Brunetto Latini

La rettorica

Edizione di riferimento

La Rettorica di Brunetto Latini, Testo critico a cura di Francesco Maggini, Stab. Galletti e Cocci, Firenze 1915

[argomenti 16-30]

Argomento 16 

Tullio dice di che elli tratterà.

TULLIO    Et questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista solamente per natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte altressì. Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i quali sopra ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi che noi diciamo ciò che ssi comanda in rettorica, pare che sia a trattare del genere d'essa arte e del suo officio e della fine e della materia e delle sue parti; imperoché sapute e cognosciute queste cose, più di legieri e più isbrigatamente potrà l'animo di ciascuno considerare la ragione e la via dell'arte.

SPONITORE    Poi che Tulio avea lodata Rettorica et era soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì ricomincia nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo libro. Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perché l'animo di ciascuno sia più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al suo prolago e viene al fatto in questo modo:

Argomento  17 

Tullio àe finito il prolago, e comincia a dire di eloquenzia.

TULLIO    Una ragione è delle cittadi la quale richiede et è di molte cose e di grandi, intra lle quali è una grande et ampia parte l'artificiosa eloquenzia, la quale è appellata Rettorica. Ché al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono che lla scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne discordiamo da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et in arte del parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica porremo in quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile scienzia, cioè della scienzia delle cittadi.

SPONITORE    In questa parte del testo procede Tulio a dimostrare ordinatamente ciò che elli avea promesso nella fine del prolago. Et primamente comincia a dicere il genere di questa arte. Ma anzi che llo sponitore vada innanzi sì vuole fare intendere che è genere, perché l'altre parole siano meglio intese. Ogne cosa quasi o è generale, sicché comprende molte altre cose, o è parte di quella generale. Onde questa parola, cioè «uomo», è generale, per ciò che comprende molti, cioè Piero e Joanni etc., ma questa parola, cioè «Piero», è una parte. A questa somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere cioè la schiatta; ché chi dice «i Tosinghi» comprende tutti coloro di quella schiatta, ma chi dice «Davizzo» non comprende se no una parte, cioè un uomo di quella schiatta. Onde Tulio dice di rettorica sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e lla natura sua. Et dice così che lla ragione delle cittadi, cioè il reggimento e lla vita del comune e delle speciali persone, richiede molte e grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. In fatti è la ragione delle cittadi sì come l'arte de' fabbri, de' sartori, de' pannari e l'altre arti che si fanno con mani e con piedi. In detti è la rettorica e l'altre scienze che sono in parlare. Adonque la scienza del covernamento delle cittadi è cosa generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè l'arte del bene parlare. Ma anzi che llo sponitore vada più innanzi, pensando che lla scienza delle cittadi è parte d'un altro generale che muove di filosofia, sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per provare la nobilitade e l'altezza della scienzia di covernare le cittadi. Et provedendo ciò ssi pruova l'altezza di rettorica.

        Filosofia è quella sovrana cosa la quale comprende sotto sé tutte le scienze; et è questo uno nome composto di due nomi greci: il primo nome si è phylos, e vale tanto a dire quanto «amore», il secondo nome è sophya, e vale tanto a dire quanto «sapienzia». Onde «filosofia» tanto vale a dire come «amore della sapienzia»; per la qual cosa neuno puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto ch'elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad avere intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale diffinizione di filosofia: ch'ella è inquisizione delle naturali cose e connoscimento delle divine et umane cose, quanto a uomo è possibile d'interpetrare. Un altro savio dice che filosofia è onestade di vita, studio di ben vivere, rimembranza della morte e spregio del secolo. Et sappie che diffinizione d'una cosa è dicere ciò che quella cosa è, per tali parole che non si convegnano ad un'altra cosa, e che se tu le rivolvi tuttavia signiffichino quella cosa. Per bene chiarire sia questo l'exemplo nella diffinizione dell'uomo, la quale è questa: «L'uomo è animale razionale mortale». Certo queste parole si convegnono sì all'uomo che non si puote intendere d'altro, né di bestia, né d'uccello, né di pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue rivolvi le parole e di' così: «Che è animale razionale e mortale?», certo non si puote d'altro intendere se non dell'uomo. Or è vero che anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle quali dubitavano, e non senza cagione, però che sopr'esse tre questioni si girano tutte le scienzie. La prima quistione era che dovesse l'uomo fare e che lasciare. La seconda quistione era per che ragione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza quistione era di sapere le nature di tutte cose che sono. Et perciò che le questioni fuoro tre, sì convenne che ' savi filosofi partissero filosofia in tre scienzie, cioè Teorica, Pratica e Logica, sì come dimostra questo arbore: FILOSOFIA: Pratica-Logica-Teorica.

        Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare e che lasciare. La seconda scienzia, cioè logica, è per dimostrare la seconda quistione, cioè per che ragione dovesse quel fare e quello altro lasciare. Et questa scienza, cioè logica, sì àe tre parti, cioè dialetica, efidica, soffistica. La prima tratta di questionare e disputare l'uno coll'altro, e questa è dialetica; la seconda insegna provare il detto dell'uno o dell'altro per veraci argomenti, e questa èe efidica; la terza insegna provare il detto dell'uno e dell'altro per argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è sofistica. Et questa divisione pare in questo arbore: LOGICA: Dialettica-Efidica-Sofistica.

        La terza scienzia, cioè teorica, si è per dimostrare le nature di tutte cose che sono, le quali nature sono tre; e però conviene che questa una scienza, cioè teorica, sia partita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e Matematica, sì come dimostra questo arbore: TEORICA: Teologia-Fisica-Matematica.

        Onde la prima di queste tre scienze, cioè teologia, la quale è appellata divinitade, sì tratta la natura delle cose incorporali le quali non conversano intra lle corpora, sì come Dio e le divine cose. La seconda scienzia, cioè fisica, sì tratta le nature delle cose corporali, sì come sono animali e lle cose che ànno corpo; e di questa scienzia fue ritratta l'arte di medicina, ché, poi che fue connosciuta la natura dell'uomo e delli animali e de' loro cibi e dell'erbe e delle cose, assai bene poteano li savi argomentare la sanezza e curare la malizia. La terza scienzia, cioè matematica, sì tratta le nature de le cose incorporali le quali sono intorno le corpora; e queste nature sono quattro, e perciò conviene che matematica sia partita in quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica, geometria et astronomia, sì come appare in questo arbore: MATEMATICA: Arismetrica-Musica-Geometria-Astronomia.

        La prima scienzia, cioè arismetrica, tratta de' conti e de' nomeri, sì come l'abaco e più fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare voci e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e delle proporzioni. La quarta scienza, cioè astronomia, tratta della disposizione del cielo e delle stelle.

        Or si torna il conto dello sponitore di questo libro alla prima parte di filosofia, della quale è lungamente taciuto, e dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica, che pervegna a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue detto già indietro, questa pratica è quella scienza che dimostra che ssia da ffare e che da lasciare, e questo è di tre maniere: perciò conviene che di questa una siano tre scienze, cioè sono Etica, Iconomica e Politica, sì come mostra la figura di questo arbore: PRATICA: Etica-Iconomica Politica.

        La prima di queste, cioè etica, sì è insegnamento di bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento delle cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per assennamento di quatro vertudi, ciò sono prudenzia, iustizia, fortitudo e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono superbia, invidia, ira, avarizia, gula e luxuria; e così dimostra etica che sia da tenere e che da lasciare per vivere virtuosamente. La seconda scienza, cioè iconomica, sì 'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per covernare e reggere il propio avere e la propia famiglia. La terza scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere le cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è provato, è in due guise, cioè in fatti et in detti, sì come si vede in questo arbore: POLITICA: in fatti-in detti.

        Quella maniera ch'è in fatti sì sono l'arti e' magisterii che in cittadi si fanno, come fabbri e drappieri e li altri artieri, sanza i quali la cittade non potrebbe durare. Quella ch'è in detti è quella scienzia che ss'adopera colla lingua solamente; et in questa si contiene tre scienze, ciò sono Gramatica, Dialettica, Rettorica, sì come dimostra questo altro albore: IN DETTI: Grammatica-Dialettica Retorica.

        Et che ciò sia la verità dice lo sponitore che gramatica è intrata e fondamento di tutte le liberali arti et insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè per parole propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica non potrebbe alcuno bene dire né bene dittare. La seconda scienza, cioè dialetica, sì pruova le sue parole per argomenti che danno fede alle sue parole; e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mostri ragioni per che, sicché le sue parole abbiano provanza in tal guisa che lli uditori le credano e diano fede a cciò che dice. La terza scienza ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti alla materia, per le quali l'uditore s'accheta e crede e sta contento e muovesi a volere ciò ch'è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò che 'l buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a diritto e per sì propie parole che sia inteso, e questo fae gramatica; e dee le sue parole provare e mostrare ragioni, e questo fae dialetica; e dee sì mettere et addornare il suo dire che, poi che ll'uditore crede, che stia contento e faccia quello ch'e' vuole, e questo fa Rettorica. Or dice lo sponitore che lla civile scienza, cioè la covernatrice delle cittadi, la quale èe in detti si divide in due: che ll'una è co llite e l'altra sanza lite. Quella co llite si è quella che ssi fa domandando e rispondendo, sì come dialetica, rettorica e lege; quella ch'è sanza lite si fa domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per dare alla gente insegnamento e via di ben fare, sì come sono i detti de' poeti che ànno messo inn iscritta l'antiche storie, le grandi battaglie e l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. Altressì quella civile scienzia ch'è con lite è di due maniere, ch'è ll'una artificiosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale il parliere che connosce bene la natura e llo stato della materia, vi reca suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in dialetica et in rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella quale si recano argomenti pur per altoritade, sì come legge, sopra la quale non si reca neuna pruova né ragione per che, se non tanto l'altoritade dello 'mperadore che lla fece. Et di questa che non è artificiale dice Boezio nella Topica ch'è sanza arte e sanza parte di ragione. Alla fine conclude Tulio e dice che Rettorica è parte della civile scienzia. Ma Vittorino sponendo quella parola dice che rettorica è la maggiore parte della civile scienzia; e dice «maggiore» per lo grande effetto di lei, ché certo per rettorica potemo noi muovere tutto 'l popolo, tutto 'l consiglio, il padre contra 'l figliuolo, l'amico contra l'amico, e poi li rega in pace e a benevoglienza. Or è detto del genere; omai dicerà Tulio dello offizio di rettorica e del fine.

Argomento  18 

Tullio dice che è l'ufficio di questa arte.

TULLIO    Officio di questa arte pare che sia dicere appostatamente per fare credere, fine è far credere per lo dire. Intra ll'officio e lla fine èe cotale divisamento: che nell'officio si considera quello che conviene alla fine e nella fine si considera quello che conviene all'officio. Come noi dicemo l'officio del medico curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che noi dicemo fine intenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare il parliere, e dicendo che lla fine sia quello per cui cagione elli dice.

SPONITORE    In questa parte àe detto Tulio che è l'officio di questa arte e che è lo suo fine; e perciò che 'l testo è molto aperto, sì sine passerà lo sponitore brevemente. Et dice cotale diffinizione: officio è dicere appostatamente per fare credere. Et nota che dice «appostatamente», cioè ornare parole di buone sentenze dette secondo che comanda quest'arte; e questo dice per divisare il parlare di questo dicitore dal parlare de' gramatici, che non curano d'ornare parole. E dice «per far credere», cioè dicere sì compostamente che ll'uditore creda ciò che ssi dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più di dire belle parole che di fare credere. L'altra diffinizione è del fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi considera la verità in questa arte e' troverà che tutto lo 'ntendimento del parliere è di far credere le sue parole all'uditore. Donque questo è la fine, cioè far credere; ché 'mmantenente che l'uomo crede ciò ch'è detto si rivolve lo suo animo a volere et a ffare ciò che 'l dicitore intende. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che 'l fine di questa arte è doppio, uno nel parladore et un altro nell'uditore. Il parladore sempre desidera questo fine in sé: che dica bene e che sia tenuto d'aver bene detto. Nell'uditore è questo fine: che 'l dicitore a questo intende, che nell'uditore sia cotale fine che creda quello che dice; e questo fine non desidera sempre il parlatore sì come quello di sopra. Et per mostrare bene che è l'officio e che è il fine e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì dice Tulio che officio è quello che 'l parliere de' fare nel suo parlamento secondo lo 'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per cui cagione il parlieri dice compostamente; e certo questa cagione e questo fine nonn è altro se non fare credere ciò che dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che llo officio del medico è medicare compostamente per guerire l'amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo medicare. Già è detto sofficientemente dell'officio e della fine di rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia.

Argomento 19

Della materia.

TULLIO    Materia di questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e llo savere che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi dicemo che lle malizie e le fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa arte et il savere ch'è appreso dell'arte sono materia di rettorica; le quali cose alcuni pensaro che fossero piusori et altri meno. Ché Gorgias Leontino, che fue quasi il più antichissimo rettorico, fue in oppinione che el parladore possa molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a questa arte grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede a questa arte molti aiuti et adornamenti, extimò che ll'officio del parlatore sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e giudiciale.

SPONITORE     In questa parte dice Tulio che materia di rettorica è quella cosa per cui cagione furo pensati e trovati li comandamenti di questa arte, e per cui cagione s'adopera la scienzia che ll'uomo apprende per quelli comandamenti. Così fuoro trovati li comandamenti di medicina e gli adoperamenti per le infertadi e per le ferute; et insomma quella è lla materia sopr'alla quale conviene dicere. Et sopra ciò fue trovata questa arte per dare insegnamento di ben dire secondo che lla materia richiede e per fare che ll'uditore creda. Et di questo è stata differenzia tra ' savi: ché molti furo che diceano che materia puote essere ogne cosa sopr'alla quale convenisse parlare. Et se questo fosse vero, donque sarebbe questa arte sanza fine, che non puote essere; e di questi fue uno savio, Gorgias Leontino, antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'appella antichissimo sì dimostra che non sia da credere. Ma Aristotile, a cui è molto da credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa arte in perciò che fece uno libro d'invenzione et un altro della parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e catuna maniera èe generale delle sue parti; e queste sono dimostrativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti appare: MATERIA: Dimostrativo-Deliberativo-Iudiciale.

        Et a questa sentenzia s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta l'arte di rettorica. Ma ben puote essere ch'e' maestri in questo punto fanno divisamento intra dire e dittare; ché pare che lla materia di dittare sia sì generale che quasi sopra ogne cosa si possa fare pistola, cioè mandare lettera. Ma dire non si puote per modo di rettorica se non delle dette tre maniere, perciò che Tulio reca tutta la rettorica in quistione di parole. Et intendo che quistione è una diceria nella quale àe molte parole sie impigliate che ssine puote sostenere l'una parte e l'altra, cioè provare sì e no per atrebuti, cioè per propietadi del fatto o della persona. Et ecco l'exemplo in questa diceria che fie proposta in questo modo: «È da sbandire in exilio Marco Tulio Cicero o no, che davanti al popolo di Roma fece anegare molti romani a tempo che 'l comune era in dubbio?» In questa proposta à due parti, una del sì et un'altra del no. Quella del sì è cotale: «Cicero è da sbandire, perciò che à fatta la cotale cosa». Quella del no è cotale: «Non è da sbandire, ché ricordando pure lo nome signiffica buona cosa et isbandire et exilio signiffica mala cosa, e non è da credere che buono uomo faccia quello che ssia da sbandire degno né de exilio». Già è detto che è la materia di quest'arte, et afferma Tulio la sentenza d'Aristotile. Et però che elli l'àe confermata, sì dicerà di catuna di quelle tre maniere sì compiutamente che per lui e per lo sponitore potrà quelli per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e la natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo trattato e di connoscere ciò che in esso si contiene, ché altrimenti non potrebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima del dimostrativo.

Argomento 20

 Del dimostramento.

TULLIO    Dimostrativo è quello che ssi reca in laude o in vituperio d'una certa persona.

SPONITORE    In questa parte dice Tulio che, con ciò sia cosa che lle cause e lle quistioni sopr'alcuna vicenda indella quale l'uno afferma e l'altro niega siano di tre maniere, sì insegna Tulio avanti quale causa è dimostrativa. Ma lo sponitore non lascerà intanto che non dica la natura e lla radice di tutte e tre, oltre che dice il testo di Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del parliere che dice sopra la causa, e dicerà che è il fatto della causa. La persona del parliere è quella che viene in causa per lo suo detto o per lo suo fatto: et intendo «suo detto» quello ch'elli disse o che ssi crede ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che detto no-ll'abbia; altressì intendo «fatto» quello che fece o che ssi crede ragionevolemente che elli abbia fatto, avegna che fatto non sia. Il fatto della causa è quel detto o quel fatto per lo quale alcuno viene in causa e questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice Pompeio a Catellina: «Tu fai tradimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde: «Non fo». In questo convenente Pompeio e Catellina sono le persone de' parlieri; e la causa è questa: «Tu fai tradimento» - «Non fo»; e chiamasi causa però che ll'uno appone e dice parole contra l'altro e mettelo in lite. Et per maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che èe dimostramento e che deliberazione e che iudicamento, e così sopra che è ciascuna maniera di rettorica. Dimostramento. - Dimostramento è una maniera di cause tale che per sua propietade il parliere dimostra ch'alcuna cosa sia onesta o disonesta, e per questo mostra che è da laudare e che da vituperare; e questa causa dimostrativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. La speciale dimostrativa è quella nella quale i parlieri si sforzano di provare una cosa essere onesta o disonesta, non nominando alcuna certa persona; et intendo certa persona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie e di cotali certe cose e determinate tra lle genti, non intendo dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della luna, ché questa quistione non pertiene a rettorica. Et di questa causa speciale dimostrativa sia cotale exemplo: «Il forte uomo è da laudare». Dice l'altro: «Non è, anzi è da vituperare». E di questo nasce quistione, se 'l forte è degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa, ma non nomina certa persona, e perciò è speciale. La causa dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale i parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o disonesta nominando certa persona, in questo modo: «Marco Tulio Cicero è degno di lode». Dice l'altro: «Non è»; e di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare. Et questa quistione comprende due tempi: presente e preterito. Ché al ver dire di ciò che ll'uomo fae presentemente è lodato o biasmato, et altressì di ciò che fece ne' tempi passati. Et sopra ciò dicono l'antiche storie di Roma che questa causa dimostrativa si solea trattare in Campo Marzio, nel quale s'asemblava la comunanza a llodare alcuna persona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a biasmare quella che non era degna. E già è ben detto della causa dimostrativa; sì dicerà il maestro della causa deliberativa.

Argomento 21

Del diliberamento.

TULLIO    Diliberativo è quello il quale, messo a contendere et a dimandare tra ' cittadini, riceve detto per sentenzia.

SPONITORE    In questa parte dice Tulio che causa diliberativa è quella ch'è messa e detta a' cittadini a contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che nne sentono; e sopra ciò si dicono molte et isvariate sentenze, perché alla fine si possa prendere la migliore. Et questo modo di causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà delle genti, che raunano li consillieri per diliberare che ssia da ffare sopra alcuna vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché alla fine si prende quella che pare migliore. Et in ciò sia questo exemplo che propone il senatore: «È da mandare oste in Macedonia?». Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano qual sia lo meglio, e prendesi l'una sentenza. Et questa quistione si considera pure nel tempo futuro, ché al ver dire sopra le cose future prende l'uomo consiglio e dilibera che ssia da fare e che noe. Et questa causa diliberativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. Speciale è quella nella quale si considera d'alcuna cosa s'ella è utile o s'ell'è dannosa, non nominando alcuna certa persona. Et ecco l'exemplo: Dice uno: «Pace è da tenere intra cristiani». Dice l'altro: «Non è». Et di ciò nasce causa diliberativa speciale, se lla pace è da tenere o no. L'altra che non si può partire è quella nella quale i dicitori studiano di provare c'alcuna cosa sia utile o dannosa, nominando certe persone, in questo modo: Dice l'uno: «Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi». Dice l'altro: «Non è». Et già è detto della causa diliberativa; omai dicerae il maestro del iudiciale. Ma questo sia conto a ciascuno, che lla propietade della diliberazione èe mostrare che ssia utile e che dannoso in alcuno convenentre. Et questa diliberativa si solea trattare nel senato, e prima diliberavano li savi privatamente che era utile e che no e poi si recava il loro consiglio in parlamento e quivi si fermava la loro sentenza, e talvolta si ne prendea un'altra migliore.

Argomento 22

Del iudiciale.

TULLIO    Judiciale è quello il quale, posto in iudicio, à in sé accusazione e difensione o petizione e recusazione.

SPONITORE    La natura di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore per cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè per mostrare d'una cosa s'ella è iusta o contra iustizia, in cotal modo: che uno accusa un altro e ll'accusato si difende elli medesimo o un altro per lui; overo che uno fa sua petizione e domanda guidardone per alcuna cosa ch'elli abbia ben fatta, et un altro recusa e dice che non è da guidardonare, e talvolta dice: «Anzi è degno di pena». Et questa causa si pone in iudicio, cioè in corte davante a' iudici, acciò ch'elli iudichino tra lle parti quale àe iustizia; e questo si fae in corte palese in saputa delle genti, acciò che lla pena del malfattore dia exemplo di non malfare, e 'l guidardone de' benfattori sia exemplo agli altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: «I buoni si guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si guardano per paura della pena». Et è questa causa iudiciale doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. Speciale è quella nella quale il parliere si sforza di mostrare alcuna cosa che ssia iusta o iniusta, non nominando certa persona; in questo modo: «Il ladro èe da 'mpendere, perché commette furto». Dice l'altro: «Non è». Quella che non si puote partire è quella nella quale il parliere si sforza di mostrare una cosa essere iusta o no, nominando certa persona; in questo modo: «È da impendere Guido ch'à fatto furto, o no?». Od «È da guidardonare Julio Cesare ch'à conquistata Francia, o no?». Et tutte queste cause iudiciali si considerano sopra 'l tempo preterito, perciò che di ciò che ll'uomo à fatto in arrietro è guidardonato o punito.

Argomento 23

Tullio dice la sua sentenzia della materia di rettorica, riprende quella d'Ermagoras.

TULLIO    Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del parliere e la sua scienzia è di questa materia partita in tre. Ché certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice né attenda ciò che promette, acciò che dovide la materia di questa arte in causa et in questione.

SPONITORE    Poi che Tulio àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come fue oppinione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentenzia d'Aristotile; e dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la sentenzia d'Ermagoras, il quale diceva che lla materia del parliere è di due partite, cioè causa e quistione. Ma certo e' dovea così riprendere coloro che giungeano alla materia di quest'arte confortamento e disconfortamento e consolamento; e lui riprende Tulio nominatamente perciò ch'elli era più novello e però dovea elli essere più sottile, e riprendelo ancora però che ssi traea più innanzi dell'arte; e riprendendo lui pare che riprenda li altri. Ma però che Tulio non disfina lo riprendimento delli altri, sì vuole lo sponitore chiarire il loro fallimento, e dice così: Vero è che, sì come mostrato è qua in adietro, l'officio del parliere si è parlare appostatamente per fare credere, e questo far credere è sopra quelle cose che sono in lite, c'ancora non sono pervenute all'anima; ma chi vuole considerare il vero, e' troverà che confortamento e disconfortamento sono solamente sopra quelle cose che già sono pervenute all'anima. Verbigrazia: Lo sponitore avea propensato di fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava; onde da questa negligenzia il potea bene alcuno ritrattare per confortamento, e questo conforto viene sopra cosa la quale era già pervenuta all'anima, cioè la negligenzia. Et se alcuno disconforta un altro che avea proposto di malfare, tanto che ssi 'nde rimane, altressì viene lo sconforto in cosa la quale era già pervenuta all'anima. Adunque è provato che conforto né disconforto non possono essere materia di questa arte. Ma consolamento puote anzi essere materia del parliere, perciò che puote venire sopra cosa c'ancora non sia pervenuta all'anima. Verbigrazia: Uno uomo avea fermato nel suo cuore di menare dolorosa vita per la morte d'una persona cui elli amava sopra tutte cose. Ma un savio lo consolava, tanto che propone d'avere allegrezza, la quale non era ancora pervenuta all'anima. Ma perciò che in questo consolamento non ha lite, perciò che 'l consolato non si difende né non allega ragioni contra il consolatore, non puote essere materia di questa arte. Or è ben vero che altri dissen che dimostrazione non era materia di questa arte, anzi era materia di poete, però ch'a' poete s'apartiene di lodare e di vituperare altrui. Et avegna che Tulio no lli riprenda nominatamente, assai si puote intendere la riprensione di loro in ciò ch'e' conferma la sentenza d'Aristotile che disse che dimostrazione e deliberazione e iudicazione sono materia di questa arte. Et sopra ciò nota che dimostrazione pertiene a' poeti et a' parlieri, ma in diversi modi: che ' poeti lodano e biasmano sanza lite, ché non è chi dica contra, e 'l parlieri loda e vitupera con lite, ché è chi dice contra il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea, né che considerasse quello che prometea, dicendo che tutte cause e questioni proverebbe per rettorica. Or dicerà Tulio le riprensioni d'Ermagoras sopra causa e sopra questione.

Argomento 24

Tullio seguita Ermagoras della causa, etc.

TULLIO    Causa dice che ssia quella cosa nella quale abbia controversia posta in dicere con interposizione di certe persone; la quale noi medesimo dicemo che è materia dell'arte e, sì come detto avemo dinanzi, che sono tre parti: iudiciale, dimostrativo e deliberativo.

SPONITORE    Poi che Tulio avea detto che Ermagoras non intese se stesso dicendo che causa e questione sono materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che Ermagoras dicea che fosse causa. Et causa appella una cosa della quale molti sono in controversia, perciò che ll'uno ne sente uno intendimento e l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché sopr'a cciò contendono di parole mettendo e nominando alcuna certa persona, che non si possa partire e che propiamente e determinatamente si partenga alle civili questioni. Et di questo dice Tulio che ss'accorda co llui, ché ciò àe elli detto davanti per sé e per Aristotile; ma dicerà omai com'elli errò in questione.

Argomento 25

Qui riprende Tullio Ermagoras.

TULLIO    Questione apella quella che àe in sé controversia posta in dicere sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene fuori d'onestade? Sono li senni veri? Chente è la forma del mondo? Chente è la grandezza del sole? Le quali questioni intendemo tutti leggiermente essere lontane dall'officio del parliere; ché molto n'è grande mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose quelle nelle quali noi troviamo essere consumata la somma dello 'ngegno de' filosofi con grandissima fatica.

SPONITORE    Ora dice Tulio che Ermagoras appellava questione quella cosa sopra la quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole l'uno contra l'altro non nominando certa persona la quale propiamente s'apartenesse alle civili questioni. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene fuori d'onestade?». Grande contraversia fue intra ' filosofi qual fosse il sovrano bene in vita: et erano molti che diceano d'onestade, e questi fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e questi sono epicurii. Altressì fue questione se' senni sono veri, perciò che alcuna fiata s'ingannano, ché se noi credemo che ricalco sia oro sanza fallo s'inganna il nostro senno. Altressì fue questione della forma del mondo, però ch'alcuni filosofi provavano che 'l mondo è tondo, altri dicono ch'è lungo, o otangolo, o quadrato. Altressì era questione della grandezza del sole, ché alcuni dicono che 'l sole è otto tanti che lla terra, altri più et altri meno. Et questa misura si sforzavano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra, e per essa misura ritraeano quella del sole. Et perciò mostra Tulio che Ermagoras non intese quello che dicea, ch'assai legiermente s'intende che queste cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere. Et nota che dice «officio» però che ben potrebbe essere che 'l parliere fosse filosofo, e così toccherebbe bene a llui trattare di quelle questioni, ma ciò non arebbe per officio di rettorica ma di filosofia. Donque ben è fuori della mente e vano di senno quelli che dice che 'l parliere possa o debbia trattare di queste questioni, nelle quali tutto tempo si consumano et affaticano i filosofi. Or à provato Tulio che Ermagoras non intese quello che disse. Omai proverà come non attese quello che promise, in ciò che promettea di trattare per rettorica ogne causa et ogne questione. Et ciò fae a guisa de' savi, i quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì ll'apongono ad alcuna arte per la quale non si puote provare; come s'alcuno volesse trattare d'una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la quale non si pruova né ssi potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando per argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco 'l testo di Tulio.

Argomento 26

Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti.

TULLIO    Che se Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per istudio e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando la sua scienzia, avesse ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non avesse sposto quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è quella forza nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto rettorica che no-lli concedesse filosofia. Ma perciò l'arte che fece non mi pare del tutto malmendosa, ch'assai pare ch'elli abbia in essa locate cose elette ingegnosamente e diligentemente ritratte delle antiche arti, et alcuna v'àe messo di nuovo; ma molto è piccola cosa dire dell'arte sì come fece elli, e molto è grandissima parlare per l'arte, la qual cosa noi vedemo ch'esso non poteo fare. Per la qual cosa pare a noi che materia di rettorica è quella che disse Aristotile, della quale noi avemo detto qua indietro.

SPONITORE    In questa parte dice Tulio che se Ermagoras fosse stato bene savio, sicché potesse trattare le quistioni e le cause, parrebbe ch'avesse detto falso, cioè che avesse dato al parliere quello officio che nonn è suo; e così non avrebbe mostrata la forza dell'arte, ma averebbe mostrata la sua. «Ma ora è quella forza nell'uomo», cioè tal fue questo Ermagoras, che neuno che dicesse ch'e' non sappia rettorica no-lli concederae che ssia filosofo. «Ma perciò l'arte che fece non pare in tutto rea». In questa parola il cuopre Tulio e dimostra ch'elli avrebbe bene potuto dire pegio. Et dice «non è del tutto rea» perciò ch'elli àe messo nel suo libro con molta diligenzia e con ingegno li comandamenti delli altri maestri di questa arte, et alcuna cosa nuova v'agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là ove il vitupera, dicendo che fosse furo in perciò che delle scritte d'altri maestri fece il suo libro. «Ma molto è picciola cosa dire dell'arte», ciò viene a dire ch'al parliere non s'apartiene dare insegnamenti dell'arte, sì come fece Ermagoras, ma apartiensi a llui in tutte guise parlare secondo li 'nsegnamenti e comandamenti dell'arte, la qual cosa non seppe fare esso. Adonque è da tenere la sentenzia d'Aristotile, che dice che materia di questa arte è dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et omai è detto sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell'officio e della fine di rettorica; or si dicerà il conto delle sue parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.

Argomento 27

Tullio dice le parti di rettorica.

TULLIO    Le parti sono queste, sì come i più dicono: Inventio, dispositio, elocutio, memoria e pronuntiatio.

SPONITORE    Cinque parti dice Tulio che sono et assegna ragione per che, e quella ragione metterà lo sponitore in suo luogo. Ma prima dicerà le ragioni che nne mostra Boezio nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di queste cinque parti falla nella diceria, non è mai compiuta; e se queste parti sono in una diceria o inn una lettera, certo l'arte di rettorica vi fie altressì. Un'altra ragione n'asegna Boezio: che però sono sue parti perché esse la 'nformano et ordinano e la fanno tutta essere, altressì come 'l fondamento, la parete e 'l tetto sono parti d'una casa sì che la fanno essere, e s'alcuna ne fallisse non sarebbe la casa compiuta. Et dice Tulio che queste sono le parti di rettorica sì come i più dicono, però che furo alcuni che diceano che memoria non è parte di rettorica perciò che non è scienzia, et altri diceano che dispositio non è parte d'essa arte. Et così va oltre Tulio e dicerà di ciascuna parte per sé, e primieramente dicerà della 'nvenzione, sì come di più degna; e veramente è più degna, però ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma l'altre non possono essere sanza lei.

Argomento 28

Tullio dice della invenzione.

TULLIO     Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili le quali facciano la causa acconcia a provare.

SPONITORE    Dice Tulio che inventio è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè argomenti necessarii - e nota «necessarii», cioè a dire che conviene che pure così sia - e sapemo trovare cose verisimili, cioè argomenti acconci a provare che così sia, per li quali argomenti veri e verisimili si possa provare e fare credere il detto o 'l fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che dica incontro ad un'altra. E questo puote così intendere il porto dello sponitore. Verbigrazia: Aviene una materia sopra la quale conviene dire parole, o difendendo l'una parte o dicendo contra l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si conviene dittare in lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare né la mano presta alla penna, ma consideri che 'l savio mette alla bilancia le sue parole tutto avanti che lle metta in dire né inn iscritta. Consideri ancora che 'l buono difficiatore e maestro poi che propone di fare una casa, primieramente et anzi che metta le mani a farla, sì pensa nella sua mente il modo della casa e truova nel suo extimare come la casa sia migliore; e poi ch'elli àe tutto questo trovato per lo suo pensamento, sì comincia lo suo lavorio. Tutto altressì dee fare il buono rettorico: pensare diligentemente la natura della sua materia, e sopra essa trovare argomenti veri o verisimili sì che possa provare e fare credere ciò che dice. Et già è detto quello che è inventio. Ora procederà il conto a dire quello che è dispositio.

Argomento 29

Dice Tullio de dispositio.

TULLIO     Dispositio èe assettamento delle cose trovate per ordine.

SPONITORE     Perciò che trovare argomenti per provare e far credere il suo dire non vale neente chi no lli sae asettare per ordine, cioè mettere ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene, per più affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. E dice ch'è quella scienzia per la quale noi sapemo ordinare li argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti nel principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si possa contrastare lievemente, nella fine. Così fae il difficatore della casa, che poi ch'elli àe trovato il modo nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel luogo che ssi conviene, e lla parete e 'l tetto, e poi l'uscia e camere e caminate, et a ciascuna dà il suo luogo. Già è detto che è dispositio; or dicerà il conto che è elocutio.

Argomento 30

Tullio dice della locuzione.

TULLIO    Elocutio è aconciamento di parole e di sentenzie avenanti alla invenzione.

SPONITORE     Perciò che neente vale trovare od ordinare chi non sae ornare lo suo dire e mettere parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi conviene alla materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che è quella scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di parole e di sentenze a quello che noi avemo trovato et ordinato. E nota che ornamento di parole èe una dignitade la quale proviene per alcuna delle parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia: «Il grande valore che in voi regna mi dà grande speranza del vostro aiuto». Certo questa parola, cioè «regna», fa tutte risplendere l'altre parole che ivi sono. Altressì nota che ornamento di sentenze è una dignitade la quale proviene di ciò che in una diceria si giugne una sentenza con un'altra con piacevole dilettamento. Verbigrazia: in queste parole di Salamone: «Melliori sono le ferite dell'amico che ' frodosi basci del nemico». Et già è detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di sentenzie che facciano la diceria piacevole et ordinata di parole e di sentenzie. Omai procederà il conto alla quarta parte di rettorica, cioè memoria.

Homepage

Progetto Duecento

© 2003 - Biblioteca dei Classici Italiani

www.classicitaliani.it

Ultimo aggiornamento: 28 agosto, 2011