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Edizione di riferimento:
Ugo Foscolo, Tutte le poesie, a cura di Ludovico Magugliani, Rizzoli, Milano 1952
Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia Editore, Milano 1966 (3a ed.). Il testo riproduce l'edizione critica pubblicata da E. Santini .
I Tre vaghissime donne a cui le trecce Infiora di felici itale rose Giovinezza, e per cui splende più bello Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra Sacerdotesse, o care Grazie, io guido. Qui e voi che Marte non rapì alle madri Correte, e voi che muti impallidite Nel penetrale della Dea pensosa, Giovinetti d'Esperia. Era più lieta Urania un dì, quando le Grazie a lei Il gran peplo fregiavano. Con esse Qui Galileo sedeva a spïar l'astro Della loro regina; e il disviava Col notturno rumor l'acqua remota, Che sotto a' pioppi delle rive d'Arno Furtiva e argentea gli volava al guardo. Qui a lui l'alba, la luna e il sol mostrava, Gareggiando di tinte, or le severe Nubi su la cerulea alpe sedenti, Or il piano che fugge alle tirrene Nereidi, immensa di città e di selve Scena e di templi e d'arator beati, Or cento colli, onde Appennin corona D'ulivi e d'antri e di marmoree ville L'elegante città, dove con Flora Le Grazie han serti e amabile idïoma. Date principio, o giovinetti, al rito, E da' festoni della sacra soglia Dilungate i profani. Ite, insolenti Genii d'Amore, e voi livido coro Di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete. Qui né oscena malia, né plauso infido Può, né dardo attoscato: oltre quest'ara, Cari al volgo e a' tiranni, ite, profani. Dolce alle Grazie è la virginea voce E la timida offerta: uscite or voi Dalle stanze materne ove solinghe Amor v'insidia, o donzellette, uscite: Gioia promette e manda pianto Amore. Qui su l'ara le rose e le colombe Deponete, e tre calici spumanti Di latte inghirlandato; e fin che il rito V'appelli al canto, tacite sedete: Sacro è il silenzio a' vati, e vi fa belle Più del sorriso. E tu che ardisci in terra Vestir d'eterna giovinezza il marmo, Or l'armonia della bellezza, il vivo Spirar de' vezzi nelle tre ministre, Che all'arpa io guido agl'inni e alle carole, Vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle Immortali fra noi, pria che all'Eliso Su l'ali occulte fuggano degli anni. Leggiadramente d'un ornato ostello, Che a lei d'Arno futura abitatrice I pennelli posando edificava Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso Liberale acconsente ogni contorno Di sue forme eleganti; e fra il candore Delle dita s'avvivano le rose, Mentre accanto al suo petto agita l'arpa. Scoppian dall'inquïete aeree fila, Quasi raggi di sol rotti dal nembo, Gioia insieme e pietà; poi che sonanti Rimembran come il ciel l'uomo concesse Alle gioie e agli affanni, onde gli sia Librato e vario di sua vita il volo, E come alla virtù guidi il dolore, E il sorriso e il sospiro errin sul labbro Delle Grazie, e a chi son fauste e presenti, Dolce in core ei s'allegri e dolce gema. [Melodia] Già del piè delle dita e dell'errante Estro, e degli occhi vigili alle corde Ispirata sollecita le note Che pingon come l'armonia diè moto Agli astri, all'onda eterea e alla natante Terra per l'oceano, e come franse L'uniforme creato in mille volti Co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno, E i suoni all'aere, e diè i colori al sole, E l'alterno continuo tenore Alla fortuna agitatrice e al tempo; Sì che le cose dissonanti insieme Rendan concento d'armonia divina E innalzino le menti oltre la terra. Come quando più gaio Euro provoca Sull'alba il queto Lario, e a quel sussurro Canta il nocchiero e allegransi i propinqui Liuti, e molle il flauto si duole D'innamorati giovani e di ninfe Su le gondole erranti; e dalle sponde Risponde il pastorel con la sua piva: Per entro i colli rintronano i corni Terror del cavrïol, mentre in cadenza Di Lecco il malleo domator del bronzo Tuona dagli antri ardenti; stupefatto Perde le reti il pescatore, ed ode. Tal dell'arpa diffuso erra il concento Per la nostra convalle; e mentre posa La sonatrice, ancora odono i colli. 100 Or le recate, o vergini, i canestri E le rose e gli allori a cui materni Nell'ombrifero Pitti irrigatori Fur gli etruschi Silvani, a far più vago Il giovin seno alle mortali etrusche, 105 Emule d'avvenenza e di ghirlande; Soave affanno al pellegrin se innoltra Improvviso ne' lucidi teatri, E quell'intenta voluttà del canto Ed errare un desio dolce d'amore Mira ne' volti femminili, e l'aura Pregna di fiori gli confonde il core. Recate insieme, o vergini, le conche Dell'alabastro, provvido di fresca Linfa e di vita, ahi breve! a' montanini Gelsomini, e alla mammola dogliosa Di non morir sul seno alla fuggiasca Ninfa di Pratolino, o sospirata Dal solitario venticel notturno. Date il rustico giglio, e se men alte Ha le forme fraterne, il manto veste Degli amaranti invïolato: unite Aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie Di Bellosguardo che all'amante suo Coglie Pomona, e a' garofani alteri Della prole diversa e delle pompe, E a' fiori che dagli orti dell'Aurora Novella preda a' nostri liti addussero Vittoriosi i Zefiri su l'ale, E or fra' cedri al suo talamo imminenti D'ospite amore e di tepori industri Questa gentil sacerdotessa educa. II Ora Polinnia alata Dea che molte Lire a un tempo percote, e più d'ogni altra Musa possiede orti celesti, intenda Anche le lodi de' suoi fiori; or quando La bella donna, delle Dee seconda Sacerdotessa, vien recando un favo. Nostro e disdetto alle altre genti è il rito Per memoria de' favi onde in Italia Con perenne ronzio fanno tesoro Divine api alle Grazie: e chi ne assaggia Parla caro alla patria. Ah voi narrate Come aveste quel dono! E chi la fama A noi fra l'ombre della terra erranti Può abbellir se non voi, Grazie, che siete Presenti a tutto, e Dee tutto sapete? Quattro volte l'Aurora era salita Su l'oriente a riveder le Grazie, Dacché nacquero al mondo; e Giano antico, Padre d'Italia, e l'adriaca Anfitrite Inviavan lor doni, e un drappelletto Di Naiadi e fanciulle eridanine, E quante i pomi d'Anïene e i fonti Godean d'Arno e di Tebro, o quante avea Ninfe il mar d'Aretusa; e le guidavi Tu più che giglio nivea Galatea. [Passaggio delle Grazie per l'Ibla; le seguono le Api. - "Siedono con Amore, il quale non era ancora irato con esse, in Posilipo, ed Apollo con esse e loro canti. Amore udendo i vaticinii, e il regno delle Grazie in Italia, meditò appunto allora di perdere l'Italia, e di allontanare in altri tempi gli imenei casti da cui nascono i bambini, di cui le Grazie sono amanti. - Egli frattanto per perdere allora l'Italia, armandosi di tutte le umane passioni ch'egli eccita tutte, non Fetonte, condusse il sole che ancora non era governato da' Numi. Descrizione della caduta del sole in Italia. - Venere viene in Italia e conduce in Cielo le Grazie: loro silenzio". Dopo ciò séguita il canto d'Apollo] Vaticinò, com'ei lo spirto e varia Daranno ai vati l'armonia del plettro Le sue liete sorelle, e Amore il pianto Che lusinghi a pietà l'alme gentili, E il giovine Lïeo scevra d'acerbe Cure la vita, e Pallade i consigli, Giove la gloria, e tutti i Numi eterno Poscia l'alloro; ma le Grazie il mele Persuadente grazïosi affetti, Onde pia con gli Dei torni la terra. E cantando vedea lieto agitarsi Esalando profumi, il verdeggiante Bosco d'Olimpo, e rifiorir le rose, E scorrere di nettare i torrenti, E risplendere il cielo, e delle Dive Raggiar più bella l'immortal bellezza; Però che il Padre sorrideva, e inerme A piè del trono l'aquila s'assise. ["Giove distribuisce i pianeti agli Dei, e caccia l'Erinni ne' ghiacci del mare australe. - Vesta dà il foco gentile alle Grazie, e le api che erano intorno al trono di Giove le seguirono. - Le Grazie danno le api alle Muse in Imetto e in Ibla: Teocrito, poesia pastorale. - Portano il foco di Vesta a Roma. Egeria, Numa ec.". Giungono le api in Italia seguendo le Muse cacciate dai Tartari] Indarno Imetto Le richiama dal dì che a fior dell'onda Egea, beate volatrici, il coro Eliconio seguieno, obbedïenti All'elegia del fuggitivo Apollo. Però che quando su la Grecia inerte Marte sfrenò le tartare cavalle Depredatrici, e coronò la schiatta Barbara d'Ottomano, allor l'Italia Fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo Fabro dell'aureo mel pose a sua prole Il felice alvear. Né le Febee Api (sebben le altre api abbia crudeli) Fuggono i lai della invisibil Ninfa, Che ognor delusa d'amorosa speme, Pur geme per le quete aure diffusa, E il suo altero nemico ama e richiama; Tanta dolcezza infusero le Grazie, Per pietà della Ninfa, alle sue voci, Che le lor api immemori dell'opra, Oziose in Italia odono l'eco Che al par de' carmi fe' dolce la rima. ["Nel lor viaggio si dividono le api in due schiere - Una per l'Adria viene al Po"] Quell'angelette scesero da prima Ove assai preda di torrenti al mare Porta Eridano. Ivi la fata Alcina Di lor sorti presaga avea disperso Molti agresti amaranti; e lungo il fiume Gran ciel prendea con negre ombre un'incolta Selva di lauri: su' lor tronchi Atlante Di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese, E di spettri guerrier muta una schiera E donne innamorate ivan col mago, Aspettando il cantor; e questi i favi Vide quivi deposti, e si mietea Tutti gli allori; ma de' fior d'Alcina Più grazïoso distillava il mele, E il libò solo un lepido poeta, Che insiem narrò d'Angelica gli affanni. Ma non men cara l'api amano l'ombra Del sublime cipresso, ove appendea La sua cetra Torquato, allor che ardendo Forsennato egli errò per le foreste, "Sì che insieme movea pietate e riso Nelle gentili Ninfe e ne' pastori: Né già cose scrivea degne di riso Se ben cose facea degne di riso". [Tal ventura toccò alle api che arrivarono sulla riva del Po. Altra ventura ebbe l'altro gruppo che viaggiava per il Tirreno] Ma le angelette che disgiunte all'Arno Tendean per la tirrena onda col mele, Videro deiforme una donzella Su la riva del fiume; e l'attendea Portando in man purpurei gigli e frondi Liete d'ulivo. Avea riposo al fianco Un'etrusca colonna, a sé dinanzi Di favi desïosa un alveare. Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe Spuntavano, e perian molte immature Fra i sorgenti papaveri; mal nota, Benché fosse divina, era la Ninfa Alle pecchie immortali. Essa agli Dei Non tornò mai, da che scendea ne' primi Dì noiosi all'uomo; e il riconforta Ma le presenti ore gl'invola; ha nome Speranza e men infida ama i coloni. ["Architettura sino a Palladio. - Non vogliono i fiori antichi le api in Toscana, e pigliano i moderni"] Un mirto Che suo dall'alto Beatrice ammira, Venerando splendeva; e dalla cima Battea le penne un Genio disdegnoso Che il passato esplorando e l'avvenire Cieli e abissi cercava, e popolato D'anime in mezzo a tutte l'acque un monte; Poi, tornando, spargea folgori e lieti Raggi, e speme e terrore e pentimento Ne' mortali; e verissime sciagure All'ltalia cantava. Appresso al mirto Fiorian le rose che le Grazie ogni anno Ne' colli euganei van cogliendo, e un serto Molle di pianto il dì sesto d'aprile Ne recano alla Madre. A queste intorno Dolcemente ronzarono, e sentiro Come forse d'Eliso era venuto Ad innestare il cespo ei che più ch'altri Libò il mel sacro su l'Imetto, e primo Fe' del celeste amor celebre il rito. [Poi passa ad adombrare l'arte del "Boccaccio"] Io dal mio poggio Quando tacciono i venti fra le torri Della vaga Firenze, odo un Silvano Ospite ignoto a' taciti eremiti Del vicino Oliveto: ei sul meriggio Fa sua casa un frascato, e a suon d'avena Le pecorelle sue chiama alla fonte. Chiama due brune giovani la sera, Né piegar l'erbe mi parean ballando. Esso mena la danza. N'eran molte Sotto l'alpe di Fiesole a una valle Che da sei montagnette ond'è ricinta Scende a sembianza di teatro acheo. Affrico allegro ruscelletto accorse A' lor prieghi dal monte, e fe' la valle Limpida d'un freschissimo laghetto. Nulla per anco delle Ninfe inteso Avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto Novellando d'amori e cortesie Con le amiche sedeva, o s'immergea, Te, amor, fuggendo e tu ve la spiavi, Dentro le cristalline onde più bella. Fur poi svelati in que' diporti i vaghi Misteri, e Dïoneo re del drappello Le Grazie afflisse. Perseguì i colombi Che stavan su le dense ali sospesi A guardia d'una grotta: invan gementi Sotto il flagel del mirto onde gl'incalza Gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi Che non s'accosti; sanguinanti e inermi Sgombran con penne trepidanti al cielo. Della grotta i recessi empie la luna, E fra un mucchio di gigli addormentata Svela a un Fauno confusa una Napea. Gioì il protervo dell'esempio, e spera Allettarne Fiammetta; e pregò tutti Allor d'aita i Satiri canuti, E quante emule ninfe eran da' giochi E da' misteri escluse: e quegli arguti Oziando ogni notte a Dïoneo Di scherzi e d'antri e talami di fiori Ridissero novelle. Or vive un libro Dettato dagli Dei; ma sfortunata La damigella che mai tocchi il libro! Tosto smarrita del natio pudore Avrà la rosa; né il rossore ad arte Può innamorar chi sol le Grazie ha in core. O giovinette Dee, gioia dell'inno, Per voi la bella donna i riti vostri Imita e le terrene api lusinga Nel felsineo pendio d'onde il pastore Mira Astrea che or del ciel gode e de' tardi Alberghi di Nereo; d'indiche piante E di catalpe onde i suoi Lari ombreggia Sedi appresta e sollazzi alle vaganti Schiere, o le accoglie ne' fecondi orezzi D'armonioso speco invïolate Dal gelo e dall'estiva ira e da' nembi. La bella donna di sua mano i lattei Calici del limone, e la pudica Delle viole, e il timo amor dell'api Innaffia, e il fior delle rugiade invoca Dalle stelle tranquille, e impetra i favi Che vi consacra e in cor tacita prega. Con lei pregate, o donzellette, e meco Voi, garzoni, miratela. Il segreto Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce Foco esultante nelle sue pupille Faccianvi accorti di che preghi, e come L'ascoltino le Dee. E certo impetra Che delle Dee l'amabile consiglio Da lei s'adempia. I pregi che dal Cielo Per pietà de' mortali han le divine Vergini caste, non a voi li danno, Giovani vati e artefici eleganti, Bensì a qual più gentil donna le imita. A lei correte, e di soavi affetti Ispiratrici e immagini leggiadre Sentirete le Grazie. Ah vi rimembri Che inverecondo le spaventa Amore! III Torna deh! torna al suon, donna dell'arpa; Guarda la tua bella compagna; e viene Ultima al rito a tesser danze all'ara. Pur la città cui Pale empie di paschi Con l'urne industri tanta valle, e pingui Di mille pioppe aeree al sussurro, Ombrano i buoi le chiuse, or la richiama Alle feste notturne e fra quegli orti Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi, Lungo i rivi d'Olona. E già tornava Questa gentile al suo molle paese, Così imminente omai freme Bellona Che al Tebro, all'Arno, ov'è più sacra Italia, Non un'ara trovò, dove alle Grazie Rendere il voto d'una regia sposa. Ma udì 'l canto, udì l' arpa; e a noi si volse Agile come in cielo Ebe succinta. Sostien del braccio un giovinetto cigno, E togliesi di fronte una catena Vaga di perle a cingerne l' augello. Quei lento al collo suo del flessuoso Collo s'attorce, e di lei sente a ciocche 360 Neri su le sue lattee piume i crini Scorrer disciolti, e più lieto la mira Mentr'ella scioglie a questi detti il labbro: Grata agli dei del reduce marito Da' fiumi algenti ov'hanno patria i cigni, Alle virginee deita' consacra L'alta regina mia candido un cigno Accogliete, o garzoni e su le chiare Acque vaganti intorno all' ara e al bosco Deponete l' augello, e sia del nostro Conte e signore; e i suoi atti venusti Gli rendan l' onde e il suo candore, e goda Di sé, quasi dicendo a chi lo mira, Simbol son io della beltà. Sfrondate Ilari carolando, o verginette, Il mirteto e i rosai lungo i meandri Del ruscello, versate sul ruscello, Versateli , e al fuggente nuotatore Che veleggia con pure ali di neve, Fate inciampi di fiori , e qual più ameno Fiore a voi sceglia col puniceo rostro, Vel ponete nel seno. A quanti alati Godon l'erbe del par l'aere ed i laghi Amabil sire è il cigno, e con l'impero Modesto delle grazie i suoi vassalli Regge, ed agli altri volator sorride, E lieto le sdegnose aquile ammira. Sovra l'omero suo guizzan securi Gli argentei pesci, ed ospite leale Il vagheggiano s'ei visita all'alba Le lor ime correnti, desioso Di più freschi lavacri, onde rifulga Sovra le piume sue nitido il sole. Fioritelo di gigli. Al vago rito Donna l'invia, che nella villa amena De' tigli (amabil pianta, e a' molli orezzi Propizia, e al santo coniugale amore) Nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto Lieto accorrea, agitandole l'acque Sotto i lauri tranquille. O di clementi Virtù ornamento nella reggia insubre! Finché piacque agli Dei, o agl'infelici Cara tutela, e di tre regie Grazie Genitrice gentil, bella fra tutte Figlie di regi, e agl'Immortali amica! Tutto il Cielo t'udia quando al marito Guerreggiante a impedir l'Elba ai nemici Pregavi lenta l'invisibil Parca Che accompagna gli Eroi, vaticinando L'inno funereo e l'alto avello e l'armi Più terse e giunti alla quadriga i bianchi Destrieri eterni a correre l'Eliso. Sdegnan chi a' fasti di fortuna applaude Le Dive mie, e sol fan bello il lauro Quando Sventura ne corona i prenci. Ma più alle Dive mie piace quel carme Che d'egregia beltà l'alma e le forme Con la pittrice melodia ravviva. Spesso per l'altre età, se l'idïoma D'Italia correrà puro a' nepoti, (È vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!) Tento ritrar ne' versi miei la sacra Danzatrice, men bella allor che siede, Men di te bella, o gentil sonatrice, Men amabil di te quando favelli, O nutrice dell'api. Ma se danza, Vedila! tutta l'armonia del suono Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso Della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo Manda agli sguardi venustà improvvisa. E chi pinger la può ? Mentre a ritrarla Pongo industre lo sguardo, ecco m'elude, E le carole che lente disegna Affretta rapidissima, e s'invola Sorvolando su' fiori; appena veggio Il vel fuggente biancheggiar fra' mirti. [A questo pezzo doveano seguire il "Ballo delle Baccanti", "Orfeo morto che scende e dà la lira a Virgilio", e, in fine, le "Grazie che siedono a piangere Orfeo"]. |
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