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Edizione di riferimento:
Ugo Foscolo, Tutte le poesie, a cura di Ludovico Magugliani, Rizzoli, Milano 1952
Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia Editore, Milano 1966 (3a ed.). Il testo riproduce l’ edizione critica pubblicata da E. Santini .
Metro - 295 endecasillabi sciolti
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Deorum Manium jura sancta sunto Duodecim tabulae |
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All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? Ove piú il Sole per me alla terra non fecondi questa bella d’erbe famiglia e d’animali, e quando vaghe di lusinghe innanzi a me non danzeran l’ore future, né da te, dolce amico, udrò piú il verso e la mesta armonia che lo governa, né piú nel cor mi parlerà lo spirto delle vergini Muse e dell’amore, unico spirto a mia vita raminga, qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa che in terra e in mar semina morte? Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme, ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve tutte cose l’obblío nella sua notte; e una forza operosa le affatica di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe e l’estreme sembianze e le reliquie della terra e del ciel traveste il tempo. Ma perché pria del tempo a sé il mortale invidierà l’illusïon che spento pur lo sofferma al limitar di Dite? Non vive ei forse anche sotterra, quando gli sarà muta l’armonia del giorno, se può destarla con soavi cure nella mente de’ suoi? Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi, se pia la terra che lo raccolse infante e lo nutriva, nel suo grembo materno ultimo asilo porgendo, sacre le reliquie renda dall’insultar de’ nembi e dal profano piede del vulgo, e serbi un sasso il nome, e di fiori odorata arbore amica le ceneri di molli ombre consoli. Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna; e se pur mira dopo l’esequie, errar vede il suo spirto fra ’l compianto de’ templi acherontei, o ricovrarsi sotto le grandi ale del perdono d’Iddio: ma la sua polve lascia alle ortiche di deserta gleba ove né donna innamorata preghi, né passeggier solingo oda il sospiro che dal tumulo a noi manda Natura. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti contende. E senza tomba giace il tuo sacerdote, o Talia, che a te cantando nel suo povero tetto educò un lauro con lungo amore, e t’appendea corone; e tu gli ornavi del tuo riso i canti che il lombardo pungean Sardanapalo, cui solo è dolce il muggito de’ buoi che dagli antri abdüani e dal Ticino lo fan d’ ozi beato e di vivande. O bella Musa, ove sei tu? Non sento spirar l’ ambrosia, indizio del tuo nume, fra queste piante ov’io siedo e sospiro il mio tetto materno. E tu venivi e sorridevi a lui sotto quel tiglio ch’ or con dimesse frondi va fremendo perché non copre, o Dea, l’ urna del vecchio cui già di calma era cortese e d’ ombre. Forse tu fra plebei tumuli guardi vagolando, ove dorma il sacro capo del tuo Parini? A lui non ombre pose tra le sue mura la città, lasciva d’ evirati cantori allettatrice, non pietra, non parola; e forse l’ ossa col mozzo capo gl’insanguina il ladro che lasciò sul patibolo i delitti. Senti raspar fra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando su le fosse e famelica ululando; e uscir del teschio, ove fuggia la luna, l’úpupa, e svolazzar su per le croci sparse per la funerëa campagna e l’immonda accusar col luttüoso singulto i rai di che son pie le stelle alle obblïate sepolture. Indarno sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti non sorge fiore, ove non sia d’ umane lodi onorato e d’ amoroso pianto. Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’ altrui, toglieano i vivi all’ etere maligno ed alle fere i miserandi avanzi che Natura con veci eterne a sensi altri destina. Testimonianza a’ fasti eran le tombe, ed are a’ figli; e uscían quindi i responsi de’ domestici Lari, e fu temuto su la polve degli avi il giuramento: religïon che con diversi riti le virtú patrie e la pietà congiunta tradussero per lungo ordine d’ anni. Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi fean pavimento; né agl’ incensi avvolto de’ cadaveri il lezzo i supplicanti contaminò; né le città fur meste d’ effigïati scheletri: le madri balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono nude le braccia su l’ amato capo del lor caro lattante onde nol desti il gemer lungo di persona morta chiedente la venal prece agli eredi dal santuario. Ma cipressi e cedri di puri effluvi i zefiri impregnando perenne verde protendean su l’ urne per memoria perenne, e prezïosi vasi accogliean le lagrime votive. Rapían gli amici una favilla al Sole a illuminar la sotterranea notte, perché gli occhi dell’uom cercan morendo il Sole; e tutti l’ ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce. Le fontane versando acque lustrali amaranti educavano e vïole su la funebre zolla; e chi sedea a libar latte o a raccontar sue pene ai cari estinti, una fragranza intorno sentía qual d’ aura de’ beati Elisi. Pietosa insania che fa cari gli orti de’ suburbani avelli alle britanne vergini, dove le conduce amore della perduta madre, ove clementi pregaro i Geni del ritorno al prode cne tronca fe’ la trïonfata nave del maggior pino, e si scavò la bara. Ma ove dorme il furor d’inclite gesta e sien ministri al vivere civile l’opulenza e il tremore, inutil pompa e inaugurate immagini dell’Orco sorgon cippi e marmorei monumenti. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, decoro e mente al bello italo regno, nelle adulate reggie ha sepoltura già vivo, e i stemmi unica laude. A noi morte apparecchi riposato albergo, ove una volta la fortuna cessi dalle vendette, e l’amistà raccolga non di tesori eredità, ma caldi sensi e di liberal carme l’esempio. A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta. Io quando il monumento vidi ove posa il corpo di quel grande che temprando lo scettro a’ regnatori gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela di che lagrime grondi e di che sangue; e l’arca di colui che nuovo Olimpo alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide sotto l’etereo padiglion rotarsi piú mondi, e il Sole irradïarli immoto, onde all’Anglo che tanta ala vi stese sgombrò primo le vie del firmamento: - Te beata, gridai, per le felici aure pregne di vita, e pe’ lavacri che da’ suoi gioghi a te versa Apennino! Lieta dell’ aer tuo veste la Luna di luce limpidissima i tuoi colli per vendemmia festanti, e le convalli popolate di case e d’oliveti mille di fiori al ciel mandano incensi: e tu prima, Firenze, udivi il carme che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco, e tu i cari parenti e l’idïoma désti a quel dolce di Calliope labbro che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma d’ un velo candidissimo adornando, rendea nel grembo a Venere Celeste; ma piú beata che in un tempio accolte serbi l’itale glorie, uniche forse da che le mal vietate Alpi e l’alterna onnipotenza delle umane sorti armi e sostanze t’invadeano ed are e patria e, tranne la memoria, tutto. Che ove speme di gloria agli animosi intelletti rifulga ed all’Italia, quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi venne spesso Vittorio ad ispirarsi. Irato a’ patrii Numi, errava muto ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo desïoso mirando; e poi che nullo vivente aspetto gli molcea la cura, qui posava l’ austero; e avea sul volto il pallor della morte e la speranza. Con questi grandi abita eterno: e l’ ossa fremono amor di patria. Ah sí! da quella religïosa pace un Nume parla: e nutria contro a’ Persi in Maratona ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi, la virtú greca e l’ira. Il navigante che veleggiò quel mar sotto l’ Eubea, vedea per l’ampia oscurità scintille balenar d’elmi e di cozzanti brandi, fumar le pire igneo vapor, corrusche d’armi ferree vedea larve guerriere cercar la pugna; e all’ orror de’ notturni silenzi si spandea lungo ne’ campi di falangi un tumulto e un suon di tube e un incalzar di cavalli accorrenti scalpitanti su gli elmi a’ moribondi, e pianto, ed inni, e delle Parche il canto. Felice te che il regno ampio de’ venti, Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi! E se il piloto ti drizzò l’antenna oltre l’isole egèe, d’antichi fatti certo udisti suonar dell’Ellesponto i liti, e la marea mugghiar portando alle prode retèe l’ armi d’Achille sovra l’ ossa d’ Ajace: a’ generosi giusta di glorie dispensiera è morte; né senno astuto né favor di regi all’Itaco le spoglie ardue serbava, ché alla poppa raminga le ritolse l’onda incitata dagl’inferni Dei. E me che i tempi ed il desio d’ onore fan per diversa gente ir fuggitivo, me ad evocar gli eroi chiamin le Muse del mortale pensiero animatrici. Siedon custodi de’ sepolcri, e quando il tempo con sue fredde ale vi spazza fin le rovine, le Pimplèe fan lieti di lor canto i deserti, e l’ armonia vince di mille secoli il silenzio. Ed oggi nella Troade inseminata eterno splende a’ peregrini un loco, eterno per la Ninfa a cui fu sposo Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio, onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta talami e il regno della giulia gente. Però che quando Elettra udí la Parca che lei dalle vitali aure del giorno chiamava a’ cori dell’ Eliso, a Giove mandò il voto supremo: - E se, diceva, a te fur care le mie chiome e il viso e le dolci vigilie, e non mi assente premio miglior la volontà de’ fati, la morta amica almen guarda dal cielo onde d’Elettra tua resti la fama. - Cosí orando moriva. E ne gemea l’Olimpio: e l’immortal capo accennando piovea dai crini ambrosia su la Ninfa, e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba. Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando da’ lor mariti l’imminente fato; ivi Cassandra, allor che il Nume in petto le fea parlar di Troia il dí mortale, venne; e all’ombre cantò carme amoroso, e guidava i nepoti, e l’ amoroso apprendeva lamento a’ giovinetti. E dicea sospirando: - Oh se mai d’ Argo, ove al Tidíde e di Läerte al figlio pascerete i cavalli, a voi permetta ritorno il cielo, invan la patria vostra cercherete! Le mura, opra di Febo, sotto le lor reliquie fumeranno. Ma i Penati di Troia avranno stanza in queste tombe; ché de’ Numi è dono servar nelle miserie altero nome. E voi, palme e cipressi che le nuore piantan di Priamo, e crescerete ahi presto di vedovili lagrime innaffiati, proteggete i miei padri: e chi la scure asterrà pio dalle devote frondi men si dorrà di consanguinei lutti, e santamente toccherà l’altare. Proteggete i miei padri. Un dí vedrete mendico un cieco errar sotto le vostre antichissime ombre, e brancolando penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne, e interrogarle. Gemeranno gli antri secreti, e tutta narrerà la tomba Ilio raso due volte e due risorto splendidamente su le mute vie per far piú bello l’ultimo trofeo ai fatati Pelídi. Il sacro vate, placando quelle afflitte alme col canto, i prenci argivi eternerà per quante abbraccia terre il gran padre Oceàno. E tu onore di pianti, Ettore, avrai, ove fia santo e lagrimato il sangue per la patria versato, e finché il Sole risplenderà su le sciagure umane. |
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Ho desunto questo modo di poesia da’ Greci i quali dalle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche, presentandole non al sillogismo de’ lettori, ma alla fantasia ed al cuore. Lasciando agl’ intendenti di giudicare sulla ragione poetica e morale di questo tentativo, scriverò le seguenti note onde rischiarare le allusioni alle cose contemporanee, ed indicare da quali fonti ho ricavato le tradizioni antiche.
Vers. 8.
il verso
e la mesta armonia che lo governa,
Epistole, e poesie campestri d’ Ippolito Pindemonte.
Vers. 44.
fra ’ l compianto de’ templi acherontei,
Nam jam saepe homines patriam carosque parenteis
prodiderunt vitare, Acherusia Templa petentes». [1]
E chiamavano templa anche i cieli [2]
Vers. 57.
i canti
che il lombardo pungean Surdanapalo,
Il Giorno di Giuseppe Parini.
Vers. 64.
fra queste piante ov’ io siedo
Il boschetto de’ tigli nel subborgo orientale di Milano.
Vers. 70.
fra plebei tumuli
Cimiteri suburbani a Milano.
Vers. 97.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Se gli Achei avessero innalzato un sepolcro ad Ulisse, oh quanta gloria ne sarebbe ridondata al suo figliuolo! [3]
Vers. 98.
are a’ figli;
«Ergo instauramus Polydoro funus, et ingens
aggeritur tumulo tellus; stant manibus Arae
coeruleis moestae vittis atraque cupresso ». [4]
Uso disceso sino a’ tempi tardi di Roma, come appare da molte iscrizioni funebri.
Vcrs. 98.
uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari,
«Manes animae dicuntur melioris meriti quae in corpore nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus infestarent, Larvae; contra si faventes essent, Lares familiares ». [5]
Vers. 117.
prezïosi
vasi accogliean le lacrime votive, e seg.
I vasi lacrimatorii, le lampade sepolcrali, e i riti funebri degli antichi.
Vers. 125.
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla;
«Nunc non e manibus illis,
nunc non e tumulo fortunataque favilla
nascentur violae? ». [6]
Vers. 126.
e chi sedea
a libar latte
Era rito de’ supplicanti e de’ dolenti di sedere presso l’ are e i sepolcri.
«Illius ad tumulum fugiam supplexque sedebo,
et mea cum muto fata querar cinere ». [7]
Vers. 128.
una fragranza intorno
sentìa qual d’ aura de’ beati Elisi.
«Memoria Josiae in compositione unguentorum facta pus pigmentarii ». [8]
E in un’ urna sepolcrale
ΕΝ ΜΥΡΟΙΣ
ΣΟ ΤΕΚNON
H ΨΥΧH
«Negli unguenti, o figliuol, l’ anima tua ». [9]
Vers. 131.
alle britanne
vergini
Vi sono de’ grossi borghi e delle piccole città in Inghilterra, dove precisamente i campi santi offrono il solo passeggio pubblico alla popolazione; vi sono sparsi molti ornamenti e molta delizia campestre. [10]
Vers. 134.
al prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
L’ ammiraglio Nelson prese in Egitto a’ francesi l’ Oriente vascello di primo ordine, gli tagliò l’ albero maestro, e del troncone si fabbricò la bara, e la portava sempre con sé.
Vers. 154.
il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande, e seg.
Mausolei di Niccolò Macchiavelli; di Michelangelo, architetto del Vaticano; di Galileo precursore del Newton, e d’ altri grandi nella chiesa di S. Croce in Firenze.
Vers. 173.
e in prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l’ ira al Ghibellin fuggiasco,
È parere di molti storici che la Divina Commedia fosse stata incominciata prima dell’ esilio di Dante.
Vers. 175.
i cari parenti e l’ idïoma
desti a quel dolce di Calliope labbro
Il Petrarca nacque nell’ esilio di genitori fiorentini.
Vers. 179.
Venere Celeste.
Gli antichi distingueano due Veneri: una terrestre e sensuale, l’ altra celeste e spirituale;[11] ed aveano riti e sacerdoti diversi.
Vers. 190.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
ove Arno è più deserto . . . . .
Così io scrittore vidi Vittorio Alfieri negli ultimi anni della sua vita. Giace in Santa Croce.
Vers. 200.
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
Nel campo di Maratona è la sepoltura degli Ateniesi morti nella battaglia: e tutte le notti vi s’ intende un nitrir di cavalli, e veggonsi fantasmi di combattenti. [12]
Nel campo di Maratona veggonsi sparsi assai tronchi di colonne e reliquie di marmi, e cumuli di pietre, e un tumulo, fra gli altri, simile a quelli della Troade. [13] — L’ isola d’ Eubca siede rimpetto alla spiaggia ove sbarcò Dario.
Vers. 212.
delle Parche il canto.
«Veridicos Parcate cocperunt edere cantus ». [14]
Le Parche cantando vaticinavano le sorti degli uomini nascenti e de’ morenti.
Vers. 217.
dell’ Ellesponto
i liti,
Gli Achei innalzino a’ loro eroi il sepolcro presso l’ ampio Ellesponto, onde posteri navigatori dicano: Questo è il monumento d’ un prode anticamente morto. [15] E noi dell’ esercito sacro de’ Danai ponemmo, o Achille, le tue reliquie con quelle del tuo Patroclo, edificandoti un grande ed inclito monumento ove il lito è più eccelso nell’ ampio Ellesponto, acciocché dal lontano mare si manifesti agli uomini che vivono e che vivranno in futuro. [16]
Vers. 219.
alle prode rotèe l’ armi d’ Achille
sovra l’ ossa d’ Aiace:
Lo scudo d’ Achille innaffiato del sangue di Ettore fu con iniqua sentenza aggiudicato al Laerziade; ma il mare lo rapì al naufrago facendolo nuotare non ad Itaca, ma alla tomba d’ Aiace; e manifestando il perfido giudizio de’ Danai, restituì a Salamina la dovuta vittoria. [17] Ho udito che questa fama delle armi portate dal mare sul sepolcro del Telamonio prevaleva presso gli Eolii che posteriormente abitarono Ilio. [18] — Il promontorio Reteo che sporge sul Bosforo Tracio è celebre presso tutti gli antichi per la tomba d’ Aiace.
Vers. 236.
eterno .... un loco
I recenti viaggiatori alla Troade scopersero le reliquie del sepolcro d’ Ilo antico Dardanide. [19]
Vers. 238.
la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove dié Dàrdano figlio
Tra le molte origini de’ Dardanidi, trovo in duc scrittori greci [20] che da Giove e da Elettri figlia d’ Atlante nacque Dardano. Genealogia accolta da Virgilio e da Ovidio. [21]
Vers. 255.
l’ iliache donne
sciogliean le chiome,
Uso di quelle genti nell’ esequie e nelle inferie.
«Stant Manibus aras.
Et circum Iliades criuem de more solutae ». [22]
Vers. 258.
Cassandra
«fatis aperit Cassandra futuris
ora, Dei jussu, non unquam credita Teucris ». [23]
Vers. 280.
mendico nn cieco...
Omero ci tramandò la memoria del sepolcro d’ Ilo. [24] È celebre nel mondo la povertà e la cecità del sovrano poeta;
«Quel sommo
d’ occhi cieco, e divin raggio di mente,,
che per la Grecia mendicò cantando:
solo d’ Ascra venian le fide amiche
esulando con esso, e la mal certa
con le destre vocali orma reggendo;
cui poi tolto alla terra, Argo ad Atene,
e Rodi a Smirna cittadin contende,
e patria ei non conosce altra che il cielo ». [25]
Poesia di un giovane ingegno nato alle lettere e caldo d’ amor patrio: la trascrivo per tutta lode, e per mostrargli quanta memoria serbi di lui il suo lontano amico.
Vers. 285.
Ilio raso due volte
Da Ercole, [26] e dalle Amazoni. [27]
Vers. 288.
ai fatati Pelidi.
Achille, e Pirro ultimo distruttore di Troia.
Note
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[1] Lucrezio, lib. III, 85.
[2] Terenzio, Eunuco, att. III, sc. 5; ed Ennio presso Varrone, de L. L., lib. VI.
[3] Odissea, lib. XIV, 369.
[4] Virg., Eneid., lib. III, 62; ibid. 305; lib. VI, 177, Ara Sepulcri.
[5] Apuleio, de Deo Socratis.
[6] Persio, sat. I, 38.
[7] Tibullo, lib. II, eleg. VIII.
[8] Ecclesiastic., cap. XLIX, I.
[9] Iscrizioni antiche illustrate dall’ ab. Gaetano Marini, pag. 184.
[10] Ercole Silva, Arte de’ giardini inglesi, pag. 327.
[11] Platone, nel Convito: e Teocrito, epigram. XIII.
[12] Pausania, Viaggio nell’ Attica, c. XXXII.
[13] Voyage dans l’ Empire Ottoman, l’ Egypte et la Perse, par G. A. Olivier, tom. VI, c. 13.
[14] Catullo, Nozze di Tetide, vers. 306.
[15] Iliade, lib. VII, 86.
[16] Odissea, lib. XXIV, 76 c i versi seguenti.
[17] Analecta veterum Poetarum, editore Brunck, vol. III, epigram. anonimo CCCXC.
[18] Pausania, Viaggio nell’ Attica, cap. XXXV.
[19] Le-Chevalier, Voyage dans la Troade, seconda cdiz. — Notizie d’ un viaggio a Costantinopoli dell’ ambasciatore inglese Liston, di Mr. Hawkins e del Dr. Dallaway.
[20] Lo scoliaste antico di Licofrone, al v. 19. — Apollodoro, Biblioth., lib. III, cap. XII.
[21] Eneide, lib. VIII, 134. - Fasti, lib. IV, 31.
[22] Virgilio, Eneide, lib. III, 65.
[23] Virgilio, Eneide, lib. II, 2-16.
[24] Iliade, lib. XI, 166.
[25] Versi d’ Alessandro Manzoni in morte di Carlo Imbonati.
[26] Pindaro, Istmica V, epod. 2.
[27] Iliade, lib. III, 189.
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