Ugo Foscolo

LE GRAZIE

[Edizione Ferrari 1891]

Edizione di riferimento:

Ugo Foscolo, Tutte le poesie, a cura di Ludovico Magugliani, Rizzoli, Milano 1952

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia Editore, Milano 1966 (3a ed.). Il testo riproduce l'edizione critica pubblicata da E. Santini .

INNO SECONDO

VESTA

I

Tre vaghissime donne a cui le trecce

Infiora di felici itale rose

Giovinezza, e per cui splende più bello

Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra

Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.

Qui e voi che Marte non rapì alle madri

Correte, e voi che muti impallidite

Nel penetrale della Dea pensosa,

Giovinetti d'Esperia. Era più lieta

Urania un dì, quando le Grazie a lei

Il gran peplo fregiavano. Con esse

Qui Galileo sedeva a spïar l'astro

Della loro regina; e il disviava

Col notturno rumor l'acqua remota,

Che sotto a' pioppi delle rive d'Arno

Furtiva e argentea gli volava al guardo.

Qui a lui l'alba, la luna e il sol mostrava,

Gareggiando di tinte, or le severe

Nubi su la cerulea alpe sedenti,

Or il piano che fugge alle tirrene

Nereidi, immensa di città e di selve

Scena e di templi e d'arator beati,

Or cento colli, onde Appennin corona

D'ulivi e d'antri e di marmoree ville

L'elegante città, dove con Flora

Le Grazie han serti e amabile idïoma.

Date principio, o giovinetti, al rito,

E da' festoni della sacra soglia

Dilungate i profani. Ite, insolenti

Genii d'Amore, e voi livido coro

Di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete.

Qui né oscena malia, né plauso infido

Può, né dardo attoscato: oltre quest'ara,

Cari al volgo e a' tiranni, ite, profani.

Dolce alle Grazie è la virginea voce

E la timida offerta: uscite or voi

Dalle stanze materne ove solinghe

Amor v'insidia, o donzellette, uscite:

Gioia promette e manda pianto Amore.

Qui su l'ara le rose e le colombe

Deponete, e tre calici spumanti

Di latte inghirlandato; e fin che il rito

V'appelli al canto, tacite sedete:

Sacro è il silenzio a' vati, e vi fa belle

Più del sorriso. E tu che ardisci in terra

Vestir d'eterna giovinezza il marmo,

Or l'armonia della bellezza, il vivo

Spirar de' vezzi nelle tre ministre,

Che all'arpa io guido agl'inni e alle carole,

Vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle

Immortali fra noi, pria che all'Eliso

Su l'ali occulte fuggano degli anni.

Leggiadramente d'un ornato ostello,

Che a lei d'Arno futura abitatrice

I pennelli posando edificava

Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima

Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso

Liberale acconsente ogni contorno

Di sue forme eleganti; e fra il candore

Delle dita s'avvivano le rose,

Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

Scoppian dall'inquïete aeree fila,

Quasi raggi di sol rotti dal nembo,

Gioia insieme e pietà; poi che sonanti

Rimembran come il ciel l'uomo concesse

Alle gioie e agli affanni, onde gli sia

Librato e vario di sua vita il volo,

E come alla virtù guidi il dolore,

E il sorriso e il sospiro errin sul labbro

Delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,

Dolce in core ei s'allegri e dolce gema.

[Melodia]

Già del piè delle dita e dell'errante

Estro, e degli occhi vigili alle corde

Ispirata sollecita le note

Che pingon come l'armonia diè moto

Agli astri, all'onda eterea e alla natante

Terra per l'oceano, e come franse

L'uniforme creato in mille volti

Co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno,

E i suoni all'aere, e diè i colori al sole,

E l'alterno continuo tenore

Alla fortuna agitatrice e al tempo;

Sì che le cose dissonanti insieme

Rendan concento d'armonia divina

E innalzino le menti oltre la terra.

Come quando più gaio Euro provoca

Sull'alba il queto Lario, e a quel sussurro

Canta il nocchiero e allegransi i propinqui

Liuti, e molle il flauto si duole

D'innamorati giovani e di ninfe

Su le gondole erranti; e dalle sponde

Risponde il pastorel con la sua piva:

Per entro i colli rintronano i corni

Terror del cavrïol, mentre in cadenza

Di Lecco il malleo domator del bronzo

Tuona dagli antri ardenti; stupefatto

Perde le reti il pescatore, ed ode.

Tal dell'arpa diffuso erra il concento

Per la nostra convalle; e mentre posa

La sonatrice, ancora odono i colli. 100

Or le recate, o vergini, i canestri

E le rose e gli allori a cui materni

Nell'ombrifero Pitti irrigatori

Fur gli etruschi Silvani, a far più vago

Il giovin seno alle mortali etrusche, 105

Emule d'avvenenza e di ghirlande;

Soave affanno al pellegrin se innoltra

Improvviso ne' lucidi teatri,

E quell'intenta voluttà del canto

Ed errare un desio dolce d'amore

Mira ne' volti femminili, e l'aura

Pregna di fiori gli confonde il core.

Recate insieme, o vergini, le conche

Dell'alabastro, provvido di fresca

Linfa e di vita, ahi breve! a' montanini

Gelsomini, e alla mammola dogliosa

Di non morir sul seno alla fuggiasca

Ninfa di Pratolino, o sospirata

Dal solitario venticel notturno.

Date il rustico giglio, e se men alte

Ha le forme fraterne, il manto veste

Degli amaranti invïolato: unite

Aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie

Di Bellosguardo che all'amante suo

Coglie Pomona, e a' garofani alteri

Della prole diversa e delle pompe,

E a' fiori che dagli orti dell'Aurora

Novella preda a' nostri liti addussero

Vittoriosi i Zefiri su l'ale,

E or fra' cedri al suo talamo imminenti

D'ospite amore e di tepori industri

Questa gentil sacerdotessa educa.

II

Ora Polinnia alata Dea che molte

Lire a un tempo percote, e più d'ogni altra

Musa possiede orti celesti, intenda

Anche le lodi de' suoi fiori; or quando

La bella donna, delle Dee seconda

Sacerdotessa, vien recando un favo.

Nostro e disdetto alle altre genti è il rito

Per memoria de' favi onde in Italia

Con perenne ronzio fanno tesoro

Divine api alle Grazie: e chi ne assaggia

Parla caro alla patria. Ah voi narrate

Come aveste quel dono! E chi la fama

A noi fra l'ombre della terra erranti

Può abbellir se non voi, Grazie, che siete

Presenti a tutto, e Dee tutto sapete?

Quattro volte l'Aurora era salita

Su l'oriente a riveder le Grazie,

Dacché nacquero al mondo; e Giano antico,

Padre d'Italia, e l'adriaca Anfitrite

Inviavan lor doni, e un drappelletto

Di Naiadi e fanciulle eridanine,

E quante i pomi d'Anïene e i fonti

Godean d'Arno e di Tebro, o quante avea

Ninfe il mar d'Aretusa; e le guidavi

Tu più che giglio nivea Galatea.

[Passaggio delle Grazie per l'Ibla; le seguono le Api. - "Siedono con Amore, il quale non era ancora irato con esse, in Posilipo, ed Apollo con esse e loro canti. Amore udendo i vaticinii, e il regno delle Grazie in Italia, meditò appunto allora di perdere l'Italia, e di allontanare in altri tempi gli imenei casti da cui nascono i bambini, di cui le Grazie sono amanti. - Egli frattanto per perdere allora l'Italia, armandosi di tutte le umane passioni ch'egli eccita tutte, non Fetonte, condusse il sole che ancora non era governato da' Numi. Descrizione della caduta del sole in Italia. - Venere viene in Italia e conduce in Cielo le Grazie: loro silenzio". Dopo ciò séguita il canto d'Apollo]

Vaticinò, com'ei lo spirto e varia

Daranno ai vati l'armonia del plettro

Le sue liete sorelle, e Amore il pianto

Che lusinghi a pietà l'alme gentili,

E il giovine Lïeo scevra d'acerbe

Cure la vita, e Pallade i consigli,

Giove la gloria, e tutti i Numi eterno

Poscia l'alloro; ma le Grazie il mele

Persuadente grazïosi affetti,

Onde pia con gli Dei torni la terra.

E cantando vedea lieto agitarsi

Esalando profumi, il verdeggiante

Bosco d'Olimpo, e rifiorir le rose,

E scorrere di nettare i torrenti,

E risplendere il cielo, e delle Dive

Raggiar più bella l'immortal bellezza;

Però che il Padre sorrideva, e inerme

A piè del trono l'aquila s'assise.

["Giove distribuisce i pianeti agli Dei, e caccia l'Erinni ne' ghiacci del mare australe. - Vesta dà il foco gentile alle Grazie, e le api che erano intorno al trono di Giove le seguirono. - Le Grazie danno le api alle Muse in Imetto e in Ibla: Teocrito, poesia pastorale. - Portano il foco di Vesta a Roma. Egeria, Numa ec.". Giungono le api in Italia seguendo le Muse cacciate dai Tartari]

Indarno Imetto

Le richiama dal dì che a fior dell'onda

Egea, beate volatrici, il coro

Eliconio seguieno, obbedïenti

All'elegia del fuggitivo Apollo.

Però che quando su la Grecia inerte

Marte sfrenò le tartare cavalle

Depredatrici, e coronò la schiatta

Barbara d'Ottomano, allor l'Italia

Fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo

Fabro dell'aureo mel pose a sua prole

Il felice alvear. Né le Febee

Api (sebben le altre api abbia crudeli)

Fuggono i lai della invisibil Ninfa,

Che ognor delusa d'amorosa speme,

Pur geme per le quete aure diffusa,

E il suo altero nemico ama e richiama;

Tanta dolcezza infusero le Grazie,

Per pietà della Ninfa, alle sue voci,

Che le lor api immemori dell'opra,

Oziose in Italia odono l'eco

Che al par de' carmi fe' dolce la rima.

["Nel lor viaggio si dividono le api in due schiere - Una per l'Adria viene al Po"]

Quell'angelette scesero da prima

Ove assai preda di torrenti al mare

Porta Eridano. Ivi la fata Alcina

Di lor sorti presaga avea disperso

Molti agresti amaranti; e lungo il fiume

Gran ciel prendea con negre ombre un'incolta

Selva di lauri: su' lor tronchi Atlante

Di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese,

E di spettri guerrier muta una schiera

E donne innamorate ivan col mago,

Aspettando il cantor; e questi i favi

Vide quivi deposti, e si mietea

Tutti gli allori; ma de' fior d'Alcina

Più grazïoso distillava il mele,

E il libò solo un lepido poeta,

Che insiem narrò d'Angelica gli affanni.

Ma non men cara l'api amano l'ombra

Del sublime cipresso, ove appendea

La sua cetra Torquato, allor che ardendo

Forsennato egli errò per le foreste,

"Sì che insieme movea pietate e riso

Nelle gentili Ninfe e ne' pastori:

Né già cose scrivea degne di riso

Se ben cose facea degne di riso".

[Tal ventura toccò alle api che arrivarono sulla riva del Po. Altra ventura ebbe l'altro gruppo che viaggiava per il Tirreno]

Ma le angelette che disgiunte all'Arno

Tendean per la tirrena onda col mele,

Videro deiforme una donzella

Su la riva del fiume; e l'attendea

Portando in man purpurei gigli e frondi

Liete d'ulivo. Avea riposo al fianco

Un'etrusca colonna, a sé dinanzi

Di favi desïosa un alveare.

Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe

Spuntavano, e perian molte immature

Fra i sorgenti papaveri; mal nota,

Benché fosse divina, era la Ninfa

Alle pecchie immortali. Essa agli Dei

Non tornò mai, da che scendea ne' primi

Dì noiosi all'uomo; e il riconforta

Ma le presenti ore gl'invola; ha nome

Speranza e men infida ama i coloni.

["Architettura sino a Palladio. - Non vogliono i fiori antichi le api in Toscana, e pigliano i moderni"]

Un mirto

Che suo dall'alto Beatrice ammira,

Venerando splendeva; e dalla cima

Battea le penne un Genio disdegnoso

Che il passato esplorando e l'avvenire

Cieli e abissi cercava, e popolato

D'anime in mezzo a tutte l'acque un monte;

Poi, tornando, spargea folgori e lieti

Raggi, e speme e terrore e pentimento

Ne' mortali; e verissime sciagure

All'ltalia cantava. Appresso al mirto

Fiorian le rose che le Grazie ogni anno

Ne' colli euganei van cogliendo, e un serto

Molle di pianto il dì sesto d'aprile

Ne recano alla Madre. A queste intorno

Dolcemente ronzarono, e sentiro

Come forse d'Eliso era venuto

Ad innestare il cespo ei che più ch'altri

Libò il mel sacro su l'Imetto, e primo

Fe' del celeste amor celebre il rito.

[Poi passa ad adombrare l'arte del "Boccaccio"]

Io dal mio poggio

Quando tacciono i venti fra le torri

Della vaga Firenze, odo un Silvano

Ospite ignoto a' taciti eremiti

Del vicino Oliveto: ei sul meriggio

Fa sua casa un frascato, e a suon d'avena

Le pecorelle sue chiama alla fonte.

Chiama due brune giovani la sera,

Né piegar l'erbe mi parean ballando.

Esso mena la danza. N'eran molte

Sotto l'alpe di Fiesole a una valle

Che da sei montagnette ond'è ricinta

Scende a sembianza di teatro acheo.

Affrico allegro ruscelletto accorse

A' lor prieghi dal monte, e fe' la valle

Limpida d'un freschissimo laghetto.

Nulla per anco delle Ninfe inteso

Avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto

Novellando d'amori e cortesie

Con le amiche sedeva, o s'immergea,

Te, amor, fuggendo e tu ve la spiavi,

Dentro le cristalline onde più bella.

Fur poi svelati in que' diporti i vaghi

Misteri, e Dïoneo re del drappello

Le Grazie afflisse. Perseguì i colombi

Che stavan su le dense ali sospesi

A guardia d'una grotta: invan gementi

Sotto il flagel del mirto onde gl'incalza

Gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi

Che non s'accosti; sanguinanti e inermi

Sgombran con penne trepidanti al cielo.

Della grotta i recessi empie la luna,

E fra un mucchio di gigli addormentata

Svela a un Fauno confusa una Napea.

Gioì il protervo dell'esempio, e spera

Allettarne Fiammetta; e pregò tutti

Allor d'aita i Satiri canuti,

E quante emule ninfe eran da' giochi

E da' misteri escluse: e quegli arguti

Oziando ogni notte a Dïoneo

Di scherzi e d'antri e talami di fiori

Ridissero novelle. Or vive un libro

Dettato dagli Dei; ma sfortunata

La damigella che mai tocchi il libro!

Tosto smarrita del natio pudore

Avrà la rosa; né il rossore ad arte

Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

O giovinette Dee, gioia dell'inno,

Per voi la bella donna i riti vostri

Imita e le terrene api lusinga

Nel felsineo pendio d'onde il pastore

Mira Astrea che or del ciel gode e de' tardi

Alberghi di Nereo; d'indiche piante

E di catalpe onde i suoi Lari ombreggia

Sedi appresta e sollazzi alle vaganti

Schiere, o le accoglie ne' fecondi orezzi

D'armonioso speco invïolate

Dal gelo e dall'estiva ira e da' nembi.

La bella donna di sua mano i lattei

Calici del limone, e la pudica

Delle viole, e il timo amor dell'api

Innaffia, e il fior delle rugiade invoca

Dalle stelle tranquille, e impetra i favi

Che vi consacra e in cor tacita prega.

Con lei pregate, o donzellette, e meco

Voi, garzoni, miratela. Il segreto

Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce

Foco esultante nelle sue pupille

Faccianvi accorti di che preghi, e come

L'ascoltino le Dee. E certo impetra

Che delle Dee l'amabile consiglio

Da lei s'adempia. I pregi che dal Cielo

Per pietà de' mortali han le divine

Vergini caste, non a voi li danno,

Giovani vati e artefici eleganti,

Bensì a qual più gentil donna le imita.

A lei correte, e di soavi affetti

Ispiratrici e immagini leggiadre

Sentirete le Grazie. Ah vi rimembri

Che inverecondo le spaventa Amore!

III

Torna deh! torna al suon, donna dell'arpa;

Guarda la tua bella compagna; e viene

Ultima al rito a tesser danze all'ara.

Pur la città cui Pale empie di paschi

Con l'urne industri tanta valle, e pingui

Di mille pioppe aeree al sussurro,

Ombrano i buoi le chiuse, or la richiama

Alle feste notturne e fra quegli orti

Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi,

Lungo i rivi d'Olona. E già tornava

Questa gentile al suo molle paese,

Così imminente omai freme Bellona

Che al Tebro, all'Arno, ov'è più sacra Italia,

Non un'ara trovò, dove alle Grazie

Rendere il voto d'una regia sposa.

Ma udì 'l canto, udì l' arpa; e a noi si volse

Agile come in cielo Ebe succinta.

Sostien del braccio un giovinetto cigno,

E togliesi di fronte una catena

Vaga di perle a cingerne l' augello.

Quei lento al collo suo del flessuoso

Collo s'attorce, e di lei sente a ciocche 360

Neri su le sue lattee piume i crini

Scorrer disciolti, e più lieto la mira

Mentr'ella scioglie a questi detti il labbro:

Grata agli dei del reduce marito

Da' fiumi algenti ov'hanno patria i cigni,

Alle virginee deita' consacra

L'alta regina mia candido un cigno

Accogliete, o garzoni e su le chiare

Acque vaganti intorno all' ara e al bosco

Deponete l' augello, e sia del nostro

Conte e signore; e i suoi atti venusti

Gli rendan l' onde e il suo candore, e goda

Di sé, quasi dicendo a chi lo mira,

Simbol son io della beltà. Sfrondate

Ilari carolando, o verginette,

Il mirteto e i rosai lungo i meandri

Del ruscello, versate sul ruscello,

Versateli , e al fuggente nuotatore

Che veleggia con pure ali di neve,

Fate inciampi di fiori , e qual più ameno

Fiore a voi sceglia col puniceo rostro,

Vel ponete nel seno. A quanti alati

Godon l'erbe del par l'aere ed i laghi

Amabil sire è il cigno, e con l'impero

Modesto delle grazie i suoi vassalli

Regge, ed agli altri volator sorride,

E lieto le sdegnose aquile ammira.

Sovra l'omero suo guizzan securi

Gli argentei pesci, ed ospite leale

Il vagheggiano s'ei visita all'alba

Le lor ime correnti, desioso

Di più freschi lavacri, onde rifulga

Sovra le piume sue nitido il sole.

Fioritelo di gigli. Al vago rito

Donna l'invia, che nella villa amena

De' tigli (amabil pianta, e a' molli orezzi

Propizia, e al santo coniugale amore)

Nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto

Lieto accorrea, agitandole l'acque

Sotto i lauri tranquille. O di clementi

Virtù ornamento nella reggia insubre!

Finché piacque agli Dei, o agl'infelici

Cara tutela, e di tre regie Grazie

Genitrice gentil, bella fra tutte

Figlie di regi, e agl'Immortali amica!

Tutto il Cielo t'udia quando al marito

Guerreggiante a impedir l'Elba ai nemici

Pregavi lenta l'invisibil Parca

Che accompagna gli Eroi, vaticinando

L'inno funereo e l'alto avello e l'armi

Più terse e giunti alla quadriga i bianchi

Destrieri eterni a correre l'Eliso.

Sdegnan chi a' fasti di fortuna applaude

Le Dive mie, e sol fan bello il lauro

Quando Sventura ne corona i prenci.

Ma più alle Dive mie piace quel carme

Che d'egregia beltà l'alma e le forme

Con la pittrice melodia ravviva.

Spesso per l'altre età, se l'idïoma

D'Italia correrà puro a' nepoti,

(È vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!)

Tento ritrar ne' versi miei la sacra

Danzatrice, men bella allor che siede,

Men di te bella, o gentil sonatrice,

Men amabil di te quando favelli,

O nutrice dell'api. Ma se danza,

Vedila! tutta l'armonia del suono

Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso

Della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo

Manda agli sguardi venustà improvvisa.

E chi pinger la può ? Mentre a ritrarla

Pongo industre lo sguardo, ecco m'elude,

E le carole che lente disegna

Affretta rapidissima, e s'invola

Sorvolando su' fiori; appena veggio

Il vel fuggente biancheggiar fra' mirti.

[A questo pezzo doveano seguire il "Ballo delle Baccanti", "Orfeo morto che scende e dà la lira a Virgilio", e, in fine, le "Grazie che siedono a piangere Orfeo"].  

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011