Ugo Foscolo

EPOCHE DELLA LINGUA ITALIANA

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Mursia editore, Milano 1962

EPOCA QUARTA

DALL’ANNO 1350 AL 1400

Siamo oggimai all’epoca del Boccaccio, o a dir più giusto, del Decamerone, sul quale per più secoli i principi, gli esempi di tutte le regole, e le grammatiche, e il Grande Dizionario della lingua italiana si sono fondati. Anzi le Novelle del Boccaccio furono considerate per quattrocent’anni il deposito d’ogni umana eloquenza; e le lodi sono ripetute da un illustre critico francese, al quale non si può apporre pregiudizi nazionali, né superstizioni di accademie e di scuole. — Or da che noi non siamo in tutto della stessa opinione, stimiamo prezzo dell’opera e obbligo nostro di attendere con maggior cura all’esame di quest’epoca, e del libro che la rende sì illustre.

Era Giovanni Boccaccio dotato dalla natura di facondia a descrivere minutamente e con maravigliosa proprietà ed esattezza ogni cosa. Mancava al tutto di quella fantasia pittrice, la quale condensando pensieri, affetti ed immagini, li fa scoppiare impetuosamente con modi di dire sdegnosi d’ogni ragione rettorica. Però in tanti suoi libri di versi e rime pare spesso poeta nell’invenzione, e non mai nello stile; di che i fondatori dell’Accademia della Crusca atterriti, come di cosa fuor di natura, esclamavano che il Boccaccio, che sorpassò tutti gli scrittori nelle sue Novelle, non ha mai potuto comporre una stanza in rime degna del nome di poesia. [1] Del resto, quella suaprodigalità di parole sceltissime, e sinonimi accumulati, e i significati purissimi, schietti per lo più di metafore, e vaghi di vezzi nella giuntura delle frasi giovano a lasciar osservare tutti gli elementi della sua prosa: e scemasi alquanto la somma difficoltà di scevrare le leggi certe grammaticali dalle arbitrarie de’ retori; e la materia perpetua della lingua, dalle forme mutabili dello stile. Fra quante opere abbiamo del Boccaccio, la più luminosa di stile e di pensieri a noi pare la Vita di Dante: e la sua lunga Lettera a Pino de’ Rossi a confortarlo nell’esilio è caldissima d’eloquenza signorile; onde i vocaboli corrono meno lenti e più gravi d’idee che nelle Novelle. Le tante macchie di lingua scoperte dagli Accademici in que’ due volumetti, [2] sono invisibili a noi, colpa forse del non saperle discernere. Forse anche dispiacquero perché paiono in lingua piuttosto italiana che fiorentina; e sono meno ricchi di parole non necessarie, più rigorosi nella sintassi, e meno vezzosi di quelle grazie, le quali, per essere più dell’autore che della lingua, non furono imitate mai che non paressero smancerie. Loderemo dunque ogni superfluità di parole in quanto il Decamerone somministra maggior numero d’osservazioni grammaticali; e tanto più quanto la qualità diversa di cento novelle, e la varietà degli umani caratteri che vi sono descritti porsero occasioni all’autore di applicare ogni colore e ogni studio alla lingua, e farla parlare a principi ed a matrone e a furfanti e a fantesche e a tonsurati ed a vergini, ed a chi no? onde in questo il Boccaccio è scrittore unico forse.

A critici suoi devoti pur nondimeno pare che il Boccaccio sia narratore più nobile di qualunque degli scrittori antichi; e più potente di Cicerone e di Demostene nelle dicerie de’ suoi personaggi; e più tragico d’Eschilo e d’ogni tragico nella rappresentazione di forti anime lottanti contro a passioni e sciagure; e più arguto di Luciano a deridere. — Ma lodi siffatte sentono di fanatismo. Il Boccaccio, senza essere sommo in alcuna di tante guise di stile, seppe trattarle felicemente pur tutte; il che non incontrò a verun altro, o a rarissimi.

Nondimeno M. Ginguené, uno de’ critici più eleganti e più celebri dell’età nostra, giudica che il Boccaccio, avendo avuto sotto gli occhi la storia di Tucidide e il poema di Lucrezio, abbia emulato le loro doti diverse in guisa, che gli venne fatto di superarli, e descrisse la peste da storico, da filosofo e da poeta. [3] Se il Boccaccio vedesse l’uno e l’altro di quelli scrittori, non sappiam dirlo; ad ogni modo bastava il latino, il quale segue di passo in passo Tucidide. Molta parte dell’italiano sembra parafrasi, non pure d’avvenimenti originati per avventura e in Atene e in Firenze dalla medesima epidemia, ma ben anche di riflessioni e minute particolarità, nelle quali è improbabile che gli scrittori concorressero a caso. Il merito della descrizione della pestilenza nel Decamerone non risulta così dallo stile — che raffrontato a quel di Tucidide e di Lucrezio, è freddissimo, — come dal contrasto degli infermi e de’ funerali e della desolazione nella città, con la gioia tranquilla e le danze e le cene e le canzonette e il novellar della villa. In questo il Boccaccio, quand’anche avesse imitata la narrazione, l’adoperò da inventore. Bensì, guardando ciascuna descrizione da sé, la pietà ed il terrore prorompono insistenti dalle parole del Greco, e s’affollano, ma senza confondersi, da ch’ei procede con l’ordine che la natura diede al principio, al progresso e agli effetti di tanta calamità. Radunando circostanze due volte tante più che il Boccaccio, le dipinge energicamente in pochissimi tratti, sì che tutte cospirino simultaneamente a occupare tutte le facoltà dell’anima nostra. Il Boccaccio si sofferma a bell’agio di cosa in cosa pur a sfoggiarle con quel suo pennelleggiare che da’ pittori si chiamerebbe piazzoso; e le amplifica in guisa da far sospettar ch’egli esageri. — « Maravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fede degno udito l’avessi ». E non gli basta — «Di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l’altre volte, un di così fatta esperienza... nella via pubblica » [4] Vero è che Tucidide narra con maggior efficacia, perché n’ebbe esperienza più certa — « Ho patito di quel morbo anch’io, e l’ho veduto patire dagli altri »; [5] — ma s’astiene d’ogni esclamazione rettorica, e da professioni di verità. La tempra di-versa de’ loro ingegni e la diversità de’ loro studi gli ammaestrava a disegnare e colorire i medesimi fatti in due maniere affatto diverse. Le arti meretricie dell’orazione, che il Boccaccio derivò con ammirazione da’ rettori romani, non erano ancora fatturate da Isocrate e da que’ parolai, né celebrate in Atene all’età di Tucidide; ond’è il men attico fra gli Ateniesi, perché modellava il suo dialetto materno sovra la lingua universale e schiettissima discesa da Omero, la quale non fu congegnata a mosaico di dialetti diversi, com’è generale opinione, ma fu studiata da poeti e da storici a infondere qualità letteraria a’ dialetti delle loro città, sì che scrivendoli riescissero più agevoli a tutta la Grecia — e perché quella lingua primitiva era nazionale e vivente, i dialetti acquistavano decoro per essa, e non perdeano vigore. Il Boccaccio modellando l’idioma fiorentino su la lingua morta de’ Latini, accrescevagli dignità, ma gli mortificava la nativa energia. Finalmente Tucidide adopera i vocaboli quasi materia passiva, e li costringe a raddensare passioni, immagini e riflessioni più molte che forse non possono talor contenere; ond’ei pare quasi tiranno della sua lingua. Or il Boccaccio la vezzeggia da innamorato. Diresti ch’ei vedesse in ogni parola una vita che le fosse propria, né bisognosa altrimenti d’essere animata dall’intelletto; e però a poter narrare interamente, desiderava lingua d’eloquenza splendida e di vocaboli eccellenti feconda. [6] — La loro eccellenza gli era indicata dall’orecchio ch’egli a disporli nella prosa aveva delicatissimo. Certo è che l’esteriore e permanente beltà d’ogni lingua è creata da’ suoni, perché sono qualità naturali e le sole perpetue nelle parole. Tutte altre qualità le ricevono dal consenso dell’uso, che è spesso incostante, o dalle modificazioni dissimili di sentire e di pensare degli scrittori. Non però è meno vero che quanto maggior numero di parole concorre a rappresentare il pensiero, tanto minore porzione di mente umana tocca necessariamente a ciascuna d’esse; bensì la loro moltitudine per le varietà continue de’ suoni genera più facilmente armonia. Quindi ogni stile composto più di suoni che di significati s’aggira piacevole intorno alla mente, perché la tien desta, e non l’affatica. Ma se l’armonia compensa il languore, ritarda assai volte la velocità del pensiero; e il pensiero acquistando chiarezza dalle perifrasi, perde l’evidenza che risalta dalla proprietà e precisione delle espressioni. Sì fatti scrittori risplendono, e non riscaldano; e dove sono passionati sembrano più addestrati che nati all’eloquenza; perciò il lettore non può persuadersi che mai sentano quanto dicono: e narrando, descrivono e non dipingono: né vien loro mai fatto di costringere la loro sentenza in un conflato di fatti, ragioni, immagini e affetti, a vibrarla quasi saetta che, senza fragore né fiamma, lasci visibile il suo corso in un solco di calore e di luce, e arrivi dirittissima al segno. Bellissimi scrittori pur sono nel loro genere; non però vediamo come altri possa ammirare in essi riunite in sommo grado le doti dello stile de’ filosofi, degli storici, e de’ poeti. Sono doti dissimili, o che noi c’inganniamo, da quelle del Boccaccio; e n’è prova che il loro abuso le fa degenerare in difetti al tutto contrari. Tucidide ti affatica imponendoti di pensare senza riposo; e il Boccaccio forse t’annoia, come chi non rifina di ricrearti con la sua musica. È stile a ogni modo felicemente appropriato a donne briose e giovani innamorati che seggono novellando a diporto. — Ma che libri di politica, com’oggi alcuni n’escono, dettati in quell’oziosissimo stile, possano educare sensi virili, e pensieri profondi, non lo crediamo. — Di ciò veggano gl’Italiani, o più veramente, quando che sia, i loro posteri. Ma noi guardando al passato, non possiamo da tutta la lunga storia delle lodi del Decamerone se non desumere, che la troppa ammirazione per quel libro insinuò nella lingua infiniti vizi, più agevoli a lasciarsi conoscere che a riparare; e guastò in mille guise e per lungo corso di generazioni le menti e la letteratura in Italia. Or se taluni incominciassero a’ dì nostri a cumulare sulle Novelle del Boccaccio tutti gli elogi meritati da’ lavori più nobili dell’umano ingegno, non sarebbero essi disprezzati per l’appunto da’ critici che li ripetono? Ma discendono tutti per tradizione continuata di grandi autorità e d’accademie e di scuole sino dal secolo di Leone X. Le tradizioni letterarie, né giova indagarne il perché, hanno più forza che le politiche e le religiose, anche negli uomini i quali possono considerare ogni cosa con filosofica libertà.

Ma di ciò avremo da dire allorché osserveremo il secolo decimosesto, che fu la vera epoca grammaticale in Italia. L’esame riescirà tanto più nuovo, in quanto [che] la grammatica era intimamente connessa alle vicende politiche che sotto Carlo V trasformavano in tutto L’Italia, e alle riforme di religione che tolsero alla Chiesa di Roma una gran parte del popolo cristiano. Allora dal concorso e dal concatenamento de’ fatti apparirà sempre più, che i falsi sistemi de’ critici, de’ grammatici e delle scuole sarebbero stati evitati, e l’Italia non avrebbe ne’ suoi scrittori di prosa altrettanti parolai pedanteschi e gelati (come pur sono, da pochissimi in fuori), se il genio non fosse stato inceppato da troppe regole inesorabilmente imposte, patrocinate dalle accademie e tutte impossibili ad eseguirsi. Tanta miseria all’italiana letteratura derivò dal non potere o non volere conoscere mai: — Che l’italiana è lingua letteraria; fu scritta sempre e non mai parlata. Ripetiamolo; perché a questo centro concorrono tutti i fatti e le osservazioni; e il principio è innegabile insieme e negato, solo perché non fu mai dimostrato. Quindi originarono e infellonirono le questioni, e non cessano. Tutte le regole e le grammatiche e i dizionari e i giudizi de’ critici hanno adottato per unica base l’ipotesi che il Decamerone fosse scritto come si parlava a que’ tempi; — e che però si dovesse scrivere sempre indovinando fin anche la pronunzia di quell’età, — e non si potesse usare senza precauzioni infinite nissuna frase o parola che non fosse o nel Decamerone, o ne’ migliori scrittori contemporanei al Boccaccio. Or chi crederà che nel tempo stesso e negli stessi libri dicevano, che il Boccaccio in tutte le altre opere in prosa non solo non è scrittore perfetto, ma che anzi è così dissimile da se stesso in guisa, che pare un altro scrittore, e talvolta peggiore de’ suoi contemporanei? Così cadevano senz’accorgersi nell’assurdità di asserire, che la lingua non fu parlata bene se non in que’ tre o quattro anni impiegati dal Boccaccio a comporre le sue Novelle. Il fatto sta che l’unico scrittore il quale scrivesse come si parlava fu Franco Sacchetti, autore d’alcune poesie, e di trecento novellette, le quali è quasi impossibile di credere che noi le leggiamo, e pare d’udire narrarle buonamente. Franco pare sempre che discorra per ozio, senz’altra cura che di far ridere. Ma gli accademici della Crusca lo chiamano barbaro: [7] e nondimeno era concittadino e contemporaneo del Boccaccio, ed uomo di molta letteratura e di elegantissimo ingegno. Il fatto sta che Franco Sacchetti usava l’idioma popolare, e a’ critici parve barbaro; e il Boccaccio formava una lingua letteraria, e nella quale alle volte si sente più l’arte che la natura, ed a’ critici parve assai più ch’umana; e riducesi né più né meno ad essere lavoro raffinatissimo d’arte.

Il sommo, vero merito del Boccaccio sta nell’avere fatto uso del dialetto fiorentino, meglio di qualunque altro scrittore, in guisa da convertirlo in lingua letteraria; e diede agli scrittori in prosa un grande esempio che non seguitarono, ed è: — Che tutte le lingue, e l’italiana più ch’altre, s’arrendono ad ogni trasformazione a chiunque può e sa far obbedire la lingua al genio. Ma ogni uomo ha genio diverso; e chiunque s’è fatto schiavo all’altrui, come molti a quel del Boccaccio, ha rinunziato alle forze sue proprie, e non può far molto uso delle accattate. Che se il Boccaccio avesse fatto prova men ambiziosa d’ingegno, i retori non avrebbero poscia usurpato il suo libro a mortificare alla lingua una facoltà nata seco, e di cui trecent’anni di inerzia, d’usi forestieri e di servitù l’avrebbero al tutto spogliata, se non fosse facoltà ingenita; ed è una ardente, diritta, evidente velocità, — vivissima nelle novelle composte forse un secolo innanzi al Decamerone. Il modo di scriverle fu agevolato dal mestiere di raccontarle, e dal costume d’adirle nelle corti de’ signori d’Italia; e ne trascriveremo una brevissima:

« La damigella tanto amò Lancialotto ch’ella venne alla morte, e comandò, che quando sua anima fosse partita dal corpo, che fosse arredata una piccola navicella, coperta d'un vermiglio sciamito con un ricco letto ivi entro, con ricche e nobili coverture di seta, ornato di ricche pietre preziose; e fosse il suo corpo messo in su questo letto vestito de’ suoi più nobili vestimenti, e con bella corona in capo ricca di molto oro, e di molte ricche pietre preziose, e con ricca cintura, e borsa. Ed in quella borsa aveva una lettera dello infrascritto tenore. Ma prima diciamo di ciò che va innanzi alla lettera. La damigella morìo del mal d’amore: e fu fatto de lei ciò ch’ella aveva detto della navicella sanza vela, e sanza remi, e sanza niuno sopra sagliente; e fu messa in mare. Il mare la guidò a Camalot, e ristette alla riva. Il grido fu per la Corte. I Cavalieri, e Baroni dismontaro de palazzi; e lo nobile Re Artù vi venne; e maravigliandosi forte molti, che sanza niuna guida questa navicella era così apportata ivi. Il Re entrò dentro; vide la Damigella, e l’arnese. Fe’ aprire la borsa; trovaro quella lettera. Fecela leggere, e dicta così: A tutti i Cavalieri della Ritonda manda salute questa Damigella di Scalot, siccome alla miglior gente del mondo. E se voi volete sapere perch’io a mio fine sono venuta, ciò è per lo migliore Cavaliere del mondo, e per lo più villano, cioè Monsignor Lancialotto de Lac, che già nol seppi tanto pregare d’amore ch’elli avesse di me mercede. E così, lassa, sono morta per bene amare, come voi potete vedere ».

Scarno com’è questo stile di narrazione, è pur vivo: qui la sintassi governasi da quella sola grammatica, ed è la vera e perpetua, la quale in ogni lingua vien suggerita dalla natura a tutti gli uomini, sì che s’intendano facilmente fra loro. Pochissime delle parole sono antiquate, e l’evidenza di tutte le altre le serbò sino a’ giorni nostri. Scorre per entro il racconto una certa grazia d’ironia così che, se la data non fosse avverata, darebbe da credere che lo scrittore mirasse con la sua breve e non mai terminata novella a deridere i novellatori del Decamerone, che non rifiniscono mai di prosare e ascoltarsi da sé. Alle volte anche quegli antichissimi s’industriavano di aiutarsi di molte parole, e ingrandire le descrizioni, e accrescere il calore degli affetti; ma o che la povertà de’ vocaboli della lingua ne gl’impedisse, o che non avessero ancora imparato come intrecciarle, incominciavano alle volte con un po’ di rettorica, e si tornavano sempre alla lor semplice brevità. Infatti l’autore della novelletta par che si fermi a mezzo per indigenza di locuzioni, e s’affretta a finire il racconto suo come può.

Se fosse piaciuto al Boccaccio di abbellire e allungare per via di molta varietà di circostanze, di passioni e caratteri, e di ricchezza di stile questo racconto, com’ei pur fe’ di que’ molti ch’ei derivò da’ romanzi, ei di certo si sarebbe giovato mirabilmente del nuovo modo di morire adottato dalla giovinetta, e le avrebbe disposte e colorite in maniera da conferire più verosimiglianza alla bizzarra invenzione. Se non che forse, volendo troppo descrivere la fanciulla morta vestita a nozze, e il cadavere ramingo nel mare senza certezza di sepoltura, e far parlare la giovinetta morente confortandosi della speranza di manifestare al mondo che il cavaliere non riamandola la lasciava perire, la rettorica avrebbe raffreddata la fantasia del lettore, e sparpagliate tutte quelle immagini, e affetti ch’escono a un tratto spontanei dalla schietta ripetizione delle parole senz’arte. — La Damigella morìo del mal d’amore: e fu fatto de lei ciò ch’ella aveva detto della navicella sanza vela, e sanza remi, e sanza niuno sopra sagliente; e fu messa in mare. L’aridità di quasi tutti que’ primi narratori è talor compensata dalla libertà, alla quale essi lasciano la mente del lettore a sentire e pensare da sé.

Quanto più le scritture vengono verso l’età del Boccaccio, tanto più abbondano di vocaboli e di membretti annodati da particelle, e disposti a periodi men rotti e più numerosi. Gli artifici della sintassi si moltiplicavano per via di traduzioni e imitazioni libere dal latino; e moltissime ne giacciono inedite. La quantità di quelli scrittori, se si trovassero tutti, sarebbe innumerabile; e quasi tutti, se se ne tolgano gl’idiotismi volgari e l’incostanza dell’ortografia, possedevano quella proprietà di parole, e quella facile eleganza di metterle insieme che non fu mai più ottenuta, se non per mezzo di studio. La nostra generale asserzione nell’introduzione a questa serie d’articoli, « Che la lingua fu rinvigorita quasi ad un tratto dalla costituzione democratica di Firenze » è illustrata specialmente da moltissimi documenti dell’età del Boccaccio. Poi quanta miseria la servitù politica portasse fin anche nell’eleganza della lingua, le seguenti epoche ne daranno tristissime prove. I Fiorentini s’arricchirono per le manifatture; passavano la lor gioventù in paesi forestieri per affari di traffichi, e ripatriavano importando nuovi usi, idee, e quindi nuove parole, che in governo tutto popolare non potevano che divenir popolari in un subito. Erano repubblicani divisi in parti, che talvolta s’azzuffavano armate, e più spesso a parole nelle assemblee; e pochi vi avevano, fin anche fra gli artigiani, che non credessero le loro famiglie meritevoli della memoria de’ posteri. Scrivevano cronichette della loro repubblica, innestandovi le loro faccende domestiche, e ricordi de’ loro maggiori. Un d’essi registra: Il mio nonno faceva il badaiuolo per campare. [8] — Un altro: Io ebbi un avolo, e fu maliscalco, e fu tenuto il sommo della città sua: ebbe tre figliuoli; Cristofano, appresso il padre, tenne il pregio della mascalcia, e avanzollo; mio padre avanzò Cristofano dell’arte in sua vita — onde, volendo il padre che appresso sé uno de’ figliuoli rimanesse all’arte, convenne a me lasciare lo studio della Gramatica, come piacque a lui, venir all’arte. Onde dinanzi a me furono di mia gente l’un presso all’altro, ciascuno mali-scalco, sei; ed io fui il settimo. [9] — Bensì la ortografia di questo e d’ogni altro documento di quell’età, se non è ridotta all’uso moderno, palesa che il dialetto de’ Fiorentini, benché evidente nella sintassi e nella proprietà de’ significati, era perplesso ne’ suoni, e mutabile ne’ segni delle idee consegnate alla scrittura. Scrivevano casa, chase, richordo, figliuolo, fighiuolo, figiolo, maliscalco, manescalco. La grammatica dalla quale il buon maliscalco fu disviato era la latina; e gli atti pubblici continuarono ad essere tutti scritti in quel gergo barbaro per due secoli e più. [10]

Il secreto del Boccaccio fu d’immedesimare lo spirito e la materia del dialetto volgare con tanta felicità da farne uscire una terza lingua. Il suo stile sarebbe stato schiettissimo d’affettazione, se, per procacciargli più dignità, non avesse usato un po’ troppo della trasposizione ciceroniana, e se fosse stato più parco di parole, le quali non servono che alla rotondità di periodi sonanti. Parecchi versi tolti dal poema di Dante e innestati nel Decamerone furono osservati da molti; ma chi guardasse più addentro s’avvedrebbe che il Boccaccio armonizzava la sua prosa, aiutandosi della prosodia de’ poeti latini. Li traduceva talora letteralmente e, mentre la loro misura suonavagli tuttavia intorno all’orecchio, inscrivali nel suo libro. Di che basti indicare uno squarcio bastantemente lungo nella introduzione, e sarà guida a’ dilettanti di sì fatte scoperte a trovarne molti altri da sé. «Le donne sono molto men forti che gli uomini, a sostenere. Il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quella; perciocché a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giuocare o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre o in tutto o in parte l’animo a sé, e dal noioso pensiero rimuoverlo, almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, o con un modo o con altro, o consolazion sopraviene, o diventa la noia minore ».

Ut corpus, teneris ita mens infirma puellis:

fortius ingenium suspicor esse viris.

Vos, modo venando, modo rus geniale colendo,

ponitis in vana tempora longa mora.

Aut fora vos retinent, aut unctae dona palestrae:

flectitis aut froeno colla sequacis equi.

None volucrem laqueo, nunc piscem ducitis hamo:

diluitur polito serior hora mero.

His, multi submotae, vel si minus acriter urar,

quod faciam, superest, praeter amare nihil. [11]

Del Petrarca, grande contemporaneo ed amico del Boccaccio, che divise con lui sino a quasi tutto il secolo decimo ottavo la gloria di predominare assolutamente su la lingua italiana, non possiamo scrivere nulla che non sia già noto, e pochissimo che serva al proposito nostro; abbiamo già veduto nell’articolo precedente che la poesia italiana è poco atta a contribuire all’analisi e alla storia della lingua; inoltre molti ne trattarono e ne trattano giornalmente; mentre la critica degli scrittori in prosa rimane campo tuttavia non esplorato. Eccettuati i versi amorosi e poche altre composizioni in rima, il Petrarca scrisse sempre in latino, fin anche le lettere a’ suoi intimi amici. I soli saggi della sua prosa italiana che forse esistono al mondo sono due lettere; e il fac simile degli autografi è stato da poco in qua pubblicato in un volumetto di saggi sul Petrarca. L’essersi smarriti poi que’ manoscritti per accidente, fece dubitare se sì fatta preziosa curiosità di prosa italiana scritta dal Petrarca fosse stata invenzione, che somiglierebbe né più né meno a impostura. Fortunatamente le lettere originali furono ritrovate, e tornarono ad ornare la libreria di Hollandhouse, alla quale appartengono. Sembra che il Petrarca le scrivesse in fretta, e più intento a ciò ch’ei voleva significare a’ suoi corrispondenti, che al modo migliore d’esprimersi. Pur sono bastantemente lunghe da lasciar conoscere ch’ei non pose mai studio veruno a ripulire il dialetto in guisa da potersene giovare con facilità e correzione. A dir vero, la dicitura di quelle lettere appena serba ombra di dialetto fiorentino, o di veruno altro particolare ad una città qualunque d’Italia; ed è appunto quella lingua itineraria di cui abbiamo fatto menzione nell’epoca precedente; e che prevale tuttavia in Italia con le mutazioni portate dagli anni; ed è lingua che tutti intendono a un modo, ogni uomo la parla diversamente, e niuno può scriverla mai né bene né male.

Infatti il Petrarca non udì mai parlare né il dialetto fiorentino, né alcun altro della Toscana. Ben ei l’imparò da bambino da’ suoi parenti ch’erano di Firenze. Ma egli nacque in esilio. E mentre cominciava a pronunziar le parole, andò pellegrinando co’ suoi parenti che si domiciliarono in Francia; e però egli udiva e imparava tanti altri dialetti sino da quell’età, che l’orecchio e gli organi della pronunzia e la memoria raccolgono per forza di natura tutti i suoni e significati e inflessioni di voce; e non li perdono più. Né poi da fanciullo fece suo studio che del latino; si rimase orfano giovinetto, e non udì più idioma di padre o di madre; e per grandissimo spazio della lunga sua vita dimorava in città e corte di papi francesi, or nella campagna d’Avignone fra contadini, or in casa de’ Colonnesi, i quali, se parlavano alcun dialetto italiano, dovea essere il romanesco. Viaggiò stando a lunga dimora in più luoghi, fuorché in Firenze. Né fra suoi famigliari, amanuensi ed amici domestici fu mai, che io mi sappia, un unico fiorentino; e co’ letterati di Firenze carteggiò sempre in latino. Come egli dalle reminiscenze del dialetto materno e da quanti n’udì, e da rimatori provenzali, siciliani e italiani stillasse, per così dire, una quintessenza di lingua poetica, è uno di que’ misteri che si sogliono attribuire al genio, o in parole più chiare, all’organica costituzione de’ poteri intellettuali dell’individuo. Così Mozart fu grande nella musica dalla sua fanciullezza, e così Pascal fu matematico prima dell’adolescenza e senza maestro veruno. Al genio del Petrarca al contrario bisognava lunghissimo tempo, cure infinite, pazienza incredibile a perfezionare la lingua delle sue poesie amorose. Le date, accennate chiaramente ne’ suoi versi e registrate di [sua] mano ne’ suoi autografi, palesano che la raccolta di que’ versi fu scritta nel corso di trent’anni. Ogni stanza, ogni verso ed ogni parola furono ricorretti più volte, e riveduti in diversi intervalli di tempo. Da prima il Petrarca voleva bruciare tutti que’ versi; poi si riconsigliò, e attese a perfezionarli. Ma la loro lingua è più dell’autore che della nazione, e si potrebbe propriamente chiamare col nome di petrarchesca. Infiniti uomini di studio indefesso e d’ingegno s’applicarono ad imitarla, e tutti senz’eccezione riescirono o mediocri verseggiatori, o scrittori ridicoli: e questa è la prova più convincente che la lingua di quelle poesie non può dare esempi, né regole, perché è fuor d’ogni esempio, e d’ogni sistema e teoria di grammatiche. Non ebbero fortuna molto migliore gl’imitatori del Boccaccio perché, quantunque scrivessero in un genere di composizione più soggetta a metodo logico d’esprimere i pensieri, e più regolare a secondare le norme grammaticali, e soprattutto più accomodata alla intelligenza di tutti i lettori, pur nondimeno è lingua nella quale la materia assume forme tutte proprie dell’arte e del genio dello scrittore. La fortuna del Decamerone animò la gara di que’ tanti novellatori a giornate, venuti a noia sin da’ loro tempi; e poscia, per la rarità delle edizioni, apprezzati dagli intendenti di libri. Enrico Roscoe, figliuolo dello storico illustre, raccolse per serie d’anni alcune di quelle novelle; e traducendole con eleganza di stile schiettissimo, palesò che la ripugnanza di leggerle in originale derivava per lo più dall’affettazione comune a molti di andar prosando come il Boccaccio.

Certo, se il Petrarca avesse dovuto spendere a scrivere in prosa italiana la decima parte delle fatiche ch’ei diede a’ suoi versi, egli non avrebbe potuto scrivere tanto. Questa ragione contribuì, fra le molte altre, ad indurlo a comporre ogni sua cosa in latino; ma l’allettamento principale era la gloria allora ottenuta da’ poeti latini, e appena conceduta agl’italiani, nelle università e nelle corti de’ principi. E nondimeno tutti sapevano poco o nulla intorno all’essenza e alla qualità della lingua latina. Coluccio Salutati era dottissimo, e in gran fama fra’ letterati di quell’età, e pronunziò che il Boccaccio nelle sue poesie pastorali scritte in latino non era inferiore che al solo Petrarca, ma che il Petrarca era superiore — chi il crederebbe? — a Virgilio. [12] Erasmo per altro, critico d’altri tempi e d’altra mente, osservando la letteratura del secolo decimoquarto, scema alquanto le lodi date al Petrarca, e ne aggiunge al Boccaccio giudicandolo scrittore di latinità meno barbara. [13]

Il danno che il Petrarca, per la troppa ambizione di scrivere in latino, recò alla sua lingua materna fu compensato da lui con l’infaticabile e generosa perseveranza a ridonare all’Europa gli avanzi più nobili dell’ingegno umano. Né i monumenti delle antichità, né le serie delle medaglie, né alcun manoscritto di romana letteratura fu trascurato da lui, ogni qual volta ci poté sperare di toglierlo alla dimenticanza e farlo trascrivere a moltiplicarne le copie. S’acquistò la gratitudine di tutta l’Europa, ed è tuttavia meritamente chiamato primo ristoratore della classica letteratura. Pur nondimeno al Boccaccio spetta non solo una porzione, ma la metà, a dir poco, di questa lode. Non ignoriamo che la nostra opinione sarà al primo tratto creduta paradosso avanzato per ambizione di novità; ma le prove, che anche brevissimamente possiamo darne, faranno invece meravigliare i nostri lettori della scarsa retribuzione che il Boccaccio ottenne fino ad oggi, malgrado i suoi giganteschi e felici tentativi a disperdere l’ignoranza del medio evo.

La mitologia allegorica, e quindi la teologia e la metafisica degli antichi, — gli aneddoti della storia di secoli più recenti, e fino anche la geografia furono illustrate dal Boccaccio ne’ suoi voluminosi trattati in latino; oggi poco letti, ma allora studiati da tutti come le prime e le migliori opere di solida erudizione. Il Petrarca non sapeva di greco; e quanto in quel secolo la Toscana e l’Italia conobbero degli autori di quella lingua era dovuto tutto al Boccaccio. Andò in Sicilia, dov’erano ancora alcuni avanzi d’un greco dialetto, e maestri che lo insegnavano; e poi ricorse a due precettori di maggior merito, Barlaamo e Leonzio. Sotto questi due studiò per più anni; e per Leonzio ottenne dalla repubblica di Firenze che si fondasse una cattedra di lingua greca. Senza il Boccaccio, i poemi d’Omero si sarebbero rimasti sconosciuti ancora per lungo tempo. La guerra di Troia si leggeva nel romanzo famoso sotto nome di Storia di Guido delle Colonne, dal quale derivarono poi tante altre pazze invenzioni ed crudizioni apocrife de’ tempi Omerici, e diversi drammi simili al Troilto e Cresside di Shakespeare, e ne’ quali non v’è un’unica circostanza che si possa riscontrare nell’Iliade o nell’Odissea. Aggiungasi a ciò che l’impresa domandava abbondanza di danaro posseduta dal Petrarca; e il Boccaccio non conobbe mai che angustie di fortuna e di vita. Vi supplì: con laboriosissima industria, e si assoggettò al lavoro meccanico contrario all’indole del suo genio, e copiò i codici di sua mano. Leonardo Bruni, il quale era già nato innanzi che il Boccaccio morisse, vedendo tutta quella moltitudine di autori ed esemplari trascritti da lui, ne rimase maravigliato. [14] Benvenuto da Imola, che fu discepolo del Boccaccio, racconta a questo proposito un curioso aneddoto, che noi riferiremo perché non sappiamo che possa leggersi fuorché nella grande collezione degli scrittori del medioevo del Muratori, ed è una di quelle opere inaccessibili alla più parte de’ nostri lettori. [15] Arrivando il Boccaccio all’abbazia di Monte Cassino, celebrata per l’immenso numero de’ manoscritti che vi giacevano sconosciuti, richiese umilmente d’essere introdotto nella biblioteca del Monastero. Un monaco rispondendogli asciuttamente « andate, sta aperta », gli additò un’altissima scala. Il buon Boccaccio trovò mutilati e laceri quanti libri apriva; e gemendo che tante fatiche de’ grandi uomini dell’antichità fossero cadute in potere di sì tristi padroni, si partì lacrimando. Scendendo la scala incontrò un altro monaco, e gli richiese, «come mai que’ libri fossero così tronchi? »

«Noi delle pagine scritte in pergamena di que’ volumi» rispose il monaco freddamente «facciamo coperte di libricciuoli di preghiere, e li vendiamo par due, tre, e talvolta anche per cinque soldi». — Or va, conclude il discepolo del Boccaccio, va tu, povero letterato, a romperti il capo per comporre de’ libri!

Tali erano gli ostacoli che quest’uomo benemerito ha dovuto superare a promovere col Petrarca la civilizzazione del suo secolo; ed era debito di tarda, ma religiosa giustizia di manifestare, che in questa parte la porzione di ricordanza riconoscente ch’ei s’aspettava, ma da’ posteri fu assegnata quasi tutta al suo più fortunato contemporaneo. Non concluderemo la nostra osservazione senza pagare un altro debito alla memoria del Boccaccio. La inverecondia delle Novelle, e la loro tendenza morale non può né giustificarsi, né attenuarsi. Ma tanti scrittori, che, segnatamente in Inghilterra, ripetono quasi d’anno in anno la censura meritata dal Boccaccio, pare che non sappiano come, quasi subito dopo che egli ebbe pubblicate le sue Novelle, se ne pentì. Pur troppo lo studio della lingua e dello stile fu pretesto a gratificare l’immaginazione de’ lettori di fantasie, alle quali tutti propendono, e sono costretti a dissimularle; né le Novelle del Boccaccio avrebbero predominato su la letteratura se fossero state più caste. L’arte di additare cose bramate e vietarle adula insieme ed irrita le passioni, e giova efficacemente a governare la coscienza e de’ fanciulli e de’ barbati e dei prudentissimi vecchi. Onde i Gesuiti, non sì tosto s’insignorirono delle scuole d’Italia, adottarono quel libro, mutilato come avevano fatto de’ poeti licenziosi latini; ma i passi mutilati sono i più desiderati appunto perché mancano, e l’immaginazione della gioventù vi supplisce idee peggiori che non avrebbero forse trovato ne’ libri, se fossero interi.

I Gesuiti, per adonestare l’uso ch’essi facevano del Decamerone ne’ loro collegi, indussero per avventura il Bellarmino a giustificare nelle sue controversie le intenzioni dell’autore. Fors’anche interpolarono quegli argomenti, come altri parecchi, nelle edizioni del Bellarmino, ogni qualvolta le sue dottrine non si uniformavano agli interessi dell’Istituto. [16] Inoltre è probabile che favorissero un libro famoso per le invettive contro alle regole claustrali, e scritto assai prima ch’essi nascessero ad occupare la giurisdizione di tutte. Anzi, il Bellarmino perdonò meno assai che il Boccaccio alla fama delle vecchie congregazioni; e benché altri, a difenderle, chiami quel suo Gemitus Columbae apocrifo, — fu stampato a ogni modo mentr’ei vivea, fra l’opere sue. Ma quanto al Boccaccio, egli innanzi di morire aveva fatto ammenda del suo poco riguardo a’ costumi. Sentì che gli uomini lo credeano reo, ed espiò le novelle con pena più grave forse che non era la colpa; e diresti che le scrivesse indotto dal predominio d’una donna, forse quella ch’ei poco prima rinnegò diffamandola neI Laberinto d’Amore. Comunque si fosse, scongiurava i padri di famiglia a non permettere il Decamerone a chi non aveva per anche perduto la verecondia. « Non lasciate leggere quel libro; e se pur è vero che voi per amor mio piangete nelle mie afflizioni, abbiate pietà, non foss’altro, dell’onor mio ».

Inoltre con rimorsi di coscienza, che fanno più onore alla probità della sua vita che alla forza della sua mente, fece ammenda anche a’ frati e alle loro superstizioni ch’egli aveva derise. Niuno forse, dopo Aristofane, ricavò tanto amaramente il ridicolo dalla sfacciataggine dei predicatori ignoranti, e dalla credulità d’ignoranti ascoltatori, quanto il Boccaccio con le Novelle, dove si mostra implacabile a’ frati. In una d’esse introduce uno di que’ vagabondi a vantarsi dal pulpito d’avere pellegrinato in tutti i paesi che sono e non sono nel globo terraqueo a trovare reliquie di Santi, e farle adorare per danari al popolo nelle chiese. E nondimeno il Boccaccio, morendo, diceva d’avere da gran tempo cercato per sante reliquie in diverse parti del mondo, — e le lasciava alla divozione del popolo in un convento di frati. Questa sua volontà trovasi scritta in un testamento in italiano tutto di sua mano, e in un altro in latino fatto molti anni dopo da un notaio, e approvato e sottoscritto dal Boccaccio poco prima ch’egli morisse. E in tutti e due i testamenti lasciò ogni suo libro e manoscritto al suo confessore, e al convento di Santo Spirito, perché i frati preghino Dio per l’anima sua, e i suoi concittadini potessero leggerli e copiarli per loro ammaestramento. È dunque più che probabile che fra que’ libri non vi fosse copia veruna del Decarnerone e dal seguente aneddoto che rimase quasi ignoto perché è da desumersi da libri che pochissimi leggono, apparirà che l’originale manoscritto delle Novelle fu distrutto lungo tempo innanzi dall’Autore e infatti non è stato mai possibile di trovarlo.

Verso la fine dell’età sua, la povertà, che è più grave nella vecchiaia, e lo stato turbolento di Firenze gli fecero rincrescere la vita sociale, e rifuggiva alla solitudine ed allora l’anima sua generosa ed amabile era invilita e intristita da’ terrori della religione. Viveano a que’ dì due Sanesi che poi furono venerati sopra gli altari. L’un d’essi era letterato e monaco Certosino, e lo trovi citato dal Fabricio Sanctus Petrus Petronus. Laltro era Giovanni Colombini che fondò un altro ordine di frati, e scrisse la vita di San Pietro Petroni per divina ispirazione. I Bollandisti allegano che il manoscritto del nuovo Santo, smarritosi per due secoli e mezzo, capitò miracolosamente alle mani d’un Certosino che lo tradusse dall’italiano in latino, e nel 1619 lo dedicò a un Cardinale de’ Medici. Forse il Colombini non ha mai scritto e il biografo de’ Santi nel secolo XVII ricavò le notizie de’ miracoli, registrati nelle cronache e nelle altre memorie del XIV; e, per esagerare la conversione miracolosa del Boccaccio, pervertì una lettera del Petrarca che nelle sue opere latine ha per titolo: De vaticinio morientium. Il Beato Petroni morendo aveva infatti commesso, verso l’anno 1360, a un frate d’intimare al Boccaccio che lasciasse da parte gli studi, e s’apparecchiasse alla morte; e il Boccaccio ne scrisse atterrito al Petrarca, il quale rispose: « Fratel mio, la tua lettera m’ha riempito la mente d’orribili fantasie, ed io leggevala combattuto e da grande stupore e da grande afflizione. Or come poteva io senza occhi piangenti vederti piangere e ricordare la tua prossima morte, mentre che io, non bene informato del fatto, attendeva ansiosissimo alle tue parole? Ma oramai che ho scoperta la cagione de’ tuoi terrori, e ci ho pensato un po’ sopra, non ho più né malinconia, né stupore. — Tu scrivi come un non so chi Pietro di Siena, celebre per religione ed anche per miracoli, predisse a noi due molte sorti future; e per fede della verità ti mandò a significare alcune cose passate che tu ed io abbiamo tenute secrete ad ogni uomo; ed egli, che non ci ha mai conosciuti, né fu mai conosciuto da noi, pur le sapeva, com’ei ci avesse veduto nell’anima. Gran cosa è questa, purché sia vera. Ma l’arte di adonestare le imposture col velo della religione e della santimonia, è frequentissima e antica. Coloro che l’usano esplorano l’età, l’aspetto, gli occhi, i costumi dell’uomo; e le sue giornaliere consuetudini, gli studi, i moti, lo stare, il sedere, la voce, il discorso, e più ch’altro le intenzioni e gli affetti; e derivano vaticini ascritti ad ispirazione divina. Or s’ei morendo ti predisse la morte, anche Ettore in altri tempi la predisse morendo ad Achille; e l’Orode Virgiliano a Mesenzio; e il Cheramene di Cicerone ad Erizia; e Calano ad Alessandro; e Possidonio, l’illustre filosofo, morendo nominò sei de’ suoi coetanei presti a seguirlo sotterra, e chi morrebbe prima e chi dopo. Non importa il disputare per ora intorno alla verità ed all’origine di simili profezie; né a te, quando pur anche codesto tuo spaventatore (terrificator hic tuus) ti pronosticasse il vero, importa l’affliggerti. — Che? se costui non tel mandava a far sapere, avresti tu forse ignorato che non t’avanza molto spazio di vita? e s’anche tu fossi giovane, la morte non guarda ad età ». Ma né questo né tutti gli altri argomenti della lettera del Petrarca, che è lunghissima, né l’eloquenza con la quale egli congiunge i conforti della religione cristiana alla virile filosofia degli antichi, hanno potuto liberare l’amico suo da’ terrori superstiziosi. Il Boccaccio sopravvisse più di dodici anni al pronostico; e quanto più invecchiava, tanto più sentiva germogliare nel suo cuore a guisa di spine i semi sparsivi dalla nonna e dalla balia. Morì nel 1375 d’anni sessantadue, e non più che dodici o quattordici mesi dopo [il] Petrarca. Né pure il Petrarca guardava sempre in faccia la morte con occhio tranquillo. Tale era il carattere di que’ tempi, e tale, sotto diverse apparenze, sarà perpetuamente la natura degli uomini.

EPOCA QUINTA

DALL’ANNO 1400 AL 1500

La natura e lo scopo di un’opera periodica, e specialmente della nostra, preclude l’adito ad adempiere tutte le intenzioni che nell’introduzione a questi articoli abbiamo accennato a’ nostri lettori. Le epoche delle vicissitudini della lingua italiana furono distribuite nella nostra mente per mezzi secoli. Così dal 1100 sino al 1800 essi dovevano riescire quattordici. Se non che poscia abbiamo ragionevolmente temuto, che, quantunque tanto numero di scritti su lo stesso soggetto potrebbe forse non riuscire ingrato ad alcuni, tuttavia i più de’ lettori bramano che l’istruzione non sia scompagnata dalla varietà. Perciò, a fine di compiacere a’ pochi che s’interessano di proposito deliberato in un soggetto particolare, e a’ molti ai quali importa solo d’averne un’idea generale; ci siamo studiati di limitare il numero de’ nostri articoli, ma di tal guisa da includervi tutta la lunga età delle tre prime illustri generazioni della famiglia de’ Medici, da Cosimo Padre della Patria sino alla morte di Lorenzo il Magnifico. Inoltre proseguiremo sino all’epoca di Torquato Tasso e Galileo e Fra Paolo Sarpi. Dopo il Tasso la poesia italiana perdé il suo splendore, e non lo riebbe se non verso la fine del secolo XVIII. Galileo fu il ristoratore della filosofia e il precursore di Newton; e niuno più sorse in Italia che gli fosse maggiore, né eguale. Fra Paolo fu il più coraggioso e insieme il più fortunato campione della libertà delle chiese cristiane, e della indipendenza de’ principi contro le tiranniche usurpazioni della autorità temporale de’ papi. Tutti e tre furono nel loro genere grandi scrittori, trattando soggetti al tutto diversi fra loro, onde promossero a nuovi e grandi progressi la lingua italiana, le vicissitudini della quale formano il principale soggetto delle nostre ricerche.

Né la lingua né la letteratura italiana hanno molto da gloriarsi o da insegnare nell’età che successe a questi tre grandi uomini. Lo stesso si potrebbe dire di gran parte del secolo decimottavo, purché si eccettui[no] le gigantesche imprese degli antiquari e degli autori di critica storica, fra’ quali il Muratori tien degnamente il primo luogo. Ma i loro libri servirono piuttosto alla solida erudizione che alla poesia, alla eloquenza e alla lingua. Lo stile più caldo e la composizione meglio ordinata degli storici inglesi, francesi e tedeschi hanno oggimai fatto conoscere all’Europa la sostanza di quo’ volumi laboriosissimi; e Sismondi, dopo Gibbon, se ne sono serviti in guisa da comporne storie degne del nome, e consacrarle all’istruzione di ogni lettore. Bensì negli ultimi venticinque anni del secolo decimottavo fiorirono poeti in Italia che ristorarono la lingua alla sua naturale dignità, e la poesia alla antica sua gloria. L’avevano perduta sotto le accademie e le scuole fratesche, da che la tirannide spagnuola, predominò fino anche con la sua letteratura in Italia. Il contagio delle sottigliezze, de’ concetti e degli arzigogoli metafisici si diffuse fino al settentrione, e guastò le composizioni de’ poeti inglesi dall’epoca de’ tre Stuardi. Ad ogni modo, i nomi, le opere e i meriti, fin anche il personale carattere de’ moderni scrittori più celebrati in Italia e più vicini a’ nostri giorni, sono sufficientemente conosciuti in Inghilterra per le narrazioni di viaggiatori viventi, e per le osservazioni giornaliere di moltissimi critici ne’ giornali periodici. Onde a noi appena resterebbe da spigolare alcuna notizia che non sia già stata scritta, illustrata e ripetuta giornalmente sino a questo momento. Così, non essendo ommessi da noi fuorché due secoli men importanti per se stessi, e già conosciuti in ciò che meritano d’esserlo, le nostre epoche di quattordici si ridurrebbero a dicci. Ma per diminuire quanto ù in nostro potere anche questo numero, abbiamo condensato la materia in guisa che gli articoli non oltrepassino sei. Però questa quinta epoca, invece de’ cinquant’anni assegnati a ciascuna delle precedenti, percorrerà tutto l’intervallo di tempo dalla morte del Petrarca e del Boccaccio, e arriverà non molto lontana dalla era letteraria di Leone X. Quindi nell’articolo che seguirà immediatamente, e sarà l’ultimo, saranno osservate, e crediamo per la prima volta, le guise con le quali la politica servitù si maturò, accompagnata dalla servitù della letteratura in Italia.

Subito dopo la morte del Boccaccio, la lingua italiana disparve ad un tratto, non solo dalle altre provincie e città; ma anche dal mezzo della città di Firenze; e non cominciò a riapparire se non dopo il corso di cent’anni e più, a’ giorni di Lorenzo de’ Medici. Non vi fu libro di prosa scritto né con eloquenza, né con eleganza, e neppure con ordinaria correzione di stile, o con proprietà di parole. Non vi furono versi né rime che meritassero non che il nome di poesia, ma né pure d’essere ricordati. Alcune eccezioni potrebbero addursi, ma consistono presso che tutte non tanto nella positiva eccellenza, bensì nel povero merito di avere scansati i diffetti comuni ad ogni uomo a quel lungo periodo di tempo. Leonardo Aretino, in quel pochissimo che scrisse in prosa italiana, e Giusto de’ Conti rimatore romano, nulla sua raccolta di Sonetti e di Canzoni ch’ei chiamava la Bella Mano, sono men barbari de’ loro contemporanei, e non ridondano di solecismi. Ma la naturale proprietà delle parole, gl’idiotismi ingentiliti, la giuntura grammaticale che abbiamo rimarcato negli scrittori del secolo precedente, e fin anche ne’ ricordi degli artigiani e ne’ libri de’ conti di bottegai, si cercano invano. L’unico libro che ricorda la dicitura delle generazioni sepolte fu composto in forma di dialogo dal Pandolfini gentiluomo Fiorentino, ed è intitolato il Governo della Famiglia. Infatti è opera d’un padre che non parla con personaggi finti, bensì co’ suoi figliuoli, ed a’ quali con la sua propria esperienza insegna cose che pochissimi libri dichiarano, e delle quali pur nondimeno l’esistenza dell’uomo à circondata dì e notte, perché sono bisogni perpetui, benchè triviali; minimi, e nondimeno imperiosi; e noiosissimi e insieme funesti a chi li trascura. Così la verità prodotta dall’esperienza, e i consigli usciti dal cuore paterno che riempiono quell’operetta, compenserebbero la poca eleganza dello stile. Ma il Pandolfini era anche scrittore puro, grazioso e lontanissimo del pari dall’affettazione di brevità e dalla verbosità più comune degli autori di dialoghi didattici in tutte le lingue. Forse, senza le qualità esteriori della composizione, il merito intrinseco de’ precetti non sarebbe mai ricordato. Del resto, i buoni consigli de’ libri servono piuttosto alle storie delle opinioni umane, che alla direzione pratica della vita. Bensì in quel libretto dcl Pandolfini si trovano le traccie di molti usi privati, che giovano a lasciar distinguere il carattere dogli abitatori d’una piccola repubblica, i quali ordinavano la loro economia domestica in maniera da spendere in un anno meno danaro che non bastava a un feudatario negli altri paesi per le sue spese d’un mese. E per mezzo di tanta frugalità edificavano palazzi oggi abitati da’ loro posteri, e pubblici monumenti che saranno ammirati ancora per molti secoli; si costituivano banchieri di tutta l’Europa, e tesorieri de’ regni, e maritavano le loro figliuole in case di principi. — Quanto alla perdita subitanea della lingua letteraria, questo singolarissimo avvenimento viene attribuito primamente alla corruzione del dialetto fiorentino; — in secondo luogo alla mancanza assoluta di principi e metodi preordinati dalla grammatica; — finalmente al costume di scrivere tutte le opere dotte in latino. La prima cagione è impossibile ad accertarsi; la seconda à falsa del tutto. La terza è la vera: non però sola poteva operare cambiamento sì subitaneo; e non è quindi sufficiente a spiegarlo.

Or quanto alla corruzione del dialetto fiorentino, come mai sappiam noi, e come sapevano nel secolo XV i figliuoli e nipoti de’ Fiorentini in che modo particolare parlassero i lor padri e i lor avi? Che il Villani, il più idiomatico fra gli scrittori fiorentini, e il Boccaccio, che gli fu posteriore ed à il più ornato di tutti, scrivessero il lor dialetto alterandolo, l’abbiamo dianzi provato in guisa da non potersi rivocare in dubbio. Taluni de’ loro contemporanei l’alteravano forse assai meno; ma anche quelli che lo scrissero semplicissimamente lasciano indizi che non lo scrivevano pontualmente come lo parlavano. Le parole, e quindi tutte le lingue parlate dipendono dalla pronunzia; e la rappresentazione de’ suoni della pronunzia non può essere conosciuta da’ posteri che per l’aiuto de’ segni dell’alfabeto, e quindi per mezzo dell’ortografia. Or l’ortografia in tutti i manoscritti di quel secolo à incostante in guisa, che la stessa parola, anche nelle copie più esatte del Boccaccio, è scritta in due, e spesso in tre modi diversi. Adunque, non potendosi avverare in quale di quo’ tre modi pronunziassero, la sola induzione che possiam ricavarne si à, che i suoni delle parole, e quindi la pronunzia, e, per necessaria conseguenza, il dialetto, si mutasse più e più giornalmente.

Tale è invariabilmente il corso di tutti i dialetti più parlati che scritti; così che, se i bisnipoti conversassero con le ombre de’ loro antenati in qualunque città della terra, userebbero della stessa materia di lingua, ma con pronunzia così cambiata che penerebbero a intendersi fra di loro. La differenza de’ dialetti cagionata dalla diversa pronunzia d’una stessa lingua in ragione della distanza delle provincie di uno stesso regno, succede quasi ad un modo nella stessa città, in ragione della distanza del tempo. V’è nella natura d’ogni cosa dell’universo un corso insensibile, uniforme e inevitabile; e ciò apparisce ogni qual volta gli oggetti possono soggiacere all’esame de’ nostri sensi. Alcune lingue hanno gli stessi segni alfabetici in tutti i secoli; e nondimeno le forme dell’alfabeto si mutano in ogni secolo in guisa, che le loro varietà bastano agli uomini pratichi a distinguere senza data e senza indicazione veruna le carte scritte in ogni secolo; e s’ingannano raramente. La peculiarità che si vede nella scrittura d’ogni individuo, sì che riesce difficile ad imitarsi, appartiene egualmente alla scrittura d’ogni secolo, anzi d’ogni generazione. E nondimeno l’occhio e la mano d’ogni generazione seguono precisamente gli stessi segni alfabetici tracciati da’ padri e dagli avi. Or chi non sa che l’occhio è più fedele imitatore, che non à l’orecchio? e che i segni tracciati su la carta sono più permanenti de’ suoni che volano su la bocca del popolo? e che la pronunzia, e quindi la lingua parlata, si muta, si corrompe e migliora e si trasforma in mille maniere più prestamente della lingua scritta?

Se non che ogni illusione de’ dotti intorno a questo punto deriva unicamente dal poco accorgersi, che ogni uomo può vedere da se stesso e distinguere l’alfabeto delle stesse forme e delle stesse parole scritto con varietà distinte di tempo in tempo; ma che niuna erudizione, niun metodo, niun principio metafisico (se pur non fosse divina ispirazione) potrà mai dare la medesima certezza di fatto intorno alla pronunzia. Chi può mai udire le modulazioni e le articolazioni della voce de’ morti, sepolti da cento, dugento, mille, due mille anni addietro? E nondimeno i nostri professori delle università — in grazia di essi principalmente abbiamo creduto prezzo dell’opera di procedere in questo ragionamento vanno sillogizzando ad accertare come pronunziassero Omero e Saffo i loro versi. Quindi si vanno celebrando regole d’università; quindi a’ versi de’ Greci sono innestate, quasi puntelli, certe nuove lettere greche antiche, tanto che niun autore greco se ne ricorda. Quindi parole, versi, stanze intere sono torturate, rifatte. Può darsi che manifatturate riescano bellissima poesia; ma non è greca, bensì d’Inglesi e Teutonii grecizzanti.

Vero è che allegano l’autorità delle sillabe lunghe e brevi, e le leggi del metro. Certo sono leggi notissime assolute e invariabili, ma dipendevano dalla pronunzia, la quale faceva parere coerente alle regole nella bocca degli antichi ciò che nella nostra pare eccezione, adulterazione di critici e grammatici posteriori a’ poeti. E chi sa quanto guasto anche que’ dottissimi professori avran fatto! Tuttavia erano più modesti de’ nostri: Clarke a riconciliare tutto ciò che a noi pare eccezione ed incoerenza, e assoggettarlo a un’ipotesi generale, combinò un sistema ingegnosissimo e men ambizioso degli altri. Ma l’ipotesi riesce debole perché non s’accomoda a tutti i casi. Pur a Clarke bastò un sistema e non cangiò ne parole né lettere d’alfabeto. Ciò che altri ha poi fatto, non è di questo luogo il parlarne. Ma a ridurre tutte le loro ragioni sotto un’osservazione generale concluderemo: che il metro e le lunghe e le brevi degli antichi e tutte le loro leggi, erano dipendenti assolutamente dalla pronunzia; la quale né poeta veruno potrebbe insegnare a’ popoli, né potere umano potrebbe costringerli ad addottarla. La ricevevano dalla natura co’ loro organi dell’orecchio e della voce; la stabilivano con perpetua abitudine; e quindi si derivarono le leggi per forze secretissime naturali ed inevitabili; però le lunghe e le brevi erano conosciutissime per la misura inerente nella pronunzia popolare. Ma il volere oggi trovare come pronunziassero gl’Ionii gli Attici e gli Eolii è pazzia dotta, innocente, e gaia; — ma è pazzia. Fors’anche la nostra ostinazione a contraddire gli uomini dotti non è impresa troppo savia. Adunque lasciando che ognuno si goda la sua Elena, a noi pare partito migliore di addattare alla meglio la nostra pronunzia del greco alle leggi conosciute del metro in guisa da non alterare, e traslocare e trasformare, le parole e l’alfabeto ne’ testi. Ma nel tempo stesso sentiamo la tristissima convinzione che, in qualunque modo leggeremo il greco, noi lo guasteremo a ogni modo co’ nostri organi nati ed educati alle nostre lingue moderne, le quali tutte, senza eccettuarne l’italiana, a chi le paragona all’armonia della lingua greca sembreranno chitarre che vogliono gareggiare con un gravicembalo.

Per altro dall’esempio d’alcune lingue moderne non è difficile il congetturare, e ciò senza troppa erudizione, che anche la greca deve essere soggiacciuta a molte alterazioni di pronunzia; e che molte delle sue lettere scritte da principio perché erano pronunziate, continuarono poscia a scriversi e a non pronunziarsi. Tale fu anche la condizione della francese; e dell’inglese; così che oggimai quest’ultima non ha propriamente alfabeto, bensì segni ortografici incostantissimi che producono or un suono or un altro. Nondimeno e la lingua greca e le due moderne ebbero il vantaggio d’essere parlate ad un tempo e letterarie con poca diversità. La italiana, come abbiamo osservato, preservò sino ad oggi i segni tutti quanti dell’alfabeto fedelissimi a’ medesimi suoni. Procede senza elidere le articolazioni delle consonanti segnate negli scritti, senza abbandonare le vocali, e senza strozzare, fuorché in rarissimi casi, due lettere in un solo dittongo. Ma comperò questo vantaggio col danno d’essere lingua scritta e non mai parlata.

Pur il dialetto fiorentino anche al tempo di Dante, del Petrarca, e del Boccaccio, e che da’ grammatici italiani è nominato il Buon Secolo, dipendeva dalla pronunzia. V’è tutta l’apparenza che fosse allora parlato men male, e vi fu per avventura un periodo che anche il volgo lo parlava correttamente; ma deve essere stato periodo brevissimo; e chi volesse andare cercando la sua data s’avvilupperebbe in intricatissime congetture. Questo è certo, che la lingua degli scrittori fiorentini e di tutti gli Italiani dipendeva allora e poi fino ad oggi, e sempre in avvenire dipenderà, dal dialetto fiorentino in quanto si spetta alla nativa proprietà ed energia di vocaboli popolari ed idiotismi di frasi che riescono di effetto mirabile purché siano prescelti da chi ha l’arte d’ingentilirli in modo che non sentano punto di dialetto.

La seconda ragione, cioè la mancanza di regole certe grammaticali, giova poco o nulla a spiegare il fenomeno della corruzione improvvisa della lingua letteraria in Italia. La storia — trista insieme e ridicola, ma a nostro credere curiosissima a raccontarsi da che rimanesi tuttavia mal conosciuta, — la storia dell’accademia della Crusca convincerà anche gl’increduli che sarebbe stata gran fortuna alla letteratura di quella nazione se sì fatte regole d’accademie di critici e di grammatici non fossero state mai neppure nominate. Del resto, nell’epoca passata abbiamo veduto che tutti scrivevano con abbondanza, con eleganza, e con correzione, e non avevano grammatiche fuorché quella della lingua latina; e non era inutile, perché insegnava il processo logico della lingua italiana. Con la grammatica latina furono educati i figliuoli di quelli che scrivevano correttamente; e i figliuoli avevano conversato nello stesso dialetto co’ loro padri. Or se i figliuoli con la stessa educazione grammaticale e con lo stesso dialetto non potevano scrivere senza barbarismi e spropositi, la mancanza di regole grammaticali non poteva dicerto esserne la cagione.

L’uso e l’ambizione universale di scrivere ogni opera importante in latino, fu senza alcun dubbio un’origine antica, e lunghissima della miseria della lingua nazionale d’Italia. Né questo sarebbe avvenuto sì subitamente se la lingua italiana fosse stata parlata; pur benché fosse intesa dal popolo più che la latina, la lingua nuova era né più né meno letteraria come l’antica: ma con questa differenza; che mentre la nuova era meno difficile all’intelligenza del popolo, l’antica era più facile alla penna de’ dotti. Quindi si trova, fra le altre singolarissime cose, che fin anche i commenti a spiegare il poema di Dante scritti da principio in italiano, erano poco dopo tradotti in latino; e che i professori nelle cattedre dichiarando da critici un poema che non ha veruna sembianza a’ poeti romani, si servivano ad ogni modo della lingua latina. Anzi fra quanti vecchi codici si vanno scoprendo più sempre di quel poema, le postille interlineari e marginali sono tutte latine.

Ma qui pure emergono a un tratto contraddizioni, per le quali i ragionamenti non possono mai venire a conclusione sicura. Abbiamo veduto che il Petrarca e il Boccaccio, per tacere di altri molti, studiarono per tutta la loro vita la lingua latina nella quale scrissero le loro opere più importanti e di maggior volume. E nondimeno chi più del Petrarca trovò l’eleganza, il calore, la rapidità e l’armonia della lingua ne’ versi? Chi più del Boccaccio nella prosa? Molto certo dipendeva dalla onnipotenza del genio; ma il genio nasce come nascono gli uomini in ogni secolo; l’uso lo rinvigorisce e lo fa risplendere come acciaio di coltello continuamente adoperato; il disuso lo irrugginisce e lo confonde con la bruta materia del ferro. Bensì le circostanze de’ tempi derivanti dalle vicissitudini politiche delle nazioni, o promovono o impediscono o diriggono i lavori del genio; e talvolta l’occupano in cose le quali per loro natura producono sterile premio; e lo disviano da altre che li preparavano gloria maggiore.

Sin da principio del secolo che ora osserviamo, l’Italia cominciava a quietarsi. Le fazioni de’ Guelfi e de’ Ghibellini erano o spente del tutto, o semivive. Le città signoreggiate da piccoli e mutabili tirannetti indipendenti, o costituite in repubbliche turbolenti ed efimere, si erano già incorporate ne’ domini de’ loro vicini più forti. I papi istigatori e stromenti della Francia, avevano lasciato Avignone e ristabilita la loro sede in Italia. Gli imperadori germanici serbando il titolo di re de’ Romani, e il diritto di sovrani feudali di tutta l’Italia, non vi comparivano più. La dinastia francese non regnava più a Napoli; e v’erano tornati i discendenti della Casa d’Aragona che da quasi due secoli continuavano a governare la Sicilia, ed erano razza italiana. Ladislao re di Napoli, e Gian Galeazzo Visconti avrebbero forse potuto, come aspiravano, impadronirsi di tutta, o di gran parte della Penisola per cominciare a formare non foss’altro due regni. Ma il re di Napoli, mentre veniva vincitore dal mezzogiorno nel centro della Toscana, e il Visconti dal nord, l’uno e l’altro morirono.

Così nel secolo decimoquinto l’Italia si rimase divisa in diversi Stati né troppo deboli da essere facilmente conquistati, né troppo forti da offendere gli altri impunemente. I papi predominavano sovra tutti i governi italiani, ma più in virtù del loro nome di Vicario di Cristo, che per le vittorie del Dio degli eserciti; e le loro scomuniche benché temute per le minaccie de’ danni dell’altro mondo non avevano più forza in questo da sommovere i popoli contro i loro principi naturali, né riunire le armi di Europa a guerreggiare nelle Crociate. Talvolta alcuni pontefici si procacciavano alleati e soldati da ridurre di nuovo sotto il dominio temporale della Chiesa alcune città che vi s’erano sottratte; ed Eugenio IV fu uomo di sangue. Ma non discendevano dalle Alpi né i Francesi, né i Tedeschi, e quelle guerrucce civili non disturbavano tutto il resto d’Italia. Frattanto alcuni altri Papi, e Niccolò V e Pio II, più che gli altri, attendevano virilmente a propagare le lettere, e restituire a Roma le opere degli antichi scrittori, a illustrare i monumenti innalzati dagli Imperadori padroni del mondo, a ristorare gli edifizi pubblici, e consolidare la religione. Allora molta parte della vita e delle opere degli uomini dotti, specialmente ecclesiastici, spendevansi ne’ Concili Ecumenici, frequenti e prolungati in quell’epoca; ma che non riuscirono né a persuadere con argomenti la Chiesa Greca a riconoscere la preeminenza assoluta del Vescovo di Roma, né a convincere, per mezzo di roghi, i primi riformatori tedeschi della infallibilità della Chiesa Romana.

Gli studi dunque essendo tutti rivolti assiduamente all’antichità, all’erudizione e alla teologia, non è meraviglia che i libri intorno a soggetti che si referivano alla storia, a’ costumi, alle arti, e alla letteratura degli antichi Romani e alla dottrina de’ Santi Padri fossero tutti scritti in latino. S’aggiungeva la maggior diffusione del commercio di tutti i prodotti della mente umana fra dotti di tutta l’Europa. Niuna nazione aveva lingua letteraria, e tutte ne avevano una comune nella latina. Il popolo d’ogni regno e paese continuava a vivere nell’ignoranza; bensì v’era un popolo europeo composto di letterati che per quanto lontani vivessero pure scrivevano gli uni per gli altri; e i libri giravano in un circolo composto di lettori che per lo più erano autori.

Non però la nazione italiana mancava assolutamente d’una lingua comune, corrente e vivissima in tutte le sue provincie intesa da Torino sino a Napoli, scorretta, deforme, ed era anche un po’ letteraria; ma di quella letteratura plebea, la quale non sopravvive alla seconda generazione. Abbiamo nella prima epoca, parlando de’ dialetti romanzi, osservato, che per quanto siano diversi ed innumerabili i modi di parlare di un grandissimo tratto di terra divisa in molte provincie, esiste sempre una lingua comune con la quale gli abitatori d’una provincia intendevano quei dell’altra. Sì fatta lingua comune è più o meno povera, secondo il meno o più di commercio che le diverse provincie hanno fra loro; ed è più o meno mutabile, secondo la lunga o precaria stabilità de’ governi. Sì fatta lingua ad ogni modo non è mai ricca, né permanente: perché dipende assolutamente dalle vicissitudini di tutte le lingue parlate, e dai cambiamenti de’ costumi, e dille idee che sono operati dalle vicissitudini politiche. Gli scrittori non la tramandano ne’ loro libri alla memoria delle generazioni seguenti; onde non serba mai traccie del suo stato anteriore. Questa specie di lingua comune, diversa in tutto da’ dialetti provinciali e municipali, e che serba alcune qualità bastarde di tutti, fu indicata da noi sotto i nomi talora d’itincraria, e talora di mercantile. È, come tutte le altre, una lingua suggerita naturalmente dai bisogni dell’uomo; e perciò creata facilissimamente, e potrebbe anche chiamarsi lingua d’espediente; ma è alterata e spesso distrutta con la stessa facilità. Ne troviamo tuttavia una che sussiste da lungo tempo in forme bizzarre, ma non dissimili fra di loro, in tutte le coste del Mediterraneo sino a Costantinopoli, sotto il nome di lingua franca; e per essa i mercanti d’ogni religione e nazione s’intendono nelle fiere alle quali concorrono a commerciare. Ogni viaggiatore in que’ paesi la parla, perché è costretto a parlarla; la impara facilmente, perché consiste di parole necessarie a’ bisogni giornalieri e comunissimi della vita; e appena cessa il bisogno di spiegare le stesse idee con quelle parole, la lingua itineraria viene dimenticata ad un tratto.

Doveva dunque una lingua comune di questa specie esistere anche nel medio evo in Italia; e partecipò altresì di apparenze di letteratura, dopo che fu diffusa perpetuamente da’ frati di San Domenico e di San Francesco, che vagavano di città in città predicando in tutte le chiese e su per le piazze. E certo a’ frati spetta una parte del merito d’avere fino d’allora ampliati gli strettissimi confini della lingua comune, d’averla applicata a soggetti non volgari, ed avvezzata la plebe d’ogni città italiana ad intenderla, ed a credere che oltre i loro gerghi municipali, esisteva una lingua nazionale. Aggiungevasi un’altra specie di ciurmadori più modesti e più gai, che involontariamente anch’essi andavano al medesimo scopo. Erano i novellatori e narratori delle lunghe storie miracolose di Carlo Magno, celebrate sino dal secolo undecimo in leggende d’ogni maniera, e soprattutto dal romanzo attribuito all’Arcivescovo Turpino, e che allora passava per autentico. Tutte le meraviglie ch’oggi leggiamo ne’ romanzi e poemi che hanno per soggetto i Paladini erano allora raccontate al popolo da novellatori, e quest’uso rimase in alcune città, e specialmente in Venezia e in Napoli sino a questi ultimi anni. Chiunque non sapeva leggere, si raccoglieva quasi ogni sera d’estate intorno al novellatore su la riva del mare, ascoltando con attenzione. Or i novellatori essendo anch’essi per lo più itineranti nel Medio Evo propagavano la lingua comune arricchita delle parole necessarie a descrivere dame, cavalieri erranti, guerre e imprese di giganti e di fiere, palazzi reali e incantati; e aprendo alla immaginazione del popolo nuovi mondi, lo accostumavano a una lingua meno volgare.

Poi, nel secolo decimoquinto, mentre la lingua corretta, nobile ed elegante si guastò d’improvviso, i novellatori di Carlo Magno si divisero in due classi. Gli uni continuavano a divertire la loro assemblea su le strade. Gli altri a scrivere quelle meraviglie in rima, e farne poemi lunghissimi interminabili, che non tardarono ad essere cantati in versi, spiegati in prosa, e commentati al volgo in lingua italiana itineraria, come i dotti commentavano in latino dalle lor cattedre la Divina Commedia di Dante. A noi che appena udiamo d’ora in ora i titoli di que’ poemi, pare impossibile che possano avere realmente esistito in sì gran numero e celebri di tanta popolarità, e giacersi oggi al tutto dimenticati. Ma tale è la magia dello stile e della beltà della lingua. L’Ariosto poscia non raccontò che le meraviglie celebrate da que’ novellatori plebei, e ricantate in que’ barbari poemi; ma scrisse in guisa da lasciare alla posterità modelli di dizione mirabile, e che vive immortale. Il Boiardo, cinquant’anni innanzi a lui e appunto verso la fine dell’epoca di cui parliamo, era dottato di fantasia creatrice anche più dell’Ariosto; però l’Ariosto continuò nel suo Orlando Furioso le storie descritte nell’Orlando Innamorato del Boiardo, e v’introdusse i medesimi personaggi.

Ma né la grande originalità d’invenzione, né la popolarità del primo Orlando che servì di modello, giovarono a contrastare un unico grado dell’immensa preeminenza che il secondo Orlando ottenne per la divinità del suo stile. Quindi molti si provarono a tradurre in bella lingua letteraria le stanze del Boiardo, e niuno vi riuscì fuori che il Berni, il quale per quel suo rifacimento meritò d’essere per le qualità del suo stile collocato prossimo, se non al fianco, all’Ariosto. Nacque Fiorentino; non però s’innamorò del suo dialetto nativo in guisa da affettarne tutte le peculiarità, ed ei le sfuggiva, chiamandole vecchie lascivie. Le grazie di altri scrittori sono lodate a cielo, perché sono ammanierate e ornate dall’arte. Risaltano agli occhi, e forzano ad osservarle; e però i professori di rettorica possono gloriarsi di discernerle, e farsi merito di declamare una dissertazione sopra ogni vocabolo. Nell’Orlando Innamorato le grazie, benché più molte d’assai, scorrono spontanee e non apparenti; ed appunto perché si fanno sentire e non si lasciano scorgere, tanto più sono grazie. Lo stesso si può dire dell’Orlando Furioso con la sola diversità che mentre il Berni rinfrescava la lingua d’amabilità giovanile, l’Ariosto arricchivala di originali eleganze. Niuno infatti più di questo grande poeta applicò il principio di Dante, che la lingua si deve andar più sempre propagando innestandovi il fiore di tutti i dialetti della Penisola. Non già che l’Ariosto avesse mai forse imparato quella teoria di Dante che allora giaceva sepolta negli Archivi, e poi per alcun tempo fu disputata la sua autenticità. Ma l’Ariosto era uomo di genio; la teoria era suggerita dal carattere inerente nella lingua ch’egli scriveva, ed egli era dotato dell’istinto di distinguere a un tratto le eleganze dall’affettazione di tutti gli scrittori, i vezzi semplici, dagl’idiotismi plateali di tutti i dialetti; ed ogni vocabolo e frase che ammettevano o rifiutavano: d’essere nobilitati nella composizione. Tutti i vari elementi ch’ei radunava quasi senza avvedersene li raffinava e immedesimava nella sua mente come in un crogiuolo pieno di diversi metalli che liquefacendosi e purificandosi al fuoco ne fanno un solo tutto nuovo ed inimitabile. Questi due poeti, benché nati in questo secolo, morirono intorno al 1530, e apparterrebbero piuttosto all’epoca seguente. Ma poiché la materia poetica ch’essi rivestirono del loro stile fu somministrata ad essi dagli scrittori rozzi de’ tempi che ora andiamo considerando, n’abbiam parlato affine d’illustrare la verità sentita da’ grandi scrittori, ma trascurata dagli altri, e non creduta da’ lettori divoratori di tutto, ed è: che i materiali poetici senza le forme pure della lingua sono altrettanti massi di marino bellissimo mal tagliati in figure umane da cattivi scultori; e sotto le mani degli artisti eccellenti assumono tutte le proporzioni, la bellezza ideale, e la sublimità d’espressione della Venere de’ Medici, dell’Apollo, e del gruppo di Laocoonte.

Il solo fra’ poeti romanzieri anteriori all’Ariosto ed al Berni, che scrivesse meno scorrettamente fu il Pulci, autore del Morgante Maggiore. Apparteneva all’Accademia domestica, e la più benemerita dell’Italia, tenuta senza fasto, senza diplomi, senza vanissimi titoli da Lorenzo de’ Medici nel suo Palazzo; e rappresentavano il Convito di Platone. Le poesie e gli scritti in prosa di Lorenzo contribuirono molto a far ritornare ne’ libri d’alcuni uomini di genio la lingua letteraria, condannata fino adora a parlare da quasi un secolo alla nazione per bocca di frati e di ciurmadori. Non però lo stile di quell’uomo straordinario è perfettamente corretto; e le sue poesie sono state in questi ultimi anni ammirate oltre il loro merito reale. L’unico poeta degno di meraviglia in quella riunione d’uomini, nel resto grandissimi, fu il Poliziano. Tutto quello che scrisse in italiano si ridurrebbe a un piccolo volumetto, e consiste nel principio di un lungo poema di cui non giunse a finire il secondo canto. Gli spiriti e i modi della lingua latina de’ Classici erano già stati trasfusi nella prosa dal Boccaccio, e da altri. Ma il Poliziano fu il primo a trasfonderli nella poesia; e vi trasfuse ad un tempo quanta eleganza poté derivare dal greco. Infatti non v’è lingua che come l’italiana possa imbeversi di quanto v’è di semplice, e d’amabile, e d’energico nelle forme e negli accidenti della greca, segnatamente in poesia; e se potesse ottenere la stessa prosodia, e lo stesso genere di versi, e potesse ad un tempo liberarsi dalla necessità degli articoli, forse non avrebbe da invidiare alla greca fuorché la pronunzia d’al-cune lettere differentemente aspirate che la natura ha rifiutato agli abitatori d’Italia, anche quando derivavano nella lor lingua latina la prosodia, la verseggiatura, e le parole de’ Greci.

Ma Lorenzo de’ Medici, e tutti gli amici suoi, e il genio del Poliziano erano pur nondimeno costretti a secondare gl’impulsi imperiosi del loro secolo; e l’introduzione della stampa, anziché giovare, nocque più ch’altri non crede a’ progressi della lingua italiana. L’avidità colla quale erano stati fino allora ricercati i codici de’ Greci e de’ Romani, fu superata dalla impazienza di moltiplicarli ad un tratto. Cominció quindi il freddo interminabile ed ambiziosissimo studio dell’emendazione critica de’ testi e de’ commenti agli antichi scrittori, e continuano; né finiranno mai, finché l’Europa avrà professori chiamati filologi, gente oziosa insieme e inquietissima, e che sarebbe oggimai condannata dal genere umano alla derisione ch’ella pur merita, se non avesse avuto la precauzione di scrivere tutti que’ suoi nienti in latino. La caduta dell’Impero d’Oriente ridusse alcuni letterati greci in Italia, e vi portarono molte opere antiche che desideravano anch’esse l’aiuto della tipografia e dalla critica. L’Iliade fu allora stampata per la prima volta in Firenze; e chi mai avrebbe in quegli anni potuto pensare ad altro che ad Omero ed ai Greci?

La lingua italiana cadde allora in tanto disprezzo da rendere spregevole chi la scriveva; e gli autori susseguenti, e che a’ tempi di Lorenzo de’ Medici erano ancora fanciulli ricordano che il primo e più severo comandamento de’ padri a’ figliuoli e de’ maestri a’ discepoli era, che né per male né per bene leggessero mai cosa alcuna scritta in volgare così allora chiamavasi l’italiano. E il Varchi che è storico piuttosto pettegolo, narra com’egli ed alcuni altri suoi compagni di scuola furono severamente puniti dal loro pedagogo per aver trasgredito sì solenne comandamento. [17] E nondimeno anche da pochissimi vestigi che or ne rimangono, appare che quando l’italiana era adoperata da uomini di gran mente, di anima calda e di forte proponimento a parlare al popolo di cose politiche, era potente, e fierissima, e faceva sentire quasi ad ogni sentenza ch’era original-mente nata colla libertà popolare. Frate Girolamo Savonarola di cui tanto s’è scritto con troppa superstizione dagli uni, e con altrettante parzialità per la Casa cle’ Medici dagli altri, non è conosciuto come scrittore; e quel poco di suo che non fu proibito, consiste in operette di devozione, le quali essendo inoltre scritte co’ solecismi e i barbarismi di quell’epoca si giacquero ignote anche agli indagatori di anticaglie grammaticali. Certo il buon Frate non professava né amicizia letteraria, né carità cristiana verso gli scrittori profani d’alcuna lingua o d’alcuna età.

Il popolo fiorentino fu persuaso da Fra Girolamo Savonarola a fare una piramide altissima con quante pitture e statue antiche e moderne ed arpe e liuti e stromenti d’ogni maniera poté raccogliere per le case, e codici e libri italiani e latini, specialmente le opere del Boccaccio; e per celebrare divotamente l’ultimo giorno del carnevale arsero la piramide su quella piazza dove nella primavera seguente al loro malfortunato predicatore toccò d’essere bruciato vivo, e le sue ceneri gittate nell’Arno.

Ma quando questo disprezzatore d'ogni eleganza di vita, e d’ogni classica letteratura predicava al popolo esortandolo dal pulpito a liberarsi dal giogo effeminato della casa de’ Medici; quando dalla Toscana tuonava sì che Alessandro VI, e tutta la gerarchia papale l’udivano a Roma e dannava alla esecrazione le usurpazioni e le prostituzioni e le abbominazioni della Chiesa Romana; quando da oratore e da legislatore, e da profeta insegnava alla moltitudine le costituzioni ch’egli aveva meditato nella storia del genere umano, e che gli pareano migliori ad ordinare e perpetuare la libertà della Repubblica, allora quel Frate scorrettissimo nella lingua, senza studio di stile, senza nessun’arte rettorica, doveva essere il più terribile degli uomini eloquenti che sien stati mai prodotti nel mondo. Le sue prediche non erano scritte da lui; le sole che abbiamo alla stampa in caratteri gotici furono messe insieme tra bene e male da un notaro che ascoltandole le copiava per mezzo d’un’imperfettissima abbreviatura; e non poté forse scriverne né pur la metà, e non furono più ristampate. Per quanto ne abbiam fatto ricerche, non c’è mai riuscito di poterne trovare una copia che non sia mutilata; e talvolta s’incontrano lacune di venti o trenta pagine a un tratto stracciate da tutte le copie fino da’ tempi d’Alessandro VI. Abbiam udito che alcuni rarissimi esemplari interi esistano tuttavia; quanto a noi disperiamo di vederne uno solo. E davvero se ciò fosse in nostro potere a noi per una copia non mutilata delle prediche del Savonarola, non rincrescerebbe di dare in cambio tutti quanti i libri rari registrati nel Decamerone del Reverendo Mr. Dibdin » Frattanto concluderemo quest’epoca, a ricominciare nella seguente a parlare del regno del Decamerone del Boccaccio. A chi guarda alla infinita letteratura diffusa verso la fine di questo secolo e sul principio del seguente in Italia, quanti ingegni fiorivano illustri in ogni Università; come pensando e scrivendo di filosofia metafisica su le opere d’Aristotile e di Platone faceano scoppiare mille nuove e arditissime idee dalle antiche; come la storia de’ fatti moltiplicavasi per le scoperte recenti dell’America e della stampa; e la libertà della mente s’esercitava per le controversie ne’ nuovi scismi di religione; e quanto le guerre perpetue di Carlo V e le mutazioni improvvise ne’ governi d’Europa e nelle pubbliche e private fortune eccitavano le passioni degli Italiani, e raffinavano le arti e gli studi della politica: l’Italia era il campo delle battaglie, e Roma era confederata o nemica potente, o mediatrice interessata, e per lo più instigatrice de’ principi; e i loro consigli erano direttamente o indirettamente agitati da uomini di chiesa e pochi senza molto sapere si meritavano le ecclesiastiche dignità: i professori di letteratura sentivano ed illustravano gli autori greci e romani, e rari uscivano allievi dalle scuole che non intendessero il greco, e tutti scrivevano il latino, e insegnavanlo fino alle giovinette: per la diffusione della letteratura prosperò la gloria delle arti belle; e l’Italia pareva emporio di dottrina e di eleganze e di lusso per tutta l’Europa: — e a chi guarda ad un tempo all’Italia tutta quanta in quel secolo affaccendarsi in sottigliezze grammaticali; e gli uomini celebrati contendere sempre più senza intendersi e senza termine, per questioni peggio che inutili; e consentire pur nondimeno a riconoscere come unico codice a sciogliere tante liti e quasi ispirato legislatore di stile il Decamerone delle novelle del Boccaccio; pur tutte quante le liti sorgevano da quel libro, e ogni uomo interpretandolo variamente le liti rigermogliavano a mille per una, e s’intricavano sì enigmatiche che tutti insegnando grammatica, niuno sapeva come s’avesse da scrivere — certo, sì fatto stato simultaneo, di vigore nelle passioni, negl’ingegni e nelle lettere, e di miseria nella lingua d’una nazione, pare al tutto fuor di natura, e incredibile. Pur nondimeno l’epoca seguente manifesterà che vi sono cose incredibili insieme e verissime; ma che si rimangono o non osservate o dissimulate a fine di scrivere in loro luogo cose credibili benché false.

EPOCA SESTA

DALL’ANNO 1500 AL 1600

Se gl’Italiani si fossero giovati della tranquillità e dell’indipendenza ch’ebbero nel lungo corso di anni del secolo precedente, quando vivevano meno atterriti da’ papi e non minacciati dalla presenza d’eserciti forestieri, e si fossero allora costituiti in nazione, gli scrittori si sarebbero immedesimati di necessità colla loro patria, ed avrebbero ampliato una lingua men artificiale e più generosa, scritta insieme e parlata, e che non fu mai conosciuta, né si conoscerà mai forse in Italia. Se non che le città attendevano a contendere, più per via d’ambasciatori che d’eserciti, tra di loro, e gli scrittori contemplavano oziosamente l’antica Roma ed Atene più che l’Italia; e scrivendo in latino, andavano riducendosi più sempre a comunità diversa al tutto dalla nazione. Lorenzo de’ Medici forse aspirò, e non poté afferrare l’opportunità che alloramai cominciava a dileguarsi per sempre. La sua morte accompagnata da invasioni straniere e commozioni in tutta l’Italia, e da un nuovo governo popolare in Firenze, condusse una brevissima epoca propizia a’ forti ingegni. Il Machiavelli scriveva allora; e morì poco innanzi che i papi e i loro bastardi, ammogliati a bastarde di monarchi forestieri, togliessero ogni voce e ogni senso di libertà a’ Fiorentini.

Niuno scrisse in Italia mai né con più forza, né con più evidenza, né con più brevità del Machiavelli. Il significato d’ogni suo vocabolo par che partecipi della profondità della sua mente, e le sue frasi hanno la connessione rapida, splendida, stringente della sua logica. Inoltre aveva cuore caldo e di delicate e di generose passioni; e per quanto lo neghino molti anche a’ dì nostri, ci concederanno di dire che o essi non hanno cuore che risponda a quelle passioni, non lo leggono in originale, o se pure lo leggono, non sanno tanto della lingua italiana da sentirne tutte le proprietà; e quest’ultima opinione a noi pare la più verosimile. Né lo stile del Machiavelli né di alcuno di quella età, né alcuno de’ Romani e de’ Greci hanno quella tinta sentimentale degli scrittori moderni; — ma spesso è artefatta. Invece, chi sente naturalmente e sa scrivere, infonde in modo impercettibile un calore perpetuo ne’ suoi lettori. Ma bisognano lettori che sappiano leggere, che siano nati a sentire, e che non sieno educati ad affettare di sentir troppo. L’unico difetto della lingua e dello stile del Machiavelli deriva dalla barbarie in cui trovò il suo dialetto materno. Ben ci si studiò di dargli tutta la dignità che Sallustio, Cesare e Tacito avevano dato al latino, ma si studiò ad un tempo, e con molta saviezza, di non disnaturare la lingua italiana e il dialetto fiorentino; onde talvolta, per preservarne alcune peculiarità, cadde qua e là in certi sgrammaticamenti, che offendono appunto perché potevano facilmente evitarsi.

Ognuno sa come Pietro Bembo veneziano fu primo a ridurre la lingua a regole; ma più che le regole giovarono d’allora in poi a ripulirla le opere di molti scrittori per tutta Italia. Ma quantunque ei pronunziasse che l’essere nato fiorentino, a ben volere fiorentino scrivere non fosse di molto vantaggio, né alcuno s’opponesse per anche a viso aperto alle sue parole tenute tuttavia per oracoli, tutti ad ogni modo se ne giovavano come d’oracoli, e le contorcevano a favorire le loro opinioni. Però i Fiorentini contesero, che, stando letteralmente alla sentenza del cardinal Bembo, saveva da scriver fiorentino; dal che veniva la direttissima conseguenza che l’Italia aveva dialetti molti parlati, ed uno solo atto ad essere scritto; e non possedeva in comune lingua veruna. Insorse d’allora in poi, crebbe ed inferocì la tristissima lite — se la lingua letteraria s’avesse a chiamare italiana, toscana, o fiorentina. Frattanto il Bembo, senza inframmettersi nella contesa ch’egli inavvedutamente aveva attizzata, favoriva i Fiorentini; anzi escluse le opere tutte di Dante dal privilegio di somministrare esempi a’ grammatici. Forse il Bembo, educato e promosso alle ecclesiastiche dignità, prese pretesto dalla lingua, ch’ei chiamava rozza, di Dante, affine di condannarlo dall’avere virilmente negata ai papi ogni potestà temporale. L’imitare l’effe-minata poesia e l’amore platonico del Petrarca era velo alle passioni sensuali; e, purché fossero adonestate, non pareva illecito. Né, a dirne il vero, sappiamo che il mondo siasi mai governato altrimenti.

Or ciò che il cardinal Bembo e gli altri suoi collaboratori avrebbero dovuto insegnare, e che nondimeno niuno può imparare se non per attitudine naturale e per lunga consuetudine, consisteva nel-l’arte di scrivere bene. Questo non riesce mai se non a chi sa ciò che deve sottrarre dalla massa de’ vocaboli e delle frasi perché nuoce allo stile e alle idee; e ciò che vi deve aggiungere perché giova: e le sottrazioni e le addizioni devono farsi in guisa, che rechi nuove e geniali sembianze alla lingua, ma senza mai né snaturarla nell’indole sua, né travisare la sua nativa fisonomia. Sì fatta arte, necessaria agli scrittori di qualunque lingua e difficile a tutti, fu sempre e sarà difficilissima agli Italiani. Non hanno Corte, né città capitale, né parlamenti ove la lingua possa arricchirsi secondando di grado in grado il corso e le mutazioni delle idee, delle fogge, delle opinioni e del tempo; anzi quanto è letteraria, tanto rimanesi artificiale più di quant’altre siano state mai scritte o si scrivano. Il mantenerla purissima adattandola a nuove idee e all’uso corrente; il porvi studio e far sì che non raffreddi lo stile, e l’usarla letteraria com’è ridurla tuttavia famigliare anche a non letterati, sono sempre state difficoltà che in pratica apparvero tutte indomabili a molti. Quindi le tante teorie di trattatisti, le controversie e la confusione di grammatiche, di cui fu sempre romorosa l’Italia. E per non esservi lingua prevalente in un secolo, vediamo fra gli scrittori italiani d’una medesima età più differenza che in quella d’ogni altro popolo; il che produce il vantaggio della varietà degli stili, e il danno della perplessità e pedanteria de’ giudizi. Spesso accade che il libro esaltato non per altro che per il merito della lingua dai dottissimi uomini d’una città, viene esecrato dagli uomini dottissimi d’un’altra città, appunto per i demeriti della lingua.

Frattanto que’ primi ordinatori della lingua nel discorso giornaliero facevano uso di dialetti discordi, i quali repugnavano a scriversi. Il dialetto fiorentino s’era immiserito, e diveniva sempre più ritroso alla penna; e quel che è peggio, nelle scritture era oggimai intarsiato di crudissimi latinismi. Pare che non potessero mandare una lettera a’ loro domestici, che non fosse pedantesca. Quando poi sul principio del secolo decimosesto vollero pur provvedere l’Italia di una lingua sua propria, s’avvidero che innanzi tratto bisognava depurarla dalla troppa latinità: ma in questo andarono all’altro estremo, appunto perché temevano di non si poter reggere equabilmente nel centro. Il Bembo e gli altri avevano studiato fin dalla puerizia e scritto e pensato d’ogni cosa letteraria in latino. E non pure l’ammirazione a’ grandi esemplari, ma i precetti rettorici degli autori romani, e la necessità di secondarli in una lingua morta, gli aveano domati alla servitù dell’imitazione. Era radicato nella loro anima il dogma, che a scrivere in qualunque lingua fosse necessario imitare religiosamente alcuni modelli; e in italiano non avevano, dal poema di Dante in fuori, alcuna opera nella quale la moltitudine, la novità e la profondità delle idee, delle imagini e delle passioni avessero partorito gran numero e varietà di locuzioni e parole, ed energia di ardita sintassi. Ma, oltre la ragione di stato ecclesiastica, che rendeva quel poema un testo pericoloso a citarsi, la quantità di formole scolastiche, di giunture strane, di voci latine, e tutto insieme il tenore dello stile di Dante gli atterriva; e non vi fu modo che si persuadessero mai di giovarsene.

Non è dunque difficile l’indovinare fra quante strette e con quale perplessità i primi critici si studiassero di trovare metodi a rimondare la lingua de’ latinismi, idiotismi e sgrammaticamenti che prevalevano a’ loro giorni, e le impedivano di divenire patrimonio letterario di tutta l’Italia. Il Bembo, imbevuto di purissima latinità, doveva studiare fin anche le sue lettere famigliari a guardarle da’ latinismi; il che gli riuscì quasi sempre: ma non poté fare che quanto ei dettò in italiano non ridondasse d’idiotismi veneziani, i quali, se non fossero stati protetti sino d’allora dall’autorità del suo nome, sarebbero stati poscia infamati fra’ solecismi. Gli scrittori fiorentini anch’essi scambiavano riboboli per atticismi gentili. Aggiungi che mai non s’avvidero « essere impossibile di ridurre a scienza atta a potersi insegnare e imparare il processo con che la natura converte in lingue letterarie i rozzi dialetti ». Così, nella penuria d’autori che somministrassero osservazioni ed esempi, e di principi che insegnassero un giusto metodo, que’ primi precettori della lingua ricorsero di comune consentimento alle novelle del Boccaccio. Vi trovarono parole evidenti, native ed elegantissime, artifici di costruzione, periodi musicali e diversi generi di stile; e forse per allora non avrebbero potuto ideare espediente migliore a tante difficoltà. Il cardinal Bembo ad ogni modo si limitò ad osservare ogni cosa in quel libro con ammirazione, ma non convertì le sue opinioni in leggi assolute. E’ non era il solo; bensì il più celebre di quella scuola. Tuttavia la massima e la pratica de’ letterati di quell’età consistevano non tanto a ricavare un metodo dalle osservazioni, quanto a imitare puntualmente, servilmente, puerilmente gli scrittori che parevano eccellenti. In poesia italiana copiavano il Petrarca e cantavano santamente d’amore. In latino imitavano Virgilio e Cicerone, e scrivevano profanamente di cose sacre. Così la dottrina di ristringere tutta una lingua morta nelle opere di pochi scrittori fu più assurdamente applicata alla lingua viva degli Italiani; e i loro critici quasi tutti convennero, non doversi attingere alcun esempio da veruna poesia, fuorché dal canzoniere amoroso del Petrarca per Laura; né alcun esempio di prosa da scrittore o scritto veruno, fuorché dalle novelle del Decamerone. Con quanto frutto della religione, non pretendiamo di dirlo; ma la letteratura pur troppo discese effemminatissima a molte generazioni. Quindi i protestanti pigliarono argomento ad imputare a que’ letterati pochissimo riguardo a’ costumi, e niun senso di religione. La prima accusa è esagerata, e l’altra è assurdissima. Erasmo imputavali di sacrilegio, e derideva a un’ora l’ignoranza fratesca e la latinità non cristiana in Italia, a fine di spianare per tutti i modi la via alla riforma nelle Università di Germania e d’Inghilterra; e giudicavali secondo la tradizione della miscredenza de’ prelati di Leone X. Pur, se non tutti, moltissimi sentivano la fede che professavano, ed erano talor combattuti da superstizioni contrarie. Alcuni votavansi di non leggere mai libri profani; ma non potendo lungamente reggere al voto, ne impetravano l’assoluzione dal papa. Altri, per non contaminare le cose cristiane con l’impura latinità de’ frati e de’ monaci, avrebbero voluto poter tradurre la Bibbia col frasario del secolo d’Augusto.

Trent’anni circa dopo il principio, e pochissimi innanzi la fine del presente secolo morirono l’Ariosto e il Tasso. L’intervallo di tempo fra la morte dell’uno e dell’altro fu fecondissimo di libri d’ogni maniera, e famoso per questioni grammaticali. I nomi degli autori di quell’età hanno poscia occupato tutti gli storici di letteratura, che ne hanno scritto volumi, biografie ed analisi critiche senza fine. E nondimeno l’Ariosto e Torquato Tasso restarono i soli degni del nome di grandi. Che se parecchi altri passano oltre la mediocrità, e furono benemeriti della lingua più con gli esempi che co’ precetti, e fra questi primeggiano Giovanni della Casa, e Annibale Caro, moltissimi non sono che mediocri, e non li nomineremo. Molti altri sono anche peggio, se peggio può essere, e de’ quali non importerebbe di far memoria neppure in massa, se non appartenessero appunto al secolo decantato come il più illustre della italiana letteratura; se i loro nomi, come abbiamo accennato, non fossero celebri in tutte le storie letterarie; e finalmente se molte delle loro meschine opere non fossero state stampate da poco in qua nella collezione di quattrocento e più volumi, sotto nome di Classici, pubblicati in Milano.

Dell’epoca famosa de’ Medici abbiamo osservato nell’articolo precedente tutto quello che importa a conoscere i primi tentativi degli uomini più illustri d’allora e dare leggi certe e perpetue alla lingua italiana. Scrivevano ne’ pontificati, l’uno vicinissimo all’altro, de’ due Medici Leone X, e Clemente VII; e alcuni sopravvissero a que’ due papi. Le lodi esagerate di quel tempo furono attribuite al secolo decimosesto tutto intero; e quindi tutti gli autori che gli appartengono, e che, con poche eccezioni, meriterebbero d’essere disprezzati da lungo tempo, sono sfuggiti alla dimenticanza che sotterrò la memoria d’uomini molto più degni di loro. Noi non ignoriamo che questa nostra sentenza sommaria parrà strana a tutti que’ nostri lettori, i quali conoscono que’ nomi non tanto per mezzo delle loro opere, quanto degli storici di letteratura che ne hanno parlato. Ma a niuno può essere ignoto che sì fatti storici pigliano non solo gli avvenimenti, ma ben anche i giudizi l’uno dall’altro, e li ripetono con diverse parole; e ne abbiamo esempi frequentissimi e giornalieri, e specialmente ne’ raccoglitori di aneddoti letterari. Or sì fatti giudizi sono tutti originati e propagati e perpetuati dalla vanità nazionale e municipale degli Italiani, dalle dottrine delle loro accademie e delle loro scuole fratesche, dalla credulità popolare. Queste cagioni cospirarono a formare una concatenazione lunga, debole ma perpetua di mal certe testimonianze; e quindi a propagare e stabilire i diritti potenti della tradizione, alla quale anche gli uomini illuminati sovente sogliono concedere la venerazione ch’essa ottiene dal volgo. Non già che talor non s’avveggano della sua assurdità, ma seguendola, si dispensano dalla fatica e da’ pericoli di combatterla; e nel tempo stesso si giovano delle sue favole maravigliose a riempire volumi di narrazioni che, se non fossero romanzesche e s’approssimassero alla realtà, riescirebbero non solamente ridicole, ma noiose. Quelli che interessandosi in questo soggetto si sentissero preoccupati dalla generale opinione, ma non in guisa che non bramino di appurare la verità, sono tutti accettati volentieri per giudici. E speriamo di persuaderli, che le leggi peggiori di lingua e di critica che mai potessero idearsi da uomini, la più misera e ambiziosa povertà ch’abbia mai intristita la letteratura d’un popolo, e finalmente la colpa dei danni, della servitù letteraria e del vaniloquio degli scrittori italiani in generale da quel tempo sino a’ dì nostri, appartengono tutti al famoso secolo decimosesto.

Da’ fatti osservati fin qui, da che Dante cominciò a scrivere e il Machiavelli morì, appare manifestissimo che la lingua italiana nacque e crebbe dalla libertà popolare delle repubbliche del medio evo. Ma nell’epoca che ora esaminiamo la servitù dell’Italia cominciò ad aggravarsi senza speranza di redenzione sotto il doppio giogo della chiesa de’ papi, e della dominazione de’ forestieri. La tirannide religiosa e politica portò seco necessariamente i ceppi della letteratura; e dopo la morte di Clemente VII, avvenuta nel 1534, la storia della lingua italiana trovavasi a questi termini: —

Che a bene scrivere la lingua, bisognava imitare i soli scrittori del secolo del Boccaccio; — Che il Decamerone del Boccaccio contenente le cento novelle era l’unico libro senza umano errore; era il tesoro d’ogni ricchezza di lingua, d’ogni grazia d’idioma; era il modello infallibile d’ogni eleganza e d’ogni eloquenza; — Che in questo libro dovevano unicamente cercarsi tutti gli esempi; e sopra questi esempi dovevano giustificarsi tutti i precetti, e risalire a’ printipi generali e certissimi della grammatica italiana; — Che questo libro essendo stato scritto in Firenze e da un Fiorentino, ed essendo stati fiorentini anche gli altri scrittori pregevoli del secolo decimo-quarto, la lingua non si doveva chiamare italiana, né toscana, ma fiorentina; — Che per conseguenza il giudizio, quanto a’ meriti della lingua d’ogni libro scritto o da scriversi in Italia, apparteneva a’ Fiorentini; — Che i Fiorentini erano rappresentati da’ più dotti de’ loro concittadini, da una compagnia d’uomini chiamata Accademia della Crusca; — Che questa Accademia era sotto la protezione de’ Medici gran duchi di Toscana; — Che Cosimo I gran duca allora regnante, essendo imparentato con la Spagna dominatrice di più che mezza l’Italia, ed essendo nel tempo stesso figliuolo obbedientissimo della Chiesa, regolava gli studi dell’Accademia della Crusca con una ragione di stato indispensabile a un principe apparentemente indipendente, ma realmente soggetto a Filippo II e al Concilio di Trento; — Che il Concilio di Trento stava per decretare, e poi decretò sotto severissime pene, che non si comportasse più libro veruno nel quale fossero derisi o preti, o monaci, o frati, o reliquie, o altre cose sacre; — Che il libro preziosissimo delle Novelle del Boccaccio, essendo scritto spesso a bello studio contro tutte le cose sacre suddette, non doveva leggersi se non espurgato; — Che l’Accademia, per intercessione de’ principi suoi protettori, otteneva da’ papi il permesso di potere ristampare le Novelle del Boccaccio, espurgandole secondo i canoni del Concilio di Trento; — Che, affinché i canoni fossero debitamente interpretati ed applicati, il padre inquisitore, maestro del sacro palazzo del Vaticano, frate domenicano e di nazione spagnuolo, presiedeva a’ lunghi studi dell’Accademia della Crusca a espurgare le Novelle del Boccaccio; — Che le Novelle mutilate, adulterate d’interpolazioni innumerabili a beneplacito dell’inquisitore, erano ristampate per autorità dell’Accademia; — Che quella loro edizione era solennemente dichiarata la sola che dovesse o potesse seguirsi come testo di correttissima lingua; — E finalmente che il Decamerone del Boccaccio così mutilato ed adulterato era la pianta di tutti gli edifizi grammaticali dell’Accademia, e fin anche del Vocabolario della Crusca.

Quanto abbiamo detto sin qui può provarsi con autentici documenti e con narrazione di fatti ordinati per serie di anni; ma vi bisognerebbero limiti meno angusti. Tuttavia, procedendo storicamente, porremo in evidenza alcuni fatti innegabili e sufficienti a dare ragioni del fenomeno letterario che noi, concludendo l’articolo precedente, abbiamo fatto osservare, e promesso di spiegare a’ nostri lettori. —

Alcuni giovani fiorentini congiuravano contro Ippolito ed Alessandro bastardi de’ Medici per cacciarli dalla loro patria, a fine di costituirla di nuovo in Repubblica. Palliarono la ragione delle loro adunanze, sotto colore di emendare, col confronto di manoscritti e con critico studio, il testo delle Novelle del Boccaccio. La perdita degli autografi sino dall’età dell’autore, e le scorrezioni e alterazioni incorse nelle edizioni ch’erano uscite sino allora di quel libro giustificavano la loro intrapresa letteraria, e celavano i loro disegni politici. Da que’ giovani derivò la celebrata edizione del Giunti del 1527, tenuta oggi fra le più rare curiosità de’ bibliotecari, e serbata sino d’allora come ricordo della Repubblica Fiorentina, perché quasi tutti que’ giovani combattevano contro alla Casa de’ Medici, e morirono nell’assedio di Firenze, o in esilio. Poscia il libro divenne più raro, perché stava a rischio di essere mutilato o inibito per amore de’ frati. Leone X faceva commedia dell’Abate di Gaeta, coronandolo d’alloro e di cavoli sopra un elefante. Adriano VI che gli succedeva era stato claustrale, e i cardinali della sua scuola proposero poco dopo che i Colloqui d’Erasmo, e ogni libro popolare ingiurioso al clero si proibissero. A Paolo III parve che la minaccia bastasse, né s’adempì per allora; ma chi sapeva che il Decamerone, già tradotto in più lingue, allegavasi dagli antipapisti, s’affrettò a provvedersi dell’edizione fiorentina, la quale, anche da’ dotti che non ne facevano gran caso per l’emendazione critica, era creduta schietta d’inavvertenze di stampa. Ma neppur questo era vero.

Ad ogni modo è un’edizione divenuta tesoro di libreria, ed oggi pagata a prezzi enormi. Caduta la repubblica, quell’adunanza continuò, attendendo unicamente alla grammatica, sotto il nome dell’Accademia degli Umidi; poi divenne più pubblica e meno libera, e si chiamò Accademia Fiorentina; finalmente, raccoltasi sotto il patrocinio di Cosimo gran duca, assunse il nome di Accademia della Crusca, e la dittatura grammaticale in Italia. Il progetto incominciato dal cardinale Bembo di stabilire tutte le leggi della prosa italiana sulle Novelle del Boccaccio, fu abbracciato da quell’Accademia, e messo ad esecuzione in guisa da destare meraviglia, e compassione ad un tempo e disprezzo. La Chiesa cessò dal minacciare, e cominciò attualmente a proibire la ristampa e la lettura delle Novelle del Boccaccio; e niuno poteva nemmeno possederne una copia senza licenza del suo confessore. La riforma de’ Protestanti provocò la riforma cattolica, che rimase meno apparente, benché forse maggiore, e certamente più stabile. I Protestanti la derivarono dalla libertà d’interpretare gli oracoli dello Spirito Santo con l’aiuto dell’umana ragione; e i Cattolici non ammettevano interpretazioni, se non le ispirate alla Chiesa da Dio rappresentato da’ papi. Quale delle due dottrine provvedesse meglio alla religione, non so: forse ogni religione troppo scandagliata dalla umana ragione cessa d’essere fede; e ogni fede inculcata senza il consentimento della ragione degenera in cieca superstizione. Ma quanto alla letteratura, la libertà di coscienza preparava in molti paesi la libertà civile, e di pensare e di scrivere; mentre in Italia l’obbedienza passiva alla religione accrebbe la politica tirannia, e l’avvilimento e la lunga servitù degli ingegni. La riforma de’ Protestanti mirava principalmente a’ dogmi; e la Cattolica unicamente alla disciplina: e però anche le opinioni intorno alla vita e a’ costumi degli ecclesiastici furono represse, corne tendenti a nuove eresie. Il Concilio di Trento vide che i popoli, incominciando in Germania a dolersi che i frati fossero bottegai d’indulgenze, si ridussero a rinnegare il sacramento della confessione, il celibato degli ecclesiastici e il papa. Adunque fu provveduto che, per qualunque allusione in vituperio del clero, i libri si registrassero nell’indice de’ proibiti; e che il leggerli e il serbarli senza licenza di vescovi fosse peccato insieme e delitto da punirsi in virtù dell’anatema. Le leggi canoniche furono d’indi in poi interpretate e applicate dai tribunali civili, presieduti da’ padri inquisitori della regola di San Domenico; i quali inoltre, per consentimento de’ governi italiani, furono investiti dell’autorità di esaminare, alterare, mutilare e sopprimere ogni libro antico o nuovo innanzi la stampa.

Tuttavia l’Accademia della Crusca temeva che nelle edizioni fin allora uscite, ed erano quasi sessanta, l’emendazione di critici forestieri, così allora chiamavan gli Italiani, la fama delle novelle del Boccaccio e la purità della lingua fosse guastata. Patteggiarono dunque di potere, non foss’altro, stamparne una mutilata in Firenze; e confidavano che l’utilità della loro emendazione grammaticale sarebbe compenso equivalente allo strazio che il ferro e il fuoco del Santo Uffizio farebbe de’ tratti più comici nelle novelle. Cosimo I, per agevolare il trattato, deputò a negoziare col maestro del sacro Palazzo in Vaticano alcuni uomini dotti, uno de’ quali era vescovo, e quasi tutti ecclesiastici in dignità; e fra gli altri Vincenzo Borghini illustratore delle antichità toscane, e scrittore non pedantesco: ma i nomi degli altri sono men noti alla storia letteraria d’Italia, che a’ fasti consolari, com’ei li chiamavano, delle loro accademie. Le nuove alterazioni al Decamerone mandate a Roma erano quasi sempre lodate; ma non bastavano. Il maestro del sacro Palazzo, frate domenicano e spagnuolo, si aggregò di proprio diritto alla loro adunanza. Scrivendo le sue opinioni in lingua bastarda, dava consiglio anche in virtù della sua autorità di grammatico; non però venivano a conclusione. Finalmente un domenicano italiano e di natura più facile (chiamavasi Eustachio Locatelli, e morì vescovo in Reggio) vi s’interpose; e per essere stato confessore di Pio V, impetrò da Gregorio XIII, che il Decamerone non fosse mutilato, se non in quanto bisognava al buon nome degli ecclesiastici. Così le badesse e le monache innamorate de’ loro ortolani furono mutate in matrone e damigelle; e i frati impostori di miracoli, in negromanti; e i preti adulteri delle comari, in soldati; e in virtù di cent’altre trasformazioni e mutilazioni inevitabili, riuscì agli accademici, dopo quattr’anni di pratiche, di pubblicare in Firenze il Decamerone illustrato da’ loro studi.

Ma Sisto V ordinò che anche l’edizione approvata dal suo predecessore fosse infamata nell’Indice. Fu dunque necessario aver ricorso a nuove storpiature ed interpretazioni; e quindi sopra sì fatti testi gli accademici della Crusca minuzzarono ogni parola e ogni sillaba delle novelle, magnificarono ogni minuzia, e la descrissero sotto nomi di ricchezze, proprietà, grazie, eleganze, figure, leggi, e principi di lingua. Non però poteva venire mai fatto a veruno di conciliare tanta infinità di precetti con un metodo, che ne agevolasse la pratica. Le dottrine e le regole e le applicazioni di esse cozzavano fra loro nelle pagine e nella mente di chi le dettava. Tanto più dunque le dispute fra’ diversi grammatici intricandosi le une su le altre crescevano atroci, oziose, lunghissime, ed occuparono tutti i cent’anni del secolo XVI.

E allora, — mentre l’ozio della servitù intiepidiva le passioni, l’educazione: commessa a’ Gesuiti sfibrava gl’ingegni; i letterati divenivano arredi di corti spesso straniere; le università erano pasciute de’ re, e l’Inquisizione le udiva — l’Accademia della Crusca incominciò a insignorirsi della letteratura italiana, e adottare le novelle del Boccaccio per unico testo regolare d’ogni dizionario e grammatica, e d’ogni teoria filosofica intorno alla lingua. Era dunque il Decamerone, anche per politica necessità, predicato da’ letterati come unico regolatore della lingua scritta in prosa. Per cancellare ogni memoria di libertà, Cosimo I soppresse tutte le accademie istituite in Toscana quando le città si reggevano in repubblica, e venne a dilatare la giurisdizione della fiorentina, ch’ei disprezzava. Compiacevasi di vederla sgrammaticare a bell’agio, e udirsi paragonare a Cosimo padre della patria: né da questo in fuori fece verun favore alle lettere. Teneva a’ suoi stipendi uno o due scrittori di storie della casa de’ Medici; faceva raccogliere da per tutto le copie delle altre scritte con meno adulazione, e le ardeva.

Pur nondimeno gli scrittori, appunto in quel secolo, quanto più si dipartivano dallo stile del Decamerone, tanto più rendevano i loro libri meno indegni della cura de’ posteri. Il Vasari, fra gli altri, scrivendo le vite degli architetti, pittori e scultori d’Italia, lasciò un te-soro di critica sulle belle arti, e di aneddoti su’ caratteri de’ grandi artisti suoi contemporanei, e insieme un inesauribile deposito di maniere di belle dizioni. Né la tirannide universale poté imporre silenzio alla storia politica ed ecclesiastica. Il Guicciardini compose la storia d’Europa da uomo di stato, in guisa da tracciare le origini ed il progresso del diritto delle genti che prevalse subito dopo la fine della lunga barbarie del medio evo. La sua lingua per altro è pomposa, misteriosa e artificiale per voler troppo magnificare ogni cosa, e arieggiare la maestà degli storici latini. Bendetto Varchi suo con-cittadino e contemporaneo andò all’altro estremo, e scrisse la storia fiorentina minutissimamente, così che, per narrare gli avvenimenti di sette anni, occupò forse più pagine che non Tito Livio a narrare la storia della Repubblica Romana da Romolo a Giulio Cesare. E il Varchi alla minuzia de’ fatti aggiunge una superfluità di parole che non può essere concepita, se non da chi ha la pazienza di leggerlo; e non v’è vocabolo signorile o triviale di cui egli non si studi di giovarsi alla rinfusa. Il buon uomo era stipendiato a scrivere dal granduca Cosimo; ma non si poté tenere di dire male de’ papi: e la sua storia non fu pubblicata se non assai tardi, e tronca delle ultime pagine, che poi in altre edizioni fatte alla macchia furono aggiunte. Non molto dopo il Guicciardini e prima del Varchi, Bernardo Segni vivea storico ignoto, e più veritiero s’era nominato a’ suoi tempi fra tanti altri traduttori e chiosatori d’Aristotile; ma nacque, crebbe, e fu educato repubblicano di parte, e narrò la storia della servitù; e forse, per non porre a pericolo i suoi figliuoli, ei morendo non disse dove aveva riposto il suo manoscritto. Ritrovato poi a caso guasto dal tempo, fu donato a uno de’ principi Medici, a’ quali giovava di risotterrarlo; e non fu veduto dal mondo che dopo quasi due secoli, e con fresche lacune; non così per amore degli antichi signori di Firenze, de’ quali la razza allora spegnevasi, come per riverenza alla memoria de’ papi. Tuttavia, mutilata com’è, e benché letta da pochi, la storia del Segni, dopo quella del Machiavelli, avanza in naturalezza e sobrietà il Guicciardini. Ma e le storie e i poemi di quell’età, ch’oggi s’hanno per depositari di lingua, erano allora tenuti presso che barbari e indegni di essere nominati con « le cento immortalate novelle ». Anche il Berni e l’Ariosto erano allora più ricercati da’ lettori, che stimati da’ critici; e il Poliziano, come scrittore italiano, non era citato che raramente, e piuttosto con biasimo che con lode.

Vero è che non prima sì fatte leggi cominciano a moltiplicarsi ed acquistare autorità potentissima, bastano a darti indizio che un popolo dallo stato libero passa sotto il potere assoluto. La Grecia dopo Alessandro non ebbe più oratori né storici; bensì famosi grammatici, alcuni de’ quali regnarono nelle accademie de’ Tolomei, a costringere alla nuova loro pronunzia i poemi d’Omero. Cesare trattò di grammatica: Augusto insegnavala a Mecenate ed a’ suoi nipoti: Tiberio si dilettava di sottigliezze su la notomia de’ vocaboli: Claudio scrisse intorno alle lettere dell’alfabeto; e anche a Plinio filosofo toccò di guerreggiare di penna col maestro del bel dire; e non pare ch’ei n’uscisse senza paura. Ma gli studi liberi in tali condizioni di tempi sono sì fatti; ed a’ principi non rincrescono, perché frappongono comandamenti infiniti e impraticabili in guisa, che niuno sappia mai come s’abbia da scrivere. La dominazione spagnuola in Italia, il lungo regno di Filippo II tirannissimo fra’ tiranni, e il concilio di Trento avevano imposto silenzio in Italia anche all’eloquenza degli scrittori in latino.

La colpa apposta agli Italiani che, scrivendo una lingua morta, ritardarono i progressi della nuova è giustissima; ma non è giustamente applicata. Noi crediamo di avere nell’epoca precedente applicata con sufficiente severità la censura a quei che veramente la meritavano; ma abbiamo anche veduto che la dittatura de’ grammatici italiani s’arrogava di concedere celebrità a quegli uomini, che poscia il consenso di molte generazioni ha destinati a perpetua dimenticanza, e di negarla a quegli che hanno il merito di offrire a’ posteri modelli permanenti di stile e di lingua, e indipendenti dalle scuole e da’ capricci dell’uso. Fra questi è il Machiavelli, ma gli Accademici fiorentini deridevano chi lo lodava. Non è dunque meraviglia se gli uomini più dotati di sapere e d’ingegno continuarono a scrivere in latino, e si rimasero quasi a comporre una aristocrazia destinata ad amministrare i tesori della mente umana a pochissimi. Alcuni professori delle Università, e specialmente quando Clemente VII coronò Carlo V a Bologna, perorarono perché alla lingua italiana fosse inibito di parlare ne’ libri — quasi che i decreti d’imperadori e di papi bastassero. L’avviso fu poi suggerito contro la lingua francese al cardinale Mazzarino, o fatto suggerire da esso, affinché la dottrina della cieca obbedienza si perpetuasse sovra la razza europea. I begl’ingegni, invece di ragioni opposero epigrammi, e fecero da savi; perché niuno si è più attentato di riparlarne. Ma Napoleone, mentre affrettavasi a quella sublimità che al parer suo precipita gli uomini nel ridicolo, impose che i professori leggessero nelle Università d’Italia in latino. Se non che le lingue non cedono né prevalgono, se non per leggi invariabili della natura e del tempo, che le vanno procreando l’una dall’altra. Sogliono bensì prosperare nella libertà, ed intristirsi nella servitù. Le loro più dure catene sono procurate per via di leggi grammaticali. Invece gli autori romani somministravano molto maggiore e nobilissimo numero d’esemplari allo stile. La loro lingua governata da leggi assolute ed evidentissime aveva per giudice tutta l’Europa, mentre la fama d’ogni scrittore italiano pendeva dalla sentenza di gloriosi pedanti, i quali giudicavano raffrontando ogni nuovo libro.

Infatti le nobili opere che sopravvissero alle altre mille di quell’età sono dettate in latino. Il Sigonio nelle sue storie, percorrendo lo spazio di venti secoli dall’epoca de’ primi consoli di Roma sino alle repubbliche italiane, fu primo a traversare la solitudine tenebrosa del medio evo. Diresti che un genio illumini tutto il suo corso; e trasfonda abbondanza, splendore e vigore alla sua latinità. Nondimeno le poche cose che gli vennero scritte in lingua italiana sono volgarissime e barbare. Vedeva che ad impararla gli bisognava perdere molta parte della sua mente ne’ laberinti delle nuove grammatiche; ond’esortò i suoi concittadini che, se avevano cura della posterità, le parlassero solamente in latino. Il che non s’ha da imputare a freddezza di carità per la patria, quando, a volere descrivere in italiano le trasformazioni universali del romano Impero, quel grand’uomo sarebbe stato ridotto ad andare accattando i vocaboli e l’orditura d’ogni sua frase nelle Novelle. Altri, a modellare i loro pensieri con dignità, scrivevano da prima le storie recenti della lor patria in latino, e le traducevano in italiano da sé; e concorrevano ad arricchire la lingua letteraria.

Così la lingua che sola può dar progresso alla letteratura, impedivala. E nondimeno la letteratura era allora da tutti i precedenti secoli e dalle nuove rivoluzioni del mondo versata sovra l’Italia a torrenti. Tutta la poesia, l’eloquenza, la storia e la filosofia de’ Romani e de’ Greci rivissero quasi di subito con la invenzione della stampa. Gli annali della terra, e i nuovi costumi del genere umano scoperti con l’America eccitavano la curiosità degli ingegni. I mari d’allora in poi incominciarono ad arricchire altri popoli: l’opulenza che avevano portato alle città italiane, non potendosi più omai applicare al commercio, compiacque al lusso e alle belle arti. I palazzi arredati di monumenti e di biblioteche educarono antiquari e scrittori d’erudizione, e crescevano la suppellettile letteraria. Accrescevala anche la servitù in che declinarono le città libere, dacché i nuovi signori, costringendo gli uomini generosi al silenzio, stipendiavano lodatori; né vi fu secolo nel quale l’adulazione sia stata bramata con tanta libidine, o sì sfacciatamente professata ne’ libri. Le controversie inerenti agli oracoli della Bibbia erano allora fierissime, universali. E quanto l’Europa in questa età sua decrepita ciarla di speculazioni politiche, tanto allora farneticava di religione: se non che le condizioni de’ regni e gl’interessi dei principi, e più assai degl’Italiani, non pendeano, come oggi, da pubblicani che di carta fanno denaro a nudrire soldati, bensì da dottori che di teologia facevano ragioni a sommovere popoli; e perché quelli studi fruttavano ecclesiastiche dignità, produssero una moltitudine di uomini letterati. Ma le turbe de’ mediocri opprimevano i pochissimi grandi. L’eloquenza era arte ambiziosa nelle Università; la troppa dottrina snervava l’immaginazione; e la sentenza intorno alla quale s’aggira tutta la poetica d’Aristotile — « Che l’uomo è animale imitatore» — quantunque variamente chiosata da molti, era superstiziosamente inculcata e obbedita in questo da tutti: — « Doversi imitare, non la natura, ma gli imitatori della natura ». — Però le lettere, giovando alle arti, a’ governi, alla Chiesa e alle scuole, non esaltavano le passioni, non illuminavano la verità nelle menti, non ampliavano i confini dell’arte; mortificavano le originalità degli ingegni. E per la nazione non v’era lingua, perché lo scrivere e intendere la latina era meritamente privilegio de’ dotti; e l’italiana, comecché men parlata che intesa da tutti, rimanevasi patrimonio di grammatici, che disputavano fin anche intorno al suo nome.

La predizione di Dante pur si avverava, volere e non volere, a ogni modo. Il dialetto fiorentino rifiutava di lasciarsi scrivere, se non era confuso dall’ingegno degli autori nella materia generale della lingua letteraria, e rimodellato con forme diverse. Bernardo Davanzati si provò di negarlo col fatto, e professò di avere tradotto in volgare fiorentino gli Annali e la Storia di Tacito. Gli fu creduto, perché così pare a prima vista in chi non è assuefatto da lungo esercizio a discernere il vero in queste materie difficilissime insieme e tediose; e dall’altra parte niuno lo negò, perché tale fu il decreto unanime e perpetuo dell’Accademia della Crusca di cui egli era membro; ed è un de’ pochissimi ch’oggi meriti d’essere ricordato con ammirazione. Infatti il Davanzati traducendo scrisse in modo sì originale, che non fu poscia, né sarà mai imitato da veruno: ed è tanto vero che gli scrittori i quali lo hanno preceduto non hanno lasciato neppur l’ombra di sì fatta maniera di composizione; e tanto egli sapeva maneggiare la lingua, che con tutti i disavvantaggi degli articoli, la traduzione stampata a fronte del testo riesce in ogni pagina più breve dell’originale. Ma il popolo fiorentino non ha mai parlato né poteva parlare a quel modo. Ben il Davanzati usò de’ riboboli ed idiotismi del mercato, e talor n’abusò, ma non servono che di vernice. Chiunque sparpagliasse sopra ogni periodo di Tacito uno o due vocaboli o modi di dire tolti dalle commedie di Plauto, invece di quelli adoperati dallo storico, avrebbe precisamente nell’originale latino quel libro, quale pare ed è nella traduzione italiana. E chi d’altra parte, sottraendo gl’idiotismi municipali e plateali della traduzione, li supplisce con dizioni più signorili, non nuocerebbe punto alla brevità, gioverebbe alla dignità, ed avrebbe la traduzione più meravigliosa che sia mai stata fatta. La massa delle parole e le frasi appartengono, nello stile del Davanzati, alla lingua letteraria d’Italia; e o non furono usate mai nel dialetto fiorentino, o se furono usate da’ Fiorentini nel discorso giornaliero, essi usandole le corruppero e le trasfigurarono di generazione in generazione. Onde le cagioni reali dello straordinario modo di scrivere del Davanzati derivarono dall’indole del suo ingegno, dall’indole dello stile di Tacito, e dall’indole della lingua italiana.

Frattanto, i due primi libri che Dante innanzi la sua morte poté finire del suo trattato su questo argomento furono disotterrati e pubblicati. Da prima la loro autenticità fu negata, e l’originale che l’autore scrisse in latino, e tutta la traduzione che ne fu pubblicata furono dichiarate imposture. Quando finalmente, dopo una serie di prove innegabili e di dispute protratte per lunghissimi anni, niuno poté contendere la genuina origine di quel libretto, alcuni negarono la verità della dottrina, altri professarono che non potevano intendere come una lingua potesse scriversi e non parlarsi; e intanto non potevano mai parlare come scrivevano. Altri finalmente, e ne sono parecchi anche a’ dì nostri, si stanno in dubbio come i buoni fedeli che non sanno come riconciliare i dogmi della Santa Chiesa su la immobilità della terra con le matematiche dimostrazioni del suo giro diurno ed annuo intorno al sole: così, dovendo credere a un tempo a’ teologi ed a’ filosofi, non sanno cosa si fare.

Or la costituzione letteraria della lingua italiana somiglia per l’appunto alla costituzione dell’Inghilterra. Non è conosciuta, né può farsi conoscere distintamente per legge scritta, ma ognuno ne vede le deviazioni. Dipende da esempi precedenti innumerabili, molti de’ quali sono obliterati nell’uso, ma mantenuti ne’ ricordi, perché servono alla storia e alle analogie della costituzione; molti altri non sono richiamati in uso se non in certe urgenti occasioni, ma non mai senza le forme prescritte; finalmente molti sono vigenti perpetuamente. Pur nondimeno, non solo i primi e i secondi, ma anche questi ultimi non sono ben conosciuti da tutti, e pochissimi possono ben applicarli. Così un nuovo membro del parlamento, per quanto dotto ei siasi delle leggi e della storia della sua patria, deve sempre soggiacere alla sentenza de’ più pratici, a’ quali il lungo uso solo insegnò come interpretare ed applicare i principi costituzionali dello Stato.

Or mentre disputavano senza intendersi, e le liti inferocivano con rabbia municipale, gli Accademici della Crusca s’allontanarono da’ principi di Dante in guisa, che, mentre quel grand’uomo voleva la lingua letteraria appartenesse alla nazione e non a dialetto veruno, gli Accademici scrissero volumi a provare che tutta la lingua consisteva nel dialetto fiorentino scritto nel secolo XIV. Niuna perseveranza potrebbe mai giungere a snodare i gruppi di regole e regoluccie che intricarono le une su le altre nelle loro grammatiche; l’umana ragione non potrebbe mai intendere, né l’immaginazione mai concepirle. Così ogni frase, ogni parola, ogni accento di quella Loro lingua furono giustificate con la sottigliezza de’ legisti e de’ teologi casuisti, e si convertirono in altrettanti precetti di lingua e di stile. Le eccezioni alle regole furono anch’esse ridotte a ragioni, e sotto regole minutissime; e per insegnare a imitar cose che non vogliono accomodarsi né a ragioni, né a leggi, né ad imitazione. L’unico loro principio invariabilmente enunziato, ma assurdo in se stesso, e non applicabile mai, consisteva — « Che quanto più uno scrittore si diparte dagli autori del secolo XIV, tanto più scrive male ». — Quindi una lingua viva e crescente diventava morta, e gli uomini viventi e futuri dovevano concepire ogni idea, nominare ogni cosa, adoperare ogni vocabolo e frase, né più né meno, come gli uomini di generazioni sepolte da lunghissimo tempo.

Questo principio e i loro volumi di osservazioni sopra il Decamerone del Boccaccio furono quasi preparazione evangelica al Vocabolario della Crusca, e fondarono tutti i dogmi dell’Accademia. Vero è che poscia questa s’avvide talora degli errori che ne risultarono, e s’è studiata di ripararli. Ma perseverò a mantenere l’infallibilità e l’applicazione delle dottrine; affettò la vigilanza del Santo Uffizio; e s’aiutò fin anche di magistrati e predicatori contro un letterato sanese che rinnegò le sue leggi. Da prima, a declinare l’invidia delle città toscane, gli Accademici tennero tre anni di consulte intorno al titolo del Vocabolario, e decretarono che si chiamasse della lingua toscana. Poscia, affinché tutto l’onore si rimanesse ne’ Fiorentini, v’aggiunsero: cavato dagli scrittori e uso della città di Firenze. Finalmente con politico temperamento lo nominarono: Vocabolario dell’Accademia della Crusca, senz’altro. Così fu stampato; e la prima volta senz’altre voci, se non se del Decamerone e di pochi scrittori contemporanei del Boccaccio; e comecché sia stato poscia allargato con esempi da’ secoli seguenti, rimane pur sempre vocabolario di dialetto, ma non di lingua. Senzaché il nome d’italiana ostinatamente negato da quella accademia alla lingua perpetuò le guerre civili di penna che mai non vennero a tregua; e bastasse: ma talvolta i nobili ingegni hanno parteggiato contro a nobili ingegni. Il Machiavelli su’ primi giorni della contesa rideva dell’Ariosto, che non poteva sormontare ala difficoltà di mantenere il decoro di quella lingua ch’egli accattava » E il Galileo, quando l’animosità de’ grammatici inferocì, s’avventò contro al Tasso. E non pertanto sono dessi i quattro scrittori, che non per la vanità nazionale degl’Italiani, o per la vanità di erudizione de’ forestieri, ma per la divinità del loro genio, si meritarono la gratitudine di noi tutti; e soli a nostro credere, certo i soli indegni della compagnia di mille esaltati dalle tradizioni di quel secolo millantatore. Or tutti sanno quanto il Salviati congiurò con alcuni grammatici ad aggravare le lunghe sciagure del Tasso, e la sua tendenza alla mania, con la quale la natura fa scontare ad alcuni mortali i doni, non so quanto desiderabili, dell’ingegno. Cinquant’anni e più dopo, le opere e il nome dell’Autore della Gerusalemme furono citati nel Vocabolario della Crusca; ma fu tarda espiazione e forzata. Né i Fiorentini dovrebbero gloriarsene; da che non fu loro proprio rimorso o ravvedimento, bensì per comando del granduca Leopoldo, pregatone istantemente da un Cardinale. Così anche un atto di giustizia alla memoria di un uomo grande, generoso, infelice e iniquamente perseguitato fu per l’Accademia della Crusca un atto di vilissima servitù. Non però cessavano le vergognosissime liti intorno al nome della lingua. Durano tuttavia con quelle animosità provinciali, che sino dalle età barbare hanno conteso a quel popolo sciagurato di riunirsi in nazione; e le animosità sono esacerbate insieme e santificate da quegli uomini letterati, i quali negano all’Italia fin’anche il diritto di possedere una lingua comune a tutte le sue città.

 

Note

_______________________________

 

[1] Avvertimenti su la lingua, vol. i, p. 244. Ediz. Milanese.

[2] Avvertimenti su la lingua, vol. I, p. 245. Ediz. Milanese.

[3] Ginguené, Hist. Litt. d’Italie, tom. III, p. 87 e sg.

[4] Introduzione.

[5] Tucidide, lib. II, 48 ult.

[6] Fiannrnetta, lib. IV.

[7] Salviati, Su la lingua del Decamerone, vol. I, p. 249. Ediz. Milanese.

[8] Badajuolo non è nel Vocabolario; forse da bajulus, facchino.

[9] Presso il Manni, Illustrat., p. 421.

[10] Varchi, Stor. Fior., lib. XV, an. 1536.

[11] Ovidio, Heroid., Epist. 19.

[12] Colutius Salutatus, Epist. ad Bocc.

[13] Ciceronianus.

[14] Leonardo Aretino, Vita del Pctrorce, in fine.

[15] Benvenutus Imolensis apud Muratorium, Script. Rer. ital.

[16] Fuligattus, in Vita Bellarrnini.

[17] Ercolano, Discorso primo, sulla fine.

Indice Biblioteca fosco.jpg (2044 byte)

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011