Ugo Foscolo

Poesie Varie

[08]

LA VERITÀ

ODE.

      Composta nel 1795, fu stampata la prima volta nell’Anno poetico, ossia raccolta di poesie inedite di autori viventi; Venezia, dalla Tipografia presso Antonio Curti; anno IV. 1796.

      Sino al trono di Dio
anciò mio cor gli accenti,
Che in murmure tremendo
Rispondono i torrenti,
E dalla ferrea calma
Delle notti profonde
Palma battendo a palma
Ogni morto risponde.

      D'entusïasmo ho l'anima
Albergo; e sol d'un Nume
Io son cantor: degli angeli
L'impenetrabil lume
Circonda il mio pensiero,
Ch'erto su lucid'ali,
Sprezza l'invito altero
De' superbi mortali.

      E coronar di laudi
Dovrò chi turpe e folle
Splendido sol per l'auro
Sa l'orgoglio s'estolle?
Che dir deggio di lui?
Pria di giustizia il brando
Su' forti bracci sui
Vada folgoreggiando;

      E canterò. Nettarea
Da me non cerchi ei lode,
Se a lutulenta in braccio
Sorte tripudia e gode,
E tra un'immensa schiera
D'insania al carro avvinto
scioglie con sua man nera
A iniquitate il cinto.

      E tu chi sei che il titolo
Santo d'amico usurpi?
E vile d'amicizia
L'aspetto almo deturpi?
Chi sei tu che m'inviti
Di gloria a spander raggio
E a sciòrre inni graditi
A chi in virtù è selvaggio?

      Non sai che santuario
Al ver nell'alma alzai
E che io del vero antistite
Sempre d'esser giurai?
Non sai che mercar fama
Da tal canto non curo,
E più dolce m'è brama
Sul ver posarmi oscuro?

      Vero suonò di Davide
Il pastoral concento,
E a Dio piacque il veridico
Suono, e tra cento e cento
L'unse a' popoli ebrei
Rege di pace, e adorni
D'illustri eventi e bèi
Fe' dell'uom giusto i giorni.

      E immagine d'obbrobrio
Vuoi tu farmi, o profano?
Oh! quell'immonda faccia
Copriti con la mano
Lungi da me: chi fia
Cui faccian forza i detti
Ch'io l'alta cetra mia
Di ricca peste infetti!

      Garrir fole non odemi
L'atrio di adulazione,
E in questa solitudine
Dall'aurata prigione
Fuggo; esecrando il folle
Che blandisce con mèle
Il grande; e in sen gli bolle
Rancor, invidia, e fiele.

      Dunque chi vuol, d'encomio
Canti impudente intuoni
Per lo tuo eroe; ch'io cantici
Fra gli angelici suoni
Ergo al Solopossente,
Che dall'empirea sede
Gl'inni in letizia sente
Di verità e di fede. 80


 
 
 
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[09]

LA MORTE DI ***

ODE.

Fu pubblicata la prima volta nel Mercurio d’Italia (ottobre 1796). nella mia prima edizione critica delle Poesie del Foscolo io ne diedi un’altra lezione, certo anteriore, cavandola da un libretto di Lettere inedite di Ugo Foscolo, stampato a Brescia in occasione di nozze nel 1844 dal dottor Uberti. Sono le lettere al Fornasini, con una delle quali, dell’anno 1795, Ugo mandò all’amico suo la poesia manoscritta. L’edizione del Mercurio mi sfuggì. Il Mestica le riprodusse tutte e due. Il Chiarini dà il testo del Mercurio e le varianti dell’altro, nel quale il titolo è così: In morte del duca G.C.

      Odi che il bronzo rimbombando langue,
E l'ultimo momento
Morte si strappa, e sul tuo volto esangue
Stende le man: ... sei spento.

      Urlan le furie accapigliate, e intorno
Stanti con folta notte,
Chè alfine di putredine il soggiorno
Con gli abissi t'inghiotte.

      O tu, folle! sperasti altro compenso
Dall'empietà che teco
Negra impresa di sangue, e volo immenso
Tentò eretta del cieco

      Ardir su l'ali? accumulare i scempi
De' tiranni piú rei,
Non re, sapesti; ma percoton gli empi
Non chimerici Dei.

      Invan gloria sognasti, il grido invano
Tu de' secoli udisti,
Ch'or plausi turpi d'uno stuolo insano
A esecrazion van misti.

      Vincesti? e invan; regnasti? e invan, superbo,
Chè con destra di possa
De' giusti il Dio del tuo comando acerbo
La catena ha già scossa.

      Veggio l'empio seder amplo in suo orgoglio
Qual di monte ombra in campo;
Sublime al par di cedro erge suo soglio;
Ma squarcia l'aer un lampo;

      Tosto il veggio tremar, piombar, sotterra
Cacciarsi al divin foco;
Invan lo sguardo mio cercandol erra,
Nemmen conosco il loco.


 
 
 

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[10]

LA CROCE

Vere Deus est in loco isto

Gen.

      Questo Canto e l'ode che segue ad esso, intitolata Il mio tempo, furono pubblicati dall'autore nel Canzoniere per la monacazione di nobil donzella veneta, scritto e stampato a Verona nel 1796 (seconda edizione, stamperia Giuliari), e nel Mercurio d’Italia dell’anno suddetto, secondo semestre. Il Mestica diede nel testo la lezione del Canzoniere, benchè non gli paia sempre migliore, e le varianti del Mercurio; il Chiarini dà il testo nella lezione del Mercurio, che crede l’ultima, e in nota le varianti dell'altra. Nel Canzoniere precede ai due componimenti questa dedicatoria:

Professando la regola
di Sant’Agostino
fra le eremite
la nobil donzella
Maria Toderini ora Maria Serafina
Delle Cinque Piaghe
canto
consecrato alla nobil donna
Maddalena Toderini
Pappafava
sorella amorosissima
della sacra sposa.

      " Eccellenza, Offro que’ versi, che cantano la più saggia delle Donzelle, alla sorella più tenera ed alla Donna più virtuosa e sensibile. I loro pregi non degni di Voi, vengono compensati dal rispetto, con cui li consacro, e dall’augusto soggetto che ve li deve rendere cari. Ad ogni modo, se ciò pure non avvenisse, io sarò pago d’aver cantato de' versi ispiratimi dall’angelica Figlia di un egregio Patrizio, e indirizzati alla sola Donna ch’io venero. L’Autore ".

      Abbracciava il Creato immensa notte,
E nel deserto con ruggir feroce
Rompeano i turbi le sonanti grotte;
      Quando tuonar udii terribil voce
Che dal sonno mi scosse, e all'aer in grembo
Vidi alto balenar rovente Croce.
      Piovea di sangue e di fiammelle un nembo
Cui sette Serafini a capo chino,
Onde raccôr, stendean l'aurato lembo;
      E aprissi il Cielo, e scese un Cherubino
Con un Calice in mano ov'era scritto
A note di adamante: Amor Divino.
      E poi ch'ebbe tre volte circoscritto
Lo spazio delle sfere, a posar venne
Sul tronco ove lavossi ogni delitto;
      Indi abbracciollo, e Cantico solenne
Coi Spiriti minori erse in dolore,
Dolce battendo di fulgor le penne.
      E a me, cui maestà cerchiava il core,
Scrivi scrivi, gridò, ciò che vedrai,
Chè queste son l'alt'opre del Signore.
      A lui per riverenza io m'atterrai,
E al suon di tromba vidi in Orïente
Splender igniti abbarbaglianti rai;
      E venir vidi in leggiadria decente
Amabil Verginella, alla cui fronte
Ornamento facea candor lucente.
      Così non luce mai vermiglio il monte
Cui batte il Sol di sera, e sì non luce
Sul mattin odoroso l'orizzonte.
      Nube che fior sparpaglia la conduce
Per l'aer leggiadramente, ed al suo lato
Fervida stassi Carità per duce.
      Di mite venticel fragrante fiato
Spingea la bianca nube, e dir parea:
In uffizio sì caro io son beato.
      E poi che giunse là 've risplendea
L'augusta Croce, e di Angeli uno stuolo
Radïante corona la facea;
      Troncò la nube candidetta il volo,
E soffermossi a piè del Cherubino
Che scese i Cieli maestoso e solo.
      Ed ei sul capo riverente e chino
Dell'innocente Vergine la palma
Stese, e sparse su lei sermon divino;
      E le dipinse la placida calma,
Che ascosa al mondo sotto un puro ammanto
Gode al raggio di Dio beata un'alma:
      E al suo parlar svegliossi da ogni canto
Un'indistinta soave armonia,
Un dolce dolce amorosetto canto.
      Pinse come su i Cieli rifiorìa
D'amaranto immortale un vago serto
Per chi l'inferno ed il peccato obblìa:
      E al suo parlar vezzosamente aperto
Si vide il prato ne' color più gai,
E di fioretti amabili coperto.
      Del Paradiso le beltà vedrai,
Le disse; e tutta a un tratto si cosperse
L'etra di gioja, di candor, di rai.
      Ma tosto d'atro orror si ricoverse,
Brontolàr tuoni, serpeggiaro lampi
Quando a morte e a terror la bocca aperse,
      E pinse come per i negri campi
Nelle tempeste l'alto Dio passeggia,
E qual di fiamme e di bufere avvampi
      Piena d'aspri lion l'empirea reggia,
E qual su nubi negro e sanguinose
Con igneo brando la Giustizia seggia.
      Tremante allor con luci timorose
Si strinse alla sua duce la Donzella,
E nel suo petto il volto si nascose.
      Poi s'alzava, qual dopo la procella
Pian pian tragge dal nido il collo, e guata
L'impaurita ingenua colombella.
      Indi com'ebbe alquanto confortata
L'etereo messagger dolce e clemente
La timidetta Vergine beata,
      Al labbro le appressò del rifulgente
Calice l'orlo, e con i lumi al Cielo
Essa il libò pietosa e ubbidïente.
      Siccome spunta il Sol senza alcun velo,
Ratto ell'arse negli occhi e nel sembiante
Splendidamente di celeste zelo;
      E più che al tergo avesse ed alle piante 
D'aquila i vanni, di salute al legno
Lanciossi e affisse le sue labbia sante.
      Il maggior Cherubino allor fe' segno
Ai sette Spirti, e rapidi il seguiro
Del firmamento vèr lo schiuso regno:
      E in estasi di gioja e di martiro
Lasciàr quell'Angioletta su la Croce,
Che or lagrima spargeva ed or sospiro.
      Poi tutto sparve, chè tremenda voce
Rintuonò intorno, e da' lor cupi abissi
Tornàr la notte e il turbine feroce,
      E ancor tremando quel che vidi io scrissi.


 
 
 
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IL MIO TEMPO

ODE.

      Composta, come la poesia precedente nel 1796, in occasione della monacazione della nobile veneziana Maria Toderini.

      Chi medita fra 'l tacito
Saggio orrore di grotte,
E di Giob su le pagine
Tragge vigile nette,
E chi in ribrezzo fugge
Donde la colpa rugge?

      Guai guai! d'ira e giustizia
Il Lione passeggia,
Le zampe e i labbri insanguina
Entro splendida reggia, 10
E all'universo folle
Un regicidio estolle.

      Tutto imperversa: ingemina
Il nitrir de' cavalli,
Mentre fra bronzi orrisoni
Rimbombano i timballi,
E infuriata guerra
Cittadi sfianca e atterra

      Ma qual candida Vergine
In puro ammanto ascosa
Fra gli orrori dell'eremo
In grembo a Dio riposa,
E il volto ingenuo copre
Rimpetto a orribil opre!

      Vien meco, o Eletta, a piangere
Il soqquadrato mondo,
Ch'ode gli eterei fulmini,
E corre furibondo
A trar suoi giorni eterni
Ne' spalancati averni:

      Vieni; e stringendo in lagrime
L'insanguinata Croce,
A Dio manda fra '1 gemito
Pietosa innocua voce,
Mentr'io per l'erbe intanto
Di terror spargo un canto.

      Vedilo! È Dio che l'aere
Sol con un braccio occupa,
Ed accigliato spazia
Entro tuonante e cupa
Carca di piaghe nube,
Mentre ai fulmini jube.

      Forse avverrà che al flebile
Suono di tue parole
A noi s'apra più splendido
Di sua pietade il sole,
E dall'olimpio trono
Spanda mite perdono.

      Già di sterminio l'Angelo
Su Morte accavalcato
Punìa dell'empia Ninive
Il delitto ostinato;
Già vibrava furente
Su lei brando rovete;

      Ma al suol sparsa di cenere
Penitenza prostrosse,
E squallida di Jehova
L'augusta ira rimosse,
Ed arrestò la mano
Al feritor sovrano.


 
 
 
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IN MORTE DI AMARITTE

ELEGIA.

      Scritta nel 1794, fu pubblicata la prima volta, colle semplici iniziali N. U. F., nella seconda edizione di un libretto di versi In morte di Amaritte (Venezia, 1796, stamperia Fenzo), e ristampata nel 1880, in occasione di nozze veronesi, da Pietro Sgulmero, che vi aggiunse un breve discorso a dimostrarla opera giovanile del Foscolo. Amaritte è l'anagramma di Marietta de' Medici, sposa del conte Luigi Balladoro, morta a ventidue anni il 12 dicembre 1794.

      Qui sorge un'urna, e qui in funereo manto
Erran le Grazie, e qui echeggiar s'ascolta
Flebili versi, fioche voci, e pianto.
      E di cipressi sotto oscura volta
Cupa Malinconia muta s'aggira
Coi crin su gli occhi, e nel suo duol raccolta.
      Qui gemebondo a lagrimar si mira
Vate canuto su la sorda pietra,
E ora ammuta, ora geme, ed or sospira:
      Giace da un lato al suol mesta la cetra,
Che con le dolci fila tremolando
Manda intorno armonia confusa e tetra;
      E i primi affanni suoi più rammentando
Al tetro suon Filomela risponde
Suoi lai soavemente modulando.
      Al duol che il Vate misero diffonde
Tutto sospira, tutto s'accompagna
Tutto a piangere seco si confonde.
      Trista è così de' morti la campagna
Allor che Young fra l'ombre de la notte
Sul fato di Narcisa egro si lagna.
      E al suon di sue querele alte interrotte
Silenzio, Oscurità s'alzan turbati
Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.
      Qui pur regna tristezza! E al colle, ai prati
Agli alberi, alle fonti, ed agli augei
Narra il buon Veglio d'Amaritte i fati.
      Anch'io, dolce Poeta, anch'io perdei
Tenera, amica, onde confondo or mesto
A' tuoi dirotti pianti i pianti miei.
      Erano gli occhi suoi caro e modesto
Raggio di Luna, era il parlar gentile
Giojoso cardellino appena desto.
      Ah! la Ninfa più amabile d'aprile
Che inghirlanda di rose i crini a Flora
Tanto non era a sua beltà simìle.
      Ma come il Sol de la vezzosa Aurora
Le chiome arde e le vesti, e co' suoi dardi
Spegne i fioretti, e di Favonio l'òra;
      Così Morte accigliata i dolci sguardi
Della tenera amica d'improvviso
Chiuse, chè i voti miei furono tardi.
      Pallido e smorto io vidi il vago viso,
Udii gli estremi accenti, e '1 fiato estremo
Esalare fra un languido sorriso.
      È un anno intanto che coi pianti io spremo
Dell'affannato cor l'immensa doglia,
Che sol trovo conforto allor ch'io gemo.
      Cinta di bianca radïante spoglia
Scende talora la pietosa amante
A consolarmi da l'empirea soglia.
      E poco fa Ella apparve a me dinnante
A mano d'Amaritte, a cui conforme
Fu l'età, fu il costume, e fu '1 sembiante.
      A le fiorite placide lor orme
Io le conobbi, ed al sereno riso,
E le conobbi a le beato forme,
      Sparpagliavano gigli, e dolce, e fiso
Aveano in me quel raggio, che d'intorno
Il piacer diffondea del Paradiso.
      Poscia su rosea nube a lor soggiorno
Corteggiato dai Spiriti innocenti
Balenando beltà facean ritorno.
      Ma tu, dolce Poeta, a' tuoi lamenti
Pon modo alfine, e fa' che un lieto canto
S'unisca ai loro angelici concenti.
      Or che siedi su l'urna, e un serto intanto
Di cipresso lor tessi, Elle dal Cielo
Ti guardan coronato d'amaranto.
      Oh! se avvolta talora in niveo volo
La gentil Coppia a raddolcir discendo
La piaga che a te fe' di morte il telo;
      Deh! tu ravvisa alle Virginee bende
Al crin biondo alle cerule pupille
La mia Angioletta, e sospirando dille:
      Odi che il tuo Fedel piange e t'attende.


 
 
 
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LE RIMEMBRANZE

      Pubblicata nel citato " Anno poetico, ossia Raccolta annuale di poesie edite di autori viventi "; Venezia 1797, dalla tipografia di Antonio Curti.

      E questa è l'ora! mormorar io sento
Co' miei sospiri in suon pietoso e basso
Tra fronda e fronda il solitario vento.
      E scorgo il caro nome; e veggo il sasso
Ove Laura s'assise, e scorro i prati
Ch'ella meco trascorse a passo a passo.
      Quest'è la pianta che le diè i beati
Fior ch'ella colse, e con le molli dita
Vaga si fe, ghirlanda ai crini aurati.
      E questo è il conscio speco, e la romita
Sponda cui mesto lambe un fonte e plora,
E i ben perduti a piangere m'invita
      Qui de’ più gai colori ornossi Flora,
Qui danzaro le Grazie, e qui ridente
A mirar la mia donna uscì l'Aurora. 15
      E qui la Luna cheta e risplendente
Guatocci, e rise; e irradïò quel ramo
Ove ha nido usignol dolce-gemente;
      E scosso l'augellin, mentre ch'io: " T'Amo "
A Laura replicava, uscir s'udia
Ne' suoi dolci gorgheggi: " Io t'amo io t'amo ".
      O sacra rimembranza, o della mia
Prima felicità tenera immago,
Cui Laura forse a consolarmi invia;
      Vieni: tu vedi solitario e vago
Il giovin vate, che piangendo porta
Ahi! d'affanni più gravi il cor presago.
      Già s'avanza la Sera, e la ritorta
Conca tien alla destra, e di rugiade
Le languid'erbe, e i fiori arsi conforta.
      E il Sol che all'Oeeàn fiammeo ricade,
Vario-tinge le nubi, e lascia il mondo
All'atra Notte che muta lo invade.
      E tutto è mesto: e dal cimmerio fondo
S'alzan con l'Ore negre e taciturne
Oscuritate e Silenzio profondo.
      Era l'istante che su squallide urne
Scapigliata la misera Eloisa
Invocava le afflitte ombre notturne;
      E su1 libro del duolo u' stava incisa
ETERNITADE E MORTE, a lamentarsi
Veniasi Young sul corpo di Narcisa:
      Ch'io smarrito in sembiante, e aperti ed arsi
I labbri, e incerto i detti, e gli occhi in pianto,
Coi crin sul fronte impallidito sparsi,
      Addio diceva a Laura, e Laura intanto
Fise in me avea le luci, ed agli addio
Ed ai singulti rispondea col pianto
      E mi stringea la man: - tutto fuggìo
Della notte l'orrore, e radïante
Io vidi in cielo a contemplarci Iddio,
      E petto unito a petto palpitante,
E sospiro a sospir, e riso a riso,
La bocca le baciai tutto tremante.
      E quanto io vidi allor sembrommi un riso
Dell'universo, e le candide porte
Disserrarsi vid'io del Paradiso....
      Deh! a che non venne, e l'invocai, la morte?


 
 
 
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Notturno

Sonetto

     Lo stamparono gli editori fiorentini nel vol. II dei Saggi di critica, XI delle Opere, ed. Le Monnier, con questa nota:
      "Ce ne diede copia il sig. F. De Pellegrini autore delle Cantilene popolari, come di componimento che a Venezia ognuno riconosce essere del Foscolo. E veramente l’affetto, la melanconia e lo stile ci sembrano di lui".
     
Non v’ha dubbio che il sonetto è del Foscolo. Evidentemente è una prima lezione del sonetto maggio V, che presenta lo stesso ultimo verso, a parte la variante "t’invola / t’asconde". (Chiarini)
      Scritto a Venezia nel 1797, pubblicato postumo, fu poi rifuso nell'altro "Di se stesso all'amata". Il titolo "Notturno" è dell'editore. (Ludovico Magugliani)

      Quando la terra è d'ombre ricoverta,
E soffia '1 vento, e in su le arene estreme
L'onda va e vien che mormorando geme,
E appar la luna tra le nubi incerta;

      Torno dove la spiaggia è più deserta
Solingo a ragionar con la mia speme,
E del mio cor che sanguinando geme
Ad or ad or palpo la piaga aperta.

      Lasso! me stesso in me più non discerno,
E languono i miei dì come viola
Nascente ch'abbia tempestata il verno;

      Chè va lungi da me colei che sola
Far potea sul mio labbro il riso eterno:
Luce degli occhi miei, chi mi t'invola?


 
 

 
 


 
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AL SOLE

      Scritto e pubblicato nel 1797.

      Alfin tu splendi, o Sole, o del creato
Anima e vita, immagine sublime
Di Dio, che sparse la tua faccia immensa
Di sua luce infinita! Ore e Stagioni,
Tinte a vari color danzano belle
Per l'aureo lume tuo misuratore
De' secoli, e de' secoli scorrenti,
Alfin tu splendi! tempestoso e freddo
Copria nembo la terra; a gran volute
Gravide nubi accavallate il cielo
Empian di negre liete, e brontolando
Per l'ampiezza dell'aere tremendi
Rotolavano i tuoni, e lampi lampi
Rompeano il bujo orribile. - Tacea
Spaventata natura; il ruscelletto
Timido e lamentevole fra l'erbe
Volgeva il corso, nè stormian le frondi
Per la foresta, nè dall'atre tane
Sporgean le belve l'atterrita fronte. -
Ulularono i venti, e ruinando
Fra grandini, fra folgori, fra piove
La bufera lanciosse, e riottoso
Diffuse il fiume le gonfie e spumose
Onde per le campagne, e svelti i tronchi
Striderono volando, e da’ scommossi
Ciglion dell'ondeggianti audaci rupi
Piombàr torrenti, che spiccati massi
Coll'acque strascinarono. Dal fondo
D'una caverna i fremiti e la guerra
Degli elementi udii; Morte su l'antro
Mi s'affacciò gigante; ed io la vidi
Ritta: crollò la testa e di natura
L'esterminio additommi. - In ciel spiegasti,
O Sol, tua fronte, e la procella orrenda
Ti vide e si nascose, e i paurosi
Irti fantasmi sparvero.... ma quanti
Segni di lutto su i vedovi campi,
Oimè, il nembo lasciò! Spogli di frutta,
Aridi, e mesti sono i pria sì vaghi
Alberi gravi, e le acerbette e colme
Promettitrici di liquor giocondo
Uve giacciono al suol; passa 1'armento
E le calpesta; e istupidito e muto
L'agricoltore le contempla e geme.

      Intanto scompigliata, irta e piangente
Te, o Sol, ripriega la Natura, e il tuo
Di pianto asciugator raggio saluta;
E tu la accendi, e si rallegra e nuovi
Prometto frutti e fior. Tutto si cangia,
Tutto père quaggiù! Ma tu giammai,
Eterna lampa, non ti cangi? mai?
Pur verrà dì che nell'antiquo vòto
Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo
Ritirerà da te: non più le nubi
Corteggeranno a sera, i tuoi cadenti
Raggi su l'Oceàno; e non più l'Alba
Cinta di un raggio tuo, verrà su l'Orto
Ad annunziar che sorgi. Intanto godi
Di tua carriera: oimè! ch'io sol non godo
De' miei giovani giorni: io sol rimiro
Gloria e piacere, ma lugubri e muti
Sono per me, che dolorosa ho l'alma.
Sul mattin della vita io non mirai
Pur anco il Sole; e omai son giunto a sera
Affaticato; e sol la notte aspetto
Che mi copra di tenebre e di morte.


 
 
 
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LA GIUSTIZIA E LA PIETÀ

Questo poemetto in due canti fu scritto nel 1797 e pubblicato la prima volta nello stesso anno  in un opuscolo in 8° col frontespizio seguente: "

La
Giustizia e la Pietà
Canti due
A Sua Eccellenza
Angelo Memmo IV
Nel suo regresso dalla Reggenza
Di Chioggia.
MDCCXCVII .
Al frontespizio segue questa dedica:
Al
giusto e pietoso
Angelo Memmo IV
benemerito
Rettore di Chioggia
la
gratitudine e la reverenza
di
Angelo Chiozzotto
D. O. C.

      Il signor Tommaso Emanuele Cestari, che trovò questo opuscolo nella Marciana, ne trasse copia e la mandò al Bianchini. Il Bianchini la comunicò me, che me ne servii per la prima edizione critica delle Poesie del Foscolo; credendola esatta, non pensai a farla riscontrare con la stampa. Ciò che io non feci, lo fece poi il Mestica, il quale potè così correggere alcune inesattezze, che naturalmente ho poi corrette anch'io.
      Il Bianchini, mandandomi la copia dei Canti, vi aggiungeva queste notizie estratte dalla lettera con cui il Cestari l'aveva inviata a lui:
      " Nell'autunno del 1846, il signor Cestari, ordinando gli opuscoli della Marciana, ne trovò uno sulla cui copertina era scritto: Canti di Ugo Foscolo dedicati a Memmo IV da Angelo Chiozzotto. Lettili e fattili leggere ad alcuni amici, fra i quali il Carrer, che tutti li giudicarono opera del Foscolo, il signor Cestari, desideroso di accertare anche meglio la loro autenticità, si rivolse ad un suo parente in Venezia, il signor Felice Chiozzotto, figlio del nominato Angelo Chiozzotto, che avea fatti imprimere e dedicati a Memmo IV i due Canti. Felice Chiozzotto avea da fanciullo conosciuto il Foscolo, che usava frequentemente in casa del padre suo. Fatta qualche ricerca fra le carte di famiglia, il Chiozzotto vi rinvenne un'altra copia dell'opuscolo trovato dal Cestari nella Marciana, ma niente altro che potesse dar lume intorno a quella poesia. Disse però al Cestari, rammentarsi che nè suo padre nè alcuna delle persone che praticavano in casa sua erano soliti scriver versi, ad eccezione del Foscolo; il quale spesso ne componeva anche d'improvvisi e satirici, che andava poi recitando nelle allegre brigate: ritenere egli perciò che il Foscolo fosse senz'altro l'autore dei Canti.
      " Il signor Cestari, avutane licenza dal Chiozzotto, voleva nel 1847 pubblicarli, e ne diede fuori l'avviso: ma il ritardo della Censura austriaca a dare il permesso di stampi e gli avvenimenti politici sopravvenuti lo distolsero da quella pubblicazione ".

CANTO PRIMO.

      Quando l'Eterno passeggiò col guardo
Tutto il creato, diffondendo intorno
Riso di pace, e fiammeggiar si vide
Ne' cieli il Sole, e rotear le stelle
Dietro la dolce-radïante Luna
Tra il fresco vel di solitaria notte,
E germogliò natura, e al grigio capo
Degli altissimi monti alberi eccelsi
Fèro corona, e orrisonando udissi
L'ampio padre Oceàn fremer da lungi;
Sin da quel giorno d'aquilon su i vanni
Scese Giustizia, e i fulmini guizzando
Al fianco le strideano, i dispersi
Crini eran cinti d'abbaglianti lampi.
In alto assisa vide ergersi il fumo
D'innocuo sangue, che fraterna mano
Invida sparse, e dagli vacui abissi
A tracannarlo, e tingersi le guance
Morte ansante lanciossi: immerse allora
La Dea nel sangue il brando, e a far vendetta
Piombò su l'orbe, che tacque e crollò.
Ma fra le colpe di natura infame
Brutta d'orrore la tremenda Dea
Si fe' nel viso, e '1 lagrimato manto
E le aggruppate chiome ad ogni scossa
Grondavan sangue, e fra gemiti ed ululi
S'udia l'inferno e la potenza eterna
Bestemmiando invocati. - A un tratto sparve
Contaminata la Giustizia fera,
E al sozzo pondo dell'umane colpe
Le suo immense bilance cigolaro;
Balzò l'una alle sfere, e l'altra cadde
Inabissata nel tartareo centro.

      L'Onnipossente dal più eccelso giro
Della sua gloria, d'onde tutto move,
Udì le strida del percosso mondo,
E al ciel lanciarsi la ministra eterna
Vide: accennò la fronte, e le soavi
Arpe angeliche tacquero; e la faccia
Prostraro i cherubini, e '1 firmamento
Squassato s'incurvò. - Verrà quel giorno,
Verrà quel giorno, disse Dio, che all'aere
Ondeggeranno quasi lievi paglie
L'audaci moli; le turrite cime,
D'un astro allo strisciar, cenere e fumo
Saranno a un tratto; tentennar vedrassi
Orrisonante la sferrata terra,
Che stritolata piomberà nel lembo
D'antiqua notte, fra le cui tenèbre
E Luna e Sol staran confusi e muti;
Negro e sanguigno bollirà furente
Lo spumante Oceàn, rigurgitando
Dall'imo ventre polve e fracid'ossa,
Che al rintronar di rantolosa tuba
Rivestiran lor salma, e quai giganti
Vedransi passeggiar su le ruine
De' globi inabissati! E morte e nulla
Tutto sarà: precederammi il foco,
Fia mio soglio Giustizia, e fianmi ancelle,
Armate il braccio ed infiammato il volto,
Ira e Paura! Ma Pietà sul mondo
Scenda sino a quel giorno, e di tremenda
Giustizia fermi l'instancabil brando.
Disse; e Pietà, dei Serafin tra mille
Voci di gaudio, dell'Eterno al trono
Le ginocchia piegò; stese la palma
Il Re dei re su la chinata testa,
E l'unse del suo amor. Udissi allora
Spontaneamente volteggiar pe' cieli
Inno sacro a Pietà: m'udite attenti
E terra e mar, e canterò; m'udite,
Chè questo è un inno che dal ciel discende.

CORO.

Candida al par di neve, e pura e bella
Siccome raggio di lucente aurora,
O del trono di Dio splendida ancella.

SEMICORO.

E quando il Sole l'universo indora:
Tanto col guardo tuo tu bèi Natura,
Che da lungi ti sente e che t'adora.

CORO.

Candida al par di neve, e dolce e pura
Siccome raggio d'aspettata aurora,
Che il velo rompe della notte oscura.

SEMICORO.

O dell'eterno Amore eterna Suora,
Tua mano tutto colorisce e molce,
E Dio intanto ti guarda, e s'innamora

CORO.

Candida al par di neve, e fresca e dolce
Siccome raggio di novella aurora,
Che drizza i fiori, li ravviva e folce!

SEMICORO.

Scendi tu rapida, scendi sul mondo,
Stendi pietosa le braccia, e a' miseri
Tergi le lagrime col crine biondo.

TUTTI.

Scendi tu rapida, scendi sul mondo.

      All'arpeggiar di mille aurate cetre,
All'inneggiar di mille Angeli, e mille
Spirti di Paradiso, erse la fronte
Pietà, la bella fra le belle Dive
Che sotto l'alto padiglion del Sole
Fanno sgabello dell'Immenso al trono;
Erse la fronte, e su leggera nube,
Cui fra colori candidi e rosati
Trapelan raggi di beltà celeste,
Scese sul mondo: al suo passar di doppia
Luce brillàr le mattutine stelle,
Al suo passar piobbero fiori intorno,
E l'aer che vide quel beato riso,
Con zeffiri giocondi le rispose.
Girò lo sguardo, e di mortali eletti
Vide uno stuolo; e il manto ampio di tergo
Si cinse, e diello a quei che temprar sanno
Con pietade giustizia; indi rivolse,
Poichè sorrise su la mesta terra,
L'alata nube vèr l'empiree volte,
Il suo ricovrator manto lasciando.


 
 
 
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CANTO SECONDO.

O beato colui, che il sacro manto
Di pietà stende, ed il sudor non terge
Dalla stanca sua fronte, onde in soave
Obblio sopire l'infinite angosce
Dell'infelice umanità! Beato
Tre e quattro volte! e te beato, o Memmo,
Angelo in terra, che nel sangue mai
Tingesti il ferro, che a tua rnan commise
Giustizia dura, pria che il dolce labbro
Della Pietà nel generoso petto
Con accenti caldissimi, sublimi
A pro dell'uom, che di non visti casi
Tratto è dall'urto a involontarie colpe.
Te la più bella fra le belle Dive,
Pietà, nel giorno che gl'illirj campi
In maestà calcasti, e passeggiava
A te dinanzi colla spada in alto
Giustizia fera, te Pietà clemente
Segni di retro, e benedì tua destra
Il villanello, che su i pingui còlti
Con l'innocente famigliuola il grano
A' rigidi apprestava boreali
Giorni del verno; e il pescator stillante
Dalle lacere vesti, e dalle fredde
Membra marine gocce accolte in ghiaccio
Dall'impetrita sabbia, inni ed evviva
A te lanciava, e a tua pietà! S'udiro
Quando partisti lamentose e sole
Errar le Ninfe, dell'illiria terra
Presidi eterne, e di Memmo, e di Memmo
Gir ripetendo fra sospiri il nome.
E per più giorni impietosita l'Eco
Memmo d'intorno rispondeva Memmo.

      Te accompagnò Pietà quando volgesti
Leggiadramente alteramente un tempo
Per le cerulee splendidissim'onde
Dell'Ionio soggetto aurata nave
Cinta di quercia; su l'eccelsa prora
Stea tua fortuna, ed al governo attento
Presiedeva il tuo fato, augusto fato
Da Dio scolpito nell'eterno Ebro:
Zeffiro fra le vele agili piume
Spiegava, e '1 crin della superba testa
Del tuo Leon, che ti ruggiva al fianco,
Scuotea passando. Di trofei ricinta
Te Corcira adorò; d'Itaca i solchi
Al tuo apparire germinaro, offrendo
A te raro tributo; e Cefalene 160
Ancor ne serba la memoria dolce.
Ma Pietà tacque, e tuonasti vendetta
Decretata già in ciel, quando alle ricche
Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo.
Tremaro. Ahi come abbandonate e sole
Stavan su i freddi talami le meste
Consorti cinte dai piangenti figli!
Ahi come il sangue uman sparso dell'uomo
Scorreva a rivi! ahi come in man del ladro
Era la lance di giustizia, e come
Tutto era notte, tempesta, spavento!
Ma tu sorgesti, e il lutto sparve: ancora,
Al Memmio nome, l'omicida infame
Getta il pugnale, ed all'aratro torna,
Onde sien carchi di Britannia i pini, 175
Del dolce frutto di Zacinto onore.

      Ma te richiama, e tua pietà, la mite
Città di Clodio, e tu rimetti il brando
Nella vagina, e col soave manto
Della pietà per le contrade umìli
Passi e sorridi, e si rallegra il retto
Popolo industre, che di frutta e fiori,
E di coralli, e di crostacei t'offre
Pieni canestri, e le navali moli
T'addita al guardo, che dal genio erette
Di non superbo artefice, vedransi
Dovizïanti, e d'ampie merci onuste
Un giorno forse primeggiar su i mari.

      Quando il settentrion l'onde solleva,
Quando sul lido la procella mugge, 190
E notte casca sul turbato mondo,
Quante s'ingoja, oimè! vittime umane
L'irato mare; quante disperdendo
Vane querele nell'iante bocca
Soffoca il nome di padre e di figli!
Chè senza scorta il navigante invano
Drizza le vele, ed il timon governa
Fra il calcato notturno immenso orrore.
Ma di te, padre di tua grata gente,
Angel sublime, ell'è opra (di te degna)
La somma lampa che s'estolle, e annunzia
Di Memmo il vanto sul marmoreo ponte,
Che innanzi alla città tutto il mar guarda.
Oh quante volte il liberato amico
Baciar vedrassi su quel ponte; oh quante 205
Di benedizïon tenere voci
S'udranno sparse a te; quante corone
Su la memore lapide sacrate,
Poichè tu scorta a' naviganti ergesti,
E bastò Memmo gl'implacati flutti
Deluder solo, ed il furor dei venti!

      Pèra colui che il popolar diritto
Infranse primo, e calpestò la plebe
Schiava, già donna di sè stessa e d'altri.
Tu, Memmo augusto, dal suo vile fango
L'alzasti, e i dritti antiqui ormai scordati
Tu le rendesti, e di Pietà fu voce
Mista a Giustizia; e in te l'orgoglio tacque,
Che prepotente di chi regna, siede
Sul soglio, e spegne di virtù la face;
E tu mostrasti alla clodiense gente
Che mal s'accorda con virtù l'orgoglio.

      Del giudizio final suoni la tromba,
E l'Eterno discenda; innanzi al santo
Giudice tremendissimo trarranti
E Giustizia e Pietà: Quest'è il ministro,
Diran, sacro a noi sole. Echeggeranno
Gli angeli tutti, e su le candid'ali
Tra plausi eterni recheran tuo spirto
Nell'increata inenarrabil luce.


 
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Edizione telematica e revisione: 1998, Giuseppe Bonghi
Edizione HTML: Dicembre 1998, Giuseppe Bonghi

    Poesie di Ugo Foscolo, Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti editore, Livorno 1904


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ultimo aggiornamento: mercoledì 29 maggio 2002