Claudio Chiancone

Nota introduttiva

al Sesto tomo dell'io

di Ugo Foscolo

 

Nel vasto panorama delle opere foscoliane, il “Sesto tomo dell’io” ha sempre trovato posto, e ingenerosamente, fra i cosiddetti scritti minori, ed è stato bandito dalle antologie scolastiche, forse per un senso di pruderie tutta ottocentesca non estranea neanche al Chiarini, che pure fu il grande riscopritore di quest’operetta frammentaria. Il fatto è che il “Sesto tomo ” offre uno dei casi più interessanti di sperimentazione narrativa ottocentesca, che non ha precedenti nella letteratura italiana e che, come nota Vincenzo Di Benedetto, troverà uguali solo nel capolavoro manzoniano. Lo stile nuovo e ben lontano dalle tronfie drammaticità dell’Ortis, più vicino alla velocità e leggerezza dello Sterne, ma soprattutto ironico, didimeo, e allo stesso tempo avvincente, sembra quasi prendere per mano il lettore e accompagnarlo attraverso ricordi e immagini della vita del giovane Ugo, ufficiale dell’esercito napoleonico che attorno al 1801, fra una campagna militare e l’altra, nei ritagli di tempo libero ripercorre alcuni momenti salienti della sua vita come tanti flash, nascondendoli sotto una sottile patina letteraria.

La scoperta dell’amore, l’attraversamento dell’appennino emiliano, il colloquio con un vecchio saggio (Parini?), la visita a un commilitone ammalato, la lettera a una ragazza ancora inesperta della vita si svolgono in maniera disordinata e frammentaria, ma proprio per questo lo spirito dell’opera torna ad emergere in un tempo come il nostro che ha fatto del frammento, e del ricordo autobiografico, l’essenza dell’espressione letteraria. E quasi a voler davvero anticipare la tendenza egotista del nostro secolo, l’opera nel suo complesso avrebbe dovuto chiamarsi “Io”: peccato poterne leggere solo parte del sesto volume.

Un progetto rimasto incompiuto, forse perché troppo moderno per i suoi tempi; una delle più gravi mancanze della nostra letteratura, e che trovò tuttavia – quasi a consolarci – una parallela realizzazione nella traduzione del Viaggio sentimentale: anche in quest’ultimo caso, un Foscolo più riflessivo, “più disingannato che rinsavito”, che medita sui colli della Toscana e che sorride alla vita, che ironizza sul proprio male e sulla società fatta di lupi, e solo per i lupi; e in cui l’unica consolazione, forse, è proprio lo scrivere.

Approfondimento

da: Guido Bezzola, Foscolo prosatore, in Cultura e Scuola, anno XVII – n. 67, Luglio settembre 1978, pag. 61 e segg.

 ... Ritenta l'Ortis (1801) e lo interrompe di nuovo, scrive stupende lettere d'amore e soprattutto lascia per un istante venir fuori il lato sterniano non ancora didimeo in quei frammenti di un romanzo autobiografico noti anche col nome di Sesto tomo dell'Io; una prosa leggera e ricca insieme, un considerare se stesso e gli altri con l'ironia dolceamara di chi ha molto sofferto ma non vuole farne un dramma, una leggerezza di tocco che non sarà estranea, come già notò il Fubini, anche all'Ortis maggiore e completo (1802), ma che intanto dà idea e dimensione del tutto nuove alla prosa foscoliana così come la conoscevamo fino a quel tempo. Si apre un'altra fase di esperienze: fondamentale è appunto quella della prima edizione completa dell'Ortis (1802), ma chi legga le pagine del romanzo avvertirà bene come, nella serietà complessiva dell'opera, per cui l'ironia non rientra nel canone e nell'archetipo del personaggio, un arricchimento indubbio si sia avuto, rispetto al 1798, e non solo nel senso politico, ma anche in quello psicologico e stilistico, frutto appunto della maturazione del Foscolo come scrittore e come personaggio protagonista. Oltre a tutto, in quegli anni c'è stato l'incontro con Lucrezio, col Vico (soprattutto attraverso la mediazione del Lomonaco) e anche la conoscenza del bel mondo milanese, rinnegato finché si vuole ma sempre attivo come fonte d'impressioni piacevoli e spiacevoli. ...

Nota

Il frammento è stato composto nel 1801, mentre stava completando la prima edizione completa dell' Ortis, avendo già in mente una architettura sufficientemente completa della "Storia dell'Io" che avrebbe voluto scrivere, sei tomi sulla propria vita, presumibilmente articolata non tanto sullo scorrere degli avvenimenti politici generali e sulle vicende personali, quanto sulla propria vicenda spirituale, nella quale avrebbe avuto un gran peso il sentimento dell'amore.

È un frammento mai ripreso e sviluppato, preso come sarà da altri impegni. Negli ultimi decenni il frammento è quasi scomparso dalla circolazione e non è riportato nemmeno più dalle raccolte generali (come quella pubblicata dalla Mursia nel 1962).

Proprio il fatto che sia un frammento, un insieme di idee che si rincorrevano nella sua mente e che verranno utilizzate nelle opere che veniva componendo in quel tempo, ha fatto sì che sia stato accantonato e che sia caduto quasi nel dimenticatoio.

(Bonghi)

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Ultimo aggiornamento: 15 dicembre 2011