Ugo Foscolo

SAGGIO SOPRA LA POESIA DEL PETRARCA

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia editore, III ediz. Milano 1966 - da pag. 827: Saggi sul Petrarca pubblicati in inglese da Ugo Foscolo e tradotti in italiano tradotti da Camillo Ugoni (Lugano 1824).

Viene riportato il testo riveduto da C. Foligno per il vol. X dell'E. N.: Saggi e discorsi critici, saggi sul Petrarca, Discorso sul testo del Decameron, Scritti minori su poeti italiani e stranieri (1821-1826), edizione critica a c. di C. Foligno, Firenze, Le Monnier 1953.

Non ho se non quest’una

Via da celare il mio angoscioso pianto.

PETRARCA, p. I, Son. 81.

I. La visione dello spirito di Laura fu scritta, come raccogliesi dalla chiusa, allorchè il Petrarca era molto innanzi cogli anni. Rivedutala quattro mesi prima di morire, la inserì quale episodio in un poema morale, che intitolò Trionfi, — serie di allegoriche visioni sopra la forza dell’Amore, della Castità, della Morte, dell’Ingegno, della Fama, del Tempo e della Eternità. Parecchi poemi provenzali anteriori al Petrarca, e il Sogno, il Fiore e la Foglia, e la Casa della Fama del suo contemporaneo Chaucer, sono dello stesso genere. [1] Forse i modelli di queste poesie si possono rintracciare nelle visioni che i monaci predicavano, ad imitazione di quelle di Ezechiello e dell’Apocalisse di San Giovanni. L’ultimo canto de’ Trionfi è intitolato: Della Divinità, e comincia

Da poi che sotto ’l ciel cosa non vidi

stabile e ferma, tutto sbigottito

mi volsi, e dissi: guarda; in che ti fidi?

Risposi: Nel Signor.

E conchiude. dicendo di Laura

se fu beato chi la vide in terra,

or che fia dunque a rivederla in cielo?

Egli stimava quest’opera una grande impresa, e la tralasciò temendo non gli bastasse la vita a finirla.[2] Nondimeno vi si applicò di nuovo: si accorse di aver fallito; ma pure perseverò, e lasciolla sì sfigurata dalle varie lezioni, che, per farne compiuta una copia dopo la sua morte, fu mestieri di supplir molto per congettura. In questo poema il genio del Petrarca, illanguidito più per la incresciosa vita che per la gravezza degli anni, non apparisce avvivato dal fuoco del suo cuore, se non dov’egli parla di Laura. Il poeta nota i suoi melanconici sentimenti su pe’ margini del manoscritto: «Più considero ciò che sono, e più sento vergogna di quest’opera: non sono più io, è un altro che scrive.» [3] — Il Petrarca era nato per creare con ansietà, e per disperdere ne’ momenti di sconforto le illusioni necessarie al suo riposo: così fu spesso in procinto di annientare per fino le poesie liriche da lui indirizzate a Laura. [4] Neppure ne fa menzione nella sua Lettera alla Posterità, quantunque, se non era per queste medesime poesie, gli altri meriti letterari del grand’uomo non sarebbersi ricordati con tanta gratitudine. Cogl’intimi amici si mostra vergognoso di avere adoperato l’ingegno a sollazzo di canterini di frottole e di amanti, lagnandosi che i suoi versi fossero stati troppo largamente sparsi ond’essere ritirati; e dolendosi che talvolta gli fossero stati travisati in parte, e tal altra attribuitigliene di quelli che non erano suoi, e che i cantanti di mestiero faceansi pure gran merito di aver raccolti. [5] Presenta egli a’ leggitori la scusa medesima nel primo sonetto della raccolta, [6] che si risolvette di preparare in vecchiaia, rifiutando le composizioni apocrife, e quelle da lui giudicate indegne di sè. [7]

II. Il piacere di rivivere nella sua gioventù, d’incontrar Laura ad ogni verso, di riandare la storia del proprio cuore, e forse la coscienza, che alla fin fine di rado svia gli autori rispetto alle migliori opere loro, indusse il poeta ornai vecchio a dare tal perfezione a’ suoi versi d’amore, che non fu mai raggiunta da verun altro scrittore italiano, e ch’ei credeva «non potersi recare più oltre neppure da lui stesso.» [8] Se non si conservassero tuttora i manoscritti, sarebbe impossibile immaginare o credere le indefesse fatiche da lui sostenute nella emendazione de’ suoi versi. Tali manoscritti sono monumenti curiosi, sebbene rechino poco aiuto ad esplorare per quale occulto lavoro la lunga e laboriosa meditazione del Petrarca avesse sparso ne’ suoi versi tutto il nativo incanto di subita ed irresistibile inspirazione.

Ciò che seguita è traduzione letterale di una sequela di memorie in latino, poste in principio di uno de’ suoi sonetti.

«Cominciai questo per impulso del Signore (Domino jubente), il 10 settembre, all’alba del giorno, dopo le mie preci mattutine.»

«Converrà ch’io rifaccia da capo questi due versi, cantandoli (cantando), e ch’io ne inverta l’ordine: 3 ore a. m. 19 ottobre.»

«Questo mi piace (hoc placet): 30 ottobre, 10 ore del mattino.»

«No; questo non mi piace: 20 dicembre a sera.»

E di mezzo alle correzioni scrive, deponendo la penna: «tornerò sopra questo; sono chiamato a cena.»

«18 febbraio, verso nona: ora questo va bene; nondimeno tornavi su un’altra volta (vide tamen adhuc).»

Talvolta nota la città dove s’imbatte. — «1364, Veneris mane, 19 Jan. dum invitus Patavii ferior.» — Potrebbe sembrare osservazione più curiosa che rilevante, l’essere stato generalmente in venerdì ch’ei davasi alla tediosa briga della correzione, se non sapessimo ancora ch’era per lui giorno di digiuno e di penitenza.

Quando alcun pensiero gli occorreva alla mente, ei lo notava in mezzo a’ suoi versi così: «Bada a ciò. — Io aveva qualche intenzione di trasporre questi versi, e di fare che il primo divenisse l’ultimo; ma nol feci in grazia dell’armonia: — il primo allora sarebbe stato più sonoro, e l’ultimo meno, che è contro regola; perchè la fine dovrebbe essere più armoniosa che il principio.» Talora ei dice: «Il cominciamento è buono, ma non è patetico abbastanza.» In alcuni luoghi si suggerisce di ripetere le stesse parole, piuttosto che gli stessi concetti. In altri giudica meglio di non moltiplicare i concetti, ma di amplificarli con altre parole. Ciascun verso è rivoltato in più modi; sopra ogni frase e ogni parola colloca spesso modi equivalenti, per poi esaminarli di nuovo; e vuolsi conoscenza profonda dell’italiano, per accorgersi che, dopo tale perplessità scrupolosa, elegge sempre quelle parole che hanno insieme più armonia, eleganza e forza.

III. Questi laboriosi concieri fecero pensare, fin da quando il Petrarca viveva, che i suoi versi fossero opera più da poeta che da amante. [9] È fuor di dubbio, non essere violentissima quella passione che possiamo descrivere a nostro bell’agio. — Ma un grande ingegno sente più intensamente, e soffre più fortemente che altri; e per ciò appunto, quando la forza della passione allenta, egli ne serba più a lungo la rimembranza, e più agevolmente può ridestarsela nell’immaginazione e risentirne gli effetti, e, come parmi, ciò che diciamo potenza d’immaginare sta più ch’altro nel concorso del forte sentire e delle rimembranze. Così al genio è peculiarmente largita la facoltà di osservare il lavorio segreto della natura umana in quanto può nel cuor di lui e d’ogni altro; e per essa è fatto capace di descrivere que’ sentimenti, e recarli addentro nell’animo d’ogni lettore. L’alto segreto dell’arte del poeta sta nel farci sentire l’esistenza per forza di simpatia, ma, mentre esso geme sotto le angosce proprie, cercherebbe indarno di esaminare ciò che svolgesi nel suo o nel cuore altrui; — e i lirici versi che il Petrarca durò trentadue anni a scrivere, possono leggersi in pochi dì. Molte composizioni, non è dubbio, furono concepite ne’ momenti che la passione più poteva sopra di lui, ma furono scritte assai giorni, forse assai mesi, e certamente perfezionate assai anni dopo. Il sonetto 48° della prima parte della sua raccolta fu dettato undici anni dopo fatta conoscenza con Laura:

Or volge, Signor mio, l’undecim’anno,

ch’ i’ fui sommesso al dispietato giogo.

Quattr’anni dopo quest’ultima epoca dettò netto 85°.

Fuggir vorrei; ma gli amorosi rai,

che dì e notte nella mente stanno,

risplendon sì, ch’al quintodecim’anno

m’abbaglian più che ’l primo giorno assai.

Pel corso di questo e di tutto il prossimo anno compose soltanto undici sonetti; perchè il 96° comincia:

Rimansi addietro il sestodecim’anno;

e il 97°:

Dicesett’anni ha già rivolto il cielo.

Così in questi dodici mesi scrisse soli quattordici versi a Laura. E di vero, se la mente di lui non avesse avuto intervalli di riposo, egli sarebbe stato inetto a vestire que’ concepimenti, e vie più ad emendarli. Che anzi non sarebbe vissuto sì a lungo, o, se vissuto, avrebbe tratto i suoi dì nella irrequietezza e nella oziosità, inseparabili dai turbati sentimenti. L’armonia, eleganza e perfezione della sua poesia sono frutto di lunga fatica, ma i concetti primitivi e l’affetto scaturì sempre dalla subita inspirazione di profonda e potente passione. Mercè l’attenta lettura di tutti gli scritti del Petrarca, può quasi ridursi a certezza: — che col dimorare di continuo nelle stesse idee, e col lasciare la mente pascersi senza posa di sè stessa, l’intero corso de’ suoi sentimenti e delle sue riflessioni ne contraesse un forte carattere e tono; e che, se riusciva mai a rintuzzarli per alcun tempo, essi tornassero con accresciuta violenza; — che, per sedare lo stato irrequieto della mente, egli nel primo caso, corrispondendo co’ più intimi amici, comunicasse loro in libero e abbandonato modo tutto ciò che pensava e sentiva; — che quindi riducesse queste narrative con ordine e descrizione migliore in versi latini; — e che all’ultimo le perfezionasse con maggior copia d’imagini e con più arte nella sua poesia italiana, la cui composizione da prima serviva unicamente, come dice più volte, «a divertire e a mitigare tutte le sue afflizioni.»

IV. Per tal modo ne si fa chiaro il perfetto accordo che regna nella poesia del Petrarca tra natura ed arte; tra l’accuratezza di fatto e la magia d’invenzione, tra profondità e perspicuità, tra passione divorante e pacata meditazione. In tre o quattro versi italiani egli spesso condensa la descrizione, e concentra il fuoco che riempie una pagina delle sue elegie e lettere latine. Nonostante i profusi ornamenti dello stile o la spirituale elevatezza de’ pensieri, la poesia del Petrarca non par mai fattizia o fredda, appunto perchè sgorgò dal cuore. Nel muovere degli occhi di Laura scorge egli un lume che accenna alla via del cielo:

Gentil mia Donna, i’ veggio

nel mover de’ vostr’occhi un dolce lume,

che mi mostra la via ch’al Ciel conduce.

Egli esclama; «che l’atmosfera si fa sorridente, luminosa e serena all’appressarsi di lei:»

      il ciel di vaghe e lucide faville

s’accende intorno, e ’n vista si rallegra

d’esser fatto seren da sì begli occhi.

«che l’ aere respirato intorno ad essa è si purificato dal celeste raggiare del suo aspetto, che, mentre gli occhi suoi si affisano in lei, ogni brama sensuale è spenta:»

L’aere percosso da’ lor dolci rai

s’infiamma d’onestate;

basso desir non è ch’ivi si senta,

ma d’onor, di virtute. Or quando mai

fu per somma beltà vil voglia spenta?

Eppure è sempre naturale. Pochi amanti per verità avrebbero potuto concepire tali idee; e non pertanto il fuoco e la facilità onde vengono espresse, le rendono immediatamente familiari alla immaginazione di quasi ogni lettore. Nell’arte di formare, mediante metafore, nuove ed evidenti imagini, vuoi delle più semplici, vuoi delle più astratte idee, il Petrarca è non men felice che originale. Ad esprimere il pensiero comune, che le sue poesie e la beltà di Laura sarebbero state ricordate dopo la morte loro, ci dice:

ch’io veggio nel pensier, dolce mio foco,

fredda una lingua, e due begli occhi chiusi

rimaner dopo noi pien di faville.

E fu imitato in questo luogo da un poeta inglese, il quale accoppia in sommo grado severità di gusto con ardire di espressione:

[Ev’ n in our ashes live their wonted fires.]

Gray.

Pur nelle usate ceneri arde l'usata fiamma

V. Se il Petrarca non avesse abusato senza modo delle antitesi, troppo di frequente ripetute le iperboli, troppo spesso paragonata Laura al Sole; i numerosi plagiarii di lui, che però non seppero mai imitarne le bellezze, non sarebbero stati cotanto insigni pe’ loro vizi; e a Salvator Rosa sarebbe mancata cagione di dolersi nelle Satire, che

Le metafore il Sole han consumato.

Il gioco sopra le parole Lauro e Laura, e i concetti somministrati dalla trasformazione di Dafne amata da Apollo nel lauro immortale, ammiransi tuttora da alcuni forestieri, [10] per l’autorità di uno de’ più celebri critici d’Italia, [11] il quale peraltro compiacevasi dell’Italia Liberata del Trissino, nè volle mai concedere la Gerusalemme del Tasso essere opera da poeta. Io per me non senza qualche pietà guardo a un grande ingegno, che di mente al sommo dilicata e ardente, di giudizio tanto difficile e di gusto sì raffinato, di calda imaginativa e di cuore passionato, potè condiscendere, a trastullo di Laura e de’ suoi lettori, a sì fredde affettazioni. Se non che anche il Petrarca fu tenuto a scontare il misero debito di quasi tutti gli scrittori col piegare il proprio sentire a quello de’ contemporanei. Innestò ne’ suoi versi le agudezas, ternuras y conceptos de’ poeti spagnuoli, e fu a ragione tassato di plagio. — «Avemmo anticamente,» dice uno storico di Valenza, «un famoso poeta chiamato Mossen Jordi e il Petrarca, nato cent’anni dopo, gli rubò i versi, e li vendè in italiano al mondo come propri, di che potrei convincerlo in molti luoghi; nondimeno starò contento al citarne pochi:» [12]

MOSSEN JORDI.

E non he pau, e no tin quim guerreig;

Vol sobre ’l ciel, et nom’ movi de terra;

E no estrench res, e tot lo mon abras;

Oy he de mi, e vull a altri gran be:

Si no es amor, donchs azò que sera?

Petrarca

Pace non trovo, e non ho da far guerra;

E volo sopra ’l cielo, e giaccio in terra;

E nulla stringe; e tutto ’l mondo abbraccio;

Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui;

S’amor non è, che dunque è quel ch’i’ sento?

Se il Petrarca si giovasse o no d’altre opere spagnuole, non mi è dato decidere. Qua e là insertò vari concetti tolti manifestamente dai Provenzali; e, quantunque spesso li migliorasse, spiacciono appunto perchè non armonizzano col tenore solenne, profondo e passionato del suo stile. Il seguente sonetto, in cui il Petrarca, se non tolse i pensieri, imitò gli amorosi lamenti de’ francesi Trovatori, può dare non imperfetta idea della loro poesia amatoria. È un mosaico d’antitesi: i canti e gli affetti loro, agghiacciati da epigrammatico raffinamento, mostrano com’essi non fossero nè poeti inspirati, nè caldi amatori:

S’una fede amorosa, un cor non finto,

un languir dolce, un desiar cortese;

s’oneste voglie in gentil foco accese;

s’un lungo error in cieco laberinto;

se nella fronte ogni penser dipinto,

od in voci interrotte appena intese,

or da paura, or da vergogna offese;

s’un pallor di viola e d’amor tinto;

s’aver altrui più caro che sè stesso;

se lagrimar e sospirar mai sempre,

pascendosi di duol, d’ira e d’affanno;

s’arder da lunge ed agghiaccia da presso,

son le cagion ch’amando i’ mi distempre;

vostro, donna, il peccato, e mio fia ’l danno.

VI. In questa imitazione de’ Trovatori il Petrarca inserì un verso tolto da’ classici:

Et tinctus viola pallor amantium.

Horat.

Pure con quanta dilicatezza e verità lo ha egli migliorato col modo felice — Pallore tinto di viola e d’amore! — Maria Stuarda, destinata dalla prima gioventù all’amore e alle afflizioni, tradusse lo stesso verso d’Orazio nella sua Monodia (conservata da Brantôme) in morte del suo giovane marito, Francesco Secondo:

Mon pâle visage de violet teint,

qui est l’amoureux teint.

Sebbene il Petrarca ravvisasse ne’ poeti latini i maestri suoi, per gran ventura giudicò nondimeno che non sarebbero potuti degnamente imitarsi nella lingua italiana: quindi tolse da essi parcamente; nè so ravvisare più di due o tre versi di Virgilio, di Ovidio e di Orazio, di cui, tentato piuttosto da inevitabile reminiscenza che da propostasi imitazione, accidentalmente e’ si giovasse:

Agnovit longe gemitum prœsaga mali mens. Virg.

Mente mia, che presaga de’ tuoi danni.

Elige cui dicas: tu mihi sola places. Ovid.

A cu’ io dissi: tu sola mi piaci.

Orazio, col trasporre di poche parole, tramutò la reale passione di Saffo in mera gaiezza e galanteria:

Dulce ridentem Lalagen amabo,

Dulce loquentem.

Il Petrarca, tuttochè appena leggesse greco, e i frammenti di Saffo non fossero conosciuti per ancora, raccese il fuoco e il calore che Orazio aveva spento, e coll’aggiungere il sospiro al sorriso e alla voce dell’amata, mostrò come anche la greca poetessa avesse lasciato la pittura imperfetta:

Per divina bellezza indarno mira

chi gli occhi di costei giammai non vide...

chi non sa come dolce ella sospira,

e come dolce parla e dolce ride.

Nè l’amore sensuale de’ Romani e de’ Greci poteva conciliarsi colla dilicatezza della poesia del Petrarca. Le sue più belle imitazioni sono tratte dalle sacre carte; nè tali imitazioni credo essere state per anche avvertite da verun critico, sebbene deggia essere ovvio ad ognuno quanto profondamente tutti i suoi pensieri fossero inspirati dalla religione:

E femmisi all’incontra

A mezza via, come nemico armato. [P. II, Son. 47.]

Et veniet tibi, quasi cursor, egestas; et mendicitas, quasi vir armatus. [Prov., c. XXIV, v. 34.]

E la cetera mia rivolta in pianto. [P. II, Son. 24.]

Versa est in luctum cithara mea. [Job, c. XXX, v. 31.]

Qual grazia, qual amore, o qual destino

mi darà penne in guisa di colomba,

ch’i’ mi riposi, e levimi da terra? [P. I, Son. 52.]

Et dixi: Quis dabit mihi pennas sicut columbæ, et volabo, et requiescam? [Psalm. LIV, v. 7.]

Vergine bella, che di Sol vestita,

coronata di stelle.   [P. II, Canz. ult.]

Mulier amicta Sole, et Luna sub pedibus ejus, et in capite ejus corona stellarum duodecim. Apoc., cap. XII, v. 1.

L’alta aura di pietà e d’amore, che spira nelle opere di lui, a volte sa di profano:

Baciale ’l piede, o la man bella e bianca:

Dille: il baciar sia ’n vece di parole:

Lo spirto è pronto, ma la carne è stanca.

Spiritus quidem promptus est, caro autem infirma. [Math., cap. XXVI, v. 41.]

A dissipare la gelosia di Laura, rassomiglia l’ardore con che rintracciava le sembianze di lei nel volto di belle donne, alla divozione di un pellegrino che si affisa nell’imagine del Salvatore:

Movesi ’l vecchierel canuto e bianco

del dolce loco ov’ ha sua età fornita,

e dalla famigliuola sbigottita,

che vede 'l caro padre venir manco:

indi traendo poi l’antico fianco

per l’estreme giornate di sua vita,

quanto più può col buon voler s’aita,

rotto dagli anni e dal cammino stanco;

e viene a Roma, seguendo ’l desio,

per mirar la sembianza di colui

ch’ancor lassù nel ciel vedere spera.

Così, lasso, talor vo cercand’io,

Donna, quant’è possibile, in altrui

la desiata vostra forma vera.

Amore, alludendo alla creazione del primo uomo nella Genesi, dirige il Poeta a scrivere che:

Forma par non fu mai dal dì ch’Adamo

Aperse gli occhi in prima: e basti or questo.

Piangendo il dico; e tu piangendo scrivi.

VII. Le grandiose e solenni forme sotto cui Amore viene rappresentato da’ poeti italiani, sono piuttosto di ragione della mistica filosofia, che della mitologia popolare degli antichi. Il Tasso, che nelle liriche cede al solo Petrarca, e che più di lui era dotato della facoltà di ridurre le idee all’universale, ritrasse con poche ardite pennellate la imagine del Platonico, o più veramente del Pitagorico Amore:

Amore alma è del mondo, amore è mente

Che volge in ciel per corso obbliquo il Sole,

E degli erranti Dei l’alte carole

Rende al celeste suon veloci o lente.

L’aria, l’acqua, la terra, e ’l foco ardente

Misto a’ gran membri dell’immensa mole

Nutre il suo spirto; e s’uom s’allegra, o duole,

Ei n’è cagione, o speri anco, o pavente.

Ma, benchè tutto crei, tutto governi,

E per tutto risplenda, e in tutto spiri,

Più spiega in noi di sua possanza Amore. [13]

In questa descrizione Amore è l’anima dell’universo: da lui tutto il creato vien mosso: agita gli elementi, onde, mescendoli insieme, accozzarli in nuove forme: mette i corpi tutti in movimento, e li sospende equilibrati per forza di attrazione e repulsione: la sua ala distendesi dall’uno all’altro pianeta: co’ suoni della sua lira regge i lor moti, e fa le stelle obbedienti alle leggi dell’universale armonia. Il suo freno governa gli abitanti della terra; nè altro è la vita che un rapido alternare di speranze e di timori, di piaceri e d’affanni, perchè gli è desso che ci trae a forza verso quegli oggetti, per mezzo de’ quali sentiamo il piacere e la coscienza dell’esistenza nostra, e ci fa cansare quelli che o amareggiano la vita, o portano in noi l’indifferenza di morte. Il cieco fanciullo, degli scherzi del quale Anacreonte e Orazio si dilettano di muover lamento, diviene nel Petrarca:

Quell’antiquo mio dolce empio signore —

Cieco non già, ma faretrato il veggo;

garzon con l’ali non pinto, ma vivo.

Severo, inesorabile comanda la rassegnazione

dura legge d’amor! ma benchè obliqua,

servar conviensi; però ch’ella aggiunge

di cielo in terra, universale, antiqua.

Mentre Amore sveglia la spirituale, non può non eccitare la material parte di nostra natura; e, se tanto bramiamo il corpo quanto l’anima dell’oggetto che amiamo, dobbiamo apporlo alla grossezza dei sensi, non al vizio della passione. Così Amore non è tiranno del Petrarca, ma «signore e maestro,» — «direttore della condotta, e depositario de’ secreti di lui;» — nè disdegna di dar ragione dell’uso di siffatto potere:

Amor mi manda quel dolce pensiero

che secretario antico è fra noi due,

e mi conforta.

io mi pasco di lagrime, e tu ’l sai.

da mill’atti inonesti l’ho ritratto. [14]

lei, ch’ alto vestigio

l’ impresse al core, e fecel suo simile.

da volar sopra ’l ciel gli avea dat’ali.

Queste conversazioni seguono spesso tra Amore e il Poeta in riva al Sorga, ove errano di conserto per la Valle Chiusa, dopo la morte di Laura, confortandosi a vicenda di averla perduta.

Amor, che meco al buon tempo ti stavi

fra queste rive a’ pensier nostri amiche,

e per saldar le ragion nostre antiche,

meco e col fiume ragionando andavi.

Sì aspre vie nè sì selvagge

cercar non so, ch’amor non venga sempre

ragionando con meco, ed io con lui.

VIII. Le poesie amorose del Petrarca si possono avere in conto d’anello intermedio tra quelle de’ classici e le moderne. La dipintura lasciataci da Saffo della sua passione è ciò che ognuno di pari ardore di mente non potrebbe non provare in pari condizioni, e ciò che ogni osservatore può scernere e creder forse di poter descrivere. Il genio nondimeno di afferrare d’un tratto e di ordinare armoniosamente, e di ritrarre a tocchi rapidi e vibrati tutti quanti gli esteriori accidenti di una passione, in guisa da recarla ben dentro nell’anima d’ogni lettore, è dato a pochi eletti; richiedendo perspicace conoscimento di tutti i moti dell’uman cuore. Solo il profondo studio anatomico potè insegnare a Michelangelo a dar correzione ed energia alle forme ed agli atteggiamenti delle sue figure: ma se un artista, a sfoggio di sapere anatomico, avesse a rappresentare l’interna, anzichè l’esterna struttura del corpo umano, la natura nelle sue mani potrebb’ella assumere quell’aspetto, onde piace ad ogni occhio e muove ogni cuore? Una moderna Saffo, più scaltrita a svolgere la notomia interna de’ suoi sentimenti, li fa piuttosto comprendere, che vedere e sentire a’ suoi lettori: [15] ma chi può freddamente notomizzare le proprie passioni, non può destare in altri simpatia. Il Petrarca e sente come gli antichi e filosofeggia come i moderni poeti. Ov’ei dipinge ritraendo da’ classici, li pareggia, se pur non li vince. Lo spirito di Laura poggia al cielo; angeli ed anime beate scendono ad incontrarla: ella si volge addietro per vedere se il Petrarca la segue, e sembra soffermarsi nell’aereo suo cammino:

ad or ad or si volge a tergo

mirando s’io la seguo, e par ch’aspetti.

In queste poche parole è una sublime e passionata pittura, cui manca solo il colorito di un Tiziano. Il poeta non potea darci prova maggiore della forza e purità della passione di Laura, che quella d’indugiarne il volo al cielo per aspettare l’amante. Ben è vero queste essere illazioni che per noi stessi si hanno a trarre ma i cuori inetti a coglierle di lancio non meritano che sieno loro suggerite. Allorchè il Petrarca compiace al gusto del secolo, amore e religione danno talvolta calore e un non so che di solenne anche alle antitesi per sè più fredde. Lo spirito di Laura così conforta il suo amante:

Di me non pianger tu; ch’e’ miei dì fersi,

morendo, eterni; e nell’eterno lume,

quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.

Ma dovunque gli avvenga di spiegare astratte idee, o di ravvolgersi per entro a’ recessi del cuore, il Petrarca non si trattiene a definire ed amplificare: ma adopera ogni industria dell’arte, acciocchè le sue imagini trapassino, qual fulgido e rapido lampo, per la mente di chi legge. — «So,» egli dice, «con quale ansietà inseguiamo colei che ci sfugge; e pure quanta temenza abbiamo di raggiugnerla!» Siccome chiunque abbia amato provò somigliante contrasto in sè stesso, così è di tanto più presto a consentire nell’osservazione che segue, ugualmente giusta, benchè non ovvia ugualmente: «So che un amante può essere tutto assorto ne’ pensieri della sua donna, a segno da credersi quasi immedesimato con essa:»

So della mia nemica cercar l’orme,

e temer di trovarla; e so in qual guisa

l’amante nell’amato si trasforme.

IX. A uno scrittore moderno, costretto a tessere poesia più secondo il gusto analitico de’ propri tempi, che secondo le poetiche dottrine del Petrarca, non venne fatto di tradurre questo passo, se non con doppio numero di versi.

[I know what hope and fear assail the mind

When I pursue my love, yet dread to find;

I know thee strange and sympathetic tie,

When, soul in soul transfused, a fond ally

For ever seems another and the same,

Or change with mutual love their mortal frame.

BOYD’S Transl.]

So quale speranza e qual paura m'assalgono la mente quando inseguo e tremo di trovare la mia amata; so lo strano nodo d'affetti quando un'anima si trasfonde nell'altra, una diletta alleata che sempre par diversa e la stessa, o cambia il proprio aspetto mortale per mutuo amore.

Dalla traduzione del Boyd

Ma, lasciata anche stare sì fatta amplificazione, i versi del Petrarca nulla hanno che fare col mutuo amore, poich’egli pensatamente chiama in essi Laura sua nemica: e diresti che il traduttore mirasse più ch’altro a un passo della Epistola di Eloisa:

[Oh! happy state! when souls each other draw,

When love is liberty, and nature law:

All then is full, possessing and possest,

No craving void left aching in the breast;

Ev’n thought meets thought, ere from the lips it part;

And each warm wish springs mutual from the heart;

This sure is bliss (if bliss on earth there be),

And once the lot of Abelard and me.]

Oh! felice stato! quando le anime si attraggono l'una l'altra, quando amore è libertà e la natura legge; allora tutto è pieno possedendo ed essendo posseduto e nessun vuoto di desiderio rimàn dolorante nel petto; anche il pensiero muove incontro al pensiero prima di scoccar dalle labbra, e ogni caldo desiderio erompe scambievolmente dai cuori; questa è vera beatitudine (se beatitudine esiste in terra) e fu un tempo sortita ad Abelardo e a me.

Questa scuola di poetica analisi, che il gusto mirabile di Pope recò a tanta perfezione, è, se oso arrischiare una opinione, tutta propria degl’Inglesi, e già antica. La nozione espressa dal Petrarca nel solo verso:

L’amante nell’amato si trasforme,

fu stemperata da Ben Jonson in metafisiche particolarità:

[It is a flame and ardour of the mind,

Dead in the proper corpse, quick in another’s:

Transfers the lover into the loved:

That he or she, that loves, engraves or stamps

The idea of what they love, first in themselves,

Or, like the glasses, so their minds take in

The forms of their beloved, and them reflect.]

È fuoco ed ardore dell'animo; morto nel proprio cuore, vivo in quello dell'altro; trasporta chi ama in chi è amato, così che colui o colei che ama incide o imprime l'idea di quel che ama in sé primamente, oppure, come specchi, le loro menti ricevono le forme amate e le riflettono.

Alcuni passi stanno, non v’ha dubbio, troppo a disagio nel Petrarca, e fannosi oscuri per brevità; nondimeno tanto il lettore sentesi rapito dal calore della passione dell’amante, che gli par di capire a tutta prima ciò che in effetto a snodarsi richiede qualche ponderazione. Sembrerebbe ch’ove non comprendiamo distintissimamente i pensieri di un poeta, i suoi versi dovessero perdere non poca della forza loro; pure quanto è con profondità sentito, presumiamo che sia distintamente compreso; e giusto allorchè stiamo in forse di poterci levare con lui a spaziare sopra i limiti della, terra, il Petrarca trova modo d’insinuarsi nelle più riposte pieghe de’ nostri cuori; e nel punto che entriamo negli stessi suoi sentimenti, siamo anche pronti ad ammetterne per vere le visioni. Egli esclama:

Chi vuol veder quantunque può Natura

e ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei.

E di nuovo

Le stelle e ’l cielo e gli elementi a prova

tutte lor arti ed ogni estrema cura

poser nel vivo lume in cui natura

si specchia.

«Che Laura venne vestita di tutte le sue virtù dal pianeta ch’ella abitava prima di scendere sopra la terra:»

In tale stella duo begli occhi vidi,

tutti pien d’onestate e di dolcezza.

«Che la bellezza di Laura preesisteva nel concetto della Divinità alla creazione dell’universo:»

In qual parte del cielo, in quale idea

era l’esempio?

Pure in questo medesimo sonetto, ove si dispiega la teorica di Platone — «che tutti gli oggetti i quali cadono sotto i sensi sono soltanto copie di modelli più o meno perfetti che esistevano ab eterno nella mente di Dio,» — il poeta esclama improvvisamente:

Benchè la somma è di mia morte rea.

Così il fulgore della descrizione viene maestrevolmente temperato con un solo verso, il quale ne ricorda che, se Laura è un angelo, l’amante suo almeno è un mortale che patisce al pari di noi.

X. Uno di que’ poeti in cui va unita la inspirazione a sobria e profonda conoscenza de’ misteri dell’arte loro, ha notato «che troviamo diletto nelle rappresentazioni della vita che il poeta ci fa, per l’amore appunto che portiamo alla vita stessa, e tutte le imitazioni di oggetti hanno un certo valore per la mente, come sembianze e ricordi di una vita peritura.» [16] Il vero di tale osservazione e l’applicarla ad opere d’immaginazione si può intendere appieno da chiunque consideri, che l’amore alla vita muove dalla coscienza che abbiamo di esistere: — che sì fatta coscienza risulta dall’esercizio delle nostre facoltà: — che tal esercizio ci affatica e consuma: — che ad esso quindi opponiamo costante desiderio di riposo. Per tal modo possiamo spiegare il conflitto tra le nostre propensioni, vôlte ora alla irrequietezza e ora all’inerzia, dal quale avviene che tutti gli uomini più o manco sieno talora travagliati. Opino io che il moto e l’equilibrio delle facoltà mentali mantengansi in noi, come i battiti del cuore, da continua oscillazione dall’una all’opposta parte, e che, come prima questa cessa, cessi la vita. Sempre in traccia di riposo, per ciò stesso ci fugge sempre. Ove ci avvenga di trovarlo in un ozio assoluto, l’esistenza ci si rende noiosa, e gli è allora che tremiamo e al pensiero che la vita ci sfugge e all’appressarsi dell’unica tranquillità reale, la morte. Pur come il riposo perfetto delle facoltà ci fa stupidi, così la turbolenza violenta delle passioni ci affoga: — quindi la rappresentazione delle passioni altrui ne aggrada, facendoci consapevoli dell’esistenza con eccitamenti e non con tribolazioni, e ne apporta insieme i piaceri dell’agitazione e del riposo. La rappresentazione dell’amore più vivamente ci riscuote di quella dell’altre passioni, i cui semi, come che nel petto d’ogni uomo stieno racchiusi, pur non si svolgono ove ad esso manchi l’aiuto di circostanze, che a molti non occorrono mai, dove l’amore e la morte sono, come Dante dice del Sole,

li ministri maggior della Natura;

la quale coll’amore soltanto può riprodurre le sue creazioni, che la morte va perpetuamente struggendo. Ma tutti quasi gli scrittori veggono l’amore vestito di quelle esteriori apparenze, che può accidentalmente pigliare da costumi speciali ad ogni nazione ed età. Così i romanzi raro piacciono alla generazione che succede, perchè rappresentano più le eventuali e passeggere forme, che l’intima natura d’amore. Ma quando un grande poeta traduce il proprio cuore nella pittura ch’ei fa dell’amore, caverà lagrime dagli occhi d’ognuno in ogni tempo. Sebbene il Petrarca sollevi questa passione all’altezza della propria mente, e l’adorni secondo le metafisiche speculazioni e i costumi del suo tempo, tuttavia ci pone dinanzi agli occhi molte sembianze e memorie de’ nostri propri sentimenti. Gli è forse il più felice tra que’ poeti «che destano a stupore con guizzi di natura sfuggiti alla osservazione o svaniti ornai dalla memoria nostra, e come se ci restituissero davanti un amico perduto o lontano, ci commuovono con tenerissima illusione, sgombra però da quell’indistinto che è ne’ sogni.» Nella poesia del Petrarca ci occorre ogni menoma circostanza della nostra passione; pene, piaceri, speranze, timori sperimentati; e a volte con solo un verso egli ci fa retrocedere a rivivere di nuovo colla persona che un tempo ne fu più cara, e che forse da gran pezza ci è scomparsa dagli occhi, per non dir anche dalla memoria. L’altezza dello stile e l’ornamento delle immagini, lungi dal farne ritrosi, a lui anzi ne trae, perchè pare ch’egli adoperi ogni accorgimento dell’arte a farci spettatori e compagni della felicità, o della miseria sua:

Qui cantò dolcemente, e qui s’assise;

qui si rivolse, e qui rattenne il passo;

qui co’ begli occhi mi trafisse il core;

qui disse una parola, e qui sorrise;

qui cangiò ’l viso. in questi pensier, lasso,

notte e dì tiemmi il signor nostro amore.

XI. Principalmente nella espressione del dolore il Petrarca entra in ogni cuore, ed ogni cuore entra nel suo. Nettezza di dizione, dilicatezza di sentimento, estasi platonica, tutto cede alla violenza del suo dolore; e noi rimiriamo lo spaventoso conflitto tra la ragione e la disperazione, tra la passione e la religione. La ricordanza dell’amor suo, e i rimorsi delle voglie ree gli penetrano il cuore; e mentre pare ch’egli stia in procinto di por fine alla vita da sè, viene frenato soltanto dal timore di varcare d’una in altra peggiore miseria:

S’io credessi per morte essere scarco

del pensier amoroso che m’atterra,

con le mie mani avrei già posto in terra

queste membra noiose, c quello incarco.

ma perch’io temo che sarebbe un varco

di pianto in pianto e d’una in altra guerra ec.

Allorchè si volge per conforto al cielo, agli uomini e a quanto gli sta d’intorno, la nostra simpatia per l’uomo ci fa quasi dimenticare l’ammirazione verso il poeta; perchè veggiamo che, come ogni creatura che sentasi estremamente misera, egli s’immagina di avere inspirato a tutta la natura la propria afflizione:

Vago augelletto che cantando vai,

ovver piangendo il tuo tempo passato,

vedendoti la notte e ’l verno a lato,

e ’l dì dopo le spalle e i mesi gai;

se come i tuoi gravosi affanni sai,

così sapessi il mio simile stato,

verresti in grembo a questo sconsolato

a patir seco i dolorosi guai.

i’ non so se le parti sarian pari;

chè quella cui tu piangi è forse in vita,

di ch’a me morte e ’l ciel son tanto avari;

ma la stagione e l’ora men gradita,

col membrar de’ dolci anni e degli amari,

a parlar teco con pietà m’invita.

Le poesie che il Petrarca dettò intorno a Laura finiscono con una delle più belle canzoni. Rivolto alla beata Vergine, in lei, che aveva sentito gli umani affetti e congiunto in sè i tre più gentili e cari nomi sopra la terra — di madre, figliuola e sposa, — s’affida il poeta, che gli userà misericordia:

tre dolci e cari nomi ha’ in te raccolti,

Madre, figliuola e sposa.

Poi, con sublimità e affetto che nessun poeta mai superò, implora l’aiuto di lei a poter cessare nella sua vecchia età di struggersi in lamenti sopra le ceneri di tale, che aveva riempiuto la sua vita di pericoli e di lagrime.

XII. Quantunque sì fatta maniera di poesia fosse in uso presso i Siciliani e i Provenzali per più di due secoli, rado fu inspirata dal genio o dalla passione. Amanti di professione intitolarono rime alle donne loro, che cantanti ed erranti trovatori ripetevano a’ banchetti de’ mecenati. A parere di Dante e dell’amico suo Guido Cavalcanti, essi furono piuttosto dicitori per rima, che degni del none di poeti. [17] Non sì tosto fu la poesia italiana nobilitata dalle platoniche speculazioni intorno all’amore, che i predecessori del Petrarca pronunciarono, le anime volgari non essere capaci nè degne di venir iniziate a una tale passione. Guido Cavalcanti, instantemente richiesto da una gentildonna di scrivere intorno agli affetti ch’ella inspirava, protestò: «ch’egli non avrebbe potuto confidarsi d’essere compreso, fuori che da menti elevate:»

Donna mi priega, perch’io voglia dire

d’un accidente che sovente è fero

ed è sì altero, che è chiamato amore;

sì chi lo niega possa il ver sentire!

Ed io non spero ch’uom di basso core

a tal ragione porti conoscenza.

Di questa canzone fu data contezza da alcuni celebri commentatori, e fra gli altri da Pico della Mirandola; ma non perciò si è fatta più intelligibile. Dante fece egli stesso il commento a’ suoi versi d’amore; esempio seguito, due secoli dopo, da Lorenzo de’ Medici, la cui Teorica d’Amore è uno de’ pochissimi trattati che o sfuggirono alle indagini indefesse, o non furono riputati degni di essere fatti conti dallo storico, le illustrazioni del quale intorno al secolo de’ Medici fecero caro il nome suo agl’Italiani riconoscenti. [18] Dalla comparazione di alcuni versi, dove Guido, Dante, Petrarca e Giusto de’ Conti pigliano a descrivere la sovrumana bellezza delle donne loro, è agevole a seguire i progressi di siffatta poesia, e accorgersi che Dante fu più che mai vicino a toccarne la perfezione. Il Petrarca in appresso lo trattò per modo, che nessun altro poeta fu mai capace di accostarglisi: ma non a lui si spetta il vanto dell’invenzione; poichè le leggi metriche e musicali di questa specie di lirica poesia erano già fermate. [19] Per quanto a’ nostri moderni compositori di Opere possano apparir brevi i Sonetti e le Canzoni, ond’essere suscettivi di musica, non è per tal rispetto men vero, che quelle voci sono derivate da Suono e da Canto, e che da’ poeti furono spesso poste note musicali alle stanze loro. Tra’ manuscritti di Franco Sacchetti e d’altri contemporanei del Petrarca, che ancora si conservano in Firenze, la seguente nota trovasi in capo di alcuno de’ loro sonetti: Intonatum per Francum, — Scriptor dedit sonum. Il sistema della musica italiana per contrappunto era stato creato tre secoli innanzi da Guido d’Arezzo; e solo a’ nostri dì fu raffinato e complicato da’ seguaci della scuola tedesca. La poesia non era a que’ tempi in Italia il mero caput mortuum della musica; e l’umana voce, in luogo di venir sottomessa quale accessorio all’orchestra, teneva la parte principale, ed era accompagnata da inanimati strumenti tanto solo, quanto fosse necessario a sostenerla, e a regolarne le modulazioni. Le parole potevano allora colpire l’orecchio di minor maraviglia che i toni; ma più vibrate penetravano il cuore, e con più utilità parlavano alla mente. Il Petrarca compose i suoi versi al suono del suo liuto, che legò nel testamento ad un amico; [20] ed ebbe voce dolce, flessibile e di grande estensione. [21] Tutta la poesia d’amore de’ predecessori, da quella di Cino in fuori, manca di dolcezza di numeri; ma la dolcezza del Petrarca è animata da varietà e ardore tale, che nessun lirico italiano ha mai conseguito l’uguale. La facoltà di serbare e variare a un tempo il ritmo è tutta sua: — la melodia ne’ suoi versi è perpetua, e pur non istanca l’orecchio mai. Le sue canzoni (sorta di composizione che partecipa dell’ode e dell’elegia, l’indole e la forma della quale è d’esclusiva ragione dell’Italia) comprendono stanze, talvolta di venti versi. Egli nondimeno collocò le cadenze in guisa da lasciare che la voce si fermi alla fine d’ogni tre o quattro versi, e fissò la ricorrenza della stessa rima, e le stesse pause musicali ad intervalli bastantemente lunghi per evitare la monotonia, e bastantemente brevi per conservare l’armonia. Però non par duro a credersi quanto Filippo Villani ne assicura: «che la musicale modulazione de’ versi del Petrarca indirizzati a Laura scorreva con tanta melodia, che nemmeno i più gravi potevano frenarsi dal ripeterli.» [22]

XIII. Metastasio, per gradire alla corte di Vienna, a’ musici ed al pubblico de’ suoi dì, e per compiacere alla dilicatezza del suo gusto femminile, ridusse la sua lingua e versificazione a tanta penuria di parole, frasi e cadenze, che paiono sempre le stesse, e nella fine non fa più effetto di un flauto, il quale apporta anzi dilettosa melodia, che vive e distinte sensazioni. Il Petrarca all’opposto, non pure vigorosamente afferrò, e bellamente usò tutta la ricchezza delle parole, tutta la varietà del numero, tutte le grazie e l’energia e gl’idiomi della propria lingua, ma vi saturò quelli de’ provenzali e spagnuoli poeti. Nessun vocabolo adoperato da lui è divenuto obsoleto; ed ogni sua frase può essere, ed è tuttavia, scritta senza affettazione. Nel tempo stesso ch’egli accresce i materiali onde l’italiana lingua di già abbondava, pare che la impronti di fresca e novella creazione, perchè in fatto questa lingua eragli insieme e naturale e forestiera. Non aveva più di nove anni quand’ei fu condotto in Francia, dove passò la giovinezza e la maggior parte di sua vita. I genitori, da cui avrebbe potuto apprendere l’idioma toscano, morirono mentr’era egli ancor giovinetto. Ne’ frequenti viaggi ch’ei fece in Italia dimorò a lungo da per tutto, tranne in Firenze, dove solo passò tre o quattro settimane. A formarsi uno stile che fosse affatto suo proprio, egli ne afferma che non tenne mai copia del gran poema di Dante, la cui dizione affetta di sprezzare. [23] Sol quando fu per chiudere i giorni suoi cominciò il Petrarca a pentirsi di non essersi valuto «della lingua volgare; campo novellamente scoperto, ma squallido, perchè molti gli diedero il guasto, niuno saggiamente lo coltivò.» [24] Devo alla libreria e alla liberalità di lord Holland l’unico saggio ch’io m’abbia mai veduto della prosa italiana del Petrarca. Gli è un manuscritto, di propria mano del Petrarca, di due lettere che, lontane dalla eleganza e grammaticale correzione di Dante e del Boccaccio, o da quella pure de’ loro minori contemporanei, sono solo notevoli per calore di sentimento e per la perspicuità di pensiero, peculiare al suo stile. Se, invece di dedicare la vita ad una lingua antica, nella quale erano già tanti inimitabili autori, egli avesse scritto le numerose opere sue in italiano, ne avrebbe potuto lasciare modelli d’ogni fatta di composizioni. La grande maestria nella poesia di tale lingua che aveva coltivata sì poco, è di quelle arcane maraviglie che il genio opera, non se ne avvedendo egli stesso, a modo che veggiamo talora sementi sparse dal caso in qualche benigno terreno spontaneamente far prova migliore e più lussureggiare, che non avrebbe ottenuto l’arte più industre in suolo meno propizio.

XIV. Lo scopo rilevante dello studio e dell’ambizione dei Petrarca fu di dissipare le tenebre, per entro alle quali i secoli di mezzo avevano avvolto la letteratura degli antichi. Ma qual genio e quale ardore potevano esser pari all’ampiezza di tanto assunto? Pur nondimeno riuscì egli per modo nello sgomberare le vie allo studio dell’antichità, che s’acquistò titolo, cui tuttora a buona ragione conserva, di ristoratore delle classiche lettere. «Non avete vergogna,» scriveva egli a’ Romani, «che le reliquie dell’antica vostra grandezza, risparmiate dalla inondazione dei Barbari, sieno cotidianamente vendute dalla vostra sconsigliata avarizia a’ forestieri? e che Roma in nessun altro luogo sia meno conosciuta e meno amata che in Roma?» [25] Nè l’entusiasmo del Petrarca per gli antichi monumenti gl’impedì di descriverli col sentir fino di un critico. [26] Da lui venne il primo esempio di raccogliere medaglie, come scorte più fidate pel laberinto cronologico e genealogico di dinastie scomparse dal mondo. Noi raccogliamo tuttavia il benefizio di que’ manuscritti ch’egli andò cercando senza posa per ogni angolo d’Europa; [27] e de’ quali moltiplicò le copie, non perdonando a denaro, povero, nè a fatica, vecchio ed infermo; e tanta fu la sua ansietà affinchè riuscissero corrette, che sovente si sottopose egli stesso allo stento servile del copista. Trovò la lingua latina,

Non fronde verdi, ma di color fosco,

non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;

non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.

Pure, per le fatiche da lui durate, questa lingua rivisse di tal freschezza, che lo fece riguardare come colui che rivocò a novello corso il secolo d’Augusto; merito non pertanto che gli uniti e assidui sforzi di sei generazioni di dotti, da’ suoi tempi fino a quelli di Leone X, hanno appena ottenuto. Tuttavia chi non reca al nome di perfetto letterato altro titolo che eleganze penosamente spigolate ne’ classici, non ha diritto di sogghignare alla latinità del Petrarca. Sembra che, modellando lo stile sovra i Romani, non intendesse nemmeno di porre al tutto in non cale i Padri della Chiesa, il fraseggiare de’ quali era più accomodato a’ suoi temi; e i pubblici negozi venendo a que’ dì trattati in latino, non gli fu sempre concesso di rifiutare parecchi di que’ modi, i quali, tuttochè derivati da barbari secoli, erano stati sanciti dall’uso di tutte le università, e venivan trovati più acconci alla intelligenza de’ lettori. Perdendo di purezza, si avvantaggiava di libertà, di scorrevolezza e di calore; e la sua prosa, quantunque non sia modello da imitarsi, si rimane oltre il tiro degl’imitatori, perchè originale e ben sua.

XV. Dalla poesia latina non poteva il Petrarca uscire ad onore, da che le natie bellezze di quella erano sì poco sentite, che in gioventù trascorse egli medesimo a scrivere esametri in rima. [28] La pronunzia, dalla quale tutti i metrici sistemi degli antichi derivano, si era già tanto alterata, ch’ei fu sovente astretto a congetturare, nè sempre apponendosi, la quantità delle sillabe. Ov’anche fosse stato fornito delle più alte poetiche facoltà che natura impartisse mai a verun mortale, non sarebbe potuto riuscire in lingua morta più che ordinario poeta. Il magico accozzamento di armonia, splendore, freschezza, forza, spirito, affetto e grazia nel descrivere ogni oggetto del creato, per minuto che sia, ogni oscura e sfuggevole idea, e tutti i più comuni sentimenti del cuore, non si ottiene se non con parole, nè si potrà ottener mai, ove il poeta non maneggi la sua dizione con tanta padronanza da rifonderla in lingua di propria creazione; ed ecco forse il grande vantaggio che diede a’ poeti primitivi il potersi di tanto lasciare addietro tutti i lor successori. Ma più son fatte irremovibili le leggi di una lingua, e più stretto sentesi il genio tra duri ceppi; e dov’altri vi si metta volontario, merita poca indulgenza: il Petrarca non pertanto si pose sotto a un tal giogo, qual unico mezzo di far forza all’ammirazione d’Europa; e la conseguì. Il primo libro dell’Affrica sua gli procacciò la corona in Campidoglio. Intantochè i cantatori di ballate campavano la vita canterellando i suoi sonetti per le pubbliche strade, i dotti li tenevano poco meno che indegni dell’ingegno suo; e intanto recavansi a vanto di arricchire le loro librerie d’alcun frammento di quell’epico poema delle gesta di Scipione. «Io nego» — scriveva egli al Boccaccio — «ma nego indarno: chi da me riceve un rifiuto manda prima un intercessore, poi un altro. L’importunità è cotanto ingenua e modesta! Non mi bastò l’animo di persistere a lungo nella mia disdetta, chè mi pareva di venir meno a’ debiti uffizi dell’amicizia; sicchè alla fine ebbi a cedere. Se ben mi ricorda, gli diedi un trentaquattro versi dell’Affrica; e siccome aveano mestieri di tempo e correzioni maggiori, posi fermo patto che altri non avesse mai a vederli; il che egli con grande sicurtà mi promise, ma poi dimenticò di osservare, se non erro, lo stesso giorno.» [29] Tali versi trovansi fra quelle Miscellanee, le quali, prima che si diffondesse il sapere, venivano apposte ora al vero, or ad apocrifo autore; e riferendosi essi alla morte di Magone, fratello di Annibale, un copista del decimoquinto secolo gli attribuì a Silio Italico, il cui poema della Guerra Purica era stato di recente scoperto dal Poggio. Circa trecentocinquant’anni dopo, un critico francese nel ristampare questo poema accusò il Petrarca di averlo trovato e soppresso, e di averne adulterato la purità de’ versi originali affine di più effettualmente occultarne il plagio. [30] Emendato l’episodio della morte di Magone, il critico lo innestò nel decimosesto libro di Silio, senza pensare che nel sesto libro dell’Affrica Magone parla e muore più da canuto filosofo che da giovine eroe, e non conoscendo che, qualsiasi tocco di natura individuale palesi, spetta al Petrarca, cui era appena possibile di scrivere una sentenza che nol tradisse.

XVI. Più andava il Petrarca scoprendo opere di antichi, e più diveniva competente a giudicarne la eccellenza; e sì addentro sentì quanto quelli gli andassero innanzi, che que’ latini poemi, ne’ quali per tanti anni avea riposto ogni speranza di gloria, nella fine gli cagionarono mortificazione interna, che i plausi del pubblico valsero solo a far palese. [31] All’udire in Verona ripetersi alcuni versi dell’Affrica, il Petrarca scoppiò in lagrime di vergogna. [32] Le copie, che circolarono dopo la sua morte, non poterono essere tratte dal manuscritto che aveva preparato, ma che non ebbe animo di dare al pubblico, e che subito dopo gettò alle fiamme. — «Di rado un padre nel porre il corpo morto dell’unico figliuolo sul rogo sentì agonia maggiore di quella ch’io provai nel distruggere il frutto di tante fatiche: pensate a ciò, e appena potrete frenare le lagrime.» [33] Parecchie sue egloghe ed elegie, e i suoi trattati — Della propria ignoranza e di quella di molti altriDe’ fatti memorabili, specialmente del proprio tempo — De’ rimedi della buona e cattiva fortunaDel reggimento di una repubblicaDei doveri di un comandante d’esercito Itinerario per la Siria — una serie non compiuta di Vite d’illustri Romani da Romolo a TitoApologie ed Invettive contro i suoi avversari, — tutti questi con alcuni altri, che si rimangono tuttavia inediti, sono probabilmente la minor parte de’ suoi latini volumi. Mentre stava componendo, stimavasi l’Achille, e mentre rivedeva, il Tersite degli autori; e sovente, allorchè la morte degli amici suoi gli recava più addentro la persuasione della vanità della vita, ardeva i sudi scritti. [34] L’unico che continuò a tenersi caro sopra ogni altro, fu il libro della Solitudine, ch’ei chiamava: Liber maximus rerum mearum. Ne aggiunse un altro: Della vita pacifica de’ monaci, che indirizzò a Gerardo suo fratello minore, il quale, sperimentate tutte le gioie e le traversie della gioventù, alla morte di una diletta amica riparò, per chiudervi i giorni suoi, ad un monastero di certosini. «Mio fratello ed io,» sclamava il Petrarca dopo la morte di Laura, «stavamo in ceppi ugualmente. La tua mano, o mio Dio! ha rotto le nostre catene: ma siamo noi sciolti entrambi? Egli sì che si liberò davvero.» [35] Allora si fu ch’ei distrusse molte lettere, nelle quali interteneva gl’intimi suoi amici intorno a Laura: ma, avvertendo poi ch’altre si erano conservate e copiate, ei ne raccolse un gran numero, prevedendo forse ch’esse avrebbero all’ultimo salvato i suoi scritti latini dal venir trascurati.

XVII. Prima che al tutto ei si recasse a noia il mondo, aveva viaggiato, «esaminando ogni cosa con instancabile attenzione, osservando costumi ed indoli delle nazioni, e tutti gli altri paesi europei raffrontando con l’Italia.» [36] I tempestivi passi verso la civiltà, e la presente decrepitezza della patria del Petrarca fanno ragione del pari e dell’esagerato patriottismo di lui, [37] e delle severe censure di moderni statisti, i quali, benchè giusti a volte, rado sono equi. Quelle menti che possono sopravvedere la umana razza in tutte le vicissitudini ed epoche, ben sanno che stagioni di gloria e di calamità son prefisse ad ogni nazione, e ne giudicano con candore. [38] Pure, se il Petrarca esalta i suoi concittadini a detrimento degli estranei, prova piuttosto la sicurezza di osservatore pratico, che non il capriccioso sentenziare di un autore di viaggi per professione; e risguardando all’istruzione che possiamo tuttavia attingere al suo epistolario, ove ragiona de’ fatti, costumi e caratteri di quell’età, egli merita d’aver posto fra’ primi e più dotti viaggiatori d’Europa. Queste lettere sono tuttora inedite; e alcune altre stanno in tutte le edizioni confusamente disposte; molte se ne incontrano citate a lunghi brani da vecchi storici. Ei non fu solo testimonio oculare, ma le sue osservazioni, che paiono spesso effetto di súbite ed efficaci impressioni, portano un’impronta di sincerità. Séguita la traduzione di una delle sue lettere al cardinale Colonna, che Angelo di Costanzo inserì nelle sue Storie del Regno di Napoli.

«Orazio, volendo descrivere una gran tempestade, disse che era tempesta poetica; e mi pare che non potea più brevemente esprimere la grandezza di essa; perchè nè il cielo irato nè il mare tempestoso può fare cosa che non l’agguagli e vinca lo stile dei poeti descrivendola... che s’io avrò mai tempo, questa di Napoli sarà materia de’ versi miei; benchè non si può dire di Napoli, ma universale per tutto il mare Tirreno e per l’Adriatico: a me pare chiamarla napolitana, perchè contra mia voglia mi ha ritrovato in Napoli; però se io per l’angustia del tempo (volendo partirsi il messo) non posso scriverla a pieno, persuadetevi questo, che la più orribil cosa non fu vista mai. Questo flagello di Dio era stato predetto molti giorni avanti dal vescovo di un’isoletta qui vicina per ragione di astrologia: ma come suol essere che mai gli astrologi non penetrano in tutto il vero, avea predetto solo un terremoto grandissimo ai venticinque di novembre, per il quale avea da cader tutta Napoli, ed avea acquistato tanta fede, che la maggior parte del popolo, lasciato ogni altro pensiero, attendea solo a cercare a Dio misericordia de’ peccati commessi, come certo d’avere da morire di prossimo; dall’altra parte molti si ridevano di questo vaticinio, dicendo la poca fede che si dèe avere agli astrologi, e massime essendo stati alcuni dì avanti certi terremoti. Io, mezzo tra paura e speranza, ma un poco più vicino alla paura, la sera del ventiquattro del mese mi ridussi, avanti che si colcasse il sole, nell’alloggiamento; avendo veduto quasi la più parte delle donne della città, ricordevoli più del pericolo che della vergogna, a piedi nudi, coi capelli sparsi, coi bambini in braccio andare visitando le chiese, e piangendo chiedere a Dio misericordia.

«Venne la sera, e il cielo era più sereno del solito, e i servidori miei dopo cena andaro presto a dormire; a me parve bene d’aspettare per vedere come si ponea la luna, la quale credo che fosse settima, ed aperta la finestra che guarda verso occidente, la vidi avanti mezzanotte ascondersi dietro il monte di San Martino con la faccia piena di tenebre e di nubi; e serrata la finestra, mi posi sopra il letto, e dopo d’avere un buon pezzo vegliato, cominciando a dormire, mi risvegliò un rumore ed un terremoto, il quale non solo aperse le finestre e spense il lume che io soglio tenere la notte, ma commosse dai fondamenti la camera dove io stava. Essendo adunque in cambio del sonno assalito dal timore della morte vicina, uscii nel chiostro del monasterio, ove io abito; e mentre tra le tenebre l’uno cercava l’altro, e non si potea vedere se non per beneficio di qualche lampo, cominciammo a confortare l’un l’altro. I frati e il priore, persona santissima, che erano andati alla chiesa per cantare mattutino, sbigottiti da sì atroce tempesta, con le croci e reliquie di santi, e con devote orazioni, piangendo, vennero ove io era con molte torce allumate: io, pigliato un poco di spirito, andai con loro alla chiesa, e gittati tutti in terra non facevamo altro che con altissime voci invocare la misericordia di Dio, ed aspettare ad ora ad ora che ne cadesse la chiesa sopra. Sarebbe troppo lunga istoria, s’io volessi contare l’orrore di quella notte infernale; e benchè la verità sia molto maggiore di quello che si potesse dire, io dubito che le parole mie pareranno vane.

«Che scrosci d’acqua! che venti! che tuoni! che orribile bombire del cielo! che orrendo terremoto! che strepito spaventevole di mare! e che voci di tutto un sì gran popolo! Parea che per arte maga fosse raddoppiato lo spazio della notte; ma alfine pur venne l’aurora; la quale per l’oscurità del cielo si conoscea, più che per indizio alcuno, per conghiettura. Allora i sacerdoti si vestiro per celebrare la messa; e noi che non avevamo ardire ancor di alzare la faccia al cielo, buttati in terra, perseveravamo nel pianto e nelle orazioni; ma poichè venne il dì, benchè fosse tanto oscuro che pareva simile alla notte, cominciò a cessare il fremito delle genti dalle parti più alte della città, e crescere un rumore maggiore verso la marina, e già si sentivano cavalli per la strada, nè si potea sapere che cosa si fosse. Alfine, voltando la disperazione in audacia, montai a cavallo ancor io per vedere quel che era, o morire. Dio grande, quando fu mai udita tal cosa? I marinari decrepiti dicono che mai fu nè udita nè vista. In mezzo del porto si vedeano per lo mare infiniti poveri, che mentre si sforzavano di arrivare in terra, la violenza del mare gli avea con tanta furia battuti nel porto, che pareano tante uova che tutte si rompessero; era pieno tutto quello spazio di persone affogate, o che stavano per affogarsi; chi con la testa, chi con le braccia rotte, ed altri che loro uscivano le viscere. Nè il grido degli uomini e delle donne che abitano nelle case vicino al mare, era meno spaventoso del fremito del mare; si vedea dove il dì avante s’era andato passeggiando sulla polvere, diventato mare più pericoloso del Faro di Messina.

«Mille cavalieri napolitani, anzi più di mille erano venuti a cavallo là, come per trovarsi alle esequie della patria; ed io messo in frotta con essi, cominciai a stare di meglio animo, avendo da morire in compagnia loro; ma subito si levò un rumore grandissimo, che il terreno che ne stava sotto i piedi cominciava ad inabissarsi, essendogli penetrato sotto il mare. Noi fuggendo, ne ritirammo più all’alto; e certo era cosa oltremodo orrenda ad occhio mortale, vedere il cielo in quel modo irato, e il mare così fieramente implacabile: mille monti di onde non nere nè azzurre, come soglion essere nell’altre tempestadi, ma bianchissime, si vedeano venire dall’isola di Capri a Napoli. La regina giovane, scalza, con infinito numero di donne appresso, andava visitando le chiese dedicate alla Vergine madre di Dio.

«Nel porto non fu nave che potesse resistere, e tre galee che erano venute da Cipri, ed aveano passati tanti mari, e voleano partire la mattina si videro con grandissima pietà annegare, senza che si salvasse pur un uomo. Similmente l’altre navi grandi che aveano buttate l’ancore al porto, percotendosi fra loro, si fracassarono con morte di tutti i marinari: sol una di tutte, dove erano quattrocento malfattori per sentenzia condannati alle galee che si lavoravano per la guerra di Sicilia, si salvò, avendo sopportato sino al tardi l’impeto del mare per lo grande sforzo de’ ladroni che v’erano dentro, i quali prolungaro tanto la morte, che avvicinandosi la notte, contro la speranza loro e l’opinione di tutti venne a serenarsi il cielo ed a placarsi l’ira del mare, a tempo che già erano stanchi: e così d’un tanto numero si salvaro i più cattivi; o che sia vero quel che dice Lucano, che la fortuna aita i ribaldi; o che così piacque a Dio; o che quelli siano più sicuri nei pericoli che tengono più la vita a vile. Quest’è l’istoria della giornata d’ieri. — Il 27 novembre, 1343.»

XVIII. Colle numerose lettere scritte dal Petrarca sullo scorcio della vita, e da lui raccolte col titolo di Epistolæ Seniles, il vecchio solitario conversando co’ più intimi amici intendeva di essere udito dal mondo. Son esse piene di sentimento e di saviezza, di pedanteria e d’eloquenza, di cristiana annegazione e di puerile compiacimento di sè: e in esse è continuo l’azzuffarsi insieme della sua naturale franchezza e della cautela senile. Comunque sia, i suoi corrispondenti gli andarono tenuti di profuse citazioni, le quali, nella scarsezza di libri in quel secolo, fecero loro conoscere molti passi di classici scrittori. Fors’anco si compiaceva quella età poco men della nostra ne’ cicalecci intorno a tutti i negozi grandi e piccoli, pubblici e privati, storici e favolosi de’ suoi celeri contemporanei; ma a que’ giorni editori di mensili e trimestrali pubblicazioni, di cotidiane gazzette, di biografici dizionari de’ morti e de’ vivi, non aveano per anche o motivi di professione, o mezzi da penetrare nel segreto di domestico ritiro. Il Petrarca, adescato dal concetto che la sua celebrità avrebbe magnificato l’importare di tutte le consuete faccende della sua vita appaga la curiosità d’amici e nimici col raccontare seriamente ad essi com’ei pure

e mangia e bee, e dorme, e veste panni.

Di che ad ogni modo venne almeno questo vantaggio, che l’informazione che ne abbiamo non è apocrifa, e che non ci son lasciati desiderare i materiali per la pìù attraente fra le storie — la storia della mente di un uomo di genio: — ma egli sta aspettando tuttavia quello che la buona fortuna non gli ha ancora mandato, un uomo di genio a suo storico. Nelle lettere, come ne’ poemi e trattati del Petrarca, siamo sempre portati a far sola una cosa dell’autore e dell’uomo, che si sente irresistibilmente sospinto a svolgere il proprio intenso sentire. Dotato di tutte quasi le nobili, e soggetto ad alcuna delle povere passioni di nostra natura, nè mai provatosi di celarle, ci sveglia a far riflessione sopra noi stessi, mentre contempliamo in lui uno della nostra specie, diverso però da ogni altro, e la cui singolarità eccita anche più simpatia che ammirazione.

 

Note

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[1] Osservazione del Pope sulla Casa delle Fama.

[2] Magnum opus inceperam in eo genere, sed ætatem respiciens, substiti. — Ad Johan. Boccac. Sen., lib. V, ep. 2.

[3] Dum quid sum cogito, pudet hæc scribere; — scribo enim non tanquam ego, sed quasi alius. — L’arcivescovo Beccadelli copiò questa nota dall’autografo, posseduto allora dal cardinale Bembo.

[4] Famil., lib. VIII, ep. 1. — Senil., lib. V, ep. 3.

[5] Senil., lib. XIII, ep. 4.

[6] Quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono.

Ma ben veggi’or sì come al popol tutto

            Favola fui gran tempo.

E del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,

           E ’l pentirsi.

[7] Queste poesie trovansi in quasi tutte le edizioni alla fine dell’opera, col titolo di Giunta, o Rime rifiutate.

[8] Pietro Paolo Vergerio intese da Coluccio Salutati amico del Petrarca che questi aveva detto, «come le sue composizioni tutte poteva migliorare assai, fuorchè le Rime; nelle quali s’era tanto alzato, che più non «gli dava l’animo d’arrivarle». Beccadelli, Vita del Petrarca.

[9] Epist. famil., lib. II, ep. 7.

[10] Il romanzo di Madama di Genlis, Pétrarque et Laure.

[11] Gravina, Ragione Poetica, lib. II, cap. 27 e 28.

[12] Gasparo Scuolano, Istor. Valenz.

[13] Torquato Tasso. Poesie liriche.

[14] Parla Amore contro il Poeta davanti al tribunale della Ragione. Canzone VII, Parte 23. [Edd.]

[15] Corinne, ou l’Italie.

[16] Campbell’s, Lectures on poetry.

[17] «Acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico: Che nè i poeti parlano così senza ragione, nè quelli che rimano deono parlare così, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono; però che gran vergogna sarebbe a colui che rimasse cose sotto veste di figura, o di colore rettorico, e domandato, non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa che avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo ben di quelli che così rimano stoltamente ». Dante, Vita Nuova, § XXV.

[18] Io devo attestare qui la speciale mia gratitudine al signor Roscoe, per averne ricevuto in dono, nel momento appunto ch’io stavami inteso alla correzione di questo foglio, le sue Illustrations historical and critical of the Life of Lorenzo de’ Medici, recentemente pubblicate; nel qual libro, fra gli altri originali e curiosi documenti, egli inserì pure il suddetto trattato.

[19] La Summa Artis rithmicæ di Antonio da Tempo è del 1332.

[20] Magistro Thomæ Bombasio de Ferraria lego leutum meum bonum, ut eum sonet, non pro vanitate sæculi fugacis, sed ad laudem Dei æterni. Petrar. Testam.

[21] Doctus insuper Lyra mire cecinit. Fuit vocis sonoræ atque redundantis, suavitatis tantœ atque dulcedinis. Ph. Villani. Vit. Petrar.

[22] Tanta siquidem dulcedine rithmi fluunt, ut ab eorum pronunciatione et sonis, gravissimi nesciebant abstinere. Phil. Villani, Vit. Petrar.

[23] Vedi l’epistola del Boccaccio al Petrarca: Italiæ jam certus honor.

[24] Hic vulgaris stylus modo inventus, vastatoribus crebris, et nullo squallidus colono. Senil., V, ep. 2, 3.

[25] Hortatio ad Nicol. Laurent. Petr.. Op., vol. I, pag. 596.

[26] Famil., lib. Vi, ep. 2.

[27] De remed. utriusque fortunæ, lib. I.

[28] Vedi il Saggio sopra l’Amore del Petrarca, capo VII, pag. 17, nota 2.

[29] Senil., lib. II, ep. 1.

[30] Habe ... Silium cultiorem... egregio auctum fragmento, quod sibi minus verecunde, nonnullis mutatis, vindicaverat, suoque poemati Africæ VI adsuere non est veritus Fr. Petrarcha. Lefebvre de Villebrune, Epist. ad Villoison præfix. ad Silii edit.; Lutetiæ 1781.

[31] Quotiescumque Africæ mentio incidisset, toties conturbabatur, molestiamque mente conceptam foris facies indicabat. Vergerius Senior, Vita Petr.

[32] Trovandosi il Petrarca in Verona, e sentendo cantare i versi dell’Affrica, pianse, dolendosi non poterla nascondere affatto. Beccadelli, Vita del Petrarca.

[33] Raro unquam pater aliquis tam mœstus filium unicum in rogum misit: quanto id fecerim dolore, et omnes labores meos eo in opere perditos, acriter tecum volvas, vix ipse lachrymas contineas. Queste parole sono ripetute dal Vergerio, il quale viveva in Padova nello stesso tempo che il Petrarca vi si trovava.

[34] Incredibilem rem audies, veram tamen, mille vel amplius seu omnis generis sparsa poemata seu familiares epistolas Vulcano corrigenda tradidi non sine suspiriis. Petr. apud Tomasinum, f. 28.

[35] Cum ego et frater meus gemino laqueo teneremur, utrumque contrivit manus tua; sed non ambo pariter liberati sumus: ille quidem evolavit. Epist. var., 28.

[36]Cuncta circumspiciens, videndi cupidus explorandique, contemplatus sollecite mores hominum, singula cum nostris conferens. Famil., lib. I, ep. 3, 4: lib. V, ep. 4.

[37] Senil,, lib. IX, ep. I.

[38] Hœc ter a te, Didyme, recitata sint super terram patrum nostrorum, ut misereantur sui omnes; nam sicut autumnus et hyems in singulos annos, sic gloria et calamitas visitant, certis tempestatibus sæculorum, singulos populus terræ. Didymi Clerici, Hypercalypseos, cap. 18, v. 46.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011