Ugo Foscolo

FRAMMENTI ABBOZZATI

- DELLA RAGIONE POETICA,
- DEL SISTEMA E DELL'ARCHITETTURA DEL CARME

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RAGIONE POETICA DEL CARME.

         Scrivendo questo ed altri poemi lirici, l'autore ebbe tre intenti diversi, i quali unitamente concorrono al fine essenziale della poesia, di ammaestrare dilettando. Primamente egli intese di rivocare l'arte lirica a' suoi principii; eccitando velocissimamente nel cuore molti e varii affetti caldi ed ingenui, da' quali scoppia il vero ed il bello morale; e si presenta imaginoso alla fantasia con più splendore e con più armonia, ed è quindi accolto più facilmente e con più amore e con più tenacità nella mente . . . . . . .
         Tante tradizioni, ma sì diverse ad un tempo, vennero a noi dagli antichi intorno alle Grazie, che il poeta non ha potuto, se non tal rara volta, giovarsene; e, volendo pur cantare quelle amabili Deità, gli è bisognato crearsi un sistema tutto suo; e se non gli venne fatto a dovere, avrà, se non foss'altro, la compiacenza d'avere tentato di soddisfare al debito, negletto oggimai, del poeta . . . . .

Fasc. VIII. p. 15,

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SISTEMA  DEGL' INNI  ESPOSTO  DA   G. F. B.
(Girolamo Federigo Borgno)

         Quanto all'arte poetica, parmi che l'autore abbia fatto professione del suo metodo nelle note che accompagnano il Carme de' sepolcri: "Ho desunto questo modo di poesia da' Greci, i quali dalle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche, presentandole non al sillogismo de' lettori, ma alla fantasia ed al cuore". E nella versione in esametri dello stesso Carme pubblicata da Girolamo Federico Borgno, il traduttore espose questo metodo in una dissertazione latina, la quale leggesi volgarizzata in una edizione di quel poemetto. Però basterà a' lettori di dire, che il fondo del Carme delle Grazie è didattico, ma lo stile è fra l'epico ed il lirico: per ciò che nel raccontare (e questo è l'ufficio principale del puro epico) una serie d'avvenimenti, l'entusiasmo del poeta li trasforma in altrettante pitture l'una dipendente dall'altra e formanti un tutto, che, come nella poesia lirica, il lettore può comprendere, non tanto nel ricordarsi i fatti narrati, quanto nel rappresentarsi vivamente le immagini e gli affetti che ne risultano. A taluni dispiacerà forse questa novità di mescolare il didattico, l'epico e il lirico in un solo genere, nè io credo che l'autore brami ch'io ne faccia le sue discolpe; ma dirò solo che non è novità, perchè gl'inni attribuiti ad Omero, quei di Callimaco, le più lunghe odi di Pindaro, che per essere narrative, sono le più belle, il poema di Catullo su lo nozze di Teti o Peleo sono per l'appunto misture de' tre generi; e tale fu forse la prima [prima] poesia; e, per citare un maestro più autorevole a' critici, tale è il Carme di Virgilio intitolato Sileno, dove con nuove vivissime immagini espose il sistema epicureo nel canto del vecchio Dio, e nelle favole di Pasifae e di Tereo le passioni sfrenate che turbano la tranquillità dell'animo, unico scopo della filosofia di Epicuro. Il velo . . . . di quest'ecloga, oscuro a tutti i professori di letteratura, fu levato per la prima volta sapientemente dall'abate Antonio Conti, filosofo, che . . . letto, farebbe vergognare solennemente la moltitudine de' poeti, i quali dirizzando il loro ingegno a un segno umile e vano, avviliscono sè medesimi e l'arte, e la rendono inutile. Lo stile dunque dell'autore delle Grazie è, com'egli accenna liricamente nell'introduzione dell'inno terzo, un misto degl'inni sacri di cui l'antichità credeva maestro Anfione, delle odi di Pindaro e della poesia latina, quale nella sua grazia nativa si trova spesso in Lucrezio e in Catullo. E dal latino e dal greco idioma derivò quegli spiriti che innestati (?) da questo poeta a’ suoi versi italiani, . . . . danno un sapore tutto nuovo; bench'egli nel tempo stesso professi di voler serbare la purità dell'idioma toscano. Nè dirò se questo stile riesca a piacere all'universalità: e non intendo di fare elogi nè giustificazione; bensì di indicare le riflessioni suggeritemi dalla lettura attenta e replicata del Carme. E tanto basti quanto all'arte poetica.

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DELL'ARCHITETTURA DEL CARME

      E quanto poi all'architettura del poema l'autore s'è servito, per così dire, dei frammenti piú antichi, ricorrendo all'origine del mondo, e li ha uniti a' moderni e contemperati (?) per formare un solo edificio. Difatti noi vediamo i cannibali i cacciatori e i pastori e i primi padri agricoltori accanto a' giovani guerrieri ed a' matematici nostri concittadini; vediamo il regno de' Lacedemoni non quale è descritto da' politici, ma qual era a' tempi della corte di Leda e d'Elena; e dalle città della Beozia e della Focide l'immaginazione del lettore è improvvisamente trasportata a vagheggiare dal poggio di Bellosguardo la città di Firenze, e le Alpi, e la pianura di Pistoia sino al Mediterraneo; . . . la piú bella pianura di Lombardia; e altrove i giardini pubblici della città di Milano e la . . . . della sua agricoltura, e i teatri Firenze, e Pitti, e un giardino all'inglese, e una gentilissima coltivatrice di fiori; vediamo il tempietto campestre consacrato dall'autore nella sua villa alle Grazie, e pur anche il tempio primo inalzato (?) in Orcomèno da' Greci; o nel secondo inno il tempio ideale che il poeta vede come già eretto dagl'italiani. Finalmente, dopo il quadro di (?) un sacrificio di vittime umane fatto coll'antiche superstizioni nella parte più settentrionale della Grecia antica, vediamo un'offerta di ghirlanda de' fiori d'Italia, e del mèle delle api, rito derivante dalla memoria delle api di Vesta [nascostosi fino ad oggi negli arcani degli Dei] perdutosi nella notte de' secoli; vediamo un cigno a cui il poeta pare che sdegni di ascrivere il canto, come cosa non vera: e per interpetrar meglio il sistema del poeta circa un fattarello vantato da tutti gli altri, e inutile, dipingo il cigno tal quale lo vagheggia l'occhio del naturalista o del pittore, che lo dipingerebbe senza poter far ch'ei cantasse. E questo cigno è un voto mandato da una Principessa, che era allora viceregina d'Italia, all'ara di Bellosguardo, in ringraziamento del ritorno di suo marito dalla guerra della Germania e da Bellosguardo, nel corso di trenta versi, passi all'Eliso e alla gloria degli eroi morti o al campo de' Greci sotto Ilio mentre stanno per essere distrutti dall'incendio, e alla . . . strage che il verno la fame e la guerra fece di tanta gioventù italiana di là dal Volga (sic).
         Questo servirsi di materie che il tempo e le circostanze hanno quasi immensamente disgiunte fra loro è un privilegio della poesia e della musica. Le altre arti sono costrette dalla contemporaneità di un solo punto: e felice il pittore che può destare pensieri che portino il pensiero dello spettatore al tempo antecedente o susseguente all'azione rappresentata! L'architettura in questa parte è la sciaguratissima delle arti, appunto perchè è la più confinata a rimanersi tal quale: tutta la sua bellezza dipende dall'ordine della mole. Invece la musica ti desta in pochi minuti cento affetti diversi; o ti fa come aspirare non so che d'incanto nella . . . e che senti irresistibilmente nell'anima. La poesia congiunge l'origine del mondo al suo stato presente ed al nuovo caos della sua distruzione. Ma la poesia ha, quanto la pittura, bisogno di rappresentazioni particolari, che i logici chiamano idee concrete; devo parlarti di fatti ed oggetti determinati e di . . . esistente in natura, per alzarti, senza che tu te ne avvegga, la mente alla universale beltà dell'oggetto. Deve farti passare dal noto, che mostra evidentemente, all'ignoto a cui tende, facendolo sospettare. Ma l'unione di tanti quadri particolari è il più arduo dell'arte. La musica che somministra la, varietà, e la pittura che dopo averla imparata (?) insegna a' poeti l'evidenza dell'azione, e la scultura con cui gareggia la poesia a mostrare tutti i contorni delle figure, oltre quest'arti anco l'architettura esige con la severità dell'ordine suo quell'armonia che costringe le parti d'un unico tutto a piacere contemporaneamente e senza confusione al lettore. E quest'ultim'obbligo è il più necessario insieme e il più malagevole. Come l'autore del Carme abbia potuto fare un tutto di tante e sì discordanti materie il lettore se n'avvedrà. Senza disunione di parti non hai armonia nè chiaroscuro; senza unione l'armonia riesce confusa: il primo difetto genera noja, l'altro confonde il lettore. Quindi la rarità della vera poesia lirica, che è il sommo dell'arte. Se l'autore abbia . . . . dissotterrati tanti e sì diversi frammenti antichi, se li abbia architettati in armonia co' moderni, altri può giudicarlo facilissimamente e inappellabilmente . . . la noja o la confusione dell'animo di chi legge non trovi il mirabile antico necessario alla poesia, temperato e fatto parere più credibile dalla verità delle cose contemporanee che si dipingono;
         Tale, se non m'inganno, fu lo studio del poeta in quanto all'architettura; e tentò di guidare più sempre l'animo di chi legge al meraviglioso, senza scostarlo dal naturale. Il primo inno narrando l'origine divina delle Grazie e la civiltà progressiva del genere umano non si diparte, se non nel modo di dipingerle, dalle prime nozioni favolose che si trovano ne' poeti, e che della inverosimiglianza la Grecia antica si mostra più che l'Italia moderna; e sono, per dir così, materiali e sensibilissimi gli effetti delle Grazie sull'uomo, perchè palesano solamente l'incremento dell'agricoltura, delle leggi e della religione nel mondo. Invece il secondo inno ti guida nell'Italia dei nostri giorni: tu puoi aver conosciute le cose e le persone introdottevi, ed avere assistito al sacrificio che il poeta fa nella sua villa alle Grazie; mentre questo inno ti fa sentire più gentili gl'influssi del Nume lodato, perchè vedi ridotta la musica un'arte perfetta, e più . . . . . l'amabilità dell'ingegno, e . . . . e della danza a gentilissime arti e perfette; e in tutti insomma gli studj degli artefici una ricchezza da non compararsi coli le arti di que' ferini mortali (?) ingentiliti . . . . . nel primo inno, ed anteriori a' bei tempi di Atene. Dopo di che l'inno seguente non ti trasporta (?) più nè a que’ secoli nè a questi, nè in luoghi a noi conosciuti, ma nel mezzo dell'oceano, in terra celeste, e con arti cosí divine, che le nostre parrebbero appena imitazioni. E a ciò pare che mirasse il poeta nel lavoro del velo delle Grazie, che le preserva [dall'ardore infelice delle umane passioni, e] da' delirj funesti dell'amore e delle (?) altre umane passioni, e le fa ospiti della terra, senza che sieno avvicinate dall'uomo, in guisa che non possano più dargli le consolazioni, per cui furono unicamente mandate in terra dal cielo.

ms. di Valenciennes, da p. 11 a 16.

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FRAMMENTI VARI.

         L'idea primitiva di questo modo di poesia lirica trovasi negl'inni detti orfici, di cui si crede inventore Orfeo Lino ed Anfione, e no restano esemplari negl'inni attribuiti ad Omero e in quei di Callimaco. Si cantavano sacrificando all'are de' Numi e racchiudevano allegorie morali e teologiche. Pindaro infiammò arditamente col foco della stia immaginazione le lodi allegoriche degli Dei e le tradizioni eroiche; e i Latini imitarono: Catullo più ch'altri nelle nozze di Teti; e se . . . . li fece meno religiosi degl'inni orfici, o meno immaginosi delle odi pindariche, altrettanto . . . di gentilissimi ornati diede a' suoi carmi. Da questi tre poeti l'autore professa d'avere desunto il suo stile, e d'avere studiato d'innestare alla lingua ed a' versi d'Italia i modi di dire e l'armonia dell'idioma greco e romano. Infatti l'alta lirica (nè qui si parla dell'ode media in cui Orazio è maraviglioso, nè dell'ode amorosa d'Anacreonte), l'alta lirica antica differisce essenzialmente dalla moderna. Le nostre canzoni sono piene di pensieri vestiti di frase poetica; e di sonorità di verso, e alternamento (?) di rime; d'architettura di strofe; di concetti reconditi illuminati con arte; di sentenze morali splendidamente annunziate; ma paiono più eccitate dall'entusiasmo che atte ad eccitarlo gradatamente; il loro foco splende e passa dopo la lettura; e . . . . . . . . . . . . . brevemente, per non affaticare il lettore: accennano più che non dipingono. Invece gli inni d'Omero (fra' quali bellissimi, ed uno è lungo quanto un libro dell'Iliade, sono i due d'Apollo e di Venere) assumendo il metodo narrativo, infiammano il lettore senza ch'ei se n'avvegga, lo soffermano su le pitture che gli presentano; . . . . . o il lume poetico gli fa penetrare col diletto le allegorie morali dell'inno che non si limita ad un solo oggetto, ma ne abbraccia infiniti e li riunisce in una sola composizione. E in un frammento di sì fatta poesia lirica antichissimo presso Ateneo trovasi la definizione: Cantiamo inno che sia uno, e degno de' Numi, e pieno d'inni. A questi primitivi principj l'autore del Carme alle Grazie pare ch'abbia inteso di rivocare la lirica. E n'abbiamo oltre a' citati un divino esempio in Virgilio nell'ecloga intitolata Sileno. Nè ecloga significa [presso] gli antichi poesia pastorale; bensì pezzo [di] poesia eletto. Come nel sesto libro Virgilio espose il sistema pitagorico, così nel Sileno espose l'epicureo. - Oltre a’ principii su la formazione del mondo, le favole di Pasifae e d'altre vittime sacrificatesi alle loro sciagurate passioni alludono all'opinione d'Epicuro, il quale riponeva la beatitudine nella tranquillità dell'anima . . . .
         Dopo d'aver mostrato nella pittura della Grecia l'amabile influsso delle Grazie su le nazioni, il poeta in quest'inno con le tre giovani donne italiane che vengono a sacrificare alle Grazie su l'ara di Bellosguardo presenta l'azione della grazia negl'individui che ne sono ornati, e comparte a tutte tre la beltà, la virtù e l'ingegno; ma assegna (?) più particolarmente [alla danzatrice le grazie apparenti negli occhi ne' moti delle membra; alla suonatrice la grazie che spirano d'un animo temprato di dolce pietà, e le simboleggia negli effetti della musica; alla seconda le grazie della fantasia espresse dall'amabilità della parola; e alla terza giovane le grazie apparenti al guardo, dall'eleganza delle forme, nei moti del ballo. Così [anche,] sebbene sia tutto il Carme un misto di narrazione storica, di pittura poetica, e di morale allegorica, il primo inno nondimeno ha più dello storico, e illumina l'antichissima Grecia; il secondo è più pittoresco e drammatico, e la scena è nell'Italia de' giorni nostri, e nello stato possibile futuro dell'incivilimento maggiore dell'Italia; mentre il terzo inno è più metafisico, perchè attende (?) più di proposito al potere delle arti sulle umane passioni, e ci trasporta in un paese ideale. Tale è il disegno di questo poema architettato, per così dire, e di frammenti dissotterrati nell'antichità e di materiali che abbiamo giornalmente presenti agli occhi, e di ornamenti immaginati in un mondo non conosciuto. Ed è privilegio della sola poesia di unire il principio al termine dei secoli, il passato, il presente e il futuro, il reale, l'ideale e il... in un solo quadro, di... la distanza degli oggetti, de' tempi e delle idee in un solo... Che faccia nascere l'armonia dalla varietà e che... la verità per mezzo dell'armonia.

Ms. cit. p. 81, 82.

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         La bontà del cuore, l'arrendevolezza dell'ingegno, e l'elegante beltà delle forme, riunite dalla natura nella stessa persona, costituiscono secondo l'autore la grazia; perchè le azioni che ne derivano sono spontaneamente benefiche; le sue parole suonano eloquenti e modeste, e dipingono immagini pronte e gentili; e i moti delle membra rispondono con la loro proporzione agli affetti, all'armonia dell'anima e dell'ingegno: e quindi spirano negli altri quegli affetti che non sono frutti dell'arte, ma elle, destati secretamente dalla natura e ricevuti dal cuore che vi è preparato, ingentiliscono l'animo destano i sensi a osservare la bellezza, e l'immaginazione a dipingerla a sè medesima, ad abbellirla ed a perpetuarla nelle arti.

Ms. cit. p. 17.

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         Le Grazie, secondo il sistema poetico dell'autore, sono deità intermedie fra il cielo e la terra, e ricevono da' Numi tutti que' doni che esse vanno poi dispensando a' mortali. Secondo il suo sistema storico, le Deità diffusero i loro benefizi più particolarmente alla Grecia antica dov'ebbero l'origine, e all'Italia dov'hanno trasferita la loro sede. Finalmente, secondo le sue idee metafisiche, la grazia è una delicata armonia che spira (?) contemporaneamente spontanea dalla beltà corporale, la bontà del cuore e la vivacità dell'ingegno, congiunto in sommo grado in una sola persona, e che ingentilisce sommamente (?) e consola la vita educando gli uomini all'idea divina del bello, al piacere della virtù ed allo studio delle arti, che con l'imitazione possono perpetuare e moltiplicare gli effetti delle Grazie .... nelle poche persone che sono... ornate di mano della natura. Questi tre sistemi, poetico storico e metafisico, costituiscono la macchina del Carme, che è tutto allegorico. Però il primo Inno è intitolato Venere, divinità che ha per distintivo la bella natura apparente; il secondo è intitolato Vesta, nume verginale e custode del fuoco eterno che anima i cuori gentili; l'ultimo è intitolato Pallade, dea delle arti consolatrici della vita e maestra degli ingegni. - Questo quanto all'invenzione: ma quanto al disegno aggiungi a questa la prima nota dell'Inno secondo; e quanto allo stile la prima del terzo, e avrai un'idea generale del Carme.

MS. cit. p. 32.

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         Le Grazie furono considerate a' di nostri o metafisicamente da chi, investigando le cause arcane e indefinibili, volle istituire una teoria applicabile alle arti belle; o poeticamente, per avere alcune amabili Deità onde personificare le gentili passioni o procacciarsi nuova sorgente d'allegoria; o socialmente da chi aspira di trovare ed anche d'infondere per mezzo dell'educazione quelli accessorj della bellezza corporea e della virtù dell'animo che chiamansi grazie e che risplendono dolcissime agli occhi, e spirano soavissime al cuore.
         Nondimeno l'esperienza dimostra che la grazia si sente più che non si distingue; e ardirò pur dire che i trattati metafisici possono acquistar lodi, all'ingegno dell'autore, ma non per questo profitto a' lettori, e molto meno agli artefici: d'altra parte i poeti, giovandosi delle antiche tradizioni che molto e diverse fra loro, e senza concatenazione veruna allegorica nè teologica, giunsero a noi sulle Grazie possono bensì abbellire con la mitologia delle ministre di Venere i loro versi, ma non rappresentarle in modo che altri senta tutta la loro amabile deità, e le dipinga in modo che i poeti e i pittori possano. . . . . . .

Fasc. VIII, p. 11.

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         Venere, che qui simboleggia la bellezza dell'universo, e da cui nascono le Grazie, partecipa ad esse l'armonia degli affetti che è la prima e secreta origine de' più dolci e tranquilli ed affettuosi movimenti del cuore umano.
         S'esprimono questi movimenti a’ mortali e si comunicano amabilmente per mezzo dell'eloquenza e della poesia, la quale è simboleggiata nel mèle delle api di Giove, alle quali Vesta, spirando quel fuoco sacro ed eterno, che costituisce la divinità della fantasia poetica;
         L'armonia degli affetti, e la dolcezza e vivacità della fantasia producono la grazia e la vita delle arti belle;
         L'armonia dell'universo, di cui gli uomini tutti hanno un sentimento secreto, benchè non possa esprimersi, è diffusa anche nella vita dell'uomo
         D'altra parto i poeti abusarono della mitologia delle Grazie, e vestendo i loro versi delle tradizioni mutilate dal tempo e delle allegorie
         Bensì i poeti avrebbero più felicemente aiutati gli artefici, perchè rappresentano alla fantasia ed al cuore la deità delle Grazie
         Adunque è mio intento di rappresentare le idee metafisiche in modo che, lasciando in pace l'intelletto dei lettori, si presentino in tante immagini alla lor fantasia, dalle quali immagini desumano i sentimenti che sogliono essere ispirati dalla grazia, ed ispirarla
         Credo che la grazia consista nella delicata armonia delle passioni, nella vivace amabilità dell'ingegno, e nella arrendevolezza della fantasia. Queste amabili facoltà, riunite in un individuo dotato di bellezza corporea, danno un'armonica dolcezza nell'espressioni del volto, una facile libertà ne' moti delle membra, una vivacità ingenua nelle parole, e una pronta attitudine a immaginare, e sopra tutto una gentile generosità e delicatezza in tutto le azioni, i moti e le parole di chi le possiede.
         Forse parrà nuovo il dire che le Grazie si deono, sogliono anzi, considerar socialmente, e nondimeno quegli accessorj della bellezza del corpo e della virtù dell'animo, quelle armonie invisibili quasi del volto (?) giovanile, e i vezzi fuggitivi delle forme eleganti di una fanciulla avvenente, e la facilità aggiunta alla modestia, e la nobiltà alla libertà, e l'ingegno all'ingenuità, e i sensi delicatissimi di pietà di gioja e di amore che ornano le parole e il sorriso d'ogni cuore gentile temprato a graziosissime attitudini dalla natura, sono gli unici modelli che i pittori e i poeti, e chiunque vuol educare gli occhi e l'ingegno e l'animo alla gentilezza, deve assiduamente ed amorosamente osservare per acquistarsi la vera idea della grazia.
         Però in quest'Inni ho tentato di rappresentare ciò che ho osservato io medesimo nelle amabili donne, che senza saperlo mi mandarono prima al cuore e poscia all'ingegno alcune immagini delle Grazie; ed io per gratitudine voglio, se non altro, tentare che i giovinetti italiani imparino leggendo i miei versi a sentire e a discernere le Grazie, e ad adorarle con versi più accetti de' versi d'un poeta che, dopo avere sacrificato alle sacerdotesse e all'emulatrici di quelle delicate Divinità, si è ritirato pria d'invecchiare, per non offenderlo con versi impuri, e
         Frattanto, e per gl'ingegni dilettanti di metafisica, e per gli artefici, e per le amabili donne, e per gl'ingegni nati alla poesia, ho tentato di ridurre a sistema le tradizioni e le teorie e le allegorie intorno alle Grazie e di racchiuderle tutte in quest'Inni.
         Fu chi indagò metafisicamente l'essenza della grazia e le cause del suo delicatissimo predominio sul cuore dell'uomo, e volle impadronirsene, e impadronirne gli scultori e i pittori; ma, astratte, le teorie che la metafisica ne desunse fruttarono più lode all’autore, che diletto ai lettori, o profitto di applicazione agli alunni delle arti belle; e questo deriva, credo, dall'esercitare assai troppo le facoltà del raziocinio, mortificando ad un tempo le facoltà del sentire o dell'immaginare; così, cercando il perchè, si perde il come; ed oggimai agli eccellenti artefici successero eccellenti trattatisti di pittura e scultura.

Fasc. VI, p. 2 bis, 7, 11,12.

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         Le Grazie sono divinità intermedie tra il cielo e la terra, dotate della beatitudine e della immortalità degli Dei, ed abitatrici invisibili fra’ mortali per diffondere sovr'essi i favori de' Numi e impetrare ad essi il perdono della severa giustizia celeste. Però essi come Divinità tutelari de' più dolcissimi e delicati affetti dell'uomo nacquero assai tardi e quando lo spettacolo della bella natura cominciò . . . . . . e gli affetti sociali nati dal bisogno reciproco. - Al nascere delle Grazie, fecondando di amabili immagini la fantasia, [si] popolò il mare di Nereidi, e i boschi di Ninfe, e con le Grazie nacque la musica, il ballo, l'eleganza dell' . . . . . . la gratitudine a' benefizi, il desiderio di beneficare, il religioso amore della patria, la dolce e serena pietà de' mali altrui;

Aggiunto al Fasc. VI, n. 2.


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Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2002