Ugo Foscolo

LE GRAZIE

[Edizione Orlandini 1848]

[In collaborazione con la Donna Gentile]

Edizione di riferimento:

Le Grazie, Carme di Ugo Foscolo riordinato sugli autografi per cura di F.S. Orlandini, Le Monnier, Firenze 1848, 2a edizione 1856

Hic triplex uno comitatur Gratia nexu.

Sidon. Apollinar. Car. IX.

Pei giovani assento di pubblicare alcune note al mio Poema; ma se non avessi temuto di parere ingrato a' consili altrui, avrei volentieri abbandonati i versi senza interpretazione veruna, rassegnandomi al biasimo che mi merito da' lettori, se io, mentre pensava adornare col velo poetico i miei pensieri, li ho fatti, come altre volte fui tacciato, più oscuri.

INNO PRIMO

VENERE

Carme  ad  ANTONIO CANOVA

Alle Grazie immortali

le tre di Citerea figlie gemelle

è sacro il tempio, e son d'Amor sorelle;

nate il dì che a' mortali

beltà ingegno virtù concesse Giove,

onde perpetue sempre e sempre nuove

le tre doti celesti

e più lodate e più modeste ognora

le Dee serbino al mondo. Entra ed adora.

Cantando, o Grazie, degli eterei pregi

Di che il cielo v'adorna, e della gioja

Che vereconde, voi date alla terra,

Belle vergini! a voi chieggio l'arcana

Armoniosa melodia pittrice

Della vostra beltà, sì che all'Italia

Afflitta di regali ire straniero

Voli improvviso, a rallegrarla, il carme.

Nella convalle fra gli aerei poggi

Di Bellosguardo, ov'io, cinta d'un fonte

Limpido, fra le quete ombre di mille

Giovinetti cipressi, alle tre Dive

L'ara innalzo (e un fatidico laureto

In cui men verde serpeggia la vite,

La protegge di tempio) al vago rito

Vieni, o Canova, e agi inni. Al cor men fece

Dono la bella Dea che tu sacrasti

Qui sull'Arno alle belle Arti custode;

Ed ella d'immortal lume e d'ambrosia

La santa imago sua tutta precinse.

Forse (o ch'io spero!) artefice di Numi,

Nuovo meco darai spirto alle Grazie

Ch'or di tua mano escon del marmo. Anch'io

Pingo e spiro a' fantasmi anima eterna:

Sdegno il verso che suona e che non crea

Perchè Febo mi disse: Io, Fidia, primo,

Ed Apollo guidai colla mia lira.

Eran l'Olimpo e il Fulminante e il Fato

E del tridente enosigèo tremava

La genitrice Terra: Amor dagli astri

Pluto feria; nè ancora eran le Grazie.

Una Diva scorrea lungo il creato

A fecondarlo, e di Natura avea

L'austero nome: fra' Celesti or gode

Di cento troni; e con più nomi ed are

Le dan rito i mortali, e più le giova

L'inno che bella Citerea la invoca.

Perchè, elemento a noi che mirò afflitti

Travagliarci e adirati, un dì la santa

Diva, all'uscir de' flutti ove s'immerse

A ravvivar le gregge di Neréo,

Apparì colle Grazie; e le raccolse

L'onda jonia primiera, onda che, amica

Del lito ameno e dell'ospite museo,

Da Citera ogni dì vien desïosa

A' materni miei colli. - Ivi fanciullo

La deità di Venere adorai.

Salve, Zacinto! All'antenoreo prode,

De' santi Lari idei ultimo albergo

E de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,

E a te i pensier; chè pïamente a queste

Dee non favella chi la patria oblia.

Sacra città è Zacinto! Eran suoi templi,

Era ne' colli suoi l'ombra de' boschi

Sacri al tripudio di Dïana e al coro,

Nè ancor Neuttuno al reo Laomedonte

Muniva Ilio di torri inclite in guerra.

Bella è Zacinto! A lei versan tesori.

L'angliche navi; a lei dall'alto manda

I più vitali rai l'eterno Sole;

Limpide nubi a lei Giove concede,

E selve ampie d'ulivi, e liberali

I colli di Lieo: rosea salute

Spirano l'aure, del felice arancio

Tutte odorate, e de' perpetui cedri.

Tacea splendido il mar, poi che sostenne,

Sulla conchiglia assise e vezzeggiate

Dalla Diva, le Grazie: e a sommo il flutto,

Quante alla prima prima aura di Zeffiro

Le frotte delle vaghe api prorompono,

E Più e più succedenti invide ronzano

A far lunghi di sè aerei grappoli;

Vanno aliando su' nettarei calici,

E del mèle futuro in cor s'allegrano;

Tante a fior dell'immensa onda raggiante

Ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude

Le amorose Nereidi oceanine;

E a drappelli agilissime seguendo

La Gioja alata, degli Dei foriera

Gittavan perle, delle ingenue Grazie

Il bacio le Nereidi sospirando.

Poi, come l'orme della Diva e il riso

Delle vergini sue fer di Citera

Sacro il lito, un'ignota violetta

Spuntò al piè de' cipressi; e d'improvviso

Molte purpuree rose amabilmente

Si conversero in candide. - Fu quindi

Religïone di libar col latte

Cinto di bianche rose, e cantar gl'inni

Sotto a’ cipressi, ed offerire all'ara

Le perle e il fiore messagger d'Aprile.

Ma chi de' Numi esercitava impero

Sugli uomini ferini, e quai rninistri

Aveva in terra, il primo di che al mondo

Le belle Dive Citerea concesse?

Alta ed orrenda n'è la storia; e noi

Quaggiù fra le terrene ombre vaganti,

Dalla Fama n'udiam timido avviso.

Abbellitela or voi, Grazie, che a tutto

Siete presenti e, Dee, tutto sapete.

Quando i pianeti dispensò a' Celesti

Giove padre, il più splendido ei s'elesse,

E tocco in sorte a Citerea '1 più bello,

E l'altissimo a Pallade; e le genti

Di que' mondi beate abitatrici

Sentir l'imperio del lor proprio Nume,

Ma da' Celesti rimanea negletto

Il picciol globo della Terra - e, nati

Alle prede i suoi figli ed alla guerra,

E dopo breve dì sacri alla morte,

va van tutti colle belve all'ombra

Della gran selva della terra: e gli antri

Eran tetto, e i sepolcri erano altari;

E col sangue di vergini innocenti

Placavan l'aspre Deità d'Averno,

Alle menti atterrite unico Nume. -

Non prieghi d'inni o danze d'imenei,

Ma di veltri perpetuo ululato

Tutta l'isola udia, quindi; e di dardi

Correa dagli archi un suon lungo sull'aure,

E il provocato fremito di belve

Minaccianti e degli uomini la pugna

Sulle membra del vinto orso rissosi,

E de' piagati cacciatori il grido.

Cerere invan donato avea l'aratro

A que' feroci: invan d'oltre l'Eufrate

Chiamò un di Bassaréo giovine Dio

A ingentilir i pampini le balze.

Il pio strumento irrugginìa su' brevi

Solchi, deserto; divorata, innanzi

Che i grappoli novelli imporporasse

A' rai d'autunno, era la vite. E quando

Ripassò col suo coro il giovin Dio,

il fremir delle tigri, all'immortale

Cocchio ministre, que' feroci a nuova

Rabbia di guerra concitava. Solo

Quando apparian le Grazie, i cacciatori,

E le donne e le vergini, e i fanciulli

L'arco e '1 terror deponeano, ammirando.

L'una tosto alla madre col gemmato

Pettine asterge mollemente e intreccia

Le chiome di marina onda stillanti;

L'altra sorella a' Zeffiri consegna,

A rifiorirle i prati a primavera,

L'ambrosio umore ond'è irrorato il seno

Della figlia di Giove: vereconda

La terza ancella ricompone il peplo

Sulle membra divine, e le contende

Di que' Selvaggi attoniti al desio.

Con mezze in mar le rote era frattanto

La conchiglia sul lito, ove, tendendo

Alte le braccia, la spingean Ie belle

Nettunine. Spontanee s'aggiogarono

Alla biga gentil due delle cerve,

Che ne' boschi dittei, prive di nozze,

Cinzia a' freni educava; e poi che dome

Aveale a’ cocchi suoi, pasceano immuni

Da mortale saetta. Ivi per sorte,

Vagolando ribelli, eran venute ,

Le avventurose; e corsero ministre

Al viaggio di Venere. Improvvisa

Iri, che segue i Zeffiri col volo,

S'assise auriga, e drizzò '1 corso all'istmo

Del laconio paese. Ancor disgiunta

Dal continente l'isola non era,

Nè tutta sola di quel golfo intorno

Sedea regina: e dove oggi da lunge

L'agricoltor lacone, ardere i fochi

Mira, se al pescator buia è la notte,

Pendea negra una selva. Esilïato

N'era ogni Dio da' figli della terra

Duellanti a predarsi; i vincitori

D'umane carni s'imbandian le cene.

Videro il cocchio e misero un ruggito,

Palleggiando la clava. Al petto strinse,

Sotto il suo manto accolte le gementi

Sue giovinette, e: O selva, ti sommergi!

Venere disse; e fu sommersa - Ah, tali

Forse eran tutti i primi avi dell'uomo!

Quindi in noi serpe, miseri un natio

Delirar di battaglie: e se pietose

Nol placano le Dee, truce riarde

A coprir di cadaveri la terra.

Ch'io non li veggia almeno or che insepolti

Per le campagne tue giacciono, o Italia!

A noi, Dee, rifuggite; a noi fra queste

Ombre accolti, e a quest'ara; e serenate

L'asilo vostro, finchè forse un giorno

In più splendida. reggia, e con solenni

Riti la Patria mia possa adorarvi.

Lieta allor fia, pari alla Grecia, innanzi

Che onnipossente il Fato ogni felice

Vostro favor le invidiasse. - Or mentre

Procedeano le Grazie il doloroso

Premio de' lor vicini arti più miti.

Persuase a' Laconi. E dove in prima

Di burroni infecondo e di fumanti

Spelonche aperte da Vulcano, e ignoto

Per lo mare intentato era quel regno,

Al venir delle Dee fu pieno d'are

Ospitali, e di cólti, e di beate

Città: vide le pompe, e le amorose

Gare, e i regj conviti; e d’ogni parte

Correan d'Asia i guerrieri e i prenci argivi

Alla reggia di Leda.-Ah, non ti fossi

Irato, Amore! e ben di te sovente

lo mi dorrò, dacchè le Grazie affliggi.

Per te, all'arti eleganti, ed a’ felici

Ozj, lascivie sottentraro, e molli

Ozj, e spergiuri a' Greci: indi la dura

Vita, e nude a sudar nella palestra

Le maschili fanciulle, onde salvarsi,

Amor, da te. Ma quando eri peranco

Alle Grazie non invido fratello,

Non a più lieta il Sol nè a più gentile

Terra splendeva. Qui di Fare il golfo

Riscintillante placido alla Luna,

Cinto d'armoniosi antri a' delfini:

Qui Sparta e le fluenti dell'Eurota

Gradite al cigni; e Mêssa offria securi

Ne' suoi boschetti alle tortore i nidi:

Qui d'Augia '1 pelaghetto, inviolato

Al pescator, dacché di mirti ombroso

Era lavacro al bel corpo di Leda,

E della sua figlia divina. Amicla,

Terra di fiori, non bastava ai serti

Delle vergini spose: d'ogn'intorno

Venian cantando i giovani alle nozze.

Non dei destrieri nitidi l'ambre

Li rattenne; non Laa che, tra tre monti,

Ama le cacce e i riti di Diana,

Nè la ricca di pesci elòa marina;

E non lungi è Briséa, donde il propinquo

Taigeto udiva strepitar l'arcano

Tripudio e i riti onde il femineo coro

Placò Lieo e intercedean le Grazie.

Scendean pur lietamente inghirlandati

Da Daulide i Focesi, e da Pitone

Sacra a veder sulle parnasie rupi;

E chi mirò imperterrito i torrenti

Di Panopéa versare onde e macigni,

E udì in Anemorea Borea fremente;

E chi abitò Jampoli antica, e quanti

Lunghesso i bei meandri del Cefiso

Pascolavan gli armenti, o da Lilea

Nascer vedean del divin fiume i gorghi.

Ma dove, o caste Dee, ditemi dove

La prima ara vi piacque, onde, se invano

Or la chieggio alla terra, almen l'antiqua

Religïone del bel loco io senta.

D'Iride al cenno d'una rosea nebbia

Tutte velate, procedendo all'alto

Dorio che di lontan gli Arcadi vede,

Le Dive mie vennero a Trio. L'Alfeo

Arretrò l'onda, e diè a lor passi il guado

Che anch'oggi il pellegrin varca ed adora.

Fe manifesta quei portento a' Greci

La deità; sentirono da lungo

Odorosa spirar l'aura celeste.

De' Beóti al confin siede Aspledóne,

Città che l'aureo Sol veste di luce

Quando riede all'occaso: e non lontano

Sta sulla immensa minïea.pianura

La beata Orcoméno: ivi più caro

Ebber l'altare, quando allora il primo,

Da fanciulle alternato e da garzoni,

Cantico sacro udirono le Grazie.

E pria l'intese dalle Dee la bionda

Ifianéa, che stava alle pendici

Adorando. Nè poi quella fanciulla

Destò corde di lira, o all'aure sciolse

L'amabil canto a raccontar suoi guai

E i beneficj delle Dee, che a tutti

Che ad udirla accorrean non provocasse

Soavissimi gemiti dal core.

Sventurata! piangetela donzelle;

Vergine sventurata! Arcade ell'era,

E di Tessalo amante; e l'amò pria

Che sì bello e gentile il conoscesse

E spesso al canto ei l'invitava, e spesso

Su' labbri il canto le rompea co' baci.

Già vicina alle sue nozze, beata

Le ghirlande apprestava; e le fu spento.

Senza lacrime a terra muta cadde;

Ma le Grazie l'accolsero morente

Nelle pietose braccia, ed una nuova

Aura di vita le spiràr. La mesta

Non sciolse il cinto; e, finchè lei sotterra

Non chiamò Cloto a riveder l'amante,

All'altar delle Dee consolatrici

Sacrò gl'inni e il dolor, vergin ancella.

Udì Cipria que' Cori, e disvelossi;

E quanti allor garzoni e giovinette

Vider la Deità, furon beati.

E di Driadi col nome e di Silvani

Fur compagni di Febo. Infra le Muse

Scherzar ne’ fonti suoi vedeali Imetto,

E ne' suoi colli il Tebro. Oggi, le umane

Orme temendo, e de' poeti il vulgo,

Che con lira straniera, evocatrice

Di fantastiche larve, a sè li chiama,

Invisibili e muti nelle selve

Celansi: come quando esce un'Erinni

A gioir delle terre arse dal verno,

Maligna, e lava le sue membra a' fonti

Dell'Islanda esecrati, ove più occulte

Fuman sulfuree l'acque; e a putreolenti

Laghi lambiti da cerulee vampe,

La teda alluma, e al ciel sublime aspira.

Finge, perfida, in pria roseo splendore,

E lei delusi appellano col vago

Nome di boreale Alba i mortali,

Quella freme, e le nuvole in Chimere

Orrende, e in imminenti armi converte,

Fiammeggianti; e calare odi per l'aere

Dal muto nembo l'aquile agitate,

Che veggion nel lor regno angui, e sedenti

Leoni, ed ululanti ombre di lupi.

Inondate di sangue errano al guardo

Delle genti le stelle, e van gittando

Squallidi raggi per l'etereo caos.

Tutta d'incendio la celeste volta

S'infiamma, e sotto a quella infausta luce

Rosseggia immensa l'iperborea terra.

Quindi l'invida Dea gl'inseminati

Campi mira, e l'Oceano conteso

Tutto a' nocchier dal gelo: ed oggi forse

Per la Scizia calpesta armi e vessilli,

E d'itali guerrier corpi incompianti!

Poscia che, colle figlie, ebbe la Diva

Tutte del nume suo fatte più miti

Le contrade di Grecia, alla sdegnosa

Diana, Iride, il cocchio e mansuete

Le cerve addusse, amabil dono, in Creta:

E Cinzia sempre fu alle Grazie amica,

E ognor con esse fu tutela al core

Delle ingenue fanciulle, ed agl'infanti.

Quattro volte l'Aurora era salita

Sull'orïente a rivedèr le Grazie

Dacchè nacquero al mondo; e Giano antico,

Padre d'Ausonia, e l'itala Anfitrite

Inviavan lor doni, e un drappelletto

Di Najadi e fanciulle eridanine

E quante i pomi- d'Anïene, e i fondi

Godean d'Arno e di Tebro, e quante Ninfe

Avea '1 mar d'Aretusa, e le guidavi

Tu più che giglio nivea Galatea.

Ma non che ornar di canto, e chi può mai

Ridir l'opre de' Numi? Impaziente

Il vagante Inno mio fugge ove incontri

Grazïose le genti ad ascoltarlo:

Pur non so dirvi, o belle Suore, addio

E mi detta più alteri inni il pensiero.

Ma dove or io vi seguirò, se il Fato,

Ah! da gran tempo omai profughe in terra,

Alla Grecia vi tolse, e se l'Italia

Che v' è patria seconda, i doni vostri,

Misera! ostenta e il vostro nume oblia?

Pur molti ingenui de' suoi figli ancora

A voi tendon le palme. Io, finchè viva

Ombra daran di Bellosguardo i lauri,

Ne farò tetto all'ara vostra, e offerta

Di quanti pomi educa l'anno e quante

Fragranze ama destar l'Alba d'aprile.

E il fonte, e queste pure aure, e i cipressi,

E secreto il mio pianto, e la sdegnosa

Lira, e i silenzi vi fien sacri, e l'Arti.

Fra l'Arti io coronato e fra le Muse,

Alla Patria dirò come indulgenti

Tornaste ospiti a lei, sì che più grata,

In più splendida reggia e con solenni

Pompe v'onori. Udrà come redenta

Fu per opra di voi quando sull'Arno

Pose Vesta il suo fuoco, e poi Minerva

Gli concesse per voi l'attico ulivo.

Venite, o Dee; spirate, o Dee; spandete

La deità materna! e nuovamente

Deriveranno l'armonia gl'ingegni

Dall'Olimpo in Italia: e da voi solo,

Nè dar premio potete altro più bello,

Sol da voi chiederem, Grazie, un sorriso

 

 

Indice Biblioteca fosco.jpg (2044 byte) indice

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011