Ugo Foscolo

Introduzione

alle poesie di Ugo Foscolo

Le Grazie

PARTE   SECONDA.

LE   “ GRAZIE “.

Parliamo delle Grazie.

Il 2 d'agosto 1812 il Foscolo scriveva all'Arrivabene, e il 5 al Giovio,  che di lì a pochi giorni sarebbe partito per la Toscana a curarvi la sua salute. Era da qualche tempo malato di febbri, e malato, come sempre ma ora più forte che mai, d'amore. Se non che fortunatamente portava con sè, cioè, entro di sè, una gran medicina ai mali d'amore, l'amore. Nel viaggio da Milano a Firenze si fermò a Bologna, ove rivide la Martinetti, la bella e famosa Cornelia, la rivide nel suo giardino, fece con lei chi sa che pazzi o malinconici e galanti discorsi dei quali ella rise; ed appena arrivato a Firenze le scrisse in breve tempo sette lettere. In una di esse le dice: "tutto quello che può essermi caro mi s'accosta e mi fugge; e voi fuggirete dinanzi a me di tal guisa che io, poveretto, malinconico e infermo non potrò raggiungervi mai; e vi vedrò pur sempre. Vi dilungherete da me, e vi vedrò; vi perderò dagli occhi, e pur gli occhi miei vi vedranno. Davvero vi voglio bene, davvero; e quando penso di scrivervi, cerco di rimanermi tutto solo, e chiudo a chiave la porta, e spalanco le finestre, acciocchè la vista amena de' colli e l'aria vivace che sorge dall'Arno mi rallegri alquanto, onde la mia lettera non m'esca dall'animo tutta tinta di quella melanconia taciturna, che da più dì si corica a letto e s'alza all'alba con me. Nè so perchè. - Dio t'ajuti, povero Foscolo! se tu fossi qui, mia Cornelia, forse il cielo mi parrebbe assai più sereno: ma chi sa forse?". E presso a poco nello stesso tempo scriveva all'amico suo Sigismondo Trechi: "Dopo la pallida persona (la Bignami) la Martinetti, che le somiglia moltissimo, è la donna più pericolosa ch'io m'abbia veduto mai. Se non che il suo troppo buon umore e quegli occhi, che dardeggiano con certa prepotenza, son men da temersi da noi”. A Firenze il poeta rivide la Nencini, quella ch'era stata confidente degli amori suoi con la Roncioni, bella donna anch'essa, se narra il vero la fama, e come tale cara al poeta, e per alcuni indizi nelle lettere di quel tempo corteggiata da lui.

Le immagini di queste tre donne, tutte tre belle di varia, signorile e matura bellezza, e la dimora del poeta a Bellosguardo, dove si stabilì non molto dopo il suo arrivo a Firenze, determinarono io credo, il concetto del Carme Alle Grazie, al quale fino allora il poeta aveva pensato un po' vagamente, e del quale era venuto scrivendo qualche frammento, senza mai tesserne la tela. Il Pecchio e il Carrer sono, come accennai, d'altra opinione. Il Carrer scrive: "In siffatto soggiorno sul lago (il soggiorno del Foscolo nell'autunno del 1808 sul lago di Como) vi aveva alcun che di simile a quello già fatto sulle Colline vicino Brescia; e come ivi furono composti i Sepolcri, qui si condussero molto innanzi o poco meno che si terminarono le Grazie". Dopo ciò il Carrer entra a parlare dell'amore del Foscolo per la Giovio e della lettera da lui scrittale il 19 d'agosto e conclude: "Tanta soavità di passione era naturale che alimentasse versi soavi e e quand'anche trovassi testimonianze in contrario, mi  ostinerei a credere composti a questo tempo, e nel conflitto fra l'amore e il dovere, i più belli tra' bellissimi versi dello Grazie".

L'opinione del Carrer è confutata dal Foscolo stesso, il quale scriveva il 12 ottobre 1814 da Milano alla Contessa d'Albany: “attendo a una certa operetta in versi ch'Ella ha veduto nascere, consacrata alle Grazie”. A questa testimonianza se ne può aggiungere un'altra: le parole seguenti, pure indirizzate all'Albany, nel secondo abbozzo di dedica del Carme “io vorrei potere presentarle in Firenze, dove fu scritto, piuttosto chemandarle di Lombardia, questo libricciuolo”. Ma anche senza di ciò il concetto stesso generatore del Carme basta a provare che il pensiero di cantare le Grazie, concepito dal Foscolo fino dal tempo dei Carmi, non si concretò in un vero e proprio disegno di poema se non durante la dimora di lui a Firenze fra l'agosto 1812 e il luglio dell'anno dipoi.

Il Foscolo modificò più volte, come vedremo, il disegno e la tessitura del Carme; ma, nonostante le molte modificazioni, il concetto generatore rimase immutato. Quale era nella prima redazione, tale rimase nell'ultima. Il poeta finge di inalzare un'ara alle Grazie sul poggio di Bellosguardo, dove era andato a villeggiare, e di guidarvi sacerdotesse le tre belle donne di cui abbiamo parlato, Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti, Maddalena Bignami. Assegna alla prima "le grazie che spirano d'un animo temprato di dolce pietà, e lo simboleggia negli effetti della musica; alla seconda le grazie della fantasia espresse dall'amabilità della parola; e alla terza giovane le grazie apparenti al guardo dall'eleganza delle forme nei moti del ballo”.  Il Carme, fino dalla prima redazione in un solo Inno, è indirizzato al Canova, e ispirato dalla statua di Venere, che lo scultore aveva terminata per la Galleria degli Uffizi, quando Ugo arrivò a Firenze:

E tuo, Canova, è l'inno; al cor men fece

Dono la bella Dea che in riva d'Arno

Sacrasti alle tranquille arti custode;

versi che in una variante dicono,

la bella Dea che tu sacrasti

ui su l'Arno a le belle arti custode;

cioè, qui dove io poeta scrivo il mio Carme.

[Il Mestica nel Discorso premesso alla sua edizione delle Poesie del Foscolo espresse l'opinione che l'idea dell'ara alle Grazie e del velo il poeta la derivasse dal gruppo del Canova, nel quale "le tre Dee sono rappresentate vicino a un piccolo altare che serve anche di appoggio al gruppo; tutte e tre ignude [...] con solo un leggerissimo volubile velo che ne copre appena ciò che la verecondia vuol più celato". A conferma della quale, opinione aggiunge che Ugo nella "sua dimora a Firenze vide e ammirò più volte il gruppo delle Grazie mentre il sommo scultore lo lavorava”. Ma la signorina Eugenia Montanari in un recente studio sulle Grazie del Foscolo, pubblicato nella Rassegna nazionale di Firenze (Fasc. 1 dicembre 1903), dimostra che il Foscolo non potè mai vedere scolpire le Grazie, le quali, secondo affermano gli amici e biografi del grande artista, ed è confermato da alcune lettere, furono scolpite a Roma nel 1814. "Anzichè ispirarsi all'ara e al velo del gruppo canoviano, osserva giustamente la Montanari, ebbe il Foscolo la speranza d'ispirare egli stesso lo scultore". Ciò appare abbastanza chiaro da questi versi, che seguono, all'invito ch'egli fa al Canova di assistere al vago rito e agli inni ispirati dalla sua Venere.

Forse (o ch'io spero) artefice di Numi,

Nuovo meco darai spirto alle Grazie

Ch'or di tua man sorgon dal marmo. Anch'io

Pingo e spiro i fantasmi anima eterna;

Sdegno il verso che suona e che non crea

Perchè Febo mi disse: Io Fidia primo,

Ed Apelle guidai con la mia lira. 

Che il Foscolo scrivesse a Como alcuni dei versi i quali poi si sono ritrovati tra i frammenti delle Grazie, è molto probabile; ma non questi che il Carrer crede ispirati dall'amore per la Giovio, e che io credo scritti a Firenze:

Lunghe gioje promette, e a duol più lungo

Amore gl'innocenti animi guida;

i quali furono poi ridotti ad un solo verso nella redazione ultima del Carme:

Gioja promette e manda pianto amore.

Credo piuttosto che scrivesse a Como i bellissimi versi sul Lario; e che siano inspirati dalla Giovio questi altri:

Come nel chiostro vergine romita,

Se gli azzurri del cielo e la splendente

Luna e il silenzio delle stelle adora,

Sente il Nume, ed al cembalo s'asside,

E del piè e delle dita e dell'errante

Estro e degli occhi vigili alle note

Sollecita il suo cembalo inspirata;

Ma se improvvise rimembranze Amore

In cor le manda, scorrono più lente

Sovra i tasti le dita, e d'improvviso

Quella soave melodia che posa

Secreta ne' vocali alvei del legno

Flebile e lenta all'aure s'aggira;

Così ecc . . . . . . . . . .

Il Foscolo introdusse poi nell'ultima redazione delle Grazie soltanto tre versi di questo frammento, adattandoli alla suonatrice d'arpa. Se, e dove e come ci avrebbe introdotto gli altri, chi sa! Ma ove bastasse la introduzione nel Carme di questi ed altri pochi frammenti simili, forse composti a Como nel 1809, per dire che il Carme fu incominciato o condotto molto innanzi in quel luogo ed in quel tempo; bisognerebbe con più ragione dire che esso fu cominciato fino dal 1803, quando il poeta pubblicò nelle note alla Chioma di Berenice, i primi frammenti della Grazie come frammenti di un antico Inno greco tradotti.

A Firenze le aure alfieriane che il poeta respirava in casa della contessa d'Albany, alle cui conversarzioni era assiduo, lo richiamarono disgraziatamente alle tragedie. Riprese la Ricciarda cominciata in Lombardia e ne cominciò un'altra, della quale il 10 giugno 1813 scriveva al Trechi: " or sono al terzo atto di un'altra tragedia, men passionata forse ma più affettuosa e più nobile della Ricciarda".

Oltre che alla Ricciarda e all'altra tragedia, attendeva alla correzione e alla stampa del Viaggio sentimentale e si metteva di proposito alle Grazie. Non so dire quando precisamente ci si mettesse; crederei nell'aprile, o poco avanti: certo nell'aprile ci lavorava, come apparisce da questi versi de' Frammenti della prima redazione in un solo inno:

Già bello è Aprile. Or negli aerei poggi

Di Bellosguardo, ecc . . . . . . .

Nei mesi di primavera questa prima redazione dovè, a  mio avviso, essere condotta molto innanzi. I frammenti di essa che io ho potuto rimettere insieme non sono, probabilmente, tutto quello che il poeta ne scrisse, ma bastano, mi sembra, a dare un' idea di ciò che doveva essere il Carme, secondo il primo disegno. Nel giugno, finita la Ricciarda e speditala a Milano, il poeta si occupò anche più di proposito del Carme: e la Contessa d'Albany, che ai primi di luglio andò a fargli una visita a Bellosguardo, lo trovò che ci lavorava.

Credo che appunto nel giugno, o poco innanzi, gli venisse e cominciasse a mettere ad effetto l'idea di modificare il primo disegno, e dividere il Carme in tre Inni. Il primo accenno di questa modificazione è in uno dei manoscritti dell'Inno unico (Fasc. VI), dove la prima intitolazione Inno fu corretta sostituendo al singolare il plurale.

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*     *

I tre Sommarii da me pubblicati possono dare un'idea delle modificazioni alle quali il disegno del Carme andò soggetto nel secondo periodo di elaborazione al quale si riferiscono, il periodo milanese: ma il primo disegno del Carme diviso in tre inni bisogna cercarlo, secondo me, nel Frammento dell'Archivio di Stato di Milano pubblicato dal Corio e nei brevi Avvertimenti che vi sono promessi. E da questi e dal Frammento mi par di desumere che il primo Inno doveva celebrare le lodi della suonatrice d'arpa, il secondo della donna delle api, il terzo della danzatrice. Il Frammento, mandato dal poeta a Milano nel luglio per essere sottoposto all'approvazione reale, dovè probabilmente esser composto nel mese innanzi, subito dopo una sciagura gravissima che aveva colpito la famiglia Bignami [cioè il fallimento del vecchio Bignami, e il suo suicidio). In proposito di questa sciagura il Foscolo scriveva il 10 giugno al Trechi: "io m'aspettava per lei (la Bignami) tutte le disgrazie, da questa ultima in fuori che colse anche i suoi figliuoletti ... Se mai tu la vedessi, dille che so tutto: niente altro. Due giorni dopo scriveva a Marianna Venèri: "La recente disgrazia di Casa Bignami, e i funestissimi effetti che ne sono seguiti e l'avvenire poco lieto per quella giovane madre di famiglia e per cinque suoi figliuoletti mi fanno amari i pensieri quando li volgo verso Milano”. Chi sa che proprio in quei giorni egli non scrivesse i versi coi quali comincia il Frammento, versi che poi andarono a finire nella chiusa dell'Inno terzo!

A questa prima divisione del Carme in tre Inni ne successe una seconda, nella quale il primo Inno doveva probabilmente finire con la suonatrice d'arpa. Il secondo cominciava con la danzatrice e l'offerta del cigno, e precisamente col verso "Torna, deh! torna al suon, donna dell'arpa", col quale nella redazione ultima comincia la terza parte dell'Inno secondo. Le tre varianti di questo frammento, hanno ciascuna in principio del ms. la intitolazione "Inno secondo”. Come l'Inno secondo dovesse seguitare e finire, e come cominciare e di quali parti essere composto il terzo, non apparisce dai manoscritti.

Il poeta lavorando s'innamorava ogni giorno più dell'opera sua; e la tela di essa gli si veniva allargando a mano a mano che pensava e scriveva. Tutti i concetti e fantasmi intorno alle Grazie, ch'egli aveva per  tanto tempo metafisicamente e poeticamente accarezzati, gli si affollavano nella mente; e intorno ad essi si veniva a poco a poco raccogliendo tutto o quasi tutto quello ch'egli aveva pensato e scritto degli altri Carmi. E con ciò gli accadeva, senza avvedersene, di dare all'opera sua una estensione, alla quale gli doveva poi esser difficile assegnare dei limiti.

Mentre egli lavorava alacremente alle Grazie, e quasi gli pareva d'averle finite, un complesso di fatti, che qui sarebbe fuor di luogo enumerare lo indusse ad abbandonare il dolce soggiorno di Firenze e tornare a Milano. Partì ai 24 di luglio, ma il pensiero della partenza gli ronzava per la testa assai prima. Il 10 giugno scriveva al Trechi: "Io ho una ragione capitale, che tu non sai, per cui almeno per ora non voglio nè sosterrei di stare a dimora in quella città (Milano), e tornando nel regno, mi starò gran parte del verno a Venezia, e la state in campagna sul lago, o altrove. Vedi dunque ch'io sto più di qua che di là con tutte le probabilità: potrebbe nondimeno anche darsi che un unico impulso di un attimo mi facesse passar l'Appennino.

Prima di partire scrisse all'Albany che andava a Milano per isventare le trame dei malevoli i quali avevano fatto proibire la Ricciarda, accusandola di essere una tela tessuta d'impolitico e di atrocità:  e certo nella sua andata c'entrò per qualche cosa anche questo fatto; ma non era il solo, e forse neanche il principale motivo della partenza. Appena arrivato, scrisse all'Albany, che la Ricciarda era stata ribenedetta, e che sarebbe tornato a Firenze a sagrificare alle Muse, alle Grazie e a lei: e qualche giorno dopo: "le Grazie lombarde non mi compensano: alcune di quelle alle quali io aveva nel dolce tempo della prima etade sacrificato, o sono in campagna o villeggiano a Monza; ed una sola che in Milano mi piangerebbe, e sola m'amerebbe vecchio e infelice, la vedo, è vero, ogni giorno, ma per doverla compiangere amarissimamente, e non potere, quand'anche io fossi sterminatamente ricco, aiutarla". Il poeta, vedemmo, aveva fino dal luglio 1809 fatto proposito di esiliarsi da casa Bignami; era tre anni dopo andato a Firenze e da Firenze mandava a dire pel Trechi alla donna amata: "non sono sicuro se ci rivedremo; ma sono sicurissimo che non ci guarderemo mai più [...] omai, omai da gran tempo io ho coperto la vostra divina bellezza d'un velo nero e [...] se talvolta ritorno a guardarla rifuggo tristo ed atterrito da un certo ribrezzo, e da una avversione mista di pietà, da una perturbazione insomma che io sento, e che non posso descrivere". Propositi e sentimenti, che saranno anche stati sinceri; ma la sventura è una terribile alleata d'amore: e il poeta appena arrivato a Milano andò subito e tutti i giorni in casa Bignami. Ai primi di settembre, fatta una visita alla sua famiglia a Venezia, si dispose a tornare in Toscana. Fermatosi a Bologna, scrisse di là il 12 all'Albany: "Poche ore prima d'uscir di Milano ebbi un lungo colloquio con la B., e mi parve più infelice e più virtuosa e più bella che mai". E due giorni dopo: "Non so com'io mi sia deliberato a partire; nè so se potrò stare, bench'io lo tenterò con ogni mia  forza, star immobile per alcuni mesi a Firenze". Ci stette, ma come sulle spine men di due mesi. Egli era, lo scrisse poi alla Magiotti, funestamente impazzito. Tornato a Milano, .... quel che avvenne lasciamolo raccontare a lui stesso.

"Appena giunsi, fui ben accolto anche dal marito, ma tre giorni dopo il maggiore de' figliuoletti ebbe una specie d'apoplessia, prodotta da una febbre perniciosa, mal conosciuta da' medici che dissanguarono quella innocente creatura a salassi, e lo consegnarono a' preti; se non che lo salvò la disperazione, e fu con contrario metodo trattato ad oppio, a muschio ed a china per sottrattivi, per cui quel ragazzo riebbe la parola dopo quattro giorni di letargo, e la vita; ed era convalescente [...] Che notti amare, che lunghe veglie e quante lagrime disperate! Ma come fu guarito il ragazzo, la mia assiduità e il vedere ch'io per ora stava risolutamente in Milano e presso il ministro della guerra, inferocì l'antica gelosia del marito, che divenne muto, vigilante ed in uno stato deplorabile: e l'essere egli infelicissimo o imprigionato volontariamente in casa dalla sua passata calamità accrebbe i rimorsi, i doveri e le angosce della moglie; e con le angosce un tremendo terrore perpetuo che s'è immedicabilmente innestato nelle mie viscere. Ho dunque dovuto rassegnarmi al partito di non rivederla mai più; di parlarne io stesso al marito, che mi confessò la sua fatal gelosia o parve acquetato dalla mia promessa di esiliarmi perpetuamente dalla casa per ora, e poscia, quando potrò, dalla città ch'egli abiterà.

Che cosa c'era di vero in questo che il Foscolo scriveva all'Albany? È difficile dirlo; perché la donna per la quale egli era funestamente impazzito e tornato a Milano non era la Bignami, ma Lucietta Battaglia.

Pochi poeti ebbero, credo io, animo più bollente ed impetuoso del Foscolo, pochi furono agitati da più violente passioni; ma pochi anche trovarono nella poesia e nell'arte quella calma ch'ei vi trovava anche nei momenti più terribili. Si levavano sereni nella sua mente i fantasmi poetici, e le nubi della tristezza e delle procellose passioni via tosto si dileguavano. Pure in questo periodo di tempo, fra la prima e la seconda andata a Milano, ho ragione di credere che non si occupasse, o almeno si occupasse ben poco, delle Grazie. Quando vi andò la prima volta, era già alla seconda modificazione del primo disegno, e gli pareva d'avere quasi finito il Carme, come accennai, e come apparisce da ciò che ne scriveva al Grassi pochi giorni dopo il suo arrivo a Milano. Se questa seconda modificazione appartenga interamente al primo periodo di elaborazione (il periodo fiorentino, cominciato, come vedemmo, verso l'aprile 1812, e finito nel luglio 1813) io non ho potuto accertarlo; ma lo credo: ad essa riferiscesi, secondo me, il primo abbozzo di Dedica all'Albany.

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Il secondo periodo di elaborazione del Carme cominciò probabilmente verso la metà del 1814 a Milano, con un nuovo disegno, rappresentato dal Sommario primo. In questo disegno le tre sacerdotesse delle Grazie sono riunite nell'Inno secondo, mantenendo l'ordine che avevano nella seconda modificazione, cioè, 1a la suonatrice, 2a la danzatrice col cigno, 3a la donna dei favi. Appariscono in questo Sommario primo i nomi di Venere, Vesta e Pallade, dai quali poi s'intitolarono nella ultima redazione i tre Inni. So non che, chi dà nome all'Inno secondo non è Vesta, ma la Tre donne; Vesta chiude l'Inno. Il Sommario secondo, che comprende i due primi Inni soltanto, è più che altro un indice della disposizione dei pezzi già fatti e di quelli che restavano da fare. Non so se sia caso che ciascuno dei due Inni risultasse composto di venti paragrafetti, segnati con numeri progressivi. Con questo nuovo sommario la tela del Carme si veniva allargando sempre più, e anche la disposizione delle parti si veniva mutando. Per non dire di tutte le mutazioni, noterò soltanto che l'ordine delle tre sacerdotesse è mutato: rimane prima la suonatrice; ma la danzatrice, che nel Sommario primo era seconda, cede il suo luogo alla donna dell'api, e diventa terza. E Vesta, che nel Sommario primo chiudeva l'Inno secondo, qui viene in principio dell'Inno, al N. 6. Il poeta doveva, io credo, lavorare alle Grazie secondo questo disegno, quando il 22 luglio, scrivendo a tre amici suoi, il Cicognara, il Pindemonte, l'Ugoni, parla a tutti tre del Carme. Al Cicognara dice: "A voi, oratore delle Grazie, manderò fra non molto il Carme delle Grazie, se pure avrò alcuni momenti d'ilarità da potergli dare l'ultima mano". Al Pindemonte: "s'io avrò pace e salute, [...] potrò forse fra non molto mandarvi il Carme intitolato alle Grazie, nel quale ho tentato di affratellare la poesia lirica alla didattica, e di idoleggiare le tradizioni storiche e mitologiche e le sentenze morali e le teorie metafisiche intorno alle Grazie, in guisa che il poema riesca di utilità al cuore dei lettori ed all'ingegno degli artefici". E all'Ugoni: "vi manderò in dono il Carme delle Grazie, che, se pur non m'illudo riuscirà tutto nuovo, e spirante amabile fantasia e melodia secreta, ed imagini da giovare agli alunni delle belle Arti. Ma benchè sia quasi finito per me, non è finito né poco né molto per chi dovrà leggerlo: però sto e starò lavorandoci ancor per un pezzo; e darà meraviglia che sì fatta poesia possa essere uscita in sì fatti tempi, e da un'anima angariata dalla fortuna, e per decreto di natura nutrita sempre dalla pensosa melanconia".

Il fatto di queste tre lettere ove si parla delle Grazie, scritte tutte tre nello stesso giorno, è per me una prova che il poeta vi stava allora lavorando, come del resto è attestato chiaramente da alcune parole della lettera all'Ugoni. Ma è singolare, e mostra quanto il disegno del Carme si fosse modificato e allargato da quel ch'era un anno innanzi quando il poeta partì da Firenze la prima volta, è singolare, dico, che mentre allora gli pareva d'averlo quasi finito, e sperava di mandarlo al Grassi entro l'anno 1813, ora dica che dovrà lavorarci ancora per un pezzo. Il secondo abbozzo di dedica si riferisce, credo, al Sommario primo il terzo abbozzo al Sommario secondo. L'essere adombrato nel secondo abbozzo di dedica, ed espresso chiaramente nel terzo, il concetto che il Carme gioverà agli artefici, somministrando loro soggetti nuovi, o il trovarsi poi questo medesimo concetto nelle lettere al Pindemonte e all'Ugoni è per me una prova di quello ch'io dissi, che cioè le tre lettere furono scritte quando il poeta lavorava alle Grazie sopra il disegno del Sommario secondo. A questo medesimo tempo appartengono, credo, gli abbozzi del Sistema degl'Inni e dell'Architettura del Carme, che leggonsi pure nel ms. del Sommario secondo.

Anche questa volta il lavoro patì una breve interruzione. Il 20 agosto 1814 il Foscolo scriveva alla Magiotti:

"Rimasto è a mezzo il grazïoso canto,

Secca è la vena dell'usato ingegno,

E la cetera mia rivolta in pianto".

Il poeta alternava al lavoro delle Grazie altri lavori, fra i quali la traduzione dell'Omero, di cui fra la metà d'agosto e la metà d'ottobre aveva fatto uno squarcio di altri due libri. Quando riprese le Grazie, probabilmente verso la fina di settembre, ne modificò o allargò ancora, per l'ultima volta, il disegno. Questo ultimo disegno è rappresentato dal Sommario terzo, o meglio dal disegno degl'Inni secondo e terzo di quel sommario; poichè in esso l'Inno primo differisce di poco o niente da ciò ch'era nel Sommario secondo, e la compilazione del detto Inno primo è certo anteriore a quella degli altri due Inni, e doveva certo venire modificata. E come il disegno dell'Inno primo così tutti quasi i frammenti di esso composti corretti e copiati dal poeta nel manoscritto stesso dov'è il sommario, appartengono ad un tempo anteriore al sommario degli altri due Inni, probabilmente al tempo del Sommario secondo. La diversità fra l'inchiostro con cui sono scritti il sommario e i frammenti dell'Inno primo e quello con cui sono scritti i sommarii e i frammenti degli altri due, e gli accenni di modificazioni al sommario dell'Inno primo scritti con inchiostro posteriore sono una prova materiale di ciò ch'io dico.

In quest'ultimo tempo del secondo periodo di elaborazione del Carme il poeta lavorò più che altro all'Inno secondo, che diviso in tre parti, assegnandone una a ciascuna delle tre sacerdotesse, nell'ordine che già avevano nel Sommario secondo; e della ultime due parti dell'Inno fece o rifece il disegno, sempre allargandolo. Dell'Inno terzo fece, o meglio abbozzò il disegno allora per la prima volta, dividendo l'Inno in tre parti, come credo avrebbe fatto anche dell'Inno primo se avesse potuto compiere il Carme. Egli lavorava alacremente a finirlo nella prima metà dell'ottobre, com'è attestato da ciò che ne scriveva il 12 alla Contessa d'Albany: "Attendo (ed oggi con tutte le forze, e in tutti i minuti, quando pur dovessi morire sotto il lavoro) a una certa operetta in versi ch'Ella ha veduto nascere, consacrata alle Grazie. La tela mi s'è allargata nel tessere; ma perchè la larghezza poteva nuocere al disegno, ho reciso molto parti già belle e tessute; o la composizione sì delle parti sì dell'architettura di tutto il poema è pienamente perfetta secondo me. Mi manca solamente la verseggiatura qua o là; e chi sa forse? Mi sarei spicciato a quest'ora, e avrei tutt'al più la poca pena di ridipingere il tutto; se non che m'è venuto tra capo e collo il maggiore de' guai che possa mai cogliere un pover uomo che fantastica versi [...] m'è convenuto lasciare la mia verdeggiante solitaria casetta".

Con la stessa lettera dice all'Albany che in altra le parlerà del suo progetto su l'edizione delle Grazie. Le scrisse di fatti tre giorni dopo: "sto per finire le Grazie; e quando il demonietto del verseggiare, che per ora se n'è ito improvvisamente di casa mia, tornerà a visitarmi o a farmi suonare l'armonia pittrice dei versi, darò al poema l'ultima mano. Frattanto chi ne intese alcune parti, ne dice le meraviglie; alle quali io non credo: credo bensì alla commozione ed all'entusiasmo che vado spesso vedendo nel viso di chi m'ascolta, bench'io reciti con quella mia tal cantilena di salmodia. Ma di queste Grazie e di non so che mia intenzione, le scriverò un'altra volta”. Circa un mese dopo, il 13 novembre, riscriveva alla Contessa: "Le Grazie fanno pur le ritrose; e vedo che dovrò contentarmi di ripigliarlo a primavera”.

Ma a primavera non le riprese; anzi dovè lasciarle affatto e per sempre, e lasciar con esse l'Italia. Cioè, proprio per sempre, no: ritornò più volto ad esse col pensiero, riprese in mano que' cari e preziosi scartafacci, ne corresse e fece copiare qualche frammento per mandarlo in Italia alla Quirina Magiotti, e scrisse, forse, nell'esilio l'epilogo dell'Inno terzo, dov'è suggellato splendidamente il suo amore per la Bignami.

Intanto, o belle,

O dell'arcano vergini custodi

Celesti, un voto dei mio core udite.

Date candidi giorni a lei che sola,

Da che più lieti mi fioriano gli anni,

M'arse divina d'immortale amore.

Sola vive al cor mio cura soave,

Sola e secreta spargerà le chiome

Sovra il sepolcro mio, quando lontano

Non prescrivano i fati anche il sepolcro.

Vaga e felice i balli e le fanciulle

Di nera treccia insigni e di sen colmo,

Sul molle clivo di Brianza un giorno

Guidar la vidi; oggi le vesti allegre

Obliò lenta e il suo vedovo coro.

E se alla Luna e all'etere stellato

Più azzurro il scintillante Eupili ondeggia,

Il guarda avvolta in lungo velo, e plora

Col rosignuol, finchè l'aurora il chiami

A men soave tacito lamento.

A lei da presso il più volgete, o Grazie,

E nel mirarvi, o Dee, tornino i grandi

Occhi fatali al lor natio sorriso.

So non proprio tutto l'epilogo, almeno qualche variante di esso fu scritta dopo elio il poeta abbandonò l'Italia; questa, per esempio, nella quale alla figura della Bignami si aggiunge, nei versi quarto e quinto, una circostanza che certo non appartiene a lei.

Date candidi giorni e queti sonni

A lei che amai di verecondo amore

Quando più lieti mi fioriano gli anni;

Nè dal mio labbro mai nè dalla cetra

Volò il suo nome, e fia celato il pianto

Ch'esule io verso.

È noto che il Foscolo non nascose a nessuno, anzi propalò egli stesso il suo amore per la Bignami, mentre tenne segretissimo quello per la Lucietta Battaglia.

Nelle lettere scritte dalla Svizzera alla Magiotti il poeta parla più volte delle Grazie. Il primo gennaio 1816 dice all'amica sua che, prima di lasciar Milano, le aveva messe al sicuro;  il 9 febbraio che, se il freddo non irrigidisse le sue povere dita, la ne avrebbe già copiati o mandati molti squarci  (da ciò si vede che in quel tempo egli aveva già recuperato i manoscritti); finalmente il 12 marzo le scrive: "Non passerà mezz'aprile, che tu avrai i versi fatti delle Grazie, con le lacune ai loro luoghi, e i ricordi delle cose che mancano da farsi; insomma tutta l'architettura in disegno, e quanto si è già murato in fabbrica”. Nelle lettere successive torna ben quattro volte a parlare delle Grazie o degli squarci che voleva mandarne alla Magiotti, finchè il 24 luglio l'assicura che fra pochi giorni le avrebbe spedito lo squarcio del Velo. Ma che veramente lo spedisse non mi resulta, e ne dubito: certo è che la Magiotti non ricevè nè quello nè alcun altro dei promossi frammenti del Carme. Che il poeta non spedisse altrimenti il frammento del Velo è fatto probabile da ciò, che mentr'egli diceva di volerlo mandare era quasi sulle mosse per l'Inghilterra; e i preparativi del viaggio lo dovevano molto preoccupare. Nell'agosto lasciò di fatti la Svizzera, e il 12 settembre era a Londra.

[La Magiotti nell'Avvertimento da lei premesso alla copia dei frammenti delle Grazie, ch'essa la prima tentò di riordinare, afferma che il Foscolo finì il Carme, e lo mandò copia in Toscana ad una persona, che mai non lo ricevè; la qual persona è evidentemente lei stessa. Riferisco per intero l'avvertimento, che l'Orlandini riportò incompiutamente nell'Arvertenza alla sua edizione delle Grazie (a pag. 199 del volume delle Poesie): "Chi si adoprò a mettere un ordine ai tanti frammenti o squarci dei tre Inni alle Grazie e della Ragione poetica del Carme, non presume d'aver colto nel segno: bensì ha creduto di soddisfare al proprio desiderio di vederli riuniti in un tutto insieme per saggio della squisitezza d'un lavoro che, sebbene imperfetto, mostra evidentemente di qual bellezza o perfezione andrà fastoso quello che il Poeta credè degno del suo nome, o che finito e limato, da quell'incontentabile ingegno, Egli stesso mandò in Toscana ma disgraziatamente non mai ricevuto (sic) dalla persona a cui era conceduto l'onore”. Questa medesima cosa la Magiotti la ripete in una lettura al Niccolini, di cui io trovai la minuta fra le carte di lei; e non posso nascondere che la cosa mi parve e mi pare assai strana. In tutte le lettere del Foscolo che fin qui si conoscono non c'è segno di quella spedizione alla quale la Magiotti accenna; e d'altra parte tutta la vita del poeta dal giorno ch'egli abbandonò l'Italia, e i manoscritti delle Grazie, stan là ad attestare ch'gli non solo non finì mai il Carme, ma da quel giorno, non vi fece più altro, o così poco che è come niente. – nda.]

Coll'arrivo a Londra (sia che il rigido clima e il cielo nebbioso mortificassero la calda fantasia del poeta, sia piuttosto che egli, costretto a fare della letteratura per vivere, non avesse pur tempo di pensare ai versi, dai quali non poteva cavare danaro), coll'arrivo a Londra la vita poetica del Foscolo riman chiusa. Non gli restarono più per la poesia che delle aspirazioni, dei desiderii insodisfatti. Due volte nelle lettere ch'ei scrisse da Londra in Italia è fatto cenno delle Grazie; e tutte e due le volte cotesto cenno è l'espressione di un desiderio accompagnato dal tristo presentimento che non potrà essere fatto pago. Il primo cenno è in una lettera del 3 marzo 1818 alla Magiotti. "Stando nel 1814 a Milano, ei le scrive, io aveva quasi finito il Carme alle Grazie in tre inni; ed erano riesciti oltre ogni mia speranza; ma non sono finiti; nè so se avrò quiete nè vita da vederli stampati mai”. Il secondo cenno è in una lettera del 30 settembre dello stesso anno al Pellico: "Certo è, Silvio mio, che s'io avrò costanza e salute da finire questo noioso lavoro (un Corso di letteratura italiana per gl'inglesi a cui allora attendeva) forse potrò raggranellare in pochi anni tanto da consolare poi la mia vita, ed avere tanta quiete d'animo ed ozio da vedere finite le Grazie, le care mie Grazie".

La quiete e l'ozio desiderato non vennero, e le Grazie restarono com'erano, cioè incompiute. Che restassero tali è attestato dal Foscolo stesso nella Dissertazione Di un antico inno alle Grazie; ed è confermato dai manoscritti del Carme, che si trovarono fra le carte del poeta dopo la sua morte, e che ora si conservano nella biblioteca labronica.

*

*     *

In qual modo potè dunque P. Silvio Orlandini trarre da quei manoscritti il Carme Alle Grazie compiuto e perfetto? In un modo solo, compiendolo e perfezionandolo lui.

La povera Quirina Magiotti s'era fitta in testa che il Foscolo avesse nell'esilio finito il Carme, e lo avesse mandato in Toscana a lei, che disgraziatamente non lo ricevè. - Se l'era sognato? - Non so: ma ho una gran paura che a questa specie di sogno, divenuto poi fissazione, debba risalire la origine prima delle Grazie dateci come compiuto dall'Orlandini. Nella loro sconfinata ammirazione per il Foscolo, l'egregia donna e l'egregio uomo dovettero, io credo, suggestionarsi a vicenda, e persuadersi che il poeta non diceva il vero quando diceva di non aver finito le Grazie. Era la sua incontentabilità che gli faceva dire questa bugia.

Venute d'Inghiterra in Italia le carte del Foscolo che servirono alla edizione della opere di lui curata dal Mayer e dall'Orlandini, tutti i manoscritti delle Grazie furono nel 1843 dati da esaminare alla Donna Gentile, la quale con infinita diligenza e pazienza copiò più volte tutti i frammenti del Carme e ne tentò essa la prima un riordinamento con la convinzione, credo, che il poema dovesse essere compiuto, se anche a lei non fosse riuscito metterlo insieme. Manoscritti e copie passarono poi all'Orlandini, che doveva dare lui l'ultima mano al lavoro e prepararne la stampa. Quei manoscritti contenevano un mucchio di cinquemila e più versi; mentre tutto ciò che si conosceva fino allora delle Grazie erano le poche centinaia di versi pubblicati dallo Scalvini, dal Silvestri, dal Caleffi, e dal Carrer, senza dire che da quegli sparsi e confusi frammenti non era dato farsi un'idea di ciò che dovesse essere il Carme. - Possibile che non si potesse dai cinquemila e più versi dei manoscritti venuti da Londra cavarne fuori un migliaio e mezzo circa, da comporre intero il Carme? Possibile anzi che in quei cinquemila versi non ci dovesse essere il Carme intero quale il Foscolo lo aveva voluto? E se c'era, il trarnelo fuori non sarebbe stata una novità letteraria d'importanza grandissima? Un onore per chi vi riuscisse?

Guidato da questa ambiziosa speranza, l'Orlandini si mise all'opera della ricostruzione del Carme, e fisso nella sua idea, non si sgomentò delle difficoltà che ad ogni piè sospinto gli si paravano dinanzi. Prova oggi, prova domani, le difficoltà le avrebbe pur vinte.

Chi ha letto l'Avvertenza che egli mise innanzi alla sua edizione delle Grazie, s'inganna di molto se crede di essersi per essa fatto un'idea delle enormi fatiche da lui spese nell'arduo lavoro. Solo chi lo conobbe, chi gli parlò nel tempo che egli vi attendeva, sa come quello fosse per alcuni anni la sua occupazione di ogni giorno, il suo pensiero di ogni ora, di ogni minuto.

Pensare che il frutto di tanto amore e di tante fatiche è un'opera che oggi la critica non può altro che disfare è, non lo nascondo, cosa che fa pena. Ma fa anche pena e meraviglia pensare che gl'Italiani hanno per più di trenta anni letto, ammirato, magnificato come una delle più belle e perfette opere del Foscolo, una poesia ch'era in gran parte lavoro dell'Orlandini; l'hanno ammirata e magnificata, senza sospettare che ella potesse non rispondere, anzi talora essere contraria, agl'intendimenti di cui l'autore aveva lasciato traccia nei manoscritti, senza accorgersi degli errori che la deturpavano.

Dalle scarsissime e non esatte notizie che l'Orlandini dà dei manoscritti del Carme, niuno certo potò farsi un'idea di ciò ch'essi sono; mancò quindi a tutti il dato più importante per giudicare quanto arbitrariamente l'editore procedè nell'opera sua: ma ch'ei procedè arbitrariamente (bisogna rendergli questa giustizia) lo disse molto chiaro da sè; disse chiaro che nel collegare i frammenti del Carme e nella scelta tra le varie lezioni si era lasciato unicamente guidare dal suo giudizio e dal suo gusto; e lasciò anche un pocolino capire che insomma l'ultima mano al Carme glie l'aveva data lui.

Lasciamo parlare l'Orlandini.

"In quanto alle norme da me segnite nello scegliere fra le moltissime lezioni dei manoscritti, nell'adottare o nel rifiutare questo o quello squarcio, nel cogliere i nessi più artificiosi fra tanti e sì diversi quadri ed imagini, affine che il cercato effetto del chiaroscuro non nuocesse alla semplicità, nè questa a quello, nel ritessere insomma la bella e magnifica tela del Carme, mi sarebbe oltremodo difficile, per non dire impossibile, il renderne minuto conto ai lettori. Sappiano essi, che l'autore, circa alla economia del suo lavoro, oltre quanto genericamente accenna nella Ragione poetica, non ne lasciò alcun lume fidato. È vero che in un suo copialettere militare si rinviene una specie d'indice o sommario delle moltissime materie onde doveano constare i due primi inni; ma anch'esso è talmente pieno di pentimenti, d'incertezze e di contraddizioni, da non poterne trarre alcun reale vantaggio. Nè ti avvisassi mai di seguire con fiducia la via che il poeta ti apre co' suoi versi, voglio dire coll'addentellato di quelle mille frazioni (ora sei, ora due, ora dieci o al più quindici versi per volta) con che, al pari di chi lavora in mosaico, andò formando quest'inni, e credo ogni altra sua poesia. Tu ne rimarresti forte beffato, poichè, quando piú tu credessi di essere sicuro di lui e di te stesso, vedresti a un tratto che per quel sentiero ei non va più avanti; e, leggendo altrove, ti accorgeresti ch'egli ha creduto più utile prenderne un altro, per abbandonare poi fors'anche questo; e così, di mano in mano, finchè l'animo suo inquieto e anelante alla perfezione dell'arte non trovi ove riposarsi. Ora se oltre a tutto ciò tu rifletti quanti cangiamenti e modificazioni, quali derivanti da più maturo consiglio, quali da transitoria allucinazione d'intelletto, quali da capriccio e bizzarria di carattere (io ne ho ravvisati molti di ogni genere in quei preziosi scartafacci) debbano essere stati indotti nella composizione del Carme dalla diuturnità del tempo in che è stato dettato, dalle procellose passioni o dalle fiere vicende che perpetuamente agitarono l'anima del poeta, tu potrai farti una sufficiente idea delle infinite difficoltà con cui ho dovuto lottare. E per nutrire qualche fiducia di uscirne vincitore, mi parve di dovermi proporre cinque cose: 1a leggere e rileggere tutti gli scritti d'Ugo sino allora pubblicati sì in verso che in prosa, onde tentare di addentrarmi nelle viscere non meno dell'uomo che dello scrittore; 2a scolpirmi fortemente nella memoria tutti i versi degl'inni con le varianti loro, senza tralasciare cosa alcuna, affine di POTER PROVARE IL RIORDINAMENTO DEL CARME, QUASI CONVERSANDO NELLA SOLITUDINE DEL PENSIERO COLLO SPIRITO DELL'AUTORE; 3a non riconoscere alcuna autorità dei precedenti editori, SE NON CONSUONASSE COL MIO INTIMO CONVINCIMENTO; 4a non istancarmi di prender copia di quei ricomposti frammenti, circa ai quali mi sembrasse di aver colto nel segno; 5a finalmente di non lasciarmi adescare dalle varianti, ancorchè bellissime, ove, tutto ponderato, cospirassero meno alla economia ed all'effetto generale del poema. Queste, eccetto due o tre di cui rendo ragione nelle note, le lascio agli spigolatori avvenire; ma sì gli spigolatori che i critici in generale, io voglio fin d'ora avvertiti a non arrischiarsi a censurare le lezioni da me prescelte, per anteporre ad esse altra che più a loro andassero a talento, se prima non hanno speso sugli autografi quanto tempo e quanta diligenza vi ho speso io; altrimenti temo assai che non sieno per avere il torto presso la posterità".

Risulta, parmi, evidente dalle parole dell'Orlandini, che egli non fu, e non volle essere, l'editore dello Grazie del Foscolo, ma il continuatore e il perfezionatore.

Che, messosi con questa idea a lavorare sulle Grazie, non facesse nessuna distinzione fra' manoscritti, non cercasse di rintracciare in essi la genesi e lo svolgimento del lavoro, non istudiasse di capire quali delle molte redazioni di un pezzo fosser le prime e quali le ultime, anzi non tenesse neppur conto della cancellatura di alcune prime redazioni, è cosa che s'intende; e della quale non si può fargli carico, perchè è conseguenza naturale e necessaria del sistema da lui seguito nel suo lavoro. Dal momento ch'egli evocava dentro di sè, lo spirito del Foscolo, egli era padrone di fare o disfare come più gli pareva e piaceva; perchè a qualunque osservazione altri ardisse fargli egli poteva rispondere: lo spirito del poeta m'ha detto così.

Il peggio si è che, nelle sue solitarie conversazioni con lo spirito del poeta, l'Orlandini par che talora non vedesse o dimenticasse i manoscritti che aveva sotto gli occhi; par che talora, stando tutto in orecchi per cogliere a volo i misteriosi responsi dello spirito d'Ugo, non aguzzasse ben gli occhi sui manoscritti che gli stavan dinanzi; par che talora patisse egli di quelle transitorie allucinazioni d'intelletto, che attribuisce al Foscolo, e delle quali io non ho saputo ritrovare negli  autografi foscoliani traccia alcuna.

Se dopo ciò qualcuno domandasse: Ma dunque le Grazie dell'Orlandini non sono propriamente tutta opera del Foscolo? - la domanda, dico il vero, mi parrebbe un po' ingenua. È egli possibile riunire insieme una quantità straordinaria di frammenti di poesia (ma non è vero che i più lunghi siano di quindici versi, come dice l'Orlandini), riunirli in un poemetto di ben 1548 versi, senza dovere, perchè tornino le commettiture, qua correggere un verso, là togliere un emistichio od aggiungerlo, là modificare una parola, una frase? E la riunione dei frammenti, per la quale il poeta non lasciò alcun lume fidato, non è ella di per sè una parte molto importante, e certo non la meno ardua, del lavoro poetico? poichè da essa dee risultare l'architettura e l'armonia dell'opera intiera. E i passaggi sono essi forse una cosa secondaria e di poco rilievo in un poema in gran parte lirico?

*

*     *

Diamo un breve saggio del modo tenuto dall'Orlandini nel restituire il testo del Carme: ma prima diciamo due parole dei manoscritti.

I manoscritti delle Grazie si possono dividere in tre classi. Viene primo per importanza (ed io perciò ho formato di esso la classe prima) un fascicolo di 16 pagine in foglio grande, battezzato non so da chi col nome di Fascicolo I o quadernone; nello grandi pagine del quale, diviso a tre colonne, l'autore veniva copiando via via i frammenti del Carme che gli pareva di aver condotti a perfezione. Non ho bisogno di dire che questo è il manoscritto che ha servito di fondamento alla mia edizione. Ho messo nella seconda classe tutti quei fascicoli e fogli staccati (e son molti, e formano la più gran massa dei manoscritti delle Grazie), che mi son parsi anteriori o contemporanei al Fascicolo I. Una gran parte dei frammenti contenuti nei più vecchi di questi manoscritti sono cancellati con lunghi freghi verticali; e le cancellature indicano, secondo me, chiaramente che il poeta non voleva tener più conto di codeste redazioni di pezzi, ch'egli o aveva rifatti, o voleva recidere dal Carme. Ho compreso nella terza classe alcuni pochi manoscritti, da me giudicati posteriori al Fasc. I e gli ultimi di tutti, i quali contengono alcuni rifacimenti di pezzi già fatti, alcuni frammenti affatto nuovi, e lunghi appunti in prosa di nuovi pezzi da fare o da rifare: ma i rifacimenti e i nuovi pezzi versificati son prime stesure molto imperfette con versi talora incompiuti, o appena accennati. E i pezzi scritti in prosa sono spesso indecifrabili.

Nei manoscritti che ho posti nella seconda classe leggonsi, fra parecchie altre prime prove e stesure cancellate dei pezzi, ove è descritto l'approdare di Venere con le Grazie all'isola di Citera, questi versi:

Con mezze in mar le rote era frattanto

La conchiglia nel lito, ove tendendo

Alte le braccia la spingean le belle

Nettunine.

Ancor dal lungo

Golfo non era l'isola divisa

Dal continente; e dove oggi da lunge

L'agricoltor lacone ardere i fochi

Mira se al pescator buja è la notte,

Del laconio paese. Ancor disgiunta

Dal continente l'isola non era,

Nè tutta sola la sacra Citera

Sedea regina di quel golfo; or dove

Sotto i monti veleggiano le navi,

Solitaria pendea negra una selva

Agitata dagli Euri;

Il Foscolo rifece poi tutto il pezzo così:

Con mezze in mar le rote iva frattanto

Lambendo il lito la conchiglia, e al lito

Pur con le braccia la spingean le molli

Nettunine. Spontanee s'aggiogarono

Alla biga gentil due delle cerve

Che ne' boschi dittei, schive di nozze,

Cintia a' freni educava; e poi che dome

Aveale a' cocchi suoi, pasceano immuni

Da mortale saetta. Ivi per sorte,

Vagolando fuggiasche, eran venute

Le avventurose, e corsero ministre

Al viaggio di Venere. Improvvisa

Iri che segue i Zefiri col volo

S'assise auriga, e drizzò '1 corso all'istmo

Del Laconio paese. Ancor Citera

Del golfo intorno non sedea regina

Dove or miri le vele alte su l'onda,

Pendea negra una selva, ed esiliato

N'era ogni Dio da' figli della terra

Duellanti a predarsi; i vincitori

D'umane carni s'imbandian convito.

Questa è la lezione del Fascicolo I, con la quale, salvo la variante di una parola, si accordano tutte le edizioni precedenti a quella dell'Orlandini: o tale lezione è nel modo più evidente l'ultima lasciata dall'autore. L'Orlandini, attratto forse da alcune immagini che sono nei versi da me riferiti delle prime stesure cancellate, la mutò, nel principio e nella fine del pezzo, così, introducendovi appunto le rifiutate lezioni di quelle prime stesure e correggendo alcuni versi di sua testa

Con mezze in mar le rote era frattanto

La conchiglia sul lito, ove tendendo

Alte le braccia, la spingean le belle

Nettunine, ecc.

 

Ancor disgiunta

Dal continente l'isola non era,

Nè tutta sola di quel golfo intorno

Sedea regina: e dove oggi da lunge

L'agricoltor lacone ardere i fochi

Mira, se al pescator buia è la notte,

Pendea negra una selva. Esilïato

N'era ogni Dio dai figli della terra

Duellanti a predarsi: i vincitori

D'umane carni s'imbandian le cene. [1]

Io non cercherò se nel testo dell'Orlandini il passo abbia guadagnato di bellezza; mi basta di porre in sodo che quando il Foscolo abbandonò il lavoro delle Grazie, l'ultima lezione di quel pezzo da lui lasciata era il testo del Fascicolo I.

Chi volesse un altro esempio anche più notevole del sistema dell'Orlandini nel restituire il testo delle Grazie, vegga i versi da 102 a 117 dell'Inno I nella nostra edizione, vegga fra la varianti tutte le prime prove o redazioni di que' versi rifiutate dall'autore; poi confronti col testo dell'Orlandini, e si accorgerà come questi, a forza d'introdurre nel testo del Fascicolo I quanto più gli fosse possibile di versi, emistichi e frasi di quelle prime redazioni rifiutate, riuscisse ad allungare fino a ventitre versi quel frammento che doveva essere di non più che sedici.

Assumendosi l'ufficio di compiere e perfezionare il Carme del Foscolo, l'Orlandini si tirava sulle spalle un grande carico di correzioni; carico ch'egli accrebbe col suo proposito manifesto di allungare il Carme quanto più gli venisse fatto. Spinto dall'ammirazione per il Foscolo e per tutto quello che era caduto dalla penna di lui, l'Orlandini pare si proponesse di non voler defraudare i lettori di neppure un verso dei frammenti delle Grazie; e perciò con una fatica, qualche volta sotto un certo rispetto ammirabile, si studiò di ricacciare nel Carme ciò che l'autore n'aveva cacciato fuori. Presa poi la mano a correggere, corresse anche quando non ce n'era necessità.

Nei manoscritti della terza classe leggonsi, fra gli altri, questi versi di un rifacimento di un pezzo dell'Inno I:

Ah non ti fossi

Irato Amor, e ben di te sovente

Io mi dorrò da che le Grazie affliggi.

Per te all'arti eleganti ed a' felici

Ozi per te lascivi affetti, e molli

Ozi, e spergiuri a' greci; e poi la dura

Vita e nude a sudar nella palestra

Le fanciulle, onde salvarsi

Amor da te. Ma quando eri per anche

Delle Grazie non invide fratello,

Sparta fioriva. Qui di ...

Nè a più paese di costumi gentili

Splendeva il sole.

Illuminava. Qui di ...

Fare il golfo ...

ecc.

In questo luogo, col sistema seguìto dall'Orlandini, correggere era una necessità; ed egli corregge così:

Per te all'arti eleganti, ed a' felici

Ozi lascivie sottentraro, e molli

Ozi e spergiuri a' Greci: indi la dura

Vita, o nudo a sudar nella palestra

Le maschili fanciulle, onde salvarsi,

Amor, da te. Ma quando eri peranco

Alle Grazie non invido fratello,

Non a più lieta il sol, nè a più gentile

Terra splendeva.

Ma qual necessità c'era di correggere in altra parte del citato rifacimento (pag. 141, v. 204) questo verso,

Nè la maremma elea ricca di pesce,

trasformandolo in quest'altro,

Nè la ricca di pesci elòa marina?

Ma qual necessità e qual ragione di correggere altri luoghi, come questi,

alle Grazie

Ch'or di tua man sorgon dal marmo.

L'una tosto alla Dea col radïante

Pettine asterge ecc.?

che l'Orlandini rifece così:

Ch'or di tua mano escon dal marmo

L'una tosto alla madre col gemmato

Pettine asterge ecc.

Oltre che correggere i versi delle Grazie, l'Orlandini dovè talvolta anche farne da sè. Della seconda parte del pezzo d'Ifianea (versi da 277 a 291 della edizione Orlandini) non c'è ne' manoscritti che i pochi versi ed appunti da me riferiti in nota a pag. 142 e 143 di questa edizione: la versificazione dataci dall'editore è in gran parte fatica sua.

*

*     *

Tocchiamo tasti che mandan note anche più dolenti. L'Orlandini, abbiam visto, parla di un copialettere militare del poeta, nel quale si rinviene una specie d'indice o sommario delle moltissime materie onde doveano constare i due primi inni, ma talmente pieno di pentimenti, d'incertezze e di contraddizioni da non poterne trarre alcun reale vantaggio. Ora, chi lo crederebbe? nei manoscritti delle Grazie si trova, come già accennai, non pure un altro breve sommario degl'inni, anteriore di tempo a questo di cui parla l'Orlandini, ma nel Fasc. I è un lungo e particolareggiato sommario dei tre inni, posteriore a quello del copialettere militare. Paragonando con questo importante sommario, che contiene il disegno ultimo del Carme foscoliano come fu lasciato dall'autore, la Grazie rifatte dall'Orlandini, il lettore vedrà facilmente le differenze. Disgraziatamente la scrittura del sommario, come in generale di tutti gli autografi delle Grazie, ed in particolar modo degli ultimi rifacimenti, è così difficile a decifrare, ch'io non ci son sempre riuscito; ma i pochi vuoti da me lasciati non impediscono che si vegga intero il disegno dell'opera.

Nessuno vorrà fare troppo grave carico all'Orlandini del non aver egli talora saputo leggere i manoscritti del Foscolo, dell'essere stato preso, durante il suo lavoro, da strane allucinazioni, che gli hanno impedito di vedere ciò che egli aveva sotto gli occhi. Io poi, che so per prova come in lavori di questo genere sia quasi impossibile aver sempre la mente desta e vigilante, io che ho dovuto tornare dieci e più volte sopra una frase o una parola per poterla decifrare, io a cui le fatiche e gli errori stessi dell'Orlandini sono stati avvertimento ed aiuto, io e posso e debbo essere men severo d'ogni altro verso di lui. Ma ciò non mi dispensa dall'obbligo di dire quella che parmi la verità.

Come può spiegarsi altrimenti che con una allucinazione ciò che l'Orlandini in una nota dell'Avvertenza da lui premessa alle Grazie, dice di un triplice abbozzo di lettera del Foscolo alla contessa d'Albany, da lui rinvenuto fra i manoscritti del Carme? Quella è, secondo l'Orlandini, una lettera preparata dall'autore, il quale vagheggiava in fantasia già pubblicato il suo Carme, per accompagnarne tre esemplari alla d'Albany, la quale, ritenuto per sè il primo, inviasse il secondo al Canova e desse il terzo al Fabro. Al lettore, se ci riflette, parrà un po' strano che al Foscolo venisse l'idea di scrivere cotesta lettera prima d'aver finito le Grazie, prima di sapere se e quando e dove le stamperebbe; di scriverla proprio nei quinterni del Carme, e di rifarsi a scriverla per ben tre volte. Ma il fatto sta che quella, invece di una lettera privata, è una vera e propria lettera dedicatoria; come apparisce chiaro da tutto il contesto, e chiarissimo dalle parole con le quali incomincia nel primo e nel secondo abbozzo. Le parole dei primo abbozzo sono: "Sebbene questo Carme sia intitolato allo scultore artefice di Numi, io devo, mia signora, consecrarlo ancho a lei” . ecc.; quella del secondo: "Benchè questo poema lirico sia intitolato allo scultore artefice di Numi, egli, se pure non lo crede indegno di tanto onore, bramerà senza dubbio ch'io lo consacri primamente a lei, mia signora", ecc. E quasi ciò non bastasse, sopra il secondo abbozzo è scritta di mano del Foscolo la parola Dedica. I tre abbozzi corrispondono, molto probabilmente, come già accennai, a tre vari periodi di elaborazione del Carme. Degli ultimi due paragrafi del terzo abbozzo l'Orlandini si servì per conchiudere la Ragione poetica del Carme; la quale Ragione poetica egli mise insieme coi disordinati e scorretti, e spesso indecifrabili, frammenti del poeta, ch'io ristampo nella loro genuina lezione.

Ma raccozzando e correggendo questi frammenti l'editore errò talvolta nel leggere il manoscritto. Il Foscolo, parlando dall'abate Antonio Conti, scrisse: “filosofo, che letto farebbe vergognare solennemente la moltitudine dei poeti, i quali dirizzando il loro ingegno a un segno umile e vano, avviliscono sè medesimi e l'arte”; l'Orlandini lesse e stampò: “i quali disperdono il loro ingegno ad un tempo umile e vano”. Il Foscolo, parlando del velo delle Grazie, scrisse: “che le preserva dai delirii funesti dall'autore e dell'altre umane passioni e le fa ospiti della terra, senza che siano avvicinate dall'uomo; in guisa che non possano più dargli le consolazioni, per cui furono unicamente mandate in terra dal cielo”; l'Orlandini lesse e stampò : “non possano più dargli le consolazioni, ma le facciano unicamente scendere in terra dal cielo”.

L'ultimo paragrafo del terzo abbozzo della lettera dedicatoria, del quale L'Orlandini ha, come dissi, fatto la conclusione della Ragione poetica del Carme, è stato dall'Orlandini stampato così: “Forse un giorno in altri miei versi non torneranno le Deità de' gentili; ma cantando le Grazie non poteva dimenticare la loro patria e non temere d'inimicarmelo, e con esso i maestri delle belle arti, i quali a' loro allievi presentano sempre i monumenti dell'antichità, e i poeti che sospirano que' lauri”. Invece nel manoscritto si legge: “i poeti che suggerirono quei lavori”.

Citiamo anche qualche errore dell'Orlandini nel leggere i versi del Carme; diamo un esempio della poca fortuna sua nel raccozzarne insieme i frammenti; e basterà.

Il Foscolo scrisse:

fin che il rito

V'appelli al canto, tacito sedete:

Sacro è il silenzio a' vati; e vi fa belle

Più del sorriso.

Poi sopra la parola sacro scrisse come variante caro; l'Orlandini lesse coro e stampò: “Sacro coro è il silenzio;  e vi fa belle” ecc. Il Foscolo scrisse:

I pregi che dal Cielo,

Per pietà della terra, han la divino

Vergini casto, non a voi li danno,

Giovani vati e artefici eleganti,

Bensì a qual più gentil donna le imita

L'Orlandini lesse e stampò:

non a voi li danno;

Li danno a’ vati e artefici eleganti

Ed a qual più gentil donna la imita.

Quanto alla poca fortuna dell'Orlandini nel raccozzare insieme i frammenti del Carme, e supplire ai pezzi che mancavano, ecco l'esempio.

Alla descrizione di Sparta, che nel testo dell'Orlandini finisce col verso 236 dell'Inno I, doveva nel disegno del Foscolo seguitare la descrizione d'Arcadia e del Dio Pane, e poi il pezzo di Calliroe e Ifianeo. Della descrizione d'Arcadia l'autore lasciò soltanto nei manoscritti della classe terza un appunto in prosa, tramezzato da alcuni versi, e del passo di Calliroe e Ifianeo niente, cioè pochi versi di una prima redazione cancellati e un vecchio appunto, nei manoscritti della classe seconda, versi e appunto nei quali non si parla di Calliroe e Ifianeo, ma semplicemente di Ifianea. Poi doveva seguitare -. Ma dove ebbero le Grazie il primo altare? In Orcomeno; ed ivi esse udirono il cantico sacro alternato da fanciulle e garzoni. - Qui doveva venire l'inno cantato, che il Foscolo non compose, e poi riprendere col verso:

Così cantaro, e Citerea svelossi,

che l'Oriandini rifà cosí:

Udì Cipria que' cori, e disvelossi.

Ora, che ha fatto l'Orlandini? Ha saltato a piè pari, senza dir nulla, il pezzo d'Arcadia e del Dio Pane, e nel luogo ove doveva andare l'inno cantato alternativamente dalle fanciulle e da' garzoni ha messo il racconto d'Ifianea, ricomposto da lui con que' pochi versi d'una prima redazione cancellata e con quel vecchio appunto ch'egli finì di versificare. Quanto ciò sia conforme agli intendimenti del poeta può giudicare anche chi non è poeta.

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Io confesso candidamente che quando la prima volta mi posi ad esaminare i manoscritti delle Grazie, provai, dopo alcone settimane di studio, un grande sgomento. Innanzi tutto mi nacque il sospetto che i manoscritti pervenuti alla biblioteca labronica non fossero tutti quelli che l'Orlandini aveva avuto nelle mani, perchè io aveva un bel cercare nei manoscritti il testo dell'Orlandini, spesso e volentieri non ce lo trovavo; avevo un bel cercare qual filo avesse l'Orlandini seguìto nell'ordinamento del Carme; se l'Orlandini era ito da una parte, i manoscritti tiravano me dalla parte opposta. Ció che m'impacciava soprattutto e m'impediva di trovare la via da andare innanzi erano due storte idee con le quali mi ero messo a lavorare; l'idea che il testo dell'Orlandini m'avesse a servire di guida attraverso i manoscritti e l'idea che gl'indici o sommarii del Carme lasciati dal poeta fossero tali da non poterne, come l'Orlandini aveva detto, trarre alcun reale vantaggio.

Finalmente, seguitando a lavorare, m'accorsi della stortura di quelle idee; m'accorsi ch'era necessario tentare una classificazione ragionata dei manoscritti; m'accorsi della importanza grandissima di quegli indici o sommarii ch'io aveva trascurati; e modificai il mio primo disegno.

Quel che allora mi proposi di fare, ed oramai o bene o male è fatto, fu questo: stampare fino a una parola, tutto quel che era nei manoscritti e nelle edizioni anteriori a quella dell'Orlandini; stampar tutto con fedeltà scrupolosa, e per tal modo che il lettore curioso e paziente potesse nella mia edizione dei frammenti delle Grazie rintracciare la genesi, il procedimento e tutti gli svolgimenti successivi del lavoro del poeta, fino al giorno ch'egli abbandonò il Carme per non rimetterci più le mani.

A conseguir ciò, posi il mio studio principale nel rintracciare io stesso sui manoscritti quella genesi e quel procedimento, non fidandomi ad altra guida, non cercando altri aiuti che i manoscritti stessi, e ciò che il poeta aveva lasciato scritto del Carme nelle sue lettere. Deliberai di restituire il testo del Carme, riunendo i frammenti in quell'ordine che i sommarii e tutte le altre indicazioni lasciate dall'autore mi mostrassero più conforme agli ultimi intendimenti di lui; stabilii di accogliere nel testo quelle lezioni che mi paressero, non le più belle, ma le ultime e fra le ultime quelle che fossero più corrette e meglio contribuissero a presentare il Carme nella sua forma meno incompiuta; e perciò delle modificazioni posteriori al Fascicolo I mi parve non dovere accogliere che que' pochi versi che potessero entrare nel testo in ordine al concetto che ho accennato; delle altre molte, che sono, come dissi, prime stesure molto imperfette, o appunti in prosa spesso indecifrabili, stimai dover render conto al lettore nelle note; le varianti, che sono materia quasi tre volte maggiore del testo, giudicai buono disporle, al seguito di ciascuno dei tre inni, nell'ordine dato ai frammenti degl'inni stessi, con i necessari richiami ai versi del testo, e con la indicazione del fascicolo e della pagina del manoscritto onde son tolte.

Vede il lettore che il mio lavoro è quanto di più opposto si poteva immaginare a quello dell'Orlandini; e dovrà, spero, contentare quelli almeno che del sistema tenuto dall'Orlandini non si sentirono paghi. Chi avrà la curiosità di certificarsi se il nuovo edìtore delle Grazie ha fatto bene o male la tal cosa o la tal'altra, ha letto bene o male la tale o la tal'altra frase o parola, ha corretto bene o male l'Orlandini, potrà, senza nessuna perdita di tempo, fare sui manoscritti quanti riscontri gli piaccia. L'Orlandini volle sfuggire la critica; io le vado incontro e le spiano la strada.

Tuttavia non m'illudo: all'apparire di questa edizione ci saranno molti disinganni. Certa buona gente, che non considera le cose troppo per la sottile, chi sa che cosa s'aspetta che debba essere il Carme delle Grazie da me ripubblicato sugli autografi, ed annunziato tanto tempo fa! Cotesta buona gente, che ricorda lo scoppio d'ammirazione col quale fu accolto il poema del Foscolo ricostruito dall'Orlandini, che è avvezza ormai da più di trent'anni a vederselo davanti tutto finito dal primo verso fino all'ultimo, tutto pomiciato e lustrato, che è avvezza a leggerselo e ad ammirarselo così, quando se lo vedrà rimettere sotto gli occhi scorciato quasi di un terzo, e, quel che è peggio, tutto mutilato e a frammenti, quando non ci troverà più certi bei versi che c'erano e le pareva ci facessero tanto bella figura, dirà, o, se non lo dirà, certo lo penserà, che non metteva il conto di durar tanta fatica per dare un nuovo testo delle Grazie, che, sia pure più genuino, è men bello di quello dell'Orlandini. E non mancherà neppure qualcuno, in tanta luce di critica, come oggi si dice, il quale a dirittura pensi che l'opera mia è stata una profanazione.

Ma cotesta buona gente non saranno, spero, tutto il pubblico degli studiosi. Ci sarà pure fra questi qualche malinconico come me, che preferisca la verità all'impostura, che preferisca un'opera d'arte frammentaria e imperfetta, ma genuina, alle rifiniture di un abile restauratore.

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Io accennai già in questo discorso al modo come il Foscolo venne componendo il suo Carme, ed espressi l'opinione che cotesto modo non fosse lo svolgimento naturale di un primo concetto organico chiaramente veduto e fermato dall'autore nella mia mente. Chi ama ricercare le vie per le quali uno scrittore procedè, i principii che seguì, gli espedienti che usò, nel dar forma e ordine ai suoi concetti e fantasmi o nel comporre un'opera d'arte, avrà nei frammenti delle Grazie, che ora si pubblicano, ampia e non ingrata materia di studio. Cotesto curioso vedrà nel libro che io gli presento un nuovo e strano modo di comporre del quale credo non ci sia esempio in tutta la nostra letteratura poetica, e forse neppure in quelle delle altre nazioni. A me i frammenti della Grazie fanno l'effetto d'uno di quei giochi composti di tanti piccoli pezzettini di legno o cartone dipinti, che accozzati insieme in cento modi diversi ti presentano cento diverso figure.

Nella prima redazione del Carme in un solo inno era naturale che fosse il germe dei tre Inni delle redazioni successive: ma è curioso vedere come i versi di quella prima redazione si sparpaglino a gruppi di tre, di cinque, di dieci, di venti, qua e là pei tre Inni della redazione ultima. Il primo Inno di questa comincia coi primi tre versi della redazione prima, ai quali dopo breve spazio si rappiccano i versi da 91 a 97, poi quelli da 28 a 39. I versi da 118 a 122 diventano i primi cinque dell'Inno secondo, e ad essi seguono dopo lo spazio di due versi, i versi da 99 a 117; intanto che i versi da 4 a 25 diventano il principio dell'Inno terzo. Con questo sistema tutti gli altri versi della prima redazione sono stati sparsi qua e là pei tre Inni della redazione ultima, senza che quasi uno ne manchi; con questo sistema furono poi sparsi, parte nel secondo parte nel terzo inno, i versi del frammento dell'archivio di stato di Milano; con questo sistema fu composto tutto quel che abbiamo del Carme, che con questo sistema doveva essere compiuto. Di qui le incertezze, i pentimenti, le mutazioni continue; di qui un frammento mutato di luogo due, tre, cinque volte; un altro rifatto cinque, sei, dieci volte. Il frammento dei Silvani nell'Inno primo, che nel testo è di 55 versi, ne ha 500 e più di varianti, e la redazione ultima di esso non è ancora la definitiva.

Il Foscolo ha un'abilità grandissima nel lavorare a questo modo; ma nessun'abilità poteva bastare, credo io, a fare in questo modo un'opera organica. Quando avesse finito il Carme, l'avrebbe, diceva lui, ridipinto; ma nessuna ridipintura, per quanto abile, sarebbe, secondo me, stata bastante a nascondere tutte le commettiture. Chi non sente che il pezzo de la Dea ornata nell'Inno primo, vv. 92-101, che l'autore aveva più volte mutato di posto (e forse era sempre incerto del luogo ove metterlo definitivamente), chi non sente, dico, che lì dove è, c'è stato abilmente incastrato, ma non c'è nato spontaneamente? Lo stesso dicasi dei bei versi sul Lario nell'Inno secondo, vv. 124-138, e di molti altri frammenti.

Un altro difetto del Carme mi pare la troppa estensione ch'era venuto prendendo nelle redazioni che succedettero alla prima; benchè queste possano parere lo svolgimento naturale del soggetto. Le sacerdotesse delle Grazie suggeriscono prima i tre inni, poi la divisione del secondo in tre parti, e di qui tutto il resto. L'aver troppo amato le donne, e troppo meditato e metafisicato su la bellezza e la grazia femminile fu forse cagione che il Foscolo idoleggiasse un po' troppo il suo soggetto, e ne allargasse soverchiamente il disegno, fondendo in quello le parti già composte o pensate degli altri Carmi.

La troppa estensione nocque tanto più al Carme, quanto l'argomento era troppo metafisico, e troppo lontano dalle idee e dalle usanze dei tempi nostri. Un signore, che faccia accanto ad una sua villa fabbricare una cappellina, e ci faccia tutte le domeniche dire la messa, è cosa che potrà a qualcuno parere poco poetica, ma che si capisce da tutti, che ha per tutti un significato ben chiaro: ma un poeta che nel secolo decimonono alzi sul poggio di Bellosguardo un altare alle Grazie e vi guidi sacerdotesse tre belle donne amiche sue, una a suonar l'arpa, l'altra a portare un favo di miele, la terza a ballare, è cosa che, se potrà a qualcuno parere più poetica di quell'altra, dai molti non si capisce, non ha pei molti significato nessuno. La ragione di ciò è chiara: se uno oggi facesse codesto, sarebbe preso per matto. Il significato chiuso nella invenzione del poeta non può essere veduto che da pochi, non può interessare che pochissimi quei pochissimi che per lo studio degli antichi si sono ricreati nella mente, come cosa viva, il mondo greco e romano. Il poeta colorisce di splendidi fantasmi, circonda di una musica varia e dolcissima i suoi pensieri e le sue idee; ma queste idee sono quasi sempre così astratte, che ci vuol grande sforzo di mente per afferrarlo e seguirle. Perciò io credo col Carrer che, quand'anche il Foscolo avesse avuto ozio e serenità di mente da finire, come voleva, il suo poema egli sarebbe stato sempre chiamato dalla posterità il cantore dei Sepolcri. [2]

Livorno, marzo 1882.

G. CHIARINI.

Note

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[1] Ciò che è stampato in corsivo non trovandosi nei manoscritti, dobbiamo inferirne che appartiene all'Orlandini.

[2] V. CARRER, Prose, Vol. II, pag. 354.

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Ultimo aggiornamento: 15 dicembre 2011