Pietro Gori

Biografia di Ugo Foscolo

Edizione di riferimento

Ugo Foscolo, Opere poetiche, Edizione completa con biografia, bibliografia e note di Pietro Gori, Gherardo Casini Editore, Firenze 1885

DI NICCOLÒ UGO FOSCOLO

Quando si ha un’anima, non si può vivere, no ...... senza una donna che t’ami, che t’inondi l’anima di voluttà con un bacio, che alimenti nel cuore la generosità e la dolcezza.

Ugo Foscolo a Sigismondo Trechi.

1.

Nascita di Ugo Foscolo. – Prime peregrinazioni.

Muore Andrea, suo padre. – È condotto a Venezia.

Scrivo di Niccolò Ugo Foscolo brevissimi cenni; non col fine d’inneggiare ciecamente all’eccelso poeta, non con quello di denigrarne la fama col racconto dei difetti ch egli ebbe, ma per tratteggiare con la scorta del vero la strana figura di quest’uomo avventuroso nella politica, nelle armi, in amore, e grandissimo nella repubblica letteraria.

Nacque a bordo di un vascello veneziano nei pressi dell’isola di Zante, l’antica Zacinto, nel 26 gennaio 1778, stile veneto, che equivale al 26 gennaio 1779, secondo il computo generalmente oggi in uso.

Gli fu padre Andrea, da Corfù, uomo espertissimo nelle lingue antiche e nelle scienze: ebbe per madre una greca, Diamante Spaty, già vedova di un tal Giovanni Aquila-Serra. Nella Cattedrale di Zante gli fu imposto il nome di Niccolò, che egli poscia volle cangiato in Ugone e quindi in Ugo.

Trascorse i primi sei anni di vita in Padova, dipoi passò a Spalato col padre, nominato, in seguito alla morte dell’avo, Direttore di quello Spedale. Ma nel 1788 venuto a mancargli il genitore fu dalla madre ricondotto a Zante, d’onde lo tolse il Provveditore Paruta per condurlo a Venezia. [1]

Innamoratosi fin di buon ora delle bellezze d’Italia, si considerò sempre cittadino italiano, allegando a chi gli obiettava la sua nascita in Zante che quest’isola fu dominio dei Veneziani dal secolo XIV al 1797.

2.

Ritratto. – Carattere.

Affetto per la famiglia e per la madre.

In una lettera scritta nel 1795 da Venezia a Gaetano Fornasini a Brescia, che non conosceva ancora di persona, così Ugo Foscolo delineò all’ amico il proprio ritratto :

Di volto non bello ma stravagante e di un’aria libera; di crini non biondi, ma rossi; di naso aquilino, ma non piccolo e non grande; d’occhi mediocri, ma vivi; di fronte ampia, di ciglia bionde e grosse e di mento rotondo. La mia statura non è alta, ma mi si dice che deggio crescere; tutte le mie membra sono ben formate dalla natura, e tutte hanno del ritondo e del grosso. Il portamento non scuopre dignità, nè letteratura, ma è agitato trascuratamente. Eccovi il mio ritratto.

Ed infatti non era bello d’aspetto, anzi nobilmente selvatico, quantunque non dispiacente, talchè alcuni, per scherzo, solevano chiamarlo l’ Orang-outang.

Nel sonetto intitolato il proprio ritratto, Ugo chiamo sè stesso “ricco di vizi e di virtù”; e più tardi ad una delle sue amanti, all’Antonietta Fagnani-Arese, scrisse: “Io ho forse de’ difetti e de’ vizi, ma oso assicurare che ho delle virtù” ignote alla maggior parte degli uomini del mio tempo.

In alcuni frammenti così dipinse il proprio carattere :

“Mio padre mi lasciò erede del suo genio ambulatorio, ed io mi struggo di correr nuove terre per anatomizzare sempre più gli uomini e adorare la madre natura. – Nacqui qui in Grecia, trascorsi l’infanzia fra gli Egiziani, la fanciullezza nell’Illiria, la giovinezza su e giù per l’Italia, la prima virilità in Francia, il resto Dio sa! – Nella mia fanciullezza fui tardo, caparbio, infermo spesso per melanconia, e talvolta feroce ed insano per ira: fuggiva dalle scuole, e ruppi la testa a due maestri. Vidi appena un collegio e ne fui cacciato. Spuntò in me a sedici anni la voglia di studiare da me e navigai due volte in quel tempo dalla Grecia in Italia.”

È inutile fare sforzi per dimostrare che Ugo non avesse i difetti che confessava anche da sè stesso, ed anzi è provato che molte delle sventure che lo afflissero ebbero origine dal suo carattere facile all’ira, violento, esageratamente portato all’amore ed alle passioni; ma è doveroso il ricordare che egli possedeva molte ottime qualità e talune rarissime nella maggior parte degli uomini.

Quale affetto portasse Ugo alla propria famiglia resulta da tutti i suoi scritti, ma in special modo dai documenti raccolti e pubblicati testé in un volume da Camillo Antona-Traversi, sotto il titolo Ugo Foscolo nella Famiglia. Alla madre poi portò sempre tenerissima affezione, l’aiuto sovente, e talvolta con sacrificio proprio, nei suoi bisogni, e serbò per lei un culto quasi di religione. Nella Biblioteca Labronica di Livorno si conservano tuttavia piccole particelle di lettere, nelle quali Diamante aveva scritta di proprio pugno ora in italiano, ora in greco la benedizione per il suo Ugo, il quale tenne sempre riuniti questi frammenti portando con essi religiosamente in dosso fino agli ultimi istanti la benedizione dell’adorata sua vecchierella.

“Non sono figliuolo disleale e snaturato se ti abbandono – scriveva Ugo alla madre in sul partire per Londra – perchè vivendoti più lontano, ti sarò sempre più vicino col cuore, e con tutti i pensieri; e come in tutte le vicende della mia diversa fortuna io fui sempre eguale nell’ aiutarti, cosa continuerò, madre mia, finchè avrò vita e memoria, e la mia santa intenzione e la tua benedizione m’assisteranno.”

3.

Poesie giovanili. – Lauretta.

Calendario amoroso Foscoliano.

Fu il Foscolo uno di quei giovanetti de’ quali il cuore cominciò a palpitare assai presto.

Aveva appena appena varcato il terzo lustro che il suo cuore era già stato piagato da Amore, o almeno bramava ardentemente di esserlo.

Le fantasticherie amorose, ma incerte, soggetto dei giovanilissimi componimenti di lui, presero nel 1796 consistenza nelle Rimembranze e nell’Elegia in morte di Amaritte, nei quali componimenti, piangendola morta, canta appassionatamente una donna dal nome di Laura.

Chi fosse questa Laura, questo primo amore del Foscolo, nessuno ha potuto accertare fin qui. Forse fu veramente una fanciulla che Ugo conobbe, amò e si vide rapir dalla morte ; forse non fu che una figura ideale, una larva animata dal pensiero dell’imaginoso giovanetto, che, innamoratosi di buon’ora dei soavissimi versi del Cantore di Valchiusa, tentava imitarlo creandosi esso pure una Laura, dando umana parvenza al sogno dell’appassionato suo cuore.

Questo amore non fu che il principio di una serie assai numerosa di altri, e rari assai furono sempre e sono tuttora gli uomini, i quali, come il Foscolo, passino continuamente ed appassionatamente amando, la vita.

Allorchè la Quirina Magiotti scriveva a Giuseppe Mazzini – il Calendario delle donne amate dal Foscolo è lungo assai – non s’ ingannava, poichè soltanto di quelle delle quali è rimasto traccia o documenti di amore se ne conoscono circa venti, cioè :

 

1. La citata Lauretta.

2. Teresina Pickler-Monti, la Teresa nella Vera storia di due amanti infelici.

3. Eleonora Pandolfini-Nencini.

4. Isabella Roncioni, sposata ad un Bartolommei, la Teresa nell’ Jacopo Ortis.

5. Luisa Pallavicini, nata Ferrari.

6. Contessa Antonietta Fagnani-Arese, per la quale sostenne Ugo tre duelli.

7. Contessa Isabella Teotochi-Albrizzi, la Saggia Isabella.

8. Sofia Emerytt, giovane prigioniera inglese dalla quale ebbe Ugo una figlia, Miss Floriana.

9. Marzia Martinengo-Cesaresco nata Provaglia.

10. Clementina Pagnini.

11. Elena o Maddalena Bignami, la pallida ed infelice persona.

12. Francesca Giovio.

13. Cornelia Rossi-Martinetti, la fredda Cornelia.

14. Un’ anonima locandiera svizzera.

15. Madama Teresa Pestalozza di Zurigo, verso la quale il Foscolo si comportò poco cavallerescamente, come confessa da sè stesso, chiamando questo amore il suo secondo delitto.

16. Miss Barberina Wilmot o Lady Dacre.

17. Carolina Russel, Calliroe.

18. Tre anonime cameriere, o le tre Grazie del Digamma Cottage.

19. Infine; ma prima fra le prime, la Quirina Magiotti-Mocenni, anima candida, delicata, cortese, che fu il conforto di Ugo per moltissimi anni, e specialmente in quelli in cui la fortuna non gli volgeva propizia, alla quale egli impose il nome di Donna gentile, che le resterà eternamente e che forma la sua più bella biografia, il suo più splendido elogio.

Di tutti questi amori toccherò poi brevemente, ogni qualvolta le vicende della vita di Ugo il richieggano.

4.

Il Tieste. – Ode a Bonaparte liberatore. – Esilio a Milano.

Teresina Pikler. – Lavori letterarii.

Con l’ animo infiammato di patrio amore prese Ugo Foscolo parte attiva alle vicende politiche italiane e concepì le più ardite speranze quando i Francesi, scesi nella nostra penisola, promettevano di farla libera e grande.

Favoreggiatore caloroso delle idee democratiche si diè a propagarle in qualunque modo gli fosse possibile; perciò scrisse dapprima la tragedia Il Tieste, per tante sere di seguito applaudita al Teatro S. Angelo, e quindi l’Ode a Bonaparte liberatore, dedicandola a’ cittadini di Reggio che primi avevano affrontati gli Austriaci usciti da Mantova, data però in luce in momenti sfavorevolissimi, e perchè il laudato repubblicano stava per farsi fondatore di monarchia, e perchè in allora trafficava segretamente cogli Austriaci Venezia, l’adottiva patria del Foscolo.

Era Ugo segretario del Governo provvisorio quando, calati nella tradita città i Tedeschi, dopo il Novembre 1797 gli fu giuocoforza esulare, e valendosi della facoltà accordata ai Veneti dal Trattato di Campoformio di poter passare in Lombardia sotto la nuova Repubblica Cisalpina, si portò, con in mente tetre idee di suicidio, per la Romagna e per la Toscana, a Milano.

Lè giunto e conseguita in seguito ad un decreto della Cisalpina la cittadinanza, si diè a redigere nel Monitore italiano i resoconti parlamentari, ed a lavorare con Melchiorre Gioia nel Giornale L’Italico.

E fra il lavorio della mente e i travagli della sua anima appassionata il cuore non cessò punto dal battergli, che, conosciuto Vincenzo Monti, si trovò ferito quasi di colpo dai bellissimi occhi della moglie di lui, Teresina Pikler, quella donna che taluni credono di ravvisare, invece di altra, nella Teresa della Vera Storia di due amanti infelici.

Fosse per galanteria verso la Pikler o per sentimento di verace amicizia per l’autore della Basswilliana, il Foscolo difese quest’ultimo nell’Esame delle accuse di Vincenzo Monti dagli attacchi de’ suoi nemici: e fra i sogni d’amore, il giuoco, al quale purtroppo abbandonavasi, e l’eccitamento che ritraeva dall’oppio sorbito in forti dosi, non lasciò mai in questo tempo di studiare e di adoperarsi in prò della patria.

Fra le cose più salienti che scrisse allora sono da notare la lettera o discorso sull’Italia prima diretta al Moreau poi al Championnet, ed il sonetto pure all’Italia per la sentenza capitale stoltamente pronunciata contro la lingua latina.

5.

Tenente nell’esercito. – Viaggio in Toscana.

Eleonora Nencini ed Isabella Roncioni.

Nominato Tenente nell’esercito in compenso dell’Ode a Bonaparte, il Foscolo si portò da Milano a Bologna, da dove con la Guardia Nazionale si condusse a Firenze, (1799).

In questa città si legò in amicizia con G. B. Niccolini, e con altri illustri; apprese a conoscere Vittorio Alfieri e fu ammesso a frequentare quella eletta società che si accoglieva intorno alla Contessa d’Albany ed al Gran Tragico dell’Italia.

Fra le relazioni contratte non gli fecero difetto neppure in Firenze quelle di belle e gentili signore: fu anzi qua che una signorina, Isabella Roncioni, seppe destargli una violenta passione. Un’altra bellissima dama fiorentina, l’Eleonora Nencini fu l’ausiliatrice pietosa di questo amore, che cominciato nei primi mesi del 1799 volgeva al suo termine nel 1801 pel matrimonio dell’Isabella col Conte Luigi Bartolommei, matrimonio concluso dalle famiglie e forse senza il consenso della fanciulla.

Che anzi questa giovinetta propendesse pel Foscolo apparisce chiaramente dai versi che seguono, aggiunti di suo pugno in una lettera diretta ad Ugo dalla cortese Eleonora.

– La vostra delicatezza, la vostra onestà mi costringono a cedere alla premure della vostra e mia amica, per l’aggiunta di queste poche righe alla sua lettera – Siate persuaso che non siete solo infelice . . . . Vi prego di voler rispettare le circostanze . . . . Vi assicuro di una vera stima ed amicizia ; questi due sentimenti più durevoli d’ogni altro . . . . saranno incancellabili nel cuore della vostra

ISABELLA RONCIONI.

Terminava Ugo questo romanzo con la lettera che segue scritta in sul partire all’Eleonora Nencini:

“Ore cinque: – Io parto, mia cara, con l’amarezza nel cuore, e col presentimento di non rivedervi mai più – spero che quella divina fanciulla non sarà sdegnata con me, e che la sua compassione accompagnerà questo infelice nelle fiere disavventure che forse lo aspettano. E che mai potrà placare i miei mali nei paesi dove non potrò nè vederla nè udirla? Unica mia occupazione sarà di piangerla sempre . . . .  giacchè l’ho perduta senza speranza.

“Ma se anche io tornassi a Firenze, oserò io più vederla? No! no! ch’ io mora nel mio dolore innanzi che io le sia cagione di una lacrima sola. ‑

. . . .

“Ella è sposa.... – e se pure nol fosse, io non oserei mai offrir la mia mano ad una donna più ricca di me. La delicatezza in ciò supererebbe l’amore – ma non per altro che per gettarmi più presto nel sepolcro. –

“Addio, addio; perdonami. Ardi per carità tutte le mie lettere. Scrivimi. Fidati affatto nel Niccolini; consegnagli le risposte: presto.

“Salutami mille volte quella divina fanciulla . . . .

“Domenica t’ aspetto lung’Arno. Se io sarò a Firenze vi andrò.

“Scrivo pur male ! Addio. – Ch’ ella si fosse sdegnata ? no, no. Tu mi dicesti ch’ ella mi compiangeva, e che . . . .  Addio, addio, perdonami. Non ti scordare di me.

“Io sono infelice ; veramente infelice ; non la vedrò più forse.

“Quante cose vorrei dirti! sono . . . .  lasciami. – Fra mezz’ ora si parte. Domani, chi sa dove  . . . !

Il tuo amico.

“P. S. Vorrei scrivere qualche cosa ancora. – Oh! Se tu mi stessi qui, qui, dentro questo cuore creato all’afflizione . . . il mio nome non ti uscirebbe di bocca senza compiangermi.

“Silenzio !

“Non v’ha riparo. Io devo lasciarla. Ma fossi almeno certo.... Oh, come la beatitudine d’essere amati raddolcisce qualunque dolore! ”

6.

Soldato della libertà italiana. – Nominato Capitano.

– Assedio di Genova. – 2.a Edizione dell’Ode a Bonaparte.

– II primo delitto. – Luisa Ferrari-Pallavicini.

Ugo lasciò infatti Firenze. All’annunzio che la Legione Cisalpina stava formandosi abbandonò il giornalismo e le lettere e corse a farsi soldato della libertà italiana insieme a Giuseppe Fantuzzi, ai poeti Gasparinetti e Ceroni e ad altri giovani illustri, nella guerra combattuta fra la Francia e le piccole repubbliche alleate ed i potentati della seconda lega.

Sparse a Cento il suo sangue; combattè al forte Urbano da eroe e fatto a Monteveglio prigioniero da una banda di villani fu portato a Modena ove rimase fino al 13 Giugno, giorno in cui fu liberato dal Generale Macdonald. Si trovò nei 18 e 19 Giugno al combattimento della Trebbia e nel 15 Agosto a quello di Novi, essendo già Capitano.

Dopo la vittoria degli eserciti confederati, spenta la Cisalpina repubblica e perduta ogni speranza di salvezza, il Foscolo si chiuse in Genova col Generale Massena per sostenervi quel memorabile e infelicissimo assedio.

Prese parte ad ogni mischia da valoroso e si segnalò al riacquisto del Forte dei due fratelli, nel quale scontro ebbe una gamba contusa da una palla di schioppo.

In quei giorni, indignato per le sventure della sua patria, ed intravedendo le ambiziose mire di Napoleone, che tornato d’Egitto aveva assunto il consolato di Parigi gli diresse la famosa lettera premessa alla seconda Edizione dell’Ode, nella quale svelando le mire del Bonaparte lo minacciava d’un Tacito, severo giudice di fronte alla posterità.

Fu verso questo tempo che egli si macchiò d’una colpa involontaria, se vuolsi, e causata da sbadatezza in lui naturale, non da cattiveria, colpa grave però e che egli chiamò senza altro il suo primo delitto.

Cavalcando di notte tempo furiosamente investì un passeggero che andò a rotolare in mala guisa per la via, ove il dì appresso fu ritrovato cadavere. Come se nulla fosse accaduto proseguì il Foscolo la sua corsa sfrenata, a rallentare la quale non valsero la caduta ed i gemiti di quell’ infelice, che forse, soccorso in tempo, avrebbe potuto salvarsi.

Però, fra le angosce dell’animo e i disagi della vita militare non cessò di corteggiare le belle donne. Rivide la Teresina Pikler, che aveva già amata nel 1797 a Milano, e fu ammiratore, non certo fra gli ultimi, della bellissima Luisa Ferrari, moglie al patrizio Domenico Pallavicini. Allorchè la sventura ebbe fatto che questa gentildonna cadendo da cavallo sulla riviera di Sestri si deturpasse orribilmente la faccia e gravemente ammalasse, il Foscolo sentì rivivere in sè lo spirito del poeta, e tolta l’arpa, sciolse all’amica inferma un canto, che è dei più belli fra quelli usciti dalla penna di lui.

7.

L’ Jacopo Ortis.

Allorchè Bonaparte col trattato di Campoformio ebbe venduta agli Austriaci Venezia, non fu più possibile al Foscolo di tenere celato il dolore che l’opprimeva, e da’ Colli Euganei cominciò nell’11 Ottobre 1797 a dare sfogo all’anima sua con le frasi che seguono, le quali furono l’argomento delle prime lettere dell’Jacopo Ortis.

“Il sacrificio della patria nostra è consumato : tutto è perduto, e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia. Il mio nome è sulla lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu che io per salvarmi da chi mi opprime mi cometta a chi m’ha tradito? Consola mia madre; vinto dalle sue lacrime le ho ubbidito ed ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni e le più feroci  .  .  .  .  .  .  .

Per me segua che può. Poichè ho disperato e della patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione, e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da pochi uomini buoni compagni delle nostre miserie, e le mie  ossa poseranno su la terra de’ miei padri.

La melanconia abituale, l’amore esageratamente sentito e le delusioni sulle sorti della sua patria spinsero il Foscolo a sfogare intero l’animo suo ed a ritrarre con foschi colori la storia della propria esistenza.

Accadde verso questo tempo che un giovane del Friuli, di nome Jacopo Ortis, studente all’Università di Padova, si uccise, portando seco nella tomba il segreto che lo spinse al disperato passo.

Il Foscolo, tratto partito da questo fatto, celò sè stesso sotto il nome di quell’infelice e si diè a scrivere la propria vita in una serie di lettere, le quali vengono a costituire un vero e proprio romanzo, conosciuto sotto il titolo di Ultime lettere di Jacopo Ortis, la vera storia di due amanti infelici.

Come l’Jacopo Ortis altri non era che il Foscolo, così la Teresa simboleggiava l’Isabella Roncioni, la giovinetta per la quale nutriva Ugo uno svisceratissimo amore, una passione violenta.

Quasi tutto ciò che è narrato in quelle pagine è sconsolante e verissimo, e veri sono gli spasimi di colui che scriveva. Solo la scena è traslocata d’una in altra contrada d’Italia, per rispetto alle famiglie, le quali, sebbene non fossero da quelli avvenimenti disonorate, sarebbero state additate indiscretamente dal mondo.

L’Ortis è un lavoro sublime, affascinante, ma purtroppo va riguardato, come ne giudicò il Cesarotti, per un’opera scritta da un genio in un accesso di febbre maligna, d’una sublimità micidiale e d’un’eccellenza malefica. È insomma un lavoro che desta compassione, ammirazione, ribrezzo.

La descrizione della tragica fine dell’Ortis, la pittura di una passione amorosa spinta fino all’estremo, trascinano il lettore al sommo degli eccessi, al suicidio. E di ciò s’ accorse anche il Foscolo stesso e si pentì amaramente non esitando a dichiarare, fattosi più provetto, che – “all’età in cui scriveva non sapeva ancora che chiunque esorta al suicidio si apparecchia finch’ei vive i rimorsi d’aver forse sospinto qualche individuo verso il sepolcro.”

E in una lettera al Bartholdy scritta da Milano il 12 Settembre 1808, così ragiona sull’Ortis:

– ”Ed io stesso ad onta della mia predilezione per quel frutto della mia gioventù, ad onta che io abbia talvolta la debolezza di esaminare la mia vita in quelle pitture, comincio io stesso a pentirmi d’ avere irritate le passioni già forse sopite nelle viscere di molti individui e svelata inumanamente ai mortali l’inutilità della loro vita. Oggi che i tempi, i casi e gli anni mi hanno insegnato che certe verità affliggono gli uomini buoni e fanno più accorti i malvagi, dico a me stesso – a che pro le hai tu dette? Almeno che quel libro non fosse letto che da persone provette che amano riscaldare i loro cuori intiepiditi dall’ età e dall’indifferenza e che non vedono nei romanzi se non l’imagine della vita passata! Invece poco gli assennati lo amano, ed è sempre in compagnia dei giovani e delle fanciulle. E perchè aggiungere esca al fuoco delle passioni? Perchè insegnare ad essi di lamentarsi anzi tempo e temere di una vita di cui vedono appena il mattino lusingato dai ridenti auguri dell’ avvenire?”

8.

Morte del fratello Giovanni. – II fratello Giulio.

Incarichi militari. – Orazione a Bonaparte per i comizi di Lione.

Giovanni Foscolo, fratello del nostro Ugo, moriva nel 1801, a poco più di 20 anni, in Venezia, chi disse – per infiammazione a’ polmoni, – chi suppose – per abuso di pia-ceri, – chi scrisse – deliberatamente uccidendosi. Ugo pianse la morte del fratello ed eternò con bellissimi versi la luttuosa avventura.

Dalla madre gli fu dato verso quel tempo in custodia l’altro fratello più piccolo, Giulio, che riguardò da quel momento ed educò con quel medesimo affetto che avrebbe usato verso un proprio figlio. Percorse questo giovanetto nobilissima carriera fino a divenire tenente-colonnello di cavalleria nell’esercito austriaco; ma nel 1830, mentre trovavasi in Ungheria, si diè da sè stesso la morte, spinto forse al passo fatale da un amore forsennato e da quel carattere melanconico che la famiglia Foscolo sembrava avesse avuto in retaggio.

La valentia del nostro scrittore non era ignorata nell’esercito e il generale Teuliè gli affidò l’incarico di compilare una parte del Codice Militare (19 Novembre 1801). Il Foscolo corrispose degnamente all’ incarico ricevuto e presentò un giudizioso abbozzo di legge, che poi, per altre ragioni, non fu più posta in vigore.

Nel 1802 scriveva per i Comizi di Lione l’Orazione a Bonaparte nella quale con franco linguaggio gli dipingeva l’odiosità della tirannide esortandolo a sedare la falsa ambizione ed a mirare soltanto alla vera gloria. Nobilissimo scritto rimasto ad attestare ai posteri le qualità che primeggiavano nel Foscolo – indipendenza di carattere – giustezza di pensiero – magnanimo ardire.

9.

Antonietta Fagnani-Arese.

Volgarizzamento dell’ inno di Callimaco sulla chioma di Berenice.

A questo punto della nostra succinta istoria si para dinanzi la bruna testina di un’ altra donna, bella tanto quanto lusinghiera e incostante.

Nei primi mesi del 1801 in Milano strinse il Foscolo relazione con la Marchesina Antonietta Fagnani, e poco tempo trascorse che egli ne divenne follemente innamorato. Il Pecchio, che la conobbe, così ci dipinge questa signora: “Chiome lucide, nerissime, occhi neri e languenti, un tuono di voce basso e lento, che, chi ha studiato il bel sesso italiano sa che suole essere accompagnato da un cuore bollente, statura alta; questi erano in iscorcio i pregi della persona.... Aveva l’anima grande d’un vero conquistatore, che non fa caso delle lacrime e miserie che cagiona, purchè arrivi al suo fine. Si faceva giuoco degli uomini, perchè li credeva creati, come i galli, per innamorarsi, ingelosirsi, azzuffarsi.” Era insomma una donna, al dire del Foscolo che ebbe tutto l’agio di conoscerla e di studiarla, che aveva il cuore formato di cervello, che non sentiva cioè le passioni che tanto facilmente suscitava negli altri.

Per quasi tre anni durò questa relazione amorosa, e quando nel 1802 l’Antonietta fu guarita da una malattia dalla quale era stata affetta per vari mesi, scrisse il Foscolo l’Ode All’arnica risanata, stupenda creazione, alla quale, più che ad altro è debitrice l’Arese se il suo nome va ripetendosi anc’oggi. Chi fosse bramoso di conoscere l’ intiera storia di questa passione potrà facilmente appagare il suo desiderio, leggendo il Carteggio amoroso di U. F. ad Antonietta Fagnani pubblicato nell’anno decorso dal Prof. Mestica coi tipi del Barbèra in Firenze.

Mancatogli nel 1803 questo amore, e ricaduto in uno di quelli accessi di melanconia tanto in lui abituali, cercò Ugo conforto negli studi e volgarizzò l’Inno di Callimaco sulla chioma di Berenice, arricchendolo di eruditissime note e dedicandolo a Giambattista Niccolini, suo amico.

10.

Isabella Teotochi-Albrizzi, la Saggia Isabella.

La Contessa Isabella Teotochi, che il Foscolo costantemente chiamò la Saggia Isabella, gentildonna conosciutissima per i suoi lavori letterari e per aver rese le proprie sale il convegno degli artisti e letterati più illustri del suo tempo, era a quindici anni un occhio di sole, non ignorava di esserlo, e sapeva che molti, come Giove, si sarebbero mutati in cigno per un suo bacio d’amore. Volle il caso che se ne innamorasse perdutamente Carlo Antonio Marin, capitano di galere, giovane dotto e valente, ma altrettanto brutto, rozzo e misantropo. I genitori congiunsero questi giovani in matrimonio, ma i loro caratteri che non consuonavano in nulla resero tale legame pesantissimo, specialmente per l’Isabella, la quale, sentendosi nata per dividere la vita con un uomo d’ altra fatta del Marin, non lasciò sfuggirsi la prima occasione per domandare il divorzio, che le riuscì d’ottenere.

Rimasta libera si unì segretamente in matrimonio con Giuseppe Albrizzi, Inquisitore di Stato, uomo nobile, colto, virtuoso e gentile quant’ altri mai.

Da lunghissimo tempo conosceva il Foscolo questa signora, come lui greca di origine, e da lunghissimo tempo nutriva per lei simpatia. – Ugo (scrive il Biadego) aveva troppo ingegno e troppo fuoco, Isabella troppa bellezza e troppo spirito, perchè queste due anime incontrandosi, avessero a rimanere indifferenti. Infatti la simpatia nutrita dal Foscolo per l’Isabella si convertì in vero amore quando la relazione amorosa di lui con la Contessa Antonietta Arese cominciò a raffreddarsi. L’affetto che gli sfuggiva da un lato ei sentiva il bisogno di ritrovarlo dall’altro, e fu allora che cominciò ad usare con l’Isabella un frasario che varcava addirittura i limiti della simpatia.

Non vogliamo mettere in dubbio che questo nuovo amore del Foscolo sia stato incolpevole e puro, com’è opinione dei più, ma che, oltre la primiera simpatia, amore, e amore fortemente sentito vi fosse, bastano a provarlo i seguenti brani di lettere scritte da Ugo all’amica, pubblicate alcune dagli Editori dell’Epistolario, altre da Camillo Antona-Traversi.

Nel 1802, per esempio, allorquando Ugo era tutto compreso della passione per l’Arese, così scriveva ad Isabella:

Quante cose dovrei scrivervi, mia dolce amica, perchè voi mi perdonaste il mio lungo silenzio! e quante volte ho lasciata la penna, perché non ho avuto nemmeno il coraggio di scolparmi! Ma poichè voi sola dovete essere il mio giudice, io non farò alcuna difesa; io mi confiderò su la vostra generosità, e su la gratitudine che voi mi dovete per la gentile conoscenza ch’io vi procuro. La Contessa Antonietta Arese vi farà avere questa mia lettera. Vi dirò io che la mia amica è bella, ch’ Ella ha sommo ingegno, una coltissima educazione, un cuore angelico? .... Ah no, no; voi la conoscerete e se la breve sua dimora in Venezia, non ve ne lasciasse il tempo, io vi farò una piena raccomandazione e un sincero elogio dicendovi che Ella vi somiglia. Chi l’avrebbe mai detto che, dopo tante e sì fiere vicende, io dovessi vedere unite le due donne che sono le più care al mio cuore?.... E lo saranno per sempre; perché con tutti i miei ventiquattro anni, il mio cuore è divenuto come un vecchio, che non loda e non desidera che il passato.

Fin qui siamo nel campo della simpatia; ma più tardi quando l’ amore dell’Antonietta Arese non era più che uu ricordo, e che l’Isabella aveva preso il suo posto nel cuore di Ugo, questi le scriveva :

E voi avete a sapere che io ho un piede a Bayonne dove è andata ora la mia divisione .... un altro piede ho in Dalmazia . . . . il cervello qui e lo vado stillando su carte geografiche ed evoluzioni di battaglie antiche e moderne ; ed il cuore sta con mia madre e con voi .  .  .  .  Ma, cada il mondo, a’ primi di Agosto vi vedrò, e bacerò Giuseppino, e parlerò con quell’ uomo senza pari (l’Albrizzi) che il cielo vi diè per marito : χαὶ ϑέλει σοὶ εΐπῶ σὲ ἀγαπάω μέ öλην τήν ϕνχῄν μοΰ . . . . [2]

Ed in altra lettera :

... Addio dunque: cai ego se agapao poli, sebben Voi den me agapas tipotes. [3]

E spingendosi ancora più oltre, così il nostro Ugo le scriveva :

M’ accusi di freddezza e di distrazione quando appunto io son tutto tuo e pieno di te. – Ne’ pochi momenti ch’ io siedo al tuo fianco, m’ hai tu veduto freddo o distratto mai? .  .  .  .   Addio, dunque, addio. Addio, mio angelo. Amami se non come io t’ amo, almen quanto t’ amo. – Alle due. – La mia salute migliora, non così il cuore.

Il tuo Ortis.

In questo tempo, osserva giustamente l’Antona-Traversi, le relazioni di Ugo con Isabella dovettero essere più intime e tenere che mai. Le poste amorose si succedevano con molta frequenza e fu ventura che l’affollarsi delle persone nelle sale della greca gentildonna, impedisse a’ due amanti di oltrepassare i limiti del debito e dell’onesto.

Nel 1807 però anche questo amore andò affievolendo, le lettere divennero più rade, le espressioni meno furenti, le frasi più calme, i rimproveri per la freddezza usata nella corrispondenza più spessi .  .  .  .   e forse ciò fu l’effetto dell’essersi l’Isabella mantenuta davvero sempre saggia col Foscolo.

11.

A Valenciennes – Traduce il viaggio sentimentale d’Yorick.

Sofia Emerytt – Foscolo padre.

Napoleone aveva radunato sul principio del 1804, il suo esercito a Valenciennes, forse con la mira d’invadere l’Inghilterra, forse con quella di tenere i soldati esercitati nelle cose guerresche. Il Foscolo, che apparteneva allo Stato maggiore del Generale Teuliè, più che suo superiore suo amico, dietro un ordine ricevuto si condusse a Valenciennes lasciando Milano assai di buon grado, poichè questa città, gli suscitava omai troppo dolorosi ricordi.

Invece di entrare in campagna, l’esercito rimaneva inoperoso a Valenciennes e il Foscolo, il quale non poteva stare inerte, impiegava il suo tempo nel fare ispezioni, nell’ammaestrare i soldati, nel curare i loro interessi e nel difenderli, ove si trovassero sotto processo, come fece pel sargente Armani, in favore del quale pronunciò nel 1805 una splendida difesa.

Per passare più piacevolmente il tempo si diè a tradurre dall’inglese Il viaggio sentimentale d’Yorick, e perchè la traduzione, che aveva in animo di pubblicare, riuscisse fedele allo spirito dello scrittore, ottenutane licenza, si mise a percorrere gli stessi alberghi a’ quali si era fermato lo Sterne, e così via via fino in Fiandra.

Conobbe là, durante queste sue peregrinazioni, una giovane prigioniera inglese, certa Sofia Emerytt: la face dell’amore, sopita, non spenta, dal soffio direttole dall’Arese, tornò a brillare: Sofia si riscaldò a quella fiamma e rese Ugo padre di una bambina, Miss Floriana, alla quale riserbava il cielo il pietoso còmpito di assistere il grand’uomo in momenti di miseria e di sconforto e di vegliare al capezzale di lui moribondo nella desolante solitudine di Turnham Green.

12.

A Milano – Viaggi – Nominato ff. di ajutante di campo –

Osservazioni sul Poema del Bardo di V. Monti – A Brescia –

L’ Iliade – L’Alceo – I Sepolcri – Le opere di R. Montecuccoli –

Maria Martinengo-Cesaresco nata Provaglia.

Siamo al 1806: Foscolo torna in Italia e va a Milano. Per incarico avutone dal Governo delinea nella Valtellina alquante carte militari e quindi fa quello che oggi chiamerebbesi un viaggetto circolare; si porta cioè a Venezia per riabbracciare la vecchia amatissima madre e la famiglia, poi a Verona a salutare l’amico Pindemonte e quindi a Milano per stringere la mano all’infermo Padre Saverio Bettinelli, l’acre inimico di Dante.

Per intromissione di Augusto Caffarelli, in allora Ministro della Guerra, del quale erasi fatto amico, ottiene la nomina di facente funzione di ajutante di campo e l’ esenzione dagli esercizî militari, e resosi così libero pensa di applicarsi di nuovo alla cultura delle lettere e comincia con lo scrivere le osservazioni sul poema del Bardo di V. Monti uno fra i migliori lavori critici che Ugo dettasse.

Per darsi agli studi con maggior frutto possibile vide che gli era necessaria la solitudine e la quiete assoluta. Si stabilì perciò in una villetta nelle vicinanze di Brescia. Nè può dirsi che cola perdesse il suo tempo, perche continuò la versione dell’ Iliade d’Omero alla quale avea dato principio fino da quando trovavasi in Francia, scrisse l’Alceo e compose il suo capolavoro, il Carme i Sepolcri, meditato da lunghissimo tempo. E perchè non potesse qualche malevolo rimproverargli che senza prestare servizio attivo percepisse gli stipendi come militare, pubblicò, illustrandole, le opere del Generale Raimondo Montecuccoli, che in segno di gratitudine dedicò al Ministro Augusto Caffarelli.

Ma non si creda che l’amore per gli studi fosse il solo a trattenere il Foscolo nei pressi di Brescia: ve ne era un altro, e forse più potente del primo per due occhi bruni ed una alta persona di amabile donna, l’unica con la quale il poeta parlasse a Brescia, e soltanto verso sera. Era questa una vaghissima gentildonna, Marzia Martinengo-Cesaresco, nata Provaglia :

Marzia che piacque tanto agli occhi miei

Mentre eh’ io fui di là. „

Così confessava Ugo Foscolo la sua debolezza di cuore per la Cesaresco a Ferdinando Arrivabene scrivendogli nel 23 Settembre 1808 e pregandolo di bere per lui (Foscolo) un raggio dagli occhi cli Marzia e di baciare i suoi figliuoletti.

13.

Clementina Pagnini.

Per quell’amore alla verità che sento naturale nell’animo e che promisi di fare l’ispiratore di questo mio modestissimo scritto, non posso tacere un’altra avventura amorosa del nostro poeta, che ho ragione di supporre sconosciuta o poco nota fino ad ora ai più dei lettori.

Gli appunti di questo amore Foscoliano mi sono stati forniti da Enrico Montazio in una sua cortese lettera direttami il 13 Ottobre 1885, dalla quale trascrivo quei brani che riguardano la Clementina Pagnini, quest’altra santa del Calendario amoroso del nostro poeta.

La Clementina (scrive il Montazio) l’ho conosciuta personalmente, e l’ho visitata con G. B. Niccolini quando Ella stava in via del Cocomero (oggi via Ricasoli in Firenze) a metà della seconda isola, casa dove ha lungamente abitato, ed è morto, ucciso dalla paura dei ladri, Antonio Ristori, padre della celebre Adelaide ed ove ha pure abitato Corrado Gargiolli. La Pagnini, bella di bellezza imponente e romana anche da vecchia, fu donna di molti amori, e sopratutto amò contemporaneamente G. B. Niccolini (del quale s’innamorò incontrandolo in S. Croce) e il filologo Nannucci: possedeva qualcosa e a suo fratello, Cesare Pagnini impresario teatrale, prestò 3000 lire, perchè rappresentasse alcune tragedie obliate di Niccolini. Era ricamatrice e affittacamere. Abitarono da lei Gustavo Modena e Giuseppe Mazzini. Era lei che faceva al Niccolini e donava le papaline di velluto per casa, per lo studio e per la cattedra. Questa terza papalina era magnifica, tutta ricamata in oro. Bezzuoli l’ha riprodotta nel truce ritratto da lui fatto del Niccolini. Foscolo incontrò la Pagnini, allora giovanissima, in casa d’Eleonora Pandolfini-Nencini, altra sua amante e mezzana dell’Isabella Roncioni-Bartolommei. Della Pagnini ho scritto qualcosa nei miei articoli su Niccolini nel Fanfulla della Domenica e nella Domenica letteraria.

Quando Foscolo la conobbe, egli stava per partire da Bellosguardo per Milano. La Pagnini gli scrisse per avere un esemplare dell’Jacopo Ortis. Egli le rispose (è l’unica lettera di Foscolo alla Pagnini esistente nell’Epistolario edito da Mayer e Orlandini). Foscolo non aveva quell’esemplare, ma se lo procurò e andò a portarlo alla bella Clementina. Foscolo andava per le spiccie e in quell’ occasione ebbe da lei quel che volle. Debbono esistere delle lettere alla Pagnini.

14.

Elena Bignami, la pallida ed infelice persona.

Napoleone Bonaparte alla festa da ballo data dai negozianti Milanesi nel Gennajo 1808 al Teatro della Canobbiana, dopo di avere ammirato le belle ed eleganti signore là convenute, puntò il suo occhialetto sovra una di esse esclamando: – Voila, la plus belle parmi tant de belles!

La signora alla quale l’Imperatore aveva diretto il lusinghero complimento era Elena o Maddalena Bignami, figlia di Rocco Marliani e di quell’Amalia che fu tanto cara al Parini.

Stando alla confessione che nel 1813 il Foscolo vergava in una lettera, di aver cioè, amato l’Elena per più di sette anni in segreto, parrebbe che egli avesse conosciuto questa signora quando era ragazza, e che fino da allora avesse sentito amore per Lei.

Questa però non è che una congettura, perchè a nessuno studioso di cose Foscoliane è riuscito di stabilire con esattezza quando Ugo s’innamorasse dell’Elena, da lui sempre chiamata la pallida ed infelice persona.

Il fatto certo si è che il Foscolo s’ innamorò della Bignami, e che questo amore, afferma il Chiarini, – fu il più profondo e costante di Ugo, fu quello che agitò più a lungo e più forte l’animo di lui, benchè egli portasse sempre con sè una grande medicina a’ mali d’amore, l’amore. –

Non è possibile dare una idea, anche superficiale, sul genere e sulle fasi di questa nuova passione foscoliana senza ricorrere ai documenti lasciatici dal protagonista.

Allorchè il Foscolo stava a Pavia, ricevè una visita della Maddalena, che subito così raccontò per lettera all’amico suo Montevecchio:

– „ Giulio mio, la Lenina è stata qui dalla mattina di domenica sino al dopopranzo di lunedì .   .   .   .  Sono due giorni ch’io non fo che raggirarmi quà e la, parlando col mio desiderio e con le memorie che quella bella persona lasciò in ogni luogo delle mie stanze. Oh come io mi compiaccio della mia buona memoria! Ed è pure in queste amarezze di un qualche conforto: quasi tutti i poeti che ho letto mi mandano un verso e mille pensieri che stanno nel mio cuore, ma che nelle loro poesie sono espressi con maggiore dolcezza. Non sono tre giorni ch’io ti recitava sovente quel sonetto del Petrarca, e la combinazione ha fatto piene di armonia e di soavità tutte quelle parole – ma d’una armonia e d’una soavità ch’io posso sentire e gustare, ma che non saprei nè spiegartela nè fartela immaginare. È vero.

– Qui cantò dolcemente, e qui s’ assise,

Qui si rivolse e qui ritenne il passo,

Qui co’ begli occhi mi trafisse il core :

Qui disse una parola e qui sorrise,

Qui cangiò il viso : in questi pensier, lasso

Notte e dì tienmi il signor nostro, Amore. –

E se tu fossi qui, ti mostrerei ogni luogo, ogni sedia, ogni stanza, chè mi pare ancor bella!  –

La poetica rosa di questo amore, cedendo alla legge comune, non tardò a mostrarsi guarnita d’aculei. Che dispiaceri vi furono, apparisce chiaramente da un brano di lettera di Ugo all’Elena dell’agosto 1812 nella quale scrivevale –

È necessario, amica mia, è necessario che tu spenga dentro al tuo core qualunque scintilla d’ amore e perfino la dolce e falsa illusione che l’amor nostro possa contenersi nei limiti di una religiosa e casta amicizia. E tu devi, tu puoi; tu, donna di spiriti religiosi e delicatissimi, saprai vincerti, t’ ajuterò a vincerti io stesso. Ma non v’ è oggi giorno che un unico mezzo, io tremo gemendo nel suggerirtelo, non v’è che l’unico mezzo di non vederci mai più!

Giuseppe Chiarini, che nel Fanfulla della Domenica descrisse tanto efficacemente anche questo amore del nostro poeta, dice di non sapere per qual via i due amanti arrivassero nello spazio di circa tre anni al punto di chiedersi la fine dell’Idillio, ma crede che il sentimento del dovere e la lotta fra questo e l’amore travagliasse più la donna che il poeta.

Ella infatti scriveagli una volta :

Potrei mai credere d’essere da voi veramente amata se mi esponeste a farmi dimenticare .  .  .  .  i miei doveri?

Al che Ugo rispondeva :

Ripetetele (queste parole) in tutte le altre lettere, non ripetetele, cara sempre tutt’uno: sono già scolpite incancellabilmeute dentro di me e l’anima mia le ripete a sè stessa, e non penserò a voi, che queste parole non mi siano soggetto perpetuo di amare meditazioni.

Ed al consiglio datogli dalla Bignami di amare un’ altra donna per dimenticarla, Ugo replicava:

Comandate in ciò che vi spetta e sarete religiosamente obbedita: ma al mio cuore non siete più in caso di dare consigli nè legge: non è più ragione nè prudenza umana che lo diriga, ma la forza d’una funesta necessità.

Sembrava che anche questo idillio fosse giunto alla soluzione, quando il fallimento e il suicidio del vecchio banchiere Bignami, gettando nello sconforto la famiglia dell’Elena rendeva vano il proposito già formato dal Foscolo di non vederla mai più.Apprese appena le dolorose notizie corse Ugo a Milano per consolare l’amata donna, e fissò dimora presso di lei, accolto bene anche dal suo marito. E mentre trovavasi là un’altra sventura venne a colpire la famiglia Bignami. Il figlio maggiore dell’Elena cadeva in letto colpito da apoplessia: vegliò più notti il Foscolo al capezzale di questo giovinetto, consolando lui afflitto e tergendo le lacrime della misera madre: se non che la soverchia assiduità del consolatore fece rinascere nell’animo del Bignami le antiche gelosie, che non seppe celare nemmeno al Foscolo, e questi, visto che era dovere e prudenza l’allontanarsi, partì.

Tu vedi (scriveva alla sua Lenina) tu vedi, o mia cara, a che precipizio tu sei: e non potea allontanarcene se non il primo partito di non rivederci mai più. Tu non potevi reggere a questo pensiero, ed io che doveva pur essere più prudente e più saldo ed avere pietà di noi due, io stesso mi sono lasciato trascinare dal mio cuore, illuso dalla speranza di piangere, se non altro, vicino a te. Ma anche le lacrime più innocenti possono oggi tradirti ed un solo mio sguardo può farti immancabilmente infelice . . . . Bisogna ch’ io ti perda: resterà orribile la mia vita, ma senza il rimorso d’averti turbata nel tuo santuario domestico, ove tu devi preparare a te stessa una tranquilla felicità.

E chiudeva ripetendo il ritornello famoso: – non vedersi mai più. – Giuramento da marinaro, perchè la temperatura dell’amore tendeva a crescere non a diminuire, e l’ idillio stava per entrare in una delle fasi più calde, più tenere ed appassionate.

Ed eccone la prova.

Non posso parlarti, scriveale, nè darti un bacio nè sentirti dire che tu m’ami .... Cerco di distrarmi: non ho occhi nè sentimento per nessuna donna, tu m’hai spento perfino la dolce memoria di quelle che m’avevano amato altre volte: vorrei poterti essere infedele .  .  .  .   per domare questo furore che può comunicarsi anche a te o destarti una dolorosa ed inutile compassione. Non posso, vedo te sola.

Nè a torto Ugo chiamò la Bignami infelice, poichè le sventure domestiche, la gelosia del marito e lo stesso amore del Foscolo, causa d’una incessante e gigantesca lotta fra la passione e il dovere, dovettero farle passare tutt’altro che felicemente la vita. Da un frammento di lettera, reperito da G. Chiarini fra gli autografi di casa Martelli, apparisce che l’Elena, non si sa però quando, tentasse anche di uccidersi. Tetre idee apprese dalla lettura dell’Ortis, e coltivate sempre dal Foscolo, il quale agitato dalla passione fra tante altre simili, scrivevale anche le frasi seguenti:

Ti confesso che in questi giorni ed anche ne’ tempi passati ho vagheggiato la morte per amor tuo. E mi pareva di vederti vicina a rendere l’ultimo fiato a Dio; ed io frattanto non poteva accostarmi al tuo letto nè innoltrarmi nella tua stanza: ma io aspettava di vedere illuogo dove ogni uomo avrebbe abbandonato per sempre il tuo esanime corpo, ed allora, mentre tu non potevi più nè vedermi nè udirmi, allora venivo sotterra ad abbracciarti .  .  .  .  Tu sorriderai forse ed avrai pietà di me, udendo questo nuovo delirio, ma, perdonami, te ne supplico: non v’è delirio d’uomo innamorato, ch’ io oggimai non provi.

Il tempo con le sue gelide ali raffreddò anche questo caldissimo amore, e benché il Foscolo da Londra continuasse ad avere amichevoli relazioni con la famiglia Bignami, pure il carteggio con l’Elena cominciò verso il 1814 a farsi più rado, più freddo, meno appassionato o meno risentito del solito e quest’amore se ne andò adagio adagio sfumando, come era accaduto degli altri.

15.

Professore di eloquenza a Pavia – Origine,

e ufficio della Letteratura – A Como.

Il Governo per ricompensare in qualche modo il Foscolo per la pubblicazione delle opere del Montecuccoli lo nominò professore alla cattedra di eloquenza nell’Università di Pavia, cattedra una volta occupata da Vincenzo Monti e rimasta allora vacante per la morte del Prof. Luigi Cerretti.

Solevano i professori fiorettare le prolusioni, che si leggevano in pubblico, di adulazioni a Bonaparte, e il Foscolo fu consigliato dagli amici ed anche da qualche bella donnina di uniformarsi all’uso comune. Egli però non si lasciò piegare nè da lusinghe nè da minacce e, quantunque fosse già pubblicato il decreto che con altre simili cattedre sopprimeva anche quella tenuta da lui in Pavia, lesse nel 22 Gennaio 1809 alla presenza di scelto e numeroso uditorio la sua orazione Sull’origine e sull’ufficio della letteratura, senza proferire nè una frase laudatoria nè una parola d’encomio al Capo dell’Impero.

Venuta pertanto a mancargli la cattedra e caduto anche maggiormente in disgrazia del Governo, da Pavia, dove erasi stabilito con gravi sacrifizi e non tenue dispendio, fece ritorno in Milano e coll’amico Montevecchio si portò a villeggiare sul lago di Como presso il Conte Giambattista Giovio, il quale gli aveva dimostrato mai sempre verace amicizia.

Sulle onde cristalline del lago, in quell’incanto della natura cominciò a scrivere le Grazie fatale poemetto per compiere il quale non dovea bastargli la vita.

15.

Francesca Giovio.

Assolutamente l’Ortis voleva lasciare dappertutto delle Terese!

Il Conte Giambattista Giovio, uomo di lettere e rispettabile cittadino Comasco, aveva tre figlie, fra le quali bellissima la più giovane, di nome Francesca. Mettere il Foscolo fra le donne era lo stesso che porre l’esca in vicinanza del fuoco. Egli infatti s’innamorò appassionatamente (secondo il solito) di questa fanciulla, ed essa sentì in breve convertita in vera passione amorosa l’ammirazione e la stima che provava per lui.

Sparsero taluni la voce che Ugo si fosse innamorato di tutte tre le sorelle e che queste, una dopo l’altra, lo avessero corrisposto, ma ciò vuolsi ritenere per una calunnia o, per lo meno, per una esagerazione: del resto, quando anche ciò fosse stato, noi non potremmo accertarlo, riguardando soltanto l’amore per la Francesca i documenti che ci sono pervenuti.

Ma il Foscolo non era uomo da ammogliarsi, e non lo dissimulava nemmeno a se stesso: la fanciulla era candida, buona, onorata: indissolubili legami di amicizia e di riconoscenza, con i doveri che ne seguono, legavano il Foscolo alla famiglia Giovio. Comprese quindi agevolmente che il prolungare quell’amore sarebbe stato un delitto e pensò di troncare per sempre i rapporti che esistevano fra lui e la Francesca.

Da Borgo Vico il [1]9 Agosto 1809 scrisse a quella giovinetta una stupenda e lunghissima lettera per persuaderla a dimenticare un affetto, che, già, colpevole benchè puro, sarebbe divenuto delittuoso col tempo e ad altro non avrebbe approdato che a rendere entrambi infelici.

Trascrivo le parti più salienti di questa lettera, che quasi compendia un romanzo, perchè è impossibile descrivere meglio che con le parole del Foscolo le fasi di questo amore.

È un anno ormai ch’io sopporto le angoscie del silenzio, e ch’ io mi struggo nell’ardore segreto che ci consuma, e che sarà di rimorso e di lacrime a tutta la vita che mi rimane: è un anno ch’io vo combattendo me stesso; e forse la lunga abitudine di sacrificarmi a’ miei principii e all’altrui pace m’ avrebbe conceduto di vincermi. Ma come potrò io obbedire a’ miei doveri, e lasciarvi ad un tempo nel dubbio ch’io vi ho abbandonata più per indifferenza che per virtù, e ch’io pago di ingratitudine un cuore che mi si mostra sì appassionato e sì nobile? No, mia cara amica; non vi lascerò senza prima accertarvi che voi siete riamata: amata caldamente, teneramente. La riconoscenza a’ vostri sentimenti spontanei verso di me, la pietà per la vostra gioventù, la stima alle doti dell’animo vostro fanno puri ed ardenti, faranno sacri e perpetui quei palpiti, che la vostra bellezza e le vostre grazie mi hanno eccitato nel cuore dal primo giorno che vi ho veduta – felice giorno!

Sovente io vi scriveva; ma i riguardi al vostro pudore e alla vostra famiglia mi faceano considerare come delitto ogni linea, e non osava nemmeno conservare quei frammenti scritti per voi  .  .  .  .   Oh potessi almeno scrivendovi, non dirò consolarvi (ah! i sacrifizi non promettono che una tarda consolazione!) bensì apparecchiarvi a uno sforzo, che le mie condizioni e la vostra famiglia e il nostro onore domandano; e lo domandavo efficace e prontissimo.   .   .   .  .

Io guardava la vostra fisonomia, quasi ringraziando il Cielo che me l’avesse offerta d’innanzi per consolare gli occhi miei, che da molti anni si vanno disgustando ognor più di tutte le cose del mondo; ma nel tempo stesso l’amore per vostro fratello e le gentilezze di vostro padre e la coscienza del mio povero stato, vi rendevano meno pericolosa al mio cuore che volgevasi a voi, ma senza timore nè rimorso. Vedeva, è vero, tuttora gli occhi vostri fissarsi sopra di me; vi vedea sul volto e più sulle labbra un silenzio mesto e soave, ma io non aveva avuto ancor tempo di distinguere il linguaggio de’ vostri sguardi; forse io diceva a me stesso: gli occhi suoi si volgono così sempre e naturalmente sopra di tutti, e quella mestizia è carattere; e chi sa! fors’anche quel core geme in qualche passione. – Così io vi compiangevo, e senz’ accorgermi cominciava forse ad amarvi. Ma poteva io presumere che l’indole mia risentita e severa, i miei modi troppo schietti, le mie parole assolute, l’età mia che aveva già smarrita la freschezza e l’amabilità della prima gioventù, il mio volto solcato innanzi tempo dalla trista mano delle passioni; poteva io presumere che queste qualità innamorassero una giovinetta che vedevami appena e che forse non mi avrebbe veduto mai più?   .   .   .   .   .

Vi ho riveduta palpitando, e sperando pur sempre che mi avreste accolto più freddamente. Invece io vi ho ritrovata e più gentile e più mesta e più tenera; e tremava d’accostarmi a’ giuochi per non vedervi più da vicino, per non parlarvi, per non tradirmi per sempre. Ma io condannato a’ più ostinati combattimenti, per cedere poi perpetuamente al mio debole cuore, m’ avvicinai, vi ho parlato, seppi dal vostro labbro ciò che avea da tanto tempo saputo da’ vostri sguardi, seppi d’essere amato: vi dissi . . . .  oh come porto la pena e il rimorso di quelle poche parole, e chi sa di che pianto dovrò scontarle! – Vi dissi che, il voto più caro all’amata mia era stato quello di rivedervi.   .   .   .   . 

Ma io le ho pronunziate quelle parole dal fondo del cuore nè le rivocherò pin. Nell’ ora della morte, d’ innanzi al tribunale d’ Iddio io dirò che vi amo con tutta la tenerezza e la lealtà; e potesse la mia morte farvi felice! Questo è il miglior premio ch’io possa sperare al mio misero cuore; e sarebbe ad un tempo d’espiazione al mio fallo, ed io troverei la tranquillità che la natura dal mio nascere non mi promette che nel sepolcro. Oh sì! potesse la mia morte farvi felice ! Ma finchè io vivrò non sarò mai traditore; e voi non sarete la moglie d’un uomo, che può in faccia al mondo apparire d’avervi acquistata con la seduzione e l’ingratitudine.   .   .   .   .

Ed io amandovi, io desiderandovi sempre più, io più misero forse di voi, combattuto dalla ragione e abbandonato dalla speranza, io chiedeva perdono al vostro povero padre; e sembravami ch’egli mi udisse, e si pentisse della opinione eh’ egli avea riposta nel mio carattere, ed accusasse la propria credulità e la mia ingrata perfidia. Così i sentimenti del malaugurato amor mio, della mia tenera riconoscenza al vostro cuore, che mi si è dato spontaneo, della mia pietà all’età vostra, del dolore a cui sentiva di abbandonarvi dopo di avervelo esulcerato io medesimo, combattevano fieramente, ostinatamente coi miei principii, co’ pensieri sulla mia sorte povera e incertissima, con le opinioni della vostra famiglia, co’ miei doveri verso la mia, con l’amicizia ch’io aveva giurata a vostro fratello ; l’amore insomma con tutti i suoi delirii, l’onore e i suoi rimorsi mi laceravano: voi frattanto, voi povera innocente, eravate la causa e la vittima.  .  .  .  .

E come chiedervi in moglie, come separarvi da’ vostri parenti? lo non sono nobile, e voi vedete quanto profonda sia nella vostra famiglia, quanto superstiziosa e invincibile la stima a ogni titolo, a ogni idolo, a ogni ombra di nobiltà; ostacoli insormontabili, a cui si aggiunge l’avversione di vostro padre e della Contessa a’ miei principii religiosi e politici. Rido spesso delle opinioni mortali, e talora le compiango negli altri e in me stesso: ma in questo caso io mi vedo in obbligo di rispettarle, perchè affliggerei persone che in siffatte opinioni ripongono tutta la loro felicità, e perchè parrebbe ch’io non le combattessi che per mio proprio interesse   .  .  .  .  .

Addio: ascoltate per carità i consigli del vostro misero amico: abbiate pietà delle sue preghiere: obbedite ai vostri genitori, che non vorranno mai farvi infelice; sacrificatevi alla virtù, unica consolazione nelle disavventure: le passioni passano, ma le sciagure restano perpetue nella nostra vita; e se non possiamo evitarle, non dobbiamo almeno esacerbarle co’ nostri rimorsi, e renderle irrimediabili.  .  .  .  .

Io vi amerò sempre, ve lo giuro dal profondo del cuore, vi amerò sino all’ultimo sospiro; e giuro sull’onor mio di non ammogliarmi, finchè voi non sarete d’altrui. Se l’infermità, se gli anni, se gli accidenti vi rapiranno la beltà e gli agi; se sarete padrona di voi, se sarete disgraziata; se vi mancasse al mondo un marito, un amico, io volerò a voi: io vi sarò marito, padre, amico, fratello. Ma non sarete mia moglie finchè potrò comparire vile d’innanzi a me, seduttore verso i vostri parenti e crudele con voi. Addio con tutta l’anima, addio.

Un anno dopo di aver ricevuta questa lettera, la Francesca genuflessa avanti all’ara di Dio, giurava fede di sposa al francese colonnello Vautre.

16.

Di nuovo a Milano – Ire letterarie – Inimicizia con V. Monti.

Con lo spirito affranto per la fine di questo ultimo amore, il nostro poeta tutto melanconico si ricondusse a Milano, dandosi di nuovo con attività e zelo alla letteratura ed agli studi. Scrisse parecchi articoli negli Annali di Scienze e lettere e nel Giornale della Società di incoraggiamento e mentre da un lato continuava ad acquistarsi popolarità e gloria si procurava dall’altro dispiaceri e molestie.

Erano suoi nemici letterari il Conte Paradisi, Urbano Lampredi, l’Anelli, il Lamberti ed il francese Guillon, il famoso critico dei Sepolcri, i quali solevano radunarsi ogni sera in una stanza del Caffè dirimpetto al Teatro della Scala, e là facendo della critica sulle opere letterarie e della maldicenza contro gli autori, la tiravano giù senza misericordia anche al povero Foscolo. Il quale, indispettito, diè ad essi, benchè senza nominarli, solenni sverzate in un articolo che intitolò Atti dell’Accademia dei Pitagorici o ragguagli di un'adunanza della medesima, poichè così chiamò satiricamente le loro riunioni.

E siccome scandalo genera scandalo e dolore proviene da dolore, vide spezzarsi i vincoli di amicizia che per oltre 15 anni lo avevano tenuto stretto a Vincenzo Monti. Vuolsi che in questa rottura, che tanto rincrebbe al Foscolo, la Teresina Pikler non entrasse per nulla, e che fosse invece causata da chiacchiere letterarie malevolmente riportate al Monti da nemici di Ugo; e non è certo improbabile che i letterati battuti nel citato articolo dal mordace poeta si procurassero contro di lui anche questa bassa vendetta.

Io – scriveva a V. Monti – persisterò a non avvicinarmi più a voi se non quando la mia amicizia potrà efficacemente giovarvi. Intanto io sono sicuro che voi tornerete a maledire a Creonti e a Tersiti, ma sono certo altresì che voi mi perdonerete le colpe che forse inavvedutamente ho commesse e quelle ch’altri v’ha fatto e vi farà credere.

Per me siate certo ch’io non conservo rancore contro di voi, ch’io perdonerò le vostre collere momentanee all’antica e lunga amicizia, e torno a ripetervi ch’io non credo che abbiate fatta mai contro di me cosa alcuna, la quale meriti un lungo risentimento. E vivetevi lieto.

17.

Sbilancio economico e soccorsi – L’Ajace – Esilio a Firenze

La Ricciarda – Le Grazie.

Le spese che il Foscolo aveva dovuto sostenere per stabilirsi in Pavia, e la perdita della cattedra ed anche la vita dispendiosa ch’ egli era uso di menare lo avevano sbilanciato negl’interessi e trovavasi ad avere contratti parecchi debiti. Il Vicerè d’Italia, in seguito alle premure che gli venivano fatte dagli amici di Ugo, assegnò a questo qualche compenso in danaro, col quale potè liberarsi dai debitori che più lo molestavano e sopperire ai più urgenti bisogni della vita.

Tale sovvenzione peraltro, benchè costretto ad accettarla, fu per lui più di umiliazione che di sollievo. Altero sempre, volendo da allora in avanti bastare a sè stesso ed assaporare anche le soddisfazioni morali e la gloria volle ritentare il teatro, sul quale, benchè giovanissimo, aveva raccolto allori con il Tieste. E scrisse una tragedia, l’Ajace, che fu recitata la prima volta a Milano nel Teatro della Scala la sera de’ 9 Decembre 1811.

Fu però doppiamente sventurato, e perchè il pubblico accolse prima freddamente e poi fischiò anche in qualche punto questo nuovo lavoro, malissimo recitato dalla compagnia Fabbrichesi, e perchè i suoi nemici fecero sospettare al Governo che tutta la tragedia altro non fosse che un’allusione offensiva alla Maestà di Napoleone, cosa questa che gli procurò dispiaceri non pochi, e l’esilio. Il luogo indicato al Foscolo per dimora era Parigi, ma alcuni amici gli ottennero invece di potere esulare a Firenze.

Qua giunse a’ 17 d’Agosto 1812 assai sofferente d’occhi e di petto e prese stanza nella Villa Albizzi sull’ameno colle di Bellosguardo.

Compose una nuova tragedia, la Ricciarda, e riprese a lavorare sul Carme le Grazie, alle quali finse di erigere su quell’amena collina un’ara allietata e servita da tre gentildonne che molto avevano fatto palpitare il suo cuore, l’Eleonora Nencini, la Cornelia Martinetti, la Maddalena Bignami.

18.

Cornelia Rossi-Martinetti, la fredda Cornelia.

Anche la Cornelia Rossi-Martinetti di Bologna, distinta dal Foscolo con l’epiteto di fredda, è una santa che occupa un posto elevato nel Calendario amoroso Foscoliano, non fosse altro che per averla appunto introdotta Sacerdotessa nel Carme alle Grazie a simboleggiare le grazie della fantasia espresse dall’amabilità della parola.

La Cornelia era una bella e simpatica signora, dotata scrive il Foscolo, dalla natura di un rapidissimo presentimento, e di uno sguardo che penetra nelle latebre del cuore umano, sguardo che l’anima fervida di Ugo non potè sopportare senza infiammarsi d’amore.

Dalle poche lettere che rimangono dirette a lei da Ugo, si apprende che egli la vide e la rivide poeticamente aggirantesi fra le aiuole fiorite e gli ombrosi viali del proprio giardino, fatta per accendere nel cuore d’un uomo una passione violenta e riderne poi con freddezza pari all’ardore suscitato dal penetrante suo sguardo.

Love watch over your beauty ec. [4] Questo verso di non so qual poeta inglese, m’è suonato tutt’oggi nella mente e nel cuore: così il Foscolo chiudeva la lettera a questa signora nel 17 Agosto 1812.

Ma l’amare le donne che hanno sempre pronta sul labbro una risatina che gela è pericoloso e difficile per tutti, e lo era anche pel Foscolo, il quale nello scrivere alla Cornelia non attaccava di fronte con le cannonate del sentimentalismo, ma girava la posizione intromettendo, ove credea più opportuno, frasi e periodi atti ad esternarle il suo affetto. Una volta scrivendole della Contessa d’Albany, soggiungeva è donna avveduta e s’accorse che il norme vostro mi feriva in qualche luogo un po’ scorticato; e più avanti :

Vi dirò che tutto quello che può essermi caro mi si accosta e mi fugge; e voi fuggirete dinanzi a me di tal guisa che io, poveretto, melanconico e infermo non potrò raggiungervi mai; e vi vedrò pur sempre. Vi dilungherete da me, e vi vedrò ; vi perderò dagli occhi e pur gli occhi miei vi vedranno. Davvero vi voglio bene, davvero; e quando penso di scrivervi, cerco di rimanermi tutto solo, e chiudo a chiave la porta, e spalanco le finestre, acciocchè la vista amena dei colli e l’aria vivace che sorge dall’Arno mi rallegri alquanto, onde la mia lettera non m’esca dall’animo tutta tinta di quella melanconia taciturna, che da più dì si corica a letto e s’alza all’alba con me. Nè so perchè. Se tu fossi qui mia, forse il cielo mi parrebbe assai più sereno. . . . Ricordati, se non altro talvolta di me.

E per mitigare il tenore di queste frasi, rammentandosi che la fredda Cornelia rideva di tutto, aggiungevale: ridete, ridete dunque mentre io tingo la penna nel mio cuore e vi scrivo.

19.

Quirina Mocenni-Magiotti, la Donna gentile.

Mentre il Foscolo trovavasi in Firenze, e precisamente sul finire del 1812, fu presentato dalla Contessa Lucietta e da Leopoldo coniugi Cicognara alla Quirina Magiotti.

Fu questa davvero una preziosa conoscenza per Ugo, al quale la Quirina divenne amica, amante, madre e sorella, quello insomma che è per Abelardo Eloisa, nel poemetto di Pope. Donna gentile, ecco la sola frase con la quale un solo uomo poteva illustrare una donna sì rara.

Nacque nel 1781 in Siena da Ansano Mocenni, dovizioso mercante, e da Teresa Regoli, donna colta, spigliata, cortese benefica, alle conversazioni della quale convenivano le persone più ragguardevoli di Siena, d’Italia e dell’estero, non escluso l’Alfieri. La Quirina crebbe in tutto simile alla madre, aggiungendo alle doti di questa una speciale attitudine al governo della famiglia ed all’amministrazione del patrimonio ed un’amorosa intelligenza per le cose rurali.

Era di forme regolari, piacente, se non bella, ed aveva due occhi nerissimi dai quali traspariva tutta la bellezza dell’anima sua.

Ad una donna fornita di tante e tanto rare qualità, avrebbe dovuto destinare la sorte in marito la fenice degli uomini: invece essa fu in ciò del tutto sfortunata. Camillo Magiotti, di Firenze, vecchio dovizioso, aveva un figlio, per nome Ferdinando, quasi assolutamente privo del bene dell’intelletto. Sentendosi di giorno in giorno sfuggire la vita e desolato dal pensiero di lasciare solo sulla terra questo figlio infelice, il Magiotti aprì il suo cuore alla Quirina, della quale conosceva l’elevatezza dei sentimenti, ed essa sottoponendosi al sacrificio, assentì di torre in sposo quel disgraziato, e di divenire la tutrice della sua persona e dei suoi beni, contenta di fare così una buona azione e di rendere la pace dello spirito a quel povero vecchio, sì vicino al sepolcro. Nel 1801 in Firenze ebbero luogo le nozze.

Due anime superiori ed elette, quali erano Ugo e la Quirina, è ben naturale che appena incontratesi si amassero, ed infatti si amarono di amore intenso, appassionato, purissimo. La Quirina divenne la confidente di Ugo: quando era lontano egli la tenea ragguagliata di tutto: le cose più minute che riguardavano la propria persona, i segreti più intimi dell’anima sua, tutto egli confidava alla Donna gentile in lunghissime lettere, delle quali riporterò solo qualche brano, per amore di brevità.

Da quello ch’egli chiamava il suo romitorio d’Hottingen nel Decembre del 1815 racconta alla donna amata minuziosamente la vita che mena tra quelle nevi, le descrive una pericolosa emorragia causatagli dal morso d’una sanguisuga male applicatagli alle narici per rimedio al male degli occhi, le rammenta le infermità che lo annoiavano a Firenze soggiungendo – “ma tu, cara amica, le consolavi; e torrei volentieri di avere di nuovo quelle mie malattie, purchè fossi nel tuo caro paese, e ti rivedessi seduta presso il mio letto.”

E sconfortato dal silenzio e dall’indifferenza di quelli che si dicevano suoi amici, scrive alla sua donna:

Qui, con questo freddo, nella mia montagna fatta più alta dalle nevi impietrite, chiuso nella mia stanza non godo se non della compagnia, numerosissima e graziosa, a dir vero, ma taciturna degli uccelli, a’ quali apparecchio fuori delle invetriate da colazione, da desinare, da merenda e da cena ogni giorno. E vengono in frotte a pigliarsela; e, s’io me ne dimentico o indugio, picchiano col becco nei vetri, tanto ch’ io me ne accorga : pure se quelle innocenti creature non avessero bisogno di me, non verrebbero .  .  .  .  .

E conclude :

Affliggendomi, vedo che ti affliggo! .  .  .  .   ma mi riconforto sperando di ritrovare un giorno in te sola, se non tutte le persone che mi sono care, la persona a ogni modo che non mi lascerà mancare nessuna delle consolazioni che io aveva dalle altre!

Non essendogli riuscito di esigere alquanti crediti e rimasto ad Hottingen senza danari, approfitta delle generose esibizioni fattegli tante volte dalla Quirina, avvertendola di essere stato costretto a trarre sopra di lei una cambiale di 58 monete a 25 giorni, ma si affretta a soggiungerle che venda pure i libri che aveva lasciati presso di lei, dai quali potevano ricavarsi non meno di 100 scudi, terminando:

Io fra un anno o vivrò fuori di queste angustie o mi morrò; nel primo caso, ti manderò, anzi farò ogni mio possibile di portarti io stesso il danaro, e leggerò poscia teco quei libri; e se morrò, ti sieno eredità dell’amico tuo; e questa lettera sigilli come testimonio e il debito mio a lasciarti questo legato, e la gratitudine e l’affetto sacro, dolcissimo che mi muovono a farlo.

Al che la Donna gentile ne’ 12 Gennaio 1816 rispondeva:

– Se tu mai ne avessi di troppo del tuo (del danaro) da farti peso nel cuore il poco mio, ti prego per allora a sollevare con esso qualche misero .... E i tuoi libri non temere di perderli, io te li conservo e li riavrai quando vorrai. – Se il nuovo anno ti riconducesse in Toscana lo sa Iddio se ne sarei pazza di gioia, e piaccia a Lui di aprirtene la strada una volta! Or addio, mio caro: tiemmi sempre e poi sempre per la più fida e sincera amica che tu abbia mai avuto, o sii per avere nel presente, passato e futuro tempo: nè la politica, nè le opinioni, nè le invidie sono bastanti a farmi esser teco diversa da quella che fui, che sono e che sarò.

Fra i regali pel capo d’anno 1815 la Quirina mandò ad Ugo un nastro da orologio lavorato con le sue mani. Il Foscolo ringraziandola, le scrisse :

Il laccio non l’attaccherò se non domani l’altro mattina appena vedrò l’alba del nuovo anno; perchè se in quest’anno che fu di tristissima luce per me, mi servissi del tuo dono amoroso, crederei di guastare le buone speranze che mi ha improvvisamente portato.

Addio, addio.

Ed in altra lettera:

Or concludendo, dico, che la mattina di lunedì, primo dell’anno, dopo di essermi alzato e lavato a lume di candela, ho spiato il primo momento in cui levavasi il sole;  e con mani pure e mente piena di speranza, e con cuore ardente, mi sono attaccato il tuo nastro all’oriuolo. E così mi è anche passata la volontà di vendere quella povera ripetizione per ora: ma bisognerà pure che un dì o l’altro, se la sorte non mi sorride, io la venda; e allora mi porterò il nastro attaccato al collo, come il parroco di Didimo portava il nastro d’Elisa.

Al che la Donna gentile :

Ti ringrazio dell’amorosa accoglienza fatta al mio nastro; e vorrei pure che fosse il predecessore di maggior fortuna, come nel farlo io aveva mille presentimenti di felicità che mi consolavano. Spero anche che non avrai bisogno di vendere la ripetizione, e volendola vendere, la comprerò io.

Quisquiglie da innamorati, ma dalle quali si desume la rara delicatezza d’entrambi, e lo squisito diportarsi della Quirina.

La quale per quell’affetto, per quel culto che la legava al poeta, fa per esso anche dei sacrifici che sarebbero ridicoli se non palesassero l’elevatezza del suo cuore.

Sapendo che il Foscolo soffriva il freddo le scrive :

Or vorrei pure indovinar la maniera di farti pervenire dei corpetti di maglia e tu frattanto tremi dal freddo, e io non so quel che mi fare. Ridi un poco d’un’idea donchisciottesca: dopo che so esser tu per necessità senza lana indosso, ho buttato via le camiciuole ch’io tenevo, parendomi di sollevarti alcun poco, soffrendo teco; e non vado  al teatro, e mi sto tutta chiusa in casa delle intiere settimane, parendomi di tenerti compagnia; e ti parlo, ti chiamo e sospiro quelle ore beate che teco passavo nel 1812, e le  lacrime scorrono caldissime . . . . „

Ed il Foscolo:

Ma tu, signora Don-Chisciottina, non lasciare i camiciotti di lana. Davvero, amica mia, non ammalare: abbi pietà di te, ma molto più di me; e se tu mi morissi, io non saprei più dove voltare gli occhi, e riconsolare l’anima mia. Con te sola, posso parlare : o lontano o vicino non tacerò mai con te finchè avrò cuore e memoria. Or addio, Donna mia, e sorella e madre e figlia mia.

Addio.

E più tardi in altra lettera del 9 Febbrajo 1816:

Or tu, amica mia, come stai di salute? Le altre tue lettere innanzi l’ultima mi fanno temere che tu sia mezzo malata: e il timore in me diventa subito intero, perche si tratta di te; inoltre l’anima mia fu da Dio creata così. Però scrivimi, te ne prego, scrivimi esattamente: tarderanno, pur troppo! le lettere, ma le verranno; e non foss’altro, le mi diranno la verità, perchè la perplessita è la mia vera tortura. E torno a scongiurarti di ripigliare i camiciotti di lana, sì perchè l’esempio di un uomo non può servire a una donna che è naturalmente più debole, e sì perchè è più danno il lasciarli dopo averli portati al principio del verno, che il non averli avuti e incominciare a gradi a patire ecc, ecc.

La gentile corrispondenza d’affetti continua; i piccoli sacrifici ingemmano il diadema di questo amore. La Quirina racconta al suo Ugo:

Tutto è rumori qui: il carnevale fa fare delle pazzie .  .  .   .  .   io poi, mio carissimo Lorenzo, ti faccio una donchisciottesca compagnia, e non ho veduto nè vedrò teatro, nè altro pubblico divertimento .   .   .   .

La tua del 9 ha tardato più del solito, e ne sono stata in pena; tanto più che a questo freddo temo sempre che tu ti ammali; ma rido poi quando mi danno per nuova certa che ti sei ammazzato (così hanno detto per un mese e lo dicono tuttora); e rido amaramente in faccia a chi con tanta malignità viene apposta ad abbordarmi per dirmi questa bella cosa  .  .  .  .

Ma alla Quirina preme che il Foscolo non soffra: vuole aiutarlo nelle sue strettezze e tenta tutti i modi per farlo, senza urtare la delicata suscettibilità dell’altero poeta.

Dimmi un po’ adesso come vanno le cose tue, di che non mi parli mai, e di cui ti domando in quasi tutte le mie lettere.  .  .  .

Parlami netto e schietto; non voglio saperti nella miseria: dimmi tutti i tuoi bisogni, senza occultarmene uno.

Non sono io madre, sorella, figlia tua? Sotto questi titoli esigo tutta la tua confidenza, e tutta la tua bontà per accettare da me quegli ajuti che voglio e che devo darti, e prontamente, e sempre quando tu ne abbi bisogno, chè purtroppo ne avrai.

Mi avevi promesso nella tua del 14 di Febbrajo di mandarmi la cambialina e non l’ ho veduta; nè so a cosa attribuirlo. L’aspetterò fino a sabato: poi anderò dal banchiere per pregarlo a ricevere il danaro anche senza l’avviso tuo; e conta poi per altrettanta somma e più se ne vorrai, nell’aprile. Intanto, prepara la ricevuta; ch’ io ti prometto di stracciare e bruciarne tutti i minuzzoli, perchè non ne resti ombra. Al tuo ritorno mi pagherai personalmente in proprie mani, e non altrimenti.

Grato a tante dimostrazioni d’affetto, offre Ugo a questa ottima fra le donne la mano di sposo. Ma la Quirina sottoscrive il secondo sacrificio pel bene di lui rifiutandola con la lettera che segue dalla quale traspira tutto il disinteresse, tutta la candidezza dell’affetto di questa donna, tutta la bontà, tutta l elevatezza dell’animo suo:

L’offrirmi te stesso in compenso della mia costante amicizia è un atto troppo generoso, nè devo accettarlo. Tu perderesti il solo vero bene che ti resta, la libertà e l’indipendenza assoluta; io non potrei offrirti quel che vorrei, di cui madre natura mi fu avara e che l’età mi toglie. Vorrei piuttosto morire che esser cagione del tuo malcontento. Tu puoi trovare una compagna che sia degna di te, nobile, giovane, ricca, avvenente, amabile ec, e farti felice ; io, non avendo nessuna di queste doti, ti sarei a carico come moglie. Inoltre, ancorchè fosse facilissima cosa sciogliermi da quel legame cui non restò avvinta che la mia mano, pure non avrei cuore di abbandonare mio marito alla poca descrizione de’ suoi parenti, dopo aver promesso a suo padre, ormai carico di 83 anni, di proteggere il figlio dopo la di lui morte. Ma siccome sono e sarò sempre libera della mia vita, e padrona assoluta delle mie tenui sostanze, e posso contare sulla pubblica stima, quindi è che invece di avere alcuna difficoltà di passare i miei giorni teco, io me ne stimerei beata; e al tuo ritorno diverremo compagni inseparabili finchè la morte ci divida, o le circostanze ti facciano cangiar di pensiero, nell’ipotesi che ti risolva una volta di maritarti con persona di tuo genio: su di che non sarò mai per distoglierti, perchè nè l’interesse, nè l’amor proprio entrano per nulla ne’miei pensieri. E se mi sarà concesso di consacrarti la mia vita, le mie cure, e stare sotto il medesimo tetto, e fare causa, casa e cassa comune, allora sarà bandito il mio e il tuo; e tutto tuo e tutto mio sarà ciò che possederemo. Me beata se posso ottener d’arrivare al godimento di tanto bene! ma i miei presentimenti non sono punto lieti.

L’altro progetto di venire a trovarti in Svizzera è impraticabile: l’età di mio suocero e di mio padre ne è il più forte motivo; ma una volta che avessi tanto coraggio di varcare le alpi, addio Toscana bella, fino a che non mi fosse dato in sorte di rivederla teco. Sarebbe impossibile che una volta giunta fino a te sapessi lasciarti. – Quanto costi al mio cuore il rinunziare al tuo invito tante volte desiderato, impossibile che io lo spieghi: non posso mai pensare al tuo dilungarti da me senza sentire de’ brividi gelati che mi scuotono tutta e mi stringono il cuore.... Ma pensando poi sempre al tuo bene, sono contenta; perchè Londra ti offrirà larghissima ricompensa al tuo merito, e ti porgerà mille occasioni di esser pago della tua esistenza; e ti rinascerà in seno la speranza e l’amore forse, non religioso, non candidissimo, ma pur tale da farti scordare tante acerbe sventure. È meglio dunque ch’io non accetti ancora le tue proteste d’amore benchè lusinghino il mio amor proprio; io non ti cerco amore, nè te lo domanderò fino a che la tua futura sorte non mi dia luogo a sperare che lo merito. Tutta la mia ambizione oggi è di poterti rendere la giustizia che meriti, ed abbandono interamente alla generosità del tuo cuore la cura di ricompensare con altrettanta tenerezza il candore e la lealtà che ti ho mantenuto, e ti serberò, e porterò meco nel sepolcro. Conservami dunque una salda amicizia, e ricordati di me in qualunque luogo tu vada....

Le cordiali relazioni del Foscolo con la Donna gentile non vennero mai meno; e quando Ugo morì, la Quirina rimasta a piangerlo sulla terra, mantenne verso la memoria di lui l’affetto, la tenerezza, la venerazione che gli avea portato vivente.

Nei chiostri di Santa Maria Novella in Firenze riposa la salma della Donna gentile, nel 3 Luglio 1847 mancata serenamente ai viventi, nella speranza di riabbracciare il suo Ugo nel regno de’ morti.

20.

Disfatta dell’esercito Napoleonico in Russia – Foscolo torna soldato –

 Capo-battaglione – Tumulti a Milano – Salva il ministro Prina –

Non vuol prestare giuramento – Esule in Svizzera.

Stavasene il Foscolo a Bellosguardo dedicando i suoi giorni parte alle vergini Muse e parte all’amore, quando giunse la notizia che l’esercito Napoleonico era stato disfatto in Russia.

Morian per le rutene

Squallide piagge, ahi d’altra morte degni

Gl’itali prodi [5]

All’annunzio di tanta sventura cinse il Foscolo nuovamente la spada e nel novembre 1813 lasciò Firenze e corse, pieno d’amore di patria, in Lombardia. Ma per gli avvenimenti politici che si svolgevano in quei giorni gli fu giuoco-forza di rimanere, a Milano, dove la pallida ed infelice persona languiva sempre d’amore per lui.

Frattanto i confederati entravano trionfalmente in Parigi e Napoleone, ridotto a Fontainebleau con le reliquie dell’esercito, segnava l’atto di abdicazione. Caduto il colosso gl’italiani, che potevano cogliere efficacemente il momento di ritornare padroni di se stessi, si peral solito in dannose ire ed in vani contrasti. Scoppiarono tumulti in molte parti d’Italia e fra tutti memorabile quello della sera del 20 Aprile 1814 in Milano terminato coll’eccidio del Prina, Ministro delle Finanze, che fuggivasi travestito da prete, e al quale si ritrovò il nostro poeta.

In quel giorno del tumulto io – dice il Foscolo, nella Lettera Apologetica– con lungo pericolo mio tolsi dalle mani di molti manigoldi ubriachi il Generale Peyri, ch’essi chiamavano Prina; non che sel credessero, ma deliravano stragi; e mel portai fra il petto  e le braccia attraverso la folla arrabbiata. Alcuni d’essi sul far della notte mi tennero dietro, e molta plebe con fiaccole dalla lunga, poichè prossimi mi si avventarono, e l’uno mi ravvolse d’una corda e mi stringeva le reni. Io sino dalla mattina mi ero armato d’una daga nascosta sotto il soprabito, perchè era giorno piovoso, e camminava tenendola impugnata; così la punta gli fu al collo, innanzi ch’ei potesse strascinarmi colla sua corda ; e afferratolo per un braccio diceva a lui ed ai suoi che mi seguitassero a quel modo tanto ch’io entrassi in una casa vicina; e se facevano motto il loro compagno sarebbe scannato. La moltitudine si raffrettò, e i miei manigoldi gridavano che accorresse, ed io che accorresse, movendomi innanzi tuttavia col sicario e la sua „ corda che mi stringeva le reni, e la mia daga sempre in quell’atto da teatro sino presso al palazzo di Belgioioso.

Lo spazio della piazza lasciò che la folla si distendesse, e mi circondò; e tutti esclamavano patria. Parecchi riconoscendomi al lume delle loro fiaccole, mi nominaronoe che io m’era il galantuomo della tragedia proibita, e che m’avrebbero accompagnato salvo ove volessi. Io più per dare a credere fiducia, che per alcuna speranza della loro salute, predicai di patria e di pace e buona morale, e che andassero a’ loro figliuoli. Parevano spossati tutti dalla furia di tante ore, e si rimanevano ad ascoltare.

Mentre durava la Reggenza si ebbe il Foscolo la promozione da capitano a Capo-battaglione, che per l’avanti aveva tante volte domandata invano, ed ottenutala mandò al Governo provvisorio le proprie dimissioni, che peraltro non furono accettate.

Giova notare che Ugo fu l’autore dell’Indirizzo presentato nel 30 Aprile 1814 dalla Guardia Civica di Milano al generale inglese Mac Farlane per chiedere dalle alte potenze alleate un regno costituzionale ed indipendente.

La posizione politica di Ugo peggiorava di giorno in giorno, perchè gli Austriaci entrati in Milano, pur diffidando di lui, cercavano di tirarlo dalla loro proponendogli la pubblicazione d’un giornale (la Biblioteca italiana che fu diretta poi dall’Acerbi) ed il popolo, vedendo fra i comandanti austriaci ed il nostro autore quello scambio di cortesie, che s’usano fra gentiluomini anche di avversi partiti, e prendendo in mala parte le relazioni che derivavano dalle pratiche per la pubblicazione del giornale, cominciò a vedere il Foscolo di mal occhio ed a sussurrare che se la intendeva con i tiranni.

Il sapere che si mormorava in tal guisa rincrebbe moltissimo allo sdegnoso poeta; e quando si volle che tutti i militari indistintamente prestassero giuramento di fedeltà: fece subito pratiche per essere esonerato, e riuscite queste infruttuose, prese la sua risoluzione.

Sul far della notte (30 Marzo 1815) mi avventurai all’esilio perpetuo: e a mezzo dì del giorno veniente, mentre gli altri circondati da’ battaglioni di Ungheri proferivano il giuramento, mi veniva fatto di toccare i confini degli Svizzeri; non perché io mi sperassi un asilo; ma bensì le loro Alpi, e la loro indigente venalità mi promettevano nascondigli.

Ramingò parecchio tempo su e giù per la Svizzera e finalmente si stabilì in Hottingen presso un parroco protestante, assumendo, per sottrarsi alle ricerche della polizia, il nome di Lorenzo Alderani, l’amico di Jacopo Ortis. In questa casa, che chiamò sempre il suo romitorio, dimorò fino all’Agosto del 1816.

Ingannò in parte la noia dell’esilio con occupazioni letterarie, facendo prima stampare a Zurigo, con la falsa data di Pisa l’Ipercalissi, scritta fino dal 1813 in Toscana, dettando poi i discorsi Della servitù d’Italia e curando infine la seconda Edizione dell’Jacopo Ortis.

21.

Una anonima locandiera: Teresa Pestalozza, il secondo delitto.

Due sono le avventure amorose, che si conoscano, occorse al Foscolo in Svizzera.

Al suo giungere s’invaghì dell’avvenente padrona della pension, ove era alloggiato, sì pazzamente, che tocco da gelosia per un ufficiale, che pure spasimava per la bella albergatrice, e venuto con questi a scommettere chi dei due saprebbe provare meglio alla donna la violenza del proprio amore, poco mancò che non si sfracellasse il capo nella mu-raglia, contro la quale si era lanciato a testa bassa; e dovè alla prestezza usata da alcuni nel trattenerlo per ammortire così il colpo, se ne uscì col capo leggermente ammaccato e dolente solo per pochi giorni.

La seconda avventura che sto per narrare è quella che Ugo tanto rimpianse e che chiamò il suo secondo delitto.

Ne fece, benchè a malincuore, il racconto alla Donna gentile in più lettere, le quali, o andarono perdute per via, o furono distrutte, con rara delicatezza, da quella donna, alla quale tanto stava a cuore l’integrità della fama di Ugo. Ma la storia di questa avventura ci è pervenuta egualmente e può leggersi, facendovi le dovute tare, in un volume rarissimo, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Fiorentina, scritto da un toscano, Guido Sorelli, e intitolato: Le mie confessioni a Silvio Pellico.

Nel frequentare a Zurigo il Banchiere Pestalozza, cui era stato raccomandato, occorse al Foscolo di stringere amicizia col figlio di lui, il quale a sua volta presentò Ugo alla propria moglie, che trovavasi in villeggiatura a poca distanza dalla città. Vi andai, dice il Foscolo, e senza sospetto; sì perchè io aveva il cuore pregno di altre passioni, e sì perchè le signore Zurighesi sono bruttissime, e tutte, senzac eccezione, gozzute e sdentate.

La moglie del Pestalozza non costituiva una eccezione alla regola generale: era bruttina, anzi che no, ma vestiva elegantemente con un garbo tutto suo senza stare alla moda; era leggera e romantica ma possedeva una franchezza di carattere che illudeva; aveva un che di attraente confessa Ugo, che mi abbagliava il cuore lasciandomi freddi i sensi. Ciò che fece molta impressione sul Foscolo fu la sua ostentata sincerità, della quale non dubitò più quando ella, non richiesta, gli ebbe detto che aveva 28 anni, mentre non ne mostrava che 20, e fatte vedere le sue gengive scorbutiche, appena che il discorso venne a cadere sulla malattia che affliggeva il paese. Veramente belli avea gli occhi, i quali erano in lei molto più atti della parola a manifestare i sentimenti che voleva esternare. Infine dallo stesso Foscolo si apprende un’altra particolarità intorno al fisico di questa signora, che cioè – aveva essa una fisonomia così fatta, ch’ei, Foscolo, non poteva rammentare, dopo averla vista per ben sei o sette volte. –

Subito, alla prima visita, la signora Pestalozza rivolse al Foscolo, presente il marito, mille indiscrete domande sugli amori della Contessa d’Albany coll’Alfieri, e in guisa di donna che si dilettava di sì fatti argomenti.

Alla prima tennero subito dietro altre visite, che in breve si moltiplicarono, e divennero frequentissime, e il cuore di Ugo non tardò a trovarsi avvolto nel vischio amoroso tesogli da questa signora. Sembra però che ad essa non bastasse un cuore, nè due: il Foscolo veniva terzo personaggio a figurare nell’idillio. Il primo naturalmente era il marito, ed il secondo un certo Guido Sorelli, toscano, suo maestro di lingua italiana. Appena questi si accorse che anche il Foscolo era ammesso a libare nella tazza della voluttà, che credea riserbata a lui solo, non è a dire se muovesse acerbi rimproveri e minacce alla signora, la quale gettandosi a’ piedi di Ugo gli fece la sua confessione proponendogli di fuggire con lui. Possedeva però il Foscolo troppo buon senso per aderire a siffatta proposta; sicchè cercò di portare in lungo la cosa e di acquietare i pianti, le disperazioni, le smanie nelle quali dava la Pestalozza anche in faccia al proprio marito. Visto però che il Foscolo non risolveva, ella si decise per il Sorelli, e disse francamente ad Ugo che gli rendeva la libertà degli affetti, non volendo, non potendo tradire il suo primo amante. L’amor proprio del Foscolo, già tocco da questo procedere, rimase fortemente offeso quando la Pestalozza, sotto non so qual pretesto, gli chiuse addirittura in faccia la porta della sua casa, e che il pubblico cominciò a raccontare ed a commentare l’avventura. Allora l’ira, lo sdegno, la gelosia infiammarono il nostro poeta, il quale, pur contenendosi, scrisse alla signora una lettera di ultimo addio, esortandola a pensare al proprio marito, ed a rispettare il suo riposo e la sua anima nobile, giusta e compassionevole.

Ella commise allora la più grande delle imprudenze. Senza rispondere alla dignitosa lettera di Ugo, gli rimandò un libro che aveva avuto da lui, cancellando il nome di amico, che andava unito a quello di Foscolo nella dedicatoria.

A questo nuovo ed ingiustificabile affronto il Foscolo non seppe più reggere: intimò subito al Sorelli di non avvicinare più quella donna, o di impugnare una spada e scendere sul terreno a misurarsi con lui. Il povero maestro impaurito (chè in certe cose il Foscolo non scherzava) accettò la prima parte dell’intimazione e scrisse al rivale di proprio pugno un biglietto, promettendo di abbandonare entro pochi giorni Zurigo. Ma poco dopo si portò in persona presso di lui per scongiurarlo a permettergli di rimanere, allegando che la sua condizione, non brillante certo in Zurigo, sarebbe divenuta miserissima in altro paese, dove avrebbe dovuto recarsi privo di danari e senza appoggi nè mezzi certi per vivere. Il Foscolo, generoso sempre, gli permise di rimanere, ma stette duro sulla condizione di non avvicinare la Pestalozza. Il Sorelli li per lì promise, ma la mattina appresso si portò, come di solito, a visitare la signora. Saputo ciò il Foscolo, perse, come suol dirsi, il lume degli occhi, e preso da un accesso di ira si portò dal marito e lo mise al giorno di tutto. Aveva però appena terminato di parlare, che, rientrato in sè, misurò tutto il male che aveva fatto, calcolò tutta la viltà della delazione e ne fu desolato. Pianse amaramente il fatto e cercò, troppo tardi, di rimarginare l’atroce piaga aperta nell’animo del Pestalozza, scrivendogli molte lettere di scusa, e chiedendogli più volte perdono.

22.

A Londra – Splendide accoglienze –

Prodigalità – Deficenza di mezzi – Speranze fallite.

Dopo il fatto testè narrato pareva che il suolo Svizzero scottasse i piedi del nostro esule volontario, tanta era in lui la mania di partire. Per mezzo di Guglielmo Stewart Rose suo amico, letterato di grido, membro del Parlamento inglese e figliuolo di un ministro, ottenne un valido passaporto dall’Ambasciatore inglese Canning, uno dall’ ambasciatore Prussiano ed un terzo dalla Confederazione Svizzera. Munito di tali carte, in compagnia di Andrea Calbo, un giovane greco suo amico, prese la via di Ostenda e dopo pericolosa navigazione, l’11 Settembre 1816 sbarcò a Londra. Andrea Calbo gli fu dato per compagno dalla Donna gentile invece di Silvio Pellico, che non potè più seguire a Londra l’amico per essere stato scelto dal Conte Porro ad istitutore dei suoi igliuoletti. Ma fu male, perchè il Pellico, ove fosse partito per l’Inghilterra avrebbe evitato le tante sventare che lo colsero e che poi narrò nel patetico volumetto Le mie prigioni.

Giunto a Londra il Foscolo dovè accorgersi che non era affatto ignoto a’ mortali, poichè si vide accolto come uomo che godesse già da un secolo di bella fama e illibata. Sul principio il clima umido influì tristamente sulla sua salute ed allora le Ladies, i Lords i Gentlemens andavano in legno alla sua abitazione a prendere notizie di sua salute e gli facevano piacevole compagnia. Egli godeva di vedersi trattato in modo così distinto, e menava vita da gran signore, benchè non ne avesse i mezzi. Ma, guai, egli scriveva, guai s’io parlassi delle mie presenti necessità! Guai s’io tendessi la mano! Qui la miseria è un delitto!

Le cose pecuniarie volgevano in male, chè il danaro accumulato per l’avanti era finito ed aveva cominciato a fare dei debiti. Sulla meta dell’anno 1817 veniva colto da una gravissima sciagura domestica, la morte della vecchiarella sua madre, e stava per andarsene alle Isole Jonie per sistemare alquanti affari di famiglia quando, precipitatosi da un cavallo infuriato per salvare alcuni fanciulli contro i quali andava ad urtare, ebbe spezzata una gamba e dovè rimanersi in Inghilterra.

Vedendo però che la sua posizione facevasi sempre più triste con lo spendere molto e col guadagnare poco, si ritirò a Kensington, nei pressi di Londra e si pose a scrivere articoli per i giornali e le riviste letterarie ritraendone vistosi guadagni. Ebbe anche in animo di pubblicare un’opera in tre volumi intorno agli usi, alla letteratura ed alla storia politica dell’Inghilterra e dell’Italia, intitolata il Gazzettino del bel mondo, del quale fu edito un saggio; e una edizione in 36 volumi de’ maggiori classici italiani, compilata in guisa da riuscire per gli Inglesi un corso di Letteratura italiana.

Le cose dunque gli andavano propizie, e tutto faceva sperare che con 5 o 6 anni di assiduo lavoro avrebbe potuto guadagnare tanto da mettere insieme una bella somma, per godersela poi in Firenze presso alla Donna gentile. Però alla vista del danaro gli si risvegliarono le idee fastose e cominciò subito, nell’estate del 1818, coll’abbandonare Kensington per un Cottage, (villino di campagna) in East Moulsey, pur tenendo un appartamento in città.

Stretta, in sul finire del 1818, amicizia con Gino Capponi, raccomandatogli da G. B. Niccolini, sentì il Foscolo più potente il desiderio di ritornare a Firenze per riabbracciare la fida Quirina e gli amici, ma gli arresti del Pellico e degli altri liberali italiani, dimostrando che erano accresciuti i sospetti e i rigori dell’Austria, fecero svanire il progettato viaggio e ridussero a legale l’esilio che Ugo volontariamente aveva preso.

La vita dispendiosa di Londra lo ridusse in breve in mal punto. Di più un amico suo, col quale aveva intrapreso la pubblicazione di un lavoro, si rovinò per essere eletto Deputato al Parlamento, senza riuscirvi, lasciando pure il Foscolo nella miseria.

Per questo lavoro che mi piaceva, scriveva Ugo alla Donna gentile, sospesi l’edizione del primo volume dei Classici e cessai di scrivere per l’Edimburg e lo Quarterly Review, che danno ogni tre mesi guadagno sicuro. Di mille lire ch’io mi sperava certo in un anno non ne ebbi che cento; così lasciai la mia casetta di campagna, di cui peraltro pago tuttavia la pigione; ma non ho spese domestiche, nè necessità di calessetto e cavallo, nè imposte. Vivo in Londra alla meglio in due stanze ammobiliate in Woodstock-Street, e che dianzi non mi servivano che per dormire quando ci veniva.

Di lì a poco però la fortuna di Ugo cominciò a rialzarsi per i lauti guadagni che gli fruttò un corso di lezioni pubbliche di letteratura italiana, dato, benchè a malincuore nel 1823, per consiglio d’una egregia gentildonna, Lady Dacre, che siamo per conoscere.

23.

Miss Barberina Wilmot o Lady Dacre.

Le nebbie del Tamigi sembra che assopissero per un poco nel nostro esule gli ardori per le facili ed illegali avventure e gli facessero mutare addirittura consiglio. A Londra il Foscolo cercava moglie.

Avendo io pure non solamente il desiderio, ma ben anco il bisogno e la fatale necessità di dare un ricovero al mio cuore, che or trovasi senza un asilo, ho esposto la mia afflizione ad amabili donne, le quali han tenuto una specie di corte d’amore e dopo di avere ben bene esaminato il mio caso e passate in rassegna tutte le dame e damigelle di qua e di là del fiume, mi hanno all’unanimità ordinato di passare il ponte e di dare il mio cuore in guardia a Miss Wilmot.

Barberina Wilmot, era figlia d’una gentildonna conosciuta dal Foscolo in Holland-house. Possedeva questa giovinetta tutti i pregi fisici e morali che si possono desiderare in una signorina di alti natali, ed il Foscolo sarebbe stato ben fortunato di poterla avere in moglie. Però il giudizio della Corte d’amore fu rigettato inesorabilmente in appello e di lì a poco tempo Miss Wilmot si sposò con Lord Dacre, e divenne una delle gentildonne più nobili e di maggior fama in Inghilterra.

I tentativi falliti del nostro poeta per possederla non isdegnarono Lady Dacre la quale conservò sempre benevolenza ed amicizia pel Foscolo, lo raccomandò caldamente al proprio marito e lo invitò a scrivere i Saggi, dai quali ritrasse Ugo vistosi guadagni.

24.

Carolina Russell, Calliroe.

Benchè persistesse nell’idea di ammogliarsi Ugo non metteva per questo il capo a partito. Menava vita del tutto aristocratica, giuocava, cavalcava, frequentava i teatri e le società più nobili, prendeva parte attiva alle partite di piacere, si dava insomma bel tempo, senza avere rendite corrispondenti ai bisogni che si era creati. Di qui ebbe origine il suo disequilibrio economico, ed una folla di creditori cominciò da quel tempo a rendergli difficile e noiosa la vita.

Il pensiero che si avvicinava a gran passi quel tempo nel quale un uomo ha davvero bisogno della compagnia d’una donna che divida seco lui con disinteresse le gioie e le noie della vita; il disgusto che necessariamente ad una certa età si prova per le attrattive del mondo e per le gioie sempre incomplete che procura, ed il desiderio di provare quelle pure ed ineffabili della propria famiglia, avevano da principio fatta sorgere nel Foscolo l’idea di scegliersi una compagna alla quale confidare tutto e sul serio il cuore sempre caldo d’amore; ma dopo gli sbilanci finanziari, checchè ne scriva lo stesso Foscolo, anche la speranza di potere con una lauta dote appianare le passività, contratte e gettare le basi di una nuova esistenza, dovè influire nell’animo di lui a persistere nel maturato divisamento.

Posò gli occhi sopra una delle due figlie di Sir Carlo Russell, di nome Carolina, giovane bella, spiritosa, istruita, alla quale insegnava da qualche tempo la lingua italiana.

Anche in questo nuovo suo amore è da supporre che il Foscolo fosse appassionato, poiché così portava la sua indole, ma non essendo più giovanetto, dovendosi fare una moglie e vincere una battaglia tutt’altro che facile, deve aver agito con più senno e maggior pacatezza, lasciando cioè alla mente il sopravvento sul cuore.

Ma anche questa volta non fu fortunato. Le ciarle che si andavano facendo sopra i suoi debiti, in gran parte veri, ma in parte esagerati dalla fantasia o dalla malevolenza degli sfaccendati, giunsero sino alle orecchie di Sir Russell ed i progetti di matrimonio con la Carolina (se pure veri progetti vi furono) andarono all’aria.

Vuolsi che un poco di colpa per questa rottura debba attribuirsi alla Contessa d'Albany, che richiesta da Lord Russell d’informazioni esatte sul Foscolo, non ne dette di troppo sodisfacenti; ed un poco a G. Capponi, scelto dal Foscolo per intermediario di questo amore. Ma il Capponi se non fu troppo zelante nell’adoperarsi a che l’affare fosse concluso, forse perchè non gli entrava l’idea del Foscolo ammogliato, non è presumibile che facesse contro al suo amico, procurando la rottura, come opina giustamente G. Chiarini.

Che il matrimonio ideato non potesse effettuarsi, s’accorse il Foscolo di buon’ora e quasi per mettere le mani avanti scrisse al Capponi:

Non parlare di me alla signorina in guisa ch’ella sospetti ch’io sia troppo innamorato, o ch’io aspiri a nozze, perchè io non vorrei mai cantare per epitalamio alla mia sposa i versi di Euripide :

Nozze, no, esilio!

e sono esule, pur troppo, e morrò esule, temo. Ed a certe parole arrivatemi di traverso parmi di esser certo che nè i parenti nè la gentile giovane sentirebbero tanto amore for a foreigner che li inducesse mai a stringere parentado, nè io voglio ch’essi mi sospettino d’amare per l’amor della dote, sospetto che la povertà desta ragionevolmente, e conferma senz’altre prove: ed io voglio, non fosse altro, avere il conforto di

Serbar nelle miserie altero core.

A Carolina dedicò Ugo i soli versi inglesi che scrisse e che si leggono a pag. 125 di questa edizione insieme al brano di lettera del capo d’anno 1821, con la quale ebbe termine anche questa avventura.

25.

Le tre cameriere o le tre Grazie del Digamma-Cottage. –

Generoso duello con Graham.

In un momento nel quale la fortuna gli arrideva e clic la sua cassa s’impinguava di danaro ebbe il Foscolo l’infelicissima idea di fabbricarsi un villino fornito di tutti i comodi atti a rendere piacevole la vita ; e lo edificò di fatti nei dintorni di Londra in un luogo detto Soutk-Bank. Impose al villino il nome di Digamma-Cottage (per rammentare un suo lavoro sul Digamma Eolico pubblicato nella Quarterly Review del 1822, che più di altri gli procacciò fama di dotto presso gli Inglesi). Lo circondò di giardino, di boschetto e frutteto, lo corredò di scuderie, l’addobbò con eleganza e con fino gusto artistico; e perchè, in quell’incanto non mancasse nemmeno l’idea delle Grazie, prese al suo servizio tre giovani e vaghe sorelle, tre poledre da aggiogare al carro della voluttà.

Per far questo si era illaqueato in nuovi debiti ed i creditori crescevano tutti i giorni. Uno fra questi, certo Graham, già traduttore al servizio di Ugo, non essendo riuscito a farsi amare da una delle tre cameriere, preso di gelosia per il Foscolo, lo battè un giorno con un frustino saltandogli proditoriamente addosso mentre stava sulla porta del suo villino con le spalle rivolte alla via intento a leggere un libro. Ugo, che non ebbe lì per lì agio di riaversi e reagire sfidò il suo assalitore a duello, che ebbe luogo alla pistola ed a pochi passi di distanza. Sul terreno, a seconda delle condizioni, sparò primo il Graham, ma il colpo andò fortunatamente fallito. Il Foscolo, cui spettava il tirare, si avvicinò all’avversario fino a lambirgli con la canna della pistola la tempia (tale era il suo dritto) ma dopo di aver fissato nel volto quello che davvero potea chiamarsi il morituro, alzò il braccio e lasciò andare all’aria il colpo, donando in tal modo la vita a chi l’aveva così ignobilmente insultato e dimostrando anche una volta la generosità del suo carattere.

26.

Miss Floriana – Miseria – A Turnham Green – Muore.

Fino dai primi tempi che trovavasi in Londra si diè il Foscolo a far ricerche di Miss Floriana, di quella figlia che Sofia Emerytt, la giovine prigioniera inglese, attribuiva all’opera di lui. Giunse infatti a sapere che la Sofia, andata a marito, aveva affidato questa fanciulla alla nonna, che l’aveva tenuta seco educandola, e che nel 1822, morendo, le aveva lasciato un legato di tremila lire sterline (75,000 lire delle nostre).

Il Foscolo ritirò con sè questa fanciulla, che costantemente chiamò e presentò per Miss Floriana, giammai per sua figlia, e si diè ad amministrare i suoi assegnamenti. Successe peraltro che in breve tempo con i danari propri diè fine anche a quelli di Miss Floriana, tantochè sul finire del 1824 i creditori s’impossessarono perfino del Digamma Cottage e padre e figlia dovettero ridursi in modestissimo alloggio.

Avrei potuto e potrei campare, scriveva Ugo ad un amico, dando delle letture in italiano, ed il primo corso di esse nel 1823 mi fruttò da forse mille lire: ma l’anima mia si  umiliò; e credo che morrei di dolore e di bisogno innanzi di assaggiare un altra volta quell’amarissimo calice, di esporre la mia faccia ad insegnare pubblicamente a gente che non intende, e che accorre, chi per curiosità di vedare un animale famoso, e chi per desiderio di fare una carità.

Ridotto alla miseria e malandato assai di salute noi lo vediamo nel Luglio del 1826 adottare il cognome di Emerytt, e rifugiarsi colla figlia in uno de’ più squallidi quartieri di Londra.

Sovvenuto da alcuni amici ai quali era riuscito di rintracciarlo nell’umile abituro, ed incalzato dalla malattia di fegato a respirare aria più pura, da Henriette Str. Brunswick Sq. si traslocò a Turnham Green, villaggio distante 5 o 6 miglia da Londra.

Là il malore del fegato si converse in una idropisia, che lo gettò nel letto, dal quale non dovea più alzarsi: due amici, Hudson Gurney ed Edgardo Taylor, i quali seppero per caso ove abitasse, lo andarono a visitare, scrissero:

 . . . .  lo abbiamo trovato a letto, enormemente gonfio da idrope, apparendoci egli assolutamente moribondo e sulle prime incapace di parlare a voce intelligibile; ma improvvisamente irruppe colla sua solita energia ed eloquenza.

Quando i nobili inglesi seppero i bisogni ed il luogo di dimora del Foscolo fecero a gara nell’offerirgli vini, vivande, quanto insomma poteva occorrergli. Ma era già tardi: la malattia distruggeva a gran passi quell’uomo: dopo una penosa agonia di tre giorni il 14 Settembre 1827 alle 8 e mezzo di sera l’anima di Ugo Foscolo si distaccò dal suo frale.

ll giorno appresso sopra la bara dei poveri accompagnato da cinque soli amici, il Canonico Riego, il generale De Meester, il romano Mami, il D.r Negri di Parma ed Edward Roscoe, il cadavere del Foscolo fu portato a sotterrare nel vicino cimitero di Chiswich.

Sulla tomba dell’amico, Hudson Gurney fece porre il seguente epitaffio:

UGO FOSCOLO

OBIIT XIV DIE SEPTEMBRIS

A. D. 1827

AETATIS LII.

27.

A Santa Croce in Firenze.

Nel 1871, allorchè l’unità italiana poteva dirsi un fatto compiuto, le ceneri di Ugo Foscolo, dissotterrate dal cimitero di Chiswich e portate con pompa solenne in Italia, furono deposte in Santa Croce di Firenze, nel tempio da lui immortalato nei Sepolcri, nel Pantheon delle itale glorie, vicino a quelle dei grandi italiani e degli amici suoi personali Vittorio Alfieri, G. B. Niccolini e Gino Capponi.

Giova sperare che in breve un monumento, da tanti anni promesso e desiderato, s’innalzi là dove ora una modestissima lapide porta inciso il nome glorioso del cantore delle Grazie.

 

Note

__________________________

 

[1] In un documento recentemente scoperto resulterebbe che Ugo fosse portato da Zante a Venezia l’anno stesso della morte del padre. Il Carrer invece riferisce al 1793 questo fatto.

[2] E voglio dirti che io ti amo con tutta l’anima mia.

[3] E io ti amo molto, sebbene tu non mi ami punto.

[4] Sulla vostra beltù vigili Amore.

[5] Leopardi.

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Ultimo aggiornamento: 15 dicembre 2011