Ugo Foscolo

SAGGI SOPRA IL PETRARCA

TRADOTTI DA CAMMILLO UGONI

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia editore, III ediz. Milano 1966 - da pag. 827: Saggi sul Petrarca pubblicati in inglese da Ugo Foscolo e tradotti in italiano tradotti da Camillo Ugoni (Lugano 1824).

Viene riportato il testo riveduto da C. Foligno per il vol. X dell'E. N.: Saggi e discorsi critici, saggi sul Petrarca, Discorso sul testo del Decameron, Scritti minori su poeti italiani e stranieri (1821-1826), edizione critica a c. di C. Foligno, Firenze, Le Monnier 1953.

Irrequietus homo perque omnes anxius annos

Ad mortem festinat iter: mors optima rerum.

PETRARCA, Africa, lib. VI.

alla onorevole

BARBARINA LADY DACRE

South Bank, Regent’s Park,

Gennajo 1823.

Signora,

Così la gratitudine mia, o Signora, come l’opinione di que’ ragguardevoli letterati, il cui gentile ajuto, vinto solo da’ vostri, mi fece atto a presentare i miei Saggi all’inglese leggitore, m’incuorano a intitolarli al nome di vostra Signoria. A una voce e animata da nazionale orgoglio essi proclamano, che i vostri versi serbarono gli spiriti medesimi del Petrarca con tal fedeltà, da sperarsi appena, e certo non conseguita da verun’altra versione. Ciascuno poi di quanti contribuirono a questo volume, rassegnando la parte sua alla riconoscenza, spera che l’offerta ne potrà venire accettata da voi sola.

Ho l’onor d’essere,

Signora,

Vostro grato e devoto servitore

Ugo Foscolo.

SAGGIO

SOPRA L’AMORE DEL PETRARCA

Fu forse un tempo dolce cosa amore,

Non perch’io sappia il quando.

Petrarca, p. II, son. 72.

I. Benchè il Petrarca siasi studiato di ricoprire d’un bel velo la figura di Amore, che greci e romani poeti ebbero vaghezza di rappresentar nudo; questo velo è sì trasparente, che lascia tuttavia scernere le stesse forme. La distinzione ideale tra i due Amori derivò primamente dalle differenti cerimonie con cui gli antichi prestavano culto alla Venere Celeste, che presedeva a’ casti amori delle zittelle e delle maritate, ed alla Venere Terrestre, riconosciuta divinità tutelare delle galanterie delle donne più in voga a que’ tempi. Malgrado le mistiche e politiche allegorie che l’antica metafisica e la moderna erudizione fabbricarono sopra questi due nomi, la popolare distinzione è costantemente avvalorata da’ poeti, allorchè descrivono i costumi de’ loro tempi e il culto delle due dive [1]. Mentre virtuose donne vivevano in sì stretto ritiro da non comparir mai a’ banchetti, e occupavano stanze appartate da quelle degli uomini; artisti, poeti, filosofi, magistrati, sacerdoti e tutto il bel mondo teneva le sue adunanze nelle case di donne che facevano aperto traffico delle bellezze loro, e prestavano le loro persone a modello delle statue, delle quali i templi della Grecia venivano adornandosi. Ognuno sa come Aspasia, che governò Pericle ed educò Alcibiade, fosse sacerdotessa della Venere Terrestre. Queste donne seppero far tanto da porsi esse pure sotto il patrocinio della Venere Celeste, col propagare la credenza che fossero di un solo amante, e che i sentimenti da esse inspirati a tutti gli altri fossero virtuosi; e tornò in politico acconcio de’ loro stessi ammiratori il diffondere accortamente sì fatta opinione fra il popolo. Platone pose in bocca di Socrate ogni sottigliezza di raziocinii, a provare la possibilità di essere devoti a donna galante senza bramarne i favori [2].

II. Possiamo nondimeno con probabilità tenere per apocrifo quanto Platone fa dire al suo maestro, ovunque le cose stesse non sieno confermate da Senofonte. Ciascuno di questi due grandi scrittori, la cui rivalità giugne presso alla nimicizia, compose un trattato col titolo di Banchetto, in cui Socrate è fatto parlare d’Amore. Quindi gli è certo che la nuova applicazione alla distinzione antica fra le due dive ebbe origine da Socrate. Ma, nel Banchetto di Senofonte, lo scopo non è d’ingannare gli Ateniesi rispetto alla natura di quelle conversazioni che i loro grandi uomini tenevano colle Aspasie de’ loro tempi. Il discorso di Socrate mira a far ravvedere e vergognare coloro fra’ suoi concittadini, i quali furono ammiratori soverchio passionati della bellezza in entrambi i sessi. «La bellezza (egli dice) è rischiarata da una luce che mi guida ed invita a contemplare l’anima che abita una tal forma; e se l’anima è tanto bella quanto il corpo, è impossibile non amarla. Ma non si può dare bellezza d’anima senza purità, e la purità di chi più caramente amo fa me pure uomo buono. Però, siccome l’oggetto della tua tenerezza ti si fa più caro a misura che vai discoprendo in esso nuove doti, e siccome ti è grato vedere che anche da altri s’ammiri, così t’importa di conservarlo mondo d’ogni macchia. Col corrompere la morale tu deformi ed avvilisci l’anima, di cui vorresti sublimare la perfezione; e questa deformità traspira pur anche nell’aspetto. Non affermerò io già che vi sieno realmente due Veneri; ma, poichè veggo esservi templi sacri alla Celeste, ed altri alla Terrestre Venere, e sacrificarsi entro i primi con cerimonie più scrupolose e con vittime più pure, presumo che le due dive sussistano almeno negli effetti loro. La Venere volgare infiamma le passioni verso il corpo; la celeste Venere ispira amore verso l’anima, e trae ad onesti vincoli e ad opere virtuose[3]

III. Pare che l’immaginativa di Platone si giovasse di tali esortazioni per esaltare e sostenere un’ingegnosa teorica dell’Amore; e basterà qui riferirne quella parte che forma la macchina della poesia del Petrarca: — «Le anime nostre emanano da Dio, e a lui ritornano di bel nuovo. Preesistono a’ nostri corpi in altri mondi. Le più tenere e belle abitano Venere, lucentissimo e purissimo de’ pianeti, chiamato il terzo cielo. Sono più o meno perfette, e le più perfette amano quelle che sono parimente più perfette. Predestinata e immutabile simpatia le appaia: come che non partecipino delle sensuali perturbazioni del corpo, sono tuttavia costrette a seguirlo ciecamente, tratte da fatalità o da caso per la procreazione della specie. Arde ogni anima il desiderio della sua compagna; e se avvenga che peregrinando sopra la terra s’incontrino, l’amore in esse si fa tanto più ardente, quanto la materia in cui son chiuse ne impedisce la riunione. In casi tali, i piaceri, gli affanni e le estasi reciproche sono inesprimibili: ciascuna si sforza di farsi conoscere all’altra; celeste luce avvampa negli occhi, da tutta la persona balena immortale bellezza; il cuore si sente meno inclinato alla terra; e mutuamente si vanno incitando alla esaltazione e purificazione della loro virtù. E quanto si amano l’una l’altra, tanto si levano a Dio principio fontale di tutte; e quanto sentono le pene dell’esilio sopra la terra e la prigionia nella materia, tanto bramano di svincolarsene, affine di potersi congiugnere eternamente in cielo.» — Ora, dacchè l’intero sistema è fondato nella ipotesi: «che ogni anima ha predestinata simpatia con un’altra unicamente;» - e dacchè ogni persona immagina «che l’ente a cui ella è congiunta sia il perfettissimo,» ne segue «che ogni platonico amadore dovrebbe sforzarsi perpetuamente di raggiungere il più alto grado di perfezione morale.»

IV. Tali opinioni vennero in Italia per mezzo degli antichi Padri della Chiesa; ed alcuni teologi, fra cui Giovanni da Fabriano morto l’anno stesso che morì Laura, scrissero trattati onde conciliare la dottrina di Platone colla Bibbia [4]. I frati le rivolsero in loro pro, e, citando l’esempio di celebri poeti, predicarono che le anime delle donne trapassate si sarebbero più prontamente accolte in cielo, suffragate dalle limosine e preghiere de’ loro amanti. «Ma pur messer Francesco Petrarca, che è oggi vivo,» dice un predicatore domenicano, «hebe un’amante spirituale apelata Laura: poi che ella morì, gl’è stato più fedele che mai, et àli data tanta fama, che l’à sempre nominata, et non morirà mai. Et questo è quanto al corpo; po’ li ha facto tante limosine, et fatte dire tante messe et orationi con tanta divotione, che s’ella fosse stata la più cattiva femina del mondo, l’avrebbe tratta dalle mani del Diavolo, benchè se raxona che morì pure santa» [5]. Così la filosofia e la religione cospirano cogli usi cavallereschi di que’ tempi a lusingare e ad abbellire la più irresistibile di tutte le umane propensioni. La facilità nel cedere all’amore si aveva per l’indizio più aperto di mente benevola: la costanza, il disinteresse e la sommessione al sesso gentile furono i più sicuri pegni di valor militare e di eroismo: bella poesia provava, non già il genio del poeta, bensì la forza della passione che lo inspirava. Beltà, grado, virtù domestiche non avevano merito, se non celebrate dall’adorazione di un amante, e dalla passione di un poeta. A’ tempi del Petrarca, Agnese di Navarra, contessa di Foix, scrisse alcuni versi d’amore a Guglielmo di Machaut, poeta francese: egli divenne geloso, ed ella gli mandò il proprio confessore dolendosi degl’ingiusti sospetti, e giurando ch’eragli tuttora fedele. Richiese pure all’amante di scrivere e pubblicare in versi la storia dell’amor loro; e conservò nel tempo stesso agli occhi del marito e del mondo fama di virtuosa principessa [6]. La riputazione, e forse la virtù, del bel sesso venivano protette dalle Corti d’Amore, che per due secoli furono tenute in tutta Francia. Queste corti erano le scuole insieme e i tribunali ove si decretavano premii a’ migliori poeti e a’ più fedeli amanti, ove problemi di galanteria venivano sciolti, ove si formavano processi e si condannavano individui. Colà le donne facevano ufficio di giudici, nè davasi appello da esse. Ma per ridevoli che ci riescano somiglianti instituti, la vanità e la moda fecero cercare e temere questi tribunali preseduti talvolta da principesse; nè concedevasi a’ mariti di dare innanzi ad essi querela della indifferenza della propria moglie. La contessa di Champagne, figliuola di Luigi il giovane, sentenziò nel suo tribunale che: En amour tout est grace; et dans le mariage tout est nécessité; par conséquent l’amour ne peut pas exister entro gens mariés. La Regina, cui fu portato appello da tale sentenza, rispose: A Dieu ne plaise que nous soyons assez osée pour contredire les arréts de la comtesse de Champagne [7].

V. Nel cuore della Francia, nella città ove tali costumi e istituti erano popolari; in tempo che i Jeux Floraux cominciavano a celebrarsi in onore de’ poeti inspirati da amore; con mente tutta intesa alle speculazioni dall’antica filosofia diffuse largamente, dalla poesia d’Italia già adornate e dalla religione santificate; con disposizione virtuosa bensì, ma irrequieta e ansiosa di fama; con immaginazione che errava in traccia d’una felicità sicura dalla incostanza della fortuna, il Petrarca in età di 23 anni innamorò di Laura, che aveva allora appena compiuti i diciannove. Scontratosi negli occhi di lei la prima volta in una chiesa, la seguì per via pur pieno dell’inusata raggiante beltà che lo colpì, e contemplandone da lungi la grazia del portamento e i capegli cadenti in ampia profusione di ricci:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi,

Che’n mille dolci nodi gli avvolgea;

E ’l vago lume oltra misura ardea

Di que’ begli occhi. —

Non era l’andar suo cosa mortale,

Ma d’angelica forma.

Poeti, antiquarii, viaggiatori d’ogni nazione, e fra essi l’arcivescovo Beccadelli coi cardinali Sadoleto e Polo, questi legato allora della provincia, cercarono Il paese per ogni lato, ma non trovarono chi fosse Laura, o se mai fosse. Frattanto innumerevoli scrittori pubblicarono, ognuno a sua posta, relazioni intorno al Petrarca ed a Laura; e benchè spacciassero fole da romanzi sotto colore di storia, si trassero dietro la comune de’ leggitori. L’abate De Sade, verso l’anno 1760, nell’esaminare gli archivi di sua famiglia in Avignone, recò in luce alcuni vecchi testamenti e contratti, che, avvalorati da molte allusioni nelle diverse opere del Petrarca, condussero alla conclusione, ammessa innegabile pur da’ suoi  oppositori italiani, [8] «Che Laura figliuola fu di Audiberto di Noves, e maritata nel diciottesimo anno ad Ugo de Sade; e che, circa due anni dopo, il Petrarca la conobbe.» Coloro cui sta sempre a cuore di salvare il poeta dalla nota di aver sospirato per la moglie altrui, ricusano l’autorità di documenti; anzi un critico scozzese [9] contende che un’abbreviazione trovata in un manuscritto latino, in cui il Petrarca dice di Laura, corpus ejus crebris PTBS exhaustum, dovrebbe essere interpretata perturbationibus; e, se fosse così, potremmo presupporre, che la salute di Laura fosse scaduta per frequenti afflizioni. Ma la più diretta interpretazione di PTBS è partubus; e le parole crebris, corpus, exhaustum quadrano con essa più grammaticalmente e più logicamente ad esprimere che il temperamento di lei fu estenuato da frequenti portati. Le voci mulier e femina (di cui, scrivendo latino, il Petrarca fa uso continuo per nominarla, invece di virgo e puella), e quelle di donna e madonna in italiano, significano più propriamente donna maritata. Donna è pur vocabolo generale; e, derivato da domina, sta in poesia per appellazione di rispetto; ma, opposto a giovine o a vergine o a donzella, significa rigorosamente donna maritata, e il poeta dice di Laura:

La bella giovinetta, ch’ora è donna.

VI. Sembra che nel conversare coll’amante ella ricordasse in candido e dilicato modo le bellezze di sua gioventù, e la curiosità ed invidia che destavano:

E quand’io fui nel mio più bello stato,

Nell’età mia più verde, a te più cara,

Ch’a dir ed a pensar a molti ha dato.

Chi la dipinse, nondimeno pare che non fosse troppo inspirato dalla beltà di lei; il che dobbiam forse recare alla infanzia dell’arte. A giudicare da’ primi ritratti di Laura, una pulita fronte con occhi neri, che davan risalto a candida carnagione e ad aurea chioma, ecco gli unici ornamenti rari ch’ella sortisse da natura. Oltre il difetto di armonia nelle proporzioni, le fattezze ne rivelano l’affettazione e la malizia di un’aria francese, non animata nè dall’attrattivo calore delle italiane, nè dalla ridente serenità delle inglesi bellezze. L’amante suo, non avendo mai così per minuto ritratto Laura, lasciò agli ammiratori della sua poesia il piacere di raffigurarsela a loro grado, e di fare stima delle sue doti personali più dagli effetti che da idea distinta della natura di esse. Da qualche tocco qua e là ne’ diversi scritti del Petrarca pare che la figura di lei fosse meno abbellita dalla regolarità e dignità, che da aggraziata eleganza: e le più potenti lusinghe le venivano da’ sospiri e sorrisi, dalla voce melodiosa, dalla dolce eloquenza degli occhi:

Chi gli occhi di costei giammai non vide,

Come soavemente ella gli gira!

e sopra tutto dalla naturale mobilità del volto, sul quale il mistero di un’abituale pensosità crescevasi dal subitaneo animarsi ed impallidire:

E ’l viso di pietosi color farsi,

Non so se vero o falso, mi parea.

La persona del Petrarca, se diam fede a’ biografi, colpiva di tali bellezze, che si attraevano la universale ammirazione.» Essi lo rappresentano «con larghe e maschie fattezze, occhi pieni di fuoco, florida carnagione e d’aspetto presago di tutto il genio e della immaginazione che appare nelle opere.» [10] Forse il Petrarca non invanì soverchiamente de’ pregi esteriori, quantunque non sembri che la modestia avesse gran parte nel giudizio che faceva di sè. «Benchè non abbia singolare avvenenza,» dic’egli nella Lettera alla Posterità, «la mia persona ebbe alcun che di piacevole in gioventù. [11] La carnagione era d’ un bruno chiaro e vivace, gli occhi animati; i capegli m’incanutirono prima de’ venticinque anni, e me ne consolava pensando che il difetto erami, comune con molti grandi uomini dell’antichità, perchè Cesare e Virgilio furono grigi in gioventù. Ove poi me ne fosse venuto aspetto venerabile, di questo certo non avrei menato gran vanto.» [12] Inconsolabile allora se gli si sviava una ciocca di capegli, era studioso di ornarsi la persona con le vesti più leggiadre, e di dare graziosa forma a’ suoi piedi, costringendoli in iscarpe che ne ponevano articoli e nervi a tortura. [13]

VII. La sua giovenile inclinazione all’amore venne allettata da soverchiamente prematura credenza, che fortuna, fama e mondo sieno indegni amici, e che solo avrebbe trovato felicità nella corrispondenza di caldi e generosi sensi con pochissime persone:

Nè del vulgo mi cal nè di fortuna,

Nè di me molto nè di cosa vile,

Nè dentro sento nè di fuor gran caldo;

Sol due persone cheggio.

Nacque l’anno 1304 in Arezzo, mentre di Firenze erane sbandita la famiglia, e le sostanze confiscate dalla violenza di vittoriosa fazione, spalleggiata dal tenebroso processo di un tribunale inquisitorio. I suoi parenti cercarono rifugio ad Avignone, sperando di provvedere a’ figliuoli nella corte del papa. Il Petrarca in età di ventidue anni li perdette entrambi, e, non essendo più a lungo forzato allo studio per sostentarli, abbandonò ogni arringo legale e il traffico

Di vender parolette, anzi menzogne.

L’animo suo rifuggì dall’idea di far acquisto d’una scienza, che lo avrebbe ridotto al dilemma «o di divenire un ricco furfante, o di essere deriso dal mondo quale onesto pazzo che avesse concepito il vano disegno di conciliare insieme legge, beni di fortuna e coscienza.»[14] Il giovanetto ebbe quindi ricorso all’abito da prete, non perciò perdonando al libertinaggio de’ ministri di Dio; disprezzando le promozioni in una chiesa così contaminata, e lamentando e gemendo di non avere altra patria che la terra dell’esilio:

Dal dì ch’io nacqui in su la riva d’Arno,

Cercando or questa ed or quell’altra parte,

Non è stata mia vita altro che affanno. [15]

Essendo egli e poverissimo e di mente elevata, la desolante convinzione de’ subiti rivolgimenti di fortuna, delle umilianti e spesso inutili cure e della finale vanità dell’umana vita lo trasse a fantasticare per mondi ideali, sclamando «che questo pure era vanità ed afflizione di spirito.» Ruminare i suoi affetti e pascersi delle sue illusioni, fu prima ed ultima e perpetua sua cura. «I vicini lo miravano attoniti e sospiravano, pur benedicendo il giovanetto, taluni stimandolo maravigliosamente savio, e tali altri pazzo;» però che in gioventù il Petrarca sconfidò delle proprie forze; e sentissi così fuggir l’animo per l’immensità, incertezza ed insufficienza di tutto l’umano sapere, che fu in procinto di abbandonare le lettere per sempre, ed implorò consiglio da un amico più provetto: «Debbo io lasciare lo studio? Debbo io entrare in altra via? Pietà di me, padre mio!» Pochi mesi dopo la data di questa lettera, ebbe principio la sua conoscenza con Laura:

Io che l’esca amorosa al petto avea,

Qual maraviglia se di subit’arsi?

La raccolta de’ suoi versi comparata alla sua corrispondenza e a tali altri scritti che non intendeva dovessero pubblicarsi, porta seco il progressivo calore di una narrativa, nella quale identifichiamo sempre il poeta con l’uomo, perchè fu accurato nel collocare le sue composizioni secondo l’ordine del tempo; e spesso allude all’occasione che le fe’ nascere. Per verità, assai di tali circostanze sono sì frivole in sè, e i poetici ornamenti sì destramente usati a coprire domestici casi, che difficilmente fermano l’attenzione di lettori scaldati all’ardore degli affetti, abbagliati allo splendore delle imagini, attoniti alla elevazione de’ concetti e rapiti dalla varietà e melodia della versificazione.

VIII. Da prima il Petrarca vide in Laura soltanto la bellissima delle donne; quella ch’era suo fato l’amare, e che ispirava e nobilitava il suo ingegno: ambiva la gloria solo per potersene assicurare la stima e l’affetto, e sperava di aver trovato la felicità in terra [16]. Poi scoprì che le forme e le virtù di lei erano angeliche, — che l’amor suo ardeva unicamente per rischiarare e purificare il suo cuore, — per acquetare la sua mente, — per mettere in armonia quelle facoltà che altrimenti sarebbono state preda di perpetua agitazione, — per levare al cielo i desiderii e i pensieri suoi; e, per poterla alzare sopra ogni terrestre idea, non accenna mai esplicitamente come fosse obbligata a partecipare del letto con un altro. Alla fine però sentì e confessò, «lei essere donna; lui esser preso delle sue forme; lei esser la sola che fosse mai parsa donna agli occhi suoi:»

Chiare, fresche e dolci acque,

Ove le belle membra

Pose colei che sola a me par donna;

e ardeva «d’ invidia, di gelosia e d’amore:»

D’amor, di gelosia, d’invidia ardendo.

Invidiava Pigmalione, «che potè avvivare d’anima e d’amore la statua, fattura delle proprie mani.» Ma pare insieme non essergli sfuggito, che la più bella parte di sua vita fu consunta nel culto superstizioso di una deità, che forse merita di essere ricalata giù sulla terra, donde la fatale fantasia del poeta l’aveva sollevata. Ei chiama l’alterezza di Laura «orgoglio,» e la sua avversione a ogni specie di bassezza, «affettazione e ritrosia:»

Ed in donna amorosa ancor m’aggrada,

Che ’n vista vada altera e disdegnosa;

Non superba e ritrosa.

Amor regge suo imperio senza spada.

Alle illusioni di una passione pura seguitano i desiderii di un amore impaziente, che esce in parole ed in versi troppo chiari ond’essere citati, e che non sono comunemente osservati, perchè la tradizione ci reca a leggere il Petrarca con prevenzione che l’amore ne fosse platonico, Non venne ammesso in casa di Laura se non raramente, e solo parecchi anni dopo il primo loro incontro. «Io invecchio,» dic’egli, «ed ella invecchia. Comincio a perdere speranza, e pure il tempo sembrami passar lento, fino a che non ci verrà conceduto di stare insieme senza il timore di perderci:» —

Ma sia che può, già solo io non invecchio.

IX. Qua e colà ci fa intendere come avesse cagione di nodrire aspettative spesso lusingate e sempre deluse:

E mi conforta, e dice che non fue

Mai, com’or, presso a quel ch’i’ bramo e spero.

Io, che talor menzogna, e talor vero

Ho ritrovato le parole sue,

Non so s’il creda, e vivomi intra due.

Pure nemmeno da tali passi è lieve appurare quali fossero i veri sensi di Laura; e parrebbe che l’ardore delle brame inducesse il Petrarca ad inferire da qualche scaltra o tenera occhiata una promessa, che però non isfuggì mai dal labbro di lei.

Fissino i marinai le stelle e la splendente luna; e quanti smarriscon la via abbian per guida da quella luce; io non conosco il sorriso della mia donna, non è richiesto altro strologare. L'affetto vede nell'oscurità, e amore ha occhi la notte

Vecchia rima inglese

Uno de’ suoi sonetti sarebbe egregio tema a un artista, onde rappresentare il Petrarca in atto di pigliar licenza da Laura per lungo tempo. Il costei volto cuopre l’usato velo: modestia, elevazione di mente, tenerezza, melanconia, mistero e civetteria sono così frammiste da non lasciare scorgere distintamente lo stato reale del suo cuore; — laddove nel viso dell’amante suo predomina l’estasi della passione e la intensità dell’illusione, come se leggesse chiaramente negli occhi di Laura sentimenti invisibili a tutti i circostanti:

Quel vago impallidir che ’l dolce riso

D’un’amorosa nebbia ricoperse,

Con tanta maestade al cor s’offerse,

Che gli si fece incontro a mezzo ’l viso.

Conobbi allor sì come in paradiso

Vede l’un l’altro; in tal guisa s’aperse

Quel pietoso pensier, ch’altri non scerse;

Ma vidil’io, ch’ altrove non m’affiso.

Ogni angelica vista, ogni atto umile

Che giammai in donna, ov’amor fosse, apparve,

Fôra uno sdegno a lato a quel ch’i’ dico.

Chinava a terra il bel guardo gentile,

E tacendo dicea (com’ a me parve):

Chi m’allontana il mio fedele amico?

La impazienza di riveder Laura esagerò alla sua fantasia le angustie in cui egli l’aveva lasciata; ma non appena ei fu di ritorno, che di nuovo incontrò la stessa fredda accoglienza, che lo costrinse a gemere, a crucciarsi, a temere il disprezzo del mondo, [17] — per discostarsene poi un’altra volta, e nascondere la umiliazione e le agonie del suo mal corrisposto amore nell’eremo di Valchiusa:

Solo e pensoso i più deserti campi

Vo misurando a passi tardi e lenti.

Altro schermo non trovo che mi scampi

Dal manifesto accorger delle genti.

X. Che sia possibile dar libero corso alla immaginazione, e non adescare la mente in un laberinto dì errori e d’affanni, è sentenza assai volte sostenuta coll’esempio del Petrarca e di Laura da chi non per anco ne ha fatto prova in sè stesso, e da chi ha vaghezza di trarre altrui fuori dell’asilo della tranquillità o dell’innocenza, — volendo forse insegnare che la virtù si acquista a prezzo delle più care nostre inclinazioni, — ovvero, come più spesso accade, con tardo ed eterno pentimento.

La voce nondimeno che Laura non sempre fosse inesorabile, è ugualmente popolare, in ispecial modo appo coloro che sono a un tempo meno favoriti dal bel sesso, e più in apprensione delle sue lusinghe. Tal voce fondasi pur anco in quelle tradizioni romanzesche che poeti e viaggiatori sono corrivi ad accogliere. Gli abitanti di Valchiusa additano l’altura ove sorgeva il castello di Laura, ond’ella poteva conversare con l’amante per segnali. L’abate Delille scopre la grotta stessa cui riparava in segreto la felice coppia, e l’albero ch’erale cortese d’ombra ospitale:

Une grotte écartée avait frappé mes yeux;

Grotte sombre, dis-moi si tu les vis heureux?

M’écriai-je. Un vieux trono bordait-il le rivage:

Laure avait reposé sous son antique ombrage. —

Una donna va anche più oltre che l’abate:

Dans cet antre profond, où, sans autres témoins

Que la naïade et le zéphyre,

Laure sut par de tendres soins

De l’ amoureux Pétrarque adoucir le martyre;

Dans cet antre où l’amour tant de fois fut vainqueur,

Il exprima si bien sa peîne, son ardeur,

Que Laure, malgré sa rigueur,

L’écouta, plaignit sa langueur,

Et fit peut-être plus encore. [18]

Non si potrà certo, per veruna confessione sfuggita al Petrarca, riuscire a tor di mezzo la vecchia quistione. Ma, quanto è all’incontrare Laura a Valchiusa, egli ritirossi colà, «sperando, com’ei dice, di spegnere nella solitudine e collo studio la fiamma che mi andava consumando. Povero sfortunato! il rimedio ad altro non valse che ad innasprire la piaga. Le meditazioni mie si raccolsero tutte in colei sola che io m’affannava di sfuggire.» [19] — In altra lettera da Valchiusa egli scrive: «Qui gli occhi miei, che troppo si affissarono nella beltà ad Avignone, non possono veder altro che cieli, rupi ed acque. Qui sono in lotta con tutti i miei sensi. Melodiose parole non più dilettano le mie orecchie. — Altro non odo più che il muggito delle mandre. Dall’un canto gorgheggiano gli uccelli, — dall’altro strosciano le acque, o mormoreggiano. Non si dà amenità maggiore nè più rara di quella de’ miei due giardini. Ho fin dispetto che tanto possa incontrarsi fuori d’Italia. Ma la vicinanza d’Avignone avvelena tutto! [20] Quando penso a lei — e quand’è mai che io non pensi a lei? — mi guardo intorno alla mia solitudine, e trovomi gli occhi bagnati di lagrime. Sento che sono uno di que’ miseri, la cui passione d’altro non si pasce che di memoria, nè trova conforto se non nel pianto; ma che tuttavia desidera di pianger solo:»

Amor col rimembrar sol mi mantiene.

Ed io son un di quei che il pianger giova

Ed io desio,

Che le lagrime mie si spargan sole.

XI. La casa del Petrarca è scomparsa; nè le frequenti descrizioni ch’egli ne fa possono aiutare gli antiquari a scoprire il sito de’ suoi giardini: ma la Valle Chiusa è una di quelle opere di natura, cui cinque secoli non valsero a recare oltraggio. Lasciato Avignone, l’occhio di chi fa quel cammino riposa sopra l’ampiezza di una fresca prateria, che va a finire in un piano per copia di vigneti assai vago. Poc’oltre cominciano ad ascendere i colli coperti d’alberi che si specchiano nelle acque del Sorga, le quali sono sì limpide, sì rapidamente corrono e n’è il suono sì dolce, che il poeta le descrive con verità ove dice, «che sono liquido cristallo, il cui mormorio mescendosi a’ canti degli augelli riempie l’aere d’armonia.» Le sponde ricuopronsi di piante aquatiche, e in que’ luoghi ove la caduta o la rapidità delle correnti toglie il distinguerle, il fiume sembra movere sopra un letto di vivo smeraldo. Più presso alla sorgente, il suolo è sterile; e siccome il canale viene restringendosi, le onde rompono contro le balze, rotolandosi giù in torrente di schiuma e di sprazzi che brillano per la reflessione de’ prismatici colori. Inoltrandosi più e più a ritroso del fiume, chi va per quella via riesce in un semicircolare recesso, chiuso da rocce inaccessibili a diritta, scoscese e dirupate a sinistra, sorgenti in obelischi, in piramidi e in ogni fantastica forma, e di mezzo ad esse migliaia di rivoletti discendono. La vallea è terminata da una montagna tagliata a picco da cima a fondo, e, per un porticale di archi concentrici, opera della natura, entra il viandante in vasta caverna. Il silenzio e l’oscurità che quivi regna vengono interrotti soltanto dal mormorio e dal chiarore delle acque d’un bacino, che forma la principale scaturigine del Sorga. Questo bacino, di cui non anco fu scandagliato il fondo, rigonfia in primavera per modo da sforzare l’uscita delle acque per una fessura in cima alla caverna, ad un’altezza di circa cento piedi, d’onde esse di balzo in balzo precipitandosi in cascate, ora svelano or coprono di schiuma gli smisurati massi, lungo i quali trascorrono. Il mugghio de’ torrenti non cessa mai duranti le lunghe piogge, tanto che ne diresti le rupi stesse disciolte, e il tuono rimbomba di caverna in caverna. La terribile sublimità di tale spettacolo è svariata da’ raggi del sole, che verso il tramonto segnatamente rifrangono e riflettono le varie lor tinte sopra le cascate. Dopo la canicola, le rupi divengono aride e negre, il bacino ripiglia il suo livello, e la valle ritorna a un profondo silenzio.

XII. La solitudine, che trae le menti passionale a’ fantasticare intorno tutti gli estremi della tristezza e della gioia, non valse ad altro che a vie più agitare i già turbati pensieri del Petrarca. La pittoresca bellezza delle scene e la tranquillità di una vita eremitica ne affascinò gli occhi, elevandone la mente verso il cielo:

qui non palazzi, non teatro o loggia,

ma ’n lor vece un abete, un faggio, un pino,

tra l’erba verde e ’l bel monte vicino —

levan di terra al ciel nostr’intelletto.

Ma poi soggiugne:

e ’l rosignol, che dolcemente all’ombra

tutte le notti si lamenta e piagne,

d’amorosi pensieri il cor m’ingombra.

Uccelli, fiori, fonti, ogni cosa in somma che pareagli fatta da natura ad esser felice, «conversava con lui d’amore:»

L’acque parlan d’amore, e l’ôra, e i rami,

e gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l’erba;

tutti insieme pregando ch’io sempr’ami.

Sempre ch’egli studiavasi di volgere la intensità de’ suoi pensieri a contemplare la reale condizione della propria vita, il dolore diveniva in lui più intenso:

I’ vo pensando, e nel pensier m’assale

una pietà sì forte di me stesso.

Di pensier in pensier, di monte in monte

mi guida amor.

Per alti monti e per selve aspre trovo

qualche riposo; ogni abitato loco

è nemico mortal degli occhi miei.

a ciascun passo nasce un pensier novo

della mia donna, che sovente in gioco

gira il tormento.

Or potrebb’esser vero? or come? or quando?

«A me forse non si darà fede, pure quanto riferisco m’è avvenuto più volte. Sovente in luoghi riposti, ov’io mi pensava di essere solo, la ho veduta apparire dal tronco di un albero, dalla bocca di una caverna, da una nube, da non so dove. Il timore faceami immobile. Io non sapeva più che fosse di me, nè dove andare.» [21]

Altre volte la stessa illusione lo dilettava fino all’estasi; ed egli credevasi in mezzo alle gioie eterne del paradiso, quando s’immaginava che i suoi occhi si scontrassero negli occhi di Laura, e li vedeva sfavillare di un sorriso d’amore; gaudio da lui descritto in tre versi che nessuna versione può rendere, e nessuna critica è bastevole ad apprezzare

Pace tranquilla, senza alcuno affanno,

simile a quella ch’è nel cielo eterna,

move dal loro innamorato riso.

In uno di quegl’istanti d’estasi beatifica, il Petrarca vede Laura uscire dalle chiare acque del Sorga, adagiarsi sopra le sue sponde o passeggiare sull’erba:

Or in forma di ninfa o d’altra diva,

che del più chiaro fondo di sorga esca

e pongasi a seder in su la riva;

or l’ho veduta su per l’erba fresca

calcar i fior com’una donna viva.

in tante parti, e sì bella la veggio,

che, se l’error durasse, altro non chieggio

Ma la notte dissipò queste visioni:

Nella stagion che ’l ciel rapido inchina

verso occidente, e che ’l dì nostro vola

a gente che di là forse l’aspetta;

veggendosi in lontan paese sola,

la stanca vecchierella pellegrina

raddoppia i passi, e più e più s’affretta;

e poi così soletta,

al fin di sua giornata

talora è consolata

d’alcun breve riposo, ov’ella obblia

la noja e ’l mal della passata via.

Ma, lasso! ogni dolor che ’l dì m’adduce,

cresce qualor s’invia

per partirsi da noi l’eterna luce.

Al venir del silenzio e delle tenebre, la fantasia del poeta vestiva di terrore quell’aggetto medesimo ch’erasi dilettata d’abbellire e di ornare il giorno. Sovente il Petrarca vide Laura di notte, e per le membra gli corse il gelo della paura. «Tremante balzai di letto al primo albeggiare, onde spiccarmi da una casa ove tutto mi metteva terrore. Mi arrampicai su per alture, attraversai selve, guardandomi intorno per vedere se l’imagine, che m’aveva turbato il riposo, seguiva i miei passi, nè mi teneva sicuro in verun luogo.» [22] Quando ebbe a spiegare in italiano ciò che si racchiude in questo passo d’una delle sue opere latine, un sol verso bastò a farlo sentire ad ogni lettore che abbia sperimentato violente passioni nella solitudine:

Tal paura ho di ritrovarmi solo.

XIII. Bisogno di consolazione lo forzò a cercar rifugio fra coloro stessi ch’egli sprezzava:

il vulgo a me nemico ed odïoso

(chi ’l pensò mai?) per mio rifugio chero;

e amore nol trasse ad Avignone, se non perchè il misero tornasse di nuovo e di subito a Valchiusa. Lasciò la Francia, e vi tornò di lì a pochi mesi. Imprese lontani viaggi, e fece ogni sforzo per dimenticar Laura con prolungate assenze; e in tali accessi di sdegno e di vergogna pensò che una meno platonica affezione avrebbe posto fine alla servitù in che la sua mente stavasi allacciata. «Non era più da sperarsi che ne venissi liberato per mero caso.» [23] Ebbe allora un figliuolo, e, dopo alcuni anni, una figliuola; ma protestò che, non ostante queste licenze, non amò mai altra che Laura. «Io sempre sentii,» dic’egli, «la indegnità delle mie inclinazioni, e, al mio quadragesimo anno, me ne liberai come se non avessi mai veduto altra donna; sano e robusto; nel caldo e vigore dell’età soggiogai necessità così vergognosa.» [24] Anche verso questo periodo, che fu intorno a quello della morte di Laura, nè l’esempio della virtù di lei, nè i suoi forti dubbi ch’ella non fosse una ritrosa senza cuore, bastarono a saldarne la piaga, ed egli aprì il suo petto, che scoppiava di dolore, a’ suoi più intimi amici. «Il dì non è forse lontano ch’io sarò tranquillo abbastanza da contemplare tutta la miseria della mia anima, e da esaminare la mia passione, non però per continuare ad amarla, bensì per amare te solo, o mio Dio! Ma per ora quanti pericoli mi rimangono da superare, quanti sforzi da fare! Non amo più come amai, ma amo ancora. Amo mal mio grado, ma amo in lamentazioni ed in lagrime: la odierò: no; bisogna amarla ancora.» [25] Sette anni dopo la data di questa lettera, il conflitto non era per anche cessato. «Il mio amore,» dic’egli, «è veemente, estremo, ma esclusivo e virtuoso. — No, questa irrequietudine, questi sospetti, questi trasporti, queste vigilie, questo delirio, questa stanchezza d’ogni cosa, non sono già i sensi di un amore virtuoso.» [26]

XIV. Il Petrarca era in Italia allorchè la peste, che nel 1348 desolò l’Europa, rapì alcuni de’ suoi più cari, e lo spaventò col presagio di calamità vie più grande. «Da prima,» egli dice, «quando abbandonai Laura, la vidi spesso ne’ miei sogni. Era una celeste visione che mi consolava; ora invece mi mette paura. Parmi di udirla dire: ti ricordi tu la sera che, forzata a lasciarti, ti lasciai bagnato di lagrime? Previdi allora — ma non potei — non volli dirti... — ti dico ora, e tu puoi credermi:

non sperar di vedermi in terra mai.»

Due mesi dopo, Laura morì nel suo quadragesimo anno, e il Petrarca scrisse in una copia di Virgilio questa memoria: «Ne’ primi giorni di mia gioventù, il 6 d’aprile sul mattino, e nell’anno 1327, Laura ragguardevole per proprie virtù e celebrata ne’ miei versi, per la prima volta ferì i miei occhi nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone; e nella stessa città, il 6 dello stesso mese d’aprile, alla stessissima ora del mattino, l’anno 1348, questo splendido lume fu tolto dalla nostra vista, mentre io era in Verona, ahi! ignaro della mia sciagura. Il suo casto e bel corpo fu deposto nella chiesa de’ Francescani sulla sera dello stesso giorno. Per conservare l’acerba rimembranza, ho preso l’amaro piacere di farne speciale ricordo in questo libro che sta più spesso innanzi a’ miei occhi affinchè nulla in questo mondo possa aver più alcuna attrattiva per me; affinchè, chi mi rendeva la vita sì cara sendosene andata, io possa da assidue meditazioni e da adeguata stima della transitoria nostra esistenza essere ammonito, che egli è ben tempo per me di pensare ornai a lasciare questa terrestre Babilonia, il che voglio sperare, mercè forte e maschio coraggio, non mi sarà difficile di compiere.»

XV. Laura al potere che amore le dava sopra il Petrarca, aggiunse il vantaggio che ogni persona operante con invariabile tranquillità si acquista sopra indoli passionate. I religiosi sensi di lei furono contrassegnati da più serenità e sicurezza che non quelli del suo amatore. In tutti gli atti suoi la padronanza di sè stessa mostrasi anzi naturale che forzata. Il suo conversare è pieno di quella dolcezza, di quella discrezione e di quel buon senso che forma un trionfante contrasto coll’entusiasmo del poeta. Pare ch’ella sempre credesse come la modestia e la stima di sè fossero i più begli ornamenti di una donna. Il Petrarca parla sovente della nobile nascita di lei; e dalla sontuosa eleganza delle vesti sembra ch’ella possedesse beni pari al grado. Non per questo bramava di vivere troppo conta al mondo:

In nobil sangue vita umile e queta.

Altera, come n’andava, dell’affetto da lei meritato e della celebrità che a lei ne venne,

quel dolce nodo

mi piacque assai ch’intorno al core avei,

e piacemi il bel nome;

ella intendeva però più alle cure di famiglia, che alla letteratura e alla poesia,

E non curò giammai rime nè versi.

Nondimeno la sua domestica condizione non ebbe ad esser felice, se il marito, da lei chiamato ad erede, lasciandogli in cura tre figliuoli e sei figliuole, si riammogliò entro sette mesi, vestendone tuttavia la gramaglia. [27] Che Laura riamasse in effetto il Petrarca, sebbene questi si desse talora a crederlo sì fermamente da persuaderlo pur anche a’ lettori delle sue poesie, egli è tuttavia assai più esplicito allorchè ci dice, questo essere sempre stato l’unico impenetrabile segreto del petto di lei; e davvero ch’ella il seppellì con sè stessa. Il soave e pensoso carattere del suo volto esprimeva una mente capace di patire senza querele:

in aspetto pensoso anima lieta.

La iperbole si fa sentire allorchè Petrarca descrive Laura «mandata sopra la terra

a far del Ciel fede fra noi;

tuttavia, se, com’ egli spesso presumeva, il cuor di lei si alimentava di verace passione, e se ella andava facendo un cotidiano sacrificio di sè e dell’amante a’ propri doveri, il perseverante silenzio di Laura e le alternate dimostrazioni di severità e di tenerezza verso il Petrarca dovrebbero ascriversi meno ad artifizio, che alla costanza de’ suoi sforzi onde occultare affetti, che avrebbe potuto temere pericolosi a svelarsi, e che d’altra parte non era in poter suo di reprimere.

Pur mi consola che languir per lei

meglio è che gioir d’altra.

XVI. Ma questo è il presupposto di un amante; perchè passione e ragione, quantunque da prima s’incontrino nella nostra mente siccome due amiche, di rado però vi regnano insieme con pari potere; e in breve l’una dèe inevitabilmente cedere alla dittatura dell’altra. Che l’amore non dovesse essere stato, in venti anni di tempo, soggiogato da risoluta virtù, nè vinta la virtù dall’amore, è fenomeno che può concepirsi soltanto fra le ideali possibilità delle cose. Pare non di meno del tutto consentaneo alle frequenti contraddizioni della natura umana il presupporre che Laura, non amando l’uomo, amasse la passione da esso lei ispirata. Avvi una compiacenza acuta nella coscienza di possedere bellezze fatali a chi le ammira; e questa è tentazione cui soggiacciono anco gli animi di più eletta natura, venendo essa addolcita da gentile sentimento di compassione verso chi patisce. Somiglianti ad Eva che guarda nel lago del Paradiso:

m’arretro; ella s’arretra

ma compiaciuta io vi ritorno in breve;

e compiaciuta, in breve ella pur torna

di simpatia e d’amor co’ mutui sguardi;

le sue figliuole sovente si godono di non cercare nel cuore degli amanti nulla più che lo specchio della propria imagine. Entusiasmo per uomo illustre; bisogno di divagarsi dalla monotonia di solitaria vita; imperiosa necessità di essere amate, unico piacere forse onde uomini e donne assiduamente vanno in traccia, indispensabile poi al sesso che per natura ha duopo del sostegno del più forte; e all’ultimo il sentimento di religione e di modestia, che da esse non si scompagna, rafforzato da timore della pubblica opinione, ed esaltato da sollecitudine ardente di perfezionare gli abiti morali de’ loro amanti, e di convertirne la passione in durevole amicizia; tutte queste sensazioni, e forse altre simultanee non poche, operando, incitandosi e lusingandosi l’una l’altra, sono così commiste da contenere le donne in tale stato di mente, che scambiasi assai volte da esse, per pura e seria affezione. Così l’amore di Laura altro non era, se non se

fiamma che lambe e scherza intorno al petto;

però che, mostrando ognora generosa cortesia, al Petrarca, non pose mai in pericolo la virtù propria, mentre con isforzo diplomatico di civetteria seppe chiudersi inviolato il suo secreto, e tener sempre viva e deludere la speranza del suo amante; — e si giustificava poi dandosi a credere che coll’esempio della sua castità lo guidava sopra la via del cielo. E in effetto, contenendone la calda propensione a’ diletti del senso, e sublimandone i religiosi principii, un tal provvedere gli tornò utile. [28] Ma egli era pure proclive a morbosa sensibilità; malattia peculiare agli uomini di genio, e che, dove sia amareggiata da lunghe sciagure e pertinaci passioni, non fallisce mai di degenerare in disperata consunzione di mente.

XVII. Tollerò per anni ventuno la sciagura di adorare a un tempo e d’avere in sospetto l’umana creatura ch’egli stimava sola valevole a renderlo felice; perplessità che riduce ad angosce mortali, ed umilia a’ propri occhi ogni uomo il quale sia

D’alta, amorosa indole costante. — Otello.

Perchè tali appunto sono le umane tempre che natura condannò a passioni violenti; dove rarissimi, anche fra cotestoro, ne ricevettero in compenso la fortitudine di farsi tanto severi alle proprie più profonde affezioni, da sradicare a qualsiasi costo quell’ulcera che gli uomini in generale altro non fanno che nodrire ed allevare co’ temporeggianti rimedi che vi adoperano. Sembra che il Petrarca si compiacesse negli sforzi di coraggio, e nel reggere a lunga guerra con le speranze e co’ timori propri, e che mai non gustasse il piacere di una mente che, sprezzati gli adescamenti della speranza e sdegnata la commiserazione degli uomini, misura tutta l’ampiezza del suo dolore, e lo sostiene, non si lasciando svolgere dalla fluttuazione de’ dubbi e delle illusioni. Egli sentì anzi ognora una sorta di necessità di conciliarsi per ogni maniera la simpatia dell’universo; e il meschino che trova conforto in sì fatta vanità è intieramente inetto a consolare sè stesso. Una mente raffinata, commossa da naturale vivacità di sensazioni non use a freno, lo recò a temere ed a bramare a vicenda il possesso di Laura. La sua passione fu prolungata da quella non virile irresolutezza, vera fonte della infelicità e delle querele di lui, e che porse a Laura opportuno spediente di serbarsi a un tempo e l’amante e la virtù sua. Come che fosse conscio «della follia ed umiliazione di amare non essendo riamato,» [29] tuttavia persistè nel credere, che

non è sì duro cor, che lagrimando,

pregando, amando, talor non si smova.

Con tali versi finiscono quelli fatti in vita di Laura. La sua bellezza avea da gran tempo ceduto più alle infermità, che agli anni. Ella ne contava appena trentacinque, allorchè il Petrarca in una delle più gravi sue opere scrisse: «Se avessi amato in lei soltanto la persona, avrei mutato pensiero già da gran tempo.» [30] Gli amici suoi stupivano, come beltà sì appassita durasse a tener saldo in lui così ardente affetto. «Che monta ciò?» rispose il Petrarca,

piaga per allentar d’arco non sana.

Quando ella sparve per sempre dagli occhi suoi, i melanconici sentimenti erano in lui da lunga mano divenuti abito, e il vigile presentimento della sciagura che gli sovrastava avevagli destato le più mordaci sollecitudini. Nel corso de’ dieci anni che venner dopo, dettò la seconda parte de’ suoi versi amorosi: a volte descrive Laura che gli appare di mezzo alla notte; a volte «rapito in estasi, il terzo cielo apresi agli occhi suoi,» ond’ ei ne contempli le celestiali bellezze. Assai volte si duole del fato, che lo condannò a nodrire tuttavia i suoi desiderii della polvere di un sepolcro, e di un’ombra.

— tale è terra, e posto ha in doglia

lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne.

che ’l desir vive e la speranza è morta.

E di nuovo:

Che fai? che pensi? che pur dietro guardi,

nel tempo che tornar non puote omai,

anima sconsolata? che pur vai

giugnendo legne al foco ove tu ardi?

Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace;

Che mal per noi quella beltà si vide,

se viva e morta ne dovea tor pace.

E il dubbio di non essere stato riamato mai, o di essere stato sempre da Laura deluso, pur seguitava a rodergli il cuore. Venti lunghi anni almeno dopo averla perduta, standosi egli stesso sull’orlo del sepolcro, mentre poteva più placido volgerle il pensiero, cavò da la memoria pittura più distinta, benchè forse non al tutto verace, del cuore e delle massime e de’ costumi della donna, fonte d’ogni felicità e d’ogni travaglio di sua vita.

XVIII. Egli ne dipinge Laura, che dal cielo discende sopra la rugiada, la notte dopo ch’ella ebbe lasciato per sempre le miserie del mondo. Apparve dinnanzi all’amante, porsegli la mano, e sospirando disse:

 

Riconosci colei che prima torse

i passi tuoi dal pubblico viaggio,

come ’l cor giovenil di lei s’accorse?

Mentre al vulgo dietro vai,

ed all’opinïon sua cieca e dura,

esser felice non puo’ tu giammai.

La morte è fin d’una prigione oscura

agli animi gentili; agli altri è noia,

c’hanno posto nel fango ogni lor cura.

Ed ora il morir mio, che sì t’annoia,

ti farebbe allegrar, se tu sentissi

la millesima parte di mia gioia.

Così parlava; e gli occhi ave’ al ciel fissi

devotamente: poi mise in silenzio

quelle labbra rosate, insin ch’io dissi:

Silla, Mario, Neron, Caio e Mezenzio,

fianchi, stomachi, febbri ardenti fanno

parer la morte amara più ch’assenzio.

Negar, disse, non posso che l’affanno

che va innanzi al morir, non doglia forte,

ma più la tema dell’eterno danno:

ma pur che l’alma in dio si riconforte,

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

che altro eh’ un sospir breve è la morte?

E quand’io fui nel mio più bello stato,

nell’età mia più verde, a te più cara,

ch’a dir ed a pensar a molti ha dato;

mi fu la vita poco men che amara

a rispetto di quella mansueta

e dolce morte, ch’a’ mortali è rara:

che ’n tutto quel mio passo er’io più lieta,

che qual d’esilio al dolce albergo riede;

se non che mi stringea sol di te pieta.

Deh, Madonna, diss’io, per quella fede

che vi fu, credo, al tempo manifesta,

or più nel volto di chi tutto vede,

creovvi amor pensier mai nella testa

d’aver pietà del mio lungo martire,

non lasciando vostr’alta impresa onesta?

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Appena ebb’io queste parole ditte,

ch’i’ vidi lampeggiar quel dolce riso

ch’un sol fu già di mie virtuti afflitte.

Poi disse sospirando: mai diviso

da te non fu ’l mio cor, nè giammai fia;

ma temprai la tua fiamma col mio viso.

Perchè a salvar te e me null’altra via

era alla nostra giovenetta fama:

nè per ferza è però madre men pia.

Quante volte diss’io meco: Questi ama,

anzi arde: or si convien ch’a ciò provveggia;

e mal può provveder chi teme, o brama.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Più di mille fiate ira dipinse

il volto mio, ch’amor ardeva il core,

ma voglia, in me, ragion giammai non vinse.

Poi se vinto te vidi dal dolore,

drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,

salvando la tua vita e ’l nostro onore.

E se fu passïon troppo possente,

e la fronte e la voce a salutarti

mossi, or timorosa ed or dolente.

Questi fur, teco mie’ ingegni e mie arti:

or benigne accoglienze ed ora sdegni:

tu ’l sai, che n’hai cantato in molte parti.

Ch’i’ vidi gli occhi tuoi talor sì pregni

di lagrime, ch’io dissi: questi è corso

a morte, non l’aitando; i’ veggio i segni.

Allor provvidi d’onesto soccorso.

Talor ti vidi tali sproni al fianco,

ch’i’ dissi: qui convien più duro morso.

Così caldo, vermiglio, freddo e bianco,

or tristo or lieto infin qui t’ho condutto

salvo (ond’io mi rallegro), benchè stanco.

Ed io: Madonna, assai fora gran frutto

questo d’ogni mia fè, pur ch’io ’l credessi;

dissi tremando e non col viso asciutto.

Di poca fede! or io, se nol sapessi,

se non fosse ben ver, perchè ’l direi?

rispose, e ’n vista parve s’accendessi.

S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,

questo mi taccio; pur quel dolce nodo

mi piacque assai ch’intorno al cor avei;

e piacemi ’l bel nome (se ’l ver odo)

che lunge e presso col tuo dir m’acquisti:

nè mai ’n tuo amor richiesi altro che modo

quel mancò solo; e mentre in atti tristi

volei mostrarmi quel ch’io vedea sempre,

il tuo cor chiuso a tutto ’l mondo apristi.

Quinci ’l mio gelo, ond’ancor ti distempre

chè concordia era tal dell’altre cose,

qual giunge amor, pur ch’onestate il tempre.

Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,

almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;

ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Non è minor il duol perch’altri ’l prema,

nè maggior per andarsi lamentando;

per finzion non cresce il ver nè scema.

Continuano essi questa conversazione, e il Petrarca si diffonde con alquanta compiacenza intorno al merito de’ suoi versi, mentre Laura mal nasconde quella gelosia, la quale, sebbene muova direttamente dall’amor proprio e dall’invidia, viene sempre scambiata per l’effetto inseparabile del più profondo amore:

Duolmi ancor veramente ch’io non nacqui

almen più presso al tuo fiorito nido:

ma assai fu bel paese ond’io ti piacqui;

che potea ’l cor, dei qual sol io mi fido,

volgersi altrove, a te essendo ignota;

ond’io fôra men chiara e di men grido.

Questo no, rispos’io, perchè la rota

terza del ciel m’alzava a tanto amore,

ovunque fosse, stabile ed immota.

Or che si sia, diss’ella, i’ n’ebbi onore,

ch’ancor mi segue: ma per tuo diletto

tu non t’accorgi del fuggir dell’ore.

Allora il suo amante le chiese, se andrebbe molto, prima ch’ei potesse raggiugnerla.

Ella, già mossa, disse: al creder mio,

tu stara’ in terra senza me gran tempo.

Il Petrarca sopravvisse a Laura ventisei anni.

 

Note

__________________________________

 

[1] Theocriti Epigr., Callimachus et Catullus, De coma Berenices, sub fine. Proclus, in Ven. Hymn., I. V, 7, 19.

[2] Plato, Σιμπόσιον, passim.

[3] Εἰκάσαις δ’ἄν καὶ τους ἔρωτας τὴν Пάνδημον τῶν σωμάτον ἐπιπέμπειν τὲν δ’Оὐρανίαν τῆς ψυχῆς τε καὶ τῆς φιλίας καί τῶν καλῶν ἔργων. — Xenophon, Συμπόσιον, sub fine.

[4] Fabricius, Med. et Inf. Lat., tomo IV, pag. 74.

[5] Due copie manuscritte di questi sermoni, con data ed ortografia del 1372, sono citate dal Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, vol. V, lib. 3.

[6] Mémoires de l’Académie des Inscriptions, vol. XX, p. 413.

[7] L’Accademia della Crusca cita un manuscritto colla data del 1408, che reca il titolo di Libro d’Amore, dove gran copia di tali decisioni sono registrate.

[8] Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, vol. V.

[9] Critical and Historical Essay on the Life and Character of Petrarch, Edimburg, 1812.

[10] De Sade, Mémoires, vol. I. — M.rs Dobson’s, Live of Petrarch.

[11] Forma non glorior excellenti, sed quæ placere viridioribus annis posset. - Ad Post.

[12] Senil., lib. V, ep. 3. Claris comitibus me solabar.

[13] Variarum, ep. 28.

[14] Epist. ad Post.

[15] Ed in una delle sue prime poesie latine:

Exul ab Italia furiis civilibus actus,

Huc subii, partimque volens, partimque coactus,

Hic nemus, hic amnes, hic otia ruris amæni:

Sed fidi comites absunt vultusque sereni.

Hoc juvat, hoc cruciat.

Carm., lib. I, epist. 6.

[16] Ne’ Dialoghi con Sant’Agostino, libro in cui versò tutti i suoi sentimenti, e che intitolo: De secreto conflictu curarum suarum, confessa che il desiderio della corona di Lauro si fece in lui più ardente per la sua affinità col nome di Laura. - Petrarchæ Operum, vol. I, pag. 403, edit. Basil. 1581.

[17]  Jam duo lustra gravem, fessa cervice, catenam

Pertuleram indignans.

Petrar., Carm., lib. 1, ep. 12.

[18] Madame Deshouliéres: Epître sur Vaucluse.

[19] Epist. Famil., lib. VIII, ep. 3.

[20] Epist. Famil., lib. XXII, ep. 8.

[21] Carminum, lib. VII, ep. 7.

[22] Carminum, lib. II, epist. 7.

[23] Durum opus evento dominam pepulisse decenni. Carm., lib. I, ep. 12.

[24] Epist. ad Post.

[25] Famil., lib. IV, ep. 1.

[26] Liber de secreto conflictu curarum suarum. An. 1343.

[27] De Sade. Pièces justificat., V, 2.

[28] Senil., lib. VIII, epist. 1; lib. IX, epist. 2; lib. XI, epist. 3. Famil., epist. 98.

[29] Ah demens! ita ne flammas animi in sextum et decimum annum aluisti? — De secreto conflictu.

[30] Si post corpus abiissem jampridem mutandi propositi tempus erat. L.C.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011