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Edizione di riferimento
Poesie di Ugo Foscolo, Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti editore, Livorno 1904.
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I [Tre donne] Tre vaghissime donne a cui le trecce Infiora di felici itale rose Giovinezza, e per cui splende più bello Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra Sacerdotesse, o care Grazie, io guido. Qui e voi che Marte non rapì alle madri Correte, e voi che muti impallidite Nel penetrale della Dea pensosa, [Urania e Galileo] . . . . . Urania era più lieta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . e le Grazie a lei l'azzurro Paludamento ornavano. Con elle Qui dov.io canto Galileo sedeva . . . . . a spiar l'astro Della loro regina; e il disviava Col notturno rumor l'acqua remota, Che sotto a' pioppi delle rive d'Arno Furtiva e argentea gli volava al guardo. Qui a lui l'alba, la luna e il sol mostrava, Gareggiando di tinte, or le severe Nubi su la cerulea alpe sedenti, Or il piano che fugge alle tirrene Nereidi, immensa di città e di selve Scena e di templi e d'arator beati, Or cento colli, onde Appennin corona D'ulivi e d'antri e di marmoree ville L'elegante città, dove con Flora Le Grazie han serti e amabile idioma. [Principio del rito] Date principio, o giovinetti, al rito, E da' festoni della sacra soglia Dilungate i profani. Ite, insolenti Genii d'Amore, e voi livido coro Di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete. Qui né oscena malía, né plauso infido Può, né dardo attoscato: oltre quest'ara, Cari al volgo e a' tiranni, ite, profani. [Fanciulle] Dolce alle Grazie è la virginea voce E la timida offerta: uscite or voi Dalle stanze materne ove solinghe Amor v'insidia, o donzellette, uscite: Gioia promette e manda pianto Amore. Qui su l'ara le rose e le colombe Deponete, e tre calici spumanti Di latte inghirlandato; e fin che il rito V'appelli al canto, tacite sedete: Sacro è il silenzio a' vati, e vi fa belle Più del sorriso. E tu che ardisci in terra [Canova scultore] Vestir d'eterna giovinezza il marmo, Or l'armonia della bellezza, il vivo Spirar de' vezzi nelle tre ministre, Che all'arpa io guido agl'inni e alle carole, Vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle Immortali fra noi, pria che all'Eliso Su l'ali occulte fuggano degli anni. [Suonatrice] Leggiadramente d'un ornato ostello, Che a lei d'Arno futura abitatrice I pennelli posando edificava Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima Vaga mortale, e siede all'ara; e il bisso Liberale acconsente ogni contorno Di sue forme eleganti; e fra il candore Delle dita s'avvivano le rose, Mentre accanto al suo petto agita l'arpa. Scoppian dall'inquïete aeree fila, Quasi raggi di sol rotti dal nembo, Gioia insieme e pietà; poi che sonanti Rimembran come il ciel l'uomo concesse Alle gioie e agli affanni, onde gli sia Librato e vario di sua vita il volo, E come alla virtù guidi il dolore, E il sorriso e il sospiro errin sul labbro Delle Grazie, e a chi son fauste e presenti, Dolce in core ei s'allegri e dolce gema. [Musica media] Pari un concento, se pur vera è fama, Un dì Aspasia tessea lungo l'Ilisso: Era allor delle Dee sacerdotessa, E intento al suono Socrate libava Sorridente a quell'ara, e col pensiero Quasi a' sereni dell'Olimpo alzossi. Quinci il veglio mirò volgersi obliqua, Affrettando or la via su per le nubi, Or ne' gorghi letèi precipitarsi Di Fortuna la rapida quadriga Da' viventi inseguita; e quel pietoso Gridò invano dall'alto: A cieca duce Siete seguaci, o miseri! e vi scorge Dove in bando è pietà, dove il Tonante Più adirate le folgori abbandona Su la timida terra. O nati al pianto E alla fatica, se virtù vi è guida, Dalla fonte del duol sorge il conforto. [Melodia] Ah ma nemico è un altro Dio di pace, Più che Fortuna, e gl'innocenti assale. Ve' come l'arpa di costei sen duole! Duolsi che a tante verginette il seno Sfiori, e di pianto alle carole in mezzo, Invidïoso Amor bagni i lor occhi. Per sè gode frattanto ella che amore Per sè l'altera giovane non teme. Ben l'ode e su l'ardenti ali s'affretta Alle vendette il Nume: e a quelle note A un tratto l'inclemente arco gli cade. E i montanini Zefiri fuggiaschi Docili al suono aleggiano più ratti Da le linfe di Fiesole e dai cedri, A rallegrare le giunchiglie ond'ella Oggi, o Grazie, per voi l'arpa inghirlanda, E a voi quest'inno mio guida più caro. [Musica alta e Lario] Già del piè delle dita e dell'errante Estro, e degli occhi vigili alle corde Ispirata sollecita le note Che pingon come l'armonia diè moto Agli astri, all'onda eterea e alla natante Terra per l'oceàno, e come franse L'uniforme creato in mille volti Co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno, E i suoni all'aere, e diè i colori al sole, E l'alterno continuo tenore Alla fortuna agitatrice e al tempo; Sì che le cose dissonanti insieme Rendan concento d'armonia divina E innalzino le menti oltre la terra. Come quando più gaio Euro provòca Sull'alba il queto Lario, e a quel sussurro Canta il nocchiero e allegransi i propinqui Liuti, e molle il flauto si duole D'innamorati giovani e di ninfe Su le gondole erranti; e dalle sponde Risponde il pastorel con la sua piva: Per entro i colli rintronano i corni Terror del cavrïol, mentre in cadenza Di Lecco il malleo domator del bronzo Tuona dagli antri ardenti; stupefatto Perde le reti il pescatore, ed ode. Tal dell'arpa diffuso erra il concento Per la nostra convalle; e mentre posa La sonatrice, ancora odono i colli. [Fiori] Or le recate, o vergini, i canestri E le rose e gli allori a cui materni Nell'ombrifero Pitti irrigatori Fur gli etruschi Silvani, a far più vago Il giovin seno alle mortali etrusche, Emule d'avvenenza e di ghirlande; Soave affanno al pellegrin se innoltra Improvviso ne' lucidi teatri, E quell'intenta voluttà del canto Ed errare un desio dolce d'amore Mira ne' volti femminili, e l'aura Pregna di fiori gli confonde il core. Recate insieme, o vergini, le conche Dell'alabastro, provvido di fresca Linfa e di vita, ahi breve! a' montanini Gelsomini, e alla mammola dogliosa Di non morir sul seno alla fuggiasca Ninfa di Pratolino, o sospirata Dal solitario venticel notturno. Date il rustico giglio, e se men alte Ha le forme fraterne, il manto veste Degli amaranti invïolato: unite Aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie Di Bellosguardo che all'amante suo Coglie Pomona, e a' garofani alteri Della prole diversa e delle pompe, E a' fiori che dagli orti dell'Aurora Novella preda a' nostri liti addussero Vittoriosi i Zefiri su l'ale, E or fra' cedri al suo talamo imminenti D'ospite amore e di tepori industri Questa gentil sacerdotessa educa. Spira soave e armonïoso agli occhi Quanto all'anima il suon, splendono i serti Che di tanti color mesce e d'odori; Ma il fior che altero del lor nome han fatto Dodici Dei ne scevra, e il dona all'ara Pur sorridendo; e in cor tacita prega: E di quei fiori ond'è nudrice, e l'arpa Ne incorona per voi, ven piaccia alcuno Inserir, belle Dee, nella ghorlanda La quale ogni anno il dì sesto d'aprile Delle rose di lagrime innaffiate In val di Sorga, o belle Dee, tessete A recarla alla madre. I [Polinnia e invocazione] Ora Polinnia alata Dea che molte Lire a un tempo percote, e più d'ogni altra Musa possiede orti celesti, intenda Anche le lodi de' suoi fiori; or quando La bella donna, delle Dee seconda Sacerdotessa, vien recando un favo. Nostro e disdetto alle altre genti è il rito Per memoria de' favi onde in Italia Con perenne ronzio fanno tesoro Divine api alle Grazie: e chi ne assaggia Parla caro alla patria. Ah voi narrate Come aveste quel dono! E chi la fama A noi fra l'ombre della terra erranti Può abbellir se non voi, Grazie, che siete Presenti a tutto, e Dee tutto sapete? [Giano manda a invitarle] Quattro volte l'Aurora era salita Su l'oriente a riveder le Grazie, Dacché nacquero al mondo; e Giano antico, Padre d'Italia, e l'adriaca Anfitrite Inviavan lor doni, e un drappelletto Di Naiadi e fanciulle eridanine, E quante i pomi d'Anïene e i fonti Godean d'Arno e di Tebro, o quante avea Ninfe il mar d'Aretusa; e le guidavi Tu più che giglio nivea Galatea. * * * * * * * * [Apollo canta] E cantar Febo pieno d'inni un carme, Vaticinò, com'ei lo spirto e varia Daranno ai vati l'armonia del plettro Le sue liete sorelle, e Amore il pianto Che lusinghi a pietà l'alme gentili, E il giovine Lieo scevra d'acerbe Cure la vita, e Pallade i consigli, Giove la gloria, e tutti i Numi eterno Poscia l'alloro; ma le Grazie il mèle Persuadente grazïosi affetti, Onde pia con gli Dei torni la terra. E cantando vedea lieto agitarsi Esalando profumi, il verdeggiante Bosco d'Olimpo, e rifiorir le rose, E [scorrere] di nèttare i torrenti, E risplendere il cielo, e delle Dive Raggiar più bella l'immortal bellezza; Però che il Padre sorrideva, e inerme A piè del trono l'aquila s'assise. * * * * * * * * [Vesta] Inaccessa agli Dei splende una fiamma Solitaria nell'ultimo de. cieli, Per proprio foco eterna; unico Nume La veneranda Deità di Vesta Vi s'appressa, e deriva indi una pura Luce che, mista allo splendor del sole, Tinge gli aerei campi di zaffiro, E i mari, allor che ondeggiano al tranquillo Spirto del vento facili a. nocchieri, E di chiaror dolcissimo consola Con quel lume le notti, e a qual più s.apre Modesto fiore a decorar la terra Molli tinte comparte, invidïate Dalla rosa superba. * * * * * * * * Dite, o garzoni, a chi mortale, e voi, Donzelle, dite a qual fanciulla un giorno Più di quel mèl le Dee furon cortesi. N'ebbe primiero un cieco; e sullo scudo Di Vulcano mirò moversi il mondo, E l'altro Ilio dirùto, e per l'ignoto Pelago la solinga itaca vela, E tutto Olimpo gli s'aprì alla mente E Cipria vide e delle Grazie il cinto. Ma quando quel sapor venne a Corinna Sul labbro, vinse tra l'elèe quadrighe Di Pindaro i destrier, benchè Elicona Li dissetasse, e li pascea di foco Eolo, e prenunzia un'aquila correva, De' suoi freni li adornava il Sole. . . . . . . . . . . . . Di quel mèl la fragranza errò improvvisa Sul talamo all'eolia fanciulla, E il cor dal petto le balzò e la lira Ed aggiogando i passeri, scendea Venere dall'Olimpo, e delle sue Ambrosie dita le tergeva il pianto. * * * * * * * * . . . . . . Indarno Imetto Le richiama dal dì che a fior dell'onda Egea, beate volatrici, il coro Eliconio seguieno, obbedïenti All'elegia del fuggitivo Apollo. [Marte caccia le muse: le seguono le api: etc.] Però che quando su la Grecia inerte Marte sfrenò le tartare cavalle Depredatrici, e coronò la schiatta Barbara d'Ottomano, allor l'Italia Fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo Fabro dell'aureo mel pose a sua prole Il felice alvear. Né le Febee Api (sebben le altre api abbia crudeli) Fuggono i lai della invisibil Ninfa, Che ognor delusa d'amorosa speme, Pur geme per le quete aure diffusa, E il suo altero nemico ama e richiama; Tanta dolcezza infusero le Grazie, Per pietà della Ninfa, alle sue voci, Che le lor api immemori dell'opra, Ozïose in Italia odono l'eco Che al par de' carmi fe' dolce la rima. Quell'angelette scesero da prima Ove assai preda di torrenti al mare Porta Eridàno. Ivi la fata Alcina Di lor sorti presaga avea disperso Molti agresti amaranti; e lungo il fiume Gran ciel prendea con negre ombre un'incolta Selva di lauri: su' lor tronchi Atlante Di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese, E di spettri guerrier muta una schiera E donne innamorate ivan col mago, Aspettando il cantor; e questi i favi Vide quivi deposti, e si mietea Tutti gli allori; ma de' fior d'Alcina Più grazïoso distillava il mele, E il libò solo un lepido poeta, Che insiem narrò d'Angelica gli affanni. | Ma non men cara l'api amano l'ombra Del sublime cipresso, ove appendea La sua cetra Torquato, allor che ardendo Forsennato egli errò per le foreste, Sì che insieme movea pietate e riso Nelle gentili Ninfe e ne' pastori: | Né già cose scrivea degne di riso Se ben cose facea degne di riso. | . . . . . . . Deh! perché torse I suoi passi da voi, liete in udirlo Cantar Erminia, e il pio sepolcro e l'armi? Nè disdegno di voi, ma più fatale Nume alla reggia il risospinse e al pianto. | . . . . . . . . . . . . . . . . . . A tal ventura Fur destinate le gentili alate Che riposàr sull'Eridano il volo. | [L'altra in Toscana ... ... ... Speranza] Mentre nel Lilibeo mare la fata Dava promesse, e l'attendea cortese A quante all'Adria indi posaro il volo Angiolette Febee, l'altro drappello Che, per antico amor Flora seguendo, Tendea per le tirrene aure il suo corso, Trovò simile a Cerere una donna Su la foce dell'Arno; e l'attendeva Portando in mari purpurei gigli e frondi Fresche d'ulivo. Avea riposo al fianco Un'etrusca colonna, a sè dinanzi Di favi desïoso un alveare. Molte intorno a' suoi piè verdi le spighe Spuntavano, e perìan molte immature Fra gli emuli papaveri; mal nota, Benchè fosse divina, era l'Ancella Alle pecchie immortali. Essa agli Dei Non tornò mai, da che scendea ne' primi Dì noiosi dell'uorno; e il riconforta Ma le presenti ore gl'invola; ha nome Speranza e men infida ama i coloni. Già negli ultimi cieli iva compiendo Il settimo de' grandi anni Saturno Col suo pianeta, da che a noi la Donna Precorrendo le Muse era tornata Per consiglio di Pallade, a recarne L'ara fatale ove scolpite in oro Le brevi rifulgean libere leggi, Madri dell'arti | onde fu bella Atene. | * * * * * * * * * [Architettura] Ecco prostrata una foresta, e fianchi Rudi d'alpe, e masse ferree immani Al braccio de' Ciclòpi, a fondar tempio Che ceda tardo a' muti urti del tempo. E al suono che invisibili spandeano Le Grazie intorno, assunsero nell'opra Nuova speme i viventi: e l'Architetto Meravigliando della sua fatica, Quasi nubi lievissime, di terra Ferro e abeti vedea sorgere e marmi, A sue leggi arrendevoli, e posarsi Convessi in arco aereo imitanti Il firmamento. Attonite le Muse Come vennero poscia alla divina Mole il guardo levando, indarno altrove Col memore pensier ivan cercando Se altrove Palla, . . . . . . . . . O quando in Grecia di celeste acànto Ghirlandò le colonne, o quando in Roma Gli archi adornava a ritornar vittrice Trïonfando con candide cavalle, Miracolo sì fatto avesse all'arti Mai suggerito. - Quando poi la Speme Veleggiando su l'Arno in una nave L'api recò e l'ancora là dove Sorger poscia dovea delle bell'arti Sovra mille colonne una gentile Reggia alle Muse, . . . corser l'api A un'indistinta di novelle piante Soavità che intorno al tempio oliva. | . . . . . . . . . . [Dante, Petrarca, Boccaccio] Un mirto Che suo dall'alto Beatrice ammira, Venerando splendeva; e dalla cima Battea le penne un Genio disdegnoso Che il passato esplorando e l'avvenire Cieli e abissi cercava, e popolato D'anime in mezzo a tutte l'acque un monte; Poi, tornando, spargea folgori e lieti Raggi, e speme e terrore e pentimento Ne' mortali; e verissime sciagure All'Italia cantava. Appresso al mirto Fiorian le rose che le Grazie ogni anno Ne' colli euganei van cogliendo, e un serto Molle di pianto il dì sesto d'aprile Ne recano alla Madre. A queste intorno Dolcemente ronzarono, e sentiro Come forse d'Eliso era venuto Ad innestare il cespo ei che più ch'altri Libò il mel sacro su l'Imetto, e primo Fe' del celeste amor celebre il rito. Pur con molti frutteti e con l'orezzo Le sviò de. quercioli una valletta Dove le Ninfe alle mie Dee seguaci . . . . . . . . . . . Non son Genii mentiti. Io dal mio poggio Quando tacciono i venti fra le torri Della vaga Firenze, odo un Silvano Ospite ignoto a' taciti eremiti Del vicino Oliveto: ei sul meriggio Fa sua casa un frascato, e a suon d'avena Le pecorelle sue chiama alla fonte. Chiama due brune giovani la sera, Né piegar l'erbe mi parean ballando. Esso mena la danza. N'eran molte Sotto l'alpe di Fiesole a una valle Che da sei montagnette ond'è ricinta Scende a sembianza di teatro acheo. Affrico allegro ruscelletto accorse A' lor prieghi dal monte, e fe' la valle Limpida d'un freschissimo laghetto. Nulla per anco delle Ninfe inteso Avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto Novellando d'amori e cortesie Con le amiche sedeva, o s'immergea, Te, amor, fuggendo e tu ve la spïavi, Dentro le cristalline onde più bella. Fur poi svelati in que' diporti i vaghi Misteri, e Dioneo re del drappello Le Grazie afflisse. Perseguì i colombi Che stavan su le dense ali sospesi A guardia d'una grotta: invan gementi Sotto il flagel del mirto onde gl'incalza Gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi Che non s'accosti; sanguinanti e inermi Sgombran con penne trepidanti al cielo. Della grotta i recessi empie la luna, E fra un mucchio di gigli addormentata Svela a un Fauno confusa una Napea. Gioì il protervo dell'esempio, e spera Allettarne Fiammetta; e pregò tutti Allor d'aita i Satiri canuti, E quante emule ninfe eran da' giochi E da' misteri escluse: e quegli arguti Oziando ogni notte a Dioneo Di scherzi e d'antri e talami di fiori Ridissero novelle. Or vive il libro Dettato dagli Dei; ma sfortunata La damigella che mai tocchi il libro! Tosto smarrita del natio pudore Avrà la rosa; né il rossore ad arte Può innamorar chi sol le Grazie ha in core. [Donna del favo: sua cura delle api: sua preghiera] O giovinette Dee, gioia dell'inno, Per voi la bella donna i riti vostri Imita e le terrene api lusinga Nel felsineo pendio d'onde il pastore Mira Astrea che or del ciel gode e de' tardi Alberghi di Nereo; d'indiche piante E di catalpe onde i suoi Lari ombreggia Sedi appresta e sollazzi alla vagante Schiera, o le accoglie ne' fecondi orezzi D'armonïoso speco inviolate Dal gelo e dall'estiva ira e da' nembi. La bella donna di sua mano i lattei Calici del limone, e la pudica Delle viole, e il timo amor dell'api Innaffia, e il fior delle rugiade invoca Dalle stelle tranquille, e impetra i favi Che vi consacra e in cor tacita prega. Con lei pregate, o donzellette, e meco Voi, garzoni, miratela. Il segreto Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce Foco esultante nelle sue pupille Faccianvi accorti di che preghi, e come L'ascoltino le Dee. E certo impetra Che delle Dee l'amabile consiglio Da lei s'adempia. I pregi che dal Cielo Per pietà de' mortali han le divine Vergini caste, non a voi li danno, Giovani vati e artefici eleganti, Bensì a qual più gentil donna le imìta. A lei correte, e di soavi affetti Ispiratrici e immagini leggiadre Sentirete le Grazie. Ah vi rimembri Che inverecondo le spaventa Amore! III [Venere danzatrice] Torna deh! torna al suon, donna dell'arpa; Guarda la tua bella compagna; e viene Ultima al rito a tesser danze all'ara. [Milano] Pur la città cui Pale empie di paschi Con l'urne industri tanta valle, e pingui Di mille pioppe aeree al sussurro, Ombrano i buoi le chiuse, or la richiama Alle feste notturne e fra quegli orti Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi, Lungo i rivi d'Olona. E già tornava Questa gentile al suo molle paese, Così imminente omai freme Bellona Che al Tebro, all'Arno, ov'è più sacra Italia, Non un'ara trovò, dove alle Grazie Rendere il voto d'una regia sposa. Ma udì 'l canto, udì l' arpa; e a noi si volse Agile come in cielo Ebe succinta. Sostien del braccio un giovinetto cigno, E togliesi di fronte una catena Vaga di perle a cingerne l'augello. Quei lento al collo suo del flessuoso Collo s'attorce, e di lei sente a ciocche Neri su le sue lattee piume i crini Scorrer disciolti, e più lieto la mira Mentr'ella scioglie a questi detti il labbro: [Offerta] GRATA AGLI DEI DEL REDUCE MARITO DA' FIUMI ALGENTI OV' HANNO PATRIA I CIGNI, ALLE VIRGINEE DEITA' CONSACRA L' ALTA REGINA MIA CANDIDO UN CIGNO. [Lodi del cigno] Accogliete, o garzoni e su le chiare Acque vaganti intorno all' ara e al bosco Deponete l' augello, e sia del nostro Conte e signore; e i suoi atti venusti Gli rendan l' onde e il suo candore, e goda Di sé, quasi dicendo a chi lo mira, Simbol son io della beltà. Sfrondate Ilari carolando, o verginette, Il mirteto e i rosai lungo i meandri Del ruscello, versate sul ruscello, Versateli , e al fuggente nuotatore Che veleggia con pure ali di neve, Fate inciampi di fiori, e qual più ameno Fiore a voi sceglia col puniceo rostro, Vel ponete nel seno. A quanti alati Godon l'erbe del par l'aere ed i laghi Amabil sire è il cigno, e con l'impero Modesto delle grazie i suoi vassalli Regge, ed agli altri volator sorride, E lieto le sdegnose aquile ammira. Sovra l'omero suo guizzan securi Gli argentei pesci, ed ospite leale Il vagheggiano s'ei visita all'alba Le lor ime correnti, desioso Di più freschi lavacri, onde rifulga Sovra le piume sue nitido il sole. [Viceregina] Fioritelo di gigli. Al vago rito Donna l'invia, che nella villa amena De' tigli (amabil pianta, e a' molli orezzi Propizia, e al santo coniugale amore) Nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto Lieto accorrea, agitandole l'acque Sotto i lauri tranquille. O di clementi Virtù ornamento nella reggia insubre! Finché piacque agli Dei, o agl'infelici Cara tutela, e di tre regie Grazie Genitrice gentil, bella fra tutte Figlie di regi, e agl'Immortali amica! Tutto il Cielo t'udia quando al marito Guerreggiante a impedir l'Elba ai nemici Pregavi lenta l'invisibil Parca Che accompagna gli Eroi, vaticinando L'inno funereo e l'alto avello e l'armi Più terse e giunti alla quadriga i bianchi Destrieri eterni a correre l'Eliso. Sdegnan chi a' fasti di fortuna applaude Le Dive mie, e sol fan bello il lauro Quando Sventura ne corona i prenci. Ma più alle Dive mie piace quel carme Che d'egregia beltà l'alma e le forme Con la pittrice melodia ravviva. Spesso per l'altre età, se l'idioma D'Italia correrà puro a' nepoti, (è vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!) * * * * * * * * * * [Ballerina] Tento ritrar ne' versi miei la sacra Danzatrice, men bella allor che siede, Men di te bella, o gentil sonatrice, Men amabil di te quando favelli, O nutrice dell'api. Ma se danza, Vedila! tutta l'armonia del suono Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso Della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo Manda agli sguardi venustà improvvisa. E chi pinger la può? Mentre a ritrarla Pongo industre lo sguardo, ecco m'elude, E le carole che lente disegna Affretta rapidissima, e s'invola Sorvolando su' fiori; appena veggio Il vel fuggente biancheggiar fra' mirti. * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * |
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