Ugo Foscolo

Aiace

Edizione di riferimento:

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia editore, Milano 1966 iii ed.

Ugo Foscolo, Opere, 2 voll., edizione diretta da Franco Gavazzeni con la collaborazione di Maria Maddalena Lombardi e Franco Longoni, vol. I, Poesie e tragedie, Einaudi-Gallimard, Torino 1994

Infelix, utcumque ferent ea facta minores;

Vincet amor patriae, laudumque immensa cupido.

(Virg. Aen. Lib. VI).

PERSONAGGI

Agamennone

Ulisse

Aiace

Teucro

Calcante

Tecmessa

Araldo

Donzelle frigie

Guerrieri

La scena è nel campo de’ Greci, dinanzi alla tenda d’Agamennone

ATTO PRIMO

Scena prima

Agamennone, Araldi.

Agamennone:       Ite: a Priamo intimate, che alla tregua

Un dì rimane; e che al cader del sole

Sciolto son io dal giuramento.

Scena seconda

Agamennone

Agamennone:                                                          Alfine

  Sei spento, o Achille; e ogni trionfo è mio.

Scena terza

Agamennone, Ulisse.

Ulisse:                      Terrore è in campo, o re de’ re. La turba

Che all’Ellesponto accompagnò gli avanzi

D’Achille, ove gli alzò tomba e trofeo

Il Telamonio Aiace, al campo riede

E fa insanir di nuovo lutto i Greci.

Finge orrendi prodigi; e vien narrando

Che di querele l’Ocean fremea

Per la pietà della divina prole

Di Teti; che un sanguigno astro per l’aere

Notturno errava, e illuminando i mari

Ver occidente si perdea, la Grecia

Quasi accennando ed il ritorno. Invano

Or la pugna a bandir corron gli araldi

Come ier m’imponesti.

Agamennone:                                              Ma la furia

Forse o la trama del terrore illude

Anche i re delle genti?

Ulisse:                                                           Inerme il volgo

Lungo il lito del mar trascorre a torme

Chiamando a nome i padri, i figli e l’ombre

De’ perduti compagni. Al grido, ai cenni,

Al consigliar de’ prenci un disperato

Gemer risponde, e per sè geme ognuno,

Per te, per noi, or che il Pelide è spento.

Nè violenza di comandi certo

Varrebbe, or che travolto ha il cor di tutti

Religïosa una demenza.

Agamennone:                                                Il campo

Me per or non vedrà. Que’ numi suoi

Che alla fuga il sospingono, tra poco

Lo irriteranno alla battaglia. – Annunzi

(agli araldi che poi partono)

Un Araldo a Calcante augure sommo

Che il re supremo degli Achei lo attende.

Ulisse:                     Ove uno, arcano, irrevocato il cenno

Non sia d’un solo, il ciel spesso gli audaci

Favorirà. Non pel suo brando e i truci

Suoi Mirmidoni il figlio di Peleo

A tutti primo ed a te pari visse,

Ma per l’are e gli oracoli. Dal rogo

D’orgoglio or arde e di speranze il petto

Di tal che forte e al par di lui feroce

Più di lui forse, e ben più accorto... Aiace.

Agamennone:       Intrepid’alma, altero ingegno, aperti

Detti, e severo amor di patria ostenta:

Nè finge forse. Ma finch’ei sostiene

Tutto il furor delle dardanie posse,

Non io l’applauso invidierò del volgo

A chi per noi guerreggia. Ove fortuna

Contraria torni al valor suo, la fama

Non gli varrà d’antichi merti in core

De’ sospettosi e sconoscenti Achei.

Or pugni e vinca, e me non ami. Amarlo

L’alta virtù che in lui ripose il cielo

Mi sforza quasi e ad ammirarlo.

Ulisse:                                                                            Ammiri?

Nè temi?

Agamennone:                      In me sempre starà che Troia

Per Aiace non cada. E indarno il mio

Scettro usurparmi ei tenterebbe: Atride

A rissa forse scenderia col sire

Di pochi armati? M’apparecchia ei stesso

La difesa di tanti emuli prenci

Irati a lui, che sprezzator di tutti

Con la iattanza di virtù gl’insulta.

Un solo ardia disobbedirmi, un solo!

E allor dovea, se ambizioso è tanto

Questo Aiace, affrontarmi, allor che ardire

Trovava e forze nell’insano Achille. –

Ma re volgare e guerrier sommo il tengo

A sè dannoso, utile a noi.

Ulisse:                                                               D’Achille

Contro te ribellante è ver che Aiace

Non assumea le parti. A noi fedele

S’attenne ei forse? A poche navi duce,

Nè circondato dalla falsa fama

Di progenie celeste, invan potea

Primeggiar sul Pelide. A lui secondo

Farsi sdegnò. Ma mentre ei si divise

Dall’implacabil Tessalo, le nostre

Tende e la tua fuggìa superbamente.

Muto severo all’assemblea de’ regi

Sedeva, e il volgo interprete si fea

Di quel fero silenzio. A suo talento

Pugna, ed a tutta la vittoria a tutta

La lode anela: e deplorando i Greci

Tratti a sterminio dalle risse inique

De’ lor prenci, campione egli si vanta

Sol della patria, a popolar licenza

E a tirannide occulta utile nome.

Ma con Achille gareggiava intanto

Di forti fatti: e quando il truce Eroe

Ostinato nell’ozio, al greco nome

Onte imprecava, e con gioia crudele

Vedea fumar di greca strage i campi

Sotto il brando d’Ettorre, Aiace apparve

Propugnator comune, Aiace quasi

Tolse al Pelide del valor la palma.

Ed ecco volti in lui gli sguardi omai

De’ ribelli e del volgo, a cui sol manca

Un condottier che contro noi lo guidi.

Agamennone:        Alta prudenza è in te. Forse talvolta,

Inclito Ulisse, a stimar troppo altrui

Ti persuade. – Sorgeran ribelli?

Ma inerme forse è il nostro petto? o trema

Di tanti regi nella man lo scettro?

Agamennon non tremerà. Fremea

L’oste dapprima a’ miei comandi; apprese

Poi mormorando ad obbedire: il tempo

Ed io ben presto avvezzerem gli Achei

All’ossequio e al silenzio. Aiace segua

Del Pelide l’esempio; esempio ei stesso

A tutti, ei solo insegnerà ch’io regno.

Ulisse:                     S’io temo, Atride, in parlamento io temo;

In campo no, tu il sai: nè a me rileva

Ch’altri il rimembri. Oh ben mi duol che un tempo

Non inclinavi ad ascoltarmi! Antichi

Ma veri avvisi io ridirò. Tu fidi

Troppo nella tua grande anima invitta,

E nella fè de’ regi, e nel tremante

Ossequio delle turbe. Armata plebe

Pria d’atterrir vuolsi ingannarla; e primo

Non assoluto regnator tu sei.

Destan odi, timor, ira e licenza

In tante schiere a lor talento i duci

Che da tetti paterni alla vendetta

Del fratel tuo le han tratte a lunga guerra.

Mostravan tutti di seguirti in nome

Della Grecia e de’ Numi; e ognun correa

Di fama avido e più delle opulente

Spoglie dell’Asia. In te pervenne il sommo

Scettro, e Achille usurpò la gloria prima.

Quasi a vendetta del superbo ognuno

Te non amando t’onorava in vista.

Ma successor d’Achille oggi il più ardito

Sorge; e ne’ molti in chi il valore è scarso

Molto è l’orgoglio, e te che sei più grande

Temono e attizzan la discordia. Gli altri

Dopo tanti anni di speranze e tanto

Sangue e tesor per te consunto, appena

Il giuramento, ed il pudor costringe;

Ma volti han gli occhi e il desiderio ai liti

E alla pace de’ lor vuoti regni.

Il troppo indugio omai svelò gli eccelsi

Disegni tuoi. Già bisbigliar s’intende

Che il pugnar per l’adultera è pretesto;

Che ad ardua guerra oltre l’Egeo raminghe

Le danae genti a te sommesse adeschi

Per usarle al tuo freno, e stender quindi

Lo scettro tuo sovra la Grecia.

Agamennone:                                                         E il lungo

Dissimular finor mi spiacque; ed oggi

Che giova?

Ulisse:                                        E tempo di svelar tua mente

E il tuo potere omai saria. Ma Achille

Non rivive in Aiace? A’ Salamini

Congiunge i suoi saettator quell’acre

Aiace figlio d’Oïleo che in petto

Non ha virtù che di corrucci e sangue:

Derisor de’ mortali e de’ celesti,

Nè di patria gli cal, nè di fortuna:

Nè di sè molto: forte nacque e pugna:

D’Aiace è amico e sol per lui combatte,

E a lui baldanza il nome e la comune

Stirpe degli avi accresce. Aiace in campo

Non ha un fratel nato d’Iliaca madre?

Di profeti, di vittime e d’Eroi

Invaso, ardente, credulo, facondo,

Sovvertitor de’ popoli; ed a tutto

Pronto ed appena al suo fratel sommesso.

Aiace ha frigia sposa: in mezzo a noi

(Vinti e prigioni è ver) ma in mezzo a noi,

Si stanno i prenci suoi congiunti; in Troia

Han le lor armi. Aiace oggi d’Achille

Venerator magnanimo si mostra,

Oggi rimembra che di sangue avvinto

Gli era e d’amor: ma un capitano manca

A’ ribellanti Tessali d’Achille.

Che bado or più? Valor, possanza e senno

È in lui. Tu dianzi sprezzator d’ognuno

E imprudente il nomavi. Oh non t’avvedi

Ch’arte col volgo è il disprezzar chi ’l regge?

Agamennone:       Disprezzar me?

Ulisse:                                               Di quante armi si cinga

Tu il vedi; e tempo aspetta.

Agamennone:                                                    L’ira mia

Armi, consiglio, ardir, tempo e speranza

Gli rapirà.

Ulisse:                                      Ma non la fama. Il sangue

Temi, se il versi venerato e pianto.

Al volgo che ama e invidia e anela a un tempo

Di conculcar gl’idoli suoi, sospetti

Rendili e vili. E avrai dall’altrui ferro

Senz’odio tuo, vittime inulte.

Agamennone:                                                       Indegni

Mezzi e soverchi or che col brando impero.

Scena quarta

Agamennone, Ulisse, Teucro.

Teucro:                    T’onori Giove, o re de’ forti.

Agamennone:                                                    A Dio

Mal s’obbedisce e al re. Dall’alba indissi

La pugna. Or so che il popolo paventa

Vani presagi. E a che tardate a indurlo

A obbedienza ed a timor più sano

Del vostro scettro? o pari al volgo i duci

Credono spento col Pelide in noi

Ogni valor?

Teucro:                   Vive in noi sempre. E il campo

Riede a fidanza. Delle danae genti

E de’ celesti messaggero io vengo.

E le fatali chieggio armi d’Achille

Per Aiace.

Agamennone:                        S’arroga egli quell’armi?

Teucro:                   Non ei. D’Achille ancor siede al sepolcro

Presso l’onda Sigea. Quivi gli piacque

Dimorar solo, e piangere l’amico

Da cui disgiunto mal suo grado ei visse.

Or lo chiama e lo placa, e a lui sotterra

Manda gemendo omai l’ultimo addio.

Ulisse:                     Tu dunque, o Teucro, (e generoso amore

Ti sprona) estimi delle sacre spoglie

Degno il fratel?

Teucro:                                            Degne d’Aiace il grido

Universal de’ popoli le stima.

Già il terror concitava ed il desio

Del patrio suol gli Argivi a dar le navi

All’oceano ed alla fuga. I soli

Mirmidoni anelavano alla pugna

Per immolar troiane vite all’ombra

Del lor signore: e prosternati, intorno

Alla fumante mal’estinta pira

Tutti giacean ferocemente muti.

Or quando udiro del ritorno, un grido

Dier terribile, e mille aste brandendo

Tutti ad un tempo sursero da terra.

E prorompean nel vallo che circonda

De’ prigioni le tende. Uscì Tecmessa

Dal padiglion del padre: «Io son, dicea,

Moglie d’Aiace; de’ figli d’Aiace

Madre son io: sorella io sono, e figlia

De’ prenci inermi che volete al rogo

Sacrificar». – Pudor li vinse e il nome

Del forte; e incerti, immobili sul vallo

Ristettero. Fremendo indi dier volta

E la minaccia ritorcean sull’oste

A impedirgli la fuga. Ira al terrore

Sottentrava ne’ popoli. Ma in mezzo

Calcante apparve, e rivolgendo gli occhi

La riverenza per gli Dei diffuse.

«Ilio cadrà, gridò il profeta; i numi

Lo edificaro: alle armi, opra de’ numi,

Il sacro Ilio cadrà». Levò le palme

Febo adorando e il cenno alto del Dio:

E il pugno intanto degli Achei più lente

Brandia le spade che volgeansi a terra.

Chiamano Aiace a un grido solo, Aiace

Degno dell’armi e domator di Troia.

Agamennone:        Giovine, ardita inchiesta movi. In mente

De’ numi è ancor di chi fien l’armi. E tale

È il scettro mio, che a me serbarle io sdegno.

Ma se Aiace o se duce altro le merti

Tumultuante giudice la turba

Forse udirò? Nell’assemblea de’ regi

Starà l’arbitrio o in me. – Me primo elesse

Esecutor de’ suoi consigli il cielo.

Teucro:                   Turbato parli, o re; che Aiace l’armi

Al par di te forse non curi estimo;

Non però so che viva altro mortale

Atto a vestirle.

Agamennone:

(agli araldi: ricevuto il cenno, uno parte)

                                                          Un altro araldo all’Augure

 Voli, e lo sdegno del suo re gl’intimi.

(parte)

Scena quinta

Ulisse, Teucro.

Teucro:                   Ira e minaccie! Tanto dunque il nostro

Obbedir lungo e i detti tuoi fors’anco

Fan più superbo Atride? Or sia: men tarde

Fian e più giuste le vendette nostre.

Ulisse:                     Atride meco secondava i fati.

Teucro:                                                                    Tu il dici.

Ulisse:                      Premio eran quell’armi al duce

Che più funesto guerreggiasse i Teucri

Nella vegnente notte. Il re supremo

Non può senz’odio favorir la fama

D’un guerrier solo. Armi, livore e tempo

Han molti, e campo d’alleati è questo

Di forti e vili. E credi tu che l’oste

Oggi a caso imperversi?

Teucro:                                                            Di te solo

Che temi ogn’uom spesso a temer mi sforzi.

Anzi che indurre occulto odio e sospetti,

Che non palesi i traditori e il vero,

Se il sai? palesi allor saran gli sdegni:

Allor le furie drizzeranno i nostri

Brandi a punir le scellerate teste.

Ulisse:                     E più palesi alla città nemica

Le forsennate nostre risse allora

Saranno. Omai tempo parea, che l’Asia,

Finor dal nostro parteggiar difesa,

Cadesse; e il fato e la vittoria piena

Stava in Aiace; ed eran sue quell’armi. –

Già al suo fine è la tregua: e all’odio, aggiunto

Fia l’ardire ne’ Teucri. Ombra d’Achille

Sorgi tu almeno ad atterrirli! Vedi;

Dell’armi tue contenditor facondi

Siedon gli eroi... ma tu vivo, eri fiamma

Che arder volevi in civil guerra il campo.

Del valor tuo lasciasti eredi; meco

Parlano, e son del tuo furore eredi! –

Ma che più sto! Solo al fero cimento

N’andrò...

Teucro:                                      Tu solo?... e dove?...

Ulisse:                                                                           Or poi che Aiace

È lunge, andrò colla mia schiera io solo.

Teucro:                   D’Aiace or forse ami la gloria tanto?

Ulisse:                     E lo amerò s’ei m’odia?

Teucro:                                                         Mai di te

Non parla.

Ulisse:                                        E forse nè più mai vedermi

Dovrà. Per voi corro a non dubbia morte.

Teucro:                   Or che ti fingi?

Ulisse:                                              E troppo dissi. Or vivi

Col favor degli Dei, Teucro, che il merti:

Se la mia morte o il mio trionfo al campo

Non si palesi, questi ultimi detti,

Ultimi forse... taci. Strana è l’opra

Ch’io tento. Aiace sdegneria d’udirmi.

Avverso a lui come sarei, se in lui

Gran parte sta della fortuna Achea?

Oh! se queste dell’armi insorte gare

L’imminente battaglia oggi non frena,

Vedrai tu allor tutti i nemici veri

Di tuo fratello, e quanta ira di parti

E ambiziose trame in parlamento

Guerreggieran per quelle spoglie, e in noi

Le volgeranno.

Teucro:                                            Oggi si pugni; resta

Tempo e petto ad Aiace, ove conteso

Gli fosse il premio.

Ulisse:                                                    Guerre, infami guerre! –

Quindi più onesto or m’è il periglio. Mie

L’armi saran, se vinco io solo... Ah! solo

Perir degg’io co’ miei guerrieri. – Aiace

Plachisi almen! – con l’ombra mia si plachi...

Ma e che? Placarvi! O voi chi siete?

Teucro:                                                                           Irato

Parti?

Ulisse:                             Meco m’adiro.

Teucro:                                                   E di che pugna

Parli?... ristatti. –

Ulisse:                                                  Il dir teco non giova.

Ch’io non ti mento il mostri l’opra.

Teucro:                                                                             Aggiri

Tu i re in congresso, ond’io non t’odo; e sembri

Degli altrui merti insidiator. Ma in campo

Tu se’ mente divina, e Palla è teco.

Quivi mi scorgi; io pugnerò.

Ulisse:                                                                    Il tuo brando

 Che pro se l’ora fugge?

Teucro:                                                         Ah parla! Incerto

Sto s’io ti creda; ma pietà e rossore

Mi vince se a cimento orrido corri

Tu per la patria e non t’aiuto.

Ulisse:                                                                    E certo

Chi mi farà del tuo silenzio?

Teucro:                                                               Ai fati

Del popol greco, e sul mio brando il giuro.

Ulisse:                     Delle rocche l’assalto Agamennone

Ad Aiace commette; ardua e mal certa

Fia la vittoria, ove distolti i Teucri

Non sien dal muro: io d’aggirarli elessi.

Opportuno all’intento evvi oltre il Xanto

Selvoso un giogo; e mel fe’ noto Reso

Quando notturno il colsi. Ma di scudi

Grave e d’usberghi è il mio stuolo impedito;

Nè basta: aggiunger ben poteva Aiace

I saettieri tuoi; spediti al corso,

Atti a’ boschi e agli agguati. O Teucro! teco

Pugnava Ulisse allor... – Ma vedi; il sole

Rapido s’alza; i padiglioni vostri

Discosti troppo, e anche più lunge è Aiace:

Nè a dargli avviso omai ora ne avanza.

Ma quando pur... d’un traditor pavento

Che a’ nemici il palesi... addio; gran tempo

Vuolsi a raccorre i miei...

Teucro:                                                            Fien pochi a tanta

Opra. Se a te corre il nemico, a stento

Non sarai vinto. Dal Sigeo tornati

Meco son dianzi i saettier; qui presso

Stanno; ratte ed occulte orme terremo.

Da te sappialo Aiace; ov’io poi giunga,

Gli farò noto degli agguati il loco.

Frattanto i tuoi raduna, e per diversa

Via m’aggiungi. Maligne voci spesso

Tentan contro di te l’alma d’Aiace;

Smentirle or puoi... Ma già ti penti... E t’odo?

Fosti leal tu mai?

Ulisse:                                               D’Agamennone

Tal detto udimmo... nol cred’io... Ma quando

Arbitro di quell’armi il parlamento

Fosse pria della pugna; ove tu parta

Fra quanti emuli suoi non lasci Aiace?

Teucro:                   Tu pur rimanti emulo suo. Per lui

Pugna il consenso degli Achei; la mente

Per lui de’ fati, e la sua fama. Intanto

Chi per la patria pugna? Io per voi tutti,

E a far più certo il guiderdon d’Aiace,

Combatterò. Tu lode avrai s’io vinco:

Me s’io non riedo, piangeranno i Greci,

Che vinto a voi non tornerò. – Ma l’ora

Precipita. Tu il dici. A divisarmi

Pregoti il loco, il tempo e il modo.

Ulisse:                                                                          Vieni:

Dio sarà meco; pari al brando hai senno,

E tua virtù magnanima mi sforza.

... Pur...

Teucro:                                 Che più ondeggi?

Ulisse:                                                                 I figli miei rammento

Se alla comun salute offrir la vita

Vedo giovani egregi. Oh quanta speme

Precideresti, o giovinetto, a noi

E al venerando padre tuo canuto!

Teucro:                   Pronto al sepolcro ed alla gloria io vivo!

O Telamone padre mio! Richiami

Forse alla tua reggia deserta i figli.

Ma s’io perissi, il minor figlio perdi.

A’ greci e a te rimane invitto Aiace. –

(partono uniti per il campo)

ATTO SECONDO

Scena prima

Calcante, Agamennone.

Calcante:                Canuto, inerme, il tuo potere io temo,

Ma più il cielo e l’infamia.

Agamennone:                                                   E non ti armavi

Tu dello scudo e del furor di Achille?

Nè quell’insano, o imperversar di plebe,

Nè le bende divine onde t’ammanti

T’eran difesa: quelle bianche chiome

E il tuo pallore di pietà m’han vinto.

Tremende or fai l’armi d’un’ombra, e nuovi

Achilli al volgo, profetando, accenni?

Qui dove io sto, qui, dov’io t’odo e tremi,

Stanno numi ed altari, e questo è loco

A men astuti oracoli. – Rispondi;

L’armi d’Achille a chi prepari?

Calcante:                                                                    Il vero

In me difese Achille; il ver che giova

Alla salute degli Achei: deh come

Tu, cui temono tutti, il vero temi!

Dirlo or dovrei, difenderlo non posso.

Agamennone:        Vecchio, presagi a te non chiesi; i lieti

Spregio e gli avversi: al detto mio rispondi:

L’armi d’Achille a chi prepari? – Taci? –

Ov’è il tuo ardir? – Mi tralucea la trama;

Or la discerno. Ahi frodolento! ardire

Non hai tu dunque di nomarmi Aiace?

Calcante:                Al grande Aiace i figli degli Achei

Dier l’ardue spoglie; io no: che a lui funesta

E a noi di pianto e a te d’infamia forse

Temo la troppa sua virtù sublime.

Agamennone:        Ah tu l’esalti, oggi che è polve e larva

La tua vantata deità d’Achille;

Oggi un campion ti vai mercando, e il pasci

D’orgoglio, e di fatali armi lo cingi.

Le torte vie che a vendicarti apristi,

In onta tua ricalcherai. Ritorna

In campo, e le armi rendi vili al volgo. –

Che stai? – Le palme al cielo tendi; e immoti

Gli occhi a me volgi? – Mi obbedisci: o eterna

Notte starà sul guardo tuo che al cielo

Furar presume l’avvenire e i fati.

Calcante:                Però non temo, chè piena imminente,

Non la tua, la divina ira discerno.

(Agamennone va per partire)

Re de’ regi, t’arresta. Audaci modi

Assumo e tu mi sforzi: io troppo vissi. –

L’ufficio mio compiuto era dal giorno

Che condottiero a tanti re ti elessi:

Veraci e sante le parole mie

T’erano allor che per l’ignoto Egeo

Attraverso le folgori e la notte

Trassero tanta gioventù che giace

Per te in esule tomba, o per te solo

Vive devota a morte. Oggi mentito

Accusi il Dio che il ver m’ispira. Ah! gli anni

Lunghi ch’io vissi tra le gioie, il lutto,

Gli errori, i vizii e le virtù di tanti

Forsennati mortali, il ver sovente

M’insegnano. Sciagure oggi e delitti

Ben presagir poss’io, poichè pur sempre

Colpe e sciagure rinascenti io veggio.

E voi più ch’altri; voi, l’invidie, gli odi,

L’orgoglio vostro, e le trame e le furie

Mi siete numi e l’avvenir mi aprite.

Divinità che dal sen mi prorompe

E mai quetar per lagrime non posso

È il dolor mio; speme e pietà lusinga

Mi fanno, e parlo. Or gli ultimi consigli

Ti mando al cor. – Aiace avi e valore

Vanta comuni al generoso Achille,

E implacato, magnanimo, mortale

In ogni impresa che alla patria noccia

L’avrai nemico: ma guerrier sublime

Per la tua gloria ei pugnerà, se a gloria

Più che a possanza, o Agamennone, aspiri.

Agamennone:       Gloria!... Indistinti tu mi davi, eterni

Di parricida e re de’ regi i nomi.

Calcante:                Misero re! Pur mi vedesti assiso

Sull’altar della Dea, l’intera notte,

Disdir l’orrendo sacrificio: e quanto

Te scongiurando e abbracciando non piansi!

Piangevi tu, ma non m’udivi. A’ tuoi

A’ fidi tuoi, prezzo del sommo impero

Vittima davi Ifigenia. Per essi

Del terror delle furie ardean le schiere

E a nudi brandi intorno mi fremeano

Pallide, atroci, e deliravan sangue,

Che le infernali Deità placasse.

Dell’innocente giovinetta il crine

Coronò il fratel tuo; gittò sovr’essa

Il vel. Con fredde mani ella le mie

Strinse, al cielo mirando. Io te mirava

E ancor credea che tu padre saresti!

Raccapricciando ritraevi il volto,

E il tuo scettro tremante la bipenne

Accennavami... eterno in cor mi geme

Della morente vergine il sospiro! –

Tu regni; in pianto e nel rimorso regni:

Nè avrai nuovo poter senza novella

Vittima.

Agamennone:                     Al dolor mio vittime voglio.

Questo infamato scettro, ecco, vel rendo:

Tremar mi fea; calcatelo. Ch’io possa

Me stesso almen non abborrir! – Io tutti

Punirò meco. Le viscere arcane

Mi sbranano l’Eumenidi. Ma voi

Astuti, sconoscenti, invidi prenci

Che scerre un dì tra la mia figlia e il trono

Pur mi traeste, siate avvinti al giogo

Del parricida Agamennone.

Calcante:                                                              Amaro

Pianto i celesti move. E allor la Grecia

Liberator ti ha venerato; e placa

Di tutto il sangue de’ suoi figli l’ombra

D’Ifigenia; e ancor ten resta il merto.

Ma bada, o re, che insultator dell’are

E della patria libertà non forse

Ti creda un volgo aspro, a’ delitti pronto,

Nè ancor dai vizi maturato al giogo.

Or nume è Achille: a lui la fama diede

Origine celeste, armi fatali,

E tu il chiamavi un dì germe di Giove;

E in lui certo splendea parte del cielo!

Poscia che al lutto degli Achei rapita

La polve dell’Eroe fu dal sepolcro

Correano a fuga a terror a tumulto.

E chi potea, tranne quell’armi e il nome

Renderli a speme, e a cenni tuoi sommessi?

Tu temi Aiace: re potente sei,

Ei nullo invidia, ei non t’adula, e il temi?

Altri l’immensa ambizion ti pasce,

Dell’invidia la rabbia altri rovescia

Dal proprio cor nel tuo. Temi chi il nome

Odia d’Achille e la virtù d’Aiace.

Te solo un dì, te d’ogni eroe deserto,

Affronterà l’assalitor tuo vero.

Col ferro no; con la notturna frode

Le querele eloquenti e la feconda

Calunnia tutti a sgominarti il trono

Moverà i federati. Ardi, soggioga

L’Asia: di schiavi barbari e di regie

Spoglie trionfa. – Alle fraterne greche

Terre e a’ lor numi abbi rispetto, Atride.

Agamennone:        Oggi o non mai fia manifesto al mondo

Che fin ch’io spiro e ch’io vedrò la terra

Me i greci sempre obbediranno; e tutti.

Anche il mortale che nè amar nè odiarlo

Vorrei, che forse me non odia... Aiace...

Primo cadrà se a me non serve. – Gli altri?

O vili o insani o perfidi son tutti.

Traditor mille io veggio. O umana stirpe

Nata a ingannare ed a tremar! Ma infame

Fia il traditor che mi farà più forte.

Indi a mio grado io spezzerò que’ vili

Stromenti, allor che rammentarmi il nome

Non s’ardirà d’Ifigenia. Me solo

Giudice avrò, carnefice me solo.

Ma voi, chinate gli occhi vostri: io sdegno

Lagrime e lodi; il terror vostro io voglio.

Scena seconda

Agamennone, Calcante, Araldo.

Araldo:                  Aiace re de’ Salamini.

(parte)

Scena terza

Agamennone, Calcante.

Agamennone:                                           In volto

Mi vedrai l’onta del dolor, tu solo. –

Trema, piangimi, esecrami; e obbedisci.

(parte)

Scena quarta

Calcante.

Calcante:                ... Gli prorompean le lagrime! – Ma dentro

L’ambizion co’ suoi rimorsi ei pasce;

Misero! – e il cielo provocando, il teme.

Scena quinta

Calcante, Aiace, Guerrieri.

Calcante:                A che sì cinto di guerrier t’appressi

Al padiglion del sommo duce?

Aiace:                                                                        È tenda

O reggia questa? Ecco novelli armati

Minacciar dalla soglia. Omai non deggio

Venir qual pria guerrier sommesso, a duce

Che barbarico fasto e d’assoluto

Signore i modi assume. Odami dunque

Qui favellar da re.

Calcante:                                             E andrai tu, o figlio,

Attraverso il civil sangue a ritorti

L’armi che forse... nè a te solo ei niega?

Aiace:                      Che la vittoria al sovrumano Ettorre

Il mio brando rapisse, e ch’ei mi basti

Ho testimoni i Greci, i Teucri e il sole.

Ma d’un Eroe l’eterna ombra e le spoglie,

Per cenno degli Dei, reputa il campo

Funeste a Troia; e me liberamente

Acclamando ne veste; e nuovo ardire

Quindi il fuggente esercito rinfranca;

E v’ha un duce che il vieta! Esso in Achille

E in me i popoli spregia; esso che vede

Che ad atterrir possente arte è il disprezzo,

E che al terrore servitù succede.

Amar ben deggio e deplorar gli Achei,

Fidarmi in lor non posso. E chi corrompe

Più sempre ed arma di superbia e d’ira

Il cor pria sì magnanimo d’Atride,

Chi, se non tutti noi sempre tra il giogo

E libertà perplessi? Odio, querele,

Nell’avvenir cieca fidanza, i nostri

Schermi son questi. Ma l’insulto mio

Oggi n’è prova che il servaggio cresce,

E v’ha forse chi l’ama. Atride, e i suoi

Abbian tal prova omai, che se ognun trema

In me la patria e la sua forza vive.

Calcante:                I fati, la tua gloria e il nostro scampo

Stan nell’eccidio de’ Troiani. Impresa

Unica, prima, e al valor tuo commessa

Fu questa sempre, e or più quando il Pelide

Torna al cielo onde nacque. La fatale

Religïon della sua spada a’ Greci

È necessaria; non a te, cui largo

Fu d’egual possa Iddio. Vero di Troia

Espugnator ti mostra, e al re la via

Dell’assoluto dominar fia tolta.

Tal che il teme non l’ama; altri t’invidia

E a lui s’attien; tal che di vil favore,

D’oro e di speme s’alimenta, il piaggia,

E il tradisce. Mal vedi in tutti gli altri

Spenta virtù. – Ma e quando amino il giogo

Qual Dio, qual legge ti dà il dritto a sciorre

Chi in obbedir trova sua pace? Or mentre

È dubbio il danno, un regnator che tante

Schiere corregge da gran tempo, e a cui

La maestà del sommo imperio i cieli

Diero e la forza, affronterai. Se cadi,

Più poderoso infierirà. Ma intriso

Di cittadina strage, ove tu vinca,

Vincer dèi poscia la licenza e il volgo. –

Ahi burrascosa libertà, deh come

Spesso l’anime eccelse a disperato

Furor strascini!

Aiace:                                               Fortunato vecchio!

Quasi dall’alto dell’Olimpo miri

Noi tra i delitti e il sangue, onde sei puro;

E con amor di padre, indarno ahi! guidi

Le nate a delirar menti mortali.

Ma in te pur senti e in tua virtù la pace. –

Io con ben altri sacramenti venni

A questa infausta guerra. Anima e fama,

Toccando le frementi urne degli avi,

Alla patria votai. Splendea negli occhi

Terribil gioia al padre mio: dal capo

Suo venerando il dïadema, ond’ebbe

Gloria di giusto re, trasse e mel cinse.

E a che questa corona, a che il mio brando

A che la gloria delle mie ferite,

S’io la mia patria e i miei guerrier, quand’arsa

Troia pur sia, servirem tutti a un solo?...

Scena sesta

Ulisse, Calcante, Aiace, Guerrieri.

Aiace:

(proseguimento)

 ... Ma parmi?... o il sir degl’Itacensi scorgo

A noi venir? – Guata da lunge; e aperta

Gli è la tenda d’Atride...

Scena settima

Calcante, Aiace, Guerrieri.

Aiace:                                                              E a me più a lungo

Sarà preclusa? Egregi modi in vero

D’un condottier di re! – Olà s’accosti,

Argive guardie, una di voi. – Va; reca

Al tuo Signore che di lui soverchio

Aspettar qui s’è fatto, e che precorri

L’orme d’Aiace.

Calcante:                                           Odimi, deh! per poco

Indugia almeno il tuo proposto: almeno

Pria rischiara la notte ove ravvolto

Altri sta, e donde ogni tuo passo esplora.

Dell’alto cor d’Agamennon non temo:

Ma un traditor non mancherà che il Sire

Primo aggirando alla perfidia il tragga.

Forse illusi o atterriti il ferro i tuoi

T’immergeranno: a libertà tu forse

Prime e innocenti vittime, tu stesso

Li svenerai...

Aiace:                                          Tu parli d’imminente

Periglio;... siegui. – Mi contempli e gemi?

Calcante:                Ahi sciagurati ahi sciagurati Achei! –

Aiace:                      Dal re venivi... di pietà confuso

Eri... – Pur taci?

Calcante:                                          Aiace; al mio silenzio

Abbi rispetto!

Aiace:                                          Orribile un arcano

Io leggo già sul tuo volto smarrito. –

Onta resti a chi teme illustre tomba.

Già i miei fati m’incalzano: se fissa

Han la rovina mia, tu pur che m’eri

E padre e specchio di virtù fra tanta

Comun viltà, tu i fati miei seconda.

Calcante:                L’ara al trono s’appoggia: empi e innocenti,

Leggi ed altar seppellirà s’ei crolla.

Re giusto io bramo e qual pur sia l’onoro:

Ma non sarò di tirannia ministro.

Io gemerò le dolci aure del cielo

Abbandonando; ma i miei dì trascorsi

Fede a me fanno che da giusto io vissi,

Morrò da giusto e lo dirà il futuro. –

Se invan t’esorto, avrai il mio pianto. Addio.

(parte)

Scena ottava

Aiace, Guerrieri.

Aiace:                      De’ suoi terrori il fatal vecchio, oh come

M’innonda! – Afflitto in me gli occhi volgea

Come il mio padre al partir mio... Ahi lutto

De’ miei canuti genitor s’io pero!

Il cor mi trema? – La mia destra indarno

Lo reprime: pur trema! E quando mai

Tu paventasti? e or d’onde? – O cor mortale

Trema: chè immota pura alta ho la mente.

Andiam... Pur non vo taccia io di ribelle

Provocator. – Ite al mio campo, o forti

Figli di Salamina.

(I soldati partono)

Scena nona

Aiace:                                                   – Eccomi solo:

Ho il mio coraggio e la mia gloria meco.

Scena decima

Aiace, Agamennone, Ulisse.

Aiace:                      Signor, te a lungo attesi; e a te veniva.

Ragion dell’armi e del divieto io chieggio.

Agamennone:       Illustre figlio di Laerte, i regi

Sien convocati. Principe Nestorre

Sieda: ed intimi i miei decreti al campo.

Scena undicesima

Aiace, Agamennone.

Agamennone:       Signor, m’ascolta. Noi finor divisi

Fummo: te indusse inopportuno zelo

De’ dritti altrui: me non ingiusto orgoglio,

Non parve a me finch’ebbi avverso Achille

Persuaderti alle mie parti, quasi

Debole io fossi. Il tacer nostro acerbe

Parer fa l’ire; ed oltre al ver le narra

Tal cui giova innasprirle. Ch’io paventi

Di te nè d’altri, nol presumi, io penso;

Ma ch’io t’onori in te medesmo il senti

Che sai quanto il valor pregia il valore.

Nè ti chiedo amistà. Son tale omai,

Che mentre il mondo m’obbedisce e ammira,

Nessun può amarmi; e tu men ch’altri: credi,

Talor non sono io di me stesso amico.

Ma vo’ aperto il tuo sdegno, onde non forse

A te, ben più che a me, torni funesto.

Aiace:                      A te, Signor?... Se alle paterne leggi

Tu sei custode; se pietà del nostro

Sangue teco versato e amor di vera

Fama ti vince; a me funesto o a Troia

Sarò...

Agamennone:                  Ma intanto abbiam trofei le tombe

Che la discordia empiea di greche vite:

Così il Pelide avverò i fati, e Troia

Così atterrò! – Nè prima ebbe la parca

Con lui tronche le sette, ecco novello

Terror d’augurii: ecco le armate gregge

Pervertite alla fuga; e la sua spada

In mezzo al campo guiderdone eretta

A chi fia più ribelle, e a te commessa,

A te...

Aiace:                              Se intendi oppormi insidie vili,

Cessiam; nè udirti nè scolparmi io deggio.

Agamennone:       Cieco nel tuo valor corri sull’orme

Ov’altri te precipita. Nè i soli

Tuoi settatori: ogni emulo, e il più torvo...

Se n’hai... tal larva di virtù mostrarti

Può, che per essa ver me reo ti faccia.

Aiace:                      Consigli odo o minacce? io del divieto

Ragion dianzi ti chiesi.

Agamennone:                                             Agamennone:

Minaccia oprando. – Or piena odi ragione:

Nell’arbitrio de’ regi a me quell’armi

Trasferir piacque: altri le merta forse

O le presume: ivi contendi. Troia

Mai non cadrà, mai per l’acciar d’Achille.

Aiace:                      Eternamente odierai dunque Achille! –

Ma tue vendette primo ei non assunse

Giovinetto in Epiro? Avea di genti

Nerbo e tesori, e fama e onnipotenza

Tal di valor che attonita la Grecia

Suo lo sentì dominator futuro.

Pur te in Asia seguiva; e me v’indusse

Me difensor di picciol regno, e speme

Unica quasi di cadenti padri.

E chi tentò scettro serbarti e figlia?...

Agamennone:        – Che ogn’uom mi versi quel sangue sul volto! –

Aiace:                      ... Fremi?... Obbliate cose io mi credea

Rammentarti, obbliate; e da gran tempo.

Ma e chi volea scettro serbarti e figlia

Se non Achille, Palamede ed io?

Di Marte no; della calunnia preda

Fu Palamede. Poscia il cor d’Achille

Caldo d’amore e di gentil fierezza,

D’atra ingiuria piagasti: orrido amaro

Si fe’ quel cor sì liberale in pria!

Pur in te, benchè ingiusto, accolta io vidi

La maestà de’ patrii numi; e Achille

Orator tuo m’udì; da me sostenne

Veraci, forti udir regie parole.

E a chi d’avi e d’amor fratello m’era

Per te infido sembrai. – Sdegnosamente

O fratel mio, forse or mi nomi all’ombre

Di lor che teco divorò la guerra!

Agamennone:       Pur me fuggivi.

Aiace:                                                 E tu il volevi. Cupo

Solitario, assoluto, in te ogni dolce

Senso a studio palliasti. A pochi aperto

Fu il padiglion ch’era a principio albergo

D’accoglienze, di gioia e di conviti,

Ove la fede e l’amor patrio e tutte

Virtù guerriere avean premio ed esempio.

E a che miri? ad estinguere la fiamma

Onde le anime greche arde natura?

Serperà obbliqua torbida. Tendea

Più che al racquisto d’Elena, e tu il sai,

Questa impresa, a sviar l’armi civili

Sovra barbara terra; e tu l’oltraggio

Tuo vendicando e del fratello, addurle

A concordia potevi ed a’ trionfi:

Che brando e mente e altero animo saldo

Ti dier le sorti; e il tuo mortale aspetto

Spira la luminosa ira di Giove.

Ma le tue doti a noi che pro? per esse

Vedo più sempre conculcata l’alta

Dignità de’ mortali, e dar lor nome

Di greggia... a te venir dunque io dovea

Ammonitor, complice o servo? – Tutte

Poichè tu il brami, eccoti aperte, o sire,

Le cagion del mio sdegno. – Intanto l’armi

Tremende ad Ilio, e care a’ Greci, e illustri

Al Pelide le stimo; e perchè degno

Men credo, ai re le chiederò. Novello

Rito a me sembra che altro duce regga

Il parlamento, e te lontano, forse

Tal avviso si elegga onde t’incresca...

Ma inviolato a me sarà il decreto

Qual ch’ei pur sia de’ regi: ov’altri il rompa,

A vendicarlo io nuoterò nel sangue.

Agamennone:        Signor, te aspetta l’assemblea.

Aiace:                                                                         Potremo

I nostri fati oggi discerner.

Agamennone:                                                   Oggi.

ATTO TERZO

Scena prima

Ulisse, Araldo [Euribate].

Ulisse:                     Dunque nel tempio ei siede? e vi salia

Sì conturbato che appressar non l’osi?

Or va: me solo il tuo signore attende: –

... Pur ti soffermi appiè del colle?

Euribate:                                                                     Il sire

Scende.

Scena seconda

Agamennone, Ulisse, Araldo [Euribate].

Agamennone:                     Euribate, il campo mio precluso

   A tutti sia finchè sta meco Ulisse.

Scena terza

Agamennone, Ulisse.

Ulisse:                      Sciolto è il consesso, o re de’ re.

Agamennone:                                                          L’evento?

Ulisse:                      Dubbio.

Agamennone:                   Dubbio!

Ulisse:                                               Sedeano i regi, e surto

Nestore primo dal suo trono indisse

Nullo il suffragio popolar. Le schiere

Silenziose agitavano i brandi

Tutte intente al profeta. Ei le pupille

Or lagrimose, or timide, or ardenti,

Finchè l’ostia fumava agli immortali,

Mai dal ciel non togliea. Fattosi quindi

Imperturbato nel sembiante grida:

«Eroi chiedete ai re l’armi fatali» –

Nè più fe motto: con la fronte al petto,

Solo e raccolto in sè, muto sedeva.

Agamennone:        Disdirsi a’ numi non s’addice; e sia:

Ma tacciano.

Ulisse:                                           Nè alcun l’armi chiedea.

A Idomeneo possente re la gara

Dubbia o indegna mostrai, Nestore infuse

Orror di risse ne’ suoi figli. Opporre

E gloria e petto e il suo parlar facondo

Potea il gagliardo Diomede a tutti:

Gli membrai che al Pelide emulo aperto

Visse; e bramarne l’armi onta gli fora.

Stenelo e i pari suoi fulmini in guerra,

In assemblea son dubitanti, muti.

Agevolmente io li ritrassi.

Agamennone:                                                   Adunque

Tu in consigli converti ogni mio cenno.

A ciascheduno di que’ re t’imposi

Di dir che Aiace m’increscea: bastava.

Se il favoriano, ogni sentenza io solo

Ad annullar non basto? E a che gli obbliqui

Raggiri omai se non a far più ardito

Chi più mi teme? All’invidia, all’orgoglio

Di molti, io volli aprire il campo. Achille

Abbiasi eredi, tranne Aiace, tutti.

Ulisse:                     Che? nè guidar nè disunire i voti,

Comandarli volevi? A te sommessi

Qui ad uno ad uno i regi avrai: ma uniti,

Se un solo a trarli di timor s’appresta

Quel solo udranno. Ed ogni tuo comando

Nuovi sospetti contro te, suffragi

Aggiungeva ad Aiace. E a che ridesti

Le loro forze? debole ti mostra

Sien indolciti; allor gli assali. L’arte

Spregiasti ognora; e dalla forza Achille

Domo non fu: tremenda oggi la sua

Ombra co’ regi e con Aiace stava;

Non m’atterrì, l’armi sue chiesi.

Agamennone:                                                             Quindi,

E mel previdi, rimovevi ogni altro.

Ulisse:                     S’altri l’audacia, l’eloquenza, e l’arti

Frenar potea del tuo nemico, ascolta:

Già percorreva l’assemblea con gli occhi

Tranquillo in vista e gli esultava l’alma

Che gareggiar con lui nessuno ardisse;

Udimmi, e n’arse: indi com’uom che scorge

Trame e le sprezza, in me ritorse un ghigno...

Mentr’ei favella, più il popolo accalcasi

Al recinto dei re. Quando una voce

Ripetuta da mille esce dal campo:

«L’armi a colui che il corpo del Pelide

Rapì al trionfo de’ Troiani». – «Meco

Lo serbò Ulisse» gridò Aiace, «meco,

Ed al trionfo di maggior nemico».

Agamennone:       E chi ardiva ascoltarlo!

Ulisse:                                                           Il nome tuo

Non proferì. – La gloria degli eroi

Esser dicea sprone al valore, e scudo

Alla paterna libertà. Doversi

Quindi l’armi commettere e la fama

Del figliuol della diva a chi macchiarle

Mai non porria nè torcerle a periglio

Più della patria che del teucro regno.

Ch’ei condottier di poche genti a’ greci

Ombra dar non potea. – «Dal padre mio,

(Gridò) che già l’antico Ilio distrusse

Il nuovo appresi ad espugnar». – Successe

Alto un silenzio, e alla risposta io mossi.

Ma tutti gli occhi alla Sigea marina

Si conversero. All’oste ancor parea,

Quando il gel della rotta entro le navi

Addensava gli Achei, veder sul vallo

Fra un turbine di dardi Aiace solo

Fumar di sangue; e ove diruto il muro

Dava più varco a’ teucri, ivi attraverso

Piantarsi; e al tuon de’ brandi onde intronato

Avea l’elmo e lo scudo, i vincitori

Impaurir col grido; e rincalzarli

Fra le dardanie faci arso e splendente,

Scagliar rotta la spada, e trarsi l’elmo

E fulminar immobile col guardo

Ettore che perplesso ivi rattenne

Dell’incendio la furia onde le navi

A noi rapiva ed il ritorno. – O fosse

Che il raccapriccio del passato danno

Tuttor invada i popoli; o che cieca

Gli attizzasse una trama, essi concordi

Nel clamore, ne’ fremiti, ne’ cenni

Quel dì membravan.

Agamennone:                                           Stupefatto il membri,

Parmi ... tu. – A farmi più tremendo Aiace

Forse?...

Ulisse:                                   Pur oggi a me dicevi, o Sire,

Che tu lo ammiri. E lodator suo primo

M’udir gli Achivi, e mi si fer più intenti.

Ma infausto dissi ogni valor che sdegna

Leggi; e leggi e vittoria e pace a un tempo

Starsi omai nel tuo soglio. – Al primo grido

Tornò la turba: «Date l’armi al forte

Che le serbò». – «E son pur mie, sclamai,

Mie, dal mio sangue a voi serbate; meco

Ma non gia primo difendeale Aiace.

Ei sugli omeri suoi trasse l’estinto

Eroe presso le tende. Ah! ch’io malfermo

Per antiche ferite e allora esangue

Di stral confitto al sen, come potea

Quella gran salma gravissima d’armi

Assumer io?» – Mostrai il mio petto; e inerme

Qual tu mi vedi io stava.

Agamennone:                                                 O mal conosco

Ulisse; o tu nell’adunanza a un tempo

Eri e tra il volgo; e ordisti quel clamore

Dell’armi.

Ulisse:                                      ... Mio... nè il negherò fu in parte.

Ma e Teucro ov’era? In assemblea nol vidi.

Agamennone:        Teucro! – Non v’era?

Ulisse:                                                        Ei no. Ben il Locrese

Aiace armato di tutte armi e ritto

Stavasi i voti subornando. E ombrati

Già sul poter tuo troppo eran molti,

E aveano eletto in lor pensiero Aiace.

E i suoi guerrier e i Tessali quel nome

Acclamavano. A un tratto il nome mio

Gridar odono i prenci; e i Salamini

Insultar gl’Itacensi: e vider l’aste

De’ Mirmidoni balenar sul capo

Alle Argive tue squadre. Muto stava

Calcante: e incerta fu dei re la mente. –

Allor partito necessario estremo...

Agamennone:        E qual?

Ulisse:                                   Preaccennato io te l’avea ...

Sagace a te, ma poco regio parve ...

Agamennone:       Che agli stranieri prigionier la lite

Si deferisca? – Arti non mie. Me dunque,

Me primo e solo omai giudice avrete.

Che re? che schiere? che profeti? Atride

Alfin voi tutti acqueterà: e voi primi,

Voi nelle vostre ambizïon discordi,

Voi che movete il volgo, indi il temete;

Ei se ne avvede.

Ulisse:                                                Aiace spegni... e Ulisse

Dunque: incitate abbiam le schiere entrambi.

Sei tu sì forte? A tuoi nemici in preda

Bensì puoi darmi, e contro me la turba

Ch’io per te mossi irriteranno: Oh! speri

Senza il volgo domarli, e che te solo

Il volgo segua finchè gli altri ammira?

Intempestiva autorità palesi,

O re, se a un tratto la sentenza annulli. –

A’ prigionieri occulto un cenno ingiungi:

Miseri sono, e obbediranno.

Agamennone:                                                       ... Abbietto

Partito... – e piacque?

Ulisse:                                                          A tutti no. Ma quete

Così vedean le risse. Indizio n’ebbe

Da me Nestorre; ed egli in ciò non vide

Che amor di pace: ed il partito ei stesso

Commendando propose. Ebbe l’assenso

Dei più.

Agamennone:                     E d’Aiace?

Ulisse:                                                     Non l’udiva: a lui

Più tempo innanzi susurrò il Locrese

Non so che detti. Egli balzando in cocchio

Precipitò i destrieri alle sue tende. –

... Tumultuar odi qui presso?...

Aiace:                                                                          Vili

Prostratevi.

Agamennone:                           La voce odo d’Aiace?

Ulisse:                     I tuoi custodi atterra.

Scena quarta

Agamennone, Ulisse, Aiace.

Agamennone:                                        E chi il ribelle?

Chi il furibondo che meco imperversa?

Aiace:                      Io. – Le schiere mi togli; e il cor pretendi

Togliermi e il ferro?... – Ecco il ripongo. Udirmi

Spero e insieme rispondermi vorrai.

Teucro dov’è?

Agamennone:                            Ciò ch’ei tramasse, io tosto

Saprò.

Ulisse:                             Suo duce e suo fratel non sei?

Aiace:                      Pur a te venne, o Atride, ei su le prime

Ore del dì, mentr’io stava con pochi

All’Ellesponto. Trapassando il campo

Mi soffermai qui teco, indi in consesso,

Senza veder le tende mie; chè Teucro

Ivi io credea. Gli mandai tosto un messo

Che nol rinvenne.

Ulisse:                                                  Fra le turbe forse

Non l’indagava.

Aiace:                                                Fra le turbe stava

La calunnia e il tumulto. – In parlamento

Talun mi disse che da lunge il vide,

Quando il sol giunto a sommo il ciel non era,

Solo e sul lito più deserto ai numi

Sacrificar, quasi a mortal periglio

S’accingesse. Volai. Tutti partiti

Celatamente eran con lui gli arcieri.

Agamennone:        ... Ulisse... seco rimanevi.

Ulisse:                                                                E a’ motti

Che a te presente saettò, rimasi.

Or chi non sa che adulator tuo primo,

Seminator di scandali mi chiama

Altamente? Costretto o persuaso

Esser potea da me chi tanto m’odia,

Chi mai verun, tranne il fratel, non ode?

Ma e quando pur... a che inviarlo? e dove

Che omai tu, o re, nol risapessi? e ch’ei

Nol ridicesse al fratel suo? Devoto

Stavasi il grande Aiace al monumento

Del Dio Pelide. Ma il minore Aiace,

Più che fratel sublime amico, forse

L’avria ignorato anch’egli?

Aiace:                                                                    Ove pur sia

Mal si accusa di trame: egli? – e tradirvi

Senza tradir me e la sua patria insieme

Porria?

Ulisse:                                  Tradir te, il fratel tuo!... – ma e sempre

Udirmi sdegni? e sì m’abborri?...

Aiace:                                                                              Il nome

Tuo sempre sdegno io proferir: – ti spregio.

Ulisse:                     Non vile tuo commiliton m’avesti

Spesso; e pur or tu il confessavi.

Aiace:                                                                           E tacqui

Che a te rifugio fu il mio scudo spesso.

Pur co’ Teucri sei prode e vil tra noi.

Non raggiravi oggi vilmente il volgo

E più vilmente i re? Tua non fu l’arte

Che li sedusse a deferir la lite

A’ prigionieri? Qui tornando il seppi.

Della cieca sentenza il fine astuto

Scerno. Que’ prenci che oltraggi e catene

Difendendo i lor numi hanno mertato,

Sgomentati, ingannati, strascinati

Fien al voler di chi sarà sì basso

Da deludere i miseri, e sì crudo

Da perseguirli, e ritorcere in essi

L’astio del volgo. Ah fien difesi! e il grida

Dal suo trono infernale a me il tremendo

Eaco del mio gran padre avo e d’Achille,

E più tremenda la pietà mel grida.

Ulisse:                     E chi librar, chi giudicar può i merti

De’ vincitor meglio che i vinti? Alcuni

Da me fur presi, altri dal forte Aiace.

Di sette prenci prigionieri, due

Fratelli sono di Tecmessa; è l’altro

Suo genitor: suborneranno il quarto.

Tolta ad Achille fu dal re la schiava

E a prevenir egual periglio festi

Moglie la tua: i figli tuoi fien pari

A Teucro in ciò; madre Troiana avranno.

Scudo così farti dicevi allora,

Oggi il ridici, a’ miseri; e tu il dei.

Die’ guerra all’Asia il padre tuo già un tempo;

Fu vincitor; ma poi d’ospizio accolse

Pegni e di pace: ed ebbe iliache spose.

A riveder i suoi congiunti a Troia

Finchè spiri la tregua occultamente

Teucro n’andò: seco ha gli arcieri quindi.

Aiace:                      Tacito io penso, se lasciarti io deggio

Te adornato di fraudi e d’impudenza

Al vituperio a cui tu vivi; o dentro

Nel tuo cor negro ove l’invidia rugge

Le calunnie respingere e i sospetti

Col ferro.

Ulisse:                                     E brando v’ha che meglio uccida

Un greco re? Non hai d’Ettore il brando?

Aiace:                      Ahi fatal dono! E il mio ti diedi, o forte

Ettore, il mio, sul campo ove leale

Nemico egregio contro me pugnavi.

Ti valse almeno a morir per la tua

Patria, e cadesti lagrimato e sacro!

Ma io?... vedi... le furie mi strascinano

A bagnarlo di sangue, di quel sangue

Che tu abborrivi, e ch’io finor difesi.

Agamennone:        Ed io finor tacito veggio in uno

Sospetti indegni, empio furor nell’altro.

Necessità d’alto severo quindi

Imperio veggio. – Aiace; di me pensa

Che vuoi; non mento perchè nessun temo.

Le tue schiere sviarti o menomarle

Non curo. Teucro e i suoi senza mio cenno

Nè indizio mio, se pur son lunge, il campo

Abbandonaro: usati modi; ogni uomo

Qui si fa duce, e divezzarvi intendo.

S’anco tornasse vincitor, punito

Il vo’, ch’egli più ch’altri impaziente

È d’ogni legge; e d’ogni applauso sempre

Avido; ei primo e temerario sempre.

Che s’ei tradisse... in te fidar più a lungo

Potrei?... – Cessa la tregua. Ebbro il troiano

Di sua vittoria noi tremanti estima

Da che spense l’eroe; s’accorga ei dunque

Se Atride vince. Fin dall’alba indissi

Però l’assalto ad innoltrata notte,

Sì volli, e il voglio perchè il volli. E spenta

Pria nel mio campo ogni discordia volli.

Giudici sien, poco rileva, i prenci

Stranieri. Io il dissi; odilo ancora: Troia

Mai non cadrà, mai per l’acciar d’Achille.

Aiace:                      Pari alle tue, pacate odi parole. –

Nessun di noi l’armi, per esse, pregia.

Te ambizion, me libertà sospinge,

Livor costui: ardon le brame; e incerto

Sovrasta evento; onde temiam noi tutti.

E tu più ch’altri, e a cui temenza detta

L’imperioso favellar. – D’altrui

Schermo in battaglia ebbe mai d’uopo Aiace?

Sol contro te che a tirannia prorompi

L’armi bramo di lui che i feri moti

Della superba anima tua gelava.

Minor di posse, e pari d’alma, vedi

Me, alle tue mire ambiziose inciampo;

Vedi d’Achille adoratori i greci

Che amor li stringe e meraviglia e l’alta

Religion de’ suoi avi celesti.

Ma il lungo imperio tuo molti fea queti

Al giogo, quindi fu protratto ognora

Lo sterminio di Troia; e tuo d’altronde

L’utile e il vanto ne bramavi. Spento

Alfin è Achille e avvilir vuoi la fama

D’Achille e me. La meraviglia tutta

Poi che l’amor non puoi, tendi in te solo

Trar della Grecia; e guidarla a trionfi

Col tuo valore o a sempiterne guerre,

Finchè di forti vedovata e lassa

Da te pace ed onore abbia e catene. –

Me vile fa d’un vile oggi la gara:

E ov’ei deturpi del Pelide il brando

Creduto opra divina, anche gli Dei

Fien vano scudo a libertà: Costui

Spregi, ma allenti alle sue trame il freno.

S’ei me tradisca e te ad un tempo, ignoro.

Teucro da lui credo aggirato; e certo

I frigi prenci ingannerà se forse

Nol fe’. Me non vedranno. Inviolato

Servar giurai dell’assemblea il decreto.

Stolto decreto; e giuramento ahi! stolto.

Ma rivocarlo ella può sempre. – Intanto

Non però cessa oggi la lite vera,

E magnanima sia: Apertamente

Dimmi se re son io? Se a Telamone

Il valor mio frutterà infamia e ceppi?

Ma bada, o re, che a terminar tal lite

A noi non resta che la sorte e il volgo.

Tu col terrore; io con l’amor; costui

Con fraudi nuove, lo trarremo al sangue.

Agamennone:       Udir detti ribelli, e a tuoi furori

Libero abbandonarti, a te sia prova

Se Agamennon t’avanza. Odine i cenni. –

I re prigioni fien giudici; e tosto. –

L’armi, e le ottenga chi si vuol, fien vili. –

Nè più a contender di parole, accolti

Fien d’oggi innanzi a pugnar meco i duci;

E all’intimata pugna fra brev’ora

Mi seguiran. – Di Teucro, ove non rieda,

Mi sarà pegno il figlio tuo. – Chi sia

Qui re il saprai. – Seguimi Ulisse.

(Agamennone ed Ulisse partono)

Scena quinta

Aiace

Aiace:                                                                           Oh infausto

  Ilio, di qual mai scempio oggi godrai!

ATTO QUARTO

scena prima

Agamennone:        Ma e che? Son io signor di me? Da quanti

Oggi non pendo! – o incerte ore!... Nè il mondo

Lasci alla notte, e a che più tardi, o sole? –

O! a chi dar leggi io voglio. – Io?... che ad Aiace

Dir pur or non osai: cedi il tuo scettro,

Snuda il brando e per me pugna, e t’immola.

Io che onore e possanza e pace aspetto

Or da un Ulisse... – Ah no! la pace mia

Fu ne’ miei tetti, e sparì col sorriso

Della mia figlia: all’angoscia, al terrore,

Al parricidio io la mia casa educo. –

Ch’io qui riposi almen per or.

(siede)

       – Qui assiso,

O Agamennone il tuo tranquillo aspetto

Incodardisce questi avvezzi al sangue

Regnatori superbi... E non ardiva

Qui il mio regal paludamento un uomo,

Un uomo sol quasi strapparmi? E rabbia

E vendetta e stupor e la vergogna

Del simular, e la tomba che Aiace

Si spalanca... ma più quel terreo immoto

Volto d’Ulisse, mi fean muto quasi,

E in me scorrea gelato un sudor lento... –

Ecco già notte. E Ulisse aspetto io sempre! –

Vil alma audace a un tempo, infida, fredda

Sortì colui. Gli uomini, i casi, i tempi

Attrae scaltro invisibile, e avviluppa

Tutto me in essi. Io m’agito: trascorro

Strascinato... ei li guida ov’io più bramo:

Sa ch’egli splende di mia luce, e fida

46 Letteratura italiana Einaudi

Come se a un tratto ei spegnerla potesse.

Già mi ha divelto ogni secreto mio,

Quind’io sospetto...

(s'alza)

– Ma non più. Si sappia

Che su la Grecia vo’ regnar io solo. –

Ardan le faci, il campo mio risplenda.

Il re de’ regi s’apparecchia all’armi.

Scena seconda

Agamennone, Ulisse.

Ulisse:                     Pertinaci pìù sempre i frigii prenci

Dall’assegnar l’armi contese tutti

Ritraggonsi. – Di Teucro altro non sanno

Gli esploratori tuoi, se non ch’ei tenne

D’Ilio il sentier lungo la spiaggia; e innanzi

Ch’ei si partisse uscia mesto del vallo

De’ prigionieri. – Tuttavia Tecmessa

Quivi è col figlio, ed all’araldo il niega.

Agamennone:       Oh mia stolta fidanza! – A me si tragga

Tecmessa.

Ulisse:                                   L’altro messaggero, a’ suoi

Accampamenti il Telamonio, ratto

Seguiva; e intesi ambo trovò gli Aiaci

A squadronar le schiere, a cui frementi

Tutti d’Achille i Tessali s’uniro.

Agamennone:       O Menelao, superba alma ondeggiante

Nè a virtù, nè a viltà nata nè al regno!

Ardi s’io teco sono; ov’io ti manchi

Tepido torni.

Ulisse:                                           Nè premio, nè legge

Valse, nè il nome tuo con que’ perversi

Abborritori degli Atridi; e al tuo

Fratel negando d’obbedire, in guerra

Seguir vogliono Aiace. A lui Taltibio

Della fede di Teucro ostaggio il figlio

Chiese. Il padre tacea. Ma il re de’ Locri

Additò quelle schiere; e il fero cenno

Mostrò all’araldo del tornar la via.

Agamennone:       Pronti son gli altri alla battaglia?

Ulisse:                                                                           Tutti. –

Perfido Teucro stiman molti; e ordita

O conosciuta dal fratel la fuga.

Nestore solo e il re Cretense, noto

Bramano a te, che se a civil conflitto

Si mova, ritrarranno essi lor armi.

Agamennone:       Odi Euribate. Fra non molto aperti

I miei disegni avrete: e qual pur deggia

Esser la pugna, imparerà il vegliardo

Che al vincitore obbedirà chi mira

L’altrui battaglie immoto; e Idomeneo

Vedrà se orgoglio senza ardir gli giovi.

Tu va. Silenzio tra le file regni.

Tutti i fochi s’estinguano. Sul piano

Per diversi sentier dietro a quel colle

Sien congregati con le schiere i duci. –

Scena terza

Agamennone, Tecmessa, Donzelle frigie, Araldo

Agamennone:       Vien ch’io ti veggia, o sposa del sublime

Propugnator di libertà. Fra queste

Donne io ti scerno alla gemmata zona.

A me ti appressa. – Muta tremi? Il velo

Togli. Ribrezzo il tuo pudore accresce;

Chè Greco io sono, e tu moglie d’Aiace. –

Or di’; perfette son le trame? e saldi

Stanno vieppiù contro il decreto mio

Gli eroi prigioni? Udisti altra novella

Di Teucro, da che teco egli e co’ tuoi,

Pria di partir, venne a consiglio? – Parla.

Ma domestico vezzo è il non udirmi.

E ov’è il tuo figlio? A’ Tessali il mostravi

Teco stamane e ne frenasti l’ire,

Poichè stanza ad Aiace omai son fatte

Le frigie tende. – E immobile persisti?

E più nel velo ti ravvolgi? – Schiava,

Svelati.

Tecmessa:                            O sante Deità de’ nostri

Distrutti altari, ah m’aiutate!

Agamennone:                                                         Parla.

Tecmessa:               ... Dacchè all’urna d’Achille il Signor mio

Andò, nol vidi;... ohimè! ben aspre cure

Dovean vietargli a rivedermi. E scorta

Egli mi fu quando ier l’altro io venni

Consolatrice a miei congiunti afflitti.

Teucro sol vidi: tacito improvviso

Abbracciò il figliuol mio; quasi abbracciarlo

Più non dovesse mai: parlar volea;

Ma fuggì ratto e mi lasciò in affanni. –

Odo tumulti; il campo freme; il mio

Padre e i fratelli di terror confusi;

Venir, andar, tornar vedo i tuoi messi...

Misera! e solo il Signor mio non vedo.

Prieghi mando ed avvisi; ei mi risponde

Che perigliosa è l’ora e ch’io nel cielo

Fidi. – Soletta con le ancelle mie,

Fra le spade e le tenebre m’accinsi

A rivederlo. Al limitar l’araldo

Tuo ne rattenne: altro non so. Paterno

Rito e l’amor de’ nostri lari tiene

Divise noi dal viril sesso; e noto

Soltanto è a me delle battaglie il lutto:

Vedo appena i guerrieri; e il tuo sembiante

Talor da lunge io riguardai tremando.

Agamennone:        Ma non tremavi trafugando il tuo

Figlio.

Tecmessa:                         Già in salvo egli era.

Agamennone:                                                     E il loco?

Tecmessa:                                                                            Ah forse...

Signor tu non sei Padre.

Agamennone:                                                 ... Io?... fui padre.

Scena quarta

Agamennone, Tecmessa, Donzelle frigie, Araldi, Calcante.

Calcante:                O re de’ re corri a battaglia, e i numi

Del popol tuo teco non hai? nè l’aure

Suonan di canti a presagir trionfi?

E a qual vittoria tendi? orrendamente

Dal silenzio e le tenebre ravvolti

Accelerar s’odon gli armati... o donna

Desolata d’Aiace!... ah l’ostia forse

Tu sei che il nostro re pria della pugna

Offre agli Dei; ma non morrai tu sola.

Agamennone:        Tua morte a me, nè tua vita rileva.

Gl’Iddii presenti il mondo tema. A voi

Le sue minaccie die’ l’olimpio Giove,

Ed a me le sue folgori. Alle turbe

Tuonar augurii, o degli Dei codardo

Adorator, più non t’udrò. Ti posa,

E manda gl’inni al vincitor.

Scena quinta

Agamennone, Tecmessa, Calcante, Donzelle frigie, Araldi,

Aiace preceduto da un Araldo.

Tecmessa:                                                           O padre

Del figlio mio!... pur ti riveggio.

Aiace: ...                                                                    Oh iniqui!...

Tu qui! – Ben poss’io trartene... ma... loco

Ove salvarti a me non resta. – Atride;

Ti sta intorno l’esercito, parato

A ferir ove accenni. Io co’ miei pochi

E co’ Locri, e co’ Tessali vi aspetto:

Tranne quella di Troia, ogn’altra via

Precideremo a voi. N’avrai nemici

O federati; eleggi. Ma tua fede

Sola non basta: me la die’ in tuo nome

Euribate; qui a dir venni e ad udire

Sensi di pace: e mentre io fra’ prigioni

Finchè il giudizio fosse dato, l’orme

Non pongo, inerme la dolente mia

Donna lasciando; tu svellerla ardivi

Da’ domestici dei; tu la tua fede,

Appena data rompi.

Agamennone:                                        A voi le trame

Romper intendo; ma da voi fur pria

Sì ben conteste, ch’io veder non posso

Se non che siete traditor voi tutti. –

Un dì alla tregua rimaneva, e in campo

Non eri tu; ma i tuoi soldati il campo

Con prodigi atterrivano. Bastava

Il frigio sangue a’ Mirmidoni, e un grido

Di feminetta contro noi li volge.

Frattanto i numi parlano più arditi

Dando la gloria de’ trionfi a un’ombra;

Mentre il volgo sommesso arma te solo

Successore d’Achille; e obbedienza

Audacemente il fratel tuo m’impone.

Tu i re chiami a licenza, e ti professi

Vindice a’ Greci e d’Asia domatore;

Mentre l’ora e le vie di trucidarmi

Insegna Teucro in Troia. Ostaggio io chiedo;

Costei non vedi; ma chi tolse a lei

Il figliuolo lattante, e chi più arditi

Fe’ gli schiavi? Tu sol. Tu che ribelli

Fai teco i Locri e i Tessali, e mi sfidi;

E quando? Or che prorompono i Troiani

Dalle lor rocche: or che novello sangue

Spargerem noi per la vittoria. – Torna

A’ magnanimi detti onde tu velo

Festi alle insidie; or te conosco: trema.

Aiace:                      Tremi colui che sogna fraudi; trema

Tu che a’ rimorsi e al terror che in te provi

Indur vorresti ogni alto core.

Tecmessa:                                                              Oh Aiace!... –

Tu che pur gemi all’altrui pianto, i miei

Occhi in amare lagrime nuotanti

Non vedi e dispietato ahi! con me sola

Con me che forse t’amo unica al mondo

Sarai? – Potessi almen perir io sola!

Calcante:                Dir parole di pace era pensiero

Vostro, e agl’insulti trascorrete? aperte

Le greche tende all’assalto e alla fiamma

Vedrà il troiano, e forse unico scampo

Vi saran l’onde ed un ritorno infame

Dopo tante speranze. Unico scampo!

Che spero? Il vincitor fatto più ardito

All’atterrito esercito la via

Precluderà dell’Oceano. Indarno

Le spose, i padri, i figli vostri indarno

Nella lusinga de’ trionfi vostri

Cercan ristoro dell’incerta amara

Lontananza protratta: abbandonati

Eternamente, appena l’ossa e l’urna

Nè l’urna forse rivedran di voi!

Aiace:                      Ascolta dunque, o Agamennon. Tradito

O traditore esser dee Teucro; quindi

Te seguir non poss’io; nè tu a notturna

Pugna puoi mover con fidanza. Al giorno

Sia diferita. A Pirro ed a Pelèo

L’infauste spoglie sien retaggio omai

E conforto nel lutto. Alla mia tenda

Torni Tecmessa. Al re de’ Locri e a’ miei

Tu manda ostaggio Menelao; che inerme

Teco io starò pegno di Teucro. Il sole

Le trame scopra, e il campo Acheo non veda

Di fraterni cadaveri profano.

Agamennone:        Non nel mio padiglione, in campo il sole

Mi mostri estinto, o tal, che mai più meco

Nessun da re favelli. Odil tu primo:

Poi la vittoria il manifesti agli altri. –

L’Asia i Greci oltraggiò poi che s’accorse

Quanti discordi avidi re tiranni

Si sbranavan la Grecia; e lor fu esempio

La schiatta vostra, Eacidi superbi

Predatori di regni. A voi traeste

Sol con le sette e volgo e fama e cielo;

E spenti ancor, resta alle vostre spoglie

La perfidia e la rissa. Abbia la Grecia

Vendicator de’ numi suoi me solo;

Moderator, dominator me solo.

Vili ed innocue alfin palesi Ulisse

L’armi vostre. Tu prostrati: o a’ Troiani

Numi impotenti, a cui pace giurava

Il padre tuo; a cui l’infame Teucro

Consacra il figlio della schiava, io stesso,

A strugger tutti d’Eaco i nepoti

Lo svenerò.

Aiace:                      Perch’io mi prostri, devi

Evocar la tua figlia, e ricomporre

Le ossa che a cena orrenda il padre tuo

Teco imbandiva al suo fratel Tïeste.

Calcante:                O forsennati, forsennati! io veggio

L’inespiata ira d’Iddio chiamarvi

A scontar con novelle orride colpe

Le iniquità de’ padri. Entro quell’urne

Voi le mani sacrileghe cacciando

Sangue e fiele mescete all’esecrate

Ceneri. – O Agamennon! gli avi tuoi crudi

E gli Dei che tu provochi, al tuo letto

Vigili stanno; e tu li vedi; e serpe

Negli occhi tuoi fra le lagrime il sonno,

Fin che il terror ti desti. Empio non sei;

Ebbro d’orgoglio sei. Della tua vera

Gloria deh! ascondi il tumulo d’Atreo;

Con le regali tue virtù la terra

Consola; e il cielo alfin placa e te stesso. –

E tu, mio figlio (o a me più assai che figlio!)

Obbliar vuoi che sei mortale; alzarti

Oltre la inferma, sventurata, cieca

Nostra natura. Splendida si mostra

Virtù; ma i petti umani arde funesta

Quanto è più schietta; e appena un raggio scende

Tra noi. T’innalza; già tutta rapita

Al ciel l’hai tu; già del tuo lume splende

L’universo... Ma stride dall’Olimpo

La folgore, e l’obblio teco e la lunga

Notte travolve chi agli Dei s’agguaglia. –

Ma che parlo? Feroci i lumi al suolo

Questi crudeli figgono. Tu indarno

Morente quasi dal marito implori

Pietà, e le voci ti soffoca il pianto.

Qui presso è un colle ed un altar... Mi segui.

Tecmessa:              A me ti volgi, o Signor mio; deh porgi

A me la destra, che mi trasse un giorno

Di mezzo al sangue, alle rovine, al foco

De’ miei tetti paterni... – Ove mi lasci?...

Chi mi consola?... Ohimè! corri; in periglio

Forse è il mio figlio...

Aiace:                                                         Serva d’altri io mai

Vederti meco! – ...

Tecmessa:                                              Il figlio mio...

Aiace:                                                                             Di tutti

Noi solo, o donna, il figliuol tuo sia salvo.

Agamennone:       Guardie, traete a voi la schiava.

Aiace:                                                                        A voi

Dunque traete il Signor vostro esangue...

Calcante:                Non profanate gli occhi miei di sangue,

Empi! o ch’io torco in voi l’ire de’ Greci. –

Della vostra regina, o sventurate,

Reggete i passi. – Ecco la sacra benda

Stendo sul capo all’innocente donna. –

Vieni; sull’are di dolor morremo.

Scena sesta

Agamennone, Aiace.

Agamennone:       Va; la mia fè ti giovi. Il campo io movo

Ver le dardanie rocche; e sarà face

Al sentier mio l’incendio delle tende

De’ prigionieri.

Aiace:                                               Oh crudelmente astuto!

Ben fuggi il sol; ben nella notte fidi!

Ma non osi assalirmi; e vuoi ch’io stesso

Abbandonando i miei congiunti a morte

Mi palesi tuo servo; o che la plebe

Me traditor sospetti, ov’io col greco

Scempio i Frigii difenda. Or di’: non pende

Sui guerrier nostri che tien Priamo avvinti

La scure e il foco? E me divider pensi

Dall’onor, dalla sposa, e dal mio soglio

Con le fiamme e i cadaveri? Vien dunque

Poichè per mari d’innocente sangue

Nuoti al sommo poter, vieni; e la tua

Fama, e la patria, e te sommergi. – Vedi

A terra il balteo e la vagina. Ignudo

Sempre a’ tuoi sguardi questo acciar baleni

Finchè sicura e libera non sia

La Grecia meco.

Agamennone:                                    Il loco ove perisse

Agamennone atterrirà voi tutti

Ed i figli e i nepoti. – A me il mio scettro.

– Tu Ifigenia reggi i destrieri e l’ira.

Scena settima

Aiace

Aiace:                      O Teucro! e dove è il brando tuo? sì vile

Mi credi tu che a vendicarmi corri

Agli agguati? Sei tu perfido o insano?

L’oscurità dell’Erebo è diffusa

Anche sugli astri: io tra l’insidie e l’ombre

Chi sa in che petto immergerò il mio ferro!

Teucro, ove sei? – Teucro! mi fai codardo. –

T’odo, Bellona! Il tuo urlo spaventa

La notte. Vengo, o fera Dea: vedrai

S’io placherò la tua rabbia di stragi.

Ma tu perdona agl’innocenti almeno!

Scena ottava

Aiace, Ulisse.

Ulisse:                     Pur ti trovo: t’arresta. Al tuo disprezzo

È pari alfin la mia vendetta. O Aiace,

Mi spregiasti; e più vil tu mi credevi

Poichè potendo aver tomba da eroe,

Da te sostenni esser io salvo. Ah! vissi;

Infame; e vivo; ma per farti infame. –

Te ammiri tu! Nessuno ammiro io mai,

Tranne chi proprie fa le forze altrui.

Il tuo valore è mio; lo traggo io solo

A insana guerra: i mutui sdegni vostri

O greci re, son miei; mia la delira

Credulità de’ popoli; l’amore

De’ tuoi congiunti, è mio; mia di Calcante

La pietà che abborrendo Agamennone

Darti i suoi Dei non osa. Io la fortuna

Sol con le vostre passioni affretto;

Ed oggi amica, oltre ogni speme, apparve. –

Atride regni. Palamedi e Achilli

E nuovi Aiaci io gli apporrò che Ulisse

Rispetteranno. Ilio conquisti; e vinca,

S’ei può, lo spettro di sua figlia e il muto

Terror della vendetta onde la moglie

Già gli circonda il talamo. Vacilla

Quel trono ognor che su le tombe posa.

Ma per lui posso or assalirti. In campo

T’aspetta, o Aiace, il vincitor di Reso.

Dubbia è mia morte e la tua infamia è certa. –

Il cor dentro ti rugge... mi trafiggi

Più traditor parrai.

(Aiace lo guarda con sprezzo e parte)

Gli apro l’abisso

Lo vede, e freme; e più mi spregia ei sempre!

(parte)

ATTO QUINTO

Scena prima

Calcante, Tecmessa, Donzelle frigie

Calcante:             Fuggi, misera... Scendi.

Tecmessa:                                                     Ahi!

Calcante:                                                               Dall’orrendo

Spettacolo, voi donne, a piè del colle

Sottraetela.

Tecmessa:                                  Il foco ahi! li divora. –

(scendendo)

E ripercosse quelle fiamme io sento

Sovra il mio volto. – O Padre mio!... beato

Re di beati popoli ti vidi:

Chi ti strappò la tua corona? Aiace

Struggea la sede de’ tuoi numi; Aiace

T’incatenò: pianse il crudele; e a’ Greci

Ti strascinò di cenere cosperso

Nè mi fe’ moglie sua, nè ti difende

Che ad inasprir contro di noi l’iniqua

Insanguinata alma d’Atride... – O Aiace

Tu almen ti salva dall’incendio. Invano

Spegnerlo vuoi; vidi crollar fumando

Il carcere de’ miei; io con questi occhi

Dagli armati carnefici in quel rogo

Vidi scagliar vivo co’ figli il padre...

Ohimè! Spirano ardendo... ed esecrando

La lor sorella. O Padre mio, mio padre

Non maledirmi tu.

Silenzio.

Tecmessa:                                            Ma, e voi... non siete

Misere dunque al par di me? Me sola

Piangete forse?... E che?... pianger potete! –

Meco tornate su quell’erta: udremo

Delle vittime i gemiti: il mio padre

Mi chiama... io manco... – o terra, ecco io t’abbraccio;

Coprimi.

(cade e viene soccorsa)

Silenzio.

Tecmessa:                               Aiace, vien; mira la tua

Moglie prostesa ove tu dianzi il forte

Provocavi, o superbo, ed obbliasti

Ch’io periva... Ma posso io non amarti?

Morir poss’io finchè il tuo figlio vive? –

E sì curvo alla valle, e che più guarda

L’atterrito profeta?... – Odi, Calcante;

Volgiti deh!... al mio ultimo priego

Rispondi. Vedi tu forse nei campi

Illuminati dall’iniquo rogo

Cader Aiace?... Ah! gridagli che seco

Corre a perir la moglie sua.

Calcante:                                                              Rimane

Languida vampa all’arse tende; e il fumo

Ogni veder mi toglie. Atride, o figlia,

S’arretra; chè appressarsi a noi la pugna

Intendo. Sorge in liete voci all’aura

D’Aiace il nome. – Odi feroce un grido?

«Io col mio brando ferirò Bellona».

Dell’aspro figlio d’Oileo è il grido.

Voi difendete l’are vostre, o numi!...

Ma e questa donna a un tempo udite.

Tecmessa:                                                                               Ah i numi

Dacchè infelice io fui più non m’udiro!

Patria e pace m’han tolto, e padre... tutto

M’han tolto: sposo mi torranno e figlio. –

Torni il sorriso al mio pallido volto,

Il ciel non ama i miseri. Versate

Fior sul mio grembo; a me i profumi e l’arpa

Come quando l’allegro inno suonava

Nella mia reggia. Allor m’udiva il cielo;

Allor ch’io non gemeva!

Calcante:                                                        O desolata

Giovine! oppressa dal cordoglio immenso

Delira.

Tecmessa:                          E oh quante vergini guidavano

Meco le danze; e zefiro sciogliea

Le lor trecce odorate; ed i miei passi

E il mio sembiante illuminava il sole,

Quando in Lirnesso i candidi corsieri

E l’aureo cocchio risplendean e l’armi

De’ frigi re!... Su via; date all’argiva

Elena il regio peplo, a lei le rose

E l’amoroso canto, a lei che il mare

Empiea di navi a desolarmi. Intanto

Tra i morti, il sangue, i gemiti e la notte

Andrò errando se mai l’ossa de’ miei

Trovassi; e tutta consecrar sovr’esse

La mia chioma recisa; e sotterrarle

Nelle rovine dell’avita reggia.

Calcante:                O sanguinosa alba tu sorgi!

Tecmessa:                                                             Orrenda

Del sacro vecchio odo la voce!

Calcante:                                                                  L’asta

Del Telamonio, o re de’ re, ti giunge;

Tu vacillando nel tuo cocchio a terra

Cadi; ma sul tuo capo ecco prostesi

Cento scudi d’eroi. Muto stupore

Al tuo cadere i popoli confonde.

Stanno attoniti, immobili. Percote

Aiace invan lo scudo ampio col brando

A rinfiammar i suoi guerrieri. – O Aiace,

Solo tu pugni e contro il ciel. Volava

L’aquila intorno alla tua culla, e Alcide

Entro la pelle d’un leon sanguigna

Ti ravvolgeva infante. Ah non ti tolse

L’esser mortal; ritratti: eterno è il fato;

Le parche ti circondano. E un Iddio,

Manifesto un Iddio serba la vita

D’Agamennone a più funeste mani! –

Ecco il carro d’Ulisse; a rivi il sangue

Dal rotto usbergo gli prorompe; a stento

Regge le briglie; ma col guardo pugna

E con la voce moribondo. Rapide

Le sue ruote sorvolano i cadaveri

Di schiera in schiera. A’ Tessali si mesce

E a’ Salamini inerme; e l’odon tutti,

Torcendo ad Ilio furibondi il volto. –

Tecmessa:               ... Spaventoso silenzio!... e non fremea

Di minacce, di carri, e d’omicidi

La terra intorno?... Appena odo da lunge

Il burrascoso muggito del mare. –

O! vi siete tra voi svenati tutti!

Calcante:                Rapido il campo su le vie di Troia

S’affretta. – Aiace,... Aiace solo a noi

Torce i destrieri a disperato corso. –

Odi il fragor delle sue ruote... Ei giunge.

Scena seconda

Calcante, Tecmessa, Donzelle frigie, Aiace.

Tecmessa:               O signor mio!... tu vivi; unico vivi...

Aiace:                      Nella mia nave è il figliuol nostro; al mare

Fuggi; solingo è il campo; avrai fidata

Scorta l’auriga, e celeri i destrieri.

I tristi antichi genitori miei

Conforta, e di’ che tu non hai più padre,

Nè congiunti... che sei madre del figlio

D’Aiace... ch’io la reggia tua distrussi,

Che t’amai... che gemendo io ti lasciava...

Di’ che la gloria mia... – Ahi non m’intende

E in me tien fitta l’avida pupilla.

... Breve ed incerta ora m’avanza!

Calcante:                                                                         Al fato

Il lutto in parte, e solo in parte, il lutto

Che a noi prepara or pagheremo!

Aiace:                                                                               ... Sorge

Sorge, o Calcante, a’ Greci il dì supremo.

L’incendio e l’alba fer palesi a Troia

La civil pugna. Immensa onda d’armati

Sul vallo acheo dal monte Ida prorompe

E Teucro ei stesso li precorre. Ulisse,

Che di sue colpe ha complici le furie,

De’ saettieri le faretre addita,

E i noti elmi e i cimieri. Io li conobbi

Co’ nemici da lunge e nella mia

Man tremò il ferro e sol vorrei fumante

Trarlo dal sen del perfido fratello.

E ancor, ahi stolto! perfido nol credo,

Nè so scolparlo. Ad una voce il campo

Fellone il grida; e ogn’uom mi accusa e fugge.

Dell’empia strage de’ prigioni inermi

Già s’esalta il tiranno: a lui sue schiere

Nestore manda; e per l’Achea salute

Gemendo afferra Idomeneo la lancia.

Mi sospettano i Tessali, esecrando

Teucro insieme e gli Atridi; e le funeste

Armi d’Achille chiedono a recarle

Al patrio lido, e abbandonar gli Argivi

All’Iliaca vendetta. Unico il sire

De’ Locri, ancor fido mi resta... ah forse

Il mio verace unico amico è oppresso!

Che regi e plebe e numi affronta. – Omai

Che fia non so: tutti siam noi traditi.

E solo tu, forse tu solo...

Tecmessa:                                                     O morte!

Vieni.

Aiace:                                 Tu va... deh! spento è il nostro sangue

Se tardi.

Tecmessa:                             E tu?...

Aiace:                                                 Io? – vado ove andar deggio:

Tu starai forse senza me gran tempo.

Tecmessa:              Gran tempo!...

Silenzio.

     Aiace... tu d’una regina

Felice un dì, misera poscia, spesso

Tu mi parlavi lagrimando, e il tuo

Cuore accusando, che canuta e assisa

Sulle tombe de’ suoi, l’abbandonasti

Sordo a’ suoi lunghi prieghi. Era tua madre

Quella regina; e ancor vive e t’aspetta,

E sventurato t’amerà, e con noi

Lagrimerà di men amaro pianto.

A crescer meco disumano il nostro

Figlio da te, deh! non impari. Torna

Meco al tuo regno. Ahi! se tu mai non torni,

Me d’ogni tua sciagura incolperanno

I genitori tuoi; della straniera

Figlio fia detto il figlio tuo... – Qui teco

Ch’io resti almen: nè ricordar m’udrai

Ch’io per te più non ho padre e fratelli;

Te piangerò, te seguirò sotterra.

Aiace:                      ... Mi rivedrai,... se il rivedersi a’ giusti

Non è conteso. Ma il più starti meco

Fia periglioso, or che i mortali e i numi

Voglion punita la mia gloria. E Teucro...

Ei che noi sempre amò felici... ei forse

Perseguirà il mio figlio! Asilo in Troia

Non ti sperar; se mai da’ greci ha scampo

Oppressa fia dalle sue colpe: e i tuoi

Parenti omai nè il ciel potria ridarti.

Abbi rifugio a’ miei: pietosi afflitti

Sono e innocenti, a te simili in tutto.

Me difender poss’io, me solo; e tolto

Forse dagli altri or ti sarei, se indugi. –

Addio... t’amai; t’amo, Tecmessa...

Tecmessa:                                                                         ... Or quando

Tremò, com’or, la tua man nelle mie!...

Aiace:                      Cedi a’ miei prieghi... lasciami... – Mi prostri

Il cor. Non far che i miei detti infelici

Sien comandi.

Tecmessa:                                       A queste fide ancelle

E a’ Dei del mar commetterò il mio figlio:

Tu, padre mio, deh tu alquanto rimani.

Ratta io qui riedo. Al fero duol ch’ei preme,

E m’atterrisce, alcun sollievo forse

Fia l’amor mio.

Aiace:                                                Tal v’ha dolor, cui nulla

Dolcezza val che ad inasprirlo.

(Tecmessa e le donzelle partono)

Scena terza

Aiace, Calcante.

Calcante:                                                                    Io tremo:

Che deggio io far?... tu che rivolgi in mente?

Aiace:                      Non gloria a me, nè libertà, nè speme,

Tranne il mio brando e questo petto ov’io

Piantarlo possa, a me nulla più resta.

Va’, di’ ch’io muoio, e fia tronca ogni rissa.

Calcante:                Oh ciel!... Tu dunque rapirai i tuoi giorni

Al voler degli Dei!... Tu d’inaudita

Colpa agli Achei primo darai l’esempio!

Aiace:                      Fellone io sembro, e viver deggio? – dove? –

Per chi? – Fu vano tanto sangue offerto

A libertà; vinto fu Atride, e pugna.

Posso domarlo io più? trarrò alla rissa

I pochi amici della mia sventura

Or che il furor de’ barbari sovrasta

Al popol nostro? Affronterò i Troiani?

Ma non gli affida il fratel mio? Già i Greci

La mia difesa abborrono. Nè posso

Pugnar se il mio fratel io non uccido,

Onde recar poscia alla patria i miei

Ceppi e l’obbrobrio e il lutto. – O se vedessi

Tu come l’infortunio in sì poche ore

M’ha trasmutata l’alma!... io... quel fratello

Ch’ebbi sì caro, e tuttavia fedele

Stimo,... io talor d’atri disegni accuso:

Sgombrarsi il mio trono paterno ei tenta.

Forse; e s’ei vince svenerà il mio figlio.

In sì bassi, tremanti, orridi sensi

Or la vita io protraggo! – Se di noi

Han cura i numi, e m’han dannato a tristi

Servili dì, non mi dorrò dell’alta

Ingiusta legge; eluderla ben posso. –

Va, riconcilia e salva i Greci; in tempo

Sei forse.

Calcante:                               ... Teco noi trafiggi... e mentre

L’evento ignori de’ consigli eterni

Tu lo precidi. Indugia almen... per poco

Spera...

Aiace:                      Se il figlio orfano mio distormi,

Nè quella ch’io morendo amo più sempre,

Non può; tu certo nol potrai. Ben sento

Freddo un orror nel perdere la luce

Del giorno: odo ulular i disperati

Miei genitor nel funereo deserto

Delle mie case... – Il suo materno seno

M’apre intanto la terra; ed altro asilo

Che in quelle sacre tenebre non trovo. –

Deh vola; salva con Atride i Greci,

Fa santo il scettro del tiranno; il mio

Capo e di Teucro al Tartaro consacra;

Reca al volgo i suoi numi; uniche vie

A ricondurlo alla comun difesa

Fien oggi: va... Se mai cedono i Teucri

Avvisa i re che sulla Grecia pende

L’ambizïon d’Agamennone, pende

Sovr’essi il ferro e la calunnia e Ulisse.

Di’ che del morir mio solo conforto

M’è il ridestarli omai... se rammentarmi

Sdegnano, almen di Palamede, almeno

Di Filottete vittime d’Atride

Giovi il tremendo esempio... – Tu i miei fati

Rispetta.

Calcante:                              ... Ohimè – che all’orrido proposto

Ti lasci! almen...

Aiace:                                                E tu abbracciarmi, o giusto,

Potresti? Vedi di che sangue io grondo.

Or di Lete la sacra onda lavarmi

Dovrà. Ben tu l’esangue Aiace ignudo

Amerai sempre. A quegl’iniqui invola

Il cadavere mio: l’ascondi dove

Nessun m’insulti e gridi: Ecco la fossa

D’un traditor.

Calcante:                                       E così dunque inganni

La moglie tua, che a te, misera! torna?

Aiace:                      Poichè tu il brami, l’empio Ilio trionfi;

Tu innorridisci intanto...

(per ferirsi)

Calcante:                                                      Arresta – ... Addio.

Aiace:                   Men infelice di me vivi! – Addio.

Calcante:             Gl’iniqui e i giusti un fulmin solo atterra.

(parte)

Scena quarta

Aiace

Aiace:                      Gli ultimi passi miei verso la morte,

Giudice vera di noi tutti, alfine

Libero e forte io volgerò. La speme

Più non m’illude; e certa è la mia pace. –

Fortune umane tenebrose! Questa

Spada, a’ Greci fatale, Ettore diemmi;

La mia si cinse; e col mio balteo il vidi

Legato esangue e strascinato. Or questa

Spada, sul lito a cui guerra io giurai,

Presso la tenda ove sdegnai curvarmi,

Mi prostra; ed invisibile un fratello

Esplora forse se più il cor mi batte,

Per regnar poscia. – O Telamone, solo

Regna, e nella tua pira ardi quel scettro.

Tu, o madre mia, abbraccia e mostra ai Greci

L’unico figlio del tuo figlio. Un empio

Nato dall’abborrita tua rivale

Tel rapirà... – Ahi tornano frementi

Le umane cure e m’abbandona l’alta

Sicurtà della morte. Aiace, fuggi

Ove pìù non vedrai nè traditori

Nè tiranni nè vili; ove imitarli

Più non dovrai, nè calunniar chi forse

Or per te more. – O uomini infelici

Nati ad amarvi e a trucidarvi, addio!

O Salamina patria mia, paterne

Are da me non profanate mai,

Campi difesi dal mio sangue, addio! –

Ch’io veggia e adori quella sacra luce

Del sol prima ch’io mora. Oh come s’alza

Splendida e il mio occhio avvilito insulta!

Ah, se rivive la mia fama, allora

O glorioso eterno lume, o sole!

Sovra il sepolcro mio versa i tuoi raggi.

Or ti guardo dall’erebo, e ti fuggo,

E nell’ignota oscurità m’immergo

Inorridito!... – Ahi l’infelice donna

M’insegue; io l’odo... Morir non mi veda.

Scena quinta

Tecmessa

Salvati, Aiace... Ove sei tu?... t’insegue

Stuol d’armati a gran passi... – Aiace! Aiace!

Ah m’hanno ucciso il signor mio... – Chi vedo?

Teucro!

Scena sesta

Tecmessa, Calcante, Teucro, Aiace, Guerrieri

Calcante:                 È perduto! – e ogni soccorso è vano.

Tecmessa:               Dal suol ripiglia il ferro tuo... mi svena,

O fratricida; e nell’onde il mio figlio

Insegui, e sovra il padre suo lo svena.

Aiace:                   (di dentro) O morte!... amara or sei... ah!

Tecmessa:                                                                                Ahi!... chi t’uccide,

O sposo mio?

Calcante:                                    Deh!... statti...

Tecmessa:                                                           Ohimè! sul brando

Si sorregge e vacilla. – O Aiace mio

Vieni; sul petto mio spira... io ti seguo.

Aiace:                      Ah!... – del mio cor la via... non trovò il ferro...

E a tanto lutto or qui rimani... – L’elmo

Lasciami; armato io morirò... Il mio scudo

Serba al mio figlio... ah!... non obblii ch’è mio

Figlio... ma troppo nol rammenti... – E dove

Mi posi tu?... Questo è d’Atride il seggio.

Teucro:                   Nè a me un guardo rivolge... O mio fratello,

Non esecrarmi! laverò col mio

Sangue le tue ferite; io che t’uccisi

E per salvar gl’ingrati Achei.

Aiace:                                                                     Gli hai salvi?

Tu!... – o mi deludi anche sull’urna?... or dove

Eri?... – e quai genti ti seguian?

Teucro:                                                                     Gran turba

Di prigioni, e d’Ulisse eran le squadre.

Meco ei dovea sul monte Ida mostrarsi

A sviar verso noi l’armi nemiche

Mentre alle rocche tu co’ Greci avresti

Dato l’assalto.

Aiace:                                             Ah!... Ben nell’empia pugna

Pochi scontrai degli Itacensi.

Teucro:                                                                  Attesi

Invan sino alla prima ora notturna

L’armi d’Ulisse: e mentre io dubitando

Di sue promesse, già volea dar volta,

Gran stuol d’armati traversò la selva

Tacitamente. Eran novelli aiuti

Che a’ Dardani guidava il Licio Sire.

Pugnai: fuggì Glauco ferito; e i suoi

Dall’ombre esterrefatti e dall’assalto

Si arresero. Io tornava. A sommo il monte

Da’ precursori miei seppi che il campo

Si congregava in ordinanza; e tutti

Unirsi a’ miei vidi i guerrier d’Ulisse.

Ei lor duce mi fea, poi che la pugna

Il venir gli contese; e che in agguato

Stessi a infestar l’oste nemica a tergo,

Che a guerreggiarvi dalle porte uscia. –

Sicura io tenni la vittoria e conscio

Te Aiace mio, del loco ond’io pugnava,

Ch’io fin d’ier t’inviava a darti avviso

Medonte nostro. A mezza via sul lito

Mel recar l’onde a’ piedi; a mezza via

Fu trucidato e in mar sospinto...

Aiace:                                                                           O quanti

Fedeli amici... io trassi meco... a morte!

Teucro:                   Spesso l’afflitta mia mente presaga

Mi consigliò al ritorno. Ah tardi io mossi

Poi che m’accorsi dell’incendio. Vidi

Che pria distormi dal congresso volle

Il traditore; e quando arse la rissa

Mandò i guerrieri e t’impedì il soccorso.

Mentr’io già tocco il vallo, gl’Itacensi

Il mio drappel trafiggono alle spalle.

E con le guardie Argive Ulisse a un tempo

Precorre il campo, e m’investe. Indifeso

Cado ed oppresso, e te invocando, o Aiace.

Frattanto i Lici prigionier cogliendo

I nostri dardi, tentano la fuga;

Li cinge Ulisse, e a’ popoli che omai

Accorrean con gli Atridi: « Ecco, gridava,

Ecco quali armi il traditor notturno

Traea contro voi tutti » – Gl’Itacensi

La calunnia ripetono, e la plebe

Liberatore Ulisse acclama; e tolte

L’armi d’Achille dall’altar, ne veste

Quel traditor, che anelante ed esangue

Non domo ancor dalle ferite esulta.

Calcante:                L’empio nei nembi ravvolgete, o venti!

Deserta il pianga la sua casa! all’empio,

O mari, le carpite armi togliete!

Recatele alla sacra urna d’Aiace!

Aiace:                      Al tuo fratel gl’iniqui dubbii, o mio

Teucro, perdona... reggimi, Tecmessa

Ch’io l’abbracci. – O fratello! ... io non ti lascio

Esecrandoti... io più vile non moro...

E tu sei salvo.

Teucro:                                          Mi togliea dall’empie

Spade il sire de’ Locri; ei la tua fama

Difende ancor... e il delirante volgo

Disingannar solo potea Calcante.

Ma qui, mia scorta il trassi... ohimè! salvarti

Più non poss’io. – O Salamini, o soli

Di tanti forti, o sciagurati avanzi,

Chi più vi resta omai? viver degg’io?

Morite almen col nostro re; struggete

La tenda e il trono del tiranno.

Calcante:                                                                  O figlio!

Qui i tutelari Dei stanno e le leggi

Del popol nostro; il popolo a più atroci

Colpe strascini...

Aiace:                                                   Ah! il civil sangue... basti,

O Teucro,... teco ogni sostegno a questa

Donna rapisci e a’ tuoi... Vano è il tuo brando

Se sta ne’ fati che d’Atreo la stirpe

Regni... – Io manco... addio, Teucro... su questa

Tremante destra... e questo estremo priego

Reca al duce de’ Locri – O Teucro giura

Che lascerai le mie vendette... al cielo.

scena ultima

Aiace, Tecmessa, Teucro, Calcante, Agamennone, Araldo, Guerrieri

Araldo:                    Il re.

Aiace:                      Deh! vieni, coprimi col tuo

Velo, Calcante, coprimi... che l’occhio

Dell’oppressor... non contamini almeno

Il morir mio. – Sotterra t’aspetto,

O re de’ re!

Tecmessa:                                  Ahi misera! o mio figlio

Più non hai padre!

Calcante:                                                Dell’Eroe sopiti

Ecco gli errori e le virtù del giusto.

Agamennone:       O grande anima! – o a te funesta e a noi!

Tecmessa:              Piangi? Fu poco di tua figlia il sangue

Alla porpora tua. Tingila in questo

Nè ti basti mai lagrime che il lavi,

Ma il sangue tuo sparso da’ tuoi.

Agamennone:                                                             Più forte,

E più esecrato, e più infelice io sono. –

 

 

Indice Biblioteca fosco.jpg (2044 byte) Progetto Cesare Pavese

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011