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Edizione di riferimento
Poesie di Ugo Foscolo, Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti editore, Livorno 1904.
I [Esordio] Pari al numero lor volino gl'inni Alle vergini sante, armonïosi Del peregrino suono uno e diverso Di tre favelle. Intento odi, Canova; Ch'io mi veggio d'intorno errar l'incenso, Qual si spandea sull'are a' versi arcani D'Anfïone: presente ecco il nitrito De' corsieri dircei; benché Ippocrene Li dissetasse, e li pascea dell'aure Eolo, e prenunzia un'aquila volava, E de' suoi freni li adornava il Sole: Pur que' vaganti Pindaro contenne Presso il Cefiso, ed adorò le Grazie. Fanciulle, udite, udite: un lazio Carme Vien danzando imenei dall'isoletta Di Sirmïone per l'argenteo Garda Sonante con altera onda marina, Da che le nozze di Peleo, cantate Nella reggia del mar, l'aureo Catullo Al suo Garda cantò. Sacri poeti, A me date voi l'arte, a me de' vostri Idïomi gli spirti, e co' toscani Modi seguaci adornerò più ardito Le note istorie, e quelle onde a me solo Siete cortesi allor che dagli antiqui Sepolcri m'apparite, illuminando D'elisia luce i solitari campi Ove l'errante Fantasia mi porta A discernere il vero. Or ne preceda Clio, la più casta delle Muse, e chiami Consolatrici sue meco le Grazie. | * * * * * * * * * * * [Tre giorni stettero con Venere ecc. ... Amore assume le sue vere forme] Ama le Grazie più del primo bacio Che Amor le dà: però ne insegue ei sempre Invido, e non fanciul, come più spesso Pare agli umani: ad Ercole la clava Strappa innanzi al tuo seggio, e la persona Alta d’Apollo assume, e non ha l’ali, . . . . . . . . . . . . . . . . Gli occhi bensì, che sospettosi intorno Fulmina e intenti, minacciando, arresta. Perché dal crin sino alle piante è fiamma. . . . . . . . . . . . . . . . . E da’ gioghi d’Olimpo acerbo in core, Precipita, agitando arco e faretra Strepitanti per gli omeri ai suoi passi. E i chiusi strali presagian frementi quell’invisibil Dio che, pari a notte, sovrastò su le Grazie, e ... Dall’arco argenteo un suon lungo per l’aere. * * * * * * * * * [Dove stavano. Tumulto di Amore etc.] Come se a’ raggi d’Espero amorosi Fuor d’una mirtea macchia escon secrete Le tortorelle mormorando a’ baci, Guata dall’ombra l’upupa e sen duole, Fuggono quelle impaurite al bosco; Così le Grazie si fuggian tremando. [Comparsa di Minerva, etc] Fu lor ventura che Minerva allora | Risaliva que' balzi, al bellicoso Scita togliendo il nume suo. Di stragi Su' canuti, e di vergini rapite, Stolto! il trionfo profanò che in guerra Giusta il favore della Dea gli porse. Delle Grazie s'avvide e della fuga Immantinente, e dietro ad un'opaca Rupe il cocchio lasciava, e le sue quattro Leonine puledre; ivi lo scudo Depose, e la fatale egida, e l'elmo, E inerme agli occhi delle Grazie apparve. Scendete, disse, o vergini, scendete Al mare, e venerate ivi la Madre; E dolce un lutto per Orfeo nel core Vi manderà, che obblïerete il vostro Terror, tanto ch'io rieda a offrirvi un dono, Né più vi offenda Amore. - E tosto al corso Diè la quadriga, e la rattenne a un'alta Reggia che al par d'Atene ebbe già cara: Or questa sola ha in pregio, or quando i Fati Non lasciano ad Atene altro che il nome. | II * * * * * * * * * [Tiresia sotto le palme di Cirene] E a me un avviso Eufrosine, cantando Porge, un avviso che da Febo un giorno Sotto le palme di Cirene apprese. Innamorato, nel pierio fonte Guardò Tiresia giovinetto i fulvi Capei di Palla, liberi dall'elmo, Coprir le rosee disarmate spalle; Sentì l'aura celeste, e mirò l'onde Lambir a gara della Diva il piede, E spruzzar riverenti e paurose La sudata cervice e il casto petto, Che i lunghi crin discorrenti dal collo Coprian, siccome li moveano l'aure. Ma né più rimirò dalle natie Cime eliconie il cocchio aureo del Sole, Né per la coronea selva di pioppi Guidò a' ludi i garzoni, o alle carole L'anfionie fanciulle; e i capri e i cervi, Tenean securi le beote valli, Ché non più il dardo suo dritto fischiava; Però che la divina ira di Palla Al cacciator col cenno onnipotente Avvinse i lumi di perpetua notte. Tal destino è ne' fati. Ahi! senza pianto L'uomo non vede la beltà celeste. | III [Reggia di Pallade] Isola è in mezzo all'ocean, là dove Sorge più curvo agli astri; immensa terra Come è grido vetusto, un dì beata D'eterne messi e di mortali altrice. Invan la chiede all'onde oggi il nocchiero, Or i nostri invocando or dell'avverso Polo gli astri; e se illuso è dal desio, Mira albeggiar i suoi monti da lunge, E affretta i venti, e per l'antica fama Atlantide l'appella. Ma da Febo Detta è Palladio Ciel, da che la santa Palla Minerva agli abitanti irata, Cui il ricco suolo e gl'imenei lascivi Fean pigri all'arte e sconoscenti a Giove, Dentro l'Asia gli espulse, e l'aurea terra Cinse di ciel pervio soltanto ai Numi. Onde, qualvolta per desio di stragi Si fan guerra i mortali, e alla divina Libertà danno impuri ostie di sangue; O danno a prezzo anima e brandi all'ire Di tiranni stranieri, o a fera impresa Seguon avido re che ad innocenti Popoli appresta ceppi e lutto a' suoi; Allor concede le Gorgoni a Marte Pallade, e sola tien l'asta paterna Con che i regi precorre alla difesa Delle leggi e dell'are, e per cui splende A' magnanimi eroi sacro il trionfo. Poi nell'isola sua fugge Minerva, E tutte Dee minori, a cui diè Giove D'esserle care alunne, a ogni gentile Studio ammaestra: e quivi casti i balli, Quivi son puri i canti, e senza brina I fiori e verdi i prati aureo il giorno Sempre, e stellate e limpide le notti. [Velo] Chiamò d'intorno a sé le Dive, e a tutte Compartì l'opre del promesso dono Alle timide Grazie. Ognuna intenta Agl'imperii correa: Pallade in mezzo Con le azzurre pupille amabilmente Signoreggiava il suo virgineo coro. | Attenuando i rai aurei del sole, Volgeano i fusi nitidi tre nude Ore, e del velo distendean l'ordito. Venner le Parche di purpurei pepli Velate e il crin di quercia; e di più trame Raggianti, adamantine, al par dell'etra, E fluide e pervie e intatte mai da Morte, Trame onde filan degli Dei la vita, Le tre presaghe riempiean la spola. Né men dell'altre innamorata, all'opra Iri scese fra' Zefiri; e per l'alto Le vaganti accogliea lucide nubi Gareggianti di tinte, e sul telaio Pioveale a Flora a effigïar quel velo: E più tinte assumean riso e fragranza E mille volti dalla man di Flora. E tu, Psiche, sedevi e spesso in core, Senza aprir labbro, ridicendo "Ahi, quanto Gioie promette, e manda pianto Amore!" Raddensavi col pettine la tela. E allor faconde di Talia le corde, E Tersicore Dea, che a te dintorno Fea tripudio di ballo e ti guardava, Eran conforto a' tuoi pensieri e all'opra. Correa limpido insiem d'Erato il canto Da quei suoni guidato; e come il canto Flora intendeva, e sì pingea con l'ago. Mesci, odorosa Dea, rosee le fila; E nel mezzo del velo ardita balli, Canti fra 'l coro delle sue speranze Giovinezza: percote a spessi tocchi Antico un plettro il Tempo; e la danzante Discende un clivo onde nessun risale. Le Grazie a' piedi suoi destano fiori, A fiorir sue ghirlande: e quando il biondo Crin t'abbandoni e perderai 'l tuo nome, Vivran que' fiori, o Giovinezza, e intorno L'urna funerea spireranno odore. Or mesci, amabil Dea, nivee le fila; E ad un lato del velo Espero sorga Dal lavor di tue dita; escono errando Fra l'ombre e i raggi fuor d'un mirteo bosco Due tortorelle mormorando ai baci; Mirale occulto un rosignuol, e ascolta Silenzïoso, e poi canta imenei: Fuggono quelle vereconde al bosco. Mesci, madre dei fior, lauri alle fila; E sul contrario lato erri co' specchi Dell'alba il sogno; e mandi alle pupille Sopite del guerrier miseri i volti Della madre e del padre allor che all'are Recan lagrime e voti; e quei si desta, E i prigionieri suoi guarda e sospira. Mesci, o Flora gentile! oro alle fila; E il destro lembo istoriato esulti D'un festante convito: il Genio in volta Prime coroni agli esuli le tazze. Or libera e la gioia, ilare il biasmo, E candida è la lode. A parte siede Bello il silenzio arguto in viso e accenna Che non fuggano i motti oltre le soglie. Mesci cerulea Dea, mesci le fila; E pinta il lembo estremo abbia una donna Che con l'ombre i silenzi unica veglia; Nutre una lampa su la culla, e teme Non i vagiti del suo primo infante Sien presagi di morte; e in quell'errore Non manda a tutto il cielo altro che pianti Beata! ancor non sa come agli infanti Provido è il sonno eterno, e que' vagiti Presagi son di dolorosa vita. Come d'Erato al canto ebbe perfetti Flora i trapunti, ghirlandò l'Aurora Gli aerei fluttuanti orli del velo D'ignote rose a noi; sol la fragranza, Se vicino è un Iddio, scende alla terra. E fra l'altre immortali ultima venne Rugiadosa la bionda Ebe, costretti In mille nodi fra le perle i crini, Silenzïosa, e l'anfora converse: E dell'altre la vaga opra fatale Rorò d'ambrosia; e fu quel velo eterno. * * * * * * * * * [Lor pone il velo addosso, etc] . . . . . . . . . . . . . d’Amor sorelle Creovvi il Fato, né da lui potrei Scevrarmi mai, né lo desia la Terra: Ma quando di sue fiamme arde l’ . . . Arde il cor de’ mortali e il vostro pianto L’adiri; allora questo vel vi copra, Nè v’arderà il suo dardo: e sì ravvolte, Finchè nell’ira sua freme perverso, Abbiate albergo questa reggia mia: E or ospiti improvvise all’elegante Pittor scendete, e coll’ingenuo riso Dolce un decoro pioverà alla tela; Nitido il verso suonerà al Poeta, . . . . . . . . . . E il velo delle Dee manda improvviso Un suon, qual di lontana arpa, che scorre Sopra i vanni de’ Zeffiri soave; Qual venia dall’Egeo per l’isolette un’ignota armonia, poi che al reciso Capo e al bel crin d’Orfeo la vaga lira Annodaro scagliandola nell’onde Le delire Baccanti; | e sospirando Con l’Jonio propinquo il sacro Egeo Quell’armonia serbava, e l’isolette Stupefatte l’udiro e i continenti. . . . . . . . . . . [Epilogo] Addio, Grazie: son vostri, e non verranno Soli quest'inni a voi, né il vago rito Obblïeremo di Firenze ai poggi Quando ritorni April. L'arpa dorata Di novello concento adorneranno, Disegneran più amabili carole E più beato manderanno il carme Le tre avvenenti ancelle vostre all'ara: E il fonte, e la frondosa ara e i cipressi, E i serti e i favi vi fien sacri, e i cigni Votivi, e allegri i giovanili canti E i sospir delle Ninfe. Intanto, o belle, O dell'arcano vergini custodi Celesti, un voto del mio core udite. | Date candidi giorni a lei che sola, Da che più lieti mi fioriano gli anni, M'arse divina d'immortale amore. Sola vive al cor mio cura soave, Sola e secreta spargerà le chiome Sovra il sepolcro mio, quando lontano Non prescrivano i fati anche il sepolcro. Vaga e felice i balli e le fanciulle Di nera treccia insigni e di sen colmo, Sul molle clivo di Brïanza un giorno Guidar la vidi; oggi le veste allegre Obbliò mesta e il suo vedovo coro. E se alla Luna e all'etere stellato Più azzurro il scintillante Eupili ondeggia, Il guarda avvolta in lungo velo, e plora Col rosignol, finché l'Aurora il chiami A men soave tacito lamento. A lei da presso il piè volgete, o Grazie, E nel mirarvi, o Dee, tornino i grandi Occhi fatali al lor natio sorriso. |
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