Giordano da Giano

LA CRONACA

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Ai frati dell’Ordine dei Minori stabiliti in Germania

frate Giordano da Giano della Valle di Spoleto

augura nel presente la perseveranza nel bene e per il futuro

la gloria eterna con Cristo

Prologo

Quando raccontavo qualche episodio della vita dei primi frati mandati in Germania, accadeva, solitamente, che molti frati vi trovassero motivo di edificazione per la propria vita, così che spesso venni pregato di raccogliere per iscritto tali racconti e le altre vicende che potessi ricordare, tenendo nota degli anni in cui i frati furono inviati, e questo o quell’episodio che accaddero. E poiché, come dice la Scrittura, è peccato di divinazione il non voler acconsentire alla volontà di Dio e di idolatria il non voler obbedire [1], decisi di esaudire il devoto desiderio dei frati. A ciò mi spingeva soprattutto frate Baldovino di Brandeburgo, il quale, spontaneamente, e anche per invito di frate Bartolomeo [2], allora ministro della Sassonia, mi si offrì come scrivano.

Pertanto, nell’anno del Signore 1262, dopo il Capitolo di Halberstadt celebrato nella Domenica “Jubilate” [3] rimasti nel luogo stesso del Capitolo, io a dettare e frate Baldovino a scrivere, incominciai ad esaudire alla bell’e meglio il desiderio dei frati. E se ciò fu bene, anch’io ne godo; in caso contrario, vi sarà necessario usare una certa indulgenza perché, come ben sapete, ho intrapreso questa opera pur essendo poco dotto, costretto da voi.

Per quanto riguarda la successione degli anni poi, se talvolta ho commesso errori di dimenticanza, naturali in un uomo ormai vecchio e stanco, ne chiedo perdono al lettore e lo esorto affinché, dovunque trovi un mio errore, mi corregga e rettifichi con carità. E con pari benevolenza giudichiamo lo stile dello scrittore e la rozzezza del dettato, che egli pure avrebbe voluto ornato di espressioni più eleganti; ma è sufficiente ch’egli abbia fornito il materiale agli scrittori eccellenti e raffinati nell’arte dello scrivere.

Quando ripenso alla pochezza mia e di quegli altri inviati con me in Germania, e considero quale è ora la prosperità e la gloria del nostro Ordine, in me stesso confuso, esalto in cuor mio la divina clemenza e mi sento costretto ad elevare a voi le parole dell’apostolo: “Considerate, o fratelli, la vostra vocazione, poiché non molti furono i sapienti secondo la carne, che diedero forma al nostro Ordine con la loro sapienza, non molti i potenti, che imposero con la forza di conservarlo, non molti i nobili, che si impegnarono ad onorarlo del loro favore. Ma Dio ha scelto quelli che sono stolti agli occhi del mondo, per confondere i sapienti; Dio ha scelto i deboli agli occhi del mondo, per confondere i forti e gli ignobili e disprezzati agli occhi del mondo, e le cose che non esistono, per distruggere quelle che esistono, affinché nessun uomo possa darsi gloria al suo cospetto” [4].

Quindi, per la gloria di Dio, il quale ha fatto sorgere quest’Ordine, con la sua sapienza e per mezzo del servo suo Francesco l’ha dato in esempio al mondo, e non per la gloria degli uomini, apparirà più chiaro nei seguenti capitoli come, quando e attraverso quali persone esso sia giunto fino a noi.

***

1. Nell’anno del Signore 1207 [5], Francesco, di professione mercante, preso in cuore da compunzione e ispirato dallo Spirito Santo, iniziò una vita di penitenza in abito da eremita. Ma poiché il modo della sua conversione è sufficientemente spiegato nella “Vita” [6]  qui lo tralasciamo.

2. Nell’anno del Signore 1209, terzo della sua conversione, Francesco, udito nel Vangelo ciò che Cristo disse ai discepoli mandati a predicare [7], abbandonò immediatamente il bastone, la bisaccia e i calzari, mutò abito, assunse quello che i frati portano ora, e si fece imitatore della povertà evangelica e sollecito predicatore del Vangelo.

3. Nell’anno del Signore 1219 [8], decimo della sua conversione, frate Francesco nel Capitolo che si tenne presso Santa Maria della Porziuncola, mandò frati in Francia, in Germania, in Ungheria, in Spagna e in quelle altre provincie d’Italia in cui i frati non erano ancora pervenuti.

4. I frati che giunsero in Francia [9], interrogati se fossero Albigesi, risposero di sì, non comprendendo che cosa fossero gli Albigesi e non sapendo che erano eretici, così furono quasi considerati tali. Ma il vescovo [10] e i teologi di Parigi infine, letta attentamente la loro Regola e trovatala evangelica e cattolica, consultarono sulla questione il signor papa Onorio [11]. Ed egli con una sua lettera [12] dichiarò la loro Regola autentica, poiché approvata dalla Sede apostolica, e figli speciali della Chiesa Romana e veramente cattolici i frati stessi, che da lui in questo modo furono liberati dal sospetto d’eresia.

5. In Germania poi furono mandati i frati... e frate Giovanni da Penna con circa 60 frati o forse più. Questi penetrarono nelle contrade della Germania senza conoscerne la lingua e richiesti se volessero alloggio, cibo o altre cose del genere risposero “ia”, e pertanto furono accolti benevolmente da certuni. Vedendo che con la parola “ia” erano ben trattati, decisero di rispondere “ia” a qualsiasi domanda. Per questo accadde che, alla domanda se fossero eretici e se giungessero con l’intenzione di infettare la Germania così come avevano pervertito la Lombardia, risposero ancora “ia”. Allora alcuni di loro furono percossi, altri incarcerati, altri spogliati e, condotti nudi in giro, furono fatti spettacolo di ludibrio per la folla. Vedendo dunque i frati che in Germania non potevano dar buon frutto, se ne tornarono in Italia. Per questo fatto la Germania fu considerata dai frati tanto crudele, che non osavano ritornarvi se non ispirati dal desiderio di martirio.

6. I frati mandati in Ungheria, vi furono portati per mare, per l’interessamento di un vescovo ungherese. Avanzando essi separatamente nelle campagne, i pastori li assalirono con i cani, e senza far parola, li percossero ostinatamente con l’estremità non appuntita delle loro picche. Domandandosi i frati tra loro il motivo di tale massacro, uno disse: “Forse vorranno avere le nostre tuniche”. Le diedero, ma neppure così le botte cessarono. Aggiunse: “Forse vorranno anche le vesti di sotto”. Le diedero, ma neppure così quelli smisero di bastonarli. Disse ancora: “Forse vorranno anche le nostre brache”. Le diedero, e quelli smisero di picchiarli e li lasciarono andar via tutti nudi.

E a me uno di questi frati raccontò che in questo modo aveva perso lui stesso le brache ben quindici volte. Ma poiché, vinto dal pudore e dalla vergogna, si doleva più per le brache che per gli altri indumenti, macchiò le sue con sterco di bue e altro sudiciume e allora i pastori, provando nausea al vederle, gli permisero di tenersele. Afflitti da questa e da molte altre offese, fecero ritorno in Italia.

7. Dei frati passati in Spagna cinque furono coronati dal martirio [13]. Se questi cinque vi furono mandati da questo medesimo Capitolo o dal precedente, come frate Elia e i suoi compagni in terra d’oltremare, non potrei dirlo con sicurezza.

8. II martirio, la vita e la Leggenda scritta dei suddetti frati furono riferite al beato Francesco; ed egli, sentendo che in essa eran fatte le sue lodi e accorgendosi che i frati dal martirio di quelli traevano motivo di gloria, essendo egli grandissimo spregiatore di sé e disdegnoso di lode e di gloria, respinse la Leggenda. Ne proibì la lettura dicendo:

“Ciascuno si glorii del suo proprio martirio e non dell’altrui”. E così tutta quella prima missione, forse perché non era ancora arrivato il suo momento, poiché “il tempo per ogni cosa è scritto in cielo” [14], non riuscì a nulla.

9. Frate Elia [15] invece fu nominato dal beato Francesco ministro provinciale per le terre d’oltremare. Per la sua predicazione un chierico di nome Cesario si convertì e fu ammesso nell’Ordine. Questo Cesario [16], tedesco di Spira e suddiacono, era stato discepolo di teologia del maestro Corrado da Spira, predicatore della croce e più tardi vescovo di Hildesheim [17]. Quand’ancora era secolare Cesario fu grande predicatore e imitatore della perfezione evangelica. Poiché alla sua predicazione certe matrone della sua città si recavano in abito umile, e senza alcun ornamento, avvenne che i loro mariti, pieni di indignazione, volessero mandare lui al rogo come eretico. Ma strappato alle fiamme per opera del teologo Corrado, ritornò a Parigi [18]. Più tardi, fatto il passaggio solenne, andò in oltremare e, udita la predicazione di frate Elia, come s’è detto, si convertì al nostro Ordine e riuscì uomo di grande dottrina ed esempio.

10. Date queste disposizioni, il beato padre, rendendosi conto di aver mandato i suoi figli al martirio e al sacrificio, non volle dar l’impressione di cercare per sé la tranquillità mentre gli altri si travagliavano per Cristo. Essendo desideroso di gloria e non volendo che alcuno lo superasse sulla via di Cristo, preferiva piuttosto precedere tutti. E come i suoi figli erano stati mandati verso pericoli incerti e tra popoli cristiani, così egli, fervido d’amore per la passione di Cristo, affrontò i pericoli certi del mare per recarsi presso il Sultano [19] alla volta degli infedeli, nell’anno stesso in cui mandò gli altri, e cioè nel XIII della sua conversione. Ma prima di giungere da quello subì molte ingiurie e offese e ignorando la lingua, gridava tra i colpi “Soldan! Soldan!”. Così, condotto fino a lui, fu da lui onorevolmente ricevuto e umanamente curato nella malattia. Disponendosi a ritornare, poiché là non poteva dar frutti, il sultano lo fece accompagnare da una scorta fino all’esercito cristiano, il quale allora assediava Damietta.

11. Quando il beato Francesco passò il mare col beato Pietro Cattani [20], esperto di diritto e giureconsulto, lasciò in Italia due vicari, frate Matteo da Narni e frate Gregorio da Napoli. Matteo si stabilì presso Santa Maria della Porziuncola con l’incarico di risiedervi e ricevere quanti dovevano essere accolti nell’Ordine, mentre Gregorio ebbe l’incarico di andar in giro per l’Italia a portar conforto ai frati. Ora, poiché secondo la Regola primitiva [21] i frati digiunavano il mercoledì e il venerdì e col permesso di San Francesco anche il lunedì e il sabato, mentre negli altri giorni mangiavano carne, questi due vicari con alcuni frati più anziani tennero un Capitolo di tutta l’Italia, nel quale stabilirono che i frati anche nei giorni di grasso non usassero carni acquistate ma mangiassero soltanto di quelle spontaneamente offerte dai fedeli. Oltre a ciò stabilirono il digiuno obbligatorio per il lunedì e gli altri due giorni aggiungendo che al lunedì e al sabato non dovessero procurarsi i latticini ma che se ne astenessero, a meno che non fossero spontaneamente offerti dai fedeli devoti.

12. In seguito a queste Costituzioni un frate laico, indignato per il fatto che i vicari avessero avuto la presunzione di aggiungere alcunché alla Regola del santo padre, prese con sé le Costituzioni, passò il mare senza la loro autorizzazione e, giunto dal beato Francesco, per prima cosa confessò a lui la sua colpa chiedendo perdono per essersi presentato senza permesso, ma spintovi dalla necessità, dal momento che i vicari da lui lasciati avevano avuto la presunzione di aggiungere nuove norme alla sua Regola. Aggiunse inoltre che l’Ordine in tutta Italia era turbato a causa delle novità introdotte sia dai vicari sia da altri frati. Lette tutte le Costituzioni proprio mentre il beato Francesco era a tavola e aveva dinanzi a sé della carne pronta da mangiare, il Santo disse a frate Pietro [22]: “Signor Pietro, che faremo?”. Ed egli rispose: “Ah, come piace a voi, signor Francesco, perché voi avete l’autorità”. Poiché frate Pietro era dotto e nobile il beato Francesco per cortesia lo onorava chiamandolo Signore, e quegli da parte sua, umiliandosi dinanzi al suo padre spirituale, gli tributava la medesima deferenza. E questo rispetto reciproco rimase tra loro sia in oltremare sia in Italia. E infine così concluse il beato Francesco: “Mangiamo dunque, come dice il Vangelo, i cibi che ci sono apparecchiati” [23].

13. Proprio in quel tempo viveva in oltremare una profetessa che aveva fatto molte predizioni avveratesi e che perciò era anche chiamata in quella lingua la Veridica. Essa aveva detto ai frati che erano con San Francesco: “Ritornate, ritornate, perché per l’assenza di frate Francesco l’Ordine è turbato, si divide e si disperde”. E ciò era vero. Infatti frate Filippo [24], che era lo zelatore delle Povere Dame [25], agendo contro la volontà del beato Francesco, il quale preferì superare tutti i contrasti con l’umiltà più che con l’autorità della legge, aveva ottenuto dalla Sede Apostolica una lettera che l’autorizzava a difendere le religiose e a scomunicare i loro detrattori.

Similmente anche frate Giovanni da Campello [26], raccolto un gran numero di lebbrosi, di uomini e di donne, uscì dall’Ordine volendone fondare uno nuovo. Scrisse una Regola e si presentò alla Sede Apostolica con i suoi seguaci per farla approvare. Oltre a queste cose, durante l’assenza del beato Francesco sorsero altri principi di turbamento, così come la Veridica aveva predetto.

14. II beato Francesco, presi con sé frate Elia, Pietro Cattani, Cesario da Spira quello che frate Elia aveva ammesso nell’Ordine quando era ministro della Siria, come già s’è detto e qualche altro frate, fece ritorno in Italia [27]. E qui, comprese appieno le cause dei disordini, non si recò dagli agitatori ma si rivolse direttamente al signor papa Onorio [28].

Presso la porta del signor Papa postosi dunque a giacere, l’umile padre non osava far risuonare bussando la stanza di un così gran principe, ma aspettava con pazienza ch’egli ne uscisse spontaneamente. E quando fu uscito, il beato Francesco gli fece un atto di reverenza e disse: “Padre papa, Dio ti doni la pace!”. E quegli: “Dio ti benedica, figlio!”. E il beato Francesco: “Signore, dal momento che tu sei grande e occupato spesso in grandi affari, i poveri non possono spesso aver accesso fino a tè tante volte quante ne avrebbero bisogno. Tu mi hai assegnato molti papi [29]. Dammene uno col quale possa parlare quando ne ho necessità, e che in vece tua ascolti e risolva i problemi miei e del mio Ordine”. E a lui il papa: “Chi vuoi che ti dia, o figlio?”. Ed egli: “II signor vescovo di Ostia”. E gli fu concesso. Avendo dunque il beato Francesco riferito al signor vescovo di Ostia, suo papa [30], le cause dei disordini, egli immediatamente revocò la lettera di frate Filippo mentre frate Giovanni e i suoi seguaci furono espulsi ignominiosamente dalla Curia.

15. E così, col favore di Dio, i perturbatori si calmarono immediatamente e il beato Francesco riformò l’Ordine secondo la sua Regola [31]. E vedendo che frate Cesario era dotto in Sacra Scrittura, affidò a lui il compito di ornare con parole del Vangelo la Regola da lui redatta con parole semplici. Ed egli lo fece. E poiché i frati in gran numero erano stati turbati dalle diverse voci corse sul beato Francesco, dicendo alcuni che fosse morto, altri ucciso e altri naufragato, quando compresero ch’egli era vivo e già ritornato, per la gioia ebbero l’impressione che una nuova luce sorgesse per loro. Il beato Francesco indisse immediatamente un Capitolo generale presso Santa Maria della Porziuncola.

16. Pertanto nell’anno del Signore 1221, il 23 maggio, indizione XIV, nel santo giorno della Pentecoste [32], il beato Francesco celebrò un Capitolo generale a Santa Maria della Porziuncola.

Al Capitolo, secondo una consuetudine dell’Ordine allora in vigore, convennero tanto i frati professi quanto i novizi e di tremila fu stimato il numero dei convenuti. Al Capitolo partecipò il signor Ranieri, cardinale diacono, con molti altri vescovi e religiosi [33].

Con il suo mandato un vescovo celebrò la messa; si ritiene che il beato Francesco abbia letto il Vangelo [34] e un altro frate l’Epistola.

I frati, non avendo edifici sufficienti per tanti uomini, alloggiavano entro un campo vasto e recintato sotto ripari di foglie, e mangiavano e dormivano distinti ordinatamente e spaziosamente in gruppi di ventitré mense.

A questo Capitolo prestava premurosamente servizio la popolazione del luogo, la quale forniva in abbondanza il pane e il vino, lieta del raduno di tanti frati e del ritorno del beato Francesco. In questo Capitolo il beato Francesco predicò ai frati scegliendo il tema: “Benedetto il Signore, Dio mio, che istruisce le mie mani alla lotta” [35], insegnando loro le virtù ed esortandoli alla pazienza e ad essere d’esempio al mondo. In egual maniera parlava al popolo e il popolo e il clero ne erano edificati. Ma chi potrebbe dire quanta carità, pazienza, obbedienza e fraterna letizia ci furono allora tra i frati? Un Capitolo come questo infatti, sia per il numero dei frati sia per la solennità delle cerimonie, nell’Ordine non lo vidi più. E nonostante la moltitudine dei frati fosse tanta, la popolazione provvedeva tuttavia ad ogni cosa così di buon animo che dopo sette giorni di Capitolo i frati furono costretti a chiudere la porta e a non accettare più nulla, e a trattenersi altri due giorni ancora per consumare i cibi già offerti in dono e accettati.

17. Alla fine di questo Capitolo o, meglio, quand’esso ormai volgeva al termine, il beato Francesco si ricordò che la fondazione dell’Ordine non aveva ancora raggiunto la Germania.

Essendo egli in quel tempo debole di salute [36], tutto ciò che doveva esser comunicato al Capitolo da parte sua veniva detto da frate Elia. Il beato Francesco, restando seduto ai suoi piedi, tirò per la tunica frate Elia, il quale, inchinatesi verso di lui e sentito quel che voleva, si rialzò e disse: “Fratelli, il Fratello intendendo così il beato Francesco, che da loro era chiamato il fratello per eccellenza dice che c’è un paese, la Germania, in cui vivono uomini cristiani e devoti. Come ben sapete, questi, animati dalla speranza, con i lunghi bastoni e i grandi ceri passano nella nostra terra cantando le lodi di Dio e dei suoi Santi pieni di sudore sotto i raggi ardenti del sole e visitano i sepolcri dei Santi. Ma poiché i frati mandati talvolta da loro ne tornarono maltrattati, il Fratello non costringe nessuno ad andarvi. Tuttavia se alcuni, ispirati dallo zelo per Dio e per le anime, volessero partire, ad essi egli intende dare la stessa obbedienza [37] e anzi una anche più ampia di quella che darebbe a quanti vanno oltremare. E se qualcuno c’è che intende andare, si alzi e si ponga in un gruppo a parte”. Infiammati dal desiderio di martirio, si alzarono circa novanta frati pronti ad offrirsi alla morte e, postisi in disparte secondo l’invito, aspettavano di sapere chi, quanti, come e quando dovessero partire.

18. Al Capitolo c’era allora un certo frate il quale, nelle sue preghiere, soleva supplicare il Signore affinché la sua fede non venisse né corrotta dagli eretici della Lombardia né messa in pericolo dalla crudeltà dei Tedeschi. Ed egli chiedeva al Signore che, nella sua misericordia, si degnasse di liberarlo da queste due prove. Costui, vedendo alzarsi molti frati pronti ad andare in Germania, pensò che sarebbero stati immediatamente martirizzati dai Tedeschi. Dolendosi di non aver conosciuto per nome quelli inviati in Spagna e già martirizzati, volle evitare che gli accadesse con questi quanto già gli era accaduto con quelli. Alzatesi dal mezzo della moltitudine, andò presso di loro e passando dall’uno all’altro domandava: “Chi sei e di dove sei”, perché riteneva gloria grande, nel caso fossero stati martirizzati, il poter dire: ho conosciuto questo, ho conosciuto quello”. Tra loro c’era un frate diacono di nome Palmerio, che poi fu guardiano del convento di Magdeburgo: un tipo allegro e spiritoso, oriundo del Gargano nelle Puglie. Giunto da lui il frate curioso e avendogli domandato chi fosse e come si chiamasse, rispose: “mi chiamo Palmerio”, e subito, afferrandolo per la mano, aggiunse: “anche tu sei dei nostri e partirai con noi”. Voleva infatti condurlo con sé in mezzo ai Tedeschi mentre l’altro aveva già pregato Dio più volte di mandarlo dove volesse tranne che là. Quegli, inorridendo al nome dei Tedeschi, replicò “non sono dei vostri e tra voi sono venuto per conoscervi e non per partire con voi”. Frate Palmerio, prevalendo col suo buon umore, lo trattenne e, nonostante gli si opponesse con le parole e coi gesti lo trasse a terra e lo costrinse a sedersi con lui in mezzo agli altri. Nel frattempo, mentre ciò accadeva e il frate curioso era ancora trattenuto con gli altri, egli fu assegnato a un’altra provincia con la formula: “II frate tale vada nella provincia tale”. Mentre i novanta frati erano in attesa della decisione, fu designato ministro provinciale della Germania il tedesco Cesario, nato a Spira come ho già detto con la facoltà di scegliersi chi volesse di quei novanta. E avendo trovato tra gli altri il frate curioso, da loro gli fu suggerito di portarlo con sé. Ma quello, che andava malvolentieri tra i Tedeschi, continuava a ripetere: “Non sono dei vostri e non mi sono alzato con l’intenzione di partire con loro”. Così fu condotto da frate Elia. I frati della provincia cui era stato destinato, sentendo ciò, poiché egli era debole di salute e troppo freddo il paese in cui doveva andare, si davano da fare per trattenerlo. Frate Cesario tuttavia mostrava in tutti i modi di volerlo condurre con sé.

Troncò la lite frate Elia dicendo così: “Ti ordino, o fratello, per la santa obbedienza, che tu decida una buona volta se vuoi andare o rinunciare”. Ma egli, legato all’obbedienza, non sapendo che fare, era imbarazzato a scegliere secondo il suo sentimento per non dar l’impressione, con una scelta, di agire secondo la propria volontà. A causa della crudeltà dei Tedeschi aveva paura a partire, per non mettere in pericolo la sua anima nel caso avesse perso la pazienza tra i martirii.

Così, perplesso fra le due decisioni e non trovando da solo una soluzione, si avvicinò a un frate già provato da molte tribolazioni, quello che in Ungheria come è stato detto aveva perso quindici volte le brache, e gli chiese consiglio con queste parole: “Fratello carissimo, ho ricevuto questo ordine ma ho paura a scegliere e non so che fare”. E l’altro: “Va’ da frate Elia e digli: “Fratello, non voglio né andare né restare, ma ciò che mi ordinerai io farò. E così ti libererai da tale perplessità”. E così fece. Sentito ciò, frate Elia gli comandò, in virtù della santa obbedienza, di affrettarsi ad andare in Germania con frate Cesario.

Era, quell’uomo, frate Giordano da Giano, quello che ora vi scrive questa cronaca, il quale proprio per tali circostanze giunse in Germania, scampò alla furia dei Tedeschi, di cui aveva orrore, e insieme a frate Cesario e ad altri trapiantò in Germania per la prima volta l’Ordine dei Frati Minori [38].

19. Il primo ministro provinciale della Germania fu frate Cesario, il quale, preoccupato di adempiere efficacemente l’obbedienza a lui imposta, prese con sé i frati Giovanni da Pian del Carpine [39], predicatore in latino e in lombardo, il tedesco Barnaba, ottimo predicatore in lombardo e in tedesco, Tommaso da Celano [40] che poi scrisse la prima e la seconda Leggenda di san Francesco, Giuseppe da Treviso, l’ungherese Abramo, il toscano Simone, figlio della contessa di Collazzone, il chierico tedesco Corrado, il sacerdote Pietro da Camerino, i sacerdoti Giacomo e Gualtiero, il diacono Palmerio, il diacono Giordano da Giano e alcuni frati laici, e precisamente il tedesco Benedetto da Soest, lo svevo Enrico, oltre a molti altri il cui nome mi sfugge. Ma furono in tutto dodici chierici e quindici laici. Frate Cesario pertanto, dopo che li ebbe scelti, dato il suo carattere affettuoso, abbandonò malvolentieri il beato Francesco e gli altri santi frati e con l’autorizzazione del beato Francesco distribuì i compagni assegnatigli nelle sedi della Lombardia, perché lì attendessero sue istruzioni. Egli stesso si ritirò per tre mesi nella valle di Spoleto. Quando si dispose a intraprendere il viaggio verso la Germania, convocò frate Giovanni da Pian del Carpine, frate Barnaba e alcuni altri e li mandò avanti a preparare il posto a Trento per lui e per gli altri frati, i quali li avrebbero seguiti subito a gruppi di tre o quattro.

20. I frati, che in quest’ordine erano via via sopraggiunti, si trovarono riuniti a Trento la vigilia della festa di San Michele e dal signor vescovo di Trento [41] furono benevolmente ospitati per i sei giorni in cui successivamente giunsero. Il giorno di San Michele frate Cesario predicò al clero e frate Barnaba al popolo. In seguito alla loro predicazione un cittadino di Trento chiamato Pellegrino, ricco ed esperto della lingua tedesca e lombarda, donò ai frati tuniche nuove per sopra e per sotto: poi, venduti tutti i suoi beni e distribuitene il ricavato ai poveri, fu accolto nell’Ordine.

21. Frate Cesario, convocati a Trento i suoi frati, dapprima rammentò il dovere di conservare l’umiltà e la pazienza, poi, lasciati quivi alcuni frati per l’edificazione del popolo, a gruppi di due o di tre, perché uno provvedesse alle cose temporali e l’altro alle spirituali, mandò gli altri a precederlo a Bolzano. Anche qui il signor vescovo di Trento provvide al mantenimento dei frati, che successivamente giunsero, e concesse loro la facoltà di predicare nella sua diocesi. Giunti poi da Bolzano a Bressanone, furono ricevuti benevolmente dal vescovo del luogo. Da Bressanone, penetrando in regioni di montagna, giunsero a Vipiteno dopo l’ora del pranzo. Ma poiché gli abitanti non offrivano pane ed essi non sapevano mendicare, i frati, sperando di arrivare la sera in un luogo in cui la carità degli abitanti li avrebbe rifocillati, pervennero a Mittenwald [42], Ma qui, trovatisi in grande scarsità di cibo, calmarono poveramente il morso della fame con due tozzi di pane e sette rape, e quello della sete con la gioia del cuore: ma piuttosto che calmarle stuzzicavano e sete e fame. Consultatisi su come riempirsi lo stomaco per poter godere del riposo della notte dopo sette miglia faticose, decisero di bere l’acqua del fiume che scorreva limpido, perché lo stomaco vuoto non brontolasse. Fattosi giorno si alzarono affamati e digiuni e ripresero il cammino. Avanzati mezzo miglio, la vista cominciò a mancare, le gambe a infiacchirsi, le ginocchia a piegarsi e tutto il corpo a perder forza per il digiuno. Presi dai crampi della fame strappavano frutti da arbusti e da diverse specie di alberi e di erbe che trovavano per via; ma poiché era di venerdì erano restii a rompere il digiuno. Tuttavia il fatto stesso di recar con sé i frutti di diversi alberi e arbusti dava l’impressione di essere alquanto rifocillati perché, in caso di estrema necessità, avevano di che mangiare. E così, ora fermandosi, ora procedendo lentamente, giunsero con difficoltà a Matrei. Ed ecco che Dio, “a cui il povero è affidato” [43], sollecito dei suoi poveri provvide che, entrando nella città, trovassero due uomini ospitali, i quali comprarono per loro due denari di pane. Ma cos’era ciò per tante persone! E poiché era la stagione delle rape, mendicando rape, con le rape supplirono alla mancanza di pane.

22. Dopo aver dunque desinato in questo modo, più pieni che nutriti, si rimisero in cammino ed attraverso villaggi, castelli e monasteri pervennero ad Augsburg. Qui il Signor vescovo del luogo [44] e il suo ausiliare, suo nipote e canonico della cattedrale, li accolsero con molta benevolenza. Infatti il vescovo di Augsburg in persona fu preso da tanto affetto per i frati che li accolse ad uno ad uno con un bacio e con un bacio li congedò. Anche l’ausiliare li accolse con tanto affetto che si allontanò dalla curia per sistemare in essa i frati. Inoltre anche il clero e il popolo li accolsero con benevolenza e li salutarono con reverenza.

23. Nell’anno del signore 1221, intorno alla festa di San Gallo [45], frate Cesario, primo ministro della Germania, convocò ad Augsburg i suoi frati, in numero di trentuno, e dopo il primo Capitolo dal loro ingresso in Germania li mandò alle diverse provincie della regione. Mandò innanzi a precederli frate Giovanni da Pian del Carpine e frate Barnaba, perché predicassero a Würzsburg. Essi poi passarono a Magonza, a Worms, a Spira, a Strasburgo e a Colonia: si mostravano al popolo, predicavano la penitenza e preparavano l’alloggio ai frati che dovevano seguirli.

24. In questo stesso Capitolo frate Cesario mandò frate Giordano da Giano con due compagni, Abramo e Costantino, a Salisburgo, dove il vescovo del luogo [46] li accolse benevolmente. Mandò a Ratisbona altri tre frati con frate Giuseppe. Frate Cesario poi, seguendo i passi di quelli che lo precedevano, li confermava nel bene con la parola e con l’esempio.

25. Nel medesimo anno frate Cesario, giunto a Würzsburg, accolse nell’Ordine un giovane abile e colto di nome Hartmuth che i frati italiani, non riuscendo a pronunciarne il nome, chiamavano Andrea perché era entrato nell’Ordine il giorno di Sant’Andrea [47].

Egli in breve divenne sacerdote e predicatore e in seguito fu fatto custode della Sassonia. Accolse parimenti anche un laico di nome Rodigero, il quale dopo, ad Halberstadt, divenne guardiano. Fu maestro di disciplina spirituale di santa Elisabetta [48], e le insegnò a conservare la castità, l’umiltà e la pazienza, a vegliare in preghiera e a dedicarsi assiduamente alle opere di misericordia. Similmente frate Cesario accolse nell’Ordine un altro laico di nome Rodolfo.

26. Nell’anno del Signore 1222 frate Cesario aveva già accolto nell’Ordine così numerosi frati, sia chierici sia laici, che, convocati i frati dalle città vicine, celebrò a Worms il primo Capitolo provinciale. E poiché il luogo in cui i frati erano stati accolti era ristretto e poco adatto, a causa della loro moltitudine, a celebrarvi la messa e a predicare, sentito il parere del vescovo [49], e dei canonici, per la celebrazione e la predicazione si recarono nella cattedrale, e i canonici, restringendosi in un solo coro, l’altro lasciarono ai frati. Celebrò la messa un frate dell’Ordine e cantando a gara coro con coro compirono l’ufficio divino con grande solennità [50].

27. Da questo Capitolo frate Cesario mandò due uomini con una lettera per i frati di Salisburgo [51], i quali non erano venuti al capitolo, perché, se lo volessero, si recassero da lui. Ma essi, che si erano votati interamente all’esercizio dell’obbedienza, tanto da non voler compiere nulla di propria volontà, turbati non poco a proposito della condizione posta nella lettera, quella cioè “se volessero” venire, si dissero: “andiamo a domandargli perché abbia scritto così a noi che non vogliamo se non ciò che egli vuole”. Postisi in cammino, arrivati in un paese con l’intenzione di mangiare, mendicando a due a due si sentivano rispondere in tedesco “God berad” [52] che in latino significa: “Dio vi aiuti”, o meglio: “Dio provveda a voi”. Uno di loro, vedendo che con questa espressione non veniva offerto loro nulla, pensò e disse: “Questo “god berad” oggi ci farà morire”. E precedendo il frate che mendicava in tedesco, incominciò a mendicare in latino. Ma i tedeschi rispondevano: “Noi il latino non lo capiamo. Parlaci in tedesco!”. E il frate rispose, pronunciando male: “Nicht diudisch”, che in latino significa “niente tedesco, ma so un po’ di savoiardo”. Ma aggiunse in tedesco: “Brot durch god”. E quelli: “E’ straordinario che tu parlando in tedesco dica di non sapere il tedesco”. E aggiunsero: “God berat”. Il frate, esultando in cuor suo, sorridendo e fingendo di non capire quel che dicevano, si pose su una panca a sedere. Allora l’uomo e la donna, guardandosi a vicenda e sorridendo della sua dabbenaggine, gli diedero pane, uova e latte. Accortosi dunque che con tale utile simulazione poteva soccorrere alle necessità sue e dei suoi frati, passando con questo sistema in dodici case mendicò tanto da bastare ai sette frati [53]. Rimessisi per la stessa strada, giunsero in un paese il giorno di Pentecoste prima della messa. Qui ascoltarono messa e uno di loro si comunicò. La popolazione del luogo per la semplicità e l’umiltà dei frati fu così presa da compunzione che s’inginocchiavano davanti a loro e ne veneravano perfino le impronte dei piedi. Da lì, passando attraverso Würzsburg, Magonza e Worms, giunsero a Spira. Qui trovarono radunati frate Cesario e molti frati e secondo l’usanza furono accolti con molta benevolenza e festeggiati con molto affetto per il loro arrivo. Frate Cesario, rimproverato dai frati per aver scritto in quel modo, diede loro soddisfazione scusandosi e spiegando la sua intenzione.

28. Nel medesimo anno, il secondo dall’arrivo dei frati in Germania, frate Cesario, ministro provinciale della Germania, dopo aver stabilito i frati a Colonia e nelle città sopraddette, si trovò in tale mancanza di sacerdoti che a Spira e a Worms nelle grandi solennità celebrava per i frati e ne ascoltava le confessioni un solo sacerdote novizio. In quell’anno stesso ne fece promuovere al sacerdozio tre, e precisamente: frate Palmerio, del quale s’è detto sopra, l’ungherese Abramo e il tedesco Andrea, che prima si chiamava Hartmuth.

29. Nell’anno del Signore 1223, il 29 novembre, la Regola dei Frati minori fu confermata dal signor papa Onorio III.

30. Nello stesso anno, il 18 marzo, frate Cesario fece promuovere sacerdote una quarta persona dell’Ordine, e cioè frate Giordano da Giano, della valle di Spoleto, il quale, per quasi tutta l’estate fu il solo sacerdote che celebrò alternamente a Worms, a Magonza e a Spira. In quello stesso anno frate Cesario istituì come custode a Magonza, Worms, Colonia e Spira frate Tommaso da Celano.

31. Frate Cesario, uomo tutto dedito alla meditazione del Vangelo e grandissimo zelatore della povertà, era così gradito ai frati che essi lo veneravano quasi come il più santo dopo il beato Francesco. Ma proprio in quel medesimo anno, stanco e preso dal desiderio di rivedere il beato Francesco e i frati della valle di Spoleto, poiché ormai l’Ordine in Germania era ben impiantato, nominò come suo vicario frate Tommaso da Celano, allora unico custode, e presi con sé frate Simone che ora a Spoleto gode fama di santità [54] e alcuni altri frati virtuosi e pii, giunse dal beato Francesco e da frate Elia, benevolmente accolto da lui e dagli altri frati. E durante il Capitolo, che in quello stesso anno si celebrò a Santa Maria della Porziuncola, frate Cesario fu sollevato dall’incarico di ministro tenuto per due anni e in esso gli fu sostituito frate Alberto da Pisa [55].

32. Insieme a frate Alberto da Pisa poi furono inviati dall’Italia frati virtuosi e istruiti, e precisamente frate Marzio da Milano, frate Giacomo da Treviso, un frate inglese esperto di diritto e molti altri.

Pertanto frate Alberto da Pisa, secondo ministro provinciale della Germania, giunto in questa terra, convocati i frati più anziani, e cioè Giovanni da Pian del Carpine, frate Tommaso, vicario e unico custode, e alcuni altri, nel giorno della Natività della Vergine celebrò un Capitolo a Spira, presso il lebbrosario fuori le mura. Qui allora era guardiano frate Giordano, il quale in quel Capitolo cantò la messa solenne.

33. In quel Capitolo essi, provvedendo con sollecitudine alla conservazione e alla propagazione dell’Ordine, nominarono frate Marzio custode della Franconia, frate Angelo da Worms custode della Baviera e della Svevia, frate Giacomo custode dell’Alsazia e frate Giovanni da Pian del Carpine custode della Sassonia.

34. Insieme a frate Giovanni da Pian del Carpine entrarono in Sassonia gli inglesi frate Giovanni e frate Guglielmo, il chierico lombardo frate Egidio, il sacerdote frate Palmerio, il sacerdote frate Rinaldo da Spoleto, i frati laici Ruggero, tedesco, Rokker e Benedetto, frate Titmaro e frate Emanuele da Verona, sarto.

35. Tutti questi, al loro arrivo a Hildesheim, dapprima furono ricevuti e ben ristorati dal canonico Enrico di Tossem, poi, presentatisi al signor vescovo Corrado [56], grande predicatore e teologo, furono accolti con solennità. Il vescovo, convocato il clero della sua città, fece predicare alla moltitudine dei chierici da frate Giovanni da Pian del Carpine, primo guardiano di Sassonia.

Finita la predica il signor vescovo, raccomandando al clero e al popolo frate Giovanni e gli altri del suo Ordine, concedette loro la facoltà di predicare e di ascoltare le confessioni in tutta la sua diocesi. E molti, invero, per la predicazione e l’esempio dei frati, presi da compunzione, entrarono nell’Ordine.

Di questi uno fu Bernardo, figlio del conte di Poppenburg e canonico della cattedrale, poi Alberto, maestro di scuola e uomo di lettere, un certo Ludolf e un cavaliere. Poi, in seguito all’uscita dall’Ordine di alcuni frati, nacque una certa confusione e il favore del popolo nei confronti dei frati si intiepidì a tal punto che gli offrivano l’elemosina con stizza e, se mendicavano, li ricevevano quasi volgendo altrove il viso. Ma ben presto, con l’aiuto della provvidenza divina, il favore perduto rifiorì e il popolo tornò ad amare i frati come prima.

36. Nell’anno del Signore 1223 frate Giovanni da Pian del Carpine, volendo estendere l’ordine, mandò molti frati scelti a Hildesheim, a Brunswick, a Goslar, a Magdeburgo e ad Halberstadt.

37. Nell’anno del Signore 1224, nel giorno dell’Assunzione della Beata Vergine, convocati i custodi, i guardiani e i predicatori, si tenne un Capitolo provinciale a Würzsburg. Frate Giovanni da Pian del Carpine, custode della Sassonia, sciolto da questo incarico, fu trasferito a Colonia, mentre venne istituito secondo custode della Sassonia frate Giacomo, già custode dell’Alsazia e uomo amabile, mansueto, modesto e pio. Con lui furono mandati frati anziani dell’Ordine, sia chierici sia laici, ed essi con la loro umiltà e con l’esempio della loro vita in breve tempo si conquistarono molto favore presso il clero e presso il popolo.

38. In quel medesimo anno frate Alberto da Pisa, ministro della Germania, colpito dallo sviluppo raggiunto dall’Ordine in Sassonia, dovendo passare dalla Turingia, recandosi dalla Sassonia al Reno, mandò in Turingia frate Giordano, guardiano di Magonza, e sette frati perché reperissero case da alloggiarvi convenientemente i frati.

39. Frate Giordano con i suoi frati intraprese il cammino per giungere da Magonza alla Turingia il 27 ottobre e pervenne a Erfurt nel giorno di San Martino. Ma poiché era inverno e non era stagione da costruire case, su consiglio degli abitanti della città e di alcuni del clero, i frati furono alloggiati nella curia del sacerdote dei lebbrosi fuori le mura, in attesa che gli abitanti della città provvedessero meglio alla loro sistemazione.

40. I frati mandati insieme a frate Giordano furono i seguenti: frate Ermanno da Weissensee, sacerdote novizio e predicatore, frate Corrado da Würzsburg, suddiacono novizio, frate Enrico da Würzsburg, frate Arnoldo, chierico novizio, i laici frate Enrico da Colonia, frate Gernoto da Worms e lo svevo frate Corrado.

Furono seguiti più tardi da frate Giovarmi da Colonia e da frate Enrico da Hildesheim.

41. Nell’anno del Signore 1225 frate Giordano mandò frati laici in tutta la Turingia a rendersi conto delle condizioni delle varie città. Questi poi erano seguiti e talora anche preceduti da frate Ermanno, sacerdote novizio e predicatore.

Questi giunse a Eisenach, dove un tempo era stato cappellano e da dove poi era passato ai frati dell’Ordine Teutonico. Avendo predicato più volte al popolo, per la sua predicazione e per l’esempio della sua vita, considerando che da tutti gli agi di cui godeva nella casa dell’Ordine Teutonico si era abbassato a passare ad un Ordine così umile e austero, edificò non poco il popolo, tanto che in qualsiasi luogo annunziasse la sua predicazione, là tutta la cittadinanza confluiva. Per questo motivo i due pievani della città, temendo che se i frati si fossero appoggiati a uno di loro avrebbero sottratto fedeli all’altro, offrirono ai frati uno due chiese e un altro una perché scegliessero quella che preferivano come loro propria sede. Ma frate Ermanno non avendo la presunzione di scegliere senza il parere dei frati, demandò la questione a frate Giordano, affinché egli, preso con sé un compagno assennato, venisse ad Eisenach e scegliesse secondo il suo criterio quel che gli piaceva. Ed egli giunto scelse secondo il suo criterio il luogo nel quale i frati risiedono tuttora.

42. Nel medesimo anno, all’inizio della Quaresima (nella II dom. di Settuagesima), i frati ricevettero una sede a Gotha dove ne rimasero due per cinque anni. In essa esercitarono generosamente, e quasi al di sopra delle loro possibilità, tutte le opere di misericordia e di ospitalità a favore sia dei frati del nostro ordine, sia dei predicatori [57] e di tutti gli altri religiosi.

43. Nel medesimo anno, su consiglio del signor Enrico, pievano di San Bartolomeo e del signor Gunther, suo ausiliare vicedomino, e di altri cittadini di Erfurt, i frati si trasferirono nella chiesa del Santo Spirito, allora deserta, ma abitata un tempo dalle religiose dell’Ordine di Sant’Agostino. Qui rimasero per sei anni interi. Avendo domandato a frate Giordano quegli che i cittadini avevano assegnato ai frati come procuratore se volesse forse un edificio a forma di chiostro, questi invero, che mai aveva visto un chiostro nell’Ordine, rispose: “Non so cosa sia un chiostro: costruiteci semplicemente una casa vicina al fiume per potervi scendere a lavarci i piedi”. E così fu fatto.

44. Nel medesimo anno sotto la festa degli apostoli Pietro e Paolo i frati furono mandati a Nordhausen. Qui furono accolti con favore dai cittadini e alloggiati vantaggiosamente in un orticello; per esso pagavano un tributo di quattro soldi all’anno e in esso avevano una casa comoda per frequentare la Chiesa. Ma poiché i frati mandati là erano tutti laici e il custode era stanco di correre avanti e indietro ad ascoltare le loro confessioni tutte le volte che era necessario, rimasti lì tre anni, con loro consolazione il custode li richiamò e li sistemò in altre sedi. Ma nell’anno del Signore 1230 tornarono a Nordhausen in seguito al dono di un’area fatta loro da una vergine.

45. Nel medesimo anno, su richiesta del conte Ernesto [58], furono mandati a Mülhausen quattro frati laici. Egli assegnò loro una casa nuova, sia pure senza tetto, e un orticello adiacente e, in attesa che la ricoprissero e ne recingessero l’orto con una siepe, li sistemò in una dispensa del castello. In essa i suddetti frati pregavano, mangiavano, ricevevano gli ospiti e dormivano. E poiché i frati laici contenti della dispensa, non erano riusciti in un anno e mezzo a coprire la casa né a cingere l’orto, il conte, non vedendo in essi alcun profitto cominciò a privarli del suo aiuto. E così i frati, non avendo i mezzi per coprire la casa e per far la siepe all’orto, stretti dalla necessità, se ne andarono e furono collocati in altre sedi. Ma nell’anno del Signore 1231 i frati ritornarono in quello stesso luogo e, con la concessione del re Enrico [59], furono accolti nell’ospedale. Il rettore dell’ospedale tuttavia, ritenendo che qualsiasi cosa venisse offerta ai frati fosse sottratta a lui, cominciò a diventare molesto e capzioso con i frati.

Questi, mal sopportando ciò, in seguito al dono di un’area fatto da un cavaliere, cominciarono a costruire in essa la propria casa e tuttora vi rimangono.

46. Ancora nello stesso anno i frati che si erano insediati fuori le mura entrarono in Erfurt.

47. Nel medesimo anno frate Alberto da Pisa, ministro della Germania, mandò a frate Giordano, allora custode della Turingia, come consolazione e aiuto, frate Nicola del Reno [60], sacerdote e giurista, il quale era detto Nicola l’Umile. Questa virtù risplendette in lui in modo eminente. Egli morì a Bologna lasciando abbondanti testimonianze della sua santità. Andategli incontro frate Giordano tra Gotha e Eisenah, con reverenza e affetto fraterno si salutarono con un bacio e poi si sedettero. Ma poiché frate Nicola, uomo umile e di colombina semplicità, sedeva riverentemente in silenzio di fronte a frate Giordano, allora frate Pietro da Eisenach, compagno di frate Nicola e uomo ilare e spiritoso, conoscendo l’umiltà di frate Nicola, gli disse: “Frate Nicola, non riconosci il nostro re e signore?”. Ed egli, congiungendo le mani, rispose umilmente: “Volentieri riconosco e servo il mio signore”. E frate Pietro aggiunse: “Infatti è lui il nostro custode”. A sentir ciò si levò in piedi e chiese a lungo perdono della sua colpa, perché lo aveva accolto con tanta irriverenza.

Poi in tutta umiltà, con le ginocchia piegate, presentò a frate Giordano la lettera della sua obbedienza. Frate Giordano lo mandò nella sede di Erfurt ad aspettarvi un suo mandato. E tre settimane dopo frate Giordano gli mandò la lettera con cui lo faceva guardiano del luogo. Egli, ricevendola riverentemente, disse: “Che cosa mi ha fatto il nostro padre?”. Frate Giordano era così confuso dall’umiltà di frate Nicola da sopportarla a stento e da non sentirsela d’andare a Erfurt prima di sei settimane. Ma frate Nicola con la sua sola presenza faceva osservare la disciplina ai frati meglio che altri con i rimproveri e le prescrizioni.

48. Nel medesimo anno ancora, frate Giacomo, custode della Sassonia, fondò la chiesa dei Frati Minori nella città nuova di Magdeburgo e la fece consacrare dal signor Alberto, arcivescovo del luogo, nel giorno dell’Esaltazione della Santa Croce [61].

Dopo la consacrazione il signor arcivescovo lasciò generosamente ai frati tutto l’ornamento dell’altare. Il suddetto frate Giacomo celebrando la messa in questa chiesa un giorno dell’ottava della dedicazione, dopo ch’ebbe finito, cominciò a perdere le forze al punto che fu trasportato nell’ospizio che allora i frati avevano nella città vecchia, presso la chiesa di San Pietro. I frati infatti non avevano ancora case nella città nuova tranne la chiesa. Lì il 20 settembre, la vigilia di San Matteo, egli migrò a Dio. I frati, disponendo soltanto del luogo per la sepoltura, ma non avendo il diritto di seppellirlo, deliberarono sul da farsi, soprattutto a causa dell’imminente concilio da celebrarsi il giorno di San Maurizio [62] e per il quale già molti vescovi erano convenuti. Decisero di recarsi dal signor vescovo di Hildesheim [63], poiché egli venerava frate Giacomo come un padre. Infatti egli aveva dato mandato ai suoi che, se i frati desideravano conferire con lui, lo avvertissero, sia che dormisse sia che fosse altrimenti occupato. E al vescovo, svegliato quando già dormiva, fu annunciato che frate Giacomo era morto.

Compunto pianse alla notizia e disse: “Ecco, questo è il significato del sogno che ho avuto”. E aggiunse: “Verrò a seppellirlo”. Gli era apparso infatti in sogno un morto vestito o avvolto di bianco e gli era stato detto: “Va a liberarlo”.

E traslato il cadavere nella città nuova nella chiesa dei frati, che lo stesso frate Giacomo aveva fondata e fatta dedicare, in essa fu sepolto con ogni onore. Ma nell’anno del Signore 1238 le ossa di lui e di frate Simone inglese, primo lettore di Magdeburgo e terzo ministro provinciale, trasferitisi i frati, furono traslate e sepolte nella città vecchia, dove i frati rimangono tuttora.

49. Dopo la morte di frate Giacomo di buona memoria, i frati della Sassonia, rimasti turbati non poco, supplicarono frate Alberto da Pisa, ministro della Germania, che si degnasse di provvedere misericordiosamente al loro bisogno di un custode. Il ministro allora si propose di mandar loro come custode frate Nicola, il guardiano di Erfurt, ma conoscendone l’umiltà non volle mandargli una lettera per il timore che, appunto per la sua umiltà, questi rifiutasse l’incarico o piuttosto facesse ricorso a lui. Decise perciò di recarsi personalmente da lui, se mai riuscisse con una conversazione amichevole a piegare il suo animo ad accettare l’incarico. Il ministro, giunto a Erfurt e convocato a questo scopo frate Giordano, cominciò a parlare con frate Nicola della necessità di accettare l’incarico di custode della Sassonia. Ma egli si scusava umilmente e si dichiarava assolutamente inadeguato, come quello che non sapeva né contare né computare e tanto meno fare il signore o il prelato. Allora il ministro lo prese sulla parola e con animo quasi indignato gli disse: “Tu dunque non sai fare il signore. E siamo forse signori noi che teniamo gli uffici dell’Ordine? Confessa quindi immediatamente, o fratello, la tua colpa, poiché hai considerato signorie e prelazioni le cariche dell’Ordine, che devono chiamarsi piuttosto oneri e servitù”. Ammessa la colpa, il ministro gli diede come penitenza la custodia della Sassonia, ed egli, secondo la sua abitudine, piegate le ginocchia, obbedì.

E i frati, oltremodo lieti della sua obbedienza, celebrarono una messa solenne nella chiesa dello Spirito Santo, presso la quale allora stavano, mentre frate Nicola cantava la messa in apparato di festa e col cuore in lutto. Divenuto dunque terzo custode della Sassonia, egli non lasciò l’umiltà che aveva avuto al momento dell’incarico, ma fu sempre il primo e il più umile a lavare le scodelle e i piedi ai frati. Se poi a un frate, per qualche colpa, doveva imporre di sedere per terra o un’altra punizione, umilissimo, egli compiva insieme a lui la medesima penitenza. E sebbene egli osservasse l’umiltà e l’obbedienza in tutte le circostanze, tuttavia fu tale persecutore e censore della disobbedienza ostinata da restituire difficilmente il suo favore, anche dopo il castigo, al frate pertinace nella disobbedienza. Tanto grande male considerava la disobbedienza dei frati e tanto grande bene l’obbedienza, da mostrare con l’azione e con l’esempio che i frati devono in tutte le situazioni obbedire con semplicità.

50. Nell’anno del Signore 1226, il giorno 4 di ottobre, il primo fondatore dell’Ordine dei frati minori, il felice padre Francesco, presso Santa Maria della Porziuncola, andò al Signore. E sebbene il felice padre beato Francesco avesse desiderato d’esser sepolto in questa chiesa, la popolazione del luogo, tuttavia, e i cittadini di Assisi furono presi dal timore che i Perugini lo portassero via con la forza, a causa dei miracoli che Dio s’era degnato di compiere per mezzo suo sia in vita sia in morte [64]. Lo trasferirono e lo seppellirono con onore presso le mura di Assisi, nella chiesa di San Giorgio, dove per la prima volta andò a scuola e dove poi per la prima volta prese a predicare. Dopo la morte del beato Francesco, pertanto, frate Elia, vicario del beato Francesco, ai frati turbati per la scomparsa di un così gran padre, destinò per tutto l’Ordine una lettera di consolazione, annunciando a ciascuno e a tutti che, come il beato Francesco gli aveva ordinato, da parte del beato Francesco li benediceva e li assolveva da ogni colpa; inoltre dava notizia delle stimmate [65] e degli altri miracoli che l’Altissimo s’era degnato di operare presso il beato Francesco dopo la morte di lui, e inoltre raccomandava ai ministri e ai custodi dell’Ordine di riunirsi per eleggere il ministro generale.

51. Nell’anno del Signore 1227, il 2 febbraio, dopo la dipartita del beato Francesco, frate Alberto da Pisa, ministro della Germania, sul punto di partire alla volta del Capitolo generale per eleggere il primo ministro generale dell’Ordine, convocò tutti i custodi, i predicatori e i guardiani della Germania e tenne un Capitolo a Magonza.

In questo Capitolo frate Nicola, sollevato dalla custodia di Sassonia, fu nominato vicario; a lui succedette il lombardo frate Leonardo. Così, lasciata ogni cosa in ordine, frate Alberto partì alla volta del Capitolo generale insieme ai frati che aveva scelto.

In questo Capitolo fu eletto primo generale dell’Ordine frate Giovanni Parenti, cittadino romano e giudice, nato a Civita Castellana [66].

52. Questi, su consiglio del ministro della Francia [67], esonerò frate Alberto da Pisa dall’amministrazione della Germania e gli sostituì frate Simone inglese, custode della Normandia, scolastico e grande teologo.

53. Frate Simone, giunto in Germania insieme a frate Giuliano [68], il quale più tardi compose in bello stile e bella melodia l’Ufficio liturgico di San Francesco e di Sant’Antonio, indisse immediatamente a Colonia un Capitolo provinciale da celebrarsi nel giorno degli apostoli Simone e Giuda [69], Ma per qualche ragione esso fu celebrato l’anno dopo.

54. Nell’anno del Signore 1228 [70]) il beato Francesco fu canonizzato. E nello stesso anno frate Simone, ministro della Germania, celebrò a Colonia, tra Pasqua e Pentecoste [71], il Capitolo provinciale.

Nello stesso anno frate Giovanni Parenti, ministro generale, sentendo che in Germania mancava un lettore di teologia [72], sollevato frate Simone dal ministero della Germania, fece lettore lui e destinò a ministro della Germania frate Giovanni da Pian del Carpine.

Egli, indetto un Capitolo provinciale a Worms, mostrò la lettera dell’esonero di frate Simone e della propria designazione. In quello stesso Capitolo fu annunciata ai frati la canonizzazione del beato Francesco. Frate Giovanni da Pian del Carpine quindi, volendo onorare ed esaltare la Sassonia, mandò frate Simone primo lettore a Magdeburgo e con lui uomini probi, onesti e istruiti: frate Marcardo il Lungo da Aschaffenburg [73], frate Marcardo il Piccolo da Magonza, frate Corrado da Worms e molti altri.

55. Essendo corpulento [74] egli usava spostarsi su un asino e gli uomini di quel tempo, per la novità dell’Ordine e per l’umiltà della cavalcatura si avvicinavano con maggior devozione al suo asino per l’esempio di Cristo che usò l’asino piuttosto del cavallo di quanto non facciamo ora, a causa dell’abitudine costante dei frati di andare a cavallo, alle persone dei ministri.

Egli diede un grandissimo incremento all’Ordine. Divenuto ministro, infatti, mandò frati in Boemia, in Ungheria, in Polonia, in Dacia e in Norvegia. Ricevette anche una casa a Meth e impiantò l’Ordine nella Lotaringia. Egli fu strenuo difensore del suo Ordine. Di fronte a vescovi e a principi, infatti, sostenne costantemente e personalmente il suo Ordine. Egli, come la madre i figli e la chioccia i pulcini, proteggeva e governava tutti i suoi frati con pace, carità e ogni sorta di consolazioni.

56. Nell’anno del Signore 1229 frate Giovanni l’Inglese fu inviato in Germania come primo visitatore.

57. Nell’anno del Signore 1230 frate Giovanni, ministro della Germania, celebrò a Colonia il suo ultimo Capitolo provinciale della Germania. Qui, istituito come suo vicario frate Giovanni l’Inglese, partì alla volta del Capitolo generale. In questo Capitolo frate Giovanni da Pian del Carpine fu sollevato dall’incarico della Germania e inviato come ministro in Spagna, mentre gli venne sostituito frate Simone, primo lettore della Germania. Sennonché, prima ancora che gli giungesse la lettera di nomina, questi fu colto dalla morte la vigilia di San Vito [75] e a Magdeburgo fu sepolto.

Nel medesimo Capitolo generale l’amministrazione della Germania fu divisa in due parti; del Reno l’una, della Sassonia l’altra. Al Reno fu assegnato come ministro frate Ottone, giurisperito lombardo, mentre alla Sassonia fu assegnato, come già è stato detto, frate Simone.

Nel medesimo Capitolo generale furono trasmessi alle diverse provincie i breviari e gli antifonari propri dell’Ordine.

58. Morto dunque frate Simone, primo lettore e primo ministro della Sassonia, frate Leonardo, custode della Sassonia, e frate Giordano, custode della Turingia, che erano i due soli custodi della provincia di Sassonia, si recarono al Capitolo del Reno a Worms. Al quale Capitolo i due frati furono ammessi a partecipare poiché l’amministrazione della Germania un tempo era stata unica, e solo di recente era stata divisa; e poiché frate Simone, colto dalla morte, non era ancora subentrato in nessuna funzione ministeriale, considerarono come non ancora avvenuta la divisione.

Qui dunque, su consiglio del ministro, del vicario e di altri frati, frate Giordano, affidata la sua custodia al custode della Sassonia, con la lettera d’obbedienza di Ottone, ministro del Reno, e un compagno, partì per chiedere al ministro generale un ministro e un lettore di teologia.

Deliberando poi il ministro generale su chi mandare, frate Giordano richiese infine, e ottenne, frate Giovanni l’Inglese, già visitatore della Germania.

Scrisse dunque il ministro generale al ministro della Francia di mandare frate Giovanni Inglese come ministro della Sassonia e frate Bartolomeo Inglese come lettore di teologia.

59. Frate Giordano, sul punto di tornare in Germania, si recò da frate Tommaso da Celano [76] il quale, lieto, godendo nel vederlo, gli donò alcune reliquie di San Francesco. Frate Giordano poi, giunto a Würzburg, fece avvertire i frati della sua custodia, che se avevano bisogno di parlar con lui gli andassero incontro ad Eisenach, perché da lì sarebbe passato. Lieti dunque i frati, convennero al luogo designato, e al portinaio diedero la consegna di non far entrare frate Giordano appena arrivasse ma di avvertire prima loro. Giunto dunque frate Giordano al portone e bussando, non fu fatto entrare, ma il portinaio corse ad annunciare ai frati che egli era alla porta. Essi gli ordinarono di non farlo passare dalla loro porta ma dalla porta della Chiesa. I frati poi con spirito esultante, entrati nel coro con croci, turiboli, rami di palma e candele accese penetrarono in chiesa dal coro avanzando processionalmente a due a due. Postisi quindi gli uni di fronte agli altri, aprirono le porte della chiesa e, fatto entrare frate Giordano, lo accolsero con tripudio e gioia al canto del responsorio “Hic est fratrum amator” [77]. E sebbene frate Giordano, stupito da questa nuova forma di accoglienza, accennasse con la mano che tacessero, essi portarono a termine con gioia l’inno incominciato. Meravigliandosi di ciò frate Giordano, gli torno in mente che recava con sé le reliquie di San Francesco, cosa che per lo stupore aveva dimenticato.

Ed esultando nel suo spirito, alla fine del canto disse: “Gioite, fratelli, perché capisco che avete lodato non me, in quanto me, ma in me il padre nostro San Francesco, il quale, tacendo io, ha esaltato il vostro spirito con la sua presenza, perché io ne reco con me le reliquie. E estrattele dal suo seno le pose sull’altare. Da questo momento frate Giordano cominciò ad avere per il beato Francesco, ch’egli aveva conosciuto in vita, e dalla cui natura umana s’era pertanto lasciato influenzare, una venerazione e un onore maggiori, poiché aveva visto che Dio, infiammando di Spirito Santo i cuori dei frati, non aveva voluto ch’egli tenesse celate presso di sé le reliquie del Santo.

60. Nell’anno del Signore 1231 frate Giordano, custode della Turingia, tornato in Sassonia, mandò frate Giovanni da Penna con frate Adeodato a Parigi da frate Giovanni Inglese e dal lettore frate Bartolomeo, affinché li accompagnassero in Sassonia con ogni onore.

61. Nell’anno del Signore 1232 nel Capitolo generale celebrato a Roma [78] , fu esonerato frate Giovanni Parenti, ministro generale, e gli fu sostituito frate Elia. Nello stesso Capitolo inoltre fu esonerato frate Giovanni Inglese da Reading, ministro della Sassonia, e gli fu sostituito frate Giovanni da Pian del Carpine.

Frate Leonardo poi, custode della Sassonia, morì a Cremona, sua città natale, sulla via del ritorno dal Capitolo e gli fu sostituito frate Bertoldo da Hoexter.

Ma frate Elia, divenuto ministro generale, volendo terminare la chiesa iniziata ad Assisi presso la tomba di San Francesco, fece esazioni in tutto l’Ordine per completare i lavori. Egli infatti aveva in suo potere l’intero Ordine, come già lo aveva avuto il beato Francesco e frate Giovanni Parenti prima di lui. Perciò egli, di sua volontà, dava moltissime disposizioni all’Ordine non convenienti. Contro la Regola, in sette anni, infatti, non tenne mai un Capitolo generale, e i frati che gli resistevano li disperse qua e là.

Pertanto tenuto un consiglio i frati decisero di provvedere in comune all’Ordine. Nella decisione li assistettero principalmente frate Alessandro da Hales [79] e frate Giovanni da la Rochelle [80], allora maestri di teologia a Parigi.

62. Nell’anno del Signore 1237 frate Elia destinò alle singole provincie visitatori favorevoli ai suoi programmi: ma a causa delle loro visite abusive i frati rimasero più esasperati di prima contro di lui.

63. Nell’anno del Signore 1238 i frati della Sassonia, pur appellandosi contro il visitatore presso il ministro generale, mandandogli dei messi, non ottennero assolutamente nulla. Perciò furono costretti ad appellarsi al signor papa [81]. Giunto da lui, frate Giordano, pur ricevendo l’ordine di uscire dopo il saluto, non volle andar fuori ma correndo amabilmente al letto del signor papa ne tirò fuori un piede nudo e baciatelo esclamò al suo compagno: “Ecco, tali reliquie in Sassonia non le abbiamo”. E volendo ancora il signor papa farlo uscire, frate Giordano disse: “Signore, non abbiamo nulla da chiedervi, per ora. Abbondiamo infatti di ogni bene e ne siamo fieri. Voi siete infatti il padre del nostro Ordine, il suo protettore e riformatore. Ma siamo venuti soltanto per vedervi”. Così finalmente il signor papa divertito si alzò a sedere sul letto e, dopo aver chiesto perché fossero venuti, aggiunse: “So che avete interposto appello. Frate Elia, infatti, venendo da me disse che voi vi siete appellati a me scavalcandolo e noi gli abbiamo risposto che l’appello rivolto a me assorbe tutti gli altri”. E quando frate Giordano ebbe spiegato al papa i motivi dell’appello, egli rispose che i frati avevano fatto bene. Convenuti dunque alla curia i frati dei diversi luoghi per far proseguire l’appello presentato, dopo una lunga discussione finalmente la decisione della maggioranza fu fissata così: che non avrebbero concluso nulla se non avessero attaccato la radice, e agito cioè direttamente contro Elia.

64. Sedutisi i frati, e fatto lo scrutinio fra i convenuti, posero per iscritto tutto ciò di cui erano a conoscenza e che potevano comprovare di fatto e di fama contro Elia. E dopo che le accuse furono lette dinanzi al papa, dinanzi al papa stesso s’iniziò il dibattito relativo. Ma la discussione fu interrotta dal papa che disse: “Andate a discutere tra voi, ponete per iscritto le obiezioni e le risposte alle obiezioni, presentatemele e io giudicherò”. Così fu fatto. Il signor papa allora, ascoltate ed esaminate le obiezioni e le controbiezioni stabilì che i frati lì riuniti tornassero alle loro provincie e che dalle diverse provincie, e soprattutto da quelle che avevano avviato la questione della riforma dell’Ordine, fossero mandati venti frati maturi e intelligenti. E questi si radunassero a Roma quattro settimane prima del Capitolo generale per regolare lo statuto e la riforma dell’Ordine [82].

65. Nell’anno del Signore 1239 [83], secondo quel che s’è detto, venuti a Roma, i frati scelti inviati dalle diverse province, stabilirono, secondo il consiglio e la volontà del signor papa e con l’approvazione del Capitolo generale, che ci fossero le elezioni dei ministri, dei custodi e dei guardiani e qualche altra disposizione che vige ancor oggi. Inoltre stabilirono che i singoli ministri tenessero nelle proprie provincie un solo Capitolo e i loro subordinati due.

66. Nel medesimo capitolo fu esonerato frate Elia, il quale aveva governato l’Ordine sette anni, e gli fu sostituito frate Alberto da Pisa che il signor papa confermò.

67. Nel medesimo Capitolo le provincie furono divise [84].

68. Nel medesimo Capitolo frate Giovanni da Pian del Carpine, ministro della Sassonia, fu sollevato dall’incarico e gli fu sostituito frate Corrado da Worms. Ma questi, non avendo ricevuto il mandato, non accettò l’ufficio. Sentendo ciò suor Agnese da Praga [85] (85) avvertì il papa e così questi revocò la nomina di frate Corrado.

69. Nel medesimo anno, dopo il Capitolo di Roma, i frati della Sassonia, tenuto un Capitolo provinciale a Magdeburgo nel giorno della Natività della beata Vergine Maria, dessero come ministro frate Marcardo il Piccolo. Egli, divenuto ministro, si dimostrò grande zelatore dell’Ordine e uomo di austera vita. Fu buono con i buoni, duro con i malvagi, severo con gli incorreggibili.

Egli, impegnandosi nella questione dell’Ordine contro Elia, contrasse una malattia cronica, nonostante la quale fu eletto ministro. Ma poiché a causa di questa infermità non poteva dare egli stesso quegli esempi di austerità che imponeva agli altri, fu opportuno sollevarlo dall’incarico. Tuttavia, prima d’essere esonerato tenne tre Capitoli, e precisamente a Erfurt, a Hildesheim e ad Altenburg, dove appunto fu esonerato.

70. Nell’anno del Signore 1240, il 23 gennaio, frate Alberto, terzo ministro generale, morì dopo aver retto l’Ordine per otto mesi e qualche giorno. Gli successe frate Aimone Inglese [86].

71. Nell’anno del Signore 1242 frate Aimone tenne un capitolo ad Altenburg nel giorno di San Michele, e in esso sollevò dall’incarico frate Marcardo. Il Capitolo inoltre affidò al ministro generale la nomina del ministro provinciale. Il ministro generale poi, al momento d’andarsene, nominò vicario frate Giordano e designò ministro provinciale frate Goffredo.

72. Nell’anno del Signore 1243, pertanto, Goffredo fece il suo ingresso nella provincia. Egli fu uomo temperantissimo nel bere e nel mangiare, amante della comunità e persecutore degli individualisti. Fu buono con i buoni e severo con i malvagi. Egli proseguì sul cammino iniziato da frate Marcardo e resse con onore la provincia per tre anni e qualche mese.

73. Nell’anno del Signore 1244 morì frate Aimone e nello stesso anno gli succedette frate Crescenzio [87]. Questi fece chiamare al convento di Roma due frati da ciascuna delle provincie affinché i frati di passaggio alla curia vi trovassero confratelli del loro paese a consigliarli. Ma poiché la Curia si trattenne a Lione per un lungo periodo, i frati mandati a quello scopo furono rinviati alle loro provincie. In quel tempo poi i frati subirono molte vessazioni da parte dell’imperatore Federico [88], deposto con sentenza del Concilio di Lione. In molte provincie essi furono disordinatamente scacciati dalle loro sedi, molti furono imprigionati, alcuni addirittura uccisi per il fatto che, obbedienti ai mandati della Chiesa, difesero virilmente come figli la pia madre; cosa che, tranne i Frati Minori, nessun altro Ordine religioso seppe fare.

74. In quel tempo Sigfrido, arcivescovo di Magonza, si dimostrò ostile ai frati [89].

75. Nell’anno del Signore 1247, frate Goffredo, ministro della Sassonia, dopo aver governato per tre anni e qualche mese, fu esonerato dall’incarico nel Capitolo di Lione e fu nominato vicario frate Corrado da Brunswick, lettore di Hildesheim. Nel medesimo anno, nel Capitolo di Halle, celebrato nella Natività della Beata Vergine Maria, egli fu eletto ministro della Sassonia e nel giorno di San Martino la sua nomina fu ratificata. Egli governò con disciplina e rigore, con grande maturità e osservanza verso l’Ordine una provincia che i suoi predecessori avevano lasciata pacificata. E dopo aver governato per circa 16 anni, stanco per il lavoro e affaticato, dopo grandissima insistenza da parte sua e con dolore da parte di molti frati, ottenne la dispensa dal suo ufficio.

76. Nell’anno del Signore 1248 nel Capitolo di Lione frate Crescenzio fu sollevato dall’incarico, dopo aver governato, come frate Aimone, per sette anni. Nel medesimo anno gli fu sostituito frate Giovanni da Parma [90].

77. Nell’anno del Signore 1258 nel capitolo di Roma celebrato il giorno della Purificazione fu esonerato frate Giovanni da Parma, ministro generale che aveva governato dieci anni, e a lui fu sostituito frate Bonaventura, lettore di teologia a Parigi [91].

78. L’anno del Signore 1262 frate Corrado da Brunswick, ministro di Sassonia, fu sollevato dal suo ufficio nel Capitolo di Halberstadt e nel medesimo Capitolo, il 29 aprile, fu eletto ministro di Sassonia all’unanimità e al primo scrutinio frate Bartolomeo, ministro dell’Austria, e subito la sua nomina fu ratificata da frate Corrado, per l’autorità del ministro generale. Fu convocato, dal momento che era stato eletto assente, e acconsentendo alle preghiere dei frati, nonostante il dolore per l’elezione, presiedette il Capitolo stesso e con grande consolazione dei frati lo portò a compimento.

Note

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[1] 1 Re, 15,23. Frate Giordano altera lievemente la citazione, invertendo la collocazione dei termini divinazione e idolatria.

[2] Cf. il c. 78, dove si parla della sua elezione a ministro della Sassonia nel Capitolo di Halbertstadt del 29 aprile 1262.

[3] III domenica dopo Pasqua, il 30 aprile 1262.

[4] 1 Cor., I, 26-29

[5] La data proposta dalla critica più recente è l’anno 1206.

[6] L’autore conosceva sicuramente le due “Vitae” di San Francesco scritte da Tommaso da Celano e Giuliano da Spira (c. 53).

[7] Luca, X,8.

[8] La data forse è inesatta. Secondo gli “Analecta Franciscana” (II, 25-29) avvenne nel 1217 il Capitolo generale nel quale si decisero la divisione dell’Ordine in provincie e l’invio di missionari in Francia, Germania, Ungheria e Spagna.

[9] La missione fu diretta da frate Pacifico, il “re dei versi”.

[10] Pietro di Nemours, 1208-1219.

[11] Papa Onorio III, 1216-1227.

[12] La Bolla "Pro dilectis filiis”, del 29 maggio 1220.

[13] Essi furono Berardo, Pietro, Adiuto, Accursio, Ottone, morti il 16 gennaio 1220. Il racconto del loro martirio, avvenuto in realtà in Marocco, si trova nella "Passio sanctorum martyrum Berardi, Petri, Adiuti, Accursii, Othonis, in Marochio martyrizatorum, primo ex quadam legenda sancti Francisci”, in "Analecta franciscana”, III, pp. 579-595.

[14] Eccl. III, 1.

[15] Frate Elia, da Assisi o da Cortona (1180-1253), tornerà ancora nel racconto. Personaggio discusso, ma di eccezionali doti personali, conquistò la fiducia di San Francesco. Fu da lui nominato ministro provinciale di Siria dal 1217 al 1221.

[16] Cesario da Spira prese l’abito in Siria dalle mani di frate Elia. Più tardi fu suo oppositore, fu imprigionato per suo ordine e morì a causa dei maltrattamenti ricevuti. Questa versione tradizionale è ora considerata infondata.

[17] Corrado da Spira, teologo a Parigi e in seguito a Magonza, predicò la crociata contro gli Albigesi. Morì nel 1246.

[18] A Parigi egli doveva essere stato già una prima volta e sicuramente vi aveva seguito l’insegnamento di Corrado da Spira.

[19] Il quarantenne Sultano d’Egitto Al-Malikt al-Khamil (1217-1238). San Francesco dovette giungere al campo di fronte a Damietta prima del 29 agosto 1219, perché, secondo il racconto di Tommaso da Celano, egli predisse la sconfitta che i Cristiani subirono in quel giorno. Il Santo contrasse là la malattia agli occhi, che lo tormentò tutta la vita.

[20] Pietro Cattani, nobile di Assisi e dottore in legge, è considerato il secondo discepolo di San Francesco. Ne divenne seguace il 16 aprile 1208; frate Egidio il 23 aprile.

[21] Questa Regola primitiva, o “Proto-Regola”, il cui testo non ci è pervenuto, fu sottoposta da San Francesco all’approvazione orale del papa Innocenzo III nel 1210, anno della fondazione canonica dell’Ordine dei Frati Minori. Quella che ora noi chiamiamo “prima” o “non bollata” fu redatta in ventitré capitoli da Cesario da Spira nel 1221; la terza, che noi chiamiamo “seconda”, fu confermata da papa Onorio III nel 1223, con la bolla "Solet annuere" del 29 novembre, ed è detta anche, perciò, “Regula bullata”. Le due ultime stabiliscono il digiuno al venerdì.

[22] Pietro Cattani.

[23] Si allude al passo di Luca, X, 8: “Mangiate ciò che vi sarà servito”.

[24] Secondo il Celano frate Filippo fu il sesto compagno di San Francesco.

[25] Si accenna al secondo Ordine, quello delle Clarisse, dette anche Povere Dame di San Damiano, fondato da San Francesco con la vestizione di Santa Chiara alla Porziuncola (18-19 marzo 1212 o 1211).

[26] Frate Giovanni della Cappella.

[27] Il ritorno in Italia di San Francesco si pone anteriormente al 29 settembre 1220.

[28] Il papa allora risiedeva ad Orvieto.

[29] Il termine qui ha il significato di protettori.

[30] Ugolino da Segni, cardinale e vescovo di Ostia e Velletri dal 1206 al 1227, poi papa col nome di Gregorio IX dal 1227 al 1241. Da allora i Francescani hanno avuto sempre un cardinale protettore che, secondo la Regola, deve essere richiesto al Papa.

[31] Si tratta della Regola detta “prima”, in realtà la “seconda”, del 1221.

[32] La data è errata: nel 1221 la Pentecoste cadde il 30 maggio, indizione IX.

[33] Ranieri Capocci, cardinale diacono di S. Maria in Cosmedin, fu vescovo di Viterbo e rettore del Ducato di Spoleto; morì nel 1252. Il Capitolo fu l’ultimo al quale parteciparono chierici e laici.

[34] San Francesco, secondo una certa tradizione, era diacono.

[35] Salmi, XVIII, 35 e CXLIV, 1.

[36] Oltre a soffrire di malaria, in Oriente San Francesco aveva contratto una malattia agli occhi.

[37] “Obbedienza” nel linguaggio francescano significa incarico o mandato; la “Littera oboedentiae”(“Obbedienza scritta”) serviva quasi da passaporto.

[38] Questo è forse il più bel capitolo della Cronaca, quello in cui l’autore mostra una particolare ricerca d’effetto narrativo nello spiegare le varie resistenze e perplessità che trattenevano in Italia questo anonimo “frate curioso”, fino alla rivelazione finale, quasi trionfante, del proprio nome in terza persona, e del successo conseguito in Germania con la sua attività nell’Ordine.

[39] Giovanni da Pian del Carpine fu figura importantissima delle origini del francescanesimo. Non solo stabilì l’ordine in Sassonia, in Boemia, in Polonia, in Ungheria, in Danimarca e in Norvegia; nel 1245 papa Innocenzo IV lo mandò anche come legato presso i Tartari: raggiunse il Gran Khan e tornò in Europa nel 1247. Compiuta una missione presso il re di Francia Luigi IX, morì in Italia il 1° agosto 1252.

[40] Anch’egli figura eminente dell’Ordine. Entratovi nel 1215, restò in Germania solo due anni, poi tornò in Italia e soggiornò parecchie volte ad Assisi, dove anche Giordano lo ritroverà poco dopo la morte di San Francesco (c. 59); morì nel 1260. Per incarico di Gregorio IX scrisse la “Leggenda” (biografia destinata alla lettura) di San Francesco. Egli compose la “Vita prima” nel 1228 per la canonizzazione del Santo. Nel 1244, dopo che il ministro generale Crescenzio da Iesi ebbe ordinato ai frati di porre per iscritto e mandargli tutte le testimonianze che potevano raccogliere su San Francesco, Tommaso da Celano redasse la “Vita secunda”, che fu approvata dal Capitolo generale del 1247.

[41] Adalberto di Ravenstein (1219-1223)

[42] Qui Giordano cade in errore , confondendo Mittenwald con Gossensass o Gries o San Jodok, villaggi posti tra Matrei e Vipiteno (Sterzing).

[43] Salmi, X, 14.

[44] Il nome è assente in tutti i manoscritti.

[45] Il 16 ottobre.

[46] Eberardo II di Truchsess, 1200-1246.

[47] Il 30 novembre.

[48] Santa Elisabetta d’Ungheria.

[49] Enrico II di Saarbrücken, 1213-1234.

[50] Bisogna tener presente che la cattedrale di Worms, costruita nel 1180, ha due absidi.

[51] Giordano da Giano, Abramo e Costantino.

[52] "Gott berate euch", cioè "Dio vi assista"; più sotto "Nichts deutch": "niente tedesco"; "Brot durch Gott"; "pane per Iddio".

[53] Inutile dire che il frate che ha la trovata necessaria a non far saltare il pasto ai sette è lo stesso Giordano.

[54] Si allude al beato Simone da Collazzone.

[55] Frate Alberto da Pisa, sacerdote, fu successivamente Ministro provinciale in Germania, in Ungheria, a Bologna, nella Marca di Ancona, di Treviso, di Toscana e in Inghilterra. Nel 1239, deposto frate Elia, fu eletto ministro generale dell’Ordine.

[56] Corrado II (1221-1246), già nominato come maestro di Cesario da Spira.

[57] I frati predicatori, come è noto, sono i Domenicani.

[58] Ernesto III di Velsekke-Gleichen.

[59] Enrico Langravio di Turingia.

[60] Secondo la critica, questo Nicola dovrebbe identificarsi col frate Nicola da Montefeltro, di cui parla Salimbene da Parma nella sua Cronaca. In Germania appartenne alla custodia del Reno; da qui forse il nome che gli da Giordano.

[61] Il 14 settembre.

[62] Il 22 settembre.

[63] Il teologo Corrado da Spira.

[64] Nel Medioevo, come è noto, il culto delle reliquie dei Santi giunse ad eccessi che giustificano questo timore. Qualcosa di analogo accadde anche per San Domenico.

[65] San Francesco aveva ricevuto le stimmate il 14 settembre del 1224, ma ben pochi frati avevano potuto vederle mentre era vivo. L’esultanza dei frati quando lo scorsero sul cadavere del Santo è descritta da Tommaso da Celano.

[66] In realtà nacque a Carmignano, in provincia di Pistola. Giovanni Parenti, prima di prendere l’abito del francescano, insegnò diritto a Bologna. Ministro provinciale di Spagna, fu eletto ministro generale nel 1227, venendo preferito a frate Elia, il quale aveva diretto l’Ordine fino a quella data col solo titolo di vicario generale di San Francesco.

[67] Frate Gregorio da Napoli.

[68] Giuliano da Spira.

[69] Il 28 ottobre.

[70] Il 16 luglio.

[71] Precisamente, tra il 28 marzo ed il 14 aprile.

[72] Doveva essere un frate sacerdote con l’incarico di insegnare teologia.

[73] È una città della Franconia.

[74] Ci si riferisce a frate Giovanni da Pian del Carpine.

[75] Il 14 giugno.

[76] Ad Assisi.

[77] “Questi è colui che ama i suoi fratelli”.

[78] II luogo dove il Capitolo si tenne non è sicuro. Lo si pone anche in Assisi e, con maggior probabilità, a Rieti, dove appunto risiedeva il papa Gregorio IX. Il nome di Roma, che compare in questa cronaca, deriva forse da un errore del copista.

[79] Una delle figure più famose dell’Università di Parigi. Entrato nell’Ordine francescano nel 1236, rese il convento dei Cordiglieri (Francescani) di Parigi il più importante centro intellettuale dell’Ordine.

[80] Fu prima allievo, poi successore alla cattedra universitaria di Alessandro di Hales.

[81] Papa Gregorio IX, cardinal-protettore dell’Ordine francescano, ammiratore di frate Elia.

[82] Il testo di queste “Costituzioni” non è pervenuto; sappiamo tuttavia da Salimbene da Parma che le "Costituzioni del 1260", di San Bonaventura, modificarono di poco quelle precedenti.

[83] Probabilmente il giorno di Pentecoste, il 15 maggio 1239.

[84] Frate Elia ne aveva elevato il numero a settantadue, come quello dei discepoli di Cristo. Il loro numero fu ridotto invece a trentadue, sedici al di là e sedici al di qua delle Alpi.

[85] Si tratta della famosa beata Agnese di Praga (1205-1280), figlia di re Ottocaro I di Boemia e di Costanza di Ungheria. Entrò nel 1236 nel convento delle Clarisse di San Salvatore di Praga, da lei fondato, nel quale già si trovavano cinque suore mandatevi da Santa Chiara di Assisi, con la quale fu in relazione epistolare. E lo fu anche con papa Gregorio IX, come risulta da questo passo

[86] Aimone di Faversham, figura importante dell’Ordine, fu il primo ministro generale non italiano. Studiò all’Università di Parigi, fu in Inghilterra, poi a Tours, a Bologna, a Padova e a Parigi in qualità di custode. Contribuì in maniera decisiva alla caduta di frate Elia. Avviò i Francescani agli studi e diede loro una legislazione abbastanza simile a quella dei Domenicani.

[87] Frate Crescenzio da Iesi. Medico e giurista, fu ministro provinciale della Marca d’Ancona. Continuò a spingere verso gli studi i Francescani, ma dovette lottare sia contro gli Spirituali, i quali si opponevano a questa evoluzione dell’Ordine, sia contro un certo rilassamento dell’Ordine stesso. Prescrisse a tutti i frati di mettere per iscritto tutto quanto sapevano sulla vita e i miracoli di san Francesco e dei suoi primi compagni.

[88] Nel campo dell’imperatore Federico II (scomunicato per la seconda volta da Gregorio IX il 15 aprile 1239) era passato frate Elia, in odio al papa che lo aveva deposto. Frate Elia fu scomunicato, ma morì assolto nel 1253.

[89] Sigfrido di Uppenstein (1230-1249). Forse frate Giordano allude all’interdetto che egli scagliò contro la città di Erfurt.

[90] Giovanni Buralli da Parma, beato. Nacque a Parma nel 1208, divenne frate minore nel 1233 e in seguito sacerdote. Insegnò filosofia e teologia a Bologna, Napoli e Parigi.

[91] San Bonaventura da Bagnoregio, uno dei massimi filosofi medievali. Nato probabilmente nel 1217, studiò a Parigi, dove fu discepolo di Alessandro di Hales. Prese l’abito a 22 anni e insegnò all’Università di Parigi dal 1248 al 1257. In qualità di ministro generale redasse le “Costituzioni” che il Capitolo generale di Narbona approvò. Da questo Capitolo ricevette anche l’incarico di comporre una “Legenda” di San Francesco, che è detta “Legenda maior”. Nominato cardinale-vescovo di Albano nel 1273, mantenne il governo dell’Ordine. Morì il 15 luglio 1274.

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Ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2011