Ugo Foscolo
Poesie Varie
INNO ALLA NAVE DELLE MUSE
Questa poesia fu stampata la prima volta dal Carrer nella sua edizione delle Prose e
poesie edito o inedito del Foscolo. Egli la trasse, credo, dalle copie di scritti
foscoliani, che il prof. Tipaldi ebbe dalla Donna gentile per una edizione delle
opere del Foscolo, che promise e non fece, e fu fatta poi dal Carrer. La copia di questa
poesia avuta dal Carrer dovette essere molto scorretta, e mancante del titolo, che essa ha
nell'autografo nei mss. foscoliani della Nazionale di Firenze. L'Orlandini ristampò la
poesia tale quale la diede il Carrer, e col medesimo titolo di Frammento dell'Alceo.
Io la ristampo come sta nell'autografo, e col titolo che ha in esso. (Chiarini 1904)
Scritto nel 1806, quest'inno è un
frammento dell'Alceo, un Carme che il Foscolo disegnava di scrive «sulla storia della
letteratura in Italia dalla rovina dell'Impero d'Oriente ai dì nostri».
I doni di Lieo nell'auree tazze Tale cantando
Alceo strinse di grato Salìa dell'Athos
nella somma vetta |
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Ristampo questa Epistola
di sul manoscritto autografo, con tutte le varie lezioni che in esso leggonsi. La
pubblicò prima il Carrer sopra una copia non molto corretta cavata da quel manoscritto,
introducendo nel testo alcune varianti, che a lui, o a chi copiò la poesia, parvero
migliori.
Composto tra il 1804 e il 1806 quando il Foscolo
era capitano aggiunto nella Divisione italiana di stanza sulle coste della Manica per il
progettato sbarco in Inghilterra. Fu pubblicato solo nel 1842.
Se fra' pochi mortali a cui negli anni Se fra' mortali a'
quai non vissi ignoto Non te desio
propizïante all'are (Perch'io cultor
di pochi libri vivo) Da te non plausi
al mio verso, non vino Tu l'odi, e
accogli la pedestre Musa, 55 Non te desio
propizïante all'ara |
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Sonetto
[Alla Donna gentile]
Di
questo sonetto scrisse la Donna gentile al Mazzini, che fu composto dal Foscolo in
casa di lei nel 1813, quando il Fabre gli dipingeva il ritratto; e che Ugo, dopo
scrittolo, lo lacerò in minutissimi pezzetti; i quali essa raccolse, e riunì, e impastò
poi dietro il ritratto del Foscolo stesso, che il Garagalli dipinse sopra quello del
Fabre. Io, ristampandolo, seguo la lezione dell'accennato autografo, diversa in due luoghi
da quella dell'Orlandini; il quale pure dice d'aver seguito anchegli
lautografo stesso; e avverte in nota che il sonetto trovasi ricopiato di mano
altrui, e firmato dal Foscolo con le sole iniziali, sul primo foglio bianco di un
esemplare delle opere del Montecuccoli da lui donato al Fabre, e che ora conservasi nel
Museo di Mompellier.
Nelle carte della Labronica trovansi due copie
del sonetto, una delle quali tratta dall'originale appartenuto alla Donna gentile e
comunicata dal prof. Tipaldo al tipografo Resnati di Milano. Questa, che dorrebbe essere
identica alla lezione data da noi, ha invece due varianti:
v. 4 - Libertà con severe orme vaganti
v. 14 - Il mio volto per te vince la morte.
Sonetto scritto nel 1813 in casa della senese
Quirina Mocenni Magiotti, amata dal Foscolo, mentre il Fabre dipingeva il ritratto del
poeta.
Vigile è il cor sul mio sdegnoso aspetto, Armi vaneggio, e
il docile intelletto Voce inerme che
può? Marte raccende, Pur, se
nell'onta della Patria assorte |
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IN MORTE DEL PADRE
Questi
versi, di cui diedi io notizia nella mia prima edizione delle Poesie del Foscolo
furono pubblicati tutti insieme per la prima volta dal prof. Antona-Traversi in un
opuscolo per nozze (Recanati, 1888, tipografia Simboli), e ristampati da lui stesso nel
suo volume Nuovi studi letterari pubblicati a Milano dalla Tipografia Bortolotti
nel 1889. Prima della pubblicazione dell'Antana-Traversi non era noto che il secondo dei
cinque Sonetti, stampato nellAnno poetico (MDCCXCVII), e riprodotto da
tutti gli editori delle Poesie del Foscolo, me compreso. ...
Nel manoscritto precede ai versi la seguente
lettera dedicatoria del poeta alla madre: "Madre. Scorsero omai sette anni dopo la
morte del tuo dolce compagno e del mio tenero genitore. Tutte questo tempo fu di dolore,
ed io benchè avessi appena due lustri ho saputo meco dividere le tue pene, e quelle
rimembranze funeste che mi tornano innanzi, e che mi torneranno fino al sepolcro. Non
sapendo in qual modo disfogare il mio affanno, raddolcire o mia tenera genitrice, il tuo,
e rendere un omaggio a mio Padre, scrissi questi versi che or tindirizzo con le mie
lacrime. Addio, benefica Madre. Se i talenti e l'età non mi concessero versi migliori, il
mio core, il mio core saprà comprendere, amandoti, tutti i loro difetti. Tuo figlio Nic.
Ugo".
La canzone fu scritta insieme ai sonetti nel
1795, sette anni dopo la morte del padre Andrea, come afferma il poeta stesso in una
dedicatoria alla madre.
Ma a me che resta altro
che pianger sempre |
PETRARCA. |
CANZONE.
Perchè, o mie luci, l'angoscioso pianto L'amico il Padre
è morto: or qual mai speme Troppo ci mi amava
in terra, e troppo forse Perchè m'adduci
mai, folle desio, Luce chieggiam e
chi l'accenda, o Padre, E qual da me
conforto? e quale io posso, O cupa notte! o
tenebroso istante! E a squallor tanto
in mezzo io con la fronte Par che d'intorno a me l'ombra s'aggiri Canzon, tu oscura,
dolorosa, e sola |
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I.
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Padre, quand'io per la tua muta tomba Che da sett'anni te per sempre asconde Passo gemendo e il gemer si confonde Al bronzo che di morte il suon rimbomba;
Trista memoria allor nel sen, mi piomba E veggo il scarso
lacrimato pane E veggo.... ahi
lasso! tutto veggo, e tutto |
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[05-2]
II.
Era la notte; e sul funereo letto Indi obbliato ogni
terreno obbietto E volte a noi le
luci lacrimose E tacque ognun: ma
già spirata lalma |
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[05-3]
III.
Fu tutto pianto: e con un grido acuto Parlar voll'io:
ma, ogni accento perduto, A lei scorrean mie
lacrime sul seno Da quel dì sempre
all'urna del consorte, |
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[05-4]
IV.
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Oh! qual'orror! un fremito funèbre Scuote la terra ed apresi la Fossa, Ove in mezzo a tetrissime tenèbre Stan biancheggiando del mio padre l'ossa.
Le guato allor con incerte palpebre; E già stendo la
man; già il cener santo E par che un
suono, un pianto, mi rimbrotte, |
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[05-2bis]
II bis.
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Rotte da tetro raggio le tenèbre Cingeano il genitor che si giacea Agonizzando sul letto funèbre E i moribondi sguardi al ciel volgea.
E in me che dal sudor freddo tergea Poi mie querele
udendo lacrimose E anch'io pur
tacqui.... ma spirata l'alma |
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AD AURELIO DE' GIORGI BERTÒLA
LA CAMPAGNA
ODE.
Questa Oda fa mandata dal Foscolo al Bertòla con la lettera seguente, e pubblicata con essa dal conte Giambattista Soardi in Rimini (tipografia Alberini, 1854) in occasione di nozze.
"Dalla Motta, 28 maggio 1794.
" Chi venne
ad importunarla ne pochi giorni, in cuii Ella si trovava in Venezia, ritorna con le
sue lettere a rinnovarle le sue schiette proteste di stima e daffetto verso il poeta
della natura,
" Io le scrivo dalla campagna dove un giorno dopo la
di lei partenza per Rimini me ne venni con glIdillj del nostro Gesnero, e col tenero
cantore di Laura. Questi riposi, che offre la solitaria libertà, svegliano ad ogni
istante entro il mio petto sensazioni, chio sento alla lettura de campestri
prospetti ne di lei fogli. Fra gli ondeggiamenti, e le dolcezze di un estro eccitato
dalla campagna non dovea forse consacrare al suo pittore i mei canti? non dovea mostrarmi
grato a quel vate, che seppe deliziarmi coi gentili suoi versi? Signore, Ella accetti
questOde chio scrissi due giorni sono fra i boschi, pieno il pensiero ed il
cuore di Lei. Possa costei cattivarmi il compatimento dell'evidente cantore delle Odi che
respirano i piaceri del rurale soggiorno e della semplice pace.
" Saranno i caratteri miei d'una risposta degnati?
Sanche per la indegnità mia non lo dovessi sperare, lamabile gentilezza del
Bertòla rigetterà offerta dun giovanotto che tenta onorarlo perchè lo stima.
" Lindirizzo sia fatto a Venezia vicino a
al campo delle Gatte, - mentre la stagione che a riscaldarsi incomincia mi spinge di nuovo
in mezzo ai tumulti duna inquieta città: inoltre fa d'uopo dirigere ogni lettera a
quella parte, perchè ma vi è nè dalla Motta, nè per la Motta sicurezza di Posta.
Anch'io presentemente faccio lo stesso.
" Signore: perdoni dellardire mio. La stima che
io ho dei di Lei talenti, e laffetto che credo di dover nutrire per la candidezza di
quellanima, che da di lei scritti traspare, mi forzano a sottoscrivermi per
sempre di Lei Signore umilissimo e devotissimo servitore
" Niccolò Foscolo ".
Aurelio de' Giorgi Bertòla nacque a Rimini il 4 agosto 1753; fu controvoglia rinchiuso giovinetto nel convento olivetano di Siena, dove divenne monaco; ma qualche anno dopo fuggì in Ungheria, dove fece il soldato; tornato in Italia riprese l'abito monacale e gli studi, diventando insegnante dello stesso convento e dedicandosi alla poesia (pubblicò le Notti clementine e le delicate Poesie campestri) Passò poi a insegnare storia e geografia presso l'Accademia di Marina a Napoli nel 1782 e dal 1784 fu professore di storia presso l'Università di Pavia fino al 1793. In questo anno si portò a Vienna dove ebbe l'autorizzazione a deporre il saio monacale e ad assumere il titolo di abate, che gli permetteva di condurre una vita mondana. Fu celebre anche per aver usato per primo, nel titolo di un suo libro il termine: «Filosofo della storia»; viaggiò molto per l'Italia e nel 1797 fece parte dell'Amministrazione centrale per l'Emilia al tempo della Repubblica Cisalpina. Fu dal Foscolo conosciuto a Venezia nel 1794, come attesta la lettera su riportata.
O tu cantor di morbidi Odi un poeta
giovane, Fra campestri
delizie Pingo; ma resto
attonito Da me
s'invola subito Estatici
contemplano Salve, dunque, del
tenero Il lor poeta
adorino Ed io tesso tra
cantici E in cor brillante
io dico: |
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A DANTE
ODE.
Composta nel 1795 fu pubblicata per la prima volta l'anno seguente nel giornale Mercurio dItalia storico politico per lanno 1796.
Alto rombano i secoli Ma qual nebbia!
qual livido O mio Poeta, o
altissimo Tu vivi eterno. -
Gloria Pèra! La lingua
sucida Dicesti: ed ecco
stridono Io già le
ascolto: echeggiano O Padre! o Vate!
un giovane A te si prostra:
un'anima Di sapienza
nettare Muta di luce
eterea Ma ira di
giustizia Vennero si; ma
sorgere, |
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Edizione telematica e revisione: 1998, Giuseppe Bonghi
Edizione HTML: Dicembre 1998, Giuseppe Bonghi
Poesie di Ugo Foscolo,
Nuova Edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini, Raffaello Giusti
editore, Livorno 1904
© 1998 - by prof. Giuseppe Bonghi
- E-mail: Giuseppe.Bonghi@mail.fausernet.novara.it
ultimo aggiornamento: mercoledì 29 maggio 2002