Jorick

(Laurence Sterne)

VIAGGIO SENTIMENTALE

LUNGO LA FRANCIA E L’ITALIA

TRADUZIONE DI DIDIMO CHIERICO

(UGO FOSCOLO)

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia Editore, Milano 1962 (III ed. 1966)

Orecchio ama pacato

la Musa, e mente arguta, e cor gentile.

[Parini, La recita dei versi]

DIDIMO CHIERICO

A’ LETTORI

SALUTE

Lettori miei, era opinione del reverendo Lorenzo Sterne, parroco in Inghilterra, che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita [1], ma pare ch’egli inoltre sapesse che ogni lacrima insegna a’ mortali una verità. Poiché assumendo il nome di Yorick, antico buffone tragico, volle con parecchi scritti, e singolarmente in questo libricciuolo, insegnarci a conoscere gli altri in noi stessi, e a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su le debolezze del prossimo. Però io lo aveva, or son piú anni, tradotto per me: ed oggi che credo d’avere una volta profittato delle sue lezioni, l’ho ritradotto, quanto meno letteralmente e quanto meno arbitrariamente ho saputo, per voi.

Ma e voi, lettori, avvertite che l’autore era d’animo libero, e spirito bizzarro, ed argutissimo ingegno, segnatamente contro la vanità de’ potenti, l’ipocrisia degli ecclesiastici e la servilità magistrale degli uomini letterati; pendeva anche all’amore e alla voluttà; ma voleva ad ogni modo parere, ed era forse, uomo dabbene e compassionevole seguace sincero dell’Evangelo, ch’egli interpretava a’ fedeli. Quindi ei deride acremente, e insieme sorride con indulgente soavità; e gli occhi suoi scintillanti di desiderio, par che si chinino vergognosi; e nel brio della gioia, sospira; e, mentre le sue immaginazioni prorompono tutte ad un tempo discordi e inquietissime, accennando piú che non dicono, ed usurpando frasi, voci ed ortografia, egli sa nondimeno ordinarle con l’apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato. Anzi in questo libricciuolo, ch’ei scrisse col presentimento avverato della prossima morte, trafuse con piú amore il proprio carattere; quasi ch’egli nell’abbandonare la terra, volesse lasciarle alcuna memoria perpetue d’un’anima sì diversa dalle altre.

Se dunque, lettori di Yorick e miei, la novità vi rendesse men agevole la lettura, ascrivetelo (e ve ne esorto per puro amore della giustizia) parte all’autore, parte a me, e parte anche a voi stessi. E quando mai le poche postille da me compilate per amor vostro non giovassero a diradarvi l’oscurità, riposatevi alquanto dalla lettura, e rileggete l’epigrafe del mio frontispizio.

E ve la ho posta, perché mi fu suggerita da un vecchio prete, che con un volumetto immortale indusse anch’egli i nostri magnifici sfaccendati, non dirò a ravvedersi, ma a ridere al men da se stessi della lor vanità: e anch’egli bramò solamente, siccome Yorick, la cara salute in compagnia della pacifica libertà [2]: e non fu esaudito dal cielo; ma non pianse mai fuorché per amore, o per compassione. Alcuni di voi, o lettori, sanno che non s’è potuto trovare la lapide che copre l’ossa di quel buon prete. Ma voi, se non altro, pregate pace all’anima sua, e all’anima del povero Yorick; pregate pace anche a me finch’io vivo.

Calais, 21 settembre 1805.

VIAGGIO SENTIMENTALE DI YORICK

LUNGO LA FRANCIA E L’ITALIA

I.

— A  questo in Francia si provvede meglio — diss’io.

— Ma, e vi fu ella? — mi disse quel gentiluomo; e mi si volse incontro prontissimo, e trionfò urbanissimamente di me.

— Poffare! — diss’io, ventilando fra me la questione — adunque ventun miglio di navigazione (da Douvre a Calais non si corre né piú né meno) conferiranno sì fatti diritti? Vo’ esaminarli. — E, lasciando andare il discorso, m’avvio diritto a casa: mi piglio mezza dozzina di camicie, e un paio di brache di seta nera.

— L’abito che ho indosso — diss’io, dando un’occhiata alla manica — mi farà.

Mi collocai nella vettura di Douvre: il navicello veleggiò alle nove del dì seguente: e per le tre mi trovai addosso a un pollo fricassé [3] a desinare — in Francia — e sì indubitabilmente che, se mai quella notte mi fossi morto d’indigestione, tutto il genere umano non avrebbe impetrato che le mie camicie, le mie brache di seta nera, la mia valigia e ogni cosa non andassero pel droit d’aubaine [4] in eredità al re di Francia — anche la miniatura ch’io porto meco da tanto tempo e che io tante volte, o Elisa [5], ti dissi ch’io porterei meco nella mia fossa, mi verrebbe strappata dal collo. — Vedi scortesia! E questo manomettere i naufragj di un passeggiere disavveduto che i vostri sudditi allettano a’ loro lidi — per Dio! Sire, non è ben fatto: e sì che mi rincresce d’avere che dire col monarca di un popolo tutto cuore e sì incivilito e cortese e sì rinomato per la gentilezza de’ sentimenti.

Ma tocco appena i vostri domini [6].

II. – CALAIS

Finito ch’ebbi di desinare, compiacqui all’animo mio facendo un brindisi al re di Francia; — e non che gli serbassi rancore, io l’onorava anzi altamente per l’umanità della sua indole — e per questa riconciliazione mi rizzai ingrandito di un pollice.

«No» diss’io «i Borboni non sono razza crudele: saranno forse traviati come tanti altri; ma sono pur nati con la dolcezza nel sangue [7].» E quanto io me ne persuadeva, tanto piú mi sentiva su per le guance gratissima una specie di soffusione; né il vin di Borgogna (da due lire almen la bottiglia, come io ne avea bevuto) potea produrla sì calda e sì propizia al mortale.

«Bontà divina!» esclamai, sgombrandomi dinanzi d’un calcio la mia valigia «questi beni di quaggiú son poi tali da inasprire gli animi nostri, e ridurre tanti e tanti cordiali fratelli a infellonire e insidiarci, come purtroppo facciamo, incontrandoci nel viaggio brevissimo della vita? Ove l’uomo sia in pace con l’uomo, oh come il gravissimo de’ metalli gli vola quasi di mano! Traesi la borsa, e sospendendola con due dita, guarda intorno a chi darne almen la metà.»

Frattanto io mi sentiva le vene dilatarmisi per la vita; le mie arterie battevano in armonia; e tutte le mie potenze vitali adempivano a’ loro uffizi con attrito così soave, che io avrei confuso la piú saccente fisichessa di Francia [8]; appena con tutto il suo materialismo si sarebbe attentata di chiamarmi una macchina.

«Mi torrei l’impresa,» diss’io, «di mandarle sossopra il suo Credo [9].» Nell’armarmi di questa fiducia, la natura si esaltò in me quanto mai poteva esaltarsi. «Io era dianzi in pace col mondo; ma così conclusi la pace con me medesimo.

«Or» esclamai «foss’io re di Francia! Or sì che un orfano dovrebbe ridomandare a me la valigia del suo povero padre.»

III. – IL FRATE

CALAIS

Com’io finiva la parola, un povero frate di San Francesco entrò in camera a questuare per il suo convento. Nessuno vuol essere virtuoso a beneplacito delle contingenze; oppure uno è generoso come un altro è potente; sed non, quoad hanc! — e sia che può — da che non si può logicamente discorrere sul flusso e riflusso de’ nostri umori, il quale, a quanto io so, obbedirà alle medesime cause influenti nelle maree — ipotesi che ci tornerebbe spesso a men biasimo: e, per dir di me solo, son certo che in piú incontri mi loderei assaissimo del mio prossimo, se dicesse che io non me la intendo con la luna, e mi governo con essa; — e non avrei colpa in ciò né vergogna — anziché col mio proprio atto e consenso; — e ogni colpa e vergogna sarebbe mia.

Ma sia che può. Dal punto che io posai l’occhio sul frate, io aveva prestabilito di non dargli un unico soldo; e consentaneamente mi riposi la borsa dentro al taschino; lo abbottonai; mi misi alquanto in sussiego, e mi feci incontro con gravità; e temo d’averlo guardato in guisa da non dargli molta fiducia. L’immagine di lui torna or agli occhi, e vedo ch’ei meritava ben altre accoglienze.

Il frate, com’io giudicai dal calvo della sua tonsura e da’ pochi crini bianchi che soli gli rimanevano diradati intorno alle tempie, poteva avere da settant’anni. Se non che le sue pupille spiravano di un cotal fuoco, rattemprato, a quanto pareva, più dalla gentilezza che dall’età, che tu glie ne avresti dato appena sessanta. Il vero è forse fra due. Certo egli n’aveva sessantacinque; e tutto insieme il suo aspetto, quantunque paresse che qualche cosa vi avesse solcate le rughe anzi tempo, torna bene col conto.

Era una testa di quelle dipinte spesso da Guido: dolce, pallida, penetrante, disinvolta da tutte le trivialissime idee della crassa e paga ignoranza china sempre con gli occhi a terra: guardava diritto; ma come per mirare a cosa di là dal mondo. Come mai uno di quell’ordine conseguisse sì fatta testa, sappialo il cielo che di lassú la lasciò cascare fra le spalle di un frate! Ma avria quadrato a un bramino; e s’io l’avessi incontrata sulle pianure dell’Indostano, l’avrei venerata.

Il rimanente della sua figura può darsi, e da chiunque, in due tratti: era e non era elegante, tuttavia secondava il carattere e l’espressione: svelto, esile, di statura un po’ piú che ordinaria, sebbene quel piú si smarrisse per l’inclinazione della persona, ma era l’atteggiamento della supplicazione: e quale mi sta ora davanti al pensiero, ci guadagna piú che non perde.

Inoltratosi tre passi nella mia stanza, ristette; e ponendosi la palma sinistra sul petto (tenea nella destra un bastoncello bianco con che camminava) quand’io gli fui presso, mi s’introdusse con la storiella delle necessità del suo convento, e della povertà del suo ordine, e con grazia sì schietta, e con tal atto di preghiera negli sguardi ed in tutta la persona… io era ammaliato, non essendone stato commosso.

Ragione migliore si è ch’io aveva prestabilito di non dargli neppure un soldo.

IV. – IL FRATE

CALAIS

Ben è vero — diss’io, rispondendo all’alzata d’occhi con che conchiuse la sua domanda — ben è vero; e Dio non abbandoni mai chi non ha altro rifugio fuorché la carità del mondo, la quale temo non abbia assai capitale che basti a tante grandi pretese — e perpetue.

Mentr’io proferiva le parole «grandi pretese», ei lasciò correre l’occhio sopra la manica della sua tonaca. Sentii tutto il significato di quel richiamo.

— Lo so — diss’io — una ruvida vesta, e ad ogni terz’anno, con una magra dieta, non è gran cosa. E appunto rincresce alla vera pietà, che, potendosi sì poca cosa guadagnar con poco sudore e con pochissima industria sopra la terra, il vostro ordine brami piuttosto di procacciarsela instando per quel capitale che è l’unico avere del zoppo, del cieco, del decrepito e dell’infermo. Lo schiavo che coricandosi va piú e piú sempre numerando i giorni delle sue tribolazioni, si strugge anch’egli per la sua parte: e se voi, anziché di S. Francesco, foste dell’ordine del Riscatto [10], povero com’io pur sono — continuai accennando la mia valigia — la vi sarebbe di lietissimo animo aperta per la redenzione dell’infelice. — Il frate mi s’inchinò.— Ma piú d’ogni altro — io soggiunsi — l’infelice della nostra patria ha certamente i primi diritti; ed io ne ho lasciati a migliaja nella miseria su per le spiagge ov’io nacqui. — Il frate crollò affettuosamente il capo, volendo dire: — Pur troppo! la miseria è in tutti gli angoli della terra come nel nostro convento. — Ma noi distinguiamo — diss’io, posando la mano su la manica della sua tonaca, in risposta al richiamo — noi distinguiamo, mio buon padre, que’ tanti che bramerebbero di sostentarsi col solo pane del proprio sudore, da tanti che si vogliono sempre satollar dell’altrui; e non hanno per istituto di vita fuorché di passarsela nel non fare e nel non saper nulla per l’amore di Dio.

Il povero francescano non aprì labbro; le guance gli sfavillarono d’una striscia di fuoco [11] che non poté rimanervi, e in un minimo punto di tempo svanì: avresti detto che tutti i risentimenti della natura si fossero esauriti in quel vecchio; non ne mostrò; ma, lasciando cadere il suo bastoncello fra le due braccia, si strinse con rassegnazione le palme una sovra l’altra sul petto; e si ritirò.

V. – IL FRATE

CALAIS

Mi palpitò il cuore nel punto che egli serrava la porta. «Freddure!» dissi io, affettando di non curarmene; «freddure!» e lo ridissi tre volte, ma senza pro: ed ogni sillaba discortese da me pronunziata mi ripiombava sull’anima. «Or sia che tu avessi diritto di non esaurire quel povero francescano; non era ella forse pena bastante a confonderlo, senza la giunta d’amare parole?» E considerava i suoi crini canuti; e mi pareva che quella figura sua liberale rientrasse, e m’interrogasse cortesemente, che ingiuria m’avesse mai fatto? — e perché mai l’avessi trattato a quel modo? Avrei dato venti lire per un avvocato. «Ti sei portato pur male!» dissi a me stesso «ma esco appena a far i miei viaggi; imparerò modi migliori andando innanzi.»

VI. – LA «DÉSOBLIGEANTE» [12]

CALAIS

Per altro l’uomo malcontento di sé comincia a sentirsi ottimamente disposto a un contratto; e questo è pure un compenso. Or il viaggio lungo la Francia e l’Italia sottintende di necessità la carrozza; onde io, poiché la natura suole spronare i suoi figliuoli che si provvedano, me ne andava alla volta della rimessa a comperarmi o noleggiare ciò che mi potesse fare a proposito; quando in un cantuccio di quel cortile una vecchia désobligeante mi diè nell’occhio alla prima, e senza star a pensare v’entrai: né la mi parea dissonante da’ miei desiderj; e dissi al ragazzo che mi chiamasse monsieur Dessein — ma monsieur Dessein, padrone dell’hôtel, era a’ vespri: e perché d’altra parte non mi giovava d’affacciarmi al mio frate, ch’io nell’opposto canto adocchiava molto alle strette con una signora smontata allora all’albergo, tirai tra me e loro le tendine di taffettà; e siccome io aveva decretato di scrivere il mio itinerario, mi cavai di tasca il calamaio e la penna, e scrissi il proemio nella désobligeante.

VII. – PROEMIO NELLA «DÉSOBLIGEANTE»

E’ fu, senza dubbio da molti filosofi peripatetici già notato, che di propria irrepugnabile autorità la Natura piantò termini ed argini certi onde circoscrivere l’umana incontentabilità: il che le venne fatto col tacito e sicuro espediente di obbligare il mortale ai doveri quasi indispensabili di apparecchiarsi il proprio riposo, e di patire i travagli suoi dove è nato, e dove soltanto fu da lei provveduto di oggetti piú atti a partecipare della sua felicità, e a reggere una parte di quella soma che in ogni terra ed età fu sempre assai troppa per un solo pajo di spalle. Vero è che noi siamo dotati di tal quale imperfetto potere di propagare alle volte la nostra felicità oltre que’ termini; così nondimeno che il difetto d’idiomi, di aderenze e di dipendenze, e la diversità d’educazione, usi e costumi attraversino tanti inciampi alla comunione de’ nostri affetti fuori della nostra sfera natìa, che per lo piú sì fatto potere risolvesi in una espressa impossibilità.

E però la bilancia del sentimentale commercio preponderà sempre e poi sempre in discapito dello spatriato venturiere. Poiché, dovendo a stima altrui comperare ciò che men gli bisogna, né potendo forse mai permutare senza larghissimo sconto la propria con l’altrui conversazione; ed essendo quindi perpetuamente costretto a raccomandarsi di mano in mano a’ men indiscreti sensali di società che gli verrà fatto di ritrovare, si può senza grande profetica ispirazione pronosticargli il suo estremo rifugio.[13]

Qui sta il nodo del mio discorso; e le sue fila mi guidano a dirittura (ove il su e il giú di questa désobligeante mi lasci tirare innanzi) sì alle efficienti che alle finali cause de’ viaggi.

Gli scioperati vostri si svogliano del loro fuoco paterno, e ne vanno lontani per alcuna ragione o ragioni derivanti per avventura da una di queste cause generali:

Infermità di corpo,

Imbecillità di mente,

Inevitabile necessità.

Quanti per terra o per acqua viaggiano, travagliandosi d’orgoglio, di curiosità, d’albagia, d’ipocondria, suddivisi e combinati in infinitum, sono tutti mossi dalle prime due cause.

Alla terza causa soggiace tutto quanto l’esercito de’ pellegrini martiri, specialmente chiunque si mette in cammino col beneficio del clero [14]; come a dire delinquenti dati in custodia ad alcuni pedagoghi eletti dai magistrati, o giovani gentiluomini esiliati dalla crudeltà de’ congiunti o de’ tutori, e custoditi da alcuni pedagoghi d’Oxford, d’Aberdeen e di Glascovia [15].

Avvi un’altra classe — né forse merita distinzione, tanto è scarsa di numero, se in opera come la mia non fosse d’assoluta necessità d’osservare quanto piú rigorosamente ogni precisione a scansare la confusione de’ caratteri — vo’ dire, degli uomini che traversano i mari, e si domiciliano e vivono da forestieri con intenti di economia per vari motivi e sotto vari colori; ma poiché, risparmiando i danari a casa loro potrebbero risparmiare a sé medesimi e agli altri molte inutili noje, e d’altra parte i loro motivi d’andare attorno non sono poi così complicati quanto quelli delle altre classi pellegrinanti, noi distingueremo questi signori col nome di

Semplici Viaggiatori.

Laonde l’universalità de’ viaggiatori può ripartirsi per capi, così:

Viaggiatori scioperati,

Viaggiatori curiosi,

Viaggiatori bugiardi,

Viaggiatori orgogliosi,

Viaggiatori vani,

Viaggiatori ipocondriaci.

Seguono i viaggiatori per necessità:

Il viaggiatore delinquente e il fellone,

Il viaggiatore disgraziato e l’innocente,

Il viaggiatore semplice.

Ultimo (se vi contentate)

Il viaggiatore sentimentale.

E qui intendo di me — e però mi sto qui ora seduto a darvi ragguaglio del mio viaggio — viaggio fatto di necessità, e pour besoin de voyager, quanto ogni altro di questa classe.

Non già che io non sappia che in grazia dei miei viaggi e delle mie osservazioni, poiché le sono tutte di stampa affatto diversa da quelle de’ miei precursori, potrei aggiudicarmi una nicchia tutta mia propria — se non che romperei forse i confini sulla giurisdizione del «viaggiatore vano, presumendo di farmi guardare dal popolo prima ch’io almeno non abbia alcun merito alquanto migliore della novità della mia vettura [16].

Per ora il lettore mio si contenti, se da quanto potrà qui discernere e meditare s’abiliterà ad assegnarsi (s’ei fu mai viaggiatore) il luogo e il grado che piú in questo catalogo gli si adatta — E’ sarà così men lontano di un passo dalla cognizione di se medesimo; da che si potrebbe giurare che tutto ciò che egli aveva già inviscerato nell’anima, l’accompagnò in tutti i suoi viaggi, né si sarà poscia sì fattamente alterato ch’ei non possa tuttavia ravvisarlo.

Colui che primo trapiantava la vite di Borgogna al Capo di Buona Speranza (nota che era olandese) non sognò mai di bere in Affrica di quel vino stesso spremuto su’ colli francesi da quella vite — non sono sogni da uomo flemmatico questi — ma fuor di dubbio aspettavasi di bere un liquore vinoso; se poi squisito, scipito, o tollerabile; quel buon uomo non era sì nuovo de’ fatti di questo mondo da non sapere ch’ei non ci aveva che fare; ma che il successo pendeva tutto da quell’arbitro che comunemente chiamasi «Caso». Ad ogni modo sperava; e così sperando, Mynheer [17] per una presuntuosa fiducia nell’acume del proprio cervello e nella sagacità del suo accorgimento, arrischiava di capitombolare e con la sagacità e l’acume nella sua nuova vigna e denudando le sue vergogne farsi favola del paese [18].

Così va per l’appunto quel povero viaggiatore navigante e posteggiatore [19] lungo i reami piú colti del globo a caccia di cognizioni e incrementi.

Cognizioni e incrementi s’acquisteranno, nol niego, navigando e posteggiando per essi; ma se utili cognizioni, e incrementi da farne poi capitale, qui tu getti le sorti: e bada, che ove tu sia avventuroso, poco frutto o nessuno ti daranno poi quegli acquisti, se tu non gli adoperi con sobrietà ed avvertenza — Ma perché le sorti scorrono a dismisura contrarie sì all’acquisto che all’uso, parmi che farebbe da savio chiunque impetrasse da se medesimo di viversi pago senza cognizioni e incrementi d’altri paesi, massimamente ove egli abbia una patria che non n’ha penuria assoluta — e davvero, e’ mi è piú e piú volte costato de’ gran crepacuori, considerando quanti mali passi misura il viaggiatore curioso di ammirare spettacoli e d’investigare scoperte; cose tutte ch’egli, come Sancio consigliava tempo fa a Don Chisciotte, potrebbe a piè asciutto vedere nella propria contrada. È secolo questo sì ridondante di luce, che tu non trovi, non che paese, ma né cantuccio forse d’Europa, ove i raggi non s’incrocicchino e vicendevolmente non si permutino — Il sapere, in molte sue derivazioni e in piú incontri, è come la musica per le vie dell’Italia, ove può goderne chi nulla paga — Ma non v’è terra illuminata dal sole — Dio mi ascolta, al cui tribunale dovrò un dì comparire a dar conto di questo libro; non parlo io no per millanteria — ma non v’è terra illuminata dal sole ove non abbondi piú moltiplicità di sapere, ove le scienze abbiano piú diligenti cultori o rendano frutti piú certi che qui [20] — ove le arti siano piú favorite, e promettano di salire a tanta altezza sì presto — ove la Natura (giudicatela in complesso) meriti d’essere meno incolpata — ove in somma si trovi piú ingegno e maggior varietà di caratteri, che ti sveglino l’intelletto — Or, o miei diletti compatriotti, ove andate voi dunque?

— Stiam qui solamente — mi dissero guardando questo calesse.

— Padroni miei riveriti — diss’io, uscendo d’un salto, e salutandoli di cappello [21].

— E’ ci dava assai da pensare — mi disse l’uno ch’io conobbi per viaggiatore curioso — da che mai provenisse quel moto.

— Dall’agitazione — risposi freddissimamente — di chi scrive un proemio.

— Non ho udito mai — disse l’altro che era un viaggiatore semplice — di proemio scritto in una désobligeante.

— Sarebbe riuscito migliore — risposi in un vis—à—vis [22].

Siccome un inglese non viaggia per vedere Inglesi, io m’avviai alla mia camera.

VIII. – CALAIS

M’accorsi ch’io solo non potevo ombrare tanto quel corridoio donde io passavo tornandomi alla mia camera: ed era di fatti monsieur Dessein, padrone dell’hôtel, tornato appunto da’ vespri, che col suo cappello sotto l’ascella mi veniva dietro officioso per farmi risovvenire del mio bisogno. Io aveva già bell’e cancellata dal mio libro quella désobligeante; e monsieur Dessein parlandone, si ristrinse nelle spalle, come la non facesse per me: e però mi si piantò subito nel cervello che quella derelitta spettasse a qualche viaggiatore innocente, il quale, tornando al paese, l’avesse rimessa nell’onestà di monsieur Dessein che le trovasse padrone alla meglio. Quattro mesi erano scorsi da che era venuta a riposarsi nel cantuccio di quel cortile da tutto il suo giro d’Europa; giro a cui s’era accinta già benemerita e raffazzonata; e fu inoltre svitata due volte sul Moncenisio; né avresti detto che tante vicende l’avessero ridotta men misera, ma peggio che peggio standosi nel fondo del cortile di monsieur Dessein per tutti quei mesi incompianta. Veramente non si poteva dir gran che in suo favore — alcun che ad ogni modo — e quando poche parole possono scampare la misera dalla desolazione, io maledico chi n’è spilorcio.

— Or, foss’io padrone di questo hôtel! — dissi posando la punta del mio indice sul petto a monsieur Dessein — mi piccherei di tormi a ogni costo di dosso questa malaugurata désobligeante, la quale sta dondolandovi de’ rimbrotti quante volte voi le passate davanti.

Mon Dieu! — disse monsieur Dessein io non ci ho interesse.

— Lasciamo star l’interesse — diss’io, — che le anime di certa tempra, Monsieur Dessein, sogliono connumerare fra’ loro affetti: sono persuaso che mettendovi, come uomo, negli altrui panni, voi ad ogni notte piovosa, volere e non volere, vi sentirete cascare il cuore; voi, monsieur Dessein, ci patite quando la macchina.

Ho sempre notato che, ove il complimento abbia del dolce e del brusco, un Inglese sta in sempiterno sospeso s’ei lo piglia o lo lascia. Un Francese non mai: monsieur Dessein mi fece un inchino.

E rispose: — C’est bien vrai; — ma io baratterei affanno per affanno e giuntandoci. — La si figuri signor mio caro, s’io le vendessi un calesse che si sfasciasse prima ch’ella fosse a mezza via di Parigi; la si figuri come mi starebbe il cuore, sapendo d’aver dato sì tristo saggio de’ fatti miei ad un uomo d’onore, e senza scampo vedendomi a discrezione d’un homme d’esprit.

La dose era condizionata appunto secondo la mia ricetta; me la sono dunque sorbita; e poi ch’ebbi restituito l’inchino a monsieur Dessein, ci siamo senza altre sofisticherie di coscienza [23] incamminati verso la rimessa a dare una occhiata al magazzino de’ suoi calessi.

IX. – SU LA VIA

CALAIS

E’ pare che questo sia naturalmente un mondo tutto guerra; da che il compratore (foss’anche d’una meschina sedia da posta) non può moversi fuor della porta per venire a un accordo col venditore, e non mirarlo subitamente con quell’occhio e con quella disposizione d’animo con cui andrebbe seco ad eleggere il campo nel Hyde—Park a duellare [24]. Quanto a me, spadaccino dappoco né da stare a petto a monsieur Dessein, io mi sentiva ne’ precordi tutta la rotazione dei moti propri alla congiuntura; io passava con gli occhi da parte a parte monsieur Dessein: ei camminava; ed io lo considerava di profilo — poi di prospetto — avrei giurato ch’egli avesse faccia d’ebreo, anzi di turco: lo malediva con tutti i miei dei [25] — e lo raccomandava al demonio.

— Adunque una miseria di tre o quattro louis d’or — ed era quel piú ch’ei mi poteva frodare — attizzerà così il nostro cuore? Bassa passione! — esclamai, voltandomi naturalmente come chi in un subito si ravvede; — bassa villana passione! la tua mano sta contro d’ogni uomo, e la mano d’ogni uomo contro di te. — Dio ne guardi! — disse ella coprendosi d’una mano la fronte, perch’io m’era voltato a occhio a occhio incontro alla gentil donna da me poc’anzi veduta in ragionamenti col frate; e ci seguitò inosservata. — Certo, donna gentile — diss’io — Dio ne guardi! — e le offersi la mano. — Ella portava de’ guanti neri aperti soltanto nel pollice, e nelle due prime dita; onde accettò senza ritrosia; ed io la guidai alla porta della rimessa.

Cinquanta e piú diavoli [26] aveva monsieur Dessein chiamati addosso alla chiave, prima d’accorgersi che la non era quella della rimessa: e a noi pure pareva mill’anni di vedere aperto; sicché, standoci attenti all’ostinazione di quella chiave, io teneva la signora per mano quasi senza saperlo, quando monsieur Dessein ci lasciò con le mani così congiunte, e co’ visi rivolti alla porta della rimessa. — Torno fra cinque minuti — diss’egli.

Or un colloquio di cinque minuti equivale ad uno di cinque secoli co’ visi verso la strada: in questo caso tu devi attingerlo dalle occasioni e dagli oggetti esteriori; ma cogli occhi confinati ad una parete, tu lo attingi tutto quanto da te. Un sol attimo di silenzio, dopo partito monsieur Dessein, sarebbe stato micidiale alla congiuntura: non v’ha dubbio, la signora si sarebbe rivoltata; onde avviai immediatamente la conversazione.

— Ma quali si fossero allora le mie tentazioni (perch’io scrivo non l’apologia, ma la storia delle fralezze del mio cuore lungo il viaggio) si vedranno descritte qui con quella naturalezza con cui le provai.

X. – LA PORTA DELLA RIMESSA

CALAIS

Allorché dissi al lettore che non mi giovava d’uscire della désobligeante perch’io vidi il frate alle strette con una signora smontata in quel punto all’albergo, io gli dissi il vero; ma non tutto il vero: perch’io mi sentiva piú che mai allettato dalla sembianza avvenente della signora; e intanto il sospetto mi martellava dicendo: «Vedi che il frate le narra ogni cosa di te». In questa mia perplessità, mi sarebbe piaciuto che il frate fosse nella sua cella.

Ove il cuore precorra l’intelletto, libera sempre da mille travagli il giudizio; ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una delle creature predilette dalla Natura: tuttavia non ci pensai più; e attesi a scrivere il mio proemio.

Nel nostro incontro in mezzo alla via l’impressione tornò: e la vereconda franchezza con che mi porse la mano fu indizio per me del buon senso e dell’ottima educazione di quella dama; e nel guidarla io sentiva intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezza, che confortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti.

— Dio mio! oh come un uomo condurrebbe sì fatta creatura intorno il globo con sé! —

Io non aveva ancor veduto il suo volto — e non mi premeva: l’effigie fu presto dipinta; ed assai prima che noi fossimo all’uscio della rimessa, la fantasia aveva bella e pennelleggiata tutta la testa, e si compiaceva dell’adottata sua diva, quanto se si fosse tuffata per essa nel Tevere [27]. — Pur tu se’ una sedotta e seducente mariuola; e sebbene ci frodi sette volte al giorno con le pitture e con le immagini tue, tu hai sì dolci malie e tu abbellisci le immagini tue delle fattezze di altrettanti angeli di luce, ch’ei sarìa gran peccato a inimicarsi con te.

Quando fummo alla porta della rimessa, la signora abbassò dalla fronte la mano, e mi lasciò vedere l’originale — un volto di forse ventisei anni — d’un trasparente bruno vaghissimo, schiettamente adornato senza cipria né rouge; e non era regolarmente bello; ma spirava un non so che, che nel mio stato d’allora m’attraeva che nulla piú; mi toccava il cuore; ed immaginai che vestisse i caratteri d’un sembiante vedovile, e che il cordoglio, avendo già superati i primi due parossismi, si trovasse allora in declinazione, e andasse adagio adagio rassegnandosi alla sua perdita; se non che mille disgrazie diverse poteano avere dipinto di tant’afflizione quel volto; ed io mi struggea di saperlo; e se le bon ton della conversazione me l’avesse consentito come a’ dì d’Esdra, l’avrei interrogata senz’altro: — E che mal ti tormenta? e perché se’ tu inquieta? e perché è sì turbato l’animo tuo? [28]— In somma io mi sentiva della benevolenza per lei; e disegnai, s’io non poteva la mia servitú, d’offerirle, non foss’altro, com’io poteva il mio obolo di cortesia.

Sì fatte erano le mie tentazioni, e così l’anima mia le ascoltava, quand’io rimasi solo con la signora, e con la sua mano nella mia, e co’ visi rivolti all’uscio della rimessa: e piú presso di quello che fosse essenzialmente necessario.

XI. – L’USCIO DELLA RIMESSA

CALAIS

Certo, donna gentile, diss’io sollevandole alquanto la mano; e questo è pure uno de’ tanti capricci della fortuna: ecco come ha congiunte due mani di persone ignote fra loro, diverse di sesso, e forse di diversi canti del globo; e congiunte in un attimo, e in sì cordiale attitudine, che né pur l’amicizia, se ci avesse pensato da un mese, avrebbe forse saputo far tanto.

— E si vede dalla vostra riflessione, monsieur, che la fortuna v’imbroglia non poco co’ suoi capricci.

Ove la congiuntura ti giovi, oh quanto importunamente vai stuzzicando il perché e il come è avvenuta! — Voi ringraziate la fortuna — continuò la signora — e così andava fatto; il cuore sapeva ogni cosa, e n’era contento; ma chi mai, fuorché un filosofo inglese, n’avrebbe mandate novelle al giudizio perché annullasse la sentenza del cuore?

E parlando liberò la sua mano con un’occhiata che mi fu chiosa bastante a quel testo.

È pur deplorabile la pittura ch’io paleserò qui del mio fievole cuore! Confesso dunque ch’ei fu straziato da tanta pena, che piú degne occasioni non avrebbero potuto infliggergli mai. Io era mortificato d’avere perduta quella mano; e il modo ond’io l’aveva perduta non recava né olio né vino su la ferita: né mai da che vivo ho sì miseramente provato la confusione d’una sguajata inferiorità.

Ma in un vero cuor femminile il trionfo di queste sconfitte è brevissimo; ed ella assai prima d’un mezzo minuto aveva, come per finire il discorso, posata già la sua mano sulla balzana del mio abito: così che — ma io non so come sappialo Dio! — riacquistai la mia posizione. Ella non avea piú che dire.

E immediatamente ripresi a modellare una conversazione piú confacente all’ingegno ed all’animo della signora, da che m’accorsi ch’io n’aveva mal conosciuto il carattere; ma, mentr’ella rivolgevasi a me, vidi che gli spiriti, i quali avevano animato la sua risposta, s’erano a un tratto smarriti: i muscoli rallentavansi; ed io contemplava di nuovo quell’aspetto di sventura derelitta che mi fece a bella prima tutto suo. Che passione a veder tanto brio mortificato dall’afflizione! Il mio cuore gemeva per lei di pietà. Or voi, anime assiderate, vorreste provarvi di ridere: ma io avrei potuto abbracciarla, e senza arrossirne, e riconfortarla, anche in mezzo alla via, sul mio petto.

E in quello io temeva d’essermi tanto quanto provato di stringere un po’ piú la sua mano, perch’io mi sentiva nella palma una sottilissima sensazione, non come se la signora volesse ritrarre la mano, ma che ci pensasse; ed io irremissibilmente la riperdeva, se l’istinto, piú che la ragione, non m’avesse guidato all’ultimo ripiego, in tali frangenti, di tenerla lentissimamente e quasi lì lì per lasciarla da me. Così ella lasciò correre, finché monsieur Dessein tornò con la chiave; ed io in quel mezzo fantasticava: «Certo certo, se il povero francescano le avesse ridetto il suo caso meco, e’ bisogna pure che io mi liberi dal tristo concetto che le si sarà piantato nell’animo: ma e come?». Mi posi a cercar questo come.

XII. – LA TABACCHIERA

CALAIS

Quel buon vecchio del frate, mentr’io dubitava di lui, non m’era lontano sei passi; e ci veniva incontro un po’ di traverso fra il sì e il no. Pur giunto a noi, si fermò con indicibile ingenuità, presentandomi aperta la sua tabacchiera di corno ch’egli avea tra le mani.

— Saggerete un po’ del mio — dissi a lui; e mi trassi di tasca e gli porsi una scatoletta di tartaruga.

— Squisito! — disse il frate.

— Or fatemi il favore — soggiunsi — di gradire il tabacco e la scatola; e pigliandovi alcuna presa ricordivi di tanto in tanto che questa fu l’offerta di pace d’un uomo che vi ha una volta trattato ruvidamente, ma non col cuore.

Il povero frate si fe’ di scarlatto. — Mon Dieu! — diss’egli a mani giunte — voi non m’avete trattato ruvidamente mai.

— Non mi pare, — aggiungea la signora — non mi pare capace.

E mi feci anch’io rosso; e per quali emozioni, chi sente — e non avrà di molti compagni — lo esplori.

— Perdoni, madama — diss’io — io l’ho trattato acerbissimamente, e non fui provocato.

— No, non può darsi — tornò a dir la signora.

— Dio mio! — esclamò il frate con tal fuoco d’asseveranza, che non pareva a lui proprio — la colpa era mia, e della indiscretezza del mio zelo.

La gentildonna gli contradisse, ed io con lei, sostenendo ch’egli era impossibile che un animo sì ben composto potesse mai recar noja a veruno.

Io non sapeva che un alterco potesse, com’io pur sentiva allora in me stesso, riescire sì soave e sì piacevole a’ nervi. Si restò taciti senza verun senso di quell’angustia scimunita che sottentra quando in un crocchio vi guardate per dieci minuti l’un l’altro in viso senza dirvi una sillaba. Strofinava frattanto il frate quella sua tabacchiera di corno sulla manica della sua tonaca; e, come vide che avea acquistato certa apparenza piú lucida, mi fece un inchino profondo e disse: ch’era ormai tardi, né si poteva dir per allora se piú la debolezza che la bontà dell’indole nostra ci avesse involti in quella contesa; ma, comunque si fosse, mi pregava che tra di noi cambiassimo tabacchiera. E parlando mi offeriva la sua da una mano, e dall’altra accettava la mia, e baciatala, con un profluvio di buon naturale negli occhi, se la ripose nel seno, e s’accomiatò.

Io mi serbo la sua tabacchiera tra le parti istrumentali [29] della mia religione, e quasi scala alla mia mente a piú alte cose; e per verità io esco di rado senz’essa, e per essa ben assai volte richiamo lo spirito cortese del suo donatore a guidare anche il mio attraverso le burrasche del mondo, le quali (com’io poi seppi dalla storia di lui) l’aveano esercitato pur troppo sino a’ quarant’anni dell’età sua, allorquando egli, vedendosi male rimunerato de’ meriti suoi militari, e malavventurato nella tenerissima delle passioni, abbandonò la spada insieme e l’amore, e rifuggì nel sacrario non tanto del suo convento quanto di se stesso.

E sento un peso nell’animo or ch’io devo scrivere che, quando ultimamente ripassai per Calais chiesi che n’era del padre Lorenzo, ed udii come egli da tre mesi era morto e seppellito, non già nel suo convento, ma, secondo la sua volontà, in un piccolo camposanto de’ frati, sei miglia fuor di città. Né io mi poteva acquetare se non vedeva dove l’aveano deposto. E là, pigliandomi in mano la sua scatoletta di corno, e guardandola, e sedendo sulla sua fossa, e sradicandovi dal colmo parecchie ortiche che non avevano a che allignare lassú — tutto questo mi ripercosse sì fieramente gli affetti, ch’io prorompeva in dirottissime lacrime… Ma io sono debole quanto una femmina! e prego voi tutti di non sogghignarne; commiseratemi.

XIII. – LA PORTA DELLA RIMESSA

CALAIS

Intanto io non aveva lasciata mai la mano della mia dama; e sarei stato incivile s’io l’avessi, dopo tanto ch’io la teneva, lasciata innanzi di accostarla a’ miei labbri; e la baciai; e il sangue, e gli spiriti, che avevano poc’anzi mutato corso, si riaffollavano sulle guance di quel l’afflitta.

Or avvenne che i due viaggiatori, i quali mi aveano parlato nel cortile, passarono nel frangente di quella crisi, ed osservando la nostra dimestichezza, s’avvisarono naturalmente che noi fossimo marito e moglie almeno; però soprastando su l’uscio della rimessa l’un d’essi, ed era il viaggiatore curioso, c’interrogò:

— E domattina partirete voi per Parigi?

— Posso rispondere per me solo — diss’io.

E la signora soggiunse che andava a Amiens.

— Vi abbiamo desinato jeri — disse il semplice viaggiatore.

— E voi andando a Parigi — mi disse l’altro — vi passerete propriamente per mezzo.

Poco mancò ch’io non gli rendessi infinite grazie della notizia che Amiens fosse su la strada di Parigi; ma, avvedendomi ch’io pigliava appunto allora tabacco nella scatoletta di corno del mio povero frate, risposi pacificamente con un inchino; ed augurai loro un tragitto prospero a Douvre. Ci lasciarono soli.

— Or chi pregasse quest’afflitta gentildonna perch’ella accetti la metà del mio sterzo? e che male ci sarebb’egli? — dissi tra me — e che infortunio tremendo ne verrebb’egli? —

Ogni sordida passione, e trista propensione della mia natura gridarono all’arme, mentr’io proponeva il partito.

— Ci vorrà il terzo cavallo — dicea l’avarizia; — e ti trarrà di tasca un’altra ventina di lire.

— Tu non sai chi mai sia costei — dicea la diffidenza [30].

— Né in che brighe questo imbroglio può avvilupparti — bisbigliava la codardia.

— Fa conto, Yorick! — dicea la circonspezione — ch’e’ si dirà che tu viaggi con l’amica, e che vi siete data la posta a Calais.

— Tu non potrai piú, d’oggi in poi — gridò strepitando l’ipocrisia — mostrar la tua faccia al popolo.

— Né promuoverti — aggiunse la mediocrità [31] — nelle dignità della Chiesa.

— E finché tu campi — disse l’orgoglio — ti rimarrai prebendario cencioso.

— Ma io fo pure una gentilezza — diss’io. — E perché per lo piú mi governo col primo impulso, e perciò quasi mai non do retta a cotali cabale che non ti giovano a nulla, ch’io sappia, fuorché a smaltarti il cuor di diamante, mi volsi tosto alla dama.

Ma, mentre il concilio mio disputava [32], la dama se n’era ita, né me n’accorsi, anzi nel punto che io pronunziava la mia sentenza, ella avea fatto da dieci a dodici passi lungo la via, e m’affrettai dietro a lei per farle con bella maniera la mia proferta: ma notai ch’ella se n’andava con la guancia appoggiata alla palma, col tardo e misurato portamento della meditazione, e con gli occhi fitti di passo in passo sul suolo; onde venni in pensiero ch’andasse anch’ella agitando la stessa lite.

— Dio l’ajuti! — diss’io — ch’ella avrà al pari di me alcuna suocera, o zia pinzochera, o vecchia scema da consultar sul partito. — Né mi parve bene d’interrompere quel litigio, stimando atto piú cavalleresco di pigliarla a patti, anziché di sorpresa. Voltai dunque le spalle, e me n’andava in giú e in su davanti l’uscio della rimessa mentre la signora ruminando se n’andava dall’altra parte.

XIV. – SU LA VIA

CALAIS

Avendo io la mia fantasia, come prima vidi quella signora, già stabilito «che fosse una delle predilette della Natura» e piantato per secondo e non meno incontrastabile assioma «che essa era vedova, e che vestiva i caratteri della sventura» non andai punto piú in là; io aveva terreno bastante alla posizione che mi giovava; e quand’anche ella fosse restata meco braccio a braccio sino a mezza la notte, io mi sarei attenuto leale al mio sistema, considerandola sempre ed unicamente con quell’idea generale.

Ma non mi si scostò venti passi, che una voce nel mio secreto mi sollecitava ad indagini assai piú distinte — ed era suggerita dal presentimento d’una piú lunga separazione. Poteva anche darsi che io non la rivedessi mai piú: il cuore invigila a preservare tutto quello ch’ei può; e mi bisognava almeno una guida affinché i miei sospiri non si smarrissero, se mai non mi fosse piú dato di congiungermi a lei che co’ soli sospiri. E per dirla, io bramava di sapere il suo nome, il suo casato, la sua condizione; e, poiché io sapeva dov’ella s’avviava, mi era pur necessario di non ignorare donde veniva. Ma come mai, senza violare tanti dilicati rispetti che le custodivano, poteva io raccôrre tutte queste notizie? Macchinai venti varj disegni: io non poteva capacitarmi che un uomo la interrogasse così a dirittura; era cosa impossibile.

Un Francesino de bon air, capitano, che veniva per via saltellando, mi fe’ vedere che la cosa era sì facile che nulla piú; perché, affrontandoci appunto mentre la gentildonna tornavasi all’uscio della rimessa, si piantò tra noi due, e senza farsi ben conoscere, s’introdusse mio conoscente; e mi richiese dell’onore di presentarlo alla dama. — Io non le era stato presentato, io: — però volgendosi a lei, le si presentò né piú né meno da sé, interrogandola se venisse di Parigi.

— No — ma rispose che andava per quella strada.

Vous n’êtes pas de Londres?

— No — diss’ella. — Dunque madama dovea venir dalle Fiandre.

Apparemment vous êtes Flamande — tornò a dire il capitano francese.

La dama rispose che sì.

Peut—être de Lille? — disse ch’ella non era di Lilla.

— Né d’Arras? — né di Cambrai? — né di Gand? — né di Brusselle?

Rispose ch’essa era di Brusselle.

Egli aveva avuto l’onore, diceva, d’intervenirvi al bombardamento nell’ultima guerra: — era galantemente situata pour cela, e piena di noblesse, allorché gl’Imperiali ne furono cacciati da’ Francesi (la gentildonna fece una riverenza); e così ragguagliandola della vittoria e del merito che anch’egli n’ebbe, la pregò dell’onore di sapere il nome di lei, e le fece un inchino.

Et madame a son mari? — disse: fe’ due passi; guardò addietro, e senza aspettare risposta, saltellò per la via.

Quando avessi fatto sett’anni di noviziato in una bottega di belle creanze, non avrei imparato a far tanto.

XV. – LA RIMESSA

CALAIS

Mentre il capitanetto francese si liberava di noi, monsieur Dessein capitò con la chiave della rimessa a introdurci nel magazzino de’ suoi calessi.

La prima ad affacciarmisi, allorché egli spalancava le imposte, fu un’altra vecchia sdruscita désobligeante; e quantunque fosse l’effige sputata di quella che un’ora fa nel cortile m’avea dato tanto nel genio, il vederla e il sentirmi rimescolare fu tutt’uno; e pensai che doveva pur essere un selvatico animale colui al quale venne prima nel cuore di costruire sì trista macchina; né io aveva piú di carità per l’uomo che si pensasse mai d’adoprarla.

Parvemi che neppure la signora ne fosse molto invaghita; e monsieur Dessein, come savio, ci guidò verso un paio di sedie da posta, una accanto all’altra; dicendo, nel raccomandarcele, che le furono comperate da Lord A. e B. per il grand tour, ma che non oltrepassarono Parigi, ed erano buone per tutti i conti quanto se le fossero nuove. Erano troppo buone, e m’attenni a un’altra, e incominciava già a contrattarla:

— Ma ci capiranno al piú due persone — dissi tirando a me lo sportello; e v’entrai.

— Piaccia a madama — disse monsieur Dessein, e le porgeva il braccio — piacciale di salirvi.

La signora ci pensò un minuto secondo, e salì: in quella il ragazzo accennò di voler parlare al padrone: e monsieur Dessein serrò lo sportello, e ci lasciò dentro.

XVI. – LA RIMESSA

CALAIS

C’est bien comique, bizzarra cosa! — disse la signora; e sorrise, avvisandosi com’essa per un gruppo d’accidenti da nulla erasi trovata così sola meco due volte — c’est bien comique — diceva ella.

— Mancherebbe alla bizzarria — le diss’io — l’uso comico che la galanteria d’un Francese ne trarrebbe: amoreggiandovi al primo momento, e offerendosi a voi con tutta la sua persona al secondo.

C’est leur fort — replicò la signora.

— Portano almen questo vanto — diss’io — se poi ci riescano, e come, io nol so; certo è ch’ei sono in concetto di intendersi d’amore, e di professarne l’arte meglio d’ogni altro popolo sotto il cielo: ma io gli ho per guastamestieri solenni, e veramente per pessimi fra quanti arcieri tentarono mai l’arco e la benignità di Cupido. Voler fare all’amore per sentimenti! [33] pensate! Come s’io presumessi di farmi un elegante abito intero con de’ ritagli; e fanno all’amore, affrontandovi, con una dichiarazione alla prima, ed avventurando l’offerta e se stessi con tutti i pour e contre al bilancio d’un animo freddo.

La signora ascoltava quasi aspettando ch’io continuassi.

— Or madama rifletta — soggiunsi posando una mano sovra le sue: Che le persone gravi odiano l’amore in grazia del nome, gli egoisti in grazia di se stessi, gli ipocriti in grazia del cielo; e noi tutti quanti, giovani e vecchi, siamo ben dieci volte piú sbigottiti che offesi dal solo rumore. E oh come si fa scorgere poveretto e novizio in questo commercio chiunque si lascia scappare la parola d’amore, se per un’ora o due per lo meno non l’ha prima repressa con un silenzio ormai divenuto cocente! Persevera nelle gentilezze, e che le sieno delicatissime e tacite, e non dieno tanto nell’occhio da insospettire, ma né tanto poco da essere trascurate: e di tanto in tanto un’occhiata parziale; dir pochissimo o nulla… Lascia con l’amica tua la Natura, e le comporrà in cuore l’amore a suo modo.

— Dunque dichiaro solennemente — disse la signora arrossendo — che voi sino ad ora m’avete fatto sempre all’amore.

XVII. – LA RIMESSA

CALAIS

Monsieur Dessein tornò a trarci di quella sedia, e annunziò alla signora, che il conte di L***, fratello di lei, arrivava all’albergo. È vero ch’io le desiderava ogni bene; pur non dirò che quell’annunzio giungesse lieto al mio cuore — né ho potuto tacerne.

— E così dunque, donna gentile — diss’io — uscirò di speranza che voi accettiate l’esibizione?…

— Né occorre che me la spiegate — m’interruppe ella, posando fra le mie la sua mano. — Rare volte, mio buon signore, un uomo s’accinge a un’offerta di cordialità verso una donna, e che essa non n’abbia presentimento un po’ prima.

— Ed è un’arma che la Natura le dà — risposi io — per la preservazione immediata.

— Non però credo — diss’ella mirandomi in viso — ch’io avessi dovuto star in sospetto; anzi per trattarvi candidamente, io disegnava già d’accettare; e se… — (e tacque alquanto)

— sì — continuò — credo che la vostra amorevolezza m’avrebbe confortata a narrarvi una storia per cui la pietà sarebbe stata l’unica cosa pericolosa del viaggio. —

E mentre parlavami, non le spiacque ch’io le baciassi e ribaciassi la mano; e con uno sguardo affettuoso misto di rincrescimento, uscì della sedia, e disse addio.

XVIII. – SU LA VIA

CALAIS

Non ho, da che vivo, sbrigato piú speditamente d’allora un negozio di dodici ghinee. Il tempo, dopo quell’addio, m’era grave; vidi che ogni momento si sarebbe pigramente raddoppiato per me fino a che non avessi pigliato le mosse: ordinai sul fatto i cavalli, e m’affrettai verso l’albergo.

– Re del cielo! – esclamai nell’udire che all’oriuolo della città batteano le quattro, e accorgendomi ch’io mi trovava da poco piú d’un’ora in Calais. – Vedi che gran libro può in sì breve tratto di vita arricchir d’avventure chi s’affeziona col cuore a ogni cosa, e chi, avendo occhi per vedere ciò che l’occasione ed il tempo gli vanno di continuo mostrando a ogni passo del suo cammino, non trascura nulla di quanto egli può lecitamente toccare!

Se non riesce una cosa, riescirà un’altra; né importa: fu un saggio a ogni modo dell’umana natura; la mia fatica m’è premio; mi basta: il diletto dell’esperimento tien desti i miei sensi e la parte spiritosa del mio sangue, e lascia dormir la materia.

Compiango l’uomo che può viaggiare da Dan a Bersabea [34], ed esclama: «Tutto è infecondo!» ed è: e tale è l’universo per chiunque non vede quanto ei sarà liberale a chi lo coltiva. «Ponetemi» diss’io stropicciandomi lietamente le mani «dentro a un deserto, e troverò di che farmi rivivere tutti gli affetti: ne farei dono, non fosse altro a qualche mirto soave; e mi cercherei per amico un malinconico cipresso: corteggerei le loro ombre, e li ringrazierei affabilmente della loro ospitalità: vorrei intagliare il mio nome sovr’essi, e giurerei ch’ei sono i piú amabili fra gli alberi del deserto: se le loro foglie appassissero, imparerei a condolermene; e quando si rallegrassero, mi rallegrerei con essi.»

Smelfungus, uomo dotto, viaggiò da Bologna-a-mare a Parigi, da Parigi a Roma, e via così; ma si partì con l’ipocondria e l’itterizia; ed ogni oggetto da cui passava era scolorato e deforme: scrisse la storia del suo viaggio; la storia appunto de’ suoi miseri sentimenti.

Incontrai Smelfungus sotto il gran portico del Pantheon: ei n’esciva.

La è poi — mi diss’egli — un’enorme arena da galli.

— Non aveste almen detto peggio della Venere de’ Medici — gli risposi; da che, passando per Firenze, io aveva risaputo ch’egli s’era avventato alla Dea e trattatala peggio d’una sgualdrina e senza la minima provocazione in natura.

M’avvenni anche in Torino, mentr’egli ripatriava, in Smelfungus; e aveva da narrare un’odissea di sciagurate vicende, «ov’ei di casi miserandi dirà per onde e campi, e di cannibali che si divorano, e di antropofagi» [35], e che l’avevano scorticato ch’ei ne sfidava san Bartolommeo, e diabolicamente arrostito vivo [36] ad ogni osteria dov’ei si posava.

— E lo dirò — gridava Smelfungus — lo dirò all’universo.

— Ditelo al vostro medico — rispos’io — sarà meglio [37].

Mundungus, e la sua sterminata opulenza, percorsero tutto il gran giro, andando da Roma a Napoli; da Napoli a Venezia; da Venezia a Vienna, a Dresda, a Berlino: e non riportò né la rimembranza d’una sola generosa amicizia, né un solo piacevole aneddoto da raccontar sorridendo: correva sempre diritto, senza guardar né a sinistra né a destra, temendo non la compassione o l’amore l’adescassero fuor di strada [38].

Pace sia con loro! se pur v’è pace per essi: ma né l’empireo, se è possibile che sì fatte anime arrivino lassú, avrà mai tanto da contentarli. Ogni spirito gentile aleggerebbe su le penne d’Amore a benedire la loro assunzione; ma svogliatamente ascoltando, le anime di Smelfungus e di Mundungus pretenderebbero antifone di gioja sempre diverse, sempre nuove estasi d’amore, e sempre congratulazioni migliori per la loro comune felicità. Non sortirono, e li deploro cordialmente, non sortirono indole atta a goderne; e fosse pure assegnata a Smelfungus e Mundungus la beatissima tra le sedi del paradiso, ei sarebbero sì lungi dalla beatitudine, che anzi le anime di Smelfungus e di Mundungus vi farebbero penitenza per tutta quanta l’eternità.

XIX. – MONTREUIL

Io aveva una volta perduto la valigia di dietro il calesse: io era due volte smontato alla pioggia, e un’altra volta nel fango sino al ginocchio a dar mano al postiglione tanto che la rassettasse; né mi venne mai fatto d’accorgermi del difetto: e solo, come giunsi a Montreuil, alla prima parola dell’oste che mi chiese se m’occorresse un servo, m’avvidi che questo era appunto il difetto.

— Un servo! e’ m’occorre pur troppo — risposi.

— Perché, monsieur dicea l’oste abbiamo uno sveltissimo giovinotto a cui non parrebbe vero di aver l’onore di servire un Inglese.

— Ma, e perché un Inglese piú ch’altri?

— Sono sì generosi! replicò l’oste.

— Frustatemi dissi meco s’io non mi troverò una lira di meno in saccoccia, e stassera.

— Ma hanno anche il modo, monsieur — disse l’oste.

— Nota a mio debito un’altra lira dissi io.

— Ier sera per l’appunto continuò l’oste un mylord anglois présentoit un écu à la fille de chambre.

— Tant pis pour mademoiselle Jeanneton — rispos’io.

Or Jeanneton era figliuola dell’oste; e l’oste, pigliandomi per novizio di francese, m’avvertì con mia buona licenza, ch’io non doveva dire tant pis, ma tant mieux.

— Tant mieux toujours, monsieur, se molto o poco si busca; tant pis, se nulla.

— Gli è poi tutt’uno [39] risposi.

— Pardonnez—moi disse l’oste.

E qui gioverà piú che altrove un avvertimento: badateci ora per sempre. Tant pis e Tant mieux sono due cardini della conversazione francese; e quel forestiero che se ne impraticherà innanzi di entrare in Parigi, farà da savio.

Un disinvoltissimo marchese francese, alla mensa del nostro ambasciadore, interrogò mister Hume, s’egli era Home poeta?

— No rispose Hume mansuetissimamente.

— Tant pis soggiunse il marchese.

— Questi è Hume storico disse un altro.

— Tant mieux soggiunse il marchese. E mister Hume, uomo d’ottimo cuore gli rese grazie per tutti e due [40].

Poiché l’oste m’ebbe addottrinato di questo punto, chiamò La Fleur, nome del giovinotto.

— Le dirò monsieur dicea l’oste ch’io non presumo di parlare dell’abilità del giovine: monsieur ne sarà giudice competente; ma circa la fedeltà, mi scrivo mallevadore con tutto il mio.

Alle parole dell’oste, e piú al modo con che le disse, l’animo mio si deliberò detto fatto; e La Fleur, che stava fuori aspettando con quel batticuore affannoso che ciascuno di noi tutti figliuoli della Natura avrà alla sua volta provato, entrò.

XX. – MONTREUIL

Io sono corrivo ad appagarmi d’ogni sorta di gente alla prima; ma piú che mai se un povero diavolo viene a esibire la sua servitú a un sì povero diavolo come io sono: e perch’io so che ci pecco, comporto sempre che il mio giudizio riveda la mia stima difalcandovi, piú o meno, secondo il mio modo d’allora, il caso, e dirò anche il genere della persona ch’io dovrò governare [41].

Vedendo La Fleur, io concedeva il difalco che io poteva in coscienza; ma l’idea tutta ingenua e il primo aspetto del giovane, gli diedero vinta la lite: e però prima l’assoldai, poscia presi a informarmi di ciò ch’ei sapeva fare: se non che dissi meco, scoprirò le sue abilità secondo i bisogni: e poi, un Francese fa di tutto.

Or il povero La Fleur non sapeva far altro sopra la terra che battere il tamburo, e suonare due o tre marcie sul piffero. Ad ogni modo mi posi in cuore che le sue abilità mi bastassero; e posso dire che la mia dabbenaggine non fu mai tanto derisa dal mio senno quanto per questo esperimento.

La Fleur era comparso nel mondo per tempo, e cavallerescamente come i piú de’ Francesi, servendo [42] per alcuni anni; a capo de’ quali, vedendo pago il suo genio, e che egli forse, o senza forse, doveva starsi contento dell’onore di battere il tamburo, il che gli precludeva ogni piú largo sentiero alla gloria, s’era ritirato à ses terres, e viveva comme il plaisoit à Dieu: di pazienza.

— Su via disse il senno percorri la Francia e l’Italia con un tamburino: bel compagno di viaggio! e pagalo.

— E tu cianci gli risposi io che? la metà della nostra baronia non fa ella forse con un tamburo [43] compagnon de voyage il medesimo giro, o non ha ella il piffero [44] e il diavolo, ed ogni cosa da pagare per giunta? Chi ne’ combattimenti ineguali può schermirsi con un équivoque non ha sempre la peggio. Pur tu saprai fare qualche altra cosa, La Fleur? — Oh, qu’oui, sapea cucire un pajo di calzerotti, e suonare un poco il violino.

— Bravo! mi gridò il senno.

— Perché no? gli risposi suono anch’io il violoncello; ci accorderemo benissimo. Tu saprai maneggiare i rasoj, e racconciare un po’ una parrucca, La Fleur? Quest’era appunto la sua vocazione.

— Per mia fè! basta diss’io interrompendolo e dee bastare per me. Venne intanto la cena; e vedendo un vispo bracchetto inglese da un lato della mia seggiola, e dall’altro un valletto francese a cui la natura aveva con liberalissimo pennello dipinto il volto d’ilarità, tutta la gioja dell’anima mia esultava del mio impero; e se i monarchi sapessero cosa si vogliano, esulterebbero al pari di me.

XXI. – MONTREUIL

Perché La Fleur fece meco tutto il viaggio di Francia e d’Italia, e verrà spesso in iscena, parmi di affezionargli alquanto meglio i lettori. Sappiate ch’io non ebbi mai da pentirmi sì poco degli impulsi, che per lo piú mi fanno risolvere, come con questa creatura fedelissima, affettuosa, semplice creatura fra quante mai s’affannarono dietro le calcagna di un filosofo; e quantunque delle sue perizie di suonatore di tamburo, e di sarto da calzerotti, ottime in sé, non potessi veramente giovarmi, la sua giovialità m’era largo compenso: suppliva a tutti i difetti: i suoi sguardi m’erano fidato rifugio in tutti i disagi e pericoli: intendo solo de’ miei; perché La Fleur era inviolabile: e se fame, o sete, o nudità, o veglia, o qualunque altra sferzata di mala ventura coglieva nei nostri pellegrinaggi La Fleur, tu non ne vedevi né ombra né indizio in quel volto; ed era eternamente tal quale: e però s’io, e Satanasso a ogni poco mi tenta con quest’albagia, s’io pure mi sono un pezzo di filosofo, la mia boria è mortificata quando considero l’obbligazione ch’io ho alla complessionale filosofia di questo povero compagnone, il quale a forza di farmi vergognare mi ridusse uomo di razza migliore. Nondimeno La Fleur mi sapeva alquanto di fatuo; ma pareva alla prima piú fatuo di natura che d’arte; né fui tre giorni fra i Parigini, ch’ei non mi sembrò punto fatuo [45].

XXII. – MONTREUIL

Al dì seguente La Fleur assumea la sua carica; e gli consegnai la valigia e la chiave, con l’inventario della mia mezza dozzina di camicie e delle brache di seta nera: gli ordinai d’assettare ogni cosa sopra il calesse, di far attaccare i cavalli e di dire all’oste che salisse col conto.

— C’est un garçon de bonne fortune disse l’oste; e m’additava dalla finestra mezza dozzina di sgualdrinelle tutte intorno a La Fleur; e gli dicevano amorosamente buon viaggio: ed egli, tanto che il postiglione menava fuori i cavalli, baciava la mano a tutte attorno attorno; e tre volte si asciugò gli occhi; e tre volte promise che porterebbe a tutte delle indulgenze da Roma.

— Quel giovinotto — mi disse l’oste — è benvoluto da tutto il paese; ogni cantuccio di Montreuil s’accorgerà ch’egli manca. Gran disgrazia per altro! — continuò l’oste — ed è la sola ch’egli abbia: «È sempre innamorato».

— Beato me! — gli risposi — ch’io non avrò il fastidio di rimpiattarmi le brache sotto il guanciale[46]. — Queste parole erano piú a lode mia, che di La Fleur. Vissi innamorato sempre or d’una principessa or d’un’altra; e così spero di vivere fino al momento ch’io raccomanderò il mio spirito a Dio; perché la mia coscienza è convinta che, s’io commettessi una trista azione, la commetterei sempre quando un amore è in me spento ed il nuovo non è per anche racceso: e nel tempo dell’interregno m’accorgo che il mio cuore fa il sordo, e mi concede a stento sei soldi da far elemosina alla miseria: però mi sollecito a rompere questo gelo; e il raccendermi e il risentirmi pieno di generosità e di benevolenza è tutto un punto: e farei di tutto per tutti, e con tutti, purché mi persuadessero ch’io non farei peccato. Ma… e queste parole sono certamente piú a lode della passione che mia.

XXIII. – FRAMMENTO

La città d’Abdera, quantunque vi abitasse Democrito e s’industriasse di farla, con tutta l’efficacia dell’ironia e del ridicolo, ravvedere, era dissoluta ed abiettissima fra le città della Tracia: ed era da tanti veneficj e assassinj e congiure libelli e pasquinate e tumulti appestata che pochi vi giravano sicuri di giorno, e di notte nessuno.

Or mentre ogni cosa andava alla peggio, avvenne che l’Andromeda d’Euripide[47] si rappresentasse in Abdera, e con sommo diletto del popolo; ma piú ch’altro que’ tocchi che la Natura aveva divinamente suggeriti al poeta nella patetica invocazione di Perseo:

Re de’ celesti e de’ mortali, Amore — e segg.

que’ teneri tocchi vinsero tutti i cuori.

E quasi tutti, il dì dopo, parlavano in jambi schietti; e non parlavano che della patetica invocazione di Perseo:

Re de’ celesti e de’ mortali, Amore!

Per ogni via d’Abdera, per ogni casa:

O Amore! Amore!

E per ogni labbro quasi note di musica naturale modulate inavvedutamente per soave forza di melodia, scorreano queste parole:

O Amore! o re de’ numi e de’ mortali!

E furono faville d’immensa fiamma; perché la città, come fosse il cuore d’un uomo solo, s’aperse tutta quanta all’Amore.

Né speziale trovava da vendere piú ormai dramma di elleboro, né verun armajuolo si attendeva di temprare un solo stromento omicida: l’amicizia e la virtú s’incontravano baciandosi per le vie: il secolo d’oro tornava pendendo su la città d’Abdera: ogni Abderita diè di piglio alla sua zampogna, e tutte le donne Abderite, smettendo i loro trapunti di porpora, sedevano vereconde ad ascoltar la canzone.

Quel Nume (dice il frammento) che regna dal cielo alla terra e negli abissi del mare, poteva solo oprar tanto.

XXIV. – MONTREUIL

Quando tutto è in punto, e s’è discusso col locandiere ogni articolo e s’è pagato, ove questo avvenimento non t’abbia un po’ inacerbito, tu non puoi salire nel tuo calesse, se prima non disponi sull’uscio un altro affaruccio co’ figliuoli e con le figliuole della povertà, che ti attorniano. Deh! non t’esca mai detto: — Vadano al diavolo! — durissimo viaggio per que’ tapini, i quali, credimi, camminano con una croce assai grave sopra la terra. Ond’io credo meglio di provvedere la mia mano d’alquanti soldi; e chiunque tu sia, io ti conforterò, o viaggiatore cortese, a imitarmi: e non accade se tu non registri esattamente i motivi di questa partita. Tal v’è, che altrove li nota per te.

Io do sì poco che nessuno dà meno; ma conosco pochissimi i quali abbiano sì poco da poter dare: e però non ne parlerei, se or non fosse mio debito di dar conto del mio primo pubblico atto di carità in Francia.

— Guai a me! — diss’io. — Ecco otto soldi in tutto — e li mostrava schierati su la mia palma — ed ecco otto poveri ed otto povere.

Una povera anima sdruscita senza camicia indosso, rivocò subitamente la sua pretesa, ritraendosi due passi dal cerchio [48] e confessando con un tacito inchino ch’ei non potea presumere tanto. Se tutto il parterre avesse unanimemente esclamato: «Place aux dames!» non avrebbe espresso sì vivamente il sentimento di deferenza verso il bel sesso.

Tu hai certamente, mio Dio! ordinato che la pitoccheria e l’urbanità, le quali nell’altre contrade si guardano nimichevolmente, s’affratellassero in questa; ma e questo è puro un arcano de’ tuoi sapienti consigli!

Indussi quel meschinello a gradire il presente d’un soldo, e solo in grazia della sua politesse.

Un povero compagnone mezzo pigmeo tutto brio, che mi stava a rincontro nel cerchio, s’acconciò prima sotto l’ascella un non so che, che fu già cappello; poi si trasse di tasca la tabacchiera, l’aprì, e n’esibiva a destra e a sinistra: ma perché il dono era di qualche rilievo, non fu dagli altri, come discreti, accettato: quel poveretto gli andava con atti d’accoglienza animando: — Prenez—en, prenez — e così dicendo non guardava la tabacchiera; però ciascheduno si pigliò la sua presa.

— Peccato se la tua scatola ne mancasse mai! — e vi misi dentro due soldi, pigliandomi a un tempo una lieve presa per farglieli parere piú cari; e di ciò si mostrò piú tenuto che del danaro: l’elemosina era elemosina; ma la mia degnazione gli faceva onore; e mi corrispose con un inchino profondo sino a terra.

— To’ — dissi a un vecchio soldato monco che era stato sbattagliato e rotto a morte militando — to’ un pajo di soldi o infelice!

Vive le Roi! — gridò il veterano.

Mi rimanevano appena tre soldi; ne diedi uno puramente pour l’amour de Dieu, titolo per cui mi fu chiesto; e quella povera femmina era sciancata, né si potea appormelo, credo, ad altro motivo.

Mon cher et très charitable monsieur.

— Non si può contraddirgli — diss’io.

Mylord anglois — il suono solo merita quattrini: e lo pagai col mio ultimo soldo.

Ma, nella mia foga, io aveva trascurato un pauvre honteux, che non aveva chi domandasse un quattrino per esso, e che forse si sarebbe lasciato morire anziché domandarlo da sé. Stava ritto accanto al calesse alquanto fuori del cerchio, e rasciugava una lagrima da quegli occhi i quali, a quanto pensai, aveano veduto giorni migliori. «Mio Dio!» dissi meco «né mi avanza piú un solo soldo da dargli.»

– Ah tu ne hai mille! – gridarono tutte le potenze della Natura agitandosi dentro di me; e gli diedi, non giova dir quanto: ora mi par troppo, e me ne vergogno, allora io invece vergognava, parendomi poco. Or che il lettore ha questi due dati, potrà, se pur gliene importa, congetturando sulla disposizione dell’animo mio, discernere, lira piú lira meno, la somma precisa.

Agli altri io non poteva dare piú ormai se non un: Dieu vous bénisse.

Et que le bon Dieu vous bénisse encore — disse il veterano monco, il nano ecc. Il pauvre honteux non potea dir parola: s’asciugava il viso col suo fazzoletto e partiva; ed io pensai che egli mi ringraziava assai meglio degli altri.

XXV. – IL BIDET

Così disposti tutti questi affarucci, m’adagiai; né mai né in verun’altra sedia da posta piú agiatamente d’allora: m’adagiai nella mia sedia da posta. La Fleur mettendo da un fianco del bidet[49] uno stivalone da botta, e un altro stivalone dall’altra (le sue gambe non vanno contate) mi precorreva galoppando felice e con l’equilibrato contegno d’un principe.

– Ma che è mai la felicità? che è mai la grandezza in questa dipinta favola della vita? –Un asino morto, e non s’era corso una lega, s’attraversa improvvisamente come una sbarra alla carriera di La Fleur: il ronzino non voleva passarvi: vengono a rissa tra loro; e il povero ragazzo fu propriamente sbalestrato fuor de’ suoi stivaloni alla prima coppia di calci.

La Fleur tollerò la sua caduta da cristiano francese, e non disse né piú né meno di: diable! Rizzasi senz’altro; si rappicca col ronzino: lo inforca; e battealo come avrebbe battuto il tamburo.

Il ronzino salta di qua, risalta di là, e ricalcitra, torna di qua e poi di là, da per tutto insomma fuorché verso l’asino morto. La Fleur voleva spuntarla, e il ronzino te lo scavalca.

— Che hai tu, La Fleur — gli diss’io — con quel tuo bidet?

Rispose: — Monsieur, c’est un cheval le plus opiniâtre du monde.

Ed io: — Se la bestia è cocciuta, si trovi la strada a sua posta.

La Fleur smontò, accomiatandolo con una sonora scuriata; e il ronzino mi pigliò in parola, e si mise la via di Montreuil fra le gambe.

Peste! — disse La Fleur.

Or qui, da che non cade mal—à—propos, noteremo, che quantunque La Fleur non siasi valuto se non se di due diversi vocaboli d’esclamazione, cioè diable! e peste! l’idioma francese non per tanto ne ha tre, a guisa di positivo, comparativo e superlativo; ciascheduno de’ quali si adopera ad ogni impensato gitto di dadi nel mondo.

Le diable! è primo, positivo grado, regolarmente usitato nelle ordinarie commozioni dell’animo. Poniamo, ti riescono i dadi in doppietto; La Fleur scavalcato; e via via; per la ragione medesima al cocuage [50], basta sempre le diable!

Ma se il caso ti tenta nella pazienza, come questo del ronzino che scappa alla stalla piantando La Fleur tutto d’un pezzo ne’ suoi stivaloni, vuolsi il grado comparativo: e allora: Peste!

E quanto al superlativo…

Ma il cuore mi si stringe di compassione e d’amore del prossimo, considerando quali misure denno esserle toccate in sorte, e quanto deve essere stata martoriata a sangue una nazione sì dilicata se fu violentata ad usarne.

Ispiratemi voi, o potenze che nel dolore snodate la lingua all’eloquenza! Comunque corra il mio dado, ispiratemi esclamazioni timorate, tanto ch’io non nomini invano la mia natura.

Ma questa è grazia che non si può in Francia impetrare; onde mi rassegnai di lasciarmi all’occasione sferzare dalla fortuna senza mandare esclamazione veruna.

La Fleur che seco non avea questi patti, appostò con gli occhi il ronzino finché gli svanì dalla vista; e allora… ma chi vuole, supplisca del suo l’esclamazione con cui La Fleur uscì finalmente di quella briga.

E siccome non v’era verso d’inseguire con gli stivaloni un cavallo adombrato, a me non rimaneva se non il partito di pigliarmi La Fleur o dietro la sedia o dentro.

— Starà meglio dentro — diss’io; e in mezz’ora fummo alla posta di Nampont.

XXVI. – NAMPONT

L’ASINO MORTO

E questa — diceva egli riponendo i frusti di una crosta di pane nella sua bisaccia; — e questa saria la tua parte se tu vivessi a mangiartela meco. — Dall’espressione mi parve che egli parlasse all’ombra del suo figliuolo: parlava al suo asino; e appunto all’asino morto su per la strada, e che diè la mala ventura a La Fleur. E quel pover’uomo mostrava di rammaricarsene pur assai; e mi tornò subito a mente la lamentazione di Sancio per l’asino suo: ma l’uomo ch’io udiva, doleasi con tratti di natura piú schietti.

Il dolente sedeva a un muricciolo dell’uscio, col basto e la briglia del suo asino accanto; e di tanto in tanto li ripigliava, poi li posava; rimiravali, e crollava la testa. Ripigliò la crosta di pane fuori della bisaccia, quasi volesse mangiarne; la tenne alquanto, e poi la posò sul morso della briglia dell’asino: mirò pensieroso all’apparecchio ch’egli avea fatto, e sospirò.

La semplicità del suo cordoglio gli trasse attorno assai gente; fra gli altri La Fleur; ed io, tanto che si allestivano i cavalli, rimasi nella mia sedia, donde poteva vedere e ascoltare sovr’essi.

Disse ch’ei veniva di Spagna, dov’era ito dagli ultimi confini della Franconia; e, trovandosi ancor sì lontano dalla sua terra, l’asino suo gli morì. Mostravasi ognuno bramoso d’udire perché mai un uomo sì vecchio e sì povero si fosse tolto dal proprio tetto ed accinto a tanto cammino.

Piacque al cielo, ei diceva, di benedirlo di tre figliuoli, bellissimi fra tutti i garzoni in Germania; ma in una settimana perdé i due primogeniti di vajuolo; e ne ammalò anche il minore: però, temendo di rimanersi deserto nella sua casa, fe’ voto che, se Dio non si toglieva anche questo, egli per gratitudine peregrinerebbe a sant’Jago in Ispagna.

Qui tacque, perché la natura gli ridomandava il tributo; e pianse amaramente.

Poi disse che il cielo aveva accettati i patti, e ch’egli erasi partito dal suo tugurio con quella povera creatura, la quale gli fu pazientissima compagnia nel suo viaggio, e che aveano in tutto il loro cammino mangiato del medesimo pane; e vissero come due amici.

Tutti i circostanti ascoltavano contristati. La Fleur gli esibiva del danaro.

— N’ho un poco e non piango — dicea quel dolente — l’importo; piango la morte dell’asino: l’asino mio, e ne sono sicuro, mi amava.

Su di che raccontò la lunga storia di certo disastro per cui, mentre passavano i Pirenei, s’erano per tre giorni smarriti l’un lontano dal l’altro; che in que’ tre giorni l’asino aveva cercato di lui quanto egli aveva cercato dell’asino; e che non aveano quasi mai toccato pane né acqua, finché non si furono riveduti.

— Tu hai, se non altro, una consolazione, o uomo dabbene — io gli dissi — nella perdita della tua povera bestia: perch’io sono certo che tu gli fosti misericordioso padrone.

— Ohimè! — mi rispose quell’addolorato — così anch’io mi credeva finché il mio asino visse; non così ora ch’è morto; e temo che il peso di me, e delle mie afflizioni insieme, non gli sia stato assai grave e avrà logorato la vita a quella povera creatura: e temo che dovrò renderne conto.

«Vergogna a noi!» dissi meco «se tra di noi almeno ci amassimo quanto questo povero vecchio amava il suo asino non saria poco».

XXVII. – NAMPONT

IL POSTIGLIONE

Alla mestizia di cui la storia di quel poveretto m’aveva inondato bisognava alcuna caritatevole cura; ma il postiglione non ci badò: e mi rotolò sul pavé di scappata [51].

L’anima del pellegrino assetato nelle solitudini piú arenose d’Arabia non si strugge per un bicchiere d’acqua di fonte, quanto allora la mia per moti gravi e posati; ed avrei fatto moltissima stima del postiglione, s’egli si fosse dileguato meco a passi quasi pensosi: invece, finito appena il piagnisteo del dolente, quel ghiottoncello lasciò andare un’inumana frustata all’uno e all’altro de’ suoi ronzini; e pigliò la mossa col fracasso di mille diavoli.

Io gli gridava a tutta voce: — Per Dio! va’ piú adagio — e tanto io piú grido, e tanto piú spietatamente ei galoppa. — Il demonio sel porti e gli cavalchi in groppa! — diss’io. — Vedilo? costui andrà straziandomi i nervi a brani finché m’abbia malamente cacciato in una collera matta; poscia se n’andrà a piè di piombo tanto ch’io possa assaporarmela a sorsi.

Il postiglione coglieva il punto a pennello: e, mentre giungeva appiè di un’erta poco piú d’un miglio fuor di Nampont, egli m’aveva già fatto entrare in collera contro di lui e contro di me e della mia collera.

A questo mio nuovo stato bisognava cura diversa; e un buon galoppo fragoroso m’avrebbe ridato la vita.

— Or, pregoti, va’, mio figliuolo — diss’io.

Il postiglione m’additò l’erta. M’ingegnai dunque di ritessermi, com’io poteva, la storia dello sconsolato Tedesco e dell’asino; ma il filo mi s’era rotto, e il rappiccarlo era disperata impresa per me, siccome il trotto per quel postiglione.

«Ma se l’ho detto che il demonio ci mette la coda! Eccomi» diceva io «qui seduto, sinceramente disposto quant’altri mai a ridurre in meglio il peggio, e tutto mi s’attraversa».

Tuttavia la Natura si riserva un lenitivo soave ne’ mali; ed io l’accolsi grato dalle sue mani e m’addormentai. La prima parola che mi svegliava fu Amiens.

«Se Dio m’aiuti!» esclamai stropicciandomi le palpebre «questa è la città dove sta per venire la mia povera dama.»

XXVIII. – AMIENS

Le parole m’usciano di bocca, quando trapassò in posta il calesse del conte de L*** e di sua sorella, la quale ebbe appena tempo di farmi un saluto di riconoscimento; anzi un saluto che mi significava che non era per anche tra noi finita ogni cosa. Ella avea tanta bontà nell’animo quanta negli occhi. Un servo di suo fratello venne, mentr’io sedeva ancora a cena nella mia stanza con un biglietto in cui ella dicevami: «Che si faceva ardita di raccomandarmi una lettera ch’io recherei di mia mano a madame de R*** la prima mattina che non avessi altro da fare in Parigi»: e soggiungeva: «che le rincresceva, e non sapeva ancora dire per quale penchant, ma pure le rincresceva che le fosse conteso di narrarmi la sua storia; e se ne chiamava mia debitrice; e se il mio viaggio mi conducesse mai per Brusselle, ed io non mi fossi dimenticato del nome di madame de L***, madame de L*** si sarebbe volentierissimo sdebitata».

– Sì, ti rivedrò – dissi – anima bella! a Brusselle quando d’Italia, lungo la Germania e l’Olanda per la via delle Fiandre, tornerò a casa mia: dieci poste al piú fuor di strada; e siano pur dieci mila! Oh di che voluttà spirituale coronerò allora il mio viaggio, raccogliendo nel mio secreto il dolore de’ lamentevoli casi d’un racconto di sciagura narratomi da sì amabile sconsolata! Vedrò le sue lagrime; né potrò inaridire la fonte di quelle lagrime! Le rasciugherò se non altro (dolcissimo ufficio per me!) dalle guance della prima e leggiadrissima delle donne, e, tenendo il mio fazzoletto, mi starò per tutta la sera seduto silenzioso al suo fianco.» Desiderio innocente; pur nondimeno io lo rinfacciai immantinente, e con amarissime e rimordenti parole, al mio cuore.

So d’aver detto a’ lettori ch’io per grazia singolare del cielo vivo quasi dì e notte misero servo d’amore. Or, poiché mentr’io voltava improvviso una cantonata, la mia ultima fiamma dal vedere al non vedere si spense d’un soffio di gelosia, la raccesi, e correa già il terzo mese, alla candida face d’Elisa, giurando che arderebbe per tutto il mio viaggio. Ma perché dirò timidamente la verità? Giurai fedeltà eterna; però tutti gli affetti miei erano di ragione d’Elisa e, dividendoli, io gl’indeboliva; cimentandoli, io li mettea a repentaglio: al cimento sta sempre allato la perdita. E che potresti piú, Yorick! che mai potresti rispondere a un cuore tutto pieno di lealtà e di fiducia, sì generoso e sì candido, e incapace perfino di rinfacciarti?

– No; non andrò a Brusselle – diss’io interrompendomi, – ma questo era poco alla mia fantasia, e mi ricordava le occhiate d’Elisa nel frangente della nostra separazione, quando nessuno de’ due aveva cuore di dire addio: io contemplava il ritratto che le mani d’Elisa appendevano con un nastro nero al mio collo e, contemplandolo, io arrossiva; avrei data l’anima per poterlo baciare; ma io arrossiva. «E questo tenero fiore» dissi chiudendolo fra le mie mani «sarà calpestato fino alla sua radice e calpestato, Yorick, da te! da te, che hai promesso di proteggerlo nel tuo seno?

– Eterna fonte di felicità! – dissi inginocchiandomi a terra – siimi tu testimonio, e teco mi sia testimonio ogni spirito casto che tu disseti e consoli: non andrò a Brusselle, se Elisa non m’accompagna; no, quand’anche per quella strada s’arrivasse ne’ cieli.

Il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione, dir troppo.

XXIX. – AMIENS

LA LETTERA

La fortuna non arrideva a La Fleur; e non solo gli si mostrò poco amica nelle sue imprese cavalleresche [52], ma da ch’ei s’arrolò mio scudiere, ed erano ormai ventiquattr’ore, gli fu avarissima di occasioni da poter segnalare il suo zelo. L’anima sua spasimava già d’impazienza; quando capitò la lettera di madame de L***. E La Fleur, afferrando questo primo praticabile incontro, invitò il servo in un salotto della locanda, e ad onore del proprio padrone lo trattò di due bicchieri del vino migliore di Piccardia: e il servo in contraccambio, e per non cedere in cortesia, lo condusse à l’hôtel del conte de L***, dove La Fleur, perché aveva il passaporto spiegato sul viso, s’affratellò, in grazia dalla sua prévenance, con tutta la gerarchia della cucina. E siccome un Francese, qualunque abilità egli possieda, non ha ritrosia veruna a sfoggiarla, non erano corsi cinque minuti che La Fleur s’era già tratto di tasca il suo piffero, e, menando egli la danza, mise in ballo al primo preludio la fille-de-chambre [53], il maître-d’hôtel, il cuoco, la guattera, tutti i servi, i cani, i gatti, e un vecchio scimmiotto: né credo che dal diluvio in qua vi sia stata mai cucina piú allegra.

Passando dalle stanze del conte alle sue, madame de L*** udì quel tripudio. Suonò chiamando la fille—de—chambre, e ne chiese; e come seppe che il valletto del gentiluomo inglese avea col suo piffero messa in brio la famiglia, comandò ch’ei salisse.

Ma il cattivello, che non sapeva come presentarsele a mani vote, saliva le scale addossandosi mille e piú complimenti in nome del suo padrone: v’aggiunse una serie d’apocrife inchieste sulla salute di madame; le significò che monsieur suo padrone era au désespoir [54], temendo ch’ella si risentisse de’ disagi del viaggio; e, per dir tutto, che monsieur aveva ricevuto la lettera di cui madame l’onorò.

— E mi onora egli — disse madame de L*** interrompendo La Fleur — di un biglietto in risposta?

Madame de L*** lo interrogò con tanta fiducia che a La Fleur non bastò l’animo di contraddirle; e gli tremava il cuore per l’onor mio, e probabilmente per l’onore suo proprio, come s’egli fosse uomo da starsi con un padrone trascurato en égards vis—à—vis d’une femme; e non sì tosto madame de L*** gli domandò se le recava un biglietto:

Oh qu’oui — le rispose; e gittandosi a piedi il cappello, e pigliandosi con la mano sinistra la falda della tasca dritta, comincia a frugarvi con l’altra mano: tenta l’altra falda — Diable! — fruga per ogni tasca: tasca per tasca in giro, né si dimentica del taschino — Peste! — votò dunque le tasche sul pavimento, esponendo un collarino sudicio, un pettine, una pezzuola, un frustino, un cuffiotto, e dava un’occhiata dentro e fuori al cappello — Quelle étourderie! — Aveva lasciato il biglietto sulla tavola della locanda; correva per esso, né starebbe tre minuti a portarlo.

Io m’alzava da cena, quando La Fleur capitò a ragguagliarmi del caso, e me lo contò puntualmente, suggerendomi, con mia buona grazia che, se monsieur (par hasard) si fosse dimenticato di rispondere alla lettera di madame, quest’espediente gli dava adito di ripiegare al faux pas: quando che no, le cose starebbero come stavano.

Veramente io non era certo se la mia étiquette m’ingiungeva di scrivere o no; ma quand’anche io scrivessi, neppure il diavolo poteva adirarsene [55]: né io doveva mostrarmi ingrato allo zelo ufficioso d’un servo tenero dell’onor mio; e quand’anche egli avesse errato ed io mi vedessi mal mio grado impacciato, non si poteva imputarlo al suo cuore. Per verità, non era necessario ch’io rispondessi; ma come mai mortificare quel ragazzo che diceva con gli occhi: — Non ho io forse ben fatto?

— Va tutto bene, La Fleur — dissi; e bastò. Spiccasi, che parea lampo, di camera; torna col calamaio, e con l’altra mano piena di penne e di fogli; accostasi al tavolino; m’apparecchia ogni cosa davanti, mostrando in vista tal compiacenza, ch’io non ho potuto non pigliare la penna.

Cominciai, ricominciai; e, sebbene io dovessi dir poco o nulla, e quel nulla potesse esprimersi in mezza dozzina di righe, imbrattai di varj esordj mezza dozzina di fogli; né v’era verso ch’io mi appagassi.

La Fleur uscì, e mi recò in un bicchiere un po’ d’acqua da stemperarmi l’inchiostro; mi provvide di cera—lacca e di polverino. Tant’era, scrissi, riscrissi, cassai, stracciai, arsi, riscrissi:

Le diable l’emporte! — borbottai meco tra’ denti — ch’io non sappia scrivere una misera lettera! — E gittai disperato la penna.

Gittai la penna; e La Fleur accostandosi ossequioso, e con preghiere senza fine implorando ch’io gli perdonassi l’ardire, mi confidò che un tamburino del suo reggimento aveva scritto alla moglie d’un caporale una lettera.

— E la ho qui in tasca — diss’egli — e spero che farà forse a proposito.

A me non dispiaceva che quel povero giovinotto si sbizzarrisse.

— L’avrò caro — gli dissi — fa’ ch’io la veda.

Ed ecco fuor di tasca di La Fleur un piccolo taccuino miseramente logoro, traboccante di letterine mal conce e di billets doux; e posandolo sul tavolino, e slacciando una stringa che legava ogni cosa, andò uno per uno scartabellando quei fogli, finché adocchiò la lettera sospirata.— La voilà! — e così dicendo picchiava le palme; la spiegò; me la pose sott’occhio; e si scostò tre passi dal tavolino. Io lessi

LA LETTERA

Madame,

Je suis pénétré de la douleur la plus vive, et réduit en même temps au désespoir par le retour imprévu du caporal, qui rend notre entrevue de ce soir la chose du monde la plus impossible.

Mais vive la joie! et toute la mienne sera de penser à vous.

L’amour n’est rien sans sentiment.

Et le sentiment est encore moins sans amour.

On dit qu’on ne doit jamais se désespérer.

On dit aussi que monsieur le caporal monte la garde mercredi: alors ce sera mon tour.

CHACUN A SON TOUR

En attendant — vive l’amour! et vive la bagatelle!

Je suis, Madame,

Avec tous les sentiments

les plus respectueux et les plus tendres,

Tout à vous

JACQUES ROQUE.

Bastava dar la contea al caporale, e non dire un iota della guardia da montarsi mercoledì; e non c’era né bene né male. Così, per compiacere a quel buon ragazzo che stava lì ritto in orazione, per l’onor mio, per l’onor suo e per l’onore della sua lettera, ne estrassi dilicatamente la quintessenza, e tornai a lambiccarla a mio modo; e, poiché l’ebbi munito del mio sigillo, La Fleur ricapitò il foglio a madame de L***; e al nuovo dì proseguimmo il nostro viaggio per Parigi.

XXX. – PARIGI

Per chi può difendere le proprie ragioni con l’eloquenza dell’equipaggio, e trionfare fragorosamente precorso da mezza dozzina di lacché e da un pajo di cuochi, Parigi è un’ottima piazza d’arme, ed ei potrà campeggiarla quanto è lunga e larga a sua posta.

Un povero principe mal armato di cavalleria e la cui fanteria non oltrepassa un pedone, farà saviamente, cedendo il campo, e segnalandosi, purché egli possa salirvi, nel gabinetto; salirvi, da che non vi si scende come mandati dal cielo dicendo: «Me voici, mes enfants!» Eccomi, per quanto parecchi sel credano [56].

Confesso che non sì tosto fui tutto solo nella camera dell’hôtel, le adulatrici speranze che mi scortavano sino a Parigi fuggirono a un tratto umiliate. Io m’accostava con gravità alla finestra vestito del mio polveroso abito nero; e, osservando da’ vetri, io vedeva gran gente a drappelli, che in panni gialli, verdi ed azzurri correvano l’arringo del piacere: i vecchi con lance spezzate e con elmi che aveano perduta ormai la visiera, i giovani con armatura sfolgorante d’oro tersissima, lussureggianti d’ogni piú gaja penna d’oriente; e tutti tutti, emulando i cavalieri incantati, che ne’ torneamenti del buon tempo antico armeggiavano per la gloria e l’amore.

E gridai: — Ahi povero Yorick! e che puoi tu far qui? Alla prima tua prova in questa splendida giostra tu se’ ridotto subito al niente: ricovrati, ricovrati in uno di que’ tortuosi viali che un tourniquet[57] suole proteggere dalla prepotenza de’ cocchi e da’ raggi ardenti de’ flambeaux, e dove potrai conversare soavemente con una benigna grisette [58], moglie di qualche barbiere e, accomodandoti a quelle modeste brigate, consolare in pace l’anima tua.

–Possa io morire se mi ci accomodo! – Così dicendo, cercai la lettera ch’io doveva presentare a Madame de R***. – E per prima cosa visiterò questa dama. – Chiamai La Fleur perché andasse immediatamente per un barbiere, e tornasse a spazzolarmi l’abito nero.

XXXI. – LA PERRUCCA

PARIGI

Venne il barbiere, e protestò ch’ei non intendeva d’impacciarsi per nulla con la mia perrucca, da che l’impresa era maggiore e minore dell’arte sua [59]. M’attenni dunque al necessario partito di comperarmene una bella e fatta a sua stima.

— Ma terrà egli poi questo riccio? Amico, ho paura — diss’io.

— Lo tuffi — ei replicò — nell’Oceano, e terrà.

Vedi come ogni cosa in questa città è graduata con una grandissima scala! [60] «L’immersione del riccio in un secchio d’acqua» sarebbe l’estremo termine dell’idee di un parrucchiere di Londra. Che divario! il tempo e l’eternità.

Io mi professo capitalmente nemico dell’immagini grette e de’ freddi pensieri che le producono; e tanto le opere grandi della Natura m’allettano sempre alla maraviglia che, s’io m’attendessi, non deriverei le mie metafore mai fuorché da una montagna almeno. Solamente potrebbesi, con questo esempio del riccio, opporre alla magniloquenza francese: «Che il sublime consiste piú nella parola che nella cosa». Certo è che l’Oceano ti schiude un’interminabile scena alla mente; ma, poiché Parigi giace tanto dentro terraferma, chi mai poteva aspettarsi ch’io per amore dell’esperimento corressi per cento e piú miglia le poste? Certo che il mio barbiere non ci pensava.

Il secchio d’acqua, a fronte degl’immensi abissi, fa pur la grama figura nell’orazione. Ma si risponde: «Ha un vantaggio: tu l’hai nello stanzino qui accanto; e puoi senz’altra noja sincerarti del riccio».

Sia detto con candida verità e dopo l’esame spassionato della questione: L’elocuzione francese non attiene quanto promette.

Parmi che i precisi e invariabili distintivi del nazionale carattere si ravvisino piú in queste minuzie che ne’ gravissimi affari di Stato né quali i magnati di tutti i popoli hanno dicitura e andatura sì indistintamente uniforme ch’io, per potermi scegliere piú l’uno che l’altro di que’ signori, non isborserei nove soldi.

E c’è tanto voluto innanzi ch’io uscissi di mano al barbiere, che per quella sera io non poteva, in ora sì tarda, recare a madame de R*** la mia lettera. Ma quand’uno è bello e attillato per uscire di casa, le riflessioni sopraggiungono fuor di tempo: pigliai dunque ricordo del nome dell’hôtel de Modène dov’io m’era albergato, e mi avviai senza prefiggermi dove. — Camminando ci penserò.

XXXII. – IL POLSO

PARIGI

Siate pur benedette, o lievissime cortesie! voi spianate il sentiero alla vita; voi, gareggiando con la Bellezza e le Grazie che fanno alla prima occhiata germinare in petto l’amore, voi disserrate ospitalmente la porta al timido forestiero [61].

— Di grazia, madame, favorisca di dirmi da che parte si va all’Opéra Comique?

— Volentierissimo, monsieur — mi diss’ella; e lasciò il suo lavoro da parte.

Camminando, io aveva alla sfuggita spiato mezza dozzina di botteghe per discernere un viso il quale verosimilmente non si turbasse alla mia improvvisa domanda, finché questo m’andò a genio, ed entrai.

Sedeva nel fondo della bottega, sovra una poltroncina rimpetto all’uscio, e lavorava un pajo di manichini.

Très volentiers — e, così dicendo, posava il lavoro sopra una sedia vicina. — Volentierissimo — e si rizzò con sì lieto atto, e con sembiante sì lieto, che, s’io avessi speso seco cinquanta louis d’or, avrei detto: «La è donna riconoscente».

— Volti, monsieur — mi diceva, accompagnandomi sino all’uscio ed additandomi a capo di quella via la strada ch’io doveva tenere — volti prima a mano manca: mais prenez garde: le cantonate sono due; faccia due passi di piú, e pigli la seconda; poi tiri un po’ innanzi, e vedrà una chiesa; e come l’avrà passata, piacciale di voltare subito a mano ritta, e si troverà a dirittura a’ piedi del Pont Neuf, dove ognuno, s’ella vorrà degnarsi di chiederne, si compiacerà d’avviarla.

E mi ripeteva tre volte gli avvisi, e tanto alla prima quanto alla terza volta con la medesima cordiale pazienza: e se i toni e i modi hanno pure un significato (e l’hanno di certo, fuorché per le anime che fanno le sorde), avresti detto veramente sollecita ch’io non mi smarrissi.

Ne supporrò che la gioventú e l’avvenenza (era non di meno bellissima fra quante grisettes io mai vedessi in mia vita) mi facessero piú grato alla cortesia; questo so, che, mentre io le diceva quanto gliene fossi obbligato, io teneva tutti gli occhi ne’ suoi, e ch’io le ripeteva i ringraziamenti quant’essa m’aveva ripetuti gli avvisi.

Né io m’era dilungato dieci passi dall’uscio, quando m’accorsi ch’io non sapeva piú sillaba di ciò ch’ella mi aveva insegnato; però, volgendomi, e vedendola tuttavia su la soglia, quasi badando s’io pigliava la buona strada, me ne tornai per domandarle se la prima cantonata era mano destra o sinistra.

— Me ne sono affatto dimenticato.

— Possibile! — mi diss’ella; e sorrise.

— Possibilissimo — risposi io — per chi pensa piú alla persona che a’ suoi buoni consigli.

Ed era la verità schietta; e la bellissima grisette se la pigliò com’ogni donna si piglia le cose di sua ragione: con una riverenza.

Attendez! — mi soggiunse, posando una mano sovra il mio braccio per trattenermi; e diceva nel fondachetto interno a un suo fattorino che allestisse un pacchetto di guanti. — Sto per mandare verso quelle parti — seguitò a dirmi — e se a lei non rincresce di soffermarsi, il fattorino si spiccia a momenti, e la servirà fino all’Opéra.

M’inoltrai dunque seco nella bottega; e mentr’io toglieva dalla sedia, quasi volessi sedermivi, il manichino che essa vi aveva lasciato, la bellissima grisette adagiavasi nella sua poltroncina, ed io mi assisi tosto al suo fianco.

— Si spiccia a momenti — diss’ella.

— E in questi momenti bramerei — le diss’io — di potere rispondere con una gentilezza a tanti favori. Tutti possono fare un atto accidentale di bontà; ma la continuità fa vedere che la bontà vive nella tempra della persona: e davvero che, se il medesimo sangue che sgorga dal cuore discende anche all’estremità (e le toccai presso al polso), voi fra tutte le donne avrete sicuramente polso migliore.

— Lo tasti — diss’ella porgendomi il braccio. Io posai il mio cappello; misi in una delle mie mani la sua; e applicai le due prime dita dell’altra mia mano all’arteria.

Deh! perché il cielo, Eugenio mio [62], non volle che tu allora passassi a vedermi seduto, in abito nero, con questa mia faccia svenevolmente cachettica [63], intento a contare ad una ad una le pulsazioni, e con gravissima applicazione, come s’io stessi esplorando il periodo critico della sua febbre: oh quanto t’avrei veduto ridere e moralizzare su la nuova mia professione! E quando tu avessi finito di ridere e di moralizzare a tuo senno, – Fidati, Eugenio mio – t’avrei detto – vedrai il mondo affaccendarsi peggiormente che a tastare il polso a una donna [64]–. – Ma d’una grisette? – dirai tu – e in una spalancata bottega? Yorick! –

– Meglio: quando ho rette intenzioni, non ne do nulla che l’universo non mi veda o mi veda col polso fra le dita.

XXXIII. – IL MARITO

PARIGI

Io aveva già contate venti battute, e mi mancava poco alla quarantesima, quando il marito comparì da una retrostanza improvviso, e guastò sul piú bello i miei conti.

— Non è se non mio marito — diss’ella.

Io dunque mi rifeci a contare da capo. — Monsieur è tanto garbato — diceva ella al marito — che, passando da noi, s’è voluto incomodare a tastarmi il polso. — Il marito si levò il cappello, mi s’inchinò, disse ch’io gli facea trop d’honneur: disse, si ripose il cappello, e se n’andò.

«Dio mio, Dio mio!» dissi meco «e questo uomo sarà egli marito di questa donna?»

Quei pochi che sanno il perché della mia esclamazione non s’abbiano a male s’io la commento in grazia di chi non lo sa.

In Londra un bottegaio e la moglie d’un bottegaio paiono d’una polpa e d’un osso [65]; e benché le doti del corpo e dell’animo sieno in essi diverse, sono nondimeno ripartite tra di loro in tal guisa ch’ei si stieno appajati e d’accordo per quanto tra marito e moglie si può.

In Parigi troveresti a fatica due individui di specie così svariate come il bottegaio e la moglie del bottegaio. La potestà legislatrice e l’esecutrice della bottega non risiedono nel marito. Miracolo se ci passa; ma in qualche sua cieca malaugurata camera siede insociabile, al buio, con quel suo cuffiotto di notte, figliuolo selvatico della Natura, e tal quale la Natura se lo lasciò scappare di mano.

Così, poiché il genio d’un popolo il quale osserva la legge salica [66] unicamente per la corona ha ceduto questa e molte altre aziende alle donne, le donne, per un assiduo diverbio dal mattino alla sera con avventori d’ogni indole e di ogni grado, si vanno, a guisa di sassuoli dibattuti a lungo insieme in un sacco, non solo per quell’attrito amichevole dirozzando dell’asprezza delle loro scaglie, ma si ritondano e si bruniscono, e spesso acquistano l’iride del diamante. Monsieur le mari è di poco migliore del ciottolone che ti sta sotto a’ piedi.

Certo, certo, o mortale! non ti sta bene quel sederti là solo [67]; tu se’ nato al conversare socievole e alle cortesi accoglienze; e per prova me ne riporto al miglioramento che ne deriva alla nostra natura.

— E come batte il mio polso, monsieur?

— Soavissimamente, e com’io me l’aspettava — risposi, mirandola placidamente negli occhi. Essa non rispondeva per ringraziarmene; se non che il fattorino venne in bottega co’ guanti.

À propos — dissi — me ne bisognano appunto due paia.

XXXIV. – I GUANTI

PARIGI

E la bellissima grisette s’alzò; e, facendosi dietro al banco, arrivò col braccio un involto e lo sciolse: io me le appressai dirimpetto di qua dal banco; ma i guanti m’erano tutti assai larghi. La bellissima grisette misuravali uno per uno su la mia mano; ma né così poteva alterare le dimensioni: mi pregò che mi provassi un paio che unico parea men grande; e mi teneva aperti gli orli del guanto: la mia mano vi sdrucciola dentro.

— Non serve — diss’io scuotendo il capo.

— No — diss’ella col medesimo cenno.

Senz’altro; vi son certi sguardi animati d’ingenuità e di malizia, ne’ quali il senno, il capriccio, la serietà e la scempiaggine sono sì fattamente stemprati insieme che, se tutte le lingue di Babele si sfrenassero a gara, non saprebbero esprimerli mai; e sono inoltre scoccati e colti così di volo, che voi non potreste mai dire donde spiri primo o piú s’innesti l’aculeo [68]. Su di che lascio che i vostri parolai dissertino ampollosamente in piú pagine [69]; a me basti di ridirvi per ora, che i guanti non mi servivano: e ci siamo l’uno e l’altra appoggiati con le braccia incrociate sul banco ch’era un po’ stretto, e tra noi due vi capiva appena l’involto che giaceva nel mezzo.

La bellissima grisette guardava or i guanti, or verso la finestra, poi guardava i guanti poi me. Io non mi sentiva di rompere quel silenzio; e seguendo l’esempio, guardai i guanti, poi la finestra, e i guanti e lei di volta in volta così.

M’avvidi ch’io scapitava di molto a ogni assalto. Aveva un occhio nero, vivo, dardeggiante fra due palpebre contornate di lunghi cigli di seta; penetrante sino a mirarmi nel cuore e ne’ lombi [70]: parrà incredibile; ma io propriamente me lo sentiva.

— Non fa caso — diss’io pigliando e riponendomi in tasca le due paia che mi trovai piú vicine.

Conobbi che la bellissima grisette non me le rincarò neppur d’una lira ed io bramava a ogni modo che mi chiedesse almeno una lira di piú, e mi stillava il cervello per trovar verso a rifare il contratto.

— E le par egli? mio caro signore — diss’ella vedendomi in pensiero e sbagliando — le pare, ch’io venissi a chiedere un soldo di piú? a un forestiere? a un forestiere che per civiltà, piú che per bisogno di guanti, mi onora e si fida di me? M’en croyez-vous capable?

— Dio me ne guardi! — risposi — ma sareste sempre la benvenuta.

Le contai dunque il danaro: e con un saluto piú rispettoso che per lo piú non s’usa ad una merciaia, me ne andai; e il fattorino col suo pacchetto mi venne appresso.

XXXV. – LA TRADUZIONE

PARIGI

Nel palchetto assegnatomi mi trovai solo con un discreto Francese, vecchio ufficiale, carattere che a me piace, sì perché onoro l’uomo il quale fa piú mansueti i propri costumi, professando un mestiero che rende tristissimi i tristi; sì perché ne conobbi uno… non lo rivedrò piú su la terra!… E perché non preserverò io una mia pagina dalla profanazione, scrivendovi il suo nome, e dicendo a tutti — ch’io parlo del capitano Tobia Shandy, dilettissimo a me fra le mie pecorelle e amicissimo mio; alla umanità del quale io, da tanto tempo ch’ei morì, non ripenso, che il pianto non mi sgorghi dagli occhi [71]. Per amor suo tutta la schiera de’ veterani è mia prediletta [72]. Scavalcai le due file de’ sedili di dietro, e mi posi accanto al vecchio ufficiale francese.

Ei leggeva un opuscoletto (forse il libro dell’opera) con un gran paio d’occhiali. Ma non sì tosto m’assisi, si levò gli occhiali, li ripose in una custodia di pelle e se li serbò in tasca col libro. Mi rizzai, e gli feci un inchino.

Traduci in qual piú vuoi lingua colta del mondo, significa:

«Vedi un povero forestiero che vien nel palchetto; e’ pare ch’egli non conosca veruno; e, quando pur soggiornasse sette anni in Parigi, non conoscerà probabilmente veruno, se tutti a’ quali ei s’accosta si terranno gli occhiali sul naso, così gli si chiuderebbe l’uscio della conversazione formalmente sul viso, trattandolo peggio assai d’un Tedesco.»

Né l’ufficiale francese avrebbe potuto dirmelo a voce piú chiaramente; e dov’ei me l’avesse detto, gli avrei tradotto il mio inchino in francese, rispondendogli: «Ch’io apprezzava la sua gentilezza, e gliene rendea mille grazie.»

Non so di verun segreto che piú agevoli il commercio sociale quanto l’impratichirsi di questa specie d’abbreviatura per tradurre in un batter d’occhio i vari cenni delle fattezze e delle membra, e tutte le loro pieghe e lineamenti tradurli in piane parole. Ed io mi ci sono tanto assuefatto che girando per Londra, vo quasi meccanicamente traducendo sempre lungo la via: e mi sono piú d’una volta soffermato dietro il cerchio di quelle persone tra le quali non si dicono tre parole [73], e donde riportai meco venti diversi dialoghi che avrei potuto scrivere a penna corrente, e giurarvi.

Me n’andava una sera a un concerto del Martini in Milano, e mentre io poneva il piè su la soglia di quella sala, la marchesina F*** uscivane in furia; e mi fu addosso che appena la vidi: balzo da un lato per darle il passo, e balza anch’essa, e dal medesimo lato; e le nostre teste si picchiano, s’ella non si scansa lestissima per uscire dall’altra parte: e la disgrazia mi caccia per l’appunto a ritôrle il passo da quella parte: saltiamo insieme, torniamo insieme e via così da farci ridere dietro; e le vidi in volto il rossore ch’io sentiva e non poteva piú tollerare in me stesso: e feci alla fine com’io doveva pur fare alla prima, non mi mossi; e la marchesina non trovò impedimento: ma io non trovava piú modo d’entrare, se innanzi non mi fermava ad accompagnarla per tutto il corridoio con gli occhi, e riparare almeno così alla mia colpa. Ed ella si guardò dietro, e riguardò; e se n’andava rasente il muro, come per dar luogo a taluno che saliva le scale. «Oibò» dissi «questa è traduzione plebea [74]: posso far ammenda migliore, e la marchesina può giustamente pretenderla, e però m’apre questo adito»: onde, raggiungendola la supplicai che mi perdonasse, e credesse ch’io non tendeva che a cederle il passo. — Ed io a lei — rispos’ella; e ci siamo ringraziati scambievolmente. Stava in cima alla scala; e, non vedendole intorno verun cicisbeo [75], la pregai che si degnasse della mia mano sino alla porta; e scendemmo fermandoci quasi ad ogni gradino a discorrere e del concerto, e del nostro sconcerto.

— Davvero, madama — le dissi dandole braccio a salire in carrozza — io feci sei sforzi perché ella potesse uscire.

— Ed io sei, perch’ella potesse entrare — disse ella.

— Se il ciel ispirasse a madama di far il settimo! — le diss’io.

— Con tutto il cuore — e mi fe’ luogo nella carrozza. Le formalità non prolungano la nostra cortissima vita; entrai senza piú; e m’accompagnò a casa sua, e quanto al concerto credo che Santa Cecilia [76] vi fosse, e ne saprà piú di me.

Dirò bensì che l’amicizia ch’io mi procacciai con questa traduzione fu a me piú cara di quante ebbi l’onore di contrarre in Italia [77].

XXXVI. – IL NANO

PARIGI [78]

Da un solo — e probabilmente il suo nome non si leggerà in questo capitolo — io avevo sino a quel giorno udito fare l’osservazione, e una volta da un solo: qual meraviglia dunque che io, non essendone preoccupato, ritraessi attonito gli occhi dalla platea? attonito dell’indefinibile scherzo della Natura nella creazione di tanta turba di nani. È vero che di tempo in tempo la Natura scherza in tutti i canti del globo; ma in Parigi le sue piacevolezze passano tutti i modi: e diresti che la giovialità della Dea va del pari con la sua sapienza.

E però, mentr’io sedeva all’Opéra—Comique, la mia fantasia uscì per le vie a misurare chiunque incontrava. Malinconica applicazione! e ben piú, se si vede una statura minima, con faccia olivastra, occhi vivaci, naso lungo, denti bianchi, guance sporgenti, e quando si pensa — ed ora scrivendolo non so darmene pace — a tanti tapini sbanditi per forza dall’accidente della lor naturale provincia e raminghi lungo i confini di straniera giurisdizione [79]. Due uomini e un nano! Una classe ha spalle gobbe e testa schiacciata; un’altra ha gambe bistorte; la terza, mentre cresceva, fu tra l’anno sesto ed il settimo sequestrata a quell’altezza di mano della Natura; la quarta, quantunque nell’esser suo sia proporzionata e perfetta, somiglia a’ pomaj di razza pigmea, poiché da’ primordi e dalla ossatura del loro individuo si scorge che non furono creati per ingrandire.

Il viaggiatore medico n’incolperebbe l’abuso delle fasce; l’ipocondriaco il difetto dell’aria; e il viaggiatore curioso, per convalidare il sistema, misurerebbe l’altezza delle case, l’angustia delle vie, e in quanti pochi piedi quadrati tanta bourgeoisie mangia e dorme insieme stivata nel sesto e nel settimo piano. Ma Mister Shandy seniore, il quale non diede mai soluzione conforme all’altrui, discorrendo a veglia di queste materie sosteneva, ed ora me ne ricordo, che i bambini possono, pari anche in ciò agli altri animali, crescere dal piú al meno a qual si voglia corporatura, purché si lascino venire al mondo a dovere: ma per loro malanno, diceva egli, i Parigini s’accavallano l’uno a ridosso dell’altro che, per dirla giusta, non trovano luogo da poter generare. «Che generare? Tu generi nulla, anzi» e rincalzava il ragionamento «peggio che nulla, se, dopo venti o venticinque anni di sollecite cure e d’alimenti sostanziosissimi, il corpo che tu hai generato m’arriva appena al ginocchio.» Mister Shandy, seniore [80], era piccolissimo, onde non si poteva dire di piú.

Siccome questo mio non è libro dottrinale, lascio la soluzione tal quale la trovo, e mi contento dell’osservazione, la quale si verifica in qualunque vicolo o via di Parigi. Passando per quella che dal Carrousel sbocca al Palais—Royal, mi venne veduto un fantolino impacciato dal rigagnolo che vi scorre nel mezzo, e gli diedi mano a saltarlo. Voltandolo a me a rimirarlo, m’accorsi che aveva quarant’anni. «Tant’è,» dissi meco «qualche buon’anima mi sarà parimente caritatevole quand’io forse n’avrò novanta.»

E sento un istinto che m’inchina alla misericordia verso questi mal arrivati aborti della mia specie, i quali non hanno gagliardìa né presenza da farsi largo nel mondo. Né potrei veder soverchiato veruno d’essi e non risentirmene. Ma non sì tosto m’assisi accanto al vecchio ufficiale, seguì sotto al nostro palchetto una scena che esercitò il mio naturale risentimento.

Havvi a capo dell’orchestra, tra l’orchestra e il primo ordine dei palchetti, una piazzetta riserbata, dove, quando il teatro è affollato, molte persone d’ogni grado vi si ricovrano, standosi ritti come nel parterre, e pagando come se sedessero nell’orchestra. Un povero animaletto inerme della classe pigmea fu, non so come, travolto in quel tristissimo asilo: era una sera d’estate; ed egli si stava attorniato d’animali due piedi e mezzo piú alti di lui, e indicibilmente, dovunque ei si volgesse, angustiato. Ma la sua maggiore tribolazione era il gran corpo d’un Tedesco da sei in sette piedi, il quale si frapponeva direttamente tra il nano e ogni possibilità di mandare un’occhiata alla scena e agli attori. Industriavasi il meschinello alla meglio per poter esplorare le cose alle quali egli sapeva d’esser presente, e mendicava qualche spiraglio tra il braccio e il torso di quel Tedesco, provandosi or da un lato or dall’altro: ma quel Tedesco s’era piantato tutto d’un pezzo nella positura la piú indiscreta che uno si possa ideare. Poteva bensì il nano idearsi di essere allora nel piú profondo pozzo della città: però allungò con creanza la mano sino alla manica del Tedesco, e gli disse la sua passione. Il Tedesco si volse, lo squadrò come un dì Golia con David, e si ripiantò inesorabile nella sua positura.

Io mi pigliava in quel punto una presa nella tabacchiera del mio buon frate. «Oh come il tuo mite e cortese spirito, caro il mio frate, sì temprato a patire e a compatire, oh come inchinerebbe affabilmente l’orecchio alla querela di questa povera creatura!»

E sì dicendo, levai gli occhi al cielo con tal commozione che il vecchio ufficiale francese si fece animo d’interrogarmi di che mai si trattava. L’informai in due parole, e mi dolsi di tanta inumanità.

Ma già il nano, ridotto agli estremi, avea ne’ primi impeti, che sono per lo piú irragionevoli, minacciato al Tedesco: — Ti mozzerò col mio temperino la tua lunga coda.

Il Tedesco lo guardò appena, e senza scomporsi gli disse: — Purché ci arriviate.

Chiunque, e sia chi si voglia, esacerba l’ingiustizia con lo scherno, si provoca addosso la congiura di tutte le persone di cuore [81]; ed io mi spiccava già dal palchetto per farla finita; ma il vecchio ufficiale francese la finì senza scandalo: si sporse in fuori col capo, diè d’occhio a una sentinella e nominò a dito il disordine, e la sentinella si fece strada. Né bisognavano informazioni; la cosa parlava: però, detto fatto, fe’ col moschetto ritrarre il Tedesco, pigliò il povero nano per una spalla, e glielo mise davanti.

— Egregiamente! — esclamai applaudendo con le mani.

— Eppure — disse il vecchio ufficiale — ciò in Inghilterra non sarebbe permesso.

— In Inghilterra, mio buon signore — risposi — sediamo agiatamente tutti.

E s’io mi fossi trovato allora meco in discordia [82], il vecchio ufficiale francese m’avrebbe rimesso d’accordo col dire, e disse in fatti:

C’est un bon mot. — E perché in Parigi un bon mot ha sempre il suo merito, egli m’esibì una presa di tabacco.

XXXVII. – LA ROSA

PARIGI

Or tocca a me domandare al vecchio ufficiale francese: — Di che si tratta?

Un grido: — Haussez les mains; monsieur l’abbé! — echeggiò da dodici varj canti della platea, e inintelligibile a me quanto al vecchio poc’anzi l’invocazione al mio frate.

— Sarà — mi diss’egli — qualche povero abbé il quale, incantucciato lassú nell’ultime gallerie a veder l’opera, e credendosi forse in salvo dietro l’ombra di due grisettes, fu adocchiato dal parterre, e si vuole a ogni patto ch’ei si stia durante la recita a mani alzate.

— Che! un ecclesiastico verrà egli in sospetto di borsajuolo? — diss’io — e borsajuolo d’una grisette? — Il vecchio sorrise e, bisbigliandomi nell’orecchio, mi aprì la cortina di certi arcani ch’io non aveva all’età mia penetrati.

— Dio mio! — diss’io smarrito di confusione — e può egli darsi che un popolo allattato di delicatissimi sentimenti sia poi così impuro e dissimile a sé! Quelle grossièreté!

Risposemi che con questo villano motteggio si cominciò a malignare il clero in teatro, da che Molière rappresentò il suo Tartuffo; il che andava oggimai, pari all’altre reliquie de’ gotici costumi, in disuso.

— Ciaschedun popolo — seguitò il vecchio, — ha le proprie raffinatezze e le proprie grossièretés, le quali or prevalgono or cedono alla lor volta: e in ciascheduno de’ tanti paesi ch’io corsi, notai sempre alcune delicatezze, che, al parer mio, mancavano a tutti gli altri: le pour et le contre se trouvent en chaque nation [83]: e il male e il bene si controbilanciano con equilibrio perpetuo; e chi potesse persuaderne i mortali, redimerebbe mezzo il genere umano da’ pregiudizi che l’attizzano contro l’altra metà; onde il frutto de’ viaggi per savoir vivre deriva appunto dal doversi accomodare a tante nature d’uomini e a varietà infinite d’usanze: così ci educhiamo alla vicendevole tolleranza; e la vicendevole tolleranza — conchiudeva egli, e mi fece un inchino — ci guida al vicendevole amore.

Il senno e il candore, che spiravano da ogni detto del vecchio ufficiale, facevano sì ch’io nell’udirlo mi compiacessi della favorevole idea che ebbi a bella prima del suo carattere; se non che, forse mentr’io mi credeva d’amar la persona, io pigliava in scambio l’oggetto; e amava il modo mio di pensare: e l’unica differenza era ch’ei lo esprimeva al doppio meglio di me.

Gran noja al certo sì pel cavaliere sì pel cavallo, se questo rizza l’orecchie e adombra a ogni oggetto non prima veduto! Io mi piglio poco o nulla, e men che ogni altro figliuolo d’Adamo, sì fatti fastidi: confesserò nondimeno lealmente che di molte cose ebbi scrupolo, e per molte parole mi feci rosso nel primo mese, le quali al secondo conobbi indifferentissime, e in tutto e per tutto innocenti.

Madame de Rambouillet, sei settimane da che la conobbi, si degnò di condurmi nella sua carrozza due leghe fuor di città. Non saprei dove trovar donna piú costumata di madame de Rambouillet, né bramerei di trovarne veruna che avesse animo piú illibato e piú virtuoso del suo. Nel ritorno, madame de Rambouillet mi richiese che tirassi il cordone. Le domandai che desiderasse?

Rien que de pisser — disse madame de Rambouillet.

Non ti dia noja, o viaggiatore dilicato, che madame de Rambouillet stia p……do. E voi, leggiadre ninfe misteriose, dileguatevi a sfogliare la vostra rosa e sparpagliatela sul vostro sentiero [84]. Così facea per l’appunto madame de Rambouillet: le diedi mano a uscir di carrozza; e s’io fossi stato sacerdote della pudica Castalia, non avrei di certo assistito alla sua fontana con decoro piú riverente [85].

XXXVIII. – LA «FILLE-DE-CHAMBRE» [86]

PARIGI

Il discorso del vecchio ufficiale sui viaggi mi ricondusse la mente alla lezione di Polonio al suo figliuolo su lo stesso soggetto [87]; e Polonio ad Amleto; e Amleto alle opere di Shakespeare: cosicché, nel tornarmi a casa, mi fermai al quai de Conti a comperarmene un’edizione.

Il librajo mi disse che non ne aveva. — Comment! — rispos’io, pigliandomi un tomo d’un’edizione schierata sul banco. Rispose che gli fu data da legare, e che anzi domattina la rimandava a Versailles al conte de B***.

— E il conte de B* * * legge Shakespeare? [88]

C’est un esprit fort — replicò il librajo — ed ama i libri inglesi, e quel che piú gli fa onore, ama anche gli inglesi, monsieur.

— E voi parlate così garbato — io soggiunsi — da obbligare un inglese a spendere un pajo di louis d’or alla vostra bottega.

Mi s’inchinò, e rispondeva…; ma una giovinetta pulita di forse vent’anni, e che al contegno e alle vesti pareva la fille-de-chambre d’una divota qualificata, entrò a chiedere Les égaremens du coeur et de l’esprit [89]. Il librajo le diede subito due volumetti; ed essa, slacciando una borsellina di raso verde ravvolta d’un nastro dello stesso colore, e mettendovi il pollice e l’indice, trasse il danaro e pagò. Io non aveva a che piú rimanermi nella bottega e m’avviai seco fuor della porta.

— E che c’entrano, o giovinetta — le dissi — i traviamenti del cuore con voi, con voi che appena sapete d’averlo? E se prima l’amore non te ne avverte, o un infido pastore non te lo faccia dolere, puoi tu accettarti che tu l’hai il cuore?

Dieu m’en garde! — disse la fanciulla.

— Ed hai ragione — le dissi — ché s’egli è buono, sarìa peccato a rubartelo; ed è il tuo tesoretto, e abbellisce l’aria del tuo volto piú che s’altri te lo adornasse di perle.

La giovinetta ascoltavami con attenta docilità, e teneva in quel mentre la sua borsellina di seta.

— La è pure piccina — diss’io, toccandola nel fondo. La fanciulla me la sporgeva. — E c’è pur poco qui dentro, mia cara; ma siate buona come siete bella, e il cielo ve la riempirà.

Io mi trovava in mano parecchi scudi da pagare l’edizione di Shakespeare; e poiché mi trovai in mano anche la borsellina, ve ne misi uno; e rannodando il nastro la resi alla fanciulla.

E la fanciulla corrispose con una riverenza piú modesta che umile, uno di que’ placidi atti di grazie accennati appena dalla persona, ma ne’ quali l’animo si piega riconoscente. Né so d’aver dato mai scudo ad una ragazza nemmeno con la metà del piacere d’allora.

— I miei consigli, mia cara — le dissi non vi varrebbero una spilla, s’io non gli accompagnassi di questo regaluccio: vedendolo, ve ne sovverrete; però, mia cara, non dissipatelo in nastri.

— Davvero, davvero, signore — risposemi affettuosamente la giovinetta — io non soglio fare così — e mi porgeva la mano, come s’usa ne’ lievi contratti d’onore, e mi ripeteva: — En verité, monsieur, je mettrai cet argent à part.

Un virtuoso patto tra uomo e donna santifica ogni loro solitario passeggio: e poiché la nostra strada ci conduceva tutti e due lungo il quai de Conti, noi, sebbene soprarrivasse la notte, ce n’andavamo senza scrupolo facendoci compagnia.

Ma, nell’avviarci, la fanciulla tornò a farmi una riverenza; e non si era dilungata meco venti passi dalla bottega, ch’essa, quasi non m’avesse debitamente ringraziato, si soffermò per ripetermi che mi ringraziava.

— È un tenue tributo — le dissi ch’io doveva offerire alla virtú; e non vorrei, per quanto v’è nel mondo, avervi pigliata in iscambio; ma io, o giovinetta, io ti ravviso l’innocenza sul volto, e tristo colui che ordisse un laccio a’ suoi passi.

La giovinetta a queste parole si lasciò vedere alquanto commossa; e a me parve d’udire un sospiro. Ma io non poteva arrogarmi di chiederne conto, né piú dissi parola sino al canto della rue de Nevers, ove dovevamo dividerci.

— Ma si va egli di qua, mia cara — le dissi, — all’hôtel de Modène? — Rispose, che sì; — benché — soggiunse ella — vi si vada anche per la rue Guénégaud, che è la via dopo questa.

— Adunque piglierò quella via — replicai — sì per mio piacere, sì per proteggervi quanto piú a lungo io potrò della mia compagnia. — La giovinetta sentì la mia cortesia.

— E vorrei — disse — che l’hôtel de Modène fosse nella rue des Saints— Pères.

— Ci state di casa? — diss’io. Risposemi, ch’era fille-de-chambre de madame de R***.

— Bontà divina! — esclamai — la dama appunto a cui reco una lettera d’Amiens.

— E credo — tornò a dir la fanciulla — che madame de R*** aspetti un forestiero, e le pare mill’anni.

Pregai dunque la giovinetta che presentasse a madama i miei complimenti, e le dicesse ch’io la ossequierei domattina senz’altro.

Così discorrendo e stando sempre sul canto della rue de Nevers, ci siamo fermati un altro pochino, tanto ch’ella disponesse un po’ meglio i suoi Égaremens du coeur ecc. che le impedivano le mani: mi presi il primo tomo fino a che ella si riponesse in tasca il secondo; poi mi sporgeva aperta la tasca, ed io vi feci star l’altro.

Ed è pur dolce il sentire con che finissime trame gli affetti nostri si vanno vicendevolmente tessendo!

Ripigliando il cammino, la fanciulla dopo tre passi s’appoggiò col suo braccio sul mio, ed io stava già per offerirglielo; ma se lo prese da sé; e con semplicissima spontaneità, come se non potesse entrarle in capo ch’essa non m’aveva mai sino allora veduto.

Quanto a me, fui vinto ad un tratto di tal sentimento di consanguinità, che mi fu forza di volgermi a considerarla in viso se mai vi raffigurassi alcun’aria di famiglia. «Poh!» dissi «e non siamo noi tutti parenti?»

Giunti al canto di rue Guénégaud ristetti per dirle addio davvero: la giovinetta volea pur ringraziarmi della compagnia e del favore, e disse addio, e ridisse addio, e le ridissi addio: e il congedo fu sì cordiale che altrove io l’avrei suggellato d’un bacio di carità, caldo e santo come quel d’un apostolo [90].

Ma in Parigi i baci non si costumano che tra uomini [91]: però le diedi l’equivalente, augurandole la benedizione di Dio.

XXXIX. – IL PASSAPORTO

PARIGI

Quando giunsi all’hôtel, La Fleur mi avvisò che il lieutenant de police aveva inchiesto di me.

— Qui c’entra il diavolo! — dissi, ed io sapeva il perché: ed è tempo che lo sappiano anche i lettori. Non già ch’io nel ragguagliarli per filo di tutti i miei casi, fossi smemorato in ciò solo; ma parvemi bene di trasandarlo, perché, se l’avessi detto allora, i lettori se ne sarebbero ora forse dimenticati: e ora propriamente fa al caso.

Uscii così in furia di Londra, ch’io, non che ricordarmi né punto né poco che s’era in guerra col re di Francia, io anzi già da Douvre osservava col canocchiale le alture dietro Bologna-a-mare, né mi s’affacciava per anche l’idea ch’io guardava in terra nemica, né l’idea successiva, cioè, che senza passaporto non vi si andava. Ch’io giunga a capo d’una strada e ch’io non mi torni piú savio; quest’è la piú trista maledizione che mi possa mai cogliere. E come poteva io rassegnarmi a tornarmene addietro, io che per istruirmi aveva fatto allora, sto per dire, l’estremo del mio potere? Udendo dunque che il conte de*** aveva noleggiato il navicello, me gli raccomandai che m’aggiungesse alla sua comitiva; né io gli era affatto ignoto. Mosse alcuni dubbj; ma non mi disse di no; bensì che egli non poteva prolungare al di là di Calais il piacere che aveva di servirmi, perché doveva tornarsi a Parigi per la strada di Brusselle; ma che, passato Calais, arriverei senza altra opposizione a Parigi, dove nondimeno io doveva farmi degli amici e provvedere a’ miei casi.

— Purch’io tocchi Parigi, monsieur le comte — gli diss’io — e andrà bene ogni cosa. — M’imbarcai, né ci pensai piú.

Ma quando La Fleur mi parlò dell’inchieste del lieutenant de police, l’udirlo e il risovvenirmene fu tutt’uno. Taceva appena La Fleur, e mi vedo in camera l’albergatore con la stessa notizia, e con l’appendice che si domandava segnatamente il mio passaporto.

— E spero — conchiuse l’albergatore — che il signore l’avrà.

— Io? no davvero — risposi.

A questa dichiarazione il maître dell’hôtel si ritrasse da me, come da persona infetta, tre passi; e La Fleur, poveretto, mi s’accostò tre passi con la mossa d’un’anima buona che vuol accorrere al pericolo d’un disgraziato: d’allora in poi il mio cuore fu tutto suo: questo unico tratto mi svelò schiettamente la sua natura, e conobbi ch’io poteva fidarmene a occhi chiusi piú che se m’avesse fedelmente servito sette anni [92].

Monseigneur! — gridò l’oste, ma si ripigliò e mutò stile — se monsieur non ha passaporto, apparemment avrà amici in Parigi, i quali glielo potranno impetrare.

— No, ch’io mi sappia — e risposi come chi non se ne cura.

— Dunque certes — mi replicò — voi sarete albergato nella Bastille o nel Châtelet, au moins.

— Baje! — io gli dissi — il re di Francia è una creatura d’ottimo cuore, e non vorrà far male ad anima nata.

Cela n’empêche pas — mi diss’egli — non v’è da dire; domattina sarete messo nella Bastille.

— Ma io qui pago la pigione per tutt’un mese — gli rispos’io — e non v’è re di Francia nell’universo che mi faccia lasciare innanzi tempo il mio alloggio. — La Fleur mi bisbigliò all’orecchio che nessuno poteva dirla col re di Francia.

Pardi! — disse l’oste — ces messieurs anglois sont des gens très extraordinaires! — Ciò detto e giurato, andò via.

XL. – IL PASSAPORTO

L’HÔTEL IN PARIGI

Ma non mi dava il cuore di martoriare l’anima di La Fleur; e però, anziché mostrarmi affannato del mio pericolo, me lo pigliai con disinvoltura: e, per fargli vedere che non mi dava gran che da pensare, tagliai il discorso; e mentr’ei servivami a cena, io piú piacevolmente del solito chiacchierava e di Parigi e dell’Opéra—Comique. La Fleur v’era stato egli pure, e m’avea tenuto dietro sino alla bottega del librajo: ma vedendomi uscire con la giovine fille—de—chambre, e andarcene di compagnia lungo il quai de Conti, gli parve che non importasse di scortarmi un passo piú in là; e, ruminando certe sue riflessioni, prese la scorciatoja e giunse all’hôtel in tempo da risapere, innanzi ch’io v’arrivassi, la faccenda della police.

Appena quella onesta creatura ebbe sparecchiato, e discese a cenare, io mi posi a consigliarmi da senno intorno a’ miei casi.

Or ti vedo, Eugenio; e tu ghigni, e ripensi al mio breve dialogo teco, quand’io stava lì per partire, e mi giova di riferirlo.

Eugenio, sapendo ch’io non soglio gran fatto patire di strabondanza di danaro e di giudizio, mi chiamò in disparte perch’io lo informassi di che somma mi fossi fornito. Gliel dissi appuntino. Crollò il capo:

— Non basta — mi rispos’egli — e si trasse la borsa per votarla dentro la mia.

— N’ho abbastanza in coscienza, Eugenio — diss’io.

— Credetemi, Yorick, sono pratico della Francia e dell’Italia assai piú di voi — tornò a dire Eugenio — non basta.

— Ma voi non considerate, Eugenio — risposi ringraziandolo dell’esibizione — che non mi starò tre giorni in Parigi, e che non m’ingegni di dire o di fare tra bene e male in guisa che io mi trovi custodito nella Bastille, dove almen per due mesi il re di Francia mi farà tutte le spese?

— Scusatemi — disse Eugenio tra’ denti — infatti io non aveva posto mente a questo sussidio.

Il caso, ch’io aveva invitato da burla, picchiò al mio uscio davvero.

Or fu egli forse pazzia? spensieratezza? filosofia? pervicacia? che fu egli mai, per cui, quando La Fleur mi lasciò solo co’ miei pensieri, non v’era verso che potessi darmi ad intendere ch’io non doveva pensare come io aveva parlato ad Eugenio?

– E quanto alla Bastiglia! il terrore sta nel vocabolo. Datti anche per disperato – diss’io – la Bastiglia non è se non un vocabolo invece di torre: e torre, un altro invece di casa, donde non hai forza d’uscire. Miserere de’ podagrosi! ci sono due volte l’anno; ma, con nove lire al giorno, carta, penna, calamaio e pazienza, tu puoi ben anche a uscio chiuso passartela ragionevolmente, non foss’altro, per un mese, un mese e mezzo; dopo di che, se tu se’ un uomo dabbene, l’innocenza trionfa; e se entrasti buono e savio, n’esci migliore e savissimo.

Fatti ch’ebbi questi conti, m’occorse di andare (né mi ricordo perché) nel cortile; so bensì ch’io scendeva per quella scala gloriandomi del vigore del mio raziocinio. «Pèra il tetro pennello» diceva io baldanzoso «s’abbia chi vuole, ch’io non l’invidio, l’abilità di dipingere i guai della vita con sì orribile e lugubre colorito: lo spirito si lascia sbigottire dalle cose ch’ei funesta e magnifica da per sé; riducale alla tinta e alla forma lor naturale, e le guarderà appena. È vero!» diss’io moderando la proposizione «la Bastille non è disgrazia da riderne; ma tranne quelle sue torri, appiana il fosso, togli le spranghe alle porte, chiamala solamente una clausura e poni che tu se’ prigione, non della tirannide, ma d’un’infermità, la disgrazia si dimezza, e tu tolleri in pace l’altra metà.»

Fui nel fervore del soliloquio interrotto da una voce che mi parve rammarichìo di bambino, e dolevasi: «Che non poteva uscir fuori». Guardai lungo l’andito: non vidi né uomo, né donna, né bambino; e non ci pensai piú che tanto.

Ritornando per l’andito, intesi dire e ridire le stesse parole, e alzando gli occhi vidi uno stornello in una gabbietta ivi appesa: «I can’t get out, I can’t get out» dicea lo stornello: «Non posso uscire, non posso uscire».

E stetti a mirarlo; e verso chiunque andava e veniva, quel tapinello dibattendo l’ali accorreva, e tuttavia lamentando con le stesse parole la sua schiavitú: «I can’t get out» dicea lo stornello.

— Dio ti accompagni! — esclamai — perch’io ti farò uscire, e costi che può.

Andai attorno la gabbia a trovar lo sportello, ma era tortigliato e ritortigliato a tanti doppj di fil di ferro che bisognava, ad aprirlo, mandare in pezzi la gabbia, e mi sono provato a due mani.

L’uccello svolazzò dove io m’industriava di liberarlo; sporgeva il capo tra que’ ferretti e premevali come per impazienza col petto.

— Temo, povera creatura — gli dissi — ch’io non potrò darti la tua libertà!

— No — dicea lo stornello — I can’t get out, I can’t get out — dicea lo stornello.

Giuro che gli affetti miei non furon piú teneramente svegliati mai; né mai, né in veruno di quanti accidenti io mi ricordi nella mia vita, gli spiriti traviati che abusavano della mia ragione rientrarono con pentimento sì volontario in se stessi. Per quanto quelle note fossero materiali, risuonava in esse a ogni modo tal accento di natura e di verità, che in un batter d’occhio disperse tutti i miei sistematici sillogismi su la Bastiglia. Io risaliva quasi a stento le scale, e fermandomi, per disdirmi d’ogni parola da me proferita scendendole.

– Tu puoi condirti a tua posta, o indolente servaggio! – io diceva – tu sei pur sempre un calice amaro e, sebbene i mortali nascano di generazione in generazione a migliaia per tracannarti, tu non per tanto non sei men amaro. Te! te, o tre volte dolce e graziosa Dea! Te, o Libertà! invocano tutti con solenni e con domestiche supplicazioni. Te, che hai sapore gradito, e l’avrai finché Natura non rinneghi se stessa; né orpello mai di parole potrà contaminare il tuo candido manto; né forza d’alchimia tramuterà in ferro il tuo scettro. Teco, e se tu gli sorridi, mentr’ei mangia il suo pane, il pastore è piú beato del suo monarca, dalla corte del quale tu se’ sbandita. Dio misericordioso!» esclamai inginocchiandomi sul penultimo gradino salendo «Dispensatore dell’universo! concedimi solamente la sanità e lasciami per unica mia compagna quest’amabile Dea! piovano poi le tue mitre, se così parrà bene alla tua divina provvidenza, su quelle teste che si curvano di languore aspettandole.

XLI. – IL CARCERATO

PARIGI

L’uccello in gabbia mi perseguitava nella mia camera. M’assisi presso al tavolino; e sostenendomi il capo con una mano, mi posi a rappresentarmi le miserie della prigione. L’anima contristata lasciò libero campo alla fantasia.

E principiai da tanti milioni di creature tutte mio prossimo, e tutte nate con l’unico patrimonio della schiavitú. Ma, per quanto il quadro fosse compassionevole, m’avvidi ch’io non poteva ravvicinarmelo, e che sarei sopraffatto e distratto dalla folla di que’ tristissimi gruppi.

Mi tolsi un prigione solo; e serrato ch’io l’ebbi dentro il suo carcere, m’apparecchiai a farne il ritratto, osservandolo dal pertugio della sua porta inferrata.

Vidi il suo corpo macerato dall’aspettar lungo e dalla prigionia; ed io sentii quella malattia di cuore che nasce dalla speranza protratta. E accostandomi con la pupilla piú attenta, lo vidi macilente e febbricitante; da piú di trent’anni l’aure occidentale non rinfrescò mai le sue vene; non aveva veduto né sole né luna da piú di trent’anni; non voce d’amico, non di congiunto risuonò mai fra quelle ferriate; i suoi figli…

Qui il mio cuore grondò sangue; e ritrassi gli occhi gemendo all’altra parte del quadro.

Sedeva per terra nel fondo della sua carcere sopra un fascio di paglia, che gli era or letto ed or sedia: a capo al letto giaceva un piccolo calendario di stecchi intagliati, tutti degli amari giorni e delle amare notti perdute nella solitudine delle catene; e aveva tra le mani uno stecco, e con un chiodo ruggine v’intagliava un altro giorno di lacrime da aggiungervi al cumulo. Io gli ombrava quel po’ di barlume che gli giungeva ond’ei girò l’occhio nudo di speranza alla porta, poi l’abbassò; crollò il capo, e continuò il suo lavoro d’afflizione. Si voltò col capo a riporre nella serie il suo stecco, ed io udii stridergli le catene tra’ piedi; sospirò dalle viscere; vidi il ferro piantarglisi nell’anima; le lacrime m’inondavano gli occhi, né io poteva piú ormai sostenere l’immagine del carcerato dipinta dalla mia fantasia. Mi scossi dalla sedia; chiamai La Fleur.

— Fammi allestire una remise [93] — gli diss’io — e ch’io l’abbia alla porta dell’hôtel per le nove di domattina. Me ne andrò a dirittura a monsieur le duc de Choiseul.

La Fleur voleva mettermi a letto: io non voleva che quell’onesto ragazzo guardandomi piú da vicino, si procacciasse un crepacuore: gli dissi che mi sarei coricato da me, e lo mandai a dormire.

XLII. – LO STORNELLO

STRADA DI VERSAILLES

Entrai all’ora decretata nella remise: La Fleur salì dietro; e ordinai al cocchiere che s’affrettasse a Versailles.

Siccome per quella strada non trovai nulla, o piú veramente nulla di quanto cerco viaggiando, non saprei di che riempire le carte di questa data del mio itinerario, se non se forse con la storia di quel medesimo uccello che diede materia al capitolo precedente.

Mentre l’honourable mister*** aspettava il vento a Douvre, un giovinotto suo palafreniere colse su quelle rocce lo stornello che non sapeva ancor ben volare; però non ebbe cuore di ucciderlo, e se lo recò in seno nel navicello; e nutrendolo e proteggendolo, non passò il terzo giorno che il garzonetto pose amore all’uccello e lo condusse a salvamento sino a Parigi.

E diede una lira per una gabbietta; e non avendo che fare di meglio, il garzonetto, ne’ cinque mesi che il suo signore dimorò in Parigi, andava insegnando nella sua lingua materna all’uccello le quattro parole (e non piú) alle quali io mi chiamo debitore di tanto.

Quando il signore partì per l’Italia, il garzonetto lasciò lo stornello all’albergatore. Ma la sua canzonetta di libertà era in lingua mal nota [94] a Parigi; però l’uccello non fece avanzi, o pochissimi, Così che La Fleur con una bottiglia ai Borgogna comperò per me l’uccello e la gabbia.

Ripatriando io dall’Italia, lo condussi meco al paese nella cui lingua esso avea imparate quelle sue note; e raccontando i suoi casi a Lord A, Lord A mel richiese; e dopo una settimana Lord A lo diede a Lord B; Lord B ne fe’ dono a Lord C, e il cameriere di Lord C lo rassegnò a Lord D per uno scellino; Lord D lo regalò a Lord E, e via così — e così andò in giro per mezzo l’abbiccì. Dalla camera alta passò alla bassa, e fu ospite di parecchi parlamentari de’ Comuni. Ma siccome tutti avevano bisogno di entrare, e il mio uccello aveva bisogno d’uscire [95], così fece anche in Londra gli avanzi ch’egli aveva fatto in Parigi, o poco piú.

Non può darsi che molti de’ miei lettori non n’abbiano udito parlare; e, se taluno l’avesse per sorte veduto mai, non gli rincresca ch’io lo informi, che quell’uccello era l’uccello mio o qualche meschina copia fatta per rappresentarmelo.

Non ho altro da dire, se non che da indi in qua ho adottato quel gramo uccello, e l’ho posto per cimiero al mio stemma. Vedetelo.

 

— E gli ufficiali araldisti gli torcano il collo; se pur si attentano[96].

XLIII. – IL MEMORIALE

VERSAILLES

Non vorrei che l’occhio del nemico mi spiasse nella mia mente quand’io mi muovo a chiedere l’altrui patrocinio: ed ecco perché le piú volte m’ingegno di patrocinarmi da me. Se non che questo mio ricorso a monsieur le duc de Choiseul era un atto di compulsione; se fosse stato un atto d’elezione, mi sarei, credo, portato al pari di chicchessia.

O quanti bassi modelli di laide suppliche andò lungo la via disegnando il servile mio cuore! Per ciascheduna di quelle servilità io mi meritava la Bastiglia davvero.

Adunque, quando fui in vista di Versailles, rimanevami l’unico ripiego di rappezzare parole e sentenze e d’ideare attitudini e toni che mi conciliassero la buona grazia del signor duca.

– Or sì va bene –, diss’io. – Oh sì davvero! – E mi ripigliai: – bene! – come l’abito che un presuntuoso sartore gli presentasse senza prima averlo attillato al suo dosso. – Balordo! vedi in prima in viso monsieur le duc; esplora i caratteri che vi sono scolpiti; nota in che positura t’ascolta; considera l’abitudine del suo corpo e delle sue membra; e, quanto al tono, il primo suono che gli esce di bocca te lo darà: ricava da tutto ciò un memoriale improvviso, ne potrà dispiacergli; anzi è verosimile ch’ei l’assapori, poiché gl’ingredienti saranno suoi. –

– Eppure! vorrei esserne fuori, – diss’io. – E torna, codardo! codardo! quasi che in tutto il cerchio del globo il mortale non fosse eguale al mortale? E s’egli è eguale nel campo, perché non anche a tu per tu in una stanza? Credimi, Yorick: chi si tiene dappoco è traditore di se stesso: la natura è avara alle volte d’alcuna difesa all’uomo; ma l’uomo butta via le altre dieci ch’essa gli ha dato. Presentati al duca con la Bastiglia sul viso: ci giuoco la vita che tu in mezz’ora sei rimandato a Parigi, e scortato. –

– Credo – risposi, – me n’andrò dunque, giuro a Dio! con tanta ilarità e disinvoltura che nulla piú.»

– E qui pure tu sbagli – replicai tosto. – Yorick, un’anima in calma non corre agli estremi: sta equabile nel suo centro.–

– Egregiamente! – esclamai. E in quella il cocchiere dava la volta verso la porta; e tanto ch’egli girò nel cortile e si fermò su la soglia, mi trovai sì ben convertito dalla mia predica, ch’io saliva le scale, né come la vittima della giustizia che va su l’ultimo gradino a morire, né in un paio di salti, come quand’io volo, o Elisa, a te per rivivere.

Presentandomi all’anticamera mi si fe’ incontro un tale, forse il maître-d’hôtel; ma l’avresti creduto piuttosto uno de’ vice-segretari; e mi disse che monseigneur era affaccendato.

— Ignoro al tutto — diss’io — con quali formalità s’ottenga udienza; sono mal pratico, e forestiero; e il peggio, nelle congiunture d’oggi, si è ch’io sono Inglese.

— Ciò non fa caso — mi rispos’egli. Me gli inchinai appena, soggiungendo ch’io aveva da parlare d’importanza a monsieur le duc. Il segretario gittò l’occhio verso le scale, quasi volesse lasciarmi, e riferire l’ambasciata.

— Ma io non v’ingannerò — gli soggiunsi — ciò che ho da dire non può importare a monsieur le duc; bensì assaissimo a me.

C’est une autre affaire — mi diss’egli.

— Anzi no, per un galantuomo — diss’io — ma piacciavi, mio buon signore, di dirmi quando potrà egli un forestiero sperare accesso? — Osservò il suo oriuolo e rispose:

— Tra un paio d’ore; non prima.

La quantità delle carrozze nel cortile si conguagliava a quel calcolo; né mi dava lusinga di piú breve aspettativa. E s’io mi metteva a passeggiare per lungo e per largo, senza un’anima in quella sala con cui barattar tre parole, io per allora sarei stato a un di presso nella Bastille. E tornai tosto alla mia carrozza, dicendo al cocchiere che mi conducesse al Cordon bleu, ch’era il. prossimo albergo. Ma per forza di fatalità, com’io credo, arrivo di rado al luogo per cui m’incammino [97].

XLIV. «LE PÂTISSIER»

VERSAILLES

Né fui a mezza via che mutai strada, e pensai – potrei pure, poiché ci sono, dare una scorsa a Versailles –. E, tirando il cordone, dissi al cocchiere che andasse attorno per le vie principali, da che mi pareva che la città non fosse assai grande. Il cocchiere mi domandò scusa se per mio lume diceva che anzi la città era magnifica, e che molti de’ primi duchi, marchesi e conti v’avevano des hôtels. Il conte de B***, del quale la sera innanzi il librajo m’aveva sì favorevolmente parlato, mi venne subito in mente.

«E perché non andremo» mi disse il cuore «dal conte de B***, che ha in tanto concetto i libri inglesi e gl’Inglesi? gli dirò il caso mio.» Così mutai strada due volte; anzi tre: perch’io m’era obbligato per quel giorno con madame de R***, rue des Saints-Pères; e le aveva fatto divotamente significare dalla sua fille-de-chambre ch’io la visiterei domattina senz’altro: ma le circostanze mi governano, né io so governarle. Vidi frattanto a capo della via un uomo ritto davanti a un canestro, che vendeva non so che; e vi mandai La Fleur acciocché s’informasse dell’hôtel del conte de B***.

La Fleur tornò mezzo smorto dicendo che il venditore de’ pâtés era un chevalier de Saint-Louis:

— Ti pare! La Fleur! — Né La Fleur sapeva indovinare il fenomeno.

— Ma non v’è da dire: l’ho veduto io, e la croce è legata in oro — diceva La Fleur — ed appesa con la fettuccia rossa all’occhiello: ho guardato nel canestro, e ci sono i pasticcetti; e chi li vende è quel chevalier: non isbaglio.

Tanto rovescio nella vita d’un uomo eccita nell’altr’uomo un istinto ben diverso dalla curiosità; e mi fu forza di considerarlo per un pezzo dalla carrozza: ed esso e la croce e il canestro s’imbrogliavano sempre piú nel cervello: smonto, e me gli accosto.

Era cinto d’un politissimo grembiule di tela che gli cascava oltre il ginocchio; il pettorino del grembiule gli arrivava a mezzo il petto; e dalla cima del pettorino, a un po’ sotto l’orlo, pendeva la croce. Il canestro e i pasticcetti erano coperti d’un tovagliolo bianchissimo damascato, e un altro consimile era disteso nel fondo; e vedevi tal apparato di propreté e di nitidezza, che tu potevi comperare de’ suoi pâtés tanto per appetito quanto per sentimento. Né gli esibiva a veruno, ma stava sempre sul canto d’un hôtel davanti al canestro; e chi n’avea voglia ne comperasse.

Aveva da quarantott’anni: d’aspetto posato, e che teneva del grave. Io, senza mostrarmene meravigliato, m’accostai piú al canestro che a lui; e sollevando quel tovagliuolo mi presi un pâté, e pregai che non gli dispiacesse di spiegarmi il fenomeno che mi percuoteva.

Mi narrò in poco come, avendo egli consunta la migliore età militando, e spesovi il tenue suo patrimonio, aveva finalmente conseguito una compagnia e la croce: se non che il reggimento, dopo l’ultima pace, fu riformato, e gli ufficiali sì del suo sì d’altri reggimenti rimasero destituti d’ogni sussidio. — Così — diceva egli — mi sono in un punto trovato ne’ labirinti del mondo, senza un amico, senza uno scudo; anzi a dir giusto (e toccò la sua croce) unicamente con questa. — Il povero cavaliere s’era conciliata da prima la mia pietà, ma, mentre finiva il racconto, io principiava a stimarlo.

E continuò:

— Il re è generosissimo fra tutti i prìncipi, ma la sua generosità non può dar soccorso e premio a tutti quanti, ed io non sono così sfortunato se non perché mi trovo confuso tra i piú. Ho una moglie che si dilettava di pâtisserie; e se ora per me e per la donna ch’io amo, lotto con quest’unico mezzo contro la miseria, non però mi credo disonorato, finché la Provvidenza non m’apra strada migliore.

Or se dissimulassi la ventura che nove mesi dopo consolò il povero cavaliere, defrauderei d’un piacere le anime buone; e questa sì che la saria cattiveria.

Pare ch’ei facesse per lo piú residenza presso a’ cancelli di ferro che menano al palazzo del re; e poiché la sua croce dava nell’occhio, molti gli movevano, siccome io feci, la stessa domanda. Ed esso li compiaceva, raccontando la sua disavventura; e con tanta sincerità e discrezione che pur una volta arrivò all’orecchio del re; il quale, udendo anche che il cavaliere era valoroso soldato e tenuto da tutto il suo reggimento per un uomo onorato e dabbene, lo dispensò da quel povero traffico con l’annua pensione di lire mille cinquecento.

Ho scritto questo fatto per amor del lettore: abbia dunque pazienza ch’io ne scriva un altro?, come episodio, anche per amor mio; e i due avvenimenti si riflettono tanto lume scambievolmente, che chi li separasse farebbe peccato.

XLV. – LA SPADA

RENNES

Poiché gl’imperi ed i popoli a certi periodi declinano, e anch’essi imparano alla lor volta che cosa sia l’infortunio e la povertà, io non mi starò a dire le cause che fecero gradatamente scadere in Bretagna la casa d’E***.

Aveva il marchese d’E*** virilmente tentato di sprigionarsi dall’angustia a cui l’aveva condannato la sorte, da ch’egli desiderava di serbare viva e lucida alcuna scintilla dell’avito splendor della sua casa: ma l’indiscreta prodigalità de’ suoi maggiori gli avea preclusa ogni via. Rimanevagli tanto da contentare i discreti bisogni della oscurità; ma aveva due figli ch’ei credeva degni di luce, ed essi volgevano gli occhi in lui solo, Provò la sua spada, né gli sgombrò il passo, perché a salire bisognava anche un altro mezzo a cui la sola economia non poteva supplire: unico espediente gli parve la mercatura.

In tutt’altra provincia di Francia egli avrebbe così inaridita per sempre la radice dell’arbuscello che il suo orgoglio e il paterno suo cuore volevano veder rifiorito; ma in Bretagna le leggi vi provvedevano; ed egli se ne giovò. E gli fu a que’ giorni opportuna la convocazione degli Stati a Rennes. Però, accompagnato dai suoi due figlioletti, entrò nell’assemblea e perorò pe’ diritti d’una legge antichissima del ducato, raramente, diceva egli, allegata; ma non però men valida: e si tolse di fianco la spada.

— Eccola — diss’egli — accoglietela, e siatene religiosi custodi fino a che tempi migliori mi concedano di redimerla.

La spada fu raccolta dal presidente: il marchese rimase alquanti minuti a vederla depositare negli archivi, ed uscì.

Al dì seguente egli e la sua famiglia navigarono alla Martinica, donde (dopo diciannove o venti anni di prospera industria data a’ negozi, e per alcune eredità inaspettate da’ rami distanti del suo casato) ripatriò a ripetere la sua nobiltà e sostenerla.

Fu mia ventura — né la fortuna è in ciò liberale a verun viaggiatore, tranne al sentimentale — ch’io mi trovassi a Rennes appunto nel giorno di questa ridomanda solenne: solenne certamente per me.

Il marchese con tutta la sua famiglia si presentò all’assemblea. Esso dava mano alla sua dama; e il primogenito alla sorella; il figlio minore veniva a capo della fila accanto a sua madre: il marchese si ripassò due volte il fazzoletto sul viso.

Era universale silenzio. Sei passi innanzi di giungere al tribunale, il padre cedendo la marchesa al figlio minore, e avanzandosi tre passi egli solo, ridomandò la sua spada. E gli fu restituita. Né prima la riebbe, che la sfoderò quasi tutta, e quella era per lui la splendida faccia di un amico mal suo grado abbandonato; e la considerava attentissimo dall’elsa in giú come per raffigurarla: quando, accorgendosi d’un po’ di ruggine verso la punta, se l’appressò all’occhio e vi chinò il capo, e parvemi che lasciasse gocciare sovr’essa una lacrima: anzi, da ciò che seguì, ne son certo.

— Troverò — disse — alcun’altra via a srugginirla.

E ricalcò la spada nel fodero. S’inchinò a’ depositarj; e accompagnato dalla moglie, dalla figlia e da’ due figli, s’accomiatò.

Ah! avrei pure voluto essere io nel suo cuore!

XLVI. – IL PASSAPORTO

VERSAILLES

Non trovai difficile l’adito a monsieur le comte de B***. Aveva su lo scrittojo l’edizione di Shakespeare, e l’andava scartabellando. Nel farmi innanzi, mandai l’occhio a que’ libri perch’egli scorgesse che non m’erano incogniti, e dissi ch’io mi presentava senza introduttore, sapendo che avrei trovato in quell’appartamento un amico, e confidando ch’egli m’avrebbe introdotto. Eccolo (e additai l’edizione) il mio concittadino, il grande Guglielmo Shakespeare:

Et ayez la bonté — continuai invocando l’ombra sua — mon cher ami, de me faire cet honneur—là!

Sorrise il conte a sì bizzarro cerimoniale; e, vedendo ch’io aveva del pallido e dell’infermiccio, m’indusse a pigliarmi una sedia d’appoggio; e mi v’adagiai; e affinché le congetture su la mia visita irregolare non gl’imbrogliassero il capo gli ridissi schiettissimamente, i discorsi col librajo, che mi diedero animo a ricorrere a monsieur le comte, anziché ad altr’uomo in Francia, per esporgli certo affaruccio che m’inquietava.

— E che è mai? — disse il conte — me lo faccia sapere.

Gli narrai dunque né piú né meno tutto quello che il lettore già sa.

— E il mio albergatore — continuai — si ostina, monsieur le comte, ch’io sarò alloggiato nella Bastille. Non già ch’io ne tema; perché nell’abbandonarmi nelle braccia del meglio educato tra i popoli, io era conscio della mia lealtà, e ch’io non veniva a spiare la nudità della terra [98]; e non m’è quasi venuto in mente ch’io mi trovava senza difesa; né si condice al valore francese, monsieur le comte, d’esercitarsi contro gl’invalidi.

A queste parole le guance del conte s’animavano di rossore.

Ne craignez rien: la non tema — m’andava egli dicendo.

— No certamente — risposi — e poi — soggiunsi scherzando — son corso da Londra a Parigi ridendo sempre; né stimo monsieur le duc de Choiseul per sì nemico dell’ilarità ch’ei voglia ch’io per mio premio rifaccia la strada piangendo. Anzi, affinché non glie ne venga la voglia, ricorro a lei, monsieur le comte — e me gl’inchinai ossequiosamente.

Se il conte non m’ascoltava con quella amorevolezza, e soltanto m’interrompeva: — C’est bien dit, c’est bien dit — io senz’altro rimanevami a mezzo. Parvemi che la perorazione bastasse; e mi proposi di non ne dir altro.

Il conte avviava il discorso: si chiacchierò del piú e del meno: di libri, di politica, d’uomini; finalmente di donne.

— Dio le benedica — diss’io, poiché se n’ebbe alquanto parlato. — Dio le benedica tutte quante! la madre Eva non ha per certo verun nipote che mi pareggi in amarle: per quanti peccatucci io vada in esse scorgendo, per quante satire io ne legga, tanto e tanto io le amo; anzi ho per fermo che l’uomo il quale non abbia una specie di dilezione per tutte, non sia capace di amarne debitamente una sola.

Eh bien! monsieur l’Anglois! — mi diss’egli festevolmente — ella non viene a spiare la nudità della nostra terra, e gliel credo; né encore, direi forse, la nudità delle nostre donne; ma la mi passi una congettura: se, par hasard, le cadesse per la via sotto gli occhi sì fatta vista, non le rincrescerebbe, credo.

Ho in me non so che, che ripugna ad ogni minima insinuazione immodesta: e spesso nella piacevolezza della chiacchiera mi sono provato di vincermi; ma, sebbene dopo incredibili sforzi io abbia in un crocchio di dodici donne lasciato correre un centinajo di barzellette, non avrei ad ogni modo potuto avventurarne una sola, nemmeno la piú innocente, con una donna a quattr’occhi, quand’anche dovesse aprirmisi il paradiso.

— La mi perdoni, monsieur le comte — gli diss’io. — Quanto alla nudità della terra, se gli occhi miei la vedessero, si poserebbero lacrimosi sovr’essa; ma quanto alla nudità delle donne — e la fantasia mi fe’ tosto arrossire — io sono tanto evangelico, e la carità del prossimo mi muove per tutto quello ch’esse hanno di debole, ch’io la coprirei d’un drappo, se trovassi modo a gittarlelo addosso[99]. Bramo bensì di spiare la nudità de’ loro cuori, e a traverso i varj travisamenti de’ costumi, de’ climi e delle religioni, discernere ciò che hanno di meglio per modellarvi anche il mio: ed eccole perché venni.

Non ho dunque, monsieur le comte, visitato il Palais—Royal, non il Luxembourg, non la façade du Louvre; non ho ambìto d’impinguare i cataloghi che abbiamo di quadri, di statue e di chiese: nel mio pensiero ogni bella persona è un bel tempio dov’io son vago d’inoltrarmi a fine di ammirare le immagini originali, e gli schizzi abbozzati che vi si appendono, piuttosto che la stessa Trasfigurazione di Raffaello [100].

Questa sete che m’arde impaziente, pari a quella di tutti gli appassionati delle arti, mi trasse fuori del mio tetto: e di Francia mi trarrà per l’Italia. Viaggio riposatissimo è questo viaggio; viaggio del cuore in traccia della natura e di que’ sentimenti che da lei sola germogliano, e che ci avvezzano ad amarci scambievolmente; e ad amare una volta un po’ meglio gli altri mortali.»

A questo il conte rispondeva cortesissimo; e con molta gentilezza si professava obbligato a Shakespeare della mia conoscenza.

— Ma, à propos — soggiuns’egli — Shakespeare è sì pieno di alti pensieri che s’è dimenticato della lieve formalità di nominare il signore, e lasciò quest’obbligo a lei.

XLVII. IL PASSAPORTO

VERSAILLES

Ma io non sono mai sì perplesso, come quando ho da dire a taluno chi io mi sia; e vi sono pochi de’ quali io non possa dar conto migliore assai che di me; e perciò sovente ho desiderato che mi bastasse una parola sola, e sbrigarmene; il che non m’incontrò mai fuorché in questa occasione: però che l’edizione di Shakespeare su lo scrittojo mi fe’ sovvenire che vi si parlava di me: mi pigliai l’Amleto e, svolgendolo in un batter d’occhio verso la scena de’ beccamorti nell’atto quinto, stesi il mio dito sopra di Yorick [101], e ponendo sotto gli occhi del conte il volume, col dito tuttavia su quel nome, gli dissi: — Me voici.

Or l’idea del cranio del povero Yorick fu ella cancellata nella memoria del conte dall’attuale presenza del mio? o per quale incantesimo traversò egli d’un salto lo spazio di sette in ottocent’anni? Ma qui non si tratta di ciò: certo è che i Francesi concepiscono meglio di quel che combinino; e oramai non mi confondo di cosa veruna di questo mondo; tanto piú che uno de’ primati della nostra chiesa (personaggio ch’io, pel suo candore e per le paterne sue viscere, venero sommamente) pigliò per l’appunto il medesimo granchio.

— Non posso — diceva egli — non posso indurmi a posare gli occhi sovra le omelie [102] scritte dal buffone del re de’ Danesi.

— Sta bene — rispondeva io — ma, monsignore, i Yorick sono due. L’uno, di cui parla Vostra Eccellenza, è morto già da otto secoli, e seppellito; e fioriva nella corte di Ordenvillo; l’altro Yorick mi son io, che non fiorisco, monsignore, in corte veruna. — Il prelato crollava il capo. — Dio buono! — diceva io — a questo modo ella, monsignore, scambierebbe Alessandro il grande per Alessandro calderaio [103].

— Tant’è — tornava a dire il prelato.

— Se Alessandro re de’ Macedoni — soggiuns’io — potesse trasferir monsignore a miglior vescovado, sono sicuro che monsignore non direbbe così.

Il povero conte de B*** non cadde se non nel medesimo errore.

Et monsieur est-il Yorick? — gridò il conte.

Je le suis.

Vous?

Moi, moi qui ai l’honneur de vous parler, monsieur le comte.

Mon Dieu! — diss’egli abbracciandomi — vous êtes Yorick!

E si calcò frettoloso in saccoccia quel volume di Shakespeare, e mi lasciò solo nelle sue stanze.

XLVIII. – IL PASSAPORTO

VERSAILLES

Perché mai se n’andasse così a precipizio, e perché Shakespeare entrasse nella tasca del conte, erano nodi ch’io non poteva mai sciogliere. Le congetture ed il tempo sono spesi assai male quando i misteri si riveleranno da sé: e tornava meglio a leggere Shakespeare. Mi pigliai la commedia che ha il titolo: Gran trambusto per nulla: e mi sono dalla mia seggiola trovato in un batter d’occhio in Sicilia, e in tante faccende con Don Pedro, Benedetto e Beatrice, che Versailles, il conte ed il passaporto non erano piú cose mie.

Soave arrendevolezza dello spirito umano, che può in un attimo secondar le illusioni le quali furano i piú affannosi momenti alla tristezza ed all’ansietà! Omai, omai da gran tempo gli anni miei non si numererebbero piú, s’io non n’avessi trascorsa una parte nell’asilo di quelle terre incantate. Quando la strada m’è troppo aspra alle piante e troppo scoscesa per la mia lena, io mi devìo in un viale di mollissima erbetta, sul quale sparpaglio le rose mattutine della voluttà, e dopo uno o due giri ritornomi rinfrescato, e m’accingo piú gaio e piú vigoroso al mio viaggio. Quando il male m’incalza sì vittorioso ch’io non ho piú terra dove ritrarmi, gitto l’armi, abbandono questo mondo; e poiché gli Elisj mi s’aprono al pensiero piú manifestamente del Paradiso, io vi penetro a forza siccome Enea, e lo vedo andar verso l’ombra della sua abbandonata Didone, e sospirar di placarla; e vedo l’ombra sommovere il capo, e fuggire con disdegnoso silenzio colui che le straziò il cuore e la fama: il mio dolore si smarrisce nel suo, ed in tutti quegli affetti che solevano impietosirmi per la misera innamorata regina sino dal tempo ch’io stava a scuola.

Veramente non si cammina per l’ombra vana; l’uomo si travaglia indarno così [104]. Ma ben gli è indarno, e sovente, per chi si confida che le sue perturbazioni possano essere calmate dalla sola ragione. Or io, per me, posso bravamente asserire, che l’anima mia non è sicura di sconfiggere neppure la minima delle triste emozioni che le muovono guerra, se non suono tosto a raccolta chiamando alcune emozioni grate e soavi per assalire e cacciare fuor del suo campo la prima.

Com’io finiva il terz’atto, monsieur le comte ritornò col mio passaporto in mano, dicendomi:

— Posso dirle che monsieur le duc de Choiseul è buon profeta siccome è uomo di stato. «Un homme qui rit» disse il duca «ne sera jamais dangereux»: e mi sarebbe stato negato anche un passaporto d’un paio d’ore s’io l’avessi chiesto per altri che pel buffone del re.

Pardonnez—moi, monsieur le comte — gli dissi io — non sono il buffone del re.

— Ma ella è Yorick?

— Io.

Et vous plaisantez?

Risposi ch’io di fatto celiava; ma senza onorario; anzi in tutto e per tutto a mie spese[105].

— La corte nostra non ha piú buffone, monsieur le comte; e l’ultimo fu veduto sotto il regno dissoluto di Carlo II. Da indi in qua i nostri costumi si sono di mano in mano sì ripoliti, il trono è attorniato di tanti patriotti che non aspirano a nulla, fuorché agli onori e alla ricchezza della patria; e le nostre gentildonne sono sì pudiche, sì immaculate, sì buone, sì pie, che un beffardo non troverebbe piú da cavarne una beffa [106].

Voilà du persiflage! — gridò il conte.

XLIX. – IL PASSAPORTO

VERSAILLES

Siccome il passaporto ingiungeva a tutti i luogotenenti-governatori, governatori e comandanti di città, generali di eserciti, giustizieri e ufficiali di giustizia che lasciassero Mister Yorick, buffone del re, e il suo bagaglio liberamente viaggiatore, confesserò che la conquista del passaporto fu non poco macchiata dal personaggio ch’io recitava; ma in questo modo non v’è cosa che sia tutta pura: sentenza da taluni de’ gravissimi nostri teologi universalmente applicata, sino ad affermare che il sospiro accompagna la voluttà [107]; anzi, che l’estrema delle voluttà ch’ei conoscano finisce per lo piú con una convulsione, o poco meglio.

Ricordomi che il grave e dottissimo Bevorischio [108], ne’ suoi commentari su le generazioni di Adamo in poi, s’interrompe naturalissimamente a mezzo la nota, per dar notizia a’ lettori come una coppia di passeri posatasi sull’imposta esteriore delle sue finestre l’aveva frastornato per tutta quell’ora ch’ei si stava scrivendo; e tanto, che gli fe’ perdere il filo della sua genealogia.

«Poffare!» scrive Bevorischio «eppur non v’è dubbio: perch’io ebbi la curiosità di contare le volte, notandole una per una con la mia penna; ed il passero, nella breve ora che m’avrebbe bastato a finir l’altra metà di questa mia nota, mi frastornò visibilmente reiterando le sue carezze alla passera per venti tre volte e mezzo. Bontà divina!» scrive Bevorischio «sei pur benefica verso le tue creature!» Ma e tu, disgraziatissimo Yorick! e ti tocca a vedere il piú grave de’ tuoi fratelli che scrive e stampa tal cosa che tu non puoi ricopiare nel tuo studiolo, e che il rossore non t’offuschi la vista! e ne chiedo perdono.

Ma, e questo che importa egli a’ miei viaggi? Dunque due volte, due volte perdono.

L. – CARATTERE

VERSAILLES

– E che le pare de’ Francesi? — mi disse il conte porgendomi il passaporto.

Il lettore vede che sì segnalato favore mi dava di che rispondere assai gentilmente.

Mais passe pour cela.

— Parli schietto — replicò il conte — le pare che ne’ Francesi veramente spicchi l’urbanità di cui tanto il mondo gli esalta?

Risposi ch’io ne aveva avuta una prova.

Vraiment — disse il conte — les Français sont polis.

— Eccessivamente — diss’io.

Notò il conte questa parola; e sospettò che significasse piú che forse non esprimeva. Io me ne andava schermendo alla meglio: ma egli non rifiniva perch’io gli dicessi a viso aperto come io la intendeva.

Dissi dunque: — A me par, signor mio, che ciaschedun uomo abbia in sé una serie di toni a modo d’ogni stromento, e che tutti gli obblighi e bisogni sociali richiedano vicendevolmente or questo or quel tono: talché, ove si preluda dall’acutissimo, o dal baritono, le corde intermedie non rispondono piú al sistema necessario dell’armonia. — Ma il conte non sapeva di musica, e mi richiese che mi spiegassi diversamente. — Un popolo urbano, caro il mio signor conte, si obbliga tutti gli altri; da che l’urbanità, pari in ciò alla beltà femminile, ha tali attrattive, per cui il cuore non s’attenta di dire ch’essa alle volte fa male. E nondimeno credo che l’uomo, generalmente parlando, non possa oltrepassare un certo termine di perfezione; e, ov’ei l’oltrepassi, non aumenta per questo, bensì rimuta le sue qualità. Non ch’io m’arroghi di decidere se ciò si possa applicare ai Francesi; ma, quanto agl’Inglesi, sono sicuro che se mai, progredendo ad incivilirsi, acquistassero la compitezza che distingue i Francesi e quand’anche per ciò non perdessero la gentilezza dell’animo, la quale persuade i mortali non tanto alla civiltà de’ modi quanto alla umanità delle azioni, si smarrirebbe tanto e tanto quella varietà, quella originalità di caratteri, che fa discernere l’Inglese e l’Inghilterra da tutti i paesi del globo.

Io mi trovava nel taschino alcuni scellini del re Guglielmo, tutti lisci come cristallo; e me gli apparecchiai nella mano per dilucidare l’ipotesi: or quando mi vennero a taglio — Guardi — dissi al conte, rizzandomi e schierandoli innanzi quelle monete su lo scrittojo — a forza di dibattersi insieme, e strofinarsi per sessant’anni in questa ed in quella borsa, le si sono fatte sì indifferenti, che Ella, monsieur le comte, penerebbe a discernere l’una dall’altra [109]. Ma gl’Inglesi, simili alle antiche medaglie tenute in disparte e maneggiate da pochi, serbano la prima impronta intagliatavi dalla mano maestra della Natura: le sono un po’ ruvide al tatto, ma in compenso la loro leggenda è sì chiara che a prima vista tu vedi ciò che vogliono dire e significare.

— Ma i Francesi, monsieur le comte — aggiuns’io (perch’io voleva disasprire l’odio del paragone) — possedono tant’altre doti da non portar invidia alla nostra: lealissimo, valoroso, generoso, ingegnoso ed umanissimo popolo fra quanti camminano sotto il cielo: se non avessero un solo difetto: sono troppo serj.

Mon Dieu! — esclamò il conte; e saltò su dalla sedia. — Mais vous plaisantez — diss’ei ravvedendosi della sua troppa vivezza.

Mi posi la palma sul petto, asseverando con gravissima serietà ch’io credeva di errare ne’ pareri miei, eccetto in quest’uno.

Risposemi che gli rincresceva assaissimo di non poter udir per allora le mie ragioni, perch’ei s’era impegnato a desinare con monsieur le duc de C***, ma che, se la distanza da Parigi a Versailles non mi scoraggiava, pregavami di gradire, innanzi ch’io mi partissi di Francia, una zuppa.

— E forse, — aggiunse egli — avrò la soddisfazione che ella si ricreda di questo parere; o vedrò, non foss’altro, in che modo potrà sostenerlo: ma s’ella, monsieur l’Anglois, vi si puntigliasse, s’armi di tutte le forze, perch’ella ha il mondo tutto quanto per avversario.

Promisi che prima di pigliare la via dell’Italia avrei avuto l’onore di desinare con lui, e gli chiesi commiato.

LI. – LA TENTAZIONE

PARIGI

Smontando al mio albergo, mi vidi accolto dal portinaio il quale mi riferì che una giovine con una scatola di merletti aveva poc’anzi chiesto di me: né so bene s’ella se ne sia ita, dicevami il portinaio. Mi feci dare la chiave della mia stanza; e mentr’io vi saliva, e mi mancavano forse dieci gradini, incontrai la fanciulla che tornava bel bello giú per le scale.

Ed era quella gentile fille—de—chambre ch’io aveva accompagnato lungo il quai de Conti ed ora madame de R***, inviandola per non so che alla marchande de modes, ch’era prossima all’hôtel de Modène, le aveva detto che s’informasse s’io fossi partito già da Parigi, e se avessi lasciata una lettera a suo ricapito.

Trovandomi la gentile fille—de—chambre sì presso al mio uscio, risalì a ristarsi nella mia camera tanto ch’io scrivessi un polizzino.

Ed era una placida e bellissima sera degli ultimi giorni di maggio; e le tendine cremisi delle mie finestre (di color simile a quelle del mio letto) erano tutte chiuse: e il sole dall’occidente si rinfrangeva attraverso quelle tendine sul volto della gentile fille—de—chambre con tinta sì ardente: mi pareva ch’ella arrossisse: e quest’idea fe’ arrossire me pure; e quel trovarci lì soli ci ricolorì il volto d’un secondo rossore innanzi che il primo si fosse smarrito.

Avvi una tal qualità di rossore mezzo piacevole, mezzo colpevole; ma la colpa è piú del sangue che dell’intenzione: sgorga impetuoso dal cuore, e la virtù gli tiene dietro; non già a richiamarlo, bensì congiurano da fratelli affinché i nervi se ne risentano piú mollemente.

Ma né questa descrizione fa al caso, perch’io sul bel principio sentiva nel mio secreto un certo che, che non rispondeva in perfettissima consonanza alle lezioni da me date la sera innanzi alla giovine. E spesi cinque minuti a cercare un polizzino bianco, ed io sapeva di non averne; pigliai la penna, la lasciai: le mie dita tremavano, e mi fu addosso il demonio.

So bene, quant’altri, che quest’avversario, ove tu gli resista, se ne va via; ma io l’affronto assai raramente, pel terrore che la battaglia — e poniamo ch’io vinca — non mi lasci qualche ferita: onde antepongo la salute al trionfo; ed in cambio di farlo fuggire, fuggo io le piú volte.

La gentile fille—de—chambre si fe’ piú dappresso allo scrittojo ov’io andava pescando quel polizzino: pigliò la penna ch’io aveva posata, mi si esibì di reggermi il calamaio; e sì docilmente, ch’io quasi accettava, ma non mi arrischiai.

— Non so, mia cara — le dissi — su cosa scrivere.

— Scriva — risposemi ingenuamente — su quello che può.

«Graziosa giovine! scriverò sul tuo labbro» ma non lo dissi.

S’io la bacio son ito: la pigliai dunque per mano menandola verso l’uscio, e pregandola che non si dimenticasse della mia lezione di ieri.

— Me ne ricordo, me ne ricordo — rispose; e con tanta vivezza, che si volse a un tratto verso di me, posando le sue mani sovra le mie, ed io le strinsi. E come no, in quello stato? Avrei ben voluto lasciarle andare; ma io le stringeva, e non senza rimorso; ma io tuttavia le stringeva. In due minuti io presentii tutta la battaglia che tornava a prorompermi addosso: le mie ginocchia tremavano, e un brivido andavami per la vita.

Dal luogo ov’io m’era fermato con lei a’ piedi del mio letticciuolo, vi correvano appena due braccia: ed io teneva pur sempre le mani della fanciulla, non so dir come. Non l’ho pregata, non ve la trassi; m’era uscito di mente il letto: ci trovammo seduti l’uno accanto all’altra sul letto.

— Appunto — diss’ella — oggi ho fatto una borsellina al suo scudo; e gliela mostrerò. — Si mise la mano nella tasca diritta ch’era dal mio lato, e andava frugando; poi nella tasca mancina. — L’avrò perduta! — Io non ho mai tollerata la mia impazienza con tanta tranquillità; e quando Dio volle, la borsellina si trovò nella tasca diritta; e la trasse: era di taffettà verde, foderata di raso candido trapuntato, larga appena che vi capisse lo scudo: me la diede in mano: era una bella galanteria, e me la tenni per dieci minuti sovra la palma, il cui rovescio posava sovra il ginocchio della fanciulla; ed io guardava la borsellina, e talvolta chi mi stava da lato.

Uno o due punti s’erano scuciti nelle crespe del mio collarino: la gentile fille—de—chambre trasse, senza aprir bocca, il suo agoraio; infilò un ago; e li ricuciva. Vidi ch’io tornava ad avventurare la gloria della giornata; e di volta in volta che la fanciulla serpeggiava tacitamente con le sue dita intorno al mio collo, io mi sentiva sfrondar sul capo l’alloro di cui la mia fantasia m’aveva già coronato.

Un cinturino delle sue scarpe le s’era allentato, e la fibbia stava per perdersi. — Veda — disse la gentile fille—de—chambre, sollevando il suo piede. Né io poteva in coscienza scusarmi dal rassettarle per gratitudine quella fibbia, ed infilzarle quel cinturino, e sollevarle anche l’altro piede per accertarmi se le fibbie stavano pari; ma così all’improvviso, che la gentile fille-de-chambre uscì irremissibilmente d’equilibrio, e allora…

LII. – LA VITTORIA

PARIGI

Sì, e allora… Voi, teste d’argilla fredda e tepidi cuori, potrete reprimere o mascherare le vostre passioni; ma rispondetemi: Che colpa ha l’uomo s’egli le sente? e di che mai dovrà il suo spirito rendere conto al Padre degli spiriti, se non del modo con cui si sforza di governarle? Che se la natura nel tessere la sua tela della benevolenza, v’ha intrecciate alcune trame di desiderio e d’amore, si dovrà dunque, per istrapparle, lacerar tutta quanta la tela?

«Flagella codesti stoici» diss’io nel mio cuore «o grande Rettore della natura! flagellali! In qualunque luogo la tua provvidenza vorrà cimentare la mia virtú a qual si sia repentaglio, in ogni frangente, concedi ch’io mi risenta de’ moti che ne derivano, e che mi sono proprj come uomo e, s’io li dirigo da uomo da bene, mi confiderò in ogni evento nella tua giustizia, perché tu, mio Dio! ci hai creati: né ci siamo creati da noi.»

Com’ebbi finita la mia preghiera, porsi la mano alla gentile fille—de—chambre, e l’accompagnai fuori dell’uscio: né si partì mai dal mio fianco fino a tanto ch’io chiudessi e mi ponessi in tasca la chiave; e allora… Essendo omai, ma non prima d’allora, omai certissima la vittoria, le appiccai un bacio sopra una guancia, e la scortai sana e salva sino alla soglia dell’hôtel.

LIII. – IL MISTERO

PARIGI

E chi ha in pratica l’umano cuore può dire s’io poteva risalire sul fatto nella mia stanza: avrei tastato un freddo tono e rallentata con una nota minore la stretta d’una musica che m’aveva agitati tutti gli affetti. E però, poich’ebbi lasciata la mano della fanciulla, io mi rimasi soletto per alcun tempo su quella porta, a riguardare almanaccando chiunque passava; quando un oggetto venne a usurparsi egli solo tutte le mie congetture, eludendo ad un tempo ogni mio raziocinio sovr’esso.

Parlo d’una lunga persona, d’aspetto filosofico, asciutto, affilato; la quale posatamente andava e veniva per quella via e, dopo forse sessanta passi, ritornava davanti all’hôtel. D’anni cinquantadue, con una cannuccia sotto l’ascella: giubba, camiciuola e brache di color cupo un po’ benemerite per lungo servigio; ma si confacevano a quell’aria modesta d’economica propreté. Dall’atto con che si levava il cappello, e s’accostava alla maggior parte delle persone che gli passavano da lato, m’accorsi ch’ei domandava la carità: onde, aspettando anch’io la mia volta, sciolsi la borsa ad apparecchiargli un paio di soldi; ripassò; ma non mi fe’ motto. Né mi s’era dilungato sei passi, ch’ei domandò la limosina a una femminella: e da lei a me, io aveva piú sembianza da poter dare: se n’era appena spedito, ed eccoti dal lato medesimo un’altra donna, a cui egli inchinandosi sporgeva tosto il cappello. In quel mezzo un vecchio gentiluomo veniva a bell’agio, e un damerino sveltissimo s’affrettava a gran passi: l’accattone li lasciò andare. Rimisimi dunque a mirarlo ed a rimirarlo per piú di mezz’ora; nel qual tempo egli girò innanzi e indietro piú volte; e m’accertai ch’ei perseverava impreteribilmente nel proprio metodo.

Qui due singolarissime cose mi si dibattevano nel cervello, ma senza pro: primamente, perché mai colui narrasse la sua novella unicamente alle donne? inoltre: che specie di novella e che specie d’eloquenza si fosse quella ch’egli avea paragonata inefficace su gli uomini e potentissima a intenerire l’animo d’ogni donna?

Aggiungi due circostanze che ravviluppavano quel mistero: l’una, che il poco ch’egli aveva da dire alle donne lo sussurrava all’orecchio piú in via di secreto che di richiesta; l’altra, che mai non si partì a mani vote, non tentò donna che non ponesse immediatamente mano alla borsa per lui.

Né ho potuto ideare sistema che spiegasse il fenomeno.

Ma avendo trovato un enigma per passatempo di quella sera, mi raccolsi nella mia stanza.

LIV. – IL CASO DI COSCIENZA

PARIGI

E il maître dell’hôtel mi tenne dietro; ed entrò nella stanza a significarmi che mi provvedessi d’alloggio.

— E perché, galantuomo? — diss’io.

Il perché si era ch’io quella sera per due lunghe ore mi chiusi con una giovine; il che, diceva l’albergatore, è contro alle regole della casa.

— Sta bene — gli dissi — noi ci divideremo da buoni amici, da che né la fanciulla sta peggio; né io starò peggio: e voi vi rimarrete tale quale vi ho ritrovato.

— E’ ci vuol poco — rispose l’oste — a screditare un albergo; Voyez—vous, monsieur! — e additò la fossetta da noi lasciata a’ piedi del letto.

Confesso che l’indizio per chi non udiva le discolpe era quasi una prova, ma l’orgoglio mio sdegnava di stare a contradittorio con l’oste. E l’esortai che se ne andasse a letto con l’anima in pace, perch’io voleva pure quella notte dormire di buona voglia; e che domattina dopo la mia colazione avrei saldato il suo conto.

— Cred’ella, monsieur — disse l’oste — che quando anche fossero venute venti ragazze, ne avrei fatto caso?

— La è una ventina piú del mio bisogno — diss’io.

— Purché — aggiunse l’oste — venissero di mattina.

— Che? la differenza dell’ora fa differente in Parigi anche il fallo?

— No — risposemi — ma lo scandalo.

Una buona distinzione mi va subito al cuore; né posso dire ch’io fossi pessimamente adirato contro a colui.

— Vedo — continuava l’oste — ch’egli è bene che un forestiero trovi come comperarsi de’ merletti, delle calzette, de’ manichini, et tout cela; onde, quando una giovine viene con una scatola, non v’è da ridire.

— Giuro — diss’io — che anche la fanciulla l’aveva la scatola; ma non vi guardai.

— Dunque, monsieur — disse l’oste — non ha fatto spesa?

— Di nulla di questo mondo [110] — risposi.

— Perch’io — disse l’oste — le raccomanderei, monsieur, una giovine che tratterebbe en conscience.

— Ma la vo’ vedere stasera — diss’io. L’oste mi s’inchinò divotamente, e discese.

— Or sì — gridai — or sì ch’io trionferò di questo maître d’hôtel. E poi?, e poi gli farò vedere ch’io l’ho conosciuto per quel sozzo uomaccio ch’egli è. E poi?, e poi… — Non poteva, a dir vero, farmi merito del mio zelo col prossimo, perch’io mi sentiva tocco troppo nei vivo; né la coscienza poteva sincerarmi che la mia vendetta derivasse dal risentimento generoso della virtú; e me ne vergognai prima di mandarla ad effetto.

Poco dopo capitò la grisette con la sua scatola di merletti.

— Vieni a tua posta — dissi fra me — non comprerò nulla.

La grisette voleva lasciarmi vedere ogni cosa. Io aveva dello svogliato; ed essa mostrava di non se n’accorgere: e, schiudendo il suo piccolo magazzino, mi esponeva dinanzi l’un dopo l’altro tutti quanti i suoi merletti: e spiegavali e ripiegavali ad uno ad uno con mansuetissima placidezza: comperassi, non comperassi, lascerebbe ogni cosa a mia stima. La pover’anima struggevasi (o mi parea) di guadagnarsi un quattrino; né lasciò persuasiva alcuna intentata, e non pareano moine: perch’io mi sentiva attorniato da un non so che di semplice e carezzevole.

Se v’è chi non penda a quella dabbenaggine vereconda la quale fa vista di non avvedersene, e si lascia gabbare, tal sia di lui. Il mio cuore si disacerbò e mi dissuase dal proponimento di non comprare con la facilità con cui m’aveva distolto dal mal talento contro l’albergatore.

«Adunque ti farò io» diceva meco guardandola in viso «ti farò, o poveretta, scontar l’altrui colpa? e se tu sei tributaria di quel tiranno di locandiere, pur troppo! il tuo pane è piú scarso.»

Quand’anche io non mi fossi trovato che quattro louis d’or, io non avrei saputo alzarmi a mostrarle l’uscio fino a che io non ne avessi spesi tre in un paio di manichini.

Ma l’oste farà a mezzo con lei. Che mi fa a me? Pago, come tanti altri pagarono prima di me, per un atto a cui mancava ad essi il potere o la volontà.

LV. – L’ENIGMA

PARIGI

La Fleur, nel servirmi a cena, mi riferì che l’albergatore era tutto compunto dell’affronto fattomi d’intimarmi che mi provvedessi d’alloggio.

Chi sa cosa sia una notte ben riposata, non si corica, per quant’ei può, con l’animo ruggine. Onde ingiunsi a La Fleur, che rispondesse all’albergatore, che rincresceva a me pure d’avergliene data occasione: e lasciagli intendere, se pure a te così pare, La Fleur, che se mai quella fanciulla tornasse, non la vedrò.

Io non mi dava questa mortificazione per amore dell’oste; bensì perch’io feci proponimento di non piú ritentare il pericolo di cui mi sentiva tuttavia la paura; e continuare i miei viaggi accompagnato dalla virtú che io aveva recata meco in Parigi.

C’est déroger à la noblesse, monsieur — disse La Fleur, inchinandosi sino a terra — et encore, monsieur potrebbe mutarsi; e se, par hasard, le piacesse di ricrearsi…

— Io così — gli dissi dandogli su la voce — non mi ricreo.

Mon Dieu! — disse La Fleur, e partì.

Né passò un’ora ch’ei tornò a mettermi a letto, ed era ufficioso piú dell’usato. Vidi che gli errava sul labbro tal cosa, ch’ei voleva e non s’attendeva di palesarmi o di chiedermi; non vi colsi sul fatto; e per verità non ci badai piú che tanto. Ben altro enigma! quell’accattone davanti all’albergo m’affaccendava allora la mente; e avrei quasi venduto me stesso onde poterlo spianare; e non già per curiosità: sentimento meschino, a cui non compiacerei quand’anche non dovessi sborsare due soldi; ma un secreto, pronto, infallibile, da far breccia nell’animo d’ogni femmina a cui t’accosti: sì fatto secreto era paragonabile almeno alla pietra filosofale; e s’io fossi stato signore delle due Indie, n’avrei spesa una intera per possederlo.

Volta e rivolta quel groppo, e senza trovarvi il capo, strologai tutta la notte: e quando mi svegliai la mattina, io era sì travagliato da’ sogni miei, che nol fu peggio il re di Babilonia dai suoi[111]; anzi affermo animosamente, che ove tutti i sapienti di Parigi ne fossero stati interrogati, si sarebbero guardati in viso allibiti quanto i Caldei.

LVI. – «LE DIMANCHE»

PARIGI

Era domenica. E La Fleur entrando a recarmi il caffè, il panetto ed il burro, mi s’affacciò così rabbellito ch’io alla prima nol ravvisava.

S’era tra noi pattuito a Montreuil, ch’io gli avrei dato un cappello nuovo con bottone e gancio d’argento e, come si fosse giunti in Parigi, quattro louis d’or pour s’adoniser; e, sia detto in sua lode, il povero giovinotto aveva fatto miracoli; perch’ei s’era comperato un buon abito di scarlatto lustro e vistoso, e calzoni consimili — portati — diceva egli — non però vagliono uno scudo di meno. — Lo avrei soffocato per turargli la bocca: avevano sì bella apparenza ch’io (e sapeva che non poteva essere) ma io avrei lasciato che la mia fantasia credesse ch’io li avessi allora allora staccati dalla pezza per quel ragazzo, e dimenticarmi così che ei si fosse rivestito nella rue de la Friperie [112].

Ma il cuore in Parigi non patisce di sì fatta delicatezza.

Inoltre, s’era comperato una bella sottoveste di raso ricamato con bizzarria, attempatella, per vero dire, ma ripulita con amore; e l’oro del ricamo spiccava tuttavia; e, perché il colore del raso teneva piú dell’aerino che dell’azzurro, s’accordava graziosamente alla tinta dello scarlatto.

Inoltre, aveva spremuto da quelle monete una borsa nuova per la sua coda col solitaire [113]; ed il fripier ha dovuto, volere e non volere, dargli per giunta un paio di cinturini d’oro pe’ suoi calzoni.

Inoltre — e questi con quattro lire di suo — s’era comperati de’ manichini di mussolino bien brodés, e con altre cinque delle sue lire un paio di calzette di seta perlate; e diede l’ultima mano a questo corredo con un’aria avvenente datagli, e senza chiedergli un soldo, dalla natura.

Così in gala e ripettinato all’ultima foggia, mi si presentò con un bouquet galantissimo in petto: era in somma tutto festivo. E mi corse a un tratto nell’animo che era domenica: e tra l’abito festivo e la festa, m’avvisai ch’ei volesse la sera innanzi pregarmi perch’io mi contentassi ch’ei si godesse tutto quel giorno, come ognuno suole in Parigi. Mentr’io ci pensava, La Fleur con umiltà modestissima e confidente, quasi che né egli dovesse chiedere né io potessi disdirgli, implorò per quella giornata la libertà, pour faire le galant vis—à—vis de sa maîtresse; il che io per l’appunto intendevo di fare vis—à—vis de madame de R***; però io teneva noleggiata tuttavia la remise; e, se vi fosse salito dietro uno staffiere corredato al pari di La Fleur, la mia vanità lo avria vagheggiato. Onde allora il suo divertimento mi costava piú caro che mai.

Ma in sì fatte perplessità bisogna piú badare al cuore che all’aritmetica. I figliuoli e le figliuole della servitú rinnegano nel loro patto la libertà, ma non la natura: e sono di carne e di sangue, ed hanno essi pure le lor superbiette; e, mentre sudano nel lavoro, sentono anch’essi i desiderj quanto i padroni da cui sono pagati. Ben è vero, non devono piú dir voglio; nol nego; anzi le loro pretese mi pajono talvolta sì capricciose ch’io le deluderei le piú volte; se non che il troppo poterlo fare, e la loro misera condizione, me ne sconforta. Vedi! Vedi, sono tuo servo, [114] mi disarma a un tratto della autorità di padrone.

— Va’ pure, La Fleur — gli diss’io. — Ma, La Fleur! e che innamorata hai tu potuto beccarti in sì pochi giorni in Parigi? — La Fleur si mise una mano sul petto e disse: Ch’era una petite demoiselle di casa di monsieur le comte de B***. La Fleur era bello e nato per la società; e, per non frodarlo del suo merito, dirò ch’egli in ciò somigliava al suo padrone, né si lasciava scappar mai le occasioni: onde, per un verso o per l’altro, ma il come sappialo Dio, egli, quando andai pel mio passaporto, si era dimesticato con una demoiselle sul ripiano dello scalone presso la soglia dell’appartamento, e mentr’io attendeva a farmi benevolo il conte, La Fleur si giovò del tempo a farsi benevola la fanciulla. La famiglia doveva quel giorno venire in Parigi, e credo ch’egli avesse concertata già la brigata con essa e con due o tre altri di casa B*** su i boulevarts.

Popolo avventurato! tu almeno una volta la settimana dimentichi in comune gli affanni, e tra i canti, le danze, i sollazzi ti sgravi della pesantissima soma che va perpetuamente opprimendo lo spirito d’ogni altro popolo della terra [115].

LVII. – IL FRAMMENTO

PARIGI

E a me pure lasciava La Fleur, oltre ogni nostro patto e speranza, di che divertirmi per tutto quel giorno.

Recandomi a casa il burro sovra una foglia d’uvaspina in ora assai calda, e dovendo fare piú di tre passi, impetrò dal bottegaio un foglio di cartaccia da frammentare tra la foglia e la mano. Or come giunse, gli dissi che posasse ogni cosa a quel modo, da che si poteva far di meno del piatto; e ch’io me ne starei tutto il dì in casa: però mi facesse dal traiteur allestire da desinare, e se n’andasse con Dio, perché io mi sarei a colazione servito da me.

Poich’ebbi finito, gittai la foglia dalla finestra, e avrei gittato anche quella cartaccia, se non che correndo con gli occhi sul primo verso, mi invogliai del secondo e del terzo; e mi parve peccato a gittarla. Trassi una seggiola accanto alle invetriate, le chiusi, e mi assisi a leggere.

Era in istile francese di quel vecchio del tempo di Rabelais; e se non temessi di dir male, direi che ne fu esso l’autore. Era inoltre in caratteri gotici, e sì sbiavati dall’umido e dall’età che ebbi a penare a cavarne costrutto. E talora lasciai a parte quel foglio, e scrissi una lettera ad Eugenio; lo ripigliai, e tornai all’agonia del l’impazienza: ed io per guarirne, scrissi una lettera a Elisa, ma col pensiero vicino sempre a quel foglio; perché la difficoltà m’istigava a diciferarlo.

Desinai; e poiché una bottiglia di prelibato vino di Borgogna mi ralluminò l’intelletto, mi ci misi piú di proposito; e dopo tre ore di meditazione indefessa (Gruttero e Jacopo Spon [116] non si stillarono forse tanto il cervello sopra una melensa iscrizione) parvemi d’avere una volta colto nel segno. Ma, per accertarmene, giudicai di tradurlo in inglese, e star a vedere che n’escirebbe; e così a mio bell’agio, come chi si trastulla, tradussi or una sentenza, or un’altra; e poi me n’andava su e giú per la camera: e alle volte guardava da’ vetri chi andava e veniva; sì che battevano le nove della sera, ed io non aveva per anche finito. E quando a Dio piacque, rilessi come segue:

LVIII. – FRAMMENTO

– Sendo che la mogliera del notajo s’incagnasse ad misdire et contradiare al notajo, il notajo si gittò a piedi la perghamena et disse: — Harrei caro vi fussi uno altro notajo ad rogare et testimoniare ogni cosa. — Et la mogliera del notajo, sì come colei che era uno cotal turbinìo di femminella aizzosa, disse al notajo: — Et allhora che vorrestú fare, messere? — Disse il notajo: — Vorre’ n’andassimo a letto — lo che disse stimando con una parola buona si diradassi quel tempo nero. Disse la donna: — Va’, dormi col diavolo. — Advegna Idio che, affuori uno, non fussino in casa il notajo altri letti, et le altre due camere etiandio, secondo la usanza di Parigi, non havessino masseritia, il notajo, al quale non tornava di giacersi allato a una donna che havealo che è che è dirottamente mandato ad casa il dimonio, si tolse lo cappello et la mazza, et recatasi indosso la cappa — Christo vi guardi di sì fatta notte piorna et ventosa — sì si partì; et camminando ad disagio, capitò al Ponte nuovo. Il quale, di magnificentia et vaghezza et grandezza et elegantia et larghezza, oltre ad chentunque ponte che adgiunga terra a terra nel cerchio de la mole terracquea, è bellissimo. [117] Con ciò sia cosa che né anche i nostri theologhi et sancti doctori de la Sorbona possono apporgli reitade; salvo che a pena trahe sì poco alito di vento, che gran mercé che tu n’empia un beretto, il Sacredieu disquilla di bocca a christiani piú biastemmevolmente sopra decto ponte che in qual si voglia altra gola della città. Et come che dicano e’ predecti maestri rigidi et buoni, essere reitade pessima questa, dico: che il vento dà addosso ad ogni christiano, et non che gridi — bada ad te — fistia alla impensata, attalché se, di cotanti, che da buon massai valicano il ponte in zucca, sessanta soli per paura d’assiderare si tenessino in testa lo cappello, si giocherebbono a zara soldi cinquanta de’ piccioli, ché tanto dee isborsare al dì di hoggi chiunque havrà voglia di buon cappello. Laonde al notajo cattivello, che veniva rasente la sentinella liviritta, et sollevava, da naturale advedimento mosso, la mazza ad calcarsi lo cappel ne la nuca, incontrò che la ghiera de la mazza s’appicciò ne lo cappio de lo cappello di detta sentinella, lo quale, come havesse alie, volò, che il notajo non se n’avide, de le feriate del ponte; bensì, come aliava su le acque de la Senna, avidesene uno navicellajo dabbene, et sì lo raccolse dicendo: — Tristo è ’l vento che non reca che che sia a chi che sia. — Ma il soldato, che Guascone era, s’arroncigliò di subito le basette, et impostò lo archibugio, salvo che non si trovò allato la miccia; [118] advegna che una vecchierella, a la quale a capo del ponte s’era spento uno suo lanternino, avesse accattata, tanto che potesse ralluminarlo, la miccia dal soldato; et il sangue di costui hebbe agio ad freddarsi, et dove inprima intendeva che il notajo desse de’ calci ad rovajo, s’advisò d’altra maniera ad lasciare ire il notajo, et fare tutta fiata suo pro. Imperò acchiappò di capo al notajo lo cappello, a legittimagione del bottino allegando lo dettato di esso navicellajo: — Tristo è ’l vento che non reca che che sia a chi che sia. — Lo sciaurato notajo valicò il ponte, et, come lo conducevano e’ piedi, passava per la via che in Parigi dicono de lo Delfino nel borgo di sancto Germano; et ne lo andare rammaricavasi con esso seco dicendo:— Oymei, oymè dolente, oymè tristo, oymè gramo, oymè nato per vivermi abburattato da le burrasche; et tempestato da la gragnuola de le male lingue, le quali per l’arte mia mi saettano in piazza et in casa et in chiesa; et constretto da li fulmini di sancta Chiesa a le sponsalitie con una bufera di femmina; et sfolgorato di casa mia da rovaj domestici; et lasciato così in zucca da pontifici. Dove me n’anderò io pezzendo al bujo, al sereno, al maltempo, et balestrato hor qua hor là dove con piú dura riotta mareggia fortuna? Dove ti adagierò io, o mia povera testa? Hay huomo malarrivato nel mondo! Ma a la croce d’Idio, né unque a Dio piacerà che sol uno, non fussi altro, da li trentatré punti de la bussola non mi spiri vento gratioso, sì come a tante altre creature? — Sì tapinandosi, s’advenne ad brancolare per entro uno cieco tortuglio; né sappiendo dov’e’ si fosse, gli venne udita una voce che chiamava la fante perché corresse per lo piú vicino notajo. Onde che il notajo, con ciò sia cosa che vicinissimo si trovasse, senza altro aspettare giudicò ben fatto di salire, come che a tentone, per l’uscio onde la voce veniva. Et la fante, menandolo attraverso una caminata, condusselo in una camera grande, la quale, oltre una alabarda, una lorica, uno vecchio rugginito spadone et una tracolla, appiccati con pendagli ne le quattro pareti l’uno a rincontro de l’altro, altri addobbi allhoramai non havea. Et sopra il lettuccio giacea uno vecchione canuto il quale fu, et, se col tramonto de la fortuna non s’obscura etiandio la nobiltà del sangue, era tuttavia gentilhuomo; et d’una mano si facea sostegno a la testa. Era accanto al lettuccio uno deschetto sul quale ardeva una lucernina, et quivi presso una scranna su la quale il notajo senza far motto adagiatosi, et toltosi di cintola il pennajuolo, acconciò innanzi a sé il calamajo et due fogli bianchi che si trovava havere indosso: et come hebbe intinta la penna, si curvò col petto sul desco, stando in orecchi ad udire et scrivere le volontà extreme et il testamento del gentilhuomo. Il quale sorreggendosi alquanto su l’origliere, parlò: — Lasso me; tu di certo, messer lo notajo, non sai com’io non che possa far lasciti, mi veggio morire senza havere di che satisfarti del testamento. Ma quanto piú posso ti priegho che tu comporti questa fatica di scrivere la mia hystoria; per ciò che, come che ferventemente io desideri di andare hoggimai dove a Dio piacerà, non chiuderò in pace questi occhi se non lascio per heredità al mondo la hystoria mia, la quale fia letta da ogni huomo che vive, cotanto è fiera et diversa: et ad te in mercede de la scrittura, tanto ch’io detto, lascierò per legato il guadagno che divulgandola ne trarrai; di che senza niun dubbio farai ricco te et casa tua. — Il notajo ritinse di botto la penna nel calamajo. Et quel canuto, levando gli occhi pietosamente et stendendo al cielo le palme, adorò tacito alquanto, poi disse: — Onnipotente direttore di tutti i casi della vita mia, il quale vedi per che labyrinto lunghissimo di disastrosi sentieri et a che extremità et disperata desolatione m’hai di tua mano condotto, oh mio Dio, soccorri a la inferma memoria d’un vecchio moribondo et che ha il cuor dilaniato; dirigi la mia parola con lo spirito eterno de la tua verità, affinché questo forestiero non debbia scrivere sol una sillaba che non sia hoggimai notata nel libro de’ tuoi ricordi, per li quali (et in questo dire giunse le mani et con voce alta gridò) io sto per essere o condannato o assoluto. — Et il notajo sollevò la punta de la sua penna tra l’occhio suo et la fiammella: al quale il vecchio, dopo alcun silentio, disse: — Messer lo notajo, tu scrivi una hystoria per la quale la natura agiterà le viscere de la misericordia ne gli huomini, et spezzerà i cuori pietosi, et obbligherà al pianto fin anche la crudeltà. Il notajo infiammava, et gli parea mill’anni di scrivere, et ritinse un’altra fiata la penna: et il vecchio gentilhuomo, voltosi con la persona al notajo, et la hystoria dettandogli, cominciò [119]

— E il rimanente? — diss’io — ov’è il rimanente, La Fleur? — Perché La Fleur per l’appunto tornava nella mia stanza.

LIX. – IL FRAMMENTO E IL «BOUQUET»

PARIGI

E quando mi s’appressò al tavolino tanto che io potessi fargli intendere il mio bisogno, risposemi che ve n’erano altri due fogli co’ quali aveva presentato il bouquet alla demoiselle su i boulevarts.

— Deh spicciati, figliuolo mio; arriva all’hôtel del conte di B***, e fa’ di riaverli.

— Li riavrò, senz’altro — e volò.

Né mi fece aspettare; e tornò che non potea trar il fiato; e così smarrito che parea nunzio di guai ben peggiori della irreperibilità del frammento. — Juste ciel! da poco piú di mezz’ora quel povero giovinotto aveva raccolto il tenero addio dalle labbra della sua demoiselle, e l’ingrata aveva già regalato quel gage d’amour a uno staffiere del conte; e lo staffiere ad una sartorina; e la sartorina a un suonatore di violino, e sempre col mio frammento sul gambo: vedi nodo di comuni sciagure! E mandai un sospiro; e La Fleur me lo rimandò con eco dolorosa all’orecchio.

— Gran perfidia! — gridò La Fleur.

— Gran disgrazia! — diss’io.

— Non sarei tanto mortificato, monsieur — diceva La Fleur — s’ella lo avesse perduto.

— Né io, La Fleur — gli risposi — se l’avessi trovato.

Ma s’io l’abbia o no ritrovato, si vedrà poi.

LX. – L’ATTO DI CARITÀ

PARIGI

Chi sdegna o sospetta di passare al bujo per un chiassuolo, sarà forse un egregio uomo dabbene, e destro a mille negozj, ma un buon viaggiatore sentimentale non mai, Assai cose che accadono a sole chiarissimo e su per le vie larghe e frequenti, le vedo, ma non le guardo. La natura è vergognosa, né s’attenta d’agire alla presenza di spettatori; bensì in qualche appartato cantuccio ti lascia vedere taluna delle sue brevi scene che equivalgono alla quintessenza di tutti i sentimenti stillati da una mezza dozzina di tragedie francesi: tragedie per altro bellissime assolutamente; e le si confanno del pari al predicatore e all’eroe; e perciò ogniqualvolta mi trovo in impegno piú solenne assai dell’usato [120] io nelle mie prediche m’ajuto di quelle tragedie; e quanto al testo, la Cappadocia, il Ponto e l’Asia, la Frigia e la Pamfilia son ottimi testi quanto ogni altro della Scrittura [121].

Evvi un opaco andito lungo, che dall’Opéra Comique riesce a un vicolo angusto, calcato da que’ pochi che modestissimi aspettano un fiacre [122] o che piú volentieri tornano a casa in santa pace co’ loro piedi. A capo dell’andito attiguo al teatro vedi una candeluccia il cui raggio a mezzo l’andito si smarrisce tra l’ombre; ma vi sta per adornamento, a imitazione delle stelle di minima grandezza le quali ardono e, a quanto sappiamo, non giovano gran che a noi mortali.

Per quell’andito adunque io m’avviava all’albergo, quando cinque o sei passi innanzi ch’io giungessi alla porta, m’accorsi di due signore, l’una a braccio dell’altra, col dosso al muro, le quali secondo le mie induzioni aspettavano un fiacre: e poich’erano sì presso alla porta, io per rispetto al diritto di priorità m’incantucciai pianamente un braccio o poco piú di qua dalle due signore, e quasi invisibile, perch’io era vestito di nero.

La signora che mi stava piú presso era una lunga e smilza persona d’anni forse trentasei; l’altra, di pari forme e statura, n’avrà avuti quaranta: e non avevano indizi nuziali né vedovili; bensì, in tutto e per tutto, l’aspetto di due caste sorelle vestali, a cui né le carezze né i baci aveano libata la rugiada quasi gelata su le lor labbra. In altro tempo io mi sarei cordialmente adoperato alla loro felicità; ma per quella sera la loro felicità doveva arrivar d’altro luogo.

Una voce sommessa con dicitura elegante e con soave cadenza supplicava che tra lor due facessero, per l’amore di Dio, l’elemosina d’un dodici soldi. E mi parve fuori d’ogni uso che un accattone assegnasse la somma dell’elemosina; e dodici volte piú che non si dà solitamente all’oscuro. E se ne meravigliavano anch’esse.

— Dodici soldi? ve’? — dicea l’una.

— Un dodici soldi! — dicea l’altra; né gli davano retta.

Il poverello continuava a dire che non si sarebbe attentato a domandare di meno a due dame del loro grado; e s’inchinò sino a terra.

— Poh! — dissero — non abbiamo di spiccio.

Tacque per allora il mendico; poi tornò ad implorare.

— Deh! gentili damine; deh non chiudano le loro pietose orecchie a me solo!

Sur ma parole, davvero, uomo dabbene — dicea la minore — non abbiamo moneta.

— Il cielo dunque le benedica — rispose il mendico — e moltiplichi a loro le gioje che possono versare su gli altri senza moneta!

Notai che frattanto la sorella maggiore accostava la mano alla tasca, e diceva:

— Se troverò un soldo!

— Un soldo! me ne favoriscano dodici — ripigliò il supplicante — la natura fu sì benefica verso di loro! le sieno adunque benefiche con un povero.

— Ve li darei con tutto il cuore — disse la giovine; — amico, ve li darei, se ne avessi.

— O mia benefattrice! bella e caritatevole gentildonna — diceva egli alla sorella maggiore — ma se allo splendore di quegli occhi, che reca in quest’andito buio il chiaror del mattino, è mista insieme tanta dolcezza, non dovrò io credere che ciò derivi dalla bontà e dalla umanità di quel cuore? non dovrò io credere al marquis de Santerre ed a suo fratello, i quali, passando dianzi, parlavano tanto di tutte e due?

E tutte e due pareano commosse; e le loro dita correvano come per impulso e contemporaneamente alle tasche; e n’uscirono due monete di dodici soldi; né altercavano piú col povero, bensì tra lor due aspirando al merito di far l’elemosina; ma la fecero a un punto tutte e due, e il diverbio cessò: e l’uomo dabbene se n’andò con Dio.

LXI. – L’ENIGMA SPIEGATO

PARIGI

Gli corsi dietro; ed era quel tale che con tanto buon esito davanti al mio albergo chiedeva l’elemosina a tutte le donne. Il secreto che aveva tanto dicervellato, fu da me a un tratto scoperto; o se non altro, il midollo: ed era l’adulazione.

Essenza deliziosissima! oh come sai rinfrescar la natura! e oh come le forze e le debolezze della natura propendono tutte insieme a raccôrti! perché tu t’infondi dolcissima nel sangue, e per vie difficili e tortuose gli agevoli il corso fino a’ seni del cuore.

Quel povero uomo, non vedendosi stretto dal tempo, ha potuto largheggiar nella dose: certo è nondimeno ch’egli altresì aveva l’arte di ridurla in sostanza, contenuta in minime particelle per le tante urgenze improvvise che lo coglievano su le vie. Or come mai diluiva egli, ristringeva, confettava, qualificava insomma le dosi? Non ne vo’ saper altro; e lascio in pace il mio spirito: ben so che l’accattone si buscò due monete di dodici soldi; e chi guadagna assai piú, saprà dirvi il resto assai meglio [123].

LXII. – PARIGI

Noi ci facciamo largo nel mondo non tanto col fare quanto col ricevere de’ servigi: tu trovi un germoglio mezz’arido; lo pianti perché l’hai raccattato; e perché l’hai piantato lo adacqui.

Monsieur le comte de B***, pel favore ch’ei mi fece del passaporto, continuò, ne’ pochi giorni ch’egli andava capitando a Parigi, a favorirmi spontaneamente; e mi fece conoscere ad alcuni signori d’alto affare, i quali m’avrebbero fatto conoscere a’ loro conoscenti, e di mano in mano così.

Ed io aveva scoperto il secreto in tempo da convertire questi onori in profitto; altrimenti, avrei desinato e cenato, come suole avvenire, una o due volte in giro, e traducendo i cenni e gli sguardi francesi in inglese schiettissimo, mi sarei presto avveduto ch’io m’usurpava il couvert[124] d’un piú piacevole commensale; e, per la semplicissima ragione ch’io non avrei potuto serbarmele, avrei rassegnate ad una ad una tutte le mie sedie. Ma per allora i fatti miei non camminavano male.

Ebbi l’onore d’essere presentato al vecchio marquis de B***, segnalatosi in gioventú per parecchie non gravi imprese cavalleresche nella corte d’Amore. Da indi in poi si vestì alla foggia delle giostre e de’ torneamenti, e imbizzarriva a far credere ch’ei non era campione d’Amore solamente in fantasia.

— Avrei caro — mi diceva egli — di dar una corsa per l’Inghilterra; — ed informavasi intorno alle dame inglesi.

— Rimanga, monsieur le marquis — gli diss’io — rimanga dov’è: les messieurs anglois penano anche troppo a impetrare un’occhiata dalle loro dame. — Il marchese mi convitò a cena.

Monsieur P***, gabelliere generale, moveva altrettante interrogazioni su le nostre tasse. — Odo — diceva — che le sono ragguardevolissime.

— Se si sapesse riscuoterle — rispos’io; e gli feci un inchino profondo.

Io non mi sarei ad altri patti meritato un invito a’ concerti di monsieur P***[125].

S’era fatto mal credere a madame de V*** ch’io mi fossi un esprit. Ella sì ch’era un esprit, e spasimava di vedermi e d’udirmi; né io aveva preso una seggiola, che m’accorsi che, per sincerarsi del mio spirito, quella dama non avrebbe dato un pistacchio: ma che io invece era ammesso per far poi testimonio del suo: e Dio sia testimonio anche a me che, conversando con essa, non ho levato il sigillo a’ miei labbri [126].

Madame de V*** non incontrava uomo vivente a cui non asserisse che non aveva mai conversato con tanto profitto in sua vita.

Una francese riparte il proprio regno in tre epoche: nella prima è coquette, poi déiste, finalmente dévote; e durante quest’epoche il regno fiorisce sempre, e solo rimuta vassalli. Intorno all’anno trentesimo sesto suole per lo piú spopolarsi di tutti gli altri schiavi d’Amore, e si ripopola a un tratto degli schiavi dell’Incredulità, a’ quali sottentrano le colonie degli schiavi della Chiesa.

Madame de V*** stava in forse tra la prima epoca e la seconda: il colore di rosa smarrivasi alloramai a occhio veggente, e, quand’io le feci la prima visita, fuggiva il quart’anno da che essa avrebbe dovuto appigliarsi al deismo.

Mi fe’ sedere seco sopra un sofà per disputare posatamente de’ punti di religione: madama insomma mi disse che non credea nulla.

Risposi che, ov’ella pur s’attenesse in cuore a questi principj, io era nondimeno sicuro che non le tornava a conto di radere le fortificazioni esteriori, senza le quali mi pareva miracolo che una cittadella sì fatta potesse difendersi; che il deismo era pure la pericolosissima cosa per una bella persona, e ch’io per obbligo di coscienza non poteva dissimularle come non erano corsi cinque minuti da ch’io m’era seduto su quel sofà, ed aveva già fatti non so quanti disegni: se non che i sentimenti miei religiosi, e la persuasione che fosse anch’essa armata di religione mi soccorsero a reprimere i miei desiderj nel punto che avevano cominciato a tentarmi.

— Non siamo — e la presi per mano — non siamo, no, di diamante: però dobbiamo confidare la nostra salute negli ostacoli esterni, finché l’età non venga a concentrarli invisibilmente dentro di noi: ma — e le baciai la mano — è ancor presto, gentil mia donna; assai presto.

Perché nol dirò? io fui per tutto Parigi in concetto d’avere convertita madame de V***; e, molti l’hanno udita affermare a monsieur D*** e all’abbé M*** [127] ch’io aveva piú in poche parole detto a favore, che non essi in tutta la loro Enciclopedia contro della rivelazione; e fui senz’altro nel registro della côterie [128] di madame de V***, la quale procrastinò l’epoca del deismo ad un paio d’anni.

Mi ricordo che appunto in quel crocchio, mentr’io nel fervore del ragionamento andava provando la necessità d’una Prima Causa, mi sentii tentare nel gomito; e il contino di Fainéant mi chiamò in disparte in un canto di quella sala, per avvertirmi che il mio solitaire [129] mi calzava troppo nel collarino.

— Guardi; sta plus badinant — diceva egli accennandomi il suo — e basta una parola, monsieur Yorick, al savio.

— E dal savio, monsieur le comte — risposi con un inchino.

Né verun uomo mortale mi strinse con amplesso sì sviscerato, come allora il contino di Fainéant.

Per tre continue settimane non ebbi opinione fuorché quella di chi mi parlava. — Pardi! ce monsieur Yorick a autant d’esprit que nous autres. — Il raisonne bien — diceva un altro; e un altro: — C’est un bon enfant. — Onde, finché Dio mi lasciava vita, io poteva mangiare e bere e darmi buon tempo in Parigi; ma pagando pur sempre un disonestissimo scotto. M’avvilii di vergogna: lucri da schiavo! L’onore e tutti quanti i suoi sentimenti virili si sollevarono per dissuadermene: quant’io piú saliva tra’ grandi, io mi vedeva costretto al mio sistema d’accattone; e le piú fiorite conversazioni aveno piú alunni dell’arte. Io sospirava gli alunni della natura: e una sera, dopo d’essermi abbiettissimamente prostituito a mezza dozzina di varie persone, mi sentii nauseato, e mi ricovrai nel mio letto, raccomandando a La Fleur che ordinasse i cavalli, perch’io all’alba volea affrettarmi verso l’Italia.

LXIII. – MARIA

MOULINS

Né io aveva peranche provato l’affanno dell’abbondanza; ma, traversando il Bourbonnais, temperatissima contrada di Francia, nel tripudio della vendemmia, allorché la natura profonde in ogni grembo la sua dovizia, e gli occhi dei suoi figliuoli si sollevano per gratitudine al cielo, e la musica comparte allegramente il lavoro, e tutti portano danzando i loro grappoli; ed io ad ogni passo del mio viaggio mi sentiva prorompere e infiammare nell’anima mille affetti per tanti gruppi che mi venivano incontro, ed ogni gruppo m’era liberale di liete avventure.

Dio mio! ne riempirei venti volumi: e ohimè! pochi e brevi fogli appena m’avanzano, e dovrò darne almen la metà alla povera Maria, la quale fu già incontrata dall’amico mio Shandy presso Moulins.

 

Perché in questo e nel seguente capitolo Yorick tocca un racconto che molti de’ suoi concittadini e pochi de’ miei hanno letto, io, Traduttore, stimai bene di volgarizzarlo e di frammetterlo qui come segue:

VITA E OPINIONI

DI TRISTANO SHANDY GENTILUOMO

(VOL. IX, CAP. XXVIII)

Erano le piú dolci note ch’io avessi udito mai: e calai tosto il cristallo per udire distintamente.

— È Maria — dissemi il postiglione, il quale s’avvide ch’io stava attento. — Povera Maria! — e si chinò da un lato, perch’egli stava in linea retta e temeva ch’io non potessi vederla — eccola lì, seduta a quel greppo, sonando i vespri sul flauto, con la sua capretta da canto.

E queste parole furono da quel giovinotto proferite con accento e con volto sì concordi a’ moti d’un cuore pietoso, ch’io feci subito voto di dargli una moneta di ventiquattro soldi tosto ch’io fossi a Moulins.

— E chi è la povera Maria? — gli diss’io.

— È l’amore e la pietà di tutto il contado qui attorno — risposemi il postiglione. — Il Sole, tre anni fa, non risplendeva sul viso di veruna fanciulla né piú spiritosa, né piú amabile di Maria; povera Maria! tu non meritavi che le tue nozze ti fossero interdette per le brighe del curato della parrocchia.

E seguitò a dirmi, come il curalo aveva fatte già dall’altare le denunzie di quelle nozze.

Se non che Maria, che s’era un po’ riposata, s’accostò il flauto alla bocca, e ripigliò la sua aria; ed erano le medesime note, ma dieci volte piú soavi.

— Questo è l’Ufficio della sera alla Vergine — disse il ragazzo — né si sa chi a lei l’abbia insegnato, né come riesca a sonarlo sul flauto; noi crediamo che il cielo per sua misericordia la ispiri; perché dal dì ch’ella è fuori di sé, pare che non trovi verun’altra consolazione; non si lascia uscire di mano quel flauto, e sona l’Ufficio quasi dì e notte.

La discrezione e l’ingenua eloquenza del postiglione mi costringevano a diciferare certa gentilezza che gli traspariva, superiore alla sua condizione, dal viso; e sarei stato voglioso di sapere la sua storia: ma allora l’anima mia era tutta della sfortunata Maria.

Ci siamo frattanto avvicinati al greppo ove sedeva Maria. Portava un rado guarnellino bianco; e tutti i capelli, da due ciocche in fuori, ravvolti in una rete di seta con alquante foglie d’ulivo bizzarramente intrecciatevi da una banda. Era bella assai! e s’io ho mai provato la piena d’un onesto crepacuore, fu nel punto ch’io la guardai.

— Iddio ti consoli, povera donzella! — esclamò il postiglione. E volgendosi a me, tornò a dire: — Piú di cento messe si sono già celebrate in tanti conventi e nelle chiese parrocchiali del contado per lei; ma senza pro. Talvolta rinviene in se stessa; e noi abbiamo fede che un dì la Vergine la risani; ma i meschini suoi genitori, che la conoscono meglio di noi, non però sono consolati nemmeno dalle speranze; e temono che non riavrà piú i suoi sentimenti; mai piú.

Com’ebbe il postiglione ciò detto, Maria fece una cadenza sì melanconica, sì affettuosa, e sì querula, ch’io balzai fuor di carrozza a riconfortarla; e nel risentirmi del mio entusiasmo, mi trovai seduto in mezzo a lei e la sua capra.

Maria m’affissò pensosa alcun poco; poi guardò la sua capra, poi me; e poi la sua capra ancora: e così ora l’una ora l’altro.

— Or bene, Maria — le dissi amorosamente — che rassomiglianza ci trovate voi?

Ma e tu, candido lettore, credi ch’io non le feci questa interrogazione se non perch’io sono umilmente convinto che anche l’uomo è una bestia; credimi, e di questo te ne scongiuro, ch’io non avrei lasciato andare una burla intempestiva alla presenza venerabile della miseria; no, quand’anche m’impadronissi di quanta arguzia sgorgò mai dalla penna di Rabelais.

— Addio, Maria! Addio, povera mal’avventurata donzella; non oggi, un dì forse, udrò dalle tue labbra i tuoi guai; — e fui sino ad ora deluso. Intanto ella prese il suo flauto, e mi fe’ con esso tal racconto di sciagura, ch’io mi rizzai, e a passi rotti ed incerti me ne tornai adagio adagio alla mia carrozza.

Continua il capo lxiii dell’itinerario di Yorick

Il racconto di questa donzella impazzita mi avea pur commosso leggendolo; ma vedendomi in quelle vicinanze, mi tornò al pensiero sì fieramente, che con irresistibile forza mi trascinò mezza lega fuori di strada al villaggio de’ suoi parenti a domandarne novella.

Questo è un andare (e il confesso) come il cavaliere della Trista Figura a caccia di dolorose avventure; ma, e non so come, io non mi sento sì pienamente conscio dell’esistenza d’una anima in me, se non quando mi trovo ravvolto nelle malinconie.

La vecchia madre venne sull’uscio, e il suo aspetto, innanzi che le sue labbra s’aprissero, mi narrò tutti i suoi guai. L’era morto anche il marito; — morto da un mese — diceva ella, — d’angoscia per la misera infermità di Maria; e allora ho temuto che per questa sciagura la povera fanciulla perderebbe anche la poca ragione che le rimane: invece par che rientri in sé, ma non trova mai quiete: la mia povera figliuola (e così dicendo piangeva a lacrime amare) va ramingando, chi sa dove, lungo la strada.

– Perché, mentre io scrivo, il polso mi batte languidamente? e come mai La Fleur, che par ch’abbia il cuore creato solamente per l’allegria, ripassava il rovescio della sua mano due volte sugli occhi, mentre la vecchia stava ritta sull’uscio parlandomi? – Accennai al postiglione che ripigliasse la strada.

Un miglio e mezzo di qua da Moulins, verso un viale che mette a un boschetto, scopersi la povera Maria che sedeva sotto un pioppo: sedeva col gomito sul grembo e col capo chino da un lato sovra la palma: un ruscelletto scorreva a’ piedi d’un albero.

Ordinai al postiglione che andasse col mio sterzo a Moulins e a La Fleur che mi facesse allestire da cena, perché io gli avrei seguitati passeggiando.

Essa era vestita di bianco, e quale è descritta dall’amico mio; se non che le sue chiome, raccolte allora in una rete di seta, cascavano, quand’io la vidi, abbandonate: aveva anche aggiunto al suo guarnellino un nastro verde pallido ad armacollo, donde pendeva il suo flauto. La sua capra le era stata infedele al par del suo innamorato; e aveva in sua vece un cagnolino, e tenevalo con una cordella attaccato alla sua cintura.

— Ma tu non m’abbandonerai, Silvio — gli disse. Guardai negli occhi Maria, e m’avvidi che piú che alla sua capretta e al suo innamorato, essa allora ripensava a suo padre: poiché, proferendo quelle parole, le lacrime le gocciavano giú per le guance.

M’assisi accanto a lei; e Maria mi lasciava che, mentre le cadeano le lagrime, io le asciugassi col mio fazzoletto; e lo bagnai delle mie e nelle sue; poi nelle mie, e rasciugai poscia le sue: sentiva intanto io tali commozioni e sì inesprimibili, ch’io sono certo che non potrebbero ascriversi mai a veruna combinazione di materia e di moto.

Sì, sono persuaso che ho un’anima: e tutti i libri di cui i materialisti appestano il mondo non sapranno convincermi mai.

LXIV. – MARIA

Maria si risentiva; e le domandai se si ricordava d’un uomo pallido ed esile della persona, il quale due anni addietro s’era seduto in mezzo a lei e alla sua capra. Rispose che a quel tempo era malata assai; ma che se ne risovveniva per due circostanze: perché, così malata, s’accorse che quell’uomo n’avea pietà; e poi, perché la sua capra gli aveva rubato il fazzoletto e che ella per quel furto l’aveva allora battuta. E diceva d’avere lavato il fazzoletto nel rio, e che n’aveva tenuto conto sino a quel giorno per restituirglielo, se mai lo rivedesse, com’ei le aveva mezzo promesso. Così parlando, si traeva di tasca il fazzoletto a mostrarmelo; lo custodiva piegato politamente fra due foglie di vite ravvolte d’un pampino: spiegandolo vidi una S, segnata in un de’ lati.

E narravami com’ella aveva tapinato dopo quel dì sino a Roma, e fatto un giro in San Pietro, e che se n’era tornata; e che sola aveva ritrovato il sentiero lungo gli Appennini, e traversata tutta la Lombardia senza danaro, e le strade alpestri di Savoia senza scarpe: come ella avesse tanto patito; e come e da chi sostenuta, non potea dirlo:

— Ma Dio mitiga il vento — disse Maria — per l’agnello tosato.

— Tosato, e come! e nel vivo — diss’io. — Ma se tu fossi nella terra de’ miei padri dove ho un abituro, io ti raccorrei meco per ricovrarti: tu mangeresti del mio pane e berresti nella mia tazza[130]: sarei buono col tuo Silvio: a te debole e vagabonda, io verrei sempre dietro per ravviarti: al tramontar del sole io direi le mie preghiere; e quando avessi finito, tu soneresti il salmo della sera sul tuo flauto: né l’incenso del mio sacrificio saria meno accetto, salendo ne’ cieli con quello d’un cuore straziato.

La natura stempravasi dentro di me mentr’io parlava; e Maria, osservando che il fazzoletto che io mi traeva di tasca era omai troppo molle per asciugarmi gli occhi, voleva lavarmelo nel ruscello.

— E dove lo rasciugherai tu, Maria?

— Nel mio seno — rispose — mi farà bene.

— Tanto arde ancora il tuo cuore, Maria? — le diss’io.

Io toccava una corda su la quale erano tesi tutti i suoi guai: fissò alquanto gli occhi smarriti sul mio volto; poi, senza dirmi parola, prese il suo flauto, e sonò l’orazione alla Vergine. La vibrazione della corda da me toccata cessò: in uno o due minuti Maria si riebbe: lasciò andare il suo flauto e s’alzò.

— E dove vai tu, Maria?

Dissemi: — A Moulins.

— Vuoi tu venirci meco? — diss’io.

Appoggiò il suo braccio sul mio, lentando la cordella al cagnoletto perché ci seguisse. Così entrammo in città.

LXV. – MARIA

MOULINS

Quantunque io aborra i saluti e le accoglienze sul mercato, pure, quando fummo in mezzo alla piazza di Moulins, mi fermai per pigliarmi l’ultima occhiata e l’ultimo addio da Maria.

Maria, sebbene non fosse alta, aveva forme di prima bellezza; l’afflizione le aveva ritoccato il volto d’un certo che, che non pareva terreno: ad ogni modo era donna; e tanto da tutta la sua persona spirava tutto ciò che l’occhio vagheggia, e l’anima desidera in una donna, che se potessero cancellarsi le tracce impresse nel suo cuore, e quelle di Elisa dal mio, non solo essa mangerebbe del mio pane, e berrebbe nella mia tazza, ma Maria poserebbe sul mio petto e mi sarebbe figliuola [131].

Addio, misera sconsolata vergine! imbevi l’olio e il vino che la compassione d’uno straniero, mentr’egli passa pellegrinando, versa ora su le tue piaghe [132]. Iddio solo, che ti ha per due volte esulcerata, può rimarginarle per sempre.

LXVI. – IL BOURBONNOIS

Eppure la mia fantasia s’era già lusingata d’immagini allegre! e oh quanto l’anima mia s’aspettava di tumultuar nella gioia in quel viaggio, e in quei giorni della vendemmia, e per quelle piagge amenissime della Francia! Ma!… quivi appunto il dolore mi aprì la sua porta; e ogni gaia speranza m’abbandonò. In ciascheduna di quelle scene di giubilo m’appariva nel fondo la pensosa Maria sedente all’ombra del pioppo: ed io già toccava Lione, né avea per anche potuto coprirla d’un velo.

Cara sensibilità! tu se’ l’inesauribile fonte degl’incanti della voluttà e degli spasimi dell’angoscia! tu incateni il tuo martire sovra un letto di paglia; e tu stessa lo sublimi teco oltre al cielo. Eterna fonte de’ nostri affetti! Or sì ch’io ti cerco, or sì tutta la tua

Divinità dentro il mio petto esulta [133].

Ma non già quando la tristezza e l’infermità, quando

L’alma in sé si ristringe, e inorridita

L’annientamento suo guarda e s’arretra.

Vana pompa di frasi! [134] bensì quando un generoso piacere, e un affanno generoso mi viene di fuori, allora, allora emana tutto da te, o grande Sensorio dell’universo! da te che diffondi la tua vibrazione, quand’anche un unico crine ci caschi dal capo e la propaghi nelle piú remote solitudini del creato. Tòcco da te, Eugenio schiude un po’ le cortine sotto le quali io giaccio languendo, ascolta la storia de’ miei patimenti, e intanto i suoi nervi tremano dolorando; ma egli n’accusa l’intemperie della stagione. Tu spiri sovente una scintilla del tuo calore all’aspro alpigiano, mentre trascorre su per le rupi agghiacciate e s’abbatte in un agnello straziato dal dente del lupo. Vedilo, con la testa appoggiata al vincastro, inchinarsi pietosamente verso l’agnello. Ah! foss’io giunto un poco piú presto! L’agnello spira nel suo sangue, e il cuore compassionevole del pastore gronda sangue!

Pace sia teco, generoso pastore: tu ora te ne vai contristato, ma la gioia te ne renderà il merito; poiché la tua capanna è beata, e beato chi l’abita teco, e beati gli agnelli che ti belano attorno.

LXVII. – LA CENA

Un ferro del piede dinanzi del cavallo delle stanghe schiodavasi a’ primi passi dell’erta del monte Tararo; e il postiglione scavalcò, lo staccò, e se lo serbò nella tasca. E poiché s’aveva a salire per cinque miglia, e per questo era appunto il cavallo di cui solo si poteva far capitale, io intendeva che fosse ricalzato di quel suo ferro; ma, avendo il postiglione gittati via tutti i chiodi, poco o nulla poteva allora il martello di cui era provveduto il mio sterzo: e mi rassegnai a tirare innanzi.

Ma non s’erano superate due miglia dell’erta, quando quel travagliato ronzino, contrastando con uno di que’ passi disastrosi, restò disarmato dell’altro ferro dell’altro piede dinanzi. Non ne volli piú sapere altro, ed uscii dal mio sterzo; e, discernendo a un tratto di trecento passi una casa a mano mancina, volli avviarmi; ed ebbi di grazia a farmi seguitare dal postiglione. E quanto io piú m’appressava, la prospettiva di quella casa mi veniva riconciliando col mio nuovo infortunio. Consisteva in una cascinetta attorniata da forse sette pertiche a vigna e d’altrettante di campi a biade. Avea prossimo dall’un de’ lati un orto di poco piú d’una pertica, provveduto di quanto mai l’abbondanza può consolare la mensa d’un contadino francese. Prosperava dall’altro lato una selvetta liberale di ombre al riposo e di legna al focolare.

Il giorno nell’ora in ch’io giunsi godeva degli ultimi raggi del sole, onde lasciai che il postiglione provvedesse a’ suoi casi, e a dirittura m’inoltrai nella casa.

E vidi la famiglia d’un uomo attempato con la sua donna, e cinque o sei figliuoli, e generi con le loro spose, e la loro gaia e innocente figliuolanza.

E facevano tutti corona a una minestra di lenti: e un largo pane di fromento stava nel mezzo del desco: e i fiaschi di vino che v’erano da ogni lato prometteano di rallegrare ad ogni pausa la cena: era insomma un convito d’amore.

S’alzò il vecchio; e con riverente cordialità m’accoglieva, e pregavami ch’io sedessi a desco con loro — il mio cuore, al primo entrar nella stanza, vi s’era già seduto da sé — mi vi posi come figliuolo di casa; e, per assumerne quanto piú presto io potevo il carattere, richiesi il vecchio del suo coltello, e mi tagliai una fetta di quel pane; e allor tutti gli occhi mi significarono il ben venuto; ed all’oneste accoglienze di quegli sguardi erano misti i ringraziamenti del non averne io dubitato.

Fu egli questo? — o Natura! dimmelo tu — o fu egli alcun altro il motivo che mi condiva sì saporitamente quel pane? o per quale incantesimo ogni sorso del vino ch’io attingeva da quel loro fiasco m’imbalsamava di tal voluttà che io la sento fino a quest’oggi sul mio palato?

E s’ebbi cara la cena, assai piú care mi riescirono le grazie che se ne resero al cielo.

LXVIII. – LE GRAZIE

Però che il vecchio picchiò del manico del suo coltello sul desco, e fu a tutti segnale che s’allestissero al ballo.

E le fanciulle e le donne corsero in fretta alle prossime camere a rannodarsi le trecce; e i giovinotti presso la porta a ripulirsi il viso nella fontana, ed a sbrogliarsi de’ loro sabots [135]; né vi fu chi in tre minuti non si trovasse già bello e lesto sull’aiuola dinanzi alla casa. Il padre di famiglia e la sua donna uscirono ultimi; e mi posero a sedere in mezzo a lor due, sopra un sofà d’erba accanto alla porta.

Fu già, cinquant’anni addietro, il buon vecchio un competente suonatore di viola, ma per allora suonava sufficientemente quanto al bisogno: la sua vecchierella gli faceva tenore canterellando, poi faceva pausa, poi ripigliava la sua canzonetta; e i loro figliuoli e nipoti ballavano tutti quanti davanti ad essi, a quel suono.

Se non che, a mezzo il secondo ballo, nella breve pausa che vi frapposero, gli occhi di tutti s’alzarono; ed immaginai di scorgere ne’ loro sembianti certa elevazione di spirito, che non ha che fare con l’esultanza che precede e succede all’innocente tripudio. Parvemi insomma che la religione s’accompagnasse alla danza: ma perch’io, non l’aveva mai veduta in tal compagnia [136], l’avrei per certo creduta una delle tante illusioni della mia fantasia che mi divaga come a lei pare e piace ogni sempre, se il vecchio sul finir della danza non mi diceva ch’egli per consuetudine antica, e per regola impreteribile, aveva in tutte le sere della sua vita chiamata dopo cena la sua famiglia a ricrearsi a ballare; perch’io, diceva egli, son certo che un cuore ilare e pago è il ringraziamento migliore che un campagnuolo idiota possa rendere al cielo.

— Non che un dotto prelato — diss’io [137].

LXIX. – IL CASO DI DELICATEZZA

Come s’è tocca la vetta del Tarare si corre all’ingiú sino a Lione. Addio per allora a tutti i celeri moti! vuolsi viaggiare con avvertenza; il che conferisce assai meglio a que’ sentimenti che non amano le fughe. M’acconciai dunque co’ muli d’un vetturale, perché nel mio sterzo mi conducessero a loro comodo, e a mio salvamento, a Torino per la Savoia.

Povera, paziente, pacifica, onesta gente della Savoia! non temere: il mondo non porterà invidia alla tua povertà, che è il tesoro delle tue schiette virtú; e non invaderà le tue valli! O Natura! qui tu sembri adirata; e qui nondimeno tu sei propizia alla povertà creata anch’essa da te: qui ti sei cinta di edifici orribilmente magnifici, e t’è avanzato assai poco da concedere alla vanga e alla falce; ma quel poco è quieto e sicuro sotto al tuo patrocinio; e sono pur cari i tugurj così protetti da te!

Si crucci a sua posta il viaggiatore arso, affannato, e si disacerbi in doglianze contro alle improvvise tortuosità ed i pericoli de’ vostri sentieri, e contro alle rocce ed a’ precipizi, e alla noia dell’erta, e al ribrezzo della discesa, e contro alle vostre disastrose montagne, e alle cateratte che, spalancando nuove voragini, strascinano da’ burroni quegli sterminati macigni che gli precludono il passo. Anch’io, quando vi giunsi, vidi gli alpigiani che sino dall’alba sudavano a sgombrare la strada d’uno di que’ frammenti dell’alpe tra San Michele e Modàna, e per aver l’adito non bastavano forse due altre lunghe ore di stenti; ma io mi contentai del rimedio dell’aspettare e della pazienza; se non che la notte annuvolavasi burrascosa e indusse il mio vetturale, che vedeva l’indugio, a pernottare, cinque miglia di qua dalla sua consueta posata, in un pulito alberghetto ch’era di poco fuor della strada.

E immediatamente pigliai possesso della mia stanza da letto: feci gran vampa di fuoco: chiesi da cena, e ringraziai la Provvidenza che non mi avesse fatto capitar peggio; allorché soprarrivò la carrozza d’una signora con la sua cameriera.

L’ostessa, senza star molto su i convenevoli, le condusse nella mia camera, ch’era, a dir vero la sola di tutto quell’alberghetto nella quale si potesse dormire. Ed entrando diceva loro che non v’era nessuno, fuorché un gentiluomo inglese: ma che v’erano due buoni letti, ed un altro nell’attiguo stanzino: e l’accento con che raccomandava il letto dello stanzino non pareva di buon augurio: comunque fosse, l’ostessa diceva che v’erano tre persone e tre letti, e si riprometteva che il signore non avrebbe guastate le cose. Per non dar tempo a’ disegni della signora, dichiarai ch’io dal mio canto avrei fatto quel piú ch’io poteva.

Il che non importava l’assoluta rinunzia della mia camera; anzi volli adempiere a’ doveri dell’ospitalità, e pregai la signora che s’accomodasse, e la ripregai finché accettò la sedia prossima al fuoco: ordinai doppia legna, e mi raccomandai per cena piú larga alla ostessa, e perché ci favorisse una bottiglia del suo miglior vino.

La signora, rifocillatasi appena per cinque minuti, cominciò a torcere il collo, e riguardava i due letti; e di volta in volta i suoi sguardi tornavano piú perplessi; ed io era travagliato per essa e per me, poiché in pochissimo tempo quelle sue occhiate, e il caso in sé, mi mettevano in grande pensiero.

E l’avere a dormire in due letti d’una medesima stanza bastava ad angustiare l’anime nostre; ma la loro situazione (perché erano paralleli e divisi da sì angusto intervallo che al piú ci capiva una scranna di paglia) ci angustiava assai peggio: inoltre, que’ letti non erano discosti dal fuoco, e lo sporto del camminetto da un lato, e dall’altro una trave massiccia, che attraversava la camera, gli appartavano in una specie di alcova assai disonante da’ nostri pensieri. A tanti inconvenienti s’aggiungeva, pur troppo! la picciolezza de’ letti; insormontabile impedimento; talché fin anche il compenso che le due donne si coricassero insieme riesciva disperatissima cosa: benché non fosse da desiderarsi, il compenso non era poi sì terribile che la loro fantasia non potesse almeno per una sola notte accomodarvisi.

Poca o nessuna consolazione recava a noi lo stanzino; freddo, umido, con un’imposta del balcone sdruscita, preda del vento e con le finestre inermi di vetri o di carta ogliata contro la tempesta e la notte. Né io, mentre la signora le andava considerando, rattenni per civiltà la mia tosse.

Dunque, la necessità riduceva la signora a questi termini: o di posporre la salute al pudore, e contentarsi dello stanzino, rinunziando alla cameriera il letto prossimo al mio; o di, confinare nello stanzino la cameriera, ecc. ecc.

La signora era piemontese, presso ai trent’anni, e con guance incarnate dalla salute: la cameriera n’avea forse venti, ed era lionese, briosa negli atti ed agevole al pari di qualunque fanciulla francese; e l’una e l’altra pendevano tra il sì, il no, il ma, il se, il forse: talché il macigno che ci aveva tanto impacciata la via e tanti brigavano a smoverlo, pareva, a fronte del nostro nuovo impedimento, una piuma. Restami solo da dire che il travaglio del nostro spirito era aggravato dalla delicatezza, la quale non ci permetteva di spassionarci scambievolmente della nostra tribolazione.

Cenammo; e se non si fosse bevuto fuorché del vino generoso che un alberghetto di Savoia può dare, le nostre lingue si sarebbero rimaste impedite finché la necessità non le avesse di propria mano snodate. Ma la signora aveva parecchie bottiglie di Borgogna nella vettura, e mandò la cameriera a recarne un paio. Pertanto, quando fu sparecchiato e ci siamo trovati a quattr’occhi, quel nuovo calore ci diede spirito di palesarci, non foss’altro, liberatamente l’angustie dello stato nostro e di conferire tra noi due per venire a composizione. E si sono ventilati, agitati, considerati punto per punto tutti i termini dell’accordo; e dopo due ore e piú forse di andirivieni, ci venne fatto di concludere e di stipulare a guisa di trattato i capitoli; né credo che veruno fra quanti trattati meritarono d’essere conservati alla memoria de’ posteri, sia stato mai stipulato né con piú lealtà, né con piú timorata coscienza da ambe le parti. Gli articoli furono:

I. Il signore, come possessore della camera, stimando che il letto prossimo al camminetto debba essere piú caldo, pretende che sia occupato dalla signora.

Accettasi dalla signora: con che le cortine di esso letto (perché sono di bambagia assai rada, e troppo misere a chiudere convenientemente) siano dalla cameriera o appuntate con lunghi spilloni o cucite con ago e refe, in guisa che oppongano argine competente a’ confini del signore.

II. La signora pretende che il signore si corichi ravviluppato tutta la notte nella sua vesta da camera.

Ricusasi: tanto piú che il signore non possiede vesta da camera e non ha nella sua valigia fuorché sei camicie ed un paio di brache di seta nera.

L’aver mentovato le brache mandò sossopra l’articolo; e furono richieste in compenso della veste da camera; laonde si stipulò ch’io dormissi con le mie brache di seta nera.

III. La signora pretende e sarà stipulato che non sì tosto il signore giacerà a letto e la candela ed il fuoco saranno spenti, egli non dirà per tutta quanta la notte una sola parola.

Accettasi: salvo che, quando il signore dirà le sue devozioni, ciò non s’apponga a violazione del trattato.

S’era trasandato un unico punto di poco rilievo, ed è: in che modo ci saremmo spogliati, e coricati ne’ nostri letti: or non v’era che un modo solo; però il lettore può immaginarlo da sé. Protesto bensì che, ov’ei trapassasse i termini della verecondia naturale, e non ne imputasse la colpa alla sua fantasia, io me ne richiamerò solennemente: la qual mia doglianza non è già la prima, né l’unica [138].

Or poiché ciascheduno fu sotto le coltri, io, fosse la novità o che si fosse, nol so; ma io mi giaceva a occhi spalancati e cercava il sonno di qua e di là; e mi voltava, e smaniava e mi rivoltava: suonò mezzanotte, e poi un’ora: la natura e la pazienza erano agli estremi:

— O Gesú mio! — dissi.

— Avete rotto l’accordo — disse la signora, la quale anch’essa non aveva chiuso mezz’occhio. Le domandai tante e tante scuse, ripetendo tuttavia che la mia era una jaculatoria, né piú, né meno; e la signora si puntigliava a rispondere, ch’io aveva rotto irremissibilmente l’accordo; ed io le andava dicendo che no; e me ne appellava alla clausula dell’articolo terzo.

Ma, mentre la signora voleva vincere il suo punto, disarmava da per sé le proprie barriere; perché, nell’ardore del diverbio, mi giunse all’orecchio il tintinnìo di tre o quattro spilloni che, cascando sullo spazzo, lasciavano aperta una breccia nelle cortine.

— In buona fede, e sull’onor mio, signora mia, neppure per un diadema…

E stesi in via d’asserzione il mio braccio fuori del letto, e voleva dire che non avrei neppure minimamente peccato, quand’anche mi fosse promesso un diadema, contro al decoro... se non che la cameriera, intendendo che si veniva a parole, e dubitando non si trascorresse alle ostilità, sbucò furtiva del suo stanzino e, brancicando alla meglio per quell’oscurissimo buio, penetrò chiotta chiotta nello stretto che separava i due letti e si fe’ tanto innanzi che si trovò per l’appunto tra la signora e me, così… che la mia mano sporgendosi stesa, pigliò la cameriera per…

E Yorick continuava l’itinerario d’Italia; ma, essendosi intorno alla fine del 1767 partito dal suo romitorio di Coxwould nella contea di Yorck, per dare alle stampe questo volume in Londra, vi morì dopo due mesi: né poté, com’egli aveva da piú anni desiderato, lasciare le sue ossa al camposanto della propria parrocchia con l’epitaffio:

AHI — POVERO — YORICK

Giace in un cimitero di Londra presso una lapide con un’iscrizione che suona:

QUI . PRESSO

RIPOSA . IL . CORPO

DEL . REVERENDO . LORENZO . STERNE . M . A

MORTO . L’ANNO . MDCCLXVIII

DELLA . E . S . LIII

AH MOLLITER OSSA QUIESCANT

Note

______________________________

 

[1] Tristram Shandy, epist. dedicat.

[2] Viaggio sentimentale, cap. XL.

[3] Questo e parecchi altri vocaboli e modi francesi si sono serbati nella versione, perché furono dall’autore industriosamente inseriti e distinti nel testo. (F.)

[4] Gli averi del forestiero che moriva in Francia s’incameravano. (F.)

[5] Elisabetta Drapper, a cui l’autore quasi morente scriveva lettere d’amore spirituali, stampate sovente, e talvolta con quelle d’Elisa: ed Elisa scriveva piú affettuosamente e piú candidamente d’Yorick. Morí giovine. Vedine l’elogio nella Storia filosofica di Raynal, lib. III, §15. (F.)

[6] Rogero Ascham, uomo eruditissimo e precettore della regina Elisabetta, viaggiò intorno al 1580 in Italia, e tornato in Inghilterra, stampò in certo suo libro intitolato il Maestro di scuola: «Iddio sia ringraziato ch’io non feci dimora per piú d’otto giorni in Italia, perché in quegli otto giorni fui testimonio d’infinite scelleraggini, ch’io non ne vidi, né udii, né lessi in nove anni da che vivo in Londra». - Le opere dell’eruditissimo Ascham furono ristampate in Londra nel 1760, sí pel merito della loro erudizione, sí perché insegnano a percorrere gli altrui domini, e toccatili appena come vuol far intendere Yorick, a biasimarne gli usi e le leggi: metodo speditissimo di cui molti viaggiatori hanno profittato a’ miei giorni. Vedi Kotzebue, Souvenirs. (F.)

[7] Tolto forse da Dryden, che chiama dolcezza di sangue l’indole di chi non ha forza di fare il male. Vedi Spettatore, vol, II, disc. 48. (F.)

[8] Il testo: «the most physical précieuse in France». Le parigine allora studiavano fisica; oggi, chimica. (F.)

[9] «I should have overset her creed»: - e questa voce suona solitamente credenza, opinione, sistema: ma qui, come presso Shakespeare, citato dal Johnson, pare che significhi la serie degli articoli formali co’ quali ciascheduno fa professione solenne della propria religione o irreligione. (F.)

[10] Ordine regolare Agostiniano, istituito a’ tempi delle Crociate per redimere con l’elemosine de’ fedeli gli schiavi dalle mani dei barbari. (F.)

[11] Il testo: a hectic of a moment: ora hectic presso tutti gli autori citati da’ vocabolarj inglesi significa stato d’etisia, calore morboso, febbre etica: però si è tradotto congetturando. (F.)

[12] Calesse chiuso, capace d’una sola persona. (F.)

[13] E’ vuol dire, che quei del paese daranno ad intendere al viaggiatore tutto quello che essi vorranno - ma non crederanno a tutto quello ch’egli dirà - e però per conversare con men diffidenza, egli si andrà ricoverando nella compagnia de’ viaggiatori suoi concittadini. (F.)

[14] Privilegio antico, pel quale ad ogni ecclesiastico, e poscia ad ogni uomo che sapeva leggere, era per qualunque delitto commutata la pena di morte nella carcere o nell’esilio. Da Giorgio I in qua le ragioni di questo privilegio sono in parte mutate: taluni ad ogni modo possono allegarlo; e dove questi per legge meritassero il marchio o altre pene d’infamia, sono invece col beneficio del clero confinati per anni sette. (F.)

[15] Tre università dalle quali si eleggono solitamente que’ Mentori che accompagnano i giovani gentiluomini, affinché si divezzino da’ vizj inglesi, ed imparino tutti gli altri vizj nobili d’Europa.(F.)

[16] Il testo: «than the mere novelty of my vehicle»: altri tradurrebbe forse: la novità de’ miei motivi, da che Johnson interpreta cosí nel suo vocabolario la voce vehicle; ma gl’Inglesi intendono comunemente con questa voce ogni cosa che serve a trasportare, e l’autore inoltre la contrassegnò nella stampa; onde a me pare che alluda a taluno di que’ tanti viaggiatori che con fogge stranissime ambiscono di farsi guardare. Vero è che quella désobligeante non era cosa nuova a que’ tempi; ma era pur nuovo che un viaggiatore, anziché obbligarsi tutti gli altri suoi concittadini che fecero e scrissero viaggi, scrivesse appunto in una désobligeante un sermone contro chiunque viaggiava. E Yorick si diletta di sí fatti frizzi ed equivochi; cosí al principio di questo proemio, nominando i peripatetici, allude agli uomini che vanno attorno perpetuamente. Ma perché a me queste freddure non piacciono, e all’autore piace che chi legge le indovini da sé, io le tradurrò a mio potere senza far troppe chiose sovr’esse. (F.)

[17] Mynheer; come Mister a un Inglese, Monsieur a un Francese ecc. (F.)

[18] Et plantavit vineam… et nudatus est in tabernaculo suo. - Quod cum vidisset Cham… verenda scilicet patris sui esse nudata, nuntiavit duobus fratribus suis foras. — Gen., IX. (F.)

[19] Il testo: sailing and posting. (F.)

[20] Qui; ma non in Francia dove scriveva; bensí in Inghilterra dove avrebbe pubblicato, siccome poi fece, questo itinerario. (F.)

[21] Le parole che l’autore, come tutti gli autori, scriveva predicando da sé, furono frantese da due Inglesi che andavano nel cortile considerando quell’inquieto calesse.(F.)

[22] Carrozza chiusa, e da due sole persone, una a rincontro dell’altra. A’ tempi di Shakespeare gli Adoni inglesi si chiamavano Viaggiatori in gondola (Comm. As you like it, atto IV, sc. I), perché Venezia allora era la Sibari dell’Europa; ma pare che Venere mezzo secolo fa, quando Yorick scriveva, avesse traslocata la sua sede e si compiacesse piú de’ vis-à-vis che delle gondole. A’ dí nostri la Diva crede inutili i nascondigli. (F.)

[23] Il testo: without more casuistry; - spiego a discrezione questo vocabolo, che propriamente significa la scienza di un teologo casista. (F.)

[24] Parco presso le porte di Londra. (F.)

[25] Et maledixit Philistaeus David in Diis suis. — Reg., I, 17. - Yorick come protestante e Filosofo non professava la religione di monsieur Dessein, ch’era cattolico ed oste. (F.)

[26] Letteralmente: monsieur Dessein aveva diablata la chiave, ecc.; dalla esclamazione francese diable (di cui Yorick ti parlerà fra non molto) derivò qui il verbo diabled. (F.)

[27] A chi per propria discolpa taccia di licenziosa la fantasia del povero Yorick, parrà qui ch’ei mirasse la sua nuova diva senz’alcun velo, come Pallade e Diana furono già vedute dalle fantasie dei poeti ne’ lavacri de’ fiumi. Ma i lettori casti crederanno anzi ch’egli piú veramente alluda alle fantasie innocenti degli antiquarj, i quali assegnano un nome d’eroina o di diva a ciascheduna di quelle statue sommerse dall’ignoranza de’ barbari e dallo zelo de’ Cristiani nel Tevere, e dissotterrate a’ dí nostri. (F.)

[28] Quid tibi est? et quare conturbatus est intellectus tuus, et sensus cordis tui? et quare conturbaris? — Esdr., IV, 10, 31. - Ma qui e altrove s’è letteralmente tradotta la Bibbia inglese, di cui pare che l’autore siasi sempre valuto. (F.)

[29] Instrumental parts of my religion; - frase spiegata dall’autore nel sermone Su la coscienza: - Dirà con l’Apostolo: «ho una buona coscienza»; e sel crede davvero… però declama contro l’incredulità del secolo - e frequenta i sacramenti - e tratta quasi a diporto parecchie parti istrumentali di religione.- E altrove: I flagelli, i cilicj ecc., e le altre parti istrumentali della sua religione divezzavano l’asino dell’eremita da’ calci - e le sono parole per l’appunto d’Ilarione eremita che discorre di sé — Tristram Shandy, vol. VIII, cap. 31. (F.)

[30] Caution: propriamente cautela, precauzione; ma sono gemelle della circonspezione, la quale anch’essa dice la sua. Bensí chi attendesse al significato primitivo in inglese di questa voce, e all’avversione naturale dell’autore agli uomini prudenti, tradurrebbe Prudenza: se non che a me traduttore, guerreggiante da piú anni a viso aperto con questa virtú letteraria, non è sembrato atto cavalleresco d’interpretare rigorosamente il vocabolo, e d’assalirla con l’armi altrui. (F.)

[31] Meanness: propriamente mediocrità; e in inglese si piglia sempre in mala parte, e suona meschinità di ricchezze, d’ingegno, d’animo, di dignità. Non cosí in italiano; e questo anzi è vocabolo favorito da’ nostri scrittori: ma perché l’autore volle dinotare con esso il misero sentimento che l’uomo ha della propria mediocrità, e gli diede persona e parole, io non ho potuto se non se letteralmente tradurlo. (F.)

[32] Le edizioni comunemente: as the cause was pleading: mentre la lite si perorava. Ma un’edizione, sola ch’io mi sappia, legge concil - concilium; - ed io l’antepongo, perché il parroco Yorick solea conferire molti punti morali e teologici con tutti i reverendi ecclesiastici della sua provincia; non però gli ascoltava. E un giorno gli ebbe tutti a mensa e a concilio, e lesse una sua predica richiedendoli del loro saggio parere: ma com’ebbe finito, e tutti lo lodavano a cielo, egli ringraziandoli umilmente, la lacerò; e regalò i brani del manoscritto a’ suoi commensali tanto che potessero allumare le loro pipe, e fumassero in santa pace con lui. — Tristram Shandy, IV, 27. (F.)

[33] Questa teoria d’amore del parroco è corollario della sua massima: Love is not much a sentiment, as a situation. Tristram Shandy, vol. VIII, cap. 34, - E s’io, come suo chierico pur lo intendo, ei vuol dire: «Che l’amore non deriva da’ sentimenti volontari di generosità e di benevolenza ecc., ma che è un nuovo stato, benché talvolta continuo, dell’anima, e dal quale invece derivano tutti que’ sentimenti». Ed alla teoria l’autore applicherà fra non molto l’esperienza sua propria al capitolo XXIII di questo Viaggio. E nelle lettere famigliari scriveva: Godo che voi siate innamorato; - guarirete cosí dall’ipocondria che è pessima per tutti, uomini e donne; - ho sempre anch’io alcuna Dulcinea per la testa; - e l’anima cosí s’armonizza. Lettere, vol. l, 57. - E altrove: Il sentimento, che qui in Francia è parola solenne, - è nuda parola: non credo che essi medesimi sappiano ciò che si vogliano dire. (F.)

[34] Dan era l’estrema parte settentrionale, e Bersabea l’estrema australe della terra del popolo di Dio; e nell’antico Testamento, a Dan usque Bersabee assai volte significa un lunghissimo viaggio. — Regum, I et II. (F.)

[35] Versi di Shakespeare, Otello, atto II, sc. 3, innestati prosaicamente nel testo. (F.)

[36] Il testo: bedeviled;- indiavolato: voce tutta dell’autore e derivata da devil; - diavolo, - vivanda inglese di carne impregnata di sale, d’aceto acre e di pepe, ed abbronzata su la graticola. (F.)

[37] Smelfungus, nome che Yorick assegna al dottore Smollet, il quale pubblicò, e non senza lode, la storia d’Inghilterra, parecchi romanzi, fra’ quali Roderick Random, e le lettere del suo viaggio; ma era scrittore amaro, e rigidamente tristo, e tanto malcontento di tutti, dice un giornale, ch’ei non la perdonava né ad autori, né a stampatori, né a libraj, né alle mogli de’ libraj. - Nella sua lettera 5 marzo 1765, scrive da Nizza: «Il Panteo ha defraudate le mie speranze; pare un’enorme arena da galli senza tetto»: sanno i lettori che i galli in Inghilterra fanno da gladiatori. Quanto alla Venere de’ Medici, Smollet (lettera 28) contende a spada tratta che la non sia altrimenti la statua della Dea, bensí di «Frine quando ne’ giuochi eleusini uscí agli occhi di tutto il popolo nuda fuori del bagno». (F.)

[38] Mundungus: Sharp, chirurgo rinomatissimo, il quale, poiché si vide arricchito, lasciò l’arte e viaggiò, ma con l’anima irrigidita dall’arte e dall’età e fors’anche dall’opulenza. E pubblicò certe sue Lettere itinerarie, alle quali Giuseppe Baretti rispose con un libro inglese intitolato The Italians, - dove prova: «Che Sharp dimorò per pochi mesi in Italia; che non sapeva sillaba d’italiano; e non avea per la sua nascita e per la sua professione accesso ne’ crocchi signorili; però sparlava come impostore di cose che egli non poteva conoscere». (F.)

[39] Come accada che tanto a buscare quanto a non buscare regali torni tutt’uno, nessuno de’ matematici, co’ quali mi sono consigliato, ha saputo spiegarmelo. E forse l’autore vorrà dire «che se nell’accettar mancie può starci il tant mieux, nell’accattarle può starci il tant pis». - Ma forse anche m’inganno, da che neppure i letterari maestri miei, a’ quali l’ho detta, hanno potuto accomodarsi a questa interpretazione. (F.)

[40] La mansueta deferenza di questo illustre storico verso i grandi fu notata anche ne’ libri di lui dal celebre Fox. - Vedi Bibliothèque Britannique, Extrait de la vie de Ch. Fox, et de son Histoire du règne du roi Jacques, etc. (F.)

[41] Modo (e mood in inglese significa modo e umore) - caso - genere - persona - governare - allusioni al gergo de’ grammatici, e fredde, forse perché la pedanteria è sí noiosa che non può riescire ridicola. (F.)

[42] Il testo: serving, in caratteri distinti, come derivato dal franc. servir; ital. militare. (F.)

[43] Il testo: hum- drum, da hum ronzio, e drum tamburo; e andrebbe tradotto ronzone, moscone importuno, non dissimile da’ compagni di viaggio e dagli aji de’ gentiluomini. Ma per far meglio notare l’equivoco con che Yorick si sbriga dalle ammonizioni della saviezza, traduco tamburo, che vuole anche dire baule ferrato da viaggio; e l’Italia dice d’alcuni suoi gentiluomini: viaggiano come un baule. (F.)

[44] Pagare il piffero o la musica: modi proverbiali inglesi per dar la baja a chi pasce i ghiottoni. (F.)

[45] Chi piú volesse intorno a La Fleur veda l’edizione inglese stereot. Didot, 1800, pag. 169. - A me basti il dirvi ch’egli viveva l’anno 1783 in Calais, e si professava testimonio della verità di molti fatti descritti in questa operetta. (F.)

[46] L’autore serbava la borsa nel taschino delle sue brache; però dianzi, quando vide il frate, lo abbottonò. (F.)

[47] Tragedia smarrita, di cui leggiamo alcune reliquie presso gli antichi scrittori; ma non ho potuto trovarvi il verso citato da Yorick. (F.)

[48] «Allude al cerchio che i cortigiani, i quali, secondo l’autore, accettano sempre, fanno intorno al re d’Inghilterra.» — Nota della ediz. stereot. pag. 35, v. 13. (F.)

[49] Voce francese: cavallino; e segnatamente il ronzino cavalcato da’ corrieri e da’ battistrada. (F.)

[50] Il testo cuckoldom. - Imitando io, e per quest’unico caso, l’autore che scrive con locuzioni francesi le idee di cui non trova voci proprie nella sua lingua, mi sono giovato del vocabolo cocuage, da che l’idioma nostro non potrebbe tradurlo senza scandalo e senza perifrasi. E prego i grammatici, umanisti, retorici, vocabolaristi, glossatori, nomenclatori, bibliotecari, accademici della Crusca, e gli altri maestri miei, affinché, se possono, ci provvedano. (F.)

[51] Pavé: strato di grossi ciottoli diseguali, di cui sono comunemente selciate le strade postali. (F.)

[52] Come nella lotta col ronzino per l’asino morto. (F.)

[53] I Francesi alle cameriere dicono femmes-de-chambre; ma pare che Yorick volesse che le fossero tutte filles, poiché cosí sempre le chiama. Nondimeno il Liber memorialis di Didimo chierico ammonisce caritatevolmente ogni viaggiatore: «Che ove prima non abbia bene imparati tutti i vari modi di proferire il vocabolo fille, non se lo lasci uscire di bocca; da che i Francesi, sí per adonestare ogni pensiero immodesto, sí per la filosofica brevità del loro idioma, sogliono accumulare parecchie idee in un solo vocabolo, e chiamano la loro fantesca, fille - la loro figliuola, fille - la vergine, fille - la misera peccatrice, fille - ecc.», Lib. III, n. 28. (F.)

[54] «Qui in Parigi s’iperboleggia: - ove una donna si compiaccia di un’inezia, ti dice: qu’elle est charmée; - e se alcun’altra cosa la incanta, grida: ch’essa è rapita (e ciò può anche darsi); - e allora la terra non fa per lei, e ti fugge dagli occhi, e vola a cercar una metafora tra gli spiriti per dirti: qu’elle est extasiée: né tu trovi donna di bon ton la quale non cada in sí fatte estasi sette volte al giorno: - intendi ch’essa è spiritata, o si sente il diavolo in corpo.» - Vedi Sterne, Lettere; e questa lettera è scritta al celebre Garrick, (F.)

[55] Elle sono chiacchiere del donnajuolo per non parere sí tosto mal fermo nel proponimento di vivere fido all’amore d’Elisa, e di non impacciarsi per nulla con la dama di Brusselle. (F.)

[56] Intendi: Che se tu sei povero e vano, non dei gareggiare pubblicamente co’ ricchi, bensí comperarti la loro privata conversazione a prezzo d’ossequio, da che, malgrado il tuo ingegno, non si degneranno di stare mai teco a tu per tu. - Ma l’autore al cap. LXII ti spiegherà piú liberalmente questo periodo alquanto enigmatico. (F.)

[57] Quell’arganello piantato ne’ capi d’alcuni sentieri de’ passeggi pubblici, affinché non vi passino che i pedoni. (F.)

[58] «La Dea d’Amore ha in tutte le città capitali tre ordini di sacerdotesse: le Matronali, le Plebee e le Volgari. E quelle del secondo ordine, che Yorick chiama col vocabolo parigino grisettes, apprestano, secondo la moda, i fiori e le ghirlande per l’ara: e i vezzi, i veli, i trapunti, i profumi per le sacerdotesse matronali, le quali raccolgono le offerte piú ricche de’ sacrificanti alla Dea, e soprantendono alle vittime massime.» — Didimo chierico, Liber memorialis, lib. III, n 23. (F.)

[59] Un capomastro campagnuolo, ch’io so, condotto a ristaurare un ponte già fabbricato da’ matematici, e poscia per venti anni, con evidentissimi calcoli e con mezza l’entrata delle gabelle annue dei Comune, rifabbricato da’ matematici, disse: «Ch’egli non s’attentava di competere co’ dottori di matematica, e dall’altra parte si vergognava di metter mano a un edifizio sí mal piantato». - II che in parte spiega le ragioni alquanto ambigue del barbiere francese. (F.)

[60] Scala: traslato dalla geografia; ed è la misura graduata corrispondente agli spazj delineati nelle tavole. (F.)

[61] Oltre la Bibbia, di cui andiamo riferendo i passi che possiamo riscontrare, Yorick meditava assiduamente e imitava il pantagruelismo, Shakespeare, Don Chisciotte, e Montaigne; e basti in prova il seguente passo: C’est une très-utile science que la science de l’entregent. Elle est, comme la grâce et la beauté, conciliatrice des premiers abords de la societé et familiarité; et par conséquent nous ouvre la porte. — Montaigne, liv. I, cap. 13. - E Dante aveva detto: disserrare la porta del piacere. Parad., XI, 60. (F.)

[62] Leggesi nella vita di Tristano Shandy che questo Eugenio era uomo savio e amico sviscerato di Yorick, a cui faceva molti sermoni per camparlo dalla vendetta degli uomini gravi, che Yorick provocava co’ suoi motteggi, e che finalmente lo ridussero a morte. Eugenio allora, tuttoché uomo savio, non abbandonò l’indocile amico, E vi fu chi abusando del nome d’Eugenio stampò il Supplemento del Viaggio Sentimentale, e ch’io non ho letto per un ridicolo ma naturale ribrezzo ch’io ho vedendo le braccia, le teste ed i nasi appiccati alle pitture e alle statue degli artefici morti. (F.)

[63] Lack-a-day-sical: mosaico di quattro parole inventato dall’autore; e chi sa meglio d’inglese lo spieghi a suo genio; da che io e tutti i vocabolaristi e grammatici abbiamo appena potuto intendere l’ultima voce, che vuol dire malaticcio. (F.)

[64] Dicesi che Yorick s’era lasciato scorgere anche nella sua parrocchia a far da medico a una giovane; e tutte le persone piú ecclesiastiche che cristiane s’affaccendarono a scandalizzare l’ovile, gridando che erano state scandalizzate dal pastore. (F.)

[65] Et aedificavit Dominus Deus mulierem… et adduxit eam ad Adam. Dixitque Adam: Hoc nunc os ex ossibus meis, et caro de carne mea. — Genes., cap. II, 22, 23.

[66] Statuto fondamentale antichissimo della monarchia francese: contiene settantun articoli di leggi tutte abrogate dal tempo, tranne quella dell’articolo sesto, che esclude le femmine dal trono come inette alla guerra. (F.)

[67] Dixit quoque Dominus Deus: Non est bonum esse hominem solum. — Genes., cap. II, 18, - Vae soli! — Eccles., cap, IV, 10. (F.)

[68] Pare che Yorick e la bella merciaja, parlando insieme della dimensione de’ guanti, sottintendessero qualche frascheria poco modesta, e si guardassero con quella inconsiderata malizia. (F.)

[69] Letteralmente: io lascio ciò a’ vostri uomini di parole a gonfiare pagine sopra di ciò. - Intende forse egli degli eruditi che commentano in un volume una bella frase poetica, che non è scritta se non per chi ha piú fantasia che dottrina, oppure de’ metafisici, che si vanno assottigliando il cervello su i minimi effetti delle passioni che non hanno sentite? o de’ trattatisti sulle belle arti i quali non sapendo il come, mostrato dalla natura a’ suoi prediletti, vanno cercando il perché delle varie espressioni d’ogni affetto sul volto umano; e mandarono all’Italia tante profonde teorie per le quali molti de’ nostri dottori son diventati pittori, e i pittori dottori? Ma forse Yorick parla di un’intera Accademia. (F.)

[70] Scrutans corda et renes. — Salm., VII, 10. - Et lumbi mei impleti sunt illusionibus. — Salm., XXXVII, 8. (F.)

[71] Tristano Shandy lasciò scritto che il suo zio Tobia, già vecchio, affliggendosi della prossima morte d’uno che non conosceva, nominò invano il nome di Dio: l’Angelo che nella cancelleria del cielo pigliava ricordo di questo peccato, lasciò grondare una lagrima sulla parola che registrava, e la cancellò. (F.)

[72] E Yorick, contro il costume degli ecclesiastici, parla sempre con amore degli uomini militari. Vedi nella Vita di Tristano Shandy la morte di Le Fèvre, che non si può leggere né rileggere senza lagrima. Ma e Yorick rimase orfanello d’un padre che morí militando. (F.)

[73] Vedi addietro al cap. XXIV, la postilla alla voce cerchio. (F.)

[74] Ecco uno de’ due luoghi emendati, di cui si è parlato nell’Avvertimento ai lettori. Il testo ha: that’s a vile translation: e Didimo scrisse: questa è traduzione salviniana; scusandosi con la seguente postilla: «Quest’aggiunto, benché nuovo, è tutto italiano, e calzante e pieno di verità e necessario; e quand’anche Yorick non avesse avuto in mente il Salvini, egli ad ogni modo intendeva di parlare di quella specie di traduzioni. Ed ho per discolpa di sí fatti anacronismi l’esempio d’un’eruditissima traduzione moderna d’una commedia latina, scritta parecchie decine d’anni prima del simbolo degli Apostoli, nella quale il traduttore, uomo dottissimo della lingua nostra, fa dire a un pagano: Torno tra due Credi». (F.)

[75] De’ cicisbei si va perdendo la razza: erano e sono né amanti né amici, né servi né mariti; bensí individui mirabilmente composti di qualità negative. Li difende il Baretti nel suo libro inglese The Italians, cap.3; ma pigliò l’impresa per carità della patria. (F.)

[76] Santa tutelare della musica, e celebrata tra bene e male da molti poeti inglesi, e divinamente da un’Ode di Dryden. (F.)

[77] Arturo Young nel suo Viaggio in Italia nomina questa marchesa F***, citando l’avventura di Yorick; non so con quanta verità storica, ma certamente con poca discretezza, se per altro alcune delle nostre gentildonne non aspirano alla celebrità dell’infamia. (F.)

[78] Perché nulla manchi all’accuratezza con cui si è promesso di stampare l’autografo di Didimo, avvertesi, che egli tradusse quest’intitolazione cosí: PARIGI e MILANO, quantunque in nessuna edizione del testo inglese si trovi nominata la seconda città. (F.)

[79] Forse la repubblica delle scimie. (F.)

[80] Padre di Tristano Shandy e fratello del capitano Tobia, di cui s’è parlato nel capitolo addietro. (F.)

[81] Veramente il testo ha: L’ingiustizia, e sia contro chiunque, ove sia esacerbata dallo scherno, ecc. (F.)

[82] Infatti, dopo d’avere applaudito all’atto del soldato francese, lo biasimava contrapponendovi gli usi inglesi: ma Yorick non lasciava andare a male un frizzo: tale era la sua natura; inoltre era letterato, quantunque gli bastasse in premio una presa di tabacco. (F.)

[83] Sentenza che un illustre filosofo applicò a’ costumi di Francia e d’Italia. Un gentiluomo dell’ambasciatore di Francia a Venezia pubblicò in Parigi la relazione d’infinite oscene e brutali opere d’abbominazione delle donne italiane: il filosofo, senza negare né concedere i fatti, risponde: Si ceux qui viennent à Paris avec les ambassadeurs, osaient publier, quand ils sont retournés chez eux, des relations aussi libres que celles que les Français publient touchant les pays étrangers, je ne doute pas qu’ils n’eussent bien des choses à dire… Mais quelque menagement que les étrangers ayent pour nous, les dérèglements des femmes n’en sont pas moins réels; et qui pourrait suivre tous les avortemens, dont les prostitutions sont compliquées en France aussi bien qu’ailleurs, ce serait de quoi donner de l’horreur aux plus endurcis — Bayle, Pensées sur la comète, sect. 142 - Ma d’allora in qua, ed è quasi un secolo e mezzo, i costumi de’ popoli inciviliti si sono corretti, e possiamo forse deriderci, ma non abbominarci scambievolmente. - Questa nota è desunta dagli altri manoscritti di Didimo chierico: Liber memorialis, II, n. 37. (F.)

[84] Le donne inglesi non tornano mai al crocchio donde escono necessariamente, senza un libro in mano o fiori o altra cosa. La frase sfogliar la rosa fu con questa allusione primamente inventata dal dott. Swift nel Poemetto A Panegyrick on the Dean: leggi i versi: «Here gentle Goddess Cloacine» e segg. (F.)

[85] Castalia fu ninfa amata da Apollo, convertita in fonte, e consecrata alle Muse; ma chi ha letto i papiri recentemente scoperti in Napoli, dice: «Che alcuni sacerdoti eletti alla custodia di quella fonte divina la intorbidarono con sacrifici di sangue e con fattucchierie sacrileghe, sperando vanamente di trovar l’oro che essi credevano commisto in quell’acque». (F.)

[86] Vedi la postilla a questa voce: cap. XXIX. (F.)

[87] Personaggio dell’Amleto; vedi atto I, sc. 3. (F.)

[88] Questi era il conte di Bissy, tenente-generale, e uno dell’Accademia francese: e forse Yorick si meravigliava che ardisse di leggere Shakespeare, perché intorno a quel tempo Voltaire, dal suo volontario ostracismo in Ferney, tiranneggiava con dissertazioni, lettere, memoriali e libelli i suoi fratelli accademici perché scomunicassero Shakespeare e impetrassero dal re che le tragedie inglesi, ch’ei nondimeno imitava (vedi il Cesare di Shakespeare e di Voltaire), fossero arse dal manigoldo, e che il misero La Tourneur, che stava allor traducendole, e il libraio che s’apparecchiava a stamparle, venissero per grazia speciale mandati solamente in galera. (Vedi il carteggio di Voltaire con d’Alembert.) Dio perdoni i peccati d’invidia, di dittatura letteraria e di raggiro a Voltaire, che del rimanente era un gran valent’uomo; e Dio faccia ravvedere i maestri miei che vorrebbero impacciare i principi in sí puerili contese. (F.).

[89] Romanzo di Crébillon, figlio del tragico. (F.)

[90] Salutate invicem in osculo sancto. — Beati Petri Epist. I, V, 14. (F.)

[91] In Inghilterra il baciarsi tra uomini è atto nefando; bensí le donne baciano pubblicamente per atto d’accoglienza o di commiato gli uomini su le labbra; perciò il parroco parla con semplicità di animo del bacio che avrebbe dato altrove. Per altro quest’uso prevaleva anche in Francia due secoli addietro: La forme des salutations qui est particulière à notre nation abastardit par sa facilité la grâce des baisers, - et nousmesmes n’y gagnons guères; car pour trois belles il nous en faut baiser cinquante laides: - et un mauvais baiser en surpasse un bon. — Montaigne, lib. III, cap. 5: - e mi pare che non abbia ragione, per le ragioni ch’io so. (F.)

[92] Serviam tibi septem annis. - Servivit septem annis. — Gen., XXIX. (F.)

[93] Carrozza da nolo, meno ignobile de’ fiacres, esclusi da’ cortili de’ grandi: vedi la nota al cap. LX (F.)

[94] Il testo: being in an unknown language - in lingua ignota: - ma l’autore viaggiava in Francia nel 1762.

[95] In gergo politico inglese get in - entrare - significa essere eletti ne’ parlamenti, ove pochi non vendono il proprio voto, o nelle cariche e magistrature lucrose: get out - uscire - significa quando, o dal tempo legale, o dalle fazioni, o dalla corte, que’ padri della patria sono costretti ad abdicare. (F.)

[96] Il testo: heralds officiers; e’ spediscono i diplomi di nobiltà e assegnano, dal cimiero in fuori, i privilegi degli stemmi gentilizi. Aggiungi che il nuovo cimiero di Yorick era emblema dell’indipendenza di chi non è né ambizioso né avaro: quindi era immune dalle discipline della legge feudale d’Inghilterra e dall’ira o dal favore delle sètte politiche. (F.)

[97] «Quanto al punto capitale di questa lettera… Povero me! il foglio è pieno, e il punto capitale mi resterà nella penna; - e lo scriverò chi sa quando? Non mi attenterò di promettere il quando; perché io per destino sono fatto a sghembo; e vo innanzi e indietro tuttavia di traverso, ne posso saper dove riescirò co’ miei pensieri. Addio dunque.» — Lettere dell’Autore, vol III. (F.)

[98] Locuzione frequente dove i libri sacri parlano dell’imminente pericolo d’una città guerreggiata: - Vae, civitas!… ostendam gentibus nuditatem tuam. — Nahum, cap. II. - E Yorick nelle contingenze di quella guerra pareva essere tenuto per esploratore. (F.)

[99] Et eras nuda, et transivi per te, et vidi te: et ecce tempus tuum, tempus amantium: et expandi amictum meum super te — Ezech., cap. XVI, 8. (F.)

[100] Yorick forse profittò di quel detto divino, come tutti gli altri detti di Socrate: L’osservare la virtú d’una donna vivente m’è piú giocondo d’assai dell’immagine d’una bellissima donna a me presentata da Zeusi. — Presso Senofonte, Econ., cap. X, n. l. (F.)

[101] Yorick non è interlocutore nella tragedia; bensí i beccamorti, scavando una fossa, ravvisano il cranio di lui; e il principe Amleto piange sovr’esso, poiché l’aveva veduto in vita piú volte a rallegrare con le sue celie i conviti del re. Per bizzarria d’accidente, stern in inglese suona tristamente sereno. L’autore lo cambiò in Yorick, e per la prima volta nel Tristram Shandy, dove dipinge il proprio carattere, vol. I - Gli scrittori della sua vita dicono che egli si compiacesse del nome di un buffone in odio dell’ipocrisia, la quale egli credeva sempre velata dalla serietà, dalla gravità, dalla severità, e dall’altre inumane virtú. Né io dissento da questa opinione. Ma, a parer mio, piú vera ragione si è che l’antico Yorick, come è descritto da Shakespeare, muove insieme al riso e alle lagrime; e cosí appunto il nostro autore in ogni sua pagina; anzi mentre professa il ridicolo, riesce piú assai nel patetico. Vedi il proemio alla mia traduzione. (F.)

[102] Stampò col nome di Yorick le Omelie ch’egli aveva già predicate nella sua parrocchia; e sono tenute l’opera sua migliore. Egli stesso, mandando tutti i suoi libri ad Elisa, scrive: «Gli altri scritti mi uscirono dal cervello: - vi siano care soltanto le omelie, le quali mi sgorgarono calde tutte dal cuore». — Yorick’s letters to Eliza, I. (F.)

[103] E san Paolo si doleva pur molto di questo calderajo: Alexander aerarius multa mala mihi ostendit: reddet illi Dominus secundum opera ejus. — Epist. ad Timoth., II, cap. IV, 14. Alexander, quem tradidi Satanae, ut discat non blasphemare. — Ad Timoth., I, cap. I, 20. (F.)

[104] Veruntamen in imagine pertransit homo, sed et frustra conturbatur. — Psal., XXXVIII, 7. — Ma Yorick cita la volgata inglese che ha: Surely every man walketh in a vain shadow; surely they are disquieted in vain. (F.)

[105] Il Boccaccio, Giorn. I, n. 8, delinea da maestro il ritratto del buffone gentiluomo, arguto e liberale, e il ritratto del buffone codardo, maligno ed adulatore. Ma del primo s’era quasi spenta la razza anche a quel secolo; e del secondo s’è fecondata, specialmente dopo l’invenzione de’ giornali.(F.)

[106] All’età di Beniamino Johnson, contemporaneo di Shakespeare, i patrizi inglesi si dilettavano di pascere, oltre il buffone, anche il nano e l’eunuco:

Call forth my dwarf, my eunuch and my fool.

(Ben Johnson, nella commedia del Volpone)

Ma i patrizi italiani si sono sempre contentati di un poeta miserello, che sovente supplisce anche da segretario, da maestro e da cappellano. (F.)

[107]    … Medio de fonte leporum

Surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat.

Lucr., lib. IV,1127. (F.)

[108] Intende per avventura di certo Bevor, prelato nella provincia di York, dove il nostro autore amministrò per vent’anni le chiese di Sutton e di Stillington. Vero è che qui Yorick punge il teologo a torto; e la pia conseguenza della bontà del cielo verso le sue creature fu altre volte dal medesimo fatto desunta da molti Padri della Chiesa. Anzi san Francesco raccoglieva le tortorelle: «O sirocchie mie tortore, diceva il santo Patriarca, io voglio farvi nidii, acciocché voi facciate frutto, et che voi multiplichiate, secondo lo comandamento del nostro Creatore. Andò santo Francesco et fece lo nidio a tutte: et elle, usando, cominciarono a far uova et figliuoli, et stavano domesticamente con santo Francesco et con gli altri frati». — Fioretti di san Francesco, cap. XXI. — Nota desunta dal Liber memorialis, I, 28. (F.)

[109] «La radice della mia noia sta nella sempiterna affettazione del francese carattere: - varietà poca, - originalità nessuna: - sai tu perché? - sono troppo creanzati; - ma la creanza vela le qualità schiette dell’uomo: e addormenta l’altrui spirito a morte.» — Lettere di Sterne, XXXII. — Ed ecco un passo di Didimo, che scriveva trenta e piú anni dopo: «Volendo seguire i tre savi consigli di parler bas, - paraître doux, - et d’être comme tout le monde (consigli che in Francia ogni buona madre suol dare col latte a’ suoi figli), ho costretta a sforzi impossibili la mia natura, e mi vidi ridotto all’agonia: onde perché io voleva ad ogni modo essere seppellito in Italia, ho rifatto, benché con mio rincrescimento e di crudo verno, il cammino delle Alpi.» - Inoltre Didimo assegna una strana ragione del parlar a voce alta degl’Italiani, ed è: «Che noi abitiamo in case assai grandi». — Liber memorialis, lib. III, n. 39, dove leggonsi in nota i seguenti versi francesi:

Par des usages vains sans cesse maîtrisés,

Jusque dans nos plaisirs toujours symétrisés;

Innombrable famille en qui tout se ressemble,

Dans un cercle ennuyeux nous tournons tous ensemble.

Delille, «Epître sur les voyages»:

e parla de’ suoi. (F.)

[110] Il testo: not one earthlything - non una terrena cosa: - modo che in inglese comunemente significa niente affatto: ma ricordandomi del bacio dato alla giovinetta, e de’ baci apostolici d’Yorick, scevri d’ogni idea mondana, mi sono studiato che anche i lettori se ne ricordassero.

[111] Vidit Nabuchodonosor somnium, et conterritus est spiritus ejus. - Praecepit autem rex ut convocarentur harioli et magi et malefici et chaldaei, ut indicarent regi somnia sua. — Daniel, cap. II. (F.)

[112] Via de’ rigattieri. (F.)

[113] Spillone con un berillo puntato nel cappio della coda. (F.)

[114] Ecce, quia servi sumus et in servitute. — Esdrae, lib. I, c. IX, 9. (F.)

[115] «L’allegria, amico mio, non va presa da burla. - La è cosa seria; anzi la piú preziosa possessione dell’uomo: beato chi sa giovarsene! Ed è un segreto questo ch’io non ho potuto trovare nelle ricette tristamente prescritte dalla filosofia contro i morbi dell’anima. E credo, e lo credo in coscienza, che Dio misericordioso che ci creò, ami anch’esso la gioia - e che un uomo possa ridere, cantare e vedere ballare, e guadagnarsi il Paradiso», — Lettere di Sterne. - E Yorick provò questa tesi a’ suoi parrocchiani nell’omelia che ha per titolo: La casa del lutto e del piacere. (F.)

[116] Antiquari. (F.)

[117]  E' pare da ciò che il frammento non sia di scrittore francese. – Nota del trad. inglese.

[118] Agli archibugi d'allora bisognava la miccia a dar fuoco. Il traduttore inglese.

[119] Yorick non tradusse questo frammento in inglese antiquato; ma io, Didimo, volendo pur dedicare a’ maestri miei alcun mio tenue lavoro, che, come frutto delle loro lezioni, riescisse di lor gradimento, colsi quest’occasione ed imitai le orazioni e le storie ch’essi all’età nostra vanno gemmando de’ piú riposti gioielli di Fra Giuda e del Semintendi. Ma perché, da questo frammento in fuori, il libricciuolo è dedicato alle donne gentili, le quali al parroco Yorick e a me, suo chierico, insegnarono a sentire e quindi a parlare men rozzamente, io per gratitudine aggiungerò questo avviso per esse. - La lingua italiana è un bel metallo che bisogna ripulire della ruggine dell’antichità, e depurare dalla falsa lega della moda; e poscia batterlo genuino in guisa che ognuno possa riceverlo e spenderlo con fiducia; e dargli tal conio che paja nuovo e nondimeno tutti sappiano ravvisarlo. Ma i poverelli, detti letterati, non avendo conio proprio, lo accattano da Fra Giuda, e mordono per invidia chi l’ha del suo; e i damerini, detti scienziati, piangono ipocritamente, dicendovi che la povertà della lingua li stringe a provvederla di fuori. I primi non hanno mente, gli altri non hanno cuore; e non avranno mai stile. (F.)

[120] E appunto in que’ dí occorse a Yorick una solenne occasione di predicare nell’Oratorio de’ protestanti in Parigi; e ne fu richiesto da lord Hertfort, ambasciatore d’Inghilterra, che avea corredato sontuosamente di nuove suppellettili il suo palazzo; e Parigi impazziva in folla a vederlo. Yorick salí in cattedra col testo: «Disse il re Ezechia al Profeta: Ho mostrati allo straniero i miei vasi d’oro, e le mie concubine; né ho lasciato chiuso tesoro veruno della mia casa. Disse il Profeta: Tu hai operato da stolto». — Isaia, XXXIX. - Vedi Lettere di Sterne. (F.)

[121] Non va inteso, come pare alla prima nell’originale: ottimi testi quanto uno della Scrittura; perché anzi queste parole si leggono negli Atti degli Apostoli: Et qui habitant Cappadociam, Pontum et Asiam, Phrygiam et Pamphyliam. — Cap. II, 9, 10. - E qui Yorick tende a deridere anche la povertà orgogliosissima del teatro francese, che non ha, come l’inglese, tragedie desunte dalla storia patria, le quali mostrano piú opportunamente al popolo i vizi, le virtú e l’indole de’ suoi antenati. (F.)

[122] Carrozze che si noleggiano a ora; sdruscite; strascinate da cavalli con orecchie sempre dimesse. (F.)

[123] Leggi la Storia delle Accademie. (F)

[124] La posata. (F.)

[125] Perceval; e se piú ne vuoi, leggi la Vita di Marmontel, e le Lettere e le Memorie degli altri letterati pettegoli di quell’età. (F.)

[126] Il testo: Non ho aperto l’uscio de’ miei labbri; ed è frase del salmo CXL, 3: Pone ostium labiis meis. Ma perché non mi pare che suoni bene in italiano, l’ho mutata con la frase equivalente dell’Ecclesiastico: Quis dabit ori meo custodiam, et labiis meis signaculum certum? — Cap. XXII, 33. (F.)

[127] Diderot e Morellet. (F)

[128] Crocchio. (F)

[129] Qui è anello d’una gioia sola, nel quale si passavano le due cocche del fazzoletto da collo. (F)

[130] De pane pauperis comedens, et de calice ejus bibens. — Reg., lib. II, XII, 4. (F.)

[131] Et in sinu pauperis dormiens, eratque illi sicut filia. — Reg., lib. II. (F.)

[132] Samaritanus quidam iter faciens, misericordia motus est: et appropians alligavit vulnera ejus, infundens oleum et vinum. Evang. Luc., X, 33. (F.)

[133] Catone, tragedia d’Addison, atto V, sc. l, dove si leggono anche i due versi seguenti. (F.)

[134] Yorick intende di dire che l’estremo sentimento de’ propri mali abbatte le forze dell’uomo; ma che la compassione per gli altrui le esercita con acuta e mestissima voluttà. (F.)

[135] Specie di zoccoli. (F.)

[136] Mi fa meraviglia che Yorick non si ricordasse del re David: Et David saltabat totis viribus ante Dominum. - Et omnis Israël ludebat coram Domino in omnibus lignis fabrefactis, et citharis, et lyris, et sistris, et cymbalis. - Et vidit regem David subsilientem et saltantem coram Domino. — Reg., lib. II, cap. VI. (F.)

[137] Su la fine del secolo XV il frate Savonarola, non ostante la scomunica e i monitorj del Papa, «usava far venire i suoi frati e i cittadini in tanto fervore, che gli faceva uscir della chiesa, e su la piazza di San Marco (in Firenze) gli faceva ballare e saltare, e mettere in ballo tondo pigliandosi per mano un frate e un cittadino, e cantavano a ballo canzoni spirituali composte da Girolamo Benivieni, che tra gli scrittori di rime toscane in que’ tempi fu molto lodato». — Nerli, Commentarj, lib. IV, ann. 1497. - Inoltre lessi nel Vocabolario di santa Caterina, alla voce presta: «Che nella diocesi di Siena raccoglievansi diverse brigate di contadini e di contadinelle a cantar Maggio, e alla fine del mese solevano nella piazza delle chiese parrocchiali celebrare una danza solenne, tassando per ciaschedun ballo i giovani in una crazia o un soldo, e di quel danaro crescevano l’offerta alla chiesa, e talora ne facevano la dote per una delle fanciulle maggiajuole. Un arcivescovo abolí questo rito». - Eppure anche san Francesco ballava co’ suoi frati. Vedi Fioretti. (F.)

[138] Vedi la nota 1 al cap. X. (F.) 

 

 

Indice Biblioteca fosco.jpg (2044 byte) Progetto Cesare Pavese

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011