Ugo Foscolo

Lettera apologetica

Edizione di riferimento:

Lettera apologetica, a cura di Giuseppe Nicoletti, Piccola Biblioteca, Torino

LETTERA APOLOGETICA

AGLI EDITORI PADOVANI DELLA DIVINA COMMEDIA

USCITA NELL’ANNO MD.CCC.XII DALLA TIPOGRAFIA DELLA MINERVA

 A voi non intitolo questo volumetto, quando io non so chi vi siate; né se mi foste amici vi manderei segno mai di memoria, per non aspettarmi di udire a ogni poco che vi siete trovati a rischio d’inquisizioni. Or voi dalla vostra edizione di Dante pare che non mi siate amorevoli; anzi con essa m’è stato ricapitato un libercolo in via di lettera dalla vostra città, e che mi pubblica reo d’impostura. Adunque senza vostri pericoli, parlerò a voi tanto che tutto il mondo vostro si avveda come abbia da intendere questa accusa nuovissima, e le parecchie d’altri anni, e le moltissime che mi aspetto. A me, non foss’altro, non toccherà di scostarmi più mai dal partito al quale mi sono appigliato partendomi dall’Italia, senza speranza di ritornarvi, e certissimo d’esservi malignato, e col proponimento di non mai giustificarmi, o dolermene. Quanto io v’abbia perseverato, n’è prova che presto faranno undici anni, e voi d’allora in qua avete udito molte imputazioni da molte parti al nome mio; e nessuna difesa. Che se oggi il silenzio non risponde anche al titolo d’impostore, mi fa forza il debito di non patire che la macchia di complici miei contamini gli uomini generosi, e gl’induca a liti misere co’ pedanti calunniatori.

Lord Holland mi fu cortese di tanto che mi fidò e lasciò ch’io pubblicassi due lettere autografe del Petrarca rarissime, perché sono in lingua italiana; e mi parevano genuine. Tuttavia per la poca mia fede in ogni antica scrittura inedita, procurai che ne fossero incisi i caratteri e tante linee che gli intendenti avessero agio di sincerarsene. Non dissi, né dirò mai, che forse a taluno non potrà venir fatto di ritrovarvi indizi sicuri d’origine apocrifa. Questo affermo, che un’edizione del Petrarca apparecchiata a uscire fra pochi mesi paleserà come il critico padovano s’è indotto a proscriverle per argomenti che tutti, da un unico in fuori, le mostrano genuine. Ma in quell’unico l’arte critica essendosi confederata con la credulità e la malignità della natura umana, la verità non avrebbe potuto resisterle che per miracolo di fortuna.

Le carte, mentr’io stava mutando casa, furono per migliore custodia riposte fra quinterni dell’Iliade in foglio di Wolfio da un giovine che m’era copista. Poi si partì d’Inghilterra; né ad altri veniva fatto mai di scoprirle, ed io per mezz’anno viveva afflitto degli occhi e con poca speranza, dove pur anche si fossero ritrovate, di rivederle: e più afflitto che per sudore, o per prezzo, o per umano aiuto non avrei mai trovato compenso alla perdita, né vigore nell’animo mio di patirla. Il chirurgo che attendeva a liberarmi dalla cecità – e si nomina Bryant – era nella mia stanza, quando uno stampatore – e si nomina Bentley – paragonava, guardando per entro a’ miei libri, le forme diverse di caratteri greci, e s’avvenne in quegli autografi del Petrarca. Se non che sino dal Gennaro del 1823, io aveva pubblicato che s’erano smarriti, se mai taluno avendoli trafugati volesse per denaro riconsigliarsi a restituirli. Questo avviso, nella lettera padovana sotto la data d’Aprile 1824, fu ristampato dal critico – Per concedere – andrò ricopiando le sue parole – la possibilità di una tanta sventura, essendo il regno de’ possibili assai vasto – e per ammonirmi: A chi avesse ombra di senno e d’onore non sarebbe avvenuta; – e per decidere del fatto: Alle corte, più non esistono. Non però s’è giovato dello spazio di sedeci mesi per appurare se la verità schietta giustificavalo a raggravare la sciagura di disonore. Però vuol credere, che io mi pigliava quelle lettere per genuine, e indussi Lord Holland nell’ignoranza; o che più veramente io gliele procacciai lodandole per antiche, sapendo a ogni modo ch’erano foggiate di fresco; e che anzi io le foggiai per arricchirne, e farmi merito pubblico di rara scoperta, ma le distrussi sperando di eludere indagini che avrebbero disingannato il mondo e Lord Holland; o che forse le lettere del Petrarca italiane vere o false sono romanzo: però né furono mai vendute, né comperate, né mai vedute se non nella stampa, né custodite in libreria veruna, né prestate mai, né perdute; bensì circostanze concertate in via di commedia, Lord Holland connivendo ch’io mi richiamassi alla sua biblioteca e al suo nome, a beneficio dell’illusione teatrale. Tante congetture sono da prima insinuate dal critico, indi proposte; e finalmente addensate a prorompere assolute con apparenza di verità su la mente di chiunque non sa che gli autografi sono tuttavia da vedersi: – Il dilemma è corto. O di fatto perirono, come narra il Sig. Foscolo; e Lord Holland temprerà la sua amarezza vedendo di aver perduto assai poco: o tutto infinto è l’aneddoto: e il Sig. Foscolo avrà donde convincersi che la buona critica ha gli occhi di Argo.

Bontà sì fatta di critica; e la inquietudine sospettosa de’ vostri occhi d’Argo, o Italiani; e le orecchie libidinose degli altrui vituperi; e le lingue crudeli; e le penne, armi uniche vostre a guerreggiare d’invidia: – queste furono le cagioni che mi avevano disposto a guardarvi da più di dieci anni come se voi non foste miei contemporanei. Lasciando che quanto altri mai potesse dire cadesse sopra la gleba della mia fossa come s’io tacessi oggimai sotterrato e dimenticato, come se il nome mio non fosse da leggersi sopra la fossa, sperai diminuita almeno d’un grado la soma gravissima della vostra calamità. A voi, nella vostra calamità da più secoli non avanzano che l’ingegno e le lettere, nobilissimo patrimonio, e perciò appunto infame agli uomini e a’ popoli che non possono usarne senza prostituirlo. Nessun partito vi resta, se non quest’uno: di rispettarvi da voi, affinché se il forestiero v’opprime, non vi calpesti. Quel vostro non arrossire di tanto livore, e di strapazzi reciprochi, e de’ sospetti inconsiderati, e del malignare le generose intenzioni, [e] del presupporre impossibile ogni virtú, vi fece cooperar delirando con quegli astuti i quali, col tizzone tanto più ardente quanto è più occulto della discordia, rinfiammano nelle città vostre ogni trista passione dell’animale umano, e vi preclusero ogni sentiero alla fiducia scambievole, alla unione e alla libertà, e vi precludono le speranze. Smembrarono le vostre forze, le vostre opinioni, le affezioni vostre domestiche per darne il governo alla tirannide d’ogni nuovo conquistatore; e voi oggi innanzi la loro morte annientate la fama, la mente e il cuore de’ generosi fra’ vostri concittadini. Voi li avete ridotti a sentirsi onesti, e sapersi infami, e tacere; come se la natura gli avesse creati a darvi prova quanto le anime forti possano sostenere. Queste furono e sono – anzi, per la nuova codardissima servitú andranno tuttavia peggiorando – le sorti pessime vostre, che sgorgano tutte dalla vostra malignità. Io mi partiva, e parevami di vedere manifesti i presagi della dissoluzione di ogni nodo sociale in Italia.

E ov’io mi fossi giustificato di tante calunnie, a che pro? Certo, a smentirne una sola mi sarebbe stato forza di scrivere i nomi di molti ignominiosamente colpevoli, e di convincerli; e ogni prova di verità avrebbe fruttato messe di vilipendi e di risse. Ma i giudici, non che decidere giustamente, o non foss’altro, imporre silenzio a noi tutti, avrebbero anch’essi attizzate e complicate e perpetuate le recriminazioni; e a che pro? Due giudici avete. L’uno, è la moltitudine che da per tutto, ma peggio dove è più immaginosa e men educata, gode anzi di accuse che di difese; ascolta avidissima, non vuole leggere, e non esamina; ridice ed esagera con facondia e passione rieccitata dalla miseria e dalla impaziente necessità di disacerbarsi contro agli uomini a’ quali intende apposta la colpa delle sue nuove sciagure; e per impulso irresistibile dell’umana natura, invidia chiunque non è moltitudine. Or voi sapete quanto per l’educazione alla servitú gli uomini di razze patrizie, da pochissimi in fuori, facciano moltitudine anch’essi più fervida nel suo livore, e più agiata a scioperare maledica, e più creduta. – L’altro giudice vostro, io dalla mia prima adolescenza ho veduto sempre com’era oggi questo, e ieri quello, e l’altrieri quell’altro principe forestiero, e un esercito. Or ogni principe assoluto, ma più molto se mai fu cacciato per sciagura d'armi e per dappocaggine, e vi ritorna, sta fieramente in sospetto d’ogni uomo. Vede nemici da tutte parti; e se non si straziassero fra di loro, la loro concordia non gli darebbe mai pace, finché non si riconsigliasse a governarvi imitando, non foss’altro, l’esempio del Tartaro che regna a’ Chinesi stando all’indole, a’ costumi ed a’ libri del popolo conquistato. Non credo che la schiavitú v’abbia tanto intorpiditi – quando anche gli Africani in Egitto ne gemono – che non sentiate come fra quante calamità sono imposte a’ mortali, la pessima tocca a voi, sciagurati, di possedere più mente, e cielo migliore, e antichità di gloria, e continuata letteratura più ch’altro popolo, e vivere, parlare e pensare a beneplacito del forestiero; arare la terra vostra a suo beneficio; mandare gioventú procreata, allattata da voi a sacrificarsi nelle sue guerre, e senz’altro premio che d’essere disprezzati. E non nasce mai tiranno sì stupido che non s’accorga, che s’egli impazzasse a definire le liti di fama e d’infamia fra parecchi milioni di servi che l’odiano, e se inibisse il loro combattere a grida, sospetti e calunnie, gli avvezzerebbe a fidare l’uno nell’altro; onde non gli verrebbe più fatto di non temere che tutti non gli congiurino addosso ad un’ora. Le origini della vostra discordia non sono mutate; crebbero sino dalla discesa di Carlomagno; si radicarono sotto la dominazione spagnuola di Carlo V; or andranno rinsanguinando cancrene eterne. E se taluno potendo come Bonaparte, vorrà meglio di lui risanarle, s’accorgerà che bisogna a ogni modo o disfare l’Italia a rifarla, o lasciarla come si sta. Degli effetti d’oggi di esse cagioni, so poco; né oggi m’importa se non di rammentarvi come operavano allora che mi deliberai d’appigliarmi per meno dolore all’esilio; e per meno vergogna mia e vostra, al silenzio.

Moltissimi fra voi bramavano indipendente l’Italia; mentre a più molti, se la loro città o la provincia non avesse dovuto predominare su le altre, non pareva d’avere patria. Ma più molti d’assai né di patria curavano, né di provincia, né di città; ed attendevano ad aiutare ogni forestiero a regnare, ed esserne pagati con un millesimo di quant’oro, e pane, e sudore il forestiero predava a tutte le famiglie italiane. Ma pur da questi il padrone temeva peggio che da nemici meno prudenti, che non erano né tanti di numero, né sperimentati nell’arte di conoscere il quando le fortune d’ogni conquistatore stanno per declinare. Allora di parteggianti gli tornano traditori a precipitarlo, e vanno a stipendi del vincitore. E però certi Senatori si industriarono di adonestare con l’amore di patria la loro aderenza al nuovo padrone, e la loro ingratitudine a Bonaparte che li nudriva sontuosamente a sedere e adularlo, o tacere: e nella loro apologia si aggiudicarono il titolo d’uomini di stato a nessuno secondi. A me – e quanto vivo ed osservo la loro specie anche altrove, tanto più me n’accerto – a me sono meravigliosi per la loro ingenita facoltà di starsi impassibili alla vergogna e al sentimento della loro crudele e ridicola ipocrisia. Ben sono esaltati per poter essere adoperati, allorchè nessun uomo degno a pena di esaltazione la vorrebbe a patti sì vili. Ogni usurpatore o conquistatore gli adopera quando fra nazioni mal conosciute non potrebbe mai fare senz’essi; inoltre gliene giova sperandosi di liberarsene a sua posta, né può temere che siano compianti o difesi da’ loro concittadini. Ma i vostri padroni anche in questo s’ingannano. Gente sì fatta talvolta può danneggiarli o aiutarli, e spesso non può; ma di certo, o prima o dopo, o poco o assai le viene pur fatto di contaminarli a partecipare dell’abbomminio del genere umano. E perché vivono nemici veri del genere umano, vi additerò l’individuo più nobile della loro specie.

Dopo la prima abdicazione del loro Dittatore, agli Alleati bisognava taluno che essendo stato perfido a tutti, sapesse i secreti di tutti: onde si tolsero guida e mente del loro Congresso in Vienna un traditore codardo manifestissimo; glorioso dell’ignominia; rinnegatore del sacramento del suo sacerdozio, e di più giuramenti a costituzioni di repubblica promossa da esso; e di ogni diritto delle genti; e di ogni istituto e senso di umanità. Ben voi terrete col mondo che questo principe di Talleyrand sia di sagacissimo ingegno. Non so; ma può stare: e non pertanto che l’altrui stoltezza non faccia parere sapientissimo chi non è che raggiratore, niuno che si richiami all’esperienza della sua vita vorrà negarlo. Fors’anche fra le umane necessità ritroverete nella vostra anima queste due – di volere ammirare – e lasciarvi illudere ad ogni modo. Che se quegli altri magnanimi in Vienna non conoscevano costui per impudentissimo fra gli astuti, è da dire che né pure la lunga esperienza aveva potuto fare che non fossero stolti. E se l’avevano conosciuto, e se lo facevano compagno a riordinare l’Europa, e se ne fidavano tanto ch’ei se li fece compagni nel suo vitupero tra gli uomini, erano stolti. E se, perché il mondo oggi ne tace, si credono che non saranno disprezzati da’ posteri, sono stolti. Tant’è; il Mentore li ha infamati. Perfido o no che Napoleone si fosse a trattati, ei partivasi dell’Isola d’Elba, quando – e potrei scrivere i nomi de’ testimoni – da cinque o sei mesi innanzi ch’ei si movesse, era destinato a morire altrove; e nominavano per l’appunto l’Isola di Sant’Elena. Tutti sanno ch’era stato pur vinto; e il fatto mostrò che gli era più facile di racquistare con poche centinaia di veterani volonterosi la Francia, che di tenerla con gioventú d’una nazione alla quale egli aveva fatto perdere e la fiducia e il desiderio di vincere. Pur que’ magnanimi in Vienna, come l’udirono uscito dall’Isola d’Elba, esclamarono che tutto il genere umano vivente accorresse assassino confederato a monarchi ed eserciti all’assassinio d’un uomo solo. Ma il genere umano avvenire desumerà quanto puerilmente avevano essi tremato negli anni addietro sotto la verga dell’uomo solo. Quando anche Talleyrand non avesse il merito tutto quanto di quel bando capitale, risibile in sé, l’essere ei stato uno de’ Geni ristoratori della giustizia politica, non basterà egli forse, senz’altro studio di storie, a rappresentare i monarchi, i tempi ed i popoli a’ quali necessitavano uomini così fatti?

Il precipizio di Bonaparte anche fra voi gli era affrettato da’ primati del suo Senato nel Regno d’Italia. Non però voi, quand’essi non si fossero mossi, avreste scansato la servitú; ma sareste oggi meno vituperati. Come, e donde fossero arrivati i vocaboli legittimità in virtú del diritto regio divino, questo io mi so, che avevano precorso fra noi da quindici o venti giorni il rumore della prima abdicazione a Fontainebleau. Era de’ primati del Senato cert’uomo valtellinese, non so se viva, illustre di titoli – non però scriverò sempre ogni nome, se non dov’altri mi stringa a far parere più evidente la verità, e allora pubblicherò nomi, e documenti, e testimonianze. Il Senatore sentì i presagi dell’ora che gli avrebbe imposto di rassegnare gli emolumenti accumulati sovr’esso da Napoleone; però s’assunse l’apostolato di que’ vocaboli. Farò sovr’essi brevissima una digressione, se forse un giorno vi torni d’alcun utile che altri non si riprovi di abusare della vostra religione e del nome di Dio.

Oggi que’ vocaboli importano una verità d’eterno principio; dal quale risulterebbe che il trono non è, come tutte le umane cose, mutabile, né soggetto a perdersi ed acquistarsi; bensì decretato immutabilmente dalla provvidenza ed infuso con l’anima dentro il sangue genitale di certe razze, le quali dov’anche non regnino in fatto, regnano tuttavia per diritto eterno a ogni modo. L’unico vero di questa dottrina sta tutto nell’utilità pubblica del trono ereditario, affinché due o più forsennati aspirandovi, non dissanguino i cittadini, per pagare la plebe a trucidarsi in guerre civili, che presto o tardi riducono i popoli sotto il giogo di eserciti forestieri. Ma que’ monarchi teologanti che fanno Dio procreatore, e presidente e collega di re, sono peggio che ipocriti, e s’aiutano d’ignoranti e d’impostori a predicare quelle parole come dettate dall’altissimo de’ cieli ne’ libri sacri. Or senza dire che il diritto regio di Samuele porta ambiguo significato in ebreo, qualunque de’ suoi significati annienta e la dimostrazione e il principio. I prelati devoti di Giacomo I d’Inghilterra, ch’era pedante insieme e tiranno e teologo quanto poteva, tradussero il jus regis, non già diritto, bensì usanze del re. «Dio disse al profeta: Da che oggimai riggettano [non] te, [ma] me, perché io non regni sovr’essi, fa di predire: – un re si usurperà i vostri campi, le vostre vigne, le vostre mandre, e figliuoli e figliuole; poi d’ogni cosa lasciata per vostra, vorrà le decime ad arricchirne servi ed eunuchi». Ma pure a questi patti gli Ebrei ridomandarono un re, affinché giudicasse le loro liti, li precedesse e guerreggiasse le loro guerre. E però Samuele lo consacrò. Ma quando il re cessa di giudicare, e di precedere il popolo, e di guerreggiare; e si fugge, e abbandona la terra; e terra e popolo sono conceduti dal Dio degli eserciti a un altro che sa fare da re, il senso comune, o che legga «diritto», o che legga «usanze di re», intende che Dio non vuole che il fuggitivo sia re. Certo, [o] io m’inganno, o allora quando il Cardinale Chiaramonti predicava nella sua diocesi d’Imola a giustificare le costituzioni popolari, non poteva interpretare altrimenti; e nondimeno la Chiesa lo assunse alla cattedra di San Pietro.

 Se non che da molte generazioni prima delle volgate de’ papi Sisto V e Giacomo I, gl’Inglesi resistendo con legge ed armi che il re non avesse arbitrio sopra la loro terra; né sopra i frutti, né gli animali; né sopra il lavoro o i guadagni o la servitú d’uomo veruno, vi perseverarono, e veniva lor fatto. Ma pur vedevano che, la virtú della legittimità e del diritto regio divino moltiplicando i guerreggianti per amor suo, si straziava l’avere e le vite de’ cittadini. Onde d’allora in qua statuirono, ed hanno per legge fondamentale, che il diritto regio divino non può essere visibile agli uomini se non nel principe che regna di fatto. Dalle copie de’ protocolli del Congresso di Parigi e da’ ragguagli de’ deputati milanesi presso gli Alleati, vedo che Lord Castlereagh predicandovi e predicendovi meraviglie delle monarchie assolute ove sono legittime, e de’ pericoli imminenti a’ popoli governati da costituzioni, esortava tutti ad accorrere alla casa d’Austria che governava legittima insieme e paterna. Ma era ingannato da altri; ingannò voi, e più molti; e credo anche i suoi: s’ingannò peggiormente da sé. Persisteva imponendo agli organi della sua mente di reggere a faccende gravi anche a mortali di altro intelletto, di altr’anima e di altro sapere; onde la snervò innanzi tempo, ed ei finì di morte commiserata, ma non compianta, né voi dovete esecrarlo. Napoleone superava di mente quel misero quanto l’uno e l’altro erano superati da Washington di virtú; ma persisteva anch’egli in imprese impossibili a lui e ad ogni umano potere; e disprezzando gli uomini tutti, ei pur era predominato da spregevole vanità. Sì cieca era in lui questa passione, che alimentavasi della storia senza lasciargli raccogliere alcuna lezione. Non curò che per quella cerimonia di coronare gl’Imperadori, i Papi diventando più potenti nell’opinione del popolo, avevano assunto diritti funesti a molti regnanti; e tuttavia cacciò da Roma il Pontefice, dal quale egli aveva mendicato la unzione e il diritto regio di Samuele. Cercò parentadi di sangue di antica razza di re leggittimi ch’egli aveva avviliti, e lo disprezzavano come plebeo; e ch’egli avea minacciati di distruzione, e anelavano di vendicarsi; e ch’egli aveva traditi, ed avevano acquistato diritto a tradirlo; e finì querelandosi della fortuna della quale aveva abusato; e adirandosi che il suo carceriere non lo trattasse da Re consecrato. Pur s’ei fosse restato Imperadore nuovo di eserciti che avevano combattuto e vinto contro le razze antiche, e derise le dottrine e le cerimonie del loro diritto divino; se avendo trovato il popolo senz’altari né preti né riti lo avesse rifatto cristiano, ma non cattolico; se avesse lasciato il Papato vivere d’elemosine e languire di consunzione, se non avesse creduto che la rovina e l’assedio ai mari avrebbe potuto arricchirlo, gl’Inglesi lo avrebbero riconosciuto monarca di fatto, e gli avrebbero aggiudicato ne’ trattati quel titolo ch’ei ridomandava morendo in prigione. Ma quand’ei s’abbelliva di un’altra corona di diritto regio divino in Milano, intimò con un decreto l’assedio all’Inghilterra e all’Oceano. Né pare volesse vedersi che la terra sta pur circondata dall’Oceano; né partorirebbe mai tanti eserciti che potessero circondarlo. E quando abbandonato da tutti, rifuggì all’Oceano, e non vi si precipitò in modo che nessuno degli Inglesi potesse mai vedere il suo cadavere, parlava tuttavia di diritti. E abbandonandosi nelle loro mani, s’è fatto debitore della sua sepoltura alla terra di ragione de’ loro mercanti.

So quanto voi molti in Italia – e qui e forse altrove taluni – mi accuserete di poca riverenza alle ossa del grandissimo fra’ mortali. Grandissimo era; e però di lui porteranno giudizio attoniti anche gli storici che scriveranno quando niuno saprà additare la mia sepoltura e la vostra. Bensì intorno alle ragioni fra voi e me, bastimi che prevvedendo a che termini ridurrebbe l’Italia e la sua propria fortuna, io per meraviglia non mi sono ingannato sino da quando io aveva diecinove anni d’età, ed ei ventisette. A Mombello io lo vidi attizzare rancori vecchi e nuove calunnie a dividere peggiormente le vostre città; e in Campoformio lo vidi postillare di sua mano un nuovo statuto costituzionale per la repubblica veneziana, vendendole quel beneficio per tre milioni e pigliandosi in dono gli avanzi delle nostre navi: e già da più mesi aveva venduto Venezia, con tutte le sue città e cittadini, alla casa d’Austria. Poi giustificò l’infamia del suo tradimento codardo, allegando Che gl’Italiani sono codardi, infami, e spregevoli tutti. Forse sel meritavano; ma io d’allora in qua lo ammiro forse meno ch’esso non merita; e questo mio di certo non è giudizio di animo spassionato né filosofico. Ritornatomi in Venezia, vidi moltiplicati i battaglioni de’ Francesi, e le loro artiglierie a capo di tutte le vie. I padri di famiglia tutti, con tutti i loro figliuoli adulti camminavano muti per adunarsi nelle chiese delle loro parocchie; e protestarono a Dio che volevano vivere discendenti di progenitori liberi da quattordici secoli, e non morrebbero servi che per violenza del forte: voti vani di inermi; e anche io giurai. Tuttavia d’allora in qua non ho mai pronunziato uno de’ cento giuramenti giurati e da giurarsi e spergiurarsi da’ vostri principi e da’ loro servi.

Molti poscia, non adulando Napoleone, si giovarono non foss’altro della libertà del tacere, e taluni alle volte lo punsero: ma quant’egli sorgeva giganteggiando potente pur l’ammiravano. Le Università, le Accademie e gli Istituti e i Senati e i capitani co’ loro eserciti e i monarchi s’erano impratichiti dell’arte poetica e della rettorica ad abbellire i meriti del vincitore, e nominarlo divinità, e adorarlo e tremare; mentre che io solo d’anno in anno gli prediceva le sue sciagure e le nostre. Né in alcuno de’ miei scritti pubblicati sino al 1814, troverete parola che disdica, o che non raffermi quant’io diceva sino dall’anno 1800. Allora nella lettera diretta al suo nome in data di Genova, ristampata assai volte, e premessa a certa poesia scritta quattr’anni addietro, leggerete – Che la rovina sua e de’ popoli proromperebbe dal suo troppo sentire la sua superiorità, e dal suo troppo volere giovarsi dell’avvilimento degli uomini; e che dove gli venisse mai fatto di fuggire dalle mani delle avversità, ei morrebbe lasciando i popoli miseri ad esecrarlo. De’ pericoli miei che ne vennero non ho da dolermi, se non di me; e se non ebbi mozzato il capo sul palco, fu clemenza o disprezzo di Bonaparte, non so; ma per allora non gli era facile. La sua dittatura in Italia cominciò da costituzioni popolari ch’ei v’aveva fondato; crebbe dispotica, ma non ancora tirannica; i ministri, come avviene ne’ regni di re lontano, governavano potenti, e tutti erano nati italiani; e alcuni comeché nominati forestieri in Milano, erano pur italiani di mente e di petto; e tre d’essi non m’avrebbero mai rinnegato.

Pochi di voi non sanno come certa mia tragedia fu rappresentata insieme e inibita sul palco scenico dal Vicerè. Or i censori, chiamati tuttavia magistrati della libertà della stampa, la licenziarono perché il Conte Vaccari ministro dell’Interno scrisse sul frontispizio: l’ho letta io. Però s’udirono significare in nome della corte ch’erano inetti ad attendere alla libertà ed alla stampa, e si stessero nelle loro case. A me taluno fra l’esortare e il minacciare venivami notte e dì consigliando che mi scusassi umilmente. Scrissi dunque al Vicerè, supplicandolo che si degnasse di rimettere la colpa a’ miseri magistrati, e di ritornarli a’ loro stipendi. La mia intercessione irritò le ire; e mi fu intimato – o che mi chiamassi in colpa – o che viaggiassi a Parigi per impratichirmi nell’arte tragica sotto il ministro della polizia dell’Imperadore. Ma il ministro italiano disse in presenza di molti a viso apertissimo alla corte francese che avendo esso firmato il suo nome sul manoscritto, i censori che gli vivevano soggetti non dovevano arrogarsi di disapprovarlo; anzi erano innocentissimi; né l’autore doveva patirne: ma ch’esso ne darebbe ragione, e si starebbe al decreto di Sua Maestà. A me parve tempo a ogni modo di non porre né il Vaccari, né altri a nuovi pericoli. Onde per pratica del Conte Venèri, ottimo vecchio, e ch’era ministro del Tesoro, venne il temperamento ch’io mi starei fuori del Regno, ma non fuori d’Italia; e mi scelsi Firenze, e vi trovai mio tutore quel Lagarde ch’era stato commissario di polizia in Lisbona. E questo fu tutto il vero de’ rumori che allora davano tanto da pensare e dire; e che io ricordo acciò che ne risulti la generosità e l’anima di que’ ministri, da voi mal conosciuti, e calunniati da altri, e chiamati forestieri da’ Milanesi. E lo ricordo, per dare anche oggi alcun onore meritato all’Italia. La mia perseveranza di non mai smovermi dalle opinioni politiche mie, né tacerle, aveva per meta quell’unica ch’io dichiarai come suggello delle edizioni del discorso provocato dal Congresso di Lione; e vi leggerete alla fine dell’ultima pagina queste parole: Che il mondo sappia che siamo servi, ma non ciechi, né vili.

Da parecchi di voi nondimeno, uomini letterati, assai prima di quell’esilio, mi erano venuti assalti fieri e noiosi, e aperti e coperti, e perpetui; e mi posero a rischio di tre gravissime calamità – di duellare di penna con tutti voi e co’ gazzettieri e giornalisti stipendiati tutti dalla corte – o di rendere l’armi – o di vivere prigioniero di stato. Non però so vedere in quegli anni chi al pari di me siasi studiato di meritare assai o poco di voi tutti quanti, e dell’arte vostra. Non prima io fui liberato dalla milizia, e la milizia fu liberata di me, fui de’ vostri; e mi trasmutai a ventinove anni dell’età mia in veterano insignito della toga di professore in Pavia. Senz’altro, innanzi Napoleone, e in quell’Università più che altrove, il nome di professore era dignità nobilitata da uomini miei maggiori. Vi trovai tuttavia professori Scarpa e Volta, due nomi europei: ma il primo viveva sdegnato de’ tempi; e l’altro era Senatore del Regno: onde leggevano assai di rado. Vincenzo Monti n’era stato richiamato sotto altro titolo; e non v’aveva letto più di tre o quattro volte in due anni. A me fu lasciato intendere che alla mia cattedra sul riaprirsi di ogni nuovo anno spettava di inaugurare gli studi; che se mi trovassi d’avere agio fra gli altri mesi leggerei in domenica, tanto che tutti gli alunni d’ogni altra facoltà potessero attendervi; e che gli emolumenti accademici non torrebbero ch’io toccassi gli stipendi militari. Così mi vidi arricchito di quanto era decretato per legge a’ professori che avevano insegnato, non so se per quindici o vent’anni.

Adunque intendendo di restituire, quanto era in me, alcuna dignità alla letteratura, mi studiai in quella cerimonia dell’inaugurazione di persuadervi: Che l’animale umano è essenzialmente sociale, ed essenzialmente guerriero – Che vive, unico fra gli altri, dotato della facoltà di parlare – Che per questa facoltà, gli abitatori d’una terra purché parlino la stessa lingua s’intendono meglio a introdurre, mantenere e migliorare leggi, religioni, e passioni, e opinioni, e usanze necessarie a soddisfare all’istinto dello stato sociale – Che perciò parimente s’uniscono fortissimi a soddisfare all’istinto dello stato di guerra; e danno o rispingono efficacemente gli assalti contro gli abitatori d’altre terre che s’intendono fra di loro per via d’altre lingue – Che la parola, ove sia scritta, riesce più atta a diffondersi e perpetuarsi e immedesimarsi ne’ pensieri, nell’anima, e nelle azioni d’ogni popolo, e nella memoria de’ tempi, più che ogni altra cosa terrena – Che alcuni individui in ciascheduna terra per doni di natura e di studio, possono far uso più utile della parola scritta – Che sì fatti individui privilegiati ad amministrare questa facoltà onnipotente siete voi tutti, uomini letterati – Che a voi sta di diriggerla all’utilità della patria – Che le sciagure comuni a’ cittadini di ogni terra ed età derivando dallo stesso istinto di guerra che fa combattere nazioni contro nazioni, però la discordia, la quale opera aperta fra uomo e uomo e popolo e popolo, freme anche fra cittadino e cittadino – Che da questa discordia, ove non sia moderata, nasce la disunione e il sospetto reciproco, e la paura universale; e favoriscono la tirannide di un solo contro di molti – Che la oppressione provoca la tirannide del volgo e dell’anarchia, e quindi la tirannide pessima delle spade de’ forestieri – Che ogni anarchia, e così ogni tirannide, corrompono religioni, leggi, e passioni, e opinioni, e usanze, e gli altri nodi sociali dipendenti tutti dalla facoltà della parola; e con essi pur corrompesi a un’ora la facoltà della parola – Che quindi pare ufficio di voi tutti, uomini letterati, come amministratori naturali di essa facoltà, di depurarla e diffonderla e perpetuarla in guisa che per essa possano ristorarsi e rinforzarsi que’ nodi sociali nelle forme più utili alla concordia de’ cittadini – e Che però non siete nati a parteggiare o per uno o per l’altro, o per pochi o per molti; bensì [a] starvi mediatori fra tutti, a sopire le passioni maligne per eccitare le più generose; a sollevare le menti alla religione e distorle dalle superstizioni; a fare che il principe possa alle volte sentire, e che il popolo sappia ragionare di quando in quando. E così l’aratro, l’altare e il patibolo, senza de’ quali non v’è società su la terra, non affamerebbero i lavoratori, non arricchirebbero demagoghi né preti, non frutterebbero eserciti né vittime umane a’ tiranni.

Se questo sia sistema Obbesiano, o non sia, ne’ principi; o ineseguibile, se non a’ platonici; o inintelligibile, fuorché a me solo, poco rileva. Sta tutto nel discorso detto a Pavia, e pubblicato sotto il titolo Dell’origine e dell’ufficio della letteratura – e l’epigrafe addita che m’era suggerito da Socrate. Però standomi a cuore di non imitare indegnamente il maestro mio, diedi precetti ed esempi. Non recitai la formola usata di panegirico a Napoleone Mecenate Augusto degli studi; né per consigli o preghiere d’amici, o pericoli non pure miei, ma d’altri, non volli per niente, tuttoché il volumetto uscisse dalla Tipografia Regia, che altri inserisse quella formola nella stampa: e il perché è tuttavia da leggersi in una nota. Non però io m’intesi mai che sia da negare al re quell’onore, né gli altri propri del principato; ma l’omaggio, giusto per sé, sarebbe stato fatto iniquo e sinistro da’ tempi. Qualunque panegirico innestato in discorso d’altro tema, o d’altro scrittore, sarebbe stato indifferentissimo. Ma in quell’assunto, e da me, forse alcune poche parole vanissime sarebbero nientedimeno state potenti a dimostrare, che la teoria non reggeva alla pratica mai; onde sì misero esperimento avrebbe non che sollevate, ma precipitate senza altra speranza le lettere a’ piedi del principe che per più atterrirle, nutrivale ed usurpavale. E non aggiudicavasi egli il titolo di loro magnanimo protettore, facendosi monopolista di derrate coloniali a cavarne danaro per costituirsi gazzettiere universale europeo? Comeché ei ripetesse che il genere umano si lascia guidare dal ventre, lo aveva in pratica assai e non ignorava che sempre, ma più molto da parecchie generazioni in qua, bisogna anche strascinarlo per le orecchie.

Non però mi sperai, né bramerei, che voi doveste imitarmi; quand’anche a que’ giorni io sentiva che né pure l’amore di patria giustifica gli uomini a costringere la lor madre a vegliare tremando, e a lasciarla che segga presso la fossa di uno de’ suoi figliuoli per invecchiare aspettandone un altro; e morire senza mai rivederlo. Ma sia così. A me non resta oggimai stretto di sangue e di nome se non il giovanissimo fra’ miei fratelli, che trovandosi nella cavalleria del Regno d’Italia ebbe con altri a giurare fedeltà militare ai generali austriaci; e lo mandarono comandante d’uno squadrone, se in Boemia o in Ungheria, non saprei: né so dove oggi sia, né se viva. Dopo la disperazione delle cose italiane, il silenzio parevami partito virile per me, e pietoso sì per esso e sì per quanti mi avanzano tuttavia congiunti di carità domestica o di memoria. Ogni uomo sa che fra’ diritti a’ quali i vincitori di Napoleone successero, e se ne giovano, trovarono questo – Di rapire l’anima della società dalla vita, rompendo i sigilli alle lettere degli amici separati dalla fortuna. Però ne mandai di rado; e dopo le sciagurate sommosse in Italia, non ho fatto risposta ad alcuna; anzi quante me ne arrivarono con indizi di sigillo violato, tante ne rifiutai. In Inghilterra l’uomo non è alle strette – o di aprire e pagare a ogni modo le lettere che non vuole – o di vedersi, per autorità di fattori della polizia e della posta, negate le altre. Ma qui, potendo io avere la onnipotente libertà della stampa per mio corriere e far udire verità – inutili agl’Italiani, ma d’evidenza eterna a que’ miseri – e cose secrete increscevoli forse a’ loro padroni, spero che l’essermene astenuto per tanti anni farà prova a’ ministri di casa d’Austria che io non incomincio a parlare se non violentato da necessità. Or sia che può; e se ad essi parrà che la colpa del primogenito profugo oggi sia da espiarsi dal minore già servo sotto a’ loro occhi e religiosissimo al suo giuramento, a noi tuttavia parrà meglio d’avere esasperato le afflizioni nostre e i pericoli, per non tollerare più lungamente che il nostro nome sia macchiato da voi, né da altri.

Di queste strette di cuore senza dire delle altre, io aveva incominciato a fare esperienza sino dall’ora che Venezia fu primamente venduta da Bonaparte; onde io aveva imparato di non presumere né desiderare che voi, dotti del Regno d’Italia, doveste calpestare la necessità delle vostre fortune e la pace delle vostre famiglie a fine di adempiere agli obblighi della letteratura in guisa che poteste sdebitarvi in tutto degli obblighi verso la patria. Bastava se, non potendo rappacificare la discordia fra’ cittadini, vi foste almeno riconciliati fra voi, in guisa che i forestieri non potessero accrescerla rattizzando la gara e l’invidia di pensioni e di titoli, e lo spionaggio, e gli scandali. Bastava che aveste ricevuto gli emolumenti non come benefici del conquistatore, ma ricompense dovutevi dall’erario italiano; e che nel sollecitarli, ciascheduno di voi si fosse più veramente studiato di giovare a sé, che di nuocere all’emulo suo, e per nuocergli non lo avesse fatto parere avversario del Re, e del Vicerè, e de’ Francesi. Bastava, se guardandovi dal prostituire adulazioni al Redentore della Francia, e al Rigeneratore dell’Europa, aveste giustamente lodato Napoleone di ciò che dava all’Italia. E di certo vi aveva fondato un regno potente di ricchezze e d’abitatori: e le ricchezze erano amministrate con ordine, e il popolo era ridivenuto guerriero. Di questo correva a noi debito di lodarlo, e non d’altro. E che importava alla Francia di noi? e a noi della Francia? E quanto n’importasse all’Europa, non vi era difficile di congetturarlo; e oggimai vel vedete. Ma sino dalle sue prime vittorie ei si provava di innestare in noi leggi, usanze e idee francesi; e indurci nell’illusione che i guerrieri della grande nazione versavano guidati da lui tanto sangue a rifarvi Romani. Che? perché un giorno stessero a rischio d’essere rifatti Galli ausiliari delle vostre legioni?

Ricordami come da tali che del rimanente talor mi credevano, ebbi nome di Adoratore delle cose patrie, e Disprezzatore oltre il giusto delle straniere. Queste parole stando in un libro dove i caratteri d’individui più degni che io non mi sono della curiosità del mondo risplendono descritti da una gentildonna illustre di nome e in letteratura, moltissimi le accolsero: ed oggi prevalgono anche nell’opinione d’alcuni, che non per tanto mi sono generosi d’asilo. Tutti sapevano, ed io con tutti, che la gloria degl’ingegni e delle nazioni venivano prosperando da più d’un secolo in Francia, e qui dov’io scrivo; ma meno in Italia. L’avere male usato delle ricchezze de’ padri vostri proprie alla vostra terra, generò povertà; e il conquistatore intendeva che vi provvedeste d’altre che non si confanno a voi, e con modi che portano seco la servitú. E anche allora io sapeva che i popoli hanno le loro stagioni di prosperità e di miseria. Da poi che io non ho patria che mi affaccendi, posso guardare al mondo e all’antichità de’ suoi secoli, mentre che gl’Italiani vanno attorno in questa Isola, ed io con essi, a far da pedanti di regole di grammatica e di pronunzia; e ne vedo parecchi non ammirati se non per l’arte di gorgheggiare; e intendo come gli uomini nostri eunuchi raddoppiano lo spettacolo e la frequenza nel teatro del Re d’Inghilterra, provocando gli applausi de’ grandi e le derisioni della moltitudine. Non però me ne adiro. So che sì fatte miserie staranno ricordate nella pagina dove si legge che l’Italia mandava guerrieri ad essere arbitri de’ popoli dell’Oceano, contaminando brutalmente le vergini e costringendole a violare anche la loro bellezza per mandare le loro trecce a ribiondirne le meretrici di Roma; e gli uomini erano mandati a imparare ad alzare il sipario ne’ teatri, sì che i poeti potessero congratularne il genio d’Augusto e di Mecenate. Così guardando il mondo e l’antichità dell’età sua, non mi par poco di potere morire in questa Isola. Qui il ricorso delle umane vicende ha portato agli abitatori tanta porzione di giustizia, di letteratura e di libertà, quanta non so che i mortali n’ottenessero mai; e se l’umana natura non si rimuta, non li stimo creati per ottenerne di più. – A quanti m’hanno per disprezzatore degli stranieri, io non mi trovo altro da dire.

Bensì oggi ad animo riposato dopo tanti anni, anche oggi dirò ch’io allora non guardava alle altre genti ed età, se non per imparare a non avere cura che dell’Italia. Né dell’Italia ebbi mai sollecitudine alcuna, o speranza, se non se fra que’ vent’anni che Bonaparte v’entrò sino al giorno che la lasciò a beneplacito d’ogni invasore. A noi diede forza e opportunità di redimerla; ed a lui bisognava che non ne rimanesse né pure il nome: e lascerò ricordo com’ei potendola preservare, voleva che precipitasse con quella monarchia universale alla quale ei s’affrettava d’immedesimarla. La sua romanzesca ambizione era il diadema de’ Cesari trionfatori dal Campidoglio. Ma il suo trono vero stava piantato in Francia; però io professava letteratura avversa a leggi, lingue ed usanze straniere; perché l’impedirle era in voi soli, uomini dotti; e le catene più indissolubili sono sempre le forestiere. Bonaparte sapeva che per quanta esperienza l’Italia n’avesse fatto, aveva imparato anzi a dolersene che ad acquetarvisi; e vi ebbe alleati sin da principio promettendovi indipendenza. Vero è ch’egli, senza né pure il diritto della conquista, vendeva Venezia che non era stata mai contaminata da’ forestieri; pur l’essere egli nato di luogo e sangue italiano gli valsero per illudervi ad aiutarlo a far tutt’uno de’ Francesi e degli Italiani: ma voi, più che altri, uomini dotti, avete congiurato alla servitú universale.

Fu sempre ed è dottrina cattolica vostra, che la munificenza de’ principi solamente possa fare che le lettere fruttino. Certo l’Italia romana e la nostra, sotto i regni d’Augusto e de’ Medici, e la Francia di Luigi XIV, sono tuttavia gloriose di letteratura, ma precedute assai o poco d’alcuni diritti di libertà occupati in un subito e succeduti da potentissima servitú. Che se Arrigo VIII, per la libidine di tigre d’abbracciare una dopo l’altra più mogli nel suo letto, e donarle da decollare al carnefice, non si fosse creato papa da sé, l’Inghilterra avrebbe poscia goduto essa pure d’uno di que’ secoli d’oro. E se Filippo II si fosse innamorato del letto della moglie sua, figliuola di quell’Arrigo, cognominata oggi la bevisangue, e avessero accomunato i loro troni, i loro Domenicani e i loro professori di lettere, forse che né l’Oceano pure avrebbe aiutato questa Isola a salvare la mente umana tre volte da Filippo II, e da Luigi XIV, e da Bonaparte: né oggi la letteratura inglese e la libertà della stampa persisterebbero a preservarla dalle dottrine dell’obbedienza passiva: né il commercio e la lingua e gli esempi dell’Inghilterra avrebbero popolato l’America di nazioni libere. Adunque tutti que’ monarchi che si presumono inviolabili per diritto regio divino; e i loro teologi che li adulano quasi sedessero sovra il trono di Dio onnipotente; e i loro ambasciadori e ministri pedanti di politica, i quali vogliono addottrinarci che il diritto naturale di resistenza all’oppressione importabile somiglia alla ribellione – o tolgano innanzi tratto all’Inghilterra l’Oceano e la libertà della stampa – o si stiano contenti a’ panegirici pagati alle loro Accademie, al silenzio de’ loro sudditi, e alla derisione del rimanente del genere umano. Or, a questa sua dottrina dell’obbedienza passiva inseparabile dalla vostra della munificenza reale verso le lettere, l’Augusto Napoleone affrettavasi di condurre voi co’ Francesi e con tutto il genere umano.

E non per tanto, se aveste tanto quanto assentito alla dottrina mia, avreste potuto opporgli impedimenti con vantaggio all’Italia, e con vostro onore, e con poco pericolo. Né questa era speculazione, né congettura. Era avviso di verità, suggerito manifestamente da’ fatti, che tutti con l’ordine de’ loro tempi stanno ancora quasi dinanzi a’ nostri occhi. La rivoluzione francese, comeché maturata con la corruzione d’Europa, era stata promossa, guidata e continuata per via di parole di redenzione: onde ei pure cominciò e progredì per via di quelle parole; e quand’era invincibile di armi, per arnese indivisibile dalla sua tenda stavasi un torchio di stampatore, che dal campo della battaglia moltiplicasse i suoi gazzettini, e promettesse libertà fino agli schiavi stupidi e beati de’ Russi. Credo ch’ei sperasse e temesse dell’opinione popolare più forse che non meritava; e perciò appunto gli parevate necessari stromenti e terribili. S’avvedeva che gl’Italiani, sì per ingegno scaltrissimo, e sì per poca educazione scolastica non sono popolo che creda molto a parole. La lingua comune alla nazione fu sempre scritta e non mai parlata da essi, e si restò letteraria, per patrimonio di voi, uomini dotti: onde anche per questa e altre ragioni non sono popolo da lasciarsi governare dalle gazzette. Pur è popolo ambizioso della sua fama storica, della sua indipendenza, e della antichità della sua letteratura: e i rottami de’ monumenti e gli edifici del medio evo lo ammaestrano a insuperbire; e in ciò pure voi gli compiacete oltre il vero. Però quanto meno sa di storia e di lettere, tanto più ammira e tiene per savi que’ suoi concittadini che vivono in concetto di dotti, e tanto più quanto lo adulano delle sue glorie passate. Intorno al presente e al futuro, i frati non concedevano che gli parlaste liberamente. Tuttavia Dante, e Fra Paolo, e Venezia, e il Muratori, e Papa Ganganelli, e Giuseppe II, e Leopoldo a’ dì vostri, e i teologi Giansenisti colleghi miei d’Università, e segnatamente in Pavia, erano stati implacabili ad ogni dottrina fratesca e pratica gesuitica, e ad ogni ingerenza del sacerdozio nelle faccende de’ regni. Bonaparte, accattandosi la cooperazione d’ogni uomo, da’ frati in fuori, annientò tutti i loro istituti, e distrusse una selva popolata di mostri che da più secoli frapponevasi dividendo la vostra mente dalla mente della nazione. Ma voi non ve ne siete giovati; e né pure della libertà della stampa. A voi non può essere uscito di mente com’ei precipitavasi ad effettuare ogni suo nuovo disegno in Parigi, e procedeva più avvisato in Milano. Però a fine di togliervi la libertà della stampa ideò certe astuzie mercantili di reciprocità di diritti e d’obblighi fra’ librai dell’Impero Francese e del Regno d’Italia; e dopo lunghe pratiche nel 1812 gli venne pur fatto che i vostri concittadini credessero come la nuova censura era desiderio ed opera vostra; e che voi a fine di provvedere che le stampe delle città imperiali non ripubblicassero le opere vostre, se non pagandovi di ogni nuova edizione, vi eravate deliberati di stare a quelle sue leggi inaudite anche all’Inquisizione del Santo Ufficio. E anche allora il conte Vaccari e alcuni altri ministri indugiavano a farle eseguire. Ma l’Istituto del Regno e il Senato tacevano: e però sarebbero state eseguite da’ gendarmi francesi, anche fra noi, aspettando che il suo Senato conservatore deliberasse per riconciliarle alle costituzioni dell’Impero Francese.

Che io mi andava provando di spargere lume e armonia di letteratura tra il fumo e il rimbombo delle artiglierie, mi fu spesso ridetto da alcuni di voi; e vi vidi anche sorridere per deridere. Io non per tanto aveva praticato più molto fra’ ciechi armati che fra’ dotti veggenti; e purché avessero trovato chi avesse mostrato a dito il sentiero, essi avrebbero saputo discernere le occasioni per dipartirsi dalla tutela francese e andare innanzi da sé. Tanta era l’impazienza di Napoleone d’agguerrire i nati e i nascenti, ch’ei senz’avvedersi lasciava in vostra balia di educarli guerrieri italiani. Aveva decretato che gli scolari tutti quanti nelle Università fossero disposti a ordinanze di battaglioni, e in certi giorni s’esercitassero militarmente. Di ciò un dì i professori tennero consulta in Pavia ad intercedere per esimersi come da nuova noia, e temevano più ch’altro le risa: onde ascoltai senza dare parere. Ma io pensava a tante centinaia di giovanetti vergini d’ogni educazione fratesca, e che co’ primi tratti della loro penna avevano scritto i nomi di patria, di libertà e di Regno Italiano, e ardevano di parere guerrieri, e frattanto ascoltavano ammirando i loro maestri in ogni letteratura e scienza; e a centinaia si rinnovavano ritornando alle loro città, e alle campagne, e ne venivano altrettanti – e parevami che quattro o cinque anni della loro educazione militare accademica, ove fosse stata procurata da letterati cittadini, avrebbe popolato il Regno d’una generazione di cittadini guerrieri. Ma a voi parevano pretoriani: e da che a voi tutti piaceva di fare degl’Italiani, e di voi, e dell’esercito tre nazioni diverse, i giovani in armi sarebbero cresciuti, senz’altro, e pretoriarsi, e carnefici di noi tutti, e devoti a quel solo. Frattanto i pretoriani devoti suoi erano quasi tutti francesi: e sì fiero abborrimento n’avevano gli italiani, che io nel 1804 standomi nel porto di Calais al comando di poche compagnie in certe piccole navi, so che se non fossi stato aiutato dal mare a dividerli e spegnere il foco, io non avrei con cento altri ufficiali potuto impedire che due reggimenti francesi in alcune altre navi vicine non ardessero vivi: comechè in quella rissa fossero più forti di numero, e il dirò pur di valore. Ma i Francesi sono atti a vincere più che a persistere: guerreggiano per fantasia di vittoria e d’onore; e si illudono di speranze subitanee e di terrori panici. Gl’Italiani hanno illusioni profonde e tenaci; pigliano coraggio dall’ira, ed impeto dall’avidità di vendetta; non affrontano il rischio, ma se il rischio li affronta amano più il vendicarsi che il vincere, e si difendono sino alla morte: né combattevano tanto accaniti nelle battaglie di Napoleone, se non quando vedevano scorrere il loro sangue. Quanto più contribuivano alle vittorie e si vedevano sempre ausiliari, tanto più s’adiravano; né i vani panegirici nelle gazzette al loro valore bastavano a placarli della umiliazione reale della servitú. Il ridurre gli Italiani a redimersi parmi impresa oggimai che non possa trovarsi se non tra’ fantasmi dell’immaginazione: pure, se mai, predirei che le battaglie necessarie a farli nazione li ridurrebbero tali che il dividerli nuovamente riescirebbe meno difficile che il soggiogarli riuniti. Ma ogni occasione s’è dileguata.

E in voi, o uomini dotti, il pericolo che i vostri concittadini armati crescessero pretoriani sorgeva dal vostro non avere mai voluto indurre Napoleone a stimare l’ingegno insieme e l’anima in voi sino dall’ora ch’ei si credeva di non poter far senza voi. Perché i patrizi a’ quali ei da repubblicano toglieva una parte delle loro entrate e i titoli di marchesati e di contee, lo abborrivano, e gli si dileguavano a un tratto dagli occhi: poi gli vennero intorno per vanità di corte e avidità di salari a blandirlo da re; ma quanti avevano toccato trent’anni, erano quasi tutti codardi, ed ei ne faceva ciamberlani, maggiordomi, e scudieri, e consiglieri auditori silenziosissimi, e senatori consulenti che l’ascoltassero a non mai dirgli di no. De’ preti non si fidava, a’ quali ogni connivenza a opinioni cristiane che non siano cattoliche rende il principe esoso. Ma in questo, e in tutto, la universalità delle menti in Italia ondeggiava allora fra le antiche istituzioni e le nuove; e gli uni e gli altri per ignoranza precipitavano verso gli estremi. Perciò a voi, mentre era abbattuta la forza che proteggeva l’antiche, tornava agevole di promovere di tutte quante le nuove quel tanto, e non più, che giovasse alla vostra patria. Ma taluni fra voi rimanevansi taciturni adoratori del Papa; e taluni cantavano inni al nuovo Maometto. Che s’ei da principio si fosse creduto che i vostri concittadini non v’ascoltavano, vi sarebbe egli stato prodigo di danaro ad accaparrarvi? e poscia di titoli a nobilitarvi? e di magistrature e di dignità, a farvi parere più venerabili al popolo?

Adunque allora, mentre gli conveniva di starsi contento al nome di Cittadino Presidente, e parlava di Roma, e delle Repubbliche, e dell’Italia, voi avreste fatto da savi, se aveste incominciato e continuato a parlargli de’ suoi benefici passati, presenti e futuri alla vostra patria; e non d’altro. Gli avreste rammentato dì e notte com’ei doveva tenervi confederati e servi e adulatori e ogni cosa finch’ei sdebitavasi delle promesse alla vostra patria; ma che non gli sareste stati venali complici mai né stromenti ciechi a ribadire catene. Se non che a voi stava a cuore la Francia redenta dall’anarchia; e la rigenerazione di tutta l’Europa; e la vendetta meritata dagli oppressori del genere umano. La religione vostra gli commentava le profezie de’ libri sacri: manderò il ciro mio. Il Vostro Istituto di scienze e di lettere e di arti belle lo rappresentava giove terreno fulminatore di tutti i giganti. E quei che primeggiavano principi a un’ora dell’Istituto e del Senato del Regno, ed erano deputati oratori, si congratulavano de’ gazzettini del Re e dell’astro suo ardentissimo di gran luce. Allora io diceva e scriveva – so come e quando e dove ad uno di voi parve debito di darne avviso in secreto a’ suoi mecenati francesi, e potrei darne prove, non però oggi vorrò nominarlo – ma la memoria di molti, e le mie scritture lasciate in Milano mi sono tuttavia testimoni com’io spesso diceva che se quell’astro rimanevasi ardente a risplendere per lungo tempo sovra l’Europa, la avrebbe ridotta deserto africano, e i suoi abitatori sarebbero ridivenuti bruti: e voi avreste dovuto adorarlo muti ricoverati nelle caverne.

Napoleone in questo, fuor d’ogni dubbio, nasceva più che mortale, e vivrà memorabile più d’ogni altro conquistatore. Tanta era l’arte, l’audacia, e la perseverante rapidità del suo genio a immedesimare le ricchezze, le armi, le passioni e le menti dell’Europa, che tutte cooperavano attive, simultanee, efficacissime, e quasi per impeto di fatalità, a crearlo dominatore assoluto di tutto e di tutti. Però io mi credeva che dov’egli avesse piantato una dinastia e quel sistema, la servitú sarebbe stata universale ed irreparabile, se non se forse da una nuova inondazione di barbarie settentrionale. E se l’Europa, a redimersi da quell’uomo, avesse fatto vittima di mezza la sua generazione vivente, il sacrificio era giusto, perché si sarebbe spopolata di schiavi dottissimi a servire, e la generazione successiva l’avrebbe ripopolata di cittadini. Né d’allora in qua mi sono avveduto di mutazioni le quali mi persuadano a non credere puntualmente com’io credeva a que’ giorni. Questi espedienti di legittimità, e di diritto regio divino, e della Santa Alleanza de’ suoi discepoli sono fanciullaggini a chi le raffronta alle arti del loro massimo dittatore. Lo rovinarono perché lo imitarono in alcune delle sue arti ciarlatanesche facili ad impararsi; onde altri imitandoli potrà rovinarli a sua posta: e senza che ne resti ricordo se non negli annali de’ loro regni. Gli organi dell’ingegno suo certamente parevano quelle fila adamantine delle quali le Parche di Platone ordivano la divinità degli Dei: ma le sue fortissime doti erano spesso snervate dalla millanteria e dalla inverecondia del ciarlatano; e trasparivano dal suo cuore le fibre de’ più magnanimi e de’ più pusillanimi fra gli animali. Di che anime siano distinti i suoi discepoli fra di loro, non so; né rileva osservarle, però che sono tutte di quella stampa comune dalla quale la natura produce moltitudini innumerabili per lasciarle rimodellare alla fortuna sì che si arrendano alle stagioni ed agli accidenti, e servano obbedientissime alle anime superiori. Mi è toccato d’avere sott’occhio un volume di varie lettere autografe di moltissimi, se non forse di tutti fra essi, e delle loro mogli, sorelle e figliuole, a Napoleone potente; e che m’indussero a pensare meno severamente delle supplichevoli adulazioni vostre, o uomini dotti d’Italia. Se non che i monarchi umiliavansi per la necessità di riparare all’annientamento de’ loro regni, mentre la prostituzione dell’ingegno vostro opponevasi a quelle opportunità che i tempi pur vi esibivano di provvedere più onestamente alle vostre fortune e alla patria. Non avendo io né immaginato mai d’essere principe, non saprei derivare un’unica congettura di ciò che avrei fatto se avessi veduto il mio popolo a que’ pericoli. Adunque, leggendo il volume di lettere autografe, io spesso ammirava in que’ principi la fortezza sovrumana di posporre la dignità dell’anima loro alla salute de’ loro sudditi; e spesso, sapendo tuttavia che dovevano sentire come uomini, io doveva compiangerli; e presumendo che talvolta si ricordassero della gloria de’ loro padri, e della loro posterità, io non poteva che disprezzarli.

E questa oggi sia la risposta a una lettera scritta or sono quattr’anni dall’Isole Ionie da certo ufficiale inglese a non so quali secretari letterati ministeriali, che la facevano pubblicare anonima in una gazzetta, che nominerei se non fosse infamata da’ libelli ch’essi proteggono – e sia risposta insieme ad alcuni gentiluomini inglesi del Parlamento, che per ciò dissero, e a quanti italiani e greci ridissero, e a quanti lo hanno udito e sel credono – ed è; – Che io mi sto, o mi stava presidente d’una secreta adunanza sotto gli stipendi di ministri diplomatici o d’altri, a promovere in Londra le faccende dell’Imperadore delle Russie. – Io nacqui e crebbi inettissimo ad ogni pratica di adunanze private; e il mio nome non ha fatto mai numero né pure in quelle che professano letteratura. Però non mi so ciò che siano i liberi muratori, né i carbonari, né le loro logge e officine; né se hanno altri nomi; né ciò che abbiano mai lavorato o preparino, né ciò che si vogliano o si sperassero. E fra le arti stimo vilissima la diplomazia secreta o pubblica che per alimentare cabale e spie negli altrui paesi, abusa della ospitalità. Mi tacqui all’accusa, sì per rimanere, quanto era in me, nel proposito di non discolparmi; e sì perché incominciando, mi sarebbe avvenuto di andare attorno a ogni poco stampato su le gazzette, e parere invanito non dell’avere fatto cose degne di risapersi – e non ne ho fatto una mai – bensì del merito di non essermi contaminato delle abbiettissime ch’altri m’appone. Senzaché molti che mi hanno veduto da presso, sanno che io mi conosco per esule; né parteggio in terra straniera per forestieri ch’io detestai nella mia; né m’arrogo privilegio di cittadino qui dove ho veduto onorato in altri ed in me il diritto d’uomo, e di profugo. Alcuni mi occorsero innanzi ospiti liberali, e spontanei; e ch’io non nomino, perché il secreto de’ benefici importa alla generosità dell’animo di chi li fa, più che al pudore dell’amicizia che li riceve. Ma dono o favore non ebbi mai da principe alcuno, se non forse l’invito di ossequiarli; e però un’unica volta è bastata sempre alla loro curiosità ed alla mia. Napoleone rimunerava anche i servigi futuri; ed io non gli prestai mai giuramento. Profondeva emolumenti ed onori; e s’adirava a chiunque non li richiedeva; ed io quanti n’ebbi non li richiesi, e li meritai dalle leggi quando erano amministrate da’ miei concittadini: e fra non molto ricorderò quando e perché io non abbia voluto meritarmeli da’ ministri di casa d’Austria. E rassegnando con la speranza dell’indipendenza italiana ogni cosa, mi sono rassegnato quasi a dimenticare questa lingua e scrivere per diporto di lettori che sentono, concepiscono ed esprimono tutte le idee in modi diversi dagli italiani; ed ho ipotecato l’ingegno a’ librai mecenati. Ma se la fama letteraria merita alcune fatiche, certo non è da sperarla se non dalla patria dello scrittore che sola può intenderlo e giudicarne. Inoltre per decreto di natura le facoltà ch’essa dona a usi nobili, e non possono comperarsi mai da venino, tornano doni sciaguratissimi a chi li vende. Però la letteratura trattata solamente per soddisfare alle necessità della vita e a promuovere il traffico di librai e la ricreazione del mondo, degenera non molto diversamente dalla beltà femminile, che quanto compiace di sé a chi la paga, tant’è disprezzata, e si disprezza da sé. Così dopo lunga prova, mi tolsi più volentieri di andare attorno insegnando grammatica per le scuole, sott’altro nome, tanto che se taluno avesse alle volte udito il mio non si contristi di commiserazione noiosissima a chi la provoca e a chi la sente.

Di queste mie fortune mi affliggo alle volte, ma non mi pento. Derivano da me solo; e da forti opinioni, delle quali in questa età mia d’anni quaranta e sette non gioverebbero pentimenti, né li vorrei. Onde credo più sempre – Che quanta felicità può sperare ciascheduno de’ viventi, sta tutta nell’ascoltare gli impulsi ingeniti, imperiosi e perpetui dell’anima sua – Che spende meglio la vita chiunque secondando l’attitudine che gli è più propria, diriggesi invariabilmente sempre a una meta, e procede deliberato di soffermarsi ove le resistenze stanno impassibili, ma di non mai deviarsi – e Che all’uomo nelle avverse fortune non corre debito d’esplorare (e spesso senz’alcun pro) le occasioni di avventurarsi ad altre fortune e sciagure per provvedere ad anni che talor non lo aspettano; bensì di invigilare attentissimo che l’avversità non gli guasti la sua vita passata, e non gli divori violentemente anzi tempo le facoltà dell’anima sua. Chi non le invigila, io lo reputo suicida della sua mente, a sicuro pericolo di precipitarsi alla morte per cieco delirio senza potere guardarla riposatamente ed imporle d’adempiere all’ufficio suo di ministra della natura. Bensì mi vergogno che queste opinioni nella mia gioventú io le scriveva adirato, e querulo le più volte. Allora le umane cose mi fremevano spesso d’intorno agli occhi e per entro la mente con sì aspra disarmonia, e me la perturbavano di immaginazioni e meditazioni sì rincrescevoli, che mi provocavano a disacerbarmi con impazienti parole. E mi doleva troppo sdegnosamente di molti individui; e poscia troppo del mondo; e poscia della fortuna; e con l’andare degli anni anche troppo di me; finché disingannato della vanità de’ lamenti, e non dolendomi più di cosa veruna, mi sperai d’invecchiare, tacitamente.

Non però io m’aspettava che voi più ch’altri, o uomini letterati d’Italia, vi dimenticaste delle mie sdegnose parole; e talvolta amarissime di disprezzo. Pur nondimeno assai vendette n’avete fatto a que’ tempi. Anzi quando il Vicerè e i primati dell’Istituto Reale e del Senato s’insignorirono della censura della stampa, quattro gazzette – né altre n’erano concedute nella capitale del Regno – mi bersagliavano da tutte parti, in tutti i luoghi, e a tutte le ore. Taluno pubblicò parole udite, come esso allarmava, a quattr’occhi nelle mie stanze; e a chi m’intimò di giustificarmene, feci risposta – «Che se lo scrittore dell’articolo nella gazzetta recitava parole che non udiva, ei di certo era calunniatore; e se le udiva, ei confessavasi traditore: e che l’ascoltare e il definire accuse e discolpe spettava a’ giudici; e che a giustificarmi addurrei il carattere del testimonio ». Un solo di voi, ch’io mi sappia, si contaminava a scrivere in quelle gazzette, sebben era bibliotecario, e ispettore generale della pubblica istruzione del Regno, e non so che altro: ma per l’eleganza, comeché freddissima, del suo stile, e per quel tanto d’erudizione che aveva, sarebbesi meritato forse che l’uomo duellasse con lui se non altro di penna. Uno o due epigrammi ch’ei provocava, corsero fra me e lui; gli altri tutti, da due in fuori, contro alcuni di voi, mi furono apposti da tali che si peritavano di affrontarvi a visiera alzata, o volevano aizzarvi peggio a’ miei danni. Ma l’uomo dotto del quale io m’intendo, piantò nella più letteraria di quelle gazzette la dottrina – Che chiunque rideva della prosa e de’ versi d’autori stipendiati dal Re, imputava ignoranza al Re, profanava di ridicolo il Re, come se avesse eletti uomini degni di riso; e però ogni critico vostro non amorevole era reo di lesa maestà. – Di questa dottrina discorro altrove: ma allora non v’era più giornale né stamperia che s’attentasse di aiutarmi a rispondere.

E frattanto un valente in ogni letteratura e scienza stato frate e repubblicano, e pedante inquietissimo; nemico di volta in volta ed amico di ciascuno di voi, e ridendo di tutti; viaggiando in ogni terra e città; affratellandosi a ogni gazzetta, senz’altra cura se non se forse di compiacere alla sua virulente necessità di satire senza scopo né termini; uomo terribile, perché regge al disprezzo, pregando gli offesi che gli ridonino la loro amicizia, rinfresca scandali più atroci contr’essi. Riconciliatosi a voi tutti, e premiato da voi d’una cattedra di corte, si sbizzarriva accanito contr’a me solo; ma ripartitosi di Milano, v’intimò nuove guerre da nuovi regni. Due anni addietro riseppi da un principe napolitano com’era in Londra, e desiderava che non mi rincrescesse l’onore d’una sua visita. A me pare che l’odio sia la catena più abbietta con la quale l’uomo possa legarsi all’uomo, perché lo stringe temprata d’invidia, e di tristissima collera e di paura. E però a fine di svincolarmene, io mi sono sempre apparecchiato a fare vendetta certissima d’ogni offensore, e godere frattanto della voluttà di sapere che potrei, e non voglio tuttavia vendicarmi. Così lascio ch’altri segua ad odiare con tutta pace. Ma il perdono di chi non può vendicarsi, a me pare merito di mentecatti che rappressano alla bocca del cane la mano tuttavia sanguinosa dal morso. Comeché siane di questo, il fatto fu manifesto a molti di voi come io per intercessione o speranze o timore di peggio, non mi rannodava ad amici né conoscenti da’ quali per loro fallo, o per mio, o d’accidente, o per antipatie d’indole, m’è toccato di dividermi d’animo e di consuetudine e di parole. E rifuggo più ch’altro dagl’individui che mai non s’avveggono di chi li sprezza.

Adunque credendo che io gli portassi odio, partivasi minacciando che avrebbe rivelato al mondo com’io aveva composto da me e per me non so che lettere inglesi di viaggiatore – se pur ei non le scrisse ed altri gliele tradusse – tutte piene delle mie lodi. Io non le ho mai vedute, ma il principe napolitano mi disse che veramente correvano pubblicate di fresco in un’opera periodica. Di sì fatte novelle della vita vostra e della mia e di mille altri ne’ giornali e ne’ viaggi dizionari biografici, ve ne capiteranno parecchie. Di voi, non dirò; ma in quante io lessi descritti i meriti miei, il vero è pochissimo, e sa di romanzo. Molti gareggiando a rabbellire fatti mal accertati e scarsissimi, li rinnovano con rettorica sentimentale: non per alcuna ammirazione di noi, ma per refrigerio all’Europa d’oggi che in Inghilterra peggio che altrove pare riarsa di diabete letterario. Gli stampatori e librai ne fanno gran capitale, incettando al lavoro i manifattori di letteratura, a’ quali spesso l’esercizio giornaliero fa da sapere e da genio, e si allevano orecchianti felici nell’arte di scrivere. Però come gli altri nell’arte di cantare, dilettano meglio che i professori. Vanno tuttavia riscrivendo aneddoti e nomi di persone dotte, sì perché sembrano bestie da fiera – e a dirne il vero, non sono – e sì perché la curiosità intorno a’ viventi compiace al pettegolezzo. Ma in questa età mentre tutti scrivono e tutti tracannano volumi apparecchiati dalla attività mercantile alla vanità della moda, all’ozio agiatissimo e alla necessità della consuetudine, e tutti provandone sazietà li tracannano tuttavia, io conforterei voi ed altri di non lasciare immiserire le nobili facoltà dell’anima nell’inerzia, perché vi sentireste abbietti a voi stessi; ma di non illudervi della speranza ch’altri sappia stimarle. A chi basta un po’ di celebrità, faccia commercio di lodi co’ giornalisti, e co’ critici. Pur non sì tosto le loro cambiali non saranno onorate di prontissimo pagamento e interessi, vi dichiareranno falliti. Né tutto intero un anno d’assidue letture vi aiuterebbe a lasciarvi conoscere quante opere di quel genere in due o tre settimane di lavoro le penne e le stampe profondano in Londra. Così anche i più teneri della loro celebrità avranno da stare contenti all’impossibilità di appurare ciò che ogni forestiero ne scrive e ne legge e ne chiacchiera, e lo dimentica.

Alcune notizie de’ fatti nostri in quasi tutti gli articoli biografici hanno faccia di vero perché derivano tutte da quel tanto che ne disse taluno il quale ci ha veduti da presso. Un abate che odorava d’emigrato ebbe da fare altre volte per gli editori del Journal des Débats; e meritandosi i sospetti di Fouché, capitò male raccomandato in Milano, e l’ebbi amico. Poscia accostatosi a’ francesi della corte del Vicerè, pareva ribenedetto, e scrisse un’opera a persuadervi che in Italia non erano da sperare progressi di filosofia, di tattica, di lingua, di poesia né di musica, se gl’Italiani non si dessero a scrivere d’ogni cosa in francese. A voi pareva prova boriosa da pazzo: pur era tentata con artificio di modestia, e a me pareva ch’ei precorresse saviamente i disegni de’ forti. L’uomo era gazzettiere, prete e francese; e una compagnia di commedianti era mandata da Parigi a occupare il teatro a spese del Re. Il nostro bel mondo struggevasi d’imparadisarsi ne’ circoli della corte, e conversavano pur tutti in francese; e l’abate era maestro de’ paggi, e critico stipendiato e privilegiato d’ogni nuovo libro nostro a darne giudizio nel Giornale Italiano. Però non sì tosto per obbligo dell’ufficio suo, ricordandosi tuttavia dell’antica amicizia, si provò di toccarmi, io m’affrettai di mandarlo, senz’altro, al dileggio degli uomini che lo facessero o rinsavire, o impazzare davvero; e si tacque. Poi ritornatosi da buon francese a’ Borboni, e occorrendo alla setta regnante di denigrare ogni cosa e ogni nome dell’epoca di Napoleone, s’assunse gli articoli biografici degl’italiani – anzi di tutti noi, s’altri non m’ingannò – in que’ volumi di vite e libelli stampati allora in Parigi. Così del vero ch’egli sapeva, gli venivano colorite facilmente le circostanze fantastiche e i rumori popolari che conferivano a’ suoi vecchi risentimenti e alle nuove mire politiche della sua letteratura. Altri poscia d’altre opinioni, e d’altri paesi rivestirono il vero e il falso di quegli articoli in altre guise. E però a voler depurare la storia delle vostre vite in lingue forestiere, vi toccherà provare che non siete stati mai repubblicani, o monarchici, o napoleonisti, o papisti, o ignoranti, o dottissimi, o dissolutissimi, o ipocriti, o Socrati di costumi.

Adunque io ringrazierò solamente l’autore italiano delle notizie per la mia vita inserite quattro o cinque anni addietro nella Biblioteca scelta d’autori antichi e moderni in Milano. Accertisi ch’ei pure s’inganna di molto intorno al quando io nascessi. Alcune delle scritture in quel volume, date al mio nome, non sono mie; e alcune mie sono mutilate, o interpolate, ed altre raccolte dalla tradizione orale da chi forse non le vide mai scritte; e alcune altre da poi che furono composte e lodate perch’io m’aveva da diciott’anni, si rimanevano dimenticate debitamente da tutti e da me: Pessimum inimicorum genus laudantes.

Una perorazione politica sino da’ giorni del Congresso d’Aquisgrana stampata sotto la data – vera o falsa non lo direi – di Edimburgo, mi fu proferita perch’io la comperassi da un Dulau, libraio in Londra e che non conoscevami, e gli risposi, che badasse indi innanzi di non appormi scritture non mie. Il non potere far cosa veruna per la mia patria e andare predicando dì e notte qua e là intorno alle altrui faccende, parrebbemi frenesia di Don Chisciotte rivestito da frate missionario di religione politica. Non tacqui in Italia perché l’uomo che poi la lasciò rovinare, vi aveva pur nondimeno fondato uno stato di sei milioni d’abitanti, ma potenti di ingegno e passioni, di ricchezze, e d’agricoltori; e aveva agguerrito un esercito; e il tutto era amministrato da italiani; e m’ascoltavano i giovani che tutti crescevano armati. Oggi a che pro? E se le esortazioni di migliaia di oratori migliori miei pur non giovano, a che pro delle mie? Gli editori soli del Times hanno esperienza lunghissima, e giornaliera opportunità, ed eloquenza popolare più di quanti scrittori attendono a’ moti de’ monarchi e de’ popoli; e le loro parole arrivano a un tratto e d’ora in ora a’ viventi sotto a’ due emisferi. Ma forse all’Europa questa epoca mercantile portando a torrenti il danaro che circoli, porta nuovi miglioramenti alla civiltà, e porta insieme artifici di più lunghe catene. Né io posso fidare nella diffusione de’ lumi e della libertà, o ne’ progressi dell’umano intelletto, finché vedo che agricoltori e patrizi e letterati e guerrieri cambiano e mercano; e che le generose passioni servono a computi de’ progettisti che quanto sono più fortunati tanto più rovinano la loro patria e l’altrui.

Se non che, a dirne il vero, a me pare che i mercanti più fortunati si vivano senza patria e senz’altari, né onore, da questo in fuori, che si mantengono reciprocamente la fede nella congiura di lodarsi fra loro per integerrimi e ricchissimi di tesori; e farsi giurare per tali da’ principi o da’ loro ambasciadori. Così di pochissima carta possono fare tant’oro in un giorno quanto non n’uscirebbe dalle viscere della terra in più anni; e la danno a baratto per procacciare prestatori di oro metallo a’ monarchi affinché possano moltiplicare eserciti a tenere i loro popoli alla servitú ed al lavoro che paghino a’ sensali le loro pratiche, e l’usura a’ lor prestatori. Spesso anche mandano quegli eserciti a pacificare rivoluzioni d’altri paesi e farsi ristorare delle spese, sì che il denaro d’ogni nazione circoli più rapidamente fra le altre ad accomunare tutte ricchezze alla immensa famiglia europea. Questa dell’oro-carta parmi invenzione che attesta fuor d’ogni dubbio i progressi della mente umana, da che ha saputo crearsi una ricchezza superiore alle creazioni della natura, perché pare più arrendevole a moltiplicarsi, e diffondersi, e a fruttare più prestamente dell’altre. Ma che promova la ragione, e l’anima e la libertà de’ mortali, io nol credo. Ed è una, parmi, delle illusioni create dal tempo ad alterare più sempre le sembianze delle creazioni della natura, che nondimeno si rimangono intatte nella loro sostanza, e permanenti nel loro potere. Onde anche questa ricchezza fittizia sarà sgombrata essa pure per cedere al predominio d’altre illusioni. Frattanto le sommosse de’ popoli alla libertà sono moti di reminiscenze, e languido ondeggiamento che viene cessando. L’Europa fa come l’Italia de’ giorni di Dante:

Vede sé somigliante a quella inferma,

Che non può trovar posa in su le piume;

E per dar volta il suo dolore scherma.

Però domanda nuovi lussi di riposo e mille agi, e più ch’altro, cura il denaro; sente freddamente e si governa per via de’ calcoli e dell’egoismo della vecchiaia; compiange le passioni generose e fortissime; ride dell’entusiasmo; discorre molto di saviezza e di massime; anzi forse è decrepita, perché non fa che ciarlare. Quanto all’Italia d’oggi, a me pare fatta cadavere.

Adunque, non so quali invettive e omelie, che nell’anno 1820 correvano sotto il mio nome a rianimare gl’Italiani in quelle loro sommosse, non sono mie. A me pare di avere scritto assai troppo. Dagli italiani che le miserie di quell’anno mandarono fuorusciti in quest’isola, m’accertai più sempre che la discordia calunniatrice che li aveva prostrati servi, inferocì a straziarli mentr’erano armati a redimersi; onde inseguivali tuttavia per raggravare con recriminazioni di furti, di tradimenti e di spionaggi la loro comune calamità dell’esilio. Fra gli indegni di tempi sì tristi, due che erano stati ministri della guerra in Napoli e in Torino, pubblicarono le loro apologie; però non temo di nominarli. L’uno e l’altro in que’ libri per giustificarsi allegano l’autorità di principj, che soli, fuor d’ogni dubbio, preservano la indipendenza de’ popoli quand’è acquistata; ma impediscono d’acquistarla.

Il generale Carascosa santifica uno de’ dogmi della Santa Alleanza – «Che agli uomini militari non si spetta di ingerirsi in faccende politiche, o di incominciare a redimere la loro patria da’ tiranni, verso de’ quali l’esercito ha debito di obbedienza». – Adunque gli uomini militari non sono cittadini; l’esercito non ha patria; quanto maggiore sarà l’esercito, tanto il tiranno sarà potente, e affamerà molti che sudano su l’aratro, per nudrire molti che veglino su le artiglierie: la servitú sarà eterna; e la tirannide onnipotente. Il Conte di Santa Rosa teneva dottrina contraria: bensì con ottanta mila soldati disciplinati da lungo tempo e con quanto erario bastava a farli prorompere contro a forestieri dispersi e cacciarli in un dì a chiudersi nelle fortezze, e stringerli fra due paure e due fuochi, mentre le forze tedesche s’affrettavano all’assalto di Napoli; pur nondimeno, per non violare il diritto delle genti – «Di non dar guerra senz’intimarla», temporeggiava: e gli ambasciatori della Santa Alleanza ebbero agio di seminare discordie; e gli Austriaci di dar guerra senza intimarla. Ma e non avevano essi intimata a voi tutti la servitú da gran tempo?

Intorno a sì fatti principj io sempre ho sentito così – Che per mantenersi liberi, i popoli hanno da essere giusti; ma che a niuno, se non è forte, potrà mai venir fatto di essere giusto. Iddio arbitro d’ogni cosa regna giustissimo perché è onnipotente. Onde per conciliare i principj e la pratica, non avrei più né disputato né perorato discorsi, né avrei scritto parole, se non forse queste; e non più: La patria, il trono e gli altari stanno nell’esercito. Non si staranno in una costituzione, se non quando ogni terra italiana sarà libera di forestieri. E perché i principi innanzi di giurare costituzioni, si sono obbligati a’ giuramenti della Santa Alleanza, gl’Italiani avrebbero principi spergiuri al loro popolo, o a’ loro alleati: onde è da trovare modo d’avere principe che non deva né possa mai spergiurare. – La libertà a me par cosa più divina che umana; e l’ho veduta sì necessaria e sempre sì corruttibile fra’ mortali, che io non la darei da amministrare fuorché alla Giustizia la quale la governasse con leggi preordinate, immutabili, e d’inesorabile fatalità; e concedesse i fulmini tutti in mano a’ re che ne godano come il Giove omerico, il quale operava per decreti prestabiliti, né poteva mai rivocare il suo giuramento.

Ma questa è poesia. Forse a que’ Greci era sapienza politica. A noi l’occasione non venne che per lasciarci più stolti, e rapirsi l’indipendenza di Venezia, é l’ombra di Roma, e il poco di libertà di pensare e di scrivere che pur era conceduta a que’ giorni. L’uomo al quale pareva che la Provvidenza avesse permesso per alcuni anni il SI FACCIA a ringiovinire l’Italia, ne abusò a riagitarla, e avvilirla prostrata più discorde e più infame nell’antica sua corruzione. Frattanto il vostro genio e la vostra sapienza politica, o uomini letterati italiani, gridava ammonizioni a’ monarchi – giganti o pigmei, a voi che faceva? – perché obbedissero al nuovo Giove. Ben toccavano nuove rotte a ogni poco; ma quanto cedevano, e tanto più abbandonavano il mondo a lunghissima servitú: e a voi rimaneva il conforto degl’infelicissimi, di avere compagni infiniti nelle catene. Che s’ei non avesse giganteggiato contro la natura ne’ deserti di neve, il Regno nostro e il Regno di Napoli sarebbero stati compagni del Piemonte, di Roma e della Toscana, e chiamati dipartimenti dell’Impero; e l’Italia si sarebbe fatta l’Ungheria della Francia.

L’esercito italiano che ripartiva e ritornavasi ad udirsi applaudire di nuove vittorie ne’ teatri con gli inni vostri e fra le illuminazioni delle città, non ritornava che mezzo. L’altro languiva disperso negli spedali di Europa, o giacevasi senza lume di sacerdote, né lagrime né benedizioni di madri, e con ossa mezzo sepolte in terre che le esecravano; e fors’anche,

Or le bagna la pioggia e move il vento.

E chi pur vi ammoniva di sciagure vegnenti e parlanti, doveva starsi, ed io più che ogn’altro, al titolo di profeta forsennato e maligno. Vi ricorda, spero, che fra le prerogative del diritto regio divino era invalsa questa – di far chiudere senza consulte de’ medici o giudizio di tribunali, alcuni sudditi insofferenti nello spedale de’ mentecatti per pochissimi dì, e liberarli che poi imbizzarrissero a lor beneplacito: e tutti videro come v’andò e n’uscì anche uno de’ milanesi d’antico sangue e Grande di Spagna. Vero è che fino allora il Re nostro scelse di tentare l’esperimento sopra cuori imbecilli. Nacque – e nella possessione e nell’uso di questa facoltà, fu mirabile – con occhio perspicacissimo a conoscere gl’individui dell’umana specie; e distinguere quali delle loro doti, e con quali illusioni e temperamenti avrebbero potuto promovere o impedire la tirannia. Erasi mascherato in altri tempi da Cincinnato; poi mentr’ei mandava alcuni miseri savi allo spedale ad illudere di spaventi voi tutti, guardava spaventato agli uomini ch’ei credeva mascherati della pazzia del vecchio Bruto. Vedeva più d’uno, che senza troppa paura di manigoldo, o di ignominia di regicidio, avrebbe insegnato a’ suoi successori di punire gli uomini in tutti i modi dispotici, da questo unico in fuori, del mandarli a diventare suicidi della loro ragione tra i pazzi.

Io nel 1812 ebbi a partirmi del Regno, e starmi, come ho narrato pur dianzi, sotto la guardia di uno de’ Protei famosi de’ Fouché e de’ Savary, per i versi della tragedia rappresentata fra gli apparecchi della spedizione in Moscovia:

A traverso le folgori o la notte

Trassero tanta gioventú, a giacersi

Per te in esule tomba; e per te solo

Vive devota a morte....

e tornarono profezia di Cassandra; e la vanità di Napoleone si divorò in pochi mesi da settantatré mila giovani fortissimi, e tre mila agguerriti figliuoli di onesti cittadini e patrizi, divina generazione italiana, rinata dopo venti e più secoli; e dalla quale sola era da sperare a ogni caso d’infortunio o di morte del Dittatore, e fra le perturbazioni dell’Europa, un vero principio d’indipendenza. Quelle altre parole,

Pietà? Da chi?... Pietà non ebbi io mai.

Obbrobrio, obbrobrio mi sarà lo scettro,

S’io nol porto sotterra....

e non sel portò, e s’avverarono.

Non ch’io fossi più savio, o previdente più ch’altri di voi; né più dotto. Ma e chi mai, anche senza libro veruno, non avrebbe imparato da’ nostri tempi lezioni più utili che non dagli annali dell’universo? Se non che voi eravate affaccendati intorno agli interessi dell’oggi; e distratti da speranze e terrori e illusioni di molte passioni. Io non mi sperava assai, né temeva dalla fortuna o dal principe; e guardava al passato per paragonarlo al presente e trovare guide a giovarmi d’ogni occasione avvenire. Bensì come più ardente, e giovine più di voi, correva spesso allettato da piaceri e vizi e capricci; ma tutti insieme erano predominati a cedere o a cospirare ad una passione unica, che a voi pareva mania di celebrità, e forse peggio; e credetelo: pur io sentivala amore e furore di patria; e m’era Genio, e meditazione indovina, e illusione perpetua. Onde anche oggi, dopo dolori assai che forse placherebbero le vostre vendette, godo a ogni modo d’averla sentita. Né io mi teneva da più di voi per ingegno o per diritto di fama. Io delle scienze so poco, né d’esse pure ho guardato se non alla storia; e di quanto ho imparato nelle altre cose, ho sempre voluto esserne debitore alle anime più che a’ volumi de’ grandi maestri. Vidi fra essi nella città e nella età più feconde di fortissime anime un uomo nato vanissimo e timido; e primeggiava senz’altri aiuti fuor che dell’eloquenza e dell’amore alla patria. Ma co’ pericoli e le disavventure della sua patria ei facevasi sì magnanimo, che gli raddoppiarono l’eloquenza nella vecchiaia; né mai ammonì di sciagura, che non avvenisse; e la patria gli infuse forza a porgere senza lamentarsi la gola ad un traditore al quale egli aveva salvato la vita. Alcune parole ch’ei scriveva fra la servitú e la sciagura, mi erano consigli, ed oggi mi sono conforto. – Dabunt igitur mihi veniam mei cives, vel gratiam potius habebunt, quod, cum esset in unius potestate respublica, neque ego me abdidi, neque deserui, neque afflixi, neque ita gessi, quasi homini aut temporibus iratus; neque ita porro, aut adulatus, aut admiratus fortunam sum alterius ut me meae poeniteret.

Né questa era illusione mia: né l’ardire pareva merito in me, se non forse a chi raffrontavalo alle vostre paure. Io procedeva lento, ma sempre diritto; a viso aperto, ma raffidato nel numero de’ giovani, che m’ascoltavano, e crescevano armati: e molte delle loro famiglie m’avevano per figliuolo. Però quando verso la fine dell’anno 1807, gli Elettori si radunarono a prestare obbedienza intorno a Napoleone sul trono, tre o quattro erano tuttavia da nominarsi per la città di Venezia, e per il dipartimento dell’Adriatico. Allora i Collegi elessero Canova e me’ a pieni suffragi: superflui a quel sommo scultore; e a me necessari, e cari tanto più quanto io non gli aveva sollecitati. Or ne’ registri pubblici riscontrerete documentato il fatto, che per pratiche cortigianesche i Censori de’ voti espunsero il mio nome, e si ridussero a pigliarne un altro che pur m’era lontano d’alcune centinaia di voti; anzi quanti n’ottenne avevali accattati per via di polizzini stampati, allegando per merito ch’ei s’era nobilitato e arricchito di fresco ammogliandosi ad una vedova di patriziato illustre, ma di scandalosa e antica celebrità fra il bel mondo de’ padri nostri in Venezia. Quel misero così antepostomi fu più anni dopo espulso dal Consiglio di Stato con ignominia. Frattanto, non prima i Collegi si radunarono, tornarono pur a ridarmi tutti i suffragi, e i Censori de’voti e il veto regio si tacquero. Or se tutti, o molti, o alcuni di voi mi fossero stati, finch’era tempo, non dirò imitatori o compagni, ma guide in quel sentiero, l’avreste voi trovato pieno di rischi e terrori? O non v’era stata manifestissima l’esperienza che il conquistatore era necessitato di adulare, più voi che gli altri tutti in Italia? E che i padri di tanti guerrieri dovevano pur anteporre che combattessero per la loro patria anziché per le pazze imprese di un uomo solo? E lo tenevano anche per più frenetico che non era. Ma sel tacevano; e a voi tardava ch’ei comperasse nuove lodi da voi. Ma e chi le credeva più, se non egli?

A me, colpa dell’indole mia, non era facile di adulare né pure le passioni nobili: onde sperandomi di rianimarle, io senz’avvedermene irritava le altre, e mi inimicava il vostro amor proprio. Dannando io il sistema, a voi pareva che v’invidiassi gli emolumenti, o ve li mettessi a pericoli: e taluni temendo di farsi esosi al governo, si sono affrettati di parermi avversari; e d’ora in ora io veniva acquistandomi nuove e atrocissime ostilità. Talor anche, mal mio grado, e dell’ingegno naturalmente rigido e malinconico, tentai di piegarlo fino all’arguzia e al dileggio. A voi pareva prurito di satira; e a me pareva imposto e giustificato ogni espediente, purché facesse spregevole la servitú. Ma che fossi io non nato maligno, n’è prova, che lasciandomi intendere a chi doveva ravvedersi, non ho mai parlato alla malignità e alla credulità popolare. Anzi da voi, per esservi divezzati dall’osservare in che tempi io scriveva, fui spesso notato di affettazione profetica e d’enigmatica oscurità. E circondato da tutte parti come Daniele fra’ leoni di Nabucco, la feci anch’io da profeta. Lasciai vedere a taluni ricopiato a penna il libretto Hypercalypseos. Pur nondimeno, affinché i gazzettieri e i patrizi provetti e le pettegole qualificate e i cortigiani francesi non s’accorgessero delle grida, e non ci aizzassero a far di noi spettacolo alla moltitudine, mi provai di scrivere in via di allusioni e in latino. A me non pareva poco, se voi, sapendo com’io risapeva ogni cosa, e ch’era l’animo mio di difendermi, aveste provveduto alla dignità vostra e alla mia pace. Poi sperando d’assicurarmi nel mio esilio d’alcuna tregua, io lasciai da cento copie stampate per gli indovini; e dodici che hanno una chiave le raccomandai alle mani d’amici. Forse chi sa? verrà dì che a taluno de’ loro nepoti que’ scarsi aneddoti e strane maschere e guerre d’eunucomachie parranno d’alcun aiuto a conoscere l’età nostra notabile; e intendere gli Atti dell’Istituto Reale e gli editti del Principe e del Senato. Il proemietto d’essa chiave, sta qui ricopiato, tanto che aggiunga prove com’io, mentre che sotto la vostra censura letteraria mi dibatteva più sempre incalzato d’accuse di maestà, pur non per tanto io mi studiava che tutte le mie scritture sotto apparenza di versi e romanzi e pedanterie di letteratura e di tattica e profezie e bizzarrie d’immaginazioni, corressero tuttavia a una meta politica e all’utilità dell’Italia.

Vidi pur nondimeno fra questi ultimi dieci anni assai volte, e dissimulai – e vidi e vedo – come i maestri tacendosi, vanno insegnando a’ discepoli di vendicarli di me; e i morti sono vendicati tuttavia da’ viventi. Perciò voi, Padovani dottissimi, nell’edizione vostra di Dante citate i nuovi fascicoli delle annotazioni al Gran Dizionario, a ripubblicare così le censure di un filologo modenese di nome ignotissimo alla mia memoria. L’uomo dotto grida e mi sgrida che la filologia di monsignor Dionisi sia stata derisa ingiuriosamente in certo libretto mio sotto il titolo della Chioma di Berenice. A me sovviene com’io pubblicavelo or sono venti tre anni, per tentare a ogni pagina se l’ironia non foss’altro potesse fare che la letteratura tutta quanta non degenerasse in deificazioni e filologie. Il soggetto, il modo e il discorso tendevano manifestamente a farvi avvertiti che i conquistatori, segnatamente di nazioni letterarie, si studiano di parere deità; e s’aiutano di sacerdoti, di scienziati e di letterati a farsi adorare, non potendo altro, per costellazioni e pianeti. E appunto allora le superstizioni grammaticali e rettoriche si raffrettano a immiserire le passioni, l’immaginazione e le lettere d’ogni popolo.

Tuttavia che allora io fossi peggio che discortese al Dionisi era vero: ed ei tacendo m’indusse a pentirmene. Le derisioni che altri avventavagli poscia che fu sepellito, comeché siano da voi compilate qua e là ne’ vostri volumi della Commedia senza notarle di villania, non mi fanno indulgente verso di me. Mi fanno vergognare che voi potreste giustificarvi, citandomi. Piacciavi dunque d’allungare la chiosa di poche parole: Il commentatore dellaChioma di Berenice confessa all’ombra del Dionisi d’essergli stato in vita villano di motteggi puerili. Dell’opportunità di questa espiazione ringrazio il vostro filologo modenese, tanto più ch’io mi accorgo com’ei provvede discretissimo che le sue censure debitamente colleriche non ridestino controversie. Ei di certo – affinché i complici miei d’allora e d’oggi siano ammoniti in guisa che per avventura non odano e non s’adirino – aspetterà che si stiano silenziosissimi in terra lontana donde non possano mai ritornare, o sotterra.

A voi, editori eruditi, mi chiamerò grato, se a certe osservazioni intorno a Francesca d’Arimino attribuitemi, aggiungerete – Che quell’italiano in che sono rifatte, non era mio. Anzi in esse un errore di storia non sarà più tenuto per approvato da voi tutti, se avvertirete – Che quel principe il quale a’ giorni di Dante moveva guerra «con la lancia di Giuda»,

Però non terra, ma peccato ed onta

Guadagnerà,

era Carlo di Valois attizzato da Bonifacio VIII. La profezia tornò verità registrata dagli annalisti che tutti lo chiamano il Senzaterra. Onde chiunque in esse osservazioni attribuitemi, e raccorciate o ritradotte da voi, nominò Carlo di Valois Re di Napoli confederato di Papa Giovanni XXII – s’è ingannato. E perché oltre la lancia, v’è anche la penna di Giuda; e forse voi siete giovani tuttavia, e taluno saprebbe indurvi a usarne senz’avvedervene, non vi rincresca un avviso d’uomo mezzo canuto. Adunque dove inserirete o quelle o altre anonime osservazioni per mie, comeché tornerebbe meglio il non nominarmi, farete di aggiungere: Non però vorremmo affermarlo; poiché qualvolta uno scrittore vivente non ha lasciato che il suo nome si stampi, i traduttori, abbreviatori e compilatori indovinandolo, s’ingannerebbero; e manifestandolo, violerebbero la pubblica fede alla quale l’autore commette il secreto.

Oggi quel nome di stampatore, che io trovo alla fine di ciascheduno de’ vostri cinque volumi, mi vien ridicendo:

Fa di saldar le ragion nostre antiche.

Già da forse vent’anni addietro per compiacere a un amico dettai alcune osservazioni critiche intorno ad un suo poema del quale avrei voluto potere imitare lo stile; ma perché il soggetto mi dispiaceva, furono rilasciate anonime a un giornalista. Dopo più tempo, il fondatore della vostra tipografia, ristampando in Brescia il poema, conferì quell’onore anche alle Osservazioni dell’illustre, il quale non fu mai domato da’ benefici né dalle ingiurie – e parendogli poca l’antonomasia, non gli dispiacque che le iniziali del nome mio la chiarissero. Se io le avessi disdette, mi sarei scemata l’amicizia dell’autore, e accresciuta l’inimicizia del mecenate: e tacendone, avrei giustificato il mondo a presumere ch’io lodava i versi per farmi benevolo chiunque li premiasse da re. Pur mi tacqui. Ma tosto il vostro tipografo ristampando le opere postume dell’Alfieri, lasciavale rimutare qua e là; e d’italiane rifacevale barbare: onde anche per così fatti insegnatori di stile e critica emendatrice d’autografi d’un grand’uomo, parvemi di chiamare la pubblica derisione tanto che li facesse rientrare in sé. E perciò dovevate voi lasciarvi citare per testimoni a provare ch’io era riarso d’invidia? Invidia di chi? Io mi stava, e sto, e starò solo. So che la storia italiana riducesi al computo de’ tributi che abbiamo pagato, e al nome de’ campi dove i forestieri hanno vinto o perduto giornate a dividere le nostre spoglie. Tuttavia per quel poco di età che preserverà la memoria de’ nostri giorni, e rimarrà alcun rumore di tanti travolgimenti, e di teorie e di fazioni e di leggi; di giuramenti dati e spergiurati e ridati, e da spergiurarsi e ridarsi; e fra’ nomi vostri e di tanti vostri demagoghi confederati e monarchi adulati e traditori e traditi tutti; e fra tante signorie rinnegate e servite da voi quasi tutti, uomini letterati e patrizi canuti, rivestiti di ricchezze e di alte magistrature e di titoli nuovi; e fra le costituzioni, e politiche massime, e religioni santificate ed esecrate, e tutto in venti anni, pur so che ove prima quegli anni non siano dimenticati in Italia, il nome mio starà solo; il giuramento mio starà unico; e solo un sentiero mostrerà forme de’ miei passi, e gli ostacoli che ho affrontato: ogni parola scritta da me rivelerà sempre le stesse opinioni, e non additerà che una meta; e dirà che né cura di fortuna o di vita prevalse mai su la mia sollecitudine per l’Italia. La natura, l’educazione e la fortuna avevano congiurato a distinguere voi da me. Errai forse nelle opinioni; e sarò di certo esecrato da’ nuovi frati storici della vostra letteratura: ma starò solo.

L’espediente di promovere l’indipendenza de’ popoli per forza di penne, mi pareva anzi imposto necessariamente dal costume de’ tempi, che utile. Oggi tuttavia moltissimi in Europa ne fidano: pur a me, come anche a un più savio che consideravalo or fanno due secoli, si mostra presagio di vanissima servitú. Né io ignorava che tutte quelle mie scritture erano povere di dottrina, e ruvide d’arte; e che il merito dell’ingegno e della dottrina e della esperienza, era vostro. Ma che io ve ne portassi invidia, voi l’andrete tuttavia ridicendo; non però vel pensate. A due che m’avevano preceduto, insegnandomi a rivolgere la letteratura a utilità della patria, chi fu mai più riconoscente di me? Io del Parini ho spesso esagerato anche i meriti. L’atrocissimo abborrimento, e le calunnie codarde, e poi le persecuzioni apertissime di molti patrizi milanesi – e ne dicevano anche il perché – a che mi vennero? Da ciò solo: correvano medaglie battute al Marchesi cantante eunuco loro concittadino, ed io rinfacciava ad essi che lasciassero le ossa del loro concittadino Parini giacenti per avventura presso a’ ladroni mandati in uno de’ cimiteri plebei dal carnefice. La riverenza mia verso l’ombra dell’Alfieri pareva delitto, perché era fatta spettro increscevole a Napoleone. Il tipografo vostro che andava accattando patrocinio da tutti, trovò taluni che lo addottrinarono a meritarselo: quindi l’edizione sua delle opere postume dell’Alfieri fu illustrata da un vecchio patrizio piemontese, per denigrare nel poeta i difetti dell’uomo: e non molto innanzi in Toscana i begli ingegni avevano gareggiato a provare ch’era tragico minore d’assai de’ francesi; e fu chi riportò la corona. A me nel mio secreto doleva che il grande Italiano armeggiando con virulenza di satire in vituperio della nazione francese, avesse intristito il suo nobile ingegno e gli ultimi anni della sua vita. Il disprezzo ostentato, e il rancore rovente, e le minacce di vendette, rivelano impotenza ed inerzia. In questo nocque esso pure agl’Italiani, quand’ei più che ogni altro poteva divezzarli dal sedere frementi a bestemmiare forestieri, e servirli. La tirannide democratica e poscia la militare ch’egli aveva veduto ignominiose al genere umano e alla libertà, lo avevano fatto disperare di tutto. E non per tanto la Francia aveva e pagato di sangue lezioni politiche per insegnarle all’Europa, e conquistata l’Italia col sangue suo per l’uomo dal quale le città nostre racquistavano unione e leggi men putride, e redenzione da’ frati, e armi agguerrite. Pure quell’uomo non aveva patria, se non un trono rapito di sotto a’ cadaveri, e doveva tuttavia stabilirlo sopra cadaveri; però stava a rischio di vacillare: e a noi per afferrare l’opportunità era da sterpare ogni usanza e lingua e setta di forestieri; e cospirare con l’odio e l’armi d’ogni nazione a ogni evento contro il solo tiranno per rimanerci liberi come gli altri. Ma l’abbominazione perpetua ad un popolo di conquistatori, eloquentissimo nelle lettere, grande e terribile negli errori, e discepolo anch’esso della sciagura, a me non pareva virile né utile. Se non che un concorso di accidenti e di noie ch’ei tacque nella sua Vita, e la tempra sua naturale più ch’altro, avevano abbandonato l’Alfieri all’ira e alla malinconia, ch’ei nominava sue furie. Non però domarono le forze dell’anima sua, e le raccolse per morire da uomo –

Salve mihi, maxime vates, Storia d’Italia

Aeternumque vale: nostros fortuna labores

Versat adhuc, casusque iubet nescire futuros.

Per altro quel suo Misogallo non era pubblico. A me pareva religione di non patire che il suo cessasse d’essere nome sacro. I sospetti principeschi, e i puntigli nazionali e accademici cominciavano ad adombrare delle sue tragedie; e i capitani dell’eunucomachia perfidiavano a volerle fare sgabello al trono del Metastasio. Pur mentre l’Alfieri ricordava dispettosamente i Galli francesi castrati a ballare frenetici e battere timpani e scannarsi per gara di sacerdozio nel Campidoglio, ei procacciava che i Galli italiani cessassero dal gorgheggiare, sacerdoti castrati anch’essi, i salmi nel Vaticano e le amorose smancerie ne’ teatri. Sacerdoti sono, pur troppo, que’ molti a’ quali la mutilazione non può conferire orecchio musicale negato ad essi dalla natura. Perciò li consacrano preti tanto che si guadagnino la vita celebrando la messa; e portano i loro genitali appesi al collo con un cordone come sante reliquie di martiri. Così viene riconciliato il Levitico alla disciplina del celibato; e per la infallibilità del Sommo Pontefice, ridiventano uomini – e queste che a’ forestieri parranno novelle, ricominciano a perpetuarsi verissime agl’Italiani. Or, da che questa crudele libidine, da Semiramide in qua, gira a infamare il globo terracqueo, non vi pareva egli tempo anche per noi che gli eunuchi e le loro canzonette sacre e profane e que’ timpani si ritornassero a’ serragli dell’Asia?

Il tipografo vostro per giustificare le sue correzioni allo stile dell’Alfieri, fu dunque animato ad avventarmisi a corpo morto, e punirmi d’invidia maligna e di ingratitudine a tradimento; onde dettò e pubblicò quel suo libretto col titolo: Alcune Verità a Ugo Foscolo – o questa «Che io essendo tuttavia debitore di non so quanto denaro alla sua ditta, pur lo derisi». – E però riportandomi a’ libri maestri della sua ditta, e alla sentenza di arbitri sperimentati, ei si scelse Luigi Mabil, elegante scrittore, onestissimo padovano vostro, e secretario generale del Senato; ed io mi tolsi Andrea Briche, uomo francese non discaro alla corte, ma senza impegno di parti, e ritrosissimo a maneggiare livori e raggiri. Così stando alle ragioni del dare ed avere di esso tipografo, gli arbitri definirono: – «Che io non gli stava debitore d’assai né di poco; e che anzi il bilancio pendeva tanto quanto a mio credito». Scrissero e soscrissero il compromesso; e sotto a loro occhi fu ricopiato, lungo quant’è, dal tipografo: e firmato da esso, e serbato da me secretissimo. D’allora in qua promettendogli carità cristiana, lasciai che per quindici anni tutte le sue Verità trovassero apostoli; e n’ebbero, e ne hanno parecchi; e camminano predicandole per evangeli.

E spero a voi sarà prova, editori dottisimi della Divina Commedia in Padova, che se la nuova accusa d’impostura venale, intentatami dal critico padovano, non avesse toccato se non me solo, io avrei continuato a tacere. Pur se mai, che nol credo, il vostro tipografo riparlasse, gli manderò incisa puntualmente e stampata tutta la sua scrittura; e depositerò l’originale con due d’altri valenti fra gli atti di qualunque notaro pubblico a lui piacesse deputare. Gli altri erano, e credo siano tuttavia, gazzettieri stipendiati a denigrare or l’uno or l’altro per intimare al popolo obbliquamente ch’erano malveduti da’ superiori; e la libertà della stampa non concedeva che le giustificazioni e le mentite turbassero la pace de’ re e la concordia de’ cittadini.

E non per tanto anche a queste gazzette i tempi avevano portato riparo: sì perché l’amministrazione pubblica tuttavia stavasi in mani italiane; e sì perché l’educazione militare aveva destato la generosità del pudore; né patrocinio di principi redimeva i codardi dall’ignominia. Le tre Polizie, l’una del Ministro a vegliare sul Regno; l’altra del Vicerè a vegliare sopra tutti i ministri, e la suprema del Re a vegliare sul Vicerè, comeché apparentemente ignote l’una all’altra, non potevano fare che talune delle loro spie stipendiate e dilettanti non si affratellassero ad aiutarsi. Molte trame cortigianesche arrivavano alle orecchie de’ ministri assai prima che fossero ordite. Ho tuttavia sotto gli occhi assai nomi e fatti e fasti e apparecchi di polizie in alcuni fogli che m’erano fidati di tempo in tempo affinché sapessi camminare dove giacevano poste le reti. Co’ gazzettieri che ruminavano d’accusarmi d’intenzioni, altro partito non rimanevami, da questo in fuori, ridicolo, di mandare ad essi un uomo militare, a interrogarli intorno alle loro intenzioni, ed onorarli d’un polizzino di sfida: – ridicolo partito e tristissimo, tanto più quanto a me ed agli amici miei non era difficile l’indovinare che il duello sarebbe stato rifiutato a ogni patto. Pur nondimeno, senz’esso, uno di quegli editori non avrebbe levato dal torchio un foglio già preparato; e mi provvide d’un altro suo, tutto autografo, promettendomi che le mie intenzioni politiche non sarebbero più nominate né in bene né in male. All’altro editore, perciò che rappresentava i vicesecretari de’ secretati francesi del Vicerè, che erano proprietari della gazzetta, parve debito suo d’affrontarmi en homme d’honneur. Pur a’ suoi padroni importando che le faccende delle secretarie non diventassero militari, gli ricordarono che i puntigli d’onore stanno male agli uomini di Stato. Però alla presenza d’uno di que’ secretari si disdisse di quante intenzioni politiche m’aveva apposte, o m’apporrebbe per l’avvenire. Il valentuomo essendosi poi ricovrato agli stipendi della polizia tedesca, s’è forse dimenticato della promessa; ed io ne lo sciolgo. Ben gli ricordo ch’io vorrò, quando che sia, pubblicarla; e varrà forse alla salute d’altri che vivono ne’ miei rischi d’allora.

Bensì la sentenza d’arbitri onesti desunta da’ libri de’ conti del vostro tipografo importa ch’esca oggimai dal secreto. Le calunnie politiche oggi montano poco, ma le altre, quanto io più le dissimulo, tanto più crescono e si dimostrano giustificate dalla mia povertà. Però il critico padovano ultimamente s’è argomentato a convincermi di avere foggiate o smerciate frodolentemente per vere le lettere italiane del Petrarca. Non però gli fu assai di vilipendermi in quella sua lettera stampata in Padova. Un’altra ei ne scrisse sotto sigillo a Lord Holland; e ch’io non vidi. Ma che le accuse secrete fossero più maligne, me lo rivela la risposta fattagli da quel signore e mandatami in copia, che io me ne giovi; e mi basterà ricopiarne un estratto.

In your private letter to me, you seem to apprehend from that circumstance that Mr. Foscolo is responsible for their authenticity; that he either procured them for me or persuaded me that they were genuine; and that if not genuine they must have been recently forged by others to impose upon him and me, or by him to impose upon the public. All this is quite incorrect. The Mss. have been in my possession more than twenty years. I, and others more competent to form a judgment on such matters tham myself, have always considered them as authentic letters of Petrarch, long before Mr. Foscolo saw them, and long before I was acquainted with that very learned and eminent man. – If there has been any deception between Mr. Foscolo and myself, I must have deceived Mr. Foscolo, not Mr. Foscolo me, for I shewed him the letters with a strong assurance of my conviction (a conviction still unshaken) that they were in the hand-writing of Petrarch. – They are now before me, and whether they be the genuine letters of Petrarch or not, I can safely affirm upon my honour that they are the same that I purchased as such in October 1804. Holland House, 16 September 1824.

Nel rimanente della risposta il critico padovano fu ragguagliato da Lord Holland del paese e della libreria ove gli autografi erano stati acquistati; e degli accidenti che poi li facevano smarrire e ritrovare fra’ libri miei; e della opportunità esibita a chiunque fosse deputato da Padova di esaminarli, e darne giudizio. Se non che forse tante dicolpe saranno malignate come continuazioni dell’impostura fra me e il nobile possessore di false curiosità. Qui moltissimi uomini d’alto affare pur sanno che da cinque anni e più non mi vedono nella casa del Lord Holland. Ben io mi torrei di abitare con lui in una prigione; ma altri sono gli studi delle ore mie, e gli obblighi dell’esilio; e d’altro è occupata la vita e la mente de’ Pari d’Inghilterra e del nipote di Carlo Fox. Onde mi affisse amarissima più che altra al mondo l’accusa avventata dal critico padovano. Or se da quindici mesi da poi che gli arrivò la risposta, ei ne ha fatto pubblica ammenda, io lo ringrazio; se no, il nome suo, bench’ei l’abbia stampato a piè della lettera, giovimi che non sia ricopiato da me. Io non era più fanciullo in Padova, ed ei più provetto mi conduceva nel palazzo d’un vescovo, a quanto ricordomi, a vedere per la prima volta il ritratto di Dante, che mi sta tuttavia parlante nella memoria, e con esso la gratitudine per la mia guida. D’allora in qua non so mai che favore né ingiuria né consuetudine alcuna di lettere o di parole occorresse fra noi; né so d’averlo riveduto più che una o due volte. Pur se a lui pareva che l’assalire il nome mio gli facesse merito co’ ministri di casa d’Austria e la mia infamia giovavagli alla sua fortuna, o all’ambizione sua letteraria, io sarei stato indulgente a lui come ad altri. Ma e a che e perché in queste miserie travolse senza rispetti anche il nome d’un uomo illustre?

Altre due lettere, le quali pur non potevano se non arrivarmi sott’occhio, furono scritte or sono sett’anni a Lord Byron e a Giovanni Hobhouse, gentiluomo inglese del Parlamento; e l’uno d’essi pur vive, e siami testimonio come a me bastò di provare alcuni fatti, e mostrai documenti in prova dell’onor mio; ma che né alcuna parola mai di esse lettere o intorno ad esse fu pubblicata da me, e che del rumore poi fattone nella Biblioteca Italiana non ebbi né voce né parte. Or chi mai crederebbe che lo scrittore d’esse lettere era uno de’ pochissimi a’ quali poche ore innanzi di avventurarmi all’esilio perpetuo, dissi addio, e gli mandai il tavolino sul quale io studiava, e forse sovr’esso ei scriveva imputandomi cose ch’ei pur sapeva che non erano vere? Poscia dal lago di Ginevra, dov’ei visitava Madama di Staël, m’invitò in nome di lei ad esserle ospite. Non vi andai, né risposi; quand’allora io mi ricovrava dalle persecuzioni dell’Austria di Cantone in Cantone fra’ miseri Svizzeri, i quali avevano imparato anch’essi il diritto regio di dissigillare ogni lettera, e rassegnarla agli ambasciadori della Santa Alleanza; ed egli aveva padre e fratelli e casa e madre in Italia, e dovea ritornarvi. Fosse ch’ei s’adirasse, o del mio non rispondere, o più veramente dell’avere io taciuto i suoi meriti letterari ne’ libricciuoli ch’io scrissi, non so. A’ dotti il non essere lodati così, pare indizio di poco amore; onde molti mi si fecero inimicissimi per colpa, della quale non vorrei mai fare pubblica ammenda. Ben fra le secrete denunzie di lui, e fra le stampate del critico padovano traspira questa – Che io mi sono con pochi meriti procacciato gran capitale di autorità letteraria. – Parrebbe dunque ch’io per invidiosa avidità di rinomanza non abbia propagato nell’Impero Britannico i meriti veri d’illustri viventi in Italia. Esopo diceva: – Il pesce di lago arrivò a caso nel mare; e tutti gli davano il benvenuto. Pur si rimase pesce di lago. – Or, se i più illustri fra voi tutti e d’ogni altra terra europea verranno a raccogliere il benvenuto, s’accorgeranno che la favoletta fors’anche alludeva a un mare di letteratura; e niuno di voi potrà vivere se non pesce di lago.

Molta celebrità mia la trovai qui, apparecchiatami da forse tre anni innanzi ch’io venissi a goderne; e lo riseppi sino da quando un italiano vestito in abito mezzo militare britannico, dopo la rovina di Napoleone, mi presentò una lettera commendatizia. Io l’accoglieva, da più giorni, finché taluni accorsero a darmi prove innegabili che il mio nuovo amico era estensore ed editore d’un giornale letterario in Londra; e in esso – per addottrinare il Quarterly Review che senza triste intenzioni aveva novellato, esso pure, de’ fatti miei – la mia vita era descritta da mano maestra, e mi vidi rappresentato prostrato ogni giorno a’ piedi di Napoleone ad accattare elemosina, e ogni notte a dormire ubbriaco nelle taverne. Or è il vero notissimo a chiunque mi ha mai conosciuto, che né per esempio di grandi poeti, né per sentenze de’ dittatori dell’arte,

Nulla piacere diu nec vivere carmina possunt

Quae scribuntur aquae potoribus,

a me non fu mai dato di vincere la natura astemmia. Che se m’è convenuto ricorrere alle volte al vino per medicina, l’antichissima ripugnanza m’ha pure costretto anche sotto questo cielo di nebbia di farne senza; e per la longevità de’ miei versi spererò nella sentenza di Pindaro: Ottima è l’acqua. E quanto sia vero altresì che apparecchiandomi a rappresaglie, pur non mi curai di effettuarle, questo narratore o editore delle notizie della mia vita vorrà esserne, spero, mio tacito testimonio. D’ammende poi fatte da esso, e da altri, per equità o verecondia, o paura, io non so farne merito. Umana ragione a placarmi mi è stato sempre il sapere che a ciascheduno di noi tutti è pur forza di vivere con quella tempra, e non altra, di cuore, ricevuta dalla natura; e con essa, e non altra, è destinato a disvincolarsi a ogni modo fra le strette della fortuna. Comeché tutti parlino di coscienza, confesso che la mi pare in noi tutti composta anch’essa di sangue e di fibre e di nervi assai resistenti, ma dove più, e dove meno, come tutte le altre doti, dissimile anch’essa in ciascheduno di noi; né forse v’è azione la quale in alcuni non possa essere giustificata dalla coscienza. Or chi se ne adira, s’adira con la creatrice natura, e con la necessità delle cose, le quali di certo né curano né sanno se noi ci adiriamo, e ci lasciano impazzare anche in questo. In Italia – un altro mio biografo narra, ed è vero – io viveva sempre al cospetto dell’universale, con vita alteramente svelata. Forse allora per le accuse intentatemi, le fortune d’alcuni potevano migliorarsi; forse la mia salute pericolava; non mai però la fama d’integrità, che sola poteva dare eloquenza efficace alle mie parole, poteva essermi macchiata da voci di gazzettieri e di cortigiani. Bensì a chi non ha patria non restano, al parer mio, se non i rifiuti della sua vita; onde qui avrei voluto potere occultare la mia. Gl’Inglesi, con quanti io mi sono domesticato, pur sanno che alle umane accoglienze io vivo riconoscente, ma che senza parere vano potrei dire di me: Je suis un de ces galanthommes qui par courtoisie n’aiment aucunement débiter leur caquet à l’advenant. M’era cara la consuetudine di taluni; e tanto, ch’io per poter cambiare liberamente

Questi veri dell’uomo alti tesori,

Vedere amici, udire e dir parole,

con tre o quattro di essi – che forse un giorno nominerò – mi chiuderei in prigione. Bensì alle loro accoglienze onorevoli, e alla ospitalità splendida qui celebrità, poscia ch’ebbi perduta ogni speranza di patria, a me stava a cuore la pace di voi tutti e la mia. Il silenzio è padre di pace; e quantunque a due grandissimi fra’ filosofi paresse che più che altrove, io rispondeva a fatica adescato dalla curiosità, che ora se n’è ita con gli anni. – E più che lodi o il tacere tutto solo e il nudrirsi del proprio cuore sia grave calamità – a me riesce inesausta e libera voluttà. A molti, o in altra fortuna, o più veramente con diversa indole d’anima, sono indispensabili altri piaceri e bisogni; e in ciò, o che m’illudo, io qualvolta non mi disviavano dagli obblighi al mio sistema, fui sempre compiacente ad ogni uomo. Il tipografo può farmene fede; e quando mai mel negasse, due lettere che mi serbo l’affermeranno. Mentre io dileggiava la sua critica emendatrice, non però mi ristava dal sollecitare a sua richiesta dal ministro del Tesoro e dal ministro dell’Interno un prestito che bisognava a’ suoi traffichi; ed ei l’ottenne. Se non che gli occorrevano intercessori potenti per aiuti più utili: e da che io non ignorava come taluno aveva dato intenzione di patrocinio al libretto delle sue Verità, io pubblicando la sua confessione, avrei punito in lui la viltà del più forte. Ad altri era necessità d’insidiarmi per obbedire o a circostanze non molto dissimili, o alle loro passioni. Quel mio visitatore, mentre veniva conscio com’egli era stato a ogni modo inventore o complice di laide novelle a infamarmi, ne sentiva rimorso per avventura, più che vergogna, da ch’ei mentiva per debito d’arte. Era arrivato sequestrato dalla fortuna in quest’isola, mentre la lunga guerra della rivoluzione europea doveva anche dagli Inglesi essere guerreggiata a colpi ciechi e strepito d’artiglierie e di parole. Onde a volere vilipendere il Regno Italiano di Bonaparte, gli amministratori di vituperi politici in Inghilterra non potevano trovare artefici di calunnie né più atti, né più necessitosi degl’Italiani.

E oggimai da mille anni e più la Discordia calunniatrice è fatale all’Italia. Da principio Napoleone l’aveva istigata a imperversare fra le sètte ecclesiastiche, le patrizie, le popolari, e la moltitudine misera e le città; e impediva confederazioni e congiure contro a’ Francesi. Poscia frenavala con mano potente, a farsi stromenti di futura grandezza la Repubblica Cispadana e la Traspadana; e le vedeva pur accanite, e le riuniva nella Cisalpina; e poi nell’Italiana, e se ne chiamò Presidente; e finalmente in quel Regno. E mentre assumevasi la corona di ferro, le animosità pubbliche già da più tempo stavano mute: nè la calunnia contro individui parlò efficace se non molto più tardi, e solo in quanto ei sussurravala a’ suoi gazzettieri. E non ha pasciuto mai la discordia se non con le gare dell’oro e di titoli ch’ei prodigava ad ogni uomo, e a voi più astutamente che ad altri, uomini dotti; e v’ebbe opportuni più forse ch’ei non s’era sperato. Dianzi ho notato com’ei procedeva cautissimo più con voi che con altri. Ma quindici anni allo storico osservatore attentissimo de’ progressi della servitú degl’ingegni parevano grande mortalis aevi spatium. Senz’altro, se il dittatore dell’Europa non avesse mai veduto la Russia, i vostri pentimenti, in pochi anni vedendovi fatti servi di provincia francese, sarebbero tornati stoltissimi, e ogni mia perseveranza mi avrebbe meritato debitamente il nome di mentecatto. Per allora hanno dato più onore a me che alla verità quanti dissero che cinque anni innanzi, per colpa di quelle mie dottrine in Pavia su l’origine e l’ufficio della letteratura, le cattedre che non insegnavano giurisprudenza, o matematiche, o medicine, furono tutte a un tratto abolite.

Ben è il vero che allora la filosofia morale, e la storia, e le antichità, e le lingue orientali, e con esse la greca dopo tanti secoli e l’italiana letteratura e la poesia tacquero nelle tre Università del Regno d’Italia. Non però Napoleone mai sel pensava; né il Vicerè e la sua corte avrebbero ardito di promovere la rovina d’istituzioni venerabili al mondo. Un poeta tragico aveva dimostrato che gli scienziati promovono il potere assoluto del principe; e che i letterati, ove non vivano mendichi, sono utili a’ popoli liberi. – Un poeta d’opere buffe per gl’istrioni cantanti, e di baie contro all’ombra del Tragico, era nato creato a ciarlare buffone e spia involontaria, e a raccontare le sue magagne, e non avvedersene; e dilettava di mille novelle gli ozi de’ grandi del Regno, e i secretari e vicesecretari di corte. Fu dunque addottrinato a intrattenerli di progetti di regia munificenza, e delle meraviglie dell’istruzione universale a’ ricchi ed a’ miseri, e de’ Licei alla francese. Or se i cortigiani, avvedendosi che la chiacchiera del matto era obbliqua prudenza de’ primati del Senato e dell’Istituto Reale, e n’avvisarono il Re, non era loro obbligo? non fu egli ben fatto? Questi cenni non siano pochi a persuadervi ch’io al pari di alcuni fra voi so troppo il come e il dove più mesi innanzi ch’io perorassi quel discorso mal arrivato, ogni alterazione era stata macchinata, apparecchiata e maturata a scoppiare subitanea, sì che non potesse ottenere temperamenti né indugi né pure dagli uomini che s’accorgevano d’averla istigata. Esaltarono adunque la munificenza del Massimo Augusto; né ad essi ne dolse così che per loro consolazione non raccogliessero i frutti che avevano aspettato in premio de’ loro consigli. I professori ch’erano trovati a fatica per tre sole Università, popolarono ventiquattro Licei, organizzati, com’essi dicevano, a immagine d’illustri Università. Erano moltiplicati da voi; eletti da voi; patrocinati da voi; lodati da voi; devoti a voi; e fautori indefessi del monopolio vostro di passioncelle e di vanità letteraria. Ma erano stipendiati dal tesoro del pubblico miseramente, perché mezze forse le entrate del Regno non avrebbero potuto fare che tanti dottori di tutte discipline e scienze godessero d’emolumenti sufficienti a non farli deridere da’ loro discepoli, e dalla plebe. Tapinavano con le mogli e co’ figli a sedere di cattedra in cattedra. E se molti non avevano imparato mai cose che pur insegnavano, scusavali che si guadagnavano pane e null’altro; e che in tutti gli umani conforti vivevano peggio de’ vostri servi. Lodavano voi; vendicavano voi contro gli emuli vostri; compilavano a loro potere i vostri meriti ne’ giornali; e vi davano avvisi della vostra eterna celebrità e della loro gratitudine eterna diffusa ed infusa ne’ cuori di giovanetti acciocché tutti benedicessero voi. Frattanto il Reale Istituto... – or lasciamo andare. Volgetevi a riguardare a’ nostri vent’anni. Bologna, Venezia e Pavia, e la casa d’Austria più ch’altri, cercando tutta l’Italia avevano adunato professori consultati da’ principi nelle pubbliche difficoltà, trattati da’ ministri di Stato da pari a pari: e Bonaparte vittorioso accorreva a visitarli, e vedevali moderatori di gioventú altera di privilegi e d’immunità, e forse non ne hanno altrettanti le due Università d’Inghilterra. Pur dopo i vent’anni, Bonaparte lasciò professori a’ quali ogni loro padrone sfacciatamente s’attenta di dire: Vogliamo da voi sudditi obbedienti e non dotti.

Il vortice de’ tempi, ch’il niega? fosse che il Dittatore universale avesse o rovinato o predominato, avrebbe alterato e queste e molte altre umane istituzioni, a ogni modo. Voi, per magnanimi che foste mai stati, vi sareste trovati egualmente, come pur foste, ravviluppati e raggirati quasi atomi fra le rovine di popoli e di monarchi. Ma certamente niuno, se non l’Arbitro onnipotente dell’universo, poteva mai presagire che l’uomo il quale pareva che avesse raddensato quel vortice di tempeste per governarlo a suo grado, sarebbe stato raggirato anch’esso a quel modo. Or dove fosse caduto altrimenti, quali provvedimenti avete voi preparati affinché la vostra patria, le vostre fortune, la dignità dell’anima vostra, e la vostra fama non precipitassero a incadaverire nella sepoltura d’un uomo solo? E anche cadendo com’ei pur è caduto, se voi da principio senza troppo resistergli aveste soltanto mostrato di non volere mai fare le parti di ciechi e di vili, io, comeché profeta funesto, oggi godrei non foss’altro di poter dire con tutti voi e gl’Italiani all’Europa: non siamo stati né ciechi né vili. Ma oggimai chi mai vorrà dirlo, e chi crederlo? Bensì tutti sanno che Napoleone rovinando lasciava ricchi parecchi di voi; e alcuni in nobili dignità; e tutti, chi poco e chi molto, insigniti di titoli; ma tutti infami per sordide adulazioni; odiati per troppi favori; non creduti da uomo veruno, e vilissimi al vostro padrone ed al volgo, e bramosi insieme e tremanti non forse il mondo co’ vostri nomi oda la storia dell’età nostra.

L’animo mio è di non rivelare se non sommariamente, e pochissime e in generale, delle circostanze le quali precipitarono la rovina del Regno; e forse non poteva impedirsi. Pur se quando poteva essere eroica fu ignominiosa, le colpe erano comuni a noi tutti, da’ soldati in fuori, non domati né illusi, bensì da’ loro ufficiali minimi e sommi furono lasciati perplessi. Niuno prevedeva ciò che avverrebbe; né vedeva ciò che pur avveniva; e niuno oggi sa come avvenne. L’anno appresso parlandone a tre o quattro degli interlocutori del Congresso di Vienna e di Parigi, m’avvidi, e se ne accertarono, che dalla mappa geografica in fuori dell’Italia, avevano veduto più addentro d’assai ne’ Monti della Luna che dividono l’Africa. Rimase storia negletta, perché non è di molto momento alle altre nazioni, e forse il saperla ritornerebbe anche a loro vergogna. E quel tanto ch’io ne vidi, non posso narrarlo con fede tacendo nomi; ed affliggerli di amara e inutile verità non vorrei. Io con la rotta di Lipsia udii che gli avanzi delle armi italiane s’affretterebbero dalla Germania a riunirsi agli altri venuti dalla Spagna, e alle nuove leve, sì che fra tutti difenderebbero l’indipendenza italiana. Onde senz’altra licenza, parvemi d’abrogare il mio esilio, e verso la fine dell’anno 1813, partitomi di Firenze, riassunsi obblighi militari presso il ministro della guerra tornato a que’ dì dall’esercito.

Il Principe Eugenio, ch’era stato allevato ne’ campi di vincitori e di capitani, ma più ch’ogni altro sotto la verga del loro maestro, aveva imparato a guerreggiare, e a temere ad acquistarsi regno da sé. A dirne il vero, pareva nato solo a regnare in tempi tranquilli, dotato com’era di forte senso comune; di cuore perplesso, a chi non sapeva incalzarlo; amorevole, non però liberale, né confidente; poco magnifico, se non in cose che potevano fruttare o rivendersi a un tratto; e prontissimo a sentirsi predominare dalle menti e dalle anime superiori alla sua. Napoleone esaltavalo, sì per ira a Murat, che più d’una volta negli anni addietro aveva tenuto pratiche con gli alleati dell’Inghilterra; e sì perché quanto [più] ardevano risse d’invidie politiche e caserecce fra que’ due, tanto meno ei stava in sospetto di vedere disobbedita la sua dittatura in Italia. Peggioravano le sue vicende: e per quanto altri gli scrivesse preghiere e ragioni manifestissime, non volle mai dichiarare indipendente quel Regno. Eugenio standosi in forse, pur gli doleva di perderlo. Agli ordini che l’Imperadore mandavagli di accorrere con tutti i francesi verso Lione, rispondeva il vero, «Che Murat sotto colore di federato austriaco, s’era accampato sul Mincio a far pratiche co’ generali italiani». Pur quantunque Napoleone incalzato in Francia ripetesse i comandi, la sua trista fortuna aveva insegnato anche all’umile suo creato di non obbedirgli. I Francesi scuorati e ardenti solo di ripatriare, furono di facile illusi dal grido d’Eugenio, Honneur et Fidélité, mentre ch’ei non pertanto spianavasi andirivieni a maneggiare patti con casa d’Austria. Pur Murat aveva cuore più cavalleresco d’assai; temeva anzi il volto che le armi de’ francesi d’Eugenio: e i Napoletani – che se non fossero irremediabilmente ciarlieri sarebbero consiglieri astuti e guerrieri più saldi – aggiungendo avvisi ad avvisi e propalando per troppo zelo ogni cosa, e più ch’altro il loro odio a’ Francesi, straziavano la mente poco gagliarda di quel misero re, che riputavasi prigioniero fra’ suoi. Invano alcuni degli altri Italiani gli ripetevano per lettere e messi ch’Eugenio aspirando a corone sarebbe stato contento d’oro e di feudi in Germania; che i Tedeschi della Lombardia si divorerebbero in un subito l’Italia meridionale; che i principi dalla Sicilia avevano sempre riconquistato il trono di Napoli; ma da quel trono non avevano racquistata mai la Sicilia; che gli alleati non avrebbero patito un re giacobino; né i Borboni [un re] non Borbone, né Bonaparte un capitano ribelle. Il re febbricitante di passione in passione, e non mai spronato irresistibilmente dall’unica che più stavagli a cuore, temporeggiava. Però mentre egli ed Eugenio e altri molti erano fatti certissimi dell’abdicazione a Fontainebleau, i soldati napoletani e i lombardi, guidati da ufficiali che si lavano del traditore chi dell’Imperatore e chi dell’onore italiano, continuavano a trucidarsi su le rive del Mincio.

Frattanto due generali italiani, cari a’ soldati e alla moltitudine, e circondati d’amici, e a’ quali un ardimento improvviso avrebbe bastato a liberare il Regno, o impadronirsene, e più probabilmente cadere con generosa rovina sotto a’ monarchi confederati, ondeggiavano. L’uno rispondeva che disprezzava il principe Eugenio, e fidavasi poco del re di Napoli, sì per certo antico rancore, e sì per la nuova defezione dal suo benefattore: e ch’esso pure chiamandosi debitore a Napoleone di tutto, avevagli giurato obbedienza, e non farebbe atto di ribellione o d’ingratitudine se non quando ei fosse certo della libertà dell’Italia. Poscia bench’ei fosse convinto ch’era tuttavia da tentare, niuno avrebbe potuto persuadernelo, quand’ei com’ogni altro uomo lasciava che la ragione adulasse gl’impulsi del cuore. L’altro generale viveva avverso a Napoleone e amicissimo del re di Napoli; onde venuto in sospetto ad Eugenio che l’aveva scostato dall’esercito, incominciò a viso aperto a pendere verso Murat, che non per tanto partecipava a’ suoi parteggianti la fama di traditori, e tuttavia stava a bada, e rovesciava nel cuore degli amici suoi la sua sciagurata perplessità. Il vero schietto parevami fosse che tutti i principi e generali in Francia e in Italia, assuefatti alle redini d’un uomo solo, tentavano di svincolarsi dagli altri, e come cavalli quando il cocchiere sta barcollando e rovina, correvano chi qua chi là a strascinarsi il carro, e l’impedivano fra di loro: e lo precipitarono e si rimasero sotto a’ rottami. Il che avverrà sempre dove la salute delle nazioni sta tutta in un uomo solo.

I soldati italiani aspettavano chi additasse la via; i loro congiunti non potendoli riavere, si sarebbero armati ad assisterli: le città ed il contado, fors’anche tutta la gioventú nell’Italia settentrionale, come con l’impeto d’un solo animo, se allora non avesse temuto di guerreggiare per mantenere la conquista a’ Francesi, guardava intorno accanita ad avventarsi e combattere disperatamente contro a’ Tedeschi. Il primo rumore da Fontainebleau (perché il Vicerè non lasciava che gli uffici postali distribuissero lettere, e un francese suo secretario privato fu deputato a diriggerli) venne in Mantova a noi dal campo del re di Napoli. E comeché molti lo smentissero come viltà impossibile all’animo di Napoleone, e finzione de’ traditori, l’andare e venire dal Vicerè e da’ parlamentari austriaci fuori della fortezza, lo raffermarono. I Francesi rimormoravano sedizione, patria e ritorno. Gl’Italiani ridomandavano a che e per chi si stessero notte e dì sempre in armi? Fu dunque tenuto consulta fra pochi, e fermato il partito che al dì seguente, mentre che il Vicerè o andando o tornando a’ parlamentari fuori delle mura sarebbe passato fra’ reggimenti italiani, insorgessero a un tratto, e circondarlo con le sue guide e il suo stato maggiore. E uno fu deputato a richiederlo o di ripartirsi senz’altro avviso con i reggimenti francesi oltre l’Alpi; o di lasciarsi guardare in luogo sicuro, finchè le sorti dell’armi e gl’Italiani definissero s’ei regnerebbe; o di difendersi allora da essi per vita o morte, quand’essi, non esistendo più il re ch’ei rappresentava e non avendo diritto di successione al trono, dovevano tenerlo per invasore, tanto più quanto vedevano ch’ei praticava di venderli a mani legate a’ Tedeschi. Né questo partito aveva in sé principio veruno di ribellione o ingiustizia; né rischio di danni, dal solo in fuori di una breve guerra civile fra reggimenti francesi e italiani, che avrebbero indotto di subito il re di Napoli a moversi. La fortezza essendo pur nostra, ei poteva venirvi senza che gli Austriaci s’attentassero di approssimarsi. E tolti che fossero gl’impedimenti dell’inerte perplessità, il coraggio deliberato e le sorti avrebbero provveduto a ogni modo. O che il Principe si fosse partito, o lasciato uccidere, o arreso a ragione di patti; o che il re di Napoli fosse venuto, l’uno e l’altro starebbero fra gl’Italiani. Chi sapeva la natura di Eugenio, presagiva ch’ei si sarebbe riconsigliato di starsi a ragioni; e poich’era imparentato con re d’alto legnaggio, e di filosofica tempra, ed aveva figliuoli italiani, era opinione di molti, e mia, ch’ei dovesse ottenere il Regno ed esserne debitore alle armi degli Italiani, e giurare, senza pericoli di spergiuri, alle loro costituzioni. E forse con poche alterazioni, quelle del Regno bastavano per allora.

Se non che niuno de’ generali sapeva della consulta; e due o tre de’ congiurati innanzi giorno cominciarono a riconsultare se gli altri avrebbero avuto animo d’eseguirla e onestà da tacerla. Gli altri il riseppero a un tratto, e tutti invilirono; non però alcuno la rivelò: bensì molti, quasi ne fossero stati convinti, s’affrettarono a radunare i loro soldati, e giurarono ad altissima voce vita e regno ad Eugenio Napoleone. In quel mezzo alcuni de’ generali per gratificarsi il Principe, o non saper che si fare, ridussero il giuramento a maggiore solennità. Parecchi soldati gridarono, i più si tacquero; e il partito savio per sé, ma tentato puerilmente, lo registro qui perché fu noto a pochissimi, e per documento delle imprese soldatesche alla libertà, ogni qualvolta non sarà chi le guidi da dittatore.

Fra il tempo degli accampamenti di Murat su le rive del Mincio e la caduta di Napoleone, e anche dopo, i generali austriaci tremavano prevedendo imminenti a ogni poco i Francesi, i Lombardi e i Napolitani ad invaderli; e il popolo in armi a impedire i passi de’ colli e de’ fiumi. Lusingavano quando di mezzo il regno il principe Eugenio, quando il desiderio d’indipendenza a’ Lombardi, e lasciavano precorrere manifesti ciarlataneschi di generali inglesi, e di un irlandese soldato ibride; poi li disdissero: e chi ne ha fidato, sel meritava. Ma non prima udirono dell’abdicazione, esibirono ad Eugenio altri patti; e ne venne una tregua d’arme, tanto che i monarchi vittoriosi mandassero il loro decreto a chi e come doveva distribuirsi l’Italia. Il Vicerè, allettato pur sempre dall’ambizione d’un trono, pose speranze negli Alti Confederati, ma non così che il suo senso comune ne rimanesse deluso. Adunò in Mantova quanta ricchezza e arredi ei poteva da’ palazzi imperiali; e deputando oratori e cortigiani e uffiziali a Parigi, a Milano, a’ Senatori e a’ soldati, e aspettandosi più ch’altro d’essere richiamato in Francia, andava mercanteggiando a sapere, quand’apro non avvenisse, per quanto gli Austriaci verrebbero a insignorirsi, anzi prima che poscia, della fortezza di Mantova. Ma gli Austriaci mandavano spie d’alto affare a procedere a’ più seri consigli co’ vecchi patrizi e co’ loro confessori, e con alcuni primati de’ Senatori. L’uomo di Stato valtellinese, per ispirazione dall’alto o di Talleyrand, aveva già sussurrato – di che ho fatto cenno – le lodi della legittimità per diritto regio divino. Incominciò a dimostrarlo alle pie gentildonne, razze bastarde di bastardi de’ tirannetti Visconti e degli Sforza nati d’agricoltori in Romagna. Erano titolate pur nondimeno marchesane, principesse dell’Impero Tedesco, e grandesse di Spagna. Che fra esse la Viceregina fosse primamente chiamata Madame Beauharnais, non par meraviglia; ma fu codardo motteggio d’uomo, a donna che pur era figliuola di re, bellissima fra le giovani, e d’indole angelica, e madre di principi nati in Italia. Spia degli Austriaci guidatrice delle altre era un cavaliere di Malta, già stato frate. Ospite fidatissimo gli era uno fra’ nobili di Milano, famoso perciò che viaggiò sino all’altro emisfero, e scrisse un libro; ed era anche di gravi costumi, e devoto della religione gesuitica; ma più ch’altri ricchissimo di salari; e voleva non perderli tutti. Allora aveva nomi di senatore, consigliere, maggiordomo, presidente del Museo, e direttore della stamperia reale, mastro giardiniere, e altre cose: e però,

Chi ’l vide in culla il battezzò Panurgo.

Queste novità non le sapevano i Ministri, né forse avrebbero saputo che farsi. I Senatori tornavano a sedere e a discorrere consigli, chi volendo tornarsi a casa silenziosamente per meno vergogna; chi lasciare il governo al Vicerè, professando di rimanersi fedeli alle costituzioni del Regno finch’altro principe non li chiamasse ad assisterlo a rimutarle; ma i più s’affaccendavano a dimostrare doversi chiamare un padrone, e averne merito innanzi tratto; e fra questi, o fingendo o davvero, taluni, quando pur il Senato in ciò non aveva poteri costituzionali, volevano coronare Eugenio. Le spie frattanto con tre o quattro de’ Senatori uomini di Stato ordirono che la plebe del municipio tumultuasse a fare da carnefice, e trucidare forestieri italiani e ministri non nati in Milano; e il tumulto indusse il Vicerè a non aspettare ritorno d’oratori, né consulte di Senato, o decreto di Monarchi Alleati. Comeché non fosse spirata la tregua, rassegnò Mantova agli Austriaci, e insieme venti e più mila agguerriti italiani ch’ei lasciava sparpagliati per mezzo la Lombardia; e si parti portandosi quanto tesoro aveva adunato. Che il Vicerè e un ufficiale generale italiano ricevessero denaro per la cessione della fortezza anzi tempo, molti mel dissero; ma non l’ho avverato mai, né indagato: e considerando la ricchezza del Principe, la povertà degli Austriaci, e la calunnia del paese e de’ tempi; e dall’altra parte avendo egli lasciati indizi patenti d’avidità mercantile, e di raggiri di cambiali con pubblicani e banchieri, dubiterei d’affermarlo, ma non forse di crederlo.

A chi interrogava dove, e da chi fosse stato ordito il tumulto della plebe e l’assalto al Senato, e la carnificina del Conte Prina ministro delle Finanze, venivano poscia additate molte faccie patrizie, e palazzi. Oggi, credo, sanno pur tutti come il concilio de’ nobili congiurati fu tenuto nella casa d’un ricco popolano, e presieduto dalla moglie sua, una di quelle adultere premiate di celebrità, dalle quali fu in ogni tempo avverata l’esclamazione del buon Parini,

Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse.

Così la splendida ignominia di dieci o venti sciagurate, si riflette indegnamente sopra infinite giovani madri di famiglia in Italia, educate all’ombra di mediocre fortuna, e a quella moderazione de’ desideri che sola mantiene vergine in tutti i paesi e più ne’ corrottissimi la modestia domestica e la beltà dell’anima femminile. Istigatrici della congiura erano tre gentildonne ritirate dal mondo per divozione e vecchiaia, e alcune dame di corte, una d’esse giovinetta, santa e vaghissima. Or, sia per alcun difetto inerente nel dogma, o ne’ modi d’amministrarlo, o per altre cagioni, le donne, quante ne osservai ne’ paesi protestanti, non sogliono affaccendarsi di cose politiche come ne’ paesi cattolici. Qui, ricche e povere, sono gelose, e avidissime d’autorità casereccia. Spesso, più che le nostre, invaniscono a pedanteggiare di letteratura, e talvolta anche parteggiano per questioni oratorie e candidati di parlamento. Pur direi che pochissime, se mai pure, s’attentano d’interrogare i loro mariti intorno a gravi faccende di Stato, o brigare a condurre secreti di congiure, e raggiri di parti. Però di alcune gentildonne forestiere che siedono a consiglio diplomatico co’ loro mariti dicono spesso Madame l’Ambassadeur, e Monsieur l’Ambassadrice. – Se il celibato de’ preti aggiunga predominio alla beltà femminile, e se la confessione auriculare trovi opportunità a secreti politici, e se la vanità e le passioni e le brighe d’uomini e donne si scontrino per si fatte vie e s’avviluppino fra di loro, altri più acuto l’accerti. L’osservazione del fatto pare sicura; e dove il paese è cattolico e il governo assoluto, sarà manifesta.

Nella loro apologia parve a que’ Senatori uomini di Stato che il mondo volesse compiangerli, se fra’ secreti di quella codardia crudele avessero rivelato il nome del generale Mazzucchelli, ed il mio. Del generale, non so; ma da più anni egli era conosciuto a me, ed io a lui; né l’uno mai si sarebbe attentato di richiedere l’altro di sì fatta complicità. Se mai non degnò di rispondere, la fama ch’ei s’acquistò fra gli eserciti, e più che altrove nelle guerre di Spagna, gli era giustificazione ad ogni calunnia di tradimento. A quel libro diedi la. mentita in una gazzetta svizzera; e benché un prete cattolico, spia tedesca e al quale lo stampatore lasciava ricorreggere le prove, ne desse avviso, e fu intercettata sul torchio; pur mi venne fatto d’averne parecchie copie, e taluna la serbo. Non però io rispondeva, se non a manifestare la stoltezza del loro espediente a difendersi con recriminazioni a noi tutti di colpe originate dalla loro avidità di danaro. Bensì intorno al mio congiurare contro al Senato e a’ ministri lasciai che i fatti patenti agli uomini amici e nemici rimandassero la macchia sanguinosa dell’assassinio sul volto agli accusatori. In quel giorno del tumulto io con lungo pericolo mio tolsi dalle mani di molti manigoldi ubbriachi il generale Peyri ch’essi chiamavano Prina; non che sel credessero, ma deliravano stragi; e mel portai fra il petto e le braccia a traverso la folla arrabbiata. Alcuni d’essi sul far della notte mi tennero dietro, e molta plebe con fiaccole dalla lunga, finché i più prossimi mi s’avventarono, e l’uno mi ravvolse d’una corda e mi stringeva le reni. Io sino dalla mattina m’era armato d’una daga nascosta sotto il soprabito, perché era giorno piovoso, e camminava tenendola impugnata; così la punta gli fu al collo, innanzi ch’ei potesse strascinarmi con la sua corda; e afferrandolo per un braccio diceva a lui ed a’ suoi che mi seguitassero a quel modo, tanto ch’io entrassi in una casa vicina; e se facevan motto il loro compagno sarebbe scannato. La moltitudine si raffrettò, e i miei manigoldi gridavano che accorresse ed io che accorresse, movendomi innanzi tuttavia col sicario e la sua corda che mi stringeva le reni, e la mia daga sempre in quell’atto da teatro, sino presso al palazzo de’ Belgioioso. Lo spazio della piazza lasciò che la folla si distendesse, e mi circondò; e tutti esclamavano «patria». Parecchi riconoscendomi al lume delle loro fiaccole, mi nominarono; e ch’io m’era il galantuomo della tragedia proibita, e che m’avrebbero accompagnato salvo dove volessi. Io più per dar a vedere fiducia, che per alcuna speranza della loro salute, predicai di patria, e di pace e buona morale, e che andassero a’ loro figliuoli. Parevano spossati tutti della furia di tante ore, e si rimanevano ad ascoltare. La contessa T[h]iene, s’io mi ricordo, e di certo il senatore Carlotti e il suo primogenito, m’udivano dalle finestre del palazzo. Ma erano degli Stati Veneti, e la loro testimonianza valeva poco in Milano. E da che io non fui lacerato dal volgo, s’argomentarono i valentuomini di desumere ch’io di certo doveva averlo sovvertito a infierire. Altri poscia e il generale Peyri e il generale Pino dissero il vero; ed oggi tutti conoscono i creatori e i complici di quell’impresa; ed io so che se il nome mio si fosse trovato nella lista degli arricchiti dal governo, sarebbe stato ricopiato negli esemplari della lista di cento e più individui e famiglie che dovevano essere trucidati o dilapidate; e parecchi di si fatti esemplari furono trovati poi nelle mani di malfattori che non li sapevano leggere.

Le loro grida di patria e di libertà, e le loro fiaccole che mi mostravano faccie pallide atroci, e labbra tremanti di rabbia, e occhi pieni di stupidità o di delirio, e i loro corpi barcollanti d’ubbriachezza e di furore baccante; e alcuni con mani armate di coltella mezzo rotte, o di corde da strozzare, e di sacchi vuoti a rubare, m’insegnarono più teorie di libertà che non tutti i libri della filosofia, e quanto lessi mai nelle storie. – Ed io mi pensava: Voi, miseri, dovete avere pane, prete e patibolo; ma in queste tre cose, santissime come pur sono, non però sta la patria. Voi in terra veruna non potete sentire pensare né parlare di patria. Voi non intendete la definizione della giustizia di «a ciascheduno il suo», perché voi non possedete cosa veruna, e vedete che altri possiede troppo, e sapete che innanzi di avere il diritto di possedere bisogna avere la facoltà d’acquistare, e a voi manca e la facoltà e l’occasione di usarla. Chiunque vi fa credere che le facoltà della ragione vi faccian tutti eguali, vi fa insuperbire di dote che spesso avete scarsissima, e di rado vi è conceduto di poterla educare in guisa che possiate esercitarla utilmente: e chi vi dice creati liberi dalla natura e fatti schiavi dalla società, vi fa delirare a meritarvi catene più dure. La natura vuole che se alla società manca il diritto di proprietà, gli uomini siano condannati tutti a contendere per la possessione della terra, e a non potere mai possederla né coltivarla; e perché così si rimarrebbe coperta di cadaveri uccisi dalla rissa o dalla fame, voi che non possedete mai nulla siete e sarete servi eternamente di chiunque vi nutre al lavoro. Così la tirannide e la servitú sono infirmità ingenite nell’animale umano; e la libertà non è che rimedio utilissimo come que’ della medicina, a rinvigorire la sanità, a prevenire, o temperare le malattie e forse prolungare la vita; ma è rimedio difficilissimo ad applicarsi: né giova a tutti, né tutti lo bramano; e dove giovò non durò per molti secoli: e sempre, e da per tutto, la libertà fu eredità di poca parte del genere umano; e l’altra serviva, e serve, e servirà fino a tanto che la natura non si muti e non abroghi la legge fatale e inviolabile del diritto di proprietà. – Sia questa la professione della mia fede politica, onde anche in ciò molti cessino d’affaccendarsi a interrogarmi; e s’affrettino a punirmi d’eresia, da che non potranno farmi ricredere di cose professate oggimai da vent’anni.

Gli ascoltanti miei in un subito m’abbandonarono precipitandosi verso più molte fiaccole e urla lontane, ché Prina era stato scoperto, e dissotterrato dal suo rifugio, e uccidevamo. E tutti, da pochi in fuori che pur vollero farmi da scorte, non si partirono se non quando videro chiusa e udita barrata la porta della casa ov’entrai. Gli altri erano accorsi a vedere strascinare e sbranare il cadavere nudo del Conte Prina, e lo condussero solennemente al palazzo del Podestà. Ivi i moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri municipali e le spie tedesche e i primati della congiura crearono una Reggenza del Regno, e un’assemblea di Legislatori. Deputarono ambasciadori agli Alti Alleati in Parigi a perorare i diritti dell’indipendenza italiana; ma per agevolare il trattato, e mostrarsi discordi, deboli ed imbecilli a meritarsi l’indipendenza, fecero legge che dal Regno fossero esclusi tutti quanti i paesi che non erano appartenuti al Ducato di Milano. Così di sei milioni d’abitatori lo ridussero a poco più d’uno. Cassarono da’ ruoli gli ufficiali tutti quanti dell’esercito ch’erano nati in Francia, o fuori de’ confini di quel nuovo regnetto, e che non per tanto da vent’anni avevano versato sangue e procreato figliuolanza legittima; e solo per essi gli Italiani cominciarono a non essere nominati codardi fra le nazioni. I Collegi degli elettori, composti de’ notabili fra’ possidenti di terra, di denaro e sapere nel Regno; stabiliti per fondamento di tutte leggi a rappresentare il popolo tutto, ed eleggere i senatori, i giudici, ed ogni magistratura, e il Re ove mancasse la successione; indipendenti dalla corona; non eletti che da’ loro pari; e non revocabili, né mai pagati: e però in essi era la radice vera di tutte le costituzioni. Pur nondimeno anche i Collegi furono in quella notte pervertiti, mutilandoli di quanti membri rappresentavano i dipartimenti e le città del Regno che non parlavano il puro dialetto lombardo. Finalmente con legge acclamata fu decretato, doversi inibire ogni ingerenza e consiglio nelle faccende pubbliche agli uomini dotti, come adulatori venali, inettissimi a tutti diritti ed uffici di cittadinanza. –  Or voi, di ciò e d’ogni cosa siate memori e grati al Genio di Napoleone ed al vostro.

E non per tanto, anche i meno sciagurati di quella moltitudine insanguinata erano stati subornati di grado in grado da’ patrizi canuti, e da’ preti lor parasiti, a farsi esecutori di ogni scelleragine con sicura conscienza; e senza dire della religione, furono indotti a credere – Che gli stipendi ricevuti da voi per adulare Napoleone, non derivavano dalle imposte de’ ventiquattro dipartimenti del Regno, bensì tutti dal territorio milanese – Che la prosperità di ricchezze in Milano non derivava in parte anche dalle rendite delle vostre famiglie traslocatesi in quella città, e dalle signorili allettate a dignità di magistrature e di corte; bensì dalla inesauribile fertilità del suolo lombardo – Che quantunque non bisognassero a voi le elemosine, e trovaste sempre lavoro, pur nondimeno pigioni e pane incarivano, non perché l’affluenza di tanto oro da tutte parti, e di nuovi traffichi e abitatori che lo portavano avessero invilito il danaro; bensì perché la tristizia de’ ministri, segnatamente per mezzo del ministro delle Finanze, levava tasse affinché i forestieri fossero nudriti da’ milanesi. I ministri dunque furono tenuti tutti ladroni, e il conte Prina fu sentenziato ad essere sbranato a tradimento di patrizi e furore di popolo; e fu sbranato. A que’ patrizi non parve vero di sedere sul trono una volta, e governare da patriarchi il loro buon popolo; e parlandogli alle orecchie ed al ventre, afferrarono questa occasione. Or va e parla alla moltitudine, a insegnarle filosofie di prosperità pubblica e di libertà! Voleva in Milano come da per tutto meno lavoro e più pane; voleva saziare anche l’appetito naturale e insaziabile dell’umana malignità; invidiava chiunque le pareva arricchito di poco; venerava le antiche razze per tradizione, e credeva anche a patrizi stati educati da’ frati, e ch’erano cresciuti nelle impurità sfacciatissime di adulterj promiscui, erano abbrutiti nell’ozio e nell’antichissima servitú sino dall’età de’ Visconti; e acciecati nell’ignoranza, e atterriti alla voce lontana d’ogni soldato – e riescirono aristocratici inetti. Gli Austriaci, onorandoli, dissero che non intendevano di violare la tregua o derogare alla sovranità milanese, o dare consigli all’assemblea legislatrice del popolo libero: ma che con alcuni de’ loro reggimenti verrebbero a mantenere concordia, finché gli Alleati avessero risposto a’ deputati a Parigi. Onde vennero e s’insignorirono d’ogni cosa.

La apologia de’ Senatori allega, ed è il vero, che la Reggenza mi onorò d’un grado superiore al mio antico nell’esercito. Ma chi di essi e de’ loro colleghi, dal Conte Testi in fuori, il quale diriggeva gli affari diplomatici del Regno, chi mai rassegnò i gradi ed emolumenti a quella Reggenza? Il Testi rassegnò, scrivendo a un di presso ch’essendo de’ collegi di Modena, città esclusa dal loro nuovo Regno, ei non poteva né voleva servirli. Accadeva che per l’appunto in quella mattina, forse senz’altra varia lezione importante, se non Venezia invece di Modena, mandai una breve lettera del tenore medesimo alla Reggenza. Né io sapeva il proponimento del conte Testi, né mi sovviene d’avergli parlato mai, o d’avere scritto il nome suo prima d’oggi, bench’io l’abbia sempre onorato fra gli uomini saviamente liberi ed utili alla patria ne’ tempi di Napoleone. Ciò che la Reggenza gli rispondesse, non so. A me rispose mandandomi quel nuovo grado. Quanto io me ne sia gloriato, ogni uomo sel vide; bensì a non rifiutarlo subitamente m’indussero cagioni insistenti per l’appunto in quel giorno; e i fatti che ne derivarono, comeché vani, sono tuttavia noti a pochissimi: e mi giova di ricordarli innanzi che la morte si tolga o me, o il testimonio.

I soldati italiani non udirono di quella rivoluzione se non da lontano; e guardavano intorno tuttavia sbalorditi dal modo della caduta di Napoleone, sì che avevano perduto ogni cura di sé e della patria e di tutto. All’Austria per allora bastavano Mantova, la discordia calunniatrice italiana, e l’eloquenza gesuitica di que’ tre o quattro Senatori chiamantisi uomini di Stato a nessuno secondi, apostoli della dottrina della legittimità per diritto regio divino; e a’ preti era facile di dimostrare che la rovina dell’Impero francese fu maturata dalla provvidenza ad assennare i monarchi plebei. Inoltre a’ più de’ cittadini grassi in Milano rincresceva d’essere governati da’ loro vecchi patrizi; e i governanti erano atrocemente invidiati da’ loro pari; così che da padrone a padrone anteponevano l’Austria; e tutti credevano alla promessa degli Alti Alleati, che la giustizia avrebbe ridato ad ogni principe i suoi domini, e ad ogni città i suoi privilegi confusi e rapiti dalla rivoluzione francese. Però lasciando che la Reggenza vaneggiasse a padroneggiare a sermo suo, e che l’Assemblea perorasse costituzioni ed indipendenza, gli Austriaci non facevano loro resse e faccende, se non intorno al ministero della guerra: e tuttoché non fossero entrati in Milano, vi capitò un loro generale, e fattosi alloggiamenti delle stanze di quel ministero, cominciò autorevolmente a indagare, e frugare, e travolgere, e riordinare ogni cosa, senza rispetto a’ termini della tregua. Non molto rimoti gli uni dagli altri, e accampati qua e là a guardia de’ limiti del terreno neutro, si stavano da dodici in quattordici mila soldati dell’esercito vecchio. Onde non prima rassegnai i miei stipendi e m’ebbi quella munificenza, insorse la necessità che pochi fra noi pensassero se modo vi fosse che i nostri commilitoni non si trovassero annientati senza essere stati mai vinti. Importava che noi potessimo interrogare efficacemente gli Austriaci, cosa intendevano di fare di noi, e degli orfani e delle vedove de’ nostri compagni morti in battaglia, e del nome delle nostre armi. E prevvedendo che la risposta sarebbe fatta da moltitudini di reggimenti e d’artiglierie, importava che innanzi tratto gli avanzi de’ nostri movessero di notte ad accamparsi improvvisamente fra gole di monti attraverso il Bergamasco, la Valsassina e la Valtellina e i Grigioni italiani. Ivi i pochi sarebbero stati leoni a impedire che arrampicassero turbe di cacciatori e cani tedeschi avviliti già da quindici anni di perpetue sconfitte, e proverbiati da’ nostri veterani – oltre il vero, ma pur quanto era utile – come fossero carne da battaglioni, e non altro. Non mancarono amici concittadini esibitisi da più d’una città secretamente a provvederli di munizioni e di vettovaglia e denari per forse un mese, e s’affrettavano ad apparecchiare ogni cosa. Precorsero alcuni pochi soldati, che innanzi la loro coscrizione erano stati allevati garzoni di stampatori, ed un torchio; e frattanto alcuni flgliuoli generosi di patrizi tristissimi vegliavano nelle mie stanze a ricopiare fogli, tanto che poscia la stampa parlasse dal deserto all’Italia. Tuttavia se gl’Inglesi avessero legato i Genovesi, e disanimati gli abitanti delle Alpi e del Piemonte dall’ascoltarci, i nostri ultimi guerrieri sarebbero poscia periti d’inedia su le montagne, o tornati ladroni di viandanti, o fuggiti a ricovrarsi nelle loro case, e forse a trovarsi dopo non molto contubernali innocenti di malfattori nelle prigioni.

Ne’ manifesti ciarlataneschi precorsi in nome degli ufficiali inglesi, non io, non altri de’ nostri avevano mai dato fede. Primo obbligo degli uomini militari d’ogni popolo moderno pare che sia di ipotecare il loro onore al loro governo. Vero è che discorrono sempre d’onore; ma gli uomini spesso non sanno di che si parlino; e molti sono educati a spendere rame dorato e stimarlo oro schietto. I capitani di eserciti romani, se mai trattavano promesse, e il Senato non le voleva per valide, erano rimandati al popolo nemico che a suo beneplacito li punisse dell’avere tradito con patti ch’essi non avevano facoltà di fare, né di attenere. Tuttavia l’Inghilterra, forse per fare ammenda della capitolazione violata in Napoli a’ tempi di Lady Hamilton, aveva poi conferito a’ Siciliani una costituzione. Fu pessima, perché somigliava troppo alla inglese, quand’altro mare è il Mediterraneo, e altro l’Oceano. Senzaché non v’è costituzione la quale possa reggere sotto case regnanti che siano state assolute; e quel Borbone e la sua moglie austriaca s’erano educati a spergiurare a ogni poco e saziarsi poi di vendette, e bevere sangue di famiglie illustri. Onde quante costituzioni giurarono, giovarono tutte a proteggerli tanto che preparassero nuove carnificine; e poco mancò che la regina non avesse fatto registrare nella storia della Sicilia un altro vespro patito da tutti gl’Inglesi. A noi dunque pareva che il ministero britannico avesse allora mostrato di non volere sommovere i popoli a libertà con promesse da mantenersi secondo la religione di Bonaparte. Anzi mentre la Reggenza milanese farneticava di regno, e gli Austriaci la spogliavano darmi, l’indipendenza de’ Genovesi era ristorata con un decreto che quantunque in lingua moderna, sentiva in ogni parola la irremovibile longanimità e magnanimità del Senato di Roma: onde quali pur fossero allora i consigli agitati dal ministero britannico, e dal Congresso di Vienna, a noi pareva decreto dettato dall’aristocrazia, la quale nelle monarchie costituzionali – purché non amministri le cose pubbliche – preserva dignitosamente la patria dalla tirannide e dalla licenza; e le altre nazioni dalle diplomatiche iniquità. Ma questa non è che teoria, vera generalmente, bensì smentita alle volte da’ costumi e da’ tempi. Io sapeva pochissimo dell’Inghilterra, onde la teoria m’ingannò. L’aristocrazia romana ritenne sempre indole di ladroni eroi, iniquissimi a tutti, fuorché a’ popoli che avevano obbedito al cenno di confederarsi alle loro armi; e nella aristocrazia britannica pare che siasi innestata la giustizia sottile de’ giureconsulti, la prudente onestà de’ mercanti, e la filosofia della vita contemplativa. Forse anche oggi m’inganno. Allora di certo io fidando più nel nome di Lord William Bentinck che nel suo grado di generale, mi mossi verso Genova a interrogarlo di quanto potrebbe aiutare o impedire non la salute, ma l’onore tradito del nostro esercito.

A mezza via mi raggiunse l’avviso ch’io mi ritornassi speditamente a sviare sospetti, e che non indugerei a vedere chi saprebbe rispondermi. Tornatomi in Milano, v’arrivò il generale Macfarlane: però sotto colore di offerirgli quasi dono d’ospitalità militare un esemplare de’ Commentari del Montecuccoli, e non so che altro libro, lo visitai senza dare molta ombra. Gli esposi quant’era già apparecchiato; e come dalla sua risposta pendeva l’esecuzione, e che per l’autorità usurpata dagli Austriaci nel ministero della guerra, ogni ora d’indugio avrebbe annientato l’impresa. Risposemi che l’impresa non era da savi; che gli ufficiali degli eserciti alleati dovevano aspettare i decreti de’ loro principi dopo il Congresso di Vienna; e che agli Austriaci, comeché si comportassero arbitrariamente, era da lasciare che consultassero la loro coscienza. Quest’ultima parola il generale la pronunziava con espressione di volto e suono di voce pieni di verità. Pur è uno de’ vocaboli che per essere frequentissimo in ogni discorso, s’impregna di mille idee difficili a ben comprendersi. Inoltre il significato radicale d’ogni vocabolo, s’anche ritiene il suono medesimo in molte lingue, riesce diverso in tutte perché seconda la religione e l’indole d’ogni popolo. Ciò che gl’Inglesi e gli Scozzesi e gl’Irlandesi s’intendano propriamente per coscienza, io di certo non ho mai potuto appurarlo; e per gl’Italiani, parmi che l’usino, pensando più ch’altro all’assoluzione del confessore. Com’io ne senta, è scritto più sopra; onde applicando la mia opinione su la coscienza all’animo d’uomini militari governati dalla coscienza di principi e di ministri guidati dal vescovo Talleyrand, mi persuasi in un subito che la nostra impresa sarebbe stata disperatissima. Ragguagliai tutti gli altri che il generale Macfarlane aveva più d’ogni altro ufficiale britannico il merito di non volerci traviare a false speranze; e che a me non restava se non di partirmi oggimai dall’Italia. Allora quanti avevano ricevuto le circolari le rimandarono firmate per accertarmi che non avrebbero mai rivelato il secreto; e che dove fosse stato scoperto mi sarebbero stati compagni tuttavia nel pericolo. Io le gittai tutte al fuoco; né so ch’altri n’abbia riparlato mai; ed oggi dopo tanti anni il generale Macfarlane che fu benemerito a noi del consiglio, attesterà, spero, che se il Regno perì sì vilmente, la colpa fu di tutti, fuorché dell’esercito.

Quanto gli Austriaci n’abbiano sospettato o risaputo, non so. Pur le tante congiure appostemi allora dai Milanesi, senza pur mai dare prova né indizio d’alcuna, avrebbero senz’altro distrutto e me e parecchi altri, se non fosse stato a noi difensore il maresciallo di Bellegarde, il quale da quel poco ch’io gli parlai, parmi non ignorava che la terra era fecondissima di calunnie. Dopo non molto, un francese di nome che parevami d’emigrato e di portamenti diplomatici, venne come di passaggio in Milano, e teneva tavola e strette conversazioni con uomini che avevano virilmente desiderato indipendenza di patria anche sotto Napoleone. A taluno che me ne parlava risposi che a’ manigoldi di Robespierre, e a’ pretoriani di Bonaparte contro la libertà erano succeduti i missionari di Talleyrand; e che in Italia non v’era più esercito. Poscia riseppi, ma non così ch’io l’affermi, ch’esso avevali indotti a sperare aiuto di denaro dalla Francia, e di spade e schioppi da Genova, e di eserciti da Murat; e ch’essi facessero di sommovere il popolo a scannare i Tedeschi. Del danaro non so; Murat apparecchiavasi a moversi; ma quanto al popolo, se pure era popolo, fu sempre inettissimo a governarsi da sé, e peggio di quanti mai furono schiavi, nato a desiderare nuovi padroni, e rinnegarli tutti; però cominciava a odiare a morte i Tedeschi. Sopra speranze sì fatte tramarono una congiura; né mai seppi che si volessero. Il viaggiatore francese ne diede indizi puntuali agli Austriaci, e continuò il suo cammino. Se vero è, ed io lo credo, ch’era stato deputato a ordire quel raggiro, ei di certo vi pose un’arte che ne’ Francesi pare natura. L’avresti creduto disegnato, disposto e condotto gradualmente ad atterrire e disunire tutti quanti in Milano, e senza che mai veruno sapesse il perché. Gli accusatori e gli accusati erano sconosciutissimi. I congiurati, erano circondati da soldati nel loro letto, e pigliati a tre o quattro per notte. Poi, dopo l’intervallo quando di sette, e quando di quattordici notti, altri tre o quattro erano pigliati. Né congiunti, né amici li rivedevano più; né mai potevano udire perché fossero carcerati. I carcerati erano interrogati in secreto; ed essi, e gli scrivani, ed i giudici erano strettamente obbligati con sacramento di non mai rivelare cosa che vedessero o udissero. Molti temendo non fossero accusati, bramavano, né s’attendevano d’interrogare, per non parere consci d’alcuna complicità. Molti temevano di sapere, aspettandosi nientedimeno d’essere carcerati di notte; onde alcuni accattavano rifugio nelle case d’amici, che poscia tremavano d’averli raccolti: e altri dormendo il giorno, andavano errando fra l’ombre di taverna in taverna, e ricorrevano talor anche quasi a sacrario più incognito ne’ postriboli. Le notti erano rumorose sin dopo l’ora de’ teatri, ove per non lasciarsi sospettare di colpa i più timidi affettavano più allegria. Poscia dopo mezzanotte – ed era di verno – le vie di ora in ora tuonavano cupe de’ passi di compagnie tedesche; e alcuni immaginavano di sentirli soffermati alle loro porte; e per unico rimedio alla paura e alla veglia turavansi ermeticamente l’orecchie, e sognavano tuttavia e vaneggiavano tedeschi, e inquisizione secreta, e le prigioni, sepolture di vivi. Fu più d’uno che da quel continuo terrore contrasse un tremito perpetuo ne’ visceri; e so di due che d’allora in poi giacendo sul letto si risentivano palpitare il diafragma, ch’enfiandosi e dolorando li contristava di presentimenti di morte, e racconsolavali delle paure di quelle carceri.

Vecchi preti e patrizi frattanto tripudiavano immaginando boia, bastoni e torture che stavano vendicandoli di giacobini pagnottanti, così con vocabolo milanese chiamavano que’ cittadini del Regno che per esercizio d’uffici pubblici ne’ ministeri e nel senato e nella corte, s’erano domiciliati in Milano. Erano troppi: ma non quegli uomini, bensì gli uffici, molti de’ quali co’ loro emolumenti venivano conferiti sopra un solo individuo: pur mezzi, a dir poco, di tanti uffici ed emolumenti erano stati divorati a quel modo da milanesi, plebei, cittadini e patrizi. Un tristo, nominato il principe Rasini, andava intorno per le botteghe da caffè, interrogando: – Quanti fossero stati imprigionati la notte passata? Quanti bastonati davanti a’ giudici? Quanti strozzati o straziati in prigione? E perché mai s’indugiasse? – Erano baie; ma le loro misere famiglie che non poteano udir altro, credevano; tanto più quanto quegli stolti patrizi ostentavano d’essere potentissimi consiglieri degli ufficiali di casa d’Austria; anzi temendo non tanti reggimenti e cannoni tedeschi fossero pochi, andavano apparecchiando nelle campagne trucidatori che entrassero fra’ contadini ad affollarsi in città in certi giorni di feste solenni. Certo se il maresciallo di Bellegarde non gli avesse umiliati in tempo, molti proscritti fuggiti a’ sicari nel primo tumulto, e molti oltre a que’ primi, avrebbero penato a scansare i lacci e la crudeltà del secondo. I miseri villani con sacchi vuoti su le spalle erano venuti alle porte della città interrogando le guardie: – Dov’è che si va a saccheggiare? – E a chi minacciavali della forca, ridevano rispondendo: – Ora governano i signori nostri padroni.

Ma la prigionia di nuovi complici a lunghi intervalli; il secreto impenetrabile del loro delitto e delle loro sorti, e il terrore d’ogni passione, dalla discordia in fuori che scapricciavasi calunniando liberamente, raffermarono la conquista agli Austriaci più molto d’assai che gli eserciti e tutti i monarchi e la lenta sapienza del Congresso di Vienna a fondare la Santa Alleanza. Que’ pochi mesi imposero silenzio alle grida di quanti con Bonaparte avevano perduto ogni cosa; e degli altri che ridomandavano dall’Austria le spoglie di que’ caduti; e a’ desideri impotenti d’indipendenza senz’armi, e più ch’altro all’Assemblea legislatrice e alla Reggenza del nuovo regnetto – e non fu nodo sociale che non paresse disciolto dal sospetto e dall’odio reciproco. Alcuni per paura più che per venalità si facevano merito di indicare nuovi colpevoli; spesso il fratello temeva il fratello; e il marito la moglie; e i figli il padre. Alle volte i penitenti nelle chiese s’udivano interrogare de’ loro peccati dal confessore in modo che temevano di ricevere la benedizione sacramentale d’un delatore. Che se niun figlio a quei giorni temeva tradimenti dalla sua madre, e niuna madre da’ figli, fu per potenza invincibile di natura. Onore, o vergogna, o pietà non pareva che fossero cose umane. Ogni uomo era accusato per le case e le piazze di delazione. Dove uno era imprigionato, cento erano pubblicamente additati d’averlo tradito, in espiazione de’ loro delitti passati nelle cose pubbliche, segnatamente de’ loro furti. I ministri del Regno di Napoleone s’erano partiti, o si stavano oscuramente in Milano; e gli uni e gli altri, da pochissimi in fuori, pativano di povertà. Ma era tenuta finzione. Tutta la loro amministrazione era stata rinvangata da[lla] Reggenza, e poscia da’ commissari dell’Austria che stavano tuttavia esaminando: e frattanto avreste detto che ogni uomo in Milano sapesse come e quando avessero trafugato le casse de’ loro ministeri, e quanti milioni ciascheduno de’ ministri avesse investito ne’ banchi della Francia e dell’Inghilterra. La città immiserita in un subito dalla sua trasformazione di capitale in municipio, ed esaurita dagli eserciti austriaci, credeva ogni cosa, ed esecrava gli italiani, che per non essere nati fra le sue mura le avevano più crudelmente succhiato l’ultimo sangue.

Sopra di me, per la lunga amicizia con alcuni ministri e con tre o quattro de’ carcerati, spesseggiavano da tutte le parti le taccie di complice de’ ladroni del tesoro, e de’ congiurati; onde a’ vecchi patrizi e alle loro dame canute pareva gran fatto che la mia testa, come allora s’usava, non fosse ancora mostrata al popolo dal carnefice, a rassicurarli che il demonio d’ogni congiura de’ forestieri italiani era morto. Da due lettere del cavaliere Ghisilieri apparirà a chi ne dubita, ch’io pur temendomi d’essere d’ora in ora seppellito vivo, non mi ristava dal sollecitare che alla famiglia di uno de’ carcerati fosse pagato certo danaro al dovuto padre, tanto che non si avverasse anche nel nostro secolo il verso

Poscia più che il dolor poté il digiuno.

A me gli Austriaci furono cortesi tutti e benevoli. Se non che l’avere essi abolito a un tratto le leggi e le forme de’ processi criminali del Regno, inviolate sino allora anche ne’ casi di alto tradimento e ne’ delitti di Maestà – l’avere astutamente taciuto sempre la reità degli accusati – e l’avere tenuto sì fatti modi senza altri diritti che dell’occupazione di fatto per un trattato di tregua, mentre il Congresso di Vienna stava ancora deliberando su le sorti de’ popoli – a me allora parevano, e parranno sempre, modi della più codarda e sfacciata fra quante tirannidi l’Europa dall’istituzione del Santo Uffizio in qua abbia mai conosciuto. Niuno di quegli accusati patì se non se di carcere più o meno protratto; anzi la sentenza ad alcuni di carcere a vita, e a taluni di morte, fu commutata per grazia regia in pene molto minori: onde intesi che tutti dopo pochi anni rividero le loro case, e vivono liberi. Pur a stimare la grazia vorrebbesi innanzi tratto conoscere quanta era la colpa. Qualunque atto pubblico di clemenza che non sia preceduto palesemente dalla giustizia, pare ostentazione, ed io la reputo ipocrisia di regnanti, e furberia di ministri che li consigliano. Fors’anche, il diritto regio divino oggi pare conferito a’ monarchi perché ad imitazione della Provvidenza puniscano e ricompensino per fini occulti e secretissime vie. Ma fu sempre, ed è usurpazione sacrilega, dove il popolo fin anche sotto la spada d’un conquistatore potente, aveva leggi pubbliche, giudici pubblici, e forme pubbliche di processi. Parmi sia da temere che la Santa Alleanza per troppa stoltezza nella crudele iniquità delle sue massime, non santifichi il regicidio. Perché se i monarchi pretendono inviolabile in essi il diritto del Santo Uffizio, e i diritti di spergiurare, e vogliono, e fanno, che la dottrina s’applichi inesorabile in ogni terra, certo in ogni terra ove insorgeranno rivoluzioni i monarchi corrono pericolo di non essere più chiamati a giurare costituzioni, bensì a confessarsi de’ loro spergiuri passati, e preparare il collo alla scure. I rei del regicidio e la moltitudine de’ loro complici combatteranno col coraggio della disperazione; e cadendo con l’armi alla mano, non espieranno col laccio la scempiezza di avere creduto al giuramento de’ re che non sanno morire sul trono. Per altro a queste e cose sì fatte provvedano la Santa Alleanza e l’America. A me oggimai pareva di dover ringraziare la natura che avevami dotato di tempra inflessibile fra tante agitazioni politiche – la fortuna che m’aveva preservato in vita – e il mio secolo che mi aveva lasciato imparare assai cose in pochi anni.

Vidi l’Italia giunta in quella parte

Di sua età, dove ciascun dovrebbe

Calar le vele e raccoglier le sarte.

Però giudicai che dov’io potessi non udire calunniatori, né vedere volti conosciuti di spie, la memoria del passato avrebbe alimentato l’anima mia molto più che qualunque vana speranza nell’avvenire. Se non che tanto il partirmi da quella terra di spie senza passaporti, quanto il richiederli e non provocare il pericolo di dovere rimanervi per sempre, m’erano due prove difficili a un modo. Agli ufficiali generali di casa d’Austria pareva che dov’io scrivendo avessi disingannato gl’Italiani, sì della loro troppa diffidenza nel nuovo padrone, e sì della loro fiducia in nuove rivoluzioni, io avrei giovato efficacemente alla loro salute, e alla tranquillità della patria; ed a me. L’un d’essi era il Conte di Ficquelmont, quartiermastro generale dell’esercito, uomo di molta mente e di nobile animo. Ma, sia che non s’avvedesse come ogni mia esortazione sarebbe tenuta eresia d’apostata, o che gli fosse comandato di fare che l’Italia non avesse più uomini atti ad essere creduti, ci più ch’altri mi addusse ragioni insistenti, ed io gli opposi le mie. Pur sapendo che il definirle spettavasi ad altro giudice, andai spesso temporaggiando, e spesso proponendo termini che non mi sarebbero stati assentiti; e questo segnatamente – Che io dovessi diriggere una opera periodica compilata così che non irritasse parti e passioni politiche e studiasse di sedarle di grado in grado sotto la dolcezza della letteratura e dell’ozio; e ch’io ne starei mallevadore: e però né censura, né revisori di stampe dovrebbero ingerirsene mai. Da quanto il generale mi disse, pare che ne abbiano scritto al Ministero in Vienna. In quel mezzo io guardandomi dattorno a esplorare vie di partirmi, parlai intorno al giornale con tre o quattro che nel naufragio delle loro fortune a que’ tempi potevano in quell’impresa trovare scampo anche dalle persecuzioni: e l’un d’essi, del quale io aveva a lodarmi assai, e da dolermi assai, ma che pur mi era caro, risposemi – Da che s’appoggia alla colonna del governo non può cadere. E perché furono le ultime parole che intesi da lui, né più lo rividi, mi stanno tuttavia nella mente. Intesi poscia com’egli – non però so de’ patti – ebbe a fondare e a promuovere quel giornale; ma che riuscendogli sorgente di noie non meritate, trapassò in altre mani. Per allora, mentre che s’aspettava da Vienna il rescritto, e io mi affrettava a disporre le mie faccende a partirmi, m’intesi chiamare con gli altri ufficiali superiori a prestare giuramento di fedeltà. Addussi che il Congresso degli Alleati non aveva ancora pronunciato intorno all’Italia; e che un grado io l’aveva rassegnato da quasi un anno, e dell’altro io non me n’era valuto. Mi fu risposto che niun servigio militare sarebbe mai stato richiesto da me, ché sarei traslocato ad uffici liberi, e con emolumenti più generosi; ma che tutti frattanto dovevano adempiere alla formalità del giuramento. Per guardarmi dalle spie dilettanti, e dalle involontarie, mi feci misurare il dosso da un sartore, che m’abbellisse di un abito soldatesco all’austriaca: e indugiandomi lietamente sino al penultimo giorno, riparlai al Consigliere Schoeffer, ottimo uomo che amministrava le faccende della finanza, e lo tentai se v’era modo ch’io mi partissi liberamente con un passaporto, e prometterei da gentiluomo di non ingerirmi in cose politiche, ma ch’io non vorrei giurare fedeltà militare. Pur udendomi rispondere che dove un solo fosse privilegiato, io godrei dell’immunità, ma che giurare dovevano tutti a ogni modo – mi avventurai sul far della notte all’esilio perpetuo, e a mezzodì del giorno vegnente, mentre gli altri, circondati da’ battaglioni di Ungheri, proferivano il giuramento, mi veniva fatto di toccare i confini degli Svizzeri; non perché io mi sperassi un asilo: ma bensì le loro Alpi, e la loro indigente venalità mi promettevano nascondigli.

Pur in Milano dicevano ch’io me n’andai deputato a fare che fossero rimandati in catene quanti ufficiali sarebbero fuggiti per non giurare – dicevano che io non poteva non sapere ogni cosa della congiura; e da poi ch’io venni in tanta grazia agli Austriaci, era prova patente ch’io aveva indicato taluni de’ carcerati – e dicevano che non so quante dieci migliaia di lire m’erano state pagate per arra ch’io scriverei sotto la dettatura dell’Austria – e dicevano novelle altre parecchie. La ressa de’ soldati, e le indagini de’ commissari della polizia nella mia casa a sapere s’io m’era partito con divise militari, e con pochi o molti compagni, bastavano a chiarire la verità. Ma a voi, Milanesi, piaceva di riderne come di celie da scena. Napoleone movendosi dall’isola d’Elba, e Murat da Napoli, a voi pareva ch’io non essendomi andato né all’uno né all’altro, la mia stanza in paese svizzero non fosse senza perché; tanto più quanto i patriarchi de’ liberi montanari legavano – ed era vero – quanti Italiani o Francesi potevano cogliere. E in ciò pure obbedivano a un conte o marchese, o che altro si fosse, di Talleyrand, che affaccendavasi a raggirare la loro Dieta; onde per guiderdone della loro obbedienza poco mancò che la Svizzera francese non andasse a’ Borboni, e la tedesca agli Austriaci. Delle fortune di Murat, chi mai guardando a’ recentissimi esperimenti e all’Europa in armi a que’ giorni, avrebbe voluto farsi seguace? Per Napoleone io presentiva sciagure. L’aura di divinità che l’aveva circondato erasi dileguata; e la Francia era stanca; anzi l’unica salute ch’essa poteva e tuttavia può sperarsi sta nella generazione sorgente, e allorché tutti i repubblicani, e gli emigrati, e i napoleonisti saranno sotterra. Se Bonaparte vinceva, avrebbe voluto e dovuto guerreggiare; e l’Italia sarebbe stata nuovo campo di battaglie, e premio peggiormente straziato della vittoria. Inoltre era nato tiranno; quindi io credeva allora alle sue professioni liberali, quant’io aveva creduto al suo personeggiare di Cincinnato; e quanto oggi credo a’ pettegolezzi offerti all’ombra sua da’ suoi medici, e dall’ottimo De Las Cases, generosissimo fra quanti Panglossi hanno filosofato mai di politica sentimentale. Senzaché, per le massime mie, qualunque uomo si fa soldato per altro principe o popolo o principio, fuorché per l’indipendenza e le leggi e i comandi della sua patria, è da reputarsi onoratissimo insieme e disonestissimo de’ manigoldi. – E questa sia risposta anche a quanti mi hanno convinto d’apostasia, per ciò solo ch’io non mi sono arruolato fra’ liberali crociati di Spagnuoli e di Greci. – De’ Greci, altro ho da dire; or basti per tutti – Che niun uomo, se non se forse per disperazione di fama o di fame, o pazzia, va a guerreggiare le guerre civili degli altri popoli. Ed è opinione forse non vera; ma per me è religione.

I patriarchi svizzeri vendono con buona coscienza i loro figliuoli perché si scannino per le altrui battaglie. Sono deboli, perciò non possono essere giusti; onde non hanno di libertà più che il nome. Sono poverissimi; e si arrendono più facilmente alla vista dell’argento, che alle promesse dell’oro. Quindi per suggerimento di coscienza, e di servitú, e di necessità, m’avrebbero venduto a chiunque. Ma i buoni Landamanni delle montagne, purché io non li mettessi per più di tre o quattro giorni alle strette, e movessi i miei tabernacoli, mi vendevano asilo, e un passaporto per il cantone vicino, e anche le lettere requisitoriali del conte Strassoldo Direttore della Polizia, che da Milano incalzavali a darmi la caccia su l’Alpe. Onde io le serbo per compiangere i deboli, e disprezzare i più forti. Peggio ho patito da’ Landamanni di più alto affare splendenti di ordini cavallereschi di parecchie teste coronate; e che mi tolleravano, poi mi cacciarono anche mentr’io giaceva infermo in una locanda. Bensì non sì tosto riseppero com’io aveva ottenuto un passaporto britannico, m’onorarono d’un altro col suggello della Dieta, perché indi innanzi potessi andare e tornare per tutta la terra della loro Federazione. Io mi tolsi di andare a vedere una Università della Germania; e quella loro protezione disutile mi resta dono gratissimo, poiché essi mi diedero un documento che giustifica il mio disprezzo per tutti i nobili veterani di milizia venale.

I fatti, e poco più d’un anno, bastarono in Italia a smentire quanto avevano detto, scritto, o pensato e d’altri e di me. Perciò non vedo a che mai gli Italiani mandati dalle nuove sciagure del 1820 a ricoverarsi in questa Isola, e fra gli altri l’autore delle lettere su la rivoluzione spagnuola, si maraviglino – «Che io mi sia dato a scrivere carta per vivere agiato, e non mi sia contentato d’abitare in un campanile per fare artiglieria di parole a punire gli Austriaci dell’avere radunato calunnie a infamarmi ». Or a che prò? Ma che i Tedeschi le abbiano radunate chi m’assicura? Trovarono un Regno in rottami, sciagure infinite, speranze e paure egualmente frenetiche, grida e brighe da tutte parti, recriminazioni perpetue, avidità di pane e onori, e vendetta di frati sfratati e patrizi codardi, province tornate all’antiche animosità sotto calamità assai peggiori; e una città capitale stata sino da’ tempi del Machiavelli piscina di corruzione politica; e col venire de’ Tedeschi il veleno della nuova discordia e di tutte le sue calunnie vi correva ad impaludarsi. Le calunnie senz’altro erano opportune al bisogno de’ nuovi padroni; ma erano anche necessarie alla vostra rabbia. Se non v’inibivano d’andarvi a dissetare in quella vostra piscina, facevano il debito loro, e da savi. Ma e perché mai avrebbero essi brigato a farvela vuotare e riempire a ogni poco? Ad essi bastava di starsi seduti, lasciarvi andare, e vedervi aiutare l’un l’altro a tracannare i veleni, ed ubbriacarvene e dilaniarvi vociferando. Poi quando il tempo e la violenza de’ fatti vi desta, voi vi guardate dattorno con la sonnolenza dell’ubbriachezza, ad esecrare Francesi e Tedeschi, e missionari di Sante Alleanze, e ambasciadori, che hanno versato sospetti e scandali a disunire e infamare l’Italia ed ogni italiano. Pur da che vi soggiogano senza spendere sangue, hanno merito di prudenti. Ma se voi non voleste ascoltare, né credere, né ridire sospetti e scandali; e se aveste fede gli uni negli altri; e se non vi accusaste fra voi d’essere nati, allattati e allevati figliuoli di patria lacerata di dissensioni; e se non vi doleste che ciascheduno di voi sta apparecchiato a prostituirla per oro o per rame alle libidini di tutti gli adulteri: e se non nominaste oggi l’uno, domani l’altro, a fare Tersiti de’ vostri Achilli, credo che la prudenza de’ vostri oppressori tornerebbe in ridicola furberia, e l’avrebbero oggimai pagata del loro sangue. Sareste servi, ma non infami né stolti. Se non che voi sciagurati non lasciate, né lascierete mai che né pure i fatti, i quali fanno ravvedere anche gli stolti, assennino voi che pur siete scaltrissimi ed animosi.

Da’ primi approdati qui subito dopo le rotte di Napoli e del Piemonte, ebbi tre o quattro relazioni, scritte non senza ingegno né pratica di cose pubbliche. Ma quanto agli individui che erano nominati, agli uni erano imputate le sciagure perché pendevano troppo al sistema monarchico, [a]gli altri perché volevano favorire la preponderanza aristocratica; agli altri perché farneticavano democrazie, – ed inoltre perché tutti quanti parevano disposti a macchinare acciò che se i loro fini non riuscivano a buon termine, gli altri dovessero rovinare a ogni modo. Alcuni erano accusati di pratiche con la corte; altri con le spie de’ Tedeschi; alcuni di furto della cassa degli eserciti. Non però un’unica di tante accuse mostrava certezza, né indizi di prove. E nondimeno mi stavano sott’occhio narrate come storia di fede documentata. Poscia a me ogni mattina le gazzette portavano i discorsi nelle adunanze degli Inglesi e i nomi de’ benefattori, e la quantità delle elemosine offerte dalla umanità di molti a soccorrere di pane e di tetto i profughi dall’Italia. Ma dopo non molti giorni i profughi nelle gazzette erano clamorosi di proteste e lettere che accusavano gli altri italiani di ladri impudenti di quell’elemosina; e ne rinsanguinarono controversie velenose e abbiettissime.

Adunque da che il desiderio di fuggirmi dalla discordia calunniatrice e servile mi confortava a contentarmi dell’esilio perpetuo, io mi sono deliberato oggimai di non udire più voce, né vedere più volto mai d’italiano. Di pochi d’essi non m’era, e né pure oggi non mi sarebbe discara la conversazione. Se non che dopo la prova come a’ pochissimi non può mai venir fatto di trafugare il secreto della mia vita all’inquietudine de’ tanti occhi d’Argo, e m’arrivava pur sempre il rumore di vituperi e di scandali; io da più d’un anno mi vivo occultissimo a tutti. A voi sta il malignare quante induzioni vi giovano intorno al perché della mia solitudine, e infamarmi anche in questo. A me il non udirvi più mai non è poco. E frattanto anche per le città vostre gementi dal dolore soppresso de’ vostri parenti, e mute di cittadini; e nelle terre del vostro rifuggio; e nell’altro emisfero ove andate a portare sudore e sangue e lacrime per aver pane, e da per tutto, va e viene con voi la discordia calunniatrice:

Va come Furia, e non si stanca o dorme:

Poca prima, indi cresce e per la terra

Passeggia; e rade con la testa il cielo.

Ma voi della sapienza poetica degli antichi ridete. Or addio. Siate filosofi col vostro secolo. I diritti di cittadinanza d’ogni cosmopolita sono teoria d’oggi, e sia vostra: ma non è mia; né dell’esperienza.

L’avere io scritto alcuni articoli di letteratura e di storia per il Quarterly Review, giornale ministeriale, avvalora per molti italiani ed inglesi la congettura che il silenzio intorno alla politica mi è pagato dalla casa d’Austria, o da uno o dall’altro de’ ministri dell’Inghilterra. Or all’Edinburgh Review, giornale egualmente celebre, ed oppositore acerrimo del governo, diedi altresì alcuni articoli, e più che all’altro; e prima e dopo che all’altro. Ma oggi, anzi in Inghilterra meno che mai – e questa io la credo ventura d’Europa – la letteratura non può essere schietta mai di passioni e d’opinioni politiche. Tuttavia l’uomo profugo, e inframmettente nelle brighe e interessi di parti in terra che lo ricetta, non merita asilo. La sentenza d’Aristippo, niuna terra m’è patria; e la sentenza di Socrate, ogni terra m’è patria, tornano tutt’uno alla vita contemplativa; e se, com’essi dicevano, il filosofare non è che meditazione alla morte, ogni terra di certo basta alla sepoltura; e agli abitatori d’ogni terra per non essere contaminati da’ cadaveri importa di non negarla. Se non che la filosofia della vita del cittadino a me pare altro studio; e chiunque s’aggiudica vita sì fatta, e tuttavia non ha patria, si merita di vivere esoso, o vagando di paese in paese tanto che trovi una repubblica e un erario e un esercito di cittadini cosmopoliti. Alla madre raminga d’Euripide l’esperienza aveva insegnato filosofia più savia per avventura della socratica –

Siam regine, noi dite: esuli siete:

Or siate ancelle, o figlie. Altro non resta

Però standomi a strette non molto diverse, e lo scrivere essendosi fatto lavoro mio manuale, parevami che somministrando articoli a’ seguaci servili, e agl’inseguitori implacabili de’ ministri, io mi scostava in ciò dalla religione degli scrittori di parte in questo paese, e mostravami indipendente insieme e imparziale. Se alcune sentenze o troppo acri o troppo molli, e alcune lacune si veggono qua e là in essi articoli, non sono mie. Io per agevolarli, da che il mio stile italiano riesce intrattabile a’ traduttori, gli ho sempre scritti in francese alla meglio, e ne ho fatto sempre stampare due copie, per giustificarmi dinanzi a me. Il direttore letterario e il libraio editore de’ due giornali si stanno mallevadori, onde senza pur mai rivelare il nome degli scrittori, rispondono agl’individui ed a’ giudici; né può giustamente negarsi ad essi il diritto di rifare tanto quanto l’altrui scritture a lor beneplacito. A me questo non rincresceva, se non in quanto io non avrei voluto tacere che gli articoli miei, erano miei; e così alterati non erano miei, né d’altri. Non per vanità letteraria, sa il cielo! ma perché tacendo avrei violato una dottrina politica mia – e che dirò – intorno alla libertà della stampa. E m’indussi a non procacciarmi lavoro più dall’una o dall’altra di quelle opere periodiche; e oggimai da niuna. L’ultimo articolo richiestomi per il Quarterly Review, durai la fatica di scriverlo in inglese da me, e lo mandai a patto che fosse migliorato nello stile a ogni modo, purché nulla vi fosse aggiunto o sottratto. Pur vedendo che stavano in forse, io dopo un anno lo ridomandai; e lo riebbi.

Adoratore come pur sono della libertà della stampa, io l’ho considerata facoltà civile ed umana di dire a viso aperto ciò ch’io penso e che sento; ma non già di propagare pensieri e fatti veri o falsi e passioni, e tuttavia nascondere il viso e la voce. L’uomo parlando affinché gli altri l’odano, tutti lo guardano in volto, ed ei non può celarsi a veruno. Or chi per via della stampa parla a numero infinito d’ascoltatori, e vicini e lontani, e non possono contraddirlo e redarguirlo alla prima, non ha egli egualmente e maggiore l’obbligo di mostrarsi? E che altro manda egli fuori se non una copia di parole, e ch’ei pronunziandole non avrebbe potuto lasciarsi intendere e insieme occultarsi? Chiunque s’occulta forse corre pericolo di pervertire la migliore arme che il cielo abbia mai conceduta alla mente umana, si che possa difendersi dalla tirannide che vorrebbe abbrutirla. Non ignoro come questa è pure delle mie dottrine che sanno a moltissimi d’eresia. Ad ogni modo è fondata su l’innegabile verità che la società civile de’ popoli deriva non solo dal diritto libero, aperto, comune a tutti di manifestare le passioni e inclinazioni e le facoltà migliori dell’umana natura ed usarne; ma ben anche dall’obbligo imposto a tutti di dissimulare le peggiori e condannarle all’inerzia. Taluni nelle scritture anonime si disacerbano scapestrando l’invidia, la malignità e la rabbia della calunnia e della dissolutezza e della irreligione, e d’ogni trista libidine nostra. Pur se dovessero suggellare la loro eloquenza del loro nome vorrebbero farne uso più verecondo e più utile. Che se per l’illusione nelle opere destinate alla fantasia, e se per conferire alla libertà della disputa in argomenti più gravi, giova alle volte che il nome dell’autore non sia manifesto, rileva a ogni modo che gli onesti scrittori diano l’esempio di non rinnegare mai le loro parole. Vero è che a ciò provvedono leggi, tribunali e giurisprudenti. Ma fanno poco; perché ove gli uomini non siano frenati dall’istinto divino della verecondia, la stampa continuerà o d’un modo o dell’altro ad essere loro complice di oscenità e di libelli, quando a chi nacque profondamente maligno non resta più freno, ch’io sappia, se non forse il capestro. – Vera o no che sia la dottrina, io la pratico sempre religiosissimo: e comeché alcune operette mie portino nomi fittizi, nientedimeno ho sempre detto che sono mie; anzi di tutte ho pur fatto tirare dodici esemplari, mandandoli qua e là, e per lo più alle pubbliche librerie, tanto che se io mai rinnegassi alcuna mia parola, altri possa addurre la mia confessione. E però di quanto mai scrissi in que’ due giornali anonimi o in altri, io mi professava autore, anche innanzi che fossero pubblicati.

Ingannavasi dunque Lord Bathurst, allorché in una lettera ch’io ebbi sott’occhio scriveva presupponendo miei tutti o parecchi degli articoli intorno a Parga e le Isole Ionie, e che per tre o quattr’anni affaccendarono molti giornali, e segnatamente i fogli del Times. Una lunga scrittura intorno a Parga nell’Edinburgh Review è mia; ma null’altro. E comeché alcuni degli errori che corsero siano miei, e altri no, pur non sono tali ch’io non voglia assumerli tutti quanti; e dove fossero anche più gravi, vorrei farne ammenda a ogni modo. Poscia alla risposta fattane dal Quarterly Review, molti pur m’incalzavano ch’io rispondessi. Ma lo scrittore chiunque si fosse era anonimo. S’egli dov’è conosciuto si comporta da gentiluomo, ei di certo si maschera in quell’articolo da villano. Se sente da uomo nel suo secreto, egli insulta alla verità, alla giustizia e alla calamità de’ miseri in quell’articolo, da sfacciato mercenario del forte. Se ha fatto così per debito d’ufficio, paga, parmi, carissimo il pane e l’oro ch’ei ne ricava. E se afferrò opportunità a compiacere a maligne necessità dell’anima sua, si roda la fama altrui e goda di gemiti e sangue di deboli, come la volpe fa della preda ne’ nascondigli. Risposta altra io non ho, né avrò mai, se prima l’autore dell’articolo non si rivela. E dove ei tema il mondo, ei si nomini o tre o cinque arbitri, ed io proverò dinanzi ad essi con documenti irrefragabili e trattati di Stati, e computi di aritmetica, e testimonianze giurate e viventi, che in quell’articolo l’autore mentì; che per accusare citò parole da un libro dove non furono scritte mai; e ch’egli con un oratore privilegiato allegò condizioni di un trattato, nel quale pur nondimeno esse condizioni, esplicite o implicite, non esistono. Se l’autore dell’articolo sarà giudicato veritiero dagli arbitri suoi, dichiarerò che io sono mentitore e farò pubblica ammenda: se proverò ch’ei mentì, a me basterà che sel sappiano quegli arbitri amici suoi. Per ora e per sempre finch’esso si vive alla macchia prontissimo a rinnegare ciò ch’egli scrisse, non gli rincrescerà, spero, di prendersi da me e da quanti sanno la verità, il disprezzo dovuto a tutti i mentitori codardi. Forse potrei nominarlo; quand’esso parlandomi dava stoltissimi indizi che m’accertarono com’ebbe parte in quel crudele libello contro a’ Pargioti. Ma né mi macchierò della colpa di troppo credere ad induzioni valendomi di privata conversazione; né egli perciò si rimarrebbe dalle false citazioni di libri e trattati, negando pur sempre ciò ch’egli scrisse, e riscrivendo, e tuttavia rinnegando; e non senza vittoria, da che qui davvero i giornalisti governano il mondo.

Alla storia di Parga attesi più di proposito. Il libro col frontispizio qui a piedi, comeché sia quasi tutto stampato, non fu pubblico mai, anzi da cinque o sei copie fidate ad amici, ho sottratto assai documenti. Le iniquità delle astuzie della Santa Alleanza applicate sì crudelmente sopra quella repubblichetta apparivano più manifeste appunto perché i pazienti e i carnefici erano pochi, e conosciutissimi; i testimoni tutti vivevano; i documenti parlavano recenti e innegabili. Quindi lasciavano discernere tutte le traccie per le quali prevalse questo nuovo diritto delle genti che caccia i popoli dalla terra de’ loro antenati, si vanta d’averli compensati perché fa stimare i loro poderi e le loro case, e li paga a suo beneplacito. E perché gli uomini di Stato ridevano di tanta pietà per tre mila abitatori di Parga, siccome i Mandarini chinesi sogliono ridere de’ pochi milioni de’ sudditi delle alte Potenze europee, mi sono anche studiato di derivare dalla storia del mondo le prime origini e le vicissitudini varie del diritto delle genti, e come in altri secoli soleva operare, e come funestamente così rimutato doveva operare di necessità a’ dì nostri, e per l’avvenire.

Il lavoro era presso al termine, quando le rivoluzioni improvvise degli Spagnoli e degli Italiani provocarono la Santa Alleanza ad ampliare con tirannide più violenta l’applicazione di tutto il suo dogma; e mi strinse a sopprimere il libro. Assai de’ fatti secreti e de’ documenti autentici m’erano stati fidati anni addietro, talor conversando meco, e talor in copie, se mai potessero giovarmi, quando che fosse, alla storia del secolo: e alcuni degli amici miei erano stati attori o spettatori prossimi di faccende militari e politiche di varie nazioni. Oggi anche al segretario di Stato degli Affari Esteri dell’Impero Britannico potrei ricordare e ciò ch’egli scrisse, e ciò che gli era risposto, or son per avventura da quindici o diciott’anni. Quindi allo scoppio di nuove rivoluzioni, temendo io non tutti o taluni, e fors’altri, cadessero sotto sospetto d’avermi partecipato que’ documenti, la stolta ferocia de’ Santi Alleati m’indusse a sopprimere il libro. In ciò ho adempiuto al debito d’amico e d’uomo; da che né libri stampati avrebbero allora giovato alla giustizia pubblica; né per mie dichiarazioni i monarchi e i loro ministri si sarebbero ristati dal sospettare ingiustamente e punire or l’uno or l’altro individuo come complici miei, e rivelatori de’ secreti di Stato.

Questa ragione addussi al libraio – ed è Giovanni Murray – il quale essendosi assunta l’edizione, avevala spesso annunziata per prossima a uscire, tuttoché, a dirne il vero, anch’esso per ragioni sue ne pareva pentito, e dicevami di non aver voluto mai leggere né pure i fogli del torchio. Tosto seppi da molti, e più chiaramente dal colonnello Bosset, gentiluomo svizzero al servizio inglese, e poi dal Conte di Santa Rosa, che molti qua e là m’imputavano d’avere soppresso l’opera mia; e che per intercessione di Lord Castlereagh n’ebbi compenso magnifico dal Tesoro della Gran Bretagna. Io con Lord Castlereagh non ho parlato se non un’unica volta, e dove tutti vedevano; ed era in una festa da ballo. Una dama bizzarra me gl’introdusse senza avvertirmene; e il nostro discorso intorno alle cose d’Italia fu bizzarrissimo; onde ne scrissi ricordo; ma da poi ch’ei morì, lo bruciai. Forse quella mezz’ora bastò a generare sospetti; e il libro abolito a que’ giorni ha potuto convalidarli. Adunque io per esso non ebbi mai da mortale veruno né compenso né premio. Gli esemplari si stanno, credo, ne’ magazzini dello stampatore. A me oltre a un anno di assiduo lavoro, è costato da trecento lire sterline per copiatori e libri e altre spese più gravi a ottenere testimonianze oculari; e inoltre mi sto tuttavia debitore di molta parte della fatica al mio traduttore – e debitore anche di quasi lire duecento sterline al libraio per la parte stampata. Né qui tacerò come inoltre gli sto debitore di lire cinquanta richiestegli in via di ragione corrente per una tragedia intitolata Ricciarda, prestata in manoscritto a un poeta celebre amico mio, e che lasciai stampare non so come o perché, contro al costume e al proposito mio; e fu smerciata. Se non che le spese dell’edizione per troppa eleganza soverchiarono tutti i guadagni: ed è giusto che il conto mandato mi sia pareggiato con la restituzione del denaro pagatomi innanzi tratto. Di molta sua fiducia e umanità liberale e cortese verso di me, io mi sono altamente chiamato sempre, e mi chiamo riconoscente. Onde, per rimborsarlo d’altre somme prestatemi pronto, spontaneo, io mi sono condotto a espediente di cui sentiva e sentirò tuttavia vergogna mortale – intendo delle mie letture pubbliche, ascoltate con generosa benignità; non però meno ciarlatanesche. Al mio rossore puerile o donnesco, ma rovente e perpetuo, non è poco ristoro l’avere saldato un debito di interesse e d’amicizia. S’altro gli devo io non so; io mi sto alle ragioni scritte da’ suoi fattori in suo nome: ed io spero ch’egli a molti rumori, se come intendo sussurrano tuttavia, opporrà schiettamente la verità.

Or da che mi s’è fatta innanzi anche quest’altra necessità trista di parlare di me, mi distrigherò di alcune altre spinose minuzie, e che pur sono tenaci dove s’appigliano a conferire infamia al mondo. L’essersi creduto ch’io fossi debitore di grosse somme ad esso libraio per lavori da me promessi e non fatti – poi l’avere io dato da vendere all’incanto ogni cosa mia, tanto da saldare, quanto era in me, alcuni debiti imprudentemente incorsi, iniquamente e sinistramente saldati a mezzo, e ridomandatimi, colpa della mia fiducia inertissima, e della imperizia di centomila forme e cavilli del foro – e finalmente la vita silenziosissima ch’io mi vivo, ha fatto anche prevalere la chiacchiera ch’io senza lasciare qui né deputato né manoscritto, mi partii per l’Italia con mille e più lire sterline d’un altro libraio – ed è pur questo che assumesi l’edizione de’ poeti italiani che or vado illustrando. Venne a darmi avviso della calunnia, e gli dissi di lasciar dire anziché adoperare il rimedio ch’egli esibiva – pessimo agli occhi miei – di smentirla per via di gazzette. Frattando per questo libraio’ da più di quindici mesi oggimai sto durando assidui lavori e noiosi; anzi senza il testo de’ poeti, egli ha già stampato ed è padrone perpetuo di quasi un mille delle mie pagine: né ho ricevuto da lui, se non se quanto denaro a pena pagò lo stipendio d’un anno all’amanuense: né so tuttavia di quanto, e come, e se mai sarà pagato il volume intorno al TESTO DI DANTE, e che per poco o assai di merito che gl’intendenti vi scoprano, tutti diranno a una voce ch’io spesi sovr’esso, o gittai.

Giorni e notti di cure, anni di cure.

D’altri due mecenati non mi restano se non cambiali, e la notizia ufficiale de’ loro fallimenti. Un altro, credendomi lontano, insultava; poscia minacciato dalle leggi durissime ed inevitabili qui a’ debitori, s’è raumiliato sì che gli perdonai più che mezzo del debito confessato; e il resto l’aspetto. Ma anche a lui valse, e varrà, l’esperienza mia delle umane fortune, e più ch’altro le intercessioni d’un gentiluomo giureconsulto amico mio nelle disavventure, ed è Cristoforo Hoggins, al quale non rincrescerà, spero, ch’io scriva il suo nome per fede di verità; tanto più ch’io gli fidai tutta quanta la somma derivata dalla vendita privata d’un mio livello perch’ei provedesse a un mio creditore onesto, e in bisogno. Due altri gentiluomini conosciuti nel foro civile per Taylor and Roscoe, l’uno versato nella letteratura del Medio Evo, l’altro figliuolo dello storico illustre, occorrevano senza indugio né rimunerazione alle mille noie che mi avevano contristato la vita. Derivarono tutte da una mia villetta fabbricata in mal punto, venduta peggio, e finita, a quant’odo, in grette speculazioni. Spesso e in altri paesi, e da molti e in modi ridicoli mi sono lasciato depredare, e avvedendomi; sì per indole, e sì per consigli imbevuti sin dall’infanzia, parendomi che il danaro dovesse stimarsi al pari d’ogni cosa che l’uomo può acquistarsi con esso, ma meno d’ogni cosa che ricchezza veruna non potrebbe mai comperare; – ed io mi lasciava giuntare per avere tranquillità. Ma torna computo fallacissimo. Molti qui per amore di danaro mandarono sfide di duello. Io ridendone e lasciandomi tenere per innamorato della vita, e i loro messi trombetti tuttavia spesseggiando, intimavano con più alte minaccie che stamperebbero la mia codardia, e ogni cosa de’ fatti miei, da che essi avevano o tradotto o copiato per me. Ed è il vero che tutti così s’erano avveduti del mio terrore di accuse e discolpe nelle gazzette, tanto più quanto taluni campavano di quel mestiere, e gli amici che me gli avevano raccomandati si stringevano nelle spalle a compiangermi – né altro potevano – rispondendo: E’ sono pur tristi! Alla fine, quando uno venne a strepiti d’insulti e provocazioni di sfide non silenziose, mi vidi stretto a lasciar credere per mezz’ora a lui e agli altri ch’io intendeva di trattarli da gentiluomini. Onde egli con tutte le cerimonie cavalleresche ebbe il campo e l’agio di uccidermi, e sdebitarsi d’ogni obbligo. Pur, non so come, il colpo gli uscì fallito; e dissi ch’io non mi starei a pericolo di fare le veci del pubblico esecutore; e che poteva andarsene in pace. E se ne andò; e tutti gli altri mi lasciarono in pace, se non in quanto perfidiano tuttavia sussurrando de’ miei debiti a’ ricchi librai, e che io sono in prigione; e che ho fatto danaro trafugando alla misera Grecia le lodi e scritture di Lord Byron; e novelle altre parecchie, facilissime a credersi fra un popolo di debitori imprigionantisi scambievolmente, imputando avidità di denaro ad ogni uomo, e dolendosi dell’altrui malafede. Qui a’ giorni del sommo Verulamio la mercanzia fioriva assai meno: e forse perciò nel suo volumetto su le allegorie filosofiche degli antichi egli ha perduto d’occhio Mercurio bambino, truffatore delle mandre d’Apollo grande e dottissimo, che stava cantando. Omero, o altri che fosse l’autore di quell’inno, insegna, credo, che le arti mercantili faranno sempre capitar male le letterarie. E poiché la manifattura mia non poteva andare innanzi speditamente se non per aiuto manuale di gentiluomini così fatti, io anche per questa ragione mi confortai a provedermi lavoro più quieto.

E davvero, sono si sciagurati che né oggi pure, quantunque io professi una volta per tutte di sgomberarmi d’intorno i calunniatori d’ogni terra e genia, vorrei nondimeno dissimulare questi abbiettissimi. Se non che mormorando lor querimonie seducono la commiserazione de’ generosi; onde giovimi ch’essi campando su la riputazione altrui, s’accattino altri benevoli, e disperino essi oggimai di far lucri sopra la mia, e che niun individuo d’altra razza, per troppa bontà, non si faccia complice inavveduto della loro tristizia. Quanti possano o quali essere i caritatevoli così raggirati intorno a’ fatti miei, non so dirlo. Udii di parecchi; e Mr. Chambers, banchiere mal fortunato, perché nasceva di animo più alto che il suo mestiere, m’avvertì delle malignità di que’ tristi perch’io li facessi punire da’ tribunali; ma tacqui. Parlerò solo d’un ufficiale generale britannico, e d’un comitato di liberali, e che non pure diè fede, ma ragguagliò un suo confratello del comitato, e rappresentante nel Parlamento di una delle comuni democratiche annesse a Londra, a dolersi – «ch’io m’era comportato inumanamente verso d’un irlandese che aveva lavorato per me». Non uno d’essi mai ebbe da me, se non più assai ch’io non aveva promesso. Alcuni d’essi si riportarono a leggi ed àrbitri; e non conseguirono se non decisioni – e tuttavia le preservo – che mi lodano di liberalità forse prodiga, e di compassione; e che provano come presso che tutti que’ loro lavori m’erano riusciti malfatti e disutili. Or se all’ufficiale generale non rincrescesse di raffrontare il nome del suo patrocinato, e il nome e l’attestato a stampa in certe gazzette irlandesi, si farà certo che il testimonio affermava com’ei per avere, in altri tempi, tradotto scritture stampate per mie – e né pur questo era vero – riconosceva di subito qualunque carta scritta di mio carattere, e che però le baie villane pubblicate a irritare Lady Morgan erano state composte da me; e giurava d’avere veduto gli originali. Io per ufficio d’uomo bennato verso le gentildonne, accertai la celebre viaggiatrice com’io non aveva scritto né pronunziato mai parola di lei; e che se importavate, starebbe in lei di lasciare che la mia dichiarazione fosse nota a’ viventi; però le piacque di farla pubblica. Il cavaliere Morgan – a quant’odo – e un gentiluomo – a quanto vidi nelle gazzette che io non conosco, ma ch’era citato sfacciatamente d’avere in pratica il mio carattere, minacciarono in Irlanda giudici e leggi a que’ sicari di penna, e li strinsero a confessare che avevano lettere foggiate, imposture scherzose, e si rivelarono a un tratto buffonerie indegne di riso. Or se avessi armeggiato a smentirle mentre mattina e sera i giornalisti anonimi le ripetevano e me ne andavano domandando ragione, chi sarebbe stato animale umano ridicolo più di me? Sappiasi il generale ufficiale liberalissimo, se gli sia di molto o poco momento o nessuno di appurare quanta parte il suo dotto irlandese abbia avuto in quelle imposture, [senza avere] smentito mai l’ignominia attribuitagli da quell’accusatore. Per melo ringrazierò se d’oggi innanzi gli piacerà di credere quant’ascolta, non però d’accusarmi, se non dopo ch’ei si sarà sincerato del vero. Quantunque m’avessi sott’occhio quel suo carteggio de’ fatti miei, feci il debito mio di non contendere ch’altri scriva privatamente il vero e il non vero, e di non compiacere della verità se non a chiunque sa chiederla a viso aperto.

Lord Byron tenne altro modo. Aveva lasciato in Italia per me una lettera alquanto lunga, e acerbissima, a nome d’alcuni amici suoi più che miei, e risentita anche verso di me, interrogandomi – Perché mai, poscia ch’io m’era inimicati a morte i poeti laureati in Italia, or mi fossi fatto confederato a’ laureati dell’Inghilterra? e dolendosi che mi fossi riconvertito a esortare librai di non ingerirsi con autori che professano l’ateismo. Ch’ei sperava di non essere tenuto di dare ragioni di ciò ch’ei immaginava d’un altro mondo; bensì rilevava in questa vita di non parere rinnegato della sua fede politica; onde per preservarmene, s’arrogherebbe la libertà d’insegnarmi che mi guardassi da’ suoi concittadini ch’erano maestri di proseliti e apostati. – Per quanto la lettera fosse temprata d’ironia signorile e di cortesia letteraria, pur era stata la prima, e fu la sola che ricevessi da lui; onde parevami meraviglia ch’ei ponesse in me tanta fede da spassionarsi intorno a persone che gli erano famigliari – anzi alcune parevano sue divote – e ch’ei si dolesse di me per riprendermi con severità d’amico antichissimo. Né io gli aveva mai scritto; e solo io aveva risaputo come una lettera mia (richiestami da chi mi diede da leggere un suo dramma innanzi che uscisse, ed era il Faliero) gli era stata mandata. Poi come lo intesi, non me ne dolsi, da che dalle sue risposte m’accorsi ch’ei senza adirarsi né compiacersi, assentiva ad alcuni miei pareri, e scostavasi in altri. Ben è il vero che quando dopo più mesi mi fu lasciato vedere un altro dramma, io dissi a Giovanni Murray in casa mia – «Ch’erano opere da lasciarsi stampare a’ librai impazienti di farsi strada, e che non avevano proprietà né famiglia». – Queste o poco diverse parole ricordami d’avergliele replicate nelle sue stanze in Albemarle Street alla presenza d’alcuni degli amici suoi che solevano radunarvisi. Come tosto arrivassero sino in Italia, non so; ma i curiosi e pettegoli irritatori di Lord Byron erano popolo innumerabile: e ogni sillaba accompagnata al nome suo diffondevasi come l’aria. Anzi a indovinare il perché ei mi s’era adirato, mi fu d’alcun lume un giornale intitolato Examiner, che – «lasciando stare la questione di che razza io mi fossi in politica, meravigliavasi com’io patissi di imbrattarmi delle lordure d’Albemarle Street». I conduttori di questo foglio erano i nuovi editori delle opere di Lord Byron; ed io aveva già decretato fino d’allora di non avere che fare né pure con gli altri; e di apparecchiarmi a vivere come oggi vivo.

Lord Byron, affinché la lettera m’arrivasse sicura, lasciavala a una gentildonna che aveva da spedirmi certe mie carte, e poscia indugiò giorni e mesi, sì per la spesa del piego voluminoso; e sì per la certezza che col soprascritto al mio nome non traverserebbe sicuro per tante polizie della posta nel continente. Lo fidò quindi ad un greco che viaggiava per suoi negozi, e pare che girasse mezza la terra; perch’io lo vidi forse dopo un altr’anno. Entrò nelle mie stanze, condotto da un inglese che m’era sconosciutissimo; onde senza interrogarlo chi egli si fosse, lo lasciai intrattenere da un giovine che ricopiava per me. Il piego mi fu dato come venisse da Lord Byron. E mentre io vi guardava per entro, il mercante e il cicerone e l’amanuense balbettavano in tre lingue diverse della libertà della Grecia, penando a lasciarsi capire, e felicitandosi, senza sapere di che. Io li ringraziai, e si partirono. Da taluno de’ tre, e forse da tutti originava la tradizione che quelle carte erano relazioni eloquenti intorno alla Grecia; e ch’io per non farne uso pubblico, né darne parte al Comitato greco, me le appropriava a corredarne articoli di giornali, e abbellirmi e arricchirmi de’ manoscritti altrui, e frodarne l’illustre autore, e la libertà della Grecia e gl’Inglesi.

Intanto risposi più brevemente, ma punto per punto, a Lord Byron – «Che i poeti laureati d’ogni corte erano razza nata a far piangere e ridere chiunque credeva o badava alle loro nenie; e ch’io non aveva ozio né volontà di ascoltarli – Che parevami obbligo d’amicizia di rispondere opinioni, ove ne fossi richiesto; e il consiglio migliore che altri possa mai suggerire consiste a dire ad ogni uomo di starsi strettissimo agl’interessi della sua professione: e però io aveva detto a Giovanni Murray di non ingerirsi con libri che potevano nuocergli nell’arte sua – Che imiterei Lord Byron, tacendo della mia religione, e lascierei ch’altro giudice la premiasse o dannasse; e quanto alla mia fede politica, io n’aveva fatto professione e con quanto mai scrissi, e con l’esilio spontaneo, e con la mia povertà: pur se gli uomini dicevano altro di me, non poteva oggimai né nuocere, né danneggiare all’Italia; bensì che se in questo gl’Inglesi si lasciassero credere rinnegati danneggiavano la loro patria, e dovevano quindi giustificarsi a penna e a spada, e non guardare ad amici – Che agli individui ch’ei nominava maestri di proseliti e apostati, non verrebbe mai fatto d’addottrinarmi, perché a me parevano per l’appunto le oche e i cani mastini patrocinati dal popolo per custodire l’altare della libertà in Campidoglio; e ch’io sentivali gracidare e abbaiare, e uno de’ maestri miei mi aveva insegnato, come ogni qualvolta quegli animali sacri davano noia a’ ladri insieme ed a’ cittadini, il volgo che li venerava era stolto; e che il Senato doveva farli ammonire dalle verghe de’ sacerdoti – Che a me non si stava di ammonirli se non in Italia; ma altrove bastavami di non avere mai pasciuto né essi né altri al mondo di vanità – Che inoltre parevami ch’ei li garrisse per impeto di sdegno; e però non avrei fatto motto a veruno della sua lettera, e scanserei a tutto potere il pericolo di impaurirli o irritarli, e contro ogni intenzione sua e pratica mia, costituirmi ministro di risentimenti – e Che però ringraziandolo de’ suoi consigli, e non trovando nella mia saviezza tanto da rimunerarli d’equivalente, io più provetto di lui ricorderei la storia che il vecchio Fenice – eroe pedagogo, e fuoruscito anch’esso – andava cantando ad Achille:

Gran senno e possa ei pur avea; ma trista,

Com’anche a’ saggi avviene, ira l’ardea.

Se la mia risposta gli capitò o la serbò, non saprei. Dopo non molto ei morì; e a me la posticciuola non s’indugiò di ricapitare una lettera senza soscrizione, intimandomi – «Come più d’uno sapeva ch’io stava attendendo a una dissertazione per l’European Review; – e non mi dimenticassi che le opinioni e la gloria di Lord Byron erano proprietà dell’Europa, e se non gli avessi dato merito delle notizie mandatemi, soggiacerei al giudizio della pubblica opinione (com’ei la chiamano) e forse peggio». L’editore dell’European Review m’aveva richiesto assai volte della manifattura d’un discorso nel quale la libertà della Grecia e il Genio del poeta campeggiassero illustrandosi scambievolmente. L’idea parevami felicissima, e il soggetto bello e sublime; così che io stava in forse; pur mi chiedeva tutta l’anima; e la mia era allora distolta da noie abbiettisime. Né allora avrei voluto trattarlo mentre che il capo di quell’ingegno meraviglioso era manomesso da frenologi frenetici; e frattanto gazzettieri, e librai, e manifattori di libri, e la curiosità della plebe, e il pettegolezzo de’ ricchi e de’ dotti spiavano intorno al suo cataletto, rivelavano i secreti domestici, e facevano mercimonio di finti aneddoti, e propalavano discorsi amichevoli, e lettere famigliari; e tutti s’affrettavano a pascere la venalità, la vanità, la malignità; e frattanto la sua sepoltura tumultuava di non so quanti né quali interessi forensi, e preteschi, e donneschi; – e in quel mezzo la vita che il Genio scrisse di sé, non era depositata negli archivi letterari del Regno a vantaggio de’ posteri; non era affidata alle cure del Genio che la preparasse all’ammirazione e all’utilità de’ viventi – bensì era donata olocausto alla morale pubblica. Ma sì fatti sono vezzi di monetieri di carta e di virtú; e sanno anche fare altri si comperi e l’una e l’altra moneta. Adunque di Lord Byron io allora non ho scritto parola; né io aveva creduto mai né voluto ascoltare – e di ciò posso addurre testimoni infiniti – i mille peccati ch’erano raccontati di lui. Imparai il suo nome per la prima volta, or sono undici anni, dalla Contessa d’Albany, che me ne scrisse attonita come di demonio divino e infernale, e ridiceva né più né meno quanto le nuove zingare oceanine stavano dottoreggiando alle donne in Firenze. Il cuore veemente del Genio era in lui rinfierito dalla codarda maldicenza degli uomini; ed ei vendicavasi affaccendandoli di maraviglia e di paura, ma non pareva creato per disprezzarli. Che se le nobili anime quanto s’assomigliano tanto più vivono immortali nel cielo medesimo; e se, come il buon Socrate prometteva, le une si movono dal loro seggio ad accogliere le altre, certo Milton correndo verso Lord Byron, dicevagli:

Maligni dì t’avean, lingue maligne

[Funestato la vita, e buio intorno,

E rischio e solitudine ti cinse]

Fra i gentiluomini liberali del Greco Comitato io mi stava, e forse mi sto tuttavia, sotto sospetti peggiori, come che, a dirne il vero, io non mi saprei dire quanti né quali; e perciò ricorderò fatti schietti. Una lettera a stampa soscritta Joseph Hume mi arrivò a conferirmi l’onore di membro del Comitato. Dal nome del presidente congetturai che fosse tutto composto di gentiluomini che parteggiavano contro al governo; e m’apposi. Trovai che taluni erano nobilissimi e di vita e d’anima, oppositori assennati e potenti a’ ministri; altri avevano nome di riformatori; altri di radicali, e i più d’essi correvano di qua e di là propugnatori della libertà universale, a promettere liberissime usure in carta per oro che difendesse la Grecia dal giogo della Santa Alleanza e di Maometto. A queste adunanze, o non molto dissimili, io dianzi mi sono confessato inettissimo; anzi credo che dove l’assemblea di popolo o di senato non fosse costituita da leggi, o la moltitudine non avesse contegno e disciplina d’esercito, ammutirei smemorato. E senza che il più delle volte mi parve che comitati sì fatti, utili in sé, vanno quasi di subito sotto il maneggio d’individui onorandi senz’altro, ma non forse a proposito, appunto perché alcuni d’essi non hanno altre faccende, ed alcuni avendone assai troppe, pur vogliono ad ogni modo affaccendarsi di tutto. Mi rassegnai dunque di starmi senza l’onore di sedere a consulta fra que’ gentiluomini; anzi, a scansare occasioni d’altro carteggio, non feci risposta. Fu atto inurbano, e mal mio grado; pur m’era forza ch’io volessi addossarmelo, perciò ch’essi provedevano a faccende che un dì importerebbero alla suprema ragione di Stato dell’Inghilterra. Ben essi dovrebbero per avventura, o potrebbero ad ogni modo tentare di opporsi anche in questo a’ ministri, e perorare perorazioni a distorli dall’essere neutrali, né Turchi. Ma io? e per quali diritti? e con che forza di costituenti o d’amici concittadini? E come avrei sollecitato elemosine a danni de’ Turchi, mentre che tutti affermavano che i sacerdoti nelle Isole Ionie invocando la misericordia di Dio sul popolo battezzato, erano proscritti da’ loro altari? Certo sareimi costituito esoso a’ potenti e risibile a’ savi. Parlavano inoltre di prestiti e baratterie d’oro-carta e d’oro-metallo; né io avrei saputo in quel Comitato dicifferare la coscienza algebraica de’ monetieri liberalissimi che per soccorrere i Greci cristiani mandavano [a] viaggiare sensali; e i cambisti giudei, e i prestatori inglesi incominciano ad avvedersene. Non potendo altro, avrei forse dovuto far pratiche e articoli per gazzette, a meritarmi il nome di martire avventuriere devoto all’Opposizione inglese ed alla Giustizia europea. Di queste ragioni avrei forse fatto cenno per esimermi onestamente dal Comitato, e non parere sconoscentissimo dell’onore. Pur il nome soscritto nella lettera m’avrebbe costretto insieme a riscrivere, – tanto anche per gratitudine ad esso, quanto per pietà agli altri profughi pari miei – rimeritandolo d’un avviso. Se non che allora il paese e i tempi e le leggi mie e il nome suo m’imponevano di dissimulare le lettere sue, e fors’anche di rimandargliele.

L’avviso discreto mio sarebbe stato allora, ed è oggi – Che se que’ faccendieri del Comitato fossero stati, come si professavano, cittadini riformatori ragionevoli dell’amministrazione civile e politica del loro regno, non si meriterebbero nome di furbi o di stolidi, adescando alle loro pratiche la presenza e i consigli di forestieri che non sono protetti da’ diritti di leggi, ma dalla umanità sola della nazione. Ma poiché al presidente, circondato com’è d’un’eletta corona di consiglieri, ogni avviso era inutile, e inoltre ei firmavasi Joseph Hume, m’addossai l’atto inurbano pensatamente, e lasciai la lettera senza risposta. Io non l’aveva veduto in volto; né udito parlare di lui se non forse a caso, e fra uomini che, attenendosi tali per una e tali per l’altra delle due parti politiche seriamente, avresti detto che tutti ridessero solamente di lui:

Un lo dicea Nabobo, altri Chirurgo;

E chi Gracco da beffe, e chi Licurgo;

E Vendifumo a’ ciechi; e Taumaturgo:

Forse la madre il battezzò Panurgo.

Certo, gl’individuali caratteri, da’ più semplici della natura fino agli stravagantissimi di Rabelais, secondano la riproduzione d’ogni cosa terrena, e rinascono in ogni paese ed età. Questo vivente oggi qui, se ho bene ascoltato gli ammiratori e gli emuli suoi, vede tutto, antivede tutto, provvede a tutto. Minaccia ogni abuso ed ogni uomo nell’Impero Britannico; protegge tutto il genere umano, ed ammaestralo a tutto. Insegna disciplina navale a quanti ammiragli vanno correndo l’Oceano; e fisica sperimentale a’ filosofi esploratori della natura; e l’arte de’ fuochi artificiali ad estinguere incendi; ed economia politica a’ giornalieri manuali, [che] però si posano e vivono d’elemosine; e libertà metafisica a’ servi del lavoro, che però si procacciano ozio, digiuno e solitudine di prigioni a filosofare con più profitto. L’esemplare sua perseveranza non mai disanimata dall’esperienza né dal ridicolo né dalla calamità di chi non nacque ad intenderlo, insegna eguaglianza a’ gentiluomini tanto che gli s’agguaglino: e l’uomo è grande; ferreo di tempra, e, a quant’odo, di muscoli e di pazienza. Faceva, e fa, e farà tutto, tanto più quanto vive dotato dell’attributo della divinità di trovarsi presente a ogni cosa. Scrive e medita da per tutto; e mattina e sera, e giorno e notte parla a tutti di tutto. E però standomi a’ giornalisti abbreviatori de’ discorsi suoi senza fine, né luogo, né numero, io prevedeva che per ammirare tanta facondia,

Che dice, dice, dice; e si ridice:

Poi dice, dice, dice; e si disdice,

non avrei avuto agio, né senso. I giornalisti aggiungevano alle sue le proteste disinteressatissime di banchieri per la prosperità della Grecia; e le teorie di cosmopoliti oligarchi imprigionatori di migliaia di lepri e di ogni uomo che le piglia, o le vende, o le compera nel deserto. Aggiungevano le declamazioni di democratici ascoltate fra lo strepito de’ bicchieri; e le omelie d’uomini piissimi nella taverna – eloquenze utilissime per avventura alla Grecia; non però intelliggibili a me bevitore d’acqua. Inoltre intesi che non v’erano gentildonne. Dirò, parmi, scempiezza non degna del grave soggetto di che discorro. Pur è verità: onde oggi che a liberare altri e me dalla noia di scrivere la mia vita, ricordo assai cose meschine, addurrò anche brevemente, che se a’ desinari non seggono gentildonne, io peno a parlare. Qui non sì tosto, com’è usanza paterna – e ch’io lodo – si partono, e il forte sesso corona i bicchieri con riti virili, io pur troppo

Demitto auriculas ut iniquae mentis asellus,

e mormorando grecam οἰ παρόντες, σπουδς μέν, ὡς ὀρας, μεστοί, γέλωτος δὲ ἴσος ἐνδεέστεροι, δειπνούντων δὲ αὐτῶν... non prima li veggo immersi in disputazione così profonda che non mi osservino, io mi provo di dileguarmi.

Per altro quanti ragguagli intorno a conviti e consigli del Comitato greco mi venivano uditi, veri o falsi o esagerati che fossero, mi tornavano sempre tutt’uno. Solamente, e non altro, io voleva sapere di certo nel mio secreto – di non avere mai carteggiato col presidente. Erasi egli professato già da più anni imperterrito propugnatore di Parga e delle Isole Ionie, e molti credono tuttavia ch’io gli andassi somministrando documenti e notizie; e sel credano. Bensì ogni minima probabilità ed apparenza di corrispondenza fra me e il presidente, mi avrebbe preclusa per sempre la facoltà, non pure di dare la mentita a chi il dice, ma di levarmi dal volto la doppia macchia d’istigatore e d’ingannatore ad un tempo di quel valentuomo, che per quel ch’io ne sappia, può essere benemerito della sua patria e del mondo, ma ch’io – forse m’inganno – io lo credo fatalmente dannato a recitare senza avvedersene la parte di demagogo: e inoltre può essere sapientissimo in ogni cosa, ma io sapeva di certo che ogni sua perorazione intorno alle Isole Ionie mi rivelava l’ignoranza sua, e la scaltrezza di tali che lo facevano stromento delle loro animosità a vendicarsi dell’individuo famoso chiamato Sir Thomas Maitland.

Fra’ rammentatori di quella tragedia europea taluni parlavano a voce alta; e taluni stavano dietro le scene, e sperandosi che niuno avrebbe potuto scorgerli mai, recitavano parte doppia. Più deliberato fra’ primi era il colonnello de Bosset, che aveva comandato il presidio inglese di Parga, e compose una relazione ricca di fatti e prove, cresciuta poscia nella seconda edizione in un libro voluminoso. Era dotto, e ingegnoso, d’indole onesta, e conoscitore de’ Greci isolani e albanesi. Ma viveva impazientissimo di giustificarsi, e sospettoso di nuove ingiurie; e scrivendo per que’ di Parga insieme e per sé immiseriva o sparpagliava il vero senza avvedersene, e attribuiva a ogni cosa intenzioni furbesche per nuocergli; né d’altra parte aveva documenti della storia più occulta del fatto, né consuetudine di mente che lo aiutassero a rintracciarne le origini. Le leggi, gli uomini dabbene giurati, e i giudici della terra inglese facendogli ragione in certa sua lite contro di Maitland, mi raffermarono nell’opinione ch’io ebbi sin da principio ed avrò della sua probità. Non però né egli, né altri, né sentenze d’Areopaghi avrebbero diminuita in me la ingenita e sistematica ripugnanza mia contro a chiunque vende il suo sangue a principi o popoli forestieri. Ei nacque svizzero e vive soldato britannico; e quindi, illuso come tanti altri dall’opinione che l’onore suo non fosse ipotecato nelle mani de’ padroni suoi, querelavasi di ingiustizia, quando ei pure doveva aspettarsela, e non dolersi fuorché di sé. Però in quelle faccende di Parga e dell’Isole Ionie tenni sempre sentiero diverso; e benché altri abbia scritto altrimenti, io non mi aiutai delle notizie ch’ei mi recava, né mi fidai se non un’unica volta, e ne’ primi tempi ch’io lo conobbi. E fu quando ei credendo assai troppo all’altrui veracità m’affermò per innegabili le circostanze delle sepolture aperte da que’ di Parga, a portarsi le ossa de’ loro padri, sì che i barbari non potessero calpestarle. La trista solennità fu per la prima volta descritta, se ben mi ricordo, nel Times, e parevami di sentirvi lo stile di scrittore inglese domestico di Tucidide. Se non che mi furono addotte lettere autentiche, venute dall’Isole, onde io pur la narrai. Bensì se il volumetto intorno al nuovo diritto delle genti non fosse stato abolito, mi sarei disdetto, citando testimoni oculari, da’ quali riseppi come pochissimi, e senza concerto o solennità, si ridussero chi ad ardere e chi a portarsi nell’esilio alcune reliquie de’ loro padri, o de’ figli.

Fra gl’istigatori dietro le scene, il pessimo era un misero mentecatto insieme e tristissimo – e s’egli farneticasse a costringermi di nominarlo e dir altro e convincerlo, e mal mio grado lasciarlo fra due strette a divincolarsi, tal sia di lui; io gliele prometto fin d’oggi. Era ibride anch’esso, chiamantesi concittadino d’una nazione, e delirando a ogni modo d’andare in ambascierie per un’altra; e comeché ei si sentisse idiota, fino anche ne’ rudimenti di qualunque lingua, era tuttavia importunissimo de’ suoi consigli agli oziosi politicanti, e mostravasi ed era tenuto per genio tutelare de’ Greci. Non però fu ragguagliato dalle Isole mai da veruno che avesse senno, né tenuto per buon consigliere né pure da pazzi; bensì inframmettevasi almanaccando favole che gli venissero a taglio per suoi brogli e imbrogli a parere buon diplomatico; e divenuto credulo in buona fede or dell’una or dell’altra delle sue baie, correva di casa in casa a bisbigliarne alcuna agli accaniti nemici di Re Tommaso, com’essi chiamavano il Maitland, e in quel mezzo ne bisbigliava delle altre più grate all’orecchio d’un nobile faccendiere dell’Opposizione amico di quel Re, non foss’altro. Bisbigliava più spesso fra usci e portiere de’ ministeri con personaggi che gli parevano secretari e vicesecretari di Stato; ma erano scrivani per avventura avidissimi di riferire novelle recondite a’ loro padroni. Pur benché si valessero della sua vocazione, non perciò quel nobile faccendiere dell’Opposizione né que’ poveri scrivani volevano – e non potevano, a dirne il vero – ornarlo di plenipotenze o di consolati in terra veruna.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011