UGO FOSCOLO

 

SULL'ORIGINE E I LIMITI

DELLA GIUSTIZIA

 

 

 

Edizione di riferimento:

Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, Ugo Mursia Editore, Milano 1966 (3a ed.). Il testo riproduce l'edizione critica pubblicata da E. Santini per conto della Lemonnier e si rifà alla prima pubblicazione, in Alcuni scritti e dettati inediti di U. Foscolo, Del Maino, Piacenza 1825.

 

L'orazione fu pronunciata presumibilmente dopo il 6 giugno 1809, quando ormai la cattedra di Eloquenza presso l'Università di Pavia era stata abolita dal governo francese che vedeva con sospetto il poeta e la sua opera poetica, a conclusione del ciclo di lezioni cominciato con "Dell'origine e dell'ufficio della letteratura".

"Questa seconda orazione è meno nota della prima, ma non meno significativa per l'importanza che riveste nell'evoluzione delle idee politiche del poeta. Infatti appare evidente come le illusioni libertarie e giacobine della fine del Settecento siano state sostituite da un più meditato realismo politico, segnato in particolare da una pessimistica visione dell'uomo. Una visione che risulta di grande attualità per il lettore moderno, in un'epoca segnata dalla caduta degli ideali e delle ideologie. Un'opera che acquista valore e importanza per il suo significato civile e morale."

Certamente questa orazione, come la Lettera apologetica, getta  sull'uomo Foscolo una luce molto viva e quasi inaspettata per chi si ferma solo alla lettura della sua poesia

 

 

In molte cose d'uso universale e perpetuo nel mondo avviene che altrimenti sieno praticate ed altrimenti insegnate; discordia che tiene i mortali in certo scisma or tacito, ed ora palese, poiché chiunque si giova utilmente benché ciecamente della pratica, diffida delle splendide ed infruttifere teorie; mentre le menti elevate nella contemplazione di altissimi principi, disprezzano l'ignoranza e l'ostinazione della comune consuetudine. Il che forse si spiegherebbe dicendo che una parte degli uomini opera senza pensare, l'altra pensa senza operare; se per altro questo argomento, applicabile a molte arti e dottrine, non riuscisse inopportuno nelle morali e politiche, ove la discordia tra la pratica e la teoria è così intera ed irreconciliabile, che spesso contrastano nel cuore e nel cervello di un uomo solo; onde se tal rara volta vi furono re filosofi, altra cosa professavano filosofando, ed altra facevano regnando. Or io primieramente mi confesso uno di quei tanti mortali a cui l'ingegno e la fortuna avendo negato la via alla verità del diritto, devono se non altro attenersi alla certezza del fatto, da che, privi della scienza de' principi, come mai fornirebbero questo viaggio scurissimo della vita, ed ei non si giovassero almeno del lume dell'esperienza? I dotti sono guidati dall'esterna ragione, ed io sono, con gli altri miei compagni nell'ignoranza, trascinato dall'onnipotente necessità. Come poi la ragione e la necessità sieno cose sì opposte, questo è quello ch'io non ho fino ad ora saputo, ne sono più in età da impararlo. Bensì mi sento sì dominato dalla consuetudine di giudicare più dal fatto che dai principi, ch'io non ho speranza più ornai di correggermi, e stimo anzi la ragione morale tanto altissima e sovrumana, che sdegnando di soggiacere ad assiomi comuni, ed a calcoli incontrastabili, non solo non possa persuadere chi la trova inutile in pratica, ma nemmeno fruttare a' teorici la compiacenza di un'astratta dimostrazione; e che in somma gli uomini tutti, poiché in parole fanno a modo della loro ragione, devono nella pratica lasciarsi governare dall'esperienza. Ma comunque siasi la quistione, io non moverei parola, s'ella non toccasse i miei tempi e la mia patria e me stesso, e sì continuamente e direttamente, ch'io mi trovo attore sovente, e sempre spettatore interessatissimo, e sono pure forzato a governarmi, ed a consigliare altrui con la mia non so se vera o falsa opinione; e più in quella parte della morale, che tanto dal volgo quanto dagli scienziati è chiamata giustizia, e che dalla capanna alla reggia, dall'ara al patibolo, dal contado all'università, dalle isole selvagge alle metropoli più colte della terra, da tutta la circonferenza in somma sino al centro della società sembra che regni come anima universale. E nondimeno in due diverse sembianze la giustizia si mostra nel mondo; una per voce della filosofia metafisica, che sublime ed eloquente la innalza sul trono dei numi; l'altra ne' fatti del genere umano, che non le dà per simboli se non la fortuna delle armi e il calcolo dell'interesse. La sua prima e celeste sembianza a voi, dottissimi professori, che la sapete rappresentare con facondia pari al sapere, a voi, giovani, che la vagheggiate con tanto amore, è sì nota, ch'io non ardisco parlarne, tanto più che a me non fu dato mai di vederla, e di ravvisarla. Bensì potrò abbozzarvi le sembianze che la giustizia assume dalla forza, e sotto le quali soltanto io posso conoscerla. Sulla verità del diritto, benché incomprensibile a me, io mi rimetto in voi; dell'esperienza del fatto piacciavi udire alcuna parola, e forse non senza frutto per la presente occasione. Forse anche vaneggio col volgo, e dove l'error mio sembrassevi correggibile, vi prego d'ammaestrarmi; ma se, come io temo, mi conoscete insanabile, esaudite almeno questa preghiera: non mi dannate tra' reprobi, ma compiangetemi co' traviati.

Certo, io ragionava o mi pareva, certo che se la giustizia ha a che fare con me, col mio, e con tutto ciò che mi è caro, io sono obbligato in onore e in coscienza a vedere cosa ella sia, o almeno come e fin dove proceda.

Le scienze fisiche e le arti che ingannano le noie e diradano le tenebre della vita, incominciano dall'esperienza e dai fatti; e perché non la scienza della giustizia? Parte in vece da principi; ma i fatti s'accordano a quei principi? Guardai d'intorno a me, e parvemi d'affermare che no. M'attenni dunque al metodo delle altre umane cognizioni, e decretai di esaminare la giustizia coll'esperienza de' fatti; e badate di grazia, ch'io procedeva se non con buon metodo, almeno senza verun pregiudizio. Ma i fatti de' tuoi tempi, io dissi a me stesso, per quanto ti sembrino prepotenti a convincere che la giustizia dipende dalla forza, sono venuti in brevissima età, e fra pochi mortali, ove tu voglia considerare tanti secoli e tante nazioni dalle quali la giustizia fu sempre adorata come eterna, indipendente e potentissima per se stessa. Allora lessi le storie; e la più antica, antica tanto che il genere umano era in sì tenui primordi che quattro soli mortali regnavano sulla superfice del globo. Adamo, Eva, Caino ed Abele. Ma la legge di non fare agli altri ciò che non vorremmo che fosse fatto a noi, o non era legge di natura, o è da credere che fosse ancora bambina, perché alle prime pagine vidi che un fratello trucidò l'altro. Anzi pare che questa legge, ferita al suo nascere, non potesse più né invigorirsi, né crescere, perché appunto dopo quel duello, gli uomini nacquero, vissero e morirono guerreggiando perpetuamente tra loro, ora per avarizia, or per ambizione, or per invidia, ed or senza perché, e sempre di terra in terra, e di anno in anno fino a' miei giorni.

Fra queste guerre non si era pertanto smarrita la giustizia, ch'io non la scorgessi talvolta; anzi notai sempre, che quantunque due popoli guerreggiassero ingiustamente tra loro, ciascheduno de' due non poteva ad ogni modo aver forza e concordia in se stesso, se non in virtù di certe leggi, più o meno ragionevoli, ma che avevano pur sempre la giustizia per unico fine. Fenomeno maraviglioso! E come mai la giustizia che regna fra cittadino e cittadino, tra governo e governo,  tra capitano ed esercito, è nel tempo stesso impotente tra uomo e uomo, tra principe e principe, e tra popolo e popolo? Il concorso e la continuità dei fatti mi guidarono finalmente a questa spiegazione, insufficiente forse, ma unica forse, unica ad ogni modo per me; e dissi: – Poiché gli uomini sono in istato di guerra e di usurpazione progressiva e perpetua, e la sola forza è l'unico giudice, il genere umano dev'essere animale essenzialmente guerriero ed usurpatore; ma poiché gli uomini non potrebbero far guerra ed usurpazioni fra popolo e popolo senza pace e proprietà fra cittadino e cittadino, il genere umano dev'essere animale essenzialmente sodale; ma così che gl'individui si riuniscano con certi patti, e l'università stia sempre divisa, perché i patti d'una società non bastano a frenare le usurpazioni delle altre. Or queste singole società hanno bisogno ne' loro patti di alcune leggi animate dalla giustizia; ma le leggi d'ogni società sono in apparenza ed in sostanza diverse, e limitate col loro rigore alla sola società che riuniscono; dunque la giustizia è diversa e limitata, al pari delle leggi ch'ella mantiene. Dunque la giustizia sta nelle società particolari de' popoli, ma non nella società universale del genere umano. Così nella mia ignoranza de' principi, e soltanto colla conoscenza de' fatti pervenni ad avere assegnati i limiti della giustizia. – Ma che cos'è la giustizia? E come conoscerne l'essenza vera e perpetua in tanta diversità di apparenze? La via più breve erano le definizioni; ma o fosse ch'io non intendessi, o che altri non si spiegasse, non mi fu dato mai di distinguere la giustizia in tante definizioni delle parole diritto e dovere. Tornai dunque ai fatti. E perché niun popolo e per fortuna e per valore e per scienza avea date al mondo norme più universali e più celebrate di giustizia quanto il romano, ricorsi a' suoi fasti. E vidi sul bel principio il fondatore di tanto imperio uccidere Remo, e quella spada del fratricidio tramandarsi di mano in mano per lungo ordine di re, di consoli, di dittatori, d'imperatori; conquistare la terra, e scrivere col sangue dei vinti le leggi più venerate da ogni nazione, e celebrarsi la civilis æequitas de' Romani. Conchiusi adunque che la giustizia, la quale comincia appena ad essere visibile agli uomini, deriva dalla forza. Dunque sulla terra senza forza non vi è giustizia; e se una città non avesse forza contro le usurpazioni esterne ed interne, non sarebbe giusta, perché non avrebbe leggi; perché le leggi senza la protezione della forza sono nulle.

Ma questa civilis æquitas, ch'io mi contentava di limitare alle singole nazioni, la trovai dai giurisprudenti coronata regina del mondo. La civilis æquitas sì celebrata ne' Romani liberi e gloriosi, giusti con sé, benché ingiusti con gli altri popoli, tra i tempi di Giunio Bruto e di Tiberio Gracco, è spiegata dai giurisprudenti ragione di stato; e i moderni (tra i quali Vico, seguendo Ulpiano) commentano: «ch'ella non è naturalmente conosciuta da ogni uomo, ma da' pochi pratici di governo, che sappiano vedere ciò che appartiensi alla conservazione del genere umano».[1] Questa sentenza mi fe' nuovamente considerare quanto le sublimi contemplazioni, confondendo le verità di fatto con la visione metafisica, spargono semi fecondissimi d'illusioni, di paradossi e di sette. Perché se i pochi pratici di governo tendessero alla conservazione del genere umano, il genere umano o dovrebbe esser retto da un solo governo, o non dovrebbe essere in guerra mai. L'estensione delle terre e de' mari, e le guerre di tante genti in tutte le età escludono e l'una e l'altra ipotesi. Dunque la ragione di stato, che non è naturalmente conosciuta da ogni uomo, ma da' pochi pratici di governo, non può tendere che alla conservazione del solo popolo governato. Or la conservazione di un popolo non può conseguirsi senza mantenergli le forze contro l'usurpazione di un altro. Dunque il giusto non emana se non dalla ragione di stato, non si propaga fuori della ragione di stato e si riconcentra fermamente nella ragione di stato. Ma la giurisprudenza vide un principio complicato; e, come dovea, lo scompose per esaminarlo. Vide che nelle leggi, benché diverse, d'ogni popolo erano quasi clementi la religione, l'istinto della propria conservazione, e la tendenza alla guerra; e quindi i patti tra i popoli, e finalmente la libertà e proprietà individuale: e divise la giustizia in jus divinum, jus naturale, jus gentium, e jus civile. All'esame di ciò che era e che risultava in danno dell'uomo, s'aggiunsero le immaginazioni di ciò che avrebbe potuto essere in suo vantaggio. Quindi le tante altre complicazioni, suddivisioni ed astrazioni che accrescono le idee, e scemano l'evidenza. Così moltiplicate, confuse e snervate le parti, non si trova più modo a ricomporre e riconoscere quel principio primitivo e reale. Non si ricompose; e le sue derivazioni furono sì elevate dalla metafisica, che il principio universale parve coesistente per se stesso all'eternità; i più liberali ne fecero una divinità, i più ingegnosi una scienza; l’amor delle novità e del mirabile l'ampliarono; la moltitudine delle idee occupò gl'ingegni; l'eloquenza predicò all'uomo i suoi diritti fondati sulla giustizia, e indipendenti dalla forza; il debole si illuse e si consolò; il forte continuò a valersi dei diritti che gli davano gli esempi e la natura; e l'uomo, credendosi amato dalla natura e tradito dagli uomini e dalla fortuna (senza avvedersi che nulla opera contro la natura), pianse e cercò la giustizia; ma la giustizia era ormai divenuta sovrumana e incomprensibile.

Anch'io, uomo e debole, quando l'esempio dell'altrui schiavitù mi fe' temere della mia libertà, quando il sentimento contro l'oppressione comune mi suggeriva di unirmi a chi poteva accrescere le mie forze per respingerla o sostenerla, anch'io invocai l'equità naturale, e la vidi talvolta in mezzo alle famiglie, e tra pochi sventurati che amavano per essere riamati, e tra due amici che si riunivano contro l'avversa fortuna e l'indifferenza degli uomini; ed osservai spesso che il bisogno la convertiva in costume: ma gli effetti o danneggiavano gli altri, o non si propagavano; e, tolte le cause, non la vidi più.

Accusai il carattere della mia nazione, e cercai l'equità naturale tra gl'Inglesi, celebri per stabilità di leggi, per giustizia di tribunali, per prosperità d'arti, per libertà di cittadini; e trovai navi cariche d'uomini negri incatenati, flagellati, e condotti da' loro tuguri dell'Affrica alle glebe dell'America. La cercai tra' negri, e vidi il padre che vendeva i figliuoli. La cercai in tutta l'Asia, e vidi le mogli, le sorelle, le madri, le figlie, serve della gelosa libidine d'un uomo solo: le madri allattavano i loro figliuoli sotto la sferza di un eunuco. La cercai nelle regioni più lontane dal sole, e vidi in tutta la Russia, e nella Svezia, e nella Polonia milioni d'uomini schiavi di pochi patrizi.

Accusai il mio secolo, e ricorsi agli antichi, e alla virtù degli Spartani, e vidi gl'Iloti sacrificati come buoi; e i giovani che rubavano nell'altrui campo senza rimorso, e con lode se non erano còlti; erano bensì biasimati e puniti se al furto non sapeano associare l'astuzia: e sulle rive dell’Eurota, ove pare che i Numi della giustizia avessero are e lavacri, vidi le madri che annegavano i loro figliuoli.

La cercai al popolo d'Atene, che si professava propugnatore della religione e della libertà della Grecia; che fu forse il più ingiusto popolo co' suoi cittadini, e il più equo e generoso verso le altre nazioni; e vidi tutti i giovani, appena giunti in età militare, radunarsi sul sepolcro di Cecrope innanzi al tempio de' Numi, ed imbracciando lo scudo per cui diventavano cittadini, giurare solennemente, sotto pena d'essere consecrati alle Furie, di riguardare come confini della patria tutte le terre che producessero frumento, orzo, viti ed ulivi.

La cercai a' Romani, da' quali derivano tutti i codici de' popoli inciviliti, e vidi sui confini della repubblica scritto: «Parcere subjectis»; ma soltanto subjectis: e nelle loro case vidi i padri con diritto di carcere, di sangue sul corpo de' figliuoli adulti; e i servi flagellati, uccisi e chiamati animali senza parola, e preda legittima, perché soggetta alla mano che la pigliò.

Accusai la corrotta civiltà de' sistemi sociali; e cercai l'equità naturale nell'isola de' selvaggi scoperta da Cook; e vidi l'isola insanguinata da' cadaveri de' suoi abitanti, che si contendeano la terra e la preda abbondantissima a tutti. La cercai tra le virtù di que' Germani contrapposte da Tacito ai vizi del mondo soggetto a Roma; e vidi due uomini che giuocavano gli armenti, le armi, i figliuoli e se stessi a' dadi; e dove a' Numi non si offrivano armenti, si trucidavano vittime umane.

Cercai finalmente l'uomo in istato di natura, ma i filosofi l'avevano veduto fuori della natura, perché lo stato dell'uomo è come nelle api, nelle formiche, nei topi del settentrione, essenzialmente guerriero e sociale; e conobbi il funestissimo errore di distinguere la natura dalla società, quasi che alle arcane leggi della natura, immutabile, imperscrutabile, immensa, non fosse soggetta la vacillante ragione dell'uomo, che non sa né come viva, né perché viva; e che, se egli riguarda il sole, i pianeti, l'ampiezza e l'infinità de' mondi, s'accorge quanto è angusta questa sua terra, ch'egli nondimeno non sa misurare senza ingannarsi, e di cui, dopo tanti secoli di curiosità, di calcoli, di fatiche, non può conoscere né le età, né le vicissitudini, né i confini, né il principio, né il termine. E dove cercheremo mai la nostra natura e come potremo almeno in parte conoscerla, se non la guardiamo nello stato di società, in cui solo possiamo vivere, e da cui non potremo dividerci senza rinunziare a tutti i piaceri, senza soffrire tutti i bisogni, cangiare gli organi del nostro individuo e perdere e dimenticare la facoltà del pensiero e della parola; senza riformare insomma la nostra essenza intrinseca ed immutabile, quella essenza che non è opera nostra, quell'ordine, quella sempiterna necessità che sentiamo, ma che non sappiamo definire noi stessi? E odo pure chi dice che si veggono usi, istituzioni, pregiudizi sociali che o non sono o non sembrano ordinati dalla natura. Non sono, o non sembrano?

Chi asserisce che non sono, deve prima dire quali sieno i decreti veri della natura, e costituirsi depositario ed interprete del suo codice positivo, onde persuaderci ch'ei sappia distinguere gli abusi arbitrari dell'uomo. E chi, più cauto, si esprime: «Non sembrano», deve primamente accertarsi, s'egli abbia tale intelletto, che bench'ei siasi quasi atomo nell'infinità dell'universo, possa non per tanto ravvisare le vere dalle mentite sembianze della natura; e d'altra parte sopra una nuda opinione non potrà mai fondare sentenza. Bensì parmi più discreto chi dicesse: «Tutto quello che esiste è in natura, e nulla è fuor di natura, perché il suo grandissimo centro è dappertutto, e forse racchiude anche la terra»; ma chi può vedere al di là della sua inconcepibile circonferenza? L'uomo tal quale è in società, con ciò che gli uni chiamano vizi, gli altri passioni, gli uni scienza, gli altri ignoranza, è pur l'uomo tal quale fu creato dalla natura; ma dividendo natura da società, e società da usi, pregiudizi ed istituzioni, per conoscere l'uomo si guarda partitamente ciò che è inseparabile, in modo che, diviso nelle sue parti, perderebbe il suo tutto. Così la filosofia divide anima e corpo; ma chi vede anima senza corpo?

«Divida per ipotesi; ma purché almeno si colga la vera linea di divisione». Or quali sono gli attributi d'una metà che non ho mai veduta, e quelli di un'altra che, disgiunta, perde ogni vita? Quindi le tenebre metafisiche, e le battaglie de' ciechi, appunto perché non consideriamo le cose in quell'unico aspetto in cui la natura ce le presenta, e perché facciamo astrazioni che non stanno che nel nostro cervello, il quale, senza conoscere perché e come pensi, crede ad ogni modo di pensar bene. Così si perde anche la cognizione e l'uso di quelle poche verità che l'esperienza continua delle cose quali la natura le mostra continuamente ci potrebbe assai volte somministrare. Ma si consideri l'uomo in qual che stato, e con quante astrazioni si voglia; ogni opinione, ed anche quella che crede il genere umano illuminato da un principio eterno di ragione pura del retto e del giusto, indipendente dalla forza e dall'interesse, deve ad ogni modo incontrarsi in questo punto: che «ogni dovere e diritto risiede nell'istinto della propria conservazione».

Da questo punto in cui ogni questione, se non si decide, almeno si acqueta, io, dopo di avere veramente cercata l'equità naturale nella società, né sapendo cosa mai i filosofi s'intendessero per uomo in natura; da questo punto, diss'io, comincerò a cercare nell'uomo abbandonato a se solo un principio d'equità. Questo istinto che mi persuade alla vita, come mi parla? – Con l'impulso al piacere, e con l'avversione al dolore? – Come obbedisco? – Anelando continuamente a ciò che io credo che possa giovarmi, e con l'odiare ciò che può nuocermi? – Con che mezzo formo questo giudizio? Con la ragione? – No: invano le scuole mi hanno parlato ognor di ragione; ma come, e dove, per quali mezzi s'applica la mia ragione? – Non lo so, né lo saprò mai finché parlerò di ragione prima di esaminare le altre mie facoltà, che sono gl'intermedi tra il sentire e il ragionare. Io sento prima, e in questo sentimento, per le mie facoltà di ricordarmi, di desiderare, d'immaginare, comprendo il passato, il presente, il futuro.

Quanto è più estesa questa comprensione di tempo, quanto è più forte il sentimento che si diffonde per essa, quanto insomma è più lunga l'azione del dolore e del piacere sui miei sensi, sulla mia memoria, sul mio desiderio, sulla mia fantasia, tanto più io potrò applicarvi la mia ragione. Ma senza sensazioni non avrei idee; senza idee, senza memoria, senza desiderio, senza immaginazione, non avrei mezzi d'esperienza, né relazioni di paragone, né spazio di tempo, né segni di calcolo, né vigore di volontà. Bensì quanto più le mie facoltà di sentire, di ricordarmi, di desiderare, d'immaginare mi somministrano questi mezzi, tanto è maggiore il campo della mia ragione. Ma questi mezzi sono forse uguali e simili in tutti? E le facoltà, da cui derivano, sono esse pari di estensione e di forze in ogni uomo? No: dunque la ragione sopra dati ineguali sarà applicazione ineguale, ed ivi solo sarà potentissima, dove forti in sommo grado ed estese la natura ha formate tutte le facoltà che costituiscono l'individuo più perfetto della specie. Or se il criterio ch'io fo sul piacere e sul dolore è ineguale e non sentito né conosciuto che in ciò che tocca me solo, io, secondandolo, non posso usare che delle mie forze, ed agire unicamente per la mia propria conservazione. – E per la conservazione degli altri? – E non hanno essi pure una quantità di forze, e superiori forse alle mie? – Quali sono i limiti del mio sentimento, delle mie facoltà e del mio criterio? – Non lo so. – È vano prescriverli agli altri. – E lascerò ch'altri me li prescrivano? Io non posso fidarmi che del mio criterio, dacché io solo sono incalzato da' miei propri bisogni, ed io quindi non posso valermi dell'uso delle mie sole forze; io solo sento di non avere forze proporzionate mai a' miei bisogni, che vivono sempre e imminenti, e istantanei e continuati nel desiderio, rieccitati dalla memoria, alimentati dal timore e dalla speranza. Invano altri colla sua ragione vorrà dirigerli in me: non potrà frenarli che colla sua forza; poiché io per soddisfarli impiego la mia, e tanto più, quanto più profondamente li sento. E come adunque la mia ragione dirigerà giustamente i bisogni degli altri? come non gli affronterò invece con le mie forze? so io quanti bisogni, e con che misura senta un altro uomo? o, quante forze egli ebbe da oppormi? Perché nella somma delle cose che accendono gl'incontentabili desideri della mia e della sua felicità, io perdo ciò ch'egli acquista, né io acquisto s'egli non perde. E questa incontentabilità, per quanto sembri irragionevole e sciagurata, non produce sempre, non accresce i bisogni di tutti i mortali, e non risiede forse più o meno nella loro inesplicabile costituzione? Ma appunto avvertito da questa avidità universale, e spinto dalla mia sino al dolore, io non posso agire che per me solo, e non arrestarmi se non quando l'altrui forza mi oppone una insormontabile necessità; ma frattanto tutto quello che è in me, che partì da me, che ritorna in me, che può venire in me, forma sempre parte essenziale di me medesimo. Afflitta una parte di me, l'altrui felicità non può compensarmi, e perduto questo mio io , cos'è il mondo per me? Così la natura ha dato forze morali e fisiche inesauribili del piacere e del dolore, e da un criterio che, applicato soltanto a questo sentimento, non può decidere che in proprio favore. Quindi la guerra perpetua in mezzo al genere umano; quindi le liti o palesi o tacite, ma rinascenti sempre tra gl'individui; quindi la società dei deboli coi forti, e degli ignoranti cogli avveduti; quindi la spada e l'industria che danno leggi ad ogni società; quindi le leggi non eque assolutamente, perché non possono equamente compatirsi a forze e a facoltà tutte diseguali; diseguaglianza, benché palese, non determinabile mai; quindi la necessità di poverissimi e di ricchissimi, di padroni e di servi, di regnanti e di sudditi; quindi l'equità che possa sperarsi sta nell'applicazione eguale e severissima di quelle leggi, le quali tutto che talvolta percuotano molti individui inumanamente, servono ad ogni modo a mantenere la società, perché senza esse gl'individui tornerebbero nell'anarchia; quindi dalla necessità che le leggi offendano spesso gl'interessi parziali degli individui, e provochino le loro forze, ne viene che ogni legge debba essere scritta dalla forza, e mantenuta dalla forza. Dopo queste riflessioni sui fatti e sull'uomo desunsi che il gius naturale che io cercava, consiste «nell'operare con tutte le proprie forze secondo i propri interessi»; ma gli interessi essendo esagerati dalle passioni, e le passioni di ogni uomo non intendendo l'altrui ragione, e la ragione propria non avendo altro limite che le proprie forze, e le proprie forze non essendo eguali, non vi poteva essere equità naturale indipendente dalla forza; e dissi: così vuol la natura. Tornai con più rassegnazione e senza le teorie platoniche, ch'io non avea capite, ad osservare la mia città, e trovai certa equità, ma sempre accompagnata dal popolo, dal giudice, dal carnefice, e le più volte citata dal tribunale dell'opinione, che, onorando o infamando, con un codice diverso in ogni nazione, accresceva gli emolumenti: conchiusi dunque, che non vi può essere mai equità certa, se non quella che nasce dalla concordia degli interessi, del timore, della forza e della ragione di stato. Cercai dunque il diritto divino, e lo vidi sempre colla ragione di stato; ma vidi spesso la ragione di stato senza diritto divino; e desunsi, che in questo mondo non vi era essenza di gius divino, perché non poteva sussistere da sé, e stava sempre inerente alle leggi di uno Stato. La trovai bensì nella speranza di un altro mondo: ma gli Ebrei trucidavano gli Amaleciti, i Turchi trucidavano i Cristiani, i Cristiani trucidavano gli adoratori del sole, e scrivevano libri provando che dovevano trucidarli; e frattanto i Turchi di Alì trucidavano i Turchi di Omar, e i Cristiani cattolici trucidavano i Cristiani ugonotti, tutti col libro del diritto divino alla mano.

Adorai l'arcana sapienza del cielo, e dissi: Dio vuole che non vi sia certezza di diritto divino se non nella mente de' teologi d'ogni nazione; ma che vi sia certezza ch'egli aiuti il vincitore. Dio così vuole.

Cercai finalmente il gius delle genti, e lo trovai potentissimo nel timore di due nazioni che non ardivano di affrontarsi, o si collegavano contr'una più forte; ma, cessata la causa, cessava il vigor del diritto. Non essendovi né profossi, né carnefici fra due nazioni, né certezza di gius divino che conciliasse le loro liti, la forza intrometteva solamente la sua sentenza, e la scrivea con la spada. – Esclamavano i vinti, appellandosi al tribunale dell'opinione; ma quel tribunale mancando allora d'un codice, perché non aveva più ormai che parole, i vinti obbedivano, i popoli vittoriosi accorrevano al principe, che li faceva ricchi e temuti: i vicini lo rispettavano, e i lontani e i posteri lo ammiravano. Dissi adunque: «Tutto quello che è, deve essere; e, se non dovesse essere, non sarebbe». E senza amare Nadir Shah, che fe' trucidare in un giorno trecentomila Indiani, e Selim I, che fe' annegare in poche ore un esercito di Circassi, ammirai la generosità di Cesare, che in Farsaglia risparmiò il sangue de' cittadini romani, e la sapienza di Tamerlano, che con la conquista vendicò l'Asia delle carnificine di Bajazet; e mi arresi anch'io alla natura, che non volle farmi più forte, e replicando: «Victrix causa diis placuit», conchiusi che se il diritto delle genti stesse nelle leggi dell'universo, sarebbe infrangibile, i politici scriverebbero meno, e i popoli non si guerreggerebbero mai; ma le leggi dell'universo vogliono che si faccia quello che si fa.

Ma trovai il diritto civile in tutti i popoli, in tutti i tempi diverso ne' mezzi, negli accidenti e ne' nomi; simile bensì in questo scopo di mantenere l'equilibrio tra il principe ed i soggetti, tra le passioni dell'uomo e gli obblighi di cittadino, tra gl'infiniti bisogni e le forze limitate degli individui, per costituire così le società di ciascuna nazione. In questi codici di diritto civile trovai la giustizia dettata dagli interessi comuni, e protetta dalla forza naturale; vidi che per essa si conciliano i più discordi bisogni degli uomini, i pochi ricchi godono dell'opulenza, senza temere la fame di molti poveri, e i poveri stancano pacificamente le loro braccia arando le possessioni di un uomo solo; la guerra, l'avidità di guadagno, e l'odio della noia, s'erano per la protezione di questa giustizia convertiti in onor militare, in industria commerciale, ed in arti e scienze di utilità e di diletto; le passioni si eccitarono reciprocamente, e s'infiammarono nella gara universale, senza potersi distruggere con le loro forze, perché erano frenate dalla forza superiore della legge; le virtù risultanti da queste passioni erano onorate, e minacciati i vizi, o rivolti in vantaggio della nazione, e in danno degli stranieri: così gli Stati avevano principi, arti, lettere, religione, scienza, commercio, agricoltura, popolazione, soldati, perché una forza generale s'opponeva alla forza degli individui, che, ove tali fossero lasciati in loro balìa, si sarebbero distrutti fra loro. E questa forza generale che produceva questi beni, si aumentava con essi, e facea sempre più che le leggi dettate da lei fossero mantenute inviolabili dalla corruzione domestica e dalla usurpazione straniera. E quando le vidi violate, o i principi erano deboli, e i popoli deliravano nell'ozio, nella miseria, negli odi, nelle congiure e nell'anarchia; o i principi erano prepotenti, e la tirannide soffocava gl'ingegni, dissanguava l'industria, spopolava gl'imperi, finché la vittoria di un sapiente conquistatore, e la virtù d'un cittadino ristabilisse con nuova forza di armi e d'ingegno il trono di questa giustizia. Così la natura, per mantenere le società diverse delle nazioni, insegna spesso con le sventure politiche ai principi ed ai popoli di seguire quella giustizia che sola lascia orme visibili sulla terra, e che sola può mantenere la pace tra le famiglie e i cittadini, da che non possiamo sperarla tra gli uomini.

Dopo questo esame dei fatti, le parole giustizia, patria e ragione di stato suonano per me una medesima cosa. Non però nego, che vi siano principi certi ed eterni di diritto naturale, di diritto divino e delle genti: non lo so; non ho parlato che di ciò che ho veduto, ed ho quindi ricavato le seguenti conclusioni: 1° che le norme di giusto, benché facciano la gloria e la prosperità de' filosofi, non possono esser né conosciute, né praticate mai da' popoli, a' quali non si può parlare che per mezzo di leggi positive; 2° che non vi siano norme positive di giusto se non da cittadino a cittadino, e da governo a popolo; ma non mai da uomo a uomo, e da governo a governo; 3° che non possono né nascere né sussistere senza forza; e questa giustizia, e questa forza costituiscono la ragione di stato; 4° che quella ragione di stato è più giusta che più concilia con leggi civili gli interessi reciprochi de' cittadini, e con leggi politiche gl'interessi reciprochi de' governi, dirigendo così a comune vantaggio le umane passioni, onde mantenere concordi ed attive le forze d'un popolo, perché ei possa imporre, e non pagare, tributi ad un altro; 5° che non possa darsi equità assoluta nella sostanza di veruna legge, ma che l'equità consista nella eguaglianza universale, religiosa, severissima dell'applicazione; 6° che però praticamente tutti i diritti, naturale, divino, pubblico e civile devono emanare da una sola legge, e riconcentrarsi in una sola: «Suprema lex, populi salus esto».

Ecco a quali opinioni, ignorando la verità dei principi, e seguendo la certezza dei fatti, fui strascinato. Lascio ai savi di dire, che la onnipotenza e sapienza di Dio deve aver ordinata una giustizia universale, eterna, assoluta fra gli uomini, e che non sarebbe né sapiente né giusto se avesse permesso che la ragione fosse più serva che regina delle loro passioni, ed avesse bisogno di essere eccitata dagli interessi ed esercitata dalle forze. Ma io, adorando la sapienza ed onnipotenza di Dio, e senza giudicarla, né esaminare il meglio ed il peggio nelle cause del mondo, né interpretare i suoi fini, mi rassegno ai fatti, benché discordino dai miei desideri, e cerco di giovarmi dell'esperienza continua che essi mi porgono, conformandovi le mie opinioni, e dirigendo col suo lume fra tante tenebre il corso della mia vita. – Io non so né perché venni al mondo, né cosa sia il mondo, né che cosa io stesso mi sia; e se io corro ad investigarlo, ritorno sempre in una ignoranza più spaventosa di prima. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l'anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò che io scrivo, e che medita sopra di tutto, e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazi dell'universo che mi circondano: mi trovo come attaccato ad un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove, o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento, che a tutti quelli che precedevano, o che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti che infinità che mi assorbono come un atomo. Tutto quello che io so, è, che vivo con un sentimento perpetuo di piacere e di dolore.

E sento che questo impulso, benché unico, si diffonde con molte forze che agiscono in me, e sopra infiniti oggetti diversi che la natura offre ricchissima alla mia mente, al mio cuore; sento che dal dolore de' mali sgorga necessariamente il piacere de' beni, perché, mentre la guerra, l'usurpazione e l'avidità agitano la vita degli uomini, i bisogni di tali tendenze sono sempre superiori alle forze, e questo dolore persuade i mortali all'amore della società, della pace e della fatica, bisogni fecondissimi di piaceri, perché l'uomo ha forze bastanti da soddisfarli. In tanta lotta di passioni, d'interessi e di facoltà fisiche e morali, vedo che i vantaggi del forte sono contrabbilanciati da cure e da passioni insaziabili; e vedo i danni del debole compensati da molte dolcezze non invidiate e più certe. Vedo che l'eterna guerra degli individui e la disparità delle loro forze produce sempre un'alleanza, per cui l'amore de' miei, della mia famiglia, della mia città, e tutti, uniscono con me e i bisogni e i piaceri e le sorti della loro vita contro i desideri insaziabili degli altri mortali.

E per confermare questa alleanza, la voce stessa della natura eccita nelle viscere di molti uomini, che hanno bisogno di unirsi e di amarsi, due forze che compensano tutte le tendenze guerriere ed usurpatrici dell'uomo: la compassione ed il pudore, forze educate dalla società ed alimentate dalla gratitudine e dalla stima reciproca. Che se io guardando l'universo non trovo assoluta giustizia, a torto mi querelo della natura, perché io non sono creato che abitatore d'un piccolo canto della terra, e considerato come una sola parte del genere umano. E se nel mio paese trovo certezza d'are, di campo, di tetto e di sepoltura; se nella mia società i sentimenti più dolci dell'umanità trovano esercizio e compenso; se le forze di questi sentimenti si uniscono contro la crudeltà, l'avidità, l'impudenza, e tutte le guerriere inclinazioni dell'uomo, e fanno che queste non regnino palesemente, ma cospirino tra le tenebre ed i pericoli; s'io finalmente nella società, e nella terra che mi è assegnata per patria, alimento l'ardore di amare e di essere amato; anche i sudori, i combattimenti e i pericoli che questo asilo, questa alleanza e questo commercio d'amore richieggono, devono divenire per me giusti e cari ed onorati. Io dunque nella guerra del genere umano trovo pace; nell'ingiustizia generale trovo leggi; nelle diversità delle passioni provo più spesso l'ardore delle meno infelici; ne' dolori e ne' vizi indispensabili della vita, vedo sempre misto un compenso di virtù e di piaceri; e nell'assoluta ignoranza di me medesimo, e nella con tradizione di tutte le cose e di tutti, la natura mi concede sovente la lezione della disgrazia, e l'esperienza d'innumerabili fatti perpetui e costanti, sui quali, benché io non veda le cause, posso almeno fondare l'opinione che mi sembra più atta a diradare l'oscurità della vita dell'uomo.

Ma io non vi avrei, o giovani egregi, palesato la mia opinione su l'origine e i limiti della giustizia, se non mi paresse ad un tempo, che non i ragionamenti, ma le conseguenze e l'applicazione influiscono nella prudenza e nella onestà della vita. Ch'io come dalla santità e dalla sublimità di molte dottrine morali e politiche ho veduto nascere interminabili sciagure al genere umano, appunto per la torta derivazione e la maligna applicazione delle conseguenze; così da quelle opinioni che sembrano meno elevate e men pie, ove non siano esaminate che per l'amor del vero, e per la prosperità della vita, ho veduto partorirsi molti utili effetti, e, se non altro, una soddisfazione d'animo a chi le palesa, e certo lume d'esperienza a chi le ascolta. Senza tale speranza, non avrei esposto un parere ch'io presumo diverso dagli altri; e molto meno in questo luogo, ove voi udite le ultime parole dalla cattedra, e io dico le ultime forse; né in un giorno sì lieto ed onorato per voi, da che il consenso d'uomini dotti, e la coscienza de' vostri studi, e l'alloro che ne riportate, vi accertano d'avere imparate cose, delle quali sospetto io sì fortemente. E se il sapere ciò che o per mia natura, o per la corruzione dell'uomo non si può praticare, da me non fosse riposto tra i beni dell'uomo, io mi sarei taciuto per non affliggere co' miei dubbi la vostra prosperità. Ma al contrario credo di offerirvi in alcun modo una parte dell'onore e del premio che vi siete meritato, mostrandovi ciò che avviene nella pratica della giustizia, e a quali ragionamenti, e a che conseguenze, ed a quante applicazioni possa condurre l'esame della pratica, benché sì diversa dalla teoria.

Continuate dunque a rivolgere il vostro ingegno nella perfezione dell'arte vostra; al che giugnerete col non disprezzare né ammettere le opinioni degli altri; bensì, ove avrete conosciuta evidentemente la loro falsità, vi starete con più fiducia ne' vostri primi principi. Così anche l'esame delle mie opinioni sulla giustizia potrà confermarvi appunto nelle cose alle quali io non posso assentire. Solo assentiamo nella conseguenza e nella sua applicazione; che noi non possiamo ottenere nel mondo né virtù, né pace, né consolazione d'affetti domestici, né veruna equità, se non dalla sapienza de' principi, dalla prosperità de' cittadini, dal valore degli eserciti, dalla patria insomma; se non rivolgiamo tutti i nostri studi, i nostri pensieri, i nostri sudori, i nostri piaceri, e la nostra gloria alla patria, per illuminarla coraggiosamente ne' traviamenti e soccorrerla con generosità ne' pericoli.

 

Nota (dell'autore)

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[1] Principi di Scienza Nuova, lib. IV, sez. 10. Questo passo d'Ulpiano è proposto dal Vico per assioma.

 

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Ultimo aggiornamento: 03 maggio, 2004