Ugo Foscolo

PARALLELO FRA DANTE E IL PETRARCA

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia editore, III ediz. Milano 1966 - da pag. 827: Saggi sul Petrarca pubblicati in inglese da Ugo Foscolo e tradotti in italiano tradotti da Camillo Ugoni (Lugano 1824).

Viene riportato il testo riveduto da C. Foligno per il vol. X dell'E. N.: Saggi e discorsi critici, saggi sul Petrarca, Discorso sul testo del Decameron, Scritti minori su poeti italiani e stranieri (1821-1826), edizione critica a c. di C. Foligno, Firenze, Le Monnier 1953.

L’un disposto a patire e l’altro a fare.

DANTE, Purg., XXV.

I. Nel secolo di Leone X una erudizione strabocchevole recò i raffinamenti della critica tant’oltre da preferire per sino la eleganza del gusto agli ardimenti del genio. Così le leggi della lingua italiana vennero desunte, e i modelli della poesia trascelti esclusivamente dall’opere del Petrarca; il quale proclamato allora da più di Dante, la sentenza durò fino a’ dì nostri indisputata. Lo stesso Petrarca non facendo divario da Dante ad altri dalla propria, fama ecclissati, così li mesce:

Ma ben ti prego che ’n la terza spera

Guitton saluti e messer Cino e Dante,

Franceschin nostro, e tutta quella schiera.

Canz. CCLXXXVII

Così or quinci or quindi rimirando,

vidi in una fiorita e verde piaggia

gente che d’amor givan ragionando.

ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia;

ecco Cin da Pistoia; Guitton d’Arezzo;

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Ecco i duo Guidi, che già furo ’in prezzo;

Onesto Bolognese, e i Siciliani.

Trionfo d’Amore, cap. IV.

Il Boccaccio, scoraggito dalla fama di questi due maestri solenni, erasi proposto di ardere le sue poesie. Il Petrarca ne lo distolse, scrivendogli in cotal aria di umiltà alquanto discorde dall’indole di un uomo che di sua natura non era ipocrita. «Voi siete filosofo e cristiano,» dic’egli, «e pure siete scontento di voi, perchè non siete illustre poeta! Dacchè altri occupò il primo seggio, siate pago del secondo, e io mi piglierò il terzo[1] - Il Boccaccio, accortosi dell’ironia e dell’allusione, mandò il poema di Dante al Petrarca, supplicandolo «a non volere sdegnare di leggere l’opera di un grand’uomo, dal cui capo l’esilio e la morte, che lo rapì nel vigore degli anni, avevano strappato l’alloro.» [2] — Leggetelo, ve ne scongiuro; il vostro genio arriva al cielo, e la gloria vostra si stende oltre i limiti della terra: ma considerate, essere Dante nostro concittadino; aver lui mostrato quanto può la lingua nostra; la vita sua essere stata sventurata; lui avere impreso e sostenuto ogni cosa per la gloria; ed essere tuttavia perseguito dalla calunnia e dall’invidia fin entro il sepolcro. Se voi lo loderete, farete onore a lui — farete onore a voi stesso — farete onore all’Italia, di cui siete la gloria maggiore e l’unica speranza.»

II. Il Petrarca nella sua risposta par che s’adiri «di poter esser creduto geloso della celebrità di un poeta, la cui lingua è ruvida, sebbene i concetti ne sieno sublimi.» — «Voi dovete portargli venerazione e gratitudine, qual a primo lume di vostra educazione; [3] laddove io lo vidi soltanto una volta da lontano, o a meglio dire mi fu additato mentr’io era pur anche fanciullo. Fu esiliato lo stesso dì in compagnia del padre mio, il quale, rassegnatosi alle sue sciagure, si dedicò interamente alla cura de’ suoi figliuoli. L’altro per lo contrario resistette, e famelico solo di gloria, tutto il resto posto in non cale, proseguì nello scelto sentiero. Se ancor vivesse e se il suo carattere fosse al mio così conforme, com’è il suo genio, non avrebbe migliore amico di me.»[4] — Questa lettera, fascio di contraddizioni, d’ambiguità e d’indirette difese di sè, accenna all’individuo per circonlocuzioni, come se il nome ne fosse soppresso per cautela o paura. Pretendono alcuni che a Dante non si riferisca;[5] ma la lista, che ancor si conserva autentica, [6] de’ Fiorentini mandati a confino il 27 gennaio 1302, contiene i nomi di Dante e del padre del Petrarca, e nessun altro individuo cui si possa applicare veruna delle circostanze menzionate nella lettera, mentre tutte e singolarmente quadrano a capello all’Alighieri.

III. Questi due fondatori dell’italiana letteratura furono dotati di genio disparatissimo, proseguirono differenti disegni, stabilirono due diverse lingue e scuole di poesia, ed esercitarono fino al tempo presente differentissima influenza. In vece di scegliere, come fa il Petrarca, le più eleganti e melodiose parole e frasi, Dante crea sovente una lingua nuova, e impone a quanti dialetti ha l’Italia il tributo di accozzamenti atti a rappresentare non pure le sublimi e belle, ma ben anche le più comuni scene di natura; tutti i grotteschi concepimenti della sua fantasia; le più astratte teoriche di filosofia, e i misteri più astrusi di religione. Una semplice idea, un idioma volgare piglia diverso colore e spirito diverso dalla loro penna. Il conflitto di propositi contrarii suona nel cuore del Petrarca, e tenzona nel cervello di Dante.

Nè sì nè no nel cor mi sona intero — Petrarca.

Che ’l no e ’l sì nel capo mi tenzona — Dante.

At war ’twixt will and will not — Shakespeare.

Il Tasso espresse il concetto medesimo con quella dignità, da cui mai non si diparte:

In gran tempesta di pensieri ondeggia.

Pure non solo palesa questo una imitazione del virgiliano magno curarum fluctuat æstu; ma, col paventare la forza dell’idioma e no, il Tasso perde, come spesso gli accade, il grazioso effetto prodotto dal nobilitar una frase volgare; — artifizio però che nella pastorale dell’Aminta usò felicissimamente. L’idea dell’epico stile fu in lui sì raffinata, che, mentr’egli teneva Dante «qual maggior poeta d’Italia,» sovente affermò, «che se non avesse trascurato dignità ed eleganza, sarebbe stato il primo del mondo.» — Dante, non v’ha dubbio, diè anche talora commiato al decoro e alla perspicuità; ma sempre per crescere fedeltà alle pitture, o profondità alle riflessioni. Dice a sè:

Parla, e sii breve e arguto.

Dice al lettore:

Or ti riman, lettor, sopra ’l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba.

IV. Quanto è al loro verseggiare, il Petrarca conseguì il fine essenziale dell’erotica poesia; che sta nel muovere un’onda costante d’armoniosi concenti inspirati dalla più dolce delle umane passioni. L’armonia di Dante, non sì melodiosa, è spesso frutto di arte più possente:

S’i’ avessi le rime e aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,

i’ premerei di mio concetto il suco

più pienamente; ma perch’i’ non l’abbo,

non senza tema a dicer mi conduco:

chè non è ’mpresa da pigliare a gabbo

descriver fondo a tutto l’universo,

nè da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne ajutino ’l mio verso

ch’ajutaro Anfione a chiuder Tebe,

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Qui il poeta accenna ad evidenza, che il dar colore e forza a idee col suono di parole è uno de’ requisiti necessarii dell’arte. I sei primi versi sono fatti aspri dall’affoltarsi di consonanti. Ma allorchè descrive soggetto al tutto diverso, le vocali fanno più scorrevoli le parole:

O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega.

Quali colombe dal disio chiamate,

con l’ale aperte e ferme, al dolce nido

volan, per l’aer dal voler portate:

Il Cary, traduttore inglese di Dante, contravviene frequentemente — e ne rechiamo esempio in nota [7] — a una tesi del suo autore, il quale, affidato più ch’altro dall’effetto della propria versificazione, dice: «che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra tramutare, che non si distrugga tutta la sua dolcezza ed armonia.» [8] - Il disegno del poema di Dante richiedeva ch’ei trapassasse di pittura in pittura, di passione in passione. Nelle differenti scene del suo viaggio ci varia l’intonazione così ratto, come la folla degli spettri involasi dinanzi agli occhi suoi; e adatta sillabe e cadenze d’ogni verso in sì artificiosa guisa da conferir forza alle immagini che intende rappresentare col solo cambiare il numero: però che ne’ versi più armoniosi non è poesia, sempre che falliscano ad eccitare quell’infocato rapimento, quello squisito titillamento di diletto che sorge dall’agevole e simultanea agitazione di tutte le nostre facoltà, — ciò che il poeta ottiene con l’uso potente delle immagini.

V. Il potere delle immagini sopra la mente procede in poesia secondo la progressione stessa della natura — guadagnano prima i sensi — poi il cuore — quindi colpiscono l’imaginazione — e all’ ultimo stampansi nella memoria, evocando l’opera della ragione, che consiste, più ch’altro, nell’esame e nel confronto delle nostre sensazioni. Questa progressione è per verità così rapida, che a pena viene avvertita; pure a chi abbia facoltà di ponderare il lavoro della propria mente tutti i gradi ne sono discernibili. Pensieri altro non sono per sè che materia grezza: pigliano l’una o l’altra forma; ricevono più o manco splendore e calore, più o manco novità e ricchezza, secondo il genio dello scrittore. Col condensarli in un composto di suoni melodiosi, di caldi sensi, di luminose metafore, e di profondo raziocinio, i poeti trasformano in vivide immagini eloquenti molte idee, che si rimangono oscure e mutole nella mente nostra; e con la magica presenza d’immagini poetiche c’insegnano a subitamente sentire, a immaginare, a ragionare e a meditare a un tratto con tutto il piacere e senza veruna di quelle pene, che comunemente si tira dietro ogni sforzo mentale. Il pensiero, «Che la memoria e l’arte di scrivere conservano tutto il sapere umano;» — il pensiero, «Che la speranza non abbandona l’uomo neppure sull’orlo del sepolcro, e che l’aspettativa di chi sta per morire è tuttavia tenuta viva dal prospetto di una vita avvenire;» — sono verità assai facili a comprendersi, perchè inculcate da cotidiana esperienza. Pure i termini astratti, in cui è forza racchiudere ogni massima generale, sono inetti a creare quel simultaneo eccitamento, mediante il quale le facoltà nostre mutuamente si aiutano tutte; siccome allorchè il poeta apostrofa la Memoria:

quanto al guardo rapito il Genio scopre,

e quanto l’Arte a sublimarne affina,

ogni etade, ogni clima a te comparte:

de la sacra sua cella a te custode

pensierosa il Saver fidò le chiavi;

e tu ognor vigilante il freddo astergi

vapor, ch’ invido Oblio spira furtivo

ad appannar la sua virginea lampa.

ROGERS, I Piaceri della Memoria.

Alle voci astratte Genio, Arte, Sapere, si frammischiano oggetti proprii a colpire i sensi, così che la massima posta innanzi al lettore ei la vede quasi in una pittura. — Non è dato a’ poeti di aspirare al merito di originalità, se non col mezzo d’imagini; però che col moltiplicato accozzamento di pochissimi concetti esse vengono a produrre novità, e formano gruppi che, sebbene differenti in disegno e carattere, tutti esibiscono lo stesso vero. Il seguente passo italiano sopra la Memoria non ha la più leggiera somiglianza a’ versi inglesi tradotti di sopra, e nondimeno il divario sta solo nel mutato accozzamento d’immagini

siedon le Muse su le tombe, e quando

il tempo con sue fredde ali vi spazza

i marmi e l’ossa, quelle Dee fan lieti

di lor canto i deserti, e l’armonia

vince di mille e mille anni il silenzio.

e che potrebbe dirsi del nostro aspettare l’immortalità, che tutto non sia compreso e spiegato in questa invocazione alla Speranza?

Assisa, o Dea, sorriderai secura

su le rovine, e allumerai tua face

a la funerea pira di Natura!

CAMPBELL, Piaceri della Speranza.

VI. Le immagini del Petrarca paiono squisitamente finite da pennello delicatissimo: allettano l’occhio più col colorito che con le forme. Quelle di Dante sono ardite e prominenti figure di un alto rilievo, che ti sembra di poter quasi toccare, a cui l’imaginazione supplisce prontamente quelle parti che si nascondono alla vista. Il pensiero comune della vanità dell’umana fama è così espresso dal Petrarca:

O ciechi, il tanto affaticar che giova?

Tutti tornate alla gran madre antica,

e ’l nome vostro appena si ritrova;

e da Dante

La vostra nominanza è color d’erba

che viene e va, e quei la discolora,

per cui ell’esce della terra acerba.

I tre versi del Petrarca hanno il gran merito di essere più animati, e di trasmettere più rapida l’immagine della terra che inghiotte i corpi e i nomi di tutti gli uomini; ma quelli di Dante, con tutta l’affliggente profondità loro, hanno il merito ancor più raro di guidarci a idee, cui non saremmo per noi stessi arrivati. Mentr’ei ci rammenta essere il tempo, che pure è necessario per recare al colmo ogni gloria umana, quello che finalmente la strugge, il cangiante colore dell’erba rappresenta i rivolgimenti de’ secoli come caso naturale di pochi momenti. — Ma, per aver fatto menzione «dei grandi periodi del tempo,» un vecchio poeta inglese menomò quello stesso concetto che intendeva di magnificare

I know that all beneath the moon decays;

And what by mortals in this world is brought,

In time’s great periods shall return to nought.

I know that all the muse’s heavenly lays,

With toil of sprite which are so dearly bought,

As idle sounds, of few or none are sought,

That there is nothing lighter than mere praise.

Drummond of Hawthornden.

Inoltre, invece del ministero del tempo, Dante si serve del ministero del sole, perchè, generandoci nella mente idea meno astratta, ed essendo oggetto più palpabile da’ sensi, abbonda d’immagini più splendide ed evidenti, e ne colma di maggior maraviglia e ammirazione. La sua applicazione è anche più logica, dacchè ogni concetto che abbiamo del tempo si riduce alla misura di esso, la quale ci è somministrata dalle periodiche rivoluzioni del sole.

VII. Rispetto al piacere diverso che questi due poeti arrecano, fu già osservato, che il Petrarca eccita, le più care simpatie, e sveglia le più profonde emozioni del cuore; e, sieno esse di mesta o di lieta tempra, ne siamo ansiosamente bramosi, perchè più ci scuotono e più forte avvivano la coscienza nostra di esistere. Ancora, dibattendoci noi senza posa a cacciare il dolore e a procacciarci il piacere, i nostri cuori oppressi sotto il fascio delle proprie agitazioni si sentirebbero mancare, abbandonati che fossero da’ sogni dell’immaginazione, onde fummo provvidamente dotati ad aumentare il nostro capitale di felicità, e a dorare di fulgide illusioni le triste realtà della vita. Soli i grandi scrittori possono tanto frenare la immaginazione, da rendere poi impossibile il distinguere nelle opere loro queste illusioni dalle realtà. Se in un poema l’ideale e il fantastico sieno predominanti, ben può la meraviglia coglierci per brev’ora, ma non potrà mai commoverci per oggetti, che o non abbiano persona, o troppo si dilunghino dalla nostra comune natura. E d’altra parte, se la poesia si fermi troppo sopra cose reali, subito ne assale stanchezza perchè le veggiamo da per tutto; rattristano ogni minuto della nostra esistenza; ci vengono sempre in uggia come note a sazietà: — aggiugni che se la realtà e la finzione non sieno fuse intrinsecamente in un sol tutto, vengono a mutuo conflitto e si distruggono a vicenda. Non molti esempii occorrono nel Petrarca di felice combinazione del vero col finto, pari a quello ov’ei descrive le fattezze di Laura immediatamente dopo ch’ella spirò:

Pallida no, ma più che neve bianca —

parea posar come persona stanca.

Quasi un dolce dormir ne’ suoi begli occhi,

sendo lo spirito già da lei diviso —

Morte bella parea nel suo bel viso.

No earthy hue her pallid check display’d,

but the pure snow —

like one recumbent from her toils she lay,

losing in sleep the labours of the day.

and from her parting soul an heavenly trace

seem’d yet to play upon her lifeless face,

where death enamour’d sate, and smiled with angel grace

BOYD’s Transl.

Se il traduttore si fosse nell’ultimo verso tenuto più stretto alle parole del suo testo:

Morte bella parea nel suo bel viso,

avrebbe data più alta e nondimeno più credibile idea della beltà di Laura, e destramente converso in sensazione più gradevole l’orrore con che si guarda un cadavere. Ma «Morte che siede innamorata sopra la faccia di Laura» non presenta immagine distinta, se pur quella non fosse dell’allegorica forma di Morte trasmutata in angelo assiso sopra la faccia di una donna; — il che valga a esempio che colpisca delle sconce assurdità, a cui trae un mal accorto accozzamento del vero colla finzione.

VIII. Il Petrarca affoga spesso la realtà in tanto lusso di decorazioni ideali, che mentre ci affisiamo nelle sue imagini, le ci scompaiono

D’aurea luce in un pelago nascose. [9]

E il poeta che ci sovviene di questo verso, osserva giustamente — «che il vero sentir fino è eccellente economo, e si piace in produrre effetti grandi con piccoli mezzi.» Dante trasceglie bellezze qua e là disperse per ogni lato della natura creata, e le incorpora in singolo soggetto. Gli artisti che nell’Apollo di Belvedere e nella Venere de’ Medici compendiarono le beltà varie notate in diversi individui, produssero forme umane a rigore, spiranti però cotal perfezione da non si scontrare in terra: tuttavia contemplandole, senza che ce ne avvediamo siam tratti a credere all’illusione, che la schiatta nostra possa andar lieta di sì celeste bellezza.

Stiamo, Amor, a veder la gloria nostra,

cose sopra natura, altere e nove:

vedi ben quanta in lei dolcezza piove;

vedi lume che ’l Cielo in terra mostra.

vedi quant’arte dora e ’mperla e ’nnostra

l’abito eletto e mai non visto altrove;

che dolcemente i piedi e gli occhi move

per questa di bei colli ombrosa chiostra.

L’erbetta verde e i fior di color mille,

sparsi sotto quell’elce antiquo e negra,

pregar pur che ’l bei piè li prema o tocchi

e ’l ciel di vaghe e lucide faville

s’accende intorno, e ’n vista si rallegra

d’esser fatto seren da sì begli occhi.

Questa descrizione ne invoglia d’incontrare al mondo donna somigliante; ma ammirando il beato poeta e invidiandogli i suoi trasporti amorosi, non si può non accorgerci, che i fiori «vaghi d’essere calcati dal bel piede,» il cielo «che si rabbella della sua presenza,» l’atmosfera «che nuovo splendore impronta dagli occhi suoi,» sono mere visioni che ne tentano d’avventurarci con lui dietro a non conseguibile chimera. Di qui siamo indotti a pensare, che fosse in Laura più che umana leggiadria, se valse ad accendere l’immaginazione dell’amante a un tal grado d’entusiasmo da farla capace d’illusioni sì fantastiche, che ben ci chiariscono l’eccesso della passione; ma ci è tolto il partir seco lui tali estasi amatorie per beltà che nè mai potemmo, nè mai potremo rimirare.

IX. Per lo contrario la bella vergine che Dante vide in lontananza in un paesaggio del paradiso terrestre, in vece di apparirti un ente immaginario, sembra accoppiare in sè tutti gli allettamenti che trovansi in quelle amabili creature nelle quali talvolta ci scontriamo, che ci accora di perdere di vista, a cui la fantasia rivela del continuo; — la pittura del poeta richiama più distinta alla memoria l’idea dell’originale, e la scolpisce nell’immaginazione:

Una donna soletta, che si gía

cantando ed iscegliendo fior da fiore,

ond’era pinta tutta la sua via.

deh, bella donna, ch’a’ raggi d’amore

ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti,

che soglion esser testimon del core,

vegnati voglia di trarreti avanti,

diss’io a lei, verso questa riviera,

tanto ch’io possa intender che tu canti. —

Come si volge con le piante strette

a terra, ed intra sè donna che balli,

e piede innanzi piede a pena mette;

volsesi ’n su’ vermigli, ed in su’ gialli

fioretti verso me, non altrimenti

che vergine che gli occhi onesti avvalli:

e fece i prieghi miei esser contenti,

sì appressando sè, che ’l dolce suono

veniva a me co’ suoi intendimenti.

Tal è lo stupendo magistero con cui Dante mischia le realtà di natura con accessorii ideali, che ti crea nell’animo una illusione da non si poter dissipare per tardi riflessi. Tutta quella grazia e beltà, quel caldo raggio d’amore, quella vivezza e lieta baldanza di gioventù, quella sacra modestia di una vergine, che osserviamo, benchè disgiunte e miste a difetti, in persone diverse, son qui concentrate in una sola; mentre il canto, la danza, il côrre fiori dan vita e incanto e grazia di movenza alla pittura. — A giudicare schiettamente tra questi due poeti, diresti, che il Petrarca sovrasti nel mettere in cuore un sentimento profondo della sua esistenza; e Dante nel guidare l’immaginazione ad accrescere di sconosciute attrattive la natura. Genio non fu mai forse che in sè accoppiasse a sì alto segno queste due facoltà.

X. Entrambi incarnarono disegni accomodati alle facoltà respettive, e ne uscirono due maniere di poesia producitrice di opposti effetti morali. Il Petrarca ne mostra ogni cosa pel mezzo di una predominante passione, ne abitua a cedere a quelle propensioni che, tenendo il cuore in perpetua inquietudine, fiaccano il vigore dell’intelletto, — ne seduce a morbida condiscendenza, alla sensibilità, e ne ritrae dalla vita attiva. Dante, come tutti i poeti primitivi, è lo storico de’ costumi del suo secolo, il profeta, della sua patria e il pittore dell’uman genere; ed, eccitando tutte le facoltà dell’anima, le chiama a riflettere sopra tutte le vicissitudini dell’universo. Descrive ogni fatta di passioni e di azioni, — l’incanto e l’orrore delle scene più disperate. Colloca uomini nella disperazione dell’inferno, nella speranza del purgatorio e nella beatitudine del paradiso. Gli osserva nella gioventù, nella virilità e nella vecchiezza. Trae in iscena insieme ambo i sessi, tutte le religioni, tutte le occupazioni di nazioni ed età diverse; pure non piglia mai gli uomini in massa, — ma sempre li rappresenta come individui; parla a ciascuno di essi, ne studia le parole, e osserva attentamente i loro contegni. — «Trovai », dic’egli nella lettera a Can della Scala, «l’esempio del mio Inferno nella terra che abitiamo.» Nel descrivere i regni della morte, cerca ogni opportunità per riportarci indietro alle faccende e affezioni del mondo vivente. Vedendo il sole che sta per abbandonare il nostro emisfero, esce in que’ versi:

Era già l’ora che volge ’l disio

a’ naviganti, e ’ntenerisce ’l core

lo dì, c’han detto a’ dolci amici, addio;

e che lo nuovo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paja ’l giorno pianger, che si more.

Avvi un passo a questo somigliantissimo in Apollonio Rodio, le cui molte bellezze, sì ammirate nelle imitazioni di Virgilio, rado si cercano nell’originale:

Spiegando allora

il suo velo di tenebre sul muto

orbe la Notte, alzò il nocchier da poppa

fiso nell’Orse e in Orïone il guardo.

il peregrino, e chi veglia le porte

punse lusinga alta di sonno; e intanto

di madre, che pur or molle di pianto

i figli estinti sospirava, scorre

Grave un sopor le membra. [10]

Con digressioni simili a questa, introdotte senz’arte o sforzo apparente, Dante ci fa pigliar parte per tutto l’uman genere; là dove il Petrarca, occupandosi solo di sè stesso, allude ad uomini in mare sulla sera, onde soltanto eccitare maggior compassione per le proprie pene:

E i naviganti in qualche chiusa valle

gettan le membra, poi che ’l Sol s’asconde,

sul duro legno e sotto l’aspre gonne.

Ma io, perchè s’attuffi in mezzo l’ onde,

e lassi Spagna dietro alle sue spalle,

e Granata e Marocco e le Colonne:

e gli uomini e le donne

e ’l mondo e gli animali

acquetino i lor mali,

fine non pongo al mio ostinato affanno;

e duolmi ch’ogni giorno arroge al danno;

ch’i’ son già, pur crescendo in questa voglia,

ben presso al decim’anno;

nè posso indovinar chi me ne scioglia.

Quindi la poesia del Petrarca ci avviluppa in oziosa melanconia, nelle più molli e dolci visioni, nell’errore di abbandonarci in balìa delle affezioni altrui, e ci trae a correre vanamente dietro a perfetta felicità, finchè c’immergiamo a chius’occhi in quella disperazione che succede,

quando, percossa da terror, s’invola

dal tuo volto la speme, e la gigante

doglia ne ingombra il vôto orrendo sola.

Nondimeno pochissimi sono coloro cui tal sorte incolga, verso i molti più che da lettura sentimentale unicamente imparano come operare con più sicuro effetto nelle menti passionatc, o come stendere più fitto manto d’ipocrisia sopra il vizio. La turba de’ petrarchisti in Italia può imputarsi all’esempio di que’ prelati e dotti uomini, i quali, a giustificare il commercio loro con l’altro sesso, presero in prestito il linguaggio dell’amore platonico dal loro modello; che pure è mirabilmente accomodato a un collegio di gesuiti, poichè inspira divozione, misticismo e ritiro, e snerva le menti giovenili. Ma dacchè alle ultime rivoluzioni, suscitatrici d’altre passioni, altro sistema d’educazione rispondeva, la schiera de’ petrarchisti fu presto veduta assottigliarsi, mentre i seguaci di Dante pubblicavano poemi più atti a far sorgere lo spirito pubblico in Italia. Dante applicò la poesia alle vicende de’ tempi suoi, quando la libertà faceva l’estremo di sua possa contro la tirannide; e scese nel sepolcro con gli ultimi eroi del medio evo. Il Petrarca visse fra coloro che prepararono la ingloriosa eredità del servaggio alle prossime quindici generazioni.

XI. In sul declinare della vita di Dante gli statuti de’ dominii italiani subirono intera e quasi universale mutazione; e uomini, costumi, letteratura e religione subitamente ne assunsero nuovo carattere. Allora si fu che papi e imperadori, col risiedere fuori d’Italia, l’abbandonarono alle fazioni, le quali, avendo combattuto per l’indipendenza o pel potere, continuarono a lacerarsi a brani per animosità, finchè ridussero la patria in tali stremi da farla agevole preda a’ demagoghi, a’ despoti ed agli strani. I Guelfi ne’ loro conflitti per le franchigie popolari contro i feudatarii dell’Impero cessarono dal ricevere la sanzione della Chiesa. I Ghibellini non più si allearono con gl’imperadori per conservare i lor privilegi quali grandi proprietarii. Firenze e altre piccole repubbliche, sterminati i nobili, venivano governate da mercadanti, i quali, non avendo nè maggiori da imitare, nè sensi generosi, nè militare educazione, perpetuavano le risse intestine per via di calunnia e di confisca. Paurosi di domestica dittatura, a’ nemici esterni opposero estranei condottieri di truppe mercenarie, composte spesso di venturieri e vagabondi d’ogni paese, i quali saccheggiavano amici e nimici similmente, esasperavano le discordie e contaminavano la morale della nazione. Principi francesi regnarono in Napoli, e, per allargarsi la preponderanza sopra l’Italia meridionale, vi distrussero fin l’ombra dell’imperiale autorità coll’aizzare i Guelfi a tutti i delirii della democrazia. Frattanto i nobili, nervo della fazione ghibellina nel settentrione d’Italia, possedendo la ricchezza e la forza del paese, continuarono a movere incessanti guerre civili, fin tanto ch’essi con le città e i vassalli loro rimasero tutti soggiogati dal militare dominio de’ vittoriosi condottieri, i quali venivano assassinati spesso da’ lor proprii soldati, e più spesso dai presuntivi credi del poter loro. Unica Venezia, circondata dal mare e perciò libera dal pericolo d’invasione e dalla necessità d’affidare le sue armate a un singolo patrizio, andò lieta di stabile forma di governo. Nondimeno, per conservare ed ampliare le colonie e il commercio, sostenne nel Mediterraneo una lotta micidiale con altre città marittime. I Genovesi, perduta la loro flotta principale, mercarono l’aiuto de’ tiranni lombardi a prezzo della loro libertà. Ebbero così modo di sbramar gli odii e disfare i Veneti, i quali col ripetere gli assalti esaurirono le forze; ed ambedue gli Stati combattevano omai men per acquisti che per vendetta. Allora intravvenne che alle pacifiche esortazioni del Petrarca il doge Andrea Dandolo diede quell’altiera risposta.[11] Così gl’Italiani, sebbene a que’ dì arbitri de’ mari, vidersi ridotti in cotali termini di debolezza da ciechi rancori, che nel vegnente secolo Colombo fu costretto di mendicare l’aiuto di principi estranei, onde aprire quel passaggio di navigazione, che da quell’epoca diede l’ultimo crollo alla commerciale grandezza d’Italia.

XII. Frattanto papi e cardinali, vigilantemente osservati ad Avignone, divennero talora forzati e spesso volontarii complici della francese politica. I principi germanici, datisi a disprezzare le papali scomuniche, ricusarono di eleggere imperadori patrocinati dalla Santa Sede, e di condur fuori i sudditi al conquisto della Terra santa, impresa che dall’entrante duodecimo secolo per insino all’uscente decimoterzo, commise di fatto tutti gli eserciti d’Europa all’arbitrio de’ papi. Il selvaggio e intraprendente fanatismo religioso, venuto così a ristare colle crociate, declinò in tenebrosa e sospettosa superstizione: nuovi articoli di credenza recati dall’Oriente fecero pullulare nuove sètte cristiane: la circolazione de’ classici, il gusto diffuso per la metafisica greca e pel materialismo aristotelico, sparso per Europa dagli scritti d’Averroe trassero alcuni contemporanei di Dante e del Petrarca a dubitare persino della esistenza di Dio. [12] Fu allora giudicato espediente di soffolcere a un punto e l’autorità del vangelo e il potere temporale della chiesa con le arbitrarie e misteriose leggi della santa Inquisizione. Parecchi de’ papi, che sedettero nella cattedra di San Pietro vivendo Dante, erano stati prima frati dell’Ordine di San Domenico, fondatore di quel tribunale; e i lor successori a’ tempi del Petrarca furono prelati di Francia o corrotti dal lusso, o devoti agl’interessi della patria loro. Al terrore propagato dai domenicani seguitò il traffico delle indulgenze e la celebrazione de’ giubilei, instituiti in quel torno da Bonifazio VIII. Poichè non fu più a lungo in mano de’ sovrani pontefici lo sperdere in politiche imprese le ricchezze dalla religiosa potenza in lor derivate, l’ambizione diè luogo alla cupidigia; e in iscambio de’ declinanti diritti di conferire corone, ottennero sussidii per mantenere una corte lussuriosa, e per lasciare dopo sè una genealogia di ricchi eredi. I popoli, benchè inaspriti dall’oppressione e parati a ribellare, erano disuniti e non iscaltriti abbastanza per recare a capo una durevole rivoluzione. Si rivoltarono solo per rovesciare le antiche leggi, per mutare padroni e per soccombere a più tirannesca signoria. La resistenza di una contumace aristocrazia vietò a’ monarchi di levare eserciti bastevoli a raffermarsi il potere in casa e le conquiste al di fuori. Gli Stati venivano aggranditi più per frode che per valore; e coloro che li reggevano divenivano men violenti e più traditori. I forti delitti delle barbare età a poco a poco cedettero agl’insidiosi vizii dell’incivilimento. La coltura delle classiche lettere perfezionò il gusto generale, e aggiunse al fondo della erudizione; ma rintuzzò l’ardire e cancellò a un tempo le native forme dell’ingegno; e chi pur potea farsi inimitabile scrittore in lingua materna, fu pago di logorar le forze nell’unica imitazione de’ Latini. Gli autori si rimasero dal pigliar parte agli avvenimenti che correvano, e se ne stettero dalla lunga spettatori. Taluni, partitamente narrando a’ concittadini le andate glorie, li fecero scorti della ruina che sovrastava alla patria; altri ripagarono i mecenati di adulazioni; però che nel decimoquarto secolo per l’appunto tirannesche signorie tolsero a scaltrire i successori nell’arte di nutricare letterati stipendiati per gabbare il mondo. Tal è la concisa istoria d’Italia duranti i cinquantatrè anni dalla morte di Dante alla morte del Petrarca.

XIII. I conati loro per recare l’Italia sotto il reggimento di un solo sovrano, e per tôr via il poter temporale de’ papi, ecco l’unico punto in cui conversero questi due personaggi. Pare che fortuna e natura cospirassero a separarli nel resto per una irreconciliabile discrepanza. Dante percorse più regolare carriera di studii, e in tempi che Aristotele e Tommaso d’Aquino tenevano soli il campo nelle università. L’austero metodo e le massime loro lo ammaestrarono a scrivere solo dopo lunga meditazione, — a tenersi davanti « un gran pratico fine, cioè quello dell’umana vita» [13] — e a proseguirlo saldamente con un preconcetto disegno. Poetici ornamenti paiono usati da Dante solo a lumeggiare i suoi soggetti; nè egli consente mai alla fantasia di trasgredire leggi, che previe siasi imposte:

lo ’ngegno affreno

Perchè non corra, che virtù nol guidi. — Inferno.

Non mi lascia più ir lo fren dell’arte. — Purgatorio.

Lo studio de’ classici e il crescente entusiasmo per platoniche speculazioni, che il Petrarca propugnò contra gli aristotelici, [14] accordossi con la naturale inclinazione di lui, e ne informò la mente dalle opere di Cicerone, Seneca e Sant’Agostino. Ei ne colse la maniera saltuaria, la dizione ornata, allora pure che i temi meno poetici vennergli a mano; e sopra tutto imitò quei mischiar ch’essi fecero sentimenti individuali con universali principii di filosofia e di religione. La sua penna andò dietro alla perpetua irrequietudine dell’animo: ogni argomento attraeva i suoi pensieri, e di rado tutti i suoi pensieri furon devoti ad un solo argomento. Così, più ardente ad imprendere che perseverante a finire, il numero grande de’ suoi non terminati manuscritti gli fece alla fine pensare, che tra il frutto d’industria e quello d’ozio assoluto fosse per correr poco divario. [15] - Dante confessa che in sua gioventù soggiaceva a lungo e quasi insuperabile scoraggimento; e duolsi di quella mutezza di mente che ne inceppa le facoltà, nè però le distrugge. [16] Ma la mente sua, riavuta la elasticità, non più ristette finchè non ebbe conseguito lo scopo; e nessuna forza nè cura umana potè stornarlo dalle sue meditazioni. [17]

XIV. L’intelletto in entrambi tenne virtù dalle naturali e inalterabili emozioni del cuore. Il fuoco di Dante fu più profondamente concentrato; più di una passione non ardeva in quello a un tempo; e, se il Boccaccio non caricò la pittura, Dante per più e più mesi dopo morta Beatrice ebbe sentimento e aspetto di selvaggio. [18] Il Petrarca fu agitato insiememente da differenti passioni: sorgevano, ma si rintuzzavano anche l’una coll’altra; e il suo fuoco, più che bruciare, risplendeva — riboccando da anima inetta a tutto sopportarne il calore, e pure ansiosa di attirarsi per mezzo di quello l’attenzione di ogni sguardo. La vanità fece il Petrarca sollecito sempre e sempre apprensivo pur dell’opinione di coloro, cui ben sentiva di naturalmente sovrastare. — Nel carattere dell’Alighieri primeggiava l’orgoglio. Piacevasi de’ patimenti quai mezzi d’esercitare la sua fortitudine — de’ suoi difetti quai necessarii seguaci di qualità straordinarie — e della coscienza di quel che dentro valeva, perchè lo francheggiava a disprezzare uomini ed opinioni

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

lascia dir le genti,

sta come torre fermo, che non crolla

giammai la cima per soffiar de’ venti.

La forza di disprezzare, che molti vantano, che pochissimi posseggono realmente, e di cui Dante fu oltre misura dotato da natura, gli apportò il più alto diletto di cui una mente elevata sia suscettiva:

lo collo poi con le braccia mi cinse:

baciommi ’l volto, e disse: Alma sdegnosa,

benedetta colei che ’n te s’incinse.

L’altero contegno di Dante verso i principi, de’ quali sollecitava il patrocinio, fu da repubblicano per nascita, da aristocrata per parte, da statista e guerriero, il quale, vissuto nella copia e negli onori, fu proscritto nel suo trigesimosettimo anno, costretto a ramingare di città in città, «qual uomo che, ogni vergogna deposta, si pianta sulla pubblica via, e stendendo la mano,

Si conduce a tremar per ogni vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;

Ma poco tempo andrà, che i tuoi vicini

Faranno sì che tu potrai chiosarlo. [19]

Il Petrarca nato in esilio, e nodrito per propria confessione in povertà, [20] e qual uomo destinato a servire in corte, venne un anno dopo l’altro arricchito dai grandi; intanto che, posto in termini da poter evitare nuovi favori, a ciò alludeva con la compiacenza inevitabile a quanti o per caso, o per industria o per merito sfuggirono a penuria ed umiliazione.

XV. Conformato ad amare, il Petrarca si studiò di conciliarsi la benevolenza altrui; sospirava maggiore l’amicizia, che non soglia consentirla l’amor proprio dell’uomo; e così scadde negli occhi, e fors’anche nel cuore delle persone a lui più devote. I suoi disinganni rispetto a ciò, spesso amareggiandone l’animo, gli strapparono quella confessione, «ch’ei temeva coloro che amava.» [21] I nimici di lui, sapendolo pronto a sfogar l’ira, ma più anche a dimenticare le ingiurie, trovarono in tal temperamento passionato buon giuoco alle beffe, [22] e lo stuzzicarono a compromettersi pure in vecchiezza con discolpe. [23] — Dante al contrario uno fu di que’ rari spiriti, cui non arrivano gli strali del ridicolo, e in cui gli stessi colpi de’ maligni altro non fanno che vie più elevare la natia dignità. Agli amici, meglio che commiserazione, inspirava rispetto; e a’ nimiei timore e odio — disprezzo non mai. L’ira sua era inesorabile; e la vendetta fu non solo impeto di natura in lui, ma dovere: [24] e pregustò nella conscia mente quella tarda, ma certa e in eterno duratura vendetta che

fa dolce l’ira sua nel suo segreto.

Taci, e lascia volger gli anni

sì ch’io non posso dir se non che pianto

giusto verrà di retro a’ vostri danni.

Altri potrebbe agevolmente vederlo ritratto in que’ versi relativi all’anima di Sordello:

Ella non ci diceva alcuna cosa:

ma lasciavane gir, solo guardando

a guisa di leon quando si posa.

Come probabilmente il Petrarca senza l’amore non sarebbe mai divenuto un gran poeta, così, se non era la persecuzione ingiusta che ne accese l’indignazione, Dante forse non avrebbe mai perseverato a compiere

’l poema sacro,

al quale ha posto mano e Cielo e Terra,

sì che m’ha fatto per più anni macro.

XVI. Il piacere di conoscere e propugnare il vero, e di sentirsi atto a farlo suonare per fin dal sepolcro, è sì acuto da preponderare a tutte le amaritudini, onde per consueto la vita de’ sommi ingegni è saturata, non tanto per la freddezza e l’invidia dell’umana schiatta, quanto per le cocenti passioni de’ loro proprii cuori. Da sì fatto sentire scaturì una fonte più copiosa di conforto per Dante che pel Petrarca.

Mentre ch’io era a Virgilio congiunto

su per lo monte che l’anime cura,

e discendendo nel mondo defunto,

dette mi fur di mia vita futura

parole gravi; avvegna ch’io mi senta

ben tetragono ai colpi di ventura.

Ben veggio, padre mio, sì come sprona

lo tempo verso me per colpo darmi

tal ch’è più grave a chi più s’abbandona:

perchè di provedenza è buon ch’io m’armi.

O sacrosante vergini, se fami,

freddi o vigilie mai per voi soffersi,

cagion mi sprona ch’io mercè ne chiami.

Or convien ch’Elicona per me versi,

e Urania m’aiuti col suo coro

forti cose a pensar, mettere in versi.

E, s’io al vero son timido amico,

temo di perder vita tra coloro

che questo tempo chiameranno antico.

E da lettera di Dante novellamente scoperta appare, che circa l’anno 1316 gli amici di lui riuscissero a ottenere ch’ei fosse rimesso in patria e ne’ beni, sol che scendesse a patti co’ suoi calunniatori, si confessasse colpevole e chiedesse perdono alla Repubblica. Ecco la risposta che in tale occasione il poeta indirizzò a uno de’ suoi parenti ch’ ei chiama «Padre» forse perchè ecclesiastico, o, più probabilmente, perchè più vecchio di lui.

XVII. « Per lettere vostre, con debita riverenza e affezione accolte, ho compreso con grato animo e diligente considerazione quanto il mio ripatriare stiavi a cuore; però che tanto più strettamente mi obbligaste, quant’è più raro ch’esuli trovino amici. Al contenuto di esse poi rispondo, e (se non a quel modo che forse vorrebbe la pusillanimità d’alcuni) affettuosamente vi prego che, prima di giudicarne, vogliate pigliare con maturo consiglio a ventilare la risposta. Ecco dunque quanto per lettere del vostro e mio nipote e d’altri amici mi viene significato della parte pur dianzi presa in Firenze circa l’assoluzione de’ mandati a’ confini: che se volessi pagare certa multa e patire la nota dell’offerta, potrei venire assolto e ritornar di presente. Nel che, o padre, due cose sono pur degne di riso e male preconsigliate; dico male preconsigliate da chi tali condizioni ha espresse, giacchè le vostre lettere, con più discrezione e maturità conchiuse, nulla di ciò contenevano. È dessa gloriosa cotesta rivocazione alla patria fatta a Dante, dopo che patì esilio quasi trilustre? Tale forse la meritò un’innocenza manifesta a chiunque? Tale il sudore e la fatica continuata nello studio? Lungi dall’uomo famigliare della filosofia la temeraria umiltà di un cuore terreno, che, a modo di certo Ciolo e d’altri infami, comporti qual vinto l’oblazione di sè stesso. Lungi dall’uomo che predica giustizia e che ingiuria ha patito, il pagare del proprio danaro coloro che l’arrecarono, come fossero benefattori. Questa non è, padre mio, la strada di ritornare alla patria; ma se altra per voi, o in appresso per altri si troverà che alla fama di Dante e all’onore non deroghi, quella con passi non lenti accetterò. Che se per nessuna tale in Firenze si entra, non mai in Firenze entrerò. E perchè no? Non vedrò forse le spere del sole e degli astri da per tutto? Non potrò forse sotto qualunque plaga speculare dolcissime verità, se prima io non mi renda inglorioso, anzi ignominioso al popolo e al comune di Firenze? — Nè certamente mancherà pane.» [25] — Nondimeno seguitò a provare

come sa di sale

Lo pane altrui, e come è duro calle

Lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.

I suoi concittadini ne perseguitarono fin la memoria; morto, fu scomunicato dal papa, e si minacciò di diseppellirne il cadavere, per abbruciarlo e disperderne le ceneri al vento. [26] Il Petrarca chiuse i suoi dì in concetto di santo, pel quale il Cielo operava miracoli; [27] e il senato di Venezia fece una legge contro chi ne trafugasse le ossa, vendendole come reliquie. [28]

XVIII. Altri potrebbe credere che il Petrarca, compiendo fedelmente e generosamente a tutti i doveri sociali con ciascuno che gli stava intorno, e facendo continuamente ogni sforzo per tenere a freno le sue passioni, ne dovesse venir riputato virtuoso e sentirsi felice. Virtuoso fu; ma fu più infelice di Dante, da cui mai non trasparve quella irrequietudine e perplessità d’animo che fece il Petrarca minore di sè agli occhi proprii, e lo trasse ad esclamare negli ultimi giorni suoi: «Giovane, spregiai tutto il mondo, da me in fuori; nella virilità, me stesso; or vecchio omai, disprezzo e il mondo e me.» [29] Se vissuti fossero in consueta comunicazione, Dante avrebbe avuto dall’emulo suo quel vantaggio, che quanti si fanno ad operare giusta prestabiliti e immutabili propositi hanno da chi cede a variabili e istantanei impulsi. — Il Petrarca avrebbe potuto dire con Dante

conscienza m’assicura,

la buona compagnia che l’uom francheggia

sotto l’usbergo del sentirsi pura.

Ma l’ardente anelare a morale perfezione e il disperarne, lo indusse a guardare «con trepida speranza» al giorno che doveva essere citato al cospetto di Giudice inesorabile. Dante credeva espiare gli errori dell’umanità co’ patimenti in terra

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolve a lei;

e par ch’ei volgasi al cielo da uomo che adora, più presto che da supplice. Fermo nella mente il concetto «l’uomo allora essere felice davvero che libero esercita tutte le sue forze,» [30] Dante percorse con passo sicuro il cammin della vita, «vigilando»

Sì che notte nè sonno a lui non fura

Passo che faccia ’l secol per sue vie,

raccolse opinioni, follie, vicissitudini, miserie e passioni, onde gli uomini vengono agitati, e lasciò dopo sè monumento il quale, se ne umilia con la rappresentazione di nostre fralezze, dovrebbe farci insuperbire di far parte d’una stessa natura con un tant’uomo, e ci conforta al miglior uso di nostra vita transitoria. Il Petrarca da saviezza piuttosto contemplativa che attiva fu guidato a conoscere, come le travagliose nostre fatiche in pro degli uomini eccedano a gran pezza qual benefizio ne possa ad essi tornare, come ogni nostro passo non ad altro riesca all’ultimo che ad approssimarci al sepolcro; e come la morte sia tra i doni della Provvidenza il migliore, e il mondo avvenire l’unica dimora nostra sicura. Vacilla quindi nel mortal viaggio, convinto «che stanchezza e fastidio d’ogni cosa fossero naturali all’animo suo;» [31] — e così scontò il prezzo di que’ doni che natura, fortuna e il mondo gli avevano largamente profusi, senza neppur la vicenda de’ consueti rovesci.

 

Note

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[1] Senil., lib. V, ep. 2 et 3.

[2] Nec tibi sit durum versus vidisse poetae

Exsulis.

[3] Inseris nominatim hanc hujus officii tui excusationem, quod ille, te adolescentulo, primus studiorum dux, prima fax fuerit. — Petr., Epist. eden. Crisp., lib. XII, ep. 7.

[4] Petr., Epist. edit., Ginev. an. 1601, pag. 445.

[5] Tiraboschi, Storia della letter. ital., vol. IX, lib. III, cap. 2, § 10.

[6] Muratori, Script., Rer. Ital., vol. X, pag. 501.

[7] «O wearied spirits! come, and hold discourse

With us, if by none else restrain’d.» As doves

By fond desire invited, on wide wings

And firm, to their sweet nest returning home,

Cleave the air, wafted by their will along.

CARY’s Transl.

[8] Dante, Convito.

[9] «Obscured and lost in flood of golden light». Rogers.

[10] Apollonii Rhodii Argonauticorum, lib. III.

[11] Saggio sopra il carattere del Petrarca; alla fine del § 5, fac. 83-84.

[12] «Guido Cavalcanti, alcuna volta speculando, molto astratto dagli uomini diveniva: e perciò che egli alquanto teneva della opinione degli Epicurj, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse», Boccaccio, giorn. VI, nov. 9. — Vedi altresì Dante, Inferno, canto X, e Petrarca, Senil., lib. V, ep. 3.

[13] Dante, Convito.

[14] È questa la mira principale del suo trattato: De sui ipsius et multorum ignorantia.

[15] Quicquid fere opusculorum mihi excidit, quae tam multa fuerunt, ut usque ad hanc aetatem me exerceant, ac fatigent: fuit enim mihi ut corpus, sic ingenium magis pollens dexteritate, quam viribus Itaque multa mihi facilia cogitatu, quae executione difficilia praetermisi. — Epist. ad Poster.

[16] Dante, Vita nuova.

[17] Poggio, — Dante, Purg., canto XVII.

[18] «Egli era già, sì per lo lagrimare e sì per l’afflizione che al cuore sentiva dentro, e sì per non avere di sè alcuna cura di fuori, divenuto e quasi una cosa salvatica a riguardare, magro, barbuto, e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser soleva: in tanto che ’l suo aspetto, non che negli amici, ma eziandio in ciascun altro a forza di sè metteva compassione». - Boccaccio, Vita di Dante.

[19] Purg., alla fine del canto XI.

[20] Honestis parentibus, fortuna (ut verum fatear) ad inopiam vergente, natus sum. Epist. ad Post.

[21] Senil., lib. XIII, ep. 7.

[22] Indignantissinti animi, sed offensarum obliviosissimi — ira mihi persaepe nocuit, aliis nunquam. — Epist. ad Post.

[23] Agostini, Scritt. Venez., vol. I, fac. 5.

[24] «Chè bell’onor s’acquista in far vendetta». Dante, Convito. — Vedi altresì, Inferno, canto XXIX, v. 31-36.

[25] Lettera di Dante, che conservasi nella Laurenziana a Firenze: pluteo XXIX, cod. VIII, fol. 123.

[26] Bartolus, Lex de rejudicandis reis, ad cod. I.

[27] Ea res... miraculo ostendit divinum illum spiritum Deo familiarissimum. — Villani, Vita Petr., sul fine.

[28] Tomasini, Petrarcha redivivus, pag. 30.

[29] Senil., lib. XIII, ep. 7.

[30] Questa sentenza ricorre più volte ne’ libri De Monarchia: citiamone due soli luoghi che leggonsi nel libro primo. «Patet quod genus humanum in quiete sine tranquillitate Macis ad proprium suum opus, quod fere divinum est (juxta illud: minuisti eum paulo minus ab angelis) liberrime atque facillime se habet». Cap. 5. — «Et humanum genus, potissumum liberum, optime se habet». Cap. 14.

[31] Cum omnium rerum fastidium atque odium naturaliter in animo meo insitum ferre non possim — Epist. ad Post.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011