Brunetto Latini

La rettorica

 La Rettorica di Brunetto Latini, Testo critico a cura di Francesco Mancini, Stab. Galletti e Cocci, Firenze 1915

[argomenti 1-15]

Titolo

Qui comincia lo 'nsegnamento di rettorica, lo quale è ritratto in vulgare

de' libri di Tullio e di molti filosofi per ser Burnetto Latino da Firenze.

Là dove è la lettera grossa si è il testo di Tullio, e la lettera sottile

sono le parole de lo sponitore. Incomincia il prologo.

Argomento 1

Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se lla copia del dicere e lo sommo studio della eloquenzia àe fatto più bene o più male agli uomini et alle cittadi; però che quando io considero li dannaggii del nostro comune e raccolgo nell'animo l'antiche aversitadi delle grandissime cittadi, veggio che non picciola parte di danni v'è messa per uomini molto parlanti sanza sapienza.

Qui parla lo sponitore.

SPONITORE     Rettorica èe scienzia di due maniere: una la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel suo libro; l'altra insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne trattò così del tutto apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel processo del libro, in suo luogo e tempo come si converrà.
Rettorica s'insegna in due modi, altressì come l'altre scienzie, cioè di fuori e dentro. Verbigrazia: Di fuori s'insegna dimostrando che è rettorica e di che generazione, e quale sua materia e llo suo officio e le sue parti e lo suo propio strumento e la fine e lo suo artefice; et in questo modo trattò Boezio nel quarto della Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si dimostra che ssia da ffare sopra la materia del dire e del dittare, ciò viene a dire come si debbia fare lo exordio e la narrazione e l'altre parti della dicieria o della pistola, cioè d'una lettera dittata; et in ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo suo libro. Ma in perciò che Tulio non dimostrò che sia rettorica né quale è 'l suo artefice, sì vuole lo sponitore per più chiarire l'opera dicere l'uno e l'altro.
         Et èe rettorica una scienzia di bene dire, ciò è rettorica quella scienzia per la quale noi sapemo ornatamente dire e dittare. Inn altra guisa è così diffinita: Rettorica è scienzia di ben dire sopra la causa proposta, cioè per la quale noi sapemo ornatamente dire sopra la quistione aposta. Anco àe una più piena diffinizione in questo modo: Rettorica è scienza d'usare piena e perfetta eloquenzia nelle publiche cause e nelle private; ciò viene a dire scienzia per la quale noi sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle publiche e nelle private questioni; e certo quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua diceria mette parole adorne, piene di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna cittade o comunanza di genti. Private sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale persona. E ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste parole sopra 'l dittare altressì come sopra 'l dire siano, advegna che tal puote sapere bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profferere le sue parole davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere dittare.

      Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artefice: dico che è doppio, uno è «rector» e l'altro è «orator». Verbigrazia: Rector è quelli che 'nsegna questa scienzia secondo le regole e' comandamenti dell'arte. Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì ll'usa in dire et in dittare sopra le quistioni apposte, sì come sono li buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale perciò fue agozetto di Federigo secondo imperadore di Roma e tutto sire di lui e dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenzia nelle cause publiche e private.

       Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del suo artifice, cioè di colui che lla mette in opera, l'uno insegnando l'altro dicendo. Omai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di questo libro, e che fue la sua intenzione in questo libro, e di che tratta, e lla cagione per che lo libro è fatto e che utilitade e che tittolo à questo libro. L'autore di questa opera è doppio: uno che di tutti i detti de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno fece suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicero, il più sapientissimo de' Romani. Il secondo è Brunetto Latino cittadino di Firenze, il quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e chiarire ciò che Tulio avea detto; et esso è quella persona cui questo libro appella sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e de' filosofi e maestri che sono passati, il libro di Tulio, e tanto più quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel libro di Tulio, sì come il buono intenditore potràe intendere avanti.

       La sua intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si mette a ffare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna quistione proposta.

       Et e' tratta secondo la forma del libro di Tulio di tutte e V le parti generali di rettorica. Verbigrazia: Inventio, cioè trovamento di ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre IIIJ secondo che sono nel secondo libro che Tulio fece ad Erennio suo amico, sopra le quali il conto dirà ciò che ssi converrà.

       La cagione per che questo libro è fatto si è cotale, che questo Brunetto Latino, per cagione della guerra la quale fue tralle parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e sbandita della terra. E poi si n'andò in Francia per procurare le sue vicende, e là trovò uno suo amico della sua cittade e della sua parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande senno, che lli fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'appellava suo porto, sì come in molte parti di questo libro pare apertamente; et era parlatore molto buono naturalmente, e molto disiderava di sapere ciò che ' savi aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore questo Brunetto Latino, lo quale era buono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di rettorica, si mise a ffare questa opera, nella quale mette innanzi il testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri.

       L'utilitade di questo libro è grandissima, però che ciascuno che saprà bene ciò che comanda lo libro e l'arte, sì saprà dire interamente sopra la quistione apposta.

      Il titolo di questo libro, sì come davanti appare nel cominciamento, si è cotale: Qui comincia lo 'nsegnamento di rettorica, il quale è ritratto in volgare de' libri di Tulio e di molti filosofi. E che lo titulo sia buono e perfetto assai chiaramente si dimostra per effetto d'opera, ché sanza fallo recato è in volgare il libro di Tulio e messo avanti in grossa lettera, sì come di maggiore dignitade, e poi sono recati in lettera sottile e' ditti di molti filosofi e llo 'ntendimento dello sponitore. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al propio intendimento del testo.

       In questa parte dice lo sponitore che Tulio, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al suo tempo era avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi, nel quale purgò quelle cose che pareano a llui gravose. Che sì come dice Boezio nel comento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima purgare ciò che pare a llui che sia grave, e così fece Tulio, che purgò tre cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire; apresso la sentenzia di Platone, e poi la sentenzia d'Aristotile. La sentenzia di Platone era che rettorica non è arte, ma è natura per ciò che vedea molti buoni dicitori per natura e non per insegnamento d'arte. La sentenzia d'Aristotile fue cotale, che rettorica è arte, ma rea, per ciò che per eloquenzia parea che fosse avenuto più male che bene a' comuni e a' divisi.

       Onde Tulio purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo: Che in prima dice che sovente e molto àe pensato che effetto proviene d'eloquenzia. Nella seconda parte pruova lo bene e 'l male che 'nde venia e qual più. Nella terza parte dice tre cose: in prima dice che pare a llui di sapienzia; apresso dice che pare a llui d'eloquenzia; e poi dice che pare a llui di sapienzia et eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì mette le pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi dovemo studiare in rettorica, recando a cciò molti argomenti, li quali muovono d'onesto e d'utile e possibile e necessario. Nella quinta parte mostra Tulio di che e come elli tratterà in questo libro.

       Et poi che Tulio nel suo cuminciamento ebbe detto come molte fiate e lungo tempo avea pensato del bene e del male che fosse advenuto, immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti delli uomini che ssi ricordano più d'uno nuovo male che di molti beni antichi; e così Tulio, mostrando di non ricordarsi delli antichi beni, s'infigne di biasmare questa scienzia per potere più di sicuro lodare e difendere. Et per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra potemo intendere apertamente che in queste medesime parole ove dice che i mali che per eloquenzia sono advenuti e che non si possono celare, in quelle medesime la difende abassando e menimando la malizia. Ché là dove dice «dannaggi» sì suona che siano lievi danni de' quali poco cura la gente. Et là dove dice «del nostro comune» altressì abassa del male, acciò che più cura l'uomo del propio danno che del comune; e dicendo «nostro comune» intendo Roma, però che Tulio era cittadino di Roma nuovo e di non grande altezza; ma per lo suo senno fue in sì alto stato che tutta Roma si tenea alla sua parola, e fue al tempo di Catellina, di Pompeio e di Julio Cesare, e per lo bene della terra fue al tutto contrario a Catellina. Et poi nella guerra di Pompeio e di Julio Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti ' savi ch'amavano lo stato di Roma; e forse l'appella nostro comune però che Roma èe capo del mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice «l'antiche adversitadi» altressì abassa il male, acciò che delli antichi danni poco curiamo. Et là dove dice «grandissime cittadi» altressì abassa 'l male, però che, sì come dice il buono poeta Lucano, nonn è conceduto alle grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che lle grandissime cose rovinano per lo peso di sé medesime. Et così non pare che eloquenzia sia la cagione del male che viene alle grandissime cittadi. Et là dove dice che danni sono advenuti per uomini molto parlanti sanza sapienzia, manifestamente abassa 'l male e difende rettorica, dicendo che 'l male è per cagione di molti parlanti ne' quali non regna senno; e non dice che 'l male sia per eloquenzia, ché dice Vittorino: «Questa parola eloquentia suona bene, e del bene non puote male nascere». Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare, et accusare quando pare che dica lode. Et questo modo di parlare àe nome «insinuatio», del quale dicerà il libro in suo luogo. Et qui si parte il conto da quella prima parte del prologo nella quale Tulio àe detto il suo pensamento et àe detto li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenzia.

Argomento 2

TULLIO    Sì come quando ordino di ritrarre dell'antiche scritte le cose che sono fatte lontane dalla nostra ricordança per loro antichezza, intendo che eloquenzia congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienzia, piùe agevolemente àe potuto conquistare e mettere inn opera ad hedifficare cittadi, a stutare molte battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie.

SPONITORE    Poi che Tulio àe divisati li mali che sono per eloquenzia, sì divisa in questa parte li beni, e conta più beni che mali perciò che più intende alle lode. Et nota che dice «eloquenzia congiunta con sapienzia», però che sapienzia dà volontade di bene fare et eloquenzia il mette a compimento. L'altre parole che sono nel testo, cioè «a edifficare cittadi, a stutare molte battaglie etc.» son messe ordinatamente acciò che prima si raunaro gli uomini insieme a vivere ad una ragione et a buoni costumi et a multiplicare d'avere; e poi che furo divenuti ricchi montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie. Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gli uomini fecero compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. Ma ssì come dice e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è amico e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che llo sponitore non vuole lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento.

- Che è cittade. - Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione; onde non sono detti cittadini d'uno medesimo comune perché siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a vivere ad una ragione.

- Che è compagno. - Compagno è quelli che per alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono fermissimi.

- Che è amico. - Amico è quelli che per uso di simile vita si congiugne con un altro per amore iusto e fedele. Verbigrazia: Acciò che alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e però dice «per uso di simile vita»; e dice «giusto amore» perché non sia a cagione di luxuria o d'altre laide opere; e dice «fedele amore» perché non sia per guadagneria o solo per utilitade, ma sia per constante vertude. Et così pare manifestamente che quella amistade ch'è per utilitade e per dilettamento nonn è verace, ma partesi da che 'l diletto e l'uttilitade menoma.

- Che è sapienzia. - Sapienzia è comprendere la verità delle cose sì come elle sono.

- Che è eloquenzia. - Eloquenzia è sapere dire addorne parole guernite di buone sentenzie.

Argomento 3

TULLIO    Et così me lungamente pensante la ragione stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che sapienzia sanza eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia sanza sapienza è spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se alcuno intralascia li dirittissimi et onestissimi studii di ragione e d'officio e consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert'elli èe cittadino inutile a sé e periglioso alla sua cittade et al paese. Ma quelli il quale s'arma sìe d'eloquenzia che non possa guerriare contra il bene del paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e cittadino utilissimo ed amicissimo alle sue et alle publiche ragioni.

SPONITORE   Poi che Tulio avea dette le prime due parti del suo prologo, sì comincia la terza parte, nella quale dice tre cose. Imprima dice che pare a llui di sapienzia, infino là dove dice: «Per la qual cosa». Et quivi comincia la seconda, nella quale dice che pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice: «Ma quello il quale s'arma». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a llui dell'una e dell'altra giunte insieme.

       Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere avacciamente in opera alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene avere sapienzia giunta con eloquenzia, però che sapienzia sempre è tarda. Et questo appare manifestamente in alcuno savio che non sia parlatore, dal quale se noi domandassimo uno consiglio certo no•llo darebbe tosto cosìe come se fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante inmantenente ne farebbe credibile di quel che volesse. Et in ciò che dice Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d'officio, intendo là dove dice «ragione» la sapienzia, e là dove dice «officio» intendo le vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le quali ànno officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e bene costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e studia pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui avegna male e danno a ssé et al paese, però che non sa trattare le propie utilitadi né lle comuni in questo tempo e luogo et ordine che conviene. Adunque colui che ssi mette l'arme d'eloquenzia è utile a ssé et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per sapienzia intendo la forza; ché sì come coll'arme ci difendiamo da' nemici e colla forza sostenemo l'arme, tutto altressì per eloquenzia difendemo noi la nostra causa dall'aversario e per sapienzia ne sostenemo di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in questa parte è detta la terzia parte del prologo di Tulio. Dunque vae il conto alla quarta parte del prologo, per provare ciò ch'è detto davanti et a conducere che noi dovemo studiare in rettorica per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere, e tali che conviene che sia pur così, e di tali ch'è onesta cosa pur di così essere; e sopra ciò ecco il testo di Tulio in lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sottile secondo la forma del libro.

Argomento 4

TULLIO    Dunque se noi volemo considerare il principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in uomo per arte o per studio o per usanza o per forza di natura, noi troveremo che sia nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso d'ottima ragione. Acciò che fue un tempo che in tutte parti isvagavano gli uomini per li campi in guisa di bestie e conduceano lor vita in modo di fiere, e facea ciascuno quasi tutte cose per forza di corpo e non per ragione d'animo; et ancora in quello tempo la divina religione né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno uomo avea veduto legittimo managio, nessuno avea connosciuti certi figliuoli, né aveano pensato che utilitade fosse mantenere ragione et agguallianza. E così per errore e per nescitade la cieca e folle ardita signoria dell'animo, cioè la cupiditade, per mettere in opera sé medesima misusava le forze del corpo con aiuto di pessimi seguitatori.

SPONITORE    In questa quarta parte del prologo vogliendo Tulio dimostrare che eloquenzia nasce e muove per cagione e per ragione ottima et onestissima, sì dice come in alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come bestie; e dell'uomo dicono li filosofi, e la santa scrittura il conferma, che egli è fermamento di corpo e d'anima razionale, la quale anima per la ragione ch'è in lei àe intero conoscimento delle cose.

       Onde dice Vittorino: Sì come menoma la forza del vino per la propietade del vasello nel quale è messo, cosìe l'anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo a cui ella si congiunge. Et però, se quel corpo è mal disposto e compressionato di mali homori, la anima per gravezza del corpo perde la conoscenza delle cose, sì che appena puote discernere bene da male, sì come in tempo passato nell'anime di molti le quali erano agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tolliendo le cose per forza e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loro proprii figliuoli né avendo legittime mogli.

       Ma tuttavolta la natura, cioè la divina disposizione, non avea sparta quella bestialitade in tutti gli uomini igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello dicitore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci a ragionare, usò di parlare a lloro per recarli a divina connoscenza, cioè ad amare Idio e 'l proximo, sì come lo sponitore dicerà per innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo di sopra che eloquenzia ebbe cominciamento per onestissime cagioni e dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e 'l proximo, ché sanza ciò l'umana gente non arebbe durato.

       Et là dove dice il testo che gli uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case né luogo, ma andavano qua e là come bestie.

       Et là dove dice che viveano come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe crude et altri cibi come le fiere.

       Et là dove dice «tutte cose quasi faceano per forza e non per ragione» intendo che dice «quasi» ché non faceano però tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione e per senno, cioè favellare, disiderare et altre cose che ssi muovono dall'animo.

        Et là dove dice che divina religione non era reverita intendo che non sapeano che Dio fosse.

       Et là dove dice dell'umano officio intendo che non sapeano vivere a buoni costumi e non conosceano prudenzia né giustizia né l'altre virtudi.

       Et là dove dice che non manteneano ragione intendo «ragione» cioè giustizia, della quale dicono i libri della legge che giustizia è perpetua e ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ragione.

       Et là dove dice «aguaglianza» intendo quella ragione che dae igual pena al grande et al piccolo sopra li eguali fatti.

       Et là dove dice «cupiditade» intendo quel vizio ch'è contrario di temperanza; e questo vizio ne conduce a disiderare alcuna cosa la quale noi non dovemo volere, et inforza nel nostro animo un mal signoraggio, il quale nol permette rifrenare da' rei movimenti.

       Et là dove dice «nescitade» intendo ch'è nnone connoscere utile et inutile; e però dice ch'è cupidità cieca per lo non sapere, e che non conosce il prode e 'l danno.
         Et là dove dice «folle ardita» intendo che folli arditi sono uomini matti e ratti a ffare cose che non sono da ffare.

       Et là dove dice «misusava le forze del corpo» intendo misusare cioè usare in mala parte; ché dice Vittorino che forza di corpo ci è data da Dio per usarla in fare cose utili et oneste, ma coloro faceano tutto il contrario.

       Ora à detto lo sponitore sopra 'l testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia cominciò a parere. Omai dicerae in che modo appario e come si trasse innanzi.

Argomento 5

TULLIO    Nel quale tempo fue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli uomini a grandissime cose chi lli potesse dirizzare e megliorare per comandamenti. Donde costrinse e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano sparti per le campora e partiti per le nascosaglie silvestre; et inducendo loro a ssapere le cose utili et oneste, tutto che alla prima paresse loro gravi per loro disusanza, poi l'udiro studiosamente per la ragione e per bel dire; e ssì lli arecò umili e mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano.

SPONITORE    In questa parte vuole Tulio dimostrare da cui e come cominciò eloquenzia et in che cose; et è la tema cotale: In quel tempo che lla gente vivea così malamente, fue un uomo grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il quale cognobbe che materia, cioè la ragione che l'uomo àe in sé naturalmente per la quale puote l'uomo intendere e ragionare, e l'acconciamento a fare grandissime cose, cioè a ttenere pace et amare Idio e 'l proximo, a ffare cittadi, castella e magioni e bel costume, et a ttenere iustitia et a vivere ordinatamente, se fosse chi lli potesse dirizzare, cioè ritrarre da bestiale vita, e melliorare, per comandamenti, cioè per insegnamenti e per leggi e statuti che lli afrenasse.

Et qui cade una quistione, ché potrebbe alcuno dicere: «Come si potieno melliorare da che non erano buoni?». A cciò rispondo che naturalmente era la ragione dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel modo ch'è detto.
         Donde questo savio costrinse - e dice che i «costrinse» però che non si voleano raunare - e raunò - e dice «raunò» poi che elli volloro. Che 'l savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in dare mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro e patiero d'udire le sue parole. Et elli insegnava loro le cose utili dicendo: «State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e forti; fate cittadi e ville». Et insegnava loro le cose oneste dicendo: «Il piccolo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre» etc. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestialmente paresser gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò ch'elli erano liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a signoraggio, poi, udendo il bel dire del savio uomo e considerando per ragione che larga e libera licenzia di mal fare ritornava in lor grave destruzione et in periglio de l'umana generazione, udiro e miser cura a intendere lui. Et in questa maniera il savio uomo li ritrasse di loro fierezza e di loro crudeltade - e dice «fierezza» perciò che viveano come fiere; e dice «crudeltade» perciò che 'l padre e 'l figliuolo non si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro - e feceli umili e mansueti, cioè volontarosi di ragioni e di virtudi e partitori dal male. Ora à detto Tulio chi cominciò eloquenzia et intra cui e come; or dicerà per che ragione, sanza la quale non potea ciò fare.

Argomento  6

TULLIO    Per la qual cosa pare a me che lla sapienzia tacita e povera di parole non arebbe potuto fare tanto, che così subitamente fossero quelli uomini dipartiti dall'antica e lunga usanza et informati in diverse ragioni di vita.

SPONITORE    In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale non si potea fare ciò che fece 'l savio uomo; e dice «sapienzia tacita» quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per opera, come fanno ' romiti. Et dice «povera di parole» per coloro che 'l lor senno non sanno addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar credere ad altri il suo parere. Et per questo potemo intendere che picciola forza è quella di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e potemo connoscere che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con eloquenzia. Et là dove dice «così subitamente» intendo che quello savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapienzia, ma non così avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e sapienzia. Et là dove dice «in diverse ragioni di vita» intendo che uno fece cavalieri, un altro fece cherico, e così fece d'altri mistieri.

Argomento 

TULLIO    Et così, poi che lle cittadi e le ville fuoron fatte, impreser gli uomini aver fede, tener giustizia et usarsi ad obedire l'uno l'altro per propia volontade et a sofferire pena et affanno non solamente per la comune utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe potuta fare se gli uomini non avessor potuto dimostrare e fare credere per parole, cioè per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia.

Argomento  8

TULLIO    Et certo chi avea forza e podere sopra altri molti non averia patito divenire pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non l'avesse mosso sennata e soave parladura; tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale era tanto durata lungamente che parea et era in loro convertita in natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi delli uomini nelle vicende di pace e di guerra.

SPONITORE    In questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe messo in compimento per sé sola, ella fece avendo in compagnia eloquenzia; e però la tema èe cotale: Sì come detto è davanti, fuoro gli uomini raunati et insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però fecero cittadi e ville; poi che lle cittadi fuor fatte impresero ad avere fede. Di questa parola intendo che coloro ànno fede che non ingannano altrui e che non vogliono che lite né discordia sia nelle cittadi, e se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come dice un savio, è lla speranza della cosa promessa; e dice la legge che fede è quella che promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo dice in un altro libro delli offici che fede è fondamento di giustizia, veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa èe quella virtude ch'è appellata lealtade. E così sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia congiunta, che sanza ciò le grandissime cose non s'arebbono potute mettere in compimento, e dice che poi àe molto de ben fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che tutti i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono per due stati o di pace o di guerra, e nell'uno e nell'altro bisogna la nostra rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono mantenere.

Argomento  9

TULLIO    Ma poi che lli uomini, malamente seguendo la virtude sanza ragione d'officio, apresero copia di parlare, usaro et inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che convenne che lle cittadi sine guastassero e li uomini si comprendessero di quella ruggine. Et poi che detto avemo la cumincianza del bene, contiamo come cuminciò questo male.

SPONITORE    Poi che Tulio avea detto davanti i beni che sono advenuti per eloquenzia, in questa parte dice i mali che sono advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò che lla sua intentione è più in laudarla, sì appone elli il male a coloro che lla misusano e non a llei. Et sopra ciò la tema è cotale: Furono uomini folli sanza discrezione, li quali, veggendo che alquanti erano in grande onoranza e montati in alto stato per lo bello parlare ch'usavano secondo li comandamenti di questa arte, sì studiaro solo in parlare e tralasciaro lo studio di sapienzia, e divennero sì copiosi in dire che, per l'abondanza del molto parlare sanza condimento di senno, che cuminciaro a mettere sedizione e distruggimento nelle cittadi e ne' comuni et a corrompere la vita degli uomini; e questo divenia però ch'ellino aveano sembianza e vista di sapienzia, della quale erano tutti nudi e vani. Et dice Vittorino che eloquenzia sola èe appellata «la vista», perciò che ella fae parere che sapienzia sia in coloro ne' quali ella non fae dimoro. Et queste sono quelle persone che per avere li onori e l'uttilitadi delle comunanze parlano sanza sentimento di bene; così turbano le cittadi et usano la gente a perversi costumi. Et poi dice Tulio: Da che noi avemo contato 'l principio del bene, cioè de' beni che avenuti erano per eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la 'ncumincianza del male che 'nde seguitò. Et dice in questo modo nel testo:

Argomento  10 

Tullio tratta della comincianza del male advenuto per eloquenzia. 

TULLIO    Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo gli uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usavano tramettersi delle publiche vicende, e che gli uomini grandi e savi parlieri non si trametteano delle cause private. E con ciò fosse cosa che sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso che furo altri uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le picciole controversie delle private persone; nelle quali controversie adusandosi gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incontra la verità, imperseveramento di parlare nutricò arditanza.

Argomento  11

TULLIO    Sì che per le 'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che ' maggiori si contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue bisogne; e così, parendo molte fiate che quello ch'avea impresa sola eloquenzia sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che avea eloquenzia congiunta con sapienzia, avenìa che, per giudicio di moltitudine di gente e di sé medesimo, paresse essere degno di reggiere le publiche cose.

Argomento  12

TULLIO    E certo non ingiustamente, poi che ' folli arditi impronti pervennero ad avere reggimenti delle comunanze, grandissime e miserissime tempestanze adveniano molto sovente; per la qual cosa cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo ingegno, quasi per scampare di torbida tempestade in sicuro porto, così fuggiendo la discordiosa e tumultuosa vita si ritrassero ad alcuno altro queto studio. Per la qual cosa pare che per la loro posa li altri dritti et onesti studii molto perseverati vennero in onore.

Argomento  13

TULLIO    Ma questo studio di rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la presumptione e l'ardire de' folli impronti manimettea e guastava la cosa onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno del comune, allora era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della qual cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro discepolo Affricano, né i Gracchi nepoti d'Affricano, ne' quali uomini era sovrana virtude et altoritade acresciuta per la loro sovrana virtude; sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et aiuto e mantenimento della comunanza.

SPONITORE    In questa parte divisa Tulio come divennero quelli due mali, cioè turbare il buono stato delle cittadi e corrompere la buona vita e costumanza delli uomini; et avegna che 'l suo testo sia recato in sìe piane parole che molto fae da intendere tutti, ma tutta volta lo sponitore dirae alcune parole per più chiarezza. Et è la tema cotale: La eloquenzia mise in sì alto stato i parladori savi e guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e le comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li onori e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private, cioè delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere né altre picciole cose. Ma erano altri uomini di due maniere: l'una che non erano parlatori, l'autra che non aveano sapienzia, ma erano gridatori e favellatori molto grandi; e questi non si trametteano delle cose publiche, cioè delle signorie e delli officii e delle grandi cose del comune, ma impigliavansi a trattare le picciole cose delle private persone, cioè delli speciali uomini. Intra ' quali furono alcuni calidi e vezzati - cioè per la fraude e per la malizia che in loro regnava parea ch'avesse in loro sapienzia -; e questi s'ausarono tanto a parlare che, per molta usanza di dire parole e di gridare sopra le vicende delle speciali persone, montaro in ardimento e presero audacia di favellare in guisa d'eloquenzia tanto e sì malamente che teneano la menzogna e la fallacia ferma contra la veritade. Onde, per li grandi mali che di ciò adveniano, convenne che ' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano le grandi cose, venissero et abassassero a trattare le picciole vicende di speciali persone, per difendere i loro amici e per contastare a quelli arditi. Et nota che arditi sono di due maniere: l'una che pigliano a ffare di grandi cose con provedimento di ragione, e questi sono savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di ragione, e questi sono folli arditi. Donde in questo contrastare i buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non aveano studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e talvolta migliori. Sì che per sentenza del popolo, la quale è sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza di sé medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare le publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et alli officii et onori delle comunanze. Et poi che cciò avenne, non fue meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime tempestadi. Et nota che dice «grandissime» per la quantità e che duraro lungamente, e dice «miserissime» per la qualitade, ch'erano aspre e perilliose che 'nde moriano le persone; e dice «tempestanza» per similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e talvolta crescono in tanto che perisce, così dimora la cittade per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé medesime e patono distruzione. «Per la qual cosa eloquenzia cadde in tanto odio et invidia».... Et nota che odio non è altro se nno ira invecchiata; e così i buoni savi erano stati lungamente irosi, veggiendo i folli arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione che omo àe per altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per coloro ch'erano segnori delle grandi cose et erano in onore. Et perciò li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose ad altri queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro porto. Et nota: là dove dice «altissimo ingegno» dimostra bene o ch'arebboro potuto e saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no 'l fecero furo bene da riprendere. Et in ciò che dice «queti studi» intendo l'altre scienze di filosofia, sì come trattare le nature delle divine cose e delle terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le costumanze; et appellali «queti studii» ché non trattano di parlare in comune, e perciò che ssi stavano partiti dal romore delle genti. Et appella «vita tumultuosa» ché spessamente l'uno uomo assaliva l'altro in cittade coll'arme e talvolta l'uccideva. Et poi che ' savi intralassar lo studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata né pregiata. Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro in grande onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior questo a quel tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male che faceano i folli arditi nelle cittadi, e perché guastavano la cosa onestissima e dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle cose oneste e diritte. Dalla qual cosa non fugìo il nostro Catone né quelli altri savi ch'amavano drittamente il comune et aveano senno e parlatura; ma dimoraro fermi a consigliare et a difendere il comune da' garritori folli arditi; e però montaro in onore et in istato sì grande che le loro dicerie erano tenute sentenze, e perciò dice che in loro era autoritade, ché autoritade èe una dignitade degna d'onore e di temenza. Ma da questo si muove il conto e ritorna a conchiudere per ragioni utili et oneste e possibili e necessare che dovemo studiare in eloquenzia, e lodala in molte guise.

Argomento  14 

Tullio conclude che sia da studiare in rettorica.

TULLIO    Per la qual cosa, al mio animo, non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s'alquanti la misusano in publiche et in private cose; ma tanto più che ' malvagi non abbiano troppo di podere con grave danno de' buoni e con generale distruzione di tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che rettorica è una cosa la quale molto s'appartiene a tutte cose, e publiche e private, e per essa diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda; e per essa medesima molte utilitadi avengono in comune se fia presta la modonatrice di tutte cose, cioè sapienzia; e per lei medesima abonda a coloro che ll'acquistano lode, onore, dignitade; e per essa medesima ànno li amici certissimo e sicurissimo aiutorio.

SPONITORE    La tema di questo testo è cotale, che dice Tulio: Se alquanti di mala maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto che ll'uomo non debbia studiare in eloquenzia, al mio animo (cioè per mia sentenza), acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a' buoni né di fare generale distruzione di tutti. Et nota che distrutti sono coloro che soleano essere in alto stato et in ricchezza e poi divennero in tanta miseria che vanno mendicando. Et poi dice le lode di rettorica, come tocca al comune et al diviso, e come per lei diviene l'uomo sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare le cause, et appena troverai chi 'l sappia contradiare; e dice che 'nde diviene la vita «onesta», cioè laudato intra coloro che 'l cognoscono; e dice «illustre», cioè laudato intra li strani; e dice «ioconda», cioè vita piacevole, però che ' savi parlieri molto piacciono ad sé et altrui. Et altressì molto bene n'aviene alle comunanze per eloquenzia, a questa condizione: se sapienzia sia presta, cioè se ella sia adiunta con eloquenzia. Et dice che sapienzia è amodenatrice di tutte cose però che ella sae antivedere e porre a tutte cose certo modo e certo fine. Et poi dice che questi che ànno eloquenzia giunta con sapienzia sono laudati, temuti et amati; e dice che lli amici loro possono di loro avere aiutorio sicurissimo, però che appena fie chi lli sappia contrastare, poiché sanno parlare a compimento di senno. Et dice «certissimo» però che 'l buono e 'l savio uomo non si lascia corrompere per amore né per prezzo né per altra simile cosa. Et qui si parte il conto e fae un'ultima conclusione in questo modo:

Argomento  15

Tullio conchiude in somma.

TULLIO    Et però pare a me che gli uomini, i quali in molte cose sono minori e più fievoli che lle bestie, in questa una cosa l'avanzano, che possono parlare; e donque pare che colui conquista cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri uomini in quella medesima cosa per la quale gli uomini avanzano le bestie.

SPONITORE La tema in questo testo è cotale: La veritade è che gli uomini in molte cose sono minori che lle bestie e più fievoli, acciò che sanza fallo il leofante e molti altri animali sono più grandi del corpo che nonn è l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della persona che ll'uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Ché sanza fallo lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e 'l lupo cerviere del vedere e la scimmia del saporare, e l'avoltore dell'anasare ad odorare, e 'l ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza l'uomo tutte le bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae alli altri uomini.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto, 2011