Ugo Foscolo

LE GRAZIE

Edizione di riferimento

Poesie di Ugo Foscolo, Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti editore, Livorno 1904.

INNO SECONDO

VESTA

I

[Tre donne]

      Tre vaghissime donne a cui le trecce

Infiora di felici itale rose

Giovinezza, e per cui splende più bello

Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra

Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.

Qui e voi che Marte non rapì alle madri

Correte, e voi che muti impallidite

Nel penetrale della Dea pensosa,

[Urania e Galileo]

.    .    .    .    .    Urania era più lieta

.    .    .    .     .     .     .     .     .     .

.    .    .    .     .     .     .     .     .     .

.    .    .   e le Grazie a lei l'azzurro

Paludamento ornavano. Con elle

Qui dov.io canto Galileo sedeva

.    .    .    .    .    a spiar l'astro

Della loro regina; e il disviava

Col notturno rumor l'acqua remota,

Che sotto a' pioppi delle rive d'Arno

Furtiva e argentea gli volava al guardo.

Qui a lui l'alba, la luna e il sol mostrava,

Gareggiando di tinte, or le severe

Nubi su la cerulea alpe sedenti,

Or il piano che fugge alle tirrene

Nereidi, immensa di città e di selve

Scena e di templi e d'arator beati,

Or cento colli, onde Appennin corona

D'ulivi e d'antri e di marmoree ville

L'elegante città, dove con Flora

Le Grazie han serti e amabile idioma.

[Principio del rito]

Date principio, o giovinetti, al rito,

E da' festoni della sacra soglia

Dilungate i profani. Ite, insolenti

Genii d'Amore, e voi livido coro

Di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete.

Qui né oscena malía, né plauso infido

Può, né dardo attoscato: oltre quest'ara,

Cari al volgo e a' tiranni, ite, profani.

[Fanciulle]

      Dolce alle Grazie è la virginea voce

E la timida offerta: uscite or voi

Dalle stanze materne ove solinghe

Amor v'insidia, o donzellette, uscite:

Gioia promette e manda pianto Amore.

Qui su l'ara le rose e le colombe

Deponete, e tre calici spumanti

Di latte inghirlandato; e fin che il rito

V'appelli al canto, tacite sedete:

Sacro è il silenzio a' vati, e vi fa belle

Più del sorriso. E tu che ardisci in terra

[Canova scultore]

Vestir d'eterna giovinezza il marmo,

Or l'armonia della bellezza, il vivo

Spirar de' vezzi nelle tre ministre,

Che all'arpa io guido agl'inni e alle carole,

Vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle

Immortali fra noi, pria che all'Eliso

Su l'ali occulte fuggano degli anni.

[Suonatrice]

Leggiadramente d'un ornato ostello,

Che a lei d'Arno futura abitatrice

I pennelli posando edificava

Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima

Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso

Liberale acconsente ogni contorno

Di sue forme eleganti; e fra il candore

Delle dita s'avvivano le rose,

Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

      Scoppian dall'inquïete aeree fila,

Quasi raggi di sol rotti dal nembo,

Gioia insieme e pietà; poi che sonanti

Rimembran come il ciel l'uomo concesse

Alle gioie e agli affanni, onde gli sia

Librato e vario di sua vita il volo,

E come alla virtù guidi il dolore,

E il sorriso e il sospiro errin sul labbro

Delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,

Dolce in core ei s'allegri e dolce gema.

[Musica media]

Pari un concento, se pur vera è fama,

Un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso:

Era allor delle Dee sacerdotessa,

E intento al suono Socrate libava

Sorridente a quell'ara, e col pensiero

Quasi a' sereni dell'Olimpo alzossi.

Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,

Affrettando or la via su per le nubi,

Or ne' gorghi letèi precipitarsi

Di Fortuna la rapida quadriga

Da' viventi inseguita; e quel pietoso

Gridò invano dall'alto: A cieca duce

Siete seguaci, o miseri! e vi scorge

Dove in bando è pietà, dove il Tonante

Più adirate le folgori abbandona

Su la timida terra. O nati al pianto

E alla fatica, se virtù vi è guida,

Dalla fonte del duol sorge il conforto.

[Melodia]

Ah ma nemico è un altro Dio di pace,

Più che Fortuna, e gl'innocenti assale.

Ve' come l'arpa di costei sen duole!

Duolsi che a tante verginette il seno

Sfiori, e di pianto alle carole in mezzo,

Invidïoso Amor bagni i lor occhi.

Per sè gode frattanto ella che amore

Per sè l'altera giovane non teme.

Ben l'ode e su l'ardenti ali s'affretta

Alle vendette il Nume:  e a quelle note

A un tratto l'inclemente arco gli cade.

E i montanini Zefiri fuggiaschi

Docili al suono aleggiano più ratti

Da le linfe di Fiesole e dai cedri,

A rallegrare le giunchiglie ond'ella

Oggi, o Grazie, per voi l'arpa inghirlanda,

E a voi quest'inno mio guida più caro.

[Musica alta e Lario]

Già del piè delle dita e dell'errante

Estro, e degli occhi vigili alle corde

Ispirata sollecita le note

Che pingon come l'armonia diè moto

Agli astri, all'onda eterea e alla natante

Terra per l'oceàno, e come franse

L'uniforme creato in mille volti

Co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno,

E i suoni all'aere, e diè i colori al sole,

E l'alterno continuo tenore

Alla fortuna agitatrice e al tempo;

Sì che le cose dissonanti insieme

Rendan concento d'armonia divina

E innalzino le menti oltre la terra.

Come quando più gaio Euro provòca

Sull'alba il queto Lario, e a quel sussurro

Canta il nocchiero e allegransi i propinqui

Liuti, e molle il flauto si duole

D'innamorati giovani e di ninfe

Su le gondole erranti; e dalle sponde

Risponde il pastorel con la sua piva:

Per entro i colli rintronano i corni

Terror del cavrïol, mentre in cadenza

Di Lecco il malleo domator del bronzo

Tuona dagli antri ardenti; stupefatto

Perde le reti il pescatore, ed ode.

Tal dell'arpa diffuso erra il concento

Per la nostra convalle; e mentre posa

La sonatrice, ancora odono i colli.

[Fiori]

Or le recate, o vergini, i canestri

E le rose e gli allori a cui materni

Nell'ombrifero Pitti irrigatori

Fur gli etruschi Silvani, a far più vago

Il giovin seno alle mortali etrusche,

Emule d'avvenenza e di ghirlande;

Soave affanno al pellegrin se innoltra

Improvviso ne' lucidi teatri,

E quell'intenta voluttà del canto

Ed errare un desio dolce d'amore

Mira ne' volti femminili, e l'aura

Pregna di fiori gli confonde il core.

Recate insieme, o vergini, le conche

Dell'alabastro, provvido di fresca

Linfa e di vita, ahi breve! a' montanini

Gelsomini, e alla mammola dogliosa

Di non morir sul seno alla fuggiasca

Ninfa di Pratolino, o sospirata

Dal solitario venticel notturno.

Date il rustico giglio, e se men alte

Ha le forme fraterne, il manto veste

Degli amaranti invïolato: unite

Aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie

Di Bellosguardo che all'amante suo

Coglie Pomona, e a' garofani alteri

Della prole diversa e delle pompe,

E a' fiori che dagli orti dell'Aurora

Novella preda a' nostri liti addussero

Vittoriosi i Zefiri su l'ale,

E or fra' cedri al suo talamo imminenti

D'ospite amore e di tepori industri

Questa gentil sacerdotessa educa.

Spira soave e armonïoso agli occhi

Quanto all'anima il suon, splendono i serti

Che di tanti color mesce e d'odori;

Ma il fior che altero del lor nome han fatto

Dodici Dei ne scevra, e il dona all'ara

Pur sorridendo; e in cor tacita prega:

E di quei fiori ond'è nudrice, e l'arpa

Ne incorona per voi, ven piaccia alcuno

Inserir, belle Dee, nella ghorlanda

La quale ogni anno il dì sesto d'aprile

Delle rose di lagrime innaffiate

In val di Sorga, o belle Dee, tessete

A recarla alla madre.

I

[Polinnia e invocazione]

Ora Polinnia alata Dea che molte

Lire a un tempo percote, e più d'ogni altra

Musa possiede orti celesti, intenda

Anche le lodi de' suoi fiori; or quando

La bella donna, delle Dee seconda

Sacerdotessa, vien recando un favo.

      Nostro e disdetto alle altre genti è il rito

Per memoria de' favi onde in Italia

Con perenne ronzio fanno tesoro

Divine api alle Grazie: e chi ne assaggia

Parla caro alla patria. Ah voi narrate

Come aveste quel dono! E chi la fama

A noi fra l'ombre della terra erranti

Può abbellir se non voi, Grazie, che siete

Presenti a tutto, e Dee tutto sapete?

[Giano manda a invitarle]

Quattro volte l'Aurora era salita

Su l'oriente a riveder le Grazie,

Dacché nacquero al mondo; e Giano antico,

Padre d'Italia, e l'adriaca Anfitrite

Inviavan lor doni, e un drappelletto

Di Naiadi e fanciulle eridanine,

E quante i pomi d'Anïene e i fonti

Godean d'Arno e di Tebro, o quante avea

Ninfe il mar d'Aretusa; e le guidavi

Tu più che giglio nivea Galatea.

*      *      *       *      *       *      *       *

[Apollo canta]

E cantar Febo pieno d'inni un carme,

Vaticinò, com'ei lo spirto e varia

Daranno ai vati l'armonia del plettro

Le sue liete sorelle, e Amore il pianto

Che lusinghi a pietà l'alme gentili,

E il giovine Lieo scevra d'acerbe

Cure la vita, e Pallade i consigli,

 Giove la gloria, e tutti i Numi eterno

Poscia l'alloro; ma le Grazie il mèle

Persuadente grazïosi affetti,

Onde pia con gli Dei torni la terra.

E cantando vedea lieto agitarsi

Esalando profumi, il verdeggiante

Bosco d'Olimpo, e rifiorir le rose,

E [scorrere] di nèttare i torrenti,

E risplendere il cielo, e delle Dive

Raggiar più bella l'immortal bellezza;

Però che il Padre sorrideva, e inerme

A piè del trono l'aquila s'assise.

*     *     *     *      *     *     *      *

[Vesta]

Inaccessa agli Dei splende una fiamma

Solitaria nell'ultimo de. cieli,

Per proprio foco eterna; unico Nume

La veneranda Deità di Vesta

Vi s'appressa, e deriva indi una pura

Luce che, mista allo splendor del sole,

Tinge gli aerei campi di zaffiro,

E i mari, allor che ondeggiano al tranquillo

Spirto del vento facili a. nocchieri,

E di chiaror dolcissimo consola

Con quel lume le notti, e a qual più s.apre

Modesto fiore a decorar la terra

Molli tinte comparte, invidïate

Dalla rosa superba.

*     *     *     *      *     *     *      *

Dite, o garzoni, a chi mortale, e voi,

Donzelle, dite a qual fanciulla un giorno

Più di quel mèl le Dee furon cortesi.

N'ebbe primiero un cieco; e sullo scudo

Di Vulcano mirò moversi il mondo,

E l'altro Ilio dirùto, e per l'ignoto

Pelago la solinga itaca vela,

E tutto Olimpo gli s'aprì alla mente

E Cipria vide e delle Grazie il cinto.

Ma quando quel sapor venne a Corinna

Sul labbro, vinse tra l'elèe quadrighe

Di Pindaro i destrier, benchè Elicona

Li dissetasse, e li pascea di foco

Eolo, e prenunzia un'aquila correva,

 De' suoi freni li adornava il Sole.

.    .    .    .    .     .    .    .    .      .     .     .

Di quel mèl la fragranza errò improvvisa

Sul talamo all'eolia fanciulla,

E il cor dal petto le balzò e la lira

Ed aggiogando i passeri, scendea

Venere dall'Olimpo, e delle sue

Ambrosie dita le tergeva il pianto.

*     *     *     *      *     *     *      *

.    .    .    .     .    .  Indarno Imetto

Le richiama dal dì che a fior dell'onda

Egea, beate volatrici, il coro

Eliconio seguieno, obbedïenti

All'elegia del fuggitivo Apollo.

[Marte caccia le muse: le seguono le api: etc.]

Però che quando su la Grecia inerte

Marte sfrenò le tartare cavalle

Depredatrici, e coronò la schiatta

Barbara d'Ottomano, allor l'Italia

Fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo

Fabro dell'aureo mel pose a sua prole

Il felice alvear. Né le Febee

Api (sebben le altre api abbia crudeli)

Fuggono i lai della invisibil Ninfa,

Che ognor delusa d'amorosa speme,

Pur geme per le quete aure diffusa,

E il suo altero nemico ama e richiama;

Tanta dolcezza infusero le Grazie,

Per pietà della Ninfa, alle sue voci,

Che le lor api immemori dell'opra,

Ozïose in Italia odono l'eco

Che al par de' carmi fe' dolce la rima.

Quell'angelette scesero da prima

Ove assai preda di torrenti al mare

Porta Eridàno. Ivi la fata Alcina

Di lor sorti presaga avea disperso

Molti agresti amaranti; e lungo il fiume

Gran ciel prendea con negre ombre un'incolta

Selva di lauri: su' lor tronchi Atlante

Di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese,

E di spettri guerrier muta una schiera

E donne innamorate ivan col mago,

Aspettando il cantor; e questi i favi

Vide quivi deposti, e si mietea

Tutti gli allori; ma de' fior d'Alcina

Più grazïoso distillava il mele,

E il libò solo un lepido poeta,

Che insiem narrò d'Angelica gli affanni. |

Ma non men cara l'api amano l'ombra

Del sublime cipresso, ove appendea

La sua cetra Torquato, allor che ardendo

Forsennato egli errò per le foreste,

Sì che insieme movea pietate e riso

Nelle gentili Ninfe e ne' pastori: |

Né già cose scrivea degne di riso

Se ben cose facea degne di riso. |

.    .    .    .    .     .    . Deh! perché torse

I suoi passi da voi, liete in udirlo

Cantar Erminia, e il pio sepolcro e l'armi?

Nè disdegno di voi, ma più fatale

Nume alla reggia il risospinse e al pianto. |

.     .     .     .      .     .     .      .     .     .      .     .

.     .     .     .      .     .  A tal ventura

Fur destinate le gentili alate

Che riposàr sull'Eridano il volo. |

[L'altra in Toscana ... ... ... Speranza]

Mentre nel Lilibeo mare la fata

Dava promesse, e l'attendea cortese

A quante all'Adria indi posaro il volo

Angiolette Febee, l'altro drappello

Che, per antico amor Flora seguendo,

Tendea per le tirrene aure il suo corso,

Trovò simile a Cerere una donna

Su la foce dell'Arno; e l'attendeva

Portando in mari purpurei gigli e frondi

Fresche d'ulivo. Avea riposo al fianco

Un'etrusca colonna, a sè dinanzi

Di favi desïoso un alveare.

Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe

Spuntavano, e perìan molte immature

Fra gli emuli papaveri; mal nota,

Benchè fosse divina, era l'Ancella

Alle pecchie immortali. Essa agli Dei

Non tornò mai, da che scendea ne' primi

Dì noiosi dell'uorno; e il riconforta

Ma le presenti ore gl'invola; ha nome

Speranza e men infida ama i coloni.

      Già negli ultimi cieli iva compiendo

Il settimo de' grandi anni Saturno

Col suo pianeta, da che a noi la Donna

Precorrendo le Muse era tornata

Per consiglio di Pallade, a recarne

L'ara fatale ove scolpite in oro

Le brevi rifulgean libere leggi,

Madri dell'arti | onde fu bella Atene. |

*     *     *     *      *     *     *      *     *

[Architettura]

Ecco prostrata una foresta, e fianchi

Rudi d'alpe, e masse ferree immani

Al braccio de' Ciclòpi, a fondar tempio

Che ceda tardo a' muti urti del tempo.

E al suono che invisibili spandeano

 Le Grazie intorno, assunsero nell'opra

Nuova speme i viventi: e l'Architetto

Meravigliando della sua fatica,

Quasi nubi lievissime, di terra

Ferro e abeti vedea sorgere e marmi,

A sue leggi arrendevoli, e posarsi

Convessi in arco aereo imitanti

Il firmamento. Attonite le Muse

Come vennero poscia alla divina

Mole il guardo levando, indarno altrove

 Col memore pensier ivan cercando

Se altrove Palla, .   .   .   .   .   .    .   .   .

O quando in Grecia di celeste acànto

Ghirlandò le colonne, o quando in Roma

Gli archi adornava a ritornar vittrice

Trïonfando con candide cavalle,

Miracolo sì fatto avesse all'arti

Mai suggerito. - Quando poi la Speme

Veleggiando su l'Arno in una nave

L'api recò e l'ancora là dove

 Sorger poscia dovea delle bell'arti

Sovra mille colonne una gentile

Reggia alle Muse, . . . corser l'api

A un'indistinta di novelle piante

Soavità che intorno al tempio oliva. |

.     .     .     .      .     .     .      .     .     .

[Dante, Petrarca, Boccaccio]

                                          Un mirto

Che suo dall'alto Beatrice ammira,

Venerando splendeva; e dalla cima

Battea le penne un Genio disdegnoso

Che il passato esplorando e l'avvenire

 Cieli e abissi cercava, e popolato

D'anime in mezzo a tutte l'acque un monte;

Poi, tornando, spargea folgori e lieti

Raggi, e speme e terrore e pentimento

Ne' mortali; e verissime sciagure

 All'Italia cantava. Appresso al mirto

Fiorian le rose che le Grazie ogni anno

Ne' colli euganei van cogliendo, e un serto

Molle di pianto il dì sesto d'aprile

Ne recano alla Madre. A queste intorno

 Dolcemente ronzarono, e sentiro

Come forse d'Eliso era venuto

Ad innestare il cespo ei che più ch'altri

Libò il mel sacro su l'Imetto, e primo

Fe' del celeste amor celebre il rito.

 Pur con molti frutteti e con l'orezzo

Le sviò de. quercioli una valletta

Dove le Ninfe alle mie Dee seguaci

.     .     .     .      .     .     .      .     .     .      .

Non son Genii mentiti. Io dal mio poggio

Quando tacciono i venti fra le torri

Della vaga Firenze, odo un Silvano

Ospite ignoto a' taciti eremiti

Del vicino Oliveto: ei sul meriggio

Fa sua casa un frascato, e a suon d'avena

Le pecorelle sue chiama alla fonte.

Chiama due brune giovani la sera,

Né piegar l'erbe mi parean ballando.

Esso mena la danza. N'eran molte

Sotto l'alpe di Fiesole a una valle

Che da sei montagnette ond'è ricinta

Scende a sembianza di teatro acheo.

Affrico allegro ruscelletto accorse

A' lor prieghi dal monte, e fe' la valle

Limpida d'un freschissimo laghetto.

Nulla per anco delle Ninfe inteso

Avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto

Novellando d'amori e cortesie

Con le amiche sedeva, o s'immergea,

Te, amor, fuggendo e tu ve la spïavi,

Dentro le cristalline onde più bella.

Fur poi svelati in que' diporti i vaghi

Misteri, e Dioneo re del drappello

Le Grazie afflisse. Perseguì i colombi

Che stavan su le dense ali sospesi

A guardia d'una grotta: invan gementi

Sotto il flagel del mirto onde gl'incalza

Gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi

Che non s'accosti; sanguinanti e inermi

Sgombran con penne trepidanti al cielo.

Della grotta i recessi empie la luna,

E fra un mucchio di gigli addormentata

Svela a un Fauno confusa una Napea.

Gioì il protervo dell'esempio, e spera

Allettarne Fiammetta; e pregò tutti

Allor d'aita i Satiri canuti,

E quante emule ninfe eran da' giochi

E da' misteri escluse: e quegli arguti

Oziando ogni notte a Dioneo

Di scherzi e d'antri e talami di fiori

Ridissero novelle. Or vive il libro

Dettato dagli Dei; ma sfortunata

La damigella che mai tocchi il libro!

Tosto smarrita del natio pudore

Avrà la rosa; né il rossore ad arte

Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

[Donna del favo: sua cura delle api:

sua preghiera]

O giovinette Dee, gioia dell'inno,

Per voi la bella donna i riti vostri

Imita e le terrene api lusinga

Nel felsineo pendio d'onde il pastore

Mira Astrea che or del ciel gode e de' tardi

Alberghi di Nereo; d'indiche piante

E di catalpe onde i suoi Lari ombreggia

Sedi appresta e sollazzi alla vagante

Schiera, o le accoglie ne' fecondi orezzi

D'armonïoso speco inviolate

Dal gelo e dall'estiva ira e da' nembi.

La bella donna di sua mano i lattei

Calici del limone, e la pudica

Delle viole, e il timo amor dell'api

Innaffia, e il fior delle rugiade invoca

Dalle stelle tranquille, e impetra i favi

Che vi consacra e in cor tacita prega.

Con lei pregate, o donzellette, e meco

Voi, garzoni, miratela. Il segreto

Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce

Foco esultante nelle sue pupille

Faccianvi accorti di che preghi, e come

L'ascoltino le Dee. E certo impetra

Che delle Dee l'amabile consiglio

Da lei s'adempia. I pregi che dal Cielo

Per pietà de' mortali han le divine

Vergini caste, non a voi li danno,

Giovani vati e artefici eleganti,

Bensì a qual più gentil donna le imìta.

A lei correte, e di soavi affetti

Ispiratrici e immagini leggiadre

Sentirete le Grazie. Ah vi rimembri

Che inverecondo le spaventa Amore!

III

[Venere danzatrice]

      Torna deh! torna al suon, donna dell'arpa;

Guarda la tua bella compagna; e viene

Ultima al rito a tesser danze all'ara.

[Milano]

Pur la città cui Pale empie di paschi

Con l'urne industri tanta valle, e pingui

Di mille pioppe aeree al sussurro,

Ombrano i buoi le chiuse, or la richiama

Alle feste notturne e fra quegli orti

Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi,

Lungo i rivi d'Olona. E già tornava

Questa gentile al suo molle paese,

Così imminente omai freme Bellona

Che al Tebro, all'Arno, ov'è più sacra Italia,

Non un'ara trovò, dove alle Grazie

Rendere il voto d'una regia sposa.

Ma udì 'l canto, udì l' arpa; e a noi si volse

Agile come in cielo Ebe succinta.

      Sostien del braccio un giovinetto cigno,

E togliesi di fronte una catena

Vaga di perle a cingerne l'augello.

Quei lento al collo suo del flessuoso

Collo s'attorce, e di lei sente a ciocche

Neri su le sue lattee piume i crini

Scorrer disciolti, e più lieto la mira

Mentr'ella scioglie a questi detti il labbro:

[Offerta]

GRATA AGLI DEI DEL REDUCE MARITO

DA' FIUMI ALGENTI OV' HANNO PATRIA I CIGNI,

ALLE VIRGINEE DEITA' CONSACRA

L' ALTA REGINA MIA CANDIDO UN CIGNO.

[Lodi del cigno]

Accogliete, o garzoni e su le chiare

Acque vaganti intorno all' ara e al bosco

Deponete l' augello, e sia del nostro

Conte e signore; e i suoi atti venusti

Gli rendan l' onde e il suo candore, e goda

Di sé, quasi dicendo a chi lo mira,

Simbol son io della beltà. Sfrondate

Ilari carolando, o verginette,

Il mirteto e i rosai lungo i meandri

Del ruscello, versate sul ruscello,

Versateli , e al fuggente nuotatore

Che veleggia con pure ali di neve,

Fate inciampi di fiori, e qual più ameno

Fiore a voi sceglia col puniceo rostro,

Vel ponete nel seno. A quanti alati

Godon l'erbe del par l'aere ed i laghi

Amabil sire è il cigno, e con l'impero

Modesto delle grazie i suoi vassalli

Regge, ed agli altri volator sorride,

E lieto le sdegnose aquile ammira.

Sovra l'omero suo guizzan securi

Gli argentei pesci, ed ospite leale

Il vagheggiano s'ei visita all'alba

Le lor ime correnti, desioso

Di più freschi lavacri, onde rifulga

Sovra le piume sue nitido il sole.

[Viceregina]

      Fioritelo di gigli. Al vago rito

Donna l'invia, che nella villa amena

De' tigli (amabil pianta, e a' molli orezzi

Propizia, e al santo coniugale amore)

Nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto

Lieto accorrea, agitandole l'acque

Sotto i lauri tranquille. O di clementi

Virtù ornamento nella reggia insubre!

Finché piacque agli Dei, o agl'infelici

Cara tutela, e di tre regie Grazie

Genitrice gentil, bella fra tutte

Figlie di regi, e agl'Immortali amica!

Tutto il Cielo t'udia quando al marito

Guerreggiante a impedir l'Elba ai nemici

Pregavi lenta l'invisibil Parca

Che accompagna gli Eroi, vaticinando

L'inno funereo e l'alto avello e l'armi

Più terse e giunti alla quadriga i bianchi

Destrieri eterni a correre l'Eliso.

Sdegnan chi a' fasti di fortuna applaude

Le Dive mie, e sol fan bello il lauro

Quando Sventura ne corona i prenci.

Ma più alle Dive mie piace quel carme

Che d'egregia beltà l'alma e le forme

Con la pittrice melodia ravviva.

Spesso per l'altre età, se l'idioma

D'Italia correrà puro a' nepoti,

(è vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!)

*     *     *     *      *     *     *      *     *     *

[Ballerina]

Tento ritrar ne' versi miei la sacra

Danzatrice, men bella allor che siede,

Men di te bella, o gentil sonatrice,

Men amabil di te quando favelli,

 O nutrice dell'api. Ma se danza,

Vedila! tutta l'armonia del suono

Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso

Della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo

Manda agli sguardi venustà improvvisa.

 E chi pinger la può? Mentre a ritrarla

Pongo industre lo sguardo, ecco m'elude,

E le carole che lente disegna

Affretta rapidissima, e s'invola

Sorvolando su' fiori; appena veggio

 Il vel fuggente biancheggiar fra' mirti.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011