e tarparne le ali. E così apparvero in quel momento a Francesco d’Assisi. « Tutto ciò – gli disse dentro una voce – che t’è stato carnalmente diletto, ed hai desiderato di possedere, bisogna che tu lo sprezzi e l’odii; il che quando tu abbi principiato a fare, le cose che prima ti parevano dolci e soavi ti saranno incomportabili ed amare; e da quelle che prima avevi in orrore, attingerai dolcezza grande e soavità immensa. » Questa è rivoluzione che davvero ha luogo nel cuore umano; e nessuna è più radicale.
Un giorno prese seco quanti più panni potesse nella bottega del padre, andò a Foligno e vendè ogni cosa; e se ne tornava col denaro, e non sapeva che uso farne. Quando ecco, nel ritornare, s’imbatte nella vecchia chiesa di San Damiano, che minacciava rovina, e in un povero sacerdote che vi stava a guardia, al quale narra quello che gli girava per l’animo, ed offre il denaro che portava seco. E poiché il sacerdote che sapeva chi egli fosse e che vita avesse menato sin allora, stupiva dei suoi nuovi proponimenti e ricusava il denaro, posò questo su una finestra come cosa non sua, [53] ed impetrò di rimanere con lui. Il che saputo dal padre, corse a ricercarlo; ma alla ricerca egli sfuggì, nascondendosi in una fossa, dove rimase un mese, solo di nuovo con Dio e con sé. E la solitudine e la preghiera operarono di nuovo sull’animo suo; e dopo scorso quel tempo, egli, che non era stato mai vile, si sentì vergognare di occultare così, alla famiglia e agli amici, la mutazione che si era fatta nel suo animo. Ed uscì, emaciato, lacero, in nulla somigliante a quello di prima, e girava per le piazze e per i vicoli della città, commiserato da tutti e tenuto per folle. Di che appena fu giunta notizia al padre, questi s’ affrettò a rinchiuderlo ; ma, avendo dovuto per suoi affari allontanarsi da Assisi, la madre amorosa e pia liberò il figliuolo dal carcere; e il figliuolo ricominciò, più che prima, la vita di prima. Al padre tornato seppe male che la madre avesse disobbedito agli ordini suoi, e ne la biasimò aspramente: e ricorse a’ consoli perchè chiamassero Francesco e lo forzassero a stare coi suoi. Ma Francesco, citato dal banditore a comparire davanti ai consoli, rispose: ch’egli oramai fatto libero dalla grazia di Dio, non era più in nessuna dipendenza da’ consoli, stantechè fosse servo solo di Dio altissimo. La qual risposta i consoli accettarono per buona, e confermarono al padre che il figliuolo s’era sottratto al poter loro coll’entrare al servizio di Dio. Onde il padre fece capo al vescovo della città, ed avanti a questo Francesco comparì. Quando il vescovo gli ebbe detto come il padre era turbato con lui e rivoleva il denaro, e quando gliel’avesse reso si sarebbe addolcito e placato, Francesco rispose : E non solo il denaro gli voglio rendere, ch’è laggiù sulla finestra; ma questi abiti che sono suoi; – e si spogliò tutto – e rinunciare a lui e ad ogni sostanza e non avere quind’innanzi altro padre che Dio. [54]
E Pietro di Bernardone prese seco ogni cosa e andò via; e d’allora in poi non incontrava per istrada il figliuolo senza maledirlo. Sicché questi prese seco un uomo poverello e sprezzato, e gli disse: “Vieni meco, e ti farò parte dell’elemosine che mi si daranno; ogni volta che tu veda il mio padre a maledirmi, io dirò a te: Benedicimi, padre mio, e tu mi farai il segno della croce e mi benedirai in sua vece.” [55] Dov’è da notare come nel suo pensiero persino la relazione di padre e figliuolo si spiritualizza; e, consumatone, sto per dire, ogni altro elemento, ne resta questo solo: la benedizione, che, a nome di Dio, un uomo fa ad un altro, e la disposizione devota con cui l’altro la riceve.
S’era così andato determinando nell’animo del giovine che cosa egli dovesse fare di sè; essere tutto di Dio e dei poveri; e ancora dell’amore verso di questi servirsi a rinnovare la chiesa di quello. Se non che questo fine ulteriore non gli apparve alla prima in tutta la generalità sua. Sentì dietro di sè il suggerimento di operare per modo che la Chiesa di Dio ripigliasse lena e vigore; ma l’intese da prima della restaurazione materiale della chiesa della città natia e ne restaurò, elemosinando, tre, quella di S. Damiano, di San Pietro e di S. Maria di Porziuncula; o forse la leggenda volle che fossero tre, per adombrare la creazione dei tre Ordini che fece poi, e la sola restaurata fu la prima. Ma intanto continuava e perfezionava la restaurazione di se medesimo. Gli parve soverchio il cibarsi di ciò che il sacerdote di S. Damiano gli preparava: oh perchè altri aveva in così misera occupazione a sciupare il tempo per lui, e un cibo così preparato l’avrebbe ritrovato sempre? Si risolve quindi ad andare di porta in porta; e tutto quello che gli si desse, metterlo insieme in una scodella, e nutrirsi così. Ed andava attorno tuttora vestito da eremita, calzato, cinto alla vita da una correggia, colle bisaccie sulle spalle, quando un giorno nella chiesa di S. Maria sentì leggere il Vangelo di S. Matteo, dov’è detto: “Non fate provvisione nè di oro nè di argento nè di moneta nelle vostre cinture: nè di tasca per lo viaggio nè di due tuniche nè di scarpe nè di bastone; perciocché l’operaio è degno del suo nutrimento.” [56] Alle quali parole egli sclamò, inebbriato d’incredibile gioia: [57] “Questo è ciò che io desidero; ciò di cui io mi struggo nell’intimo del cuor mio.”
E si slega i calzari, gitta via il bastone; butta per terra le bisaccie; caccia in malora il denaro, e contento d’una sola tunichetta di grossolano panno bigio, con un cappuccio puntuto, a modo di pecoraio, [58] ed un capestro alla cintura in luogo della correggia, smette ogni cura di sè, e senza altro pensiero che di Dio e dei poveri alla cui foggia s’era vestito, si consacra tutto all’idea che infine brillava di pienissima luce nel suo cuore e nel suo intelletto. [59]
Si può ritenere che questo processo del suo spirito, dal giorno ch’ egli smise il viaggio di Puglia a quello che sentì le parole dell’evangelio di Matteo nella chiesa di S. Maria durasse tre anni, e che nel 1209 gli si chiarisse in tutta la via sua. [60]
E qual’era ?
Quella comune a tutti coloro che si sono inspirati da Cristo; rifare l’uomo interno, spogliarlo di cupidigia e d’odio, infiammarlo dell’amor del prossimo e d’Iddio, per salvargli l’anima. Gli ordini sociali si rifarebbero quando l’uomo fosse rifatto; e saranno istrumento di giustizia e di pace, quando l’uomo avrà pace e giustizia nel cuore.
Francesco ebbe in breve compagni; prima da Assisi stessa, Bernardo di Quintavalle; poi da città circonvicine; e se la più parte povera gente, non tutti di questa, il primo, per esempio, era un agiato signore. Il quale invitò una sera Francesco in sua casa; e lo vide levarsi di letto, quando credette ch’egli si fosse addormentato, e passare tutta la notte a pregare. Onde la mattina si risolse a diventargli compagno, e gli chiese consiglio di ciò che avesse a fare. E Francesco lo menò nella chiesa di S. Niccolò, vicino alla piazza d’Assisi ; e genuflesso avanti l’altare aprì l’Evangelio tre volte; e alla prima gli venne letto: – Se tu vuoi esser perfetto, va, vendi ciò che tu hai e donalo ai poveri, [61] – alla seconda: comandò loro che non prendessero nulla per lo viaggio; [62] alla terza: se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, e tolga la sua croce e mi segua. [63]
In questi tre precetti era contenuta tutta la riforma che Francesco intendeva introdurre. Ma se nel ricercare in essi la perfezione della vita cristiana molti fondatori d’ordine avevano già preceduto lui, egli si distingueva da tutti nel modo in cui intendeva effettuarli nell’ordine suo. Anche altri avevano prescritto che i singoli membri dell’ordine facessero voto di povertà; ma lasciarono che l’ordine possedesse. Francesco volle che l’ordine stesso fosse povero. E si badi; ciò non voleva dire che dovesse possedere poco; bensì che non dovesse possedere nulla. Nè intendeva con ciò che il possedere o l’arricchire fosse illegittimo; nè questi poveri, consacrati a Dio, avevano invidia a chi possedesse o fosse ricco o lo minacciavano. No; e’ c’ era nel mondo necessariamente molti sprovvisti di tutto, i quali dovevano o col lavoro d’ogni giorno o accattando campare la vita. Ebbene, se c’era molti in cui questa era una necessità, voleva che ci fossero molti in cui questa fosse una volontà, e che ne creassero essi l’obbligo a se medesimi. La povertà, volenterosamente accettata, ch’egli copriva d’ogni lode, e p[ers]eguiva col più ardente amore, era lenimento, nel sentimento suo, ed è davvero della povertà necessariamente imposta. E l’una e l’altra creavano un dovere in chi possedesse, il dovere dell’elemosina, ch’era l’eredità e la giustizia dei poveri. [64] Però, questo dovere per parte dei ricchi s’accompagnava con un altro per parte dei poveri; di non chiedere l’elemosina, se non quando il lavoro non bastasse alla lor vita; [65] poiché l’ozio è l’inimico dell’anima. [66] Nè il dovere nei possidenti di far l’elemosina creava nei poveri il diritto di esigerla. I suoi poveri volontari, che non dovevano portare nulla seco, proprio nulla, potevano accettare ciò che si desse loro nella casa in cui giugnevano, ma non pretendervi nulla; e cacciati via, non ricalcitrare, e schiaffeggiati su una guancia porgere l’altra, e a chi volesse levar loro qualche parte del lor vestimento, lasciare anche la tunica, pronti, non solo a dar via ciò che lor si chiedesse, ma anche a non ripetere ciò che lor si togliesse. [67] E non credersi mai in nessuna casa, come propria loro; non appropriarsene nessuna mai nè impedire altrui d’occuparla. [68] E denaro, ad ogni modo, non accettarne mai, non chiederne mai, non averne mai sopra di sè ; non prenderne a compenso del loro lavoro; non raccattarlo di terra neanche se lo trovassero per via, ma calcarlo coi piedi come polvere ch’esso sia. [69] In somma, vivere aspettando ogni giorno da Dio cui s’erano addetti per servi, il nutrimento quaggiù che li sostentasse, ogni sera un tetto sotto di cui ricoverarsi, e, dopo morte, il cielo.
Raccontano che Francesco fosse “in grande pensiero e dubitazione di quello che dovesse fare, ovvero d’intendere solamente ad orare ovvero alcuna volta a predicare, e sopra ciò desiderava molto di sapere la volontà di Dio; e perocché la santa umiltà, ch’era in lui, non lasciava presumere di sè nè di sue orazioni, pensò di cercarne la divina volontà coll’orazioni altrui.” [70] Ma per vero dire, non è verisimile ch’egli, sin dacché si propose il fine esposto più su, non avesse anche risoluto di mescolarsi nel mondo, e di vivere, così diverso da esso, in mezzo ad esso. Le vie, che i monaci d’altri ordini avevano ad evitare, chiusi ne’ loro chiostri, erano appunto quelle che avrebbero dovuto battere questi nuovi spirituali, i quali non avevano nè mensa imbandita nè ricetto sicuro. [71] Perciò, gli ebbe a chiamare non più monaci, cioè solitari; ma Fratelli e Minori, perchè eran di quei minori dei quali Cristo parla nell’Evangelio di Matteo, ai quali a nome di lui si deve essere caritatevoli, ed egli terrà come fatta a sè, la carità fatta a loro. [72]
E quindi egli non tenne presso di sè quelli che si raccoglievano intorno a lui. Quando furono otto [73] o sette [74] o anche soltanto sei [75], appena insomma ebbe un numero di compagni, che potesse mandare attorno in diverse parti ad un tempo, lo fece. A due a due, dovevano andare annunciando la pace agli uomini e la penitenza in remissione dei lor peccati; la pace, cioè cogli altri e con se stessi. Poiché queste parole: – Il Signore vi dia la pace – eran quelle con cui Francesco cominciava ogni discorso.
Dei frati mandati attorno ve n’eran parecchi in tutto rozzi e semplici. Ma egli non voleva che di questa lor semplicità si sgomentassero; era semplice anche lui. Il suo precetto rettorico era sublime, e lo ripeteva a ciascuno nell’accomiatarlo: “Jacta cogitatum tuum in Domino, et ipse te enutriet.” Gitta il pensiero tuo nel Signore, ed egli ti nutrirà,. [76] Voleva a parlare impeto di spirito. [77] E riputava un fratello semplice e non facondo, elinguis, ma buono e che ragionasse col cuore, più adatto a raccogliere frutti sani e copiosi dalla sua predicazione, che non un religioso il quale cercasse da questa piuttosto lode per sè che non la salute delle anime, e distruggesse colla pravità della vita quello che costruiva colla verità della dottrina. [78]
A vedere così strani e nuovi predicatori, le popolazioni delle città e delle campagne non ammirarono alla prima, ma derisero. Parevano, dice un contemporaneo, uomini selvatici. [79] Ascoltati da pochi, erano beffati da’ più. Come ingannatori e pazzi non si volevano accogliere nelle case; erano costretti a dormire per terra sotto i portici. Richiesti chi fossero, rispondevano viri poenitentiales de civitate Assisii oriundi, uomini penitenti oriundi d’Assisi. [80]
Francesco d’Assisi intese ch’egli non avrebbe distinto agli occhi dei popoli i suoi frati da altre sètte religiose, che avevan predicato povertà e pace e mostrato gran fervore di spirito al pari di lui, se non avesse ottenuto il beneplacito dell’autorità pontificia, e non avesse con questo difeso l’instituzione sua dai sospetti dei popoli e dalle gelosie del Clero. I seguaci di Valdo, pure predicando il medesimo, erano stati riprovati dalla Chiesa trenta anni prima; e le si erano poi rivolti contro. Egli prese adunque, cogli undici compagni la via di Roma; ma non vi trovò così agevole il conseguire l’intento suo, come nella schiettezza del suo cuore avrebbe pensato. La curia non viveva senza sospetto di coteste effervescenze spirituali. Non piacciono a nessun governo; e Roma è stata sempre un governo. Innocenzo III trovò troppo aspra e dura la vita che Francesco intendeva seguire lui ed obbligare i suoi a seguire. Ed eran certo piene di prudenza umana le parole che gli diresse: – Noi crediamo che voi siate di tanto fervore, che non accade dubitare di voi; ma dobbiamo considerare di quelli che vi seguiranno, che non paia loro troppo aspra cotesta via. Va, dunque, e prega Dio, che ti riveli se quello che voi chiedete, è di gradimento suo. – Ma cotali entusiasmi, se nuocciono quando esorbitano, contenuti e rispettosi alla Chiesa, l’alimentano. Sicchè Innocenzo, ripregato da Francesco, che volesse non lasciarli andar via sconfortati, gli dette licenza di predicare a lui e ai frati suoi, che n’avessero avuta licenza da lui. E Francesco promise obbedienza e riverenza al Papa; ed il Papa ordinò che i frati promettessero obbedienza e riverenza a Francesco. Nel venire a Roma, questi non aveva voluto nè apparire nè essere il capo dei frati suoi ; aveva lor fatto eleggere a capo, cui egli e tutti obbedissero, Bernardo di Quintavalle. Ora, in ciò corresse Innocenzo III, genio di Principe, l’umiltà del santo. Volle che l’ordine avesse a capo lui; e ch’egli guidasse, frenasse, correggesse i compagni. Lo volle garante. Ma nel rimanente, pur non abbandonandosi affatto, nè dando per iscritto nessuna approvazione, cedette sin dove occorreva per levarne saggio ancora e sperimentarli; poiché egli era pur capo d’una fede, il cui Apostolo delle Genti ha scritto: che “Iddio ha resa pazza la sapienza di questo mondo,” e che, poiché “il mondo non ha conosciuto Iddio per la sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti per la pazzia della predicazione.” [81] E queste o simili sentenze ebbe Giovanni di San Paolo, cardinale di Sabina, a ricordare al Pontefice perchè si piegasse; guardasse, l’ammonì, che a ricusarsi d’approvare la vita e i proponimenti di quei frati, non gli succedesse di disapprovare insieme l’Evangelio.
Ciò accadeva nel 1210. [82] Francesco non tornava da Roma in Val di Spoleto in tutto sodisfatto e sicuro. Ora seguono nove anni che paiono alla prima stranamente vuoti di fatti. La leggenda gli occupa con viaggi di Francesco in parecchie città dell’Umbria, predicando e facendo proseliti. E che fervore accendesse colla sua parola e colla sua presenza ne son prova due nuove instituzioni che nascono sotto le mani di lui e per suo influsso. L’uno è l’ordine delle povere donne, cui s’ascrisse per la prima Chiara, leggiadra fanciulla di soli 18 anni; [83] che si sentì nella vaga e pia fantasia allettata dalla vita di sacrificio e di amore spirituale, che Francesco insegnava e praticava, e volle che la donna, che n’è capace altrettanto e più, non ne fosse esclusa. L’altro fu l’instituzione dei Mantellati o continenti o Pinzocheri e più propriamente dei Fratelli e Sorelle della penitenza, che questo fu il nome, parrebbe, che Francesco gli dette, quantunque per essere stato il terzo degli ordini instituiti da lui, furono più comunemente conosciuti sotto nome di Terziaria. [84]
Quest’ultima fu dell’instituzioni sue quella di maggiore rilievo, quantunque senza le due prime, delle quali si diffondevano gli esempi del sacrificio eroico, non avrebbe potuto la terza nè nascere nè allignare. E la cagione dell’instituirle fu questa; che non tutti gli uomini potevano entrare nei frati minori, nè tutte le donne nelle suore povere; e bisognava trovar modo, che si potessero e uomini e donne dedicare al servigio del prossimo e di Dio, alla diffusione della pace e dell’ amore di Cristo, pur senza abbandonare le cure quotidiane della famiglia e la sodisfazione degli obblighi e degl’interessi sociali. Costoro avrebbero potuto, senza diventare religiosi, professarne le virtù nelle proprie case. Si sarebbero astretti a vestire umilmente, a non assistere a banchetti e spettacoli disonesti, ad astenersi da aluni cibi e a digiunare, a talune preghiere, a confessarsi e comunicarsi ogni anno, ad udir messa divotamente. Se non che in queste prescrizioni era bensì il vincolo religioso dell’instituzione; ma non s’intenderebbe da esse sole il significato della sua forza. La quale, invece, si contiene in queste altre; nessuno poteva esservi ascritto se non fosse cattolico, e non s’obbligasse a restituire quello che avesse di non suo; nessuno dovesse portare armi sopra di sè, nè impugnarne se non per la difesa della fede cristiana e della propria sua terra; nei tre mesi dall’ammissione ciascuno avesse a far testamento; tra i fratelli, tra le sorelle dell’ordine si dovesse metter pace e così tra essi e gli estranei, e cansassero, il più che potessero, di giurare; e si aiutassero ed assistessero nelle infermità ed accompagnassero nei seppellimenti. Nè tutta questa moltitudine di uomini e donne era lasciata senza governo. Sacerdoti visitatori nominati dagli stessi fratelli e sorelle in alcun luogo religioso o chiesa, avrebbero vigilato sopra di essi, aiutati da ministri, da rimanere in ufficio non più d’un tempo breve e definito, A questi erano date facoltà non piccole; potevano dar licenza di portare o d’impugnare armi ; trattare la pace, quando paresse lor bene, tra i fratelli e gli estranei; se i fratelli o le sorelle fossero offesi nei loro diritti o privilegi da’ rettori della città in cui abitavano, cercar modo coi vescovi di ottenerne loro sodisfazione; visitare i fratelli o sorelle infermi e denunciarne al visitatore le colpe. Chi s’ascriveva all’ordine, vi rimaneva, per parte sua, obbligato in vita; ma chi ammonito o castigato tre volte non si correggesse, n’era cacciato, e il suo nome notificato all’intera congrega. [85]
Ora, di queste due istituzioni quella delle povere donne ebbe forma nel 1212; ed io credo che quella dei terziarii l’avesse prima del 1219. [86]
Nel quale anno si appalesò che vigoria avesse acquistato l’Ordine durante questa nuova preparazione di nove anni; preparazione fatta colla preghiera e colla predicazione, ed allargando via via, colla purità della vita e l’ardore dello spirito, il credito dei fratelli tra le plebi delle città e delle campagne. Difatti, in quest’anno Francesco tenne non già il primo capitolo dell’ordine, ma il primo di cui resta chiara memoria, e dove apparve la grandezza già raggiunta da esso. Poiché del rimanente sin dacch’egli aveva ottenuto dall’abate di san Benedetto di Subasio la cappella di S. Maria di Porziuncula giù nella valle alle radici del monte, egli aveva dato ordine che vi si facesse capitolo due volte l’anno, la Pentecoste e la dedicazione di San Michele, nel maggio cioè e nel settembre, e quivi infervorava, ammoniva, istruiva i seguaci suoi, ed assegnava a ciascuno il posto del suo lavoro. [87]
Nel 1219 concepì ed effettuò più larghi disegni. Mandò frati minori non più solo per le provincie d’Italia, ma in Germania, in Ungheria, in Spagna ed in altri luoghi ancora cui non pervennero. [88] E non gli mandò soli. Sapendo quanta guerra e di buona e di mala fede si sarebbe lor fatta in paesi, dove giugnevano nuovi e forestieri – poiché erano italiani la maggior parte, anzi in questa prima missione oltremonte pressoché tutti – ottenne da Onorio III, succeduto già da tre anni ad Innocenzo III, una lettera in data dell’11 giugno 1219 a tutte le autorità ecclesiastiche del mondo, in cui li guarentiva per cattolici e fedeli [89].
Noi non c’immagineremmo mai come questi frati eran mandati; pure, non v’è migliore e maggiore indizio della fiamma di fede e d’amore di questi poverelli, e di chi li mandava, se non appunto questo; il tentare l’impresa senza essere provvisto di nessuno a dirittura dei mezzi umani atti a riuscirvi. I frati che furono mandati in Francia, interrogati se fossero Albigesi, non intendendo, che cosa mai fosse Albigesi, rispondevano di sì, poiché non sapevano che questo era nome d’eretici; sicché furono riputati per tali essi stessi. In Germania ne andarono circa settanta o più con Giovanni da Penna Marchigiano; [90] anch’essi, s’intende ignoravano la lingua, ma visto che rispondendo ia, avevano ricovero e cibo, si risolsero di rispondere con questo stesso monosillabo a qualunque dimanda. Ora alcuno dimandò loro, se fossero eretici e venuti per questo, ad infettare la Germania come avevano pervertito la Lombardia, e, poiché essi risposero ia, furono chi incarcerato, chi messo nudo in berlina. Ai frati mandati in Ungheria incolse peggio. I contadini quando li vedevano per le campagne, se ne burlavano, e sguinzagliavano lor dietro i cani, e li pungevano colle lancie. I frati dicevano fra di sé : “Oh perchè ci trattano così” ; ed uno di loro pensò che il motivo potesse essere, che volevano le lor tuniche di sopra; e gliele dettero. E poiché i pastori non cessavano dal dar loro noia, un altro credette che volessero anche le lor tuniche di sotto; e gliele dettero. Ma neanche con ciò gli altri smettevano: “oh sarà, disse un terzo, che vogliono anche le nostre brache” e gliele dettero. Così nudi furono lasciati andare. Un frate raccontava che gli furon tolte le brache quindici volte. Sicché per averne un paio addosso, prese il partito d’insudiciare tutto di fango e sterco quello che gliene era rimasto, pel modo che a nessuno venisse voglia di rifargliele; e in effetto, così sudicie gli furon lasciate. [91]
I frati tornarono da ogni parte in Italia. Ma Francesco ebbe un grandissimo conforto. Cinque dei frati mandati in quell’anno stesso o prima nella Spagna, in Marocco, dove tragittarono, rimasero martiri della fede, per le mani stesse del re che troncò loro il capo. [92] Questi parve a Francesco che fossero davvero i primi cinque suoi fratelli minori. E volgendosi dalla parte verso cui era posto il convento d’Alenquer, donde erano partiti per il Marocco, esclamava: “Casa santa, terra sacrata, tu hai offerto al re del cielo cinque bei fiori purpurei d’un odore fragrantissimo. O casa santa; che tu sia sempre abitata da santi. [93]” E concepì il desiderio d’andare nel Marocco lui stesso; e si mosse; ma una malattia gl’impedì di continuare il viaggio, e lo forzò a tornare a casa [94]. Se non che l’intenzione gliene rimase; e l’effettuò presto.
Nel 1217 un’altra crociata, la quarta, era principiata. Onorio III era riuscito a spignere Andrea II d’Ungheria alla liberazione di Terra santa. Ma quantunque questi avesse sulle prime qualche successo, pure il tradimento e l’inoperosità dei baroni cristiani di Palestina, fu causa ch’egli disperasse della riuscita e tornasse nel suo regno. Leopoldo d’Austria rimase, ed intraprese insieme col Re Giovanni di Brienna una spedizione in Egitto, per fiaccare nella sua sede stessa il potere che aveva riconquistata la Terra santa e la teneva soggetta. Approdati il 29 maggio del 1218 a Damietta, ne presero d’assalto la cittadella il 28 agosto, e la città stessa il 5 novembre 1219; ma non vollero accettare nè una prima volta nè una seconda patti favorevoli di pace, che soprattutto il legato Pontificio vi s’opponeva; e mentre si proponevano di penetrare oltre nell’ Egitto, circondati dalle forze dell’inimico, dopo combattimenti durati più giorni, si videro costretti il 28 agosto del 1221 a chiedere pace essi alla lor volta, e ad abbandonare, per ottenerla, l’unica lor conquista, Damietta, se vollero tornare i pochi sopravvissuti alla lor patria. [95]
La fama delle vittorie de’ Cristiani, e la speranza di compiere colla virtù della predicazione la sconfitta del Maomettanesimo, cominciata, speravano, colle armi, indussero Francesco d’Assisi a ritentare la prova della conversione degl’infedeli. Già era stato mandato in Asia, e n’era tornato frate Elia, quello stesso, che dopo la morte di Francesco, più e meglio operò per dar fondamento e sicurezza all’ordine, instituito da lui, ma che, come volle con consigli temperati da prudenza umana correggerne gli entusiasmi e gl’impeti divini, n’ebbe tanta guerra che fu costretto ad uscirne. Sino a che Frate Elia era rimasto in Oriente, o che vi fosse stato mandato nel 1219 o prima, [96] vi aveva esercitato ufficio di ministro provinciale. Però quanti frati avesse menato seco, e che frutto avesse fatto tra gl’infedeli, non c’è detto; bensì che vi trovasse Cesario da Spira, un uomo di molta dottrina ed esemplarità di vita, e lo persuadesse ad accompagnarlo in Europa e ad entrare nell’ordine; [97] dove poi sarebbe stato uno dei maggiori nemici suoi, sicché Frate Elia l’ebbe ad incarcerare, e il frate che gli dette a custode, sospettando che Frate Cesario volesse fuggire, lo freddò d’un colpo di bastone sul capo. [98]
Ma tornando a Francesco, egli partì per l’oriente verso la fine del 1219 o il principio del 1220, portatovi solo, di certo, dall’ardore di spirito che lo consumava. [99] Quando gli era stata data notizia del martirio dei suoi cinque frati al Marocco, e si volle leggergliene la storia, in cui era lodato ancora egli, e vide che gli altri frati ne godevano e se ne gloriavano, ordinò che la lettura si smettesse, e quella storia si mettesse da parte, dicendo: – ciascheduno si glorii della passione sua e non dell’altrui. – Ed ora andava incontro alla passione sua.
Noi non sappiamo quale via prendesse per giungere in Egitto; ma sappiamo il modo che tenne, una volta giuntovi, per arrivare innanzi al Sultano, ch’era allora Alkamil, mite indole d’uomo ed inclinato come suo padre Aladil, morto il 31 agosto 1218, a non inasprire le contese coi cristiani ma a raddolcirle. [100] Francesco, adunque, si gitta in una barca, accompagnato da Pietro Cataneo, [101] e traversa il Nilo. Sbarcato, è ingiuriato, battuto, vilipeso da ogni parte. Egli come i suoi frati in Germania o in Ungheria, ignorava la lingua: sicché per indicare chi volesse, badava a gridare: Soldan, Soldan. E il Sultano, quando se lo vide venire davanti, forse sapendo chi egli era e in quanta venerazione fosse tra i cristiani, lo accolse con onore e lo trattò umanamente. Ma a breve andare Francesco, persuaso che non avrebbe fatto nessun frutto, ritornò al campo dei cristiani [102] e rimase in mezzo ad essi insino a che disperò che l’impresa potesse riuscire. [103]
E forse ripartì più sollecitamente che non avrebbe voluto; poiché gli vennero d’Italia notizie non buone. Egli vi aveva lasciato a vicarii dell’ordine frate Matteo di Narni e frate Gregorio di Napoli, il primo a. S. Maria della Porziuncula a ricever novizi, il secondo, perchè girasse l’Italia a conforto dei frati sparsi per essa. Ora fra Matteo introdusse alcune novità nella regola; volle che i frati s’astenessero dal procurarsi della carne, nei giorni che era lecito di mangiarne, e non ne mangiassero, se non fosse stata offerta loro dai fedeli. [104] Ancora un frate Filippo, visitatore delle donne povere, era entrato in una gara contro alcuni che avevano lor fatto offesa e danno, e per vincerla aveva impetrato lettera dalla sede apostolica, mentre Francesco voleva in ogni cosa riuscire non per forza di giudizio, ma di umiltà. Infine un padre Giovanni di Capella o di Campello aveva raccolta gran moltitudine di lebbrosi ed uomini e donne, e s’era proposto di creare un nuovo ordine. E queste perturbazioni non erano le sole. Ora, un frate laico, senza chiederne licenza ai vicarii si partì d’Italia; e andato in Egitto, partecipò a Francesco, come e vicarii e frati in tutta Italia, introducevano novità e perturbavano l’ordine. Ond’egli presi seco Pietro Cataneo che l’aveva accompagnato, e frate Elia e frate Cesario, che dovevano esser ritornati in Oriente dopo l’andata di lui, ed altri frati, rivenne in Italia, e sentite le cause de’ turbamenti, se n’andò, non incontro a quelli che li cagionavano, ma da papa Onorio III. Senza cercargli udienza, l’aspettò all’uscita; e quando lo vide dinanzi a sè: – Padre Papa – esclamò – il Signore ti dia pace. – Ed il Papa: – Iddio ti benedica – rispose – o figlinolo. – E Francesco riprese: – Tu sei grande ed impedito spesso da grandi affari; i poveri non hanno sempre modo di giungere sino a te, nè di parlare teco. Dammi uno, un papa mio, con cui, quando io ne abbia bisogno, io possa parlare; che in tuo luogo possa sentire la causa mia e dell’ordine. – E il Papa: – Chi tu vuoi, figliuolo, che io ti dia? – Il cardinal d’Ostia. – Gli fu conceduto. Questi era il cardinal vescovo Ugolino, nipote d’Innocenzo III, che fu poi Gregorio IX. A lui riferì Francesco ciò che accadeva nell’ordine suo. Ottenne che frate Giovanni fosse cacciato di curia: e la lettera ottenuta da frate Filippo revocata. [105]
Ed indisse per la Pentecoste un capitolo alla Porziuncula. Il rivederlo tornato d’Oriente, dove chi l’aveva creduto morto, chi ucciso, chi annegato, era il desiderio di tutti i frati. E a’ capitoli prendevano allora tutti parte, così i professi come i novizi. E se ne raccolsero bene tre mila. [106] Non s’erano provvisti di nulla. Ma i popoli circostanti fornirono loro tutto ciò di cui avevano bisogno, con tanta copia, che n’ebbero persino a rifiutare nei due ultimi giorni. Vivevano sparsi per la pianura, “I letti loro si era la piana terra, e chi avea un poco di paglia. I capezzali si erano o pietre o legni.” I tetti di graticci e di stuoie, e distinti per torme, secondo frati di diverse provincie, e però si chiamava quel Capitolo il Capitolo dei graticci ” delle stuoie. [107] “Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare favole o bugie, ma dovunquesi raunava una schiera di frati o eglino oravano o eglino diceano officio o piagneano i peccati loro o dei loro benefattori o della salute delle anime.” “Per la qual cagione sì era tanta divozione di loro, a chiunque gli udiva o vedea, e tanta la fama della loro santitade, che dalla corte del Papa ch’era allora a Perug;a, e dalle altre terre di Valle di Spoleto venivano a vedere molti Conti, Baroni e Cavalieri e altri gentili uomini, e molti popolani e Cardinali e Vescovi e Abati e con molti altri cherici per vedere quella così santa e grande Congregazione e umile, la quale il mondo non ebbe mai di santi uomini insieme, e principalmente venivano a vedere il Capo e Padre Santissimo di quella santa gente, il quale avea rubato al mondo così bella preda e raunato così bello e divoto gregge a seguitare l’orme del vero Pastore Gesù Cristo.” [108]
Francesco si giovò di questo fervore che vedeva intorno a sè, per riproporre una missione in Germania. Era al settimo giorno in sul finire, quando egli, che faceva per l’estrema debolezza sua parlare frate Elia in sua vece, lo tirò per la tunica e gliene manifestò il pensiero: e frate Elia disse : “Fratelli, qui il fratello – e questo nome era dato per eccellenza a Francesco – dice: v’ha una regione, la Teutonia, in cui havvi uomini cristiani e devoti che spesso, come sapete, passano per le nostre terre con lunghi bastoni e grossi ceri, cantando le lodi di Dio e dei suoi santi, coperti di sudore, a’ raggi del sole. Ora, poiché alcune volte si son mandati fratelli tra loro, e ne sono tornati malconci, il fratello qui non costringe nessuno ad andare tra di loro, ma quelli che inspirati da zelo di Dio e delle anime vogliono andare, a costoro egli vuol dare un’obbedienza, come quella che è data a chi va oltre mare, anzi più larga; sicché, se vi sia chi vuol andare, si levi e si faccia da parte.” E si levarono novanta. Francesco nominò a ministro Frate Cesario da Spira; e gli dette facoltà di scegliersi tra i novanta chi volesse. E qui racconta il testimone di questa scena, d’essere stato scelto lui stesso, quantunque non si fosse levato su, e non avesse di nulla maggior paura che di trovarsi tra gli eretici di Lombardia o i Tedeschi, temendo che quelli colle seduzioni, questi colle minaccie feroci non l’avessero ad alienar dalla fede. Se non che curioso di conoscere quelli che sarebbero nel parer suo, diventati martiri, poiché era ancora dolente di non aver saputo se non di nome i cinque ch’erano stati martirizzati in Spagna, si accostò a’ Frati che s’erano rizzati in piede per dimandare a ciascuno chi era e di dove, a fine di poter dire: “Quello io lo conobbi e quello anche.” Ora, mentre egli era in questa ricerca, Frate Cesario passa per fare la cernita e checchè dicesse e facesse, la volle seco. [109]
Pure, in questo glorioso capitolo, [110] Francesco si dimise da Generale, e fece nominare in sua vece, il suo compagno di Egitto Pietro di Cataneo. Oh perchè? È uno dei fatti più certi; e men ripetuti, anzi nascosti, da quelli che n’hanno scritta la vita a’ tempi nostri. [111] Egli era infermo: ma oltre la debolezza del corpo, gli era entrata, pare, nell’animo una certa stanchezza, se non, s’ha a dire sfiducia. Ci rimane di lui una triste meditazione. “Certuni, vi dice, di voi, frati, si maravigliano e mi chiedono perchè io non corregga i difetti dei frati. A’ quali perdoni Iddio, poiché mi sono contrari e nemici e vogliono implicarmi in cose che non riguardano l’ufficio mio. Giacchè sino a che io fui eletto ad un ufficio di governo sui frati, habui praelationis officium super fratres, ed essi persistettero nella vocazione e professione loro, quantunque sin dal principio della mia vocazione io fossi stato infermo, pure con poca mia sollecitudine vi bastavo cogli esempi e colle predicazioni. Ma poiché ebbi considerato, che il Signore moltiplicava il numero dei frati, ed essi per la tepidezza ed inopia di spirito cominciavano a declinare dalla via retta e sicura, per la quale erano stati soliti di camminare, e procedendo per una via più larga che conduce a morte, non badavano alla lor vocazione e professione nè al buono esempio, e non volevano abbandonare la via pericolosa e mortifera in cui s’erano messi... io mi risolsi di raccomandare a Dio e a’ ministri la presidenza e il governo dell’ordine.” Ed eran passati soli 12 anni dall’instituzione! E viveva lui!
Ma se si dimise dal governo dell’ordine, non ne abbandonò la cura. Le missioni fallite del 1219 gli avevano mostrato che senza maggior guarentigia del fine proseguito dai frati suoi, non si sarebbero levati i sospetti delle popolazioni. La lettera di Onorio III non era bastata. Occorreva l’esplicita conferma dell’autorità Pontificia. Però egli si condusse da capo a Roma, e quivi menato dal suo Cardinal Protettore davanti ad Onorio e ai Cardinali, predicò senza preparazione per empito di spirito; e tanto li commosse ed inebriò, che infine Onorio III s’indusse ad approvare con bolla del 30 gennaio 1223 la regola presentatagli dal santo. Eran bisognati quattordici anni; e l’approvazione Pontificia veniva quando in parte l’alito dei primi tempi pareva a Francesco stesso che cominciasse a venir meno. [112]
Dall’approvazione della sua regola, che suggellava l’esistenza dell’ordine suo alla morte passaron soli tre anni ed otto mesi. Nel 1224 egli tornò generale dell’ordine, poiché nel 2 marzo di quell’anno Pietro di Cataneo morì. [113] Ma si creò un vicario Generale in frate Elia, [114] poiché egli si sentiva già ammalato di molto; e nei due ultimi anni di sua vita ad altri e parecchi malanni, onde il corpo suo era sconquassato da ogni parte, si aggiunse una grave malattia d’occhi, che non aveva mitigazione nè rimedio. [115]
Egli aveva, secondo la stessa sua parola, peccato molto contro il suo fratello il corpo: multum peccatum in fratrem corpus. [116] Poiché anche questo ch’egli aveva voluto e fatto tutto obbediente all’anima sua, nol disprezzava nè l’aveva in odio, come un mistico orientale, ma lo considerava, non suo nemico ma suo compagno. La carne, la causa d’ogni turbamento dello spirito, non rompeva, secondo lui, l’armonia in cui tutto l’universo appariva alla sua mente e al suo cuore. Nelle unità, in cui egli stesso fondeva ogni cosa, o animata o inanimata che fosse, il suo spirito si affratellava con tutte; non ve n’era alcuna che non chiamasse fratello o sorella. [117] Chiamava sorella la cenere che gittava ne’ cibi, ogni volta che era a desinare solo coi frati, per guastarne il gusto. [118] Eran fratelli suoi gli uccelli, i fiori, i vermi, i sassi; sorelle sue le pecore, le colombe, le allodole, le cicale, le viti, le biade; fratel suo il “ferocissimo lupo di Agobbio.” [119] E tutto era vivo per lui; e tutto amava. Il verme che si trovava sulla strada, si faceva scrupolo di calpestarlo; si chinava a prenderlo, per posarlo dove gli paresse più sicuro dal suo piede e dall’altrui. Non era nuovo nella mission cristiana, anzi antichissimo il sentimento che la primitiva concordia della natura, quella per cui innanzi al peccato ogni creatura obbediva all’uomo e questi aveva l’intelligenza dell’intima natura di tutte, si potesse e dovesse restaurare avanti all’uomo rifatto innocente e per opera sua; e che in questa rinnovata unità primigenia, tutto ardesse dell’amore di Dio e ne cantasse la gloria. Però, non credo che un sentimento siffatto si sia mostrato in nessuno più largo e profondo che in Francesco d’Assisi; di nessuno abbia investito più e meglio l’intelletto e il cuore. Sicché in lui diventò ancora motivo d’una creazione poetica; si trasmutò di sentimento in concetto e in fantasma. Noi non sappiamo in che anno e momento della sua vita succedesse, non già che ei si sentì poeta, poiché poeta fu sempre, ma ritrovò, per il primo, nella lingua del popolo, con cui s’era mescolato e confuso, parole adatte ad esprimere questo pensiero di armonia e fratellanza universale, che giaceva nel più intimo dello spirito suo, e lo dirigeva in ogni suo atto. Ma, certo, un giorno, dette alle sue parole così come gli prorompevano di bocca, forma di ritmo, e le dettò, in un momento d’inspirazione, a frate Leonardo. [120] Ed è un canto sublime quantunque rozzo nella sua forma. Iddio campeggia, alla mente del poeta, solo nella natura e sopra di essa; ma questa, in ogni sua parte, abbonda tutta di vita innanzi a lui, perchè egli è il fine dell’uomo al cui bene la natura stessa è ordinata. Poiché niente è nella natura che all’uomo non giovi; ciascuna cosa in essa, fornita d’anima o no, è affratellata con lui; è frate il sole che “lo giorna ed illumina”; suore la luna e le stelle, che “hai formate clare e belle”; frate il vento e l’aere e il nuvolo e il sereno ed ogni tempo, per lo quale “dai alle creature sostentamento”; suora l’acqua e molto utile ed umile e preziosa e casta”; frate il foco “bello e giocondo per lo quale tu allumini la notte”; madre la terra “la quale ne sostenta e governa e produce diversi frutti e coloriti fiori ed erbe”. Di tutto ciò vien lode a Dio, ma ancora degli uomini che sostengono infirmitate e tribolazione; le sanno sostenere in pace; poiché saranno incoronati da lui. E perciò laudato Iddio ancora per la morte dei corpi nostri, la morte anch’essa nostra suora; quando uno muoia non in peccato mortale, ma nella santissima volontà di lui.
Laudate e benedicite mio Signore e ringraziate,
E servite a lui con grande umilitate. [121]
Francesco accoppia le virtù, ch’egli prediligeva nell’uomo, la pazienza nelle tribolazioni, l’amor della pace, l’umiltà con tutto il concento che dalla natura si eleva a Dio; perchè con quelle l’uomo entra a far parte di questo, e leva alla morte la facoltà e il modo di turbarlo a’ suoi occhi.
Gli occhi, diceva, gli s’erano ammalati dal troppo piangere... Sin dai principii della sua conversione fu incontrato per via, che piangeva. – Che cosa piangi, gli fu domandato? – Io piango, rispose, la passione di Cristo, per la quale non mi dovrei vergognare di andare lagrimando per tutto il mondo. E l’altro prese a piangere ad alta voce anche lui. [122]
Qui ci dobbiamo fermare; dobbiamo procurare d’intendere. Francesco non era malinconico; anzi ilare. [123] Un giorno, un frate scendeva d’Assisi colla limosina, e andava con alta voce lodando Iddio con grande allegrezza. E Francesco... con grandissimo fervore ed allegrezza andò a lui... e con gran letizia... gli tolse la tasca con la limosina, e portolla nella casa dei frati, e innanzi ai frati disse così: – Benedetto il mio frate, che va a cerca, e torna allegro colla limosina. – Un’altra volta visto un frate tristo nel viso, gli ebbe a dire: – Dinanzi a me e agli altri dimostra sempre aver letizia; perocché al servo di Dio non si conviene mostrare tristizia e tribolata faccia. [124] – E nella sua regola v’ha questa prescrizione ai frati: – Si guardino di non mostrarsi tristi di fuori, annuvolati ed isparuti, anzi si mostrino allegri nel Signore, ilari e convenevolmente graziosi. [125]
Adunque, non era effetto di natura cotesto piangere bensì d’una commozione profonda. Era una commozione d’amore per il Redentore dell’uomo; di gratitudine al sacrificio inenarrabile fatto da un Dio per salvare lui e tutta la natura dalla decadenza e dalla morte. Chi non ha la convinzione che questo sacrificio sia stato consumato, non può sentire gli effetti ch’ esso produce in chi l’abbia; ma può, mi pare, immaginarli o almeno intenderli.
Francesco visse buona parte dei due ultimi suoi anni nella casa che il conte Orlando gli aveva costruito sul’Alvernia, – il crudo sasso tra il Tevere e l’Arno. Vi s’era ritirato per vivervi raccolto e tranquillo; e sottrarsi alla folla, che accorreva da ogni parte a vederlo, a fargli onore, ad impetrare da lui benedizione e miracoli. Voleva attendervi a Dio, ed astergersi da ogni polvere, se per caso gliene restasse attaccata dell’avere praticato tra gli uomini. Condusse seco assai pochi frati, la cui vita santa era più nota a lui che agli altri; e s’era proposto di passare i pochi giorni che ancora gli desse il Signore, contemplando e meditando. Voleva che il suo spirito si sprofondasse e s’infervorasse in quel mistero d’amore che egli sentiva in Dio, e con lui e per lui nell’universo.
Noi abbiamo due altre poesie di lui, uscitegli dal cuore in quei giorni. [126] L’amore spirituale non ha mai parlato con maggiore e più fiero vigore; e si sa che mostra tratti talora non diversi da ogni altro amore. In un punto, l’impeto lirico s’interrompe; e Cristo interviene a biasimare e contenere un amore così pieno di spasimo e senza freno. Ordina, così dice all’anima, questo amor tuo: non v’ha virtù senza ordine. E l’anima, a cui il rimprovero sa d’ingiusto, risponde:
Cristo, lo core sì tu m’ hai furato,
E dici che ad amare ordin la mente .....
So ben questo, che s’io son impazzito,
Tu, summa sapientia, me l’hai fatto .....
. . . . . . . . . se c’è fallanza,
Amor, l’è tua, non mia,
Però che questa via
Tu la facesti, amore.
Tu da l’amore non ti defendesti,
Di cielo in terra ello ti fè venire;
Amore, a tal bassezza descendesti,
Com’ uom dispetto per lo mondo gire:
Nè casa nè terra giù non volesti,
Tal povertate per noi arricchire .....
Com’ebrio per lo mundo a spasso andavi
Amor te menava, com’ uom venduto .....
Con sapienza non ti contenesti,
Ch’ el tuo amore spesso non versasse .....
Ora questi versi spiegano davvero, come a Francesco pareva, la fiamma d’amore che lo struggeva. Questa gli era accesa da un altro amore d’infinita comprensione e forza che il suo non poteva, pure struggendolo in tutto, pareggiare. La sua natura umana si doveva e si voleva consumar tutta nello sforzo, la cui riuscita pur sentiva impossibile, di agguagliare col sacrificio di un uomo un sacrificio d’un Dio. Ond’egli, descrive bensì a tratti finamente e sublimemente lo stato in cui era; per esempio, nella strofa 18, in cui dice:
Seppi parlare ; ora son fatto muto:
Vedeva e mo son cieco diventato:
Sì grande abisso non fu mai veduto.
Tacendo parlo; fuggo e son ligato;
Scendendo salgo; tengo e son tenuto ;
Di fuor son dentro; caccio e son cacciato;
Amore smisurato,
Perchè mi fai impazzire,
E in fornace morire,
Di sì forte calore ?
Ma infine si stanca; alla passione la parola vien meno; e prorompe in esclamazioni che s’affollano e s’incalzano;
Amor, amor, Jesu, son giunto a porto;
Amor, amor, Jesu, tu m’hai menato;
Amor, amor, Jesu, dà me conforto;....
Amor, amore grida tutto il mondo....
Amor, amor, sempre ogni cosa clama:
Amor, amore, tanto sei profondo,
Chi più t’abbraccia, tanto più ti brama.....
Amor mio dilettoso Annega me in amore :
e finalmente, poiché io non ho trascritto qui di queste esclamazioni se non la molto minor parte, termina pregando :
Jesu, speranza mia,
Abiss me in amore.
Era naturale e necessario, che questa calura, per usare una sua parola, ne liquefacesse le membra. E diventano, in effetto, così tormentosi i suoi mali che, dimandato da un frate, quale sofferenza avrebbe prescelta, quella così lunga che lo consumava, o quella che gli avesse inflitto un carnefice per grave che fosse, egli rispose: – Quello mi è stato sempre e m’è più caro, dolce ed accetto che mi manda Iddio: ma in verità, anziché patire tre giorni come fo, mi torrei qualunque martirio. [127]
A mala pena, frate Elia lo persuase a curarsi, col ricordargli il passo delle scritture: L’Altissimo ha creato dalla terra la medicina; e il savio non la fuggirà. Onde scese dall’Alvernia; e fu a Rieti ed a Siena per curare gli occhi; niente giovò; anzi in Siena tutto il resto della persona cominciò a venir meno; rovinato lo stomaco dall’infermità lunga, guasto il fegato, un giorno, di giunta, vomitò gran copia di sangue, si vede che la morte s’avvicinava. E questa sopravvenne, di fatti, il 4 ottobre del 1226, ma non prima ch’egli si fosse fatto ricondurre a S. Maria della Porziuncula, il luogo dei suoi primi passi nella via, in cui era andato poi tanto innanzi, il luogo a lui diletto, e del quale diceva a’ suoi frati: – Badate o figliuoli, a non lasciarlo mai questo luogo. Se ne siete cacciati da una parte, rientratevi dall’altra; perchè questo luogo è santo ed abitazione di Dio. Qui, quando eravamo pochissimi, Iddio ci accrebbe: qui colla luce della sua sapienza illuminò i cuori dei suoi poveri; qui col fuoco dell’amor suo, accese la volontà nostra; qui, chi avrà pregato con cuore devoto, otterrà quello ch’egli avrà chiesto, e se pecca, sarà punito più gravemente. [128] – E fu in questo luogo diletto ch’egli morendo diresse a’ frati tutti queste ultime parole: – Addio, figliuoli; addio tutti, persistete nel timore di Dio ed in Cristo sempre, poiché è per venirvi sopra una tentazione grandissima, e s’avvicina la tribolazione. Felici coloro i quali persevereranno nel proponimento che hanno fatto: accadranno scandali che separeranno parecchi da loro. Quanto a me, io m’affretto al Signore; e già ho fiducia di pervenire a quell’Iddio mio, cui ho devotamente servito nello spirito mio. [129]
Questa vita di Francesco io non intendevo scriverla, ma sono stato tratto via via a farlo dalle molte confusioni che mi pareva di leggere nei libri che consultavo. Ma ora, che l’ho condotta a termine, m’accorgo di averla spogliata della sua maggiore attrattiva. Io l’ho narrata, come se Francesco d’Assisi fosse stato un uomo d’una singolare e squisita indole, tutta volta al bene, capace d’ideali sublimi ed eroico nell’effettuarli, e innamorato di Dio e del prossimo. Ma a’ contemporanei, e a tutti coloro che gli furono o gli sono devoti, Francesco appare ben altro. Per loro egli non è solo predestinato da Dio alla sua opera, ma segnalato, contrassegnato, confermato da lui in ogni suo passo. I sogni, che io ho detto a principio, effetto del lavoro della sua coscienza, sono visioni di Dio. Già ne’ principii della sua conversione è rapito in estasi, e vede la futura moltitudine che gli verrà dietro. Se vuole rivedere i suoi discepoli mandati lontani da lui, prega Iddio che partecipi loro questo suo desiderio e tornano. Quando era presso Innocenzo III a chiedere l’approvazione del suo ordine, ebbe questa visione: egli camminava per una via, presso la quale stava un albero di grande altezza, ed ecco a mano a mano, mentre vi s’avvicinava, prolungarsi la sua persona, sicché, raggiunto la cima dell’albero, l’ebbe inclinato verso terra. Un giorno, quando era a Rivotorto, s’assentò col corpo da’ suoi, ed in breve l’anima di lui apparve loro in un globo di fuoco su un carro di fuoco. Un’altra volta i suoi frati in Provenza lo videro sulla porta dell’oratorio, sollevato in aria, mentre era pure altrove. Vedeva i pensieri dei frati suoi. Mentre viaggiava per valle Spoletana, a un luogo vicino a Bevagna, vide una gran moltitudine di uccelli, ond’egli, a dilungatosi da’ compagni, si mise in animo di predicar loro, e lo fece con grandissima allegrezza degli uccelli e dei compagni. Un’altra volta ad Alviano, impose silenzio alle rondini, che col garrire turbavano la sua predica, e tacquero. Ancora, a Greccia gli fu portato un lepre; ed egli lo lasciò libero; ma il lepre non volle andar via, finchè non gliene avesse dato l’ordine. Era sulla spiaggia del lago di Rieti, quando gli fu portato un pesce, che ancor esso non si sapeva dipartire da lui, sinch’egli non ebbe finito d’orare e dettogli di tornarsene nell’acqua. A Sant’Urbano convertì l’acqua in vino. Un giorno una donna, nelle doglie di parto, aspettava ch’egli dovesse passare da Arezzo, ma andò per altra via al luogo dov’era diretto; se non che frate Pietro che l’accompagnava, ritornò per Arezzo lui, e perchè la donna, che soffriva molto e da più giorni, partorisse, bastò che gli fossero poste sul ventre le briglie che Francesco aveva tenute in mano nel cavalcare. A Gualfreduccio, di Castel di Pieve, non faceva minor pro, per sè e per gli altri, una corda di cui Francesco s’era talvolta cinto. A Toscanella guarì uno zoppo; a Narni un paralitico; e qui anche ridette la vista a una cieca. A Gubbio risanò un attratto. Altrove liberò un frate d’una malattia difficile a definire, ma terribile, forse un’ossessione del diavolo. A Castel di Santo Gemini cacciò, di certo, il diavolo di corpo ad una donna: ed ancora a Città di Castello. Ed infine quando era all’Alvernia aprì un giorno tre volte l’Evangelio, e tutte e tre gli venne innanzi la passione di Cristo, segno ch’egli avrebbe ancora avuto molto a patire; ed in effetto, a breve andare, due anni innanzi ch’egli morisse, gli apparve, mentre era a pregare, un uomo, in figura di Serafino, colle mani distese e coi piedi giunti, confitto in croce, due ali sul capo, due distese a volare, due lungo il corpo, d’una inestimabile bellezza. E Francesco era maravigliato insieme e sgomento: e pieno di gioia e di tristezza. E si levò e non intendeva la visione che significato avesse. Ma ecco che a poco a poco cominciarono nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi, come gli aveva pur ora visti nell’uomo crocifisso, librato nell’aria sopra il suo capo. E i segni erano cosiffatti: da parte della palma rotondi e sul dorso della mano oblunghi e con una carnosità in cima, quasi una capocchia di chiodo ribattuta, che risaltava sulla carne circostante. E così nei piedi erano impressi i segni dei chiodi, e sollevati sul resto della carne: ancora il fianco destro era trafitto da lancia e la ferita coperta d’una cicatrice, che gittava sangue spesso, sicché la sua tunica ed i calzoni erano più volte cosparsi di sangue. [130]
Questi miracoli si trovano tutti notati nella prima vita di Francesco d’Assisi, quella scritta non più di tre anni dopo la morte di lui, e da un suo compagno. Più tardi, ne furono raccolti molti di più, o che ne vivesse la notizia nella bocca dei popoli o che si cercasse con più diligenza nelle memorie dei frati. L’amore del meraviglioso da una parte, e la persuasione che Francesco fosse stato una perfetta copia di Cristo e quasi un Cristo rivissuto, furono del pari motivi che questa messe di avvenimenti mirabili si andasse cogli anni moltiplicando fuor di misura. Però, si badi, che l’autore da cui son tratti i miracoli narrati più su, diceva ancor egli che ve n’era ben altri ; ma che i miracoli non fanno la santità, bensì la mostrano. [131]
Ora, perchè io non gli ho raccontati? Perchè non m’aggiungono nulla alla figura di Francesco; e come alla fantasia del decimoterzo secolo la compivano, così a quella del decimonono la guastano. V’ha tempi, nei quali la mente umana non sa concepire nessuna grandezza morale e spirituale senza miracoli, senza, cioè, segni d’un intervento diretto della divinità nel suggellarne il carattere e nell’ aiutarne l’efficacia, e l’uomo stesso in cui questa grandezza s’effettua, è dei suoi tempi; e ve n’ha altri invece in cui un tale intervento è sentito contradittorio colle leggi della natura, e la certezza creduta o provata di questa crea un ostacolo, non superabile, a che la ragione lo accolga. Si può dire, ma non provare, che il miracolo obbedisca ad una legge morale, la quale contiene dentro di se tutte le naturali, e ne interrompe lo sviluppo, dove le bisogna per effettuarsi. Ma l’ammettere questa legge morale è tutt’uno coll’ammettere che il miracolo si possa dare –, e chi non crede ch’ esso si possa dare, nega insieme che quella legge morale vi sia.
I miracoli di Francesco d’Assisi hanno davvero testimoni contemporanei; e il più grande di tutti, quello delle Stimmate, testimoni che dicono d’aver visto e toccato e mentre egli era in vita e dopo morte. In vita, due soli, frate Elia e frate Ruffino; in morte Santa Chiara e molti altri. [132] La Chiesa ha fatto i suoi esami diligenti; e solo dopo essersi persuasa, che fossero tali da dissipare il dubbio, l’ha canonizzato santo. Ma chi non crede possibile il miracolo, non crede che ve ne possano essere testimoni. Il fatto miracoloso, per lui, esce dal giro degli avvenimenti rispetto ai quali la testimonianza vale ed è criterio di certezza.
La quistione se miracoli ci possono essere e ce ne siano stati, è di quelle che gli uomini dibatteranno sempre. In due momenti, v’hanno creduto di più, n’hanno visti in maggior folla; a tempi di Cristo e degli Apostoli suoi; a tempo di Francesco e dei suoi primi frati. La mente non ha modo di dire di sì; il cuore non osa affermare di no. Chi non sente altra voce che quella del cuore, vi creda pure; vuol dire, che Iddio, come forza morale, è presente di continuo nella storia del mondo e vi recita agli occhi di tutti una parte che è sua. Chi è sordo a questa voce, vi discreda pure; vuol dire, che senza negare Iddio, erede che egli, con non minore sua gloria, ha abbandonato la storia della natura umana alle leggi costanti che governano la natura e l’uomo. Nè l’uno nè l’altro è impedito dall’ opinione sua nel–l’ammirare ciò che di nuovo, di sublime e di grande, si mostra nel mondo. Solo avvertano amendue, che il miracolo o s’ha ad accettare come tale o a rigettare. Lo spiegarlo, ricercandone ragioni naturali e probabili, è insipido e vano. [133]
S’è considerato l’uomo, che Dante ha chiamato serafico in ardore; e s’è riguardato ai tempi in cui visse. Ma ora, poiché egli lasciò così gran figliuolanza dietro di sè, e tanto sparsa per ogni terra d’Europa, d’Africa e d’Asia, e frati minori furon visti dopo di lui e nelle università e nei tugurii dei poveri e nelle corti dei re e nelle curie dei papi e dei vescovi, e segnarono la lor presenza in ogni parte dell’operosità intellettuale, morale, religiosa, scientifica, artistica del secolo, quando umili e modesti, quando chiassosi ed importuni, quando ossequenti e rispettosi, quando tenaci e rissosi oppositori di principi e di pontefici, è chiaro che s’è fatta la minor parte dell’opera raccontando la vita del fondatore e bisognerebbe metter mano alla parte molto maggiore e più poderosa, ch’è esporre gli effetti della fondazione. Ma a ciò oramai manca la lena e lo spazio; e s’aggiunga che una parte non piccola, e non meno rilevante di questi effetti si dirama e si perde per gl’infiniti meati attraverso i quali vanno e si raccolgono, s’accoppiano e si scoppiano gli atomi, se m’è lecito dire cosi, fluidi e mutabili della storia umana.
Francesco aveva fondato il consorzio più democratico che il mondo avesse visto sino allora, un consorzio povero di poveri. Ricchi e signori vi entravano; egli non li respingeva da sè; [134] ma il cuor suo era coi disprezzati dal mondo, cogli abbietti agli occhi del mondo e coi semplici [135]; e a questi i ricchi, i signori, gli uomini d’ingegno e di scienza che venissero nell’ordine, si dovevano uguagliare. Nessun imperio dentro di questo. Il capo di tutti era il servo, il ministro di tutti, i servi o ministri, ai quali era dato in cura un numero di frati in una provincia, erano semplicemente i custodi loro; e guardiano chi attendeva a’ frati d’un luogo. Francesco più volte s’era fatto, da un frate cui egli avesse in istima, indicare un guardiano cui dovesse obbedire. L’esser retto, diceva ed inculcava, è assai meglio che il reggere. E perchè il reggere non corrompesse anche questi capi che dovevan servire, volle che fossero eletti non a vita nè a tempo determinato. Il ministro generale durava in ufficio, finché pareva a’ ministri provinciali o custodi che l’adempiesse bene, era, cioè, revocabile sempre; i ministri che eleggevano il generale, erano eletti essi stessi dai frati. [136] E in quanto ai modi della recezione, ci correva questa diversità tra i frati e le suore; che gli uomini erano ricevuti dal ministro secondo il giudizio suo, le donne dalla badessa, ma col consenso delle suore.
Un ordine siffatto andava naturalmente a genio delle parti popolari, che allora prevalevano nei comuni d’Italia. Ne fu quindi favorito, e le favorì. E come esse erano in generale guelfe, in questo sentimento, che le congiugneva alla Chiesa, erano confermate dai Minoriti, che tra essi si mescolavano. Giacchè Francesco era stato fermissimo in ciò, che l’autorità della Chiesa e del Pontefice dovesse mantenersi intatta e suprema; e pur riconoscendo quale era la condizione morale ed intellettuale del clero, mantenne a’ sacerdoti, de’ quali egli non non fu, un rispetto grandissimo e costante. La leggenda racconta di un frate, che non si potette mai persuadere che un sacerdote mentisse. [137]
Così i Minoriti divennero istrumenti a confermare e diffondere in Italia due cose che allora vi andavano unite, libertà popolare ed autorità della Chiesa. Ma non era quello che Francesco s’era soprattutto proposto; voleva una rinnovazione morale dell’uomo, e la pace sociale che ne doveva essere il frutto. Si può dubitare sin dove la povertà volontariamente accettata e l’ubbidienza, incondizionatamente praticata, le virtù principali dell’ordine, sieno adatte a creare animi bene temperati e forti; quistione delicata che meriterebbe essa sola una trattazione non breve, sopratutto perche è guasta da esagerazioni contrarie d’ogni sorta. Ad ogni modo perchè l’ordine producesse gli effetti voluti dal suo fondatore, bisognava che vi perdurassero queste virtù invitte ed eroiche; e vi si continuasse a ritenere, che la maggiore letizia dell’uomo stesse nella testimonianza interna della coscienza ch’egli opera il bene, e nell’esserne nè riconosciuto nè premiato, anzi castigato dagli altri. [138] Ora queste virtù cominciarono a venir meno nell’ordine sin dacché Francesco viveva; ed era naturale, poiché soverchiavano, come Innocenzo III aveva temuto, la comune misura umana. Il testamento che gli si attribuisce, mostra com’egli avvertisse i malanni che già erano nati nel consorzio creato da lui. Vi si sente qualche asprezza e rincrescimento. “Coloro, dice, che venivano ad accogliere questa vita, erogavano a’ poveri tutto ciò che potessero avere. Ed eran contenti d’una tunica rappezzata, chi volesse, di dentro e di fuori, con cintura e brache, e non volevano avere di più.” Vuol dire che i frati degli ultimi anni della sua vita non se ne contentavano altrettanto. “Ed assai volentieri rimanevamo nelle chiese poverette e derelitte, ed eravamo idioti e soggetti a tutti.” Vuol dire, che oramai volevano chiese magnifiche e non piaceva loro più d’obbedire, ma di comandare, “Ed io lavoravo colle mie mani e voglio lavorare, e tutti i frati voglio fermamente che lavorino... E chi non sa, impari, non per la cupidigia di ricevere il prezzo del lavoro, ma per il lavoro e per respignere l’ozio.” Vuol dire che avevano già posto all’ozio e all’elemosina troppo più affetto del dovere. Si può dire che il testamento non fosse scritto da lui; se non che, pare, in vero, di sì, e quanto al fatto che se ne arguisce, è tutt’uno se qualcuno dei frati suoi, poco tempo dopo morto lui, lo scrivesse. Tommaso da Celano, uno dei primi entrati nell’ordine, e che ha scritto per il primo la vita di Francesco, mostra in più luoghi come l’ordine paresse già scaduto anche a lui. E fu peggio, assai peggio più tardi. [139]
Le condizioni morali e sociali della Chiesa nel secolo decimoterzo e decimoquarto sino alla riforma protestante e a quella cattolica, che fu il contraccolpo di queste, andarono peggiorando per modo, che è più facile affermare che provare, avere l’ordine dei Minoriti esercitata sopra di essa, in questi due rispetti, una influenza utile e benefica. Chi può discernere in un fiume che precipita a valle, un fil d’acqua di diversa tinta, che si mescola colla massa dell’acque di quello, e vorrebbe colorirla altrimenti? Francesco, quanto a sè, fu spirituale molto; e non so s’egli aggiugnesse nessuna pratica esterna al culto. Appare sempre inteso a soggettare la lettera della legge, che mortifica, allo spirito che vivifica. Quando il padre lo maledice a torto, egli cerca un povero che lo benedica. A un povero che gli chiede l’elemosina, egli non si trovando alle mani se non un volume dell’Evangelio, gli dà quelli. E dice nelle regole e mostra cogli esempii, che, nel suo parere, non è la pratica esterna quella che salva, bensì lo spirito con cui è compiuta.
Però, si riconosce anche, che la folla di miracoli, attribuiti a lui e poi a tutti i suoi primi discepoli, dalla fantasia popolare, non era adatta a suscitare un sentimento religioso schietto ed elevato, nè a persuadere le moltitudini, che ciò che soprattutto preme, è di esser buoni. E v’era adatta anche meno l’indulgenza chiesta da lui ad Onorio III per chi visitasse la Porziuncula; e che il Papa gli concedette, pur restringendola, e non dandogliene documento; il che ha permesso di metterne in dubbio l’autenticità. Ancora la riverenza sua grandissima per i sacerdoti era fondata anche e soprattutto su ciò; ch’essi consacrano il corpo di Cristo, e compiono con questo il mistero più grande che sia proposto al fedele; la transustanziazione della carne e del sangue di Cristo nelle specie del pane e del vino. Ora, un simile sentimento non ebbe poca influenza, credo io, a promuovere l’istituzione della festa del Corpus Domini, quantunque questa avesse una diversa occasione immediata; e d’altra parte, i Minoriti furono anche i principali partigiani dell’Immacolata Concezione, della quale, però, s’era parlato prima di loro. Ora mi si permetta di dire qualunque opinione dommatica s’abbia – nel che non entro – che coteste due dottrine ebbero non piccola parte ad accelerare quella ribellione delle menti, che cagionò nel decimosesto secolo una così grande ed irreparabile scissura nella Chiesa.
Ma se qui è difficile o impossibile riconoscere l’effetto e misurare l’azione di Francesco d’Assisi, o, riconosciuto quello e misurata questi, di impedire chi voglia, di recare sino a lui in qualche parte gli eventi non lieti che colpirono più tardi la Chiesa, si può più facilmente affermare, che nei campi umani della scienza, delle lettere e dell’arte l’efficacia sua riuscì a sua insaputa grande e notevole. E vediamo il perchè.
La sua rinnovazione morale consisteva soprattutto in una vivificazione, se m’è lecita la parola, o ravvivamento dell’uomo interno. Egli era tornato alla fonte, donde ogni attività intellettuale e morale si deriva e sgorga, e consigliava, chi volesse sentirsi vivere, a non attignere se non da quella. Egli ricongiugneva l’uomo con Dio, poichò l’uomo era dentro di sè visitato da Dio. Restaurava una unità sacrosanta ed un contatto fecondo. Ora qui c’era un principio d’una rinnovazione della scienza, della letteratura e dell’arte; qui v’era Bonaventura di Bagnorea e Ruggero Bacone d’Ilchester: qui v’erano le letterature nazionali e le lingue volgari; qui v’era l’arte nuova sciolta dalla rigidità bizantina, Cimabue, Guido da Siena, Pisano e Giotto; qui v’ era Giacomo da Verona, Iacopone di Todi, e per nominare uno solo che sopravanza tutti, c’era anche Dante Alighieri. Qui v’era in somma tutto un moto intellettivo e letterario ed artistico; il cui segno sarebbe stato questo – una grande intimità e libertà di concepimento, un intenso ed ardente desiderio d’ideali, una ricerca geniale del novo e del naturale. A ciò si distingue Bonaventura da Tommaso d’Aquino; Ruggero Bacone da tutti: a ciò si distingue la poesia, l’arte nuova da quella che Francesco trovò nascendo, e non aveva sentito peranche l’influsso del suo alito. Egli dice in una delle sue poesie:
Un arbore d’amore con gran frutto
In cor piantato me dà pascimento.
Ebbene, quest’albero d’amore egli piantò nel cuore di più generazioni; e da esso partirono effluvii che mossero le lor fantasie; e per ogni via che il pensiero umano si muova, lo rese capace di nuovi fiori.
Così quest’uomo “facondo, ilare e benigno di viso, che non conosceva l’ozio nè l’insolenza, piccoletto di statura, con una testa non grande e rotonda, la faccia lunga e protesa, la fronte piana e piccola, gli occhi mezzani neri semplici, i capelli bruni, le sopracciglia diritte, il naso eguale sottile retto, le orecchie tese e piccole, le tempie piane, la lingua lusinghiera infiammata acuta, la voce veemente dolce chiara sonora i denti uniti pari e bianchi, le labbra sottili, la barba nera e rada, il collo stretto, diritti gli omeri, corte le braccia, le mani magre, le dita lunghe, le unghie non raccorciate, le gambe affusolate, i piedi piccoletti, la pelle delicata e la carne scarsissima”, quest’uomo meritò bene a ragione che le popolazioni lo credessero un messaggiero di Dio e come tale l’adorassero: ed i migliori artisti dei tempi dipingessero con amore lui e le virtù sue nella sua patria in uno dei più bei tempii di Europa, e lo cantasse il primo e il maggiore dei poeti dell’età moderna.
Bonghi.
Cotesti narratori, a’ quali si deve principalmente far capo, sono:
1° Fr. Tommaso da Celano, che ne scrisse per il primo, per comando di Gregorio IX, tra il 1228 e il 30; io ne cito l’edizione del Canonico Amoni, Roma, 1880;
2° I tre socii, Fra Leone, Fra Rufino e Fra Angelo, che, per comando di Frate Crescenzio, ministro generale, raccolsero nel 1246 fatti e particolari tralasciati dal primo, e la cui leggenda io cito altresì secondo l’edizione datane dallo stesso Amoni (Roma, 1880, dove è sbagliata nel testo (1266) e nella traduzione (1226) la data della lettera dei tre socii al ministro generale, che è 1246, come nota il Wadding, e non 1247, come è nei Bollandisti, poiché Fra Crescenzio eletto generale nel 1244, dette ordine nel Capitolo Generale di Genova di compilare questa giunta, e era uscito dal generalato o di vita nel 1247, quando gli successe Giovanni da Parma;
3° Ancora Tommaso da Celano, che per obbedienza allo stesso comando, scrisse in quello stesso anno una seconda vita col titolo, Memoriale Beati Francisci in desiderio animae (Salimb., Chron., p. 60, Parmae, 1857); pubblicato a Roma solo nel 1806 e non ripubblicato mai più (il Voigt, Denk–würdigkeiten des Minoriten Jordanus von Giano. N. VI. del vol, V. der Abhandl. der phil. hist. classe der Königl. Sachs. Gesellschaft der Wissenschaften) non aveva conoscenza nel 1870 di questa pubblicazione;
4° Tommaso da Ceperano, il cui scritto venne fuori col titolo: Speculum vitae S. Francisci auctore Th. Ceperano; ed. Bosquierius, Coloniae, 1623, in 8°; ma nelle biblioteche di Roma non esiste nè questa edizione nè altra. Se non che questo titolo stesso, che il Voigt il quale non ha visto il libro, trae dal Potthast (Bibl. Hist., p. 707), mi par sospetto. I Bollandisti Acta sanctorum, die quarta octobris T. 11. Antuerpiae 1768 p. 550 l’autore è Costantino Suysken) lo danno, mi pare, in tutt’altro modo; e dev’essere lo stesso libro: Antiquitates Franciscanae seu speculum vitae beati Francisci et sociorum ejus, auctoribus FF. Fabiano et Hugelino et aliis minoritis D. Francisco coaevis; l’editore è appunto Til. Bosquier e l’anno il 1623. I Bollandisti stessi asseriscono, sulla fede di una cronica inedita, che Tommaso da Ceperano, del quale chi dice che fosse un prete secolare, protonotario apostolico, chi invece un frate minore (Boll. l. c. p. 547), scrivesse ancor’egli per ordine di Fra Crescenzio, cioè nel 1244 o 45, e la sua leggenda fosse compendiata da F. Francesco da Bessa: invece il Wadding attribuisce a Bernardo da Bessa, compagno di Bonaventura, una storia più lunga del santo. Le quali difficoltà non si possono sciogliere, se la genuina leggenda di Tommaso da Ceperano e di cotesto Bernardo non si trova e non si esamina; tanto più che i Bollandisti stessi hanno altrove quello stesso Tommaso autore d’una secunda vita da loro e dal Wadding.
5° S. Bonaventura, che già ministro generale dell’ordine, fu pregato dai frati nel Capitolo generale di Narbona del 1260, di voler egli comporre delle diverse leggende frammentarie di San Francesco, gravem et sinceram historiam, e lo fece nel 1261 (Wadd., Ann. Min. ad. a. 1260, Boll. 11, p. 549)); io la cito nell’edizione del Der Burg, (Coloniae, 1849).
6° Giordano di Giano, i cui Memorabilia, scritti nel 1262 e pubblicati dal Voigt l. c. trattano più propriamente de primitivorum fratrum in Theutonia missorum, ma contengono molti particolari sulla vita del santo di molto valore.
D’un altro storico di Francesco abbiamo notizie da Giordano da Giano, cioè d’un frate Giuliano, che venuto nel 1227 in Germania con Simone Anglico, postmodum historiam beati Francisci et beati Antonii nobili stilo composuit. Egli, secondo il Wadding, sarebbe stato da Spira, e se n’hanno notizie in Bartolomeo da Pisa, Liber aureus, inscriptus liber confortuitatum vitae beati ac seraphici Beati ac seraphici Patris Francisci ad vitam Jesus Christi, Bononiae, 1590, lib. I, fruct. 8, fol. 66 e fol. 112. Ma poich’ egli aveva scritto insieme di Antonio di Padova, il suo scritto del quale non si sa altro, è posteriore all’anno di morte di quello, cioè al 1231.
Il Cristofani ha pubblicato in quest’anno — Il più antico poema della vita di S. Francesco d’Assisi — trovato da lui in un codice membranaceo della Basilica Francescana d’Assisi. Il poema non era ignoto; i Conventuali avevano informato i Bollandisti che v’esisteva (p. 548); ma questi non se ne curarono, stantechè constaret assisiensem illam ex prosaica Celani mox ab alio metricam factam. Già il Wadding aveva attribuito questa riduzione metrica ad un Anglicus quidam. Il Cristofani crede che il nome del verseggiatore fosse Giovanni da Kant. Vi sarebbe molto a ridire; ma uscirei troppo di strada. Né affermerei che fosse fatta innanzi al 1330, per ciò solo, che non vi si parla della traslazione del corpo di Francesco da S. Giorgio alla basilica dove fu posto in quell’anno; poiché il poeta segue a passo a passo la leggenda di Tommaso di Celano, e questa non racconta quella traslazione neanch’essa, e si ferma alla canonizzazione seguita nel 1228. Però non è in tutto esatto, che il verseggiatore non abbia addirittura nulla di suo: spetta a lui l’accenno a’ Patareni in Valle di Spoleto, p. 146, il titolo di Rex Persarum al Sultano innanzi al quale andò Francesco, p. 191; il miracolo della moltiplicazione de’ pani, p. 204; la rivelazione ad Elia, p. 249; e alcuni altri particolari, oltre molte considerazioni morali e speculative tutte sue. Ch’egli non fosse italiano, se ne può addurre a prova, oltre i versi citati dal Cristofani, XIV, p. 24, anche quest’emistichio, XVII, p. 26; ut fit in Ausonia; e l’intemerata agli Italiani, CI, p. 169, dove trova a ridire a Francesco che voglia andare a convertire i Parti, poiché :
Plus, Italus quam Parthus eget, de plebe loquendo,
Non dico de nobilibus. Fallacia Parthum
Unica seducit, Italum non una, sed omnis;
Parthus ab antiquo conceptum scisma tuetur,
Italus admissae fidei praecepta repellit:
Unius haereseos inventae tutor habetur
Parthus, adinventor Italus triscinta duorum.
Estque quid hos faciat peccare licentius illis.
Servi sunt Syrii; libertas est Italorum:
Nam ipsi vel primitias in lege statutas
Vel decimas debere Deo, sine judice peccant.
Nam si sanctus eos pater excommunicet, aut si
Iracundus eis Augustus belle minetur,
Inde nihil curant, neutrum reverentur, utrumque
Addixere jugo, praescripseruntque tributum.
E dopo aver detto tutto ciò e qualcos’altro aggiunge:
Sed taceo; quoedam narrari vere videntur.
Se non che per ritornare in via, s’osservi, che dei quattro autori dei quali ci restano gli scritti, tre hanno vissuto certamente con Francesco: Tommaso da Celano, i tre socii, e Giordano da Giano; d’uno, Tommaso da Ceperano, non si può affermare nulla; ed uno certamente no, Bonaventura da Bagnorea. Sicché se abbiamo a mantenere fermo il criterio, che i testimoni devono essere contemporanei, noi dobbiamo aver maggior fede a’ tre primi, che all’ultimo. È vero, che l’ultimo dice di essere andato di persona nel luogo d’origine e aver discorso coi familiari del santo, tuttora sopravviventi, e soprattutto con tali, qui testatoris ejus et conscii fuerunt et sectatores praecipui, quibus propter agnitam veritatem probatamque virtutem fides est indubitalis adhibenda. Se non che egli era uomo di mente molto speculativa, sicché ha sprezzato anche più dei suoi predecessori la successione storica dei fatti per cansare, dice, la confusione; e gli è piaciuto, anche più che a questi, di aggrupparli secondo la lor natura od effetto, od il momento di sviluppo morale che rappresentavano; sicché a Fra Salimbene appare optime ordinatus, D’altra parte egli nel 1261 sa assai più cose mirabili, che il Tommaso Celanense nel 1228, come questo stesso ne sa in quest’anno in cui ha scritta la sua prima vita assai meno che nel 1244; che più tempo corre, e più la leggenda per naturale effetto del lavorio della fantasia popolare e più si ingrossa; Fra Salimbene, un trenta o quaranta anni più tardi, accerta, che anche Bonaventura n’ha tralasciato molti. Pure, nell’ingrossare, la leggenda non si contradice; e Bonaventura, se dice di più, in nulla che gli altri avessero già detto, dice sostanzialmente diverso.
Bonaventura racconta di sé ch’egli fosse per opera di Francesco a mortis faucibus erutus. Nato nel 1221, (in Balneo Regio, Provinciae Romanae, B. P. op. cit., lib. I, fr. 8°, col. 89), aveva 5 anni quando Francesco morì. La leggenda vuole, che quando n’aveva quattro, la madre lo presentasse al sant’uomo perché glielo risanasse; e questi, mentre ne pregava Iddio, quando sentì che il miracolo era sul farsi, gridò : Oh buona ventura, e di qui venne il soprannome, poiché il casato era Fidanza o Fidenza. Le parole stesse di Bonaventura starebbero del pari bene, se il miracolo fosse succeduto dopo la morte di Francesco e per intercessione di lui. Checché sia, Bonaventura non l’aveva conosciuto o sentito a parlare egli stesso. Invece, Tommaso da Celano, quando egli, com’è verisimile, parli di sè nel cap. XX (p. 94, ed. Boll. 57), dove dice di letterati e nobili uomini che aderirono a Francesco al suo ritorno di Spagna, entrò, parrebbe, nell’ordine nel 1215 (Boll., p. 546); fu mandato nel 1221 alla missione di Germania, dove da Cesario di Spira, ministro di quella regione, gli fu assegnata la custodia di Magonza, Vormazia, Spira e Colonia; e dopo rimastovi in qualità di vicario qualche anno, ritornò in Italia innanzi che Francesco morisse (Voigt, l. c. p. 456). Giordano da Giano, piccolo villaggio di Valle Spoletana, non dice quando egli entrasse nell’ordine; ma di certo già v’era nel 1220, poiché nel 1221 fu mandato insieme col Celanense in Germania, malgrado suo; e vi rimase sin dopo la morte di Francesco, giacché non tornò se non a due riprese in Italia, nel 1230 e nel 1238 per affari dell’Ordine, ma non vi si fermò. Di Fra Leone, di Fra Rufino e di Fra Angelo non serve dire come appartenessero ai primi discepoli di lui; si può riscontrare, per il primo, che ne fu confessore, Bartolomeo di Pisa (lib. I, fr. 8, col. 62, 2), e lo stesso per il secondo, che solo ne toccò le Stimmate (ib., col. 63,3,), e per il terzo, che è detto primus miles qui ordinem ingressus est (ib., col. 62, 2).
Se, dunque, la vita scritta da Bonaventura e per il grado in cui egli era, e per la sua riputazione ed ingegno, e perchè nel Capitolo generale di Parigi nel 1266 fu ordinato che ogni altra leggenda del santo si distruggesse (Vedi proemio all’ediz. Rom. di Tommaso da Celano del 1806), noi dobbiamo, a un punto di veduta critico, dare più autorità che non a lui, agli altri tre.
B.
Note
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[1] Soli i Fioretti di S. Francesco, scrittura mirabile della metà del quattrocento, e compilata con scrittori anteriori o anche da leggende non ancora scritte a quei tempi, il che un’edizione critica potrebbe solo mettere in chiaro, dicono con precisione, che quando « l’anno del Nostro Signore mille dugento ventisei a dì quattro d’ottobre il sabato » Francesco morì.... e era negli anni quarantacinque della sua nativitade; » sicché l’anno della nascita avrebbe a essere il 1181, non il 1182, come il Chavin de Melan, Hist. de S. Frane, p. 40, e parecchi scrivono.
[2] Th. d. C, cap, I, p. 18.
[3] Ib., cap. IX, p. 46. È dispiacevole che nell’edizione dell’Amoni il numero dei capitoli non si riscontri con quello dell’edizione dei Bollandisti, e manchi la numerazione dei paragrafi.
[4] Ib., c. XX, p. 92. Bon. v. IX, 4.
[5] Ib., p. 96. Bon. v. IX, 6. Mem. J. d. Gr. 10, p. 519; ed anche 3, dove parrebbe erroneamente scritto 10° anno conversione e fatto corrispondere all’anno C. 1219.
[6] Ib, P. 11, e, I, p. 140. Poema CXXXVII, p. 248.
[7] Ib., Nella cronaca dei tre socii, XVI, p. 91, v’è un’altra data: undecim annis a principio religionis, che par risponda al 1219. Le vicende della vita dei frati erano ben datate dell’entrata nella religione. Vedi B. P. passim
[8] Voigt., op. cit., p. 468.
[9] Che fosse francese e dei Conti di Boulemont, non lo trovo detto da nessuno dei biografi anteriori ed affermato dal Cristofani senza prova. Storia d’Assisi, seconda ediz., p. 78, se non ch’egli, come mi scrive, l’ ha tratto dal Papini notizie sulla morte e sepoltura di San Francesco. In effetto questo, n. LIX, p. 230, l’afferma sulla parola di P. Claudio Prassen, che glielo assicura sulla fede della scritta matrimoniale tra la signora Pica e Pietro di Bernardo da Morinne, che si conserva nell’archivio della famiglia Boulemont di Provenza. Sarebbe bene che questa scritta si pubblicasse. – Che un mercatante italiano sposasse una figliuola d’un Conte di Provenza non par probabile; e che Francesco nè fosse nobile nè avesse del sangue nobile nelle sue vene, si potrebbe indurre, oltreché da molti altri che il Papini stesso raccoglie per dimenticarsene subito dopo, n. LVIII, p. 228, dal fatterello, raccontato da T. da Celano nella Vita altera, p. 158. Il Cristofani stesso, l. c, dimostrando come la famiglia di Francesco non fosse de’ Moriconi) (e i Boll. p. 556, fanno tutt’altro che credervi) e ha pubblicato alcuni documenti, tratti dall’archivio d’Assisi che si riferiscono ad un Angelo fratello e Giovannetto nipote di Francesco; è però strano, che il primo aggiungesse al suo nome non la paternità, ma la maternità – di Mad. Pica, – e così facesse il figliuolo. Oh perchè?
[10] Nel Poema, V, p. 6, è detto addirittura, Mater honesta, simplex et clemens; pater subdolus et violentus.
[11] Del resto, il fatto è certo, T. S. 1, p. 11; ma il perché non èchiaro, sicché se ne dice più d’uno e parecchi stranissimi. [Boll., pagina 559).
[12] B. v., XV, 6, p. 398.
[13] T. S. IX, p. 52. Libenter lingua gallica loquebatur liceo ea loqui nesciret. Ib., III, p. 22.
[14] Paracl., XI, 15, 16, 17.
[15] Poema, IV, Tectis subalternans a summis usque deorsum.
[16] Crist., op. cit., II, 4, p. 78.
[17] Dove l’Amoni prenda che ciò fosse a’ quattordici anni, non vedo.
[18] Curialissimus. Così tutti.
[19] T. S., cap. I, II, p. 10 seg. e gli altri.
[20] Vedi i versi del Poema, cit. nella nota prima.
[21] Muratori, Ann., a q. a.
[22] Cristof., 1. e., p. 75.
[23] Ann. Stad. A. D. 1195 : p. 352 nei Monumenta Germaniae Historica, Hannoverae, 1559, vol. XVI. Altri dicono nascesse a Jesi; vedi Mur. Ann. all’a. 1194; nel quale anno nacque il 26 dicembre. Che Corrado lo custodisse e lo facesse battezzare nel 1197, è ancora nel Cristofani un errore che è nato dal non aver potuto consultare egli stesso gli annali stadensi.
[24] Manente, Storia d’Orvieto, cit. dal Crist. 1. e, p. 77.
[25] Hurter, Hist. d’Innocenzo., III, lib. II, trad. franc, p. 120.
[26] Epist. Inn., 3, 1, lib. 356 cit. dal Crist. 1. e, p. 86.
[27] T. S., II, p. 12.
[28] Ibi.
[29] Tommaso da Celano, V. pr, 11 p. 22, non accerta se Francesco decidesse d’andare in Puglia “ad pecuniae vel honoris augenda lucra.” Il poema dice a dirittura per lucro, XIII, p. 22. I tre socii, 11, p. 14, (ut miles fieret a comite supradicto), Bonaventura, V. I, 4, pag. 318 (sperans decus adipisci militiae) danno per motivo la voglia di segnalarsi e nobilitarsi. Ci corre ancora questa differenza, che secondo T. da C. i tre socii, e il poema, il nobile, il conte, il cittadino, così diversamente lo chiamano, col quale egli si propone d’andare, è d’Assisi; secondo Bonaventura, è in Puglia, ed egli pare se n’innamori per fama. Pure i tre socii sono i più precisi e ne danno anche il nome. Che egli volesse andare da Gualtiero di Brienna, è congettura probabile del Waddingo (Boll. p. 565); che egli si proponesse d’andarvi nella primavera del 1204 è congettura mia, fondata sui tre socii, i quali dissero, che il pensiero gliene venisse post paucos annos dall’uscita della prigione, oltreché tra questa e il progetto dell’andata in Puglia occorre, per testimonianza comune dei biografi, una grave malattia sua; e ancora è congettura mia, ch’egli smettesse per la morte di Gualtiero. Francesco, una volta deciso ad andare a combattere in Puglia, non poteva, di certo, posto l’uomo ch’egli era, andarsi ad arruolare col conte Diopoldo.
[30] Th. d. C, e. II, p. 22.
[31] T. S., III, p. 18.
[32] Tabarrini, La cronaca di Fra Salimbene da Parma; tra i suoi Studi di critica storica, p. 98, uno dei più begli scritti che si possano leggere.
[33] Ivi, p. 97.
[34] Mur., Ann., all’a. 1198.
[35] T. d. C, XVI, p. 76.
[36] Cristof., op. cit., p. 96.
[37] Veramente, il Rainaldo che il Cristof. cita, op. cit., p. 101, nè al-l’a. 1204 nè dopo, non lo dice.
[38] Cristof., op. cit, p. 107.
[39] Murat., Ann., all’a. 1210.
[40] Cristof., op. cit., p. 101. Che l’influenza di Francesco si debba riconoscere in quest’atto, non mi pare una congettura fondata.
[41] Ci fu più volte, cosicché non si può determinare l’anno ; vedi Th. d. C. XXI, p. 101; XXX, p. 132.
[42] T. S., XII, p. 74, B. V., III, 7.
[43] Th. d. C, XV, p. 68.
[44] Th. d. C. XXX, p. 136.
[45] T. S., IX, p. 52.
[46] Salimb., op. cit., p. 240.
[47] Si veda per tutte queste notizie sull’eresie. Kraus; Lehrbruch der Kirchengechichte; § 107, che cita le fonti speciali, cui chi voglia potrebbe ricorrere e in parte ho ricorso.
[48] T. S.., IT, p. 14. Th. d. C, 11, p. 22.
[49] T. S., III, p. 18.
[50] T. S., I, p. 12.
[51] Ib., III, p. 20.
[52] II Celanense dice che conducesse seco un amico, che lasciava alla porta. III, p. 24. A che fare? Il poeta che lo verseggia, lascia da parte cotesto amico; XVII, XVIII, p. 27.
[53] Th. d. C, IV, 28. T. S., VI, p. 30.
[54] Ivi.
[55] B. V., II, 8, p. 325.
[56] X, 9, 10. Trad. del Diodati.
[57] Indicibili perfusus laetitia. B. V., III, p. 325.
[58] Dictionn. des ordres religieux. II, alla v. Franeiscains, col. 353.
[59] B. V., l. c.
[60] Appunto perciò l’era della conversione non fu facile a determinare. Il Celanense scrive, I, p. 18, fere usque ad vigesimam quintam aetatis suae annum tempus suum miserabiliter perdidit et consumpsit. Queste parole paiono voler dire, che il principio, non il compimento della sua conversione ebbe luogo quando egli era entrato nel ventesimoquinto anno. Ora, poich’egli pone che scorressero venti anni della sua conversione alla morte, e questa accadde nell’ottobre del 1226; ivi, P. II, I, p. 140, parrebbe alla prima ch’egli ponesse la data della prima al 1206. Così l’hanno inteso il Waddingo, e con poca differenza il Bollandista, p. 511. e questa data è confermata da G. D. G. che (op. cit. 2 d. 516) dice che nel 1209, anno conversionis suae tercio, accadesse il fatto del versetto Evangelio, udito nella Porziuncula. Se non che bisogna leggere con diligenza il Celanense. Questi in effetto dice, che nel 1226 erano scorsi venti anni: ex quo perfectissime adhaesit Christo, Apostolorum vitam et vestigia sequens. Ora, questa adesione perfetta a Cristo indica un ulteriore momento nella vita di Francesco, di quello che faccia il mero distoglimento delle cose mondane. Sicché si dovrebbe la data della conversione, o piuttosto di quel mutamento spirituale che ne fu il principio, porla all’anno 1206; ma la conversione stessa intera compiuta all’anno 1209. Però, se gli anni della vita santa si misurano da questa seconda data, e restano venti, egli sarebbe morto nel 1229 e non nel 1221; il che sarebbe contro tutte le testimonianze. Sicché si deve dire, che alcuni ponessero per data della conversione il primo anno che n’avea segnato il principio; altri il secondo che ne segnava la consumazione; e il Celanense abbia contato i venti anni dal primo, pure esprimendosi in maniera, come se fosse in quello non cominciata solo, ma venuta a perfezione la mutazione nello spirito del santo. D’altra parte, bisogna considerare, che noi abbiamo una data certa, quella dell’andata di Francesco in Egitto; il che si dice concordemente sia nel tredicesimo anno della sua conversione. Ora, egli, come si vedrà, non v’ha potuto andare prima della seconda metà del 1219 o del principio del 1220; e v’é rimasto sin ai primi mesi del 1221; sicché dalla sua conversione principiata alla sua andata sarebbero scorsi appunto tredici anni, se quella, si pone al 1206. Giordano da Giano, veramente, pone quella nel 1207. Mem., 3, I, p. 516. Anno Domini 1207 Franciscus, vir negotiator, officio compunctus corde, afflatus spirito sancto, in habito eremitico modum pe–niteniciae est aggressus; ma si può credere, ch’egli dicesse succeduto al principio del 1207 ciò ch’era succeduto nella fine del 1206. Concludo: La data del principio della conversione è l’a. 1206; della perfezione sua il 1209. I venti anni della vita santa cominciano dalla prima ; e i 13 anni scorsi sino all’andata in Egitto anche. Però, quando G. D. G. al 53 fa corrispondere l’anno 1219 all’anno decimo delle convernine deve avere inteso per il principio le perfezioni di quella. (Vedi il Voigt, op. cit., p. 468 e seg.)
[61] Matth., IX, 21.
[62] Marc, VI, 8. È notevole che nei tre socii, VIII, p. 48, e in San Bon., III, 2, il passo è citato male: Nihil tuleritis in via.
[63] Matth., XVI, 24.
[64] Et eleemosyne est haereditas et justitia quae debetur pauperibus. Prima regola, VII, p. 55.
[65] Et fratres qui sciunt laborare laborent, et eamden artem exerceant quam noverint. Ibi. Si veda il cap. V. della vita di Beato Egidio nei Fioretti. Ed. Boll. 1878: V. B., p. 52.
[66] Otiositasest animae inimica (apud Hieron). Ibi.
[67] Reg. prima, XIV, p. 60.
[68] Ibi., VII, p. 55. Si vede il fatto raccontato da T. da Celano, XVI, p. 78. Francesco abbandona il tugurio in cui stava, per avere sentito a dire da un villano ch’era venuto a riporvi l’asino, di volerlo in compenso aggrandire e farlo più bello.
[69] Reg. VIII. I denari chiamava mosche: muscas nempe denarios vocavit. Th. d. C. Vita altera, p. 187.
[70] Fioretti, XVI, I, p. 72. Che questo non sia vero, ma immaginario, appare chiaro da ciò, che egli chiede consiglio principalmente a Santa Chiara e S. Silvestro. Ora, questi era uno dei suoi primi compagni, almeno secondo alcuni; e prima di prenderlo seco, doveva sapere il perchè; l’ordine dell’altra fu instituito nel 1212. (Boll p. 597).
[71] Reuter, Gesch. der religiosen Aufklärung im Mittelalter, II, pag. 185.
[72] XXVI, 45. Altrimenti T. da C, XV, p. 70. Et. vere mìnores, qui omnibus subditi existentes semper quaerebant locum vilitatis, etc. Così gli altri.
[73] Th. d. C, XII, p. 56.
[74] B. V., III, 6. Perchè così Francesco avesse un compagno.
[75] T. S., X, p. 56.
[76] Ps. LIV, 23. Anche qui è notevole, che la volgata reca così il testo Jacta super Dominum curam tuam; e così i settanta: Επίρριψον ἐπὶ Κύριον τὴν μέριμνάν σου.
[77] Fioretti, XVI, I, 75.
[78] Op. P. III, coll. XVII, p. 119.
[79] T. S., X, p. 58. Sylvestres homines.
[80] Ivi.
[81] Paul. I. Cor., I, 20, 21. Nel rimanente, si vedano i tre socii, XII, 69 e seg., dei quali io non ho ammesso soltanto che Francesco presentasse già allora al Papa una regola scritta, la quale questi approvasse. Th. da C. (XIII, p. 59 seg.) non lo dice. Di regole scritte dal santo ce ne restano due, l’una compendiata dall’altra (op. P. II, p. 49 seg.); ma se la prima fosse quella presentata ad Innocenzo III e se gliene fosse presentata alcuna e quale, è impossibile, mi pare, ad accertare.
[82] I tre socii dicono che corressero undici anni, ab inceptione religionis, alla seconda approvazione di Onorio II, ch’ebbe luogo, secondo dirò, nel 1219. L’inceptio religionis deve notare appunto la prima approvazione data da Innocenzo III, che così sarebbe anticipata d’un anno.
[83] La sua famiglia è detta degli Scii; e sua madre ortolana, dei Fiumi. Crist., p. 142. Non so su quali prove si reggano questi cognomi.
[84] Vedi per tutti il Boll. p. 632.
[85] Vedi la Regola del terzo ordine nell’Op. Pars, II, p. 94. Che fosse scritta da Francesco, non già da Nicolò IV (1288–1292), ma che questi] nell’approvarla di nuovo colla bolla Unigenitus v’inserisse qualcosa di suo, è dimostrato dal Wadding e dal Bollandista, (p. 633 seg.); e mi par probabile.
[86] Il Wadding (vedi Boll. p. 633) pone l’instituzione del terzo ordine al 1221; ma senza prova: e poiché le lettere con cui Onorio III approvò l’ordine dei Terziarii, hanno la data del 12 dicembre 1221 (Boll., p. 635), è già sola questa una prova sufficiente che l’instituzione avesse dovuto principiare più anni innanzi.
[87] T. S., XIV, p. 80.
[88] Mem. J. d. G., 4, p. 517. La parola Ytalie è certamente corrotta; ma nè il Voigt nè io sappiamo indovinare quale le si debba surrogare.
[89] Wadd., Ann. I, p. 301. Il Chavin de Melan attribuisce a questo stesso o piuttosto all’a. 1218, anche due lettere di Francesco la 14 e la 15 nella prima parte delle opere, p. 20 seg. Nella seconda di queste Francesco, vester in Domino servus parvulus ac despectus, si dirige lui stesso a’ populorum rectores e gl’invita a far penitenza; e nella prima ad universos custodes fratrum minorum, ordina di far ricapitare l’altra al suo indirizzo. Ora, io non trovo molto fondate le ragioni che il Wadding dà dell’autenticità di queste lettere (vedi l’edizione sua, Antuerpiae, 1623, p. 54 e 56); e d’altronde non è possibile, che Francesco nel 1219 scrivesse ai custodi dei frati minori in paesi, dove di frati ancora non ve n’era. Il Palomés, per far meglio, aggiugne la 13a anche ad universos clericos; ed afferma senz’altro che Francesco desse una copia di queste tre lettere e di quella d’Onorio a ciascun frate, pare, nel cap. del 1221. Storia di San Francesco, voi. I, pagina 318.
[90] Barth. Pis., op. cit., col. 83, 3.
[91] Mem., J. d. G.
[92] La leggenda se ne trova raccontata ne’ Bollandisti al 16 gennaio, p. 66., e riassunta da Chavin de Melan, p. 167. Chi era il Re? La leggenda dice che regnava in Portogallo Alfonso II, e pone il fatto al 1220. A Cordova ed in Marocco dal 1213 al 1223 regnò Abu Jacub; e questi, principe debole, che non seppe restaurare la potenza degli Almoadi, fiaccata alla battaglia di Alacab nel 1212, avrebbe compiuto il nobile atto. (Vedi Sedillot, Hist. des Arabes, I, p. 381. Duncan, History of Spain, II, p. XXXIII). Il dubbio, se andassero in quell’anno o innanzi, è del de Giano, l. c. 7, p. 518.
[93] Queste parole son riferite da Chevin de Melan, op. cit., p. 171. Cita, Franc, Op. III, p. 86. Per rispetto alla citazione, io non la ho rigettata ma tali e quali non ci si trovano.
[94] Th. d. C, XX, p. 91. B. V., IX, 5. Il primo non dice dove giugnesse; il secondo dice che fosse giunto in Spagna, e che quivi la malattia lo cogliesse. Ma io non trovo sufficienti ragioni ad affermare, che Francesco fosse in Spagna, quantunque la fama se ne spandesse e confermasse col tempo. Il principe cui intendeva andare è indicato col suo titolo: Miramolino; Anir al Mumenìn, comandante de’ fedeli. Al ritorno di Spagna, dice Th. d. C, tempore non multo post quidam litterati viri et quidam nobiles ei gratissime adhaeserunt; e tra questi, pare, il Celanense stesso. Io credo probabile: 1. che la missione dei Frati minori in Spagna accadesse prima del 1219, prima cioè di quella ordinata nel capitolo di quest’anno in molte altre regioni; 2. che il martirio di quei frati fosse un incentivo a queste missioni, come a quella che Francesco volle assumere sopra di sé.
[95] Kugler, Geschichte der Kreuszuge, p. 315 seg.
[96] Il che il de Giano non sa accertare; l. c., n. 96.
[97] G. d. G., l. l. 9, p. 549.
[98] Voigt., op. cit., p. 502.
[99] I sospetti del Voigt, op. cit., p. 475, che Frate Elia ne lo spingesse perchè l’ordine si giovasse della gloria e consacrazione che gli sarebbe venuta o del trovarsi presente l’institutore suo alla vittoria dei Cristiani o del morirvi per mano degli infedeli, mi paiono a dirittura senza fondamento.
[100] Kugler, op. cit., p. 317.
[101] G. d. G., op. cit., p. 520. Bonaventura, V. IX, 6, p. 267, dice, che suo compagno fosse frate Illuminato; T. d. C, XX, p. 96.
[102] Così molto semplicemente e veracemente ragiona Giordano da Giano; ma un bello studio sarebbe il seguire la leggenda e vederla ingrossarsi via via, sino a che nei Fioretti, I, XXIV, p. 110, è detto che convertisse il Soldano.
[103] Nella Vita altera di Tommaso da Celano, p. 158, è raccontato che egli predicasse la sconfitta dei Cristiani. Ora, questi non ebbero in tutta l’impresa altra sconfitta che nell’ultimo scontro. La leggenda, dunque, suppone, che si fosse fermato in Egitto, almeno sino a che fu potuto prevedere, che i Crociati avrebbero data battaglia, anziché acconsentire a patti di pace; cioè sino a’ principii del 1221.
[104] G. d. G., op. cit., II, p. 520.
[105] G. d. G., 12,13. Il racconto veridico di Fra Giordano rende chiaro ed ordinato tutto un processo di fatti, che nella storia di S. Francesco, Wadding, Chavin de Melan, Palomòs, ecc., è mirabilmente turbato.
[106] Cinque mila fu un’esagerazione nata più tardi.
[107] Ecco per questa denominazione del Capitolo un autorità più antica di quella del Wadding, che al Voigt, p. 491, mancava. E se e nei Fioretti, vuol dire ch’è più antica di loro.
[108] Fioretti, I, XVIII, p. 82.
[109] Gr. d. G., op. cit, I, 18, p. 524. Mi duole d’aver dovuto qui raccorciare il racconto; è tutto cosi notevole.
[110] Cui non si può affermare che assistesse il Cardinale Ugolino e si deve negare che assistesse Domenico di Guzman.
[111] Pure che Francesco abbandonasse il generalato, è detto chiaramente dagli antichi. Barth. Pis., op. cit, col. 64, 2, dice: Hic frater. Petrus Cathanii.... Beato Francisco renunciante officium Generalatus coram fratribus... factus est generalis minister., ed oltre la collatio, che cito, XXV, p. 126, si vede l’Epist. VIII, p. 11, che scrive al suo successore. Si veda il Wadding, nell’edizione sua delle opere a questi due luoghi, p. 25 e 356.
[112] Questa regola è quella pubblicata la seconda nell’opere di S. Francesco, ma non differisce sostanzialmente dalla prima; la qual semplice osservazione butta per terra tutta la favola inventata sul nudo in cui fu composta, come nota già il Boll., p. 638 seg.
[113] Questa è la data che si legge sulla sua tomba in S. Maria degli Angeli. Voigt, op. cit., p. 520, n.
[114] G. d. G., 50, p. 540.
[115] Th. d. C, IV, p. 154 seg. È la parola della leggenda: coepit undique conquassare
[116] T. S. V., p. 28.
[117] Bon., V., VIII, 5. Consideratione quoque primae originis omnium abundantior pietate repletus creaturas quantumlibet parvas fratris vel sororis appellabat nominibus pro eo quod sciebat eos unum secum habere principium. Vedi T. da C, XXIX, p. 128 seg.
[118] T. S. V., p. 28.
[119] Fioretti, I, XXI, p. 99.
[120] Il d’Ancona, in un suo scritto che ora non ho davanti, deve aver detto, che Francesco durasse quaranta notti a comporre il suo carme; e si dimanda com’egli ci faticasse tanto. Il caso è, che il fatto ch’egli procura di spiegare non esiste; e forse egli è stato indotto in errore dall’Ozanam: I poeti Francescani, trad. del Fanfani, p. 40. Del rimanente poi 1’ Ozanam riproduce ciò che il Wadding dice all’anno 1224; e questi non ha inteso dire che Francesco vegliasse quaranta notti a comporre il canto, bensì che nelle quaranta notti meditasse di Dio e di Cristo; e poi levatosi di letto, all’improvviso dettasse il carme. Del rimanente tutte queste notizie sul tempo e sul modo in cui il canto fu composto, non hanno fondamento di sorte. (Vedi Boll. p. 1002).
[121] Non entrerò nella critica del testo del canto; rispetto al quale il Boehmer, Homanische studien, I, ha fatto il migliore studio. Osservo soltanto qui, che io non credo che Francesco aggiungesse la strofa 8a, quando volle che il suo canto fosse recitato avanti al Vescovo e al Podestà d’ Assisi, perchè si rappattumassero; il che, aggiungono, riuscì mirabilmente; nè che la 9a fosse aggiunta quando fu per rivelazione accertato del tempo della sua morte. Il verso: – Da la quale nullu omo vivente pò scampare – prova, ch’egli non si riferiva punto alla morte sua, nè nessuno annuncio di questa l’aveva mosso a farlo.
[122] T. S. V., p. 26.
[123] Th. d. C, XIX, p. 132.
[124] Appendice italiana alla lez. dei tre socii nell’ edizione dell’ Amoni, VI, p. 128; XVIII, p. 134.
[125] Cap. VII, op. cit., p. 56.
[126] Non entro qui nella quistione dell’autenticità di queste due poesie. A me non pare che se ne possa ragionevolmente dubitare. È però un soggetto, che meriterebbe esso solo uno studio a parte, e che non è stato ancor fatto. Il meglio che n’è stato scritto, è il libretto geniale del Gorres: Der Heilige Franciskus ein Troubadour. Egli crede che le strofi delle due poesie, pubblicate come il 2° e 3° canto, non ci siano state tramandate nell’ordine in cui sono state scritte. V’ha, in ciò, credo qualcosa di vero; ma l’ordine suo, ch’egli ne propone, non mi par buono. Del rimanente egli le ha studiate più nelle due eleganti, ma fredde traduzioni latine dei due Gesuiti, E. Chifel e G. Lampugnano, che non nell’italiano. Ad ogni modo a chi piacesse sapere l’ ordine proposto dal Gorres, noto qui in canti in cui ne dispone le strofi.
Primo canto – 3, 4 strofe del 3°. Secondo canto – 5, 6 strofe del 3°; Terzo canto – 7, 8 strofe del 3° 5 Quarto canto – 9, 10, 11 strofe del 3°; Quinto canto– 12, 13, 14, 15, 16, 17 strofe del 3°; Sesto canto – Il secondo canto; Settimo canto – 1, 2 strofe del 3°; Ottavo canto – 18 strofa del 3° 5 Nono canto – 19, 20 strofe del 3°; Decimo canto – 21, 22, 23 strofe del 3°; Undecimo canto – 24, 25, 26 strofe del 3°; Duodecimo canto 27, 28 strofe del 3°; Tredicesimo canto – 29, 30 strofe del 3°; Chiusa 31 strofa e seg.
Che queste due poesie fossero state composte da Francesco mentre egli era sull’Alvernia, è certo una mera congettura; ma molto probabile del Wadding, op. cit., p. 402 e 405.
[127] Queste poesie son pubblicate in più luoghi. Io le cito dall’edizione del Der Burg, op. cit., p. 154 seg. N’ho ammodernata l’ortografia, perchè al lettore riesca più facile il gustarle, non dovendo qui dar luogo a nessuna ricerca filologica.
[128] Th. d. C, II, P. VII, p. 163.
[129] Ivi, VII, p. 168.
[130] Th. d. C, P. II, III, p. 150.
[131] Ivi, XXVI, p. 114. I miracoli citati nel testo si possono leggere in Tommaso da Celano nell’ordine in cui io gli ho notati.
[132] Th. d. C, P. II, III, p. 150.
[133] Comba, Storia della Riforma in Italia, p. 294, ne cita alcune; Tommaseo, nel Commento al canto XII del Paradiso, p. 239. dice: « Le Stimmate, anco scientificamente riguardate, potevano essere effetto della meditazione intensa accalorata da un’immaginazione possente e dall’amore ardente alla cui passione corrisponde altrettanta compassione. » Credo che civoglia anche più immaginazione per ammettere questa interpretazione.
[134] Th. d. C.
[135] Ivi, XII, p. 58.
[136] Non è detto espressamente nella Regola II, VIII, p. 78: ma così mi pare di poter raccogliere de’ Memorabili di Fra Giordano.
[137] Th. d. C, XVII, p. 82.
[138] Si veda il mirabile capitolo VIII dei Fioretti di S. Francesco, ch’è tradotto dall’admon. de perfecta letitia. Op. cit, p. 34.
[139] Si vede nell’opere di Bonaventura la lettera de Reformandis patribus, v. VII (Romae, 1596) p. 467. Non mi ci posso fermare.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011 |