Ugo Foscolo

EPOCHE DELLA LINGUA ITALIANA

Edizione di riferimento

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Mursia editore, Milano 1962

PREFAZIONE

Molti hanno scritto intorno alle doti che distinguono la lingua italiana da tutte le antiche e moderne. Pochi, per quanto sappiamo, ne hanno trattato con critica, in guisa da far discernere come e quanto essa lingua sia stata fin ad oggi applicata all’eloquenza, alla poesia ed alla letteratura in generale degl’Italiani. Finalmente nessuno ha considerato filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di essa, a fine di conoscere per via d’analogia i principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e trasformazioni di tante altre lingue. Infatti, chi potesse rintracciare si fatte trasformazioni saprebbe quando la terra fu gradualmente popolata, e come il genere umano fu diviso e suddiviso in differenti nazioni. I patti reciprochi delle società umane si creano e mantengono unicamente per mezzo della parola; e gli uomini, che a cagione della diversità delle loro lingue non si possono intendere fra di loro, si dividono naturalmente sotto leggi diverse. Alcune nazioni che, abitando opposti climi ed emisferi con leggi e governi tutti propri e differenti, parlano ad ogni modo la stessa lingua, sono colonie recentissime di altri popoli; ma tardi o tosto la lingua della madre patria dovrà necessariamente alterarsi in guisa che diviene, se non un’altra lingua, certamente un altro dialetto. Il che appare evidentemente nell’immenso tratto d’Europa dove si parla la lingua illirica, e dove i Russi, i Boemi e i Dalmati, originari dello stesso suolo, e serbando pur tuttavia le radici di uno stesso idioma, non possono intendersi senza interprete. Così verrà tempo in cui le vicissitudini della terra e le continue alterazioni delle lingue faranno che i dizionari dell’Inghilterra e dell’America settentrionale offriranno la differenza stessa di suoni e di significati che oggi si trova nella lingua italiana e nella francese, che pur sono evidentissimi dialetti del latino, ch’era inteso e parlato in tutti i paesi ove i Romani stabilirono e mantennero per più secoli le loro conquiste. Le alterazioni nondimeno e la metamorfosi di una in un’altra lingua succedono per così minimi gradi, e insieme con tanta velocità, che riesci sempre oltremodo difficile di tracciare il processo del cambiamento; e finché le lingue sono più popolari che letterarie e più parlate che scritte, le loro mutazioni trascorrono impercettibili dalla bocca dell’avo e del padre a quella del nepote e del figlio; quindi il poco che noi sappiamo dell’origine della lingua greca è sì destituito di fatti positivi, che la questione, dopo anni infiniti e volumi di dispute, rimanesi tuttavia fra’ termini delle speculazioni metafisiche, per la ragione che la lingua o le lingue da cui derivò la greca ci sono del tutto ignote. Bensì sull’origine della lingua latina abbiamo maggiori nozioni non solo dalla quantità immensa di radici e vocaboli greci, ma ben anche dalle terminazioni; così dalle lettere e suoni dell’alfabeto, dal sistema metrico e dalla prosodia comune a’ Greci ed ai Latini. Pure, mentre sappiamo come il latino si perfezionò continuamente imitando il greco, ignoriamo tuttavia in quali guise il greco cominciò a trasformarsi in latino.

Le lettere, le arti e le scienze trapiantate dalla Grecia in Italia, le conquiste e la legislazione del popolo romano ampliate e diffuse resero la lingua latina universale in Europa; e le invasioni de’ popoli settentrionali la trasformarono in alcune delle nuove lingue che oggi si parlano e scrivono. Pensi la lingua latina, innanzi che divenisse italiana, francese e spagnuola, trapassò per cambiamenti graduali e infinite vicissitudini, durante l’era del medio evo; tanto più difficili a conoscersi, quanto che fu l’epoca della barbarie e della ignoranza e della servitù del genere umano europeo. Molte tracce restano pur nondimeno visibili anche fra le tenebre di quei secoli; se i fatti somministrati dalla storia e accertati dalla critica saranno applicati ai principi generali che la natura segue invariabilmente, né mai produce gli stessi effetti da diverse cause, noi forse, esaminando l’origine, le epoche e il genio della lingua italiana, riusciremo a stabilire alcune norme o certe, o probabili almeno, a scoprire il metodo che le lingue seguono a operare le perpetue lor metamorfosi. E preferirem la lingua italiana, come quella che è di data più antica fra tutte le viventi, e quindi somministra più numero di fatti, e una più lunga serie di annali letterari. La grammatica, l’ortografia, e per conseguenza la pronunzia, e tutte le parole e frasi della lingua italiana sono oggi, con rare e irrilevanti eccezioni, precisamente quelle medesime che si trovano non solo nelle prose di Dante, ma di scrittori che vissero innanzi a lui. E vi sono lunghi tratti di poemi, e pagine numerose di storie del secolo XIII nelle quali non s’incontra un unico vocabolo che gli scrittori viventi a’ dì nostri non possano usare senza la minima taccia di affettazione. Gl’Inglesi e i Francesi che scrivevano a que’ tempi, ed anco posteriormente, non sono intesi; né le lingue antiche subirono minori variazioni. Il vocabolario d’Omero e de’ tragici ateniesi e de’ poeti de’ Tolomei non sono gran fatto diversi; ma le diversità grammaticali e ortografiche son pur tali e tante, che costituiscono altrettanti differenti dialetti. La ragione universale adottata della divisione della Grecia in parecchi piccoli stati, che serbarono la pronunzia peculiare a’ loro antenati, e quindi ne vennero i vari dialetti, non fa molto al proposito. Perché i Romani non ebbero sì fatte divisioni, e nondimeno la latinità di Ennio, di Lucilio e dei frammenti degli annalisti della repubblica è diversa molto da quella di Virgilio, d’Orazio e di Livio. Né da Ennio a Virgilio corsero più di dugento cinquant’anni, mentre dall’età de’ primi libri grammaticalmente scritti in Italia sino a’ dì nostri se ne contano più di seicento, e, paragonati con la lingua scritta oggi, presentano il fenomeno di pochi e appena visibili cambiamenti essenziali. Se sì fatto fenomeno fu talvolta osservato, certamente non ne fu mai non che data, ma neppure tentata la soluzione. E noi ci proveremo più volentieri, in quanto che noi, sciogliendolo, avremo l’occasione di manifestare alcune idee forse nuove, desunte, a quanto speriamo, dalle nozioni generalmente adottate intorno alla lingua e alla letteratura d’Italia. La storia di una lingua non può tracciarsi se non nella storia letteraria della nazione; né la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero, se non per mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause. E a noi parrà di scrivere brevemente se, per conoscere a fondo l’origine, le vicissitudini e il genio della lingua italiana, spenderemo poche pagine per ogni secolo degli annali letterari d’Italia.

PRINCIPI  DI  CRITICA  POETICA

CON SPECIALE RIFERIMENTO

ALLA LETTERATURA ITALIANA

Nel dare principio alla serie de’ discorsi intorno alla storia letteraria, ed a’ poeti d’Italia, giudico cosa necessaria, quantunque forse non dilettevole, di premettere l’opinione mia su l’origine della poesia fra gli uomini. —

Tutti i ragionamenti su la poesia in generale, e quindi tutti i giudizi intorno alle qualità ed ai gradi di merito di ogni poeta di tutte le età, e gli infiniti canoni e teorie degli antichi retori e de’ moderni metafisici si sono sempre fondate su l’osservazione: «Che l’uomo animale essenzialmente imitatore, e l’origine della poesia manifestamente ed unicamente ritrovasi nella naturale tendenza che l’uomo ha di riprodurre ogni cosa per mezzo d’imitazioni ». Da questa osservazione, che realmente trovasi in Aristotele, sgorgò la conseguenza che gli fu attribuita, e commentata in mille volumi: « Che la poesia non è che imitazione della natura, e che i poeti eccellenti sono soltanto quelli da’ quali la natura è fedelmente imitata ».

In quanto all’osservazione « che l’uomo è animale essenzialmente imitatore » noi la crediamo vera in sé stessa, ma non in tutto applicabile alla poesia; e quanto alla conseguenza, « che la poesia non è che imitazione della natura » noi la crediamo più falsa che vera.

Ad ogni modo da che tanto il principio quanto la conseguenza sono, per così dire, santificati dalla tradizione di molti secoli, e dal consenso universale degli uomini dotti; io, se non mi vedessi stretto dall’obbligo, non mi attenterei neppure d’accennare i miei dubbi intorno a questa teoria, e la lascerei nel possedimento dell’autorità che gode da tanto tempo. Perché io temo che l’indagare l’origine delle facoltà umane e dell’arti intellettuali non sia le più volte uno de’ mille tentativi più ambiziosi che utili, ne’ quali i mortali spendano l’ore e l’ingegno: e credo fermamente che l’uomo sia creato per tentare di conoscere non le fonti della sua esistenza, non la natura delle sue facoltà, non i principi delle arti; bensì per trovare e seguire il modo migliore a giovarsi delle facoltà, delle arti e della vita, onde ricavarne il maggior piacere possibile per sé stesso, e la maggiore possibile utilità per la communità de’ mortali. E però, non solamente in quasi tutto ciò che spetta la politica e la morale, ma ben anche in tutto ciò che riguarda le dottrine letterarie, i prudenti diriggono le loro azioni e l’ingegno piuttosto a norma della esperienza de’ fatti, che secondo la specolazione di teorie, quantunque forse innegabili. In fatti anche nelle scienze astratte una verità sola utilmente applicata giova più di mille altre dimostrate evidentemente, ma non applicabili. Ma appunto la nozione che l’uomo è animale essenzialmente imitatore, e che per conseguenza la poesia dev’essere fedele imitazione della natura, nozione la quale da principio era una metafisica specolazione, fu considerata coll’andar del tempo un assioma; e fu quindi, e segue ad essere anche al dì d’oggi applicata con una specie d’implicita fede tradizionale. Ma se il principio, come pare a me, non è vero, l’applicazione non può riuscire se non dannosa; cd io avendo adottato principio diverso, i miei particolari pareri su’ poeti devono necessariamente discordare da’ giudizi oggimai pronunciati di molti critici. Per evitare dunque la taccia d’ambiziosa novità e d’affettata stranezza di opinioni, a me corre l’obbligo di manifestare innanzi tratto per quali ragioni io dubito della verità della comune teoria intorno a’ principi primitivi della poesia, c con quali nuove norme io desumerò i miei giudizi su i poeti.

L’universale dottrina « che la poesia non è che imitazione della natura: » originò primamente da una delle tante opinioni che vennero poi venerate con religione, interpretate ed applicate in mille maniere, perché s’è creduto che Aristotile le avesse pronunciate in via d’oracolo; quando in fatti egli non le avea che enunziate vagamente, e quanto bastava all’oggetto particolare ch’egli aveva scrivendo.

Il nominare Aristotile in altri luoghi fuorché nelle scuole è oggimai considerato pedanteria; e nondimeno molte delle sue opinioni, in parte giuste ed in parte false, continuano a vivere ed a regnare, e sono spesso l’unico fondamento di molti critici che nel tempo medesimo arrossirebbero di citare la sua autorità.

Le vicissitudini della fama di questo filosofo dovrebbero somministrare utili lezioni a que’ tanti, i quali colla loro fantasia si odono ricevere dalla posterità fra gli applausi, e che, pur sapendo com’ei son destinati a una vita limitatissima, aspirano a una gloria infinita. Aristotile fu uno di que’ potenti intelletti che la natura non mostra alla terra se non a lunghi intervalli; ed i suoi scritti esercitarono sovra tutti gl’intelletti d’Europa per molti secoli una preponderanza che non fu mai agguagliata dagli scritti di molti filosofi riuniti.

Ma era uomo, e non poteva se non errare; scrisse molto, e avendo trattato quasi di tutte le parti dell’umano sapere, i suoi errori non potevano che moltiplicarsi. Per una delle tante inesplicabili disposizioni della fortuna i suoi libri furono negletti, sepolti, corrosi in un sotterraneo d’Egitto e distrutti quasi per sempre; nondimeno furono quasi i soli libri che, dopo la decadenza di Grecia e di Roma, rimasero come unico testo e lume infallibile nel corso de’ secoli della barbarie che invase l’Europa. Nel medio evo gli errori d’Aristotile furono accolti come verità, ed ei venerato come infallibile. A questa popolarità nelle scuole contribuì l’oscurità de’ suoi scritti, e la severità del suo metodo. In fatti, per mezzo della sua oscurità i maestri potevano insegnare quello ch’ei stessi non intendevano, spesso inculcare sotto l’autorità d’Aristotile le loro proprie arbitrarie interpretazioni e dottrine; e nel tempo stesso l’applicazione del suo metodo dava ad essi il mezzo e l’opportunità di assoggettare ad una superstiziosa servitù gli intelletti de’ loro discepoli. Poscia, crescendo i lumi col rinascere delle lettere, la venerazione verso Aristotele andò dileguandosi, ed egli allora comminciò a partecipare della pena meritata non già da lui, ma da quelli che avevano abusato del suo nome e delle sue dottrine.

Molte delle sue dottrine nondimeno, essendo fondate sul vero, non potevan distruggersi. Ma non sono più conosciute per sue, furono travestite sott’altra forme, ed occupate come loro proprie da vari scrittori d’ogni nazione moderna: e lo stesso avvenne anche di alcune altre sue dottrine, le quali, benché non siano in tutto vere, sono espresse con una maravigliosa apparenza di verità, e furono conservate, illustrate e ampliate, e spesso anche usurpate da molti, i quali, senza più oggimai darne merito e attribuirle ad Aristotele, continuano a farne la pietra angolare de’ loro sistemi. Di quest’ultimo genere sono quasi tutte le opinioni espresse da Aristotele nel suo trattato della poesia; e particolarmente le celebri parole «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore», e « che la poesia è imitazione della natura per opera dell’uomo, onde l’uomo, per essere poeta, deve assolutamente imitare la natura ».

La perpetua preponderanza delle dottrine poetiche d’Aristotile sembra un forte argomento in favore della loro intrinseca verità. Ma considerando il cuore umano, e sopra tutto le passioni di quella specie di mortali distinti del titolo di Critici, la lunga venerazione per le teorie aristoteliche può essere attribuita ad altre e più giuste cagioni. I critici, quantunque dotati della facoltà di giudicare le creazioni del genio, sono per lo più poverissimi d’immaginazione, e destituiti della facoltà di creare. Quindi originò naturalmente la loro secreta invidia verso gli uomini destinati dall’autorità della natura ad essere creatori e poeti; invidia che, incalzata dal desiderio che tutti i mortali possedono più o meno di esercitare autorità sovra gli altri, indusse i critici ad attribuirsi il diritto che nessuno loro disputò di stabilire leggi, e di citare gli scrittori al loro tribunale. Giovandosi dell’autorità d’Aristotile in tempo che il solo nome di questo filosofo era onnipotente anche nelle scuole di teologia, i professori di critica riescirono a divenire legislatori e giudici a un tempo. Il breve trattato che quel filosofo lasciò, non saprei dire se compito o abbozzato, sulla poesia essendo stato da lui scritto con oscurissima brevità, ed essendo inoltre arrivato a’ nostri avi orribilmente sfigurato dagli anni, fu opportunissimo all’intento de’ critici di fondare un codice di leggi per incatenare il genio, e per giudicare i poeti.

Né le leggi, a dir vero, né le sentenze potevano essere sempre evidentemente giustificate con la poetica di Aristotele; ma non potevano neppure essere rivocate in dubbio. In fatti, con qualunque pagina di quel libro ogni uomo può e tutto credere e dubitare di tutto; e ogni interprete può tutto asserire e tutto negare; e, come avviene negli oracoli, vi si può trovare ogni cosa, o nulla ad un tempo. Ma appunto il libro, quant’era più oscuro, tanto più bisognava d’illustrazioni, e tanto più i commentatori moltiplicaronsi; e quanto più Aristotele era venerato come profondissimo scrittore, tanto più i suoi interpreti venivano ammirati come acutissimi ingegni.

Così a’ critici riesci fatto d’instituire in tutta l’Europa una tal quale aristocrazia letteraria, che professava di assistere gl’ingegni creatori con profondi consigli ricavati dall’Alcorano poetico d’Aristotile; ma i consigli s’erano convertiti in precetti; né tardarono a divenire inesorabili leggi. Così i critici consigliando volevano governare; e governando tiranneggiarono; sì che alle volte l’aristocrazia de’ critici si constituì in gerarchia sacerdotale che, inspirata dalla divinità d’Aristotile, scommunicava i colpevoli d’eresia letteraria.

Non s’hanno dunque da apporre a questo filosofo tutti i precetti che s’inculcano come desunti dalle sue dottrine. La preponderanza esercitata sotto il suo nome fu estorta per mezzo d’interpretazioni spesso arbitrarie delle sue parole, e talvolta al tutto contrarie al suo intendimento. Da poco più d’un anno fu qui pubblicato un volume sopra una questione risguardante un poeta antico; e l’autore fabbrica un sistema tutto suo, fondandolo sopra un passo, ch’ei cita, della poetica d’Aristotile: ei lo cita, ma il passo non si trova nella poetica. L’autore nondimeno lo cita di buona fede, come lo trova citato da Pope nella sua prefazione alla traduzione d’Omero; e Pope lo cita anch’egli di buona fede, come lo trova nella traduzione della poetica d’Aristotile di Dacier. Ma Dacier parteggiando a que’ di nella controversia intorno la preminenza fra’ poeti antichi e i moderni, e ingegnandosi di abbattere i suoi avversari con l’autorità dell’oracolo comune, parafrasava quel passo in guisa, che chi lo cerca nel testo greco non lo ritrova. Quindi Dacier indusse Pope in errore, e Pope indusse in errore il critico moderno, al quale sottraendo l’autorità del passo a cui egli s’appoggia, si rovescia da’ fondamenti tutto l’edificio del suo dottissimo libro.

I poeti, che soli aveano diritto e forze d’opporsi più ch’altri alla autorità legislatrice usurpata da’ critici, contribuirono invece a legittimare le usurpazioni. I grandi poeti creatori, certi della gloria che si sarebbero acquistata, e dotati d’una mente sdegnosa insieme e impaziente d’affaccendarsi in disquisizioni di metafisica e sottigliezze di critica, non rigettarono nà approvarono il codice prevalente nelle scuole; e il loro silenzio fu ascritto a un tacito assenso. Al contrario i poeti mediocri, presso de’ quali risiede la pluralità de’ suffragi, votavano apertamente in favore del codice; beatissimi di potere appoggiarsi a legislatori, e farsi benevoli i giudici aristotelici ch’erano gli arbitri assoluti della loro fama. Inoltre i critici ebbero per confederati que’ poeti più fortunati che grandi, i quali non sono si soggetti al ridicolo quanto i poeti mediocri, e sono accessibili alle menti del popolo assai più de’ poeti creatori. Sì fatta specie fra i mediocri ed i grandi somiglia a quelle piante di rose che il giardiniere, per produrle ad altezza d’arbuscelli, suole innestare su’ tronchi, sì che spesso paiono grandi, quando la natura non le aveva create se non per essere vaghissime piante; e per quanto tentino d’innalzarsi, non potranno mai sorgere ad essere nobili alberi, mai. Questa specie di poeti godono quasi sempre di procacciarsi ad un tempo la gloria del lauro e l’autorità della critica dittatura; e, sia che non avessero mente tanto profonda che potesse investigare nuovi principi dell’arte che volevano insegnare, o che credessero i principi correnti più agevoli a essere intesi se fossero ridotti in apparente poesia, scrissero regole poetiche in versi eleganti insieme e noiosi perché sono più dettati dall’arte che dalla natura, ma tanto più ammirati quanto più la materia pare ritrosa agli ornamenti dello stile; e Pope e Boileau allettarono molti lettori, perché i loro ingegni erano amaramente disposti contro gli autori loro contemporanei, e si servivano di un metro per cui la necessità delle rime vicine contribuisce mirabilmente alla spiritosa malignità dell’epigramma. Così i poeti di questa classe se non riuscirono a stabilire inconcusse le teorie chiamate aristoteliche, che già cominciavano a essere meno implicitamente credute, — pervennero ad ogni modo a non far dimenticare i precetti derivati da quell’imperfettissimo libro.

Nuove specolazioni intorno alla poesia ed alle belle arti (colle quali la poesia à strettamente connessa) si sono ideate da mezzo secolo in qua; e i medesimi metafisici che vittoriosamente distrussero in gran parte le teorie attribuite ad Aristotile vissero, ed alcuni vivono tuttavia, per vedere i loro propri sistemi validamente prostrati da nuovi che si succedono, edificandosi e rovesciandosi vicendevolmente gli uni su gli altri. E nondimeno, anche fra questi nuovi legislatori la opinione « che la poesia non è che imitazione della natura » mantenne il suo grado d’assioma, ed è predicata come una delle pochissime verità che non bisogna[no] di prove.

Fors’io mi sono dilungato più che non avrei dovuto a tracciare storicamente le guise, per le quali prevalse e prevale la opinione, la quale è tuttavia l’unico cardine su cui s’aggira la critica su l’arti d’immaginazione. Ma questa specie di digressione gioverà a dimostrare ancor più ampiamente che la popolarità della teoria à dovuta non tanto alla sua intrinseca verità, quanto alle circostanze che hanno contribuito a diffonderla e consolidarla in tutte le scuole d’Europa. Questa osservazione gioverà a scemare la necessità di combattere la generale opinione punto per punto, e lascerà maggiore adito ad esporre l’opinione ch’io professo su l’origine della poesia.

L’animale umano è imitatore; ma la sua propensione all’imitazione non deriva, come forse in tutti gli altri animali, dal solo istinto di imparare i modi ond’evitare i dolori imminenti, accrescere i piaceri presenti, e provvedere a’ bisogni della sua esistenza. L’imitazione nell’uomo è perpetuamente accompagnata da quella ingenita ed inesplicabile, ma costantissima sempre e spesso sciagurata incontentabilità, che è la sorgente di tutte le sue miserie maggiori e de’ suoi più vivi piaceri. Però quando ha bisogni desidera, e desiderando immagina, e immagina cose le quali, se esistessero realmente, contribuirebbero forse alla sua felicità; ma non esistono; e finché la natura delle cose e dell’uomo rimane com’è, non possono esistere; e quanto è così immaginato da noi si riduce inevitabilmente a sogno che si dilegua. E nondimeno, dov’è mai quel mortale il quale vorrebbe o potrebbe rassegnarsi ad esistere senza si fatti sogni che perpetuamente gli abbelliscono la trista realtà delle cose, e gli rendono varia agli occhi la monotonia della vita? Tutte le arti d’immaginazione, e soprattutto la poesia, che è la più antica e l’origine di tutte le altre, nacquero dal bisogno di abbellire e variare e aggrandire tutti gli oggetti ed i sentimenti che attraggono irresistibilmente i sensi, il cuore e la fantasia de’ mortali. Il poeta, il pittore e lo scultore non imitano copiando, — ma scelgono, combinano e immaginano, perfette e riunite in una sola, molte belle varietà che forse realmente esistono sparse e commiste a cose volgari e spiacevoli, ma che non esistono, o almeno non si veggono mai né perfette né riunite in natura.

La natura imita sempre in tutti i suoi lavori sé stessa; e li distingue ad uno ad uno, e li fa nuovi e mirabili per mezzo di pochissime, minime e spesso impercettibili varietà. Dove la natura imita invariabilmente sé stessa, le arti sue imitatrici non possono togliere, aggiungere, variare mai nulla. Bensì maggior pittore e poeta è colui che sortì tale anima da sentire vivamente gli effetti delle varietà sparse sopra gli oggetti della natura; e tale ingegno da osservarle prontissimo; e tal fantasia da immaginarle riunite, e creare di varie parti esistenti un nuovo tutto ideale — e finalmente, tale giudizio da sapere applicare le varietà dove e come consuonano in armoniche proporzioni fra loro. Queste quattro facoltà di sentire fortemente, di osservare rapidamente, di immaginare nuovamente, e di applicare esattamente, quando sono riunite, equilibrate, vigorosissime in uno stesso individuo e operanti simultaneamente, non già per industria o per forza di regole bensì con la spontaneità con che opera la stessa natura, par che costituiscano il Genio. L’Arte, imitando la creazione invariabile, coglie il Vero; ma il Genio crea l’Ideale, indovinando, radunando e distribuendo sopra un solo oggetto, con le stesse leggi e con la stessa spontaneità della natura, le varietà ch’ella ha sparso sopra diversi oggetti, o che ella avrebbe potuto creare e spargere onde rendere più belle le opere sue. L’Ideale scompagnato dal Vero non è che o stranamente fantastico, o metafisicamente raffinato; ma senza l’Ideale, ogni imitazione del Vero riescirà sempre volgare; non avrà né la grazia delle figure del Coreggio, né la divina beltà della Venere de’ Medici e della Madonna della Seggiola, né il sublime dell’Apollo di Belvedere. L’Apollo e la Venere, come figure umane, sono tutte realmente vere; e sono insieme ideali per una riunione che non si può analizzare, e si sente, d’infinite bellezze che potrebbero essere state sparse dalla natura sopra un solo individuo, ma che pur non si veggono mai; e l’immaginazione del Genio ha saputo o vederle, o indovinarle, e poi raccoglierle e disporle in guisa da farle irresistibilmente sentire a chiunque getta l’occhio su quelle statue.

Ma, anche presupponendo che individui come l’Apollo e la Venere esistano realmente nel mondo, essi son pure tanto infrequenti, che meriterebbero d’essere considerati come eccezioni ch’escono dal corso abituale delle creazioni della natura; ed anche esistendo naturalmente non potrebbero continuare nello stato di bellezza e di perfezione in cui l’artista le ha perpetuate nel marmo. L’immaginazione del pittore e dello scultore, e più assai l’immaginazione del poeta, agisce costantemente per via d’astrazioni e d’addizioni. Infatti astrae tutto quello che esistendo in natura nuoce alla perfezione, ed aggiunge quanto può conferire alla sublimità e alla bellezza, e sopratutto alla novità. Questo desiderio innato di abbellire, diversificare e migliorare quello che la Natura ci ha dato, produce anche fra le tribù de’ selvaggi, le mutilazioni de’ loro orecchi, de’ loro nasi e delle loro labbra, e le ferite nelle loro membra per appiccarvi strani ornamenti e dipingersi a rabeschi di vari colori. I loro abbellimenti sono rozzi e deformi perché il loro ingegno non è educato dal progresso delle arti, i loro sentimenti, la loro immaginazione e il lor gusto partecipano della barbarie in cui vivono. Ma non è men vero che, barbari come pur sono, tentano per ingenito istinto di mutare, e credono di adornare la Natura in sé stessi. Bensì col progresso della civilizzazione il Genio dell’uomo con opere d’immaginazione meglio educata supplisce alla perfezione ch’egli desidera, e ch’ei non trova esistente in Natura. Il mondo in cui viviamo ci affatica, ci affligge e, quel che è peggio, ci annoia; però la poesia crea per noi oggetti e mondi diversi. E se imitasse fedelissimamente le cose esistenti e il mondo qual’è, cesserebbe d’essere poesia, perché ci porrebbe davanti agli occhi la fredda, trista, monotona realtà. Or che necessità, che desiderio abbiamo noi di vederla dipinta e descritta, se già ne siamo assediati, volere o non volere, dì e notte? La immaginazione dell’artista corregge idealmente la Natura anche quando sa cogliere e rappresentare la gioventù e la bellezza nel più bel punto della lor maggior perfezione. È un rapidissimo punto perché, in natura, un momento d’infermità, un atto poco grazioso, una parola, un semplice moto scemano l’effetto magico della gioventù e della bellezza d’una donna vivente. La sua perfezione, quand’anche sia nata e cresciuta perfetta, è soggetta a mille varietà ed accidenti d’ora in ora, di minuto in minuto, e non esiste se non se per fuggire ad un tratto e dileguarsi per sempre. E nondimeno l’artista imitando la natura la corregge in guisa da fermare e perpetuare le sue più belle creazioni in quel punto quasi impercettibile di perfezione. Queste osservazioni desunte dalle belle arti servono a illustrare l’origine e lo scopo della poesia, tanto più che le altre arti agiscono su[lle] immaginazioni per la via de’ sensi, mentre la poesia ci eccita ad immaginare per la via più potente del cuore. E davvero, per quanto altri congetturino diversamente, è da credere che la poesia, secondata dalla musica, sia stata la madre di altre belle arti, e la maestra de’ più nobili artisti.

Esiste nel mondo una universale secreta armonia, che l’uomo anela di ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i dolori della sua esistenza; e quanto più trova si fatta armonia, quanto più la sente e ne gode, tanto più le sue passioni si destano ad esaltarsi e a purificarsi, e quindi la sua ragione si perfeziona. Questa armonia nondimeno di cui l’esistenza è sì evidente, e di cui la necessità è sì fortemente esperimentata più o meno da tutti i mortali, vedesi (come tutte le cose che la natura offre all’uomo) commista a una disarmonia di cose, le quali cozzano e si attraversano, e spesso si distruggono fra di loro. Però nella musica più che nelle altre arti appare evidentemente che l’immaginazione umana trovò il modo di combinare i suoni, ch’esistono in natura onde produrre melodia ed armonia, sottraendone tutti i suoni rincrescevoli o discordi. Il potere universale della musica è prova evidente della necessità che noi sentiamo dell’armonia. L’effetto dell’armonia che la musica produce all’anima per gli orecchi, per mezzo di suoni uniti con diversi modi e gradi, vien pure egualmente prodotto dalla scultura, dalla pittura, e dalla architettura per la via degli occhi e per mezzo di forme, di tinte e di proporzioni che armonizzano fra di loro. Ma la poesia unisce l’armonia delle note musicali per mezzo della melodia delle parole e della misura del verso; — e l’armonia delle forme, de’ colori e delle proporzioni per mezzo delle immagini e delle descrizioni. Vero è che la specie d’armonia propria a ciascuna delle altre arti è più espressa, e conseguentemente più efficace; tuttavia l’efficacia della poesia è più potente, tanto a cagione della riunione di tutti i generi d’armonia, quanto per la simultaneità e rapidità del loro progresso. L’Apollo di Belvedere, per quanto sia ammirabile, pur non si move; ma l’Apollo omerico —

«E da gioghi d’Olimpo, acerbo in core

precipitò agitando arco e faretra

tutta chiusa, e fremea pregna di dardi

strepitanti per gli omeri: ei calava

simile a notte, e sovrastando al campo

disfrenò la saetta; uscia dal grande

arco raggiante un suono orrido all’aere. »

S’adira, precipita dal cielo, vola, minaccia dinanzi a noi; vediamo agitarsi l’arco alle sue spalle, udiamo il doppio suono del cupo fremito ripetuto de’ dardi dentro una faretra chiusa, e il suono della corda [che] divide l’aria con lo stridore d’una vibrazione lunghissima, — e l’immagine del Dio, standoci d’innanzi, occupa l’anima nostra con l’oscurità d’una notte improvvisa, e col terrore d’una imminente celeste vendetta.

Ma questa è la descrizione d’un essere soprannaturale; né io insisterò dicendo cite Omero, per sublimare la sua e la nostra fantasia, ha dovuto elevarsi oltre natura; bensì dirò che quando descrive individui viventi che sentono e soffrono e parlano da uomini, egli nell’imitare la natura la esalta sempre con la sua immaginazione. Quando Achille dice al giovine che lo pregava di non ucciderlo: «Mori, amico, non vedi tu? — Son giovine anch’io e bello gagliardo, nato da un eroe e di madre immortale, e morte m’aspetta; a sera, all’alba o a mezzodì, m’aspetta. — Mori tu dunque.» Questa è infatti natura; — ma si consideri che queste parole ci colpiscono appunto molto più, perché le fa pronunciare da un uomo dotato di tante qualità preeminenti, che non pareva destinato a morire. Sente egli stesso il terror della morte, ancorché, nel presentarsi a combattere, il terrore ch’egli ispirava lo facesse parere a nemici come s’ei venisse lampeggiando la fiamma:

«Ignea su l’elmo

e dal volto e le membra e per lo scudo

gli balenava una continua luce;

sì dalla Dea sospinto ove più dense

eran l’armi, apparia fiero di lampi,

ardea come se puro esce da’ fonti

dell’Oceàno, e racquistando i cieli

l’astro d’Autunno infiamma aureo la notte. »

Quando Dante fa raccontare al conte Ugolino com’ei, destandosi e udendo i suoi figliuoli dimandar del pane, si morse per dolore le mani, non fece che rappresentare la natura reale; ma quando tutti i quattro suoi figliuoli, credendo ch’egli volesse mangiare le sue proprie mani per fame, si alzano tutti e quattro ad un tempo, e gli fanno ad una voce l’offerta:

«Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi, tu ne vestisti

queste misere carni e tu le spoglia »,

questa non è natura reale; è natura esaltata spinta quanto può andare, e che riesce terribile appunto perché nessuno potea prevedere la disperata offerta di quegli innocenti. Quando gli amici di Job siedono muti e non gli dicono parola perché vedevano che il suo dolore non ammetteva consolazioni, la natura è fedelmente imitata; ma l’imitazione, benché fedelissima, non avrebbe prodotto la metà dell’effetto, se non vi fosse aggiunta la circostanza ideale, facilissima ad immaginarsi, ma improbabilissima e quasi impossibile a succedere realmente, che gli amici di Job stavano seduti su la terra per sette giorni e sette notti, e senza mai dirgli parola. vero che queste illustrazioni sono ricavate dai più sublimi libri di poesia che forse esistono, — e che forse siano per esistere mai fra’ mortali. Ma se si consideri la poesia fin anche nelle commedie, v’è egli carattere comico che colpisca veracemente, se non è caricato? Inoltre l’immaginazione del poeta comico non solo deve aggiungere, ma sottrarre assai cose alla natura reale. E certo che i Greci, i quali innanzi l’età d’Aristotile ciarlavano men di noi in fatto di critica, scrivevano le loro commedie in versi non per forza di teoria, ma per un senso naturale del vero scopo della poesia; che è, di abbellire ed aggrandire la natura reale per mezzo della facoltà immaginativa del genio; appunto perché il genere umano ha bisogno di vestire de’ sogni della immaginazione la noiosa realtà della vita.

Innanzi di concludere, gioverà di dar cenno d’un’altra dottrina attribuita ad Aristotile, la quale pure tuttavia ha molti e dotti fautori, segnatamente in Inghilterra. Da alcune poche parole, equivoche per l’usata oscurità di quel filosofo, e pel guasto che gli anni hanno fatto negli antichi manoscritti, i suoi interpreti più illustri intendono, che i poeti, senza eccettuare neppure l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, scrivono e devono scrivere non per altro che per far passare il tempo a’ lettori, e non tendono mai a istruire, né devono prefiggersi mai nessuno scopo morale. L’oscurità del testo assolve Aristotile dall’avere pronunciata sì fatta sentenza; ma non posso se non maravigliarmi di quegli uomini dotati di dottrina e d’ingegno, i quali si giovano d’un passo oscurissimo per sostenere una dottrina rcpugnante alla naturale e invariabile propensiti umana. Perché ognuno che legga un poeta o uno scritto qualunque, che ascolti tragedie, o commedie, o discorsi pubblici o privati, non se ne diletta, se non se per le ragioni che gli producono sensazioni ed idee nel tempo medesimo, e quando non gli producessero che sensazioni, ogni sensazione presto o tardi è la causa imminente di nuove idee, e l’esempio solo di quanto ognuno di noi ode e vede gli serve insensibilmente, ed anche malgrado suo, di paragone, quindi di nuove occasioni e di mezzi di ragionare, e per conseguenza d’istruzione. Il fatto sta che la poesia istruisce molto più, perché diletta ad un tempo; e perché col piacere di moltiplicare sensazioni ed idee non è unita la fatica che accompagna più o meno gli atti sensitivi perpetuamente nell’uomo.

Vive perpetuamente nell’uomo il bisogno di rendere con le parole facile all’intelletto ed amabile al cuore la verità? Qual taciturna contemplazione può apprendere ed insegnare questo nostro sapere, che ci fa sempre più superbi e più molli? Le nostre passioni hanno forse cessato d’agire, o le nostre potenze vitali hanno cangiata natura? E le scienze morali e politiche, che prime ed uniche forse influiscono nella vita civile, perché sole possono prudentemente giovarsi delle scienze speculative e delle arti, a che pro tornerebbero, se ci ammaestrassero sempre co’ sillogismi e coi calcoli? L’uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona, non calcola se non perché sente; non sente continuamente se non perché immagina; e non può né sentire né immaginare senza passioni, illusioni ed errori. La filosofia non cambia che l’oggetto delle passioni; e il piacere e il dolore sono i minimi ter-mini d’ogni ragionamento. Quindi la verità, quantunque d’un aspetto solo ed eterno, appare moltiforme e indistinta al nostro intelletto; perché noi, dovendo incominciare a concepirla coi sensi, e a giudicarla con l’interesse della sola nostra ragione, la vestiamo di tante e sì diverse sembianze; e le sembianze constano di tanti accidenti quante sono le disparità de’ climi, de’ governi, dell’educazione e de’ nostri individuali caratteri: onde anche le cose men dubbie sono assai volte mirate dai saggi con mente perplessa, e dagli altri tutti con occhio incredulo ed abbagliato. Or per me stimo non potersi mai volgere l’intelletto degli uomini verso le cose meno incerte, e per continuo esperimento giovevoli alla loro vita, prima di correggere le cose dannose del loro cuore, e di distruggere le false opinioni; il che non può farsi se non eccitando col sentimento del piacere e del dolore nuove passioni, e, con la speranza dell’utilità, secondando di più utili sogni la lor fantasia. Come mai dunque lo scopo morale starà disgiunto dalla poesia?

Bensì questa distinzione d’illuminare e di dilettare fu a principio pretesto di dotti che non sapeano rendere amabile la parola, e di poeti che non sapeano pensare. La filosofia morale e politica ha rinunziato la sua preponderanza su la prosperità degli stati da che, abbandonando l’assistenza delle arti d’immaginazione, si smarrì nella metafisica e ne’ calcoli; e la poesia ha perduta la sua virtù e la sua dignità da che fu manomessa dai critici di professione. Si professarono architetti di un’arte senza posseder la materia; fantasticarono limiti alle forze intellettuali dell’uomo; s’eressero dittatori de’ grand’ingegni; l’ozio, la vanità, la venalità accrebbero la moltitudine de’ poeti ignoranti senza immaginazione, e de’ critici senza filosofia. Invano la natura esclamava: io non ti elessi al ministero di ammaestrare i tuoi concittadini; l’arte lusingava, insegnando a non errare, perché giudicava gli scritti derivati dalle passioni degli altri; ma l’arte non parlò più alle passioni perché non le sentiva; la fantasia, destituta dalle fiamme del cuore, si ritirò fredda nella memoria; destituta dal criterio, inventò mostri e chimere; e la poesia, anzi la letteratura, si ridusse a musica senza pensiero, a declamazione senza ragione.

Questa sinistra decadenza avvenne ad ogni nazione, — e i discorsi seguenti manifesteranno per quali cagioni e con quali vicissitudini caddero spesso, e risorsero, e tornarono a cadere la poesia e le lettere in Italia.

ORIGINI E VICISSITUDINI DELLA LINGUA ITALIANA

POETI MINORI

Nel precedente discorso ho giudicato opportuno di manifestare de’ principi generali, che guideranno i miei giudizi nel corso delle letture sulla poesia italiana; e così spero d’avere dato a chi mi ascolta la ragione delle opinioni ch’io andrò manifestando. Il soggetto del discorso d’oggi ha lo stesso intento di somministrare una serie di idee generali insieme e distinte, non già de’ miei propri principi, come ho dovuto fare ier l’altro, ma della origine, del progresso, delle vicende e dello stato presente della lingua italiana. La poesia, e ogni parte qualunque di letteratura d’ogni popolo, è incorporata con la lingua; dipende in tutto assolutamente dalla lingua, né senza lingua esisterebbe letteratura; cosicché i caratteri distintivi e le forme e le vicissitudini della letteratura d’ogni nazione nascono, crescono, si alterano in mille modi e decadono, secondo la origine e le alterazioni della lingua. Oggi dunque mi proverò di tracciare una storia, per quanto mi sarà possibile, breve insieme e distinta della lingua italiana dalla prima sua introduzione in Europa come lingua letteraria sino a’ giorni nostri. E perché è storia che abbraccia seicento e più anni, e lo spazio del tempo non mi consentirebbe di illustrare con moltitudine di riflessioni la lunghissima serie de’ fatti, sopprimerò riflessioni per lasciare luogo ai fatti. Tanto più che le riflessioni essendo mie proprie, possono essere e vere, e false, e dubbie; — ma i fatti appartengono alla verità, ed hanno in sé stessi tale ingenito vi-gore da eccitare da sé soli le altrui menti a fare considerazioni migliori di quelle ch’io non potrei suggerire. Tuttavia, per rendere meno necessario l’accompagnamento di riflessioni co’ fatti ch’io vado esponendo, mi gioverà di fare precedere su la critica letteraria risguardante le lingue una osservazione generale, che poscia senza essere ripetuta si andrà applicando da sé medesima in tutto il processo della mia narrazione.

La distinzione che s’è fatta sempre, e che si continua pur sempre in letteratura, di lingua e di idee, è soggetta ad oscurità ed incertezza e ad errori, come pure sono tutte quante le distinzioni di cose le quali non si trovano mai disunite fra loro. Tale è nelle scienze fisiche la distinzione di forma e materia — ma senza materia non vi sarebbe mai forma; e siccome la materia non può apparire mai sotto a’ nostri sensi che sotto una forma qualunque, così ne viene di conseguenza che ogni ragionamento fatto da noi, ogni sistema edificato mediante la distinzione di materia e forma crolla inevitabilmente da sé, perché si fonda sopra nozioni astratte di cose che realmente non esistono per noi se non sì strettamente conteste, che non si può separarle senza distruggerle — e quindi ne devono risultare delle teorie e applicazioni fallaci. — Così pure nelle scienze politiche si distingue l’uomo in natura e in diritti naturali, e l’uomo in società e in diritti sociali. E dove cercheremo mai la nostra natura, e come potremo, almeno in parte, conoscerla, se non la guardiamo nello stato di società, in cui solo possiamo vivere, e da cui non potremmo dividerci senza rinunziare a tutti i piaceri, senza sopprimere tutti i bisogni, senza cangiar gli organi del nostro individuo, e perdere e dimenticare la facoltà dcl pensiero e della parola che unisce gli uomini più di tutt’altra specie di animali che ci sicno note, senza riformare in somma la nostra essenza intrinseca ed immutabile, quell’essenza che non è opera nostra, quell’ordine, quella necessità che sentiamo, ma che non sappiamo definire noi stessi? Come dunque distingueremo i liberi diritti dell’uomo in natura da’ legami dell’uomo in società? E quanto più s’è tentato di restituire all’uomo sociale i sognati suoi diritti naturali, tanto più gli scrittori ed i popoli, pascendosi di visioni, si trovarono nelle sciagure che accompagnano i sogni di chiunque rinunzia alla esperienza de’ fatti. Così da questa distinzione in natura e in società, immaginata in tutti i tempi e paesi, ma celebrata in Francia più che altrove, e illustrata nel Contratto sociale di Rousseau, nacquero le teorie e le illusioni politiche, i sistemi e gli errori, i delitti e le sciagure che infamarono nel nostro secolo la libertà, ed atterriscono anche i savi che più la bramano, e danno pretesto a’ governi di imporre un sistema di perpetue catene all’Europa. —

La filosofia, e quella che specialmente si chiama analitica perché procede da divisioni e suddivisioni di parti, malgrado il suo metodo evidentissimo in apparenza ed esatto, s’inganna e conduce in inganno, appunto perché guarda partitamente ciò clic forma un [complesso] per se stesso inseparabile, di modo che appena diviso nelle sue parti perde il suo tutto. Così ne’ ragionamenti morali de’ filosofi divide anima e corpo: ma chi vide anima quando non è unita al corpo? chi vide vivere il corpo senz’anima? Divideteli per ipotesi, e come mai coglierete esattissimi i punti di tal divisione? e quali sono gli attributi di una metà che fugge all’analisi, e quelli dell’altra che disgiunta perde ogni vita? Quindi le tenebre metafisiche e le battaglie da ciechi, appunto perché non consideriamo le cose in quell’unico stato in cui la natura le riproduce; perché facciamo astrazioni che stanno nel nostro cervello, il quale, senza conoscere perché e come pensi, crede ad ogni modo di pensar bene; così si perde anche la cognizione e l’uso di quelle poche verità che l’esperienza continua de’ fatti potrebbe sempre somministrare.

Le stesse fallacie, errori, controversie, i sistemi ideali che l’artificiale divisione di cose naturalmente indivisibili produce nelle specolazioni fisiche e nella politica, e nella morale, sono appunto le stesse fallacie, gli stessi errori, le medesime controversie e gli stessi sistemi riprodotti dalla divisione che sempre s’è fatta, e non dappertutto, ma certamente in Italia, di lingua e di pensieri, e la solenne sentenza che i nostri critici pronunciarono da più secoli sui libri divide sempre scrupolosamente il merito d’un autore come pensatore e come scrittore; onde giornalmente si ode pronunziata gravemente da uomini dottissimi la contraddizione: «il libro è ottimo, ma è male scritto », o: « il libro è ottimamente scritto, ma è sì cattivo che non si può leggere ». — I fatti che ora andrò esponendo somministreranno le chiavi a conoscere le occulte cagioni e i tristissimi effetti di questa assurdità.

Una lingua comincia a essere letteraria quando incomincia a essere scritta, e scritta in modo che sia intesa da tutta una nazione; — e allora gli scritti si diffondono necessariamente sopra tutta la superficie di quel paese, e si conservano da tutte le provincie e da’ posteri. Però la lingua propriamente chiamata italiana non può considerarsi letteraria se non se dal principio del secolo duodecimo, cento anni circa prima che Dante scrivesse. Infatti quanto fu scritto un secolo innanzi Dante s’intendeva allora, e si intenderebbe anche oggi più o meno da tutti gli Italiani. — Ma poiché la nazione, o, per parlare più generalmente, le popolazioni delle differenti provincie d’Italia esistevano anche per le tenebre più fitte del medio evo, certo è che parlavano e s’intendevano fra di loro; e, benché non possedessero lingua letteraria, avevano ad ogni modo una lingua. Certo dunque dev’essere che da questa lingua parlata fra il sesto e il duodecimo secolo in Italia, dev’essere di necessità derivata la lingua che poi fu scritta e diventò letteraria. —

Ma quale fosse quella sì fatta lingua parlata fra’ sei secoli della barbarie fu ed è una quistione che occupò per i sei secoli seguenti tutti gli eruditi e gli antiquari italiani, e che gli occuperà forse per altri sei secoli, e rimarrà pur sempre quistione. Rimane questione, perché gli eruditi vogliono fondare sistemi, e — da un principio forse giustissimo in sé, vogliono applicare le lor conclusioni a fatti che non possono conoscere, perché quella barbarie ed il tempo li han seppelliti per sempre; e gli antiquari dall’altra parte, sdegnando non solamente principi metafisici e assiomi generali incontrovertibili perché sono nella natura e nella storia del genere umano, vogliono decidere sì oscure questioni su la testimonianza di monumenti ed autorità di documenti. Or rari letterari monumenti esistono del medio evo, e mutilati in gran parte; e spesso falsificati; onde la loro autorità è debolissima. E nondimeno sopra sì incerta testimonianza gli antiquari si sono fondati in Italia su la questione della prima formazione della lingua italiana, — come antiquari d’altri paesi si fondano sopra poche medaglie, alquante corrose iscrizioni o vecchie pergamene per decidere materie che sono forse più rilevanti. —

Quattro partiti letterari che, se fossero armati, sarebbero degenerati in fazioni, assordarono l’Italia con la disputa su l’origine della lingua. — I primi e più dotti volevano che la lingua italiana non fosse che il dialetto plateale che la plebe romana parlava sino nell’epoca più antica e più splendida di Roma. — E stabilirono le loro ragioni così. —

E certo che i grandi oratori romani parlavano non romano ma latino, e gli autori scrivevano non romano ma latino; perché il dialetto del popolo romano era volgare e pronunciato tronco, senza leggi esatte di grammatica, e come in fatti ogni dialetto è parlato dal popolo in tutti i paesi. — Ma il popolo, sopratutto gli abitanti della campagna, conservano sempre i loro usi antichi, le loro fogge di vestire ed il loro dialetto di padre in figlio e di generazione in generazione: dunque la lingua del popolo italiano nel tempo delIa barbarie era la stessa che parlava a’ tempi d’Augusto, e la stessa che discese a’ tempi di Dante.

Il fatto che la lingua latina fosse distinta da quella degli abitanti di Roma, e fosse una specie di lingua più letteraria che parlata, è attestato e illustrato assai volte da Cicerone, e sopratutto nella breve ammirabile storia critica ch’ei scrisse degli oratori illustri di Roma. Ma l’altro fatto, che il popolo conservò per più di dodici secoli la sua lingua, è appoggiato più a congetture che alla storia. La storia al contrario e la osservazione giornaliera ne accertano che nulla cangia quanto il dialetto; — in Italia dovea cangiare pel concorso d’infiniti diversi popoli settentrionali che la invasero, la spopolarono e la ripopolarono; ma dovea anche cangiare per la naturale tendenza che tutte le cose dell’universo hanno di alterarsi, e le lingue molto più, perché la loro pronunzia si altera leggermente di secolo in secolo, di generazione in generazione, e forse anche di anno in anno nella pronunzia; e l’alterazione [del]la pronunzia fa mutamenti di suoni, e i mutamenti di suoni nelle parole finiscono coll’andar del tempo ad accrescersi in guisa, che la lingua, se non si muta del tutto, si altera sì fattamente [d]a parere diversa da quella ch’era pochi secoli addietro. — Il cangiamento di pronunzia, essendo impercettibile a’ contemporanei, accade senza lasciarsi osservare; — ma se si nota che in molte lingue si scrivono più lettere che non si pronunziano in fatti, e che quelle lettere che ora si scrivono e non si pronunziano dovevano essere pronunziate, altrimenti non si sarebbero scritte, si ricaverà la conclusione che la pronunzia si altera sensibilmente in tutte le lingue. E non vediamo che gli stessi caratteri della scrittura si alterano di secolo in secolo sì fattamente che una mediocre esperienza basta a far distinguere i codici manoscritti di un secolo da quelli di un altro? Quanto più dunque non deve essere soggetta ad alterazioni la pronunzia e la lingua, che è cosa vaga ed incerta da per sé, facile ad adottare espressioni straniere, parole nuove, per invenzioni arti fogge ed idee nuove? Anzi io credo che quante lingue si parlano sulla superficie della terra, non siano originate che da un solo tronco, e che la loro diversità non sia prodotta che dalle diverse pronuncia cagionate dalla diversità de’ climi, dalla mistura de’ popoli diversi fra loro, da nuovi costumi e dagli anni. — Non ignoro che questa proposizione, che tutte le lingue derivino da una sola, può sembrare assai strana; — ma, o bisogna ammetterla, o adottare la congettura seguente: che il genere umano non sia a principio nato in una sola contrada, d’onde moltiplicandosi e diffondendosi su la terra, l’abbia popolata gradatamente; ma che sia nato in tutte le parti del mondo, e che abbia inventato [in ciascuna] una lingua diversa. La congettura, è al mio parere, più strana che il genere umano abbia pullulato tutto ad un tempo in diverse parti del globo; che le nazioni si siano formate non da una origine unica e primitiva, ma da differenti origini, e diverse, e che ciascuna nazione, così nata per così dire da sé si sia formata una lingua tutta sua pro-pria. Ma, se invece si ammette che il genere umano originò a principio in una sola parte del globo, che moltiplicandosi e diffondendosi su la terra gradatamente l’abbia popolata e come d’una sola famiglia si formarono tribù vaganti e quindi città, e si distinsero nazioni, così d’un solo scarsissimo dialetto primitivo si formarono lingue ed idiomi distinti. — Ed aggiungerò che questa mia opinione non nacque per via di meditazione, ma da due accidentali osservazioni: l’una delle quali può essere ripetuta da chiunque volesse farne l’esperimento, e l’altra può essere facilmente avverata da molti individui che viaggiano in Svizzera. Due ragazzi — Friburgo. Ne venne dunque distrutta l’opinione, benché acremente e lungamente sostenuta da uomini dotti, che la lingua italiana sia, con pochissime differenze, la lingua parlata dalla plebe romana.

Il secondo partito che la lingua italiana derivasse dagli Aramei popoli della Caldea era sostenuto specialmente da alcuni antiquari fiorentini, i quali ammettevano che una gran parte di parole era di origine latina, ed un’altra era teutonica, per l’anteriore dominio de’ Romani, e poi de’ popoli settentrionali in Toscana. — Ma contendeva[no] ad un tempo che il fondo primitivo della lingua era arameo. Essi ragionavano parte sopra etimologie di un gran numero di parole siriache, che que’ dotti dicevano di trovare tuttavia viventi nella lingua toscana, e parte sopra erudizioni di autori, come Beroso e Sanconiatone, di cui non hanno mai esistito che i nomi; i quali avevano lasciato scritto che una colonia di Caldei aveva navigato il Mediterranco, e s’era stabilita antichissimamente in Etruria, d’onde non era mai ritornata, e onde fondò una nazione, e portò riti religiosi e l’arte degli auguri e delle divinazioni, riti ed arti che infatti i Toscani portarono poscia a Roma, e la prima origine de’ quali era da’ Romani stessi assegnata a’ Caldei. — Ed io credo la Toscana sia stata popolata un tempo da tribù d’avventurieri che navigarono sia dall’Egitto, sia dall’Arabia; e lo desumo da quella forte aspirazione peculiare a’ Toscani, segnatamente a’ Fiorentini, ed ignota a tutto il resto d’Italia ed anche all’Europa, dagli Spagnoli in fuori; la quale chiamano gorgia; e ognuno sa che pronunziano hasa, haro, harrozza, invece di casa, caro, carrozza, come pur fanno tutti gli altri Italiani; e questa profondissima aspirazione gutturale è propria a molti [de]gli. Egiziani ed a tutti gli Arabi, ed alle lingue che si propagarono dall’Arabia. Questa, opinione era per me quasi certezza finché venni in Inghilterra, dove trovai il Θ greco pronunziato appunto come in Grecia, benché scritto col th come scrivevasi da’ Latini, per indicare parole derivate dal greco, bench’essi non lo potessero mai ben pronunziare. Né so che sia distintamente pronunziato se non dagli Inglesi; onde, se la aspirazione gutturale de’ Fiorentini bastasse a indicare la loro origine arabica, la aspirazione dentale del Θ basterebbe a indicare l’origine greca de’ Britanni; così il primo assurdo mi strascinerebbe al secondo e a molti altri.

Ma anche quand’io supponeva i Fiorentini discendenti dagli Arabi, non ho mai creduto che la loro lingua fosse altro che una modificazione di quella che parlavano sotto a’ Romani; — senza però arrendermi ad alcuna delle altre due opinioni che, difese da due opposti eserciti di dotti con uomini di grande fama per loro capitani, sostenevano, gli uni che la lingua italiana fosse derivata dal dialetto siciliano, — ed altri che fosse derivata dal dialetto provenzale. La prima opinione era stata pronunziata da Dante, e la seconda dal Petrarca; e l’autorità di testimoni sì competenti e di sì grandi nomi, accresceva l’accanimento de’ due partiti.

Dante peraltro e Petrarca potevano errare anch’essi, — nondimeno l’uno e l’altro avevano proposta la congettura la più ragionevole; e quando i letterati, specialmente italiani, non si compiacessero di tutte le occasioni per prolungare le loro battaglie e i loro trionfi di penna e di grida accademiche, e sopratutto di funeste e vilissime animosità provinciali, le due opinioni di Dante e Petrarca, benché diverse, potevano, col ravvicinarle, condurre alla verità.

Il dialetto siciliano e provenzale, e il catalano, e quel di Linguadoca, e quel di Toscana, e degli altri popoli d’Italia e di molte parti dell’Europa meridionale non derivarono l’uno dall’altro, né prevalsero l’un dopo l’altro; ma erano tutti contemporanei, cd erano tutti nati quasi ad un tempo, e si modificarono l’uno per mezzo dell’altro al tempo del lungo dominio de’ Romani in Europa. Allora ogni popolo si chiamava romano, ed ogni dialetto d’ogni provincia si chiamava romanzo, o lingua romanza. I Greci stessi che, per la traslazione dell’impero in Costantinopoli e per i primi padri della Chiesa scismatica che scrissero in greco, conservarono fra bene e male la loro lingua e la loro letteratura, adottarono nondimeno tante parole da’ Romani, che la loro lingua fu allora, cd anch’oggi è nominata romeiki, e dagli Inglesi romaica. E chi analizzasse questa lingua romaica, vi troverebbe infinite parole della barbara latinità del medio evo; — come pure avviene nella lingua inglese, la quale, al dire d’autori che ne scrissero ex professo, e d’uomini dotti co’ quali ne ho tenuto discorso, [pur] essendo composta di molte lingue diverse, il maggior numero delle sue parole è latino; — vero è che molte sono state introdotte dalla Francia, ma per qualunque via abbiano approdato, non sono meno latine; e per quanto altri sia di parere diverso, io fermamente credo che la più parte, e segnatamente verbi, perché quanto a’ nomi in tutte le lingue han minore antichità, sono stati introdotti nel medio evo dalle colonie militari romane in Inghilterra.

Così i nomi latini grace, elegance, che non hanno cambiato quasi ortografia e appena si sono alterati nella pronunzia, gratia, elegantia in latino; grazia, eleganza in Italia; grace, elegance in francese; grace, elegance in inglese, sono d’introduzione più tarda e appartengono al secolo di cui parliamo: i verbi extraho, extracturn, stretchd, exert, excrucio, to screw, exsecare, to scorn, excortico, to scratch —, sono di antichissima introduzione, e divenuti di suono sassone e settentrionale. —

Questa lingua barbara derivata dalla romana e chiamata allora e anch’oggi romanza, ed esistente vivissima in alcuni paesi, aveva sotto il lungo dominio de’ Romani e le perpetue colonie militari, abolite, se non estinte, le diverse lingue nazionali dei popoli, — come la lingua inglese d’oggi ha fatto e farà sempre più dimenticare i dialetti parlati dagli antenati della Scozia, dell’Irlanda e degli abitanti di Galles: — e come avviene nell’inglese parlato oggi dagli Scozzesi e Irlandesi. Ma la lingua romana, adattandosi agli organi di popoli di differenti climi e d’abitudini e lingue diverse, quantunque in sostanza la lingua romanza, divenne modificazione apparentemente diversa in ogni provincia d’Europa.

Di questi dialetti rimangono documenti scarsissimi, perché la lingua letteraria continuava ad essere pur sempre la latina, barbaramente scritta e nella quale si pubblicavano le leggi, i decreti, gl’istrumenti legali, — e quel poco che i maestri poteano insegnare lo dettavano in latino, primamente perché sinché i Romani dominarono, vollero che nelle faccende pubbliche la loro lingua fosse anche intesa da tutti i loro sudditi; — in seguito perché all’invasione de’ barbari il Clero rimase crede degli avanzi della giurisprudenza, della legislazione e della lingua latina, e nessuno sapea scrivere fuorché il Clero, — e finalmente perché i popoli settentrionali generalmente doveano servirsi di una lingua nella quale le leggi erano scritte, e che, se non intesa dal popolo, era pure interpretata da’ legali e da’ maestri delle scuole, da’ preti, da’ monaci e da’ vescovi, che in quasi tutta l’Europa d’allora ottenevano una grande preponderanza.

Pur la questione sarebbe involta in congetture, se di questi ultimi anni un letterato italiano, che da pochi mesi non vive più, non avesse con somma industria e con eguale imparzialità raccolti ed esaminati quanti avanzi scritti rimanevano della lingua romanza anteriori al secolo di Dante, e, paragonandoli l’uno all’altro, riesci a convincere sé medesimo e i suoi lettori che quegli scritti, benché di diversi paesi d’Italia, e talvolta anche di diversi popoli d’Europa, quantunque differissero nella terminazione delle parole, e in alcune varietà di sintassi, erano nondimeno composti degli stessi vocaboli, e con la stessa legge grammaticale; cosicché tutti possono con pochissime alterazioni essere letteralmente tradotti nella lingua italiana d’oggi. Gl’Italiani, e sopratutto i Fiorentini, conservarono più gran numero di voci latine, sì perché continuavano ad abitare il paese dove la lingua latina era stata la lingua nazionale, e dove era la sede de’ pontefici e la gerarchia della [Chiesa] che continuavano a servirsi di latino; — e continuavano a pronunziare i vocaboli della lingua romanza men corrotti che dagli altri Italiani; sì perché la Toscana fu meno che altro paese d’Italia sotto il diretto governo de’ conquistatori settentrionali, e i loro organi avvezzi a pronunziare le parole intere, lunghe e rotonde del latino, erano stati preservati nella stessa abitudine, parte dalla mollezza del clima, e parte dal poco commercio co’ popoli del Nord. —

Molte parole nondimeno delle lingue teutoniche restarono alla lingua letteraria italiana; e v’è un criterio sicuro per distinguerle. Rare, se pur ve n’è alcune, riguardano la vita domestica e gli usi comuni della vita, che non siano latine; ma le parole appartenenti a cose di guerra o titoli militari sono teutoniche, e sottentrano a quelle de’ Romani. Così brando, elmo, panciera, invece di ensis o gladiem, o galea; — marciare, marescalco, invece di proficisci o procedere, e Dux; e, per lasciare altri esempi, invece del latino bellum dissero guerra da war, donde venne il nome de’ Germani di War-man. Lo stesso avvenne, benché più tardi, per altri oggetti in Inghilterra e fu al tempo delle conquiste normanne; perché le voci esprimenti bue, vitello, porco, agnello, montone, — ed altre necessità della vita somministrate dalla agricoltura, restarono sassoni nella campagna; ma i soldati, andandoli a comprare al mercato o fors’anche il conquistatore avendo disposta una tariffa, prevalsero con il tempo e restarono alla cucina i nomi franco-romanzi di veal, beef, mutton.

Come la lingua italiana abbia troncato e modificato le terminazioni della latina, e sia ricorsa agli articoli, non è difficile a intendersi. —

Così, sino al secolo XII tutte le provincie italiane parlavano la lingua romanza più o meno modificata nella pronunzia, secondo il genere d’organi loro naturali, e più o meno arricchita di parole forestiere, secondo che era stata generata da diverse nazioni forestiere, e il contatto e commercio che essa aveva tenuto con esse. Così i Napolitani e Siciliani non hanno quasi parole di origine teutonica, e ne hanno di arabiche e di normanne; — i Genovesi, e più ancora i Veneziani, che navigavano in Grecia e sulle coste dell’Affrica, hanno molte voci di origine greca e alcune di origine arabica che sono poi passate nella lingua toscana e in tutte le lingue d’Europa; come fra l’altre: Ammiraglio, — in inglese Admiral; Arzanà, come Dante lo scrive, e Darzena come lo pronunziano i Genovesi, ed Arsenal, come oggi è proferito da’ Veneziani; e in italiano scrivesi Arsenale, e Arsenal in inglese, onde il dottore Johnson a torto lo chiamò vocabolo d’origine italiana, quando è pretto affricano; se non che pare che il dottor Johnson non abbia giudicato che etimologie e derivazioni delle parole fossero degne del suo studio. Ma, se di tanto uomo è permesso di dire meno che lodi, egli avrebbe fatto da savio disprezzandole e tralasciandole affatto; ma, avendole ammesse nel suo dizionario e degnate di esame, pare che egli disprezzasse anche i suoi lettori. —

Nel duodecimo secolo, quando si cominciò più o meno a scrivere la lingua romanza, gli Italiani cominciarono a chiamarla volgare per distinguerla dalla latina, e il nome di romanza restò alla provenzale; la quale fu chiamata linguotta.

Per un capriccio singolare delle lingue, la latina ch’era parlata da un popolo di conquistatori, dal popolo più assoluto o, per valermi della nozione inglese, dal più positivo popolo della terra, mancava dell’affermazione positiva. Non vi è nel latino un termine apposito esclusivamente per affermare; però affermando dicevano Utique, oppure hoc, hoc, — e sic, sic ed altre espressioni. Dall’utique mozzato venne l’oui nella francese in settentrione, dall’hoc venne l’hoc de[lla] Francia meridionale; e però la lingua provenzale fu chiamata la lingua dell’hoc, quindi il nome della provincia di Linguadoca; — e dal sic più usitato in Italia venne il nostro sì. — E questa osservazione illustra il verso di Dante che, alludendo alla Toscana, la definisce

del bel paese là dove il sì suona,

e spesso nelle sue prose ci chiama il provenzale la lingua dell’hoc.

Ma la Provenza aveva avuto una corte e principi e gli uomini più distinti d’Europa, e alcuni negli ultimi tempi delle Crociate, molto innanzi che l’Italia si fosse affatto riscossa dal giogo teutonico; però quella lingua fu scritta innanzi della italiana, e diventò letteraria; cosicché Brunetto Latini maestro di Dante, volendo scrivere più per la gente educata che pe’ letterati di professione, e non essendovi a’ tempi suoi né molti scrittori, né molti lettori di lingua italiana, s’appigliò a scrivere il suo trattato di Rettorica e Filosofia in lingua romanza provenzale, perch’era intesa da tutti.

Ma la poesia che precede la prosa in tutti i paesi, e più in climi ed età dove regnano le immaginazioni e le passioni, era stata coltivata in lingua romanza chiamata siciliana, cinquanta anni innanzi di Dante, secondo il suo proprio computo; e i poeti siciliani incominciarono a ridurre la lingua italiana al grado di letteraria. Quindi le due asserzioni di Dante e di Petrarca, asserzioni che divisero e divideranno per lungo tempo i grammatici antiquari, si accordano mirabilmente. Perché molte lingue romanze italiane, senz’essere formate dalla romanza provenzale, e la siciliana, esistevano contemporaneamente; e quando di queste differenti gli scrittori cominciarono a farne una sola generale ed intelligibile a tutta l’Italia, spogliandola de’ latinismi, de’ francesismi e de’ plebeismi, vi tennero tutte le parole utili e le frasi eleganti che appartenevano tanto alle lingue romanze di Francia, quanto a quelle d’Italia e di Sicilia.

Né Dante e Petrarca allegarono un’opinione differente su questo proposito con l’intenzione di decidere della origine della lingua; — questi due poeti non alludevano che ai Trovatori, come allora si chiamavano gli scrittori di rime, che oggi si onorano del titolo di poeti. Senza intendere di decidere un punto d’antichità, Dante affermava agli Italiani che dovevano coltivare la loro lingua materna, scriverla invece della latina, e non arricchire di opere la Francia, componendo in dialetto romanzo-provenzale, — ma scegliere piuttosto il dialetto romanzo-siciliano, che era men aspro, più pieno di vocali e più vicino e conforme agli organi ed alla pronunzia degli Italiani, e [in] conseguenza più intelligibile; ma che per altro non bisognava addottare nessun dialetto romanzo particolare, ma combinare il meglio di tutti e formare una lingua universale a tutta l’Italia; e Dante diede i precetti e l’esempio; ed oltre le rime e il poema, scrisse in prosa italiana de’ trattati ammirabili per la lingua, e di tale stile stampandoli, che con pochissime alterazioni di ortografia parrebbero scritti oggi. Petrarca al contrario non ha mai considerato la lingua italiana come capace di trattare soggetti in prosa: scrisse seriamente e gravemente per ambizione di fama opere in latino, né mai scrisse in italiano se non in versi per descrivere la sua passione; e anch’egli, come Dante, si formò una lingua tutta sua propria, scegliendo e combinando i più eleganti ed espressivi ed armoniosi vocaboli ed idiomi da molti vari dialetti romanzi sì italiani che francesi. — Ma tanto Dante che Petrarca, avendo succhiato il loro dialetto materno col latte di madri e nudrici fiorentine, dovevano necessariamente [avere] il dialetto toscano per fondo della loro lingua italiana scritta; ma non ritennero, per così dire, che l’ossatura, perché col potere del loro genio ciascuno de’ due si creò una lingua nuova. Quella di Dante è più originale e più italiana, sì perché fu il primo, e sì perché aveva ricavati materiali del suo stile da vari dialetti d’Italia; e quella del Petrarca è più elegante e più raffinata di frasi, si perché egli, essendo venuto dopo, perfezionò molti modi di lingua introdotti da altri, e essendo stato educato da giovinetto in Provenza, dove abitò lunga-mente, ed amò, e scrisse le sue poesie amorose, si servi più che Dante di idiomi del romanzo-provenzale, e diede ai Provenzali il merito, forse vero forse non vero, d’avere introdotto non la lingua, ma i metri delle poesie italiane. Ed in questo particolare vedremo che si ingannò; perché la forma del sonetto fu trovata in Sicilia, e la forma della canzone lunga è tutta d’invenzione toscana. Questi due grandi uomini, e il Villani loro contemporaneo, ed altri storici, e poscia il Boccaccio contribuirono grandemente alla diffusione e popolarità del dialetto toscano in Italia e al fondamento della lingua letteraria italiana. Ma, anche senza questi grandi scrittori, il dialetto toscano aveva acquistato da sé qualità che lo rendevano migliore di tutti gli altri dialetti italiani. Aveva, come s’è detto, più numero di parole latine ed indigene, per così dire, all’Italia e più confacentisi a una lingua letteraria; — aveva ne’ vocaboli conservato più rotondità di pronunzia. Avevano i Toscani, e l’hanno tuttavia i Fiorentini, i Pistoicsi e Sancsi, fra gli altri, una corretta modulazione naturale di suoni nell’esprimere le parole. La Repubblica di Firenze era democratica, e il genere umano in tutti i paesi è destinato a essere strascinato per le sue lunghissime orecchie: ne’ paesi liberi e dove il popolo fa leggi, i suoi conduttori devono essere eloquenti. — E, col parlare continuo in pubblico, gli uomini creati dalla natura per essere eloquenti diventano oratori, ed arricchiscono e perfezionano la loro lingua. Finalmente, per un singolare concorso di circostanze, ogni padre di famiglia in Firenze teneva un registro domestico di quanto accadeva nella sua casa e siccome dal più ricco al più povero tutti si credevano membri non solo della loro famiglia, ma anche della Repubblica, tutti ne’ loro diari mescevano le faccende pubbliche così che, esercitandosi a parlare in pubblico e scrivere di cose importanti, la lingua acquistava perfezione, esattezza e colore. Molti di questi manoscritti furono pubblicati, e sono davvero tesori di lingua, di composizione e di storia. Leggendoli, il grammatico si meraviglia della correzione della sintassi nell’elocuzione, — il critico non sa come spiegare quella spontanea, secreta e però tanto più potente arte cd ordine di stile e lo storico vi trova particolarità e date e riflessioni politiche che sarebbero sfuggite anche al genio d’Erodoto e Tacito. A questo esercizio di facoltà naturali aggiungevasi il profitto che ritraevano dal tradurre gli scrittori latini, e quasi sempre in prosa, — spesso non intendendoli perfettamente, ma le traduzioni de’ classici seri, comunque siano fatte quanto alla fedeltà, servono mirabilmente a portare varietà, novità ed abbondanza e nobiltà ad una lingua; sopratutto se la lingua è vivente e docilissima agli innesti. — Tale è il carattere generale degli scrittori fiorentini, durante il secolo illustre per Dante, Petrarca c Boccaccio; nel qual tempo, per un fenomeno di cui io non ho mai udito, né ho mai saputo trovare la spiegazione in nessuno di quegli scrittori fiorent[ini,] molti de’ quali artigiani, e le opere de’ quali si trovano tuttavia manoscritte a centinaia, non si trova una sola inesattezza grammaticale; mentre nelle rarissime lettere che Petrarca scriveva in fretta in italiano, alle volte non v’è grammatica.

Ma la lingua italiana non rimase in questo stato di prosperità più di un secolo; perché poco più di trent’anni dopo la morte del Boccaccio non vi fu, per così dire, più né scrittore, né lingua. Tutti gli uomini dotti si vergognavano di scrivere in altra lingua fuorché in latino, — e fra l’anno 1400 e l’anno 1480, in cui comincia l’epoca celebre di Lorenzo de’ Medici, appena troviamo tre o quattro scrittori che meriti[no] d’essere studiati per la correzione. Fra l’altre ragioni che si paleseranno da sé, allorché il corso di queste letture ci condurrà a quell’epoca, ve n’è una non osservata, ch’io mi sappia, da quanti trattano la storia della letteratura italiana; ed è, che i padri e i maestri, per favorire lo studio del greco e del latino, proibivano non solo [lo] scrivere in italiano, ma lo studiare gli autori più celebri della loro patria. Il Varchi, che era giovinetto verso la fine dell’epoca di Lorenzo de’ Medici, scrive ingenuamente di sé e del suo maestro; ed io citerò le sue parole: « Quando il magnifico Giuliano fratello di papa Leone era vivo, che sono più di quaranta anni passati,... la lingua fiorentina, come che altrove non si stimasse molto, era in Firenze per la maggior parte in dispregio: e mi ricordo io, quando era giovanetto che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli, e i maestri a’ discepoli, era che eglino né per bene, né per male non leggesseno cose volgare (per dirlo barbaramente, come loro); e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella gramatica mio precettore, uomo di duri e rozzi, ma di santissimi e buoni costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di Bernardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida, e poco mancò che non ci cacciasse di scuola » .

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011