Ugo Foscolo

Poesie Varie

CANZONETTE

[34]

I. LA PARTENZA.

      Partita è Cloe: ah! volino
Le Grazie a lei d'intorno,
E lieta l'accompagnino
Al rustico soggiorno.
      Or forse è giunta, e tacita
Trascorre il campo aprico:
Deh! fra soavi palpiti
Rammenti il fido amico.
      Ruscel che scorri limpido,
Se ascolti il nome mio,
Più dolcemente mormora,
Dille che l'amo anch'io.
      Auretta solitaria,
Se intorno a lei t'aggiri,
Con flebil suono annunziale
I mesti miei sospiri.
      Vispi augellini teneri,
Ito dov'ella siede,
E con gorgheggio querulo
Le rammentato fede.
      Voi pure amate, e il giubilo
È a voi compagno: io solo
Amo, ma spargo lagrime,
Amo, ma in mezzo al duolo.
      Pur mi son dolci i gemiti
Per questo amor pudico;
Ah! fra soavi palpiti
Rammenti il fido amico.


 
 
 
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II. LA LONTANANZA.

      Ito, aure dolci, a Cloe
Che le delizie or godo
Dei boschi, e i lai lion ode
D'un tenero amatori
      La troverete al margo
Forse d'un rio cannoso,
O al rozzo d'odoroso
Arbore in grembo ai fior.
      Ite, aure dolci, a Cloe,
E con scherzosi giri
Recate i miei sospiri,
Le rammentate amor.
      Una vezzeggi il crine,
L'altra, ogni incenso accolto,
Lambisca il roseo volto,
Soave scenda al cor.
      Torna, gentil donzella,
Con flebil suon le dica,
Torna, vezzosa amica,
Al tuo poeta in sen.
      Le grazïose aurette
Passano ad una ad una,
E mi prometto ognuna
Chieder pietà al mio ben.
      Chinano il capo i gigli,
Scuoton le frondi i rami,
Sembrano dirmi: Ed ami
Con tanta fedeltà?
      Se son pietosi i fiori,
So son pietosi i venti,
A' pianti ed a' lamenti,
Non avrà Cloe pietà?


 
 
 
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III. LA SORPRESA.

      Odi de' versi miei,
O pastorella, il suono,
E ti prometto in dono
Un nastro porporin.
Venne fra' boschi tuoi
A soggiornar la bella?
E lei, se a lei saltella
Vicino un agnellin.
      Conoscer tu la puoi
Dalle sue biondo chiome...
Ma dir vorresti: E come
Vestita qui sen va?
Odi: qual te s'ammanta
D'un gonnellin leggiero,
Chè lascia il fasto altero
All'invida città.
      Ha leggiadretto il labbro,
Neri e focosi i lumi,
Ha placidi i costumi
E gli atti al par di te.
Già la conosci: or vanno
A lei correndo, e dille:
Fille, vezzosa Fille,
Elpin ti chiama a sè.
      Elpin? dirà... Sì Elpino,
Tu le rispondi, e ascoso
Là fra quel bosco ombroso
Te sola attende Elpin.
Vanne: già udisti quanto,
O pastorella, aspetto,
E in dono ti prometto
Un nastro porporin.


 
 
 
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IV. L'ADDIO.

      Or tra i romiti boschi
Men vo, ma porto scolto
Il tuo vezzoso volto
In mezzo a questo sen.
Fida ti serba: addio,
Tenera Cloe, ben mio,
Ah! d'un fedele amante,
Cara, rammenta almen.
      Gorgheggeran gli augelli
Fra l'inquïete frondi;
O cara, ove t'ascondi?
Io griderotti allor.
Ah! mi parrà ogni cosa
L'amica mia vezzosa,
Ma tu rammenta almeno
Il più fedele amor.
      Verrassi un venticello,
E con pietosi giri
Dirammi: Son sospiri
Questi del fido ben.
Ma fuggirà l'inganno,
Sospiri non saranno;
Chè forse non rammenti
Il nome mio nemmen.
      Pastori e forosette
Verran con faccia lieta,
E al primo lor poeta
Diran: Deh! canta amor!
      Io mescerò frattanto
A' mesti versi il pianto,
Ma tu rammenta almeno
Un infelice ardor.
      Se nol rammenti, ah! Cloe,
Rammentati ch'Amore
È meco a tutte l'ore,
E squarciami ogni vel;
      Dirà se tu se' amante,
Dirà se se' incostante,
E dir saprà se ognora
Tu mi sarai fedel.
      Ma di te, dolce amica,
Stolto, diffido invano,
Chè benchè in suol lontano
Mi serberai nel sen.
Cos'io ti serbo. Addio,
Tenera Cloe, ben mio:
Ah! del più fido amante,
O Cloe, rammenta almen.


 
 
 
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[38]

V. LA ROSA TARDA.

      Le bionde Grazie schiusero
Al ghirlandato aprile
Le verdi porte, e mancavi
De' fiori il più gentile?
      Con le sue mani ambrosie
L'innamorata Aurora
Dal Cielo umor freschissimo
Per lui non sparse ancora?
      Tu, fior splendente e semplice
Come la mia vezzosa,
Tu fra le spine floride
Ancor non spunti, o Rosa.
      Mentre vedeati sorgere
Il gajo Anacreonte
Inni t'ergea cingendosi
Di te la calva fronte.
      E in mezzo a danze e giubilo
L'altrui chiamava aita
Onde cantar tua morbida
Foglia agli Iddii gradita.
      Tu sei trofeo di tenere
Grazie, sei giuoco, o Rosa,
D'amor nei giorni floridi
A Citerea scherzosa.
      E che fia mai d'amabile
Senza il bel fiore? infine
Le Ninfe han braccia rosee,
L'Alba le dita e il crine.
      Così cantava il vecchio
Tejo poeta; Amore
Dettava i carmi, memore
Di te suo caro fiore.
      E a noi sei caro: immagine
Tu delle guance sei
Di Lei che tien l'imperio
Su tutti gli atti miei.
      Di Lei che bella e fulgida
In sua bellezza or viene,
Che con un sguardo sforzami
Baciar le mie catene.
      Ma sorgi ormai, purpuree
Bel fiorellino, sorgi;
Tu alla mia dolce vergine
Gaja ghirlanda porgi.
      Su le sue chiome d'auro
Tanto sarà più vaga
Quanto vicino al latteo
Seno che gli occhi impiaga.
      Deh! sorgi, o fior! l'armonico
Plettro ch'Amor risuona
Da tuo fragranti foglie
Gentile avrà corona.
      E a questo sen medesimo
Io ti porrò, bel fiore,
Come verace effigie
D'un innocente core.


 
 
 
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ODI

Virginibus puerisque.

HOR.

[39]

I. O versi teneri, volate a Clori

      O versi teneri, volate a Clori,
E se temete, chiamate aita
Dai vanni rapidi di quell'ardita
Schiera d'Amori.
      Spero che i flebili vostri sospiri
Faran che cessi d'esser crudele;
Quanto quest'anima è a lei fedele
Sol da voi miri.
      In volto amabile a me ritorni,
E i novi amplessi, i novi baci
Sien testimonio di liete paci,
'Di dolci giorni.
      Che so gl'ingenui versi ricusa,
Che so del core la preci e i pianti,
D'Amore e Delio ai numi santi
Darolle accusa.
      E certo... Ah ditele che meglio fia
Tornar in braccio a chi l'adora;
Del piacer volasi celere l'ora,
Nè vien qual pria.
      Or siamo giovani, or siam vezzosi,
Dunque si goda: domani dietro
Vedrem sorgiungerci dei tempo tetro
I dì rugosi.


 
 
 
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II. A DIANA.

      Bella ch'osservi degli amanti i scherzi,
E sorridendo, quando tutto dorme,
Gli albi corsieri del tuo carro sferzi,
Diva triforme;
      Spandi nel seno dei cantor pudico
Candido raggio svegliator di modi,
Ch'ei te mirando sopra un colle aprico
Dirà tue lodi.
      Splendi tu dolce nel mio sen qual splende
Della mia Clori la beante faccia,
Che delle Grazie le virginee bende
Al petto allaccia.
      Più di Ciprigna venerabil sei
A me, o possente nel ferir le belve,
Ch'offri riposo del pensieri miei
Nelle tuo selve.
      Possa io mirarti fra le selve care
Quando passeggia con tue ninfe Aprile;
Ch'io ti prometto sul tuo casto altare
Cerva gentile.


 
 
 
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III. LA GUERRA.

      Vinsero gli anni: tu sperasti indarno
Gloria fiammante pel guerriero brando:
Vedila, langue di tuo nome in bando.
E il volto ha scarno.
      Odio chi ammira di Filippo il germe
Ch’ha morte al fianco devastando l'orbe,
Fossa di polve col possente assorbe.
Seco l'inerme.
      Tu cogli, amico, dal giardino umìle
Frutta, ristoro d'indigente brama;
Di gloria nostra degli eroi la fama
Sarà più vile.
      E al mormorante serpeggiar di linfa,
Al molle zirlo d'augellin su i rami
Versi cantiamo che ripeter ami
Tenera Ninfa.


 
 
 
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IV. LA SERA.

      Gentile Nelae, tu al collo candido
Lascia che scendano le chiome d'auro,
E alle mie tempio adatta
Sacro ad Apollo un lauro.
      Al suon armonico di nostre cetere
Vengon su i Zefiri le Grazie tenere,
Che per udir tua voce
Abbandonano Venere.
      Esci dal semplice tetto pacifico,
Dell'igneo Cintio s'ascose il raggio;
E all'umid'ombra siedi
Meco dell'ampio faggio.
      O bianca Nelae, non esser timida,
In ore tacite fra bosco atrissimo
Tu sai ch'io ti favello
Sol d'un amor purissimo.
      Di noi la candida fia testimonio
Luna che tacita irraggia l'aria;
Nè la temer, chè anch'essa
Amò il pastor di Caria.
      Ve' riscintillano nel viso garrulo
Gli astri che fulgidi sembra che ridano,
E perfin gli usignuoli
Par che a noi soli arridano.
      Fanciulla amabile, canta i bei numeri.
Ma qual per l'aere di velo a foggia
Nube si stende? - ah certo
Vicina è a noi la pioggia.
      Presto fuggiamoci dal negro turbine;
Il tempo placido oh corno è instabile!
Ah non vorrei che il fossi
Tu pur, fanciulla amabile.


 
 
 
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V.  Fra soavissimi fioretti

      Fra soavissimi fioretti un giorno
Giaceano Amore e Venere,
E mille Genii stavan d'intorno
E mille Grazie tenere.
      Io con l'eburnea mia cetra al collo,
Scarco di cure torbide,
Passai con l'alma piena di Apollo
Per quelle sedi morbide.
      A sè chiamatomi la gaja Diva,
Con fiamma al labbro e al ciglio,
Disse: Tua cetera canti giuliva
La possa del mio figlio.
      Io pria con giubilo cantai d'Amore
Su gli altri Dii le glorie;
Soggiunsi poscia quai sul mio core
Ei riportò vittorie.
      Si attente stavano le Grazie al canto,
E que' Amorini amabili,
Che s'obliarono d'essere accanto
A' loro giochi instabili.
      Giuro per l'aurea chioma febea,
Che più dell'onda livida
Di Stigo io venero, vidi la Dea
Farsi al cantar più vivida.
      E tu, o Licoride, non mai ti pieghi
De' carmi al suon sensibile,
Invan fra lagrime io canto e prieghi,
Chè sempre so, inflessibile.


 
 
 
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VI. IL PIACERE.

Nox . . . . . . . . . . .

O voluptatis comes et ministra.
PONTANUS.

 

 

 

      Grazie, arridetemi, riso soltanto
Per noi serpeggi su la mia cetera,
Chè il soavissimo Piacer io canto.
      Coll'estro facile carme gentile
Io vo' tessendo, carme ch'è simile
A un fior ingenuo del gajo aprile.
      Ma il fior ingenuo olezza e muore;
Anche il mio canto sen muoja subito,
Purchè per l'aere dispieghi odore.
      Già posa il candido ritondo braccio
Sopra le coltri sacrate a Cipria,
Braccio che amabile tessuto ha un laccio.
      Co' piedi teneri, o biondi Amori,
No, non calcate quel roseo talamo,
Ma sparpagliatevi fragranti fiori.
      Correte rapidi, fanciulli alati,
Correte dove in danza atteggiano
Le Grazie i morbidi piè dilicati.
      Udite Venere, la Diva udite
Che vel comanda, di qui fuggitevi,
La venerabile Diva ubbidite.
      Restar sul talamo sola desìa,
Della fanciulla che sparge lagrime
Sola vuol vincere la ritrosìa
      O dense tenebre, sì desiate!
Giovane, taci, mi grida Cipria,
Ch'omai s'appressano l'ore beate.
      Taccio: ma l'anima non può tacere,
Tra sè ella canta gli accenti fervidi,
Chè invasa sentesi sol da piacere.
      Qual grato fremito le taciturne
Ombre sussurra, ombre che romponsi
Dal raggio argenteo di membra eburne.
      O tu degli esseri vivo fermento,
Sacro Piacere, per te in quest'anime
Spruzza il tuo nettare, del ciel contento.
      L'aureo Filosofo dall'urna s'alzi,
Bench'ombra cinga le bianche tempie
Di rose, e un cantico egli t'innalzi.
      Per te sol prendono, o bello Dio,
Gli augelli il canto, per te dei Zeffiri
Dolce è all'orecchio il mormorio.
      Sol per te il fervido bel garzoncello
A donzelletta vezzosa ingenua
Rivolge cupido l'amante occhiello.
      Ah! un dì le rosee vèr me tue piante
Volgi, o Piacere, de' Numi invidia,
Sarò beatissimo da quell'istante.


 
 
 
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VII.  Irene candida

      Irene candida, lascia le piume,
T'affretta a cogliere leggiadri fiori
Or ch'Alba fulgida spande il suo lume
Co' nuovi albori.
      In mezzo agli alberi d'accanto il fonte
Vedrai tu sorgere bei gelsomini;
Li cogli, e adornati del vago fronte
i vaghi crini.
      Mentre innoltravasi col gajo aprile
Soave Zefiro là fur piantati,
Da me alla morbida tua man gentile
Poscia serbati.
      Il graziosissimo tuo cestellino
Empi di mammole e di viole;
Ma, bene badami, sfiora il giardino
Prima del Sol
      Indi, sovvengati, Fanciulla mia,
Che voglio un bacio al tuo ritorno,
Nè vo' che al solito tu me lo dia
Un altro giorno.
      Chè questo amabile giorno mai viene,
E se anche in seguito così faremo,
Gli anni andran rapidi, nè un giorno, o Irene,
Goduto avremo.


 
 
 
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VIII.   Vassi rapido il tempo

      Vassi rapido il tempo, e al tempo il duolo
Della cadente età tosto succede;
Godiamo, amici: de' piacer lo stuolo
Passa e non riede.
      Assisi a umili ma contenti deschi
Colmiam le tazze di soave vino;
Altri fra l'armi follemente treschi
Col suo destino.
      Audace troppo dell'iniqua corte
Nell'onde si scatena il nembo fosco;
Da noi si cerchi più beata sorte
In mezzo a un bosco.
      Se piange un infelice, il mesto pianto
Tosto da noi si asciughi e si consoli;
Chi non esulta delle Muso al canto
A noi s'involi.
      Bell'è l'Amor, egli al piacer c'invita;
Dunque Ninfa che agli occhi e all'alma piace
Sia della nostra fuggitiva vita
Conforto e pace.
      Vassi rapido il tempo, e al tempo il duolo
Della cadente età tosto succede;
Godiamo, amici: de' piacer lo stuolo
Passa e non riede.


 
 
 
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IX.  Fanciulletta bella

      Di giovinezza, Fanciulletta bella,
Dal tuo bel petto spira fresco odore,
E da quei labbri con gentil favella
Sol parla Amore.
      Vaga è tua mano; ma più vaga allora
Che a puro bacio facile s'arrende,
E allor ch'ai crini della gaja Flora
Cinge le bende.
      Questi mi detta dolci carmi Apollo,
Se mai t'ascolta, Fanciulletta bella,
Sparger di canti con la cetra al collo
Iblea favella.
      Canta, deh! canta; scenderan da Paffo
Ad ascoltarti con l'orecchie amanti
Quei stessi Amor che della mesta Saffo
Pianser ai canti.
      Io son, diceva, bella Dea di Gnido,
La giovinetta cui Faon non cura,
Per lui sol piango, mentre in ogni lido
Ride natura.
      Madre del riso, dal beante seno,
Me ch'al tuo nume sempre altari alzai,
Me ch'arsi incenso d'inni e laudi pieno,
Or traggo guai.
      Siegui di Lesbo la soave Musa,
Ma scherza, e fuggi lagrimose note,
Giacchè domarti l'almo Dio ricusa,
Perchè nol puote.
      Che val sui fogli con cipiglio tristo
Perdere i giorni che tornar non ponno,
E violare per un vano acquisto
I dritti al sonno?
      Nata agli Amori, le scïeuti carte
Abbandonando, sol la cetra tocca:
Chè di bei carmi la difficil arte
Ti siede in bocca.


 
 
 
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Edizione telematica e revisione: 1998, Giuseppe Bonghi
Edizione HTML: Dicembre 1998, Giuseppe Bonghi

    Poesie di Ugo Foscolo, Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti editore, Livorno 1904


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ultimo aggiornamento: mercoledì 29 maggio 2002