Ugo Foscolo

SAGGIO

SOPRA IL CARATTERE DEL PETRARCA

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia editore, III ediz. Milano 1966 - da pag. 827: Saggi sul Petrarca pubblicati in inglese da Ugo Foscolo e tradotti in italiano tradotti da Camillo Ugoni (Lugano 1824).

E le cose presenti e le passate

Mi danno guerra e le future.

Petrarca, Canz. CCLXXII.

I.  Circa un anno prima di far conoscenza con Laura, il Petrarca entrò in casa di Jacopo Colonna vescovo di Lombes, che lo introdusse presso il fratello Giovanni cardinale, e vi fu eletto aio d’uno de’ nipoti loro. Ma non andò guari a venire con essi a sì dimestica amicizia, che Stefano Colonna capo della famiglia, il quale avea gran potere in Roma, e non mancavano in Avignone, lo teneva in conto di figliuolo, e affatto indipendente. [1] A quel tempo nomini d’alto affare e ingegno da tutte le nazioni traevano ad Avignone; fra i quali Riccardo di Bury, poi vescovo di Durham, vi si trovava ambasciatore di Edoardo III. Laonde il Petrarca ebbe di buon’ora opportunità di procacciarsi, coll’amicizia de’ più eminenti personaggi vissuti a que’ dì in Europa, notizia non comune della letteraria e politica condizione del mondo. Nel suo trentesimo quarto anno ottenne da Benedetto XII un beneficio ecclesiastico per mediazione del cardinale, [2] e si ritirò a Valchiusa, come in porto di tutta pace, ove potesse menar vita non molestata da amore o da ambizione, e non tentata dalle depravazioni di quella corte.

«Rev. et amplissime Præsul Jacobe Domine perhonorande — dice il Petrarca in una lettera al Vescovo di Lombez che qui si pubblica per la prima volta: — Me invitate en Avignone a tratenerme a la Corte Romana con gonfiarme di speciosissime speranze. E se lo affecto amorevolissimo di Voi el non me fosse a mille altre dimostranze cognosciuto, potrei affermare esserme voi el più rio nemico che el misero Francesco potesse havere al mondo. El sa per lo tanto che haviamo più fiate favellato onsieme, le grandi promissioni fattemi dal pontefice Giovanne, a modo io me lusingava essere ben tosto en qualche stato sublime; et poi me cognosco essere el tapino Petrarca che sempre fui, et sarò. Ben el sapete voi con la longa experientia quanto le sono fallaci et fraudolente le lusinghe de la Corte, anzi che en quella li huomini ben veduti sono li ribaldi, o li idioti, o somigliante schiuma de gente, che o per simonia, favori, o adulatione, el montano a li gradi et le dignitade. O tempora, O mores! El mi torrei a vituperio per queste non licite vie conseguire cosa di buono. Hor puote esser dunque che voi Misser Jacomo, che el siete ingenuo et virtuoso signore, el me proponiate che io faccia ritorno en la Corte, dove non che uno che el se professa homo dabbene, ma lo sia punto iudicioso, si torrebbe a gran vergogna dimorare, ove no el costrengesse el bisogno? Præterea quando ben ancora el fosse certo haver a conseguire cosa di buono da la munificentia del Papa, li vitii scelerati de la Corte el me sono così a noja, che al sol pensarli el me fa stomaco. Sappia che en partirme da la Corte del Papa cantai il Psalmo: In exitu Israel de Ægipto. Godo en queste amene solitudini de Valclusa una dolce et imperturbata tranquillità, el virtuoso et placidissimo otio de’ miei studj: el tempo che mi vaca de le volte passo a Cabrieres per diportarme. Ah! se vi fosse licito, Misser Jacomo, el dimorare en la dicta Valle, di certo vi rincrescereste di tutto el  mondo, non che de la Corte del Papa. Son fermo en la deliberatione di non più rivederla. Me commendi en buona gratia de lo excellente signor Misser Stephano Colonna, vostro padre, et di Misser el Cardinale vostro virtuoso fratello, et conservatemi el vostro cordiale affecto. Vale. En Val-clusa. X kal. junij MCCCXXXVIII.

«Tui studiosissimus, Franc. Petrarca.»

II. Tre anni dopo la data di questa lettera, al Petrarca coronato in Roma crebbero colla fama i redditi. Re Roberto di Napoli lo condusse allora a suo cappellano, dispensandolo dalla residenza in corte. Tornò a Valchiusa; e la Santa Sede questa volta impose a forza il suo patrocinio ad uno scrittore, cui la celebrità e la indipendenza di carattere facevano davvero formidabile. Non volle mai prendere gli ordini sacri per non porsi in condizione da accettare un vescovado, e rifiutò l’ufficio di segretario apostolico sotto tre papi. [3] In una Bolla, colla quale Clemente VI gli conferì un beneficio addizionale, espressamente si attesta «che nè il Petrarca, nè alcuno degli amici suoi lo aveva sollecitato.» [4] Quindi il poeta giudicò che queste liberalità non gl’imponessero obbligo alcuno di frenare la veemenza della sua penna. Nelle sue ecloghe latine introduce le ombre de’ pastori della Chiesa, che mutuamente si rinfacciano le nequizie loro, e si confortano predicendo quelle de’ regnanti lor successori. La Santa Sede era dal Petrarca stimata

scuola d’errori, e tempio d’eresia.

o fucina d’inganni, o prigion dira...

di vivi inferno! —

putta sfacciata; e dov’hai posto spene?

Negli adulteri tuoi, nelle mal nate

ricchezze tante? —

nido di tradimenti, in cui si cova

quanto mal per lo mondo oggi si spande;

di vin serva, di letti e di vivande,

in cui lussuria fa l’ultima prova. —

or vivi sì, ch’ a dio ne venga il lezzo.

Cecilia di Commenge, viscontessa di Turenna, trafficava segretamente di sue bellezze con Clemente VI, per la facoltà di vendere al pubblico non pure i favori temporali, ma le spirituali indulgenze. Altri pontefici menarono vita probabilmente anco più profana della sua, ma nessuno mai tenne amanza sì avara e sì svergognata; nè mai la licenza e la lussuria si levarono sì altamente sfrontate nel palazzo pontificio. Il Petrarca inorridiva a tali scene, e le descrive in guisa da farne fremere i lettori: «Tutto quanto raccontasi delle due Babilonie — di Siria e d’Egitto, — tutto quanto si sparge de’ quattro laberinti — dell’Averno e del Tartaro — è un nulla a petto di questo inferno d’Avignone. [5] Preti, già curvi sotto il peso degli anni, danzando colle loro adultere ignude intorno all’altare; e Belzebub nel mezzo stuzzicantene le concupiscenze con ispecchi, che ripetevano l’imagine de’ dissoluti loro dimenari, e delle lascive loro figure.» [6] — Nè pagò di sì fatta dipintura mandata in lettera latina ad un amico, la pubblicò in versi italiani:

Per le camere tue fanciulle e vecchi

vanno trescando, e belzebub in mezzo,

co’ mantici e col foco e con gli specchi.

Il Petrarca fu nondimeno trattenuto ad Avignone fino alla virilità dalle sventure della sua famiglia; e Laura di poi lo trasse sovente a una città, della quale non parla mai se non con orrore.

III. Avvenuta indi la riforma, i cattolici francesi diedero mala voce al Petrarca per le sue invettive contro la corte d’Avignone: [7] se non che in un secolo semi-civile un sommo poeta è raggiante divinità; [8] e nel decimoquarto secolo il carnefice non avrebbe portato la mano sopra un capo fatto sacro dall’alloro. [9] Innocenzio VI teneva il Petrarca per negromante, ma non ardì mandarlo al palo; e non pertanto il Poeta lo chiamò: «un orso sospettoso e indolente, per la cui salvatichezza, il fasto e la rilassatezza del predecessore ottennero remissione». [10] Pure Innocenzio fece ogni sforzo per ammansarlo con onori e cortesie, e frattanto a’ cardinali che maggioreggiavano, non venne fatto d’indurlo a baciargli il piede. [11] Per cedere al suo impulso di dire quanto pensava e sentiva, il Petrarca si giovò di quella fama, all’altezza della quale non fu autore che mai si levasse in sua vita. Se non che fu infelice anche da questo lato. «Questo lauro» dic’egli, «nulla aggiugnendo pure al mio sapere, accrebbe le mie angosce e l’invidia altrui.» [12] Gli uomini più ragguardevoli lo fecero scorto: «nulla essere di maggior momento e insieme più arduo, che conservare un’alta fama;» ed egli rispose: «Questo tormento mi si è, a così dire, appiccato intorno, come un fato, fino da’ miei primi giorni. Di me molti giudicano, che io nè conobbi, nè desidero di conoscere, nè stimo degni di essere conosciuti.» [13] Se non che, per conservare la sua celebrità, si abbassò alle più veementi declamazioni contra molti nemici suscitati del pari e dal suo trascendente ingegno e dalla sua irritabilità, che non poteva patire la menoma riprensione intorno agli scritti o a’ costumi suoi. Perfino nel testamento, a coloro che giudicavanlo più ricco che in fatto non era, diè nome di «matta plebaglia.» [14] Alla intolleranza delle opinioni aggiunse talvolta pedantesca gravità e simulata modestia, che appanna il natio candore dell’indole sua. Mentr’egli chiamasi «un omiciattolo di questo mondo,» indirettamente poi si paragona co’ più illustri uomini della storia, nè può informare i posteri dell’origine di sua famiglia, che non tolga a prestanza le parole di Augusto. [15]

Il Petrarca singolarmente fu quegli che i personaggi dell’antica Italia fece famigliari a’ suoi concittadini, disposti già naturalmente a tenerlo del bel numer uno. Il popolo ne proferiva il nome con adorazione; quando in suo cammino passava pel paese, gli artigiani preparavano le case loro onde riceverlo, ed ei le anteponeva a’ palagi de’ grandi. Principi e magistrati, seguiti da cortigiani e da cittadini, uscivano in folla ad incontrarlo alle porte delle città. Curiosi viaggiatori d’ogni nazione, con la poco delicata importunità propria della razza, ansiosi di appianarsi la via alla sua conoscenza, gli mandavano doni magnifici, de’ quali egli muove orgoglioso lamento. [16] Un cieco vecchio sostenne un lungo viaggio a piedi per la speranza di poter toccare il suo capo. [17] Il lungo studio, che il Petrarca pose ne’ Padri, gli acquistò appresso i monaci nome di profondo teologo. [18] Re ed imperadori si affrettavano a conferirgli diplomi e titoli, e lo invitavano alle corti loro: il Papa altresì lo richiese dell’opinion sua in politici negozi. [19] Frattanto i governi facevano a gara a chi potesse adoperarlo in ambascerie; — e, benchè sovente professi di tenere a vile quella eloquenza che tende a persuadere altrui quanto noi stessi non crediamo, sentiva bene che tal arte non gli mancava, e all’uopo seppe usarla sostenendo le parti di ambasciadore.

IV. «Che il Petrarca nell’arringo politico proseguisse pur sempre a farla da trovatore — che quanti tiranni avea l’Italia, con lusingarne la vanità, ne ottenessero in ricambio una bassa adulazione — ch’ ei commettesse a volte cose contrarie a’ principii e a’ doveri suoi qual cittadino di Firenze e qual guelfo;» [20] — ecco i giudizii di un moderno storico, il cui zelo per la libertà invade talora la sua riverenza pel vero. Il Petrarca era nato esule; il padre di lui fu seppellito in terra straniera, proscritto da’ Guelfi; i figliuoli de’ quali nol ristorarono nelle sue ragioni di cittadino, se non quando fu presso a’ cinquant’anni; nè ricuperò il confiscato patrimonio, [21] se non dopo che la peste ebbe devastato Firenze. Allora, per attirare maggior copia di forestieri, i cittadini proposero di fondarvi una università sotto la sua direzione. [22] Ma il Petrarca li colmò di ringraziamenti e di lodi in una lunga lettera ch’ei scrisse da Padova, e tornò prestamente a Valchiusa. L’attaccamento ereditario alla parte ghibellina gl’inspirò più rispetto pe’ militari dittatori della città di Lombardia. La venerazione, che, ad udirli, essi nodrivano inverso il Petrarca, e fors’anche il terrore di loro cruente vendette, lo tentarono a dare adulazione per adulazione. Eglino spontaneamente gli procacciarono ecclesiastici beneficii ne’ loro dominii, e lo ricercavano di parere in politici negozi: ed egli si riputava capace di poterlo porgere. Ma l’animo suo non era valido a reggersi saldo nel suo centro, e sospinto per subitanei impulsi dall’uno all’altro estremo, strappavasi, come da abissi di vitupero e di pericoli, da quegli stessi palagi, ove pur dianzi era entrato con la speranza di ricondurvi giustizia. Sempre che spuntasse il più leggero barlume o il menomo destro di rimettere in Roma la sede dell’impero d’occidente, gl’interessi di tutti i principi cedevano tosto a questo illusorio disegno, ch’egli accarezzò fino all’ultimo fiato. Scrivendo agli amici, a’ papi e cardinali, agl’imperatori e alle genti d’Italia sopra tale argomento, l’anima generosa del Petrarca dilatasi in magnanimi sensi e dà i più be’ saggi di un genio, che, sebbene piegato da amore alla poesia, diresti più specialmente creato da natura alla grandiloquenza di sommo oratore.

V. Le sue tre politiche canzoni, squisite come sono in fatto di versificazione e di stile, non spirano quell’entusiasmo che attuò Pindaro a versare tutta quella piena d’immagini, tutti que’ tesori di storico ammaestramento e di verità morali, che illustrano ed esaltano i suoi concenti. Pure il vigore, la collocazione, e la perspicuità delle idee in queste canzoni del Petrarca; — il tono di convinzione e di melanconia onde il cittadino sgrida la patria e piange sovr’essa, colpiscono il cuore con tal forza, che supplisce al difetto di grandi ed esuberanti immagini, e a quell’impeto irresistibile che è più proprio dell’ode. Da lunghe e tuttavia incessanti discordie civili esausta, declinava già l’Italia a rovinare in quello stato d’inerzia e di servaggio, dal quale non si rialzò mai più.

Che s’aspetti non so nè che s’agogni

Italia, che suoi guai non par che senta;

vecchia, ozïosa, e lenta

dormirà sempre e non fia chi la svegli?

Le man l’avess’ io avvolte entro i capegli!

«Non veggo scampo che nella unione di que’ pochi alti spiriti, che amano la patria.»

fra magnanimi pochi a chi ’l ben piace

i’ vo gridando: pace, pace, pace. —

Ma indarno. I rancori di una divisa nazione non possono spegnersi che da un conquistatore, e nondimeno la conquista può solo serbarsi col tenerli vivi. Se i consigli del Petrarca non riuscirono a buon fine, non però cadde l’animo al generoso, e gli andò ripetendo in ogni guisa, giovandosi perfino dell’adulazione a temperare l’asprezza de’ suoi veri. Tuttavia, se non fosse stato protetto da grande popolarità, il Petrarca di certo sarebbe incorso nel pericolo che sovrasta a’ profeti inermi. Lapidato non fu mai, ma talvolta fu deriso. Il doge Andrea Dandolo, antichissimo storico e ambiziosissimo guerriero di Venezia, e uno ad un tempo de’ più devoti ammiratori del Petrarca, gli scrisse — «Amico mio, spiegaci come va, che un uomo, cui Dio ha fatto dono dell’eloquenza e della saviezza ad additare altrui le vie del bene, vada ad ognora tramutandosi di luogo a luogo? Questi tramutamenti di dimora hanno a tornare in danno degli studi tuoi. Noi ti ringraziamo delle tue esortazioni a fermar pace co’ Genovesi; ma ci è forza combattere. Se la nostra risposta alla tua elaborata lettera ti paresse corta, ascrivilo a’ termini in che ci troviamo, i quali vogliono da noi fatti, non parole». [23]

VI. L’odio del Petrarca contra i Francesi, da lui chiamati «pazzi snervati,» e contra i Tedeschi, da lui riputati «schiavi brutali,» [24] ebbe ad esasperarsi allorchè le truppe che sotto Eduardo III d’Inghilterra avevano menato tanto guasto per Francia, trassero al soldo degli Stati italiani. Da indi non cessò di predicare la crociata contra tutti gli strani.

Virtù contra furore

prenderà l’arme; e fia ’l combatter corto:

chè l’antico valore

negl’ italici cor non è ancor morto.

La speranza di svolgere i principi d’Italia dal persistere nelle lor mutue stragi e rovine, inspirò al Petrarca la canzone:

Italia mia, benchè  ’l parlar sia indarno

alle piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sì spesse veggio.

Ben provvide Natura al nostro stato

quando dell’Alpi schermo

pose fra noi e la tedesca rabbia.

Tutti i susseguenti poeti italiani si recarono a debito uffizio di opporre lamenti ed imprecazioni al marciare di eserciti stranieri. Ma quando il Petrarca scaltriva l’Italia della sua rovina, non era troppo tardi per allontanarla. I suoi principi avevano appena cominciato a tirarsi in seno quali alleate quelle genti strane che vi rimasero da padroni.

Voi cui fortuna ha posto in mano il freno

delle belle contrade,

di che nulla pietà par che vi stringa,

che fan qui tante pellegrine spade?

perchè ’1 verde terreno

del barbarico sangue si dipinga?

Vano error vi lusinga;

poco vedete, e parvi veder molto;

che ’n cor venale amor cercate o fede.

qual più gente possede,

colui è più da’ suoi nemici avvolto.

o diluvio raccolto

di che deserti strani

per inondar i nostri dolci campi!

Se dalle proprie mani

questo n’avvien, or chi fia che ne scampi?

 VII. Il rammarico di non essere nato fra gli antichi fu cagione dell’incessante suo studio negli scrittori di que’ tempi, «fermo com’egli era di vivere con essi, se non altrimenti, col pensiero, per istaccarsi più effettualmente dalla generazione contemporanea.» [25] Parecchie delle sue lettere sono indiritte ad Omero, a Cicerone, a Varrone e ad altri uomini solennissimi dell’antichità, come se fossero ancor vivi; [26] ed ogni volta ch’egli scrive a Lodovico, a Francesco, o a Lello di Stefano, intrinseci suoi, o ne fa motto, non dimentica pur mai di chiamarli Socrate, Simonide, e Lelio. È probabile che per sè stesso avrebbe adottato il nome di qualche illustre antico, se alla cupidità dell’ammirazione del mondo non avesse congiunto il timore di venirne deriso. Però stette contento ad alterare il patronimico Pietro, pronunziato idiomaticamente Petracco e Petraccolo nel sonoro di Petrarcha. Quando Cola di Rienzo sollevò il popolo di Roma, e prese il titolo di Niccola il Severo e il Clemente, il Tribuno di Libertà Pace e Giustizia, l’illustre Liberatore della Santa Romana Repubblica, e citò re a dar conto della condotta loro innanzi a suo tribunale, il Petrarca gli porse le sue lodi e i suoi consigli. [27] Pochi mesi dopo gli toccò la mortificazione di udire che il suo eroe, spenti alcuni nobili ed affamata la plebe, erasi fuggito di Roma come un codardo e un traditore. Capitò la novella al Petrarca mentr’era in cammino verso l’Italia; e nella lettera che scrisse in tale incontro, spicca l’affetto suo verso la patria maggiormente che la saviezza: «La lettera del Tribuno mi giunse come un fulmine. Da qualunque banda mi volti, veggo ragioni da disperare. — Roma fatta in brani — Italia devastata — che sarà di me in questa pubblica calamità? Dieno altri le ricchezze, il potere, i consigli loro; io per me non posso dare che lagrime.» [28] Chi avvisa che i politici sentimenti dovrebbero rimanere soffocati dalla personale gratitudine, troverà più occasioni di condannare il Petrarca, nel quale, non appena poteva egli sperare di far Roma metropoli dell’universo, tutti gli affetti dell’anima erano assorti nell’entusiasmo di patria. Egli sostenne l’impresa di Cola di Rienzo e la difese a viso aperto, quantunque la parte di lui avesse morto un figliuolo ed un nipote di Stefano Colonna. «I Colonna » egli scrive, «mi sono più cari della vita; ma Roma mi è vie più cara.» [29]

VIII. Ciò che è più fuori dell’usato e più difficile a spiegarsi nel carattere del Petrarca è quell’ascendente ch’egli ebbe sopra i grandi. Cagion forse ne fu, che sebbene de’ beneficii ricevuti sentisse profonda la gratitudine e con effusione di cuore la manifestasse, non s’avvilì però mai ad adulare, qual uomo che miri a conseguirne de’ nuovi. Spesse fiate, e quando mancava ancora di agi o di fama, rivolse avvisi e rimproveri severi a’ suoi benefattori, persone per età e per grado venerande. [30] Durante il favore che i Visconti, potentissimi e crudelissimi despoti in Italia, impartirono al Petrarca, il contegno di lui fu di consigliere integro piuttosto che di cortigiano; e l’università di Pavia venne da Galeazzo fondata nel tempo appunto di questa sua pratica col Petrarca. Ma sebbene si possa scorgere ad ogni tratto com’egli molto si compiacesse d’avere ad amici personaggi illustri, pure tutta la vita di lui fa fede di quanto afferma egli stesso, «che se i grandi bramavano la sua compagnia, aveano ad acconciarsi all’umor suo.» [31] Nondimeno, se di rado consentì ne’ loro politici divisamenti, retribuì sempre le liberalità loro con durevole affetto. Infinite furono le cortesie ch’ei ricevette da’ Correggeschi; ma questi principi reggevano lo Stato con improvvidi consigli e perniciosi ai soggetti; laonde il Petrarca rimase colà alcun tempo perplesso fra l’incanto degli onori, e l’apprensione che non gli venissero impartiti al tutto gratuiti. Ritirossi pertanto, col proponimento di finire il suo poema dell’Affrica, ad una casetta in Parma di sito tranquillo, che in processo di tempo comperò. [32] Non andò guari che Azzo da Correggio, perduto lo Stato, e ridotto a vivere tra durissime calamità, videsi ora tapino in esilio, ora chiuso in carcere, e sempre minacciato da sovrastante pericolo; nè Francesco si rimosse punto dall’amistà sua per esso, che mantenne fino all’ultimo, anzi gli andò scrivendo con più rispetto, che non soleva con principi in miglior fortuna; e appunto a conforto di lui compose il trattato: De remedio utriusque fortunæ. Roberto re di Napoli lo avea richiesto che gli dedicasse l’Affrica, ma poco stante uscì di vita; e, benchè più altri principi ambissero un tal contrassegno d’onore, pure, seguita la morte del Petrarca, fu trovato il manuscritto col titolo ai mani di Roberto.

IX. Trascorsa buona pezza di tempo, la sola chiarezza di sua fama conciliò al Petrarca l’amicizia di Jacopo II da Carrara. «Davvero» dic’egli, «io non so chi fra’ principi del suo tempo gli fosse uguale: e piglierei a sostenere che non vi fu. Durò pel corso di tant’anni a sollecitare l’amistà mia, spacciandomi corrieri e oltr’Alpi e in Italia, e, in breve, dovunque potessi essere trovato; che, sebbene poco mi aspetti da’ grandi della terra, pure deliberai di fargli una visita. Io era curioso di scoprire l’intento di tali cortesie da un uomo del poter suo verso un privato, col quale non aveva personale conoscenza. Tale fu la cagione della mia andata a Padova. Quel grand’uomo, che lasciò tante splendide memorie di sè, m’accolse in guisa che meglio si addirebbe al modo onde ci raffiguriamo accogliersi i beati in Paradiso, che al ricevimento di un commortale. Com’ei riseppe ch’io m’era dalla giovinezza dedicato alla Chiesa, mi fece eleggere canonico di Padova, con la mira di conciliare il mio attaccamento alla sua persona e al paese. E in fatti, se morte non m’invidia tal patrocinio, io poteva nella tranquillità di quell’asilo aver trovato il termine d’ogni mia terrestre tribolazione. Ma oimè! nulla v’ha di certo quaggiù! E il momento in che ci crediamo più sicuri da’ colpi della fortuna, può essere appunto il più fecondo delle sue più aspre percosse. Due anni non erano trascorsi ch’io me ne viveva in Padova, allorchè l’Onnipotente, citando il mio protettore al suo cospetto, tolse a me, alla patria, e, posso aggiugnere, al mondo intero un benefattore, del quale nè io, nè la patria, nè per vero dire, il mondo intero eravamo degni. In questo solo giudizio io sento almeno che non posso errare. A lui succedette il figliuolo, principe di non comune prudenza, e assai caro a’ sudditi. Redate le egregie doti del padre, continuò ad onorarmi d’ugual favore e riguardo. Ma fra noi una condizione essenziale dell’amicizia mancava — dico la somiglianza d’età. Dopo l’acerba perdita da me sofferta, feci di nuovo ritorno alle Gallie, dubbioso dove avrei poscia fermato i passi.» [33]

X. Natura aveva imposta al Petrarca tanta necessità di scambievoli affetti, che non apparì felice se non quando amava ed era riamato. L’affetto, agli occhi suoi adeguava ogni disuguaglianza d’educazione e di fortuna: e, con tutto il suo struggersi per la solitudine, era solus sibi; totus omnibus; omnium locorum, omnium horarum, omnium fortunarum, omnium mortalium homo. Discorrendo del contadino e della moglie di lui, che gli stavano a’ servigi in Valchiusa, adopera le parole stesse usate a ricordar le buone doti de’ suoi potenti amici. «Egli era mio consigliere, e depositario di tutti i miei più segreti disegni; e più penosamente ne avrei deplorato la perdita, se la grave età di lui non m’ avesse ammonito, ch’ io non potea ripromettermi di godere a lungo d’un tale compagno. In lui mi è tolto non pure un servidore di tutta dimestichezza, ma un tenero padre, in seno al quale versai per questi quindici anni tutti gli affanni miei; e l’umile sua capanna erami come tempio. Mi lavorava poche zolle di terra non molto fertile. Non sapeva leggere; pure erami anche in luogo di bibliotecario. Con vigile e attento occhio custodivami le copie più rare ed antiche, le quali per lungo uso s’addestrò a distinguere dalle più moderne, e da quelle ch’io stesso aveva composte. Ogni volta ch’io gli consegnava un volume da riporre, appariva in lui un trasporto di gioja: se lo pigliava e lo premeva al petto, mettendo sospiri di contentezza; e con grande riverenza ripeteva il nome dell’autore, quasi ricevuto avesse una giunta di dottrina e di felicità dalla vista e dal tocco di un libro. [34] La faccia di sua moglie era abbronzata dal sole, e il corpo estenuato dalla fatica; ma l’animo era pieno di candore e di liberale natura. Sotto l’infocato raggio della canicola, e fra la neve e le piogge, da mane a sera stava ne’ campi, e il più della notte anco spendeva in lavori, poca assai concedendone al sonno. Ad essa letto, poca paglia; cibo, negro pane, sovente pieno di sabbia; e bevanda, acqua mista d’aceto; pure non parve mai stanca o afflitta, non mostrò mai desiderio di vita men dura nè mai fu udita querelarsi dell’acerbità del destino e degli uomini.» [35]

XI. Per tale ingenita benevolenza il Petrarca parve più che altri scevro da quel sentimento, che internamente umilia (se non sempre, almeno in qualche momento della loro vita) quasi tutti i letterati. La mistica tradizione di Apollo che scortica l’emulo suo è riferita da un greco antiquario con sì fatte lodi della musicale maestria di Marsia, e con tali imputazioni della mariuoleria e della crudeltà del dio della poesia, [36] da farla credere allegoria non tanto del gastigo meritato dall’ignoranza presuntuosa, quanto della vendicativa gelosia de’ dotti. Le proteste che il Petrarca mescola alle confessioni degli altri difetti suoi, e che ripete in vecchiezza; «come l’invidia non trovasse mai luogo nel suo cuore;» [37] muovono da una di quelle innumerevoli illusioni, che ci fanno gabbo precisamente quando ci diamo a credere che il cuore nulla possa celare in noi alla nostra penetrazione. L’invidia si rimase in lui dormigliosa, perchè nessuno di quanti stavangli intorno sovrastava di tanto da risvegliarla. Rado peraltro proferì il nome di Dante e affettò di non mai leggerne le opere; e s’ei non può sempre cansarsi dal parlare del suo predecessore, ne parla per ricordarne meno i pregi che i difetti. [38] Le opposte vie per cui natura, educazione, tempi e accidenti di fortuna guidarono questi due uomini ad immortalità, saranno rintracciate nel Saggio seguente. — Di fronte a’ contemporanei, il Petrarca si levò tant’alto sopra la gelosia stessa, che sovente s’interpose ad estinguerla fra di essi. Ma qualunque volta l’interporsi tornava indarno, se ne doleva come di calamità immeritata; alla quale pur si esponeva, per ambizione forse di far mostra dell’autorità sua. A tal parte del suo carattere par ch’egli alluda in versi suggeritigli senz’altro dalla sua sperienza.

La lunga vita e la sua larga vena

D’ingegno pose in accordar le parti

Che ’l furor litterato a guerra mena.

Nè ’l poteo far: chè come crebber l’arti,

Crebbe l’invidia; e col sapere insieme

Ne’ cuori enfiati i suoi veneni sparti.

Trionfo della Fama, cap. III.

Benchè la vanità si facesse paga a scapito della pace, entrava egli di mezzo alle quistioni letterarie, trattovi dal generoso principio: «che coloro i quali ardono di carità patria, sendo essenzialmente virtuosi, sono da natura conformati a stringersi d’indissolubile amicizia.» [39] Ma sublimi massime, bandite fra gente per cui sono impraticabili, provocano inevitabilmente le risa; e il Petrarca, col riprendere chi rideva de’ suoi avvisi, venne in qualche maniera a render giusta la baja che si voleva di lui. Una adunanza di giovani in Venezia gl’intentò un processo formale per essersi arrogato giurisdizione illegale sopra tutte le quistioni di dottrina. Elessero dal proprio seno avvocati, e, ascoltate le accuse e le difese, sentenziarono come il solo delitto del Petrarca consitesse nell’essere lui una buona pasta d’uomo. Di sì fatta commedia non fu chi, salvo il Petrarca, pigliasse seria contezza. A rispignere la insinuazione, compose egli un grosso libro, che effettivamente forzò i posteri a farsi compagni nel bell’umore de’ suoi accusatori. [40]

XII. Immaginando che gli uomini men contra lui, che contra saviezza e virtù cospirassero, l’indole sua ne contrasse un’ombra di misantropia a lui per nessun modo naturale. Quanti gli si avvicinavano più dappresso scorgevano in lui più timore e pietà dell’uomo, che odio e spregio. Infatti la propensione a farsi utile altrui, benchè tropp’alto professata, nacque seco, e, invece di allentare per vecchiaja, che suol essere tutta di sè, crebbe in fervore che solo cessò colla vita. Ad un amico perseguitato così scriveva: «A te sta lo scegliere; o riparerai all’asilo che il mio tetto ti apre, o mi forzerai ad accorrere in Francia per proteggerti.» [41] Le avversità che ne flagellano negli anni più verdi, sogliono incallire le anime tutte di sè; ma, quanto al Petrarca, ne educarono il generoso petto a patire de’ patimenti altrui; e trascurando — come quanti si pascono meramente de’ propri sentimenti e delle intellettuali facoltà — le cure richieste all’acquisto e alla conservazione delle ricchezze, [42] nella baldanza della gioventù fu tratto a dar fondo in altrui vantaggio a quasi tutta la scarsa eredità venutagli da’ parenti morti in esilio. Ne diè porzione in dote alla sorella, che si maritò a Firenze, [43] il restante partì tra due vecchi e benemeriti amici, che n’erano in gran bisogno. [44] Prestò pure alcuni classici manuscritti, ch’ei chiamava i suoi unici tesori, al suo vecchio maestro, affinch’egli potesse impegnarli: per tal modo ebbero a perdersi irreparabilmente i libri De Gloria di Cicerone. [45]

Se i regali suoi venivano scansati, con appiccarvi alcuni versi costringeva gli aulici ad accettarli; e le sue poesie italiane distribuiva tra rimatori e canterini di ballate, in guisa di limosina. [46] Come inoltrò negli anni, «il sovrano disprezzo delle ricchezze,» che continuò a professare, [47] divenne più apparente che reale, in ispecie verso il finire di sua carriera: [48] pure non dimenticò mai chi a lui si rivolgeva per ajuto, che prestò sempre con cortesia. Fra molti legati del suo testamento lasciò ad uno degli amici il suo liuto, affinchè potesse cantare le lodi dell’Onnipossente, — a un altro una somma di danaro, scongiurandolo di non la sprecare, al solito, nel giuoco, — al suo amanuense una tazza d’argento, raccomandandogli di colmarla piuttosto d’acqua che di vino, — e al Boccaccio una pelliccia d’inverno pe’ suoi studi notturni. Nè aspettò già che la morte lo forzasse a largheggiare. — «Davvero,» scrive al Boccaccio, «non so che cosa v’ intendiate, rispondendo che mi siete debitore di danaro. Oh! se mi fosse possibile d’arricchirvi! ma a due amici, qual siamo, in un’anima sola, una casa è bastante.» [49]

XIII. Tali offerte provennero altresì dalla vita solitaria, in che il Petrarca traeva i più de’ suoi giorni. Padre qual era di prole illegittima, fu astretto a por modo agli affetti domestici, che soli potevano consolare l’ardente suo cuore. Il figliuolo, o pel suo mal talento, o per l’eccessiva paterna ansietà della sua futura elevazione, gli fu sorgente di tribolazioni e di vergogna; [50] e ad accennarlo non usa mai altro nome che — il giovane; — così che, se non era la scoperta fatta non è gran tempo dal De Sade di una bolla di Clemente VI, che lo legittimò, nessuno, compreso il Tiraboschi, avrebbe indovinato, lui essere figliuolo del Petrarca. [51] Fatto canonico in Verona, allorchè morì, suo padre ricordò il caso nella stessa copia di Virgilio, dove aveva inserito la memoria della morte di Laura: «Colui che nacque al mio travaglio ed affanno, che vivendo mi fu cagione di gravi e infinite cure, e morendo mi aprì una ferita nel cuore, goduti pochi giorni lieti, si partì dal mondo nel vigesimo quinto anno d’età.» [52] Più il Petrarca invecchiava, e più si sentiva desolato, e più sospirava «quel giovane,» che vivo odiò a parole, ma dal quale morto non sapeva staccare i suoi pensieri che a lui sempre con tenerezza tornavano; lo accarezzava in suo cuore; la memoria di lui gli stava continuamente fitta nell’animo; e gli occhi suoi lo cercavano per ogni dove. [53] Andò men rattenuto nel parlare della figlia, cui avea posto più affetto, perchè gli rassomigliava nelle fattezze e nell’indole: pure v’ha ragione di credere, ch’ella non gli ponesse piede in casa finchè non fu maritata, — e nel testamento fa ad essa la seguente indiretta allusione, e non altro: — «Prego Francesco di Brossano (era questi marito della figliuola) non solo quale erede, ma qual carissimo figliuol mio, a dividere il danaro ch’ei potrà trovare alla mia morte in due parti; una serberà per sè, e darà l’altra a chi ben sa.» [54]

XIV. Mentr’ei sospirava di aver sempre alcuno presso di sè che lo potesse amare, gli toccò intanto di vivere assai spesso tutto solo, temendo non forse l’usar troppo colle persone a lui più care potesse dargli cagione di diffidarne. E appunto coll’aprire il suo cuore e la borsa più di frequente che la porta, si vanta, e a ragione, «che nessuno fu più devoto agli amici, e ch’ei non ebbe mai a perderne alcuno.» [55] Anche nella prima gioventù, quando il cuore è più confidente, e mentr’ei bramava in effetto di vivere con quelli, ebbe sempre paura di scoprirne i difetti. «Nulla,» dic’egli, «è sì tedioso, come il conversare con chi non abbia, la « tua stessa istruzione.» [56] Ma se un tratto si sentiva disposto a mettersi in compagnia, conversava affatto alla libera. «Se agli amici,» dic’egli, «sembro un «ciarliero dirotto, ciò avviene perchè, vedendoli raramente, ciancio allora tanto in un giorno da rifarmi del silenzio di un anno. Pare a molti di essi ch’io mi spieghi in modo chiaro e robusto; ma a me il parlar mio riesce debole e oscuro, perchè non seppi mai impormi il carico di spiegare eloquenza in conversazione. Mai non fui vago di pranzi, e sempre tenni per molesto al pari che inutile l’invitare o l’essere invitato; non havvi cosa però che più mi ricrei del vedermi alcuno cascare addosso nell’ora della mensa, nè mangio mai solo, se posso meco aver altri.» [57] Per tutta la vita si piacque di rigida temperanza, costume contratto fin dall’infanzia: raramente faceva più di un pasto al dì; il vino spiacevagli; cibava più ch’altro vegetabili, e spesso, in tempi di divozione e di digiuno, pane e acqua erano tutto il suo desinare. Come crebbe in agi, aumentò il numero de’ servi e dei copisti, co’ quali n’andava sempre di conserva ne’ viaggi, e nutricò più cavalli per trasportare i suoi libri. Dodici anni prima della sua morte donò la sua ricca raccolta di antichi manuscritti al senato veneto, e così divenne il fondatore della libreria di S. Marco. Chiese e ottenne, in via di rimunerazione, casa in Venezia. L’unica debolezza, contratta dall’acquisto di beni di fortuna, fu il vantarsi un po’ troppo del buon uso che di essi faceva.

XV. Possedendo casa in ogni paese quasi ove teneva benefizio ecclesiastico, il Petrarca visse come non avesse casa affatto, e sempre sospirando l’eremo di Valchiusa. Avea colà soggiornato, con poche interruzicni, dieci anni mentre Laura viveva, e spesso vi tornò dopo morta. «Io mi era proposto di non più ritornarvi, ma i desiderii soverchiarono in me la risoluzione, e nulla più in difesa dell’incostanza mia posso addurre, che il sentito bisogno della solitudine. In patria sono conosciuto e corteggiato troppo, e troppo altamente vantato. Son rifinito da queste adulazioni; e quel luogo mi si fa più caro, dove posso vivere a me solo, lungi dal volgo, nè intronato dalla tromba della fama. L’abito, nostra seconda natura, ha fatto di Valchiusa la vera mia patria.» [58] L’ultima volta egli vi stette due anni: — «Eccomi di nuovo in Francia, non per veder cose mille volte già viste, ma per riavermi dalla stanchezza e sgombrare dall’animo la inquietudine, come cercano gl’infermi mutando fianco. [59] — Così non ho luogo nè dove rimanermi, nè dove andare. Sono stracco di vivere, e, qualunque strada io prenda, la trovo sparsa di selci e di spine. Il porto ch’io cerco, sulla terra da vero non si dà. Oh! fosse arrivato il punto di andarmene in traccia di mondo ben diverso da questo, dove mi sento tanto infelice! — infelice forse per colpa mia; forse per colpa degli uomini; o fors’anche colpa solo del secolo nel quale fui sortito a vivere. E può darsi ancora non sia colpa d’alcuno; tuttavia sono infelice.» [60] Ad ogni sospetto di turbolenze, di guerra, o di morbo epidemico, si sforza di giustificare il mutar che faceva di stanza. — «Non già per fuggir morte vado io così errando sopra la terra, ma per cercarvi, se v’ha, angolo ove possa trovar requie.» [61] Dall’avversione alla medicina, ch’ei deride con meno apatia che non fa Montaigne, e con più scarsa vena di sali che non fa Molière, ma con animo più concitato e più pienamente convinto d’entrambi, [62] si fa chiaro non aver lui avuto pusillanime attaccamento alla vita. Ma quand’ei querelavasi di non poter morire in pace, perchè gli uomini correvangli dietro, avrebbe dovuto sapere, che il lasciare d’ora in ora un paese, e d’ora in ora tornarvi, non è miglior modo di frenare la curiosità, e che un autore può solo sperare di viver tranquillo allorchè nulla degli altri dice, e pochissimo di sè.

Cercato ho sempre solitaria vita

le rive il sanno e le campagne e i boschi:

per fuggir quest’ ingegni sordi e loschi,

che la strada del Ciel hanno smarrita.

Comparando lo stato effettivo dell’uman genere con la perfezione cui anelava, meglio ravviluppossi nella contemplazione di sè, ed ebbe gli uomini per indegni del suo studio, non però della sua censura: e, mentre aspirava al cielo, non era indifferente a questo mondo. È da credersi ch’ei facesse qualche conto della razza umana, perchè, se fosse stato capace di realmente tenerla a vile, non si sarebbe sentito incalzato da quella perpetua necessità di fuggirla, di serrarsi fra quattro mura, di lagnarsi della follia e ignoranza delle brigate, e de’ legami onde natura ha stretti noi tutti a vivere fra pazzi, savi, virtuosi, tristi, tiranni e schiavi, e tutti miseri ugualmente. Egli dice, che Laura sopra il suo letto di morte udì una voce, che le ricordava la vita sconsolata e raminga dell’amante suo:

O misero colui ch’e’ giorni conta,

e pargli l’un mill’anni, e ’ndarno vive,

e seco in terra mai non si raffronta,

E cerca ’l mar e tutte le sue rive!

Il Petrarca avea già mandato lo stesso lamento nel libro Del disprezzo del mondo, scritto vent’anni prima di questi versi. — «Andai cercando libertà per ogni dove; ad oriente, a mezzodì, a settentrione, a’ confini dell’oceano; ma non la trovai in verun luogo, — perchè viaggiai sempre con me stesso.» [63]

XVI. Ovunque n’andasse, ricoveravasi in una specie di eremo, e continuava a comporre volumi a iosa, pure sclamando ch’ei non faceva se non consumare il tempo, ma ch’eragli giuocoforza far qualche cosa per obliare sè stesso. — « O mi faccia radere, o tosare, o cavalchi, o sieda a mensa, leggo io stesso, o mi fo leggere. Sul mio desco e a canto al letto ho quant’occorre per iscrivere; e quando mi sveglio al buio, scrivo, benchè non sappia poi leggere il mattino appresso ciò che ho scritto.» [64] Negli ultimi anni di sua vita dormiva sempre con a lato una lucerna accesa, e si alzava a mezza notte per l’appunto. [65] Quale stanco viaggiatore, io affretto il passo a misura che mi avvicino alla fine del mio viaggio. Leggo e scrivo dì e notte; è questo l’unico mio rifugio. Gli occhi miei sono aggravati dalle veglie; la mia mano è stanca di scrivere, e il cuore è consunto dalle cure. Bramo di essere conosciuto da’ posteri; dove ciò non mi riesca, sarò conosciuto dal mio secolo, o almeno dagli amici. Sarei stato pago di poter conoscere me stesso, ma di ciò non verrò mai a capo.» [66] — A che pro una vita così spesa? A qual fine tante notti vigilate e tanti giorni sì laboriosi, — tanti saggi di un nobile genio e di un cuore benevolo? Nella lettera che il Petrarca indirizzò pochi mesi prima di morire alla posterità, qual ultimo legato e frutto finale de’ lunghi suoi studi, ci fa sapere; non aver lui trovato mai sistema filosofico che lo appagasse, e appena, un fatto storico nella cui verità potesse fidare; e così conchiude: «Che filosofare è amare saviezza; ed essere vera saviezza Gesù Cristo.»

XVII. Questo robusto senso di religione tenne tutte le passioni di lui in lotta costante, e acquistando forza dall’esercizio, non ad altro servì che ad irritarle e a turbare le facoltà della mente sua, le quali furono anzi veementi che vigorose. Le azioni più consuete, i casi più ovvii erano bastanti a trattenerlo in una serie di meditazioni sopra l’eternità. Essendosi, da giovane tuttavia, sentito esausto e senza lena prima di poter giugnere alla cima di una montagna su cui tentava d’inerpicarsi, scrisse a un amico: «Comparai lo stato della mia anima, che brama di guadagnarsi il paradiso, ma non cammina per la strada che vi conduce, a quello del mio corpo, ch’ebbe tante difficoltà per arrivare al vertice della montagna, con tutto che la curiosità mi aizzasse a tentarlo. Tal riflessione m’inspirò maggior forza e coraggio. Se, diss’io, non ricusai tanta e sì penosa fatica al fine di vie più avvicinarmi al cielo con la persona, che non dovrei fare e patire affinchè l’anima mia potesse giungervi essa pure?» [67] - La morte di Laura e di molti amici della sua gioventù, di tutti i Colonna, e specialmente del cardinale che uscì di vita per crepacuore, — la vergognosa fine di Cola di Rienzo, — le civili guerre d’Italia, — l’apice della consumata corruzione della Chiesa, — la pestilenza che desolò il mezzodì d’Europa, — e Napoli invasa dagli Ungheri, — tutto congiurò nel corso dello stesso anno ad opprimerlo di afflizioni nel vigore della virilità. [68] In una lettera scritta a quel tempo esclama: «Che! Potrebb’egli esser vero, come tanti filosofi congetturarono, che Iddio non s’ingerisca nelle faccende de’ mortali? Sì, eccelso Creatore! tu ti pigli pensiero dell’uomo; ma quanto sono imperscrutabili le tue vie! A qual fine ordinaronsi le umane calamità? Un intelletto limitato ne investigherebbe indarno le cagioni. Pure tali calamità sono estreme: le veggo, le soffro; e so che già vissi due anni più che non doveva.» [69]

XVIII. Quindi, la meditazione de’ tristi eventi che precederono e seguirono sì dappresso la perdita della donna da cui sola aveva lungamente aspettato ogni felicità, convertì a una vita futura tutte le sue speranze. Seguitando un disegno di saviezza, che mal si confaceva con l’agitata sua mente, credette, «Che a sanare tutte le miserie sue, gli fosse mestieri studiarle dì e notte, — che a porre ad effetto un tal disegno gli fosse forza di rinunziare ad ogni altro desiderio, — e che l’unico modo di pervenire a dimenticare onninamente la vita fosse di meditare perpetuamente la morte.» [70] La forza di eseguire tali risoluzioni non agguagliavasi in lui all’ardore nel divisarle, e le facoltà sue erano consunte da impulsi repugnanti. Dopo ch’egli si fu avvezzo a guardare alla morte senza terrore, essa gli si riaffacciò sotto forme spaventose. Veniva colto da subiti letarghi, che al tutto gli toglievano i sensi; e per lo spazio di trent’ore il corpo di lui somigliava un cadavere. [71] Al riaversi, affermava di non aver provato nè terrore nè pena. Ma, protraendo senza modo la meditazione sopra l’eternità sì da cristiano e sì da filosofo, provocava la natura a ritirargli la grazia ch’ella aveva decretata per lui, di morire in pace. « Mi sdrajo sul letto come nel mio lenzuolo mortuario, — improvvisamente balzo su esterrefatto, — parlo meco stesso, — mi sciolgo in lagrime, in guisa da forzare al pianto quanti contemplano il mio stato.» [72]

Checchè si vedesse o udisse in tali parosismi d’angosce, egli ne provava «tormenti d’inferno.» A poco a poco trovò diletto nel pascersi de’ suoi affanni, e si rassegnò pel resto de’ suoi dì a que’ vaneggiamenti che assediano le menti fervide e le traggono a perpetui rammarichi sul tempo andato, e a pentimenti perpetui; a stancarsi pur sempre del presente, e a sperare alternamente o a paventar troppo il futuro. Quattro anni prima di morire, il Petrarca fabbricò nuova casa in Arquà, vicino a Padova; e il diciottesimo giorno di luglio 1374, l’antivigilia del settantesimo anniversario di sua nascita, fu trovato morto nella sua libreria col capo reclinato sopra un libro.

 

Note

__________________________________

 

[1] Hujus familiæ magnanimum genitorem... ita colui, atque ita sibi acceptus fui, ut inter me et quemlibet filiorum nil diceres interesse. Ep. ad Post.

[2] Literarum scientia, morum honestas, et alia multiplicia merita probitatis, — nec non consideratione dilecti filii nostri Johannis cardinalis pro te, Capellano continuo commensali suo, humiliter supplicanti. Benedicti XII, Bull. ad Petr. an. 1335.

[3] Senil., lib. I, ep. 2: lib. XII, ep. 8.

[4] Non ad ipsius Francisci, vel alterius pro eo, nobis oblatæ petitionis instantiam, sed de mera nostra apostolica liberalitate.

[5] Epist. sine tit. 5, 8, 10, 11.

[6] Spectat hæc Satan ridens, atque impari tripudio delectatus, interque decrepitos, et puellas nudas, arbiter sedens, stupet plus illos agere quam se hortari; ac ne quis rebus torpor obrepat, ipse interim et seniles lumbos stimulis incitat, et cœcum peregrinis follibus ignem ciet. Epist. sine titulo.

[7] Fleury, Hist. Eecles., vol. X, 1. 97. Racine, Abrégé de l’Hist. eccles., vol. VI, pag. 441. Cœffetau, Myst. d’iniquité, pag, 1965.

[8] Sanctum poetæ nomen, quod nunquam barbaries violavit. Cicero pro Archia, § 5.

[9] Eclog. 8; Famil., lib. XIII, ep. 6.

[10] .  .  .  .  .  .  .  . Tristis inersque

Mitia præduris excuset facta repulsis. Eclog. 6.

[11] Famil., lib. XVI, ep. 2. Senil., lib. II, ep. 6.

[12] Epist. ad Post.

[13] Famil., lib. VII, ep. 10. Senil., lib. II, ep. 3.

[14] Ego Franciscus Petrarcha scripsi, qui testamentum aliud fecissem, si essem dives, ut vulgus insanum putat. Testam. Petrar.

[15] Vestro de grege unus: fui autem mortalis homuncio, nec magnæ admodum, sed nec vilis originis: familia, ut de se ait Augustus, antiqua. Epist. ad Poster.

[16] Atque ad admirationis augmentum fuere aliqui, qui, præmissis magnis muneribus, sequerentur, quasi liberalitate iter sternerent et januas aperirent. Petr., Op. Bas. f. 1112.

[17] Senil., lib. XV, ep. 7.

[18] Epist. ad Post.

[19] Famil., lib. II, ep. 16, 17.

[20] Sismondi, Hist. des Rép. Ital., vol. V, pag. 300.

[21] Plura advenæ præstitit Aretium, quam Florentia civi suo. Senil., lib. XIII, ep. 2.

[22] Mehus, Vita Ambr. Camald., pag. 223. Matteo Villani, Stor. Fiorent., lib. X.

[23] Variarum, ep. 5.

[24] Epist. sine titulo, 15.

[25] Incubui unice ad notitiam vetustatis, quoniam mihi semper ætas ista displicuit, ut qualibet ætate natum esse semper optaverim; et hanc oblivisci nisus, animo me aliis semper inserere. Ad Post.

[26] Epistolæ ad Viros Illustres.

[27] Vedi, tra l’altre, una lunga lettera al Di Rienzo: fac. 535 dell’edizione di Basilea: — e fra’ suoi versi latini: Eglog. 5.

[28] Famil., lib. VII, ep. 5, ad Lelium.

[29] Nulla toto orbe familia carior: carior tamen Roma. Famil., lib. XI, ep. 16.

[30] Famil., lib. II, ep. 5, 6, 7, et 8.

[31] Senil., lib. II, ep. 2.

[32] Epist. ad Poster.

[33] Epist. ad Post.

[34] Famil., lib. VI, ep. 1.

[35] Famil., lib. III, ep. 28; lib. IX, ep. 2.

[36] Diodorus Siculus, lib. III. § 59.

[37] De secreto confl., coll. 2, an. 1343. Senil., lib. XIII, ep. 7, an. 1372.

[38] Rerum Memor., lib. III, cap. IV.

[39] Inter bonos amor communis patriæ potens valde est, sicut inter malos odium. Senil., lib. XV, ep. 6.

[40] De sua ips. et al. ignorantia.

[41] Famil., lib. XII, ep. 9.

[42] Non quod divitias non optarem, sed labores curasque oderam, opum comites inseparabiles. Ep. ad Post.

[43] Leonardo Aretino. Vit. Petr. Da un documento ultimamente scoperto in Firenze appare, che la dote della sorella del Petrarca consistesse in 35 fiorini d’oro.

[44] Hujus haereditatis duas partes — inter duos veteres et benemeritos amicos partitus sum. Famil., lib. XV, ep. 5.

[45] Senil., lib. XVI, ep. 1.

[46] Senil., lib. V, ep. 3.

[47] Divitiarum contemptor eximius. Epist. ad Post. Senil, lib. III, ep. 2.

[48] Variarum, ep. 43, an. 1371.

[49] Senil., lib. VII, ep. 5.

[50] Unicus vitae labor, unicus dolor, unicus pudor est. Famil., lib. XXIII, ep. 12.

[51] Regest. Clem. VI, vol. XLV, fac. 200.

[52] Homo natus ad laborem, ac dolorem meum, qui et vivens gravibus me curis exercuit, et acri dolore moriens vulneravit, cum paucos laetos dies vidisset in vita sua, obiit anno Domini 1361, aet. suae XXV.

[53] Quem viventem verbo oderam, defunctum mente diligo, corde teneo complectorque memoria, quaero oculis. Senil, lib. I, ep. 2.

[54] Et ipsum rogo non solum ut haeredem, sed ut filium carissimum, ut pecuniam dividat in duas partes; et unam sibi habeat, et alteram nurneret cui scit me velle. Testam. Petr.

[55] Epist. ad Post.

[56] Famil., lib. X, ep. 15 et 16.

[57] Epist. ad Post.

[58] Famil., lib. II, ep. 12.

[59] Stare nescius, non tam desiderio visa millies revisendi, quam studio, more aegrorum, loci mutatione, taedii consulendi. Epist. ad Post.

[60] Famil., lib. XV; ep. 8: lib. XVII, ep. 3.

[61] Non ut mortem fugiam, sed ut quaeram, si qua in terris est, requiem. Senil., lib. I, ep. 6.

[62] Invectivae in medicum, Senil., lib. XII, ep. 1 et 2.

[63] De contemptu mundi; ovvero De secr. confl., coll. 3.

[64] Questo passo è tolto dalla quartadecima lettera del Petrarca, di una serie tuttavia inedita. Il manuscritto sta nella libreria di San Marco, a Venezia.

[65] Famil., ep. 72.

[66] Famil., lib. X, ep. 15.

[67] Famil., lib. IV, ep. 1.

[68] Famil., lib. VIII, ep. 1, 2, 3, 4, 5.

[69] Famil., lib. VIII, ep. 7; an. 1349.

[70] De secr, confl., coll. 1.

[71] Senil., lib. III, ep. 7; lib. IX, ep. 2; lib. XIII, ep. 9; lib. XV, ep. 14; lib. XI, ep. ult.

[72] De secr. confl., coll. 2.

 

 

Indice Biblioteca fosco.jpg (2044 byte) indice dei saggi sul Petrarca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011