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Edizione di riferimento:
Le Grazie, Carme di Ugo Foscolo riordinato sugli autografi per cura di F.S. Orlandini, Le Monnier, Firenze 1848, 2a edizione 1856
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Pari al numero lor volino gl’Inni Alle Vergini sante, armonïosi Del peregrino suono uno e diverso Di tre favelle. Intento odi, Canova; Ch’io mi veggio d'intorno errar l'incenso, Qual si spandea sull'are a’ versi arcani D’Anfione. Presente ecco il nitrito De' corsieri dircèi: eran divini; Per que’ vaganti Pindaro contenne Presso il Cefiso, ed adorò le Grazie. Fanciulle, udite, udite; un lazio Carme Vien sonando imenei dall’isoletta Di Sirmïone per l'argenteo Garda Fremente con altera onda marina, Dacchè le nozze di Pelèo, cantate Nella reggia del mar, l’aureo Catullo Al suo Garda cantò. Te Pur dall’aure Di Partenope udiam, gloria del Mincio. A te dal cielo Orfeo, quando t’intese Pianger lei che all’eterne ombre gemendo Da’ suoi baci tornò, scese e, commosso, Radïante di stelle a te la lira Diede e ’l suo lauro, e disse; ognun t’adori Re de’ versi divini! A me voi date L’arte; o sacri Poeti, a me de’ vostri Idïomi gli spirti (e la dolcezza Mi daranno le Grazie), e co’ toscani Modi seguaci adornerò più ardito Le note istorie, e quelle onde a me solo Siete cortesi allor che degli antiqui Sepolcri m'apparite, Illuminando D’elisia luce i solitari campi Ove l’errante Fantasia mi porta A discernere il vero. Or ne preceda Clio, la più casta delle Muse, e chiami Consolatrici sue meco le Grazie. Della terra al desio già Citerea Rapiano l’aure, e seco ivan le figlie; E intorno a lei radean lievi le falde Dell’Ida irriguo di sorgenti. E quando Fur più al cielo propinque, ove una luce Rosea le vette al sacro monte asperge, E donde sembran tutte auree le stelle, Alle vergini sue, che la seguieno, Mandò in coro la Dea queste parole: « Assai beato, o giovinette, è il regno De’ Celesti ov’io riedo. Alla infelice Terra ed a’ figli suoi voi rimarrete Confortatrici; e sol per voi sovr’essa Ogni lor dono pioveranno i Numi. Ma se vindici fien più che elementi, Allor fra’ nembi e i fulmini del Padre Guiderovvi a placarli. Udrete intanto Al mio partir tal dall’Olimpo un’alta Armonia, che, da voi dolce diffusa Sovra la terra, renderà più liete Le nate a delirar vite mortali, Più deste all’Arti, e men tremanti al grido Che le promette a morte. Ospizio amico Talor sienvi gli Elisi; e sorridete A’ vati, se cogliean puri l’alloro Ed a’ prenci indulgenti, ed alle pie Giovani madri che a straniero latte Non concedean gl’infanti, e alle donzelle Che occulto amor trasse innocenti al rogo, E a’ giovinetti per la Patria estinti. Siate immortali! » Disse, e le mirava, E degli sguardi diffondea sovr’esse Soave il lume dell’eterna Aurora. Poi d’un suo bacio confortò le meste Vergini sue che la seguian cogli occhi Di lagrime suffusi; e lei dall’alto Vedean conversa, e questa voce udiro: « Daranno a voi dolor novello i Fati, E gioja eterna. » E sparve; e, trasvolando Due primi cieli, s’avvolgea del puro Lume dell’astro suo. L’udì Armonia, E giubilando l’etere commosse. Come nel chiostro vergine romita, Se gli azzurri del cielo, e la splendente Luna, e ’l silenzio delle stelle adora, Sente il nume ed al cembalo s’asside Ed affatica l'ebano sonante: Ma se le tocca insidïoso il coro Colla occulta memoria delle gioje Perdute Amore, movono più lente Sovra i tasti le dita, e d’improvviso Quella soave melodia che sgorga Secreta ne’ vocali alvei del legno, Flebile e lenta all'aure s’aggira; Tal l’armonia che discorrea da’ cieli Le Grazie intente udirono e nel coro L'albergaro; e correan su per la terra A dettarla a’ mortali. E da quel giorno Fu più soave la fatica e il pianto, Più liberale il beneficio, e grata Del beneficio la memoria. Afflitte Fuggon le caste Dee, fuggon l’ingrato, E l’amicizia de’ potenti e il fasto. A te, Canova, a te chiedono amico Ospizio, che alle belle Arti neglette, O magnanimo, dài premj ed esempi. E a te, felice Orfeo, primo le Grazie Compartiano quel suono onde a più mito Vivere addur l'umana plebe errante Infra ciechi delirj. In mille piagge Poser le Dive il piè: pure alla sacra Terra d’Italia il nume lor più arrise. Vide lor possa invido Amor, de’ Numi Il più giovine insieme ed il più antico; E dai gioghi d’Olimpo, acerbo in coro, Precipita, agitando arco e faretra Strepitanti per gli omeri al suo corso; E i chiusi strali presagian frementi Quell’invisibil Dio che, pari a notte, Di nembi circondato e di paure, L’alme sorelle a funestar scendea. Come se a’ raggi d'Espero amorosi Fuor d’una mirtea macchia escon secrete Due tortorelle mormorando a’ baci, Guata dall’ombra l’upupa e sen duole Fuggono quelle impaurite al bosco; Così le Grazie si fuggian tremando. Fu lor ventura che Minerva allora Risaliva que’ balzi, al bellicoso Scita togliendo il nume suo. Di stragi Di canuti, e di vergini rapite, Stolto! il trionfo profanò che in guerra Giusta il favore della Dea gli porse. Delle Grazie s’avvide e della fuga Immantinente, e dietro a un ombrosa Rupe il cocchio lasciava, e le sue quattro Leonine poledre: ivi lo scudo Depose, e la fatale egida, e l'elmo, E inerme agli occhi delle Grazie apparve, Scendete, disse, o vergini, scendete Al mare, ed adorate ivi la madre; E una pietà per gli altrui lutti in core Vi manderà, che oblierete il vostro Terror, tanto ch’io rieda a offrirvi un dono Che da Amor vi difenda. - E tosto al corso Diè la quadriga e giunse ratto a un’alta Reggia che a par d'Atene ebbe già cara: Or questa sola alberga, or quando i Fati Non lasciano ad Atene altro che il nome. Isola è in mezzo all'oceàn, là dove Sorge più curvo agli astri; immensa terra, Com’è vetusto grido, un dì beata D'eterne mèssi e di mortali altrice. Ma indarno, ora del nostro or dell’avverso Polo gli astri invocando, oggi il nocchiero La chiede all'onde: e se il desio lo illude, Biancheggiar mira i suoi monti da lunge, E affretta i venti, e per l'antica fama Atlantide l’appella. In Elicona Detta è palladio ciel, dacchè la santa Palla-Minerva agli abitanti irata, Che il suol fecondo e le promiscue nozze Fean pigri all’Arti e sconoscenti a Giove, Dentro Asia gli espulse, e l’aurea terra Cinse di ciel soltanto aperto ai Numi. Onde, qualvolta per furor di regno Pugnano i prenci, o i popoli alla bella Libertà danno umane ostie esecrate, O danno a prezzo anima e brandi all’ire Di tiranni stranieri, o a stolta impresa Seguon avido sin che a sconosciute Genti appresta catene e lutto a’ suoi; Allor concede le Gorgoni a Marte Pallade, e sola tien l’asta paterna Con che i Duci precorre alla di difesa Delle leggi e dell’are, e per cui splende A’ magnanimi eroi sacro il trionfo. Poi beata in quell’Isola s’asconde, E le Dive minori alle gentili Arti ammaestra: e quivi casti i balli, Quivi i canti dolcissimi, e fiorita Sempre a’ passi la terra, ed aureo ’l giorno, E limpido ‘l notturno aere stellato. Corsero intorno le celesti alunne, Come giunse, alla Diva. Ella a ciascuna Compartì l’opre del promesso dono (Era un velo) alle Grazie. Ognuna allegra Agl’imperi obbedia: Pallade in mezzo Colle azzurre pupille amabilmente Signoreggiava il suo virgineo coro. Attenuando i rai aurei del sole, Volgeano i fusi nitidi tre nude ore, e del velo distendean l’ordito. Venner le Parche di purpurei pepli Avvolte il crin di quercia e di più trame Raggianti, adamantine, al par dell’etra E fluide e pervie e intatte mai da Morte, Trame onde filan degli Dei la vita, Le tre presaghe riempiean le spole. Non men dell’altre innamorata, all’opra Iri scese fra’ Zefiri; e per l’alto Le vaganti accogliea lucide nubi Gareggianti di tinte, e sul telajo Piovea a Flora a effigiar quel velo: E più tinte assumean, riso e fragranza, E mille volti dalla man di Flora. E tu, Psiche, sedevi, e spesso in core, Senza aprir labbro, ridicendo: « Ahi, quante Gioie promette e manda pianto Amore! » Raddensavi col pettine la tela. E allor faconde di Talia le corde, E Tersicore Dea che a te dintorno Fea tripudio di ballo e ti guardava, Eran conforto a’ tuoi pensieri e all’opra. Correa limpido insiem d’Erato il canto Da que’ suoni guidato: e come il canto Flora intendeva, si pingea con l’ago. « Mesci, odorosa Dea, rosee le fila; » E per te in mezzo il sacro vel s’adorni » Della imago di Psiche, or che perfetta » Ha la sua tela e ti sorride in viso. » Mortale nacque, e son più care in cielo » Sue belle doti; e se a noi canta o danza, » Se mesta siede o amabile sospira, » Se talora alle fresche onde eliconie » Gode i puri lavacri, atti e parole » D’una venusta immortal luce abbella. » Segga e carezzi il fanciulletto figlio » Del Sonno, a cui le rose Amor sacrava » Perchè in silenzio i furti suoi chiudesse; » E sì gli additi in aurea nube il sogno » Roseo, che sulla fresca alba di maggio » Sovra dormente giovinetta aleggia, » E la ripete susurrando i primi » Detti d’amor che da un garzone udia. » Or mesci, industre Dea, varie le fila; » E danzi a un lato dell’etereo velo » Giovinezza. Suo coro, abbia le ardite » Speranze ombrate d’amaranto eterno; » E al suon d’un plettro che percote il Tempo » La menin giù pel clivo della vita. » A lei decenti accorrano le Grazie, » E la cingarn di fiori, e quando il biondo » Crin t’abbandoni e perderai ‘l tuo nome » Vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno » L’urna funerea spireranno odore. » Mesci, o madre dei fior, lauri alle fila; » Ed il contrario lato orna, ideando » Levissima l’imagine del sogno » Ch’a un dormente guerrier mandan le Grazie » A rammentargli il suo padre canuto, » Che solitario nella vota casa » Spande lacrime e preci; e quei si desta. » E i prigionieri suoi guarda e sospira. » Mesci, o Flora gentile, oro alle fila; » E il terzo lembo istorïato esulti » D’un festante convito: il Genio amici » Ode gli augurj, e largamente in volta » Pirme corona agli esuli le tazze. » E faconda è la Gioja, e co’ Lepori » Libera scherza, amabile è il Decoro. » Qui l’Ironia che motti ama conditi » Di riso e il ver dissimulando accenna: » E qui la liberal candida Lode » Va con lor favellando. A parte siede » Bello il Silenzio, delle Grazie alunno » Col dito al labbro, e l’altra mano accenna » Che non volino i detti oltre le soglie. » Mesci, cerulee, Dea, mesci le fila; » E pinta il lembo estremo abbia al barlume » Di queta lampa, una solinga madre » Sedente a studio della culla. E teme » Non i vagiti del suo primo infante » Sien presagi di morte; e in quell’errore » Non manda a tutto il cielo altro che pianto. » Lei mirano invisibili le Grazie. » Beata! ancor non sa quanto agl’infanti » Provvido è il sonno eterno; e que’ vagiti » Presagi son di dolorosa vita. » Come d’Erato al canto ebbe perfetti Flora i trapunti, ghirlandò l’Aurora Gli aerei fluttuanti orli del peplo De’ flor che ne’ celesti orti raccolse: Ignoti fiori a noi; sol la fragranza Se presso è un Dio, talor ne scende in terra. Venne, fra tutte giovinette eterne Bellissima la bionda Ebe, ravvolta In mille nodi fra le perle i crini: Tacitamente l’anfora converse E dell’altre la vaga opra fatale Rorò d’ambrosia; e fu quel velo eterno. Pallade il tolse, e scese; e le tre caste Timide Grazie vide assise al lito Di Mergellina Galatea chiamando. Tendean le palme a.Galatea: « deh!, vieni Colla tua conca, o nivea Galatea! » Ed a loro il divin senno di Palla: « Venere, o Grazie, più del bacio v’ama Che Amor le dà: perciò v’insegue Amore Invido, e non fanciul, come più spesso Pare agli umani; ma d’Apollo assume L’alta persona; ad Ercole la clava Strappa dinanzi a Giove; e non ha l’ali, Gli occhi bensì, che sospettosi intorno Volteggia e intenti, minacciando - ed arde Perchè dal crin sino alle piante è fiamma, Ma pur, vergini Dee d’Amor sorelle Creovvi il Fato; nè da lui potrei Partirvi, nè il desia la Terra o il Cielo. Ma qualor di sue fiamme arda l’Olimpo, Arda il cor de’ mortali, e di voi, caste Dive, a’ consigli e al lacrimar s’adiri, Vi ricopra il mio velo; e sì raccolte, Finchè nel furor suo freme e imperversa, Siavi la reggia mia securo albergo. Quindi ospiti improvvise all’elegante Pittor scendete, e il vostro ingenuo riso Dolce un decoro pioverà alla tela; Nitido il verso suonerà al Poeta, Se voi l’udrete; e lo scalpel sul marmo Scorrerà facilissimo, spontaneo, Purchè raggiate su quel marmo i guardi: Così d’amore oblio l’Arti saranno. » Taceva: e già l’invïolabil velo Che circonda le Dee manda improvviso Suon quasi di lontana arpa, scorrente Sulle penne de’ zeffiri; soave E mesto al par dell’armonia che diede D’Orfeo la Lira, allor che al sacro capo Dalle Baccanti di Bistonia infissa, Venne nell’alto Egeo spinta da’ monti; E un’armonia sonò tutto quel mare, E l’isole l’udiano e il continente. Pur nè vate giammai, nè arguta corda Di lidia cantatrice o legge o nome Diè a quel suono fatal. Così velate, Sdegnan le Dee mostrarsi a chi l’arcano Tenta spiar della immortal bellezza. Con profano pensiero. E ne fa saggi Di questo avviso Eufrosine, cantando Flebile un carme che da Febo un giorno Sotto le palme di Cirene apprese: E tu l’odi, o Canova, e in cor lo serba. Innamorato, nel pïerio fonte Mirò Tiresia giovinetto i fulvi Capei di Palla, liberi dall’elmo, Coprir le rosee disarmate spalle; Sentì l’aura celeste, e mirò l’onde Lambire a gara della Diva il piede, E spruzzar riverenti e paurose La sudata cervice e il casto petto, Che i lunghi crin discorrenti dal collo Coprian, siccome li moveano l’aure. Ma nè più salutò dalle natie Cime eliconie il cocchio aureo del Sole. Nè per la coronèa selva adorata Guidò a’ ludi i garzoni, o alle carole Le anfionie fanciulle; ed insultanti Delle sue frecce immemori le lepri. Gli trescavano attorno, e i capri e i cervi Tenean securi le beate valli Chè non più il dardo suo dritto fischiava Però che la divina ira di Palla Al cacciator col cenno onnipossente Avvinse i lumi di perpetua notte. Tal destino è ne’ fati. Ah! senza pianto L’uomo non vede la beltà celeste. - Addio, Grazie! son vostri, e non verranno Soli quest’Inni a voi, nè il vago rito Obliererno di Firenze a’ poggi Quando ritorni April. L’arpa dorata Di novello concento adorneranno, Disegneran più amabili carole Le tre avvenenti Ancelle vostre all’ara: E il fonte, e la frondosa ara, e i cipressi, E i favi, e i serti vi fien sacri, e i cigni. E delle ninfe il coro e de’ garzoni. Ma intanto udite, o Vergini divine D’ogni arcano custodi, un prego udite, Ch’io dal sacrario del mio petto innalzo. Date candidi giorni a lei che sola Quando più lieti mi fioriano gli anni, Il cor m’accese d’immortale amore, Poi che la sua beltà tutta m’aperse La beltá vostra. Nè il mio labbro mai Osò chiamare il nome suo; nè grave Mi fu nudrir di muto pianto il duolo Per lei nel lungo esilio. Ed ella sola Secretamente spargerà le chiome Sovra il sepolcro mio; quando lontano Non prescrivano i Fati anco il sepolcro. Confortatela, o Grazie, or che non vive, Qual pria, felice: i balli e le fanciulle Di nera treccia insigni e di sen colmo, Sul molle clivo di Brianza, adorna Di giovenile rosëo candore, Guidar la vidi: oggi le vesti allegre Obliò mesta e il suo vedovo coro. E, se alla Luna e all’etere stellato Scintillando più azzurro Eupili ondeggia, Il guarda avvolta in lungo velo, e plora Coll’usignuol, finchè l’Aurora il chiami A men soave tacito lamento. Deh! nel lume ravvolte aureo dell’Alba A lei movete, o belle Grazie, intorno; E nel mirarvi, o Dee, tornino i grandi Occhi fatali al lor natio sorriso. |
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