Ugo Foscolo

DELL’ORIGINE E DELL’UFFICIO

DELLA LETTERATURA.

Orazione.

Edizione di riferimento:

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia Editore, Milano 1966 (3a ed.). Il testo riproduce l'edizione critica pubblicata da E. Santini .

 

῎Η οὐκ ἐντεϑύμησαι, ὅτι ὅσα τε νόμω μεμαϑήχαμεν χάλλιτα ὄντα,δι᾽ ὧν γε ζῆν επιστάμετα, ταῦτα πάντα διὰ λόγου ἐμάϑομεν;

Σωχράτης παρὰ Ξενοϕ.

 

O non hai teco pensato mai che quante cose sappiamo per legge essere ottime, e dalle quali abbiamo norme alla vita, tutte le abbiamo imparate con l’aiuto della parola!

Socr., presso Senof. lib. III, c. 3.

I. SOLENNE principio agli studi sogliono essere le laudi degli studi; ma furono soggetto sì frequente all’eloquenza de’ professori e al profitto degl’ingegni, che il ritesserle in quest’aula parrebbe consiglio ardito ed inopportuno. Nè io, che per istituto devo oggi inaugurare tutti gli studi agli uomini dotti che li professano e ai giovani che gl’intraprendono, saprei dipartirmi dalle arti che chiamansi letterarie, le sole che la natura mi comandò di coltivare con lungo e generoso amore, ma dalle quali la fortuna e la giovenile imprudenza mi distoglieano di tanto, ch’io mi confesso più devoto che avventurato loro cultore. Bensì reputai sempre che le lettere siano annesse a tutto l’umano sapere come le forme alla materia; e considerando quanto siasi trascurata o conseguita la loro applicazione, mi avvidi che, se difficile è l’acquistarle, difficilissimo è il farle fruttare utilmente. Sciagura comune a tanti altri beni e prerogative di cui la natura dotò la vita dell’uomo per consolarla della brevità, dell’inquietudine e della fatale inimicizia reciproca della nostra specie; beni e prerogative che spesso si veggono posseduti, benchè raro assai, da chi sappia o valersene o non abusarne. Gli annali letterali e le scuole contemporanee ci porgono documenti di città e di uomini doviziosi d’ogni materia atta a giovevoli e nobili istituzioni di scienze e di lettere, ma sì poveri dell’arte di usarne, e sì incuriosi dello scopo a cui tendono, che o le lasciano immiserire con timida ed infeconda avarizia, o le profondono con disordinata prodigalità. Onde opportune a tutte le discipline, e necessario alle letterarie credo il divisamento di parlare dinanzi a voi, Reggente magnifico, Professori egregi e benemeriti delle scienze, ingenui giovani che confortate di speranze questa patria, la quale, ad onta delle avverse fortune, fu sempre nudrice ed ospite delle muse, di parlare oggi dinanzi a voi tutti, gentili uditori, dell’Origine e dell’Ufficio della Letteratura.

 

II. Però ch’io stimo che le origini delle cose, ove si riesca a vederle, palesino a quali uffici ogni cosa fu a principio ordinata nella economia dell’universo, e quanto le vicende de’ tempi e delle opinioni n’abbiano accresciuto l’uso e l’abuso. Onde sembrami necessario d’investigare nelle facoltà e ne’ bisogni dell’uomo l’origine delle lettere, e di paragonare, se l’uso primitivo differisca in meglio o in peggio dagli usi posteriori, e quindi scoprire, per quanto si può, come nella applicazione delle arti letterarie s’abbia a rispondere all’intento della natura. All’intento della natura; ch’ella e non dà mai facoltà senza bisogni, nè bisogni senza facoltà, nè mezzi senza scopo; e non dissimula talvolta l’ingratitudine e i capricci degli uomini, se non se per ritrarli a pentimento, scemando loro l’utile e la voluttà nelle cose che l’orgoglio di que’ miseri si arroga a correggere. E stimo inoltre che non ad altro uomo i pregi e i frutti di un’arte evidentemente appariscano, se non a chi sappia quali ne sieno i doveri, e quanto richieggasi ad adempierli virilmente, e come influiscano alla propagazione dell’universo sapere, e in che tempi e in che modi giovino alla vita civile. Allora gl’ingegni si accosteranno alle scuole non tanto con inconsiderato fervore, quanto con previdenza delle difficoltà, degli obblighi e dei pericoli; allora l’ardire magnanimo sarà affidato dalla prudenza che misura le proprie forze; allora le forze non saranno consunte in pomposi esperimenti, ma dirizzate a volo determinato e sicuro; allora, o giovani, conoscerete che il guiderdone agli studi, la celebrità del nome e l’utilità della vostra patria sono connesse alla dignità ed a’ progressi dell’arte da voi coltivata. Ma se di egregio profitto è il soddisfare agli uffici delle arti, l’inculcarli sarà sempre o di sommo pericolo o d’incertissimo evento; e più assai se come avviene nella letteratura, la dimenticanza e la impunità vietino che sieno riconosciuti e obbediti. E a chi tenta di rivendicarli è pur forza d’affrontare molte celebrate opinioni ed usanze santificate dal tempo, e fazioni di antiche scuole e l’autorità di que’ tanti che, senza essersi sdebitati degli obblighi delle lettere, si presumono illustri e sicuri perchè le posseggono.

III. Te dunque invoco, o Amore del vero! tu dinanzi all’intelletto che a te si consacra, spogli di molte ingannatrici apparenze le cose che furono, che sono e che saranno; tu animi di fiducia chi ti sente; nobiliti la voce di chi ti palesa; diradi con puro lume e perpetuo la barbarie, l’ignoranza e le superstizioni; te, senza di cui indarno vantano utilità le fatiche degli scrittori, indarno sperano eternità gli elogi dei principi ed i fasti delle nazioni, te invoco, o Amore del vero! Armami di generoso ardimento, e sgombra ad un tempo l’errore di cui le passioni dell’uomo o i pregiudizi del mio secolo m’avessero preoccupato l’animo. Fa che s’alzi la mia parola libera di servitù e di speranze, ma scevra altresì di licenza, d’ira, di presunzione e d’insania di parti. La tua inspirazione, diffondendosi dalla mente mia nella mente di quanti mi ascoltano, farà sì che molti mirino più addentro e con più sicurezza ciò ch’io non potrò forse se non se veder da lontano, ed incertamente additare. Che s’io, seguendo te solo, non potrò dir cosa nuova, perchè tu se’ antico e coevo della natura, la quale tu vai sempre più disvelando al guardo mortale, mostrami almeno la più schietta delle sue forme; moltiplici forme, che, or velate d’oscurità, or cinte di splendore, sconfortano spesso ed abbagliano chi le mira.

 IV. Ogni uomo sa che la parola è mezzo di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che la progressione, l’abbondanza e l'economia del pensiero sono effetti della parola. E questa facoltà, di articolare la voce, applicandone i suoni agli oggetti, è ingenita in noi e contemporanea alla formazione de’ sensi esterni e delle potenze mentali, e quindi anteriore alle idee acquistate da’ sensi e raccolte dalla mente; onde quanto più i sensi s’invigoriscono alle impressioni, e le interne potenze si esercitano a concepire, tanto gli organi della parola si vanno più distintamente snodando. Chè le passioni e le immagini nate dal sentire e dal concepire o si rimarrebbero tutte indistinte e tumultuanti, mancando di segni che nell’assenza degli oggetti reali le rappresentassero, o svanirebbero in gran parte per lasciar vive soltanto le pochissime idee connesse all’istinto della propria conservazione, ed accennabili appena dall’azione o dalla voce inarticolata. Il che si osserva negli uomini muti, i quali non conseguono nè ricchezza nè ordine di pensieri che non siano richiesti dalle supreme necessità della vita, se non quando ai segni della parola articolata riescano a supplire co’ segni della parola scritta. E un segno solo della parola fa rivivere l’immagine tramandata altre volte da’ sensi e trascurata per lunga età nella mente; un segno solo eccita la memoria a ragionare d’uomini, di cose, di tempi che pareano sepolti nella notte ove tace il passato. Il cuore domanda sempre o che i suoi piaceri siano accresciuti, o che i suoi dolori siano compianti; domanda di agitarsi e di agitare, perchè sente che il moto sta nella vita e la tranquillità nella morte; e trova unico aiuto nella parola, e la riscalda de’ suoi desideri, e la adorna delle sue speranze, e fa che altri tremi al suo timore e pianga alle sue lagrime, affetti tutti che senza questo sfogo proromperebbero in moti ferini e in gemito disperato. E la fantasia del mortale, irrequieto e credulo alle lusinghe di una felicità ch’ei segue accostandosi di passo in passo al sepolcro, la fantasia, traendo dai secreti della memoria le larve degli oggetti, e rianimandole con le passioni del cuore, abbellisce le cose che si sono ammirate ed amate; rappresenta piaceri perduti che si sospirano, offre alla speranza e alla previdenza i beni e i mali trasparenti nell’avvenire; moltiplica ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente alla imitazione dell’uomo; tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato; e quasi per compensare l’umano genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai prestigi dell’opinione ed alla clava della forza, crea le deità del bello, del vero, del giusto, e le adora; crea le grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interroga e interpreta  il suo freddo silenzio; precorre le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed aspira all’eternità; sdegna la terra, vola oltre le dighe dell’oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle: così lo illude, e gli fa obbliare che la vita fugge affannosa, e che le tenebre eterne della morte gli si addensano intorno; e lo illude sempre con l’armonia e con l’incantesimo della parola. La ragione, che, avvertita continuamente dalle alterne oscillazioni del piacere e del dolore, equilibra e dirige per mezzo del paragone e della esperienza tutte le potenze della vita ove fosse destituta della parola, non sarebbe prerogativa dell’uomo; ma, come negli  altri animali, ridurrebbesi all’istinto di misurare i beni e i mali imminenti con la norma delle sensazioni. Fuggono ai sensi le forme reali degli oggetti; nè si discernerebbe il vero dal falso, nè si bilancerebbe il vantaggio apparente col danno nascosto, se non si oltrepassassero l’esterne sembianze, le sole ad ogni modo che i sensi possono imprimere nella mente. Quindi la ragione al difetto d’immagini acquisite provvide co’ segni della voce, inventati ne’ primi bisogni dall’arbitrio dell’analogia, poi migliorati dall’esperienza e sanciti dalla utilità. Così, poichè furono idoleggiate con simboli e con immagini molte serie di fatti, si desunsero le idee del dovere e del diritto; ma come raffigurarle in tanto tumulto di reminiscenze, di  passioni e di fantasmi annessi a quei fatti? come astraerle e preservarle se non con un segno stabile ed arrendevole alle astrazioni? e qual altro segno se non la parola? Tesoro di suoni, di colori e di combinazioni per cui l’intelletto, dopo d’avere percepite e denotate le forme sensibili delle cose, può congetturarne e concepirne le più recondite, e denominarle, e scomporle in minime parti, e considerarle in tutti i loro accidenti, e ricomporle nell’armonia che dianzi non intendeva; onde spesso ne vede le cause e talvolta lo scopo, e resta men attonito e più convinto dell’arcana ragione dell’universo: dell’incomprensibile universo, dell’esistenza di cui mancherebbe perfino la semplice idea, se, come l’uomo non può comprenderlo, così non potesse nemmeno nominarlo.

 V. Or questo bisogno di communicare il pensiero è inerente alla natura dell’uomo, animale essenzialmente usurpatore, essenzialmente sociale: però ch’ei tende progressivamente ad arrogarsi e quanto gli giova e quanto potrebbe giovargli; all’uso presente aggiunge l’uso futuro e perpetuo, quindi la proprietà e la disuguaglianza: nè vi poteva a principio essere proprietà perpetua di cose utili agli altri, senza usurpazione; nè progresso d’usurpazione, senza violenza ed offesa; nè difesa contro a pochi forti, senza società di molti deboli; nè lunga concordia di società, senza precisa comunicazione d’idee. E finchè l’umano genere associavasi in famiglie e in sole tribù, angusti termini somministrava la terra, angustissimi  il tempo alle sue conquiste e a’ suoi patti, e poche articolazioni di voce bastavano all’uso della memoria. Frattanto la forza col suo mal dissimulato diritto e col perenne suo moto agl’ingegni audaci per vigore aggregava gl’ingegni timidi per debolezza, e col numero dei vinti rinforzava la possanza del vincitore; le tribù cresceano in nazioni, e si collegavano sempre più onde accertare per mezzo dello stato di società o di proprietà gli effetti dello stato di guerra e di usurpazione; e il commercio si andò propagando, e nel permutare da popolo a popolo le messi, le arti, e le ricchezze, accumulò i vizi, le virtù, gli usi, le religioni, le lingue degli uni con quelle degli altri, disingannò il timore reciproco, destò la curiosità d’ignote regioni, ed alimentò  così la noia e l’avidità, due vigili instigatrici del genere umano; l’una esagerando il fastidio del presente, l’altra le speranze dell’avvenire, trassero le genti dalle antiche sedi natie attraverso delle infecondità delle solitudini e delle tempeste dei mari a cercare nuovi regni, nuovi schiavi, e ad agitare con nuove stragi, con nuove superstizioni, con nuove favelle la terra. Questo urtarsi, complicarsi e diffondersi di forze, d’indoli e d’idiomi, occupando più moltitudine d’uomini, più diuturnità di fatiche, più ampio spazio di terra, e quindi più numero d’anni, moltiplicò non solo le idee e le passioni che ne risultano, ma variò all’infinito i loro aspetti e le loro combinazioni, ed aumentò  la progressione del loro moto, che non poteva essere più omai secondato dal suono fuggitivo della parola.

VI. Le forze parziali di una società, incorporate dagli effetti della guerra, tendeano sempre a’ primi contrasti per cui non avrebbero potuto assalire le forze più concordi d’altra nazione; ogn’individuo dunque, rinunziando col fatto l’uso delle sue forze al valore del più prode o al senno de’ più avveduti, videsi punito quando le ridimandò o le ritolse; quindi l’origine delle leggi: così la giustizia eresse carceri, tribunali e patiboli in mezzo ad un popolo per conservargli la forza, e quindi il diritto di combattere un altro. Ma perchè le passioni de’ soggetti poteano rivendicare le loro forze dalla giustizia o  dall’arbitrio di chi ne usava, i pastori de’ popoli, compresi anch’essi dal sentimento dell’esistenza d’una mente infinita, attiva, incomprensibile al pari dell’universo, si valsero di questo sentimento che vive in tutti, e confederandosi al cielo minacciarono di difendersi co’ suoi fulmini; le menti, affascinate dal terrore di peggior male e dalla speranza di futuro compenso, s’assopirono sul danno presente; il mistero accrebbe il silenzio, e il silenzio la venerazione; le leggi furono santificate, e deificati i legislatori; quindi dal mistero i riti. Finalmente i principi per eternare la loro fama e la loro possanza ne’ lor successori, e i popoli per disanimare le altre nazioni che l’alterno moto della forza trarrebbe ad imporre o a pagare tributo,  vollero narrare alla posterità e alle lontane regioni le loro glorie, e l’onnipotenza de’ loro numi; quindi le tradizioni. Dalle leggi, dalle religioni e dalle tradizioni progredì ogni umano sapere; chè se non pertanto continuavano a commettersi al suono delle parole, non poteano propagarsi che a poche generazioni; da che l’età rende inferma la memoria, ambigue le lingue, ed infedeli le tradizioni. Ma il vincitore, troncando con le scuri grondanti di sangue e rotolando sovra i cadaveri de’ vinti i ciglioni delle montagne, lascia un monumento che attesti agli uomini che vivono e che vivranno in futuro il campo della vittoria. I cedri verdeggianti sovra le sepolture, effigiati dalla spada in simulacri d’uomo, sorgono da lontano custodi della memoria  d’egregi mortali; e a’ tronchi corrosi dalle stagioni sottentrano ruvidi marmi, ove nel busto informe dell’eroe sono scolpite imitazioni di fiere e di piante, a ciascheduna delle quali e alle loro combinazioni sono consegnate più serie d’idee che tramandano il nome di lui, le conquiste, le leggi date alla patria, il culto istituito agli iddii, gli avvenimenti, le epoche, le sentenze e l’apoteosi che l’associò al coro de’ beati: così prime are degl’immortali furono i sepolcri [1]. Se non che, oltre alle guerre e alle pesti che, lasciando solitudine e scheletri nelle città, distruggevano e abbandonavano alla dimenticanza que’ monumenti, la  natura innondò parte del globo e sommerse genti e trofei; anzi ardendo le viscere della terra, e la terra fremendo orribilmente e agitandosi, vomitò fiamme e si squarciò, e i laghi ondeggiarono sulle ceneri delle foreste, e le montagne spalancarono abissi, e i fiumi precipitarono ove dianzi l’aquila ergeva il suo volo, e l’isole disparvero, e, svelti i continenti, furono cinti dalle procelle e dagl’intentati spazi del mare. Ma l’uomo restava. Dalle reliquie dei suoi monumenti desunse esempio di accrescerli e di premunirli; ed avvedutosi che la terra anch’essa era obbediente e mortale, li confidò al cielo che sembravagli eterno.  Pria che Teuto [2] esplorasse l’ordine delle stelle, e che l’osservazione, congiuntasi per cinquanta e più secoli al calcolo, assegnasse le distanze non solo tra i pianeti del nostro emisfero, ma le forze e le perturbazioni de’ loro moti, il pastore, salutando col canto l’apparire di quel pianeta bellissimo tra gli astri,  che segue tardo il sole all’occaso e lo precede vigile nell’oriente, avvertiva i momenti delle tenebre e della luce; l’immobilità della stella polare guidava tra l’ombre la vela del navigante; la luna col perpetuo ricorso d’una notte più consolata dal suo lume distinse i mesi, e rinfrangendosi ne’ vapori e nell’aura, presagiva le meteore maligne e propizie; e il sole, abbreviando l’oscurità che assiderava la terra, e rallegrando con raggi più liberali l’amor nei viventi e la beltà nelle cose, die’ con l’equinozio di primavera i primi auspicj alle serie degli anni. Al cielo dunque, che col moto perenne dei suoi mondi dispensava il tempo alle umane fatiche e promettevalo eterno, fu raccomandata  la tradizione delle leggi, de’ riti, delle conquiste e la fama de’ primi artefici e dei principi fortunati. I pensieri del mortale, ch’ebbero dalla parola propagazione e virtù, trovandosi incerti nella memoria di lui, e caduchi nei monumenti terreni, conseguirono perpetuità nel vario splendore, nel giro diverso, negli orti e negli occasi degli astri, e nelle infinite apparenze con cui le stelle tutte quante errano ordinate e distinte nel firmamento; e la scienza dei tempi ordinò la scienza de’ fatti. Assai nomi ed avvenimenti scritti nelle costellazioni, benchè trapassassero per densissima oscurità di tempi, sopravvivono forse ad imperi meno antichi, i quali, per non avere lasciato il loro nome se non sulla terra, diedero al silenzio anche il luogo delle loro rovine. Sapientemente dunque fu detto: Essere il globo celeste il libro più antico di letteratura [3].

 VII. O quanti mi si presentano i campi fecondati da un unico germe! e come nel percorrerli ammiro i principj del creato acquistando sempre propagazione ed aspetti, nè si propagano senza tenore d’armonia che li ricongiunga, nè si trasformano senza serbare vestigi delle origini antiche! Perdono le scienze i loro calcoli per numerare con quanti anni di  sudore, con quanta prepotenza d’oro e di imperio, con quanta moltitudine di mortali la piramide di Ceope [4] sorgesse quasi insulto all’ambizione di Cambise e d’Alessandro e dell’astutissimo Augusto, e del più ferocemente magnanimo tra i discendenti d’Otomano, e di quanti trionfarono e trionferanno l’Egitto [5]: i  Romani e l’Oriente videro ed adorarono in Grecia le sembianze immortali di Giove trasferite dall’Olimpo in terra da Fidia: Michelangiolo e Rafaele astraendo dalla commista ed inquieta materia le forme più nobili e le più venuste apparenze, ed animandole o perpetuandole nelle tele e ne’ marmi, consecrarono in Italia un’ara alla bellezza celebrata dalle offerte di tutta l'Europa; e l’innalzamento delle piramidi e la divina ispirazione di Fidia e il genio delle arti belle ebbero principio da que’ rudi massi, da quegl’informi simulacri, da quei disegni ineleganti de’ geroglifici, che pur non tendevano se non a far permanenti i suoni della parola. Ma e la religione più solenne nel mondo e la più arcana sapienza e la più bella poesia ebbero principio  da questo medesimo intento. Però che il firmamento istoriato dalle memorie de’ mortali, fatti abitatori degli astri, non era più omai spettacolo di muto stupore; ma, quasi sentisse gli affetti dell’uomo, ripercotea nelle menti mille immagini, le quali animate dal timore e dalla speranza popolarono di numi, di ninfe e di geni la terra. Perchè le conquiste e le colonie accomunando a’ popoli le religioni, veniva ogni nume invocato in più lingue, assumeva differenti attributi, e moltiplicavasi in più deità diverse tra loro. Onde la luna, emula del sole nelle prime adorazioni degli uomini, era Astarte a’ Fenici [6], e Dione  agli Assiri [7], ed Iside e Bubaste agli Egizi [8]; poi, di regina celeste degl’imperi, ottenne in Grecia e nel Lazio tanti nomi e riti ed altari quant’erano le umane necessità. Le vedove sedenti sul sepolcro de’ figli offerivano alla luna corone di papaveri e lacrime, placandola in nome di Ecate [9]; a lei, chiamandola Trivia, ululavano nelle orrende evocazioni le pallide incantatrici [10]; a lei, chiamandola Latmia, si volgeano le preci del pellegrino notturno e del romito esploratore degli astri [11]; a lei gli occhi verecondi e il desiderio della vergine innamorata [12];  a lei, che rompea col suo raggio le nuvole, fu dato il nome di Artemide [13]; e i primi nocchieri appendeano nel suo tempio dopo la burrasca il timone, cantandola Diana dea de’ porti e delle isole mediterranee, cantandola Delia guidatrice delle vergini oceanine [14]; e a lei sull’ara di Dittinna votavano i cacciatori l’arco, la preda e la gioia delle danze [15]; e l’inno di Pindaro la salutò Fluviale [16]; la seguiano le Parche, ministre dell’umana  vita [17]; la seguiano le Grazie quando scendeva dagli auspicj dei talami [18]; e dalle spose fu invocata Gamelia, e Ilitia dalle madri [19], e Opi [20], e Lucifera [21], e Diana madre [22], e Natura [23]. Videro i saggi che la tutela degl’iddii su tutti gli oggetti del creato, e la consuetudine col cielo ammansava nell’uomo la ferina indole e l’insania di guerra, e lo ritraeva all’equità de’ civili istituti; onde ampliarono la religione con l’eloquenza, e la mantennero col mistero. Però le arti della divinazione e dell’allegoria  furono sì celebrate in tutta l’antichità, e tanti a noi tramandarono testimoni ne’ poemi e negli annali e ne’ [24] monumenti, che da quelle arti soltanto la critica, dopo d’avere interpretato con induzioni il silenzio delle età primitive, potrà progredire con più fiducia nell’istoria letteraria de’ secoli che seguirono. Imperciocchè o sia che i Babilonesi fossero dagli Etiopi iniziati negli arcani della astronomia teologica, quando l’alterno dominio d’ogni nazione sul mondo die’ all’Africa di popolare l’Asia di sacerdoti e di eserciti; o sia che que’ riti fossero istituzioni di Zoroastro desunte dagli Sciti o dalla magìa de’ Caldei, e propagatesi poi con la possanza di Nino; o più veramente emanassero dal limpido cielo e dall’ingegno acuto degli Egizi mediterranei  e quindi venissero con Inaco in Grecia e con Pitagora nei templi d’Italia; certo è che le storie de’ popoli i quali nobilitarono gran parte del nostro emisfero, mentre pur vanno magnificando i propri numi quasi coevi del mondo e primi benefattori del genere umano, tutte non pertanto palesano le loro città fondate da re pontefici e persuase alla umanità dagli studi de’ poeti filosofi [25]. Da que’ popoli e da quegl’istituti, per lungo ordine d’usi, d’idiomi e d’imperi, sovente degenerando e più sovente a torto accusate, le lettere si propagarono a noi.

VIII. Ed ecco omai manifestato che senza la facoltà della parola le potenze mentali dell’uomo giacerebbero inerti e mortificate, ed egli, privo di mezzi di comunicazione necessari allo stato progressivo di guerra e di società, confonderebbesi con le fiere. Donde è poi risultato che non vi sarebbero società di nazioni senza forza, nè forza senza concordia, nè stabilità di concordia senza leggi convalidate della religione, nè lunga utilità di riti e di leggi senza tradizione, nè certezza di tradizione senza simboli da’ quali il significato della parola impetrasse lunghissima vita. E poichè l’esperienza delle pesti, de’ diluvi, de’ vulcani e de’ terremoti fe’ che i simboli consegnati a’ tumuli, a’ simulacri ed a’ geroglifici fossero trasferiti alle apparenze  degli asterismi, noi abbiamo veduta riprodursi dal cielo la religione dei grandi popoli dell’antichità, e fondarsi la teologia politica per mezzo della divinazione o dell’allegoria. Le quali arti, esercitate da’ principi, da’ sacerdoti e da’ poeti, diedero origine all’uso e all’ufficio della letteratura.

IX. Quali sieno i principj e i fini eterni dell’universo, a noi mortali non è dato di conoscerli nè d’indagarli: ma gli effetti loro ci si palesano sempre certi, sempre continui; e se possiamo talor querelarcene, troviamo sovente nella nostra esperienza compensi di consolazione. L’umano genere turba coi timori la voluttà dell’ora che fugge, o la disprezza per le speranze che ingannano; si duole della vita, e teme di perderla, e anela di perpetuarla morendo: ondeggiamento perenne di speranze  e di timori, agitato ognor più dall’impeto del desiderio e dagli allettamenti della immaginazione. Così piacque alla natura che assegnò l’inquietudine alla esistenza dell’uomo, il quale aspira sempre al riposo appunto perchè non può mai conseguirlo; però, languendo le passioni, ritardasi il moto delle potenze vitali; cessato il moto, cessa la vita; ed ogni nostra tranquillità non è che preludio del supremo e perpetuo silenzio. E ben possono starsi, e stanno (purtroppo!) nei forsennati passioni senza ragione; ma la ragione senza affetti e fantasmi sarebbe facoltà inoperosa; e ogni filosofia riescirà sublime contemplazione a chi pensa, utile applicazione a chi può volgerla in pro de’ mortali, ma inintelligibile e ingiusta a chi sente le  passioni che si vorranno correggere. Aggiungi che come non a tutti la natura fu equa dispensatrice di forze, così non gli armò con pari vigore di ragione [26]; e senza sì fatta disuguaglianza e cecità di giudizio, qual bene reale indurrebbe gli uomini a legarsi in società per combattersi? a insanguinarsi scambievolmente per possedere la terra abbondantissima a tutti? e qual bene più caro della pacifica libertà? Ma per decreti immutabili l’universalità de’ mortali non può essere nè quieta nè libera. Incontentabile ne’ desideri, cieca nei modi, dispari nelle facoltà,  dubbiosa sempre e le più volte sciagurata negli eventi, non potea se non eleggere il minor danno, rinunziando la guida delle sue passioni alla mente de’ saggi o all’imperio del forte. Quindi il genere umano dividesi in molti servi che tanto più perdono l’arbitrio delle loro forze, quanto men sanno rivolgerle a proprio vantaggio, ed in pochi signori che fomentando co’ timori e co’ premi della giustizia terrena, e con le promesse e le minacce del cielo le passioni degli altri, hanno arte e potere di promuoverle a pubblica utilità.

X. Elementi dunque della società furono, sono e saranno perpetuamente il principato e la religione; e il freno non può essere  moderato se non dalla parola che sola svolge ed esercita i pensieri e gli affetti dell’uomo. Ma perchè quei che amministrano i frutti delle altrui passioni sono uomini anch’essi, e quindi talvolta non veggono la propria nella pubblica prosperità, la natura dotò ad un tempo alcuni mortali dell’amore del vero, della proprietà di distinguerne i vantaggi e gl’inconvenienti, e più ancora dell’arte di rappresentarlo in modo che non affronti indarno nè irriti le passioni dei potenti e dei deboli, nè sciolga inumanamente l’incanto di quelle illusioni che velano i mali o la vanità della vita. Ufficio dunque delle arti letterarie dev’essere e di rianimare il sentimento e l’uso delle passioni, e di abbellire le opinioni giovevoli alla civile concordia, e di snudare  con generoso coraggio l’abuso o la deformità di tante altre che, adulando l’arbitrio de’ pochi o la licenza della moltitudine, roderebbero i nodi sociali e abbandonerebbero gli Stati al terror del carnefice, alla congiura degli arditi, alle gare cruente degli ambiziosi e alla invasione degli stranieri. E appunto nell’origine della letteratura, quando ella emanava della divinazione e dall’allegoria, vediamo contemporanee al potere dello scettro e degli oracoli la filosofia che esplora tacita il vero, la ragione politica che intende a valersene sapientemente, e la poesia che lo riscalda cogli affetti modulati della parola, che lo idoleggia coi fantasmi coloriti della parola, e che lo insinua con la musica. Cantavano Lino ed Orfeo che i monarchi erano  immagine in terra di Giove fulminatore, ma che doveano osservare anch’essi le leggi, poichè il padre degli uomini e de’ celesti obbediva all’eterna onnipotenza de’ Fati. Cantavano la vendetta contro Atteone e Tiresia che mirarono ignude le membra immortali di Diana e di Pallade nei lavacri, per atterrire chi s’attentasse di violare gli arcani del tempio; ma distoglieano ad un tempo dai terrori superstiziosi le genti, rammentando nelle supplicazioni agli iddii che anch’essi pur furono un tempo e padri ed amanti ed amici, e che soccorressero alle umane necessità, da che aveano anch’essi pianto e sudato nel loro viaggio terreno. Tutte le nazioni esaltando il loro Ercole patrio  ripeteano con quante fatiche egli avesse protetti dagl’insulti delle umane belve, ancor vagabonde per la grande selva della terra, que’ primi mortali che la certezza della prole, delle sepolture e dei campi, e lo spavento delle folgori e delle leggi aveano finalmente rappacificati; e quegl’inni accendeano i condottieri alla gloria e i combattenti al valore. Fumavano le viscere palpitanti delle vergini e dei giovanotti su l’are, perchè i popoli nella prima barbarie libano al cielo col sangue innocente e coi teschi; ma i simulati consigli d’Egeria al pio successore di Romolo, e la frode della cerva immolata sotto le sembianze d’Ifigenia placarono ne’ templi della Grecia e del Lazio il desiderio di vittime umane. Sovente ancora la metafisica delle scienze si ornò  dell’allegoria per idoleggiare le idee che, non arrendendosi ai sensi, rifuggono dall’intelletto. Credevano i savi antichissimi che l’attrazione della materia avesse a principio combinate e propagasse in perpetuo le forme ed il moto degli enti: e narrarono che nel caos e nella notte nascesse Amore, figlio e ministro di Venere, di quella deità ch’era simbolo della natura. Credevano che l’acqua, il fuoco, l’aere, la terra fossero elementi del creato: e i poeti cantarono Venere nata dall’onde, voluttà di Vulcano, abitatrice dell’etere, animatrice di tutta la terra. Ma poichè le allegorie vennero adulterate dall’orgoglio de’ potenti, dalla ignoranza del volgo, dalla venalità dei letterati, le scienze si  vergognarono della poesia, e si ravvolsero tra i misteri dei loro numeri; e Venere fu meretrice e plebea, sposa di quanti tiranni vollero essere numi, genitrice di quanti numi abbisognavano a’ sacerdoti, ministra di quante immaginazioni conferivano alle laide allusioni degli artefici e dei cantori, ed esempio di quanti vizi effeminavano le repubbliche. E voi trattanto, o retori, ricantate boriosamente le favole, unica suppellettile delle vostre scuole, senza discernere mai le loro severe significazioni; e i nostri Catoni le attestano per esercitare la loro censura contro le lettere; e gli scienziati ne ridono come di sogni e d’ambagi; e i più discreti compiangono quel misero fasto di fantasmi e di suoni. Ma pur nel sommo splendore della greca filosofia Platone vide tra quelle favole i principi del mondo civile [27]. E mentre  il genio de’ Tolomei richiamava in Egitto le scienze e le lettere onde restituirle alla Grecia spaventata da’ trionfi d’Alessandro, Maneto, pontefice egizio ed astronomo insigne fondò su quelle favole la teologia naturale [28]. E Varrone, maestro de’ più dotti Romani, diseppelliva da quelle favole gli annali obbliati d’Italia [29]. E Bacone di Verulamio, meditando di rivendicare alla filosofia l’umano sapere manomesso dall’arguzia degli scolastici, chiese norme alla natura, e le trovò in quelle favole pregne della sapienza morale e politica de’ primi filosofi [30]. Per esse il Vico  piantò vestigi verso le sorgenti dell’universa giurisprudenza, ed acquistava primo la meta, se la contemplazione del mondo ideale non l’avesse talor soffermato, e se la povertà, compagna spesso de’ grand’ingegni, non precidevail suo corso [31]. Per esse e dai loro simboli fu dal Bianchini desunta un’istoria universale, di cui l’Italia non seppe in cent’anni nè profittare nè gloriarsene [32]; ma che fu seme in terra straniera all’istoria filosofica delle religioni, egregio libro, quantunque alla ragione di quei principj bastasse men pertinacia di sistema, ed eloquenza  più riposata e più parca [33].

 

XI. Odo rispondere che la teologia legislatrice e la poesia storica si dileguarono con le opinioni e con l’età per cui nacquero, e che le scienze essendosi rivendicato il diritto d’illuminare la mente, alle arti letterarie non resta che l’ufficio di dilettarla. È vero: il tempo trasforma il creato; ma il tempo non può distruggere nè un atomo dell’universo; e voi tutti che derivate le vostre sentenze dalle mutazioni degli anni ed i vostri diritti dalle distinzioni dei nomi, avvertite che l’essenza delle cose non muore se non con esse, e che ne talvolta possono sembrare; impedite, non perciò sono sviate dalle loro tendenze. Non vive più forse nell’uomo il bisogno di rendere con le parole facile all’intelletto ed amabile al cuore la verità? qual taciturna contemplazione può apprendere ed insegnare questo nostro sapere, che ci fa sempre più superbi e più molli? le nostre passioni hanno forse cessato d’agire, o le nostre potenze vitali hanno cangiata natura? e le scienze morali e politiche, che prime ed uniche forse influiscono nella vita civile perchè sole possono prudentemente giovarsi delle scienze speculative e delle arti, a che pro tornerebbero se ci ammaestrassero sempre co’ sillogismi e coi calcoli? L’uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona non calcola se non perchè sente; non sente continuamente se non perchè immagina; e non può nè sentire, nè immaginare senza passioni, illusioni ed errori. La filosofia non cambia che l’oggetto delle passioni; e il piacere e il dolore sono i minimi termini d’ogni ragionamento. Quindi la verità, quantunque d’un aspetto solo ed eterno, appare moltiforme e indistinta al nostro intelletto, perchè noi dovendo incominciare a concepirla coi sensi e a giudicarla con l’interesse della sola nostra ragione, la vestiamo di tante e sì diverse sembianze, e le sembianze di tanti accidenti quante sono la disparità de’ climi, de’ governi, dell’educazione, e de’ nostri individuali caratteri; onde anche le cose men dubbie sono assai volte mirate dai saggi  con mente perplessa e dagli altri tutti con occhio incredulo ed abbagliato. E nondimeno il mortale non s’affanna d’errore in errore se non perchè travede in essi la verità ch’ei cerca ansiosamente, conoscendo che le tenebre ingannano e che la luce sola lo guida; ma la natura mentre gli concesse tanto lume d’esperienza bastante alla propria conservazione, fomentò la curiosità e limitò l’acume della sua mente, ond’ei tra le crudelità ed i sospetti eserciti il moto della esistenza, sospirando pur sempre di vedere tutto lo splendore del vero: misero s’ei lo vedesse! non troverebbe più forse ragioni di vivere. Or per me stimo non potersi mai volgere l’intelletto degli uomini verso le cose meno incerte e per continuo esperimento giovevoli alla loro vita, prima di correggere le passioni dannose del loro  cuore, e di distruggere le false opinioni; il che non può farsi se non eccitando col sentimento del piacere e del dolore nuove passioni, e con la speranza dell’utilità fecondando di migliori opinioni la loro fantasia. Se dunque l’eloquenza è facoltà di persuadere, come mai potrà dipartirsi dalle umane passioni, e come la ragione e la verità staranno disgiunte dall’eloquenza? Però questa distinzione d’illuminare e di dilettare fu a principio pretesto di scienziati che non sapeano rendere amabile la parola, e di letterati che non sapeano pensare. La filosofia morale e politica ha rinunziata la sua preponderanza su la prosperità degli Stati da che, abbandonando l’eloquenza, si smarrì nella  metafisica; e l’eloquenza ha perduta la sua virtù e la sua dignità da che fu abbandonata dalla filosofia e manomessa dai retori. Sciagurati! si professarono architetti di un’arte senza posseder la materia; fantasticarono limiti alle forze intellettuali dell’uomo; s’eressero dittatori de’ grand’ingegni; ambirono di magnificare le minime cose, e di trasformare il falso nel vero e il vero nel falso; l’ozio, la vanità, l’avidità accrebbero la moltitudine degli scrittori; invano la natura esclamava: Io non ti elessi al ministero di ammaestrare i tuoi concittadini; l’arte lusingava, insegnando a non errare perchè giudicava gli scritti derivati dalle passioni degli altri; ma l’arte non parlò più alle passioni, perchè non le sentiva; la fantasia, destituta dalle fiamme del  cuore si ritirò fredda nella memoria; destituta dal criterio, inventò mostri e chimere; e la facoltà della parola si ridusse a musica senza pensiero.

XII. Poichè i suoni e i significati degl’idiomi si trasfusero nelle combinazioni degli alfabeti, questo ritrovato perfezionò la facoltà di pensare e i mezzi di abbellire e di perpetuare il pensiero. Le norme dello stile germogliarono spontanee da quelle della favella, perchè hanno radice negli organi intellettuali dell’uomo, mentre le regole accidentali secondavano la tempra d’ogni lingua e l’ingegno degli scrittori, finchè l’uso e il consenso valsero a convalidarle. Intanto il tempo e le vicende, svelando  molti arcani della legislazione teologica, dileguarono le prime illusioni; però la poesia seguì a confortare con l’entusiasmo, con la pittura e con l’armonia le utili passioni degli uomini, ma concesse agli storici d’illuminarle con l’osservazione degli avvenimenti, ed agli oratori di persuaderle col calore della poesia, con l’esperienza della storia e con l’evidenza della ragione. Ne’ poeti dunque, negli storici e negli oratori contiensi la letteratura delle nazioni, la quale tanto è più pregna di bella eloquenza, quant’è più derivata dai sentimenti del cuore, dalle ricchezze della fantasia, dal nerbo del raziocinio e dalla convinzione del vero. Quindi la greca letteratura fu sorgente ed esempio agli studi di tutta l’Europa, perchè  niun popolo trapassò veloce al pari degli Ateniesi dalla fierezza della barbarie alla raffinatissima civiltà; e niuno potè riunire, quant’essi, le passioni e il criterio, che pur sogliono preponderare ad età differenti negl’individui, ne’ popoli e nelle lingue. Solone meditò di scrivere in versi e fra le cerimonie de’ sacerdoti e gli oracoli le leggi d’una città ove già i metafisici contendeano l’Eliso a’ mortali e l’onnipotenza agl’iddii; ove le virtù della libertà regnavano ad ora ad ora con l’insania della licenza, e la tirannide anch’essa era costretta ad essere moderata e magnanima. Un popolo che sapeva e ragionare ed illudersi, e coronare la virtù ed esiliarla, che trucidava i tiranni, debellava le armi di tutta l’Asia, dava norme di giustizia a’ Romani, e non sapea godere nè la giustizia nè la libertà nè la pace, un sì fatto popolo doveva esercitare la sagacità de’ prudenti, il valore de’ forti, la virtù de’ savi e il vigor degl’ingegni; dovea congiungere ne’ loro pensieri l’entusiasmo ed il calcolo, e nella loro lingua il colorito, la musica e tutto il disegno ad un tempo e la filosofica precisione [34]. Ma la Grecia non potendo tramandarci tutte le cause della sua felicità nelle lettere, ne die’ invece  tutte quelle arti che le corrompono.

XIII. Finchè la filosofia s’attenne all’utile verità della pratica morale e politica, e che l’eloquenza s’attenne alla filosofia, la città fu retta da quegli ambiziosi che la natura destina alla prosperità delle repubbliche, da che gli ha dotati d’animo generoso e di egregia prepotenza d’ingegno. E come i principi degli Ateniesi non doveano mostrarsi ardenti, prodi, avveduti, se dalla loro virtù pendeva la loro patria, e dalla patria la loro gloria e la loro possanza? come la loro voce si sarebbe mai dipartita dalla passione e dal vero, se l’eloquenza sola svolgeva le anime fervide e liberissime de’ loro concittadini? Ma poichè il furore d’imperio, di ricchezze e di fama è più vile e più cieco  quanto più vive negli uomini meno degni, e l’eloquenza signoreggiava in Atene i teatri, i licei, i parlamenti e gli eserciti; tutti i faziosi che la natura non avea creati facondi, s’argomentarono di aiutarsi dell’arte. Se non che il pensiero e il modo di rappresentarlo risultando dalla tempra e dall’accordo del cuore, dell’immaginazione e del raziocinio, l’eloquenza non è frutto di verun’arte; chè se la natura non forma vigorose, arrendevoli e bilanciate in un uomo queste potenze, qual occhio mai saprà indagarne i difetti, qual mano applicarvi i rimedi? E non pertanto, mentre la civile filosofia fu adulterata dall’arte dialettica l’eloquenza cominciò ad essere manomessa dalla rettorica.  Già la metafisica, allettando gl’ingegni più nobili alle sublimi contemplazioni, facea sì ch’ei sdegnassero di dar utili esempi alla loro patria per aspirare ad ammaestrarla su le leggi del globo, del sole, dei cieli, dell’etere, del caos, dell’eternità, dell’universo; grandi nomi, incomprensibili idee, e quindi involutein voci mirabili al volgo. Con questo esempio si coacervaronoin un vocabolo solomolte idee morali che già nell’uso erano determinate e sicure, ma che riunite in una diveniano indistinte e parvero astratte; indi, sotto colore di dilucidarle, furono tanto divise, che le loro fila facendosi impercettibili, anche le loro parti sembrarono opposte tra loro, e bisognarono  nuovi termini, astrusi anch’essi, perchè applicati a nozioni ignote all’uso ed all’esperienza: così gli ingegni, sviandosi nel labirinto delle speculazioni, armandosi di termini universali in cui si presumea d’indicare l’essenza, le qualità, le quantità, gli accidenti, i caratteri, le differenze e le coerenze di tutte le cose, e schermendosi o con distinzioni, inesatte sempre perchè le parole erano indefinite ed ambigue, o con definizioni che promettevano di accertare la natura degli enti, ma che sviavano dalla certezza del loro uso, s’imparò ad insidiare la ragione e a far sospetta la verità: quindi la moltitudine de’ sofisti, l’indifferenza del vero ch’essi non sapeano difendere, l’irriverenza al giusto ed al bello che poteano negare, l’amore del  paradosso da cui solo attendeano trionfi, l’infinito numero delle quistioni, la libidine eterna di controversie, l’arte dialettica insomma. Su queste trame fu tessuta l’arte rettorica da quei letterati venali che, promettendo di far eloquenti gl’ingegni vani e le lingue più invereconde, ebbero le cattedre affollate di demagoghi e di pubblicani che già con le speranze invadeano gli onori, le leggi e l’erario della repubblica. Primo Gorgia, che non poteva amare una città ov’egli era mercenario e straniero, insegnò in Atene a blandire i vizi e l’ignoranza del popolo, ammaliandogli l’intelletto con la pompa delle figure, chiudendogli il cuore alla voce degli affetti e del vero, lusingandogli i sensi con l’azione teatrale e con la cadenza di periodi aculeati e sonanti [35]. Salì sul teatro e si proferì parato a qualunque argomento; e mostrò che si può declamare con lode senza meditazione [36]. Foggiò canoni d’eloquenza e di stile, e fu padre della turba clamorosa, implacabile de’ grammatici intenti sempre ad angariare gli scrittori obbedienti e a scomunicare i magnanimi. Insegnò antitesi a chi non avea nervi e spiriti nel pensiero [37], luoghi comuni a chi non sapea le materie [38], descrizioni ed  amplificazioni a chiunque mancava di fantasia pronta e pittrice, lenocinio di declamazione a chi non avea dignità di aspetto e di voce, lascivia d’idioma a chi cercava le grazie, superstizioni per le regole inanimate a chi non ha senno da considerarle calde e parlanti nei sommi scrittori, l’arte, insomma, che nel petto de’ letterati fa sottentrare all’emulazione l’invidia, all’ardore di fama la vanità degli applausi, all’esempio l’imitazione, al sapere l’erudizione, l’arte, o giovani, che moltiplica i precettori, che nella prima educazione snerva le fibre de’ più forti  intelletti, che per tanti secoli fe’ ricca d’inezie l’italiana letteratura. Almeno la letteratura fosse divenuta disutile, senza divenire scellerata ed infame! Ma quel Gorgia stesso, ravviluppando nelle fallacie dell’arte dialettica anche le verità concedute al senso e alla mente degl’idioti, celebrò in Atene un mestiero che valeva a coronare il delitto [39], a insanguinar l’innocenza, ad esaltare le usurpazioni degli opulenti, a santificare le libidini della democrazia e le carnificine della tirannide, a tradire la patria, a vendere l’anima, a contaminare di fiele e di sangue la vecchiaia di Socrate.

XIV. E Socrate, che non ambiva nè gloria di scienziato,  nè emolumenti di retore, nè dignità di capitano e di pritano, ma che vedeva quanto le virtù cittadine scadeano con la vera eloquenza e con esse l’onore e la libertà della patria, ripetea que’ consigli che tanti scrittori hanno serbati a noi posteri. Ed io li leggeva per emenda della mia vita; ma oggi, poichè nelle poetiche e ne’ trattati non so discernere aiuti all’ istituto di professore, ordinerò que’ consigli di Socrate per unica norma alle lezioni ch’io potrò scrivere; e piaccia a voi pure di udirli. Uditeli: benchè forse il mio stile, non certamente l’arbitrio de’ miei pensieri, potrà violare il discorso di quel giustissimo tra i mortali:

O Ateniesi, adorate Dio, e non aspirate a conoscerlo: amate il paese ove la natura vi ha fatto nascere, e seconderete le leggi dell’universo: non disputate sull’anima, ma dirigete le vostre passioni verso le cose che giovarono a’ nostri padri. O miei concittadini, non a tutti è dato di essere oratore o poeta: coltivate i vostri poderi, permutate i frutti e le merci, poichè tutti abbiamo necessità della terra e a pochi manca l’industria: tutti i padri possono educare i loro figliuoli a venerare gl’iddii, ad obbedire alle leggi, ad amare la patria, e tutti i giovani possono difenderla co’ loro petti; ma in ogni studio ascoltate il proprio Genio, e sarete onorati e benemeriti cittadini. Sì, Ateniesi , un Genio parla nel petto a ciascheduno di noi; però l’oracolo, consultato da’ miei genitori, rispose: Che facessero voti a Giove padre e alle Muse, e che mi abbandonassero in tutto al mio Genio [40] il quale, interrogato da me, esortavami di studiare ciò che poteva essere utile a me stesso ed agli altri. Onde imparai musica da Damone, e volli vedere cosa fosse poetica, rettorica e geometria, e considerai le arti e gli artefici, ed ascoltai filosofia universale dal vecchio Anassagora, e fui prediletto discepolo di Archelao, e volli anche da Diotima, donna d’elegantissimo ingegno, apprendere dottrine d’amore [41]. Or benchè fossi da’ precettori stimato di felice intelletto, niuna verità m’avvenia d’imparare sì certamente ch’io potessi ridirla senza timor di mentire e di nuocere. Anzi il Genio mi comandava ognor più di rinunziare all’onore ed al lucro di quegli studi, ed anche all’arte della scultura insegnatami dal padre mio, e che unica omai potea camparmi da povertà, per vivere invece tra gli uomini, e considerare e dire le cose che li fanno disgraziati o felici. Da indi in qua mi vedete nelle vie più frequenti, e tra le gioie e le querele degli uomini e nelle tende e nelle officine, sì  che chiunque a cui piaccia mi risponda e m’ascolti; e dopo avere udita e considerata ogni cosa, paleso, com’io so, quelle sole verità che vedo chiarissime nella mente e che sento nel petto profondo, e che taciute mi fariano colpevole e disonesto dinanzi al mio Genio. Ma la verità che mi è da tanti anni manifestata dalla condizione della patria, e che mi fa ognor più colpevole ed importuno in Atene, è questa ch’io voglio ripetervi, perchè mi si è fitta più tenacemente nell’animo. O Ateniesi, massima impostura e pubblica calamità si è l’accostarsi ad un’arte senza ingegno, studio e coraggio convenienti ad esercitarla. Chè nè io, tuttochè figliuolo e discepolo di scultore, avrei potuto emulare le statue di Fidia; nè Fidia cessò di fare il simulacro  di Pallade, quantunque ei prevedesse che per quel lavoro sarebbe morto in prigione [42]. Se dunque l’amore di un’arte vi conforta contro la povertà e l’ingiustizia, voi sarete miseri forse nell’opinione degli altri, ma compianti dagli uomini buoni, e gloriosi in futuro, e, quel che è più, soddisfatti nel vostro cuore. Ma se studiate eloquenza e poesia non per altro che per vivere mollemente, voi non seconderete lo scopo di queste arti, le profanerete con mercimonio servile, e lascerete quelle che potriano farvi più avventurati e più onesti. Però il divino Omero cantò che la Musa gli avea rapito il caro lume degli occhi, ma che l’avea pur compensato di tanta disavventura,  concedendogli l’amabile canto [43]. E in vero la poesia è una divina concitazione del Genio e certa sapienza ispirata; e non è molto che udimmo l’oracolo di Delfo, interrogato da Cherefonte, rispondere ch’Euripide e Sofocle erano sapienti tra gli uomini [44]. Or chi non reputa eminentissima la facoltà di persuadere? chè senz’essa nè poeti nè storici acquisterebbero grazia e credenza; e vedoche quante discipline s’insegnano, tutte s’insegnano col discorso; e so che per essa Temistocle ed altri forti salvarono la repubblica, e la fecero gloriosa e possente,  tuttochè arringassero nell’assemblea ravvolti, all’uso di Pericle, nella clamide e senza gesti nè melodia [45]. Però chi tiene quest’arte e può compartirla per oro, come s’usa da Gorgia Leontino e da Polo, è da stimarsi cittadino benefico e beatissimo tra’ mortali. Ch’ei senza dubbio deve insegnare che questi facitori di ditirambi agguaglino Alceo, senza avere liberata la patria; e mentre pur vegliano all’altrui cena motteggiando piacevolmente, scrivano i cori d’Euripide nostro che avea sembiante verecondo e  severo, e che nell’ilarità de’ conviti ospitali cantava agli amici: Abborriamo coloro che celebrando motteggi fanno gli uominipiù maligni [46]: anzi deve insegnare a’ nuovi poeti, i quali si vanno insidiando con invidia mortale, ad emulare le tragedie di Sofocle; e pure Sofocle, benchè contendesse ad Euripide la corona, non però cessò d’onorarlo; e quando Euripide morì, egli comparve in veste lugubre, e pianse con tutta la città che quel nobile capo giacesse in tomba straniera, nè patì che gli attori a que’ giorni rappresentassero coronati l’Edipo [47]. Inoltre Gorgia deve negli oratori politici infondere giustizia per discernere  l’utilità delle leggi, e temperanza per amministrare l’erario, e prudenza per non irritare le tribù negli scandali, e gravità per sedarli, e fortezza per dissipar le fazioni, e desterità co’ nemici e cogli alleati, e lealtà in parlamento, e valore nel campo, perchè le sentenze non siano smentite dai fatti. Come si possa insegnar tutto questo non saprei dire; e mi pare potenza maggiore dell’umana. Vedo bensì giudici ed oratori sorgere giovani da quelle scuole; e voi vedete a che termini siano gli ordini e i costumi della repubblica. Chè se quell’arte non tende che ad accattare regali dagli ambiziosi e voti dal popolo, non dubito ch’ella sia facilissima da che basta piaggiare i più  prodighi, e decretando i tre oboli a’ poveri sì che v’intervengano, far ozioso teatro dell’assemblea per proverbiare i più saggi. Or tutti voi ricordate che i trenta tiranni pubblicarono legge perch’io solo non fossi oratore; e quella legge mi significò che nell’amor della patria spira certo fuoco divino, e nella verità una beltà incorruttibile a cui non giunge il discorso impetuoso e ripulito de’ retori; e ch’io dovea tenermi veracemente oratore, poichè a me solo e non ai maestri vien dato di non far peggiore con l’eloquenza veruno di voi, anzi giovai per alcuni ad innamorarvi dell’onestà. Ma come stiasi la cosa, certo è che il Genio mi consentì questa proprietà di oratore; perchè nè quando mi opposi solo alle crudeltà dell’oligarchia, nè quando in democrazia per non violar il pubblico giuramento negai d’approvare nel senato una sentenza che mi pareva non giusta, nè adesso nè mai avrei detto parola se la voce del Genio m’avesse, come suole talvolta, disanimato. Or, poichè quei trenta si sono cangiati, ma non i modi della città, io mi vedo assai vicino alla morte. E veramente Omero attribuì ad alcuni nella fine della loro vita certa prescienza dell’avvenire; e piace anche a me di emettere un vaticinio: Io morrò ingiustamente. Se il vivere o il morire sia miglior cosa, è a tutti incerto fuori che a Dio; questo so che di me faranno testimonianza il tempo passato e il futuro.

E morì; e un retore ordì la calunnia, e un ricco fazioso  pagò lo spergiuro de’ testimoni e de’ giudici, e un poeta d’inette tragedie perorò contro Socrate, e trecento Ateniesi lo condannarono, e la sapienza fuggì dal governo, e l’eloquenza ammutì, e Atene fu serva de’ retori, che fecero esiliare tutti i filosofi [48]; e Italia pure li vide espulsi quando Domiziano insigniva un retore del consolato [49], il retore Quintiliano che nelle Istituzioni ov’ei predica la lealtà indispensabile agli oratori, parlando di Domiziano, di quell’ingrato insidiatore di Tito, di quell’invido tiranno d’ogni virtù, di quel carnefice industrioso, lo chiama censore santissimo de’ costumi, e in tutto e nelle lettere eminentissimo [50].

XV. Così l’arte andò deturpando sino a’ dì nostri le lettere: non però valse ad annientare il decreto della natura che le destinò ministre delle immagini, degli affetti e della ragione dell’uomo. E mentre Isocrate pronunziava dopo dieci anni di squisitissima industria un panegirico della repubblica, ove intendendo di esaltarla con l’eloquenza, vituperavala col raziocinio [51]; e mentre verseggiatori e sofisti trafficavano l’ingegno e le muse, Tucidide, Demostene e Senofonte apparecchiavano esempi immortali d’elevata, di maschia e di affettuosa eloquenza. La storia di Plinio e i versi di Giovenale e di Persio insegnarono a’ declamatori e a’ poeti di Roma come le lettere giovino alle scienze, e consacrino gli adulatori ed i vizi all’infamia. Anzi Tacito impose sì fattamente rispetto a quei retori, che, non attentandosi di nominarlo, lasciarono scritto ne’ loro libri: Che l’alto spirito e la verità perigliosa degli annali d’un loro contemporaneo, benchè meritevoli della memoria de’ secoli, non conseguirebbero imitatori [52]. Dai mezzi con che gli egregi letterati di tutte le età ottennero fama ed amore nel mondo, appare omai  l’ufficio della letteratura; appare che la natura, creando alcuni ingegni alle lettere, li confida all’esperienza delle passioni, all’inestinguibile desiderio del vero, allo studio dei sommi esemplari, all’amor della gloria, alla indipendenza dalla fortuna ed alla santa carità della patria. Qualunque manchi di queste proprietà negli uomini letterati, niun’arte mai, niun istituto d’università o d’accademia, niuna munificenza di principe farà che le lettere non declinino, e che anzi non cadano nell’abbiezione ove tutte o in gran parte mancassero queste doti. O Italiani! qual popolo più di noi può lodarsi de’ benefìzi della natura! ma chi più di noi (nè dissimulerò ciò che sembrami vero,  quando l’occasione mi comanda di palesarlo), chi più di noi trascura o profonde que’ benefizi! A che vi querelate se i germi dell’italiano sapere sono coltivati dagli stranieri che ve gli usurpano? [53] meritamente ne colgono il frutto: la letteratura che illumina il vero fa sovente obbliare gli scopritori e lodare con gratitudine chiunque sa renderlo amabile a chi lo cerca. Pochi, è vero, in Italia levarono altissimo grido, non perchè soli filosofassero egregiamente, ma perchè egregiamente scrivevano le loro meditazioni, e perchè, amando la loro patria, si  emanciparono dall’ambizioso costume di dettare le scienze in latino, ed onorarono il materno idioma: quindi le opere del Machiavelli e di Galileo risplendono ancora tra i pochi esemplari di faconda filosofia; e lo stile assoluto e sicuro del libro De’ delitti e delle pene, e l’elegante trattato del Galiani Su le monete vivranno nobile ed eterno retaggio tra noi; e mille Italiani sanno difenderlo dalla usurpazione e dalla calunnia. Ma poichè oggi gli scienziati non degnano di promuovere i loro studi con eloquenza, poichè non si valgono delle attrattive della loro lingua per farli proprietà cara e comune agl’ingegni concittadini, non sono essi soli colpevoli se pochi si curano, se pochissimi possono vendicare la loro fama, e se tutti corrono a dissetarsi ne’ fonti, i quali, se nonsono più salutari, sembrano almeno più limpidi? Quanti dotti non serbano ancora in Italia con sudori e con zelo la riverenza e l’amore alla lingua e alle opere greche? e chi di loro non ci esalta Tucidide che fu esempio al sommo degli oratori e alla velocità di Sallustio e alla fede di Tacito? chi non ci esalta Senofonte, pregno di socratica virtù e di passione e di storia e di militare scienza e di soavissimo stile? e Polibio, insigne maestro di governo e di guerra? ma chi mai dotto di greco diffonde le loro ricchezze? chi li traduce con amore uguale alla loro fama? Giacciono que’ solenni scrittori nell’obblio de’ volgarizzatori imprudenti e venali dei secoli scorsi, e ad ogni italiano educato è pur forza di studiarli in lingua straniera e comperare  a gran prezzo i barbarismi che vanno ognor più deturpando la nostra. Io vedo cinquanta versioni delle lascivie di Anacreonte, e non una de’ libri filosofici di Plutarco, non una degna di palesar que’ tesori di tutta la filosofia degli antichi. Volgetevi alle vostre biblioteche. Eccovi annali e commentari e biografi ed elogi accademici, e il Crescimbeni ed il Tiraboschi ed il Quadrio; ma dov’è un libro che discerna le vere cause della decadenza dell’utile letteratura, che riponga l’onore italiano più nel merito che nel numero degli scrittori, che vi nutra di maschia e spregiudicata filosofia, e che col potere dell’eloquenza vi accenda all’emulazione degli uomini grandi? Ah le virtù, le sventure  e gli errori degli uomini grandi non possono scriversi nelle arcadie e nei chiostri! Eccovi da altra parte e cronache e genealogie e memorie municipali, e le congerie del benemerito Muratori, ed edizioni obbliate di storici di ciascheduna città d’Italia; ma dov’è una storia d’Italia! E come oserete lodare senza rossore gli esempi di Livio e di Niccolò Machiavelli, se voi potete e non volete seguirli! Come ricambierete le vigilie de’ nostri padri, se non profittate de’ documenti che vi apprestarono? È vero; niuno rammemora senza lagrime le liberalità della famiglia de’ Medici verso le arti belle e le lettere; ma si aspettò che un Inglese, disotterrando i tesori de’ nostri archivi, rimeritasse i principi italiani d’un esempio che illuminò la barbarie dell’Europa: si aspettò che la storiade’ secoli di Lorenzo il Magnifico e di Leone X ci venisse di là dell’oceano. O Italiani, io vi esorto alle storie, perchè niun popolo più di voi può mostrare nè più calamità da compiangere, nè più errori da evitare, nè più virtù che vi facciano rispettare, nè più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendereed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perchè angusta è l’arena degli oratori; e chi omai può contendervi la poetica palma? Ma nelle  storie, tutta si spiegala nobiltà dello stile, tutti gli affetti delle virtù, tutto l’incanto della poesia, tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi e i benemeriti dell’ italiano sapere. Chi di noi non ha figlio, fratello od amico che spenda il sangue e la gioventù nelle guerre? e che speranze, che ricompense gli apparecchiate? e come nell’agonia della morte lo consolerà il pensiero di rivivere almeno nei petti de’ suoi cittadini, se vede che la storia in Italia non tramandi i nobili fatti alla fede delle venture generazioni? Forse la sola poesia e la magnificenza del panegirico potranno rimunerar degnamente il principe che vi dà leggi e milizia e compiacenza del nome italiano? Oh come all’esaltazioni  conche Plinio Secondo si studia di celebrare Traiano, oh come il saggio sorride! ma quando legge le poche sentenze di Tacito, adora la sublime anima di Traiano, e giustifica quelle vittorie che assoggettarono i popoli all’impero del più magnanimo tra i successori di Cesare [54]. Quali passioni frattanto la nostra letteratura alimenta, quali opinioni governa nelle famiglie? Come influisce in que’ cittadini collocati dalla fortuna  tra l’idiota ed il letterato, tra la ragione di Stato che non può guardare se non la pubblica utilità, e la misera plebe che ciecamente obbedisce alle supreme necessità della vita, in que’ cittadini che soli devono e possono prosperare la patria, perchè hanno e tetti e campi ed autorità di nome e certezza di eredità, e che, quando possedono virtù civili e domestiche, hanno mezzi e vigore d’insinuarle tra il popolo e di parteciparle allo Stato? L’alta letteratura riserbasi a pochi, atti a sentire e ad intendere profondamente; ma que’ moltissimi che per educazione, per agi e per l’umano bisogno di occupare il cuore e la mente sono adescati dal diletto e dall’ozio tra’ libri, denno ricorrere a’ giornali, alle novelle, alle rime; così si vanno imbevendo dell’ignorante malignità degli uni, delle stravaganze degli altri, del vaniloquio de’ verseggiatori; così inavvedutamente si nutrono di sciocchezze e di vizi, ed imparano a disprezzare le lettere. Ma indarno la Ciropedia e il Telemaco, tramandatici da due mortali cospicui nelle loro patrie per dignità e per costumi, ne ammoniscono che la sapienza detta anch’essa romanzi alla Musa e alla Storia; indarno il Viaggio d’Anacarsi ci porge luminosissimo specchio quanto possa un romanzo senza taccia di menzogna  iniziare i men dotti nel santuario della storica filosofia; indarno e i Germani e gl’Inglesi ci dicono che la gioventù non vive che d’illusioni e di sentimenti, e che la bellezza non è immune dalle insidie del mondo; e che, poichè la natura e i costumi non concedono di preservare la gioventù e la bellezza dalle passioni, la letteratura deve, se non altro, nutrire le meno nocive, dipingere le opinioni, gli usi e le sembianze de’ giorni presenti, ed ammaestrare con la storia delle famiglie. Secondate i cuori palpitanti de’ giovinetti e delle fanciulle, assuefateli, finchè sono creduli ed innocenti, a compiangere gli uomini, a conoscere i loro difetti ne’ libri, a cercare il bello ed il vero morale: le illusioni de’ vostri racconti svaniranno dalla fantasia con l’età;  ma il calore con cui cominciarono ad istruire, spirerà continuo ne’ petti. Offerite spontanei que’ libri che, se non saranno procacciati utilmente da voi, il bisogno, l’esempio, la seduzione li procacceranno in secreto. Già i sogni e le ipocrite virtù di mille romanzi inondano le nostre case; gli allettamenti del loro stile fanno quasi aborrire come pedantesca ed inetta la nostra lingua; la oscenità di mille altri sfiora negli adolescenti il più gentile ornamento de’ loro labbri, il pudore. E trattanto chi de’ nostri contemporanei va fingendo novelle su gli usi, lo stile e le fogge dell’età del Boccaccio; chi segue a rimare sonetti; nè l’ingegno eminente nè la sublime poesia di que’ pochi che custodiscono la riputazione degli stati e dei principi basta per avventura a serbare inviolato il Palladio della patria letteratura. Ah! vi sono pure in tutte le città d’Italia uomini prediletti dalla natura, educati dalla filosofia, d’incolpabile vita, e dolenti della corruzione e della venalità delle lettere; ma che, non osando affrontare l’insidie del volgo dei letterati e le minacce della fortuna, vivono e gemono verecondi e romiti. O miei concittadini! quanto è scarsa la consolazione d’essere puro ed illuminato senza preservare la nostra patria dagl’ignoranti e dai vili! Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete alfine conoscervi tra di voi, ed assumerete il coraggio della concordia; nè la fortuna, nè la calunnia potranno opprimervi mai, quando la coscienza del sapere e dell’onestà v’arma del desiderio della vera ed utile fama. Osservate negli altri le passioni che voi sentite, dipingetele, destate la pietà che parla in voi stessi, quella unica virtù disinteressata negli uomini; abbellite la vostra lingua della evidenza, dell’energia e della luce, delle vostre idee, amate la vostra arte e disprezzerete leleggi delle accademie grammaticali ed arricchirete lo stile; amate la vostra patria e non contaminerete con merci straniere la purità e lericchezze e le grazie natie del nostro idioma. La verità e le passioni faranno più esatti, men inetti e più doviziosii vostri vocabolari; le scienze avranno veste italiana, e l’affettazione de’ modi non raffredderà i vostri pensieri. Visitate l’Italia! o amabile terra! o tempio di Venere e delle Muse! e come ti dipingono i viaggiatori che ostentano di celebrarti! come t’umiliano gli stranieri che presumono d’ammaestrarti! Ma chi può meglio descriverti di chi è nato per vedere, fino ch’ei vive, la tua beltà? chi può parlarti con più ferventi e con più candide esortazioni di chiunque non è onorato nè amato se non ti onora e non t’ama? Nè la barbarie de’ Goti, nè le animosità provinciali, nè le devastazioni di tanti eserciti, nè le folgori de’ teologi, nè gli studi usurpati da’ monaci, spensero in quest’aure quel fuoco immortale che animò gli Etruschi e i Latini, che animò Dante nelle calamità dell’esilio, e il Machiavelli nelle angosce della tortura, e Galileo nel terrore della inquisizione, e Torquato nella vita raminga, nella persecuzione de’ retori, nel lungo amore infelice, nella ingratitudine delle corti, e tutti questi, e tant’altri grandissimi ingegni nella domestica povertà. Prostratevi su’ loro sepolcri, interrogateli come furono grandi e infelici, e come l’amor della patria, della gloria e del vero accrebbe la costanza del loro cuore, la forza del loro ingegno e i loro beneficj verso di noi.

XVI. Queste cose (considerando, come ho saputo, la natura dell’uomo e le storie) ho meditate e scritto intorno all’origine e all’ufficio della letteratura. Chè se le giudicherete di vostro profitto, io l’ascriverò alla efficacia meravigliosa del vero, il quale, benchè taciuto per lunghissima età ed acremente impugnato dagli uomini, si vendica per sè stesso dell’obblivione de’ tempi e della pertinacia delle opinioni. Se non ch’io pure non avrò forse difesa che la mia propria opinione; ma tolga il cielo che quanto io scrivo possa riescire mai di alcun danno alle lettere ed all’Italia.

 

Note

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[1] Vedi Zoega, De origine et usu obeliscorum.

[2] Assegno a Teuto l’invenzione del calcolo astronomico su la testimonianza degli Egizi, i quali dissero a Socrate: che Θεῦθ (Theuth) era nume etiope, e che primo aveva inventati numeri e computi, e geometria ed astronomia. Platone, nel Fedro.

Da questo passo derivano e si concatenano le prove di tre nostre opinioni: 1° Che le leggi fossero incorporate ai dogmi e alle storie, come appare nella Genesi, e che i principi fossero capitani o sacerdoti ed artefici ad un tempo, e i primi tra loro deificati; 2° Che i popoli nell’emigrazioni e nelle guerre si portassero reciprocamento le loro religioni, e che, ampliandosi quindi le idee, si ampliasse il significato de’ nomi; così Teuto, nome individuale degli Etiopi, si convertì in Ζεύς, Giove, nume supreme, poi in Θεός, nome solenne d’ogni dio, finalmente in deus e dio, voce universale ed incomprensibile; 3° Quindi confermasi che senza parole non si danno astrazioni.

[3] E certamente possiamo affermare che i due globi, celeste e terrestre, siano i due più antichi libri della profana letteratura; perciocché il terrestre ne’ vari nomi delle province e de’ mari conserva un catalogo assai fedele di varie nazioni che le abitarono, e di molti principi che le ressero: ed il celeste nelle immagini antichissime, disegnatevi sopra avanti all’età di Omero e di Esiodo, è un monumento chiarissimo di imprese e di capitani, d’arti e di artefici, tramandati alla cognizione dei posteri. Bianchini, Istor. univ., Introd., cap. III.

[4]  La prima o la maggior piramide fu eretta da Chemi, secondo Diod., lib. I, 64; o da Ceope, secondo Erodoto, lib. II, 126.

[5] L’Egitto fu sempre insanguinato dalle guerre straniere, cittadinesche e servili; ma la storia ci presenta tre celebri conquistatori: Cambise, che desolò ed imbarbarì tutto l’Egitto mediterraneo; Alessandro, che fabbricando la capitale nell’Egittto marittimo, ridusse quel paese all’antica prosperità, e riunendo la delicatezza greca all’acutezza africana, lo fece scuola delle scienze e delle arti; finalmente Selim I, che lo tolse ai Circassi; su di che vedi Demetrio Cantemir, Storia della Casa Ottomanna, vol. II.

[6] Antonio Conti, Sogno nel globo di Venere.

[7] Vedi il cardinale Noris, Epoche de’ Siromacedoni, Dissert. V, cap. 4.

[8] L’Iside egizia è le più volte rappresentata or con la luna falcata sul capo, or con la luna piena sul petto.

[9] Virgilio, Georg., lib. IV, verso 502.

[10] Orazio, Episodi, ode V, verso 52; ode XVII, verso 3.

[11] Ateneo, l. XIII, ove narra che ‘l Sonno, ottimo fra gl’iddii, addormentasse Endimione, ma con le palpebre dischiuse, perch’egli nella tranquillità fissasse gli sguardi perpetuamente ne’ moti celesti.

[12] Teocrito, Idilio II, segnatamente verso la fine.

[13] Dalle voci ἀέρα τέμνω, aera rumpere.

[14] Callimaco, Inno a Diana.

[15] Omero, Inno a Venere, verso 19.

[16] Pitica II, verso 12.

[17] Vedi gli espositori de’ monumenti etruschi.

[18] Orazio, Carm. Saeculare, verso 25.

[19] Platone parla d’un tempio di Diana ilitia aperto alle incinte: Delle Leggi, lib. VI.

[20] Tesoro Gruteriano, XLI, 8. ῎Οπις   suona provvidenza.

[21] In molte medaglie Diana rappresentasi con una face.

[22] Tesoro Gruteriano, XLI, 4, ove Diana è chiamata mater.

[23] Visconti, Museo Pio-Clementino.

[24] Introduco nel testo questo “ne’”, togliendolo dalla correzione autografa dell’esemplare della Biblioteca di Udine.

[25] Questa verità sui principj di tutte le nazioni fu veduta dal Vico, e noi ci siamo studiati di dimostrarla e di applicare le sue conseguenze alla storia de’ nostri tempi. Vedi il nostro discorso su le Deificazioni, nella Chioma di Berenice.

[26] Renato Cartesio pianta per assioma che la natura abbia dotati gli uomini di pari facoltà di ragionare (Dissertatio de methodo, num. 1); Giangiacomo Rousseau incomincia il Contratto sociale con questa sentenza: L’uomo nasce libero; errori ambedue funestissimi sempre alla filosofia delle lettere e del governo.

[27] Segnatamente nel Cratilo e nel Convito.

[28] Bailly, Storia della Astronomia.

[29] Cicerone nelle Filosofiche, passim, e il Vico nel libro De antiquissima Italorum sapientia.

[30] Vedi il suo libro De sapientia veterum.

[31] Principj d’una scienza nuova, ecc.

[32] Istoria universale, espressa con monumenti e figurata con simboli degli antichi, di monsign. Francesco Bianchini, veronese.

[33] Dupuis. Origine de tous les cultes.

[34] E questa a me pare in gran parte la causa della originalità e della fecondità dell’italiana letteratura in Firenze, ove, a’ tempi di Dante, lo stato popolare e la libertà eccitavano le passioni de’ cittadini e l’ingegno degli scrittori; mentre le altre città d’Italia, ridotte a feudi imperiali dalle vittorie di Federigo I e di Federigo II contro la Chiesa, continuavano nella barbarie, e le Muse si stavano nelle corti tra’ giocolari o nelle celle tra’ monaci.

[35] Platone, Hipp. maj.; Cicerone, Orator, cap. 49; Dionisio Alicarnass., Epistola ad Amm., cap. 2.

[36] Platone in Gorgia; Cicerone, De finibus lib. II, cap. 1 ed altri.

[37] Ecco un passo di Gorgia recato da Plutarco e da noi tradotto letteralmente: La tragedia è un inganno nel quale colui che inganna diviene più giusto del non ingannante, e l’ingannato più saggio del non ingannato. Vedi l’opuscolo De audiendis poetis.

[38] Corace siracusano mandò primo in Grecia un libro rettorico, tessuto su le fallacie dialettiche. Vedi i Prolegomeni ad Ermogene presso i rettorici antichi; ed Aristotile, Rhet., lib. II, cap. 24. Quindi Protagora, discepolo di Democrito, scrisse il libro Dei luoghi comuni; Arist., ib., lib. I, cap. 2, e Cicerone, Topic.

[39] Gorgia, presso Cicerone, De claris oratoribus, cap. 12.

[40] Plutarco De Genio Socratis. Tutti i pensieri e gli argomenti di questo discorso furono da noi religiosamente ricavati da molti scritti antichi, e segnatamente dai Memorabili e dal Convito di Senofonte, e dalla Apologia di Platone.

[41] Di tutti questi studi di Socrate vedi il Bruckero, Historia philosophiae, tomo I, parte II, lib. II, cap. 2, De schola socratica.

[42] Diodoro Siculo, lib. XII; Plutarco, in Pericle.

[43] Omero, Odissea, canto VIII, versi 63-64.

[44] Vedi i due celebri versi di quest’oracolo e l’interpretazione, di Suida all’art. Σοϕός.

[45] Eschine, in Timarco. Ed è memorabile il passo di Plutarco nella Vita di Nicia: Cleone levò la decenza e il decoro che si convengono al tribunale e alla bigoncia; e avendo egli il primo cominciato a gridar forte nel concionare, ad aprirsi la veste, a battersi sulla coscia e a scorrere qua e là nell’atto stesso che pur favellava, insinuò quindi in coloro che il maneggio avevano della repubblica quella libertà licenziosa e quella trascuranza dell’onesto e del convenevole dalle quali poco dopo messi furono in iscompiglio tutti gli affari.

[46] Eliano, Varia hist., lib. VIII, cap. 13; Eurip., in Melan., presso Ateneo, lib. XIX.

[47] Thom. Mag., in Vita Euripidis; Suida, in Σοϕοκλ.

[48] Vedi Bruckero, Storia filosof., alla Vita di Teofrasto; e l’Enciclopedia, articolo Aristotélisme.

[49] Tacito, Vita d’Agricola sul principio; Svetonio, in Domiziano; ed Enrico Dodwello, Annales Quintilianei.

[50] Institut. Orat., lib. IV, nel proemio.

[51] In quell’orazione Isocrate piantò per assioma che l’eloquenza debba magnificare le minime cose ed impicciolire le grandi; e procede esaltando i benemeriti degli Ateniesi. Vedi Longino, Del Sublime, cap. 38, che da quell’assioma, desume il vituperio d’Atene.

[52] Quintiliano, Institut., lib. X, cap. 1.

[53] Leggi l’orazione inaugurale Intorno al debito di onorare i primi scopritori del Vero di Vincenzo Monti, che in questa cattedra nell’università di Pavia fu mio predecessore.

[54] E che dirò io di quegli scrittori che senza celebrità letteraria, senza onore domestico, senza amore agli studi e alla patria s’accostano a celebrare le glorie del principe? Infami in perpetuo, se la loro penna potesse almeno aspirare ad una infame immortalità! Ma vili e ignoranti ad un tempo hanno per principio e fine d’ogni linea che scrivono, il prezzo della dedicatoria. Sapientemente Ottaviano, che era in necessità di alimentare le lettere e di rispettare gl’ingegni, spediva decreti perché gli scrittori d’ignobile fama non lo lodassero: Ingenia saeculi sui omnibus modis Augustus fovit. Recitantes et benigne et patienter audivit; nec tantum carmina et historias, sed et orationes et dialogos. Componi tamen aliquid de se, nisi et serio et a praestantissimis offendebatur; admonebatque praetores, ne paterentur nomen suum commissionibus obsolefieri. Sveton., Lib. II, (cap. 89), 3.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011