Ugo Foscolo

Appendice
Poesie giovanili

[17]

A VENEZIA

      Scrutto nel 1796, fu stampato la prima volta, nell'Anno poetico ossia Raccolta annuale di poesie inedite di autori viventi, Venezia, 1797, con questa nota, che probabilmente è dell'autore. " Questo sonetto fu scritto quando Venezia oligarchica si decise neutra. I patriotti che non sono del 14 maggio lo conoscono sin da quel tempo...".

Sonetto.

      O di mille tiranni, a cui rapina
Riga il soglio di sangue, imbelle terra!
'Ve mentre civil fama ulula ed erra,
Siede negra Politica reina;

      Dimmi: che mai ti val se a te vicina
Compra e vil pace dorme, e se ignea guerra
A te non mai le molli trecce afferra
Onde crollarti in nobile ruina?

      Già striscia il popol tuo scarno e fremente,
E strappa bestemmiando ad altri i panni,
Mentre gli strappa i suoi man più potente.

      Ma verrà il giorno, e gallico lo affretta
Sublime esempio, ch'ei de' suoi tiranni
Farà col loro scettro alta vendetta.


 
 
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[18]

BONAPARTE LIBERATORE

     Di questa ode furono fatte molte edizioni; non si sa precisamente quante, perchè alcune oggi non si trovano.            L'Antona-Traversi (vedi Curiosità foscoliane più volte citate) riuscì a trovarne sei, ed ebbe notizia di una settima, fatta ad Imola, che non potè vedere. Di tutte queste edizioni due sono veramente importanti, la prima e la sesta.
      La prima fu fatta a Bologna nel 1797 a spese del Governo della Repubblica Cisalpina, e curata dall'autore: ha questo frontespizio:

BONAPARTE
LIBERATORE
ODA
DEL LIBER'UOMO
NICCOLÒ UGO FOSCOLO.
ITALIA
ANNO PRIMO DELL'ITALICA
LIBERTÀ

e dopo il frontespizio questa dedicatoria:

ALLA CITTÀ DI REGGIO.

      A voi, che primi veri italiani, liberi cittadini vi siete mostrati, e con esempio magnanimo scuoteste l'Italia già sonnacchiosa, a voi dedico, che a voi spetta, quest'Oda ch'io su libera cetra osai sciogliere al nostro Liberatore. Giovane, qual mi son io, nato in Grecia, educato fra Dalmati, e balbettante da soli quattr'anni in Italia, nè dovea, nè poteva cantare ad uomini liberi ed Italiani. Ma l’alto genio di Libertà che m,infiamma, e che mi rende Uomo Libero, e Cittadino di patria non in sorte toccata ma eletta, mi dà i diritti dell'Italiano e mi presta repubblicana energia, ond'io alzato su me medesimo canto BONAPARTE LIBERATORE, e consacro i miei Canti alla città animatrice d'Italia.
NICCOLÒ UGO FOSCOLO.

La sesta edizione fu fatta a Genova nel 1799, con questa frontespizio:

BONAPARTE
LIBERATORE
ODA
DI UGO FOSCOLO
SESTA EDIZIONE
ITALIA
ANNO VIII

ha molte correzioni, ed innanzi la famosa lettera, a Bonaparte, che qui riferiamo:

A BONAPARTE.

Genova, 5 agghiacciatore, anno VIII.

      Io ti dedicava questa Oda quando tu, vinte dodici giornate e venticinque combattimenti, espugnate dieci fortezze, conquistate otto provincie, riportate centocinquanta insegne, quattrocento cannoni e centomila prigionieri, annientati cinque eserciti, disarmato il re sardo, atterrito Ferdinando IV, umiliato Pio VI, rovesciato due antiche repubbliche, e forzato l'imperatore alla tregua, davi pace a’ nemici, costituzione all'Italia, e onnipotenza al popolo francese.
      Ed ora pur te la dedico non per lusingarti col suono delle tue gesta, ma per mostrarti col paragone la miseria di questa Italia che giustamente aspetta restaurata la libertà da chi primo la fondò.
      Possa io intuonare di nuovo il canto della vittoria quando tu tornerai a passare le Alpi, a vedere, ed a vincere!
      Vero è che, più che della tua lontananza, la nostra rovina è colpa degli uomini guasti dall'antico servaggio e dalla nuova licenza. Ma poichè la nostra salute sta nelle mani di un conquistatore; ed è vero pur troppo che il fondatore di una repubblica deve essere un despota, noi e per i tuoi beneficj, o pel tuo Genio che sovrasta tutti gli altri dell’età nostra siamo in dovere di invocarti, e tu in dovere di soccorrerci non solo perchè partecipi del sangue italiano, e la rivoluzione d'Italia è opera tua, ma per fare che i secoli tacciano di quel Trattato che trafficò la mia patria, insospettì le nazioni, e scemò dignità ai tuo nome.
      E’ pare che la tua fortuna, la tua fama, e la tua virtù te ne abbiano in tempo aperto il campo. Tu stai sopra un seggio donde e col braccio o col senno puoi restituire libertà a noi, prosperità e fede alla tua Repubblica, e pace all'Europa.

      Pure nè per te glorioso, nè per me onesto sarebbe s'io adesso non t'offerissi che versi di laude. Tu se’ omai più grande per i tuoi fatti che per gli altrui detti: nè a te quindi s’aggiugnerebbe elogio, nè a me altro verrebbe tranne la taccia di adulatore. Onde t'invierò un consiglio, che essendo da te liberalmente accolto, mostrerai che non sono sempre insociabili virtù e potenza, e che io, quantunque oscurissimo, sono degno di laudarti, perchè so dirti fermamente la verità.
      Uomo tu sei e mortale e nato in tempi ove la universale scelleratezza sommi ostacoli frappone alle magnanime imprese, e potentissimi incitamenti al mal fare. Quindi o il sentimento della tua superiorità, o la conoscenza del comune avvilimento potrebbero trarti forse a cosa che tu stesso abborri. Nè Cesare prima di passare il Rubicone ambiva alla dittatura del mondo.
      Anche negli infelicissimi tempi le grandi rivoluzioni destano feroci petti ed altissimi ingegni. Che se tu aspirando al supremo potere sdegni generosamente i primi, aspirando alla immortalità, il che è più degno delle sublimi anime, rispetterai i secondi. Avrà il nostro secolo un Tacito, il quale commetterà la tua sentenza alla severa posterità. Salute.
UGO FOSCOLO.

      Le altre edizioni fin qui conosciute dell'ode derivano tutte dalle due delle quali abbiamo fatto cenno. Derivano dalla prima edizione bolognese del 1797 la veneziana dello Zatta, quella dell'Anno poetico, e quella d'Imola, tutte e tre dello stesso anno 1797, e probabilmente due altre che non si conoscono, ma che dovettero essere fatte prima della edizione genovese del 1799, poichè questa, come abbiamo detto, è la sesta. Derivano dalla edizione genovese quella del Parnasso democratico (Bologna, senza data) e quella della Antologia repubblicana (Bologna, marzo 1831).
      L'edizione dello Zatta e quella dell'Anno poetico riproducono il testo della prima edizione bolognese, salvo qualche leggera varietà d'interpunzione e di grafia, specie nelle maiuscole, e salvo, in quella dell'Anno poetico, la correzione di un errore e la particolarità che i segnacasi articolati sono sciolti. Le edizioni del Parnasso democratico e della Antologia repubblicana riproducono l'edizione di Genova, salvo tre leggere varianti di pura forma nella lettera a Bonaparte e qualche varietà d'interpunzione e di grafia nell'ode.
      E poichè per questo rispetto nessuna delle sei edizioni è interamente corretta. Sarebbe opera vana riprodurre fra le varianti tutte le diversità di interpunzione e di grafia delle varie edizioni. Io perciò mi limito a dare nel testo la lezione della edizione genovese, come fu riprodotta dall'Antona-Traversi nelle Curiosità foscoliane...

      Dove tu, diva, da l'antica e forte
Dominatrice libera del mondo
Felice a l'ombra di tue sacre penne,
Dove fuggivi, quando ferreo pondo
Di dittatoria tirannia le tenne
Umìl la testa fra servaggio e morte?
Te seguìr le risorte
Ombre de' Bruti, ai secoli mostrando
Alteramente il brando
Del padre tinto e dei figliuol nel sangue;
Te, o Libertà, se per le gelid'onde
Del Danubio e del Reno
Gisti fra genti indomite guerriere;
Te se raccolse nel sanguineo seno
Brittannia, e t'ascondea mortifer angue;
Te se al furor di mercenarie spade
De l'Oceàno da le ignote sponde
T'invitàr meste, e del tuo nome altero
Le americane libere contrade;
O le batave fonti,
O ti furo ricetto
Coronati di gel gli elvezj monti;
Or che del vero illuminar l'aspetto
Non è delitto, or io te, diva, invoco:
Scendi, e la lingua e il petto
Mi snoda e 'infiamma di tuo santo foco.

      Ma tu de l'alpi da l'aërie cime,
Al rintronar di trombe e di timballi,
Ausonia guati e giù piombi col volo
Anelanti ti sieguono i cavalli
Che Palla sferza, e sul latino suolo
Marte furente orme di foco imprime:
Odo canto sublime
Di mille e mille che vittoria, o morte
Da l'italiche porte
Giuran brandendo la terribil asta;
E guerrier veggo di fiorente alloro
Cinto le bionde chiome
Su cui purpuree tremolando vanno
Candide azzurre piume; egli al tuo nome
Suo brando snuda e abbatte, arde, devasta;
Senno de' suoi corsier governa il morso,
Ardir li 'ncalza, e de' marziali il coro
Genj lo irraggia, e dietro lui si stanno
In aer librate con perpetuo corso
Sorte, Vittoria, e Fama.
Or che fia dunque, o diva?
Onde tal'ira? e qual fato te chiama
A trar tant'armi da straniera riva
Su questa un dì reina, or nuda e schiava
Italia, ahi! solo al vituperio viva,
Al vituperio che piangendo lava!

      E depor le corone in Campidoglio,
E i re in trionfo tributari e schiavi
Roma già vide, e rovesciati i troni:
Re-sacerdoti or con mentite chiavi
Di oro ingordi e di sangue, altri Neroni,
Grandeggiar mira in usurpato soglio:
Siede a destra l'Orgoglio
Cinto di stola, e ferri e nappi accoglie
Sotto le ricche spoglie,
Vendendo il cielo, ai popoli rapite;
Sgabello al seggio fanno e fondamento
Cataste di frementi
Capi co gli occhi ne le trecce involti,
E tepidi cadaveri innocenti,
Cui sospiran nel fianco alte ferite
Pel fulminar di pontificio labbro;
E misti in pianto e in sangue, atro cemento,
Calcati busti e cranj dissepolti
Fanvi; e lo Inganno di tal soglio è fabbro:
Quindi, al Solopossente
La folgore strappata,
Eran d'Orto terrore e d'Occidente,
E si pascean di regni e di peccata.
Non più: - Dio disse: e lor possa disparve;
Pur ne l'Ausonia ancor egra e acciecata
Passeggian truci le adorate larve.

      Passeggian truci, e 'l diadema e il manto
De' boreali Vandali ai nepoti
Vestendo, al scettro sposano la croce;
Onde il Tevere e l'Arno a te devoti,
Libertà santa dea, cercan la foce
Sdegnosamente in suon quasi di pianto;
E la turrita Manto
Offre scampo ai tiranni, e il bel Sebeto
Irriga mansueto
Le al Vesuvio soggette auree campagne
E ricche aduna a usurpator le messi;
Abbevera il Ticino
Ungari armenti, e l'ospitali arene
Non saluta il Panaro in suo cammino;
T'ode gridar oltre le sue montagne
La subalpina donna e l'elmo allaccia
E s'alza e terge i rai nel duol dimessi,
Ma le gravano il piè sardo catene,
Onde ricade e copresi la faccia;
E le a te care un giorno
Città nettunie, or fatte
Son di mille Dionisj empio soggiorno:
Liguria avara contro sè combatte;
E l'inerme leon prostrato avventa
Ne' suoi le zampe e la coda dibatte
E gli ammolliti abitator spaventa.

      Deh! mira, come flagellata a terra
Italia serva immobilmente giace
Per disperazïon fatta secura:
Or perchè turbi sua dolente pace,
E furor matto e improvida paura
Le movi intorno di rapace guerra?
Piaghe immense rinserra
Nel cor profondo; a che piagar suo petto,
Forse d'invidia oggetto,
Per chi suo gemer da lontan non sente?
Ma tu, feroce Dea, non badi e passi,
E a l'armi chiami, a l'armi,
E al tuon de' bronzi e al fulminar tremendo
E a l'ululo guerrier perdonsi i carmi.
Cede Sabaudia, e in alto orribilmente
Del tuo giovin, Campion splende la lancia;
Tutto trema e si prostra anzi i suoi passi,
E l'Aquila real fugge stridendo
Ferita ne le penne e ne la pancia.
Gallia intuona e diffonde
Di Libertade il nome
E mare e cielo Libertà risponde:
L'Angel di morte per le imbelli chiome
Squassa ed ostende coronata testa:
Libertà! grida a le provincie dome,
Del Re dei folli Re vendetta è questa.

      Del Re dei Re! - Quindi tra il fumo e i lampi
S'involve in sen di tempestosa nube,
Che occupa e offusca di Germania il suolo;
Donde precorsa da mavorzie tube
Balda rivolge e minacciosa il volo
L'Aquila, e ingombra di falangi i campi;
E par che Italia avvampi
Di foco e guerra, di ruina e morte:
Nè spezzar sue ritorte
Osa, nè armarsi del francese usbergo.
Ma s'affaccia l'Eroe; sieguonlo i prodi
Repubblicano in fronte
Nome vantando con il sangue scritto;
Ecco d'estinti e di feriti un monte,
Ecco i schiavi aleman ch'offrono il tergo
E la tricolorata alta bandiera
In man del Duce che in feral conflitto
Rampogna, incalza, invita, e in mille modi
Passa e vola qual Dio di schiera in schiera:
Pur dubbio è marte; ei dove
Più de' cavalli l'ugna
Nel sangue pesta, e sangue schizza e piove,
E regna morte in più ostinata pugna
Co' suoi si scaglia, e la fortuna sfida
Guerriero invitto, e tra le fiamme pugna
E vince; e Italia libertade grida.

      E del Giove terren l'augel battuto
Drizza a l'aere natìo tarpati i vanni
E sotto il manto imperïal si cela:
Ma il vincitor lo inceppa, e gli alemanni
Colli che borea eternamente gela,
Senton lo altero vertice premuto
Dal Guerrier cui tributo
Offre atterrita dal suo cenno e doma
La pontificia Roma,
Dal Guerrier che ad Esperia i lumi terge
E falla ricca de' tuoi puri doni,
O Libertà gran dea,
E l'uom ritorna ne gli antichi dritti
Che prepotente tirannia premea.
A vetta a l'Aventin Cesare s'erge
Tirannic'ombra rabbuffata e fera,
E mira uscir di Libertà campioni
Popoli dal suo ardir vinti e sconfitti,
Ond'alza il brando, e cala la visiera ...
Ombra esacranda! torna
Sitibonda di soglio
Ove lo stuol dei despoti soggiorna
Oltre Acheronte a pascerti d'orgoglio:
Eroe nel campo, di tiran corona
In premio avesti, or altro eroe ritorna,
Vien, vede, vince, e libertà ridona.

      Italia, Italia, con eterei rai
Su l'orizzonte tuo torna l'aurora
Annunziatrice di perpetuo sole;
Vedi come s'imporpora e s'indora
Tuo ciel nebbioso, e par che si console
De' sacri rami dove a l'ombra stai!
I desolati lai
Non odi più di vedove dolenti,
Non orfani innocenti
Che gridan pane ove non è chi 'l rompa: -
Ve' ricomporsi i tuoi vulghi divisi
Nel gran Popol che fea
Prostrare i re col senno e col valore,
Poi l'universo col suo fren reggea;
Vedi la consolar guerriera pompa
E gli annali e le leggi e i rostri e il nome!
Come, non più del civil sangue intrisi,
Vestonsi i campi di feconde messi
E di spiche alla pace ornan le chiome!
E come benedice
Il cittadin villano,
Tergendo il fronte, Libertà felice!
Come dovizïanti a l'oceàno
Fendon gl'immensi flutti onusti pini,
Cui commercio stranier stende la mano
Sin da gli americani ultimi fini!

      Ma de l'Italia o voi genti future,
Me vate udite cui divino infiamma
Libero Genio e ardor santo del vero:
Di Libertà la non mai spenta fiamma
Rifulse in Grecia sin al dì che il nero
Vapor non surse di passioni impure;
E le mura secure
Stettero, e l'armi del superbo Serse
Dai liberi disperse
Di civico valor fur monumento:
Ambizïon da le dorate piume
Sanguinosa le mani,
E di argento libidine feroce,
E molli studj, piacer folli e vani
A libertà cangiar spoglia e costume.
Itale genti, se Virtù suo scudo
Su voi non stende, Libertà vi nuoce;
Se patrio amor non vi arma d'ardimento,
Non di compre falangi, il petto ignudo,
E se furenti modi
Dal pacifico tempio
Voi non cacciate, e sacerdozie frodi,
Sarete un dì a le età misero esempio:
Vi guata e freme il regnator vicino
De l'Istro, e anela a farne orrido scempio;
E un sol Liberator dievvi il destino.


 
 
 
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[19]

AI NOVELLI REPUBBLICANI

      Scritta nel 1797 dopo la caduta del regime oligarchico e la proclamazione della Repubblica democratica a Venezia, fu pubblicata la prima volta nel 1797 in un opuscolo con questo frontespizio:

A'
REPUBBLICANI
ODA
DEL CITTADINO
NICCOLÒ UGO FOSCOLO.
Deliberata morte ferocior.
VENEZIA
ANNO PRIMO.
Registrato al Comitato d'istruzion pubblica
dall'autore
e ristampata nell'Anno poetico dello stesso anno 1797.

      Nell'opuscolo seguono al frontespizio una Lettera dedicatoria a Gioan Dionigi Foscolo ed alcune Note illustrative, che riferiamo qui appresso.
      Parve al Mestica, e pare anche a me, che l'edizione dell'Anno poetico sia posteriore, e che perciò le diversità di lezione fra essa e l'opuscolo siano vere e proprie correzioni fatte dall'autore nell'Anno poetico. Per questa ragione anche nella presente nuova edizione delle Poesie del Foscolo metto nel testo la lezione dell'Anno poetico, e do nelle varianti la lezione dell'opuscolo; benchè all'Antona-Traversi, ch'ebbe il merito di scoprirlo e ristamparlo nelle sue Curiosità foscoliane, la lezione di esso sembri migliore. Ecco la Lettera dedicatoria e le Note illustrative.

A
GIOAN-DIONIGI FOSCOLO.

      " Eccoti un oda che ti spetta perchè ispirata dall'amore di libertà. Ei ti guida alle schiere di Bonaparte, e tu fra i soldati repubblicani morrai forse felice veggendo le patrie bandiere annunziar la vittoria. Nè la mia sorte è già dubbia: io mi resi santo il proposito di morir con la libertà, e di espormi contro il furore della licenza prima motrice di tirannia: difficile impresa ma degna di tutti i liberi. Io gli invito a seguirmi, e sieno più feroci di me, ch'io sarò lor seguace. Ove ciò sia non dei più temere della vera repubblica. I democratici deliberati atterriscono tutti i popoli: noi sarem liberi veracemente o morremo. - Salute.
Tuo FRATELLO.

      " Credo adattata a qwest'oda la lettera scritta a Tullio da Marco Bruto. Ella nel Consolo, e nell'Oratore di Ronia, ci pinge l'uomo malfermo, e quindi il non vero Repubblicano.

MARCO BRUTO A CICERONE
SALUTE.

      " A te non duole il tiranno; bensì ti duole il tiranno nemico. Soffrire un servaggio piacevole: ecco il tuo scopo. Quind'è che mi pinsi fra gli ottimi l'Addottivo di Cesare. Ma sai tu pure che i nostri padri sempre abborrirono qualunque signoria benchè mite. Per me non ho ancor divisato nè riposo, nè guerra; ho bensì fermamente proposto di non servire. Meravigliomi che il timor d'una guerra civile l'orror tutto ti sgombri d'una pace dannosa ed infame. Soqquadrasti la tirannide di Marc'Antonio, e chiedi perciò in mercede quella del Figlio di Cesare, sta sano.
(Versione da Plutarco nella vita di Bruto).

      " Lo spirito di quest'oda, e le stanze VI e seguenti sino alla X esigono che preceda il presente squarcio."

      " La legge agraria vietava in Roma le immense ricchezze cagioni d'immensa miseria, di ineguaglianza, e d'oligarchia. Obbliata perchè non cara a potenti fu da Tiberio Gracco restituita. Il Senato s'oppose; il popolo la protesse: l'interesse piu che la santità della legge animava le due fazioni. Dopo lunghe contese Tiberio, benchè tribuno della plebe, fu ucciso, e gettato co' suoi seguaci nel Tevere.
      " Caio Gracco suo Fratello minor di nov'anni vide Tiberio fra l'orror della notte: - Che stai? gli disse: non v'ha riparo; tu dei seguirmi. Questa visione la narra Tullio, e Plutarco la adotta. Tutti i veri Repubblicani hann'un genio che li rende divini; e questo genio gli offrì la larva notturna ond'ei si mosse dietro le traccie Fraterne. Propose con forza la legge Agraria e la difese con forza. Il senato mostrossi feroce ed artifizioso: il popolo seguì Gracco suo tribuno: ma quando non vinse l'oro? Successe alle dispute il sangue. Cajo sublime in campo e vincitore della Sardegna, ma nemico dell'ire interne, ne pianse. Opimio Consolo sorprese per mezzo de' mercenarj il tribuno che non volle al suo fianco la plebe armata mostrandosi inerme nel Foro.
      " Assalito non chiamò i suoi: fra le stragi de' cittadini fuggì con un servo nel tempio di Diana dove previde Roma futura: ind'inseguito, corse pel ponte Sublicio nel bosco sacro alle furie. Tentò per via di trafiggersi ma fu impedito: involandosi a suoi famigliari gridava "aborro il sangue civile" Filocrate lo seguì, e per suo cenno il trafisse ma poscia immergendosi in petto il pugnale medesimo, abbracciò Cajo agonizzante, e spirò. I corpi furon del Tevere. La Madre di Caio non pianse: narrando i fatti de' suoi figli chiamavasi: "CORNELIA MADRE DEI GRACCHI".

ODE.

      Questo ch'io serbo in sen sacro pugnale,
Io l'alzo, e grido a l'universo intero:
" Fia del mio sangue un dì tepido e nero
" Ove allontani le santissim'ale
" Dal patrio cielo Libertà feroce ".
Già valica mia voce
D'Adria le timid'onde,
E la odono echeggiando
Le marsigliesi sponde.

      Voi, che ignari di voi, già un tempo feste
Di mille regi sanguinarj al soglio,
Cui cingeva Terror, Morte ed Orgoglio,
Sgabello ecceIso de l'oppresse teste;
E de gli ottimi al sangue inutil pianto
(Di tirannide vanto!)
Mesceste a' piè de li empj;
Sorgete: il giorno è giunto
Di vendetta e di scempj.

      A l'Armi! Enteo furor su voi discende
Che i spirti sgombra, e l'alme erge ed avvampa
E accesa in ciel di ragion la lampa,
Vi toglie a gli occhi le ingannevol bende.
Che ragion, figlia di dio, v'invita
A vera morte, e addita
I rei petti esecrandi
Ove, piantate, grida,
Infin a l'elsa i brandi.

      Tremate? e invece d'inimico sangue
Lacrime infami il ferro imbelle gronda?
A che di civil quercia augusta fronda
Chieder, se ardor civile in sen vi langue?
- Baciar vi veggio, e tergere col crine,
O Spartane eroine,
Le piaghe de' feriti
Figli, e vantar la morte
De' padri e de' mariti!

      Ma Genio intanto a noi scende di pace,
E con la destra un ramuscel di ulivo
Alza, e dolce cantando inno giulivo,
Scote con l'altra man candida face;
E de le morte età la tacit'ombra
Col puro lume ei sgombra,
E sul sublicio ponte
Mostra il secondo Gracco
Pallido e cupo in fronte:

      Tu fuggi, o Caio? e ov'è la tua possanza
E il tuo repubblicano almo furore?
E del divino tuo tenace core
La mai non atterrita ov'è fidanza?
Nudasti il brando; e su le sarde porte
Presentasti la morte:
Tuonasti il vero; e doma
Al tuo parlar tremonne
La senatoria Roma.

      Quando a l'orror di notte taciturna
Del tuo spento fratel lo immane spetro
Coi crin su gli occhi, e sanguinoso e tetro
Surse del Tebro da l'incognit'urna,
Al lampeggiar di livido baleno
Voce da l'imo seno
Trasse e gridò: Che stai?
T'alza; tuo fato è scritto:
Di mia morte morrai.

      E dal fatal suo genio a man guidato
Le agrarie leggi e le virtudi antiche
Chiamasti al popol vulgo omai nemiche,
E più nemiche del tiran senato:
Ma Roma freme; e fra tremendi carmi
Suonan tremende l'armi:
Or dove cerchi scampo?
Perchè l'acciar non vibri
Che ti fè primo in campo?

      Ma voce fra 'l lontan spazio degli anni
Mi dice: Infame è chi nel patrio petto
Immerge il ferro per la patria stretto 75
Onde balzar dal soglio empj tiranni:
O padre, o padre! nell'elisie sponde
Cinto di triste fronde
Scendo, ma non mi vedi
Di civil sangue lordo
Nè fra regali arredi. -

      Pur non vi lece le mal-ferme spade,
O di novella libertà campioni,
Ripor, chè caldo dai calcati troni
A stilla a stilla ancora il sangue cade;
- Sia pace: - Armati di terror la faccia,
Pronte a ferir le braccia
Aggiate intanto, o prodi:
Cadran sepolte e nulle
Le tirannesche frodi.

      Vile è il torpor ch'a intiepidir vostr'alme
Al molle avvezze infame empio servaggio,
Piove, e cieche le rende al divin raggio
Di Libertà ch'auro diffonde e palme:
Folle è la Fama, e mille ha orecchie e lingue
Nè il falso e il ver distingue:
Quindi ministra omai
D'oligarchica rabbia
Sogna menzogne e guai.

      E guai sien pur: nè sol a Grecia e a Francia,
Nè sol a' Fabj ed ai roman cavalli,
Vincer fu dato i Sersi e gli Anniballi,
Alto-squassando la funerea lancia.
E noi liberi siam. - Ben l'universo
Sia contro noi converso.
Forse sol degno è Cato
Di morir con acciaro
A libertà sacrato?


 
 
 
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[20]

FRAMMENTO DELLA CANTICA

IL ROBESPIERRE

      Scritto forse nel 1796, fu pubblicato postumo dagli editori delle opere del Foscolo (Firenze, Le Monnier) nel vol. II dei Saggi critici, pag. 343, in fine di una lettera a Paolo Costa dell'anno 1796.

      Tal del Giordan sul margo un di solia
Pianger l'arsa Sionne e il tempio infranto
L'ispirato dall'alto, Geremia.
      E ad ogni verso del funereo canto
Contemplava le meste onde scorrenti
Tacito, immoto, colle luci in pianto.

(Robesp. c. II).

[21]

PRINCIPIO DEL PARADISO PERDUTO

DA MILTON

      Fu pubblicato la prima volta dal Carrer nella sua edizione delle Prose e poesie di Ergo Foscolo (Venezia, coi tipi del gondoliere, MDCCCXLII).

Dell'uom la prima inobbedienza e il frutto
Dell'arbore vietata, onde l'assaggio
Diede noi tutti a morte e all'infinite
Miserie, lungo dal perduto Edenne,
Finchè l'uomo divino alle beate
Perdute sedi redentor ne assunse,
Canta, o Musa celeste! E tu in Orebbo,
E tu del Sinai sul secreto giro
Già spiravi il pastori che....

Edizione telematica e revisione: 1998, Giuseppe Bonghi
Edizione HTML: Dicembre 1998, Giuseppe Bonghi
    Poesie di Ugo Foscolo, Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti editore, Livorno 1904


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ultimo aggiornamento: mercoledì 29 maggio 2002