F.S. Orlandini

Ragion poetica e sistema generale

DEL CARME LE GRAZIE ESPOSTI DALL’AUTORE

Edizione di riferimento:

Tragedie e poesie di Ugo Foscolo, Nuova edizione che comprende nella sua integrità il Carme LE GRAZIE secondo la lezione di F.S. Orlandini con aggiunte, varianti e note, Società editrice Sonzogno, Milano 1905, pagg. 227-230

Scrivendo questo ed altri Poemi lirici, l’Autore ebbe tre intenti diversi, i quali unitamente concorrono al fine essenziale della Poesia, d’istruire dilettando.

Egli intese di ricondurre l’arte lirica a’ suoi principj; di eccitare velocissimamente nel cuore molti e vari affetti caldi ed ingenui, da’ quali scoppi il vero ed il bello morale: e questi presentando alla memoria vestiti di splendore e di armonia, fare che sieno accolti più facilmente, e serbati con più amore e più tenacità nelle menti.

Tante tradizioni, ma sì diverse a un tempo, vennero a noi dagli antichi intorno alle Grazie, che il Poeta non ha potuto, se non tal rara volta, giovarsene e, volendo pur cantare quelle amabili Deità, gli è bisognato crearsi un sistema tutto suo. Se non gli venne fatto a dovere avrà, non foss’altro, la compiacenza d’aver tentato di soddisfare al debito, oggimai negletto, del poeta.

Per ciò che spetta a l’arte da lui seguita, egli già fece la sua professione nelle note che accompagnano il Carme de’ Sepolcri, dicendo: " Ho desunto questo modo di poesia da’ Greci, i quali dalle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche, presentandole non al sillogismo de’ lettori, ma alla fantasia ed al cuore. " E nella versione dello stesso Carme fatta e pubblicata da Girolamo Federigo Borgno, il traduttore espose questo metodo in una dissertazione latina, la quale leggesi volgarizzata in una edizione di quel Poemetto. Però basterà a’ lettori di dire, che il fondo del Carme le Grazie è didattico, ma lo stile l’epico e il lirico: perciocchè, se il raccontare una serie di avvenimenti è ufficio del puro epico, l’entusiasmo del Poeta li trasforma in altrettante pitture l’una differente dall’altra e formanti un tutto; che, come nelle poesie liriche, il lettore può comprendere, non tanto nel ricordarsi i fatti narrati, quanto nel rappresentarsi vivamente le imagini e gli affetti che ne resultano.

A taluni dispiacerà forse questa novità di mescolare il didattico, l’epico e il lirico in un solo genere, nè l’Autore desidera di esserne scolpato: dice soltanto che ciò non è novità, perché gl’Inni attribuiti ad Omero, quei di Callimaco, le piú lunghe Odi di Pindaro, che, per esser narrative, sono le più belle, il Poema di Catullo sulle nozze di Teti e Peleo sono per l’appunto misture de’ tre generi; e tale fu forse la prima poesia. E, per citare un maestro più autorevole a’ critici, tale è il Carme da Virgilio intitolato Sileno, ove con nuove vivissime imagini espone il sistema epicureo nel canto del vecchio Dio; e tali quegli squarci ove narra le favole di Pasifae e di Tereo, vittime delle passioni sfrenate che turbano la tranquillità dell’animo, il calmare le quali è l’unico scopo della filosofia di Epicuro. Il velo misterioso della citata Ecloga 1, oscuro a tutti i professori di letteratura, fu tolto sapientemente dall’ab. Antonio Conti, filosofo le cui riflessioni, se fossero lette, farebbero vergognare solennemente la moltitudine de’ Poeti, i quali disperdono il loro ingegno ad un tempo umile e vano, e avviliscono l’arte, e la rendono inutile.

Lo stile dunque dell’Autore del Carme le Grazie è un misto di quello degl’Inni sacri di cui l’antichità credeva maestro Anfione, delle Odi di Pindaro e della Poesia latina, quale nella sua grazia nativa si trova spesso in Lucrezio e in Catullo: e dal latino e dal greco idioma insieme derivarono quegli spiriti che da lui trasfusi ne’ suoi versi italiani, danno loro un sapore forse nuovo; benchè, nel tempo stesso ei professò di voler serbar la purità dell’idioma toscano. E tanto basti quanto all’arte poetica.

Circa poi all’architettura del Carme, l’Autore si è servito, per così dire, de’ frammenti più antichi, ricorrendo all’origine del mondo, e li ha uniti a’ moderni e contrappesati per formare un solo edificio. Infatti noi vediamo i cannibali, i cacciatori, i pastori, i pescatori e i primi agricoltori accanto a’ giovani guerrieri ed a’ matematici nostri concittadini. Vediamo il regno dei Lacedemoni, non quale è descritto da’ politici, ma qual era da descrivere a’ tempi di Leda, e d’Elena; e le città della Beozia e della Focide celebrate accento a Firenze. E l’immaginazione del lettore è trasportata a vagheggiare dal poggio di Bellosguardo la città medesima e la pianura e le Alpi, e la pianura di Pistoja fino al Mediterraneo; e poscia la più bella pianura di Lombardia; e altrove i passeggi pubblici della città di Milano, e la fiorente agricoltura di quella parte d’Italia, e i teatri di Firenze, e Pitti, e un giardino, e una gentile coltivatrice di fiori. Vediamo il tempietto campestre consacrato dall’Autore nella sua villa alle Grazie, e presso, il tempio primo inalzato loro in Orcomèno da’ Greci; e nel secondo inno il tempio ideale chè il Poeta vede già eretto dagl’Italiani. E, dopo i sacrificj di vittime umane fatti agli Dei d’Averno dai superstiziosi Selvaggi dell’antica Grecia vediamo un’offerta di ghirlande de’ fiori d’Italia e del mèle delle api di Vesta rito nascostosi fino ad oggi negli arcani degli Dei, o perdutosi nelle tenebre de’ secoli. Vediamo un cigno a cui il Poeta sdegna di ascrivere il canto come cosa non vera, ed il quale da lui fu dipinto come lo vagheggia l’occhio del naturalista e del pittore. E questo cigno è un voto mandato da una principessa, che era allora Vice-regina d’Italia all’ara di Bellosguardo in ringraziamento del ritorno di suo marito dalle guerre del settentrione; e da Bellosguardo, nel corso di pochi versi, si passa all’Eliso, e alla fama degli eroi morti in battaglia, ed al campo de’ Greci sotto Ilio, mentre stanno per essere distrutti dall’incendio, e alla misera strage che il verno, la fame e la guerra fecero di tanta gioventù italiana di là dal Boristene.

Questo servirsi di materie che il tempo e le circostanze hanno quasi immensamente disgiunte fra loro è un privilegio della Poesia e della Musica. Le altre arti sono costrette dalla contemporaneità di un solo punto; e felice il Pittore che può destare pensieri, i quali portino la mente dello spettatore al tempo antecedente o susseguente all’azione rappresentata! L’Architettura in questa parte è la sciaguratissima delle arti, appunto perchè è la più confinata e costretta a rimanersi tal quale: tutta la sua bellezza dipende dall’ordine e dall’ardire della mole. Invece la Musica ti desta in pochi minuti cento affetti diversi e ti fa come aspirare non so quale incanto della vita che senti irresistibile nell’anima. La Poesia congiunge l’origine del Mondo al suo stato presente, ed al nuovo caos della sua distruzione. Ma la Poesia ha, quanto la Pittura, bisogno di rappresentazioni particolari, che i logici chiamano idee concrete; deve parlarti di fatti ed oggetti determinati, esistenti in natura, per alzarti la mente, senza che tu te ne avvegga, ad un sentimento di beltà universale; deve farti passare dal noto, che mostra evidente, all’ignoto a cui tende, facendolo sospettare. Ma l’unione di tanti quadri particolari è difficilissima cosa. La Musica che somministra la varietà, e la Pittura che insegna a’ poeti l’evidenza dell’azione, e la Scultura con cui gareggia la Poesia a mostrare tutti i contorni delle figure, ed, oltre a queste arti, anco l’Architettura con la severità dell’ordine suo, tutte debbono contribuire alla formazione di un tutto poetico che piaccia e contemporaneamente non confonda il lettore. Quest’ultim’obbligo è il più necessario insieme ed il più malagevole. Senza disunione di parti non hai armonia, nè chiaroscuro; senza unione, l’armonia riesce confusa: quindi la rarità della vera Poesia lirica, che è il sommo dell’arte.

So l’Autore abbia felicemente trovati i materiali in tanti e sì diversi frammenti antichi, se li abbia architettati in armonia co’ moderni, ognuno può giudicarlo facilissimamente e inappellabilmente, quando la noja o la confusione non l’accompagnino nella ponderata lettura di quest’Inni.

Il primo de’ quali, narrando l’origine divina delle Grazie, e la civiltà progressiva del genere umano, non si diparte, se non nel modo di descriverle, dalle prime nozioni fantastiche che si trovano ne’ poeti, in guisa che, mentre conseguisse il meraviglioso, non si scostasse dal naturale. La Grecia antica si mostra in esso più che l’Italia moderna; ed ivi sono, per dir così, materiali e superficialissimi gli effetti delle Grazie sull’uomo, perchè palesano solamente l’introduzione dell’agricoltura, delle leggi, della religione nel mondo.

Invece il secondo Inno ti guida nell’Italia de’ nostri giorni. Tu puoi aver conosciute le cose e le persone introdottevi, ed avere assistito al sacrificio che il Poeta fa nella sua villa alle Grazie. Quest’Inno ci fa sentire più soavi gl’influssi del Nume lodato, perchè vedi la Musica ridotta al sommo dell’ eccellenza, e più dilicata la leggiadria della Danza, e l’amabilità dell’ingegno, e gentilissime le arti e perfette; e in tutti insomma gli studj degli artefici una ricchezza ignota a que’ ferini mortali descritti nell’Inno primo, ed anteriori a’ bei tempi di Atene.

Dopo di che l’Inno seguente non ti conduce più nè a que’ secoli nè a questi, nè in luoghi da noi conosciuti; ma nel mezzo dell’oceano, in terra celeste, e in mezzo ad arti così divine, che le nostre parrebbero appena imitazioni. Ed a ciò mirava l’intento del Poeta nel lavoro del Velo delle Grazie, che le preserva dai delirj funesti dell’Amore e di altre umane passioni, e le fa ospiti della terra senza che sieno avvicinate dall’uomo in guisa che non possano più, dargli le consolazioni, ma le facciano unicamente scendere in terra dal cielo. In tal guisa, quantunque tutto il Carme sia un misto di narrazione storica, di pittura poetica e di morale allegorica, il primo Inno nondimeno ha più dello storico, il secondo è più pittoresco e drammatico, il terzo più metafisico.

Molti senz’altro accuseranno l’Autore di avere ricantato le antiche mitologie. Mille ragioni, che forse egli potrebbe addurre in sua difesa, non gioverebbero a scolparlo presso que’ molti; pure se egli chiedesse, loro un’altra mitologia, tanto da desumerne imagini e quadri,. penerebbero ad additargliela. - Forse un giorno in altri suoi versi non torneranno le Deità de’ Gentili; ma cantando le Grazie, non poteva dimenticare la loro patria, e non temere d’inimicarsele, e con esse i maestri delle bell’arti, i quali a’ loro allievi presentano sempre per modello i monumenti dell’antichità, e i poeti che sospirano que’ lauri.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 15 dicembre 2011