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Edizione di riferimento:
Le Grazie, Carme di Ugo Foscolo riordinato sugli autografi per cura di F.S. Orlandini, Le Monnier, Firenze 1848, 2a edizione 1856
"In quest'Inno particolarmente ho tentato di verseggiare ciò che ho osservato io medesimo nelle amabili donne, che senza saperlo, mi mandarono prima al cuore, e poscia all'ingegno alcune immagini delle Grazie; ed io per gratitudine ho voluto, se non altro, tentare che i giovinetti italiani imparino, leggendo il mio Inno, a sentire e a discernere le Grazie, e ad adorarle con versi più accetti, perché dettati da un poeta che, dopo aver sacrificato alle Sacerdotesse e alle emulatrici di quelle dilicate Divinità, si è ritirato pria d'invecchiare, per non offenderle con versi impudichi." (Foscolo)
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Tre vaghissime Donne, a cui le trecce Infiora di felici itale rose Giovinezza, e per cui splende più bello Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra, Sacerdotesse, o care Grazie, io guido. Qui, e voi che Marte non rapì alle madri, Correte, e voi che muti impallidite Ne' penetrali della Dea pensosa, Giovinetti d'Esperia era più lieta Urania un dì, quando le Grazie a lei Il gran peplo fregiavano. Con elle Qui Galleo sedeva a spiar l'astro Della loro regina; e il disviava Col notturno romor l'acqua remota, Che sotto a' pioppi delle rive d'Arno Furtiva e argentea gli volava al guardo. Qui a lui l'Alba, la Luna e il Sol mostrava, Gareggiando di tinte, or le severe Nuvole sull'azzurra alpe sedenti, Ora il piano che sfugge alle tirrene Nereidi, immensa di città e di selve Scena, e di templi e d'arator beati; Or cento colli, onde Appennin corona D'ulivi e d'antri e di marmoree ville L'elegante città, dove con Flora Le Grazie han serti e amabile idïoma. Date principio, o giovinetti, al rito, E da' festoni della sacra soglia Dilungate i profani. Ite, insolenti Genj d'Amore, e voi, livida turba Di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete. Qui nè oscena malia, nè plauso infido Può, nè dardo attoscato oltre quest'ara, Cari al vulgo e a’ tiranni, ite, profani. Sacra tutela son le Grazie al core Delle ingenue fanciulle. Uscite or voi Da' boschetti di mirto ove solinghe Amor V’insidia, o donzellette, uscite: Gioja promette e manda pianto Amore. Qui sull'ara le perle e le colombe Deponete, e tre calici spumanti Di latte inghirlandato; e, fin che il rito V'appelli al canto tacite sedete: Sacro coro è il silenzio; e vi fa belle Piú del sorriso. E tu che ardisci in terra Vestir d'eterna giovinezza il marmo, Or l'armonia della bellezza e il vivo Spirar de’ vezzi nelle tre Ministre, Che all'arpa, ai balli ed all'offerta io chiamo, Vedrai qui meco; e tu potrai lasciarla Immortali fra noi, pria che all'Eliso Sull'ali occulto fuggano degli anni. L'una disveli e noi come a beata Molle armonia temprate, o Dee, gli affetti De' mortali e i pensier: l'altra, danzando, Scorrer quell'armonia faccia da tutto Il suo bel corpo; e un guardo, un atto, un vezzo Mandino agli occhi venustà improvvisa: Rechi la terza il mèle, onde per voi, A modestia, la Musa, a dolci studi E. a belle imprese persuade il mondo. Leggiadramente d'un ornato ostello, Che a lei., d'Arno futura abitatrice, I pennelli posando, edificava Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso Liberale acconsente ogni contorno Di sue forme eleganti; e fra il candore, Delle dita s'avvivano le rose, Mentre accanto al suo petto agita l'arpa. Scoppian dall'inquïete aeree fila, Quasi raggi di sol rotti dal nembo, Gioja insieme e pietà; poi che sonanti Rimembran come il ciel l'uomo concesso Al diletto e agli affanni, onde gli sia Librato e vario di sua vita il volo; E come alla virtù guidi il dolore, E il sorriso e il sospiro errin sul labbro Delle Grazie; e a chi son fauste e presenti, Dolce in core ei s'allegri, e dolce gema. Pari un concento, se pur vera è fama, Un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso, Di queste Dive allor sacerdotessa; E intento al suono Socrate libava, Sorridente, a quell'ara; e col pensiero Quasi a' sereni dell'Olimpo alzossi. Quinci il veglio mirò volgersi obliqua Affettando or la via su per le nubi, Or ne' gorghi letéi precipitarsi Di Fortuna la rapida quadriga, Da' viventi inseguita; e quel pietoso Gridò invano dall'alto: a cieco duce Siete seguaci, o miseri! e vi scorge Dove in bando è pietá, dove il Tonante Più adirate le folgori abbandona Sulla timida terra; ove le mèssi Calpostano gli alipedi di Marte. Ardon l'Erinni di lor man le antique Selve e le moli, opra de' regi. L'ombre Magnanime d' Eroi fremon confuse Fra lunga schiera di garzoni estinti Fuor degli occhi paterni: il piè alla proda Movono d’Acheronte, e gli occhi errando, Cercan fra le tenèbre il solar raggio Anzi tempo smarrito. O nati al pianto E alla fatica, se virtù v'è guida, Dalla fonte del duol sorge il conforto. Ah! ma nemico è un altro Dio, di pace, Più che Fortuna, e gli innocenti assale. Ve' come l'arpa di costei ne geme! Geme che a tante verginette il seno Sfiori, e di pianto, in mezzo alle carole, Le lor pupille invidïoso inondi. Per sè gode frattanto ella, che Amore, Per sè, l’altera giovine, non teme. Ben l'ode, e sull’ardenti ale s'affretta Alle vendette il Dio; ma a quelle note Tosto l'arco terribile gli cade. E i montanini Zeffiri fuggiaschi, Docili al suono, aleggiano più ratti Dalle linfe di Fiesole e da' cedri A rallegrare le giunchiglie, ond'ella Oggi, o Grazie per voi, l’arpa inghirlanda. E a voi. quest'inno mio guida più caro. Già del piè, delle dita e dell'errante Estro, e degli occhi vigili alle corde, Ispirata, sollecita le note, Che pinger san come Armonia diè moto Agli astri, all'onda eterea e alla natante Terra per l'Oceáno: e come franse L'uniforme creato in mille volti Co' raggi e l'ombre, e il ricongiunse in uno: E i suoni all'aere, e diè i colori al sole, E l'alterno continuo tenore Alla Fortuna agitatrice e al Tempo; Sì che le cose dissonanti insieme Rendan concento d'armonia divina, E inalzino le menti oltre la terra. Così quando più gajo Euro provóca sull’alba il queto Lario, e a quel susurro canta il nocchiero, allegransi i propinqui Liuti, e molle il flauto si duole D'innamorati giovani e di ninfe Sulle gondole erranti; e dalle sponde Risponde il pastorel colla sua piva: Per entro i monti rintronano i corni, Terror del cavriol, mentre in cadenza Di Lecco il maglio domator del bronzo Tuona dagli antri ardenti: stupefatto Pende le reti il pescator, ed ode. Tal dell'arpa diffuso erra il concento Per la nostra convalle; e mentre posa La sonatrice, ancora odono i colli. Or le recate, o vergini, i canestri E le rose e gli allori a cui materne Nell'ombrifero Pitti irrigatrici Fur le Najadi etrusche, a far più vago Il giovin seno alle mortali etrusche, Emule d'avvenenza e di ghirlande; Soave affanno al pellegrin che inoltra Improvviso ne’ lucidi teatri, E quella intenta voluttà del canto, Ed errare un desio dolce d'amore Mira ne' volti femminili; e l'aura Pregna di fiori gli confonde il cuore. Recate insieme, o vergini, le conche Dell'alabastro, provvido di fresca Linfa e di vita, ahi breve! a’ giovinetti Gelsomini, e alla mammola, dogliosa Di non morir sul seno alla fuggiasca Ninfa di Pratolino, o sospirata Dal solitario venticel notturno. Date il rustico giglio; ei, se men alte Ha le forme fraterne, il manto veste Degli amaranti invïolato: unite Aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie Di Bellosguardo, che all'amante suo Coglie Pomona; e a' garofani alteri Defla prole diversa e delle pompe; E a' fiori, che dagli orti dell'Aurora Novella preda a' nostri liti addussero Vittorïosì i Zeffiri sull'ale, E or, fra' cedri al suo talamo imminenti, D'ospite amore e di tepori industri Questa gentil sacerdotessa educa. Spiran soavi, e armonïosi agli occhi, Come all'orecchie il suon, splendono i serti Che di tanti color tesse e d'odori: Ma il fior che altero del suo nome han fatto Dodici Dei ne sceglie e il dona all'ara Pur sorridendo, e in cor tacita prega. Con lei pregate, o donzellette, e meco Voi, garzoni, miratela. Il secreto Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce Foco esultante nelle sue pupille, Faccianvi accorti di che preghi, e come L'ascoltino le Dive. Or forse impetra Che di loro l'amabile consiglio Per lei s'adempia. I pregi che dal cielo, Per pietà della terra, han le divine Vergini caste, non a voi li danno; Li danno a' vati, e artefici eleganti Ed a qual più gentil donna le imita. A lei correte, e di soavi affetti Spiratrici e d'imagini leggiadre Sentirete le Dee; - ma vi rimembri Che inverecondo le spaventa Amore! II Torna, deh! torna al suon, donna, dell'arpa; Mira la tua bella compagna; e viene, Seconda al rito, a circondar l'altare Di liete danze, ed a guidar le ninfe. Pur l'insubre città, cui tanta Le Najadi fan pingue, e cui feconde, Di mille pioppe aeree al susurro, Le mandre ombrano i campi, or la richiama Fra lo splendor de' suoi balli notturni, E alle cene ospitali, e in mezzo orti Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi, Lungo i rivi d'Olona. E già tornava Questa gentile al suo molle paese, Che al tebro, all'Arno, ov'è più sacra Italia, (Così imminente omai freme Bellona!) Non un'ara trovò, dove alle Grazie Rendere il voto d'una regia sposa. Ma udì 'l canto, udì l'arpa; e vêr noi move Agile come in cielo Ebe succinta. Sostien del braccio un giovinetto cigno, E togliesi di fronte una catena Vaga di perle a cingerne l'augello. Quei lento, al collo suo del flessuoso Collo s'attorce, chè di lei contempla Neri sulle sue lattee piume i crini Scorrer diffusi ; e più lieto la mira, Mentr’ella scioglie a questi detti il labbro Grata agli Dei del reduce marito Da' fiumi algenti ov'hanno patria i cigni, Alle virginee Deità consacra L'alta Regina mia candido un cigno. Accogliete, o garzoni, e sulle chiare Acque vaganti intorno all'ara e al bosco Deponeto l'augello, e sia del nostro Fonte signore; e i suoi atti venusti Gli rendan l'onde e il suo candore, e goda Di sè, quasi dicendo a chi lo mira: Simbol son io della beltà! Sfrondate Ilari carolando, o verginette, Il mirteto e i rosai lungo i meandri Del ruscello: versate sul ruscello, Versateli; e al fuggente nuotatore, Che veleggia con pure ali di neve, Fate inciampi di fiori ; e qual più ameno Fiore a voi sceglia col puniceo rostro, Vel ponete nel seno. A quanti alati Godon l'erbe del par, l'aere ed i laghi Amabil sire è il cigno: e coll'impero Modesto delle grazie i suoi vassalli Regge, ed agli altri volator sorride, E lieto la superba aquila ammira. Sovra l'omero suo guizzan securi Gli argentei pesci, ed ospite leale Il vagheggiano s' ei visita all'alba Le lor ime correnti, desioso Di più freschi lavacri, onde rifulga Sovra le piume sue nitido il Sole. Fioritelo di gigli. Al vago rito Donna l'invia che nella villa amena De' tigli (amabil pianta, e a molli orezzi Propizia, e al santo coniugale amore) Nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto Grato accorrea, agitandole l'acque Sotto i lauri tranquille. - O nuova sperne Della mia Patria, e di tre nuove Grazie Madre, e del popol tuo; bella fra tutte Figlie di regi, e agl'Immortali amica! Tutto il cielo t'udia quando al marito Guerreggiante a impedir l'Elba ai nemici Pregavi lenta l'invisibil Parca Che accompagna gli Eroi, vaticinando L'inno funereo, e l'alto avello, e l'armi Più terse, e giunti alla quadriga i bianchi Destrieri eterni a correre l'Eliso. Tutto il cielo t'udia quando tendesti Le rosee braccia, e de' tuoi figli al padre Men crude le funeste ire pregavi Di Borea, e il gel che pel solingo cielo Dal carro l'imminente Orsa rovescia Sulla scitica terra, orrida d'alte Nevi e sangue ed armate ombre insepolte. Solo frattanto il giovinetto Eroe La barbarica tenne onda di Marte. Così, quando Bellona entro le navi Addensava gli Achei, vide sul vallo Fra un turbine di dardi Aiace solo Fumar di sangue; e ove dirúto il muro Dava più varco a' Teucri, ivi a traverso Piantarsi; e al suon de' brandi onde intronato Avea l'elmo e lo scudo, i vincitori Impaurir, col grido, e rincalzarli: Fra le dardanie faci arso e splendente Scagliar rotta la spada, e trarsi l'elmo, E fulminare immobile col guardo Ettore che perplesso ivi si tenne. Sdegnan chi a’ fasti di Fortuna applaude Le Dive mie, e sol fan bello il lauro Quando sventura ne corona i prenci. Ma più alle Dive mie piace quel canto, Che d'egregia beltà l'alma e le forme Colla pittrice melodia ravviva. Nè invan per l'altre età, se l'idioma D'Italia correrà puro a' nepoti (È vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie), Tento ritrar ne' versi miei la sacra Danzatrice, men bella allor che siede, Men di te bella, o gentil suonatrice, Men amabil di te quando favelli O nudrice dell'api; ma se danza, Vedila! tutta l'armonia del suono Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso Della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo Mandano agli occhi venustà improvvisa Che diffondon le grazie. Io la discerno Per mille aspetti mille volte bella; Pur chi pinger la può? Mentre a ritrarla Pongo industre lo sguardo, ecco m'elude, E la carola che lenta disegna Alterna rapidissima, e s'invola Sorvolando su' fiori; appena veggo Il vel fuggente biancheggiar fra' mirti, Quasi nembo che un Nume avvolge e fura. Agitate da' Zeffiri, le vostre Chiome, o Grazie, così mutano anella, E mostran vari ognor biondeggiamenti, Sì che a senso mortal ne sfugge il vero. E non già la febea fulgida lampa, Non la face che ad Espero la Sera Inghirlanda di rose, e non il lume Che Cinzia versa placido dal carro Di madreperla; ma di Vesta il foco, Di sì gentil varïetà le trecce Di queste Dee colora: a me l'Olimpo Ne invia la fama, ed io la narro al mondo. Solinga nell'altissimo de' cieli, Inaccessa agli Dei, splende una fiamma Per proprio fato eterna; e n'è custode La veneranda Deità di Vesta. Vi s'appressa, e deriva indi una pura Luce che, mista allo splendor del Sole, Tinge gli aerei campi di zaffiro E i mari allor che ondeggiano al tranquillo Spirto del vento, facili a' nocchieri; E di chiaror dolcissimo consola Con quel lume le notti; e a qual più s'apre Modesto fiore a decorar la terra Molte tinte comparte, invidïate Dalla rosa superba. Anco talora Di quel candido foco una scintilla Spira la Dea nell'anime gentili, Che, recando con sè parte di cielo, Sotto spoglia mortal scendon fra noi. Di quel candido foco ardono i petti, Pronti al perdono, al beneficio, e pronti A consolare i miseri col pianto. Pria ne' Greci spirolla; e da quel giorno, Dolce un incanto si sentian nell'alma, Lucido in mente ogni pensiero; e tutto Ch'udian essi e vedean, vago e diverso Li dilettava: ad imitarlo industri Prendeano a prova, e divenia più bello. Quando l'Ore e le Grazie di soavi Lumi, passando, coloriano i campi, E gli augelletti le seguiano, e lieto Facean tenore al gemere del rio E de' boschetti al fremito, il mortale Emulò que' colori - e mentre Marte Fra l'armi, o l'agitò Nereo fra' nembi Mirò 'l fonte e i boschetti, udì gli augelli, E si beò della pace de' campi. Allor fu bella la fatica; e l'Arte Diede eleganza alla materia; e, il bronzo, Quasi foglia pieghevole d'acanto, Ghrlandò le colonne; e ornato e legge Ebber travi e macigni, obbedïenti Al voler delle Dee. - Ma più felice Tu tu che primiero la tua donna in marmo Effigiasti! Amor da prima in cuore T'infiammò del disio che disvelata Volea bellezza, e profanata agli occhi De' mortali: ma a te venner le Grazie; E tal diffusero, al tuo fianco assiso Avvenenza in quel volto, e leggiadria Su quelle forme; e al lor divin concento Sì gentili spirarono gli affetti Della giovine nuda, che l'amica Tu ritraesti e Venere in quel marmo. E quando sparve la celeste fiamma Che la Diva recato avea sul Tebro, Canta la Fama che le Grazie un giorno Vider L'Onore andar fuggiasco, in veste Di dolente eremita, e sovra l'urne Muto prostrarsi degli antiqui Eroi; E seco starsi, in abito d'errante Pellegrino, la sacra e da' mortali Mal conosciuta Libertà. Pietose Le tre sorelle addussero per mano Il Pellegrino e il tacito Eremita Ne' queti orti de' Vati, e nell'umíle Tetto, ove, ignoti a' re, lieti i Scultori Veston d'eterna giovinezza il marmo Dove i Pittori col divin sorriso De' color vari irraggiano le menti Ottenebrate. - A noi dolce è il dolore E la fatica, onde affrettar gl'ingegni A eternarsi co' Numi. A inerte e mesta Vecchiezza, e detestata anco alle Grazie, Devote sono o a prematura morte Le umane vite: unico vive eterno L'ingegno, e spande in terra aure celesti. E l'ingegno, d'origine celeste, Non fortuna o favor levan da terra, Ma il proprio igneo vigore. E l'aureo Sole, Quando sormonta il clivo arduo dell'erta Eoa, la lena a' suoi destrieri incuora, Non della speme del trifoglio eterno, E non del grido, e de' spumanti morsi Al comandar, nè della sforza al fischio: De' dardi al tintinnir dentro il turcasso Fatale i vanni affrettano gli alipedi Al ciel, meta del Dio. Quindi dechina; Poi riede, e l'opre sue lieto contempla. III. Ora Polinnia, alata Dea, che molte Lire a un tempo percote, e più dell'altre Muse possiede orti celesti, esulti: Ch'io pur de' fiori suoi colti in Italia, Nel giardino d'Europa, ornerò l'inno. Ornerò lieto il canto, ora che terza Sacerdotessa vien bella una donna, Fresco portando alle mie Dive un favo (Nostro, e non dato ad altre genti, è il rito), Per memoria del mele onde alle Grazie Con soave ronzìo fanno tesoro L'eterne Api di Vesta: e chi n'assaggia, Caro a' mortali ed agli Dei favella. O grazïose Dee gioja degl'inni, Per voi la bella donna oggi ha in sua cura. Quelle alate angelette; e le fronndose Indiche piante onde i suoi lari ombreggia Apprestano diporti alle vaganti Schiere: e le accoglie, ne' fecondi orezzi Un armonico speco, invïolate Dal gelo e dall'estiva ira de' nembi. La bella Donna di sua mano i lattei Calici dell'arancio, e la più casta Delle viole, e il timo, amor dell'api, Educa, e il fior delle rugiade, implora Dalle stelle tranquille: e l'Api a lei Tesoreggiano; e amabile il sorriso Spunta fra' detti arguti, onde i procaci Geni d'Amore e le virtù severe, Adulando, rattempra. Ora costei Dal felsineo pendio, donde Appennino Mira l'Orsa che indarno erra cercando Le fonti di Neréo, mosse, ed a voi Queto eletto tra' favi offre sull'ara. Cantando Febo pieno d'inni un carme, Vaticinò, ch'egli lo spirto, e varia Daranno a' Vati l'armonia del plettro Le sue caste Sorelle, e Amore il pianto Che lusinghi a pietà l'alme gontili, E il giovine Lïeo scevra d'acerj, Cure la vita, e Pallade i consigli, Giove la speme, e i patrii Numi eterno Poscia l'alloro; ma le Grazie il mèle Persuadente a grazïosi affetti, Onde pia cogli Dei torna la terra. E cantando, vedea lieto agitarsi, Esalando profumi, il verdeggiante Bosco d'Olimpo; e rifiorir le rose; E scorrere di néttare i torrenti; E risplendere il cielo; e delle Dive Raggiar più bella l'immortal bellezza; Però che il Padre sorrideva, e, in lui Con gli occhi intenta l'aquila posava. Dite garzoni, a chi mortale, e voi, Donzelle, dite a quai fanciulle un giorno Più di quel mèl le Dee furon cortesi. - N’ebbe primiero un Cieco; e sullo scudo Di Vulcano mirò moversi il mondo, E l'alto Ilio dirúto, e per l'ignoto Pelago la solinga itaca vela, E tutto Olimpo gli s'aprì alla mente, E Cipria vide e delle Grazie il cinto. - E quando quel sapor venne a Corinna sul labbro, vinse tra l'elee quadrighe Di Pindaro i destrier, benchè Ippocrene Li dissetava, e li pascea dell'aure Eolo, e prenunzia un'Aquila correa, E de'suoi freni li adornava il Sole. Di quel mèl la fragranza errò improvvisa Sul talamo all'eolia Fanciulla, E il cor furente le gemè e la lira: Ed aggiogando i passeri, scendea Venere dall'Olimpo, e delle sue Ambrosie dita le tergeva il pianto. - Così opimo tesor su greche labbra Ponean l'Api febee! Ma indarno Ilisso Le richiama dal dì che a fior dell'onda Egea, beate volatrici, il coro Delle Muse siguiro, obbedïenti All'elegia del fuggitivo Apollo. Però che quando sull'ascrea convalle, Disfrenando le tartare poledre, Marte afflisse ogni pianta, e le sacrate Ossa de' Vati profanò un superbo Nepote d'Ottomano, allor l'Italia Alle Muse ricetto, e fu giardino Alle Pecchie esulanti: e se al Penéo Fuggiano i lai della invisibil Ninfa, Che ognor delusa d'amorosa speme, Pur geme per le quete aure diffusa, E 'l su' altero nemico ama e richiama; Tanta dolcezza infusero le Grazie, Per pietà della Ninfa, alle sue voci, Che le lor Api, immemori dell’opra, Ozïose in Italia odono l'Eco Che al par de' carmi fe dolce la rima. Del nuovo ospizio a vista, il drappelletto Fabro del mèl si dipartì in due schiere. L'una, al lito approdando ove Po d'acque Tanta preda riporta all'Oceáno, Vide agresti fioretti, e lungo il fiume Gran ciel prendea con negre ombre una selva Strana d'allori, a imago di bizzarra Gotica reggia i rami alti intrecciando, Acutissimi in arco. Ivi una Fata, Delle sorti presaga, avea quel bosco Piantato per incanto, e assai novelli Fiori ad arte cosparsi, onde allettate L'Api sacre ponessero a lor prole Quivi il primo alvear. Sovra que' tronchi Scriveva Atlante i fasti di Ruggiero; E donne innamorate, e vagabondi Sppttri di cavalieri ivan col Mago Aspettando il cantor, che poi, trovati Deposti i favi, si mietea con essi Tutti gli allori. Se non che d’Orlando Cantò pur anco un lepido Poeta, E al suo labbro involò parte de' favi. Ma non men cara l'Api amano l'ombra Dell'eterno cipresso, ove appendea La sua cetra Torquato, allor che Amore, Signor severo all'anime sublimi, Forsennato il traea per le foreste, « Sì che insieme movea vietade e riso » Nelle gentili ninfe e ne’ pastori; » Nè già cose scrivea degne di riso. » »Pianse il Poeta all'altrui e pianto, e allora I suoi malìi obliò. Deh! perchè il piede Sorse, o Grazie, da voi liete in udirlo? Cantò' alla Patrìia il pio sepolcro e l'armi; Cantò d'Erminia; e in sè trovò e dipinse Di Tancredi l'altera alma, gentile. Nè disdegnò di voi; ma più fatale Nume alla reggia il risospinse e al pianto. Cotal ventura prescrivea la Fata A quante all'Adria riposaro il volo Angelette Pimplee. L’altro drappello Che per antico amor Flora seguendo, Tendea per la tirrena onda il viaggio, Trovò, simile a Cerere, una Donna Sulla foce dell'Arno; e lo attendea, Portando in man purpurei gigli e fronde Dell'arbor che le avea novellamente Palla donato: avea, riposo al fianco, Un'etrusca colonna, e a sè dinanzi Di favi desïoso un alveare. Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe Spuntavano e perian molte immature Fra sorgenti papaveri. Mal nota Benchè fosse divina, era la Donna Alle Pecchie immortali. Essa agli Dei Non tornò mai, dacchè scendea ne' primi Dì noiosi dell'uomo: e il riconforta, Ma le presenti ore gl'invola: ha nome Speranza, e meno infida ama i coloni. Già negli ultimi cieli iva compiendo Il settimo de' grandi anni Saturno Col suo pianeta, dacchè a noi la Donna, Precorrendo le Muse, era tornata Per consiglio di Pallade, recando L'ara fatale ove scolpite in oro Le brevi rifulgean libere leggi, Un dì madri dell'Arti: e a somma l'ara Ralluminò il gentil foco di Vesta, Che inestinto vagò per la profonda Barbara notte, e la rompea talvolta: E le risse civili, e le riarse Ire di parte andò temprando; e i toschi Animi a generose opre rivolse. Ecco prostrata una foresta e fianchi Orridi d'alpe, e masse ferree, immani, Al braccio de' Ciclopi a por delubro Che tardo ceda a' muti urti del Tempo. E al suono che invisibili spandeanao Le Grazie intorno, assunsero nell'opra Nuova speme i viventi; e l'Architetto, Maravigliando della sua fatica Quasi nubi lievissime, dal suolo Ferro e abeti vedea sorgere e marmi, A sua legge arrendevoli; e sublimi Curvarsi in arco aerco, imitanti Il firmamento. Attonite le Muse, Come vennero Poscia, alla divina Mole il guardo levando, indarno altrove Cercando gìan col memore pensiero, Se Palla avesse argive Arti o latine Spirato mai a sì fatto portento. Coll'alvear lietissimo dell'Api Veleggia intanto, e l'áncora nel fiume Gitta la donna, ove una reggia all'Arti, Su dorïensi gemine colonne, Alzar poscia doveva, ed alle Grazie, Il Dedalo d'Arezzo; e già fu santa Dell'imagine tua, Venere bella, Che a noi dal brando fu rapita, e noi Riaverla speriam sol co' lamenti. Tosto le Pecchie sbucano, correndo A un'indistinta di novelle piante Soavità, che intorno al tempio oliva. Della civil cultura onde Minerva Fu pria cortese al terren tósco, un mirto, Che suo dall'alto Beatrice ammira, Verdeggiava immortale; e de' suoi rami Battea le penne un'Aquila sdegnosa, Cieli e abissi cercando, e popolato D'anime in mezzo a tutte l'acque un monte, E l'ïeri vedea, l'oggi e il domani. Poi, tornando, spargea folgori e lieti Raggi e speme e paura e pentimenti Ne' mortali; e verissime sciagure All'Italia cantava. - Appresso il mirto Fiorian le rose che le Grazie ogni anno Ne' colli euganei van cogliendo, e un serto Molle di pianto, il dì sesto d'Aprile, Ne recano alla Madre. E l’Api intorno Dolcemente ronzarono, e sentiro Come forse d'Eliso era venuto Ad innestare il cespo ei che più ch'altri Libò il mèl sacro sull'Imetto, e primo Fe del celeste Amor celebre il rito. Or quelle Ninfe, che fra noi di Tempo Co' loro amanti accorsero, gentili Dello sciame custodi, hanno abbellito Alla famiglia di lor piante il nuovo Ospizio, e l'aere intepidito e i rivi, Sì che pur sempre la natia fragranza All'opra le sviate Api lusinghi: E molti fiori olezzan qui, non visti Pria negli orti materni; e più recente Mèl ne deriva, e più gradito al labbro Non più amabile al core. Invidi gli altri Pur dell'esilio, abbandonano all'aura Vizze le foglie sì vivaci un tempo; E, se non rosse che son fiori eterni, Lo stelo invan ne cercheresti, o il monte. Fiorite, esuli piante; ecco io v'innaffio. Torneran l'Api vostre. Io lascio intatto Solo il ligustro onde cingea la cetra Anacreonte. In su quel fiore un'Ape Ronzava e tal n'uscìa suon delle fila, Che da Cupido avea baci spontanei Il vecchierel. Negò ridarla a Febo, E l'appendeva delle Grazie all'ara. E quel ligustro le Napee, seguaci E custodi dell'Api han co' Silvani, Dove più dolcemente Eco si duole, Trapiantato in Italia. E qui verdeggia, Qual più fu cara pianta alle agnellette Del siculo Pastore; e il fortunato Mortal, che, spaziando entro quegli orti, Cantar ode i Silvani, e il canto impara, Invoglia altrui di pace. - Oh, meco alberghi Chi i Numi agresti e le Napee conobbe! Non son Genj mentiti: io dal mio poggio Quando tacciono i venti fra le torri Della bella Firenze, odo un Silvano, Ospite ignoto a' taciti eremiti Del vicino Oliveto. Ei sul meriggio Fa sua casa un frascato, e a suon d'avene Le pecorelle sue chiama alla fonte: Chiama due brune giovani la sera; Nè piegar, l'erba mi parean ballando. Esso mena la danza. E le vedesti, Fabre [01], tu che sì vive le dipingi; Ma se alla fiesolana erta affannato Vai poggiando, a incontrarle ad orïente Ti s'apre al guardo una tonda convalle, Che da sei montagnette ond'è ricinta Dechina, a imago di teatro acheo. Dalla vista allettato e da una vaga Memoria, fornirai snello il cammino. Udito ho dir che, a' preghi delle Ninfe, Affrico allegro ruscelletto, accorse Zampillando dal monte, e la fe in mezzo Splendida d'un freschissimo laghetto Tra' querciòli i frutteti e le vendemmie Ch'or tu miri dal balzo. Ivi Fiammetta, Che nulla ancora avea de' Genj inteso, Spesso, all'orezzo delle sere estive, Fra' giovani sedea per novellare Con Elisa, a diporto, e le gentili Compagne, che venìan pur novellando « Di donne e cavalier, d'affanni e d'agi » Che ne invogliano amore e cortesia. » Ben Valle delle Donne oggi è nomata Da chi la sa: molte Amadriadi alberga Fors'anco; ma obbedisce oggi all'aratro. Le rinnega i bei rivi, e per le balze Tornò ramingo il Fiumicel da quando Fur delle Ninfe gl'imenei palesi Però che a Dioneo, re del drappello, Offerse l'aura il vel, donde, invaghito, Vedea pur dianzi biondeggiar le ciocche De' capelli d'Elisa. Ei contro all'aura Corre, e le vesti a un cespo trova: immersa Godeva ella dell'acque, nel secreto Suo cor cantando Amore al rugiadoso Estivo raggio dalla Luna. E forse L'ardito amante avria mirato Elisa Dentro le cristalline onde più bella; Se non che quivi un pèsco protendea, Curve da' pomi bagnando, le frondi Sul flutto; ed ella vi s'occulta e scorge Spiar le rive il giovine d'intorno; E più volte alle vesti e presso al pèsco Recar l'orme frettose: ad alte grida Parea volesse, e non ardia, chiamarla. Quando lo trasse un susurrar che uscia Indi non lunge da una grotta. Elisa Gli si tolse tremando, e più non venne, Se non con tutte le compagne, al lago. Intanto Dioneo dalla frondosa Soglia dell'antro sterpò un ramo, e acerbo Di silvestri colombe una vegghiante Frotta assaliva, flagellando: quelle Gli si affollano intorno, e gli fann'ombra 745 Più sempre agli occhi; finchè, vinte, all'aure Fuggon con penne trepidanti. A un tratto L'antro profondo empie la Luna, e svela, Sovra un mucchio di rose addormentata, Ad un Fauno confusa una Napea. 750 Gioì procace Dioneo, sperando Di sedur coll'esempio della Ninfa La ritrosa fanciulla; e pregò tutti Allor d'aita, e i Satiri canuti E quante invide Ninfe eran da' balli 755 E degli amori escluse: e quei maligni Di scherzi e d'antri e d'imenei furtivi Ridissero novelle; ed ei ridendo. Vago le scrisse, e le rendea più care: Ma ne increbbe alle Grazie. Or vivo il libro Dettato dagli Dei; ma sventurata Quella fanciulla che mai tocchi il libro! Tosto smarrite del pudor natio Avrà le rose: nè il rossore ad arte Può innamorar chi sol le Grazie ha in cuore. |
Francesco Saverio Fabree nacque il 1 aprile 1776 a Montpellier, e fu figlio di un pittore, cui di gran lunga era destinato a superare. Si addestrò dapprima nel diseguo sotto lo scultore Giovanni Coustou, ma ben presto trovò più opportuna guida all'intelletto in Luigi David, della cui scuola fu uno dei principali ornamenti. Conseguito il gran premio dell'Accademia di Parigi, tuttavia giovinetto si condusse a Roma, ove dimorò fino al 1793, anno in cui accadde la uccisione di Ugo Basville. I politici sconvolgimenti di Francia lo fecero risolvere a rimanersi la Italia; e perciò dal governo francese fu invitato ad aderire per iscritto a quel nuovo stato di cose; ricusando, ebbe condanna di profugo; nè se ne querelò. Nel febbraio del rammentato anno pose la sua dimora in Firenze ove poi passò la maggior parte della vita. Intanto, conquistata l'Italia dalle armi francesi, il Fabre, già molto riputato nell'arte, fu incaricato di presiedere alla scelta dei più famosi quadri della Galleria de' Pitti per inviarsi a Parigi, trofeo della vittoria; ma egli, sdegnoso del superbo spoglio, come di ogni altra ingiustizia, si mostrò anco in questo più tenero verso l'Italia che verso la Francia, poichè conservò alla prima il maggior numero che potè di quei monumenti gloriosi. In Firenze frequentando la conversazione della Contessa d'Albania, ivi conobbe il grande Alfieri, e più tardi anco il Foscolo, le sembianze dei quali con egregio magistero si compiacque di effigiare in tela al naturale. Il ritratto del primo si ammira nella Galleria degli Uffizj: quello del secondo fu spedito dal pittore ad Ugo in Inghilterra nel 1818, e sembra certo che sia quello stesso oggi posseduto dal Murray. E circa ad esso ritratto del Foscolo è notabile una circostanza narratami dal signor professore Emilio Santarelli che, giovinetto, ne fu testimone. Nel tempo che il Foscolo stava a modello, e il Fabre dipingeva, venne una grave scossa di terremoto. Il poeta non si mosse; il pittore si arrestava un istante, finchè la mano potesse ripigliare la sicurezza dei tocchi poi proseguiva; nè alcun di loro parlò. - Di questo ritratto il Fabre autenticò poi colla sua approvazione una bella copia in piccolo fatta dal pittore fiorentino Garagalli, e diresse pure la formazione in gesso di due busti al naturale, fatti sul primo ritratto del nostro poeta. Di essi busti, uno fu spedito a Camillo Ugoni a Brescia, l'altro unitamente alla copia del signor Garagalli si conserva presso gli eredi della Donna gentile. Fu membro corrispondente dell'Istituto di Francia, professoredell’Accademia di Belle Arti in Firenze, cavaliere della Legione d'onore, e del Merito di Toscana; ed ebbe titolo di Barone. Negli ultimi tempi del viver suo fu invitato a Parigi ad occupare il posto di Pittore del Re, ma egli se ne scusò. Rimasto erede dei manoscritti alfieriani per disposizione della Contessa d’Albania, dei più preziosi fece dono alla Laurenziana, provvedendo in tal guisa acciò non andassero dispersi. Finalmente da Firenze passato ad abitare a Montpellier, ivi cessò di vivere il 16 marzo 1837, dopo avervi fondato un nobile Museo che porta il suo nome, e lasciando in eredità tutte le sue sostanze al detto professore Santarelli (F. S. O.) [rit]
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